venerdì 3 settembre 2010

Hitler-De Laurentiis: parodia su YouTube boccia il mercato del Napoli

Il Mattino


 

NAPOLI (3 settembre) «La caduta - gli ultimi giorni di Hitler»: il Fuhrer è chiuso nel suo bunker. Urla. I suoi attendenti sono terrorizzati. Cosa sta dicendo Hitler? «Chi è più giovane di Cristiano Lucarelli esca dalla stanza». Su YouTube gira una delle tante parodie del video, uno dei più presi in giro su Internet. Qualche giorno fa si scatenarono gli juventini dopo l'arrivo di Quagliarella.
«Vendiamo l'unico giocatore che abbiamo - urla il dittatore, riferito a Diego - per prendere Quagliarella? Non credevo esistesse un gm più fesso di Pierpaolo Marino. 15 milioni per uno scarto del Napoli».
E quando un generale gli fa notare che «tutta Napoli è disperata per la partenza di Quagliarella», risponde: «A Napoli c'è gente che ancora rimpiange Calaiò... Non capiscono un c...».

Stessa ironia nella versione napoletana. Hitler diventa De Laurentiis e boccia il mercato del Napoli, per la mancanza di un centravanti di nome. E sull'arrivo di Sosa: «Due giorni fa era un centrocampista e ora è una punta?». E sulla difesa: «Avete avuto tutto agosto per comprare un difensore decente e gioca ancora Aronica titolare... Mi avete fatto rimpiangere Pierciccio Marino».













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Soldati Usa, vietato giocare ai talebani

Corriere della sera


Accusata di antipatriottismo, la nuova versione multiplayer di "Medal of Honor" non sarà venduta nelle basi militari: tra i personaggi da scegliere c'è il miliziano


Accusata di antipatriottismo, la nuova versione multiplayer di "Medal of Honor" non sarà venduta nelle basi militari: tra i personaggi da scegliere c'è il miliziano


Il gioco 'Medal of Honor'
Il gioco "Medal of Honor"
MILANO - Se il gioco non si può fermare, cerchiamo almeno di non urtare la sensibilità di chi in guerra c’è andato e i talebani li ha conosciuti davvero. Devono aver pensato questo i responsabili della grande catena internazionale di negozi di videogiochi GameStop, che ha deciso che non venderà, perlomeno all’interno delle basi militari, l’ultima versione di "Medal of Honor" (lancio previsto per metà ottobre) in quella versione multiplayer che permette al giocatore di impersonarsi in un talebano e sparare ai soldati occidentali.


LE CRITICHE - Solo una settimana fa, le critiche da parte della Gran Bretagna e degli Stati Uniti stessi erano state massicce, e anche il ministro della Difesa britannico Liam Fox aveva espresso il suo dissenso per la crudele veridicità del gioco. La storia, ispirata al lavoro degli operatori delle forze speciali statunitensi "Tier 1", inserisce il giocatore in un nuovo (per i videogame) campo di battaglia, l’Afghanistan. E se nella versione per singolo giocatore, l’unica possibilità è quella di fare il soldato americano, in quella multigiocatore invece si può scegliere di mettersi nei panni del nemico talebano. Le critiche non hanno comunque fatto desistere la Electronic Arts, produttrice del gioco, nel metterlo in commercio.


GAMESTOP - Il solo dissenso arriva invece dalla catena di negozi GameStop. Diffusa ovunque nel mondo, Italia inclusa, ha deciso di prendere posizione rispetto al nuovo "Medal of Honor" e ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui dichiara: «GameStop, in rispetto del passato e presente dei nostri uomini e donne in uniforme, ha deciso di non vendere "Medal of Honor" nei centri Aafes (Army Air Force Exchange Service). Per questo motivo a partire da oggi verrà dimesso tutto il materiale pubblicitario e non verranno raccolti ordini. I clienti che vorranno prenotare "Medal of Honor" dovranno rivolgersi al negozio più vicino al di fuori delle basi». Almeno commercialmente, questa scelta non intaccherà i lauti guadagni previsti dalla vendita dell’ultima versione di MOH, già ipotizzati per 3,5 milioni di dollari in tutto il mondo.


Eva Perasso
03 settembre 2010



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'I Cento passi', ritorno a Cinisi 10 anni dopo

Repubblica

Il cast del film 'I Cento Passi' si è ritrovato a Cinisi, teatro dell'uccisione di Peppino Impastato, a dieci anni dal successo del film. E' l'attore Luigi Lo Cascio, interprete del giovane Peppino ad aprire ed entrare per primo in casa Tano Badalamenti "Tano Seduto", oggi bene confiscato e intitolato all'associazione Impastato assegnata al fratello di Peppino, Giovanni. Prima della proiezione del film, il regista Marco Tullio Giordana, dalla terrazza della palazzina che fu di Tano Badalamenti parla dei fatti e delle impressioni che portarono alla realizzazione del film, delle amicizie, della Sicilia.

(di Salvo Sbacchis)


Lobby ebraica nel parlamento Usa» Imbarazzo Ue per parole commissario

Il Messaggero

De Gucht:«Non è facile per gli ebrei moderati parlare di Medioriente». Poi si scusa:«Non volevo offendere comunità»




ROMA (3 settembre) - Stanno creando un caso nella comunità ebraica europea e un forte imbarazzo nella Commissione Ue alcune dichiarazioni del commissario europeo al commercio estero, il belga Karel de Gucht, che, parlando ad una radio fiamminga, ha denunciato «il potere» della lobby ebraica sul parlamento Usa e la difficoltà anche per gli ebrei più moderati ad essere razionali «quando si parla di quello che succede in Medio Oriente». Le dichiarazioni arrivano all'indomani dei negoziati di pace tenuti a Washington fra Israele e Palestina.

Commissione Ue prende le distanze.
«Sono opinioni personali, che non rappresentano la posizione della Commissione Ue», ha commentato oggi un portavoce dell'esecutivo europeo, Olivier Bailly, cercando di porre rimedio alla gaffe. Intanto, il Congresso europeo ebraico ha chiesto a De Gucht di ritirare ufficialmente le dichiarazioni ritenute «antisemitiche».

De Gucht ha cercato di rispondere alle richieste di chiarimento:
«Non volevo in alcun modo offendere o stigmatizzare la comunità ebraica». «Voglio dire chiaramente che l'antisemitismo non ha alcun spazio nel mondo di oggi ed è totalmente contrario ai nostri valori europei».

Congresso ebraico europeo.
Le dichiarazioni di de Gucht «fanno parte di una pericolosa tendenza di incitamento contro gli ebrei e Israele in Europa che bisogna bloccare immediatamente», ha dichiarato il presidente del congresso ebraico europeo, Moshe Kantor. «Ancora una volta sentiamo dichiarazioni oltraggiosamente antisemite da un ufficiale europeo», ha aggiunto, con chiaro riferimento al banchiere Thilo Sarrazin, di cui ieri il board della Banca centrale tedesca ha chiesto le dimissioni dopo i suoi commenti razzisti sugli ebrei nonchè dopo aver stigmatizzato gli immigrati musulmani in Germania. Il banchiere infatti avrebbe detto: «Tutti gli ebrei condividono un gene particolare, come i baschi condividono un certo gene che li differenzia dagli altri».

De Gucht è un politico belga di lunga esperienza,
che ha ricoperto anche l'incarico di ministro degli Esteri. Parlando alla radio fiamminga Vrt, ha espresso scetticismo sull'esito dei colloqui diretti tra israeliani e palestinesi, avviati ieri a Washington. «La lobby ebraica a Capitol Hill, il Parlamento americano, non deve essere sottostimata», ha motivato. «È il gruppo di pressione meglio organizzato. In altre parole, nessuno dovrebbe sottostimare la forte presa della lobby ebraica sulla politica degli Usa». Un altro elemento di difficoltà, per De Gucht, è la «credenza» degli ebrei, anche di quelli che vivono fuori da Israele, secondo la quale «loro sono dalla parte del giusto». «E la credenza è qualcosa di difficile da confutare con argomenti razionali», ha aggiunto il commissario. «Perciò non è facile, anche per gli ebrei moderati, parlare di quello che succede in Medio Oriente. È una questione molto emotiva», ha concluso De Gucht.

I negoziati di pace di Washington.
Israeliani e palestinesi hanno avviato ieri a Washington, dopo 20 mesi di stallo, «produttivi» colloqui diretti di pace impegnandosi a incontrarsi ogni due settimane e a cogliere «entro un anno l'opportunità storica» di un accordo che metta fine a decenni di violenza e di spargimenti di sangue. La prossima sessione del negoziato è stata fissata per il 14 e 15 settembre prossimo a Sharm el Sheikh, in Egitto, con la partecipazione, oltre che del premier israeliano Benjamin Netanyahu e dal presidente della Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen (Mahmud Abbas), anche del segretario di Stato Usa Hillary Clinton e dell'inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell.

Il presidente Barack Obama,
che sta investendo notevole capitale politico nel successo del negoziato, ha detto ieri di essere «incoraggiato» dalla serietà mostrata dalle due parti in questa ripresa dei negoziati. Mitchell ha definito «produttivi» i colloqui di Washington confermando che il traguardo «resta quello di risolvere tutti i problemi principali entro un anno». «La prossima tappa è quella di raggiungere un accordo quadro che porti ad affrontare i problemi dello status permanente», ha aggiunto il diplomatico americano. Secondo fonti palestinesi, Netanyahu e Abu Mazen hanno concordato di discutere, come prima cosa, il problema delle frontiere.

