mercoledì 1 settembre 2010

Garmin, il navigatore rischia di bruciare

Corriere della sera

Coinvolti 1,25 milioni di apparecchi. La batteria di alcuni modelli potrebbe surriscaldarsi



Uno dei modelli "incriminati"
Potrebbero andare in fumo e lasciarci in mezzo alla strada senza meta. Per non parlare del pericolo ben più grave di un incendio che potrebbe lasciarci addirittura senza automobile. Sotto accusa i navigatori Garmin modelli nuvi 200W, 250W,710, 760 e 765. La casa americana ha stabilito un richiamo a livello internazionale per scongiurare il problema, precisando che il difetto è circoscritto a poche unità anche se il numero complessivo di quelle potenzialmente coinvolte arriva a 1,25 milioni. La Garmin ha scoperto che in alcuni casi (circa 6 su un milione) la batteria montata sulle serie indicate potrebbe surriscaldarsi fino a causarne l'autocombustione. I clienti stiano tranquilli, sostengono però i responsabili, perché gli apparecchi interessati saranno riparati a spese del produttore. Come si può accertare l'ecventuale difettosità del proprio navigatore? Verificando il numero di serie tramite internet alla pagina di riferimento. Per ulteriori informazioni si può contattare il customer care allo 02/36699699

Paolo Lorenzi
01 settembre 2010



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Ferrari 458 che vanno a fuoco, maxi richiamo per la supercar

Corriere della sera

Maranello: il problema è nella paratia che separa il passaruota dai collettori di scarico




MILANO - Le 458 vanno a fuoco e dalla Ferrari parte il maxi richiamo: 1.248 proprietari in tutto il mondo della super car di Maranello stanno per essere invitati a recarsi in officina per eliminare il difetto che da luglio a oggi ha causato l’incendio di cinque esemplari della splendida 8 cilindri: due casi in Cina, uno in Francia, uno negli Stati Uniti e uno in Svizzera.

ATTENTO ESAME - Dopo un accurato lavoro svolto sul posto dai tecnici di Maranello che hanno esaminato le auto bruciate, il problema è stato individuato nella paratia che separa il passaruota dai collettori di scarico: il collante utilizzato per il fissaggio, in casi estremi si surriscalda fino a infiammarsi. Per eliminare ogni rischio i tecnici dovranno asportare dalle gran turismo interessate la vecchia paratia e i residui di colla per poi montarne una nuova, questa volta fissandola però con dei rivetti. I proprietari delle Ferrari andate in fumo verranno risarciti con una nuova vettura.

Paolo Lorenzi
01 settembre 2010



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Da Lula no a estradizione Battisti, Italia informata». Ma Palazzo Chigi smentisce

Il Messaggero

Quotidiano brasiliano: «Lula ottenne il consenso di Berlusconi
a giugno». Presidenza Consiglio: mai affrontato l'argomento


 

ROMA (1° settembre) - Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva avrebbe deciso di non concedere l'estradizione dell'ex terrorista rosso Cesare Battisti, detenuto in Brasile, e avrebbe già ottenuto il consenso a riguardo del premier Silvio Berlusconi in occasione dell'incontro fra i due a San Paolo nel giugno scorso. Lo scrive oggi il quotidiano brasiliano Estado de S. Paulo, uno dei più accreditati e influenti del Paese, senza, però, citare alcuna fonte.

Palazzo Chigi smentisce.
Fonti di Palazzo Chigi replicano rimandando a quanto già affermato in occasione della visita del premier in Brasile, ovvero che della questione Battisti i due presidenti non avevano affatto discusso.

Nella conferenza stampa seguita al colloquio tra i due,
Lula - rispondendo ad una domanda dei giornalisti - aveva affermato che per decidere se dare il via libera o meno all'estradizione di Battisti verso l'Italia avrebbe aspettato il parere dell'Avvocatura generale dello Stato, assicurando comunque che qualsiasi decisione avesse preso, ciò non avrebbe finito per danneggiare in alcun modo le relazioni bilaterali tra Italia e Brasile. Secondo l'Estado de S.Paulo invece, Lula non ha ancora annunciato la sua decisione perché nel frattempo è sopravvenuto un nuovo elemento rilevante: alla presidenza del Supremo tribunal federal (Stf, la Corte costituzionale brasiliana) è stato eletto, al posto di Gilmar Mendes, il giudice Cesar Peluso, che era stato precisamente il relatore del caso Battisti, e che aveva fortemente raccomandato l'estradizione, in rispetto all'accordo giudiziario in vigore tra Italia e Brasile.

Altro elemento riportato dall'editoriale del quotidiano:
in giugno Berlusconi avrebbe garantito a Lula che l'Italia non si opporrà all'eventuale asilo politico e non contesterà la decisione del presidente brasiliano, tanto più in pieno periodo elettorale (ad ottobre si svolgeranno le elezioni presidenziali per eleggere il successore di Lula), ma da parte sua il Brasile non addurrà come motivazione le eventuali persecuzioni politiche che Battisti potrebbe soffrire se fosse rimpatriato.




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Diari del Duce, Bompiani li pubblica

di Redazione


Bompiani pubblicherà i diari di Mussolini che sono stati riscoperti da Marcello Dell'Utri nel 2007. Sono anni che si parla delle agende del Duce: già nel 1994 un giornale inglese assicurava la loro autenticità, anche se gli esperti sono scettici



 


Roma - Ancora una volta i diari di Benito Mussolini tornano alla ribalta. Le cinque agende, che sarebbero state compilate dal Duce negli anni dal 1935 al 1939 e nel 1942, saranno, infatti, presto pubblicate dalla Bompiani, nonostante storici ed esperti siano scettici sulla loro autenticità.

I quaderni sono dal 2007 in possesso di Marcello Dell'Utri, che a questa critica, durante la loro presentazione a Casa Pound, il centro sociale occupato da giovani di destra, rispose: "Autentici? Falsi? a noi non ce ne frega niente e lasciamo ai soloni questo dibattito. Nessuno può dire se questi diari sono autentici ma nessuno può dire che certamente sono falsi". Il senatore Pdl, esperto bibliofilo, disse anche di aver visionato i testi tramite i figli di un misterioso partigiano che a Dongo arrestò il Duce e conservò le agende. Carte e valori in possesso del Duce al momento del suo arresto furono inventariati da ’Bill’ (Urbano Lazzaro), consegnati al Commissario politico della brigata, il comunista ’Pietrò (Michele Moretti) e trasmessi al Comitato di liberazione nazionale di Milano. Nella lista, però, non compaiono i diari.

Dalle agende, a detta di Dell’Utri, verrebe fuori un Mussolini "totalmente diverso da come è stato descritto: i suoi migliori amici sono ebrei e non ha nulla contro di loro", anche se la storia dice che il Duce varò le Leggi Razziali nel 1938 e che in molti dei suoi scritti pubblici c’era antisemitismo. In un’altra occasione Dell’Utri, sempre citando i diari, ha detto che leggendo i diari si ha "l’immagine di un uomo di valore, dal punto di vista sia umano che culturale. Mussolini cita spesso le classi deboli e più bisognose.

