domenica 5 settembre 2010

Sarah, nessuna traccia dopo dieci giorni Un testimone: «L'ho vista in strada»

Corriere della sera

Il racconto di un ragazzo: «Stava andando
dalla cugina, ma non ho notato nulla di strano»

 

AVETRANA (TARANTO) - C'è un testimone. Un giovane di Erchie (Brindisi), che l'ha riconosciuta sfogliando un giornale. E che ha raccontato di aver visto Sarah percorrere a piedi un breve tratto di strada che porta all'abitazione della cugina, con la quale doveva andare al mare. È lì, in via Kennedy, che si fermano le immagini della ragazzina di Avetrana svanita nel nulla da dieci giorni. Il ragazzo ha raccontato di aver intravisto la quindicenne percorrendo via Kennedy, la strada che porta alla litoranea: Sarah era praticamente a metà strada tra la sua casa, in vico II Verdi, e quella della cugina, in via Grazia Deledda. Il ragazzo ha detto ai carabinieri di non aver notato nulla di strano, proseguendo in direzione della litoranea e non immaginando che sarebbe stata l'ultima persona a vedere la ragazzina prima che scomparisse.




LE INDAGINI - Il testimone è considerato attendibile dai carabinieri. Combaciano gli orari, i tempi di percorrenza del tragitto a piedi tra le due abitazioni, le indicazioni sull'abbigliamento della quindicenne. Ma Sarah non si trova. Una scala vera e propria di priorità, nelle indagini, ancora non c'è, ma l'ipotesi dell'allontanamento volontario comincia decisamente a perdere posizioni: è quanto fanno intendere gli inquirenti. Venendo meno l'eventualità della fuga volontaria da casa, si fanno sempre più concrete invece quelle di un intervento esterno coercitivo nei confronti della minorenne. Il ventaglio delle ipotesi è legato sempre ad un'idea di sequestro. In tutti questi casi, comunque, si dovrebbe pensare che Sara, tra le 14.40 e le 14.42 del 26 agosto, sia stata avvicinata da qualcuno che conosceva, probabilmente a bordo di un'auto, e abbia accettato, fidandosi, di salirvi, non immaginando che non si sarebbe più incontrata con la cugina, come aveva previsto. Tutte ipotesi di sequestro che escludono ovviamente il consenso della vittima.


Redazione online

05 settembre 2010

Vigili travestiti da parcheggiatori abusivi, scatta il blitz da Testaccio all'Eur

Il Messaggero

Minacce all'agente sotto mentite spoglie: «Se vuoi lavorare qui ci devi pagare». Il racket si spartisce 113 zone di Roma



  
di Laura Bogliolo

ROMA (5 settembre) - «Questa è zona nostra, devi chiedere il permesso un mese prima se vuoi lavorare qui e devi pagarci». E’ la formula standard che usano i parcheggiatori abusivi per minacciare chiunque voglia invadere il loro territorio. La frase usata venerdì sera contro un agente della polizia municipale in borghese che ha finto di chiedere soldi e che conferma l’esistenza di un vero e proprio racket dietro il business dei parcheggiatori abusivi: un’organizzazione criminale che si spartisce 113 zone di Roma, gestita da persone appartenenti a 13 diverse nazionalità, con una netta prevalenza di italiani, egiziani e turchi. La scorsa settimana un pregiudicato romano di 48 anni è stato arrestato mentre estorceva denaro a un parcheggiatore abusivo bengalese del lungotevere.


L’operazione, condotta nella notte tra venerdì e sabato, dagli uomini del reparto di polizia giudiziaria del XVII Gruppo diretto da Antonio Bertola e del Gruppo Sicurezza Sociale Urbana, ha portato al fermo e alla denuncia di otto parcheggiatori abusivi. «L’intervento - ha commentato Fabrizio Santori, consigliere Comunale e presidente della Commissione Sicurezza, che ha partecipato all’operazione - dimostra che dietro ai parcheggiatori abusivi esiste un vero e proprio racket che deve essere sradicato una volta per tutte perché spesso la semplice sanzione e il sequestro dei proventi non scoraggia il fenomeno».



A Testaccio in quattro hanno circondato l’agente in borghese: tre turchi e un algerino. Due di loro gli hanno intimato: «Questa è zona nostra, o paghi o te ne vai». C’è stato anche chi ha chiesto di aspettare un mese prima di poter entrare nel giro. Quello è il loro territorio: non si ammettono intrusioni e se si vuole entrare nell’organizzazione è necessario “fare la fila”, aspettare almeno un mese, subire una specie di colloquio e stare al gioco, ossia pagare il pizzo. 



In zona diversi agenti in borghese fingevano di essere coppiette in cerca di parcheggio. Poi il segnale del finto parcheggiatore abusivo (via il cappellino) che ha fatto scattare i fermi. Due sono stati denunciati anche per violenza privata, per altri due è scattata la sanzione (la multa va dai 709 a 2850 euro) e il sequestro dei proventi della serata.



L’operazione, disposta dal comandante generale del Corpo della Polizia Municipale Angelo Giuliani, coadiuvata dall’istruttore di polizia municipale Marco Milani, è continuata all’Eur, nei pressi di via delle Tre Fontane. Anche qui un’altra conferma del racket dei parcheggiatori abusivi. L’agente in borghese è stato avvicinato da due romeni, madre e figlio, che gli hanno proposto una spartizione della zona. L’agente ha cambiato via e ancora una volta ha subito le minacce da parte di altri due parcheggiatori abusivi, questa volta italiani.



In tutto sono stati otto i parcheggiatori abusivi fermati e denunciati. Tra loro 5 pluripregiudicati. S.L., 50 anni, alle spalle ha reati quali omicidio doloso, rapina, rissa, armi e ricettazione, denunciato all’Autorità Giudiziaria per violazione delle misure di sicurezza. D.I., 34 anni e T.A., 45, hanno commesso in passato reati di violenza privata. Altri non erano in regola con il permesso di soggiorno. «Abbiamo lanciato un segnale forte alle organizzazioni criminali che gestiscono il fenomeno - ha aggiunto Santori - dietro qualsiasi volto in città potrebbe nascondersi un agente delle forze dell’ordine pronto ad intervenire per catturare in flagranza gli abusivi».




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Gp di San Marino, muore Tomizawa dopo spaventoso incidente in Moto2

Corriere della sera

Il pilota giapponese ha perso il controllo ed è stato investito da Redding. Coinvolto anche De Angelis

 

 MISANO ADRIATICO - Non ce l'ha fatta. Shoya Tomizawa, il pilota giapponese coinvolto in uno spaventoso incidente durante la gara delle Moto2 nel Gp di San Marino, è morto dopo essere stato trasportato con l'ambulanza all'ospedale di Riccione.


L'INCIDENTE - Il nipponico della Suter, 20 anni, ha perso il controllo della sua moto in piena accelerazione a 15 giri dal termine della sua gara, ed è stato investito in pieno da Scott Redding e da Alex De Angelis. Il giapponese è stato portato via dal centro della pista, immobilizzato su una barella, in attesa dell'arrivo dell’ambulanza. Poi il trasporto a Riccione. «Le sue condizioni sono molto serie - aveva subito spiegato il dottor Claudio Macchiagodena della Clinica Mobile - tanto che abbiamo deciso di portarlo a Riccione con un'autoambulanza attrezzata. I traumi sono multipli, toracico, addominale, e ha delle emorragie. Onestamente è molto grave. Gli è stata fatta la rianimazione, ma è in condizioni critiche». Poco dopo, purtroppo, la notizia della sua morte. Troppo gravi le lesioni riportate dal giovane pilota.

 

video

 

LE REAZIONI - «È stata la caduta più brutta della mia carriera - ha raccontato De Angelis - quello è un punto dove siamo in pieno, quando Tomizawa è caduto ho fatto di tutto per prendere la sua moto e non lui. Io sono illeso, è incredibile». «Mi hanno detto adesso cosa è successo - ha dichiarato invece Pedrosa dopo la vittoria in MotoGp. - Non ci sono parole. Sento un vuoto, è difficile spiegare». «Quando succedono queste cose - ha affermato invece Rossi - il resto non conta tanto».


Redazione online
05 settembre 2010

Ghana, una scuola a "Sodoma e Gomorra"

Corriere della sera

La sfida di un missionario trentino contro la corruzione
e la violenza in una baraccopoli di Accra: ogni sera insegna ai giovani la grammatica e la lingua inglese


Migliaia di persone, molti minorenni, lavorano allo smaltimento di prodotti industriali Ghana, una scuola a "Sodoma e Gomorra"

ACCRA (Ghana) - La chiamano "Sodoma e Gomorra" perché dicono che anche Dio si sia rassegnato al suo destino di corruzione e violenza. Ma in questa grande baraccopoli di Accra, dove vivono oltre 60mila persone, da qualche anno la speranza è tornata: ha il volto magro e profetico di Arcadio Sicher, padre francescano cinquantenne, originario di Coredo, piccolo villaggio in provincia di Trento. Sei anni fa il missionario decise di stabilirsi in questo immenso slum nel centro della capitale ghanese, a pochi passi dal mercato di Agbogbloshie, diventando il primo e unico bianco della comunità. Nel corso del tempo, e con l’aiuto di alcuni volontari locali, è riuscito a costruire una piccola scuola nel cuore dello slum. Ogni sera, per circa due ore, insegna ai giovani che lavorano nella baraccopoli la grammatica e la lingua inglese, idioma ufficiale del Ghana.