Netanyahu ha detto che «una pace vera e durevole
sarà raggiunta solo attraverso dolorose concessioni specifiche da entrambe le parti». Ma il desiderio di sovranità dei palestinesi «deve essere riconciliato con la necessità di Israele di garantire la sua sicurezza», ha aggiunto Netanyahu. Anche Abu Mazen ha espresso la speranza di «iniziare una nuova era di pace, giustizia, sicurezza e prosperità per i palestinesi e per il popolo israeliano».

Ma i contrasti sono emersi fin dall'inizio: Abu Mazen
ha esortato il governo israeliano a «mettere fine alle attività dei nuovi insediamenti e a far cessare totalmente l'embargo per la striscia di Gaza». Netanyahu però ha già fatto sapere che il suo governo non intende prolungare la moratoria sui nuovi insediamenti, in atto da dieci mesi, che scadrà il 26 settembre prossimo. I palestinesi hanno minacciato di abbandonare i colloqui diretti se la moratoria non sarà prolungata. Tutte le parti hanno condannato i recenti atti di violenza ai danni di coloni israeliani rivendicati da Hamas. Netanyahu ha citato tali attacchi per sottolineare quanto vitale sia per Israele la necessità di garantire la propria sicurezza.

La reazione degli estremisti in Palestina: 13 gruppi si coalizzano.
Ma sulla via della pace pesa la minaccia degli estremisti palestinesi ostili a qualunque accordo con lo Stato ebraico: 13 gruppi palestinesi, fra cui le Brigate Ezzedin al Qassam, ala armata di Hamas, hanno annunciato ieri sera la creazione di un «centro di coordinamento» per le loro operazioni contro «il nemico sionista», proclamando che Israele sarà colpito «in ogni luogo e in qualsiasi momento».

Stampa israeliana improntata a un cauto ottimismo.
Haaretz e Yediot Ahronot trovano molto significativo che Netanyahu abbia qualificato Abu Mazen «mio partner di pace». «Ci si mette in moto» conferma Maariv. In un commento Haaretz sottolinea che la formula proposta da Netanyahu ad Abu Mazen può essere ridotta a «sovranità (ai palestinesi, ndr) in cambio di sicurezza (a Israele, ndr)». Diversi commentatori si domandano se a Washington si sia visto dunque «un nuovo Netanyahu», meno rigido ed ideologico che in passato. Le risposte variano a seconda degli opnionisti. Per tutti Aluf Ben sintetizza su Haaretz che ieri a Washington «si è aperto un piccolo pertugio di ottimismo, anche se adesso occorrerà misurarsi con il lavoro duro».

Stampa palestinese: nessuna trattativa se riprende la colonizzazione.
«Il presidente Abbas (Abu Mazen) a Netanyahu: niente negoziati se riprende la colonizzazione»: con questo titolo il quotidiano palestinese al-Ayyam ha presentato la ripresa delle trattative dirette a Washington fra israeliani e palestinesi. Analogo il titolo di al-Quds: «Nessuna trattativa se riprende la colonizzazione. Primo tema sull'agenda: la discussione dei confini, perchè ciò è legato all'assetto definitivo», del conflitto.




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Grattacieli spenti a New York per salvare gli uccelli

Il Messaggero


ROMA (3 settembre) - Sono sempre di più i grattacieli a New York che in questi giorni stanno tenendo le luci spente di notte per salvare gli uccelli migratori. Come riferisce la Bbc al progetto "lights out", organizzato dal gruppo ambientalista Nyc Audubon, partecipano quest'anno anche edifici storici come l'Empire State Building e il palazzo della Chrysler.

Secondo alcune stime almeno 90mila uccelli l'anno si schiantano contro i grattacieli della Grande Mela, attirati dalle luci. L'iniziativa è giunta al quinto anno, e chiede di spegnere le luci dei piani più alti da mezzanotte all'alba dal primo settembre al primo novembre; una azione che fa scendere fino all'83% il numero di animali che vanno a sbattere contro gli edifici. A chi deve lavorare fino a tardi viene chiesto di usare lampade da scrivania, e non le luci principali della stanza. «Molti uccelli sono disorientati dalle strutture illuminate - sottolinea l'associazione in una nota - e i loro sistemi di navigazione vengono messi in tilt dalle fonti di luce troppo brillanti».




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Truffe in rete, quando il web diventa una trappola

IL Mattino


NAPOLI (3 settembre) - Finte richieste di aiuto dalla Nigeria, presunte vincite alla lotteria e fantomatiche belle donne in cerca di compagnia: sono questi i pretesti adottati dalle truffe online più frequenti dell'ultimo decennio, seguite da false offerte di lavoro e da richieste di denaro da parte di amici via Facebook e Twitter.

Secondo la classifica stilata dai PandaLabs, i metodi più utilizzati negli ultimi dieci anni per rubare soldi agli internauti seguono tutti un unico schema: i criminali effettuano un primo contatto con la potenziale vittima, essenzialmente via e-mail o social network, poi, se l'utente viene adescato, gli viene chiesto denaro con falsi pretesti.


La truffa nigeriana
. La scusa più diffusa è quella della cosiddetta «truffa nigeriana», che è stata anche la prima del suo genere ad apparire sul web. In questo caso il cyber-criminale invia una mail fingendosi una persona in difficoltà, spesso originaria della Nigeria, che ha bisogno di una forte somma di denaro ed è in grado di restituirla in cambio di un aiuto iniziale per andar via dal Paese africano. Chi cade nella trappola invia una parte dei soldi richiesti, ma il contatto a questo punto svanisce col bottino.

Falsa vincita alla lotteria
. Poi c'è il pretesto della falsa vincita alla lotteria, con cui si chiede alla vittima una somma in anticipo per coprire commissioni e spese bancarie.

La truffa sexy.
La terza "scusa" più sfruttata è quella di una fantomatica bella donna, in genere di nazionalità russa, che contatta internauti in cerca di compagnia chiedendo soldi per un biglietto aereo.

Finte offerte di lavoro
. A seguire le frodi che sfruttano le finte offerte di lavoro: alla vittima viene chiesto di comunicare le coordinate bancarie e sui conti vengono fatte transitare somme di denaro rubate ad altri internauti, rendendo la vittima anche un potenziale complice.

Social network
. In tempo di social network la creatività dei criminali risulta amplificata. Violando un account di Facebook o Twitter, i malviventi possono inviare agli "amici" finte richieste di denaro.





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Investe il cane e non si ferma Scatta la prima multa in Italia

IL Mattino di Padova

I Carabinieri di Padova hanno rintracciato e multato un uomo che aveva investito un cane con la sua auto e non si era fermato a soccorrerlo. E' la prima volta che viene applicata la legge per l'omissione di soccorso ad animale: la multa è di 389 euro




PADOVA. Prima multa per omissione di soccorso ad animale. E' stata comminata stamattina alle 9 a Legnaro, a pochi chilometri da Padova. Un uomo, pensionato 60enne, che transitava a bordo di una Mini Cooper, ha investito un cane meticcio, Rocky. L'automobilista pur essendosi accorto che il cane era stato travolto dalla sua auto, non soccorreva l'animale. Alcuni passanti, tra cui il padrone del cane,  hanno preso il numero di targa e denunciato il fatto ai carabinieri.

Dopo poche ore, l’uomo è stato identificato dai Carabinieri della stazione di Legnaro e sanzionato con 389 euro di multa per aver violato l'articolo 189/bis del codice della strada. Nella norma si legge: “L’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, da cui derivi danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, ha l’obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso agli animali che abbiano subìto il danno". La sanzione può andare da 389 a 1.559 euro.

Soddisfazione tra gli animalisti: "I Carabinieri di Legnaro sono i primi tutori dell'ordine in Italia che hanno eseguito alla perfezione la legge che prevede l'omissione di soccorso anche per un animale investito - scrive l'associazione "100% animalisti" - Unica notizia triste,  per noi, è che il povero cane non ce l’ha fatta: è deceduto poche ore dopo".

(03 settembre 2010)




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Dodicenne aggredito da coetanei «Attaccato per il colore della pelle»

Corriere della sera

Il ragazzino, di origini cubane, è stato insultato e raggiunto da spinte e pugni. Si cercano gli aggressori


in un parco di Zelo Surrigone, vicino ad Abbiategrasso - la lite per uno skateboard


MILANO - Aggressione a sfondo razziale ai danni di un ragazzino cubano di 12 anni, ieri sera, all'interno di un parco di Zelo Surrigone, paese alle porte di Abbiategrasso nel milanese. Il ragazzo, che era all'interno del Parco Verde insieme con due coetanei, che spaventati si sono allontanati, è stato avvicinato da altri tre dodicenni e prima insultato e poi raggiunto da spinte e qualche pugno. Il ragazzino, tornato a casa, ha raccontato l'accaduto alla madre e, successivamente, è stato condotto all'ospedale di Abbiategrasso per le cure del caso. Al giovane è stata riscontrata una contusione al naso che potrebbe aver subito una frattura.


