lunedì 6 settembre 2010

Motociclista morto a terra e gli automobilisti non si fermano

Corriere della sera


La vittima era stata centrata da un'auto che ha invaso la sua corsia all'uscita di un tunnel a Bolzano


La polizia municipale sta ora cercando di identificarli con le immagini di una telecamera


BOLZANO - Una vittima a terra, dopo un tragico scontro in moto, e molti automobilisti che passano a fianco senza nemmeno rallentare. La polizia municipale di Bolzano sta ora cercando di identificarli. Nell'incidente, all'uscita del tunnel di San Giacomo, alla periferia del capoluogo altoatesino, ha perso la vita un motociclista svizzero.

LE IMMAGINI RIPRESE DA UNA TELECAMERA - La ricerca viene effettuata grazie alle immagini riprese da una telecamere fissa all'imbocco della galleria che hanno consentito anche di stabilire la dinamica dell'incidente, provocato, come riferisce il comune di Bolzano, da un'auto che ha invaso la corsia percorsa dal motociclista, Andreas Staufer di 61 anni, investendolo in pieno. Le immagini mostrano anche un'altra automobile, che procedeva a distanza di pochi metri nella stessa direzione dell'auto investitrice, che non ha nemmeno accennato a rallentare, ma ha proseguito per la propria strada. Lo stesso hanno fatto altri automobilisti sopraggiunti poco dopo, che si sono limitati a fare lo slalom tra i mezzi incidentati per poi allontanarsi. I vigili urbani stanno cercando di risalire ai numeri di targa per segnalare questi comportamenti alla procura della Repubblica.

06 settembre 2010



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Tragedia durante il rally dell'Etna Auto esce di pista e uccide spettatore

IL Mattino

   


CATANIA (6 settembre) 


Durante la 45esima edizione della Corsa dell'Etna che si è tenunta a Nicolosi, in provincia di Catania, una delle vetture in gara è finita fuori pista investendo due ragazzi. Francesco Zappalà di 26 anni ha riportato gravi ferite ed è deceduto nella notte, mentre suo fratello Emanuele, 21enne, se la caverà con 40 giorni di prognosi per un trauma al bacino. Il pilota, Rocco Russo, ha perso il controllo dell'auto per cause ancora da accertare, andando a sbattere violentemente contro un muretto dove erano seduti i due ragazzi. Sul posto sono intervenuti i volontari di Sicilia Emergenza che hanno coordinato i soccorsi, la polizia stradale e i carabinieri delle compagnie di Paternò e di Nicolosi. Le indagini dovranno chiarire se la causa dell'incidente è da attribuire all'imperizia del pilota o a un problema tecnico della vettura.


Pacco posta celere spedito il 13 agosto... è ancora in viaggio

IL Mattino



Egregio Direttore

le sottopongo la mia esperienza con il servizio delle Poste, augurandomi che possa trovare spazio sul suo giornale. Anche se oggi, purtroppo in un paese allo sfascio come il nostro quanto vissuto può considerarsi la normalità, vorrei che cittadini onesti e civili, come chi le scrive, si rendano conto che in casi come il mio, nel quale si è danneggiati non c'è soluzione al problema.


Cordiali saltuti
S. D'Angelo


NORMALITA' ITALIANA

 
L’11 di agosto mi spediscono un oggetto con Pacco celere 3. A tutto il 14 il pacco non mi viene recapitato.

Parto per le vacanze, ma nel luogo di recapito ci sono persone che possono ricevere la spedizione.


Rientro dalle vacanze e del pacco nessuna traccia.


Consultato il “Dove e Quando” del sito delle Poste Italiane, apprendo che il pacco è in giacenza causa l’indicazione di un “errato indirizzo”.


Contatto immediatamente il mittente il quale mi fornisce copia della bolla di spedizione, dove l’indirizzo risulta essere più che corretto.


In data 23 agosto contatto telefonicamente il numero verde delle Poste Italiane, dove un operatore, fattomi il terzo grado, apre una “pratica di svincolo” assicurandomi che il pacco mi verrà consegnato entro le 24/48 ore.