Ghana, la scuola di padre Arcadio a "Sodoma e Gomorra"


L’INFERNO DELLA BARACCOPOLI - "Sodoma e Gomorra" è un inferno di fumo e di metallo. Migliaia di giovani, molti minorenni, lavorano allo smaltimento di ex prodotti industriali proveniente da ogni angolo della Terra: frigoriferi, computer e macchine di ogni specie sono bruciati in questa mega-discarica a cielo aperto. Una volta che il fuoco è spento e le sostanze cancerogene si sono ormai diffuse nell’atmosfera, i ragazzi recuperano il metallo che sarà poi rivenduto alle vicine fonderie. I compensi sono davvero miseri e spesso i ragazzi non riescono ad assicurarsi neppure un letto per la notte. L’inverno scorso il settimanale tedesco Der Spiegel ha denunciato in una lunga inchiesta il flusso enorme di prodotti elettronici che arrivano dall’Europa e dagli Usa e che sono smaltiti nella bidonville africana. Nonostante le convenzioni internazionali vietino l’esportazione e lo smaltimento di rifiuti elettronici nei Paesi del sud del mondo, ogni anno partono dalle coste del Vecchio Continente vascelli carichi di veleni destinati a inquinare l’aria e le acque della Korle Lagoon, la laguna che circonda Sodoma e Gomorra.


VELENI NELL'ARIA E NELL'ACQUA - Lo spettacolo della discarica è desolante. Oltre alle migliaia di ragazzi che lavorano decine di ore al recupero e alla lavorazione dei metalli, non mancano i bambini che brancolano tra la massa di rifiuti, che sommerge il centro della discarica, alla ricerca di qualche pezzo grezzo da rivendere. La miseria e l’assenza d’igiene la fanno da padrone e per tutto il giorno un odore acre si diffonde all’interno della bidonville. Più volte il governo ha minacciato di smantellare la baraccopoli, ma, non sapendo dove poi dislocare i tanti abitanti, ha preferito non intervenire. Uno studio di Greenpeace ha dimostrato che l’aria respirata a "Sodoma e Gomorra" è profondamente avvelenata. Stessa storia per il Densu River, il corso d’acqua che passa nella baraccopoli, denso di piombo, diossina e arsenico. Non esistono studi sui tassi di mortalità a "Sodoma e Gomorra", ma la presenza di così tanti veleni non fa ben sperare: «La maggior parte della gente che vive qui è giovane - spiega con amarezza padre Sicher -. Temo che fra qualche anno gli abitanti capiranno quanto questi veleni siano dannosi».


LA SCUOLA COME RISCATTO - L’idea di creare una scuola in questa terra devastata dal fuoco e dalla miseria, dove non vi è neppure un’organizzazione non governativa internazionale, è stata suggerita a padre Sicher da Monica, una giovane ghanese che da sempre vive a "Sodoma e Gomorra" e che ancora oggi sogna di iscriversi alle scuole superiori: «È stata lei a dirmi che c’era bisogno di una scuola - conferma il padre francescano -. Da allora non è mai mancata a una lezione e quest’anno tenterà di superare l’esame per poter entrare al liceo». Padre Sicher non ama chiamare la baraccopoli "Sodoma e Gomorra". Per lui questo quartiere continua a chiamarsi "Kumba market", nome usato dalla popolazione locale prima che la zona divenisse una baraccopoli: «All’inizio non è stato facile farmi accettare dalla comunità - ricorda padre Sicher -. Ero l’unico bianco tra decine di migliaia di neri e la diffidenza era forte. Pensavano che fossi legato al mondo della prostituzione o della droga. I primi ad avvicinarsi sono stati i musulmani della comunità. Più tardi ho costruito un solido rapporto con i giovani. Tra i ragazzi c’è molta partecipazione alle attività della scuola, anche se è difficile restare attenti dopo un’intera giornata di lavoro». Tra i più appassionati studenti vi è Joseph che commenta: «Qualche anno fa ho saputo da un amico che era nata una scuola nella baraccopoli. Ho pensato che imparare a leggere e a scrivere mi avrebbe aiutato a trovare un lavoro migliore. Non ci ho pensato due volte e ho cominciato a seguire le lezioni. Non me ne sono pentito».


LA GUERRA TRA POVERI - Alle 20 di ogni sera circa un’ottantina di ragazzi si presentano alla Pas (Peace adult school) per seguire le lezioni di grammatica. La maggioranza ha tra i 20 e i 30 anni, ma non mancano gli adolescenti. Un paio di ragazzi del posto aiutano il padre francescano nella gestione della scuola: «Sembrerà strano, ma non abbiamo bisogno di aiuti economici - rivela padre Sicher -. Ci farebbero comodo nuovi volontari pronti a collaborare per migliorare e ampliare le lezioni. Da qualche mese stiamo portando avanti un progetto per insegnare alle ragazze la lavorazione delle perline. Ogni ragazza che viene a scuola è una donna sottratta alla strada». Le tante giovani che vivono nello slum sono una delle più grosse preoccupazione di padre Sicher. «In un territorio afflitto dalla miseria e dalla violenza, sono sempre i più deboli ad avere la peggio. Le donne purtroppo fanno parte di questa schiera. Molte si sposano giovani, ma presto sono abbandonate dai loro compagni. Per sfuggire alla miseria non resta altra strada che la prostituzione. Fino a qualche anno fa nella società fortemente tradizionalista ghanese la famiglia aveva un grande ruolo. Purtroppo adesso, con l’eccessiva urbanizzazione e la povertà dilagante, ogni legame si è spezzato e i giovani sembrano incapaci di sostenere una relazione. Il vero dramma è che ogni notte tra queste baracche si assiste a una guerra tra poveri».


Francesco Tortora
04 settembre 2010(ultima modifica: 05 settembre 2010)



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Prete padovano s'innamora e lascia la parrocchia

Il Mattino di Padova


Don Romano Frigo, parroco da undici anni a Cervarese Santa Croce, ha deciso di prendere una pausa di riflessione. Si è innamorato, ricambiato, di una ragazza molto attiva in parrocchia. Lo sconcerto dei fedeli



Unimmagine di don Romano con la sua bicicletta
Un'immagine di don Romano con la sua bicicletta



CERVARESE SANTA CROCE. Don Romano Frigo, parroco di Cervarese Santa Croce, si è sarebbe infatuato di una giovane parrocchiana. Sarebbe questo il motivo che l’ha portato a chiedere al Vescovo di essere rimosso dopo undici anni di apprezzata guida pastorale. Il quarantaseienne sacerdote originario di Canove di Roana (Vicenza) si è preso un periodo di riflessione ed è tornato a vivere con la mamma Paola (che lo aveva accompagnato a Cervarese ed era ben nota ai parrocchiani) tra i monti dell’Altopiano di Asiago.


Il motivo della scelta sarebbe proprio la profonda amicizia con la ragazza che da qualche anno lo coadiuvava nella gestione di alcune iniziative parrocchiali. Un innamoramento che in paese è sulla bocca di tutti. Don Romano, che la mattina dell’Assunta ha salutato la comunità (al suo posto il 3 ottobre arriverà don Mattia Biasiolo, 35 anni, attualmente cappellano della parrocchia Santa Maria Assunta di Chiesanuova) preferisce non parlare della vicenda, che definisce «dolorosa».


«Se ho deciso di prendermi un periodo di tempo per riflettere significa che un problema c’è - commenta il prete - Mi era stato proposto dal Vescovo un altro incarico pastorale, che in questo momento ho ritenuto giusto non accettare. Penso di aver agito con senso di responsabilità. Scrivete piuttosto di don Mattia e del futuro della parrocchia, che vi assicuro è sereno e senza problemi».

Un matrimonio celebrato da don Romano, a sinistra, assieme a don  Sante Sguotti (altro prete che è stato ridotto allo stato laicale dopo  aver avuto un bambino)

Un matrimonio celebrato da don Romano, a sinistra, assieme a don Sante Sguotti (altro prete che è stato ridotto allo stato laicale dopo aver avuto un bambino)
La notizia dell’avvicendamento di don Romano è arrivata in piena estate come un fulmine a ciel sereno. Il sacerdote a Cervarese si era fatto davvero benvolere per come ha gestito la parrocchia, dove con l’avallo del Consiglio pastorale ha avviato anche progetti importanti, non ultimo quello dell’ampliamento del centro giovanile, La gente avrebbe preferito che il prete prima di tornarsene per un periodo sabbatico tra le sue montagne avesse spiegato il motivo della scelta, anche se la maggior parte del paese ne è a conoscenza. Don Romano è arrivato al sacerdozio piuttosto avanti con l’età. La sua, come si dice nell’ambiente ecclesiastico, è «una vocazione adulta».


