sabato 28 agosto 2010

Pastore sardo non vende la sua terra a imprenditori Bloccato mega resort

Quotidianonet

Ovidio Marras, pastore di 81 anni non vuol vendere il suo “furriadroxiu”, la sua azienda agricola, vicina alla spiaggia di Tuerredda, a Chia, nel cagliaritano, bloccando il progetto di un complesso turistico a 5 stelle



Cagliari, 28 agosto 2010 - Ha detto no ad un gruppo di facoltosi imprenditori edili che volevano comprare casa e terreno dove sorge il suo “furriadroxiu”, la sua azienda agricola, a qualche centinaio di metri dalla bellissima spiaggia di Tuerredda, a Chia, nel cagliaritano, la dove avevano pogettato di far sorgere un complesso turistico a cinque stelle ed ecocompatibile.


Ovidio Marras, pastore di 81 anni è diventato il beniamino degli ambientalisti. Fisico asciutto di chi da una vita lavora sui campi, Ovidio, il cui “furriadroxiu” è accerchiato dalle imprese, alleva vacche e pecore e cura un orto e non ne vuol sapere di andar via da un ambiente bellissimo che fa gola ai “signori del mattone”. Tiene a precisarlo, Ovidio Marras: i “padovani” (come li chiama lui) non diventeranno mai padroni della sua terra.


Del resto il progetto di costruire un complesso turistico a cinque stelle nella collinetta che sovrasta la spiaggia di Tuerredda, a due passi da Teulada e Capo Malfatano suscita non poche polemiche. Si tratta di un albergo dotato di terme, ristoranti, centro sportivo e piscine e di tante villette al massimo su due livelli, con grandi giardini che, assicura il gruppo d’imprese che le sta costruendo, in armonia con l’ambiente. Saranno in totale 150mila i metri cubi di cemento che interesseranno una delle zone più belle della Sardegna.


A costruire su 700 ettari il ‘Capo Malfatano Resort’ sarà la società Sitas, una cordata di imprese di cui fa parte la Sansedoni spa (40 per cento, controllata dal Monte dei paschi di Siena), la Benetton (25 per cento, attraverso la Ricerca finanziaria spa), il gruppo Toffano (24 per cento) e il gruppo Toti (11 per cento). La gestione dell’albergo sarà invece affidata alla Mita spa, la società dal gruppo Marcegaglia, che in Sardegna già amministra il Forte Village, a Santa Margherita di Pula, e l’ex arsenale della Maddalena.


“Ci sono parecchie ragioni - spiega Stefano Deliperi, del Gruppo d’Intervento Giuridico - per le quali ci opponiamo alla costruzione di questo resort. Tanto per incominciare quello di Teulada è uno dei pochi tratti di costa così estesi in tutto il Mediterraneo dove nessuno ha mai costruito. In secondo luogo, le tanto sbandierate concessioni fatte dalla Sitas al Comune sono in parte obbligatorie per legge e comunque le aree cedute sono inedificabili o perché a meno di 300 metri dal mare o perché in zona archeologica”.



La soluzione, per gli ambientalisti, passerebbe dal recupero degli antichi “furriadroxius”, come quelli dove vive e opera Ovidio Marras, per farne una rete di tanti piccoli resort. “Un’idea - ha concluso Deliperi - che avrebbe davvero attirato molti villeggianti d’élite con ricadute economiche nel paese. Mentre un resort autosufficiente alla gente di Teulada può dare soltanto posti da giardiniere e da cameriere”.




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La ragazza sexy cavalca il toro meccanico... e il video diventa quasi hot

IL Mattino

CITTA' DEL MESSICO (28 agosto) - Un filmato che riprende una bellissima ragazza messicana che tenta di cavalcare il solito toro meccanico diventa uno dei più cliccati del momento. Chi comandava il toro, infatti, vista la mise molto hard della ragazza si è divertito un po' troppo...








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Marijuana made in Napoli, piantagioni nei boschi di Gragnano: maxisequestro

Il Mattino


   

GRAGNANO (28 agosto) - Piantagioni nei terreni demaniali. Così dilaga la coltivazione di droga leggera made in Napoli, probabilmente sotto la gestione diretta dei clan della zona. A Gragnano e Lettere i carabinieri delle stazioni di Gragnano e Lettere con il supporto di colleghi del 7° Elinucleo di Pontecagnano hanno localizzato 12 piantagioni di cannabis indica su un terreno demaniale nelle località montane “Vallone – Fondica”, “Selva di Casola" e "Depugliano".

L’intervento ha portato al sequestro di 730 piante di cannabis indica alte circa 2,5 metri e del peso complessivo di circa 1.500 chilogrammi.

Il materiale è stato sequestrato, sottoposto a campionatura e parzialmente distrutto come disposto dall'autorità giudiziaria.
Coltivare la "maria" in casa è diventata una moda soprattutto tra i giovani







Marijuana made in Napoli, piantagioni nei boschi di Gragano



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Messina, lite tra medici in sala parto: gravissimi la mamma e il bambino

Corriere della sera

I sanitari sarebbero intervenuti in ritardo: il piccolo ha avuto due arresti cardiaci e danni cerebrali



il marito della paziente ha presentato denuncia. aperta un'inchiesta

MESSINA - Una lite scoppiata tra due medici in sala parto, nel Policlinico di Messina, avrebbe ritardato l'intervento sanitario con la conseguenza che la puerpera, di 30 anni, adesso è in gravi condizioni, insieme al proprio bambino, che avrebbe subito due arresti cardiaci e danni cerebrali. Il marito della paziente ha presentato una denuncia ai carabinieri, la Procura ha già aperto un'inchiesta. Secondo la denuncia, la donna doveva partorire in modo naturale, ma durante la lite tra i due medici, secondo quanto sostenuto dal marito, avrebbe avuto delle complicazioni; i sanitari a quel punto avrebbero deciso di operare con taglio cesareo, ma il bambino durante l'intervento ha subito due arresti cardiaci. Dopo il parto la paziente ha avuto una emorragia ed è stata nuovamente operata: i medici le hanno asportato l'utero.

(fonte: Ansa)




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Otto ore per sapere se sei grave

IL Tempo


San Camillo, la denuncia degli infermieri: operativi solo due sportelli su tre. Vecchie barelle, infiniti i tempi d'attesa, bloccata la porta d'accesso alle ambulanze e poco personale.


L'ospedale San Camillo


Vecchie barelle, infiniti tempi di attesa (anche fino a otto ore, se si tratta di codice bianco o verde) e personale sotto organico. Senza contare gli sportelli per il triage aperti a metà e le pareti mobili della camera calda (l'area di transito delle ambulanze) rotte, tanto che sono state bloccate per evitare che qualcun altro (oltre a un vigilantes rimasto schiacciato mesi fa) si facesse male. In queste condizioni versa il Pronto soccorso dell'ospedale San Camillo a Monteverde. A raccontarlo sono gli stessi addetti ai lavori.

«La situazione è drammatica – spiega Tommaso Cedroni, sindacalista dell'Rsu e infermiere del Dea - Da quando hanno chiuso il San Giacomo e il Regina Elena, siamo arrivati ad accogliere 90mila pazienti in un anno. Ma il personale non basta. Non abbiamo la breve osservazione, eppure siamo un Dea di secondo livello. C'è bisogno di una rapida rimodulazione del Pronto soccorso. Per questo a settembre presenteremo un piano per cambiare la situazione». Al San Camillo si può arrivare anche a 250 visite giornaliere. Gli infermieri complessivi sono 75, suddivisi in tre turni. Per i codici bianchi e verdi l'attesa nella piccola sala d'aspetto senza aria condizionata può sfiorare anche le otto ore. «E questo non è niente. Qualche paziente è dovuto rimanere anche sei giorni su una barella prima di avere un posto letto» racconta Cedroni.


