giovedì 2 settembre 2010

Prove di coraggio in un bar, 19enne si dà fuoco al braccio

Il Resto del Carlino

Si sarebbe trattato di un 'gioco' ideato dal barman dell'Onda Anomala, il quale secondo il racconto del ragazzo avrebbe sparso sul giovane un liquido infiammabile per poi dare fuoco con l'accendino. La bravata è stata ripresa col telefonino


Pesaro, 2 settembre 2010 - Si bruciano un braccio per accettare la sfida del barman del locale Onda Anomala di viale Trieste e riprendono la 'prova di coraggio' con il cellulare, probabilmente con l’idea di diffonderla on line. Una bravata che poteva avere gravissime conseguenze quella che ha visto protagonisti tre giovani di Pesaro in un locale della città.

Il pronto soccorso ha prestato delle cure a un 19enne che lamentava evidenti ustioni di primo e secondo grado (giudicate guaribili in una settimana) al braccio destro. Convocato in questura, il ragazzo ha raccontato che la sera precedente, durante una festa di compleanno, era stato invitato dal barman a partecipare ad un 'gioco': avvicinatosi al banco, il barman gli aveva spruzzato il braccio destro con liquido infiammabile contenuto in un erogatore spray per poi azionare un accendino che aveva immediatamente innescato una fiammata lungo tutto il braccio.



Anche altri giovani, tra cui un minorenne, si sono sottoposti alla stessa, estemporanea 'prova', chiedendo al barman di spruzzare anche sulle loro braccia il liquido, nonostante l’amico li avesse avvertiti del dolore provato. Non pago, uno di loro ha anche immortalato i compagni che si sottoponevano alla prova con la videocamera di un telefonino.

Il questore della provincia di Pesaro e Urbino ha deciso di sospendere la licenza del locale: provvedimento che - spiega una nota - intende "stigmatizzare la condotta sconsiderata del gestore di un pubblico esercizio e tutelare la sicurezza dei giovani e giovanissimi, che spesso non si rendono conto della gravità di taluni comportamenti e delle loro possibili conseguenze, sottoponendosi a sfide che più che di coraggio sono da considerarsi dimostrazioni di immaturità e superficialità".

Fonte Agi

Circum, il treno andava a 60 km/h quando la velocità consentita era di 20

Corriere del Mezzogiorno

Il dato dall'esame della scatola nera del convoglio deragliato a Gianturco che provocò 2 morti






NAPOLI - Percorreva a 60 all’ora un tratto in cui la velocità massima consentita era di 20 all’ora il treno della Circumvesuviana deragliato lo scorso 6 agosto a Napoli. La circostanza sarebbe confermata dai risultati dell’esame della «scatola nera».

Il dato rappresenta un importante risultato delle indagini svolte dal commissariato di polizia Vasto-Arenaccia, diretto dal vicequestore Pasquale Trocino, e coordinate dal procuratore aggiunto di Napoli Rosario Cantelmo. A quanto si è appreso dall’inchiesta verrebbe confermata l’ipotesi della velocità eccessiva all’origine del deragliamento del convoglio che provocò la morte di un passeggero, il 71enne Giuseppe Marotta, e il ferimento di una cinquantina di viaggiatori (uno dei quali, Carlo Cautiero, 47 anni, morì alcuni giorni dopo essere stato dimesso dall’ospedale). 


Le immagini del disastro


Le ipotesi di reato formulate dalla procura sono di disastro ferroviario e omicidio colposo
. Al momento risultano indagati il conducente del treno e due dirigenti della Circum. Nel tratto che dalla stazione di Gianturco conduce al terminale di corso Garibaldi, che comprende una ampia curva, la velocità massima consentita è di 20 chilometri all’ora. Secondo indiscrezioni sarebbe confermata dalle indagini anche la circostanza che il conducente al momento dell’incidente stava parlando al cellulare, anche se sarebbe stato accertato che stava conversando con colleghi della centrale.

Redazione online
02 settembre 2010







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Muore in casa, nessuno se ne accorge: trovato mummificato dopo 20 anni

Il Messaggero

La tragedia nel Trentino. Il fratello, che vive nella stessa via, non aveva mai denunciato la scomparsa del congiunto


  

TRENTO (2 settembre) - Il corpo mummificato di un clochard è stato trovato nel letto di una vecchia abitazione a Cadine, sobborgo di Trento posto sulle pendici del Monte Bondone, divenuto famoso perché residenza di Ida Dalser, l'ex moglie segreta di Benito Mussolini. Lo stato del corpo di Francesco Vicentini, questo il suo nome, farebbe risalire la morte a un lasso di tempo tra i 10 ed i 20 anni. Nessuno ne aveva mai denunciato la scomparsa, nemmeno il fratello che vive nella stessa strada, e che aveva sinora dovuto rinunciare a vendere la casa in comproprietà, perché non riusciva a rintracciare l'uomo.

Il ritrovamento del cadavere è stato casuale.
Nei giorni scorsi era stato notato il cedimento del tetto dell'edificio abbandonato e cadente, per cui il geometra del Comune è stato incaricato di fare un sopralluogo. Entrato dalla copertura sfondata, il geometra prima ha notato che la porta d'ingresso era chiusa a chiave, quindi con difficoltà ha raggiunto il piano rialzato, dato che la scala era caduta, e qui ha fatto la macabra scoperta. Il corpo mummificato dell'uomo era disteso su una branda. Addosso i carabinieri gli hanno trovato una piccola somma in lire, segno del tempo trascorso dalla sua morte, che gli inquirenti ipotizzano possa essere avvenuta anche 20 anni fa.

Il fratello della vittima, 72 anni
, ha riferito che in passato Francesco, con il quale non aveva mai avuto rapporti stretti, aveva lavorato come camionista e che successivamente aveva cominciato ad allontanarsi da casa senza fare avere notizie. Per questo in tutti questi anni non si era preoccupato della sua scomparsa, che non era stata mai denunciata. Nessuno in paese lo aveva d'altra parte mai cercato o si era preoccupato per lui. L'uomo è descritto come persona che aveva grossi problemi di relazione e di alcolismo. Oggi avrebbe avuto 83 anni.





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Dirigente casa editrice pubblica sei romanzi propri: ma erano tutti copiati

Il Messaggero
 

ROMA (2 settembre) - Pubblicava romanzi, saggi di estetica e filosofia per le edizioni Campanotto e Mimesis: peccato che fossero copiati. Fabio Filipuzzi, ingegnere e imprenditore con la passione per la cultura, aveva pubblicato sei libri in quattro anni ed era diventato anche vicedirettore editoriale della casa editrice Mimesis. Il quotidiano "'Il Piccolo" di Trieste, che ha pubblicato la notizia, specifica che gli scrittori copiati da Filipuzzi vanno da Paul Auster a Josephine Hart, da Alain Elkann a Peter Handke, per citarne solo alcuni.

«Siamo esterrefatti perchè non potevamo pensare una cosa simile» dice il direttore di Mimesis, Pierre Dalla Vigna, che descrive Filipuzzi come una «persona veramente squisita, colta e di gusti letterari raffinatissimi. Mi è stato presentato da comuni amici - racconta - Aveva un ottimo curriculum, conosceva molta gente e molti scrittori contemporanei e quindi ci sembrava la persona adatta per l'incarico che ricopriva all'interno della casa editrice». Mimesis pubblica circa 300 libri all'anno, prevalentemente di filosofia e saggistica. Filipuzzi avrebbe dovuto ampliare il catalogo sulla narrativa. «Dopo che la notizia è apparsa, Filipuzzi ha telefonato al mio socio udinese - racconta Dalla Vigna - si è scusato e si è dimesso da tutti gli incarichi che, voglio precisare, non erano retribuiti perché lui guadagna facendo l'ingegnere e l'imprenditore». Mimesis lo citerà per danni? «Non credo che sarà necessario, spero di no perché, nonostante quello che ha fatto - dice Dalla Vigna - lo considero umanamente una persona gentile e squisita. Non ho ancora parlato con gli avvocati. Certo, se saremo coinvolti in una richiesta di danni dovremo rifarci su di lui».




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La Bundesbank caccia Sarrazin dopo le frasi razziste e antisemite

Corriere della sera

Il consiglio direttivo ha chiesto al presidente della Repubblica l'allontanamento del banchiere


aveva detto che gli ebrei «condividono un gene particolare»


Thilo Sarrazin
Thilo Sarrazin
BERLINO - Il consiglio direttivo della Banca centrale tedesca, la Bundesbank, ha deciso di espellere il consigliere Thilo Sarrazin dopo le polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni razziste e antisemite. Il consiglio ha deciso all'unanimità di chiedere al presidente della Repubblica - al quale spetta la decisione finale - l'allontanamento del banchiere. È la prima volta nella storia della Bundesbank che il consiglio direttivo dell'istituto decide di cacciare un proprio membro.