Diplomato in Ragioneria si è fatto prete nel 1993, dopo aver lavorato come funzionario di banca. A Cervarese Santa Croce è arrivato nel 1999 e si è subito distinto per la sua pastorale fresca e decisa. Una capacità e un desiderio di comunicazione testimoniati dal ricchissimo sito internet parrocchiale. Grande appassionato di ciclismo, ha coinvolto nella sua passione anche un gruppo di fedeli della comunità con i quali ha organizzato parecchi pellegrinaggi in bici, alcuni anche all’estero. «Sono cresciuto tra le montagne con uno spirito da lupo», scrive nel suo libro «Ora et pedala - Cicloriflessioni di un curato di campagna», pubblicato nel 2008. Ma anche i lupi si innamorano...


(04 settembre 2010)




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Banca fantasma, Cacciapuoti esce allo scoperto: soldi usati per la Ferrari

Il Mattino


 

NAPOLI (5 settembre) - Esce allo scoperto Raffaele Cacciapuoti, il faccendiere napoletano cui fa capo la truffa di 8 milioni di euro raccolti con sottoscrizioni di 842 persone per fondare la fantomatica Banca popolare del meridione.

Dal suo rifugio, le cui tracce conducono in Colombia, ha preparato un memoriale in cui racconta che fine hanno fatto i soldi spariti. «Spesi per consulenti in Usa», è quanto annota. Ma spunta anche un congruo capitolo di «spese di marketing», tra le quali spicca una Ferrari. Cacciapuoti, che indirizza strali e messaggi indiretti agli altri sponsor, è alla fine del suo soggiorno all’estero ed è prossimo a tornare a Napoli.




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Il super ciclista inseguito dalla Finanza

Corriere della sera


Indagine su Pozzato: finta residenza a Montecarlo per evadere. Il campione: abito veramente nel Principato



Tasse Nel mirino un contratto milionario con i russi


Filippo Pozzato
Filippo Pozzato
ROMA - Un altro sportivo indagato dalla Guardia di finanza per evasione fiscale. È il campione italiano di ciclismo Filippo Pozzato, che tra pochi giorni compie 29 anni, e che secondo le Fiamme gialle di Vicenza avrebbe nel 2009 «trasferito fittiziamente, subito dopo la stipula di un contratto milionario con una squadra russa, la propria residenza nel Principato di Monaco allo scopo di sottrarre a tassazione i redditi percepiti». Si tratta di due milioni di euro, tutto denaro che doveva essere versato nelle casse dello Stato come tassazione sugli incassi realizzati dal ciclista tra il 2007 e il 2008, attraverso contratti stipulati con squadre, sponsor e sfruttamento dell'immagine a scopo pubblicitario. L'indagine è scattata subito dopo la comunicazione del trasferimento di Pozzato in un Paese a fiscalità privilegiata, Montecarlo appunto.


Filippo è un grande campione del ciclismo. Ha al suo attivo numerose vittorie, di cui una al recente Giro d'Italia e due all'ultimo Tour de France. Nel 2009 ha vinto il campionato italiano su strada. Ma come altri ciclisti, Mario Cipollini e Paolo Bettini, e come diversi altri campioni dello sport, Pozzato è ora nei guai con il fisco anche se lui smentisce categoricamente di aver trasferito la residenza per non pagare le tasse. «Sono sereno - ha detto ieri -. Non c'è nulla di fittizio nel mio comportamento. L'indagine è sempre quella di due anni fa e io posso dimostrare che abito veramente a Montecarlo, dove tutti mi conoscono».



Non è la prima volta che sportivi finiscono sotto la lente della Guardia di Finanza: dallo sci al calcio, passando per Formula 1 e ciclismo, sono molti i campioni che scelgono la residenza all'estero, in quei posti dove vige un regime fiscale più leggero e più conveniente rispetto all'Italia, e che per questo motivo sono sottoposti ad indagine fiscale. Il nome più noto resta quello del campione di motociclismo Valentino Rossi (con residenza a Londra) al quale il fisco italiano ha contestato 60 milioni di euro di imponibile non dichiarato negli anni 2000-04. Il contenzioso di Valentino con il fisco gli è costato un periodo i crisi anche a livello agonistico, che si concluse con un accordo piuttosto pesante per il campione e però con il suo ritorno alla vittoria. A Mario Cipollini non bastò la residenza a Montecarlo; l'ex campione del mondo di ciclismo ha perso il ricorso contro l'Agenzia delle Entrate che gli contestava proprio la residenza all'estero, e fu condannato a pagare in Italia le imposte su circa 1,6 milioni di euro di redditi percepiti nel 1998 e 1999.



Nelle maglie del fisco alla fine degli anni '90 incappò un campione dello sci, Alberto Tomba al quale fu contestato di aver portato denaro all'estero grazie ad un sofisticato sistema di società sorte nei paradisi fiscali, quindi fuori dal controllo dello Stato italiano. L'inchiesta si risolse con l'assoluzione di Tomba, anche perché nel frattempo lo sciatore aveva provveduto a sanare tutti i suoi debiti col fisco, pari a 10 miliardi delle vecchie lire. Guai a causa di tasse evase anche per Diego Armando Maradona, che ha ancora un conto di 31 milioni di euro in sospeso con il fisco italiano.




Mariolina Iossa
05 settembre 2010



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Fini dica se la casa di Montecarlo è sua

di Redazione

Oggi il presidente della Camera non può limitarsi a parlare di politica alla festa Fli di Mirabello: è arrivata l’ora di rompere il silenzio sullo scandalo monegasco. Serve una risposta dopo 40 giorni



È passato più di un mese (per l’esattezza 40 giorni) dal 28 luglio scorso, data d’inizio dell’inchiesta del Giornale. Ma il presidente della Camera non ha ancora risposto alle domande sollevate dal nostro quotidiano sull’intricata vicenda che vede al centro l’appartamento di rue Princess Charlotte, 14. La casa era stata ereditata da Alleanza nazionale nel 1999 dalla nobildonna Anna Maria Colleoni, di dichiarate simpatie fasciste, perché il partito erede dell’Msi continuasse la «buona battaglia».

L’appartamento venne ceduto l’11 luglio del 2008 dall’allora tesoriere del partito di via della Scrofa, il senatore Francesco Pontone, su delega dello stesso Fini in qualità di leader di An, a una società off-shore, la Printemps Ltd con sede a Saint Lucia nelle piccole Antille per 300mila euro. Un valore di molto inferiore alle offerte ricevute dal partito, pari a 1,5 milioni. L’immobile venne poi ceduto per 330mila euro a un’altra società off-shore, la Timara.

Il Giornale
ha scoperto che l’appartamento in questione è abitato da Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del leader di Futuro e Libertà, Elisabetta, a fronte di un regolare contratto d’affitto (di cui ancora non si conosce l’ammontare preciso) e che lo stesso inquilino avrebbe partecipato ai lavori di ristrutturazione della casa, secondo le testimonianze di chi ha materialmente eseguito i lavori nell’appartamento monegasco. Alcuni testimoni sostengono che lo stesso presidente della Camera si sia recato più volte a visionare l’appartamento e che abbia ordinato la cucina presso un negozio di Roma. Nella sua replica, preceduta e seguita a numerosi annunci di querele, Fini non ha mai chiarito tutti i contorni della vicenda. Oggi, durante il suo intervento alla kermesse Fli di Mirabello, non potrà che squarciare definitivamente il velo su questi misteri.




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Due milioni di nuovi europei grazie al passaporto magico

di Fausto Biloslavo

Alcuni serbi diventano ungheresi, in Macedonia documenti bulgari, in Moldavia cittadinanza romena. Così gli extracomunitari entrano nell’Ue senza problemi. Con il rischio dell’invasione. Tra i privilegiati anche i turchi fuggiti in Bulgaria e i rifugiati sudamericani



Il passaporto europeo è diventato una chimera ma centinaia di migliaia di cittadini, formalmente al di fuori di confini dell'Unione, lo hanno già ottenuto o potrebbero riceverlo per motivi storici e politici. L'Ungheria è pronta a concedere il passaporto a 300mila connazionali che vivono nella provincia autonoma della Vojvodina, nel nord della Serbia. Un retaggio storico, come i 160mila ungheresi in Ucraina. Consistenti minoranze che scalpitano per poter viaggiare e cercare lavoro liberamente in Europa, grazie all'ingresso della madrepatria nella Ue.

Il quotidiano inglese «Times» ha stilato la lista lanciando l'allarme. I bulgari stanno preparando i passaporti per 300mila turchi espulsi dal regime comunista di Todor Zhivkov negli anni Ottanta. E si sta discutendo dell'ipotesi di cittadinanza a 1,4 milioni di bulgari che vivono in Macedonia, una delle repubbliche più povere dell'ex Jugoslavia.

