domenica 29 agosto 2010

Cina: il bambino gigante

Repubblica


A Yiyang, nella provincia dell'Hunan, i medici stanno facendo di tutto per curare un bambino di appena dieci mesi che cresce a ritmi vertiginosi: oggi pesa oltre venti chili, più o meno come un bambino di sei anni

Il peso del piccolo alla nascita era però del tutto nella norma, all'incirca 3 Kg, e sua madre lo sta allattando solamente al seno

Mette i ladri in fuga a 2000 chilometri di distanza

Repubblica

Grazie a un'applicazione da 3,99 euro un americano di nome Vince Hunter è riuscito a sventare un furto nella sua casa di Dallas pur trovandosi a più di 2000 chilometri di distanza dalla sua abitazione

Aspetta il treno fantasma: travolto e ucciso da vero convoglio

Repubblica

North Carolina, un uomo che attendeva l'apparizione di un treno fantasma è stato travolto e ucciso da un vero convoglio della compagnia Norfolk-Southern: Christopher Kaiser, 29 anni, si era appostato ieri sui binari di una ferrovia nei pressi del ponte di Bostian, vicino a Charlotte, insieme ad una dozzina di amici, nella speranza di vedere il convoglio fantasma che, secondo una leggenda, appare ogni 27 agosto nel luogo teatro nel 1891 di una catastrofico incidente ferroviario costato la vita a oltre venti persone. Kaiser è stato l'unico del gruppo a non riuscire a fuggire in tempo dai binari: è morto all'istante

La Ue e «l'ergastolo ingiusto per Setola» Il capo della Polizia: si difenda in Italia Saviano: serve legge antimafia europea

IL Mattino

 
di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (29 agosto) - Sul ricorso alla Corte europea di Setola si muovono due protagonisti della lotta alla mafia in Italia. In campo, il capo della polizia Antonio Manganelli, uno degli autori del cosiddetto modello Caserta - guerra alla camorra senza soluzione di continuità - e lo scrittore Roberto Saviano, che con il suo «Gomorra» ha il merito di attirare i riflettori sui crimini dei casalesi. Espressioni differenti, linguaggio diverso, ma contenuti che viaggiano in parallelo: in Italia tutti i cittadini sono garantiti dinanzi alla legge - fa capire Manganelli -, anche chi è accusato di stragi e decine di omicidi.

Se ci sono elementi nuovi da portare in un processo - è il ragionamento del numero uno della polizia -, saranno valutati dall’ordinamento giuridico nazionale e dalle convenzioni internazionali recepite nel nostro paese, ci sarà un nuovo processo e una nuova valutazione. Niente sconti, né verdetti a buon mercato, dunque. Chiara anche la posizione del giornalista scrittore, che chiede dal canto suo sensibilità comune nella lotta alla mafia. Un terreno comunitario fondato sugli stessi cardini giuridici ma anche sulla condivisione delle stesse emergenze.


Per Saviano, il ricorso svolto da Setola contro la giustizia italiana deve far riflettere, deve spingere a ragionare: «Le mafie usano da anni le contraddizioni e i cavilli del diritto europeo per avere vantaggi anche sul piano economico. Basti pensare che in Europa quasi nessuno Stato ha il reato di associazione mafiosa. È il tempo di una giurisprudenza antimafia condivisa altrimenti l’Europa rischia di diventare un’occasione di banchetto per le mafie».


Setola contro l’Italia, il caso resta aperto. Dopo aver incassato una condanna all’ergastolo in via definitiva, Setola sostiene di essere vittima di pregiudizi, tanto da ritenere «aberrante» la sentenza che lo inchioda al primo ergastolo definitivo della sua carriera di detenuto. A cosa punta Setola? Indagato per ben 18 omicidi, perché si affida ai lontani giudici di Strasburgo? Per lanciare messaggi ai suoi - come ipotizza il pm anticamorra Antonello Ardituro - o perché realmente convinto di aver subito un torto?


Spiega al Mattino il capo della polizia Manganelli: «Io credo che al pregiudicato Giuseppe Setola, come a qualsiasi altro cittadino, vadano riconosciuti tutti i diritti previsti dall’ordinamento giuridico nazionale e dalle convenzioni internazionali recepite dal nostro Paese. Per quanto riguarda il caso specifico, peraltro, va sottolineato che il suo ricorso è stato soltanto ricevuto, non anche accolto, dalla Giustizia Europea e che l’approfondimento di una vicenda processuale italiana in un consesso di esperti di tutti i Paesi dell’Unione è comunque un fatto di civiltà giuridica».