LE FRASI - Sarrazin, noto per le sue affermazioni a sfondo razzista sugli immigrati, era stato duramente criticato questa settimana anche per alcuni commenti fatti sugli ebrei. «Tutti gli ebrei condividono un gene particolare, come i baschi condividono un certo gene che li differenzia dagli altri», aveva detto domenica scorsa al Welt am Sonntag, attirandosi le critiche della cancelliera Angela Merkel. Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, si è detto «inorridito» dalle parole di Sarrazin ed ha espresso «piena fiducia» nelle decisioni della Bundesbank.

Redazione online
02 settembre 2010



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L'estate dell'erba made in Campania Piantagioni e vasetti: marija fai-da-te

Corriere del Mezzogiorno

Nell'ultimo mese scoperte piante illegali in ogni provincia Boom del fai-da-te. Ischia, beccato anche un netturbino



Vasetti con piante di cannabis «fatte in casa»

Vasetti con piante di cannabis «fatte in casa»


NAPOLI - Spazzino col pollice verde. Solo che le pianticelle oggetto della sua passione sono illegali. Marijuana. Foglie individuate e sequestrate dai carabinieri della compagnia di Ischia. Un altro colpo ai coltivatori fai-da-te nell'estate dei cespugli di cannabis che in Campania sono spuntati ovunque, in grandi, grandissime o minime quantità. Un fenomeno che, in verità, da molto tempo, sta interessando tutte le regioni italiane ma che riesce a toccare picchi vertiginosi nelle regioni del Sud, in particolare, appunto, la Campania. Questo sia per la presenza della criminalità organizzata (le grandi piantagioni scoperte sul monte Faito: guarda il video), sia per la cultura dell'autoproduzione che sotto il Vesuvio sembra aver conquistato tanti fumatori d'erba, anche in virtù dei «manuali» per la coltivazione pubblicati su miriadi di siti internet; la vendita dei semi, tra l'altro e paradossalmente, non è illegale.


AUTOPRODUZIONE - Nessuna provincia delle ragione è immune dalla febbre dell'autoproduzione che mette (relativamente) in un angolo l'importazione della sostanza. Il record della zona più «jamaicana» lo detiene il monte Faito dove all’inizio di luglio è stata ritrovata la piantagione di cannabis più grande d’Europa. Pochi giorni è stata trovata in Irpinia una coltivazione di oltre cento piante e sempre nell’avellinese, in zona Montoro Inferiore, un ulteriore ritrovamento all’inizio di agosto con piante di cannabis alte fino a tre metri scoperte all'interno di piantagioni grandi duemila metri quadrati: per scoprirle i carabinieri hanno utilizzato degli elicotteri nelle perlustrazioni. Nel casertano invece è stata trovata prima a Mondragone una mega-piantagione che avrebbe fruttato «erba» da vendere per un valore stimato di 600mila euro e poi alcuni giorni dopo un campo a San Potito Sannitico, piccolo centro agricolo dell’Alto Casertano, con oltre 200 piante alte più di due metri cresciute da un infermiere di una clinica privata della zona. Ma è a Napoli che l’illecita coltivazione è stata fatta, come al solito, nella maniera più incredibile. Nel Rione Traiano la «Ganja» è stata ritrovata addirittura in un edificio di proprietà comunale su un terreno anch’esso di proprietà dell'ente di palazzo San Giacomo.


A CAIVANO CANNABIS LEGALE - Le uniche coltivazioni legali in Campania sorgono nella zona di Caivano. Naturalmente si tratta di cannabis tessile, distinta da quella indiana, contenente Thc, principio attivo considerato stupefacente e perciò illegale.


GLI ARRESTI DI ISCHIA - Tornando ai fatti di Ischia: il netturbino, S.S., 45 anni incensurato, è stato arrestato: coltivava 6 piante di marijuana alte circa un metro e mezzo. Era inoltre in possesso di circa 100 grammi di foglie messe ad essiccare. L'uomo è dipendente dell’azienda mista «IschiaAmbiente». Nella sua abitazione è stato ritrovato anche di un manuale per la coltivazione della marijuana. Negli ultimi 15 giorni, solo sull’isola verde, e scusate l'ironia, sono state arrestate 4 persone, sempre con la medesima accusa di detenzione e produzione di sostanze stupefacenti e sono state sequestrate 24 piante di marijuana. Isola dai connotati (anche) olandesi, visto che è la città di Amsterdam uno dei centri mondiali col maggior numero di marijuana growers, i coltivatori indoor di cannabis. I carabinieri, nella notte, sempre ad Ischia, hanno arrestato anche L.D., 50 anni incensurato, perchè trovato in possesso all’interno della propria abitazione di 2 piante di marijuana alte circa 2 metri e in una gabbietta per gatti ad essiccare 3 chili di foglie di marijuana.


Alfonso Bianchi
Alessandro Chetta
02 settembre 2010



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Maurizio, 30 anni fa i Nar uccidevano il nostro tipografo: killer mai presi

IL Messaggero

Di Leo scambiato per un cronista. Un bassorilievo nella sede del Messaggero, ma nelle strade di Roma nemmeno una targa



di Fabio Isman

ROMA (2 settembre) - Stasera, 2 settembre, saranno 30 anni esatti: quelli non erano, né lo saranno mai, i migliori della nostra vita. Si sparava; si ammazzava; si organizzavano (ancora) tanti attentati, mille stragi: la prima, il 12 dicembre 1969 a Milano, alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana (16 morti, 24 feriti); l’ultima, fino ad allora, il 2 agosto, a un mese di distanza da quel 2 settembre, alla stazione di Bologna. Una carneficina: 80 vittime, circa 200 feriti.

Un mese dopo, era un martedì, un giovane uomo di 34 anni conclude il suo lavoro alle 20.40. Monta su un autobus, il 56, per raggiungere casa a Roma: via Giovanni De Romanis, a Monteverde; cambia mezzo a Piazza Sonnino. Ma al capolinea, lo aspettano i “killer neri”, forse sei: gli sparano; un caricatore intero di pistola. Finito il lavoro, il giovane che viveva con la madre vedova da poco, se n’era andato da qui: da via del Tritone 152.

Maurizio Di Leo era infatti un tipografo de Il Messaggero, anche se ormai nel reparto non c’è più nessuno che ne abbia condiviso le ore di fatica. Un volantino dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, come si diceva allora «rivendica» l’attentato. Ma era uno sbaglio: lo avevano scambiato per un cronista, che scriveva sui “più duri” dell’estrema destra. Forse, lo pedinavano da giorni: era abitudinario. Una trappola infame (telefonata anonima: «Un messaggio è in un cestino vicino al giornale; Bologna, strage di stato»), aveva fatto correr fuori due giornalisti proprio con chi invece stava rincasando: due giorni dopo, un altro volantino dei Nar avrebbe ammesso l’equivoco.

Ma quanto (pochissimo, nulla) valeva la vita d’un giovane, che da 8 anni lavorava al primo giornale di Roma; sedeva a uno dei più remoti computer (scrivendo i titoli); e l’indomani era libero, forse sarebbe andato al Circeo con la ragazza, pare conosciuta da poco? Di uno come Maurizio, che scriveva poesie e testi di canzoni, suonava la chitarra, era quasi entrato nella band di Lucio Dalla? Certo, infinitamente di più: «Ogni morte di uomo mi diminuisce» (è Hemingway, Per chi suona la campana); e per molti, purtroppo, questa non era nemmeno una delle “solite” scomparse.

Ma quel delitto rimane misterioso. Di ben 379, una delle 19 lapidi (appena due vittime uccise dall’“ultrasinistra”), su cui, con il dolore che non si cancella, è scritto «autore ignoto». Per qualcuno, le vittime sono 428 e 2.000 i feriti in 14.615 attentati. A fine Anni 80, sei furono processati: terroristi già in carcere, gente del “gotha” del terrorismo nero. Però li accusavano due “pentiti” che non sempre hanno detto la verità: Angelo Izzo, quello che al Circeo ammazzò Rosaria Lopez e brutalizzò Donatella Colasanti (per poi uccidere di nuovo, in semi-libertà dal carcere) e Cristiano Fioravanti, fratellino di Giusva, condannato anche per la strage di Bologna. E di testimoni, quasi non ce n’erano.

Un errore? coincidenze? qualcosa di più studiato? Episodi che, ancora, non si capiscono. Il processo andò a rilento: forse non ci credeva neppure l’accusa. Come non ha mai creduto allo “scambio di persona” Vittorio Emiliani, direttore de Il Messaggero d’allora: «Il tipografo ucciso era piccolo, magro, sempre ben vestito; il cronista alto, corporatura grossa, sempre in jeans e maglione, aveva casa dalla parte opposta» (nel suo libro Benedetti, maledetti socialisti, Dalai editore). Dice Emiliani: «Un senso diffuso di paura, tutto il giornale si sentì nel mirino». Per commemorare Maurizio, si precipitarono anche i sindacati: quello dei poligrafici era diretto da Guglielmo Epifani, ancora per poco segretario generale della Cgil. A prendere la parola in assemblea, c’era addirittura come un senso di timore.