LA DENUNCIA - I tre aggressori, anche loro dodicenni e tutti frequentanti la stessa scuola media, non sono ancora stati identificati con certezza dai carabinieri, nonostante siano stati forniti dati abbastanza precisi sul loro conto. La madre del bambino - cubana e separata - ha sporto denuncia questa mattina. Secondo quanto si è appreso, i tre giovani aggressori, che non farebbero parte di nessuna gang, hanno rivolto al giovane cubano diversi insulti a sfondo razziale, a partire dal classico «negro di m...». Sempre a quanto si è appreso, già in altre occasioni i tre dodicenni avevano preso di mira e offeso il 12enne cubano per il colore della sua pelle. Al giovane - che è stato visitato nel reparto di otorinolaringoiatria del nosocomio di Magenta - è stata riscontrata una contusione al naso, con probabile frattura, e una lesione agli occhi.


LA LITE PER LO SKATEBOARD - «Ieri sera mio figlio era al parco con due amici della stessa età quando sono arrivati i tre ragazzini - ha spiegato la madre del giovane cubano, che oggi ha sporto denuncia ai Carabinieri -. Hanno salutato gli amici italiani e gli hanno chiesto il suo skateboard. Mio figlio glielo ha dato per andare a giocare con un'altalena, ma quando ha visto che stavano per rompere lo skateboard è andato a riprenderlo e lì è iniziato tutto». A quel punto, osserva infatti la donna, - cubana, madre del ragazzino e di un altro figlio, in Italia da 15 anni e divorziata dal marito italiano - «lo hanno insultato dicendogli "sporco negro" e "negro di m...", poi due lo hanno tenuto fermo e uno ha cominciato a colpirlo con dei pugni: gli hanno rotto il naso e gonfiato tutta la faccia.


DA UN ANNO E MEZZO - È successo tante volte che lo offendessero verbalmente - ha proseguito la madre - è una cosa che va avanti da circa un anno e mezzo ma è la prima volta che gli mettono le mani addosso. I due amici italiani che erano con lui - ha aggiunto - sono piccolini e tranquilli, si sono spaventati e gli hanno detto di smettere». I tre aggressori non frequentano la stessa classe del ragazzino cubano, ma studiano nella stessa scuola media, l'istituto comprensivo «Gianni Rodari» di Vermezzo, paesino contiguo a Zelo Surrigone.


All'istituto composto da sei plessi distribuiti tra Vermezzo, Zelo Surrigone e Gudo Visconti, fanno capo tre scuole dell'infanzia, due scuole primarie e una scuola secondaria di primo grado. Gli alunni iscritti e frequentanti sono circa 800 mentre i docenti sono un'ottantina. Il ragazzino vittima dell'aggressione, insieme alla madre e al fratello, era stato ospite di una famiglia milanese, nel 2008, in occasione dell'iniziativa natalizia «Aggiungi un posto a tavola», promossa dall'Osservatorio di Milano per facilitare il dialogo e l'integrazione tra persone di diversa provenienza. (fonte: Ansa)


03 settembre 2010



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Parcheggio davanti al Comune Ecco il film degli abusivi

Corriere del Mezzogiorno

Nei risicati spazi lasciati liberi dai cantieri della metropolitana hanno mano libera i parcheggiatori



NAPOLI — «Ho visto la foto sul Corriere del Mezzogiorno. Letto l’articolo. E ho pensato: finalmente! E vorrei a questo punto offrire un ulteriore contributo al dibattito». Il lettore che ieri ha contattato la redazione è un dirigente del Comune di Napoli il cui ufficio è in via Verdi.

Storie di ordinaria illegalità

E fa notare che oltre all’isola pedonale che non c’è e alle auto allegramente in sosta ad un passo dai palazzo dell’Amministrazione ci sono altri scandali che si consumano sotto il naso di chi in città fa le leggi.

Ed eccole le foto. Ecco il film dell’illegalità girato intorno a via Verdi. Le immagini sono state scattate dall’ufficio del dirigente e rendono ben chiara una situazione che è oltre lo scandalo. Nei risicati spazi lasciati liberi dai cantieri della metropolitana hanno mano libera i parcheggiatori abusivi. Sono in via Santa Brigida, in via Vittorio Emanuele, nella stessa via Verdi, nei piccoli viottoli intorno a Palazzo San Giacomo.

«E c’è di più— denuncia il lettore —. Quando c’è il Consiglio comunale la protervia di questi personaggi diventa davvero insopportabile. Al di là del fatto che continuano a starsene lì a taglieggiare i clienti che sono in numero superiore rispetto al solito, non sono minimamente intimoriti neanche dalla presenza dei carabinieri». Ovviamente per ottimizzare le ore di lavoro i parcheggiatori abusivi non si limitano solo a gestire le auto, ma si sono lanciati nel redditizio mondo dei mezzi a due ruote. Imponendo, senza mezzi termini, il pagamento di almeno un euro anche per una sosta di mezz’ora. «Ci sono quelli che si sono arresi— continua il lettore —. Altri resistono. Noi dirigenti che abbiamo diritto al parcheggio sugli spalti del Maschio Angioino dobbiamo uscire dall’ufficio senza chiavi della moto o dell’auto in vista. Altrimenti questi signori ci seguono e pretendono di essere pagati anche per una sosta che avviene all’interno di una struttura comunale».


Anna Paola Merone
03 settembre 2010






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Dipendenti consorzi scrivono ai clan La Cgil: «È collaborazione esterna»

Corriere del Mezzogiorno


La dura condanna del sindacato rispetto alla provocatoria iniziativa degli operatori ecologici



CASERTA - «Di fronte all’ennesimo atto di un sedicente sindacato autonomo e di lavoratori non meglio identificati che hanno chiesto aiuto alla camorra con una lettera, non possiamo limitarci, essendo un fatto reiterato, alla semplice condanna». È quanto scrive la segreteria Cgil Campania che, in una lettera al procuratore della Repubblica e al prefetto di Napoli, interviene sulla vicenda del volantino distribuito da alcuni dipendenti dei consorzi di bacino attraverso cui si chiede aiuto alla camorra.

LA CONDANNA - «Dal nostro punto di vista», si legge nella lettera, «mentre è sacrosanto il diritto di lottare e difendere il posto di lavoro e il salario, non è accettabile il rivolgersi alla camorra. Riteniamo, a questo proposito, che si configurino dei veri e propri reati di collaborazione esterna». «In ogni caso», conclude la Cgil Campania, «chiediamo al procuratore a al prefetto di avviare le necessarie indagini per fare luce su tutto quanto si muove intorno a questa lettera, verificando, in modo specifico, se esiste un reato di associazione esterna. Per quanto ci riguarda, qualora tra questi lavoratori non identificati ci fossero anche iscritti alla Cgil, la nostra organizzazione avvierà le procedure per l’immediata espulsione».


(Fonte Ansa)


03 settembre 2010






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Dai Consorzi la lettera alla camorra: «In fondo noi stiamo lavorando per voi »

Corriere del Mezzogiorno

In 14 punti tutta la rabbia dei dipendenti su presunte connivenze: senza stipendi, neanche il vostro, ci pagate?



NAPOLI— Ecco la «lettera aperta alla camorra» diffusa dai «lavoratori dei Consorzi di Bacino della Regione Campania»:

Noi lavoratori dei consorzi l’abbiamo scoperto attraverso la stampa. L’ha detto Saviano, quindi per forza deve essere vero (...) «La camorra nei rifiuti» dicono i giornali, e allora deve essere per forza vero (...) Allora, cari camorristi, ci rivolgiamo a voi. Che noi, seppur indirettamente, stiamo lavorando per voi, è un fatto assodato. Quindi scusateci se osiamo farvi qualche richiesta, ovviamente se non è di troppo disturbo.

1 - E’ possibile mandare i rifiuti tossici sulle discariche dove noi non ci lavoriamo? Sapete il 20% dei nostri colleghi sono morti per cancro o sono in chemioterapia tanto o moriamo noi o altri che importa. Solo che, cercate di capirci, cari boss, se voi vi organizzate e i morti comunque voi li avrete lo stesso ma…. scegliete altra gente.

2 - Si può avere qualche appunto? Non chiediamo troppo. Dei politici e gli industriali che vi sono amici perché ci piacerebbe fare magari qualche foto ricordo e chiedere loro ogni tanto (per tramite vostro s’intende) un avanzamento di carriera o un trasferimento alla Provincia o alla Regione, un aumento in busta paga (magari fingendo di pagarci straordinario mai fatto).

3 -Ci potreste dire quale dei nostri colleghi sono vostri affiliati a cui tenete di più? vorremmo evitare di farvi torto per qualche piccola bega di lavoro.

4 - Potete dire ai vostri guaglioni che noi stiamo dalla vostra parte? Così evitiamo le minacce che ogni tanto ci arrivano e non torniamo a casa con la paura quando ci pare di avere da troppo tempo una motocicletta nello specchietto retrovisore (...)

6 - Nelle feste comandate, si può avere un piccolo extra? Che so, un pacco dono, qualcosa giusto per farci sapere che apprezzate il nostro lavoro.

7 - A noi piacciono molto le mozzarelle e fra poco dovremo scegliere anche un clan cui affiliarci visto che ci stanno togliendo il lavoro per darlo ai guaglioni vostri. Potremmo avere ugualmente un po' di mozzarella dal casertano, o dobbiamo chiedere l’intercessione di un collega di Caserta?

8 - Spesso ci capita di leggere dei nuovi equilibri di spartizione del mercato dei rifiuti tra tutte le onorate famiglie. Noi invece di scendere in strada, parlare con la gente, cercare di capire, rompere le palle alla polizia... non potreste voi mandarci un fax con gli organici? Magari anche con le foto di quelli già noti cosi per avere lo stipendio ci rivolgiamo a voi direttamente.