Molti provvedimenti in loro favore e diverse leggi sociali, come quelle che disciplinano la previdenza contro gli infortuni e la nascita dell’Inps e dell’Inail, risalgono proprio al famigerato Ventennio. Che dire poi delle colonie? L’Italia, essendo un Paese che occupa tutto lo spazio del Mediterraneo, non poteva restare fuori dalla politica di espansione delle potenze occidentali". Alla vigilia della guerra, poi, il Duce avrebbe scritto: "Non possiamo e non dobbiamo prendere le armi, che poi non abbiamo". Per Dell'Utri, insomma, Mussolini ha sbagliato, "ma quando era al potere lo Stato era più presente di quanto non lo sia adesso. Aveva dato, e in questo è stato l’unico, un senso di patria al Paese, che non c’era prima e non c’è stato neanche dopo".

Per leggerli e farsi un'idea bisogna aspettare che Bompiani li pubblichi, ma già nel 1994 l’autorevole Sunday Telegraph annunciò la loro scoperta e, a conferma della loro autenticità, citò l’expertise di storici di grande calibro come Denis Mack Smith e Brian Sullivan, dell’Istituto Studi Strategici di Washington. Secondo il giornale inglese, infatti, il produttore cinematografico sir Anthony Havelock-Allan e sua moglie Sara dissero di averli a loro volta ricevuti da un misterioso e anonimo costruttore edile italiano, che 30 anni prima li aveva trovati nella soffitta del padre, tra i cui amici compariva un certo ’Pedrò (il conte Pier Bellini delle Stelle, capo dei partigiani che arrestarono il Duce. Certo è che sui diari la stessa famiglia Mussolini rimase nel 1945 prudente, quasi scettica.



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Bergamo, inno di Mameli: "A scuola non lo vogliamo non ci sentiamo italiani"

di Redazione

A Ponteranica i leghisti bocciano la proposta di promuovere l'Inno di Mameli nelle scuole primarie e secondarie. Il sindaco: "Io non mi sento italiano ma purtroppo lo sono. E scoppia la polemica


Bergamo - I leghisti bocciano l'inno a scuola perchè "non si sentono italiani". Succede a Ponteranica, il Comune alla porte di Bergamo che lo scorso anno fu già al centro di una dura polemica per la decisione di cambiare nome alla biblioteca che era intitolata a Peppino Impastato. Stavolta c’è di mezzo l’inno nazionale.
Il consigliere comunale della minoranza Pdl Luca Oriani aveva presentato una mozione (seguendo l’invito della segreteria nazionale del partito) per chiedere l’affissione del testo di Mameli negli istituti scolastici primari e secondari di primo grado, con lo scopo di "promuovere tra gli studenti la conoscenza del loro inno nazionale, con la speranza di poter consolidare il sentimento di coesione e appartenenza ad una stessa Patria che dovrebbe accumunare tutti i cittadini".
Purtroppo sono italiano La proposta è stata bocciata dal vicesindaco Giuseppe Minetti, che sostituiva il sindaco assente e ha tagliato corto: "Io non mi sento italiano anche se purtroppo lo sono". Una risposta che ha scatenato una vivace polemica tra i consiglieri e con il pubblico presente. E alla fine la proposta è stata bocciata.



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Messina, uno dei ginecologi della rissa: ''Mi ha tirato una sedia...''

Repubblica

A Radio Capital parla uno dei due medici coinvolti, il ginecologo Vincenzo Benedetto. Intanto migliorano le condizioni della mamma e del neonato

(intervista di Niccolò Carratelli)

 

Messina: ''La rissa non c'entra con le complicazioni del parto''

Repubblica

Stanno meglio la mamma e il bimbo ricoverati al policlinico di Messina per alcune complicazioni durante il parto non risolte prontamente, secondo il marito della donna, perché in sala parto i due medici si prendevano a pugni. L'uomo ha denunciato l'ospedale mentre i due medici sono stati sospesi dal loro direttore sanitario, il professor Domenico Granese che ammette la rissa ma sostiene che non abbia nulla a che fare con le complicazioni della donna durante il parto

(intervista di Silvia Scotti)

Messina, la denuncia del marito al Tg1

Repubblica

Matteo Molina: ''Durante la lite mia moglie si è sentita male''

Stupro, Stoccolma riapre l'inchiesta sul fondatore di Wikileaks

Quotidianonet

Julien Assange è stato interrogato dalla Procura della capitale svedese, che qualche settimana fa aveva annullato un mandato di arresto per aggressione e violenza. Lui si difende: "campagna di calunnie’’ orchestrata dal Pentagono


Stoccolma, 1 setembre 2010 - La giustizia svedese riapre l’inchiesta per violenza sessuale contro Julian Assange, il fondatore del sito Internet WikiLeaks specializzato nella pubblicazione di documenti confidenziali. Lo ha annunciato la procura di Stoccolma che ieri, per circa un’ora, ha ascoltato Assange in merito a presunte aggressioni contro due ragazze.


"Ci sono motivi per pensare che sia stato commesso un crimine”, ha spiegato la responsabile della procura, Marianne Ny, in un comunicato. “In base agli elementi raccolti è stato aperto un fascicolo per ‘stupro’”, ha aggiunto.
La Procura di Stoccolma qualche settimana fa aveva già annullato un mandato di arresto spiccato nei confronti del fondatore di Wikileaks per aggressione e violenza carnale, su denuncia di due donne svedesi.
 

Durante l’interrogatorio di ieri, Assange è stato formalmente informato dei sospetti a suo carico. Il suo avvocato, Leif Silbersky, ha aggiunto che Assange ha respinto le accuse. Australiano, 39enne, Assange ha sempre negato qualsiasi responsabilità, denunciando ‘’una campagna di calunnie’’ orchestrata dal Pentagono e dagli Usa.


RICHIESTA DI PERMESSO DI SOGGIORNO
- Nel frattempo lo stesso Julian Assange ha fatto richiesta all’ufficio svedese dell’immigrazione per ottenere l’autorizzazione a vivere e lavorare in Svezia, come annunciato ieri da un portavoce dello stesso ufficio.


‘’Ha chiesto l’autorizzazione di lavorare e risiedere in Svezia’’, ha dichiarato Haakan Gestrin, precisando che la richiesta è stata presentata il 18 agosto e non è ancora stata presa in esame. Un altro portavoce, Gunilla Wikstroem, ha precisato che la richiesta è ancora in attesa perché mancano alcune informazioni. La richiesta di residenza e lavoro in Svezia è stata presentata due giorni prima che Assange venisse accusato di stupro e poi ‘solo’ di aggressione sessuale.

WIKILEAKS E I DOCUMENTI SULL'AFGHANISTAN - Assange è assurto alla ribalta della cronaca internazionale dopo aver pubblicato il 23 luglio su Wikileaks migliaia di documenti riservati sulla guerra in Afghanistan, suscitando forti critiche del Pengagono che ha accusato Assange di essere un irresponsabile. Quest’ultimo aveva però confermato che avrebbe pubblicato altri 15.000 documenti. La pubblicazione ha infiammato il dibattito su scopo e direzione della guerra americana nella regione
 





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Sprecopoli, l’assessore difende l’operaio in scooter

Il Secolo xix

Claudio Donzella










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Cade sull’etilometro il precisino del Pd: 3 mesi senza patente

di Paola Setti


Tanto attento a navigare nel mare magnum delle correnti del suo partito, quanto disattento al volante. Pare impossibile che sia capitato proprio a lui, eppure Andrea Orlando s’è fatto beccare. Parola di etilometro, che una sera d’agosto segnava lo sforamento oltre il limite dello 0,50 imposto dal codice della strada. E parola di polizia stradale, che al deputato Pd ha sospeso la patente per tre mesi con multa abbinata.


