giovedì 26 agosto 2010

Gatto nel cassonetto, la vendetta del web: la donna tra i rifiuti

Il Mattino

LONDRA (26 agosto) - La rivincita del web in un video pubblicato su YouTube. Dopo la bufera scatenatesi sulla donna di Coventry che ha gettato un gattino nel cestino dell'immondizia, in rete è spuntato un video divertente in cui un enorme Gatto Silvestro si vendica gettando la 45enne nella spazzatura prima di scappare.





Video 1

Video 2






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Scheggia in un occhio, respinto da tre ospedali perché non c'è l'oculista

Il Mattino di Padova

L'odissea di un quarantenne da Este a Monselice, a Rovigo. Poi a Vicenza risolve tutto un infermiere

di Nicola Cesaro


L’ospedale di Vicenza capolinea della lunga odissea

L’ospedale di Vicenza capolinea della lunga odissea
ESTE. Si ritrova con una scheggia nell'occhio, ma deve affrontare un'odissea per toglierla. Protagonista della vicenda è R. V., un quarantenne di Este. Domenica notte l'uomo si è svegliato assillato da un dolore all'occhio. Una scheggia di ferro, rimediata durante il lavoro, gli procurava un insopportabile malessere. L'uomo ha quindi deciso di recarsi in ospedale a Este.


«Mio marito si è presentato in pronto soccorso alle 4 di notte - racconta la moglie - ma i sanitari gli hanno chiesto di ripresentarsi alle 8.30. Ha quindi pagato anticipatamente il ticket, come prassi richiede. Ritornato nel giro di qualche ora, dopo una veloce visita è stato rispedito a casa perché di domenica mattina in ospedale non era disponibile nemmeno un oculista». R. V. ha quindi deciso di far tappa a Monselice, dove la risposta è stata identica: serve l'oculista che però c'è solo di lunedì. «Mio marito provava però parecchio dolore e non se la sentiva di aspettare», continua la moglie. Si è quindi recato nel pronto soccorso di Rovigo: il copione è stato lo stesso.


Il lungo girovagare del paziente si è concluso al San Bortolo di Vicenza: «Qui un infermiere si è preso la responsabilità di togliergli la scheggia e finalmente la situazione si è risolta», chiude la donna.


Pronta la risposta dell'Usl 17: «Alle 8.30 il paziente, che lamentava la sensazione di un corpo estraneo in un occhio ma senza dolore particolare, è stato sottoposto all'esame obiettivo che ha evidenziato un sospetto corpo estraneo non visibile. Tale disturbo, secondo il protocollo standard, non rientra tra le "urgenze non indifferibili" per le quali è previsto l'intervento dello specialista reperibile di turno. Lo specialista oculista è stato comunque contattato per un consulto telefonico e durante tale consulto, alla presenza del paziente, si è concordato di rimandare al giorno successivo la visita specialistica. Nel frattempo il paziente è stato comunque sottoposto a medicazione con una pomata antibiotica».
(26 agosto 2010)




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Il tonno rosa è salvo : uova deposte in cattività

Libero





E' un futuro per il tonno rosso, che non rischierà così di scomparire dai piatti dei buongustai. I suoi stock sono in via di esaurimento ma ritroveranno una nuova vitalità grazie alla ricerca europea. Incoraggianti sono infatti i risultati ottenuti dai scienziati europei - per l'Italia l'Università di Bari - che per la prima volta sono riusciti a far deporre milioni di uova, in modo naturale e senza alcun apporto ormonale, da una quarantina di esemplari di tonno rosso selezionati e mantenuti in cattività. Un risultato senza precedenti che - ne è convinta Bruxelles - aprirà numerose opportunità socio-economiche in un settore che conosce una grave crisi, al punto che in Italia armatori e pescatori quest'anno hanno preferito tirare le reti a secco per facilitarne la riproduzione, però con gravi conseguenze per il reddito di operatori e lavoratori.

 
La sfida di poter riprodurre in cattività il tonno rosso, come si fa per il salmone (solo la Norvegia ne alleva un milione di tonnellate l'anno), è stata raccolta da un consorzio formato da 13 organismi pubblici di ricerca e da numerose imprese, che da tre anni stanno lavorando al progetto Selfdott, finanziato dall'Ue con 2,98 milioni, e coordinato dall'Istituto spagnolo di oceanografia (in Spagna è il centro di allevamento), che in seguito distribuisce le uova agli istituti collegati.


«Attendiamo tra qualche anno - spiega un esperto Ue - dei risultati concreti sulla possibilità di allevare naturalmente il tonno rosso in quanto già nel 2009 i ricercatori sono riusciti a far sviluppare le uova durante 63 giorni ed ora ne abbiamo a disposizione 200 milioni su cui effettuare le ricerche». La sfida, ha spiegato Maire Geoghegan-quinn, commissaria europea alla ricerca e innovazione, «e far crescere le risorse alimentari, quindi l'occupazione, ma in modo sostenibile».


Gli esperti puntano il dito contro «le fattorie del mare dove i tonni pescati e ingrassati con altro piccolo pesce sono fonti - dicono - di inquinamento marino». Ma dove allevare in futuro gli avannotti di tonno rosso? «Nei parchi eolici offshore in via di costruzione» rispondono gli esperti Ue, convinti che potrebbe essere quella la soluzione per rilanciare l'acquacoltura europea, evitando di pagare un prezzo esorbitante la fettina di tonno rosso.

26/08/2010





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Qualcuno vuole vendere l'archivio di Oriana Fallaci

Libero






Oriana Fallaci è uno dei monumenti del giornalismo e della letteratura italiana e non solo. Ha fatto discutere, ha diviso, si è guadagnata anche le sue belle stroncature. Ma era unica e per questo i suoi dodici libri stampati hanno venduto oltre 20 milioni di copie in tutto il mondo, regalandole una tale popolarità da consigliare la creazione di un museo a lei dedicato nella sua casa di Manhattan.
Ora, però, sembra che qualcuno abbia deciso di arricchirsi un po’ vendendo, pardon, svendendo l’archivio privato della giornalista toscana. Sul sito Dagospia, infatti, campeggia un link in cui qualche ignoto ha messo in vendita il patrimonio di lettere, contributi, ricordi e manoscritti della Fallaci: in totale oltre 14 chilogrammi di carta stampata venduta al modico prezzo di 30 mila euro.


L’annuncio Cliccando sul link, appare un annuncio in inglese che sembra quello che ognuno di noi pubblicherebbe se dovesse vendere un’auto.
"In offerta l’archivio originale della scrittrice e dei manoscritti, le lettere, i documenti e i fogli appartenuti a una delle più celebrate, rispettabili e influenti donne del 20° secolo, Oriana Fallaci, una prolifica scrittrice e un’affermata giornalista internazionale".
A dir la verità, per quanto l’annuncio continui ripercorrendo la storia della giornalista italiana, l’offerta non entra mai nel dettaglio: si parla di duplicati delle lettere scritte di suo pugno; di note personali, dove campeggerebbero anche i consueti improperi che Oriana Fallaci era solita dispensare a destra e a manca.


Burla Proprio in virtù della natura dell’annuncio, i più pensano che la vendita sia solo una truffa, anche perché un patrimonio letterario del genere varrebbe decisamente di più. O almeno ce lo si augura. Un archivio del genere, infatti, dovrebbe stare all’interno di un museo.

26/08/2010





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L'Inps beffa centinaia di Romani

Il Tempo

L'ente invia lettere di rimborso per migliaia di euro. Ma è un errore. Cittadini in fila per ore. Poi l'annuncio degli uffici: c'è scritto 2mila euro, ma ve ne spettano 20.


Inps


Centinaia di romani sono stati beffati dall'Inps. Durante i primi dieci giorni di agosto hanno ricevuto una lettera dell'Istituto che annunciava un saldo a loro favore di qualche migliaia di euro. Ma, quando sono andati agli sportelli per sapere come e quando avrebbero ricevuto i soldi, sono rimasti a mani vuote. Il saldo da pagare al contribuente è di qualche decina di euro. Niente di più. E il sogno di portare a casa un'inaspettata «tredicesima» svanisce. La signora Maria I.C. lunedì scorso si alza di buon mattino per andare agli uffici dell'Inps, in via Lenin. Anche lei ha ricevuto la famigerata lettera: «Gentile signora, la informiamo che abbiamo provveduto a ricalcolare, per l'anno 2010, l'Irpef dovuta sulle prestazioni pensionistiche di cui lei risulta titolare (...). Dalla ricostruzione della pensione è risultato un saldo in suo favore di euro 2.372,47, che sarà erogato con la rata di giugno 2010. Cordiali saluti, il Direttore». Carta canta, pensa Maria. Così, arrivata allo sportello, si mette in fila per chiedere come può avere i soldi. Ha in mano il numero 71.

 
Sono tutti accodati per lo stesso motivo. Ma capisce subito che qualcosa non va. Gli altri pensionati con la lettera in mano si lamentano. In via Lenin non c'è alcun saldo a favore. «A noi non risulta dai computer», spiegano i dipendenti. Qualcuno inizia a diffidare. Spunta un impiegato: «Se volete spiegazioni dovete andare alla direzione centrale dell'Eur». Armata di pazienza Maria si dirige all'Eur. Ma all'entrata trova il blocco degli addetti alla sicurezza: «Di qui non si passa».