9 - Da mesi i consorzi non ci pagano e a Benevento ci hanno messo a cassa integrazione mentre a Caserta e Napoli ci stanno licenziando. Gli stipendi dei Consorzi da mesi non li riceviamo e a dire il vero neanche il vostro, nemmeno quello dei mesi scorsi. Possiamo fare un forfait degli arretrati?

10 - Anche a rate va bene. In caso di risposta positiva, dobbiamo venire a ritirarli io o si può fare l’accredito sul conto corrente?

11 - Ne approfittiamo per ribadire la nostra disponibilità nel caso doveste ripulire denaro sporco.

12 -

13 - Lasciamo uno spazio vuoto approfittando della vostra disponibilità, sicuro che non vi tirerete indietro verso chi in questi anni vi ha dato tanto senza mai pretendere nulla in cambio.

14 - Mafiosamente vostri per sempre.

I lavoratori dei Consorzi di Bacino della Regione Campania.


03 settembre 2010






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Consorzi, protesta dipendenti a Napoli I lavoratori chiedono aiuto alla camorra

Corriere del Mezzogiorno

L'occupazione della sede del Pdl dove era il presidente della Provincia, Cesaro e la lettera di «richieste» ai clan



Il blocco nel centro città a Napoli

Il blocco nel centro città a Napoli


NAPOLI — I dipendenti dei consorzi di bacino di Napoli e Caserta per la raccolta differenziata, ancora ieri, giovedì, hanno inscenato proteste, blocchi stradali e occupazioni. In mattinata, nel capoluogo campano il traffico è andato in tilt a causa di una manifestazione in via Caracciolo, dove un centinaio di persone hanno dato luogo a un corteo durante il quale non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine. La polizia ha sospinto i partecipanti, che avevano bloccato la sede stradale, ai lati della carreggiata. Sul tavolo, ancora una volta, il problema dei mancati stipendi.

I manifestanti lamentano il mancato pagamento delle spettanze di diversi mesi, e i licenziamenti attuati in diverse strutture: a Benevento sono stati messi in cassa integrazione, mentre a Caserta e Napoli sono partiti i licenziamenti. Via Caracciolo non è stata l’unico obiettivo dei dipendenti inseriti nelle liste dei consorzi di bacino. In tarda mattinata, i manifestanti hanno occupato la sede del Pdl in piazza Bovio: al momento dell’irruzione, nei locali era presente il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro. Sono in corso indagini, da parte della Digos di Napoli guidata da Filippo Bonfiglio, per individuare i responsabili dell’occupazione stradale.


DALLA SEDE PDL ALLA PROVINCIA - Dopo l’occupazione della sede Pdl, le proteste sono andate avanti. Alle 18,30 i dipendenti dei consorzi di bacino hanno presidiato Palazzo Matteotti chiedendo un incontro con il presidente della Provincia. Quest’ultimo, però, impossibilitato per motivi istituzionali ha delegato alcuni suoi rappresentanti per presenziare all’incontro. La decisione non è andata giù ai manifestanti, che hanno deciso di inscenare una nuova protesta a pochi metri dalla questura e dal comando provinciale dei carabinieri.

Proprio i militari, guidati nell’intervento dal capitano Melissa Sipala, sono intervenuti per riportare la calma. Non sono stati gli scontri con le forze dell’ordine — che si sono limitate ad effettuare azioni di sospingimento — a dare risalto alle proteste di ieri. Ciò che ha dato enfasi alle manifestazioni è stata una «lettera aperta alla camorra» scritta, con chiari intenti provocatori, dai sindacati Slai Cobas, Uap, Cesil, Rdb, Fesica Confsal, Sindacato Azzurro. Il leader delle organizzazioni, Vincenzo Guidotti, ha diffuso il documento col quale si chiede l’interessamento della criminalità organizzata alla questione dei dipendenti dei consorzi di bacino.


LA LETTERA ALLA CAMORRA - Nella lettera, acquisita dalle forze dell’ordine, si fa esplicita richiesta ai clan per «un avanzamento di carriera, un trasferimento alla Provincia o alla Regione, un aumento in busta paga». Il fronte dell’ordine pubblico, dopo le manifestazione di ieri è tutt’altro che risolto. E’ previsto per stamattina alle 9 in piazza Dante un corteo degli ex corsisti iscritti al progetto regionale Bros, i quali hanno incontrato prima dell’estate esponenti istituzionali ricevendo alcune rassicurazioni. Queste, dicono, non hanno ancora trovato riscontro. Ai 4mila partecipanti al progetto Bros si aggiungeranno, a breve, gli oltre 3mila iscritti ai progetti Priorita e Oriento (gestiti dalla Provincia), che come gli altri percepivano una cifra mensile erogata dall’ente pubblico.


Stefano Piedimonte
03 settembre 2010





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Lettere compromettenti, ecco perché Churchill ordinò l'uccisione del Duce"

La Stampa

Il "Telegraph" anticipa il libro- inchiesta dello storico francese Pierre Milza: "Preoccupato dal certeggio precedente alla guerra"





Wiston Churchill avrebbe ordinato l'assassinio di Benito Mussolini come parte di un complotto per distruggere un compromettente carteggio fra di due leader protagonisti della Seconda Guerra Mondiale. Lo riporta il quotidiano britannico Telegraph, basandosi sull'ultimo libro-inchiesta di Pierre Milza, specialista dell'Italia contemporanea e del fascismo, scrittore e storico francese, che torna sul mistero delle ultime ore del Duce e Claretta Petacci con Gli ultimi giorni di Mussolini.
La morte del Duce avvenne in circostanze non ancora del tutto accertate. Non c'è chiarezza infatti sulle modalità dell'esecuzione di Mussolini e della sua amante intorno al 28 aprile 1945, nei pressi di Giulino di Mezzegra, a circa 20 km a sud di Dongo: il fatto continua ad alimentare polemiche e congetture. Storici e giuristi ancora dibattono, oltre che sulla qualificabilità dell'atto come esecuzione di una condanna a morte comminata dal Clnai o come semplice atto d'impulso, sugli eventuali moventi specifici e sui mandanti.

«Non vi è dubbio, a giudicare dalle sue dichiarazioni pubbliche fatte tre gli anni '20-'30, che Churchill fosse un fan di Mussolini. E anche Roosevelt», scrive Milza, teorizzando che il primo ministro in tempo di guerra può aver voluto uccidere Mussolini per giungere in possesso di particolari lettere, in cui esprimeva la sua ammirazione per l'omologo italiano prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.

L'esistenza del carteggio è stata per lungo tempo negata, sia da parte italiana che da parte inglese. In un primo tempo anche lo storico Renzo De Felice si mostrò scettico, salvo poi effettuare una ricerca specifica che lo avrebbe indotto a parlare di "congiura del silenzio" e ad ipotizzare che non solo l'esistenza del carteggio fosse nota da prima della guerra, e che le lettere sarebbero state intenzionalmente cercate, trovate e distrutte, ma che con esse si sarebbe distrutto altro materiale detenuto da Mussolini, ad esempio sul delitto Matteotti, e su altre vicende riguardanti la sinistra italiana.

«Churchill una volta ha anche detto "Il fascismo ha reso un servizio a tutto il mondo... Se fossi italiano, sono sicuro che sarei stato con lui - continua Milza - Ma questo era comprensibile nel 1927, come allora essere un fascista non significava essere un amico di Hitler o un complice di genocidio. Ma quando si è capo di stato e si è considerati eroe di guerra dal popolo britannico, non si desidera che tutto venga alla luce».

Ufficialmente, Mussolini e la sua amante Clara Petacci, sono stati sequestrati dai partigiani comunisti vicino a Dongo sul lago di Como mentre cercavano di fuggire in Svizzera. Nonostante il travestimento da ufficiale tedesco il Duce fu riconosciuto e fucilato insieme alla Petacci. I loro corpi furono portati a Milano ed esposti in piazzale Loreto. Nel suo libro Milza ricorda che Churchill, ormai privato cittadino, avrebbe effettuato nell'immediato dopoguerra gite sotto falso nome a poche miglia dal luogo in cui Mussolini era stato sequestrato. «Forse era andato lì solo per dipingere. E' credibile, tuttavia, che ci fossero altri motivi: è noto infatti che un certo numero di tronchi furono gettati nel lago con i documenti e bottino di guerra», aggiunge Milza.

Un'inchiesta di alcuni giornalisti, fra cui Peter Tomkins, ex agente segreto americano a Milano durante la guerra, formulò l'ipotesi che Mussolini fosse stato ucciso da agenti segreti inglesi interessati a impossessarsi del famoso carteggio. L'inchiesta riporta la testimonianza di Bruno Giovanni Lonati, a quel tempo partigiano comunista nelle Brigate Garibaldi a Milano, che dice di essere stato, insieme ad un agente italo-inglese di nome John, l'esecutore materiale dell'uccisione di Mussolini e di Claretta Petacci. Lonati, tra i pochi presunti attori di questa vicenda ancora in vita, sostiene anche l'esistenza di una foto che proverebbe la sua versione dei fatti, ora segretata insieme al rapporto sulla missione e custodita a Milano all'ambasciata inglese che, nonostante siano ormai trascorsi i 50 anni previsti dal segreto militare, si rifiuterebbe di rendere pubblica.