Trascorse le 48 ore, ma nulla ricevuto, mi ricollego al sito delle Poste Italiane dove apprendo che il pacco è si in viaggio, ma con destinazione mittente.


Ricontatto telefonicamente il numero verde per avere delucidazioni ed un’altra operatrice, verificate tutte le mie dichiarazioni, mi informa che “la pratica di svincolo non andava istruita perché erano decorsi i termini di giacenza” e me lo dice con un tono che farebbe immaginare fossi stato io scegliere quella soluzione "fuori termine".


Dunque il pacco è in viaggio per il mittente, confermato.
Trascorono alcuni giorni ma nemmeno il mittente ha notizie del pacco.

Contatto ripetutamente il numero verde delle Poste Italiane e dopo aver ascoltato tutti i messaggi pubblicitari ed informativi riesco a parlare con gli operatori i quali, di volta in volta, mi forniscono indicazioni diverse :


- vada ad un ufficio postale ad aprire la paratica di reclamo;


- contatti l’SDA di Marcianise, loro potranno dirle dov’è al momento il pacco;


- faccia aprire una pratica di reclamo al mittente;
tutto questo quando “inspiegabilmente” non cade la linea durante la conversazione.

In data 3 Settembre mi decido, considerati i risultati ottenuti, a recarmi in un ufficio postale dove poter guardare negli occhi il mio interlocutore e fare quanto “indicatomi” da qualche operatore del numero verde delle Poste Italiane.


Mi reco presso quello di via Vesuvio, poco distante dal luogo di recapito del pacco, dove è assente il direttore ma dispostoa a ricevermi il suo vice.
Questi, apprese le mie lamentele mi informa che “loro non possono fare niente” e che se avessi voluto sapere dov’era il pacco potevo recarmi al CMP di via Galileo Ferraris.

Mi metto in auto e vado.


Strada chiusa per lavori ed 1 ora per percorrere 2 km circa.
Arrivo all’’ufficio. Ripeto la poesia e la risposta à “ ..e noi che ci possiamo fare, noi qui accettiamo i pacchi ma poi ….”  Facendo appello alla pazienza rimasta chiedo gentilemente qual è l’iter previsto in casi come quelli che stavo vivendo io .

Un “consiglio” : non siate drastico…aspettate qualche giorno ancora e poi fate inoltrare reclamo al mittente, voi non potete fare altro.
Ritorno all’ufficio postale di via Vesuvio, augurandomi di incontrare nuovamente il vicedirettore, ma questa volta, manca lui è c’è il direttore. Racconto nuovamente la poesia e ancora una volta “spallucce”, perché non è loro competenza.

Bisogna contattare il numero verde.


Ora, con la mole di movimentazione di corrispondenza che hanno le Poste Italiane che un pacco possa non essere recapitato può accadere, ci può stare, fa parte dei rischi. Ma che con tutti gli strumenti tecnologici a disposizione, call center, pagine web e impiegati di cui dispone, un cittadino a poco meno di un mese dalla spedizione di un pacco non recapitatogli, non riesca ad avere una risposta e’ INACCETTABILE!!.


Possibile che un pacco sia in viaggio dal 23 Agosto e non si sappia in quale luogo è ?


Devo immaginarlo forse percorrere qualche corsia di chissà quale autostrada ? Magari da solo ?


La tracciabilità delle spedizioni a cosa serve ?


Perché gli impiegati del numero verde si contraddicono l’un l’altro per poi farsi contraddire dagli impiegati in carne ed ossa ?


Ed infine “DOVE DIAVOLO E’ OGGI IL MIO PACCO ?”




Ecco le domande che non hanno avuto risposta ad oggi.


E per concludere, a tutti gli operatori del 803.160, che molto professionalmente e educatamente hanno chiuso la conversazione in seguito alle mie richieste di chiarimenti auguro pari sorte in caso di personale necessità.