«Mancano almeno 20 infermieri e 6 medici. E sono stati tagliati 120 posti letto per l'estate» aggiunge il responsabile del Pronto soccorso, Francesco Staderini. E' sua una circolare appesa nell'area triage, che spiega agli utenti che i tempi di attesa per i codici bianchi e verdi sono «indefinibili. Inevitabilmente superiori agli standard previsti». Dei tre sportelli dedicati al triage, ne funzionano solo due. «E' sempre stato così. Non perché ora siamo in estate» spiega un infermiere. Un portantino parla, invece, delle barelle e carrozzine presenti nel Pronto soccorso. «Sono dell'era dei Flintstones. Vecchie e anche poche. Dobbiamo andarle a cercare negli altri reparti dell'ospedale».

Giulia Bianconi
28/08/2010




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Telefoni: uno storico sorpasso I cellulari battono la cornetta

di Redazione

Gìli italiani tagliano il filo al vecchio telefono. Dal 2009,si parla più al cellulare che al fisso: 113,8 mld di minuti di conversazione per i telefonini, 103,8 alla cornetta




Milano -
Sorpasso storico. Gli italiani tagliano il filo al vecchio telefono. Dal 2009,si parla più al cellulare che al fisso: 113,8 mld di minuti di conversazione per i telefonini, 103,8 alla cornetta. A certificarlo è l’Autorità per le tlc nella Relazione al Parlamento. Nel 2008 gli italiani avevano trascorso 112 miliardi di minuti parlando al telefono fisso e circa 109 a quello mobile. Il vecchio telefono fisso, insomma, è stato definitivamente soppiantato dai cellulari, dalla telefonia Ip, dalle e-mail e, ormai, anche dai social network. Secondo gli ultimi dati, i minuti di traffico voce tra il duemilacinque e il duemilanove sono precipitati del trenta per cento. Una perdita di ’consensò che prosegue senza interruzioni, visto che nell’ultimo anno il calo è stato del 7,6% per cento. Il telefono fisso si usa sempre meno per le chiamate locali, per quelle internazionali e verso i cellulari, mentre nel caso delle telefonate nazionali si registra un lievissimo aumento. Un vero e proprio requiem spetta alla telefonia pubblica, vale a dire le vecchie cabine: in un anno il loro uso si è ridotto del 25% per cento.



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Se è la donna a picchiare l’uomo

di Annamaria Bernardini De Pace


In un anno, in Francia, 27 uomini sono stati uccisi dalle mogli e 110mila hanno subito percosse. Le denunce sono solo il 5% del numero reale. Ma finalmente anche per i maschi è crollato un tabù



 

Donne che uccidono gli uomini, ci sono da sempre. Ma gli uomini sono sempre stati incapaci di costruirsi un network protettivo e denunciante, come invece hanno saputo fare le donne: è la ragione per cui, di fatto e mediaticamente, è «passata» l'immagine maschile di carnefice più che di vittima. Naturalmente, per disparità di forza fisica e sociale, gli uomini maltrattati e uccisi sono stati nel tempo in numero obiettivamente residuale. Ora il fenomeno, però, pare essere in aumento.


Così almeno ci viene detto dalla Francia, dove è apparso uno studio secondo il quale ben 27 uomini (uno ogni quindici giorni) sono stati uccisi dalle compagne nel 2008, contro 157 donne uccise dai partner (una ogni 5 giorni). Centodiecimila uomini hanno denunciato di essere vittime di violenze coniugali, torture, ferite, botte, minacce e barbarie di ogni genere. Il coraggio della denuncia mostra il bisogno di riscatto della propria identità.La virilità, così come da sempre percepita, oggi è umiliata da donne violente. Si dice, però, che i 110.000 denuncianti rappresentino solo il 5% del numero reale.Non è poco. E se se ne parla così, vuol dire che, finalmente, è crollato un tabù, costruito sia dagli uomini sia dalle donne. I primi per vergogna, le seconde per non turbare gli schemi femministi di autoprotezione del genere.


Tutt'al più si è discusso a volte della differente matrice della violenza: fisica nell'uomo, psicologica nella donna. Il che non sempre è vero, tanto più oggi. Ora, infatti, giusta la progressiva emancipazione della donna, sembra ci sia anche un nuovo modo di esprimersi della criminalità femminile, mascolinizzatasi essa stessa.La donna ha voluto opportunità e diritti uguali all'uomo, ma si è appropriata anche delle medesime armi offensive contro le quali aveva per millenni dovuto difendersi. L'arroganza, l'aggressività, la violenza. Armi accompagnate spesso da pistole, coltelli, corde, cuscini, rasoi e martelli.Una volta la callida violenza femminile si esprimeva, silenziosa, in prevalenza con il veleno, arsenico e stricnina, ed era motivata essenzialmente da ragioni economiche o bisogni esasperati di vendetta.


La donna uccideva attirando la preda, con la tecnica del ragno, nella propria rete domestica. Lontana dalla luce, invisibile agli altri e padrona del territorio.Probabilmente le vittime erano, e sono in verità, con queste modalità ancora attuali, molte di più di quelle scoperte. Le vedove nere processate, infatti, sono certamente in numero inferiore a quelle reali.Tuttavia oggi le ragioni che spingono le donne a uccidere, paiono più complesse e sofisticate, non suggerite solo dal bisogno di difesa, bensì anche dalla necessità di competizione. Diventano criminali, perciò, non soltanto le abusate - nella mente e nel corpo - ma anche quelle che, come gli uomini, vogliono eliminare gli ostacoli dalla loro vita, vogliono vendicarsi di affronti personali o sociali, vogliono competere con la forza del nemico.


Per superare la propria inadeguatezza, un tempo la donna cercava un marito che fosse scudo al mondo; oggi uccide il marito che non risponde alle sue aspettative eliminandolo così dal proprio mondo.Una volta la femmina sopravviveva celebrando il proprio sontuoso ruolo di vittima, rifiutando persino l'aiuto di chi la voleva salvare; oggi provvede da sé a trasformarsi da vittima in carnefice, usando armi non più silenziose ma sanguinarie. Non che Medea, Lucrezia Borgia o la saponificatrice Leonarda Cianciulli fossero improvvisati angeli vendicatori, ma rappresentano pur sempre fenomeni eccezionali nei rispettivi tempi vissuti. Al di fuori di ogni statistica. Tanto da essere rimaste proverbiali per la loro indicibile, massacratoria violenza.


Oggi, stando al sondaggio francese, il fenomeno sembra assumere i contorni dell'emergenza sociale. A maggior ragione se lo si collega all'incredibile, preoccupante, diffusione delle madri che uccidono i propri bambini. Anche con sorprendente serialità, come abbiamo letto nelle cronache di questa estate che ci hanno raccontato di numerosi corpicini sepolti nel giardino di una sola famiglia. Eliminati dalla mano della loro madre dopo averli partoriti.


La donna, in questo scenario, deve essere vista in una prospettiva nuova e inquietante, che celebra il funerale della storica figura femminile, incardinata esclusivamente nella funzione di dare, nutrire e proteggere la vita. La donna, in quanto tale, non può più essere considerata acriticamente la parte debole. Ogni coppia ha la sua storia che, di volta in volta, deve essere indagata senza pregiudizi. Perché la donna ha mutuato dal maschio il gusto, anche acre, del potere e della sopraffazione. A costo della vita altrui.


Il che fa ingiustamente dimenticare - pur rimanendo fermo e gravissimo l'allarme sociale sul punto - il silenzio dolente di tante donne, morte ogni giorno della loro vita sotto i colpi di maglio degli uomini che hanno scelto e non hanno mai denunciato per non disonorarli.Quelle donne mai hanno maltrattato o ucciso gli uomini cattivi che abitano la loro vita: preferiscono immolare se stesse e sopprimere l'orgoglio personale piuttosto che il padre dei propri figli. È meglio un mostro in casa o un uomo sottoterra?




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La7, arriva il nuovo tg di Mentana Sarà anche su YouTube: libertà assoluta

Il Messaggero



ROMA (27 agosto) - I risultati concreti si vedranno sulla lunga distanza, anche se i dati di ascolto dal giorno del suo insediamento il 2 luglio scorso, lo hanno in parte già premiato.

Il guanto di sfida al Tg1 e al Tg5, è lanciato: Enrico Mentana,
direttore del Tg La7 torna dal 30 agosto a prestare il suo volto all'edizione di punta del telegiornale, quella delle 20, che andrà anche in live streaming su YouTube.