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I fioretti del Duce

Avvenire




Più dell’olio di ricino, poté la spada. La politica dei duelli, benché poco conosciuta e sottovalutata dagli storici, rese molto a Benito Mussolini e ai suoi sanguigni gerarchi, a cominciare dal ras di Cremona, Roberto Farinacci.

Il Duce, tra il 1915 e il 1922, piegò a fil di spada i suoi più tenaci avversari, sfidandoli a memorabili performance da moschettiere. Colpito da ingiurie, vere o presunte tali, Mussolini sfidò a duello il giornalista Mario Missiroli, il leader socialista Claudio Treves, il deputato Francesco Ciccotti Scozzese, l’anarchico Libero Merlino e il maggiore Cristoforo Baseggio, che pure fu tra i fondatori dei Fasci. Da tutte le cavalleresche tenzoni, il Duce uscì vincitore, spesso infliggendo gravi ferite, nel corpo e nell’orgoglio, ai suoi più fieri antagonisti.

Mussolini fece un uso propagandistico straordinario dei duelli, attraverso i quali umiliò gli esponenti della classe politica che sostituì salendo al potere. Tali scontri spettacolari, amplificati dalla stampa fascista, specialmente dal Popolo d’Italia, contribuirono a fabbricare il mito del Duce e ad alimentare la fama del suo ardimento e del suo coraggio fisico, che effettivamente erano notevoli. Se si tiene presente che Mussolini scampò anche a quattro attentati, tra il 1925 e il 1926, vi fu materia sufficiente per costruire la narrazione della leggendaria invincibilità e immortalità del capo.

Per spinta emulativa, anche i fedelissimi del Duce, a cominciare da Roberto Farinacci, impugnarono la spada. Ma tra i più celebri duellanti in camicia nera bisogna includere anche Curzio Malaparte, Galeazzo Ciano e molti altri.

Farinacci doveva aver preso certamente lezioni di fioretto, se è vero, come è vero, che la sua fama di schermidore lo portò ad affrontare addirittura un campione di spada.
Nel dicembre 1921, a Cremona, i manganelli degli squadristi sfondarono il cranio del socialista massimalista Attilio Boldori. Farinacci, sentendosi offeso per i toni delle cronache del quotidiano locale, La Provincia, mandò i suoi padrini dal direttore del giornale, Claudio Miotti.

Un’altra vertenza cavalleresca fu quella che oppose il ras cremonese – che dal 1925 al 1926 fu il potente segretario del Partito nazionale fascista – all’avvocato Vincenzo Arangio Ruiz. Chi era costui? Giurista, al tempo della marcia su Roma era presidente dell’Associazione nazionale combattenti e fiduciario dei Fasci per la provincia di Modena. Poco dopo, tra il 1923 e il ’24, si consumò la sua metamorfosi e il suo passaggio all’antifascismo.

Bollato come traditore, Arangio Ruiz fu infilzato dalla spada di Farinacci, a Bologna, il 14 gennaio 1924. Invano si cercherebbe nelle note biografiche di Ruiz un accenno, non diremmo al duello, ma neppure ai suoi trascorsi littorii. Preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli, aderì al Partito liberale e ricoprì la carica di ministro della Giustizia nel secondo governo Badoglio (1944), poi quella di ministro dell’Educazione nel terzo governo Bonomi e nel governo Parri, fino al novembre ’45.

La "carriera" di Farinacci quale moschettiere proseguì con altri duelli. Il 28 settembre 1924, il ras fu ferito dal principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, mentre la vittoria gli arrise nello scontro con il socialista Francesco Buffoni (padrini, Leonida Repaci e Pietro Nenni), avvenuto a Castelvetro Piacentino, alle porte di Cremona. Con la perdita della mano destra, durante il lancio di una bomba in una battuta di pesca in Africa Orientale, il gerarca più irriducibile non poté più neanche lontanamente immaginare di gareggiare di nuovo nelle tenzoni di spada.

Bisogna peraltro ricordare che i duelli erano proibiti dalla legge e che gli sfidanti – e i loro padrini – dovevano affrontare autentiche peripezie per sfuggire al controllo della polizia, che non di rado giungeva sulla scena della contesa cogliendo in flagrante gli spadaccini. Dunque, gli episodi che abbiamo citato in questa breve ricostruzione avvennero nella clandestinità e su di essi, svanita l’effimera aura di leggenda, calò infine l’oblio.

Roberto Festorazzi




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Melfi, tutta la verità sugli operai Fiat

di Redazione

Il giudice ne ha ordinato il reintegro, ma i loro colleghi ribattono: "Giusto licenziarli, hanno fatto sabotaggi"



 

Pubblichiamo ampi stralci dell’inchiesta firmata da Antonio Rossitto su «Panorama» oggi in edicola. Attraverso le testimonianze protette dall’anonimato («altrimenti mi linciano») di altri operai dello stabili­mento Fiat di Melfi (Potenza) è ricostruita la verità sul licenziamento dei tre metalmeccanici poi reintegrati per ordine del giudice del lavoro. Ricatti, minacce e sabotaggi: l’inchiesta offre uno spaccato inquietante della vita nella fabbrica. Dove quelli della Fiom «si sentono padroni».


Melfi, lunedì 30 agosto 2010: mancano 10 minuti alle 5 di pomeriggio. In un minuscolo ufficio nel centro storico si presenta un uomo alto, con il volto preoccupato. (...) Lavora alla Fiat di Melfi da molti anni, è un sindacalista. Prima ancora di sedere, scandisce: «Parlo solo a una condizione: l’anonimato. Altrimenti in fabbrica ho chiuso. Mi darebbero del traditore. La gente pensa che dobbiamo schierarci con i tre a prescindere. È un momento in cui la verità è scomoda: stanno tutti con la Fiom».

(...) È uno dei dieci sindacalisti che la notte fra il 6 e il 7 luglio organizza il corteo: al fianco di Barozzino e Lamorte, delegati di fabbrica della Fiom. L’agitazione viene indetta unitariamente da tutte le sigle, all’inizio del turno di notte: intorno alle 10 di sera. È l’ennesimo di una lunga serie. Gli operai protestano da nove giorni per la decisione della Fiat di aumentare la produttività. Decidono di indire una protesta anche quel giorno, alla catena di montaggio. Partecipano 52 lavoratori sui 735 impiegati sulle linee: appena il 7 per cento. Lo sciopero parte alle 2 meno un quarto.

«Quelli della Fiom, armati di fischietto e vuvuzela, cominciano il corteo. Fra noi sindacalisti si discute di cosa fare. Io, nell’attesa, vado a fumare una sigaretta. Quando rientro, verso le 2.15, vedo che davanti ai colleghi ci sono una decina di responsabili dell’azienda. E Lamorte e Barozzino sono in mezzo alla linea dei carrellini, che sono fermi». L’operaio si riferisce a una pista su cui corrono, appunto, dei piccoli robot. Portano accessori da montare sulle auto che scorrono sulle linee accanto: bocchettoni, cinture, tappetini. I due delegati della Fiom stazionano davanti alla pista. Dopo si aggiungerà Pignatelli.

«Lo sappiamo che là non ci possiamo stare, e appena ce ne siamo resi conto ci siamo spostati tutti» chiarisce a «Panorama» il sindacalista. Il responsabile del reparto li chiama per nome e cognome, chiede di togliersi di lì, aggiungendo che sono passibili di licenziamento. Una, due, dieci volte... «E loro immobili. Lo guardano con aria di sfida, le braccia incrociate. Rimangono così almeno un quarto d’ora». «Le regole le conosciamo» continua. «Sappiamo dove possiamo stare e dove no. E soprattutto lo sa Barozzino: i cortei sono il suo pane».

È il delegato più votato dello stabilimento: 161 preferenze alle ultime elezioni di giugno. È al quinto mandato. Viene considerato il leader dell’ala più oltranzista e meno dialogante della Fiom, che alla Fiat di Melfi è la sigla con più iscritti e rappresentanti.
(...) Ancora più esplicito è un altro testimone. Anche lui è un rappresentante sindacale. E anche lui è tra gli organizzatori del corteo.

«Quelli della Fiom hanno tutti i torti in questa storia. Quella notte non ottenevano niente con gli scioperi e hanno fatto un sabotaggio». Accuse gravissime. E in netto contrasto con la ricostruzione fatta da Emilio Minio, il giudice del lavoro del tribunale di Melfi che il 9 agosto ha ordinato alla Fiat il reintegro dei tre. Il sindacalista allora argomenta: «I responsabili dello stabilimento avevano riorganizzato la produzione, spostando gli operai che non scioperavano su un’unica linea produttiva. La Fiom si è resa conto di non avere fatto grandi danni e ha studiato un’azione più eclatante». (...) «Loro, del resto, si sentono i padroni dello stabilimento: non hanno paura. Se la sono cercata».

(...) «Per inciso: a me, ‘sti cortei all’interno dello stabilimento non piacciono per niente. Non si può passare davanti agli operai che non scioperano e insultarli. Quelli della Fiom urlano volgarità di ogni tipo: “schiavi”, “lavorate sempre”, “vi fate rompere il culo”, “siete quattro bastardi”. È un’umiliazione intollerabile. Vedo brave persone in difficoltà, costrette a calare la testa. Anche le operaie vengono prese a maleparole dalle iscritte: “zoccola”, “infame”, “puttana”». Anche quella sera ci furono insulti? «Purtroppo sì» sibila il sindacalista.