Brutti tempi, tempi orribili. Il giorno dopo, al suo posto di lavoro non si era seduto nessuno: un garofano rosso. Se al tribunale sono state necessarie sette ore di camera di consiglio per assolvere (insufficienza di prove: perfino quella esisteva ancora), per dimenticare non basta la vita. A tanti. A chi stava qui dentro; non alla mamma Maria, che purtroppo non c’è più, ma, ad esempio, al fratello Sergio; forse, a quella ragazza del Circeo, pur conosciuta da poco.

Dal 1985, nell’atrio di via del Tritone, il bassorilievo di uno scultore ricorda Maurizio Di Leo: negli ultimi 25 dei miei 40 anni qui dentro, non sono mai riuscito ad entrare senza dargli almeno un’occhiata. Un pensiero: quello che, 30 anni dopo, tutti dovrebbero avere stasera per lui. E perché, tra le mille strade della sua città (ma certamente saranno assai di più), non ce n’è una che oggi lo ricordi?





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La madonna pentita della 'ndrangheta

La Stampa


Oggi in Aspromonte la processione pagana nel santuario dove i boss battezzavano i nuovi adepti e uccidevano i rivali



MIMMO GANGEMI*

POLSI DI SAN LUCA (Reggio Calabria)

La donna è un’attempata popolana, con baffetti che non osa rasare per la maggiore vergogna a mostrarsi senza, capelli intrecciati a corona sulla nuca, faccia segnata dalle rughe. La grazia - già spuntata o su cui forzare la Vergine - dev’essere di quelle complicate, se la poveretta s’è calata in ginocchio all’ingresso della chiesa e messa a strusciare la lingua sul pavimento, direzione la statua sull’altare. Si batte il petto e prega nel leccare, mentre una comare caritatevole le spazzola davanti. Traccia una scia simile a quella di un limbaccio. Mi sussurrano un nome - lo taccio per motivi di salute - e che sta esaudendo un voto: ringrazia la Vergine dell’innocenza ottenuta dal figlio in un processo per omicidio di cui anche le galline lo sanno colpevole.

Una penitente percorre sulle ginocchia le pietre del selciato, snodando la corona del Rosario, entra in chiesa, arriva davanti alla statua, piange lacrime silenti. Chiede vita per il bimbo malato. Le ginocchia sono un grumo sanguinolente. Altre hanno i piedi piagati, per aver fatto scalze l’intero percorso fin dal paese. Un giovane arriva sotto una campana di spine; il torso e la schiena, nudi, sono puntellati di sangue.

Scene antiche, già scolpite nei miei ricordi di mezzo secolo fa e che non avrei creduto di poter rivedere il primo di settembre del terzo millennio, vigilia del clou dei festeggiamenti iniziati il 24 agosto con la novena. Nel piazzale davanti, uomini si passano un otre di terracotta, di quelli a ugello. Contiene vino. Prima di bere, schizzano via le poche gocce che creanza pretende, lo rivoltano dal manico sul dorso della mano e si fanno calare uno spruzzo a ombrello, come gli zappatori per levarsi di bocca l’acre sapore della terra.

Poco più in là, la tarantella è di quelle serie, dove non si può sgarrare. Il mastro da ballo è il più alto in grado, tra i presenti, nell'onorata società. Invita il compagno di danza dal folto cerchio di soli uomini che delimitano lo spazio. Passi e mosse al ritmo di tamburelli, organetto e cerameje (una specie di cornamusa): simulano il duello al coltello. È ‘ndrangheta, di quella antica. Giocano alla ‘ndrangheta - ma non è detto non ci scappi il sangue. Quanti contano davvero se le sono scrollate certe esibizioni, coniano moneta, loro, in qualsiasi modo, sempre illecito. Un giovane fende il cerchio. Gagliardo, occhi per nessuno, induriti, labbra a broncio.

Si solleva un brusio. Il mastro da ballo gli cede il posto con un inchino. L'altro ne assume il ruolo. Non più di dieci minuti e s'allontana in direzione dei monti. Un sussurro giunge anche alle mie orecchie: «di razza nobile». E il nome, ben noto. Che taccio, di nuovo per non dovermi ammalare. Altre tarantelle, sparse qua e là, sono invece senza rigidità: anche donne vi saltellano i passi, si ride e si scherza, non c'è gerarchia, né regola sociale. Così fino a tarda sera. E nella notte. Si dorme poche ore nelle casette, sulla paglia. Il riposo serve, al risveglio sarà il gran giorno.

Siamo a Polsi, nel cuore dell'Aspromonte, territorio di San Luca, patria di Corrado Alvaro. La Vergine è la Madonna della Montagna, ingiustamente nota come la Madonna della 'ndrangheta. Convergono a migliaia qui, da tutti i paesi della provincia, devoti, curiosi, e 'ndranghetisti. Polsi è, per un calabrese, come La Mecca per un musulmano. È quella valle in fondo, incassata ai piedi di una corona di monti, sul versante ionico del reggino.

Una volta ci si arrivava a piedi o a dorso di mulo, d'asino. Mi assale malinconico un altro tempo, immagini ingiallite. Un sentiero, allora. Una striscia serpeggiante di nuda terra tra il disordine delle erbe. Puntava, contorto e ripido, i faggi della dorsale. Sulla destra, un dirupo da cui scansare lo sguardo, una caduta interminabile fino all'alveo della fiumara. Sulla sinistra, alberi, ombre più scure dentro il buio della notte.

All'inizio gli ulivi, alti e ingombranti, poi i panciuti castagni ingioiellati dai ricci ancora chiusi, quindi bassi pini marittimi, la faggeta infine, con tronchi di una pallida luminescenza. Appena alla cresta, un taglio netto: non più il verde lussureggiante, ma una terra brulla, arsa e rinsecchita, con radi arbusti, frane, pietre in precario equilibrio sui costoni. La pista scendeva zigzagando, tornante dopo tornante, fino a una fiumara, poco più d'uno spruzzo d'acqua.

Oltre, Polsi. Altri tempi. Quel sentiero è ora una strada carrabile, tagliata a mezza costa. Lo strapiombo è sempre lì, come è lì la fiumara. Anche gli alberi sono gli stessi, ingrigiti da cinquanta cerchi in più, gli stessi cerchi che ho aggiunto io ai miei anni. Trascinano un bue dentro la chiesa. A forza, perché resiste, sembra avere remore a entrarci sacrilego. Scopro che i buoi ne hanno diritto.

Perché tutto cominciò da un bue: a metà dell'XI secolo, un pastorello di nome Italiano, di Santa Cristina d'Aspromonte, trovò il bue smarrito intento a scavare in terra con gli zoccoli, finché emerse una Croce greca, e lo vide inginocchiarsi. Al pastorello apparve la Madonna e gli chiese un santuario in quel luogo, dove già esistevano un rifugio costruito nel III secolo da cristiani che scappavano dalle persecuzioni degli imperatori romani e un insediamento, databile IX-X secolo, dei monaci basiliani provenienti dai paesi conquistati dagli arabi.

La leggenda racconta che i monaci usassero mettere un confratello in posti dove poter soccorrere i viandanti, per non perdersi; uno di questi, di nome Toppa, morì assiderato in una notte di gelo, mentre cercava legna con cui ravvivare il fuoco. Apposta tradizione vuole che il pellegrino, nel suo primo viaggio, depositi un ramo davanti alla Croce di Toppa. Nessuno oggi sa dove essa sia. Fino a qualche tempo fa, per ogni strada che conduceva a Polsi, c'era un posto chiamato «Croce di Toppa». Il santuario splendette fino al 1481, anno in cui i monaci basiliani lo abbandonarono, per ritirarsi a Grottaferrata.

I secoli successivi furono di decadenza. Risorse - e ricominciò la frequentazione in massa dei fedeli - solo dopo la prima metà del XVII secolo, quando il santuario passò sotto la giurisdizione del Vescovo di Gerace. Con il tempo, Polsi, pur restando luogo di devozione e di culto, è diventato punto di raccolta della 'ndrangheta, un porto franco dove, fino agli anni '60, era tollerato che si portassero armi e che si celebrasse l'uscita della statua della Madonna a colpi di fucile esplosi per aria - talvolta addosso a qualcuno che, allo snodarsi della processione, restava macchia a intristire lo spiazzo - e dove le acque della fiumara si tingevano del sangue delle capre scannate per santificare la festa con una scialata di carne.