Nel nostro piccolo già da anni gli italiani della minoranza rimasta in Istria, Fiume e Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale hanno diritto alla doppia cittadinanza. In gran parte vivono in Croazia, che a differenza della Slovenia non è ancora entrata nell'Unione europea. Giusti motivi storici e politici hanno permesso a circa 9mila italiani in Istria e Dalmazia croata di ottenere il passaporto italiano, che permette di girare nell'Europa comunitaria.

Secondo il «Times» il caso più allarmante riguarda la Romania entrata in Europa nel 2007. Fin dal 1991 il governo aveva deciso di concedere la cittadinanza ai vicini moldavi che sostenevano di averne diritto. In otto anni sono stati rilasciati 120mila passaporti a chi vive in Moldavia, uno dei paesi più disgraziati d'Europa. Con l'ingresso di Bucarest nella Ue le richieste si sono impennate. Quest'anno sono state registrate 53mila nuove domande e le autorità romene hanno già consegnato 17mila passaporti ai moldavi. Anche in questo caso la «politica dei passaporti» fa i conti con la storia. Nel 1940 Stalin mise le grinfie su territori romeni inglobando poi la Moldavia nell'Urss.

Secondo il «Times» la nuova ondata di cittadini europei acquisiti dall'Est potrebbe «essere un problema per i Paesi più ricchi dell'Unione europea occidentale». Un milione di moldavi, un quarto della popolazione, cerca un posto all'estero per mantenere la propria famiglia. «Molti di loro lavorano illegalmente per periodi brevi dai tre ai sei mesi. - scrive il quotidiano di Londra -

Se diventassero cittadini europei, quello che adesso è illecito sarà legale e avranno il diritto di accedere a sussidi di disoccupazione e benefici». I moldavi puntano all'Inghilterra, ma pure alla Grecia, la Spagna e l'Italia. Un altro problema è costituito dai delinquenti e dallo sfruttamento della prostituzione, che utilizza le moldave buttandole sui marciapiedi delle città europee, comprese le nostre. I passaporti, per fortuna, non vengono rilasciati in massa, ma gradualmente. Per i moldavi i tempi tecnici di attesa sarebbero di almeno due anni.

Ai confini orientali dell'Unione europea lo scacchiere geopolitico potrebbe riservare ulteriori sorprese. La Transnistria è un piccolo paese fantasma pressato fra la Moldavia e l'Ucraina, che sopravvive grazie all'aiuto russo. Non si esclude che un accordo diplomatico possa riportarla sotto gli ucraini, che a loro volta cederebbero una fetta di territorio. Il risultato di questi cambiamenti è che la Moldavia potrebbe federarsi con la Romania entrando di fatto nell'Unione europea. Mosca non sta a guardare e gioca la sua partita dei passaporti rilasciandoli alla minoranza etnica nei paesi baltici, che sono tutti e tre membri della Ue. E lo stesso fa con la Transnistria.

I conti con la storia influenzano pure la Germania. Berlino ha accelerato le procedure per concedere la cittadinanza agli israeliani che ne fanno richiesta. Molti giovani dello stato ebraico puntano al passaporto europeo per girare senza quello con la stella di David, che pone problemi in molti paesi islamici. Il caso più eclatante evidenziato dal «Times» riguarda la Spagna. Madrid concede il passaporto ai discendenti dei comunisti che furono costretti all'esilio dal generalissimo Franco in America Latina o a Cuba. In un solo anno la Spagna ha ricevuto 161.463 richieste rilasciando oltre 80mila passaporti validi per tutta l'Unione




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Belgio senza governo Il re affida l'incarico a due mediatori

Quotidianonet


Alberto II ha nominato i presidenti delle due Camere, il socialista francofono Andrè Flahaut e il fiammingo nazionalista Danny Pieters



Bruxelles, 5 settembre 2010 - Dopo l'ennesimo fallimento di formare un governo, il re del Belgio Alberto II ha affidato l' incarico ai presidenti di Camera e Senato.
I due mediatori sono il socialista francofono Andrè Flahaut e il fiammingo Danny Pieters, esponente dei nazionalisti della N-va di Bart de Wever.
La nomina è giunta dopo che il re ha accettato le dimissioni di Elio Di Rupo, leader del partito socialista vallone, che era stato incaricato dopo le elezioni di guidare la mediazione per la formazione del governo. Dopo due mesi di sforzi infruttuosi, Di Rupo aveva cercato di dimettersi già una settimana fa. Poi ha ripetuto la sua richiesta venerdì. Il re, si legge nel comunicato del palazzo, "ha accettato la richiesta di Di Rupo di venir sollevato dalla sua missione".
 

I due presidenti Flahaut e Pieters dovranno affrontare ora il difficilissimo compito di ripristinare un minimo fiducia fra le due comunità linguistiche del Belgio per poter giungere ad un compromesso accettabile sulla riforma costituzionale. La disputa verte sulla ripartizione dei poteri e delle finanze, ma anche sul sistema di voto e la formazione delle circoscrizioni elettorali. Lo scontro, che risale già alle elezioni del luglio 2007, si è ulteriormente esacerbato con il voto del 13 giugno che ha premiato partiti di orientamento diametralmente opposto nelle due regioni.
La "missione di mediazione" dei due presidenti, continua il comunicato, "è necessaria per il benessere economico e sociale dei nostri cittadini e per attuare una sostenibile riforma delle istituzioni". Il Belgio, che detiene la presidenza di turno dell'Unione Europea, è guidato da 100 giorni da un governo ad interim.





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Il Papa e il posto fisso Tarquinio: "Colleghi, non sapete leggere"

Quotidianonet


Il direttore del quotidiano Avvenire: il Pontefice parla del lavoro come problema grande e pressante ma questo concetto nelle cronache scompare


Città del Vaticano, 5 settembre 2010 - "Apriamo i quotidiani e restiamo storditi. Il messaggio del Papa viene spacciato come un invito alla precarietà". Lo scrive Avvenire in un corsivo siglato dal direttore, Marco Tarquinio, che contesta le interpretazioni dei media sulla Lettera indirizzata da Benedetto XVI ai ragazzi di tutto il mondo in vista della Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Madrid nell'agosto 2011.
Nel testo, ricorda il quotidiano della Cei, il Papa "accenna alla 'domanda del posto di lavoro' e di 'un terreno sicuro sotto i piedi', sottolinea che 'allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l'età in cui si è alla ricerca della vita più grande'. Allo stesso tempo. Tra virgolette". Inoltre, il Pontefice parla del "lavoro come problema grande e pressante", un concetto che - denuncia Avvenire - nelle cronache "scompare".
"Packard più di mezzo secolo fa denunciava i persuasori occulti. Oggi - rileva il quotidiano cattolico - è l'epoca dei dissuasori palesi, che magari sanno scrivere meglio di chiunque altro, ma hanno dei problemi con la lettura. Come certi studenti delle medie".
 

Nel corsivo, Tarquinio si rivolge poi direttamente ai vaticanisti per invocare "rispetto per i giovani e per ciò che il Papa in un mondo sufficiente e ostile sa dire loro". E prima ancora, conclude, "la comprensione del testo, colleghi".


Fonte Agi




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La "libertà" dei finiani: fare i ribelli incollati alle poltrone del Pdl

di Paolo Bracalini


Protestano ma occupano ancora posizioni chiave nel partito berlusconiano. Il caso Bocchino: è nell’Ufficio di presidenza



 

Roma Un piede fuori e l’altro dentro, in equilibrio incerto ma pur sempre nei posti di comando. Già la poltrona del leader Fini, carica istituzionale «terza» e non di partito, è in discussione dopo la separazione di fatto dal Pdl. Ma gli altri? Un po’ fuori e un po’ dentro, dissidenti ma non troppo quando c’è di mezzo lo strapuntino.

Al di là dei ruoli istituzionali e di governo, il problema è che fare soprattutto coi finiani che occupano posizione di vertice dentro il vituperato Pdl, partito di sudditi e ballerine secondo l’interpretazione finiana. In attesa di evoluzioni della diatriba interna, il Pdl si trova in una condizione di ambiguità surreale, con esponenti di un gruppo parlamentare diverso dal Pdl che però coordinano il Pdl in diverse regioni o province, guidano dipartimenti tematici del partito, lo gestiscono. L’effetto straniante è assicurato.

Si provi a digitare Pdl+provincia+Bologna su internet e comparirà il link del coordinamento provinciale bolognese del partito. Bene, l’unico contenuto attualmente disponibile sul sito in allestimento è un articolo dell’ultras finiano Enzo Raisi, attuale coordinatore Pdl a Bologna. Lo stesso Raisi che ironizzava sul documento di allontanamento di Fini dal Pdl, come testo «comunista che rivela la mano del suo autore», Sandro Bondi, «perché definirlo comunista è poco». Notare che Bondi è il coordinatore nazionale del partito di cui Raisi è coordinatore provinciale. È evidente quanto sia surreale la situazione, difficile vedere molti margini di sopravvivenza se sarà lasciata in questo stato.