Il popolare giornalista, già direttore del Tg5, e con un
lungo passato in Rai, in una lunga conferenza stampa nella sede a Roma di via Novaro, illustra la nuova offerta che da lunedì sarà proposta al pubblico: il telegiornale delle 12,30 è spostato alle 13,30 «dobbiamo conquistare una platea piena»; un nuovo logo, metà verde e metà blu, una sigla breve e di «forte impatto» e una grafica completamente rinnovata.


Ma il direttore avverte: «Il nostro non è più un
prodotto alternativo ma concorrenziale, visibilmente libero di dare tutte le notizie». Perché, argomenta, «la somma delle due corazzate (Tg1 e Tg5) non fa la completezza dell'informazione». Se per assurdo i due maggiori Tg fossero pluralisti, dando allo stesso modo le notizie su Berlusconi e Bersani, senza sudditanza e con irriverenza, noi non avremmo spazio. Minzolini - aggiunge Mentana - dice che daremo fastidio a Mimun, quest'ultimo il contrario: speriamo - ironizza - abbiano ragione tutti e due...».



Si partirà con le Morning News delle 6.30: un tg breve, della durata massima di dieci minuti. Seguiranno la rassegna stampa delle 7 e il meteo di Paolo Sottocorona. Alle 7.30 andrà in onda il primo vero Tg della giornata. Alle 7.50 tornerà, come di consueto, Omnibus, «puntiamo a far diventare il programma d'informazione della mattina». Altro appuntamento confermato è quello con la striscia quotidiana «(Ah) I Piroso», in onda alle 10, condotto da Antonello Piroso che, dal 19 settembre tornerà anche con «Niente di Personale», dopo una puntata speciale dedicata al caso Ambrosoli programmata per il 12 settembre.



Dal 20 settembre partirà inoltre un'operazione di «auto-traino», per definizione dello stesso direttore, con il magazine di cronaca e approfondimento «Life», condotto da Tiziana Panella e Armando Sommajuolo. «Un programma che precede e vuole lancia il tg, offrendo tutte quelle notizie di che non troverebbero spazio nel telegiornale classico ma che, ad esempio nei quotidiani, fanno la vera polpa dell'informazione». Un settimanale di cultura, intitolato «Bookstore», condotto da Alain Elkann e in onda anch'esso dal 20 settembre, completerà l'offerta informativa.



Gli ascolti, aggiunge il direttore del tg La7, «sono importanti, (abbiamo migliorato le nostre performance nell'estate del 2010 rispetto allo stesso periodo del 2009) ma non sono di quelli ossessionati dal mezzo punto. Perché il lavoro vero è quello che si fa sui tempi lunghi». Mentana infine tiene a precisare di aver voluto puntare sulla squadra "originaria", anche per dire che «voci ricorrenti su nuovi arrivi, rinforzi, acquisti da calciomercato, non hanno senso».




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Ergastolo ingiusto», l'Europa dà ragione al boss Setola

IL Mattino

   

NAPOLI (28 agosto) - La Corte di giustizia europea apre il «caso Setola». I giudici di Strasburgo vogliono approfondire il ricorso presentato qualche mese fa dal presunto stragista dei casalesi e hanno deciso di aprire un fascicolo, con tanto di numero di protocollo e con una intestazione che basterebbe da sola a far rabbrividire : il ricorso si chiama «Setola contro Italia» e sarà analizzato nei prossimi giorni dai giudici europei, per accertare se nei confronti dell’imputato siano state commesse irregolarità in sede di giudizio. Un «caso Italia», un «caso Setola» a Strasburgo.




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I bilanci di An tormentano Fini

Il Tempo

Già nel 1992 il revisore del partito presentò alla procura un esposto per irregolarità. L'allora segretario dell'Msi si difese in Parlamento dalle accuse di Mauri: "Errori indimostrati e contestabili".



Gli ultimi bilanci di Alleanza Nazionale sono stati approvati all'unanimità, compreso quello che ha riguardato l'eredità Colleoni. Si spiegherebbe anche così la prudenza degli ex colonnelli sul gran casino di Montecarlo. Eppure non è la prima volta che Gianfranco Fini inciampa sulla gestione finanziaria del partito. E' già noto il triplice “no” all'approvazione dei conti di casa An dal 2005 al 2007 da parte di Sergio Mariani. Il primo marito di Daniela Di Sotto, ex consorte di Fini, il 28 luglio di tre anni fa davanti allo stato maggiore spiegò il suo voto contrario con argomenti espliciti: «L'oggetto concordato per alcune fatture è falso» .

Al tempo il suo attacco non fece notizia ma è stato ritirato fuori all'inizio dell'affaire Tulliani: incalzato dai giornalisti però Mariani si è chiuso a riccio perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Aggiungendo però che “se fosse l'autorità giudiziaria a interpellarmi, non potrei tirarmi indietro. Con spirito di verità”. Meno noto e non ancora rispolverato in queste settimane di Tullianeide, è invece un altro incidente di Fini sui bilanci.

In particolare su quelli dell' Msi-Dn, partito poi confluito in Alleanza nazionale. Negli anni Novanta alla procura della repubblica di Roma venne presentato un esposto dall'ex sindaco revisore, Cherubino Mauri, per supposte irregolarità nella procedura di redazione dei conti del partito di via della Scrofa. La vicenda, scovata al tempo dal giornalista Marco Santarelli sul quotidiano MF, riguardava il bilancio del '92: le contestazioni di Mauri al bilancio aprirono una fase interlocutoria tra il partito e i presidenti dei due rami del parlamento.


Fase che si concluse con il via libera degli uffici tecnici di Camera e Senato. Restano comunque agli atti gli esposti di Mauri a magistratura e guardia di finanza. Secondo quanto riportato dalla Gazzetta Ufficiale del 30 giugno ‘95, sotto il capitolo certificazione (redatta dal comitato tecnico di controllo parlamentare e finanziamento pubblico dei partiti) sarebbero emerse una prima serie di difficoltà. “Dall'allegato al bilancio '92 risulta che i quattro revisori che hanno sottoscritto la relativa relazione (G. Parigi, F. Tentorio, G. Manzo, I. Ricciotti) sono stati nominati dal comitato centrale in data 11 febbraio 1990, mentre il bilancio '91 era stato sottoscritto da tre revisori (G. Parigi, F. Tentorio, C. Mauri); nessuna informazione viene fornita sulla suddetta discordanza”, recitava il documento.



In più, “tramite lettera del tesoriere della camera dei deputati in data 18 dicembre 1992 siamo venuti a conoscenza della segnalazione, da parte del revisore C. Mauri, di supposte irregolarità nelle procedure di controllo”. In merito alla suddetta segnalazione, proseguiva il comitato tecnico, “nessuna informazione risulta dalla relazione illustrativa al bilancio”.



Ci fu un primo effetto: Il bilancio '92 del Msi-Dn “non può essere ritenuto regolarmente redatto... anche per la mancanza di informazioni sulle discordanze riscontrate nella nomina dei revisori e sulle supposte irregolarità segnalate dal revisore Mauri”. Sulla base di tale relazione, il 15 febbraio del '95 Giorgio Napolitano, all'epoca presidente della Camera, chiese a Fini spiegazioni sui rilievi formulati dal comitato tecnico. Quanto segnalato dal revisore Mauri, rispose Fini in data 24 febbraio '94, “fa riferimento a presunte irregolarità peraltro indimostrate e contestabili che nulla hanno a che fare con le leggi sul contributo dello stato al finanziamento dei partiti politici”.

Sulla base di tale replica la Camera accese il semaforo verde: “Alla luce delle informazioni fornite... il bilancio 1992 può essere ritenuto regolarmente redatto”. Partita chiusa e punto per Fini. Il 2 dicembre '92, però, Mauri inviò la missiva ricordata dal comitato tecnico anche alla procura della repubblica di Roma e alla polizia tributaria. Nella lettera-esposto si parlò di omesse effettuazioni di ritenute di acconto sui compensi di lavoro autonomo e di non regolarità ai criteri civilistici e fiscali di gran parte di acquisti e servizi per inesistenza delle fatture con relativa evasione Iva.