La 'ndrangheta lì assumeva decisioni, dirimeva controversie, sentenziava morte, creava alleanze. E «battezzava» i nuovi adepti, sotto l'albero della scienza, il grosso castagno nel cui incavo comare Rosina depositava le armi dei 'ndranghetisti - che avevano l'obbligo di presentarsi disarmati alla riunione - annotando l'appartenenza come si fa oggi per i cappotti in un locale pubblico. La Madonna non pare contenta di questo - e neppure dei tanti gesti di paganesimo e d'idolatria. Non vorrebbe 'ndranghetisti su cui stendere il manto di misericordia. Lo rivelano i suoi occhi incerti e spauriti: ne ha viste troppe.

Avesse saputo che finiva così, se la sarebbe risparmiata l'apparizione. Se rimane, è per la marea di fedeli che accorrono sinceri di fede. A Polsi si vive una sensazione d'immutabilità, con il tempo che scorre più lento che altrove. Qui, 'ndrangheta vecchia e nuova camminano a braccetto, ed è la vecchia a sorreggere la nuova. Solo quando alla nuova mancherà quel sostegno, apparirà qual è: cruda e assassina. E sarà la sua fine.


*Scrittore calabrese, autore del romanzo "Il giudice meschino" (Einaudi)



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Napoli, da lavoratori consorzi rifiuti sos a camorra: aiutateci, lavoriamo per voi

IL Mattino

  

NAPOLI (2 settembre) - Lanciano un provocatorio sos alla camorra i lavoratori dei consorzi di bacino della Regione Campania che stamani hanno creato problemi al traffico lungo via Partenope, a Napoli, e nella sede del PdL di piazza Bovio dove, in quel momento, si trovava anche il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro. Lo fanno attraverso una lettera aperta nella quale evidenziano che «se lo dice Saviano e la stampa», allora «la camorra nei rifiuti deve essere un fatto vero». «Ci rivolgiamo a voi - riporta la lettera - noi, che, seppur indirettamente, stiamo lavorando per voi...» e poi seguono tredici istanze che vanno dalla richiesta «a non essere impiegati nelle discariche di rifiuti tossici» alla lista dei politici «che vi sono amici» per un avanzamento di carriera o un aumento dello stipendio «e alla richiesta di potere prendere parte a qualche summit..», previo «silenzio, solo foto di spalle» e con la rassicurazione di allietarlo con «caffè e dolci» offerti a loro spese. La missiva si conclude con la scritta «mafiosamente vostri per sempre. I lavoratori dei consorzi di Bacino della Regione Campania».




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Festa dei Veneti a Cittadella, fuoco incrociato sul gonfalone

Il Mattino di Padova

In programma l'alzabandiera con il vessillo della Serenissima sul monumento ai caduti. Il centrosinistra non ci sta e si appella al prefetto: «E' un'iniziativa anticostituzionale»
di Silvia Bergamin


La festa dei Veneti a Cittadella
La festa dei Veneti a Cittadella


CITTADELLA. Festa dei Veneti, continua a far discutere la possibilità di alzare la bandiera della Serenissima sul monumento che ricorda i caduti in Piazza Pierobon.
Il centrosinistra chiede venga riaffermata la legalità costituzionale a Cittadella: «Sui monumenti vanno solo bandiere istituzionali, chiederemo l'intervento del Prefetto per garantire il rispetto». La replica del sindaco-deputato Massimo Bitonci e di Davide Guiotto di Raixe Venete - che insiste a definire la propria associazione non politica - è piccata: «Quella della Serenissima è una bandiera che unisce e non crea divisioni. Chi fa certe allusioni dovrebbe studiare. Cosa c'entrano i partigiani con i Serenissimi?»

Secondo Guiotto, «per onorare un partigiano credo non ci sia cosa migliore della nostra bandiera che porta la parola "pace", non è una bandiera politica, ma della Serenissima». Bitonci: «Queste esternazioni arrivano sempre dalla stessa parte politica». «Se non avremo risposte ci rivolgeremo al Prefetto di Padova: la bandiera della Serenissima è diversa dalla bandiera ufficiale della Regione Veneto, va tutelata la legalità», insiste la civica di centrosinistra Noi Cittadellesi alla vigilia della festa.

LEGGI "Il Plebiscito del 1866 è da rifare"

Il programma: domani sera, alle 20.30, convegno sul tema «Dal Plebiscito del 1866 al futuro del Veneto»; sabato, spritz veneto e concerto di Herman Medrano; domenica, gazebo di espositori con prodotti tipici del territorio, stand gastronomico e spettacoli in piazza. Sul palco verrà riproposto l'Inno nazionale del Popolo Veneto, accompagnato - Prefetto permettendo - dall'alzabandiera veneta. Novità di quest'anno: verrà ricostruito il seggio elettorale con le stesse modalità di voto di quando, il 21 e 22 ottobre 1866, i veneti vennero chiamati a votare per l'annessione al regno d'Italia.


(02 settembre 2010)




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Codice a barre sulle bottiglie di vino, per scegliere con il cellulare

Corriere della sera

Con gli smartphone puntati ci si collega a una scheda informativa, per poi decidere se acquistare o meno


Tag anche nei menu dei ristoranti

MILANO – Vedere la vigna dove l’uva è stata colta, o la botte dove è invecchiato mentre si sceglie una bottiglia nello scaffale della nostra enoteca. O conoscere caratteristiche, accompagnamenti e gradazione seduti al tavolo del ristorante, nel dubbio se abbinare un pinot nero o un sauvignon alla pietanza da gustare. Semplice secondo i creatori di Cellar Key, che hanno messo a punto un sistema di etichettatura attraverso i codici a barre. Avvicinando al vetro il proprio smartphone, questo tag dà una serie di informazioni sulla bottiglia prescelta. Indirizzando il cliente sulla scelta del vino giusto.

IL PROGETTO – The Cellar Key nasce dalla collaborazione tra la società tecnologica Scanbuy e il produttore ed esportatore americano Lion Nathan Wine Group. I codici a barre bidimensionali, sempre più diffusi su prodotti (ma anche sui giornali) per dare informazioni aggiuntive sulla merce, sono stati applicati su sei vini differenti del produttore e messi in commercio con la nuova etichettatura applicata al collo delle bottiglie. I primi produttori che hanno aderito al progetto vengono da Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Argentina.

Il potenziale acquirente potrà scaricare sul suo smartphone l’applicazione per poterli leggere, collegandosi al sito www.getcellarkey.com, poi avvicinerà l’apparecchio al codice QR (Quick Response) bidimensionale, e da lì partirà la sua esperienza: tour video dei vigneti, interviste con i produttori, accostamenti e qualità organolettiche del prodotto, foto e non ultima la possibilità di condividere sui social network quel che si sta vedendo e ascoltando, nonché una voce che permette anche di leggere le recensioni altrui su altri siti.



SVILUPPIOltre ai colli delle bottiglie, il tag informativo potrà essere esportato altrove: per esempio sullo scaffale del negozio o del supermercato dove vengono posizionate le bottiglie, o ancora meglio, gli inventori di Cellar Key scommettono particolarmente sull’accostamento del codice al prezzo nella carta dei vini dei ristoranti, per motivare il cliente alla scelta e informarlo.



Eva Perasso
02 settembre 2010



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An e Forza Italia, condoglianze distinte Pure il necrologio va differenziato

Corriere del Mezzogiorno

Poggiomarino: grottesca decisione dei dirigenti locali
in occasione di un funerale. Affissi manifesti differenti



Il necrologio affisso dagli ex Forza Italia

Il necrologio affisso dagli ex Forza Italia


NAPOLI - Se scissione politica dev'essere va portata fino in fondo, persino davanti alla tomba di un dirigente sportivo, molto noto in provincia di Napoli. Questo avranno pensato i militanti locali del Popolo della libertà di Poggiomarino, centro dove la guerra tra ex An ed ex Forza Italia sta toccando punti grotteschi. In città sono comparsi necrologi distinti, in ricordo di un defunto recanti una doppia dicitura: Pdl ex An e Pdl ex Forza Italia.


Idea dei dirigenti di centrodestra che forse con zelo degno di miglior causa hanno voluto ricordare a tutti l'insanabile spaccatura del partito, finanche sui manifesti listati a lutto. A darne notizia è l'agenzia di stampa «Il Velino». Il duplice necrologio è stato affisso in occasione del funerale di Raffaele Boccia, padre del presidente dell'Isef Antonio, molto noto in ambito sportivo e ben voluto dai concittadini. Dunque sui necrologi apparivano due intestazioni differenti.


il manifesto listato a lutto affisso dagli ex An
il manifesto listato a lutto affisso dagli ex An

«Pdl (ex An) partecipa al grave lutto che ha colpito la famiglia Boccia» e, nel secondo, «Pdl (ex Forza Italia) si unisce al dolore che ha colpito la famiglia Boccia». C'era evidentemente la necessità di rimarcare le divisioni anche quando le circostanze, umane più che politiche, avrebbero richiesto unità e comprensione.