S. D'Angelo




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La mamma di Sarah chiede aiuto al Presidente della Repubblica

Corriere della sera


Il Tgcom pubblica un tema della ragazzina: «Non vedo l'ora di andarmene da Avetrana»





ROMA
- Alla disperazione della mamma di Sarah Scazzi, la 15enne sparita da Avetrana il 26 agosto, non resta che un appello a Napolitano: «Rivolgo un accorato appello al presidente della Repubblica affinché invii ulteriori aiuti alle forze dell’ordine per cercare Sarah. Sono una mamma disperata». E' stato questo, in sintesi il messaggio che Concetta Serrano Spagnolo, ha rivolto a SkyTg24.


IL VIMINALE: «ATTIVATI TUTTI I CANALI» - Il Viminale ha riferito che il commissario straordinario del Governo per le persone scomparse ha immediatamente attivato tutti i canali necessari alla ricerca della ragazza mantenendo, sin dal primo momento successivo alla denuncia, strettissimi contatti con le forze di polizia attivate e con il magistrato incaricato di coordinare le indagini. Altri contatti, per le immediate battute di ricerca, sono stati tenuti con il prefetto di Taranto competente per territorio. Le massicce attività di ricerca e le indagini, tuttora in corso, sono costantemente seguite dall'Ufficio commissariale nell'ambito dell'attività istituzionale di raccordo operativo con tutti i soggetti coinvolti nelle operazioni tese al rintraccio della minore scomparsa.


IN UN COMPITO: «NON VEDO L'ORA DI ANDARMENE» - Intanto, mentre continuano le ricerche, il Tgcom pubblica dei documenti che mostrerebbero un malessere di Sarah nei confronti della famiglia e in particolare della madre, in particolare nel test scolastico. «Ciao mi chiamo Sarah. Mia madre si chiama Concetta, ha circa 49 anni. E’ molto fredda, forse perché è stata adottata non vado molto d’accordo con i miei genitori, specialmente con mia madre, ci litigo ogni giorno, anche per stupidaggini». E’ un tema scritto dalla quindicenne scomparsa, un documento che, alla domanda "Che rapporto hai con tua madre?", risponde "conflittuale". Ne esce un quadro di una ragazza che ama viaggiare, che sogna di lavorare come cameriera su una nave da crociera, che adora il fratello ma che ha un grande desiderio, che emerge dal test, una inquietante verità, utile alle indagini in corso: «per me vivere ad Avetrana è: non vedo l’ora di andare via».

06 settembre 2010




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Terremoti, l'Ingv: «Stiamo pensando di smettere di informare sulle scosse»

Corriere della sera


Il presidente Boschi: «I nostri dati utilizzati per arrivare a conclusioni che non stanno né in cielo né in terra»



Bertolaso: «troppi profeti di sventura»







MILANO - L'Ingv sta meditando di smettere di rendere pubblici i dati sui terremoti per evitare che siano travisati. Lo afferma Enzo Boschi, presidente dell'istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, commentando il messaggio di Guido Bertolaso al congresso della Società geologica italiana. Il Capo Dipartimento della Protezione civile aveva parlato dell'«affermarsi di profeti di sventura» a proposito dei terremoti: «Condivido in pieno quello che ha detto Bertolaso - è il commento di Boschi - noi stiamo valutando di smettere di informare, e di non rendere raggiungibili i nostri dati via Web, perché vengono usati per arrivare a conclusioni che non stanno né in cielo né in terra». 


I principali responsabili, continua Boschi, sono i media: «La colpa è dei giornalisti - afferma Boschi - e dei politici locali che hanno la responsabilità in caso di terremoti perché non controllano le strutture, ma cercano di scaricarla. Poi ci sono coloro che sono desiderosi di apparire, e che trovano sempre qualcuno che voglia fargli fare uno scoop». Boschi condivide anche un'altra affermazione di Bertolaso, secondo cui in Italia si sottovaluta il rischio sismico: 

«Noi lo diciamo da 30 anni - afferma Boschi - ma ogni volta che c'è un terremoto c'è la solita sceneggiata. Basterebbe verificare la tenuta degli edifici, abbandonare quelli che non resistono al sisma e ristrutturare quelli per cui è possibile intervenire, oltre a costruire gli edifici nuovi in maniera antisismica. In Italia invece si costruisce male, perché tutto diventa un affare, e non si fanno i controlli. In Giappone e California, stati sismici e ricchi come l'Italia, si è riusciti in questa impresa. Da noi se ne parla da 30 anni ma non si è fatto nulla». 