Il capo della polizia Manganelli aggiunge: «Nel nostro Paese le sentenze passano in giudicato dopo ben tre gradi di giudizio, che danno le necessarie garanzie all’imputato e a chi lo accusa; le valutazioni della Giustizia Europea difformi dalla sentenza italiana comunque non la modificano; anche dopo la sentenza definitiva che ha stabilito la colpevolezza di un imputato, il nostro ordinamento, di fronte ad elementi nuovi che vengano da lui portati per dimostrare la propria innocenza, prevede che il processo possa essere riaperto. Credo, quindi, che gli imputati abbiano sufficienti garanzie nel nostro sistema, anche quelli che hanno seminato sangue e terrore nella terra dove vivono i veri Casalesi.


Già, perché per Casalesi si devono intendere gli abitanti di una bella cittadina del Casertano, persone oneste e giovani straordinari, da anni assai sensibili ai temi della giustizia e della legalità e non certo i delinquenti parassiti che ne hanno sporcato l’immagine». Chiaro il ragionamento: fare ricorso è un diritto di ogni cittadino, ma in Italia e in Europa i delitti non sempre restano impuniti.





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Regione Campania, l'indebitamento supera i 13 miliardi. A rischio 7000 stipendi

Il Mattino

di Gerardo Ausiello


NAPOLI (29 agosto) - Dopo due mesi di lavoro, gli «007» del ministero dell’Economia hanno concluso l’ispezione alla Regione Campania e a settembre consegneranno la relazione ufficiale della loro attività, di cui il Mattino è in grado di anticipare in esclusiva i contenuti. Dall’indagine, scattata in seguito allo sforamento del patto di stabilità per un miliardo e 100 milioni e sollecitata dal governatore Stefano Caldoro, emerge un quadro drammatico: l’indebitamento complessivo dell’ente ammonta a 13 miliardi di euro, di cui 5,5 relativi alla sanità.

Ciò a fronte di una crisi di liquidità senza precedenti: basti pensare che alla fine di luglio la tesoreria aveva a disposizione solo 500 milioni. I ripetuti allarmi lanciati da Caldoro, sia in campagna elettorale che dopo l’insediamento, erano dunque assolutamente fondati.


Il personale.
È uno dei punti più delicati del bilancio. Il primo problema riguarda l’esercito di dipendenti che ammonta a 7mila unità. Troppe, secondo gli ispettori, soprattutto in relazione alle altre regioni italiane: la Lombardia, ad esempio, è la più grande e popolosa del Paese ed ha 3.400 dipendenti, ovvero meno della metà della Campania. A conti fatti, per il personale si spendono 400 milioni di euro. 


Di questi circa 70 vengono erogati per il salario accessorio (straordinario, progressione orizzontale, progetti speciali, di produttività ed altre voci aggiuntive). Sotto accusa, in particolare, è finito lo stanziamento aggiuntivo di 18 milioni all’anno inserito nel bilancio a partire dal 2004. Una somma che, per gli «007» del governo e in base ad alcune sentenze della Corte dei Conti, non andava erogata, soprattutto dopo lo sforamento del patto di stabilità. Occorrerà, a questo punto, una drastica cura dimagrante...




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Arriva Gheddafi, Roma si prepara a tutto

Corriere della sera


Dopo due cambi di programma, il leader libico atterrato nella Capitale. Scorta di amazzoni e cavalli berberi


ROMA - Dopo un doppio cambio di programma e fatte salve altre novità dell’ultima ora, il colonnello Gheddafi è arrivato a Roma per celebrare il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia fra Italia e Libia. Il suo aereo è atterrato a Ciampino attorno alle 13,30. Sempre imprevedibile, Gheddafi - che indossava la tradizionale jeard libi e che è sceso dalla scaletta del velivolo scortato da due delle donne che compongono la sua scorta personale - è stato accolto dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, e dall'ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur. Dopo i saluti da cerimoniale, per il leader libico sono previste oltre 24 ore di appuntamenti privati: fino cioè alle 17 di lunedì, quando si terrà il primo appuntamento ufficiale della visita, il convegno all’Accademia libica su «I rapporti fra Libia e Italia», seguito da una mostra fotografica sulla storia del paese nordafricano.