Pare impossibile che sia capitato proprio a lui perché lui, Orlando, non te lo immagini che sbevazza alle cene estive e poi commette pure l’imprudenza di farsi beccare un po’ brillo al volante. Lui stesso non si capacita, all’urlo di: «Mai preso una multa neppure per divieto di sosta in vita mia». E non è solo che valla a cercare una foto in cui sorride, tanto per dire. È che se l’etilometro misurasse la pignoleria, e se la puntigliosità si multasse, ecco, così si, ci sarebbe da crederci.


Non gliene sfugge una, all’Orlando, una volta riuscì pure a far dare in escandescenze Bruno Vespa per un mancato invito a Walter Veltroni. Soprattutto, non ne lascia passare una, rileggere le esternazioni degli ultimi mesi per credere. Il Pdl critica il Pd con una dichiarazione? Lui risponde con un’intervento, un’intervista e almeno un paio di precisazioni, e insomma ci sarà un motivo se i compagni di partito lo hanno ribattezzato «l’Orlando noioso».


C’è poi che uno più accorto di lui mica lo trovi, la tignosità come ragione di vita, e di carriera. E che carriera. A 41 anni, Orlando ha già fatto tutto, o quasi. Responsabile organizzativo nei Ds, portavoce del primo Pd, oggi è presidente del Forum Giustizia del partito. Non male, per uno che viene dalla Spezia, la periferia dell’impero. Potenza del non aver mai tentennato, dice chi lo ha visto «crescere». Ai tempi della Bolognina, Orlando era già segretario provinciale della Fgci, correva l’anno 1989 e lui al nuovo corso si adeguò senza colpo ferire, immediatamente eletto e nominato assessore del Pds, incarico che ha mantenuto stoicamente fino al 2007.


Più di recente, Orlando è stato più fassiniano di Fassino quando Fassino era segretario dei Ds e lo promosse responsabile organizzativo, più veltroniano di Veltroni quando Veltroni ha liquidato Fassino e i Ds e lo ha nominato portavoce. «Non mi stupirei che fra poco saltasse sul carro di D’Alema» aveva confidato ai tempi dell’interregno di Franceschini un maligno del Pd. E infatti eccolo, più dalemiano di D’Alema, e quindi anche più bersaniano di Bersani, con la responsabilità di rappresentare il partito niente meno che sulla giustizia.


Quando la stradale lo ha fermato, lui si è ben guardato dall’imitare Claudio Burlando, il governatore della Liguria che, dopo un contromano, agli agenti mostrò il tesserino da deputato, evitando così una multa che, preso dai rimorsi e dalle polemiche, solo dopo chiese invece al questore di applicargli. No. L’unico fiato di Orlando è stato quello nel palloncino. Semplicemente, ha ammesso imbarazzato al Secolo XIX, subito dopo è corso a fare gli esami del sangue per dimostrare alla Prefettura «che quella sera avevo bevuto, ma non sono un bevitore abituale». Pignolo, oltre il limite.




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Esplode motore su un 747 della Qantas, atterraggio d'emergenza a San Francisco

Corriere della sera


La manovra si è conclusa senza incidenti e tra i fragorosi applausi dei passeggeri a bordo


SAN FRANCISCO - Atterraggio d'emergenza all'aeroporto di San Francisco per un volo della Qantas che stava sorvolando l'Oceano Pacifico quando è esploso un motore. Lo hanno riferito fonti della compagnia aerea australiana. L'aereo, un 747-400, con 230 passeggeri a bordo, era partito da San Francisco per Sydney poco dopo la mezzanotte ora locale.





NESSUN FERITO - L'incidente si è verificato dopo 45 minuti di volo al motore numero 4 dell'ala destra. La manovra di emergenza si è conclusa senza incidenti e tra i fragorosi applausi dei passeggeri a bordo. Il portavoce della Qantas, David Epstein, ha affermato che nessuno dei 230 a bordo è rimasto ferito e che l'aereo è atterrato normalmente a San Francisco. «Succede, molto di rado, che i motori vadano in avaria e l'accaduto dimostra la perizia dei nostri ingegneri e dei nostri equipaggi che riportano a terra l'aeromobile in tutta sicurezza», ha detto Epstein.

Redazione online
01 settembre 2010

Denise Pipitone, oggi sono sei anni dalla sua scomparsa

Libero






Sei anni senza la piccola Denis, la sua scomparsa risale proprio al primo settembre del 2004 attorno a mezzogiorno. Poco prima era stata vista giocare davanti alla sua abitazione in via Domenico La Bruna, a Mazara del Vallo. Poi il nulla. E così sono iniziate le ricerche, la diffusione degli identikit, segnalazioni e avvistamenti. Piste vere, piste false e numerose ipotesi tra cui quella emersa sin dall’inizio: un rapimento escogitato per una vendetta familiare.

Per la sparizione di Denise sono indagati la sorellastra, Jessica Pulizzi accusata di sequestro in concorso con ignoti, l’ex fidanzato Gaspare Ghaleb che deve rispondere di false dichiarazioni ai pm. Nei mesi scorsi è iniziato il processo a Marsala. Al vaglio la posizione anche della mamma di Jessica, Anna Corona.

Il prossimo 26 ottobre la piccola compirà 10 anni. Piera Maggio  la mamma di Denise non ha mai smesso di cercare la figlia e di sperare di riabbracciarla, tenendo alta l’attenzione sul caso e sollecitando una norma che punisca severamente i responsabili di sequestro di minori. Ma oggi c’è di più: la coraggiosa donna ha preso in mano carta e penna e ha scritto una lettera a 27 capi di stato dell’Unione europea ai quali chiede una task force internazionale sotto la loro diretta supervisione, per le ricerche dei minori scomparsi e l’individuazione di linee guida e iniziative internazionali in collaborazione con i media, in modo da contrapporsi ai rapimenti di bambini. La donna si rivolge a loro "interpretando il senso dell’unione europea come quella straordinaria coesione" che permette di vedere in loro i suoi  rappresentanti e non "quelli di una nazione straniera".

Piera auspica che tutti i bambini siano considerati "intoccabili" e che "nessuno possa rapire un bambino in Polonia perché sarebbe cercato in Francia come se fosse un bambino francese e viceversa". Tutto ciò per realizzare interventi "mirati" su larga scala, evitando la frammentazione territoriale delle ricerche  che di fatto ne impedisce in molte circostanze un esito positivo.

01/09/2010





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Beha: "Io oscurato dalla Berlinguer"


 

Oliviero Beha, lo Zorro della tv, prima o poi sguaina la spada. Più prima che poi, di solito. Ora il duello è con il direttore del Tg3 Bianca Berlinguer: due anni d’amore e d’accordo, un commento domenicale sul calcio, corrosivo come sa esserlo lui, infine i mondiali che travolgono la nostra nazionale, ma anche il rapporto fra l’algido direttore e il sulfureo giornalista. Che subito si stacca di dosso tutte le etichette che vorrebbero appiccicargli: «Non voglio parlare di censura». E di che cosa parliamo? «Di selvaggina». Selvaggina? «Sì, hai (...)
(...) capito bene, selvaggina, mi sparano sempre addosso, tutti, tutti tutti.