Sono poi seguiti altri esposti, sempre alla procura della repubblica (l'ultimo in data 24 marzo '94). Da parte sua, Mauri, interpellato da MF, si limitò a confermare di aver scritto le lettere, senza però rilevare in modo circostanziato le irregolarità riscontrate, “ perché ´sul contenuto vige il segreto professionale”. Mauri ricordò comunque una seduta movimentata del collegio dei revisori risalente al febbraio '93.



“Fu interrotta bruscamente, nella mattina, proprio quando si era tornati a parlare dei miei rilievi nel pomeriggio fu poi ripresa, senza di me, e con la partecipazione di altri revisori, arrivati in poche ore da città molto lontan”'. E fu in quella riunione che il bilancio venne approvato. Da allora Mauri, pur continuando formalmente a far parte del collegio dei revisori, non venne più chiamato a partecipare alle riunioni. Gli incidenti sui bilanci continuarono anche nel 1995 quando in casa An si scatenò la caccia all' "eredita' ".

Più di 13 miliardi di utile nel 1994, 200 miliardi di beni immobili, ricchi rimborsi elettorali in attesa delle elezioni: piatto ricco che al tempo faceva gola ai nuovi di Alleanza nazionale così come ai vecchi dell'Msi. Se si è accumulato questo patrimonio, sostennero infatti Piano Rauti e i suoi, il merito e' anche nostro e non solo di Fini. Anche in quel caso a impugnare il bilancio '94 fu il commercialista Cherubino Mauri contestando la non titolarità del soggetto che lo ha aveva approvato, cioe' il congresso di Alleanza nazionale e non quello del Movimento sociale italiano, o il comitato centrale.



Stesso discorso venne fatto per il patrimonio immobiliare. Quando due soci si separano, dividono i beni della società che avevano fondato. La storia si ripete. Anche oggi, in pieno casino di Montecarlo e rottura fra finiani e pidiellini, ci sono in ballo 70 milioni in cassa e 70 immobili del valore di 3-400 milioni di euro. È questo il patrimonio dell'ex Alleanza nazionale che potrebbe essere ben presto conteso dagli eredi del partito ormai irrimediabilmente destinati a due storie politiche diverse: berlusconiani da una parte, finiani dall'altra. Per ora nessuno ha voglia di aprire il contenzioso patrimoniale ma ogni divorzio ha un prezzo. E anche il nodo della spartizione dell'eredità, non solo di quella Colleoni, verrà al pettine.



Camilla Conti
28/08/2010




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Choc in Spagna, detenuto si recide i genitali per non essere estradato

Il Mattino

MADRID (28 agosto) - Un cittadino del Kazakhstan che dalla Spagna stava per essere estradato verso il suo paese si è infitto una grave ferita al pene poco prima di salire sull'aereo che doveva riportarlo in patria ed è ora ricoverato in gravi condizioni in un ospedale di Madrid.

Secondo quanto riferiscono oggi i media spagnoli, il fatto risale alla notte tra lunedi e martedi. L'uomo, di 52 anni, era stato condannato in Spagna a cinque anni di carcere per atti di violenza ed era stato portato all'aeroporto madrileno di Barajas per essere estradato verso il Kazakhstan, dove lo aspetta un processo per un altro reato.

Poco prima di essere imbarcato sull'aereo, ha estratto un coltello dalla tasca e, con un gesto fulmineo, si è quasi reciso il pene. L'uomo è stato trasportato in ospedale e, secondo i media spagnoli, le sue condizioni restano gravi.




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Cagliari, consigliere regionale Pdl investe vigile che lo vuol multare

Quotidianonet

Invitato da un vigile urbano a fermarsi per un’infrazione ha accelerato schiacciando un piede all’agente e alzando il dito medio. Raggiunto dopo un inseguimento avrebbe sventolato la tessera da consigliere regionale per salvarsi


Cagliari, 28 agosto 2010 - Come in un film di Alberto Sordi avrebbe pronunciato la fatidica frase: “Lei non sa chi sono io”, così Sisinnio Piras, consigliere regionale del Pdl, si sarebbe rivolto a un vigile dopo un inseguimento nella via Roma a Cagliari all’inizio di agosto.


Invitato da un vigile urbano a fermarsi per un’infrazione ha accelerato schiacciando con la ruota un piede all’agente e alzando il dito medio nei suoi confronti.


Il vigile è riuscito, dopo un’inseguimento, a fermare il recalcitrante politico che a quel punto ha sventolato sotto il naso del vigile il tesserino da consigliere regionale nel tentativo di evitare la multa, tentativo ovviamente fallito.


Il gustoso episodio è stato riportato oggi dal quotidiano La Nuova Sardegna. Piras è stato denunciato per violenza, minacce e lesioni a pubblico ufficiale.




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Casa di Montecarlo, 30 giorni di silenzi e bugie

di Stefano Zurlo


In un mese Fini non è riuscito a rispondere alle domande sollevate dal Giornale sull’appartamento venduto a due società off-shore e affittato al "cognato". Ecco la cronaca, giorno per giorno, dell’estate più difficile del presidente della Camera






Silenzi, bugie e ancora silenzi. Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo. Trenta giorni di domande dal Giornale, un mese senza risposte dalla terza carica dello Stato. Fini, da autentico campione della libertà di stampa, alle migliaia di lettori che chiedevano spiegazioni ha assicurato una sola certezza: querele a raffica a chi ha messo il naso nei suoi affari. Per il resto, siamo dalle parti della nouvelle vague, naturalmente in salsa monegasca.

L’appartamento
È il 28 luglio quando il Giornale porta i suoi lettori nel Principato, in boulevard Princesse Charlotte 14, l’indirizzo più importante dell’agenda politica di questa estate. Il servizio di Gian Marco Chiocci - Fini, la compagna, il cognato e una strana casa a Montecarlo - pare preso a prestito dal repertorio della commedia all’italiana. E in effetti, puntata dopo puntata, i lettori s’indigneranno e sorrideranno come in certi vecchi film, davanti al rosario di reticenze, ambiguità, furberie di questa storia.


Ma è altrettanto certo che nel giro di 48 ore il Giornale ricostruisce meticolosamente il caso: c’è un appartamento, a Montecarlo, che la contessa Colleoni ha lasciato in eredità al partito di Gianfranco Fini. Sessanta-settanta metri quadri che a quelle latitudini in cui il metro quadro vale oro sono un piccolo tesoro. Un tesoretto sprecato: perché An non ha tenuto in debita considerazione quei vani e alla fine, nel 2008, li ha venduti a due società off-shore costituite nei Caraibi.


Il prezzo? Solo 300mila euro. Strano. Anzi due volte strano: perché la prima, la Printemps, ha lasciato il passo alla seconda, la Timara, sempre rigorosamente di Santa Lucia, paese segnalato dall’Ocse perché a rischio riciclaggio. E che fa la Timara, al termine di quella carambola tropicale? L’anno scorso affitta il quartierino a Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini. Insomma, il presidente non si è preoccupato di far cassa, ma ha sistemato il fratello della sua compagna, Elisabetta Tulliani.


Avvocati contro «il Giornale»
I dubbi, i sospetti e i retropensieri sono più che legittimi, ma la vicenda rischia di finire nel ridicolo. Chiocci bussa diligentemente alla porta di boulevard Princesse Charlotte, ma Tulliani invece di aprirgli e offrirgli le spiegazioni con un caffè chiama la suretè publique che arriva di volata, manco fosse in corso una rapina, blocca Chiocchi, lo fotosegnala e lo invita a tornare rapidamente in patria. L’avvocato Michele Giordano supera Tulliani: «Chiocci ha battuto i pugni sulla porta, voleva quasi fare irruzione». Testuale. Come si faccia a fare una quasi irruzione è un mistero, uno dei tanti di questa inchiesta. Tulliani, dopo aver valorosamente affrontato il Giornale, si chiude nel suo bunker e non ci sarà più verso di strappargli una parola, nemmeno con le tenaglie. E Fini?