Un altro finiano con incarichi pidiellini è Aldo Di Biagio, responsabile Pdl all’Estero. Il variegato e complicato mondo dei pidiellini che vivono fuori dall’Italia, soprattutto all’estero, è in fermento. Una parte di loro, che si riconosce nel sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica e nel deputato eletto all’estero Guglielmo Picchi chiede con forza l’allontanamento del finiano Di Biagio da quel ruolo dopo la svolta anti-berlusconiana del gruppo che fa capo a Fini. Anche qui la tensione è alta e le contraddizioni, tra velleità futuriste e poltrone passatiste, molte, troppe.

In alto, verso l’azzurro più azzurro della costellazione Pdl, ci sono gli altri nomi dei finiani che, con la crisi pidiellina, stanno vivendo il loro «wharoliano» quarto d’ora di notorietà. L’immarcescibile Carmelo Briguglio, grande picconatore del finismo tutto d’un pezzo, è - scherzi del destino - il responsabile del Settore Formazione del Pdl. In altri termini sarebbe Briguglio, il pasdaran da Furci Siculo, che dovrebbe occuparsi delle nuove leve nel partito di Berlusconi. Un paradosso che ha del comico.

Poi c’è l’Ufficio di presidenza del Pdl, uno dei massimi organi direttivi del partito. «L’Ufficio di presidenza - si legge nello statuto - dà attuazione alle deliberazioni del Congresso nazionale e del Consiglio nazionale, coadiuva il Presidente nazionale in tutte le sue funzioni e, d’intesa con esso, concorre alla definizione di nomine e candidature». Tra coloro che dovrebbero coadiuvare il presidente nazionale, ovvero il Cav, ci sono attualmente Italo Bocchino (capogruppo alla Camera di Fli), Adolfo Urso, Andrea Ronchi e Pasquale Viespoli (capogruppo al Senato di Fli).

Tornando nei terminali provinciali del Pdl, si trovano altri «fillini». Per trovarli bisogna puntare al Sud, principale terreno di coltura per i cosiddetti futuristi. Dalle parti di Avellino, come coordinatore provinciale del Pdl, c’è la deputata Giulia Cosenza, «benestante imprenditrice campana» come la racconta l’Espresso (è figlia del noto costruttore Livio Cosenza), fidata di Fini ma non di Berlusconi, che però fino a prova contraria resta il leader del partito di cui fa la coordinatrice provinciale.

Ancora a Mezzogiorno, in Basilicata, c’è il senatore Egidio Digilio, uno dei dieci parlamentari che a Palazzo madama hanno seguito Fini. Digilio, imprenditore lucano, è tuttora vice coordinatore regionale della Basilicata per il Pdl. Anche lui, come gli altri, dissidente ma presente. Se vogliono rimuoverci, dicono in coro, dovranno cacciarci. Andarsene da soli, non se ne parla proprio.




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Lo 007 e i furti di segreti online Trema la Genova degli affari

Corriere della sera


Indagato come hacker. Una lettera riservata al sindaco finisce in rete L'avvocato: «Diciamo che un po' di cose le sa e le ha. Ma è anche bravissimo a bluffare»


Ex agente del Sismi, si infiltrò fra i no global durante il G8



Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi
Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi
MILANO - Anni e anni di segreti raccolti di persona, di appunti, di documenti fotografati, fotocopiati, duplicati, di filmati, intercettazioni e registrazioni top-secret, di «curiosità» informatica e di accesso facile alle fonti delle informazioni...

Pietro Altana la sa lunga, come si conviene a qualunque 007 che si rispetti. Ex agente del Sismi e all'occasione collaboratore anche del Sisde, è una specie di memoria storica di mille «informazioni confidenziali» che appartengono a faccendieri, commercialisti, avvocati dell'alta finanza, banche, industrie, tributaristi, consulenti di politici e di società varie. Soprattutto a Genova, la città dei suoi genitori e la sua prediletta: quella che più teme i suoi scheletri nell'armadio.

Perché se è vero che ormai da cinque anni Altana viveva nell'ombra, è anche vero che adesso è tornato in scena da quando la procura di Genova lo ha indagato per accesso abusivo al sistema informatico e diffamazione. Perquisizione a casa (Torino), sequestro di computer e dischetti con richiesta e concessione (pochi giorni fa) di altri sei mesi di indagine sul suo conto. Così eccolo di nuovo nel bel mezzo di un caso giudiziario. E siccome finora ogni volta che l'ex agente si è ripresentato al mondo ha tolto il sonno a decine di persone, c'è anche stavolta l'effetto spauracchio per chiunque abbia avuto a che fare con lui.


Ma sarà poi vero che ha uno scrigno pieno zeppo di segreti inconfessabili? «Diciamo che un sacco di cose le sa e le ha» sintetizza il suo avvocato, Riccardo Caramello. Diciamolo. Ma «un sacco di cose» non è tutto. «Vero. Ma non dimentichiamo che è sempre stato ed è molto abile a bluffare».

Certo non era un bluff il documento diffuso online nei giorni scorsi da Indymedia, il sito antagonista di informazione indipendente che sulla scia di Wikileaks - l'organizzazione internazionale che riceve e mette in rete sul suo sito documenti coperti da segreto - ha più volte ha pubblicato carte top-secret, quasi sempre legati alle spy-story nelle quali Altana ha avuto qualche ruolo. Viene spontaneo chiedersi: che sia lui a passare i carteggi a Indymedia? «Non so proprio perché tutti si siano messi in testa che sia così» nega l'avvocato Caramello. Quindi l'ex uomo Sismi e Sisde non avrebbe nulla a che fare con le carte riservate dell'altro giorno.



Si tratta di una lettera indirizzata al sindaco genovese Marta Vincenzi e scritta dall'avvocato Vincenzo Roppo, notissimo legale genovese che si occupa di finanza nonché ex consulente di Carlo De Benedetti e docente di Diritto Civile. L'argomento è la composizione del consiglio di amministrazione della Iren, l'azienda nata dalla fusione di Iride ed Enia (per la gestione di acqua e gas) e le parole dell'avvocato sono di delusione e amarezza per il comportamento del sindaco che non gli avrebbe comunicato un cambiamento nelle scelte di alcune persone. Lettera più che riservata. E però finita sulla piazza mondiale del Web. Quasi fosse una risposta alla denuncia (per le continue intrusioni nel suo sistema informatico) che proprio l'avvocato Roppo aveva presentato mesi fa. Il «filo d'Arianna» partì da quella denuncia e portò a lui, Altana.



Dossier e lettere su Internet, quindi. Come i fascicoli che guidano i lettori in complicati intrighi internazionali, con chiamata in causa di armatori, governo iraniano, società tributarie, aziende internazionali. O come le lettere che lo stesso Altana ha spedito ai generali Nicolò Pollari (ex capo del Sismi) e Mario Mori (Sisde). Tutto in rete, accompagnato da tanti articoli sullo «spione» del Secolo XIX e dai commenti del pubblico di Indymedia che non si può dire sia dalla sua parte.

Soprattutto da quando è diventato noto - durante un processo nel quale il Sismi confermò che fosse un suo agente - che lui fu un infiltrato fra i duri del G8 di Genova e nei centri sociali della città. I ragazzi dei centri sociali discussero di quello «strano tipo», Anonymus, Guglielmo, Franco, Ugo, Pietro o come diavolo diceva di chiamarsi. «Ecco perché non voleva mai che nessuno lo accompagnasse a casa» capirono finalmente. E dedussero: «Impossibile che sappia qualcosa di compagni perché è uno spione troppo smaccato».


Giusi Fasano
05 settembre 2010


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Ecco perché Gianfranco e la signora rischiano lo sfratto dalla casa di Roma

di Redazione


Sull’appartamento romano abitato dalla famiglia Fini grava il pericolo dei sigilli. La Procura voleva sequestrarlo già nel 2006 perché pensava fosse di Gaucci. Il pm che oggi indaga è lo stesso che ha seguito la bancarotta del Perugia calcio.


La strana vendita ai Tulliani che insospettito il Pm




 



di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Elisabetta in Fini non lo sa, ma è bene che lo sappia: il pm perugino Alessandra Duchini, titolare della nuova inchiesta sugli immobili dei Tulliani che l’ex fidanzato Luciano Gaucci reclama come suoi, è lo stesso pubblico ministero che all’epoca dell’inchiesta sulla bancarotta del Perugia Calcio s’era convinto che quegli stessi appartamenti erano finiti ai Tulliani con una vendita «fittizia» pianificata dal presidente Gaucci per sfuggire ai creditori.