Destra o sinistra non a fa differenza. Finisce sempre allo stesso modo, che mi cacciano». Ma che è successo? «Succede sempre la stessa cosa. Io faccio grandi ascolti, tutti mi riempiono di attestati di stima, il pubblico gradisce, poi un bel giorno mi espellono come fa l’arbitro, solo che io non ho commesso falli. E nessun quarto uomo è mai venuto a spiegarmi cosa avrei fatto. E poi succede pure un’altra cosa: siccome sono orfano, non ho padrini politici, non appartengo alle lobby giuste, allora la mia cacciata dal video provoca una generale alzata di spalle.

Io non sono la Busi che mobilita i sindacati della Rai, non sono la Buongiorno epurata da Signorini e icona di certi salotti sinistri, sono uno di cui non frega niente a nessuno. In pubblico, perché in privato io non faccio che rispondere al telefono ad amici e meno amici che solidarizzano, a parole, con me. A sentire il telefono tutto il mondo è con me, poi se metto fuori la testa scopro di essere da solo. Boh».

Insomma, Beha, qualcosa si sarà rotto con la Berlinguer. «Io, tanto per chiarire le idee, sono in video per un ordine di servizio dell’ex direttore generale della Rai. C’era di mezzo una causa, causa penale non di lavoro, con la Rai e Cappon d’accordo con Di Bella mi dirottò al Tg3 a pontificare di calcio. Intendiamoci: un pontificale di due minuti e mezzo la domenica, che se arrivavo a tre ero convinto di aver recitato i Promessi sposi. Per due anni siamo andati avanti così, prima con Di Bella poi con la Berlinguer. Gli ascolti ci hanno premiato. Tutti mi ripetevano, anche la Berlinguer, "Oliviero come sei bravo". Poi, il patatrac».

Il patatrac? «Prima dei mondiali io e il direttore ci eravamo accordati. Io avrei seguito l’Italia e alcuni grandi eventi, tipo la partita di inaugurazione e quella di chiusura. Invece, la sera dell’inaugurazione, un paio d’ore prima della partita, mi dicono al telefono una frase molto carina: non sei previsto. Io allora mi faccio passare la Berlinguer che sempre molto educatamente mi dice: stasera c’è il Sudafrica e mi sbatte giù la cornetta. La domenica fila liscia, il lunedì entro in studio e mi microfonano per seguire l’Italia.

A quel punto dopo qualche secondo di trambusto, mi tolgono il microfono e mi sbattono fuori. Chiedo spiegazioni al vicedirettore Giuliano Giubilei che sempre molto carinamente, mi spiega: ci siamo dimenticati di dirti che non eri previsto. Mi rivolgo al direttore che mi liquida urlando: tu non puoi venire quando ti pare. Il 27 giugno, domenica, dovrei entrare nel mio fortino di due minuti e mezzo, ma mi buttano fuori dallo studio. Non parlo, non parlo più di calcio, nemmeno la domenica.

L’indomani, 28 giugno, avrei un appuntamento già fissato con la Berlinguer, ma lei mi anticipa col solito telefono: tu mi ricatti con l’ordine di servizio Cappon, tu vai in giro a dire che procederai per avvocati, io non ti do nessun appuntamento. E questo è tutto. Ora il campionato è ripreso, nessuno mi ha chiamato, però giovedì alla festa del Pd a Pesaro qualcuno mi ha chiesto: ma sei sicuro di andare in onda domenica?».
Il risultato è curioso: Beha riceve periodiche standing ovation cui segue, più puntuale di un treno svizzero, la cacciata da parte di chi l’aveva appena ricoperto di elogi. E lui, altrettanto puntualmente, scatena avvocati e giudici.

Certo, è avvilente che i palinsesti li facciano i magistrati. «È avvilente, concordo, ma è ancora più avvilente che il direttore mi tolga la sedia senza neanche avere la decenza di dirmi almeno "mi fai schifo", anzi dopo aver studiato con me i contenuti degli interventi. Tanto il sottoscritto non è battezzato in certi salotti. È così dal 2002, quando fui assunto come vicedirettore per rifondare lo sport e invece fui relegato alla radio.

Dove fui retrocesso a caporedattore, allora chiesi di andare in Spagna ma mi risposero che non si poteva fare perché là c’era un caposervizio e mi avrebbe fatto causa. Poi ci è andato Badaloni, si vede che per lui si poteva fare. E allora, per non arrugginirmi, mi offro: sono disponibile a uscire a cena con la Busi o la Hunziker e pure ad incontrare la famiglia Tulliani. Infine mi rivolgo a Vespa per il prossimo Sanremo: so che vorrebbe come spalle la Franzoni o Marrazzo. Però faccia uno strappo: ci sono anch’io».




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I leoni del Plebiscito? Sporchissimi Quelli della Telecom? Lindi e pinti

Corriere del Mezzogiorno

Campagna di affissioni della compagnia telefonica:
tocca a photoshop cancellare le scritte a spray



A sinistra il leone «vero», a destra la pubblicità Telecom

A sinistra il leone «vero», a destra la pubblicità Telecom


NAPOLI - In fotografia esiste una particolare pratica che consente di migliorare le immagini riprese, magari eliminando fastidiosi effetti, creando sovrapposizioni oppure centrando un'inquadratura sbagliata al fine di nascondere qualcosa che non si vuol far vedere. È l’arte di photoshop; basta un click ed è possibile modificare l'immagine.

PUBBLICITA' SULLE CENTRALINE - Da qualche settimana la nuova campagna pubblicitaria di Telecom Italia, nell’ambito della divulgazione del marchio storico della compagnia, ha deciso di rivestire le proprie centraline del centro di Napoli di scorci panoramici ripresi dalla “classica” città da cartolina. Il Vesuvio, la penisola sorrentina, il mare cristallino del circolo Posillipo e i leoni di piazza del Plebiscito: peccato che i celebri felini marmorei che circondano l’emiciclo siano un soggetto poco presentabile a causa delle numerose scritte spray che li imbrattano da decenni.

Leone vero e leone «finto»: le foto

Allora ecco che il fotografo incaricato di realizzare il book partenopeo decide di “ripulire” la parte “malsana”. Dunque, Napoli tra realtà e cartolina. Ci piace di più la seconda, che «rispetta» i monumenti: merito di photoshop e demerito delle istituzioni.

NAPOLI IN CARTOLINA - Peccato che eclissare, tagliare, nascondere ciò che non si vuol far vedere è una pratica che non sfugge agli occhi attenti dei residenti del centro storico, commenta ironico un noto commerciante di piazza San Domenico: «Perché si continua a nascondere invece di pulire? Eppure conosco un gruppo di disoccupati che volentieri accetterebbero un lavoro anche a stagionale per ripulire i monumenti del centro dalle scritte e dalla sporcizia».