Redazione online
01 settembre 2010




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Gheddafi, il Quirinale non sapeva Frattini si scusa: «E' stato un disguido»

IL Messaggero

L'Idv: impegnato a fare cavalier servente. Il ministro: l'Europa aiuti Libia. La Ue: troppi 5 miliardi per vigilare su immigrazione


 
di Claudio Rizza

ROMA (1 settembre) - Fino a che punto la real politik può condizionare i principi morali? La domanda, in questi tempi grami, non è oziosa, né dà sempre risposte scontate. Il pragmatismo in politica estera è legato ad una visione sempre più commerciale nei rapporti tra gli Stati, sconvolti dalla globalizzazione e dalla pesante crisi economica che ha terremotato il mondo intero. E, dunque, il «fare affari» per risollevare le sorti di un Paese che arranca diventa anche moralmente “opportuno”. Dal che discende che le ragioni della real politik esistono e vanno rispettate.

Il problema sorge quando sul palcoscenico appaiono personaggi alla Gheddafi, protagonista di uno show romano che ha scatenato mille critiche, mobilitando il quotidiano dei vescovi, Avvenire, e una bella fetta del mondo cattolico e laico, di destra e di sinistra. Offesi non tanto dal fatto che il dittatore libico abbia invocato la supremazia dell’Islam, scegliendo di fare lo spot proprio nella culla della cristianità il che non è il massimo, come se l’ospite invitato a cena si mettesse a magnificare la superiorità della sua cucina ma irritati dal silenzio di chi gli ha consentito di imperversare dando bizzarre lezioni sulla maggiore libertà delle donne libiche rispetto alle italiane; o “ricattando” l’Europa con la minaccia di non fermare più l’onda clandestina che preme sul deserto libico se in cambio non verranno finanziati 5 miliardi di euro l’anno a Tripoli.

È solo «folclore», come ha detto Berlusconi, in nome del pragmatismo economico-diplomatico? Oppure, anche se il Colonnello è il personaggio che conosciamo, non sarebbe stato meglio mettere alcuni puntini sulle “i”? Quando Obama va ad inchinarsi davanti alla nuova potenza economica cinese non dimentica comunque di mettere sul tavolo il problema dei diritti umani. Lo stesso accade quando un capo di Stato occidentale si presenta alla corte del duo Medvedev-Putin a Mosca per stringere un accordo sul gas russo.

Con la Libia si stanno facendo grossi affari, grazie al trattato d’amicizia siglato dal premier. E va anche ricordato che l’intesa con Gheddafi era stata arata già dai governi di centro sinistra e da Romano Prodi per primo, con un certo coraggio, ancor prima che gli Stati Uniti riabilitassero diplomaticamente Tripoli e il suo dittatore. Non è dunque una bizzarria di palazzo Chigi insistere adesso sulla bontà degli affari tra Italia e Libia, che faranno felici un mucchio di grandi aziende italiane.

Ma non si può pensare che la diplomazia si fermi alla dimensione mercantile. Né che la moderna rivoluzione in atto alla Farnesina la necessaria mutazione genetica in ambasciatori-manager che lavorino per aiutare l’affermazione del made in Italy, a stretto contatto con le aziende possa far dimenticare la diplomazia old style, attenta ai principi etici e morali, di libertà e democrazia che sono il patrimonio dell’Occidente. Sarebbe bastato poco: «Colonnello, su questo dissentiamo».



Quel brutto spettacolo

IL Messaggero


di Claudio Rizza

ROMA (1 settembre) - Fino a che punto la real politik può condizionare i principi morali? La domanda, in questi tempi grami, non è oziosa, né dà sempre risposte scontate. Il pragmatismo in politica estera è legato ad una visione sempre più commerciale nei rapporti tra gli Stati, sconvolti dalla globalizzazione e dalla pesante crisi economica che ha terremotato il mondo intero. E, dunque, il «fare affari» per risollevare le sorti di un Paese che arranca diventa anche moralmente “opportuno”. Dal che discende che le ragioni della real politik esistono e vanno rispettate.

Il problema sorge quando sul palcoscenico appaiono personaggi alla Gheddafi, protagonista di uno show romano che ha scatenato mille critiche, mobilitando il quotidiano dei vescovi, Avvenire, e una bella fetta del mondo cattolico e laico, di destra e di sinistra. Offesi non tanto dal fatto che il dittatore libico abbia invocato la supremazia dell’Islam, scegliendo di fare lo spot proprio nella culla della cristianità il che non è il massimo, come se l’ospite invitato a cena si mettesse a magnificare la superiorità della sua cucina ma irritati dal silenzio di chi gli ha consentito di imperversare dando bizzarre lezioni sulla maggiore libertà delle donne libiche rispetto alle italiane; o “ricattando” l’Europa con la minaccia di non fermare più l’onda clandestina che preme sul deserto libico se in cambio non verranno finanziati 5 miliardi di euro l’anno a Tripoli.

È solo «folclore», come ha detto Berlusconi, in nome del pragmatismo economico-diplomatico? Oppure, anche se il Colonnello è il personaggio che conosciamo, non sarebbe stato meglio mettere alcuni puntini sulle “i”? Quando Obama va ad inchinarsi davanti alla nuova potenza economica cinese non dimentica comunque di mettere sul tavolo il problema dei diritti umani. Lo stesso accade quando un capo di Stato occidentale si presenta alla corte del duo Medvedev-Putin a Mosca per stringere un accordo sul gas russo.

Con la Libia si stanno facendo grossi affari, grazie al trattato d’amicizia siglato dal premier. E va anche ricordato che l’intesa con Gheddafi era stata arata già dai governi di centro sinistra e da Romano Prodi per primo, con un certo coraggio, ancor prima che gli Stati Uniti riabilitassero diplomaticamente Tripoli e il suo dittatore. Non è dunque una bizzarria di palazzo Chigi insistere adesso sulla bontà degli affari tra Italia e Libia, che faranno felici un mucchio di grandi aziende italiane.

Ma non si può pensare che la diplomazia si fermi alla dimensione mercantile. Né che la moderna rivoluzione in atto alla Farnesina la necessaria mutazione genetica in ambasciatori-manager che lavorino per aiutare l’affermazione del made in Italy, a stretto contatto con le aziende possa far dimenticare la diplomazia old style, attenta ai principi etici e morali, di libertà e democrazia che sono il patrimonio dell’Occidente. Sarebbe bastato poco: «Colonnello, su questo dissentiamo».






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Eutanasia con esplosivo per balena malata in Australia

Il Messaggero

   

ROMA (2 settembre) - Si era arenata due settimane fa in un banco di sabbia al largo di Albany, nel sudovest dell'Australia, ed era gravemente malata. Per questo motivo una Balena è stata sottoposta oggi a eutanasia, anche se il metodo usato non fa pensare ad una morte dolce. Per porre fine alle sofferenze dell'animale, infatti, è stata usata una carica di esplosivo. Il dipartimento dell'Ambiente intendeva lasciar morire la megattera di 9 metri e mezzo di cause naturali, ma oggi ha deciso di porre fine alle sue sofferenze, dopo che si era riposizionata su un banco di sabbia.

In un comunicato il direttore distrettuale del dipartimento
, Mike Shepherd, riferisce che il cetaceo si era mosso di un paio di metri dalla sua posizione originale, il che è stato sufficiente per «stabilizzarla e ucciderla in maniera compassionevole. Finora questa non era un'opzione possibile perché l'animale, anche se malato allo stadio terminale, era sufficientemente forte per presentare un grave rischio alla sicurezza del nostro personale e dei volontari».





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Il marito di Zsa Zsa Gabor vuole «plastificare» la moglie

Corriere della sera

Von Anhalt: ha sempre detto che voleva che la sua bellezza fosse perpetua. Già contattato il Dr. Morte



BERLINO - Fare «plastificare» il cadavere della moglie dopo la morte per poterla conservare per sempre. E' l'idea del marito tedesco dell'attrice americana Zsa Zsa Gabor, secondo quanto raccontato dal quotidiano Bild. I RICOVERI - La Gabor, 93 anni, è stata più volte in ospedale negli ultimi mesi e nei giorni scorsi è stata nuovamente ricoverata a Los Angeles dopo essere stata trovata in casa in stato di incoscienza proprio dal consorte, Grederic Von Anhalt. Quest'ultimo si sarebbe già consultato con l'anatomista tedesco Gunther Von Hagens, molto controverso in patria e fuori, in alcuni casi ribattezzato dai media «Dottor Morte». A lui, secondo Bild, vorrebbe affidare l'incarico per la conservazione della donna.