Ne era talmente convinto che invano chiese di intercettare il telefono della ragazza. Il gip rispose picche ma concordò sulla richiesta di sequestro di quelle case, provvedimento poi ribaltato dal tribunale del Riesame che dissequestrò il tutto affidandosi alla «prova» esibita al tempo dai ricorrenti: il contratto di compravendita e quant’altro. Già, perché all’epoca i Tulliani non erano chiamati a dimostrare la provenienza dei soldi per l’acquisto. Serviva il pezzo di carta autenticato dal notaio, occorreva dimostrare di essere una persona terza, realmente esistente, e basta.

Quattro anni dopo siamo daccapo. Ora che sulla reale riconducibilità delle case è subentrata una violenta controversia dovute alla confessione di Gaucci; ora che nel procedimento civile pendente a Roma Lucianone ammette d’aver dato a Ely tre miliardi di lire oltre a numerosi immobili che a suo dire i Tulliani gli avrebbero scippato; ora che più testimoni sono pronti a giurare che a giocare la schedina del superenalotto (che sarebbe alla base delle fortune immobiliari dei Tulliani) non fu Elisabetta bensì l’ex amato presidente; ora che Gaucci proprio su quella schedina incriminata ha scoperto la sua firma in calce «a dimostrazione di chi effettivamente giocò e vinse i due miliardi di lire»; insomma, ora che il tappo è saltato la parola passa al pm che invano inseguì i Tulliani ma che alla fine bastonò solo Gaucci e i suoi figlioli sostenendo che l’intero patrimonio era da confiscare perché comunque riconducibile al dissesto del Perugia Calcio. L’assioma copernicano del pm Duchini era infatti quello che tutte le società satellite ruotassero intorno al Perugia, e che dunque la comune malagestione finanziaria significava che tutto era sequestrabile, dunque anche i beni personali dell’ex presidente.

E così, ai sensi dell’articolo 321 del codice di procedura penale, nel 2006 il pm ritenne di porre i sigilli a tutti gli appartamenti della società Katape di Gaucci ubicati in via Raffaele Conforti 52 a Roma, dove abitano i Tulliani, nello stesso comprensorio e al medesimo numero civico, dove vivono Fini e signora. E questo perché, a leggere la richiesta al gip, vi era una correlazione fra ciò che era il reato contestato (la bancarotta fraudolenta) e le proprietà immobiliari conseguite in quella strada. Il problema di allora si ripropone nel 2010, sull’origine dei soldi, riguardando non solo gli immobili di via Conforti ma tutti quelli elencati da Gaucci nell’atto di citazione contro Elisabetta: se la Tulliani dimostrerà al centesimo che sono suoi i soldi utilizzati acquistare le case Gaucci reclama, nulla quaestio.

In caso contrario, il rischio per la compagna del presidente della Camera di perdere pezzi del patrimonio si fa serio perché, seguendo la logica del pm, per coerenza anche i beni dei Tulliani andrebbero configurati come il frutto di una eventuale distrazione nell’impero del mattone di Gaucci. Così, il 10 aprile 2006, il pm Duchini nella richiesta di sequestro preventivo: «... per aver compiuto simulate operazioni di dismissione dei beni personali (vedasi ad esempio la vendita degli immobili siti in Roma in via Conforti 52 da Luciano Gaucci a Katape Srl di cui risulta amministratore unico Gaucci Riccardo) con le aggravanti di aver cagionato un danno patrimoniale di particolare gravità».

Oggi la Tulliani dice che le case le ha comprate coi soldi della vincita (contestata) al superenalotto. E che Gaucci mente perché l’appartamento dove attualmente dimora è provato che era della società Valbo Srl «e che il miniappartamento acquistato dalla Katape, di cui sono proprietari i miei genitori e non io, non è attualmente oggetto di azioni giudiziarie perché una sentenza della Cassazione ha già accertato la legittimità dell’acquisto».

Che venne formalizzato, stando a quanto riportato l’8 marzo 2006 da Luigi Giuliano, difensore dei genitori di Elisabetta, non con i soldi della schedina della figlia ma «con i proventi del Tfr del signor Tulliani appena andato in pensione». Per inciso va detto che se all’epoca Gaucci avesse dichiarato ciò che dichiara oggi al riparo del patteggiamento incassato, il pm Duchini non avrebbe avuto remore a supportare meglio la richiesta di sequestro degli immobili dei Tulliani, a suo dire, e a dire del principale imputato, riconducibili a Lucianone.




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La strana vendita ai Tulliani che ha insospettito il pm. Gaucci jr: "Erano da strozzare"

di Redazione


I verbali. La tesi della Procura nel 2006: gli immobili furono ceduti in epoca sospetta, si può ipotizzare una simulazione


nostri inviati a Perugia

Per capire l’interesse spasmodico del pm Duchini per i Tulliani occorre andare indietro di quattro anni. A quando, cioè, il magistrato perugino sospettava una vendita fittizia (alla famiglia di Elisabetta) dei beni immobili riconducibili ai Gaucci in via Conforti a Roma. Nell’interrogatorio del 4 febbraio 2006, a Riccardo Gaucci, figlio di Luciano, il pm chiede insistentemente lumi sulla Katape Srl, l’immobiliare di famiglia cui appartiene il complesso di appartamenti oggetto dell’odierno scontro fra Gaucci e la sua ex fidanzata. «Trattiamola con calma – premette la toga - perché qui è complicato il fatto». Gaucci: «Guardi è talmente...». PM: «Il periodo è assolutamente sospetto perché il periodo da maggio a luglio 2005 vengono venduti gli immobili. Tutto parrebbe rientrare nella norma perché dagli immobili si ricava 1 milione e 900mila euro che a occhio dovrebbe andare a saldare il debito che si prospettava». G: «Di più, di più (...)».

LA PROCURA: TROPPE COSE NON TORNANO

PM: «Però ci sono due cose che non tornano con questa ricostruzione, quando poi lei e suo fratello mi dite che il debito era di 8 milioni non torna più niente, ma comunque due cose già non tornano prima ed una è che gli immobili venduti in quell’epoca assolutamente sospetta, almeno alcuni di loro sono venduti (incompr.) e già questo è un elemento, insomma, quantomeno sospetto di simulazione della vendita (...). Posto che lei c’era, mi dice com’è andata?”. G. «Che Katape ha venduto tutti gli immobili, tutti». PM. «In quel periodo? Luglio 2005?». G: «Eh sì, perché loro (la banca, ndr) insistevano volevano i soldi, ma molti contratti io ho fatto la delega senza andare dal notaio». Il pm bracca l’indagato. Lo costringe a entrare nei dettagli delle operazioni. Ma quando Gaucci jr sembra svicolare sulla presunta vendita fittizia (oggi i figli la confermano, ndr) e sugli acquirenti degli immobili di via Conforti, il pm affonda il colpo: «I privati, lei dice la banca. Ma chi li ha trovati? Perché fra questi privati ci sono...». G: «Li ha trovati l’agenzia immobiliare». PM: «Ma ci sono i personaggi che ruotano intorno a suo padre, tra cui Giuliani (Tulliani, ndr)». G: «Magari gli è andato a bussare alla perché io... vabbè». PM. «Allora, lei non sa come sono stati trovati questi privati?». G: «No, non lo so, comunque i soldi anche se li ha presi Tulliani, non so con quali soldi, non credo li abbia dati mio padre (oggi i figli di Gaucci, come il padre, sostengono il contrario, ndr) può darsi che magari li ha dati a Tulliani Elisabetta anni prima, però i soldi sono entrati, cioè li hanno effettivamente pagati, cioè non è stata una vendita fittizia, cioè i soldi loro li hanno dati e la banca se li è presi». PM: «Sì ma loro si sono presi gli immobili». G: «Loro se li sono presi». PM: «Sì, ma trovo singolare...». G: «Sì...». PM: «Per quello che le chiedo se può darci maggiori dettagli perché potrebbe anche non saperli (...)».

«I PARENTI DI ELY? CHE COINCIDENZA»

PM: «Trovo singolare che queste vendite arrivano a luglio 2005 quando è scaduto il termine per l’iscrizione al campionato, per esempio, e due che vengono venduti a Tulliani che è il fratello della ragazza che stava con suo padre, insomma c’è qualcosa che non torna». G: «Questo di Tulliani sicuramente ha ragione, però i soldi sono stati pagati. Poi se Tulliani aveva i soldi che ha fatto tredici al superenalotto io questo non lo so». PM: «Sì, ma la tempestività dell’intervento, cioè viene fatto... viene tolta l’ipoteca ad aprile, a maggio vengono venduti gli immobili, vengono trovati i compratori...». Il pm non molla l’osso, vuole riscontri alla sua tesi, spinge ancora sugli immobili di via Conforti.