PROFETI DI SVENTURA - In precedenza, il Capo Dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso, in un messaggio inviato all'85/o congresso della Società geologica italiana, aveva criticato «l'affermarsi di profeti di sventura al posto di chi ha scelto la scienza della terra come ragione di vita, il prevalere dell'urlo sul ragionamento, il sovrabbondare dell'emozione suscitata con i metodi mediatici rispetto all'affievolirsi delle voci che ragionano, studiano, analizzano e apprestano soluzioni». 




La mappa dei terremoti sul sito dell'Ingv
La mappa dei terremoti sul sito dell'Ingv
LE PROBABILITA' - La presa di posizione di Boschi arriva mentre in Abruzzo è stata registrata nelle ultime settimane un'intensificazione dei fenomeni sismici (guarda): l'ultima scossa, di magnitudo 2.1, si è verificata alle 11:47 nel distretto sismico dei Monti Reatini con epicentro tra Montereale (L'Aquila) e Borbona (Rieti) e profondità di 9.7 km. A tal proposito, proprio l'Ingv ha inviato una nota alle autorità locali nella quale si fanno previsioni probabilistiche sulla possibilità che si verifichino - fino al 7 settembre - scosse violente nell'area. In questo periodo, sempre stando nel campo delle ipotesi basate su calcoli probabilistici e metodi in via di sperimentazione, ci sarebbe il 2% di probabilità di un terremoto di magnitudo 4 o superiore e lo 0,1% di un terremoto pari o superiore al 5.5. Nella nota si sottolinea «che la zona interessata dallo sciame ricade nell'area a maggiore pericolosità sismica nel nostro paese ed è classificata zona 1».


LE INDAGINI - Nel giugno scorso la procura dell'Aquila ha iscritto nel registro degli indagati i membri della Commissione Grandi Rischi che il 31 marzo 2009, 6 giorni prima del terremoto che sconvolse il capoluogo abruzzese, parteciparono alla riunione che si tenne in città. Tra gli indagati, sette persone in tutto, alcuni funzionari ai vertici del Dipartimento della Protezione Civile e dello stesso Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Le indagini della Procura sono finalizzate a chiarire se gli esperti e i rappresentanti della Protezione Civile abbiano fornito alla popolazione elementi troppo rassicuranti in rapporto allo sciame in atto in quelle settimane. «Se si dovessero prendere in considerazione alcune dichiarazioni rilasciate dai magistrati aquilani - era stata la replica della Protezione Civile alla notizia - dovrebbero essere evacuate Bologna, Isernia ed innumerevoli comuni delle provincie dell'Aquila e di Rieti. Azione che, a quanto risulta, non è mai messa in atto preventivamente in alcuna parte del mondo, compresi Giappone e California.».



Redazione online
06 settembre 2010

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Edimburgo, ancora vergine a 106 anni

Libero






Ha scelto il giorno del suo 106esimo compleanno, e le pagine del “The Sun”, per rivelare al mondo di essere ancora vergine e di non aver nemmeno mai baciato un uomo. E il motivo? Isa Blyth, l’arzilla vecchietta in questione, spiega: “Perché non ne ho mai sentito il bisogno e soprattutto non ho mai avuto il tempo di stare dietro ad una relazione”.

Isa è nata nel lontano 1904 ed è sempre vissuta a Edimburgo. Ha lavorato per 35 anni come segretaria alla North British Distilleries, una fabbrica di whiskey situata proprio nella città scozzese. Lei ha passato la sua vita impegnata nel coro della chiesa, a dedicarsi al giardinaggio e a giocare a golf. Sarà forse questo il segreto della sua longevità? Ovviamente non ci è dato saperlo. Oggi vive in una casa di riposo, sempre a Edimburgo, e ha festeggiato il suo compleanno a suon di torta e champagne.