Antonio Cangiano
31 agosto 2010





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In Toscana Storace fa la festa a Gianfranco Comizio finale sfidando Mirabello

Il Tempo

In provincia di Pistoia i dibattiti del movimento fondato dall'ex presidente della Regione Lazio. Il leader de La Destra: "Fini ha sempre mostrato ostilità verso Berlusconi. Poi ha avuto tanti sbandamenti. La gente è delusa".

Il capogruppo de La Destra alla Regione Lazio Francesco Storace


La sfida a Gianfranco Fini è lanciata e, a sentire Francesco Storace, è semplicemente frutto del caso. Il leader de La Destra, infatti, braccio «destro» del presidente della Camera quasi vent'anni fa, chiuderà la festa del suo movimento domenica alle 18. Stesso giorno, stessa ora dell'intervento del numero uno di Montecitorio a Mirabello. L'appuntamento de La Destra è invece da venerdì a Ponte Buggianese, vicino a Pistoia. Lì il movimento guidato da Storace ha organizzato tre giorni di incontri e tavole rotonde. Inevitabile che si parli soprattutto di Fini.
 

Onorevole Storace, si confronterà a distanza col presidente della Camera... «Più che altro sarà un derby della coerenza».
 

Con prospettive differenti. «Bè, da quella parte ci sarà rancore verso Berlusconi, mentre da noi soltanto la voglia di essere protagonisti con l'orgoglio di non aver mai ammainato la bandiera».
 

Si rivolgerà a Fini nelle sue conclusioni? «L'ho sfidato a un dibattito televisivo, ho anche scritto le otto domande da rivolgergli, tanto per facilitargli il compito. Ma non c'è stato niente da fare, non ho ricevuto risposta. Nelle mie conclusioni chiederò di nuovo a Fini come si fa a vendere un bene come la casa di Montecarlo a società off shore e, soprattutto, come può finirci dentro un parente».
 

Mi scusi Storace, ma lei ha organizzato scientificamente il suo comizio lo stesso giorno e alla stessa ora di quello di Fini? «È stata solo una coincidenza. Ma la storia vive anche di queste casualità. In ogni caso sono convinto che a Ponte Buggianese ci sarà più gente che a Mirabello».

 
Ne è sicuro?
«Certo. Intorno a Fini ormai c'è tanta delusione. Uno che si chiude nel Palazzo e non risponde alle domande che gli vengono poste diventa inquietante».

 
Lei conosce bene Fini. È rimasto sorpreso dal suo atteggiamento? «Nel '91 ero capo ufficio stampa del Msi, alcuni anni dopo, nel '94, sono entrato in Parlamento e ho vissuto profondamente quella stagione. Proprio per questo ho più diritto di altri a essere stupito. Fini era davvero tutto il contrario di adesso. Ha sempre avuto, anche se non pubblicamente, un'ostilità nei confronti di Berlusconi, lo considerava come un intruso nella politica. Poi ha cominciato a sbandare: le posizioni sul fascismo come male assoluto, a favore della cittadinanza agli immigrati e contro la Chiesa per il referendum sulla procreazione assistita. Ecco, a quel punto gli intrusi sono diventati gli elettori».


Ma lei non fece niente? «Niente? Chiesi ovviamente di fare il congresso per verificare se i nostri militanti la pensassero come Fini o come me. Ma lui non lo concesse mai. E poi critica Berlusconi. La verità è che il premier è per Gianfranco quello che lui fu per An. Fini sta subendo il contrappasso».

 
Lei invece ha scelto di fondare La Destra. «Ho ricominciato dal basso e ho faticato parecchio. Se avessi aderito al Pdl magari avrei fatto il ministro. Ma per me era più importante la coerenza».


Adesso invece si è riavvicinato a Berlusconi... «Ci vediamo e ci sentiamo spesso ma ci tengo alla mia autonomia».


Non si sente un po' ingombrante per la presidente Polverini nel Lazio e per il sindaco Alemanno a Roma? «No. La Polverini ha vinto per 70 mila voti, noi gliene abbiamo dati 100 mila. Renata lo sa. Con Alemanno, invece, si sta riaprendo la strada del dialogo».


Quindi è ottimista?
«No. Sono realista, come sempre».


Alberto Di Majo

01/09/2010





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Tutti i paperoni di Fini

Il Tempo


I soldi per "Fare Futuro": contributi alla fondazione arrivano dall'Eni e da altre aziende. Tv e moda: tra i "simpatizzanti" anche società televisive.



Alla vigilia di Mirabello i broker della politica hanno cominciato a scommettere. A caccia di indizi e di sponsor sono andati a spulciarsi il sito internet della fondazione finiana, www.ffwebmagazine.it: sulla homepage a sinistra spunta l'Eni, controllata al 30% dal ministero dell'Economia. Niente di strano, il colosso energetico fa pubblicità anche su altri siti e l'amministratore delegato, Paolo Scaroni, è un uomo al di sopra di ogni sospetto.

Sotto l'Eni compare anche Veolia Environnement (nel cui cda siede lo stesso Scaroni), multinazionale francese con attività in quattro mercati, approvvigionamento idrico e gestione delle acque, gestione dei rifiuti, dell'energia e dei servizi di trasporto. Restando fra i Gli advisor non mancano, i cervelloni di Fare Futuro sono al lavoro da un pezzo. Idem per i consulenti legali, quelli ce li mette la «feldmarescialla» Giulia Bongiorno. Ma chi finanzia l’Opa lanciata da Gianfranco Fini sul Popolo della libertà?

Tradotto: far nascere un nuovo partito costa, chi ci mette i soldi?
Alla vigilia di Mirabello i broker della politica hanno cominciato a scommettere. A caccia di indizi e di sponsor sono andati a spulciarsi il sito internet della fondazione finiana, www.ffwebmagazine.it: sulla homepage a sinistra spunta l'Eni, controllata al 30% dal ministero dell'Economia. Niente di strano, il colosso energetico fa pubblicità anche su altri siti e l'amministratore delegato, Paolo Scaroni, è un uomo al di sopra di ogni sospetto.

Sotto l'Eni compare anche Veolia Environnement (nel cui cda siede lo stesso Scaroni), multinazionale francese con attività in quattro mercati, approvvigionamento idrico e gestione delle acque, gestione dei rifiuti, dell'energia e dei servizi di trasporto. Restando fra i colossi energetici, a illuminare il futuro di Fini potrebbe arrivare anche Terna, controllata da Enel e guidata Flavio Cattaneo, l'ex direttore generale Rai da sempre considerato in quota An pur avendo come fidanzata la rossissima Sabrina Ferilli.


Essendo una fondazione, l'elenco dei donatori del pensatoio di Farefuturo non è pubblico. Le poltrone in Consiglio sono state però scovate dal quotidiano Italia Oggi qualche mese fa: Emilio Cremona, presidente del gruppo metallurgico Focrem e di Assofond, la federazione delle fonderie, Giancarlo Ongis presidente e ad del colosso Metal Group Spa, e Rosario Cancila, imprenditore di origine siciliana trapiantato a Bologna che è anche azionista di «Immobiliare agricola lo Schioppo», società che per soci ha Pietro e Dario Urso, figli di Adolfo.