Conferenza senza domande
L’ex leader di An tace. Il 30 luglio il Giornale mette in pagina dieci domande per il presidente della Camera. Le stesse questioni che si pongono i lettori. Come mai l’appartamento, situato in uno degli snodi più appetibili del mercato immobiliare mondiale, è stato svenduto, a un quinto se non a un decimo del suo valore? E chi c’è dietro la società off-shore che l’ha comprato? Ancora, come è possibile, incredibile coincidenza, che sia stato affittato proprio al cognato? La mattina il Giornale è un gran punto di domanda, al pomeriggio nasce Futuro e libertà. Il momento è storico, Fini invece è sbrigativo, al minimo sindacale: parla e non accetta domande, nemmeno una. Ma il Giornale non stacca.


«Su di me falsità»
Agosto porta in regalo ai lettori del Giornale il contratto di vendita dell’appartamento, firmato l’11 luglio 2008. L’atto è assai istruttivo perché nel cedere l’immobile alla Printemps il senatore Francesco Pontone scrive di agire «in nome dell’associazione chiamata Alleanza nazionale, in virtù dei poteri, compreso quello di disporre dei beni sociali, che gli sono stati conferiti dal signor Gianfranco Fini». Più chiaro di così. I conti, tutti i conti, non tornano. E il Giornale scova anche l’imprenditore, Stefano Garzelli, che ha effettuato i lavori di ristrutturazione in boulevard Princesse Charlotte. Garzelli è esplicito: «Tulliani era sempre sul cantiere». Fini, a questo punto, potrebbe pure gentilmente rispondere e invece va democraticamente all’attacco: «Il Giornale scrive falsità su di me. Lo querelerò».


Anche la Procura indaga
Fini cerca di mettere il bavaglio al Giornale, intanto la Destra di Francesco Storace presenta un esposto e la Procura di Roma apre un’inchiesta. L’ipotesi di reato è truffa aggravata. Insomma, i supposti veleni sparsi dal Giornale sono ritenuti meritevoli di approfondimento dalla magistratura. E Fini sportivamente si adegua: «Ben vengano le indagini». Che infatti sono già venute. Sia benvenuta l’indagine, ma non l’inchiesta del Giornale le cui domande cominciano a marcire nell’attesa di una risposta che non vuole arrivare.


I «chiarimenti» di Fini
Finalmente, l’8 agosto il leader di Fli si decide a dire la sua. Ma chiarisce poco o nulla. Perché un immobile che valeva 1,5 o 2 milioni di euro è stato ceduto ad un prezzo stracciato? E perché ad una società off-shore? E chi c’è dietro questo schermo impenetrabile? Ancora, come si arriva dai Caraibi al cognato? E quanto paga il fratello di Elisabetta? I quesiti restano in fila indiana fino a formare un ingorgo di punti di domanda. Che Fini con le sue parole ingarbuglia ancora di più.


«Non corrisponde al vero - afferma il leader di Fli - che siano state avanzate a me o ad altri proposte formali di acquisto». È una bugia che Fini confeziona dopo aver confezionato tanti silenzi. Il senatore Antonino Caruso andò addirittura a Montecarlo. Qualcuno offriva 1 milione di euro, altro che 300 mila. E Caruso girò la segnalazione a Pontone, poi non ne seppe più nulla. Forse quell’offerta non era abbastanza «formale»? Fini fa di più perché mescola pericolosamente notai e date andandosi ad impiccare al secondo passaggio, dalla Printemps alla Timara, di cui non dovrebbe sapere nulla.


Strano. Molto strano. In conclusione manifesta il suo «disappunto» perché ha saputo a cose fatte che era proprio Tulliani l’inquilino dell’appartamento. Non c’è che dire: Scajola ha fatto scuola. Fini non sapeva come non sapeva il ministro dello Sviluppo economico che, però si è dimesso. Il Giornale comincia a raccogliere le firme per mandare a casa la terza carica dello Stato. Una valanga di lettori sposa l’iniziativa.


La guerra dei mobili
In vista di Ferragosto il Giornale scova anche il negozio in cui la signora Tulliani avrebbe acquistato i mobili per Montecarlo. Un testimone con nome e cognome, David Russo, spiega al Giornale: «Due volte la signora Tulliani era accompagnata da Fini». Il presidente firmava autografi. Manca la bolla di consegna a Montecarlo, ma Russo non ha dubbi. Fini invece risponde sempre allo stesso modo: querela il Giornale. E ironizza: «Se trovano le fatture del portaombrelli sono nei guai».


Il Giornale trova di meglio: due testimoni che l’hanno visto a Montecarlo. Sono l’imprenditore Luciano Care, che lo intrecettò a novembre nell’androne del palazzo, e l’ingegner Giorgio Mereto. Mereto, impaurito, smentisce ma viene smentito a sua volta dalla registrazione dell’intervista.
Silenzi. Bugie. E ancora silenzi. Una giostra che gira da trenta giorni, un presidente e un cognato che non rispondono a domande elementari.


Semplicissime. In apparenza, banali. Fini si inabissa sotto l’ombrellone di Ansedonia e torna al silenzio di fine luglio; il cognato fa filtrare una vaghissima spiegazione: la casa sarebbe stata un premio per la sua opera di «intermediazione». Ma poi smentisce anche quei vaghi cenni sull’universo. Insomma, trenta giorni per tornare al punto di partenza.


Trenta giorni per scoprire una verità imbarazzante, quella dell’ambasciatore a Monaco Franco Mistretta: «Tulliani si rivolgeva a me anche per sapere in che albergo andare». Il navigatissimo cognato si perdeva a due passi da boulevard Princesse Charlotte. Trenta giorni per porre infine una nuova, inquietante domanda: è vero che il cognato ha agganciato ambienti finanziari della City per studiare la sua pratica? Non è mai troppo tardi per correre ai ripari. L’opinione pubblica, paziente, aspetta.




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Blockbuster vicina al fallimento

Corriere della sera

Il gigante dell'homevideo presenterà istanza a settembre


SCONFITTO DA PIRATERIA e PAT PER VIEW

MILANO - Dopo un decennio di dominio del mercato, la crisi economica e la pirateria hanno pressoché sconfitto Blockbuster Video, la grande catena di negozi per l'acquisto e l'affitto di film su dvd e blu-ray. Gli amministratori della compagnia, che possiede quasi 3500 negozi in tutti gli Stati Uniti e succursali in 29 nazioni nel mondo, hanno annunciato che a metà settembre presenteranno istanza di fallimento, e trattative sono in corso con le principali case cinematografiche affinché, nonostante la bancarotta, queste continuino a fornire alla catena di videonoleggio il materiale necessario a continuare l'attività.



DEBITI - La scorsa settimana infatti, riporta il Los Angeles Times, Jim Keyes - il presidente di Blockbuster la cui sede principale è a Dallas - e i vertici di 20th Century Fox, Paramount, Sony, Universal, Walt Disney e Warner Bros si sono incontrati a Los Angeles per discutere un piano d'azione che consenta di salvare almeno parte dell'attività di homevideo rental. Blockbuster ha perso dall'inizio della crisi, ovvero dai primi mesi del 2008, circa un miliardo di dollari e gli interessi sui 920 milioni di debito che la compagnia deve pagare ogni mese stanno strozzando la mecca dell'homevideo. Per arginare le perdite i vertici della compagnia hanno deciso per la chiusura di circa 800 punti vendita negli Stati Uniti e una «pre-planned bankruptcy» , qualcosa di più del concordato preventivo della legislazione fallimentare italiana.


AVVERSARI - Nell'ultimo anno Blockbuster aveva già chiuso 1000 punti vendita nel territorio americano, una crisi che non ha solo a che fare con la globale congiuntura economica negativa di quest'ultimo periodo, ma con un mercato che ha perso interesse per l'affitto di cassette e dvd a causa della pirateria via internet, della pay-per-view e dei sistemi di affitto dei video con consegna a domicilio come Netflix e Redbox. Sul sito internet del Los Angeles Times i lettori e i fruitori del servizio fornito da Blockbuster non hanno mancato di dare la loro interpretazione alla crisi della compagnia texana.