I TULLIANI? RUBAVANO ERANO DA STRANGOLARE

La domanda diretta il magistrato la fa al fratello Alessandro, interrogato nello stesso periodo: «Conosce Elisabetta Tulliani?». La risposta è di getto: «Purtroppo sì, era una mia compagna di scuola». PM: «E non ha avuto altri rapporti con la famiglia?». G: «Li avrei voluti strozzare, strangolare con le mie mani ma non era possibile ovviamente per legge, sennò altrimenti stavo qui (in carcere, ndr) già da tempo». PM: «Vede, io glielo chiedo... gli affetti personali non entrano». G: «Non entrano, però sono fatti importanti». PM: «Sì, perché, insomma, quegli immobili sono stati venduti alla famiglia Tulliani». G: «Io credo che loro abbiano tanti soldi, e la cosa si potrebbe anche andare a vedere perché lì, queste persone, rubavano soldi (...). Io avevo fatto delle registrazioni che suo fratello si rubava i soldi pure sui rimborsi spese delle società che gestiva». PM: «Se vuole lei può fare denuncia, però le chiedo: siccome queste vendite di questi immobili sono state fatte in un periodo assolutamente sospetto, perché lei capisce, insomma, a luglio 2005 vengono venduti gli immobili». G: «Certo...». PM: «Vengono venduti esattamente a questa persona, cioè al fratello di Elisabetta Tulliani, capisce che qualche dubbio, qualche sospetto lo ingenera, lei sa se queste vendite sono state simulate, se queste vendite sono reali». G: «Non ne so niente...». PM: «E sa se il decreto ingiuntivo successivo è giustificato dalla simulazione delle vendite?». G: «Non so niente, e le garantisco un’altra cosa: sono andato a Santo Domingo da mio padre anche per questo motivo qui, per dirgli: “Possiamo attraverso anche la curatela rivalerci sulle, come si chiamano, donazioni che tu hai fatto a questa signora (la Tulliani, ndr)?”. Lui mi ha risposto: “Ma è una cosa antipatica, eccetera”. Però sia chiaro, sia io che mio fratello avevamo una grandissima voglia di fare una cosa del genere».

LA VERITÀ DEL COMMERCIALISTA DELLA KATAPE SRL

Il 3 febbraio 2006 mette a verbale la sua verità sulla Katape il commercialista Gianpaolo Bassi. È l’ennesima occasione per il pm Duchini di scavare sui Tulliani: «Mi fu chiesto (da Luciano Gaucci, ndr) di seguire la Katape Srl, una società immobiliare pura, era in realtà proprietaria di una serie di immobili in zona Aurelia, il tutto di proprietà della famiglia Gaucci, il cui figlio Riccardo era amministratore» (...). PM: «Le Vendite vengono fatte a maggio 2005, viene cancellata l’ipoteca, le rendite vengono fatte a marzo 2005 a tutto luglio...». B: «Sì». PM: «A favore di personaggi vari...che per un motivo o per l’altro...almeno alcuni di essi... sono legati alla famiglia Gaucci». B: «Questo non lo so...». PM: «Questo lo so io...». B: «A me questa mi è proprio nuova ‘sta storia ma a meno che... legati in che forma... perché io posso pure chiedere a un amico, me compri questo appartamento, mi fai un piacere perché me servono i soldi». PM: «Certo, no io le chiedo se sapeva qualcos’altro, così dalle carte, per esempio Tulliani Massimiliano (l’interessato dice di non essere parente degli altri più noti Tulliani, ndr), soggetto che compra diverse cose...un valore dichiarato prima di 50mila euro, e poi di 270mila ed è il fratello, se non erro, di Elisabetta Tulliani che risulta tra i soci e gli amministratori di diverse società calcistiche». B: «Ah, ho capito». PM: «Allora le chiedo, è possibile che tutto sia simulato e che poi quindi... la banca si sia trovata con il medesimo importo da dover recuperare?». Il ragionamento fra pm e commercialista si fa tecnico, sino a quando il magistrato pianta un paletto: «Tulliani vende a luglio». B: «Del 2005?». PM: «Vende nel 2005... proprio nel momento cioè in cui c’erano tutte le giornalate sul Perugia che non riusciva a pagare l’iscrizione e poi dopo arriva al fallimento». Coincidenza?.






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Anticancro? No candeggina

Corriere della sera


Denuncia in Italia dopo l’allarme della Fda. Attenti alla «soluzione miracolosa» venduta su Internet



Truffe online:



MILANO - Chi è Jim Humble e perché il suo nome rimbalza dai siti internet e dai blog degli Stati Uniti fino in Italia? Perché è lo scopritore del Mineral miracle solution, l’Mms, un preparato che con molta modestia reclamizza nei suoi libri, e sul web, come «la meraviglia del XXI secolo». Ingegnere aerospaziale, prima, ricercatore minerario, poi, e ora anche ministro della «Chiesa della Seconda Genesi», che ha sede nella Repubblica Dominicana e ad Haiti, Humble offre via internet la sua acqua «miracolosa» attraverso una rete di vendita ramificata nei cinque continenti. L’acqua sarebbe «miracolosa» e, a sentire Humble, «dovrebbero esserci le fanfare per una delle più importanti medicine mai proposte all’umanità», ma, evidentemente, anche i miracoli hanno un prezzo. E così sul sito italiano dedicato all’Mms, l’acqua miracolosa è in vendita alla «modica» cifra di 35 euro, comprese le spese di spedizione. Peccato che l’Mms, (conosciuto anche come Miracle Mineral Supplement sia finito nel mirino della <Food and Drug Administration, l’ente americano per il controllo sanitario che l’ha dichiarato «pericoloso».



LA DENUNCIA DELL'ADUC - A denunciare l’ennesima «trappola» dei farmaci online, da noi è ora l’Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) che ha inviato una lettera al ministero della Salute chiedendo di intervenire. «Il Miracle mineral solution, distribuito su siti Internet e nelle aste online — spiega Primo Mastrantoni, segretario nazionale di Aduc — pretende di trattare la malaria, l’Hiv, l’epatite, l’influenza H1N1, il cancro e, per finire, il raffreddore comune e l’acne. L’Fda però denuncia l’assenza di una qualsiasi ricerca che dimostri come l’Mms sia efficace nel trattamento di queste malattie». L’ente di sorveglianza statunitense scrive anzi di aver ricevuto «diverse segnalazioni di danni alla salute da parte di consumatori che lo usavano, tra cui nausea grave, vomito e abbassamento della pressione a livelli pericolosi per la vita, a causa della disidratazione». Ma di quale sostanza si tratta? Il preparato è biossido di cloro (ClO2) in soluzione, mescolato con acido citrico.



I RISCHI - Secondo la Fda «il prodotto, se usato come indicato, diventa come una candeggina industriale che, se ingerita, provoca gravi danni». Di qui l’invito a «smettere di usarlo immediatamente» e a «gettarlo via», rivolgendosi a un medico in caso di effetti collaterali. A onor del vero, sul sito italiano dell’«acqua miracolosa» i referenti aggiungono che «ciò che è scritto nel sito a proposito degli usi curativi dell’Mms, tradotti dal libro dello scopritore, è solo un’opinione e non un consiglio medico».

Una foglia di fico, secondo il farmacologo Silvio Garattini: «In generale, sui siti dell’Mms ci sono tutte le affermazioni tipiche di un ciarlatano — dice —: si raccontano storie di persone che avrebbero avuto grandi benefici senza fornire la minima documentazione; si parla di rimedi naturali alternativi ai farmaci, dipinti come qualcosa soltanto di tossico e così via». A chi contatta telefonicamente il sito italiano che corrisponde a un numero della provincia di Biella, i «discepoli» di Jim Humble (a proposito, per diventarlo bastano 2 mila euro) ribattono tirando in ballo un «complotto internazionale delle multinazionali farmaceutiche e delle lobby mediche» per screditarli.

«È l’ennesima prova — ribadisce Garattini — che la vendita via internet di prodotti a supposta azione terapeutica, o che comunque vantino benefici per l’organismo, è un problema cui bisogna cercare di porre rimedio presto». In che modo? «Il primo passo sarebbe la creazione di un sito o un sistema che informi la popolazione regolarmente su quello che di "farmacologico", o presunto tale, viene venduto in internet — aggiunge il farmacologo —. Poi sarebbe necessaria un’azione molto più drastica da parte delle autorità regolatorie, finora piuttosto deboli: i siti di questo tipo dovrebbero ottenere un’autorizzazione preventiva prima di poter operare».



Ruggiero Corcella
05 settembre 2010



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Roma oltre i tre milioni di abitanti: ma 118mila sono romani “fantasma”

Il Messaggero

Studio dell'Anagrafe: tanti hanno residenze fittizie in altre città. Vantaggi fiscali che però sono un danno per la Capitale



 
di Fabio Rossi

ROMA (4 settembre) - I romani, intesi come cittadini che risiedono stabilmente nella Capitale, sono «più di tre milioni, senza considerare gli studenti fuori sede», dice Mauro Cutrufo, vice sindaco con delega all’Anagrafe. Studenti compresi si arriva addirittura a 3.106.318, secondo uno studio eseguito dagli uffici capitolini su tutti i nuclei familiari della Città eterna.