«VOLEVA ESSERE IMMORTALE» - «Mia moglie ha sempre sognato che la sua bellezza restasse immortale - ha detto Von Anhalt al quotidiano -. Vorrei mostrare il suo corpo plastificato nel quadro di una scena di uno dei suoi film». Il dr Hagens, che lo scorso anno rivelò l'intenzione a suo dire espressa da Michael Jackson di essere plastificato dopo la morte, ha organizzato in passato diverse mostre dei suoi corpi da esposizione in giro per il mondo. Delle salme vengono conservati soltanto i muscoli e i tendini e sono presentati in pose naturali. Mostre, queste, che hanno sempre attirato grandi folle di curiosi e che non hanno mancato, inevitabilmente, di sollevare polemiche.


02 settembre 2010



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Il serial killer delle prostitute vuole diventare frate laico

Corriere della sera


Secondo «Libero» Stevanin avrebbe iniziato il percorso per entrare nel Terzo Ordine di San Francesco. Il veronese: «Sento il bisogno di una strada nuova»



Gianfranco Stevanin (archivio)

Gianfranco Stevanin (archivio)


VERONA - Gianfranco Stevanin, condannato all'ergastolo per aver ucciso e fatto a pezzi sei donne, si fa frate. Lo scrive il quotidiano «Libero». Nell'articolo di Cristiana Lodi, si legge che l'assassino di Terrazzo Veronese, che sta scontando la pena nel carcere milanese di Opera, ha iniziato il percorso per entrare nel Terzo Ordine di San Francesco. Scrive «Libero» che «desidera diventare frate, il serial killer di Terrazzo: vorrebbe entrare in convento come francescano laico.

"Sento il bisogno di seguire una strada nuova", dice. E il percorso sarebbe quello della vita consacrata nella Chiesa Cattolica: il Terzo Ordine Regolare di San Francesco, derivante dal movimento penitenziale. Un ordine mendicante, canonicamente autonomo all’interno della famiglia francescana». «Libero» definisce Stevanin «il serial killer più pericoloso che abbia agito in Italia fra il 1989 e il 16 novembre 1994, quando viene arrestato al casello autostradale di Vicenza Ovest, per lo stupro di una giovane prostituta austriaca».

Il casolare  dove Stevanin portava le vittime (archivio)
Il casolare dove Stevanin portava le vittime (archivio)
La giornalista Cristiana Lodi, che domenica parlerà di Stevanin a «Quarto grado» su Rete 4, intervista il ministro di culto: «"L’errore più grande sarebbe negare l’efferatezza dei crimini commessi. Il passato non si cancella. San Francesco non lo ammetterebbe", spiega il ministro di culto, "noi sappiamo che Cristo può cambiare e tramutare la personalità di un uomo, però dobbiamo restare guardinghi e capire se questo avviene in modo sincero. E non per una questione di opportunità"».

«Gianfranco Stevanin - scrive l'inviata di «Libero» - ha intrapreso il cammino vocazionale. Anche se siamo solo agli inizi. L’argomento è complesso (...) ma c’è chi cammina con i piedi di piombo: stiamo parlando di un maniaco, sadico, assassino seriale, considerato socialmente pericoloso. Perfino gli psichiatri, che all’epoca dei processi lo periziarono, alla fine di tutto non riuscirono a far quadrare i suoi oblii incerti e tantomeno a distinguere il confine esatto tra follia e normalità. Gianfranco Stevanin pazzo criminale? O solo colpevole di esserlo?».


01 settembre 2010



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Donna aveva 3 cadaveri di neonati in casa

Corriere della sera

La 41enne è accusata di averli uccisi ed è stata arrestata


MILANO - Tre cadaveri di neonati sono stati scoperti nei giorni scorsi nell'abitazione di una donna a Geleen nel sud est dei Paesi Bassi. La donna, secondo quanto ha reso noto la procura di Limbourg, è accusata di averli uccisi ed è stata arrestata. «Tre cadaveri di bebè sono stati scoperti nella casa di una donna - ha precisato Eugene Baak, portavoce della procura - e lei è stata arrestata venerdì scorso». La donna, 41 anni, e che abita da «cinque anni nella casa dove sono stati trovati i corpi», riferisce la stessa fonte, si è presentata davanti al giudice di Maastricht che ha deciso di prolungare la sua detenzione di 14 giorni.

I PRECEDENTI - È il secondo caso di questo tipo in meno di un mese. Già il 6 agosto la polizia aveva arrestato una donna nel villaggio di Nij Beets, 140 chilometri a nordest di Amsterdam, dopo aver trovato nel suo attico quattro borse ciascuna con un corpo dentro. La donna è sospettata di aver ucciso i figli, partoriti tra il 2002 e il 2010.


Redazione online
01 settembre 2010(ultima modifica: 02 settembre 2010)



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Cercasi hostess per il caro estinto»

Corriere della sera

Il suo compito è offrire supporto ai parenti, compenso otto euro all'ora. Già 50 aspiranti per il posto



MILANO – Le hostess, evidentemente, vanno forte in questo periodo. Cinquecento ne ha volute Gheddafi al suo cospetto, per lo show italiano degli scorsi giorni. Adesso un’azienda di Varese che si occupa di servizi cimiteriali ne cerca una da assumere part time nei campisanti intorno a Milano, per dar conforto ai parenti del caro estinto nell’ultimo saluto alla vita terrena. La paga è otto euro all’ora.
 
Così si legge nel sito Infojobs, che rimanda all’agenzia di lavoro interinale Randstad. Descrizione dell’offerta: «Ricerchiamo una hostess che si occupi di accogliere i parenti dei defunti e di accompagnarli alla tomba in occasione dell'esumazione della salma. La risorsa dovrà fornire un supporto ai parenti del defunto e dovrà essere in grado di non farsi coinvolgere emotivamente dalle situazioni. Orario di lavoro è part-time, 3 ore e mezzo al giorno da martedì a venerdì. Possibilità di utilizzo dell'auto aziendale per gli spostamenti tra i cimiteri». 

«Abbiamo ricevuto già 50 curricula in cinque giorni», racconta Silvia Lentà, unit manager di Randstad. «L’azienda non ha posto limiti di età per la candidata, tranne le qualità psicologiche. Deve essere una persona predisposta a questo tipo di circostanze. Non fredda ma professionale. Potrebbe avere, per esempio, esperienza come infermiera o operatrice socio-assistenziale». Nelle intenzioni dell’azienda del Varesotto, che ha ottenuto importanti appalti per i servizi cimiteriali in Lombardia (infatti cercano anche 8 manutentori, fanno sapere da Randstad), c’è quella di seguire il modello americano. «Non si tratterà, nel futuro, di accompagnare i parenti nell’esumazione della salma, ma se l’idea funziona, di organizzare una sorta di party di saluto, come avviene negli Stati Uniti».

Stella Grasso
02 settembre 2010




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Ballaman, il leghista recordman dell'auto blu

Corriere della sera

Il politico friulano ha poi rinunciato chiedendo però 3.200 euro di rimborso al mese Spiegazioni



C'era da andare a prendere i parenti della moglie all'aeroporto? «Autista: la macchina!». Voleva vedere la partita di calcio Padania-Tibet? «Autista: la macchina!». Era invitato a pranzo dei suoceri? «Autista: la macchina!». Finché tutti questi viaggi poco istituzionali sono finiti in un dossier. Sul quale c'è un'inchiesta della Corte dei conti. Protagonista: il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman. Della Lega Nord. Il partito che era nato tuonando contro le auto blu.

La dettagliatissima ricostruzione dell'uso disinvolto dell'auto di servizio da parte dell'alto esponente del Carroccio, già deputato per tre legislature e questore della Camera, è stata pubblicata dal Messaggero Veneto. Dove Anna Buttazzoni ha rivelato un elenco sconcertante di una settantina di «missioni» dure da spacciare come dovute a obblighi d'ufficio. Frequenti trasferte a Campongara (Venezia) a casa dei genitori della fidanzata e poi moglie Chiara Feltrin.

Una puntata a Jesolo «da un notaio per rogito appartamento al mare». Una serata con la fidanzata al ristorante «Da Giggetto» a Miane. Un viaggio all'aeroporto di Venezia «con fidanzata per accogliere nonna e zio di lei in arrivo dal sud Africa per il matrimonio». Un paio di sfacchinate fino a Milano per assistere ai primi di maggio 2008 all'incontro di calcio citato tra la Padania e il Tibet e poi per partecipare alla proiezione del film fortissimamente voluto dai leghisti «Barbarossa» di Renzo Martinelli. E via così...

Un dettaglio spicca sugli altri: nella lista ci sono due trasferimenti alla Malpensa. Prima per «partenza viaggio di nozze». Poi per «rientro viaggio di nozze». Esattamente lo stesso sfizio che si era preso Giuseppe Buzzanca che proprio per quel viaggio era stato non solo messo sotto accusa ma addirittura dichiarato decaduto, dopo un tormentone di sentenze e appelli, dalla carica di sindaco di Messina.