Per molti una catena di distribuzione che affitta film a prezzi non competitivi e fa pagare salate multe in caso di consegna in ritardo del supporto video non ha più senso di esistere, nel mondo della grande comunicazione digitale. Seppure quello che avrà luogo a settembre dovesse essere un tentativo di salvataggio, Blockbuster, così come è successo recentemente per la concorrente Hollywood video, ha i giorni contati. Anche in Italia la crisi si è fatta sentire. Da inizio 2008 la perdita economica dei Blockbuster italiani, che danno lavoro a 1500 dipendenti, è di 5 milioni di euro e un piano di ridimensionamento dovrebbe portare a breve alla chiusura di 20 dei 235 punti vendita presenti sul nostro territorio. Blockbuster arrivò in Italia nel 1994, grazie a una joint venture con Fininvest.


Redazione online
28 agosto 2010



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L’inestricabile enigma della schedina contesa E dai conti Tulliani «spariti» 265mila euro

di Gian Marco Chiocci

Massimo Malpica

E adesso come la mettiamo col tabaccaio intervistato da Panorama che attribuisce a Lucianone, e quindi non a Elisabetta Tulliani, la paternità della schedina miliardaria del superenalotto numero 0350490 giocata il 2 maggio 1998 nella sua ricevitoria di via Merulana? E con la segretaria di Gaucci che al Giornale riscontra la versione del tabaccaio confermando di essere stata lei, a quel tempo e in quella ricevitoria, l’addetta alle giocate per conto dell’ex presidente del Perugia calcio?


Dopo aver preannunciato querele per l’ex fidanzato Gaucci senior, poi per Gaucci junior (Alessandro), quindi per il geometra di fiducia di Big Luciano, Antonio Ammente, e per tutti coloro che hanno solo osato paventare una versione dei fatti diversa dalla sua sulla vincita da 2,2 miliardi di lire, la compagna di Gianfranco Fini denuncerà anche il tabaccaio Francesco Basilico e la segretaria Barbara Delduca?
Probabile, visto che da settimane, attraverso i suoi avvocati, Elisabetta fa sapere di avere prove inconfutabili che dimostrano come a vincere i miliardi sia stata lei e soltanto lei.


Nell’attesa proviamo a districarci nell’affaire del Superenalotto incrociando date, carte, testimonianze, indicazioni degli inquirenti alle prese col giallo degli immobili Gaucci-Tulliani-Fini. Partiamo dal tabaccaio. Basilico offre un riscontro diretto anche a quel che il geometra-ombra di Gaucci, Antonio Ammente dichiarava (il Giornale, 25 agosto) a proposito dell’organizzazione che l’ex presidente del Perugia aveva impiantato in azienda nella predisposizione dei sistemi del Superenalotto: «Gaucci era uno che giocava parecchio (...) - racconta Basilico a Panorama - veniva sempre, allora il Superenalotto era solo il sabato, poi hanno messo anche il mercoledì e veniva tutte le settimane».


Giocava forte, minimo 12 numeri, massimo 20. «La Tulliani non poteva giocare una schedina di 20 numeri, erano tanti soldi». Alessandro Gaucci non ha dubbi (Giornale, 23 agosto): «I Tulliani erano una famiglia nemmeno benestante, direi normale (...). Lì c’è la certezza che la schedina l’ha vinta mio padre, tanto è vero che quel giorno mi chiamò subito non appena apprese dei due miliardi e mi disse che voleva regalarne una parte, la metà credo, a Elisabetta (...)». A microfoni spenti, con l’intervista ormai in stampa, Alessandro s’è ricordato che i numeri giocati dal papà (6,12,23,28,79, e il jolly 73) non erano numeri a caso: «Il 28 era per il 28 dicembre del ‘38, la sua data di nascita; il jolly 73 si riferiva all’anno della mia data di nascita; il 12 era il mese di nascita di mio fratello Riccardo» e così via.


E Lucianone di questa benedetta schedina che dice? Ovviamente giura che l’ha giocata e vinta lui. Nell’atto di citazione della causa civile intentata contro l’ex fidanzata (il Giornale, 1 agosto) si legge: «L’unica ragione che ha spinto il Gaucci a intestare tali proprietà ai Tulliani, pur avendole pagate esclusivamente con proprio denaro proveniente dai redditi delle sue attività, da una vincita all’Enalotto e da un prestito bancario, è stata quella di evitare che tale denaro finisse in mano ai creditori(...).


Mai il Gaucci avrebbe immaginato – soprattutto per la grande fiducia riposta in Elisabetta, per il grande amore donatole e gli onori che l’ha coperta – che la Tulliani potesse arrivare a voltare le spalle e negare questa, che è l’unica verità possibile». A seguire su Panorama (7 agosto), su Repubblica (9 agosto), su Libero (13 agosto) su più tv nazionali e infine sul Giornale (22 agosto) Gaucci ha ribadito sempre la stessa versione, imbestialendosi ogni volta di più a proposito della versione fornita da Elisabetta attraverso i suoi avvocati («dice che è stata lei a darmi la metà del denaro, come se io all’epoca avessi avuto bisogno dei suoi soldi»).


Il leit motiv gaucciano, sul Superenalotto, è il seguente: siccome ero innamorato e perso d’amore per lei, le ho regalato metà della vincita della schedina che io, e non lei, avevo compilato, giocato e riscosso sul mio conto al Monte dei Paschi di Siena. Purtroppo per Luciano, però, l’incasso della vincita risulterebbe – a detta dei legali della Tulliani – su un altro conto del Monte dei Paschi di Siena, intestato però all’ex morosa, e di cui parleremo di qui a breve.


Fin qui la campana di Gaucci. Quella di Elisabetta Tulliani suona tutt’altra musica. Gli avvocati Izzo, difensori dell’ex fidanzata, hanno prodotto due pezzi di carta (aspramente contestati dalla difesa di Gaucci) che il 6 agosto portano la stampa vicina a Gianfranco Fini a celebrarli così: «I documenti che gli avvocati Carlo Gugliemo e Adriano Izzo producono a Repubblica sono una prova documentale evidente, a favore di Elisabetta Tulliani». E ancora: «Gaucci ha contribuito a disegnare l’immagine di una Elisabetta Tulliani nullatenente e capace di succhiare i soldi e beni per sé e per la sua famiglia (...).


La matrice del Superenalotto ci dice, invece, che dalla primavera del ’98 è una donna ricca. Di suo». I documenti in questione si rifanno alla fotocopia della matrice del biglietto miliardario allegata a una distinta di versamento del 5 maggio 1998 controfirmata Elisabetta Tulliani con la quale si dà mandato alla banca di incassare il valore del titolo per una cifra stimata nella stessa distinta: «Lire 2.200.000.000 circa». Circa? Che vuol dire «circa»? La cifra è quella o non è quella? Perché scrivere «circa» su un documento ufficiale?


Come anticipato dal Giornale qualche perplessità era già sorta in merito ai documenti esibiti da Elisabetta Tulliani che, va detto, fino a prova contraria vanno considerati autentici e sui quali, al pari di tutto il resto, si sta concentrando l’attività degli inquirenti. Nella distinta prodotta ai giornalisti, non compare infatti alcun timbro della banca, ben visibile, «per ricevuta». In più l’importo definito nero su bianco è ben diverso dalla vincita reale comunicata dalla Sisal: 2 miliardi e 200 milioni di lire a fronte di 2 miliardi e 714 milioni di lire. Mancano 514 milioni di lire.


Dove diavolo sono finiti? Di errore materiale della Tulliani non è possibile parlare perché, come già evidenziato dal nostro Marcello Zacchè, «dall’estratto conto prodotto dai legali Izzo in data 26 maggio risulta un bonifico in entrata («causale, vincita Superenalotto») di circa 2.204.016.900 lire, e di questi la Tulliani ne avrebbe girato contestualmente 1 miliardo e cento a favore di Gaucci Luciano. Altro dato inusuale, singolare, sotto la lente degli inquirenti, è quello del breve periodo (21 giorni appena) intercorso fra la distinta e il bonifico.