«Ma dobbiamo sapere dalla direzione come ricevere il rimborso e se ne abbiamo diritto». Nulla. A Maria non dicono neanche a quale ufficio rivolgersi. Così, la redazione de Il Tempo che ha raccolto le proteste, ha chiesto spiegazioni all'Inps. Prima negli uffici di via Lenin, dove il responsabile ha detto: «In effetti sono state inviate lettere con importi errati. In realtà i contribuenti hanno un saldo che non supera 30 euro». L'ufficio stampa dell'Istituto conferma: «Al posto dell'importo reale è stato scritto l'ammontare della pensione lorda che percepisce la persona che ha ricevuto l'avviso. Il problema sta coinvolgendo qualche centinaia di romani e un paio di migliaia di persone in tutta Italia».

 
E fuori gli uffici Inps della Capitale sono spuntati i cartelli per evitare inutili file: «Si precisa che l'importo indicato sulle lettere inviate nel mese di agosto è comprensivo della rata di pensione di giugno e che l'effettivo credito, dovuto per conguaglio Irpef anno 2010, è costituito da importi di modica entità».


Fabio Perugia

26/08/2010





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Marche: dopo le mozzarelle blu spuntano anche quelle rosa

IL Tempo

Il latticino era stato comperato il 18 agosto da una famiglia umbra presso un discount una parte è stata consumata subito, il resto è stato messo in frigo. Qualche giorno dopo è venuta fuori la colorazione.


Supermercato


Dopo le mozzarelle blu, una rosa o rossastra è stata segnalata nelle Marche, a Senigallia. Ma secondo la zona territoriale (ex Asl) 4 dell'Asur la colorazione potrebbe essere stata provocata da un batterio presente nel frigorifero di chi l'aveva acquistata o da cattiva conservazione.


MOZZARELLA SOTTO ESAME - La mozzarella era stata comperata il 18 agosto da una famiglia umbra presso un discount - riportano oggi i giornali locali -: una parte è stata consumata subito, il resto è stato messo in frigo. Qualche giorno dopo è venuta fuori la colorazione. Il fatto è stato segnalato al supermercato, che ha tolto dal commercio le altre confezioni e la mozzarella rosa è stata consegnata all'istituto Zooprofilattico per gli esami: il risultato si saprà fra qualche giorno. Ma dalla Asur fanno notare che la parte mangiata non ha provocato sintomatologie particolari. Inoltre, tra l'acquisto e il ritiro dal commercio, sono state vendute oltre 500 confezioni dello stesso tipo di latticino, ma non sono stati segnalati altri casi.





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Libia, presto i nuovi passaporti con le foto di Berlusconi e Gheddafi

IL Messaggero

 

ROMA (26 agosto) - Sui nuovi passaporti libici comparirà la foto del premier Silvio Berlusconi e del colonnello Muammar Gheddafi mentre si stringono la mano dopo la firma dello storico Trattato di Amicizia italo-libico del 30 agosto 2008 a Bengasi. A confermarlo l'ambasciatore di Tripoli a Roma Abdulhafed Gaddur. In una delle pagine del nuovo passaporto libico, corredate da immagini diverse, sarà riportata in filigrana quella dei due leader che si stringono le mani, ha spiegato il diplomatico. «Abbiamo chiesto di recente l'autorizzazione al premier e lui ce l'ha data. Nei prossimi mesi, il nuovo passaporto sarà in circolazione», ha assicurato Gaddur.





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Si sdraia davanti a tir per fermarlo dopo lite con camionista, travolto e ucciso

IL Messaggero

BOLZANO (26 agosto) - È stato arrestato con l'accusa di omicidio, Benjamin Bogdan, di 30 anni il camionista romeno che stamani poco prima dell'alba ha investito, uccidendolo, un automobilista abruzzese alla barriera autostradale di Vipiteno.


Il conducente del furgone, Moreno Mariani, 49 anni, di Castellafiume in provincia dell'Aquila, si era sdraiato davanti al tir, mentre questo era fermo al casello autostradale di Vipiteno, per evitare che il mezzo pesante potesse riprendere la marcia. Ma il camionista è partito lo stesso investendolo e uccidendolo sul colpo.


Il fatto è avvenuto dopo un diverbio accesosi tra l'autista dell'autoarticolato, un tir con targa spagnola, appartenente alla ditta di trasporti Sm Transinternational Express, e Mariani che conduceva un furgone Fiat Ducato. Dalla prima ricostruzione della polizia è emerso che Mariani avrebbe avuto intorno alle ore 1.20 un lieve incidente stradale con l'autocarro condotto dal cittadino romeno, nell'area di servizio Trens Est, a circa cinque chilometri dalla barriera autostradale, con danni che non sembrano gravi.


Giunti alla barriera Mariani, approfittando della sosta dell'autocarro per il pagamento del casello autostradale, lo ha raggiunto a piedi chiedendo al conducente di fermarsi per la constatazione del danno. Questo si sarebbe però rifiutato. A questo punto Mariani si è sdraiato per terra, ma il tir è partito lo stesso.


Ne sarebbe nato un diverbio tra i due conducenti e poi il camion si sarebbe avviato verso nord, fermandosi al casello di Vipiteno, inseguito dal furgone. Il guidatore del furgone sarebbe sceso e si sarebbe parato davanti al camion, forse per fermarlo, e a questo punto sarebbe avvenuta la disgrazia. Tra i testimoni che hanno assistito al fatto ci sono la compagna della vittima, che è stato in shock, ed alcuni casellanti dell'Autobrennero.




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Talebani: «Inaccettabili gli stranieri in Pakistan per gli aiuti umanitari»

Corriere della sera

«Quando usiamo certe parole, tirate voi le conclusioni»


MILANO - È «inaccettabile» la presenza degli stranieri che vogliono portare aiuti umanitari alle popolazioni alluvionate in Pakistan. Lo ha detto il portavoce dei talebani, Azam Tariq, contattato telefonicamente dall'agenzia Associated Press. Per chiarire il concetto, Tariq ha aggiunto che, quando «i talebani utilizzano certe parole - inaccettabile - , tirate voi le conclusioni».


Secondo Tariq gli Stati Uniti e le nazioni che hanno aderito alla richiesta di aiuti del Pakistan, dell'Onu e di numerose organizzazioni umanitarie, con la scusa di portare aiuti umanitari in realtà hanno «altre intenzioni». Gli Usa hanno lanciato l'allarme per possibili attacchi da parte del gruppo Tehrik-e-Taliban contro gli operatori umanitari stranieri. Le alluvioni hanno colpito oltre 17 milioni di persone e provocato almeno 1.500 morti.

AIUTI - Gli Usa hanno finora stanziato quasi 800 milioni di dollari e mobilitato uomini e mezzi per il soccorso alle popolazioni pakistane, soprattutto delle zone settentrionali, alcune delle quali sotto l'influenza dei talebani, colpite da spaventose alluvioni monsoniche all'inizio di agosto.


La Croce Rossa Italiana rinnova l'appello per raccogliere fondi in favore delle popolazioni colpite dalle devastanti inondazioni in Pakistan. È possibile donare attraverso le seguenti modalità : donazione online causale Pro emergenza Pakistan www.cri.it; bonifico bancario causale Pro emergenza Pakistan IBAN IT66 - C010 0503 3820 0000 0218020.


L'Ong Agire e altre cinque del suo network impegnate in Pakistan hanno raccolto solo 100 mila euro dopo l'appello lanciato sei giorni fa. Donazioni ad Agire con carta di credito al numero verde 800.132870 Donazioni online dal sito internet www.agire.it. Versamento con bollettino postale sul conto corrente n. 4146579 intestato a AGIRE onlus, via Nizza 154 - 00198 Roma. Causale Emergenza Pakistan Bonifico bancario sul conto BPM - IBAN IT28 I 05584 03208 000000000096.


Anche Medici senza frontiere (Msf) continua ad aumentare le sue attività nelle zone colpite e si prepara ad estenderle ad altre aree dove migliaia di persone sono ancora escluse da ogni tipo di assistenza. Per sostenere gli interventi di Msf in Pakistan: www.medicisenzafrontiere.it. Numero verde: 800.99.66.55


Il direttore esecutivo dell'Unicef, Anthony Lake, ha detto che se il mondo non risponderà immediatamente all'emergenza Pakistan, più di 3,5 milioni di bambini corrono il serio rischio di contrarre malattie mortali come dissenteria e colera perché costretti a bere acqua contaminata.


La Caritas segnala in una nota «una fiammata dei prezzi di tutti i beni di prima necessità. Inoltre, il movimento di migliaia di sfollati sta causando una fortissima pressione logistica e sociale su città e territori che non sono stati direttamente toccati dalle inondazioni».


PIENA - Ora la piena dell'Indo si sta spostando a sud e arriva a minacciare Hyderabad, città di 2,5 milioni di abitanti. Secondo quanto riferiscono gli organi d'informazione locali, nella parte occidentale della città il fiume - che in condizioni normali è largo tra i 200 e i 300 metri - ha raggiunto una larghezza di 3,5 chilometri. Le acque hanno oltrepassato i livelli di guardia di uno sbarramento che si è già rotto in diversi punti nonostante l'intervento dell'esercito per rinforzarli.


Diversi villaggi nei dintorni di Hyderabad sono già stati allagati e la popolazione è stata trasferita in zone più sicure. Il governo ha disposto l'evacuazione di circa 400 mila persone nelle regioni del sud. Le autorità hanno messo in allerta le popolazioni delle città di Sujawal, Mirpur Bathoro e Daro consigliando agli abitanti di mettersi in salvo in luoghi più sicuri. Dalla cittá di Shahdadkot sono già state messe in salvo 100 mila persone.