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I BIG E LE RAGAZZE - Pochi i dati certi, molte le indiscrezioni sulla prima parte della visita di Gheddafi: dagli incontri riservati con big della finanza e dell’industria italiani (è circolato ad esempio il nome del numero uno dell’Eni, Paolo Scaroni, ma non ci sono conferme) a passeggiate "spontanee" e caffè nel centro di Roma, e forse perfino a nuovi "seminari" sull’islam da impartire a ragazze e forse anche ragazzi italiani, simili a quelli dell’anno scorso che destarono un certo scalpore. Duecento avvenenti ragazze in abiti eleganti sono state convocate per Gheddafi nel cortile dell'Accademia libica a Roma, situata nei pressi della residenza dell'ambasciatore libico sulla Cassia, dove il colonnello sarà ospitato in questi due giorni con la sua inseparabile tenda beduina, che la volta scorsa venne invece montata nei giardini di villa Doria Pamphilj. Tre pullman hanno accompagnato sul posto le ragazze, reclutate dall'agenzia Hostessweb, che già si era occupata di convocare le 200 ragazze che hanno seguito lo scorso anno gli insegnamenti del leader libico sulla religione islamica.


LA FUGA DELLE HOSTESS - Ed è un piccolo giallo il perché due delle ragazze abbiano deciso di andarsene dalla villa poco prima dell'inizio dell'evento. Ai giornalisti assiepati fuori del cancello, che hanno notato quanto apparissero arrabbiate e deluse, non hanno voluto spiegarne il motivo, giustificandosi con un «noi non siamo nessuno». E alla domanda se fosse stata una «brutta esperienza», hanno risposto: «Lasciamo perdere». Le due ragazze hanno lasciato rapidamente l'edificio coprendosi il volto dalle telecamere con il passaporto. La tensione nel gruppo era già emersa prima dell'ingresso in accademia, quando alcune hostess e un coordinatore avevano avuto un acceso diverbio. «Non siamo retribuite» avrebbe poi detto una ragazza ai giornali. La volta scorsa, invece, ad ognuna delle partecipanti all'incontro era stato riconosciuto un «gettone» di 50 euro.


SCORTA DI AMAZZONI - Anche stavolta il leader libico ha portato con sé la sua scorta di amazzoni e la già citata tenda beduina. Al seguito del raiss ci sono poi 30 cavalli arabi con altrettanti cavalieri: lunedì sera, alle 21, si esibiranno nel corso delle celebrazioni previste alla caserma Salvo D’Acquisto, alla presenza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. I purosangue saranno ospitati nelle scuderie del IV Reggimento dei Carabinieri a cavallo fino al loro ritorno in patria. Lo spettacolo dovrebbe cominciare con alcuni cavalieri libici e proseguirà con il celeberrimo Carosello dei Carabinieri, che andrà in scena proprio in onore del leader libico e vedrà la partecipazione di circa 130 cavalli e cavalieri dell’Arma, due squadroni e una fanfara. Ultimo atto sarà la cena in caserma offerta dal premier italiano, e un ricevimento con 800 invitati.


LE POLEMICHE - Critiche al governo italiano per l'eccesso di accondiscendenza nei confronti del raiss sono arrivate dall'Italia dei Valori. «Il governo Berlusconi si occupa della tenda di Gheddafi ma non si preoccupa delle tende dell'Aquila» aveva detto il senatore Stefano Pedica che aveva accusato l'eseucito di «totale asservimento agli sfizi del dittatore libico, che ha preso il nostro paese come località di vacanza all inclusive». Ai dipietristi replica Margherita Boniver, del Pdl: «L'Idv attacca Berlusconi per aver firmato lo storico trattato di cooperazione e amicizia con la Libia. Si dimentica che il trattato di Bengasi è stato costruito pezzo su pezzo dopo diversi anni di trattativa tra i vari governi italiani e il leader libico, quindi non è frutto di una sola politica. La ricorrenza che viene celebrata lunedì porterà grandi vantaggi e soprattutto la fine dell'epoca coloniale. Ne beneficeranno le imprese, si continueranno ad avere benefici sulla collaborazione nella lotta all'immigrazione clandestina e ci auguriamo potranno avere qualche risarcimento anche le migliaia di cittadini italiani cacciati su due piedi negli anni 70. Tutto questo è evidente per un trattato molto positivo e quindi oltre alle prevedibili eccentricità di Gheddafi bisogna guardare al futuro e continuare sulla giusta strada».