Nessun mistero, replicano i legali della compagna di Fini: la banca è quella dove la Tulliani aveva acceso da tempo un conto corrente esclusivamente a lei intestato. «L’importo della vincita viene accreditato il 26 maggio, con valuta 28 maggio. E proprio il 28, Elisabetta esegue un bonifico di 1 miliardo e 100 milioni a favore di Luciano Gaucci. L’operazione fu fatta con l’espresso incarico di provvedere a gestire la somma in proficui investimenti nell’interesse di lei». Ecco perché nelle quotidiane minacce di querele al Giornale gli avvocati di Lady Fini fanno riferimento a «prove incontestabili a favore della Tulliani».


Gli inquirenti, però, vogliono scavare a fondo prima di archiviare la pratica. Il primo passaggio sarà quello auspicato da Gaucci nella sua intervista al Giornale: controllare al centesimo le entrate e le uscite dei conti correnti, di lui, di lei, ed eventualmente di quelli cointestati, immediatamente prima, durante e subito dopo la vincita. Perché, sostiene Gaucci, anche solo per logica è quantomeno più plausibile che un miliardario come lui ceda la metà a una ragazza come Ely, all’epoca non abbiente, piuttosto che il contrario.


Solo poi si procederà ad appurare ufficialmente, al di là dei documenti presentati dalla Tulliani, quando e su quale conto la Sisal ha fatto confluire i soldi della schedina miliardaria, che come detto ammontano a due miliardi e sette e non a due miliardi e due come certificato per tabulas dai legali della Tulliani. Quindi si procederà coi testimoni, che raccontano una storia che fa a cazzotti con quella di Elisabetta. E non si tralascerà a priori nemmeno la pista della «falsa giocata», smentita oggi dai testimoni, evocata qua e là per giustificare presunti fondi neri di Luciano Gaucci.


Secondo l’avvocato Alessandro Sammarco, legale dell’ex patron del Perugia, nonostante i proclami ad oggi non esiste affatto la «prova inconfutabile» del versamento miliardario sul conto della Tulliani. «Le cifre riportate nella distinta, non timbrata – dice - sono diverse dalla vincita reale, 500 milioni si sono polverizzati strada facendo. E su questa linea di non corrispondenza, dunque, manca la prova certa che l’ente che ha erogato la vincita abbia versato il dovuto direttamente sul conto corrente di Elisabetta.


Si ha solo la “prova”, e su questo auspichiamo indagini approfondite della finanza, che lei ha versato una cifra sul conto di Gaucci. Potrebbe dunque essere avvenuto che il versamento originario sia finito nel conto di Gaucci, e da qui al suo. Oppure che Gaucci abbia portato la Tulliani in banca e le abbia aperto un conto a suo nome sul quale, per comodità, far confluire alcune somme. Ammesso che lei inizialmente abbia avuto tutta la cifra, e poi ne abbia retrocessa metà a Gaucci – conclude Sammarco - poi la signorina non ha provato che quel miliardo e cento che lei dice di aver impiegato per comprare i famosi immobili l’abbia effettivamente investito per acquistare quelle case che Gaucci reclama come sue. Tirassero fuori gli assegni, uno per uno».



gianmarco.chiocci@ilgiornale.it



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Arresti illegali al G8, smascherati gli abusi di Manin

IL Secolo xix

«È FALSA la circostanza secondo cui gli arresti dei due spagnoli sarebbero avvenuti in un contesto di scontri tra manifestanti e polizia. Dai filmati si vede benissimo come gli arrestati si siano diretti a mani nude contro i blindati della polizia». Lo sostengono i giudici della Corte d’appello nella motivazione della sentenza di condanna per quattro poliziotti accusati di aver arrestato illegalmente due studenti iberici durante le manifestazioni del G8 di Genova 2001. In primo grado i quattro, in forza al VII Reparto Mobile di Bologna, erano stati assolti mentre il 13 luglio scorso, in Appello, sono stati condannati a 4 anni ciascuno, per falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici. Si tratta di Antonio Cecere, Luciano Beretti, Marco Neri e di Simone Volpini.



Per le accuse di calunnia e abuso d’ufficio è stata dichiarata la prescrizione. L’inchiesta riguardava gli scontri avvenuti il 20 luglio 2001 in piazza Manin dove manifestavano varie associazioni religiose e pacifiste. I quattro poliziotti furono inviati in piazza dove era stato segnalato che alcuni black bloc si erano infiltrati. In quel contesto furono arrestati i due spagnoli con l’accusa di aver lanciato una bottiglia incendiaria l’uno e di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro il secondo. Nella motivazione i giudici, parlando dei testi a difesa, si riferiscono anche alla testimonianza di un funzionario del reparto mobile di Bologna che parlò di scontri in corso in un altro lato della piazza. «Oltre a quello dei due spagnoli - affermano - nessun altro arresto è avvenuto in piazza Manin».

Per lui i giudici d’appello hanno trasmesso gli atti alla Procura con l’ipotesi di falsa testimonianza. «La sentenza di primo grado - dice la Corte - parla di una commistione inscindibile tra i manifestanti pacifici e gli appartenenti al blocco nero e di una azione di disturbo dei pacifisti verso le forze dell’ordine che cercavano di arginare le violenze dei black bloc. Non corrisponde al vero perché dai filmati è possibile vedere come i manifestanti violenti si opponessero solo brevemente alla polizia per poi scappare». «I filmati confermano la versione data dalle vittime: l’arresto non avvenne durante scontri o lancio di lacrimogeni ma molto dopo, quando la situazione dell’ordine pubblico era ormai ristabilita. Inoltre confermano che i due spagnoli non avevano alcun oggetto in mano, non avevano lanciato molotov e non si opponevano alla polizia».



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Marina Lee, la bellissima spia nazista

Libero





Lei era bellissima ed era una ballerina dai lunghi capelli biondi e con delle gambe molto sexy, come riporta un agente. Ma nonostante sembrasse innocua lei, Marina Lee, era una pericolosissima spia tedesca della seconda Guerra Mondiale in grado di parlare diverse lingue straniere e di infiltrarsi nei campi militari dei nemici ottenendo segreti circa i piani d’attacco o informazioni sulla partenza e gli spostamenti dei soldati.


In molti hanno indagato su lei tanto che i documenti che la riguardano fanno parte di una cartella dell’MI5 britannico, l’agenzia di spionaggio interno, e sono stati resi noti giovedì.
Alcuni file sono disponibili online e altri, invece sono collocati negli archivi di Kew, a ovest di Londra.Insieme a dettagli della II Guerra Mondiale, oltre che della sexy spia tedesca, il documento spiega gli sforzi dei servizi segreti di disfare le attività tedesche e dell’azienda Siemens circa la lealtà dei dipendenti dell’azienda.


In un file chiamato "Siemens-Halske Schuke Combine" gli agenti britannici, così come scritto anche sull'Huffington Post, si sono ricordati di una legge del 1936 la quale diceva che "ogni uomo e donna tedesca deve rendere servizio alla patria in tempo di guerra e che i tedeschi che vivono all'estero, compresi quelli di doppia cittadinanza, sono tenuti a servire la patria quando chiamato".


Agli agenti è così stato chiesto di esaminare i dipendenti della compagnia in luoghi lontani come l'Iran, l'India, l'Islanda e il Cile, mentre altri sono stati inviati a interrogare i cittadini locali che erano stati a contatto con i personaggi ritenuti sospetti. Ma non sempre tutto è andato liscio: nel file si racconta come una donna dal cuore debole, intervistata in Inghilterra dall’MI5 per aver ospitato Marina Lee, è scoppiata a piangere. E così si è scoperto che non sapeva nulla circa le attività di spionaggio. E forse è meglio perché, come riporta un agente “sarebbe morta sul colpo di un attacco di cuore se avesse saputo chi era l’ospite”. 