Sempre ramo costruzioni ci sono, come amici di Farefuturo, Michele Mazzucconi della Mazzucconi Spa (fonderie), Sergio Vittadello della Intercantieri Vittadello (Lavori stradali, dighe, acquedotti etc), Simon Pietro Salini della Salini Costruttori, Luca Parnasi del gruppo Parsitalia, ed Elia Federici di Ares 2002. Tra gli sponsor andrebbero inoltre contati banchieri come Giovanni Antonini, presidente della Banca Popolare di Spoleto, imprenditori televisivi come Gaetano Rebecchini, della famiglia che controlla la tv laziale Super 3, imprenditori della moda come Massimo Berloni e del vino come Jacopo Biondi Santi, erede degli inventori del Brunello.

Alla corte di Fini siedono anche il sociologo Sabino Acquaviva, l'avvocato Nicolò Amato, la presentatrice Rita Dalla Chiesa e la cantante Cecilia Gasdia. Pronti magari a lasciare un obolo in caso di bisogno. Partendo nel 2007 da un patrimonio di 2 milioni di euro, 930 mila dei quali versati da un comitato, la stessa fondazione finiana ogni anno assorbe circa 800 mila euro. E tra i promotori, c'è chi continua a versare ogni anno fino a 20 mila euro.


Gianfranco dovrà quindi far fruttare le sue relazioni e rivolgersi ad amici assai più generosi. Mentre i più maligni piazzano qualche fiche anche sul Luca Cordero di Montezemolo se all'ultimo decidesse di non esporsi direttamente, le puntate più grosse sono quelle su Rupert Murdoch. Il tycoon australiano, lo Squalo concorrente di Silvio, ha avuto modo di approfondire la conoscenza di Fini quando a giugno era stata annunciata la nascita di Babel TV, canale satellitare dedicato agli immigrati.

In quell'occasione il presidente della Camera aveva ricevuto nel suo ufficio il figlio dello Squalo, James, e Tom Mockridge rispettivamente presidente e amministratore delegato di Sky Italia. Davanti ai principali competitor della Rai e di Mediaset, mister Fini era stato pure assistito dal responsabile cultura delle sue truppe nonché vicepresidente della commissione Trasporti e comunicazione, Luca Barbareschi.

Del resto il canale della tv di Montecitorio trasmette proprio sulla piattaforma di Sky. «Ai nostri ospiti abbiamo assicurato tutto il supporto possibile, ci siamo ripromessi di avviare un percorso di scambio fattivo, che ci consentirà di lavorare per il Paese e per il suo sviluppo culturale e sociale», suggellò profeticamente a giugno il prode Barbareschi. Big a parte, non va poi sottovalutato il sottobosco di imprese medio grandi portate in dote dall'attuale sottosegretario allo Sviluppo economico, Adolfo Urso.


Un'agenda fitta di contatti arricchita durante le numerose missioni all'estero insieme a schiere di pmi vocate all'internazionalizzazione. Senza dimenticare la galassia di imprenditori campani vicini a Italo Bocchino. L'elenco completo di chi potrebbe finanziare l'Opa di Fini sul Pdl c'è già. Ed è sul tavolo del Cavaliere che per tempo ha provveduto a farsi consegnare la black list di imprenditori che contribuiscono alla fondazione Farefuturo. Una richiesta consegnata ai suoi più fedeli collaboratori, da non diffondere, per ora. Meglio lavorare ai fianchi gli indecisi spiegando loro che aiutare chi rema contro il presidente del Consiglio, e dunque contro il governo, può essere controproducente.





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Napoli, carte clonate per truffa del poker Record di denunce: scatta l’inchiesta

Il Mattino

 

NAPOLI (1 settembre) - Caccia alla banda del poker on line che clonava le carte di credito per poi svuotarle sui siti di scommesse e giochi che si trovano su Internet. È la nuova tecnica dei pirati del credito, truffatori specializzati nella duplicazione dei codici delle carte di pagamento. Quando le vittime scoprono che i loro conti sono stati «alleggeriti», di solito è già troppo tardi.

Durante l’estate il fenomeno è cresciuto, con un vero e proprio record di denunce. Sono già scattate le indagini della Polizia postale e della Guardia di finanza. Molte ricariche sulle card di pagamento sono state bloccate e sono in corso accertamenti per ricostruire con precisione i movimenti di denaro.


Le società autorizzate al gioco «on line» stanno già collaborando con gli inquirenti e prestano la massima attenzione alle ricariche eseguite, segnalando i casi sospetti. L’obiettivo è di prevenire le truffe evitando che il fenomeno dilaghi.





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Un Tg pesante contro le corazzate"

di Maurizio Caverzan


Il neodirettore dopo l’esordio-exploit su La7: "Abbiamo fatto un bel gol, ma una partita non si giudica dal primo minuto di gioco". La sfida? "Starò fuori dalle parti, ma non darò un colpo al cerchio e uno alla botte. Farò conoscere il sapore aspro della politica"





Buongiorno Enrico Mentana. L’altra sera, alla sua prima conduzione del TgLa7, l’ha seguita un milione e mezzo di spettatori...
«Abbiamo fatto un ottimo risultato, quello che speravo e forse anche di più. Siamo molto contenti di questo esordio ma sarebbe come giudicare una partita dal primo minuto di gioco. Anche se hai già fatto un bel gol...». 


Cappuccetto rosso ha sconfitto il lupo in bocca al quale tutti la spingevano...
«Dopo il duecentesimo in bocca al lupo mi è venuta spontanea quell’immagine. In realtà pur senza esser lupo, negli anni un po’ di pelo mi è cresciuto». 


Un altro paragone di giornata potrebbe essere Mentana come Ibrahimovic: dove va vince...
«Da interista rispondo: abbiamo vinto senza di lui e anche contro di lui. Mi piacerebbe essere paragonato a un calciatore che fa giocare bene la squadra e che si allena tutti i giorni». 


Quando un direttore di giornale appena arrivato aumenta le copie si dice che si è portato i suoi lettori. Per un direttore di tg vale lo stesso?
«Sicuramente non c’è un travaso così meccanico come avviene nella carta stampata e com’è avvenuto per Feltri e, sull’altra sponda, per Travaglio. Ma avendo gestito un tg per 12 anni è comprensibile che io sia conosciuto come un buon artigiano di tg». 


Contribuirà anche una diffusa voglia d’informazione?
«Certamente. Direi che c’è molta voglia di essere al corrente di ciò che sta succedendo davvero». 


L’informazione dei tg si è infrivolita?
«Questa domanda comporta un giudizio sul lavoro dei direttori di Tg1 e Tg5 che non mi spetta. So che per Minzolini le soft news danno polpa al tg e molti quotidiani le annunciano spesso in prima pagina. In questo momento ho scelto di fare un tg centrato sulle hard news». 


A questo punto Mentana chiede di stare in linea perché deve collegarsi con una radio privata per un intervento in «centosecondi». Parla del caso di Daniele Franceschi, l’italiano morto in un carcere francese. Alla fine saluta i radioascoltatori e torna all’intervista. Gli altri tg le stanno facilitando il compito?
«Anche l’altro ieri i due principali tg hanno totalizzato il 48 per cento di share. Non siamo di fronte alla crisi delle cosiddette corazzate dell’informazione. Bisogna fare sempre un tg competitivo, concorrenziale e con i bioritmi alti. Se gli altri perderanno qualche punto faranno crescere la nostra voglia di tentare l’impresa. Credo ci sia tanta gente che ha voglia di essere informata e di conoscere anche il sapore aspro della politica. E di sapere quando questo sapore aspro viene da Berlusconi, quando da Fini, da Di Pietro o da Bersani...».