Redazione online
29 agosto 2010

Mettiamo da parte le ipocrisie Gheddafi serve all'Italia

Il Tempo


Da terrorista a capo di uno Stato amico con cui si relaziona il mondo intero. Tutti ricordano le malefatte del leader libico. Però trattano con lui.


Gheddafi con sulla divisa la fotografia di Omar al-Mukhtar, eroe  anti-italiano


Quando, nel giugno del 2009, si aprì la porta dell’aeroplano, sulla scaletta sembrò di vedere la controfigura di Tomas Milian, memorabile «Er monnezza». Mano a mano che s’avvicinava  vedemmo anche una specie di foto che teneva al bavero della giacca di una divisa militare sulla quale non c'è più spazio nemmeno per appiccicare un francobollo. Questa volta sono attesi anche i cavalli, con un notevole gusto per la scenografia. Ma attenti a non cascarci: Muammar Gheddafi non è affatto un soggetto da cronache folcloristiche, semmai un partner rilevante, per il nostro Paese. Diciamo che, a turno, sono tutti bravi a ricordarne le malefatte, ma poi, a turno, sono tutti pronti ad entrare nella sua tenda, non necessariamente con la schiena dritta. C'entrò Massimo D'Alema, da uomo di governo, e ne uscì pronunciando parole dolci come il miele.

I soldi del fondo sovrano libico oggi soccorrono Unicredit, la banca guidata da chi si mise in fila, in modo niente affatto riservato, per votare le primarie dell'Ulivo. Il confine destra-sinistra non serve a nulla, per dividere i giudizi sul leader libico. Ed è anche singolare che a pretendere durezza filo occidentale siano tanti che hanno passato la gran parte della vita a sfilare contro gli americani e la Nato. Né sembra saggio rinvangare storie troppo vecchie, certamente alla base dei dispetti che Gianfranco Fini e Gheddafi si scambiarono un anno fa, come se il primo fosse il continuatore della forza politica che colonizzò la Libia. Posto che la colonia italiana data da prima del ventennio, quel passato è meglio lasciarlo ai libri di storia. Meglio per tutti. Gheddafi è stato, a lungo, un protagonista, diretto ed indiretto, del terrorismo.


Si è redento a partire dal 2003, quando capì che se si bombardava Saddam poteva presto essere arrostito anche lui. Denunciò la rete criminale che diffondeva il nucleare e, anche per conservare il proprio potere dispotico, osteggiò il fondamentalismo islamico. Buon per noi, come per il resto dell'Occidente. Con noi, però, c'è un rapporto speciale, certo non dovuto al passato coloniale. Che fu da barzelletta, ma non per questo privo di spietatezza. Solo che il gallonato beduino cacciò ed espropriò i nostri connazionali all'inizio degli anni settanta e ci sparò un missile nel 1986.

Passaggio cruciale, perché quell'anno gli Stati Uniti tentarono, opportunamente, di fare fuori l'attentatore, mentre un mondo che si reggeva fra Andreotti e Craxi decise di avvertire il bersaglio, che sfuggì. Di lì a poco tempo si ebbe la rivelazione che il conto All Iberian non era il veicolo di finanziamento di Solidarnosc e dell'Olp, come di altri movimenti, ma la guazza del riciclaggio. A seguire apprendemmo della mafia andreottiana. Grande Paese, gli Usa, e variamente popolato. Prima di quel giorno Gheddafi aveva compartecipato, per il tramite di banca Lafico, al salvataggio della Fiat. Durante il successivo embargo il ministro degli Esteri italiano presenziava alle sfilate libiche. Si chiamava Agnelli, Susanna.

Oggi, oltre agli scambi finanziari, importiamo gas e petrolio. Le materie prime energetiche le possiamo comperare dalla Russia, il che comporta la copertura dell'espansionismo putiniano, che ha già arruolato l'ex cancelliere tedesco, oppure dall'Iran, e peggio mi sento, in parte dall'Algeria e dalla Libia. Senza quelle materie chiudiamo, quindi inutile far gli schifiltosi. L'Italia, in coerenza con gli interessi occidentali, ha allentato il rapporto con gli iraniani. Bene. Se sull'altro piatto della bilancia ci sono i cavalli che arrivano in aereo, vorrà dire che forniremo loro la biada. Piuttosto: che fine ha fatto la ripresa nucleare, che plaudimmo? So che non risolverebbe, a breve, ma sarebbe il segnale che l'Italia non ha del tutto smarrito la voglia e l'interesse d'essere indipendente.