La nipote dell’arzilla vecchietta, Sheena Campbell di 67 anni, ha spiegato che la zia "è sempre stata molto presa dalle attività parrocchiali e avendo anche un lavoro impegnativo non ha trovato il tempo di farsi una sua famiglia". Poi prosegue: "è sempre stata una ragazza con la testa sulle spalle e si è presa cura dei suoi fratelli e sorelle. Non aveva nemmeno tempo per essere triste e ancora oggi alla sua età, ha un carattere straordinario".


06/09/2010




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Parroco si innamora e se ne va: «Voglio vivere sull'altopiano di Asiago»

Il Messaggero



PADOVA (6 settembre) - Si è allontanato dalla sua comunità. Una scelta, quella di don Romano Frigo, che ha addolorato i parrocchiani di Cervarese Santa Croce (Padova), indulgenti nel definirlo coraggioso, se lo scopo è quello di capire quale sarà la sua strada. Le voci di una probabile relazione fra il prete e una ragazza sono incalzanti e di lei si vocifera che sia giovane, laureata non molto tempo fa.

Ora, della ragazza sembra si siano perse le tracce, o meglio, le insistenti voci di paese dicono che si sia trasferita a vivere in un'altra provincia. Spostamento che pare sia avvenuto negli ultimi mesi, quasi in coincidenza con la richiesta avanzata dal sacerdote al vescovo Antonio Mattiazzo di concedergli «un periodo di riflessione». Scelta quella del prete di tornare a vivere nell'Altopiano di Asiago con la madre che potrebbe essere stata spinta anche dal crescere dell'amicizia nei confronti della ragazza.


Prima o poi qualcosa deve accadere, sembra essere stata la considerazione che il sacerdote ripeteva di frequente negli ultimi tempi. E così alla proposta del Vescovo di intraprendere un nuovo percorso pastorale dopo undici anni di attività nella parrocchia di Cervarese Santa Croce, dove era molto benvoluto, la richiesta di don Romano di essere sollevato dal suo incarico potendosi ritirare a Canove di Roana, suo paese d'origine.


Un sacerdote che fin da subito ha saputo far presa sulla comunità di Cervarese. È noto anche per la sua passione per i viaggi in bicicletta, tanto da scrivere un libro dal titolo "Ora et pedala".




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Il pomodoro di Pachino? E' israeliano

Corriere della sera


Il successo dei pomodorini si deve ad una varietà di semi introdotti in Sicilia dalla Hazera Genetics



l'azienda israeliana ha introdotto nell'ortaggio due geni che li conservano a lungo




MILANO - Qualche giorno fa il ministro Galan, parlando dell’importanza della ricerca in campo agricolo, ha affermato che il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele e poi trapiantato in Sicilia. In molti si sono stupiti: «E' mai possibile che un prodotto tipico italiano abbia una origine straniera?». Certamente. Il ministro Galan non ha sbagliato. Sino alla fine degli anni ottanta nelle case degli italiani si consumavano quasi esclusivamente i classici pomodori insalatari, di forma e grandezza variabili e di colore dal verde al rosso. 


I pomodori piccoli a grappolo non si trovavano al supermercato, per non parlare di quelli «ciliegino» che invece ora sono diventati popolarissimi e molto ricercati. Pomodori di questo tipo, a volte di colore giallo rossastro, venivano coltivati prevalentemente negli orti familiari del meridione e definiti «da serbo» perché vi era l’usanza di appenderne i grappoli al riparo dalle intemperie e conservarli per il consumo invernale.