Redazione online
26 agosto 2010





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Vince il denaro e Scalfari confessa: quant’è bello scrivere per il Cav

di Luigi Mascheroni


Con un editoriale sulla "Repubblica" Eugenio Scalfari sgonfia l'ennesima riedizione del dilemma morale lanciato dal teologo Mancuso



In un’estate funestata da insostenibili drammi politici, per fortuna grazie a un teologo in crisi fiscale, un manipolo di intellettuali editorialmente ambigui e un padre fondatore della Repubblica noto per i suoi editoriali ad personam, la cronaca offre l’occasione di sorridere di fronte all’ennesima farsa etico-libraria andata in scena questa settimana su tutti i quotidiani. S’intitola «La coscienza di Vito», l’ha scritta uno che, proclamandosi eretico, si crede (...)
(...) un santo, racconta il solito dilemma dello scrittore di sinistra afflitto dai tormenti derivatigli dal pubblicare per un editore di destra, e si conclude, grazie all’intervento di un deus ex machina dalla barba bianca, con lo scontato happy end che ricompone ogni equivoco mantenendo per altro intatto il dubbio. E lasciando le cose esattamente com’erano quando la storia iniziò. E pubblicarono tutti felici e contenti.


Da quasi vent’anni, da quando il Cavaliere è entrato in politica, l’intellighenzia italiana ci spacca i caratteri tipografici con la domanda (pelosa e ipocrita) se uno scrittore antiberlusconiano possa o no pubblicare per le case editrici del premier. E, curiosamente, ogni volta che la domanda si ripropone, il catalogo Einaudi-Mondadori si arricchisce di nuovi nomi di romanzieri, professori e parlamentari di sinistra. A dimostrazione che le leggi del mercato valgono più di quelle della politica.


La penultima anima bella colta dal dubbio morale, immediatamente spazzato via dalla certezza economica, un paio di mesi fa, è stato Roberto Saviano, che si è spinto fino all’intimidazione «gomorristica» nei confronti della proprietà: se critichi ancora i miei libri, ma ne vado (e intanto è ancora lì). L’ultima, qualche giorno fa, Vito Mancuso, fulminato sulla via di Segrate dalla cosiddetta legge ad aziendam che consentirebbe alla Mondadori berlusconiana di risolvere con due soldi un vecchio contenzioso col fisco.

La cosa è eticamente riprovevole - si è lamentato Mancuso su Repubblica - e io che ho fatto dell’etica il faro della mia vita, come posso rimanere indifferente? Lo ha chiesto anche a tutti gli altri suoi co-autori del gruppo Einaudi-Mondadori (che dalla A di Augias alla Z di Zagrebelsky conta qualche centinaia di grandi, piccoli, medi e mediocri intellettuali e politici di sinistra) e per tutta risposta si è sentito rivolgere una gigantesca pernacchia, modulata su una ridottissima varietà di toni che vanno dal falsetto («qui mi sento libero e alla proprietà non ci bado»: Nicola Tranfaglia, un saggio Einaudi in libreria) al tonitruante («io a Segrate sto benissimo»: Piergiorgio Odifreddi, una carriera festivaliera all’ombra della Mondadori).


Poi si è esibito il capocomico della compagnia, Corrado Augias: «I miei libri sono discussi e creati in uno stretto rapporto con i dirigenti editoriali, per me la Mondadori è perfetta. Andarsene e ricostruire con un altro editore un rapporto professionale e affettivo come quello che ho adesso non è facile» (bravo: ma se invece che per un colosso che ti dà 20mila euro di anticipo e porta il tuo libro in tutti gli autogrill, lavorassi con gli stessi editor ma per le edizioni Tiremminnanz di Parabiago, diresti la stessa cosa?).


Poi, come se la trama della storia non fosse comica a sufficienza, lo stesso Mancuso, due giorni fa, ha confessato al Giornale che «comunque per il mio prossimo libro ho già firmato il contratto con Mondadori, e quindi per ora rimango» (in termini teologici si dice apostasia: prima faccio una professione di fede nella Sinistra pura e immacolata, poi la tradisco preferendo quel diavolo di un Cavaliere). E infine, ieri, arriva la bolla papale emanata su Repubblica da Eugenio Scalfari, che con un pezzo tanto virtuoso quanto paraculo dal titolo «Gli scrittori, i libri e il conflitto d’interesse» assolve tutti, autoassolvendosi, dichiarando solennemente (citiamo alla lettera): «Alla Einaudi mi trovo benissimo e ci resto».


E per di più senza vergogna di specificare un’ovvietà - editoriale, più che morale - ossia che: «Se il gruppo editoriale che guida Einaudi cambiasse o se i suoi dirigenti si piegassero a richieste politicamente scorrette o per me incompatibili, non esiterei un istante ad andarmene . L’importante è che le idee possano circolare liberamente senza condizionamenti o ricatti». Tagliando, così, il nodo della questione teologica, e dimostrando esplicitamente che Silvio Berlusconi - che di quel gruppo editoriale è a capo - almeno finora si è dimostrato un sincero democratico.


La farsa è finita. Rimangono i pagliacci a raccogliere gli applausi del pubblico ammaestrato. Pietro Citati, Luciano Violante, Federico Rampini, Massimo D’Alema, Rossana Rossanda, Alberto Asor Rosa, Roberto Saviano e compagnia cantante. Tutti a sputare sui giornali e in tv il peggio dell’antiberlusconismo, tutti a indignarsi per la «legge bavaglio» che soffoca la libertà di espressione, tutti a denunciare un regime para-fascista.


Per poi dire che a Segrate però si trovano bene, che nessuno mi ha mai toccato una virgola, che la libertà è assoluta, che il rapporto di fiducia con gli editor e i manager è ormai inscindibile, che Berlusconi è impresentabile e dalle sue aziende emana «un fetore schifoso di denaro», però, sapete, io ormai devo consegnare un volume su Shakespeare per i Meridiani, e insomma, l’ho promesso a Renata Colorni, che sì, lavora in Mondadori, ma non c’entra con Berlusconi, e che sì, prenderò un sacco di soldi che arrivano dal Cavaliere e quindi emaneranno anche quelli un fetore schifoso di denaro, però insomma... è un’altra cosa... e se lo dice Nadia Fusini che scrive su Repubblica e quindi sta sempre dalla parte giusta, c’è da crederle.


Si chiamano cafoni. Quelli che, invitati a una festa, per tutta la sera parlano male sottovoce del padrone di casa, dandogli del ladro. E che poi, quando lo vedono, esclamano: «Ma come si sta bene qui!». E in più mangiano a sbafo. Più che degli intellettuali, siete dei refusi.




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Ora l'ex brigatista che rapì Moro fa la morale postuma a Cossiga

Corriere della sera

La Faranda, condannata a 15 anni per terrorismo, si spaccia sul Fatto per intima del presidente. E lo accusa: io sono pentita, lui è rimsto nell'errore



Abituàti a ex terroristi che collaborano con i giornali, intervengono in tv, discettano sui mali del Paese che insanguinarono, non meraviglia che l’ex Br Adriana Faranda dica la sua in morte di Francesco Cossiga. È puntualmente avvenuto sul Fatto quotidiano di ieri che ha pubblicato una specie di «coccodrillo» dell’ex terrorista con introduzione di Luca Telese, firma del giornale di Padellaro & Travaglio. Faranda è tra i sequestratori di Aldo Moro. Era della colonna romana che uccise i cinque della scorta e rapì il politico dc il 15 marzo 1978. 


Fu lei ad acquistare le finte uniformi da poliziotti che i brigatisti indossarono per dare l’alt alle auto, compiere con tranquillità la carneficina e prendere l’ostaggio. La Faranda fu anche la postina dei messaggi che dettavano allo Stato le condizioni per liberare il prigioniero. Moro fu ucciso il 9 maggio. L’anno dopo, la Br fu arrestata. Si dissociò, denunciò dei complici ed ebbe notevoli sgravi di pena. In udienza, sostenne di essere stata contraria all’assassinio e di avere caldeggiato la liberazione del sequestrato. Quindici anni dopo, nel 1994, fu rilasciata.


Cossiga, all’epoca del rapimento, era il ministro dell’Interno. Fece il possibile per scovare il nascondiglio di Moro ma rifiutò la trattativa con i terroristi. Era la posizione della stragrande maggioranza degli italiani e del Palazzo, Dc e comunisti in testa. I soli disposti scendere a patti furono i socialisti di Bettino Craxi e i radicali di Marco Pannella. Ucciso Moro, il ministro fu preda di sensi di colpa, prese atto del proprio fallimento e si dimise. Questa è la vicenda che intreccia i destini di Faranda e Cossiga. Con due ruoli opposti. Lei in quello di assassina, lui in quello di sfortunato responsabile dell’indagine.


Non hanno alcunché in comune. Fu il caso a farli incrociare. Poi le strade si separarono. Faranda in galera, Cossiga al Quirinale. Scarcerata la terrorista, si sono incontrati di persona due sole volte. Anche qui, occasionalmente. L’ex Br, che era diventata aiuto di un fotoreporter con cui conviveva, partecipò - con notevole faccia tosta - a un servizio fotografico sul politico. Cossiga la riconobbe. «Lei è Adriana Faranda!», disse stupito. «Sapeva tutto di me - raccontò lei in un’intervista del 2001 -. 