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Aumentano le piccole tv sul Web

Treviso, fa "clonare" l'ex fidanzata: 15mila euro per una bambola sexy

Il Messaggero

Cinquantenne fa riprodurre la ragazza in ogni minimo dettaglio
Il titolare delle Tentazioni: «Mai visto, aveva sempre un casco»



di Erica Bet


TREVISO (29 agosto) - La vecchia fiamma rivive in una bambola di silicone e titanio. Succede a San Vendemiano, nel Trevigiano, dove un 50enne vittoriese si è presentato in un sexy shop con la foto dell'amata da riportare in vita. O quasi.

È passato un anno e mezzo da quando l’uomo aveva varcato la soglia delle "Tentazioni", così si chiama il sexy shop che si affaccia all’inizio della Cadore Mare. Il volto è coperto da un casco - tanto che la sua identità ancor oggi rimane un mistero -, e al titolare, Diego Bortolin, mostra una foto raffigurante il volto di una giovanissima donna, il suo vecchio amore, dando indicazioni precise: poterla fare rivivere in un corpo il più possibile reale. Così inizia lo studio della "real doll"
, l'ultima frontiera dei sex toys, che venerdì è arrivata nella Marca direttamente dagli Usa. La prima a sbarcare in Italia. Ha le fattezze dell'amore perduto del 50enne: lo stesso sorriso, così è pure per il colore degli occhi e dei capelli. Fianchi formosi e seno prosperoso che veste la quinta. E la bambola dallo scheletro in titanio può riaccendere la passione del misterioso acquirente, quasi fosse un clone della donna amata.


Diego Bortolin, il friulano di Casarsa titolare delle "Tentazioni", spiega come ha fatto "rivivere" la ex, un passo decisamente oltre le bambole gonfiabili: «Abbiamo riprodotto l'immagine nei minimi particolari, anche nella dentatura. In media una "real doll" costa 5mila euro, in questo caso siamo arrivati ai 18mila dollari, circa 15 mila euro». A far lievitare il prezzo proprio la cura minuziosa dei particolari: «Personalizzata in base alla richieste del cliente». Volto arricchito da un filo di trucco, lucidalabbra e sopracciglia sottili, denti e unghie morbide, piedi e orecchie scelti dal misterioso amante. Particolari anatomici dipinti per essere ancor più realistici. «È ricoperta di tessuto anallergico - assicura Bortolin - ed è lavabile in ogni sua parte, anche con detergenti intimi: può essere portata perfino sotto la doccia. Pesa 58 chili ed è alta 1 metro e 63, è snodabile e può assumere qualsiasi posizione, sia in piedi che seduta».
 


Ma non sarà l'unica bambola: «Per la fine di ottobre ne arriveranno altre tre del valore di circa 9mila euro», continua il magnate dei sexy shop. Una raggiungerà presto la provincia di Bologna. Uno dei clienti, infatti, è romagnolo: «Quando è arrivato alla stazione dei treni di Conegliano, ho mandato un taxi perché lo portasse da me, a mie spese», spiega Bortolin. Si tratta di un disabile. «Non è un caso raro: anziché contattare una prostituta, persone che per mille motivi faticano ad avvicinare l’altro sesso si rivolgono a noi».
 


A chi chiede a Bortolin, com'è arrivato nel mondo dell'hard, risponde: «Il primo lavoro è stato da pasticciere nel panificio di famiglia. Dopo il divorzio ho iniziato una nuova vita. Ho avviato una domanda per gestire un forno crematorio e ho fatto anche qualche esperienza... Nel frattempo ho avviato la richiesta anche per gestire un sexy shop». Nel '94 il primo negozio hard a Casarsa: oggi sono 67 in Italia e uno in Austria.




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Il rifugio della marchesa L'isola dei festini proibiti

Corriere della sera

Nella villa di Zannone, tra i ricordi dei Casati Stampa

LA STORIA

Il rifugio della marchesa
L'isola dei festini proibiti





DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


SAN FELICE CIRCEO (Latina)Quando quella foto della marchesa Anna, scattata sull'esclusiva isola di Zannone, fece il giro dei quotidiani e dei settimanali, la soglia del comune senso del pudore ebbe un abbassamento verticale. Gli italiani, che a dicembre avrebbero vista approvata la legge sul divorzio, non si erano ancora riavuti dallo choc per l'arresto di Walter Chiari, incarcerato ingiustamente per tre mesi con l'accusa di uso di cocaina, che subito dovettero familiarizzare con una storia di libertà sessuale spinta agli estremi: un discendente delle più antiche famiglie lombarde, titolare di uno dei maggiori patrimoni, organizzava orge con la seconda moglie, Anna Fallarino, ex modella e soubrette di modeste origini beneventane, che aveva recitato per pochi secondi accanto ad Antonio De Curtis, in «Totò Tarzan».