Tra i documenti c’è anche quello su Wolf Mankowitz che l’MI5 credeva essere un agente comunista ma non sembrava destare alcun problema: “Anche se possiede viste comunista non credo che abbia la personalità o la forza di carattere di trasmetterli ai suoi commilitoni", afferma il rapporto. "Non vi è alcuna prova che egli ha tentato di questi punti di vista aereo, mentre con questa unità”.  Ma l’interesse è scemato del tutto nel 1958 tanto che il suo fascicolo è stato chiuso.


Il fascicolo relativo a Lee sembra essere un romanzo di spionaggio. Lei è nata in Russia, a San Pietroburgo, e ha studiato come ballerina. Poi è scappata dalla sua patria quando i genitori sono stati uccisi dai bolscevichi. Di lei non esiste una foto ma i suoi tratti fisici sono descritti in modo molto dettagliato e in termini entusiasti. Sembra sia stato grazie alla cattura di un agente tedesco che indicando un altro agente tedesco chiamato “von Finckenstein” si sia arrivati a parlare di Lee e che pareva fosse riuscita a infiltrarsi nel quartier generale della British Gen. Sir Claude Auchinleck. Il fascicolo su di lei è stato chiuso nel 1960.


27/08/2010




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Ho visto il video dell’asilo, è terribile»

IL Secolo xix

Un gruppo di genitori: «A un bimbo sbattuta la testa sul banco, i nostri figli non torneranno lì»


IL MARTELLO sbattuto con violenza sulla cattedra. Fermo immagine. «Riconosce quella donna?». Pausa. Un attimo di silenzio, prima di rispondere. «Sì, quella è la maestra della classe di mio figlio». Altra scena. Una bimba sta disegnando, seduta al suo posto. Una donna si avvicina e le strappa di mano la carta, la appallottola e la butta via. «Ma quella è mia figlia», esclama una mamma. E quella signora? «L’insegnante della sua classe».

Le immagini scorrono davanti agli occhi dei genitori degli alunni della scuola materna statale di San Gottardo, per la prima volta. «È stato straziante. Quando ho visto mia figlia presa e sbattuta con violenza sulla sedia mi è mancato il fiato». Le mani del papà della protagonista di quello spezzone, si irrigidiscono in un pugno, portato davanti alla bocca. Un respiro profondo, il tempo di inghiottire le lacrime che stanno per solcare il suo volto. Poi le parole scivolano via. «Ho assistito a momenti di pura follia, in quei filmati. Scatti d’ira, di violenza improvvisi. Di cui non si capisce il motivo. Siamo rimasti senza parole».

La porta della stazione dei carabinieri di Molassana si apre, altri due genitori hanno finito di parlare con il pubblico ministero Stefano Puppo. «Mio figlio non metterà mai più piede lì dentro - si sfoga un papà che preferisce rimanere anonimo, come tutti gli altri, dopo che il pm ha detto di non parlare di quanto visto in caserma -. Quella è una scuola schifosa. Non si fanno queste cose ai bambini. Quando ho visto quella donna che schiacciava la testa a mio figlio contro il banco, non ho capito più nulla. È stato un pugno allo stomaco».




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La bambina rapita dall’assistente sociale

Quotidianonet





Nelle dittature i figli venivano strappati alle famiglie come accade oggi in Italia. Con un’aggravante razzista: madre e padre sono troppo vecchi. Mi riferisco alla donna piemontese, definita in modo insultante nonna-mamma perché ha 57 anni, a cui l’assistente sociale ha sottratto la figlia di tre mesi, che era stata lasciata da sola in auto. Poi ci lamentiamo di come vengono trattate le donne in Iran. Luigia Scorti, Milano


CONDIVIDO TUTTO. Primo punto, una donna a 57 anni è giovane. Secondo punto. Questi assistenti sociali che si permettono simili brutalità e che trovano anche giudici che li ascoltano, perché dispongono di tanto potere? Chi paga e chi è, fatecelo vedere in faccia!, quell’assistente sociale che invece di fare un lavoro socialmente utile, come ci aspetteremmo, stava a spiare una madre con intento evidentemente malevolo e solo perché la signora ha lasciato per poco tempo la sua piccola in auto davanti a casa (come capita a tutte le mamme quando hanno da scaricare la spesa) s’è vista portare via la bambina, che è stata rinchiusa in un collegio, che ora per ipocrisia chiamano Comunità, dove può incontrarla solo due volte alla settimana. Ma che cosa aspettano i carabinieri ad arrestare chi consente queste schifezze? Se qualcuno trova eccessivo il disgusto che mi suscita questo fatto, dirò che non mi pare di rappresentare abbastanza quanto sia scandalizzato. 





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Le rane regalano all’uomo cento nuovi tipi di antibiotici

di Redazione


Dagli stagni una lezione per la medicina: le rane stanno suggerendo agli uomini dei rimedi potentissimi contro molte infezioni che gli antibiotici oggi in commercio non sono più in grado di combattere. I ranocchi, infatti, sono una fonte preziosissima di sostanze antibatteriche, molte delle quali possono aprire la strada ad una nuova generazione di antibiotici.


Ne è prova uno studio condotto da Michael Conlon dell’università degli Emirati Arabi Uniti presso Abu Dhabi grazie a cui sono stati isolati dalla pelle di migliaia di specie di rane ben 100 potenziali antibiotici, molti dei quali potrebbero entrare in sperimentazione clinica nel giro di cinque anni.


Il lavoro è stato presentato al 240esimo National Meeting della American Chemical Society in corso a Boston. Gli antibiotici che oggi abbiamo a disposizione sono sempre meno efficaci; colpa dell’uso inappropriato ed eccessivo che ne è stato fatto, con conseguente comparsa di batteri farmaco-resistenti. Vi sono alcuni batteri resistenti a più di un farmaco e quindi temutissimi.


Non è la prima volta che si cercano, sovente, purtroppo, in modo cruento e ascientifico, rimedi per la salute dell’uomo in vari animali. Ne è un esempio la lumaca di mare della Grande Barriera Corallina, Conus marmoreus, che produce una tossina con potente effetto analgesico priva dei pesanti effetti collaterali degli antidolorifici.


L’elenco degli animali che aiutano i medici è interminabile e anche la rana stessa non è nuova in questa lista. Non potrebbe essere altrimenti, le rane da tre milioni di anni vivono in ambienti pieni di insidie e in acque tutt’altro che pulite, e hanno imparato a fronteggiare benissimo il rischio di infezione, e a tale scopo si sono dotate di potentissime sostanze che secernono dalla loro pelle per proteggersi, creando una «corazza» chimica sul proprio corpo.


È da tempo che gli scienziati si sono accorti del tesoro che esce dalle loro ghiandole cutanee. Ma finora, quando si è tentato di isolare e utilizzare questi portentosi rimedi, i risultati sono stati piuttosto elusivi, principalmente per due motivi: perché molti di questi potentissimi antibatterici sono risultati tossici per le cellule umane, e perché alcuni sono facilmente degradati una volta immessi nel circolo sanguigno, quindi inservibili.

Il nuovo lavoro, oltre ad aver isolato almeno 100 possibili antibiotici, ha però anche trovato il modo di ovviare a entrambi questi limiti, ideando delle piccole modifiche strutturali alle sostanze isolate per renderle meno tossiche e più resistenti.


L’equipe di Conlon ha intessuto contatti con ricercatori di varie nazioni da cui ha ottenuto diversi campioni di secrezione di pelle di rane di migliaia di specie che vivono nei luoghi più disparati del mondo ed ottenuto uno spropositato numero di sostanze potenzialmente utili.


Queste sostanze verranno copiate in laboratorio (le rane sono in via di estinzione e per nessun motivo gli scienziati vogliono sfruttarle mettendole in pericolo) e gli analoghi sintetici degli antibiotici di rana saranno testati e immessi in commercio. Il bottino è già sostanzioso, ci sono 100 sostanze tra cui una efficace contro l’Iraqibacter, il batterio responsabile dell’infezione farmaco-resistente comune tra i reduci dall’Iraq. Un altro si è rivelato promettente contro il famigerato Stafilococco aureus meticillina-resistente, temuto prima di tutto negli ospedali. E la caccia continua esaminando altre specie di rana.




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