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Giallo in Puglia: doppia vita di Sara su Facebook

di Bepi Castellaneta

Un’amica di Sara Scazzi gestiva tre suoi profili su internet ma ora si scopre che la quindicenne accedeva al web attraverso un pc della biblioteca comunale. Ieri perquisite otto abitazioni. Il sindaco: "Chi sa parli". Cresce il giallo



 

Taranto - Non ha il computer, ma per navigare su internet usava quello della biblioteca comunale. E lo faceva spesso. È l’ultimo retroscena affiorato nelle indagini sulla scomparsa di Sara Scazzi, sparita 8 giorni fa mentre andava dalla cugina per trascorrere una giornata al mare. E adesso qui ad Avetrana, piccolo centro della provincia di Taranto dove le voci si rincorrono tra i vicoli tappezzati con la fotografia della ragazza, i carabinieri scavano nella vita di questa quindicenne, lunghi capelli biondi, brava a scuola, che amava confidarsi col diario.

Ma Sara per dialogare, per raccontare e per raccontarsi, sceglieva anche internet: una sua amica gestiva tre suoi profili su Facebook, ma nelle ultime ore ne è stato scoperto un quarto che probabilmente utilizzava lei. Alla biblioteca assicurano di averla vista spesso: arrivava e prendeva posto a una scrivania, dinanzi a un computer. Insomma, con ogni probabilità la quindicenne navigava direttamente on line, senza chiedere aiuto a nessuno. Intanto in rete c’è chi si scambia opinioni e avanza sospetti sulla scomparsa di Sara, mentre una sua amica dice di essere stata seguita da un uomo proprio qualche giorno prima.

I carabinieri non trascurano nulla, ma seguono con insistenza la pista delle amicizie. Anche quelle virtuali, perché il sospetto è che Sara sia finita in una trappola tesa da qualcuno che conosceva: forse si sono incontrati casualmente, forse avevano un appuntamento di cui nessuno sapeva nulla. E anche su questo sono in corso verifiche da parte degli investigatori, che hanno interrogato nuovamente diverse persone. Nello stesso tempo proseguono le ricerche, accompagnate da decine di segnalazioni: si sono rivelate tutte infondate. Ieri ne sono giunte un paio da Venezia e Firenze, mentre dalla provincia di Milano sono state inviate riprese filmate con una ragazza molto simile a Sara: i parenti hanno però escluso che si tratti di lei.

In queste ore vengono ispezionati pozzi, casolari, canali, zone paludose che si aprono in questa fetta di campagna pugliese a una manciata di chilometri dal mare. Ma fino a questo momento non è emerso nulla. Al punto che il sindaco del paese, Mario De Marco, lancia un appello: «Chi sa parli, anche in forma anonima», E poi ancora: «Non è possibile che una cosa del genere sia avvenuta in pieno giorno senza che nessuno abbia visto né sentito».

Il primo cittadino chiede inoltre ai proprietari dei terreni di controllare i fondi per verificare se vi siano tracce. Alle ricerche partecipano volontari, ieri sono state compiute perquisizioni in otto case di Avetrana e lungo il litorale, ma senza risultati. E così i dubbi si accavallano mentre gli investigatori raccolgono nuovi elementi sulla vita della quindicenne, che in alcune fotografie sorride in modo spensierato ma spesso in classe scoppiava a piangere.

All’istituto alberghiero di Maruggio la descrivono come una ragazza introversa, che aveva una cotta per un ragazzo più grande, un amore non corrisposto come rivelano le parole che lei aveva lasciato sui muri della scuola: «Ti amo più della mia vita», c’è scritto.





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Pakistan: i latifondisti hanno deviato le inondazioni sui villaggi poveri

Corriere della sera

«Ci sono le prove che i proprietari terrieri hanno canalizzato le acque per salvare le loro coltivazioni»


ISLAMABAD - Il flusso delle inondazioni in Pakistan è stato deviato artificialmente verso villaggi poveri, in particolari cristiani, per salvare le terre dei grandi latifondisti. È l'accusa che proviene dall'ambasciatore pachistano presso le Nazioni Unite, Abdullah Hussain Haroon, e che conferma i sospetti avanzati due giorni fa dall'agenzia cattolica Fides. «Vi sono prove che i proprietari terrieri hanno fatto costruire barriere e che le acque vengono deviate verso villaggi indifesi di poveri agricoltori», ha detto il diplomatico in un una intervista alla Bbc. Altre rimostranze in tal senso erano giunte da ong impegnate nei soccorsi.

L'emergenza in Pakistan

I CASI GIA' SEGNALATI
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L'ambasciatore ha chiesto al governo di Islamabad l'apertura di una inchiesta ufficiale sull'accaduto. L'agenzia Fides aveva segnalato la drammatica esperienza del villaggio cristiano di Khokharabad, nei pressi di Multan (provincia del Punjab) dove gli allagamenti provocati deliberatamente avevano ucciso 15 residenti e causato oltre 300 sfollati. Altri casi analoghi sono avvenuti nella provincia meridionale del Sindh dove campi e villaggi cristiani sono stati sommersi a causa di deviazioni artificiali costruite su ordine dei latifondisti per salvare per proprie terre.

03 settembre 2010



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Hanno torturato mia madre Sakineh Ora l'Europa non dia tregua all'Iran»

Corriere della sera

Intervista al figlio della donna condannata alla lapidazione per adulterio


Caro Sajjad, mi emoziona molto parlarle. Armin Arefi, di La Règle du Jeu, è qui con me e tradurrà la nostra conversazione. Innanzitutto, dove si trova lei, in questo momento?
«A Tabriz, la città in cui mia madre è detenuta. Sono per la strada. E la chiamo da un cellulare».


Pensa che potremo parlare tranquillamente?
«Credo di sì. Cambio spessissimo numero di telefono per sfuggire agli ascolti telefonici. Tentiamo».


Come sono le autorità nei suoi confronti? Subisce pressioni? Tentativi di intimidazione?
«Sì, certo. Ho ricevuto due chiamate dai servizi segreti. In realtà, due convocazioni. Ma ho rifiutato di andarci. Per ora, non sono stato arrestato».


Non sappiamo niente di lei, caro Sajjad. Chi è? Cosa fa?
«Ho 22 anni. Sono il figlio maggiore di Sakineh. Lavoro dalle 6 del mattino alle 11 di sera come controllore sugli autobus della città. Per il resto... Tutti i miei pensieri, tutta la mia volontà tendono a un solo scopo: salvare mia madre».


A che punto siamo? Come vede oggi le cose?
«Ho attraversato momenti di disperazione. Ho scritto alle autorità. Spesso. Mi hanno risposto con un silenzio totale. Da qualche giorno, con la mobilitazione che lei ha lanciato, ritrovo un po' di speranza».


Sua mamma, nella sua cella, sa di questa ondata mondiale di solidarietà e amicizia?
«Sì. È stata informata nelle rare visite cui ha avuto diritto. Ne è stata felice. E l'ha ringraziata».


Perché parla al passato? A quando risale la sua ultima visita?
«A poco prima della sua cosiddetta "confessione" televisiva. Fino ad allora, la vedevamo una volta alla settimana, tutti i giovedì. Dopo, niente. Né mia sorella né io. Né gli avvocati. Ancora stamattina, visto che è giovedì, mi sono recato alla prigione. Ma il guardiano mi ha detto: "Alla signora Mohammadi Ashtiani è vietato qualsiasi contatto per decisione del potere"».


Cosa ci può dire delle condizioni di carcerazione di sua madre?
«Sono durissime. Subisce incessanti interrogatori da parte dei Servizi iraniani. Le chiedono, per esempio, come mai il suo ritratto è affisso dappertutto nel mondo e chi, secondo lei, ha lanciato questa mobilitazione internazionale».


Qual è il suo stato psicologico?
«Prende molti farmaci. Antidepressivi. E prega».


Si trova in una cella individuale o con altre donne?
«Tutte le donne condannate della città di Tabriz sono nello stesso quartiere della prigione. Sono piccole celle con talvolta quindici o venti donne accalcate. Ma è possibile che, dopo la sua apparizione alla televisione, l'abbiano messa in una cella individuale. Le ripeto: non so più nulla, non ho più alcuna notizia».


La sua apparizione in tv qui ha fatto molta impressione. Intanto, era veramente lei?
«Sì, certo, era lei. Ma...».


Ma?
«Ma prima è stata torturata. È Houtan Kian, l'avvocato, che l'ha saputo dalle sue compagne di detenzione. Le autorità avevano bisogno di queste confessioni per poter riaprire il dossier dell'omicidio di mio padre».


Le autorità affermano che il dossier non è mai stato veramente chiuso.
«È falso. Affermano questo per poterla uccidere più facilmente. Del resto, il dossier è stato, guarda caso, smarrito».


Cosa vuole dire?
«L'altro ieri, mentre andavo in Tribunale per averne una copia, mi è stato detto che non l'avevano più. Mi hanno chiesto di andare al piano terra ma, anche lì, non è stato trovato. Ne ho parlato con l'avvocato Houtan Kian che ha fatto le sue ricerche e mi ha detto che il dossier non si trovava neanche a Osku, città di provincia di cui i miei genitori sono originari. Tutto questo è inquietante. Potrebbe trattarsi di un piano della Repubblica islamica per modificare il dossier e aggiungervi elementi a carico che giustifichino l'esecuzione».