Il marchese Camillo, Camillino per gli amici, Casati Stampa di Soncino, provava il massimo piacere a vedere la consorte unirsi in amplesso con altri uomini, mentre lui fotografava. Un ménage culminato, esattamente quarant'anni fa, nel duplice omicidio e suicidio nel superattico di via Puccini a Roma, quando Camillo uccise a fucilate, con un Browning calibro 12 caricato a pallettoni, la moglie e il giovane Massimo Minorenti, studente iscritto a scienze politiche senza molto profitto, militante del Msi, che si vantava di aver avuto una relazione con la pantera nera della tv, Lola Falana, e che agli occhi del marchese aveva la colpa di essersi ribellato al ruolo di marionetta innamorandosi della bella Anna. Poche ore dopo che Camillo Casati Stampa aveva fatto fuoco sulla moglie e sul giovane amante e che si era ucciso con un altro colpo di fucile, la sera del 30 agosto 1970, dai cassetti emersero 1.500 foto che documentavano gli audaci costumi sessuali e un diario, rilegato in pelle verde, in cui il marchese annotava nomi, circostanze, luoghi, prestazioni, sensazioni, prezzo pagato a soldati, marinai, studenti, camerieri per farli giacere con Anna.



Uno dei luoghi degli incontri era la villa di Zannone, l'isola nell'arcipelago del Circeo, diciotto miglia marine a Sud del porto di San Felice, che dal 1979 è inserita nel Parco Nazionale del Circeo e che dagli anni Venti era stata data in concessione alla famiglia Casati come riserva di caccia. Camillino si vantava di tener lontano i turisti a suon di fucilate, oggi l'isola disabitata è visitabile di giorno, ma il pernottamento è vietato. Vi siamo arrivati scortati da una comitiva di naturalisti con il presidente dell'ente parco, Gaetano Benedetto, Enrico Romito, ricercatore della Pangea, e l'ispettore della Forestale Ignaz Reichegger, conoscitore di ogni angolo degli oltre cento ettari dell'isola in cui la natura regala emozioni fortissime, perché è una delle piattaforme preferite dagli uccelli migratori prima di riprendere la loro lunga corsa, ma anche perché ogni sasso sembra ancora grondare di una storia dolorosa e torbida.



Doppiato Capo Negro, dove accanto al vecchio faro accorrono due mufloni, si attracca nella località Varo, vicino alla pescheria romana dove la bella Anna Fallarino in Casati Stampa si fece riprendere dal marchese in quella posa discinta, simbolo del rinnovato mito della maga Circe mangiatrice di uomini. Un sentiero scavato nella roccia dai monaci benedettini che coraggiosi si insediarono a Zannone nel VI secolo dopo Cristo, costeggiato da piante di mirto, lentisco, erica, cisti, fillirea, corbezzolo, ginestra, lavandula, euforbia arborea, conduce in una sinfonia di profumi all'abbazia benedettina, o meglio alla villa che i Casati vi hanno costruito sopra. Una dozzina di stanze di un edificio su due piani che dalla sommità di questo grande scoglio domina il mare.



I due terrazzi offrono una vista mozzafiato sulle isole vicine, Ponza e Palmarola. L'edificio di due piani, utilizzato sino a due anni fa dalle guardie forestali, ma ora inagibile, è rimasto sostanzialmente quello abitato da Camillino Casati e Anna Fallarino: al pian terreno un terrazzo, un enorme soggiorno e una grande cucina, costruita sopra una delle cisterne che i benedettini avevano scavato per la raccolta dell'acqua piovana. Al secondo piano cui si accede attraverso una scala di ardesia con civettuola ringhierina nera e rossa le stanze da letto che danno su una grande loggia. Alcune stanze sono comunicanti: testimoni raccontano che al posto delle porte ci fossero enormi falsi specchi da cui i marchesi potevano vedere gli amplessi degli ospiti.