Cosa significa che il TgLa7 sarà concorrenziale?
«Che non sarà alternativo. Fino a qualche tempo fa il tg di La7 era fatto per sparigliare le testate istituzionali. Ora non sarà più corsaro, ma generalista e fatto per concorrere con gli altri, forse un po’ paludati».

La7 rifugio terzista?
«Al terzismo non ho mai creduto. Non mi sembra interessante dare un colpo al cerchio e uno alla botte o scegliere l’equidistanza. M’interessa stare fuori dalle parti, raccontare i fatti senza fare il tifo. Essere spassionati non significa essere freddi». 


Che effetto le ha fatto tornare in video a dare le notizie?
«Non ho fatto neanche un minuto di prova. Quando impari ad andare in bicicletta, anche se non la usi a lungo, una volta sul sellino cominci a pedalare». 


I titoli e i servizi più lunghi sono una scelta?
«Voglio raccontare i fatti, non fare un tg povero o schematico». 


Si è ritagliato un ruolo da esegeta delle notizie: le commenta, le spiega...
«Un tg che vuole essere prezioso e curato deve dare notizie che siano comprensibili e spiegabili. Chi non conosce la frustrazione di ascoltare un servizio senza riuscire a capire bene cos’è accaduto?». 


Farà campagna acquisti? Qualcuno si è offerto...
«Niente campagna acquisti. Sono arrivato scommettendo sulla redazione che già c’è e sulla chiarezza della linea di navigazione». 


Che cosa pensa della Rai che vuol convincere Vespa a condurre Sanremo?
«Vespa è legato alla Rai da un contratto non giornalistico. Quindi teoricamente può fare tutto quello che vuole». 


In qualche tg il direttore sembra non essere più padrone della sua redazione. Minzolini è stato contestato dalla Busi e dalla Ferrario, la Berlinguer da Beha...
«La casistica è vasta e controversa. Un direttore deve fare il direttore. Non dev’essere il capo di un’assemblea. Quello che fa un grande direttore è la capacità decisionale. Anche il giornalismo, come il sistema politico, è sempre più personalizzato».




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Vaticano e immigrazione: pensione "anticipata" per monsignor Marchetto

di Andrea Tornielli

Il difensore a oltranza dei clandestini lascia l'incarico di segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti. Il Vaticano aveva spesso preso le distanze dalle sue critiche al governo italiano per le politiche sui respingimenti



 

L’arcivescovo Agostino Marchetto, il segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti che negli ultimi anni più volte ha alzato la voce contro il governo italiano per la sua politica sull’immigrazione, si è dimesso. E le sue dimissioni sono state immediatamente accettate da Benedetto XVI. La decisione di abbandonare l’incarico, da quanto apprende il Giornale, è stata presa spontaneamente dal prelato, intenzionato a dedicarsi allo studio della storia del Concilio Vaticano II, sulla quale ha già pubblicato un volume edito dalla Libreria Vaticana. Lo scorso 28 agosto monsignor Marchetto ha compiuto 70 anni e quel giorno è stata anche comunicata l’accettazione delle dimissioni.


Normalmente i vescovi segretari dei dicasteri vaticani rimangono nel loro incarico fino al compimento dei 75 anni, Marchetto però, in quanto nunzio apostolico, aveva il diritto di ritirarsi prima, com’è accaduto, avendo già maturato anche gli anni di servizio necessari alla pensione. La notizia non è stata pubblicata nel Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede – lo sarà probabilmente al momento della nomina del successore – ma non è un segreto.


Non ci sono state pressioni, dunque, anche se quanto accaduto nell’ultimo anno e mezzo deve aver in qualche modo pesato nella decisione del prelato vicentino. Come si ricorderà, più volte Marchetto aveva attaccato duramente i provvedimenti del governo in materia di immigrazione e sicurezza. Nel febbraio 2009 definì un’«abdicazione dello Stato di diritto» l’istituzione dei volontari a tutela della sicurezza nelle città, decisa per decreto dal governo Berlusconi.


Parole che erano rimbalzate su tutti i media come un’aperta sconfessione del Vaticano nei confronti del provvedimento. Due giorni dopo, il portavoce vaticano aveva diffuso una dichiarazione dettata dalla Segreteria di Stato, che pur non nominando esplicitamente Marchetto, era direttamente collegata alle sue affermazioni e smentiva che quella rappresentasse la posizione della Santa Sede. Il Vaticano, spiegava padre Lombardi, «nei suoi organi rappresentativi, manifesta rispetto verso le autorità civili, che nella loro legittima autonomia hanno il diritto e il dovere di provvedere al bene comune».


Pochi mesi dopo, nel luglio 2009, Marchetto era tornato a criticare il decreto sicurezza, parlando di «criminalizzazione dei migranti». E dalla Segreteria di Stato era arrivata una seconda presa di distanze, questa volta nominale. «Il Vaticano – aveva detto padre Lombardi – come tale non ha detto niente sul decreto sicurezza approvato dal governo italiano. Ha parlato monsignor Marchetto, ma non mi consta che il Vaticano in quanto tale abbia preso posizione». Come dire: il prelato ha espresso una posizione personale.


L’arcivescovo la scorsa settimana, intervistato dall’agenzia francese I-Media, aveva criticato la politica delle espulsioni del Sarkozy e una sua frase, tradotta male da un’agenzia italiana, era stata rilanciata attribuendogli erroneamente un paragone tra l’Olocausto e l’espulsione dei rom.





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Gaucci: "Basta bugie, ora querelo Elisabetta"

di Gian Marco Chiocci

L’ex patron del Perugia denuncia la Tulliani: "I documenti la smentiscono". In ballo la proprietà delle case e la vincita da due miliardi al Superenalotto.

Marco Tarchi: "Il premier deve liberarsi di Fini"



 

Dalla casa di Montecarlo alle case Gaucci-Tulliani, tutti querelano tutti. Querelano i fan della vedova Colleoni che donò l’appartamento nel Principato ad An. Querela Gianfranco Fini. Querelano i finiani. Querela ovviamente Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera che se l’è presa con l’ex compagno Luciano Gaucci intenzionato a riprendersi la casa dove abita Fini e tutto il parentame. Avrebbe querelato, pare, anche la primula rossa dei Tulliani, Giancarlo, scomparso, irrintracciabile, latitante per i giornalisti.


A far querele, o quantomeno a preannunciarle, mancava soltanto lui: Lucianone. L’attesa non è stata vana. Puntuale, ieri, anche l’ex presidente del Perugia calcio ha dato mandato al suo avvocato Alessandro Sammarco di predisporne una nei confronti della bionda fidanzata di un tempo, che all’ennesima intervista di Big Luciano, ha reagito così: «È intollerabile che Gaucci finga di ignorare la realtà, così come che certa stampa amplifichi le sue mendaci dichiarazioni. Ho dato mandato ai miei legali di assumere ogni iniziativa giudiziaria in sede civile e penale nei confronti di Luciano Gaucci nonché del settimanale Panorama e dei quotidiani Libero e Il Giornale».