Fu cortese e signorile. Mi disse che aveva desiderio di parlare con me di alcune cose. Ma non è più successo». Invece, si videro di nuovo in tv anni dopo. Fu su La7 nella trasmissione Tetris condotta da Telese, il giornalista del Fatto che ieri ha introdotto il simil coccodrillo. Questo spiega come, probabilmente, nasce l’articolo. 


Non spiega invece - pressioni del giornale a parte - cosa abbia spinto l’ex terrorista, 60 anni in questi giorni, a ricordare chi le dette la caccia. Non aveva nulla da rivelare. Né testimonianze particolari su Cossiga, né risvolti ignoti. L’articolo infatti non contiene niente che riguardi lo scomparso. C’è invece molto della trita psicologia autogiustificatoria che tutti gli ex terroristi manifestano ogni volta che aprono bocca o prendono la penna. Il pezzo - va detto - non è irrispettoso né vendicativo. È fasullo.


Sulle orme di Plutarco, Faranda traccia un parallelo tra sé e il defunto. Esagerando il rapporto che esisteva tra loro - inesistente, come abbiamo visto -, Faranda afferma che lui, incuriosito, cercava in lei «l’ex combattente che aveva impugnato le armi per abbattere lo Stato per il quale (Cossiga, ndr) aveva sacrificato tutto» e lei andava «in cerca della persona che si celava dietro il fumo dei lacrimogeni e della intransigente linea di fermezza». 


E con questo, Faranda già mette se stessa su un piano di parità con Cossiga. Non più, come penseremmo tutti, due individui agli antipodi: l’assassina da un lato e chi vuole assicurarla alla giustizia dall’altro. No: due parigrado. Da una parte, lo scherano della ragion di Stato. Dall’altro, la combattente. Anzi, un’idealista «forte soltanto dei miei poliedrici dubbi... portatrice di un manicheismo un po’ demodé agganciato alle tradizionali opposizioni buono-cattivo, giusto e ingiusto». 


E chi si trova di fronte la creatura? «Un uomo d’ordine e delle istituzioni, deciso a difenderle a qualunque prezzo... fervido estimatore delle forze armate, forte delle sue certezze». Insomma, un guerrafondaio, un tizio machiavellico, pronto come Trotzkij - la citazione è della signora - a calpestare tutte le norme morali pur di fare prevalere l’Autorità. 


«Cossiga incarnava il nemico perfetto, la repressione militare, la brutalità del potere». «Nelle fauci della guerra» che i tipi come il defunto aizzava «caddero quei ragazzi che nessuno comprese fino in fondo e che ponevano questioni vitali come libertà, rivoluzione sessuale, ecc. ». Dunque, da un lato bravi figli che volevano il bene dell’umanità, dall’altro la sanguinaria repressione kossighiana che, incapace di dialogo, li costrinse a farsi terroristi. Perciò, non solo pari - lei e i suoi amici assassini - ma migliori degli ottusi persecutori.


Dopo la sparata, l’autrice si calma. E butta lì: «Vorrei che venissero portate alla luce le verità ancora coperte da un segreto di Stato senza alcun senso ormai». Non spiega a quale segreto e a quali verità si riferisca: piazza Fontana, strage di Bologna, delitto Moro? Vai a saperlo. Ma tutto fa brodo per confondere e tirarsi fuori. Poi, plutarcheggiando, torna a mescolare la sua con la vita di Cossiga. «Siamo stati figli dei nostri tempi, io degli anni Sessanta, lui della guerra fredda, ciascuno con i suoi... errori ed orrori». Insomma, pari e patta tra loro due. Lei terrorista e complice di omicidi plurimi, lui ministro dell’Interno che invece di capirla e stenderle la mano, l’ha sbattuta per 15 anni in gattabuia. Opposti estremismi.

L’articolo si conclude con una nota di pietà - «mi ha addolorato la sua morte» -, una concessione - «inchiodare Cossiga a simbolo del male è ripercorrere la stessa logica che ci ha portati nel baratro» - e l’affermazione della propria superiorità morale: «Io sono riuscita a saltare dal treno in corsa, lui era ancora insediato sul suo locomotore». Il che - fuori metafora ferroviaria - equivale a: io mi sono pentita, lui è rimasto nell’errore. E con questo totale ribaltamento della realtà - Br, vittime; Stato, carnefice - Cossiga è servito.

Questo è quello che capita quando si dà un pulpito a chi dovrebbe invece vivere nel fondo di una cripta.





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Maniero: «E' vero ho pagato poco Ma il mio tesoro non esiste»

Corriere della sera

L'ex boss: vivo per i figli, lavoro e sono un asso dello scopone. La politica? Feci tessere per il Psi. Vogliono uccidermi? Non ho paura



Felice Maniero in libertà (Archivio)

Felice Maniero in libertà (Archivio)


Avrà anche cambiato vita diventando innocuo e pantofolaio, come dice. Avrà cioè anche detto addio allo spietato criminale che era, al rapinatore da Far West, al trafficante d’armi, all’assassino di complici traditori, all’irridente fuorilegge che per un ventennio ha dettato nel Nord Est solo la sua legge, quella del superboss calcolatore e imprevedibile. Ma la smania di sfida e l’impulso beffardo l’ha conservato immutato. Un esempio? «Faccio l’imprenditore per dieci ore al giorno, vorrei riuscire... poi ho un hobby, lo scopone scientifico.


A proposito, saluto tutti gli appassionati... ». Incontrare Felice Maniero significa trascorrere mezza giornata fra la realtà e l’iperspazio, fra tutto ciò che pretende il senso comune delle cose e la natura dell’uomo, costantemente irregolare. E’ un boss che al ristorante parla a voce alta delle vecchie rapine senza preoccuparsi dei vicini di tavolo, che divora la pizza ma non beve alcolici, che non bestemmia mai, che non si cura minimamente della sventola bionda seduta di fronte e che quando deve insultare qualcuno arriva a dire «stupidone» o «birichino», come certi veneti di buona famiglia.


Ora è libero e dunque gira, incontra, tratta. Impossibile sapere dove abiti ma è possibile seguirlo, mangiarci insieme una margherita, ascoltare le telefonate con fornitori, clienti, dipendenti, familiari, «preparami il materiale», «ordina», «volevo dirti che stasera vengo a casa tardi». Senza sosta. Si sveglia alle sei del mattino, alle sette è con noi, alle nove iniziano gli appuntamenti. Poi con calma riflette e risponde alle nostre domande «ma si sappia che Felice Maniero vuole essere dimenticato, sono tredici anni che non parlo e forse non lo farò più».


Perché questa intervista, allora? «Perché l’avevo promesso e le promesse, io, le mantengo». C’è l’ultima confessione: «Se ho pagato poco per quello che ho fatto? Certamente sì». C’è lo spregio al pericolo: «Mi vogliono uccidere? Avranno l’acquolina in bocca ma non temo la morte». Dove sono i miliardi? «Nessun tesoro, vivo dignitosamente ma non sono un nababbo». Cosa fa oggi? «Il padre di famiglia che vive per i suoi figli... e l’imprenditore con tutti i problemi che può avere chi fa impresa... sono diventato anche un asso dello scopone scientifico». Schioppettata ai vecchi socialisti: «A quel tempo ci chiesero delle tessere e gliele procurammo...». E se fosse ancora un criminale, cosa assalterebbe di questi tempi? «Una centrale portavalori». 


Chi era Felice Maniero e chi è oggi? «Ieri era uno spietato generoso criminale, uno stupido playboy che non sapeva amare. Oggi è un pantofolone che non vede l'ora di tornare a casa la sera per godersi la famiglia dopo dieci ore di lavoro». 



In galera (Archivio)
In galera (Archivio)
Un tempo c’erano le rapine e le evasioni clamorose. Qual è la nuova sfida dell’ex boss? «Riuscire nella mia attività lavorativa, con successo». 


Quali sono i problemi dell'imprenditore Maniero? «Fino all’altro giorno erano legati soprattutto alla misura di prevenzione. Non mi potevo muovere liberamente, anche se la magistratura in questo senso credo abbia fatto tutto il possibile per agevolarmi. Oggi sono le difficoltà di tutti gli altri: piazzare il prodotto, riuscire a guardare oltre. Faccio tutto con estrema determinazione e lealtà nei confronti dei collaboratori». 


Cosa fa quando non lavora? «Il mio hobby preferito è la famiglia. Fino a qualche tempo fa ne avevo altri due: tennis e scopone scientifico. Il primo credo di averlo perduto perché sono appena stato operato al tendine della spalla e ho una certa età! Per quanto riguarda lo scopone scientifico dire appassionato è pochissimo. A differenza del tennis in questo gioco posso vantarmi di essere fortissimo. A proposito, saluto tutti gli appassionati». 


Come vive il mondo delle leggi un convintissimo fuorilegge quale era lei? «Basta solo leggere i titoli dei quotidiani per capire il malaffare che c’è. Ma non sono di certo io la persona più indicata a farlo e che si può scandalizzare. Spetterebbe alla gente onesta dire "basta non se ne può più". Purtroppo tanti italiani si accontentano, molti sono più tifosi che critici. Parlando di persone oneste, a qualquno sembrerà incredibile ma dal novembre 1994 a oggi non ho preso nemmeno una multa! Niente male per un birichino come me!». 