Di certo in quella villa si amoreggiava e soprattutto di beveva molto e bene: Ignaz Reichegger racconta che con i suoi collaboratori durante un'opera di bonifica ha raccolto trenta metri cubi di cocci di bottiglie, quasi tutti d'origine francese. Attraversando un sentiero ombroso che conduce al faro e a una spiaggia, ogni angolo è un invito alla sosta. Difficile dire dove Mariateresa Fiumanò, cugina e confidente di Anna Fallarino che ha scritto il libro «La marchesa Casati» (edizioni Anordest), vide le quattro coppie di scambisti che la indussero scandalizzata a fuggire dall'isola il 15 agosto 1970, pochi giorni prima della tragedia. Ora il problema che si pone all'ente parco è come sfruttare questo patrimonio unico. L'idea del presidente Benedetto è di ristrutturare la villa e farne un rifugio aperto come quelli di alta montagna. Occorrono non meno di 1,6 milioni. Forse troppi di questi tempi.



Dino Messina



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Aspetto soldi da Bocchino da 14 anni"

di Francesco Cramer

L’ex direttore del Roma, Enzo Palmesano: "Mi licenziò perché difesi un collega. La liquidazione? Mai avuta"



Enzo Palmesano, ex direttore del quotidiano partenopeo il Roma, ha scritto una lettera a Fini, Schifani e i presidenti dei gruppi parlamentari. Perché?
«Per dire che il prossimo dicembre sono 14 anni che aspetto che Bocchino mi paghi lo stipendio».

Sta dicendo che l’editore non l’ha mai pagata?
«Certo. Sono stato licenziato dal Roma il 15 dicembre 1996 e da allora non mi è stato retribuito un solo giorno di stipendio e neppure il trattamento di fine rapporto».

Racconti.
«Ero in forza al Secolo d’Italia, capo del politico. Un giorno mi proposero di andare a dirigere il Roma, che l’ex ministro delle Poste Pinuccio Tatarella voleva rilanciare».

Come direttore responsabile?
«Sì. Direttore politico Tatarella; editore il suo factotum Italo Bocchino».

E lei accettò?
«Accettai con un accordo politico: tu vai al Roma ma continuerà a pagarti il Secolo».

E così è stato?
«Fino ad agosto sì. Smaltisco ferie, giorni di riposo arretrati e poi il primo settembre attacco al Roma».

Pagato?
«Fino al 30 settembre sì. Dal Secolo. Poi dal primo ottobre avrebbe dovuto pagarmi Bocchino. Solo che intanto mi arriva una lettera di licenziamento per abbandono del posto di lavoro dal Secolo firmata da Franco Servello».

E lei sente puzza di bruciato...
«No perché Tatarella e Bocchino mi rassicurano immediatamente: “Stai tranquillo - dicono - è come se la lettera non fosse mai stata inviata. Siamo nel partito, no? È solo un disguido”».

E lei si mette il cuore in pace?
«Sì. Solo che a fine mese non vengo pagato. Aspetto il mese successivo ma niente. Succede qualcosa il 15 dicembre, invece... Licenziato!».

E perché?
«Perché mi sono opposto al licenziamento di un giovane collega, Alfredo Romano, poi diventato direttore della Discussione».

Una ritorsione?
«Ma certo. Soltanto che a quel punto ho preteso che almeno mi venissero pagati gli stipendi e la liquidazione».

E fa causa?
«Mi sono rivolto al sindacato, all’Associazione della napoletana della stampa a cui ero iscritto e la pratica viene seguita da due avvocati: Porzio e Pulcinaro».

Risultato?
«Dopo anni il giudice mi dà ragione: dal 1 ottobre al 15 dicembre ’96 io ero in forza al Roma di Bocchino e quindi mi spettano, stipendi, liquidazione e mancato preavviso del licenziamento».

Ma di soldi niente?
«Macché. Non ho visto una lira. Così ho scritto ai presidenti di Camera e Senato lamentando la situazione».

Risposte?
«Zero. Da Fini, che mi conosce bene, me la sarei aspettata. Soprattutto adesso che si fa alfiere della legalità».

Chi l’ha epurata?
«Bocchino e Ugo Benedetti, quello dello scandalo Italsanità, di cui Bocchino era amico e che faceva l’amministratore del Roma».

Ma lei ha in mano una sentenza?
«Ma certo. E grazie a questo posso affermare che Bocchino è l’inventore del legittimo impedimento».

In che senso?
«Perché quando iniziò la causa, davanti al giudice, arrivò un documento con carta intestata della Camera dei deputati in cui si diceva che Bocchino non poteva intervenire perché impegnato».