Per il secondo caso. Non quello dell'adulterio, ma dell'omicidio...
«Appunto. Tanto più che una settimana prima della perdita del dossier, il domicilio di Houtan Kian è stato messo a soqquadro e il suo computer portatile come anche la valigetta in cui si trovava il riassunto del dossier sono stati rubati. Ancora ieri, mercoledì, i Servizi hanno di nuovo invaso il suo domicilio e portato via un estratto del dossier dell'omicidio di mio padre, l'ultimo che era in nostro possesso. È lo stesso Houtan Kian che mi ha appena informato per sms».


Mi consenta una domanda più diretta. Lei è, dopotutto, il figlio dell'uno (suo padre, assassinato) e dell'altra (sua madre, accusata di complicità in questo assassinio). Nel suo intimo, è sicuro che l'accusa sia infondata?
«Nel mio intimo, sì. Mille volte sì. È una pura menzogna. Insieme a un'incredibile ingiustizia. Mia madre, che non ha fatto niente, niente, rischia la lapidazione. Intanto, il vero omicida, Taheri, è libero...».


Perché lei lo ha perdonato.
«Sì. È il padre di una bambina di tre anni, ha pianto molto davanti a noi. Mia sorella ed io non abbiamo voluto essere la causa della sua esecuzione».


Torniamo alla campagna di mobilitazione. Pensa che possa far cedere le autorità?
«Non so. Comunque, abbiamo solo voi. Non abbiamo nessuno, a parte voi, che ci tenga la mano. Ora, per esempio, so che l'avvocato Houtan Kian ha scritto una lettera alle autorità per chiedere un dibattito con un responsabile qualsiasi. Se ci sarà una risposta, sarà grazie a voi».


Quindi lei non è d'accordo con chi dice che questa campagna irrita le autorità e possa essere controproducente?
«Certo che no. È vero che l'Iran è irritato. Ma bisogna pure che l'Iran ascolti la nostra pena. Le autorità iraniane non hanno risposto a nessuna delle nostre lettere. Se la nostra voce ha una possibilità d'essere ascoltata, sarà, lo ripeto, grazie a voi».


Cosa possiamo fare di più?
«Bisogna raddoppiare le pressioni sulla Repubblica islamica».


Sì, ma come?

«Rivolgendovi, per esempio, al Brasile e alla Turchia che hanno legami privilegiati con la Repubblica islamica».

È al corrente della dichiarazione del presidente della Repubblica francese in cui dice che sua madre è sotto la responsabilità della Francia?
«Certo. È straordinario. Ma bisogna continuare. Altrimenti, se voi allentate la pressione, mia madre sarà uccisa».


Le autorità iraniane hanno tuttavia sospeso l'esecuzione della sentenza.
«Sospeso non vuol dire annullato».


Dunque, mentre noi parliamo, tutto è possibile, tutto è da temere?
«Sì. Da un lato, ci sono persone che non vogliono in alcun caso perdere la faccia e intendono lapidare mia madre. E dall'altro, persone come il signor Nobkaht, il vice del potere giudiziario nella regione di Tabriz, il quale vuole che il signor Imani, il giudice che ha pronunciato la sentenza, sia tratto d'impaccio e che, per questo, ha chiesto a Teheran il cambiamento della pena di lapidazione in impiccagione. Ma questo è forse meglio?».


No, certo.
«Vi prego, non mollate. Siete voi, ancora una volta, che tenete le nostre mani. Se voi non ci foste, mia madre sarebbe già morta».



(traduzione di Daniela Maggioni)
Bernard-Henri Lévy
03 settembre 2010



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Ecco la firma di Gaucci sulla schedina vincente

di Gian Marco Chiocci

Autogol della Tulliani: il tagliando milionario esibito dai suoi legali è siglato dall’ex presidente del Perugia. Ora è guerra di perizie. Gaucci conferma tutto: "Visto? L'ho giocata io"




 

Che diavolo ci fa la firma, anzi la sigla, di Luciano Gaucci sulla schedina miliardaria del Superenalotto che la signorina Elisabetta Tulliani dice d’aver riempito da sola, giocato da sola, riscosso da sola? Com’è possibile che l’autografo dell’ex presidente del Perugia Calcio compaia, in basso a sinistra, sulla prova regina che la compagna di Gianfranco Fini ha prodotto in tribunale e ai giornalisti per giustificare il gruzzolo iniziale col quale poi acquistò svariati immobili, compresi quelli che Gaucci reclama come suoi?


Con malcelato e finto stupore se lo domandano i legali di Lucianone alla vista dei documenti (la fotocopia della matrice del biglietto miliardario allegata a una distinta di versamento del 5 maggio 1998 controfirmata Elisabetta Tulliani) esibiti dagli avvocati di Ely, Carlo Guglielmo e Adriano Izzo e Michele Giordano, a dimostrazione delle «prove incontestabili» a vantaggio della cliente.


Se lo chiedono perché, a loro dire, i conti su quella vincita da oltre 2 miliardi ora non tornano davvero più, specie dopo le testimonianze del tabaccaio, della segretaria, del geometra del gruppo, dei figli, di tutti i «testimoni» della giocata fortunata. La prova regina di Elisabetta rischia così di trasformarsi nella prova regina di Luciano Gaucci che al Giornale, giusto ieri, aveva anticipato novità in arrivo proprio sulla schedina: «Io me lo ricordavo che avevo firmato qualcosa – ha confidato a persone a lui vicine - ma non ricordavo cosa, se la schedina, la matrice, la distinta.


Ho detto ai miei avvocati Alessandro Sammarco e Francesco Giuseppe Catullo di controllare e loro hanno trovato una sigla “familiare” sulla schedina che gli avvocati di Elisabetta hanno mostrato ai giornalisti. Dopodiché l’hanno confrontata con quella apposta su vecchi atti giudiziari. Poi, su incarico del perito, mi hanno chiesto di fare alcune firme e alcune sigle su un foglio bianco che ho provveduto a faxare: sono rimasti a bocca aperta. Avevano davanti la prova che quella era la mia firma. La prova che l’ho giocata io quella schedina».


Un immediato riscontro Gaucci lo avrebbe trovato in un primo, parziale, report che il perito grafico avrebbe rilasciato agli avvocati laddove si confermerebbe la natura e i tratti caratteristici della grafia dell’imprenditore romano impressi sulla schedina contesa. «Ovviamente per trarre delle conclusioni certe e definitive da sottoporre all’attenzione dell’autorità giudiziaria – spiegano gli avvocati Sammarco e Catullo – occorrerà aspettare la relazione completa degli specialisti a cui ci siamo rivolti. Le prime indicazioni, però, appaiono sorprendenti».


Nonostante Gaucci canti già vittoria, la cautela è d’obbligo. Qualora venisse confermato che quella firma in calce alla schedina appartiene effettivamente all’ex presidente del Perugia, si aprirebbe una partita processuale dagli esiti incerti. Perché a quel punto Gaucci pretenderebbe dai pm umbri (che gli hanno fatto le pulci nell’inchiesta sul crack del Perugia) un’indagine altrettanto approfondita sui conti di Elisabetta per appurare l’origine di quella vincita dichiarata dalla compagna di Fini che non corrisponde alla cifra effettivamente erogata dalla Sisal.


La sigla sulla schedina (che in genere richiede la banca, non la Sisal) secondo Gaucci rafforzerebbe la tesi opposta a quella dell’avvocato Izzo, che al Giornale ha dichiarato: «La schedina è stato il tormentone dell’estate, ma per noi è tutto comprovato e non è neanche più contestabile perché sono passati 10 anni e i diritti sono prescritti. La schedina è come un titolo al portatore, e all’incasso l’ha portata Elisabetta. Questo è certo».





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La carica dei candidati delusi "I test? Sono impossibili"

Quotidianonet

Atenei, caos per le prove d'ingresso al numero chiuso. Parla una candidata,  Chiara: "In 2.300 per 360 posti, Medicina è un rebus"




MILANO, 3 settembre 2010«SONO SICURA: quest’anno non passo». Lo dice col sorriso Chiara Vischioni, 19 anni da Desenzano del Garda, provincia di Brescia, appena uscita dal test di Medicina e chirurgia all’Università degli studi di Milano: 2.300 candidati per 360 posti nel corso di laurea. Non una parola contro il numero chiuso: è rassegnata come quasi tutti i neodiplomati che sfilano schivando i distributori di volantini pronti a riempirli di piani B, dalla laurea in Professioni sanitarie in Svizzera ai corsi privati per diventare osteopata. A scoraggiarli è la concorrenza di chi è al secondo tentativo, con mesi di corsi universitari alle spalle. E un anno di interregno lo mettono in conto anche loro come parte del percorso di studi.


Dici che non passi, allora che farai?

«Come tutti: mi iscrivo a Biologia e riprovo l’anno prossimo. Almeno avrò le basi».


Adesso non le hai, le basi?

«Ho fatto il liceo delle scienze sociali».


Beh, 40 domande su 80 erano di cultura generale. Chi ha detto ‘Parigi val bene una messa’, la musica dodecafonica...
«Cose che non c’entrano niente con la medicina, appunto. Finché ti chiedono il significato di una parola, la grammatica, passi, un medico queste cose deve saperle. Ma che c’entrano la musica, la storia, o la letteratura? A me non è mai piaciuta».


E la parte scientifica?

«I quesiti di chimica e fisica erano tosti».