Birichino? In giro c’è chi strangolarebbe volentieri Felice Maniero: le famiglie delle centinaia di vittime, i vecchi compagni incastrati. «Ma ho già detto che ero uno spietato criminale». 


Qualcuno forse vuole ucciderla. «Lo so, ad alcuni verrebbe l'acquolina in bocca pensare di avere l’opportunità di togliermi dalla circolazione. Diciamo che fortunatamente non ci sono ancora riusciti». 


La passione delle carte (Archivio)
La passione delle carte (Archivio)
Non ha paura? «No! Non vivo con la paura della morte. Da quando avevo vent’anni mi e' sempre stata vicina, la morte. Ma la paura in generale non mi appartiene, probabilmente sarà incoscienza, nonostante l’età». 


Ha più rivisto i vecchi complici? «Ho rivisto qualche collaboratore di giustizia, niente di particolare». 


A cosa tiene di più oggi? «Alla mia attività. Vorrei che avesse successo per lasciarla su un piatto d'argento ai miei figli». 


E ai tempi del crimine? «Volevo diventare un grande boss». 


Teme qualcosa? «Temo tutto ciò che può temere una persona normale, ovviamente con qualche difficoltà in più. I miei figli sono sempre nei miei pensieri. Vorrei che vivessero una vita gratificante, con tanta felicità». 


Cosa insegna ai suoi figli? «Sembrerà strano con il mio passato, ma sono convinto di essere un buon genitore. Mi amano moltissimo pur sapendo chi ero. L'insegnamento? Grande domanda, ogni volta mi chiedo se ho fatto bene, se era giusto sgridarla, se dovevo o meno concederglielo. Ho letto diversi libri in merito e le assicuro che non ho trovato risposte soddisfacenti. E’ difficilissimo». 


Com’è cambiata la criminalità organizzata del Nord Est? «Non c’è più». 


Com’era il rapporto fra Mala del Brenta e politica? «Scarso». 


All’epoca della Mala vi ha mai contattato qualche politico? «Sì, certo». 


Per cosa? «Per procurare delle tessere di partito nella zona della Riviera del Brenta» 


Assalto ad un portavalori (Archivio)
Assalto ad un portavalori (Archivio)
E voi cosa potevate fare? «Ne abbiamo fatte sottoscrivere diverse. Le persone dovevano iscriversi al Psi. Era l’epoca di De Martino, secoli fa. Ma al di fuori di questo non c’era altro. Fu un favore fatto ad amici». 


In cambio di nulla? «Non me lo ricordo». 


Perché nel Veneto non c'è mai stato un rapporto stretto fra Mafia e politica? «Perché la cultura del Nord non è quella del Sud rispetto ai rapporti tra criminalità e politica. Al Sud è quasi impossibile farne a meno o comunque è molto conveniente». 


La mafia del Brenta chiedeva il pizzo? «Non ho mai voluto che si usasse l'estorsione nei confronti della popolazione e non è mai accaduto, a parte dei casi rari. Si trattò di qualche stupidone che non apparteneva alla nostra organizzazione. Lo consideravo un sistema antipatico e un po' vigliacco: chi voleva guadagnare doveva fare ben altro. Per esempio avere il fegato di partecipare a qualche bella rapina». 


Cosa pensa delle nuove mafie? «Sono fuori da 15 anni e mi dà fastidio leggere qualsiasi cronaca nera e giudiziaria. La salto in blocco, come chi è nauseato di qualcosa. Quindi non ci penso nemmeno».


Cosa deve fare lo Stato per contrastare il crimine organizzato? «Sono convinto che ci vorrebbero leggi speciali per Campania, Calabria, Sicilia e forse anche per la Puglia. Non so se la Costituzione lo consente. Poi ci vorrebbe una vecchia proposta fatta da Andreotti: mandarli tutti al confino nelle isole, ovviamente non abitate. Intendo dire tutti i collusi, gli amici, i pregiudicati senza lavoro eccetera. E non andrei molto per il sottile. Ricordo che ai tempi di questa proposta ero detenuto a Fossombrone con la "crema" della criminalita' organizzata nazionale. Tremavamo tutti alla sola idea che diventasse legge una proposta del genere: sarebbe stato come toglierci l'ossigeno. Senza i nostri referenti nelle zone da noi controllate, il rischio era infatti la fine delle nostre organizzazioni». 


Potrà più esserci nel Veneto un’organizzazione mafiosa? «Credo proprio di no ma nulla è sicuro. Il Veneto ha una cultura forte, sana, difficilmente cede ai ricatti o ai compromessi. Ovviamente parlo della stragrande maggioranza della popolazione. Per un mafioso è difficilissimo attecchire, penetrare. Se poi aggiungi l'aumentata professionalità e capacità della magistratura e delle forze dell'ordine, ci potranno essere episodi sporadici ma non avranno lunga vita. Ai veneti direi di stare tranquilli ma di essere comunque vigili». 


Se Maniero potesse tornare a fare il bandito, cosa assalterebbe oggi? «Non credo sia opportuno rispondere a una domanda del genere, ho una certa età ma il cervello funziona ancora e per le grandi rapine ho sempre avuto una passione sfrenata. Ma voglio rispondere ugualmente, poi toccherà a voi prendervi la responsabilità nel caso qualcuno metta in atto quel che dico. Innanzitutto va detto che i grandi colpi possono riuscire anche senza grandiosi studi e preparativi. Accade anche nel mondo del lavoro, idee semplici possono avere un successo straordinario. Se oggi fossi il Felicetto di una volta, senza ombra di dubbio attaccherei una centrale portavalori. Corrompererei una o due persone che ci lavorano dentro e porterei con me quattro uomini scelti. Le assicuro che me ne uscirei con qualche decina di milioni di euro senza fare del male a nessuno e forse anche ridendo per giorni. Non sono entrato nei particolari altrimenti poi la fanno davvero! Basti pensare che con la sola corruzione di una semplice guardia sono riuscito a organizzare l'evasione di Padova e come livello di difficoltà le assicuro non ci sono paragoni». 


In libertà (Archivio)
In libertà (Archivio)
Di cosa si pente davvero Felice Maniero? «Di molti crmini sono pentito ma ce n’è uno in particolare che li supera tutti: la rapina al vagone postale di Vigonza. Sono pentito di averla organizzata perché lì è morta una ragazza che non c’entrava alcunché con la malavita. E’ un ricordo che mi fa ancora male». 


Lei ora è libero dopo aver scontato diaciassette anni per centinaia di rapine, per fiumi di droga, per un imponente traffico di armi, per vari omicidi, per sequestri di persona eccetera. Non le sembra di aver pagato poco per quello che ha fatto? «Certamente sì». 


Dove ha nascosto i miliardi Maniero? «Non mi crederà nessuno ma il mio patrimonio non è affatto quello che tutti pensano. Con la mia collaborazione i miei ex compagni hanno fatto un repulisti inimmaginabile. Saranno saltati di gioia per giorni. Sia chiaro, non sono sul lastrico, vivo dignitosamente». 


Lavora per bisogno? «No, per passione, per vincere una nuova sfida. Ma sia chiaro che non sono il nababbo che tutti credono».


Andrea Pasqualetto
26 agosto 2010



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Simonetta, appalti e 007 L’ultima pista di via Poma

Corriere della sera

«La Cesaroni sapeva delle tangenti sugli aiuti umanitari»


La deposizione di un affarista coinvolto nell’inchiesta «cheque to cheque

Simonetta, appalti e 007
L’ultima pista di via Poma


Affiora tra le carte di una vecchia inchiesta, la «Cheque to Cheque» del 1996, una pista inesplorata che potrebbe imprimere una svolta improvvisa al processo per l’omicidio di Simonetta Cesaroni in cui è imputato l’ex fidanzato Raniero Busco. In queste carte, che finora non sono state prese in considerazione dai magistrati in quanto sepolte insieme a un’inchiesta di 14 anni fa che non ha alcuna attinenza, c’è un’ipotesi sconvolgente. Ovvero che il delitto sia maturato nell’ambiente di lavoro in cui operava Simonetta: una possibilità che i magistrati stanno comunque vagliando e che ha preso corpo dopo il suicidio di Pietrino Vanacore e i rinvii per malattia della deposizione del datore di lavoro, Salvatore Volponi.


A raccontare cose sconvolgenti sulla fine di Simonetta è una strana figura, Luciano Porcari, classe 1940, originario di Orvieto, un uomo di confine tra criminalità e Servizi. Porcari, tra il luglio e il dicembre 1996—nel carcere di Secondigliano (Napoli) prima e poi in quello di Viterbo — rendeva delle dichiarazioni verbalizzate al comandante della stazione dei carabinieri di Vico Equense, il maresciallo capo Vincenzo Vacchiano, che all’epoca indagava nell’ambito dell’operazione «Cheque to Cheque», condotta nel 1996 dai pm della Procura di Torre Annunziata Paolo Fortuna e Giancarlo Novelli. Un’inchiesta che ha portato alla luce molti scottanti capitoli di storia italiana recente: dal traffico d’armi alle tangenti sulla cooperazione in Africa. Luciano Porcari articola il suo lungo racconto in quattro deposizioni: 29 luglio, 28 ottobre, 8 novembre, 4 dicembre 1996.