La cifra complessiva dei residenti “reali” supera abbondantemente i dati dell’Istat:
quelli, per capirci, su cui si basano i trasferimenti dello Stato al Campidoglio. Non una questione di lana caprina, quindi, ma particolarmente importante in un momento in cui si discute delle risorse per Roma Capitale.

Andiamo per ordine: l’ultimo censimento generale, nel 2001
, aveva fissato la popolazione residente a Roma in 2.546.804 persone. Il dato è stato poi corretto a più riprese dall’Istat, con i dati provenienti dagli uffici comunali, fino ad arrivare a circa 2.750.000 abitanti. Una cifra comunque inferiore a quella dell’Anagrafe, che registra (quasi) in tempo reale il numero di persone formalmente residenti in città: attualmente sono 2.864.519. Ma qui si comincia a salire. «Abbiamo registrato ben 118 mila persone che vivono stabilmente a Roma ma risultano residenti altrove, in particolare nei Comuni dell’hinterland». Non lavoratori temporanei o studenti fuori sede, sia chiaro, ma persone che fanno parte di nuclei familiare stabilmente residenti a Roma ma, per un motivo o per un altro, hanno la residenza anagrafica altrove.

I motivi possono essere tanti: dalla casa di famiglia nel paese di origine a quella al mare
, al pied-à-terre in montagna, spesso le famiglie decidono di far “risiedere” nella seconda casa, almeno formalmente, un proprio componente (nel 99 per cento dei casi uno dei due coniugi). Ciò, ovviamente, anche se quest’ultimo vive in pianta stabile nella Capitale. Tutto assolutamente legittimo, sia chiaro: il più delle volte si tratta di un espediente per ottenere anche sulle seconde case le agevolazioni fiscali (dall’Ici ai mutui) riservati alle prime abitazioni.

Per i “residenti di comodo” è un evidente risparmio, quindi.
Ma per il Comune di Roma è un doppio danno: in primis per i trasferimenti finanziari dallo Stato al Campidoglio, che come detto si basano sui dati dell’Istat. Ma anche per l’aliquota comunale sull’Irpef, che viene versata al Comune di residenza. Per intenderci, questi 118 mila cittadini vivono stabilmente a Roma, utilizzando i servizi comunali, ma la loro addizionale Irpef (così come i relativi trasferimenti statali) vanno al Comune di residenza “ufficiale”.

A questi, come detto, vanno aggiunti i circa centomila studenti universitari,
residenti altrove ma che vivono a Roma per dieci mesi l’anno, in media. Poi ci sono le persone senza fissa dimora, che vivono stabilmente a Roma, che il Comune valuta in 23 mila. Ultimo dato, quello dei residenti della Città del Vaticano: 799 persone in totale, ufficialmente residenti in uno stato estero, che gravitano stabilmente nell’area della Capitale.

Risultato totale: 3.106.318 abitanti “veri”,
360 mila in più di quelli stimati dall’Istat. E questo senza contare le 868 mila persone in media che, pur vivendo realmente in altri comuni, ogni giorno vengono a Roma per motivi di lavoro, studio o turismo.

«Quando si parla delle risorse e dei poteri per Roma Capitale
bisogna tenere conto delle vere peculiarità della città - sottolinea Cutrufo - Roma ha un territorio esteso come tutte le altre grandi città messe insieme e ha, in termini reali, una popolazione superiore ai tre milioni di abitanti». E questi dati, nelle trattative sui decreti della riforma, sono destinati a pesare.




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L'evasione dell'Avvocato, quell’ovatta mediatica attorno agli Agnelli

di Tony Damascelli



Le vicende tributarie della famiglia più nota d’Italia non sono state trattate come uno scandalo. Nessun processo in tv, solo timore reverenziale. Al contrario e Luciano Pavarotti furono additati come traditori della Patria. 


Verso la pace con il fisco: 100 milioni di multa




 



Gianni Agnelli, l’Avvocato, avrebbe oggi ottantanove anni. Probabilmente, anzi sicuramente, sua figlia Margherita non avrebbe litigato con Franzo Grande Stevens e con Gianluigi Gabetti. Probabilmente, anzi sicuramente, nessuno avrebbe saputo di patrimoni depositati all’estero, di vitalizi per le maitresses, di fondazioni e operazioni finanziarie in territorio non italiano. Gianni Agnelli non c’è più dal ventiquattro di gennaio dell’anno Duemila e tre e da quella notte, anzi nelle ore immediatamente successive (al mattino venne ugualmente convocata la riunione dell’accomandita di famiglia!) è incominciata un’altra saga della dinastia più illustre del Paese.

Sette anni per sapere e non capire, sette anni tra battaglie in tribunale, liti tra parenti e serpenti mentre sullo sfondo restava e resta quel bottino ultra miliardario nascosto alla stessa famiglia e, soprattutto, all’Erario. Un’evasione fiscale clamorosa, del più potente imprenditore italiano, una fuga dal dovere civile, sociale, di un senatore, a vita, della Repubblica.

Eppure non senti odore di scandalo, non si ha notizia di processi mediatici in televisione, in prima serata, nessun dibattito, nessun confronto per approfondire il fenomeno: il fenomeno di una famiglia che per mezzo secolo ha dominato la scena industriale e politica del Paese, esportando all’estero, oltre il denaro succitato, un’immagine positiva, affascinante, colta ed elegante dell’Italia altrimenti caciarona, mandolinara, spaghettara.

Il problema, dunque, non è la responsabilità, tutta da accertare, dell’Avvocato e dei suoi «tutori» nella gestione clandestina del patrimonio: se ne occuperanno i tribunali; il problema, piuttosto, riguarda il bavaglio che la stampa, tutta, ha voluto indossare (uso un verbo gentile) in questi ultimi anni, mesi, su una questione che con altri personaggi e interpreti ha provocato invece scalpore, denunce, prime pagine corredate da fotografie e mappe di spostamenti e residenze fittizie.

Valentino Rossi è stato uno di questi casi, da eroe a diavolo, da simbolo dell’Italia sana e vincente a bandiera nera del pirata furbo e manigoldo, comunque costretto a presentarsi in conferenza stampa, ad ammettere l’errore e a riparare previo versamento allo Stato dell’importo multimilionario. Così accadde anche per Luciano Pavarotti, protagonista dell’unica stecca della sua carriera, un’evasione di ventiquattro miliardi di lire che lo portò al patteggiamento, in televisione, davanti all’allora ministro delle Finanze, Ottaviano Del Turco (guarda i casi della vita nostrana), una stretta di mano, la concessione del pagamento a rate, non «comode» come si usa dire con cifre meno feroci. Dunque tutti i particolari di cronaca, il faccione in prima serata durante i telegiornali nazionali, regionali, locali, gli insulti e i fischi del popolo abituato a passare da piazza Venezia a piazzale Loreto.

Ma con Agnelli? Per favore. Con il miliardo e passa di euro nascosto altrove? Niente. Con le fondazioni e le azioni anche queste off shore? Niente ancora e sempre. Il silenzio, qualche riga nelle pagine interne del quotidiani, notizie del contenzioso familiare tra Margherita e donna Marella e via, per non scomodare il monarca che non c’è più e per non infastidire chi ne ha preso il posto.

Questo poteva accadere, anzi accadeva, nei favolosi anni dell’altro secolo, quando la figura dell’Avvocato era così imponente da mettere tutti, quasi tutti, comunque molti, compresi i suoi parenti, in silenzio rispettoso, all’ombra timorosa. Al massimo il mormorio di quartiere, le voci della fabbrica, la «Feroce» nei confronti di «Risula» (per il capello riccio), al massimo le scudisciate, in prima pagina con spillone rosso sull’Unità, di Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, che nei suoi corsivi chiamava il padrone della Fiat «l’avvocato Basetta il quale preferisce farsi chiamare con lo pseudonimo di Gianni Agnelli».

Una leggenda, che sembra però assai verosimile, riferì che il film «Il silenzio degli innocenti» ebbe questo titolo soltanto nella nostra lingua, conservando all’estero, in Francia, in Spagna, in Inghilterra, l’originale «Il silenzio degli agnelli». Bastava il rumore dei passi, l’annuncio che si sarebbe appalesato il signor Fiat e si creava il vuoto, tutti pronti alle riverenze «Arriva Agnelli, scortato da Luca Cordero di Montezemolo che non è un incrociatore» fu una delle cento battute di Mario Melloni.

I Fortebraccio contemporanei non conoscono Shakespeare, ma sembra che non conoscano nemmeno l’avvocato Basetta, lo evitano eventualmente, se la cavano dicendo che ormai appartenga al passato, preferiscono glissare sull’evasione miliardaria che, a contarli uno per uno quegli euro, sono roba da finanziaria tremontina. Meglio andare sul bersaglio facile, il centauro, il cantante, il musicista: fanno copertina, garantiscono l’audience. Meglio tenersi alla larga da quella montagna di soldi scomparsa nel nulla, meglio il silenzio. Il silenzio dei colpevoli.






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Repubblica

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