La risposta di Ely prendeva spunto dalla durissima presa di posizione di Gaucci sulla vincita della schedina del Superenalotto («sono stato io a vincere i due miliardi mica lei») ma anche sulla proprietà effettiva di numerosi immobili che la Tulliani, al contrario di quel che sostiene Gaucci, rivendica come suoi. Dalla casa di Santo Domingo, dove sta passando gli ultimi giorni di vacanza, l’imprenditore romano ha iniziato a pianificare la sua controffensiva.


Per prima cosa, appunto, la querela a Elisabetta per certe «improvvide» dichiarazioni «facilmente smentibili dai fatti e dai documenti in nostro possesso». In seconda battuta l’avvio di serrate indagini difensive finalizzate a verbalizzare i primi quindici testimoni che nelle ultime ore hanno contattato lo studio Sammarco offrendosi di raccontare come, dal loro punto di vista, andarono effettivamente le cose riguardo alla giocata e alla vincita da due miliardi di lire al Superenalotto nonché alle modalità di acquisto e di cessione degli immobili oggetto del contendere fra i due ex innamorati.


«Vi confermo l’intenzione del mio assistito di avviare un’iniziativa civile e penale nei confronti della signora Elisabetta Tulliani - spiega l’avvocato Sammarco -. Il signor Gaucci non accetta di passare per bugiardo e vuole sfidare sulla verità dei fatti la signora Tulliani. Mi ha detto di essere in grado di dimostrare tutto quel che ha riferito in interviste a giornali e tv. È sicurissimo che alla fine la verità verrà a galla, una verità che ovviamente è lontanissima dalla “verità” di cui Elisabetta Tulliani si dichiara custode».


a querela di Gaucci a Elisabetta Tulliani si rifà per certi versi a quanto contenuto nell’atto di citazione che è alla base del procedimento civile pendente a Roma dove Gaucci ha convenuto in giudizio la sua vecchia stella, il fratello Giancarlo, la suocera Francesca Frau e la società di «famiglia» Wind Rose Srl. E questo anche perché, scriveva Gaucci, «in totale malafede i Tulliani, consapevolmente e scientemente» lo avevano ingannato «sulla bonarietà delle loro intenzioni e dei loro consigli.


Hanno tirato, come suol dirsi, l’acqua al proprio mulino, profittando del fatto che all’epoca il Gaucci era sentimentalmente e stabilmente coinvolto con la signora Tulliani fin quando non hanno ottenuto quello che volevano per poi voltargli brutalmente le spalle; hanno spinto e consigliato “amichevolmente” il Gaucci affinché egli intestasse loro gli immobili fingendo di fare il suo bene, con l’unico scopo di ottenere un proprio tornaconto: hanno offerto il loro aiuto al Gaucci - si legge sempre nell’atto depositato in tribunale - in quel momento particolare in cui gli affari dello stesso cominciavano a fare acqua, ma con l’unica riserva mentale di incastrarlo e peggiorare ancora di più la sua posizione. Tutto a loro vantaggio e a danno dell’ingenuo Gaucci che soltanto recentemente si è accorto della trappola in cui era caduto e del danno subìto».




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Il Titanic si sta sgretolando

Repubblica

Il più leggendario relitto della storia sta scomparando a 3.800 m di profondità nell'Oceano Atlantico, vittima, principalmente, dei 98 anni trascorsi sui fondali marini. Per questo si è deciso di riprodurlo in una copia virtuale che possa rimanere in "eterno". Una spedizione salpata in questi giorni sta raccogliendo con sofisticati mezzi immagini ad alta risoluzione. Ecco i primi risultati

(di Luigi Bignami)

Lo spam all'88% del traffico mondiale delle email

Corriere della sera

Scritto da: Federico Cella


Il lato oscuro di Internet fa ormai parte integrante della nostra vita. Mail insidiose, link e risultati delle ricerche di cui diffidare. Virus, trojan, botnet e quant’altro. Malware, spesso pericoloso, a volte invece mitizzato. Comunque sia i software antivirus sembrano ormai una parte imprescindibile delle nostre dotazioni informatiche. Tra questi la storica McAfee, attiva fin dal 1987. Che ci racconta nel suo ultimo rapporto il polso della Rete a vario titolo “criminale” nel secondo trimestre del 2010.

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Lo spam, per esempio, è arrivato a essere l’88% di tutto il traffico di posta mondiale. Una cifra impressionante, ma in leggero calo rispetto ai periodi precedenti (vedi grafico sopra): Mondiali e acquisti informatici sono state le tipologie più diffuse negli ultimi mesi, che hanno fatto registrare una crescita limitata – il 2,5% in più sul primo trimestre dell’anno -, ma sempre costante. Così come inarrestabile è la crescita dei cosiddeti “virus” (vedi grafico sotto), capaci di cifre incredibili: 10 milioni di nuovi elementi aggiunti nel database dell’azienda di Santa Clara, con il ritmo di 55 mila nuovi malware immessi in Rete ogni giorno.

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Tornando allo spam, quelle strane email che ci tempestano quotidianamente, la McAfee ha individuato venti tipologie differenti che vanno dagli oroscopi al cosiddetto “confidence scam”, le truffe tramite posta elettronica di donne sole e in cerca di compagnia. L’Italia nella classifica dello spamming ha una particolarità non riscontrabile in altri Paesi, ossia una ridotta “rosa” di mail trappola: mentre gli utenti degli Stati Uniti vengono colpiti da una dozzina di oggetti spam diversi, e così la Germania, mentre Spagna e Gran Bretagna arrivano addirittura a 14, il nostro Paese viene mediamente bombardato da soli sei tipi di posta non voluta (vedi la torta a fianco).


Sulle motivazioni di questo McAfee non si sbilancia, ma forse è vero che in un Paese dove Totò cerca di vendere la Fontana di Trevi a un turista – italo-americano - non tutte le truffe possono attecchire. Ecco quali invece periodicamente tornano nella nostra posta:

DSN – Le email di “Delivery Status Notification” sono i messaggi di notifica dello stato di consegna, che possono essere legittimi oppure spam.
Malware – Qualunque messaggio che arriva con virus o trojan allegati direttamente oppure che spingono a vistare siti infetti.
Farmaci – Pillole blu o alternative, bacche e integratori dietetici, farmaci canadesi fasulli e quant’altro promette meraviglie farmaceutiche.
Truffa alla nigeriana – Chiamata anche “419 scam”, è uno stratagemma che chiede soldi per storie spesso drammatiche, ben documentate da file allegati.
Phishing – Le classiche spam mail che a vario titolo – banca, posta, Paypal e quant’altro – avviano un cosiddetto processo di cattura delle informazioni personali.
Terze parti – Una via di mezzo tra marketing e lancio di prodotti, i destinatari probabilmente hanno acconsentito a ricevere email da partner di una certa azienda o servizio.





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Lecce, corse clandestine in moto a 300 km/h

Repubblica

Facevano le gare a velocità folli sulla provinciale Maglie - Gallipoli, trasformata per l'occasione in un circuito da MotoGp. In mezzo un giro di scommesse clandestine. Dodici denunce e perquisizioni domiciliari, nove moto sequestrate