Simonetta Cesaroni
Simonetta Cesaroni
In esse Porcari racconta di aver lavorato all’estero, in particolare nell’Africa francofona; un ambito nel quale entra in contatto con il «giro» degli appalti legati alla cooperazione italiana e delle tangenti che si muovono tra i vertici dei Paesi riceventi e dei Paesi donatori. Ambiti nei quali si trovano spregiudicati affaristi, esponenti dei servizi segreti e delle forze militari, politici con propensioni «mediterranee ».


Porcari, nelle sue deposizioni, racconta di essere venuto a contatto, in questo contesto, con ambienti dei Servizi. Il comandante dei carabinieri di Vico Equense, Vicenzo Vacchiano, scrive (Informativa di reato, operazione «Cheque to cheque », pp. 226-235): «Operando in attività illecite in Sud Africa, il Porcari conobbe quello che si presentava come il responsabile di una compagnia di import-export interessata ai traffici gestiti dal Porcari; tale personaggio asserì di chiamarsi Fabio Marcelli. In seguito poté identificarlo nel colonnello (dei Servizi segreti) Mario Ferraro ».


Si tratta del colonnello del Sismi trovato morto il 16 luglio 1995 nel bagno della sua abitazione al quartiere Torino, a Roma. Ferraro venne trovato impiccato ad un portasciugamani del bagno. Si è parlato di un omicidio mascherato, dovuto alle indagini che il colonnello Ferraro stava compiendo sulle vicende della malacooperazione. I dettagli che Porcari riporta indicano, secondo il maresciallo dei carabinieri, che il detenuto è attendibile. «Porcari asserisce che il nome operativo del colonnello Ferraro era appunto Fabio Marcelli. Questo particolare, coperto dal segreto, non è mai stato rivelato dalla stampa né mai è stato riportato in altre dichiarazioni giudiziarie. Questa circostanza costituisce indubbiamente un oggettivo riscontro».


Ma di riscontri ce ne sono altri. Porcari parla di una società (in cui egli stesso dice di aver operato) attiva agli ambienti della cooperazione con l’Africa del Nord, ma operante come «facciata» anche per conto dei Servizi segreti italiani. «Quando svolgevo l’attività di broker, ho lavorato anche per conto della società Dolmen, con sede in Roma al largo Argentina. I responsabili li conobbi in Liberia nel dicembre 1990».


Abbiamo compiuto delle verifiche nei registri storici della Camera di Commercio di Roma e scoperto che in effetti a pochi metri da largo Argentina, in largo Arenula 11 (uno spiazzo collegato a Largo Argentina) aveva sede La Dolmen International srl, una società dalla ragione sociale oscura, dedita a scambi con l’Africa, i paesi dell’Est e il Sudamerica. Nella contigua via Arenula ha sede pure il ministero dell’Interno, da cui dipendeva il Sisde. Porcari nelle deposizioni parla di maxi-tangenti sugli aiuti umanitari, di corruzioni, di strani traffici. E poi rivela un inquietante collegamento, quello con Simonetta Cesaroni.


Secondo Porcari, la Dolmen aveva una «società gemella, in via Poma », nella quale afferma di aver lavorato. Nella deposizione rese ai carabinieri il 28 ottobre '96, Porcari racconta: «Fatti questi due viaggi dai quali guadagnai circa 80 milioni, dissi che non avrei voluto più farne perché era mio desiderio stare vicino ai miei figli. Con quei soldi misi su un’azienda di oggettistica con 13 dipendenti. Il lavoro andava bene nei primi tempi, poi sorsero delle difficoltà, tanto che dopo circa due anni chiusi l’attività e ricominciai a viaggiare per conto di una società di Roma sita in via Poma».


Porcari rivela che nella società di via Poma lavorava un’impiegata, Simonetta Cesaroni. Nel verbale del 4 dicembre 1996 racconta: «La povera Simonetta Cesaroni era la ragazza incaricata di stipulare i contratti per conto di queste società (legate ai contratti della cooperazione allo sviluppo, ndr) al di fuori del suo lavoro normale e quindi inevitabilmente era a conoscenza di queste operazioni illecite che, come io le ho detto, ho concluso per conto di queste società. Debbo precisarle che ho conosciuto gli uffici di via Poma nel 1991, al ritorno dalla Liberia. Come vede, tutte le persone che hanno avuto conoscenza delle attività di queste società sono state uccise». Una pista inquietante, che compete alla Procura vagliare.


Ferruccio Pinotti
(autore di «Poteri forti» e «La società del sapere»)
26 agosto 2010



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Giovane e bella non significa cinica e arrampicatrice

IL Tempo

Pro: Non c'è evasione fiscale o indagine giudiziaria che tenga: quando in un pasticciaccio c'è di mezzo una donna tutto passa in secondo piano e inevitabilmente i riflettori si accendono su di lei.


Elisabetta Tulliani


Allora ricapitoliamo: c'è un politico in vista che prima è alleato del premier e poi decide di fargli la guerra ma a un certo punto spunta una transazione immobiliare dai contorni poco chiari, un meccanismo di società offshore, tanti soldi che passano di mano e la matassa si complica al punto che il governo traballa. Tutto qui? Ebbene no perchè a rendere più succosa la vicenda non è il fatto che il protagonista sia il presidente della Camera ma che al centro ci sia una donna. Se poi questa è la compagna del presidente e per di più è giovane e bella ecco che le ricostruzioni si scatenano. Non c'è evasione fiscale o indagine giudiziaria che tenga: quando in un pasticciaccio c'è di mezzo una donna tutto passa in secondo piano e inevitabilmente i riflettori si accendono su di lei. E questa può essere anche la ragazza più insignificante di questa terra che subito le viene cucito addosso l'abito della maliarda seduttrice.

 
Ecco quindi che Elisabetta Tulliani è diventata una sorta di mantide che prima ha sedotto il «povero» Gaucci, lo ha spremuto come un limone e quando ha visto che non c'era più niente da tirar fuori lo ha scaricato. Per chi? Non per un coetaneo sfigatello ma nientemeno che per il presidente della Camera. Così la parabola della Cenerentola si arricchisce tra i maschietti di particolari piccanti sul sex appeal della protagonista e tra le femminucce di insinuazioni invidiose e livorose. Tutti impegnati a scandagliare, smontare e rimontare la figura della Tulliani, il resto della vicenda è quasi passato in secondo piano. Ma non è tutto. In questo tiro al bersaglio contro la giovane compagna del presidente, possibile che a nessuno sia balenato il dubbio che possa essere rimasta incagliata in un meccanismo più grande di lei? Che insomma proprio in virtù della sua giovane età possa essere stata uno strumento e non una regista scaltra?

 
La Tulliani è giovane, bella e ha avuto al suo fianco prima un ricco imprenditore e ora il presidente della Camera: è possibile che tutto questo ne faccia una cinica arrampicatrice sociale? Perchè se attorno a una donna ruotano soldi e potere, questa deve per forza essere una approfittatrice? Ciò che stupisce è che nessuno, soprattutto tra le donne (Pdl, Pd, Idv, Udc, che importa) abbia alzato un dito per dire: basta gioco al massacro, basta inseguimenti sulla spiagga alla ricerca di un'immagine poco garbata a conferma del teorema della maliarda. E non per una solidarietà femminile, spauracchio delle quote rosa, ma per un ben più consapevole rispetto della persona. E stupisce pure il silenzio di Fini che finora Elisabetta ha gratificato con un atteggiamento discreto. Questa non è una difesa della Tulliani ma un tentativo di riportare equilibrio nella valutazione dei fatti, di una vicenda, comunque scandalosa.


Laura Della Pasqua

26/08/2010






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Ma quale vittima, è ambiziosa e sa bene come difendersi

IL Tempo

Contro: Nessuna invidia né giudizi moralistici: Ely è bella, giovane, può condurre una vita agiata, non ha difetti tanto meno quello di essere la compagna di Fini.


La compagna di Gianfranco Fini Elisabetta Tulliani e il fratello  Giancarlo 


Vittima o mantide? Semplicemente E.T. Una donna che sa il fatto suo, Elisabetta Tulliani, una di quelle che scelgono gli uomini che le sceglieranno e le sposeranno, non certo una «rotellina» dell'ingranaggio maschile e familiare che la circonda e, quindi, all'oscuro di movimenti economici e finanziari più o meno trasparenti, giunti agli onori della cronaca. Tanto meno una donna bisognosa di difese corporative da parte delle donne come Flavia Perina sollecita a destra e Marco Travaglio a sinistra perché «vittima di un massacro».


A leggere fatti e fattacci di questa rovente estate 2010 (c'è chi dice «priva scrupoli e riservatezza», ma dov'erano nella stagione del ciarpame senza pudore, nella primavera di Noemi o nell'autunno di Patrizia, quando abbiamo visto anche il water del bagno del premier?), ci sembra come tante altre femmine emancipate, ambiziose, smaniose di protagonismo, con le stesse caratteristiche tipiche dei maschi. Insomma, ci sembra che la signora, alle prime apparizioni un po' ex velina fuori tempo massimo, boccoluta, attillata, scollata, sia perfettamente in grado di intendere e volere proprio quello che decide lei.


A cominciare dalla storia d'amore con l'allora presidente del Perugia Luciano Gaucci sul quale essa stessa sentenziò: «Questo rapporto mi ha arricchito anche professionalmente». Sì, perché oltre all'amore qualche ricchezza c'era e c'è ed Ely l'aveva sicuramente intravista mentre s'aggirava nelle stanze del castello umbro, visitato spesso anche da mamma e papà, per nulla contrariati dalla relazione della figlia con un uomo più «maturo» di lei. Ma forse è proprio la maturità a colpire la Tulliani che quando incontrò Fini confidò: «È stata una cosa naturale.