Non ti eri preparata?
«Hai voglia! Ho studiato tutta l’estate. Libri dei quiz, i libri di testo del mio ragazzo, che ha fatto un istituto tecnico e mi ha dato anche lezioni. I libri me li sono portati pure in vacanza. Ed erano le vacanze della maturità».


Dove sei stata?
«A Mykonos, poi a Milano Marittima».


E in spiaggia eri quella con l’abbronzatura affettata dal librone...
«Per fortuna ero in compagnia. Anche le mie amiche studiavano per i test: una psicologia, l’altra medicina».


Tu quando hai deciso di studiare medicina?

«Da sempre, fin da piccola. Mio zio è medico, mia nonna infermiera: sono cresciuta in questo mondo».
 

Avresti anche un’idea della specializzazione?
«Dermatologia. Oppure Oculistica. Anche fare la nutrizionista non mi dispiacerebbe».


Ancora così scoraggiata?

«Beh, magari avrò un colpo di fortuna».


di GIULIA BONEZZI





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Estremisti palestinesi annunciano una nuova intesa contro Israele

Corriere della sera

Accordo tra 13 gruppi, tra cui il braccio armato di Hamas: «Colpiremo il nemico sionista in ogni luogo»




GAZA - Sulla via della pace in Israele, oltre che l'ombra della fine della moratoria sugli insediamenti dei coloni, pesa ora anche un nuova minaccia degli estremisti palestinesi, ostili a qualunque accordo con lo Stato ebraico. Mentre a Washington è stati definito "costruttivo" il primo colloquio tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il leader palestinese Mahmoud Abbas, 13 gruppi palestinesi, fra cui le Brigate Ezzedin al Qassam, hanno annunciato di aver unito le loro forze per coordinare i loro prossimi attacchi contro Israele. «Abbiamo deciso di creare un centro di coordinamento per le nostre operazioni contro il nemico», ha dichiarato Abu Obeidah, il portavoce delle Brigate Ezzedin al Qassam, braccio armato di Hamas.

«COLPIRE IN OGNI LUOGO E IN OGNI MOMENTO» - I propositi sono stati dichiarati senza mezzi termini, durante una conferenza stampa che si è tenuta a Gaza. Abu Obeidah ha proclamato che «il nemico sionista» sarà colpito «in ogni luogo e in qualsiasi momento». «Tutte le opzioni sono aperte», ha aggiunto, rispondendo a una domanda sulla possibilità che siano lanciati razzi contro Tel Aviv a partire dalla striscia di Gaza. Il portavoce delle Brigate Ezzedin al Qassam ha inoltre ingiunto all'Autorità nazionale palestinese di «cessare gli arresti» di simpatizzanti di Hamas in Cisgiordania.


03 settembre 2010



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Radici di Tonino: il suo ideologo è Abatantuono

di Marcello Veneziani

Anime gemelle, separati alla nascita. Concetti e linguaggio sfoggiati dal leader Idv sembrano quelli del celebre terrunciello trapiantato a Milano. Così come nei suoi primi film, il politico si atteggia a capo ultrà



 

Tonino Di Pietro ha un ideologo nascosto che non ha mai voluto svelare: è Diego Abatantuono. Milanesi ter­runcielli tutti e due, Tonino e Diego si sono formati sugli stessi libri, hanno studiato dal­l­a stessa grammatica e sfoggia­no un linguaggio assai simile ed un eloquio di pari finezza. Compirono gli stessi alti studi presso la medesima universi­tà, la Brocconi. E là consegui­rono la laurea con l’ode acca­demica (così è scritto testual­mente sul loro certificato di laurea). 


Da qui la cattedra per chiara fama al Cepu che il pro­fessor Abatantuono lasciò al­l’illustre collega accademico, il sullodato Tonino. Anche Abatantuono fece fortuna a Milano da settentriunale al ciento pe’ ciento, e non esclu­do che pure lui porti, come Tartaglia, un duomo in tasca come biglietto da visita da sbattere in faccia per esibire la sua milanesità. La folgoran­te intuizione del binomio Aba­tantuono­ Di Pietro avvenne nel corso di un’intervista che Totò Di Pietro rilasciò a Rai­news, con Corradino Mineo nel ruolo di Peppino. 


Là Di Pie­t­ro usò lo stile tipico di Abatan­tono, la distorsione creativa dei proverbi: disse che «la montagna ha partito il topoli­no », «se aspettiamo che nasce il bambino dal cavolo rimania­mo senza bambini e senza ca­voli », «fosse la Madonna che si fa la legge elettorale» «vado in campagna elettorale col col­tello », e Fini «non è né ma­schio né femmina», mentre Mineo si affannava a difende­re la rispettabilità degli erma­froditi; poi «Berlusconi fa da prete e da sagrestano» e va cac­ciato anche se purtroppo «non lo puoi prendere a maz­zate », ma attenzione perché «sta entrando in ognuno di voi» e non oso pensare da che orifizio. Ecceziunale vera­mente, un comizio surreale che neanche Antonio La Trip­pa... Come Tonino, anche Aba­tantuono diventò celebre co­me capo degli ultrà, almeno nei film; sono memorabili i suoi gridi di guerra, «viulee­enz », che eccitavano i tifosi più accesi.


Da quando Abatan­t­uono ha smesso di interpreta­re il ruolo di capo dei tifosi ul­trà, tocca a Di Pietro assumer­ne l’eredità. Già si distinse al tempo di Tartaglia dicendo che Berlusconi in fondo se l’era cercata, aveva istigato al­la violenza e ho l’impressione che alcuni suoi colleghi magi­­strati abbiano recepito la sua lectio magistralis . Ma di recen­te, il Di Pietro-Abatantuono, che per brevità chiameremo Abatantuonino, si è reso pro­tagonista di altri episodi da ul­trà. 


Il primo, che vale quanto il manifesto degli intellettuali di Benedetto Croce, fu l’esor­tazione a non comprare libri della Mondadori. Precisazio­ne superflua, quel riferimen­to alla Mondadori, sarebbe ba­s­tata l’esortazione a non com­prare libri in generale e tutti gli avremmo creduto sulla pa­rola. Ma Tonino che è furbo e non vuol passare per leader degli ignoranti, al fine di com­­battere l’ignorantità, come di­ceva un mio colto compaesa­no, invita a comprare libri al­trui «eticamente compatibi­li ». 


Cosa siano i libri eticamen­te compatibili non è chiaro: in­compatibili sono ad esempio i testi di Omero, Shakespeare o Dostoevskij, che esibiscono passioni assai poco etiche? Non vi dico poi di Machiavelli o Nietzsche. Della Divina Commedia è eticamente com­patibile solo la terza parte, de­dicata al paradiso, va invece cassato l’inferno che lascia parlare fior di Berlusconi, la­sciando invece il purgatorio alle indagini degli inquirenti, i pubblici ministeri. 


Che i libri si possano sostitu­ire indifferentemente, a pre­scindere dagli autori, è una svolta originale nella storia della letteratura di tutti i tem­pi. Non contano gli autori e le loro opere, ma chi le ha pub­blicate e la fedina penale degli stampatori. Tu puoi pubblica­re pure la Bibbia ma se il tipo­grafo ha precedenti penali, al rogo la Bibbia. Non si legge più nessun classico perché pubblicato da Mondadori; in compenso puoi rifarti con un testo pubblicato che so, dalle edizioni Panini, dove peraltro la lettura è facilitata dalle figu­rine. L’idea che il libro possa esse­re comprato per i contenuti non lo sfiora nemmeno. 


Il li­bro, secondo il fine critico let­terario di Montenero di Bisac­cia, serve per riempire le libre­rie, per riequilibrare i tavoli zoppi, per coprire il buco nel­la parete o come variante del mattone, per nascondere i sol­di. Ma l’ultimo editto del capo degli ultrà Abatantuonino, ha riguardato l’esortazione ad ag­gredire, verbalmente s’inten­de, con fischi alla pecoraia, l’eticamente scorretto Marcel­lo Dell’Utri, che per giunta porta in giro i testi di un altro eticamente più scorretto, det­to il Duce.


Ma nei suoi leggia­dri blo­g Abatantuonino esten­de l’uso del fischio come argo­mento politico e auspica la cacciata dalle piazze, in segno di dialettica democratica; esorta anzi a «fischiarli tutti» come titola una sua pregiatis­sima analisi, elogia i fischi ovunque si manifestino, dal­l’Aquila a Como. Abatanuono sarà orgoglioso del suo allievo che si è abbeverato ai suoi film. La fatwa di Tonino contro Dell’Utri si è incrociata con quella iraniana contro Carla Bruni,dove altri tonini nel no­me dell’Iran dei Valori e della Legge, che lì chiamano sha­ria, esigono di eliminare per­sone condannate per legge e giudicano eticamente scorret­te le Carle Bruni che osano di­fenderle. Zitta tu, bottana pre­sidenziale... Un giorno o l’al­tro Tonino pianterà come Gheddafi la sua tenda sotto Palazzo Chigi per irrompere con i suoi trenta cavalli e le sue cinquecento pecore - ver­sione rurale delle cinquecen­to hostess- nelle stanze del go­verno e cacciare con fischi e forconi il criminale Berlusco­ni. Allora sì che Tonino diven­terà il nostro fratello leader, ci convertiremo alla sua sharia e Abatantuono sarà riconosciu­to come il nostro Khomeini.




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