Qual è la differenza? Che di là c'era il solito «terrone» della solita «Terronia» che si prende i lussi della Casta e di qua invece un virtuoso padano dedito al bene comune e costretto dalla forza degli eventi a utilizzare l'auto blu per il più personale di tutti motivi personali? Difficile da sostenere. Tanto più agli occhi dei leghisti duri e puri. Quelli che non hanno dimenticato come la Lega Nord sia stata per anni scatenata contro l'abuso delle auto di servizio.

Prima di «rassegnarsi» al comfort del sedile posteriore delle macchine dai vetri oscurati («È vero che noi della Lega per anni abbiamo dato battaglia su questa cosa. Ma per una donna e una mamma come me, diciamo la verità, l'auto blu è una bella comodità», spiegò l'allora presidente della regione Friuli-Venezia Giulia, Alessandra Guerra, «Non so come farei, se non venissero a prendermi a casa tutte le mattine») i leghisti erano arrivati al punto di presentare, nel 1993, un progetto di legge per abolire le Croma, le Mercedes, le Bmw da sostituire con Panda, Cinquecento, Renault 4 e Fiat Uno: «I potenti devono viaggiare in utilitaria».

Per non dire del «Manuale di resistenza fiscale» benedetto da Umberto Bossi nel novembre 1996 e illustrato da Mimmo Pagliarini e quel Roberto Maroni che oggi è al Viminale. I quali invitarono il contribuente «a un atto di disobbedienza» e a rivendicare il «diritto naturale» di togliere dalla dichiarazione dei redditi, tra l'altro, «35 mila lire di detrazione per le ingiuste spese delle auto blu». Una offensiva durata anni. E ogni tanto tirata fuori tra mille strilli.

Contro il governo quando a palazzo Chigi c'era Dini. Contro la regione Emilia-Romagna. Contro la provincia di Milano quando era presidente Filippo Penati. Contro Letizia Moratti, tre anni fa, quando Matteo Salvini propose di tagliare le auto in dotazione alla giunta e a ventitré dirigenti comunali: «Facciamo andare a piedi gli assessori per costruire due villaggi solidali in Africa».

Rintracciato da Marco Ballico del Piccolo, che a maggio aveva già rivelato come andasse in ufficio tenendo sotto l'ascella un revolver modello «357 magnum» («tranquilli, non lo porto in aula»), Ballaman ha detto: «Se ho sbagliato pagherò. La maggior parte dei viaggi è giustificata. Sul resto vedranno i legali». Pagherà fino alle dimissioni? «Non penso proprio. Si paga il giusto, non di più».

Come mai è saltata fuori la lista di questi viaggi? Ovvio: un complotto. Di chi? Dei conducenti: «Probabilmente a lasciarli a casa, mi sono inimicato qualche autista». Come mai? Perché il presidente, il 1° aprile scorso, forse intuendo d'avere un po' esagerato, aveva deciso di fare il bel gesto: la rinuncia all'auto blu! Peccato che lo stesso Piccolo di Trieste l'aveva beccato: grazie al ricorso all'auto propria, una Rover, Ballaman incassava oltre allo stipendio lordo mensile di 16.500 euro, anche 3.200 euro in più al mese di rimborsi.

Ballaman non è nuovo alle cronache. Come scrisse il Gazzettino, nel 2001 il sito internet dei Monopoli dello Stato comunicò che «tra i cinque concorrenti» le concessioni di due sale Bingo erano «state assegnate alla Cristallina Srl (47 punti) e alla Milleuno bingo (45)». E chi c'era tra i soci della Cristallina Srl? Lui. E sempre lui c'entrava nella sventurata speculazione immobiliare leghista a Punta Salvore, in Istria. La faccenda più «curiosa», però, fu lo scambio delle mogli con l'allora sottosegretario agli Interni Maurizio Balocchi. Niente sesso, si capisce: per aggirare la legge che vieta di assumere i propri parenti, lui prese in ufficio la signora Laura Pace, compagna di Balocchi, e Balocchi prese come collaboratrice Tiziana Vivian, alla quale Ballaman era legato prima di fidanzarsi e poi sposarsi con l'attuale compagna di autoblù. Anche allora, manco a dirlo, trovò del tutto superfluo perfino l'accenno alle dimissioni. E quando mai?


Gian Antonio Stella
02 settembre 2010



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L'Italia si mobilita per salvare la vita a Sakineh

di Redazione

Una gigantografia di Sakineh, la donna iraniana condannata per un presunto adulterio, campeggia sulla facciata di Palazzo Chigi: è l’iniziativa presa dal governo. Iniziative simili prese da numerosi comuni in tutto il Paese. Oggi manifestazione davanti all'ambasciata di Teheran a Roma



 
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Roma - Dopo gli articoli dei giornali e gli appelli su internet prosegue la mobilitazione, in tutto il mondo, per salvare la vita a Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana di 43 anni condannata alla lapidazione per un supposto adulterio. Le forze politiche di maggioranza e opposizione si uniscono nella battaglia con appelli e iniziative in varie parti del Paese. Alcune gigantografie della donna sono state esposte sui palazzi dei ministeri. Un minuto di silenzio alla Festa del Pd a Torino. Fiaccolata al parlamento dell'Unione europea.


Nel pomeriggio è in programma una manifestazione "senza bandiere di partito" organizzata davanti all’ambasciata iraniana a Roma, in via Nomentana 363, per chiedere che la vita di Sakineh sia salvata. "Chiediamo a tutte le forze politiche e democratiche, alle associazioni e ai movimenti di partecipare al presidio di giovedì prossimo presso l’ambasciata iraniana a Roma per salvare Sakineh dalla lapidazione", è questo l’appello lanciato dal presidente nazionale dei verdi Angelo Bonelli, che aggiunge: "Anche l’Italia, come hanno già fatto diversi Paesi europei fra cui la Francia, deve far sentire forte la sua voce contro la violazione sistematica dei diritti umani perchè quello che accade in Iran è una vergogna internazionale".


Gigantografia a Palazzo Chigi Una enorme foto di Sakineh campeggia sulla facciata di Palazzo Chigi: è l’iniziativa presa dal governo, come hanno annunciato i ministri delle Pari opportunità e degli Esteri, Mara Carfagna e Franco Frattini. "Un’azione senza precedenti per mobilitare le coscienze e contribuire a salvare Sakineh da una sentenza brutale ed inaccettabile, la lapidazione. Far sapere all’intera comunità internazionale che l’Italia e gli italiani sono dalla parte di Sakineh Mohammadi Ashtiani", hanno dichiarato i due ministri, sottolineando che "di fronte a questo drammatico caso le iniziative diplomatiche, che l’Italia ha attuato, devono poter contare anche sul più ampio sostegno dell’opinione pubblica".


Contro le pratiche disumane "Difendiamo insieme - proseguono - un principio che ha valore universale: non possiamo accettare che una donna, ovunque si trovi nel mondo, venga sottoposta alla pena di morte per lapidazione, una pratica orribile e disumana che condanniamo fermamente in quanto contraria ai diritti umani fondamentali" per questo da "oggi, e fino a quando Sakineh non sarà salva e libera, il suo volto ci guarderà dal palazzo del Governo italiano". Da oggi l’immagine di Sakineh sarà esposta anche in Campidoglio: il sindaco di Roma Gianni Alemanno, "sensibile alla mobilitazione internazionale e alla campagna lanciata dai ministri Frattini e Carfagna per Sakineh Mohammadi Ashtiani.





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Brambilla: "Hanno la coda di paglia e si sono fatti autogol"

di Paola Setti

Il ministro replica alle accuse: "Organizzare squadre contro il Pdl? Non è nel mio dna". Segno di debolezza: "Dimostrano di aspettarsi forti critiche dagli ex di An"



 


Ministro Brambilla, ma allora non è per il colore dei capelli che la chiamano «Michela la rossa»!
«Chi l’avrebbe mai detto».

“Deriva sinistrorsa e comunistoide del Pdl”, scrive il sito di Generazione Italia.
«Sembra uno scherzo, vero?»

Non ci si vede a guidare la rivolta degli “squadristi della libertà” contro Gianfranco Fini?
«Guardi, le dico solo che io non querelo mai nessuno, nemmeno se le critiche a volte sono diventate offese personali, perché ho il massimo rispetto delle opinioni altrui. Nemmeno Marco Travaglio ho mai querelato».

Nemmeno quando scrisse che lei è il manichino vivente per una ditta di biancheria intima.
«Nemmeno. E tantomeno quando sono stata criticata per le mie politiche in materia di turismo. Ma questa volta la prima cosa che ho fatto è stata chiamare il mio avvocato».