È un uomo molto affascinante, intelligente. Sicuro di sé, ma con una dolcezza incredibile». Però è anche la terza carica dello Stato, senza castello ma sicuramente non privo di chanches e la giovin signora lo sa al punto da chiedergli d'intervenire su Dagospia, vantando il «diritto all'oblio» per togliere quel video imbarazzante con l'ex patron perugino. Più di qualcuna vorrebbe essere «obliata» per il suo passato anche senza aver affidato ai giornali le confidenze sul primo amore o sulla separazione dal coniuge, dopo aver quasi fatto pubblicare le ecografie del futuro pargolo o aver promesso servizi fotografici esclusivi su matrimoni e battesimi.


Nessuna invidia né giudizi moralistici: Ely è bella, giovane, può condurre una vita agiata, non ha difetti tanto meno quello di essere la compagna di Fini. È sicuramente molto intelligente, non condiziona il suo uomo, ma gli evita grattacapi familiari (compreso quello di descrivergli la casa in cui vive il fratello a Montecarlo), parla poco in questi giorni caldissimi e si gode la vacanza al mare. Paparazzata di sicuro, linciata proprio no. Evitiamo di considerarla una vittima, le faremmo un torto perché lei sa il fatto suo. Sa bene di non essere meno della metà di niente. Lei è E.T.



Sarina Biraghi

26/08/2010





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Le foto di famiglia volute dalla Tulliani"

Il Tempo

Brindani: il direttore di Oggi: pubblico notizie. Ci proposero loro il servizio ma a Ely non piacque. Era la fine di maggio la famiglia Fini-Tulliani aveva programmato il battesimo della figlia.


La copertina di Oggi che ritrae Gianfranco Fini con Elisabetta  Tulliani, le due figlie e la sua famiglia

Umberto Brindani di lavoro fa il direttore di un settimanale per le famiglie. Martedì ha però scoperto, leggendo l’agenzia Ansa, di essere diventato un paparazzo, uno sciacallo o uno di quei giornalisti che – secondo il Travaglio-pensiero – massacrano i personaggi pubblici, li sbattono in prima pagina con tutti i parenti, bambini compresi. L'agenzia riportava infatti la richiesta di sequestro presentata dai legali dei Tulliani delle foto del battesimo della piccola Martina, primogenita di Elisabetta e di Gianfranco Fini. Foto apparse su Oggi, il settimanale appunto diretto da Brindani, e riprese anche da altri quotidiani. Ebbene, secondo l'avvocato Michele Giordano, «tale pubblicazione e la loro riproposizione costituiscono illecito».
 

Direttore si è già fatto vivo qualcuno per prendere le foto incriminate? «Nessuno. Anche perché né a me né alla Rizzoli è ancora arrivata una lettera degli avvocati con la richiesta del sequestro. La notizia l'abbiamo letta sulle agenzie di stampa. E poi le foto sono digitali, la proprietà è del fotografo e non del fotografato».
 

Ci racconta come è nato il servizio del battesimo della piccola Martina? «I fatti risalgono alla fine di maggio di quest'anno, mi sembra fosse il 24 o il 25. La famiglia Tulliani-Fini aveva programmato il battesimo e qualche settimana prima ci venne proposto di fare in esclusiva un reportage con la possibilità di pubblicare alcuni scatti della cerimonia ed eventualmente un servizio scritto a corredo».
 

La contattò Elisabetta Tulliani? «No, non ho mai parlato né con lei né tantomeno non Fini. Venne tutto fatto attraverso l'avvocato, lo stesso Giordano che martedì ha chiesto il sequestro. Il legale pose anche alcune condizioni: il fotografo non avrebbe dovuto disturbare la cerimonia con flash o luci particolari, le foto insomma dovevano essere finto-rubate, e gli scatti avrebbero dovuto essere visti e approvati dalla signora Tulliani. Condizioni più che normali e poi il servizio era un'opportunità, quindi accettai. Gli mandai pure un fotografo molto bravo che aveva già fatto delle copertine per altri settimanali patinati e che si presentò da solo per non disturbare. Inviai anche una giornalista per seguire la cerimonia e scrivere poi il pezzo da pubblicare sotto il reportage».
 

Quanti erano gli invitati? «Circa una trentina e di volti noti mi ricordo solo quelli di Bocchino e Ronchi. Le foto vennero fatte comunque da lontano, solo al rinfresco che si tenne al Casino Aurora Pallavicini ci chiesero di fare dei posati».
 

Ma il reportage a Elisabetta non piacque. Ricevette una sua telefonata? «No. Anche in quel caso a contattarmi fu l'avvocato. Mi disse che la signora Tulliani era rimasta profondamente insoddisfatta del servizio e che negava l'autorizzazione a pubblicare il materiale. Questo servizio non era certo uno scoop quindi ho pagato il lavoro al fotografo ma non ho fatto uscire niente. Ora che ci penso mentre aspettavo che le foto fossero approvate successe anche una cosa strana: mi telefonò un sedicente collaboratore di Giordano, molto arrogante, criticando pesantemente il lavoro che avevamo fatto. Parlandone in seguito lo stesso Giordano mi disse di non saperne nulla. Ecco, ho sempre avuto il forte sospetto che quello sconosciuto al telefono fosse Giancarlo Tulliani».

Ma perché le foto non erano piaciute? «Non mi venne spiegato. Eppure, ricordo, c'erano almeno una dozzina di scatti ampiamente pubblicabili. Tanto che, su consiglio dell'avvocato, regalammo alla signora Tulliani un album di battesimo per ricordo, con una scelta delle immagini migliori. Le definì impresentabili».


Questo succedeva a maggio. Poi a fine luglio è scoppiato il caso dell'appartamento di Montecarlo. «Sono andato a riprendere il materiale e ho inizialmente pubblicato un servizio interno con lo scatto che immortala Gianfranco Fini in piedi con la mano appoggiata sulla spalla del cognato Giancarlo Tulliani, seduto. Uno scatto preparatorio fra un posato e l'altro. Poi, una settimana dopo, Oggi è uscito con in copertina la famosa foto di famiglia».


E sono cominciati i guai. «Con la vicenda di Montecarlo la foto è diventata una notizia. E l'ho pubblicata. Insisto: il diritto di cronaca a mio avviso prevale sul diritto alla privacy. Sempre che di privacy si possa parlare per una storia che non è mai stata così pubblica. Non si trattava di foto offensive e non ho niente contro Fini, anzi. Ma faccio il giornalista».


Lo dica a Travaglio. «Va fatta una distinzione fra l'accanimento dei paparazzi di cui ha scritto Travaglio e la foto di Oggi. Non esiste alcun accanimento. Su quella foto si sono fra l'altro esibiti molti quotidiani e siti on-line, arrovellandosi sull' espressione di Fini, sulla disposizione dei parenti o sui dettagli della location. Questo succede perché nessuno dei protagonisti di questa vicenda parla. Chi fa questo mestiere è quindi costretto ad arrangiarsi, anche scandagliando una fotografia».


A proposito di dettagli, ma la ragazza bionda che compare nella foto di famiglia accanto al padre di Elisabetta è la stessa dell'autolavaggio accanto alla Ferrari? «La ragazza del battesimo era la fidanzata di Giancarlo Tulliani. Questo è certo. Se sia la stessa dell'autolavaggio non so, certo le somiglia molto».



Camilla Conti
26/08/2010




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Un lago sotto il Monte Bianco minaccia un'intera valle

La Stampa


Nascosto sotto il ghiacciaio, ora rischia di tracimare. Gli esperti al lavoro con un'operazione da due milioni di euro

ALICE CASTAGNERI


Frane, slavine e crolli. Chi abita ad alta quota conosce bene i pericoli della montagna. Ma questa volta la minaccia ha un volto nuovo. I tremila abitanti della valle di St. Gervais devono fare i conti con un pericolo "nascosto". Celato sotto il ghiacciaio della Tete-Rousse sul Monte Bianco c'è, infatti, un lago che potrebbe tracimare e investire con un’onda devastante di 65000 metri cubi d’acqua tutta l'area. In quindici minuti la vallata, dove si trova anche la famosa località di Chamonix, scomparirebbe. Nel 1892 un evento simile causò la morte di 172 persone. Ma per evitare che la tragedia si ripeta un gruppo di esperti si è già messo al lavoro per risolvere il problema.

Il rimedio? Drenare il lago. L'operazione, però, non è delle più semplici e neanche delle più economiche. I tecnici sono al lavoro da mercoledì per fare un buco nel ghiaccio e far uscire tutta l'acqua. Il costo totale? Circa due milioni di euro. Il lago è stato scoperto casualmente il mese scorso. Durante i normali controlli, infatti, è emerso che in realtà sotto la superficie ghiacciata c'era un potenziale "assassino". Come hanno riferito alcuni ricercatori al Daily Telegraph si potrebbe generale una sorta di "tsunami" da 6 a 8 volte più grande dell'originale volume d'acqua. 


Nel caso la "cura" non funzioni le autorità hanno già pronto un piano d'emergenza. Se accadesse il peggio l'allarme, installato a luglio, segnerebbe l'inizio dell'evacuazione. Una volta sentito il suono delle sirene, agli abitanti non resterebbero che pochi minuti per abbandonare le case. Jean-Marc Peillex, sindaco di Saint-Gervais-les-Bains, è fiducioso sulla riuscita dell'"intervento": «L'obiettivo è quello di ridurre la pressione e così drenare l'acqua più velocemente».