E adesso cosa intende fare?
«Scrivere a Napolitano. L’ho visto giustamente molto sensibile ai licenziamenti degli operai di Melfi».




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Allen contro i big del web: i brevetti sono miei

Repubblica

Paul Allen, co-fondatore di Google, ha deciso di fare causa a 11 giganti, tra cui Google, Facebook, eBay, Yahoo, Apple e Aol, per violazione di brevetti

Sabaudia, le cornacchie morte erano un avvertimento contro Saviano

Corriere della sera

Lo scrittore era ospite di una villa sul lungomare dove il 23 agosto furono trovati 20 uccelli congelati


ROMA - Un avvertimento mafioso rivolto allo scrittore Roberto Saviano che era ospite di una villa sul lungomare di Sabaudia. Sarebbe questo il motivo per cui sono state lasciate sulla spiaggia della cittadina laziale, nel tratto compreso tra due stabilimenti balneari, le carcasse di venti cornacchie grigie congelate, ritrovate il 23 agosto scorso dal personale del corpo Forestale dello Stato. Lo si apprende da fonti investigative di Latina. Le carcasse erano collocate a circa 30 metri l'una dall'altra secondo una disposizione ben precisa. I veterinari avevano escluso che la morte degli animali fosse avvenuta per malattia o arma da fuoco. Il congelamento dei volatili sarebbe stato infatti successivo alla morte. Sin dall'inizio, tra le ipotesi investigative c'era, a parte il gesto goliardico, proprio l'avvertimento malavitoso, ma non era stato individuato chi fosse la persona a cui era diretto. Dopo alcuni giorni di indagini è stato accertato che in quei giorni l'autore di «Gomorra» ha fatto il bagno in quel tratto di mare, a poca distanza da dove sono state collocate le cornacchie.

 (Fonte: Ansa).

28 agosto 2010




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La visita Lunedì l’incontro con Berlusconi, l’opposizione s’arrabbia per i cavalli

di Redazione


Un po’ per motivi di sicurezza un po’ per la tradizionale «imprevedibilità» del personaggio, l’arrivo di Gheddafi a Roma per il secondo anniversario del trattato di Bengasi, è stato oggetto di un piccolo giallo diplomatico. In un primo momento il colonnello libico era atteso a Roma lunedì 30, quando incontrerà Berlusconi per la parte ufficiale della visita, poi il suo arrivo era stato annunciato per stasera, poi per ieri e infine è stato fissato ufficialmente per oggi all’aeroporto di Ciampino. Con la Farnesina che prima indicava anche l’orario, le 12.30, e poi preferiva restare sul vago.


Chiusa la querelle della data, la visita di Gheddafi con tanto di amazzoni (le sue guardie del corpo), cavalli (che ha voluto portare dalla Libia) e tenda (la sua residenza abituale) lascia aperte le polemiche su tutti i suoi altri aspetti, che come sempre rappresentano altrettante occasione di dialettica politica.


Il primo a dare un segnale di vita sui rapporti Roma-Tripoli (o Silvio-Muammar) era stato il verde Angelo Bonelli, che aveva definito «sconcertante» che sui nuovi passaporti della Grande repubblica araba popolare e socialista di Libia ci fosse, come preannunciato dall’ambasciatore libico a Roma, una foto del nostro premier mentre stringe la mano a Gheddafi in occasione del trattato di Bengasi, il 30 agosto di due anni fa. Commenti di tenore simile sono arrivati poi da alcuni esponenti dell’Idv.


Ma neppure i trenta cavalli libici, già arrivati in aereo e ospitati dai Carabinieri, sono andati giù all’apposizione. Infatti, il senatore radicale eletto nel Pd Marco Perduca ha detto: «Se festeggiare un trattato firmato con una dittatura liberticida è indegno di un paese civile, celebrarlo col circo a cavallo da svolgere nella prestigiosa caserma dei Carabinieri intitolata al martire civile Salvo D’Acquisto è intollerabile».


E fra l’ennesimo richiamo al «dittatore» e uno al «beduino», un ricordo dei profughi italiani espulsi da Gheddafi che ancora attendono giustizia e uno sberleffo a Berlusconi «asservito» al colonnello, l’opposizione è andata avanti tutta la giornata di ieri. Fino a che Margherita Boniver ha replicato sottolineando che «si dimentica che l’accordo di Bengasi è stato costruito pezzo su pezzo dopo diversi anni di trattativa tra i vari governi italiani e il leader libico, quindi non è frutto di una sola politica».




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