Michela la rossa, di rabbia.
«Ma no, ci vuole ben altro per farmi arrabbiare, ma non permetto a nessuno di diffamarmi. Mi hanno accusata di comportamenti totalmente estranei a me, al Pdl e al governo di cui faccio parte. I finiani ci hanno abituati a una logica di contrasto, quasi di guerriglia, ma adesso hanno trasceso».

Non pensa che qualcuno nel Pdl possa davvero aver chiesto aiuto per organizzare dei pullman per Mirabello, magari spendendo il suo nome?
«Non è un esercizio che voglio fare quello di capire da dove nasce questo delirio».

Beh ma dopo questa estate di guerriglia forse non sarebbe stata una cattiva idea andare a Mirabello a fare un po’ di sana contestazione, no?
«A parte che queste cose non sono nel mio Dna, le giuro che non ce n’è bisogno. Quando vado a fare la spesa...»

Sì, vabbè...
«Guardi che io ci vado al supermercato e con la gente ci parlo. Mi fermano in continuazione per chiedermi che diamine sta combinando Fini».

Secondo lei che sta combinando?
«Ah, saperlo, tace da mesi!».

In compenso parlano i suoi.
«Questo è il punto».

Quale?
«Gli autogol che hanno fatto attaccandomi».

Plurale. Quanti?
«Vie legali a parte, almeno due».

Il primo.
«Il problema dei finiani è che le contestazioni se le aspettano, magari dagli ex di An. Del resto non ci vuole la sfera di cristallo, basta andare al supermercato, appunto».

Guardi che la dietrologia è roba da sinistrorsi...
«È stato il palese tentativo di mettere le mani avanti. Solo che così facendo invece di crearsi un alibi di fronte a eventuali contestazioni, hanno scoperto il proprio gioco».

Ingenui.
«È stato un attacco sciocco e maldestro, infatti».

Maldestro ma personale: hanno messo un link a un articolo dell’Espresso in cui lei veniva criticata.
«E questo è il secondo autogol: hanno rivelato qual è il loro giornale di riferimento».

Si aspetta delle scuse?
«Mah. La correttezza le richiederebbe. Ma più che le scuse, servono spiegazioni».

Su che cosa?
«Dovrebbero rendere conto agli italiani che li hanno eletti del continuo boicottaggio della maggioranza e del governo di cui loro stessi fanno parte, tanto più in un momento in cui, mentre il Paese esce da una crisi economica, la cosa più importante è la stabilità. Che poi vede, è schizofrenia».

Schizofrenia?
«Mentre attaccavano me sull’home page del sito, Mario Baldassarri, autorevole esponente del loro gruppo, era a palazzo Grazioli dal premier. La mano destra non sa che cosa fa la sinistra»

E qual è la mano destra?
«Ecco, appunto. Qual è il loro progetto? Per ora la sola cosa evidente è la loro spaccatura. E quanto accaduto oggi è tipico di persone che non avendo argomenti politici non trovano di meglio che usare una mano sola, la sinistra».

Falchi e colombe.
«Con alcuni il riavvicinamento pare possibile, anzi, forse è già nelle cose. Con altri è molti difficile».

A Italo Bocchino fischieranno le orecchie.
«Si comporta come il leader ormai, ma io non credo che tutti siano disposti a seguirlo».

Ci vediamo a Mirabello?
«Non è nella mia agenda, per quanto riguarda me possono stare tranquilli. Per quanto riguarda gli elettori, non lo so».





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Promemoria per Gianfranco: rispondi a queste domande

di Paolo Bracalini

Domenica il presidente della Camera interverrà alla festa Fli di Mirabello dopo un lungo silenzio. Parlerà della casa di Montecarlo e del nuovo partito?



 

Roma - Ora che la sperduta ma ridente Mirabello pare investita di una missione salvifica per le sorti italiane (a tanto siamo ridotti), come minimo laggiù domenica Fini dovrà fare il discorso del secolo, il suo discorso della montagna agli apostoli del finismo, anche se disgraziatamente a Mirabello di montagne non ce n’è ma solo pianura nel raggio di 50 chilometri, però pazienza, contano le parole non l’orografia. Chiarirà tutto, siamo certi, ha solo aspettato il proscenio adatto per cotanto dispiegamento di verità dopo il fango meschino che lo ha investito. Mirabello, Mirabello, Mirabello, ma che bello il ritornello. Il silenzio agostano sarà stato solo un’abile introduzione per l’epifania settembrina del Giusto. Che dirà Fini a Mirabello?


È l’enigma di questa fine estate italiana, insieme al mistero delle mozzarelle rosa e blu e all’anello di fidanzamento della Canalis. A dire il vero, di cose da dire Fini ne ha parecchie. Potrebbe parlare per due o tre ore senza interruzione. Un lungo racconto, da Fiuggi a Mirabello, svolte, frenate, inversioni di marcia e marce su Roma e poi su Montecarlo (sì ma, dilemma shakespeariano, con o senza cucina appresso?), tutto lo scibile finiano non ha che da svelarsi al trepidante pubblico, incarognito col Cav peggio che i dipietristi. Sui siti amici si prepara la trasferta, pullman, colazioni al sacco, alberghi convenzionati, tutti pronti alle 8 alla stazione del bus per andare a Mirabello e scoprire quanto è bello fare futuro (e libertà). Ma la Tulliani ci sarà? Con o senza il fratello ferrarista che lava l’auto al self? Altro mistero che aggiunge suspence all’attesa del discorso della pianura.


Da dove potrebbe partire il leader? Potrebbe abbordarla filosoficamente, se vuole, spiegando come gli è capitato, a lui che viene dal partito più legato alla Tradizione, di infatuarsi a tal punto del Futuro (che compare nel nome del gruppo, in quella della sua fondazione, nel titolo del suo osannato libro). Per scendere più a terra, gli basterà spiegare com’è stato possibile accorgersi, e così in ritardo, che tutto il pantheon della destra italiana era merce per robivecchi, e che al posto dell’identità italiana va messo il bene ultimo della cittadinanza extracomunitaria, al posto del sacro vincolo uomo-donna il più progressista patto civile tra omosessuali, al posto dello Stato etico il liberismo bioetico, al posto del contro-Sessantotto di Berretti verdi (che lo convinse a diventare un giovane post-fascista) il ’68 come «stagione di libertà e modernizzazione», al posto del revisionismo anti-comunista la più banale ma più comoda condanna del fascismo come male assoluto.


Insomma come abbia fatto lui, laico-progressista-liberista, a ritrovarsi per una quarantina d’anni in mezzo a tradizionalisti-conservatori-statalisti come quelli del Msi prima e poi di An, e farsi anche eleggere loro capo, arrivando ad allori inimmaginabili per le fogne in cui erano abituati, Palazzo Chigi, la Farnesina, la sedia più alta a Montecitorio. Come ha fatto, lui che fu indicato e promosso da Almirante, a non accorgersi decenni prima che il leader Msi era capace di proferire «frasi razziste vergognose», come ebbe a rivelare Fini solo due anni fa.
Poi, scorrendo in avanti negli anni, potrebbe toccare il tasto ora più sensibile, Silvio Berlusconi, il nome che tra tanti (anche improbabili) non viene mai citato nel suo lungimirante saggio sul futuro della libertà, malgrado Berlusconi fosse pur sempre il numero uno del partito di cui, mentre scriveva quelle pagine, Fini era ancora il numero due.


Arrivato a metà discorso, in una Mirabello ormai Comune deberlusconizzato, Fini racconterà, ne siamo certi, il travaglio interiore che in breve tempo, solo una quindicina d’anni, lo ha portato ad abbracciare Berlusconi e poi ad accorgersi che era un despota, malgrado Berlusconi sia lo stesso di sempre. Già che c’è, a quel punto, potrebbe spiegare che ci faccia suo cognato nella casa lasciata in eredità ad An e poi venduta al ribasso non si sa bene neppure a chi. Siccome sarà il discorso della svolta, Fini dipanerà le nebbie che avvolgono ancora lui e la nuova famiglia, i loro contratti in Rai, le insistenze per dare al cognatino uno straccio di contratto da 1 milione di euro col servizio pubblico, perché è vero che siamo laici, ma anche cristiani, e la famiglia è sempre un’istituzione da tutelare.


Visto che il pubblico finiano sarà infervorato, dopo tanti colpi bassi dei falchi al soldo di Arcore, Fini spazzerà via le illazioni sui «minimi garantiti» chiesti in Rai per il giovane ferrarista di famiglia, la partecipazione di mamma Tulliani in una società di produzione tv appena nata, e tutto il resto, così scrollandosi di dosso il fango cadutogli ingiustamente addosso. L’attesa è grande, per Mirabello, nuovo mantra della democrazia italiana. Se vorrà spiegare il futuro, troverà orecchie futuriste ben tese all’ascolto. A noi basterebbe di meno, che spiegasse un po’ di passato, anche solo recente.




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