Ma Nicolas Karr del France's National Forests Office non ha nascosto le difficoltà dell'operazione. «Siamo a 3.200 metri di altezza. Non ci sono strade da poter percorrere, l'unica via d'accesso al ghiacciaio sono gli elicotteri. In più nella zona c'è un alto rischio di valanghe», ha detto l'esperto alla Bbc. Ora come ora, però, il tempo è il vero nemico. «Non abbiamo molto margine di azione, dopo metà Ottobre bisognerà valutare le condizioni del tempo per capire se continuare o meno», ha aggiunto Karr. Il conto alla rovescia, dunque, è già iniziato.





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Appello per Elisabetta

Il Tempo

Appello per Elisabetta


La Perina si rivolge alle donne del Pdl: "Difendete la Tulliani dalla lapidazione". Santanchè: "Fini deve chiarire".


La direttrice del Secolo d’Italia e deputata di Futuro e Libertà, Flavia Perina, ha provato a lanciare un appello in favore di Elisabetta Tulliani ma le donne del Pdl lo rimandano al mittente. E chi lo fa tira in ballo ancora una volta Gianfranco Fini e le spiegazioni mai date sulla vendita della casa a Montecarlo ereditata da An e abitata dal cognato Giancarlo. Flavia Perina, in un'intervista a Repubblica, chiede alle donne della destra di reagire all'accanimento mediatico contro la Tulliani. Non usa mezzi termini: «Basta attacchi a Elisabetta Tulliani - dice - è una lapidazione della donna del "nemico", cioè di Gianfranco Fini». A suo giudizio, la campagna di stampa contro Elisabetta «è come vedere sfilare, metaforicamente rapata a zero e con al collo il cartello del disonore, sulle prime pagine di Libero e del Giornale, la donna del nemico». Perina ammette che sulla questione della casa dell'eredità Colleoni «alcune spiegazioni vanno date», ma, avverte: «I soggetti sono Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta, e An».

 
«Noi - insiste l'esponente di Fli - abbiamo combattuto per anni per uscire dallo stereotipo della destra machista, delle donne di destra asservite alla volontà degli uomini. Non possiamo ritrovarci per gli interessi di Berlusconi e del suo entourage con attacchi che non hanno risparmiato Chiara Moroni, Barbara Contini o Giulia Bongiorno», attacchi tutti caratterizzati, secondo Perina, da toni offensivi nei confronti delle persone. «Care Mara, Giorgia, Barbara e colleghe del Pdl, non vi vengono i brividi? Alle donne della destra chiedo: ma vi sembra normale il trattamento ancillare riservato alle fedelissime con cene al castello e regali e la brutalità toccata alle dissidenti?». Il ministro della Goventù, Giorgia Meloni, preferisce non rispondere mentre la deputata Barbara Saltamartini sceglie una sfumatura diversa: «Non commento le dichiarazioni della Perina ma trovo strumentale l'utilizzo della questione femminile in una vicenda che con le donne non ha niente a che fare».

 
La sottosegretaria Daniela Santanchè ha le idee chiare: «È il silenzio di Fini che espone la sua compagna a questa macelleria mediatica», dice. Poi spiega: «È stato proprio lui, nella sua famosa spiegazione a punti, a precisare che Elisabetta gli disse che nella casa di Montecarlo ci abitava il fratello Giancarlo. Cosa per cui lui, sempre secondo le sue parole, avrebbe provato disappunto. Ecco, è stato Fini - incalza la Santanchè - a tirare in ballo la moglie. In ogni caso basterebbe che lui chiarisse. Insomma a me interessa soltanto di Fini e del suo operato e vorrei che dicesse una volta per tutte la verità. Vorrei sapere, ad esempio, chi c'è dietro le due società off shore che hanno comprato l'appartamento di An. Se lui desse un chiarimento completo questo clima avrebbe fine».


Non le manda a dire nemmeno Alessandra Mussolini: «Le donne del Pdl sono continuamente lapidate, l'ultima che l'ha fatto è stata la Contini pochi giorni fa. Non credo che dipenda da Fini, succede a tutte le donne nel nostro Paese. Siamo sempre trattate con poca serietà, in modo molto differente dagli uomini. Quando ci sono le donne di mezzo tutto diventa una presa in giro. Si guarda solo il lato B, quando invece abbiamo un lato A meraviglioso». Secondo Isabella Rauti, consigliera regionale del Lazio e moglie del sindaco Alemanno, si tratta di «una questione personale e non politica. Non intervengo perché rispetto la sfera privata delle persone».



Alberto Di Majo

26/08/2010





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Reggio Calabria, bomba delle cosche contro il procuratore Di Landro

IL Messaggero


Ordigno esplode davanti all'abitazione del magistrato
«Vogliono farmela pagare». A giugno la prima intimidazione


 

ROMA (26 agosto) - Un ordigno è stato fatto esplodere davanti al portone dell'abitazione del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. L'esplosione ha mandato in frantumi i vetri delle finestre della casa del magistrato, che abita in un condominio, e di altre abitazioni vicine. Al momento della deflagrazione, Di Landro si trovava in casa insieme alla moglie. Nessuno è rimasto ferito. L'edificio in cui abita Di Landro si affaccia su una via pubblica nella zona Parco Casoria: per arrivare al portone non bisogna superare alcun cancello. L'esplosione ha provocato danni gravi al portone dell'edificio, ma il palazzo non ha subìto danni strutturali. 



Ordigno a base di tritolo. Nell'edificio davanti al quale è stato fatto esplodere l'ordigno abitano, oltre a quella del magistrato, altre quattro famiglie, ma non c'è alcun dubbio, secondo gli investigatori, che l'intimidazione fosse diretta contro il procuratore generale. L'ordigno, collegato ad una miccia a lenta combustione, sarebbe stato confezionato con tritolo.



Vertice in Prefettura. Il prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, ha convocato d'urgenza il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica per fare il punto sulle indagini relative all'attentato ed esaminare le misure di sicurezza cui è sottoposto attualmente il procuratore generale. 



L'intimidazione di giugno.
L'attentato contro la casa di Di Landro non rappresenta la prima intimidazione effettuata contro il magistrato. Nello scorso mese di giugno persone non identificate sabotarono l'automobile di servizio di Di Landro, allentando i bulloni di una ruota. La vettura si trovava nel parcheggio del Centro direzionale, dove vengono lasciate le vetture di servizio dei magistrati della Dda e della Procura generale di Reggio Calabria. Un atto che, secondo gli investigatori, avrebbe potuto comportare gravi conseguenze per il magistrato, oggetto anche successivamente di minacce. 



Di Landro: vogliono farmela pagare. «Contro di me, a partire dall'attentato a gennaio contro la Procura generale, c'è stata una tensione malevola e delittuosa crescente, da parte della criminalità organizzata, che si è personalizzata - ha detto Di Landro - Vogliono farmela pagare, evidentemente per il fatto che ho sempre e in ogni circostanza fatto il mio dovere di magistrato».



«E' il culmine di una strategia». «Dall'attentato del tre gennaio - ha aggiunto Di Landro - l'attenzione negativa nei miei confronti è aumentata sempre più fino all'attentato della scorsa notte, che rappresenta il culmine di questa strategia. Evidentemente a qualcuno non sta bene che io abbia sempre agito senza infingimenti e sulla base di quella che ritenevo essere la verità, rispettandola fino in fondo. Sono sempre stato in buona fede e ho sempre agito col massimo scrupolo, pur comprendendo che posso sbagliare anch'io, come tutti, ma sempre in buona fede. Una linea di condotta che ha sempre caratterizzato la mia gestione della Procura generale di Reggio Calabria, di cui ho assunto la guida nel novembre del 2009. Sono grato a quanti, soprattutto colleghi, mi stanno chiamando per esprimermi la loro solidarietà. Il mio cellulare e il mio telefono di casa, da quando si è diffusa la notizia, non smettono un attimo di squillare».





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Quell'aquila sulla terrazza di Fini

di Redazione

Questa foto è apparsa qualche giorno fa sul quotidiano Libero e ritrae uno dei terrazzini della casa di Fini e della Tulliani a Roma: una scultura di legno raffigura un’aquila che sembra poggiare su un fascio littorio





Case e misteri. Per Gianfranco Fini ormai è una «maledizione». Questa foto è apparsa qualche giorno fa sul quotidiano «Libero» e ritrae uno dei terrazzini della casa di Gianfranco Fini ed Elisabetta Tulliani a Roma. Il vicedirettore Franco Bechis s’è accorto di un particolare per nulla irrilevante e l’ha ripubblicata sul suo blog, ripreso da «Dagospia».

La freccia rossa indica una scultura di legno raffigurante un’aquila. Presa con il tele-obiettivo, sembra proprio poggiare su un fascio littorio. Scontata la conclusione di Bechis: «Come se i simboli rinnegati in pubblico dall’ex leader di An siano gelosamente custoditi in privato». Pochi dubbi invece «sul busto bronzeo appoggiato alla balconata: non è quello di Benito Mussolini (anche se l’uomo bronzeo di cui si vede la nuca sembra privo di capigliatura)...». Insomma, quanti scheletri sul... balcone di Fini.




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