LE VARIETA' - Oggi al supermercato troviamo una grande varietà di pomodori e tra questi spiccano quelli provenienti da Pachino. In quel paese in provincia di Siracusa e in alcuni paesi limitrofi si produce un pomodoro che dal 2003 può addirittura fregiarsi dell’IGP (Indicazione Geografica Protetta). In quell’area il clima, la temperatura, il suolo, la posizione e la salinità dell’acqua di irrigazione sono particolarmente adatti a produrre uno dei vanti dell’agroalimentare siciliano e italiano: il «pomodoro di Pachino» IGP. Con questo termine il consumatore identifica ormai il classico pomodoro «ciliegino». 


In realtà il marchio IGP identifica solo la zona di produzione e vi sono altre tipologie di «pomodori di Pachino», come il costoluto o quello tondo liscio. Le prime coltivazioni di pomodoro in quell’area risalgono al 1925, lungo la fascia costiera. Negli anni ’60 nascono le prime serre di copertura in polietilene, che ancora oggi caratterizzano queste produzioni. In quegli anni si coltivavano prevalentemente pomodori insalatari a frutto grosso. Ma non sono state le antiche varietà locali, come qualcuno pensa, a portare al successo il pomodoro di Pachino. 


Nel 1989 l’azienda sementiera biotech israeliana, Hazera Genetics, introduce in Sicilia attraverso Comes S.p.A, divenuta poi Cois 94 S.p.A, due nuove varietà di pomodori: il ciliegino Naomi e la varietà Rita a grappolo. Nel giro di pochi anni questi due prodotti raggiungono una enorme popolarità ed entrano nelle case di tutti gli italiani e la tipologia ciliegino diventa sinonimo di «pomodoro di Pachino». 


Il successo dei semi di Hazera continuerà negli anni successivi con altre varietà come il datterino Lucinda o il ciliegino Shiren. Ben presto anche altre aziende sementiere, quasi sempre straniere, sviluppano le loro varietà registrate a grappolo o ciliegino, come il Cherry Wonder di Asgrow o il Conchita di De Ruiters seeds. Hazera è una azienda sementiera attiva anche nel campo degli OGM, ma il ciliegino Naomi, il pomodoro a grappolo Rita e i semi più recenti sono stati ottenuti con altre tecniche biotecnologiche e non sono OGM.



SEMI IBRIDATI - Determinante per il successo di questi pomodori è stata l’introduzione, da parte dell’azienda biotech israeliana, di due geni (chiamati rin e nor) che permettono di mantenere inalterate le caratteristiche del prodotto per un periodo di 2-3 settimane dopo la raccolta. Questi semi sono ibridi F1, come tanti altri semi frutto della ricerca scientifica delle aziende sementiere sviluppati negli ultimi decenni. Questo significa che ogni anno gli agricoltori devono ricomprare i semi ibridi registrati pena la perdita delle caratteristiche agronomiche desiderate. 


Questa non è una eccezione nel panorama agroalimentari italiano: sfogliando il catalogo delle varietà vegetali registrate nell’Unione Europea si scopre che molti altri prodotti italiani usano semi registrati da aziende sementiere straniere. Aziende che spesso sono le stesse grandi multinazionali che producono OGM perché negli ultimi anni nel settore sementiero e agrobiotech si è assistito ad un fenomeno di forte ristrutturazione e concentrazione. Praticamente ogni grande multinazionale agrobiotecnologica possiede una azienda sementiera che sviluppa e commercializza anche semi non transgenici. 


Sono passati i tempi quando erano gli agricoltori a costituire nuove varietà, selezionando e incrociando i migliori esemplari trovati nei campi, magari mutati casualmente. Oggi per produrre una nuova varietà agricola servono molti anni di sviluppo, investimenti e ricerca scientifica biotecnologica avanzata. Oltre che una visione strategica. Le moderne biotecnologie non sono nemiche dei prodotti tipici, le cui piante vengono continuamente migliorate pur rimanendo «tipiche». Nel secolo scorso la ricerca italiana era all’avanguardia nella genetica agraria. Saprà la politica rimettere in moto la ricerca italiana in questo campo e riportarla ai fasti passati?


Dario Bressanini
06 settembre 2010



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Paradosso campano, treno deserto ma dismetterlo costa troppo

Il Mattino

  

NAPOLI (6 settembre) - Un ramo secco per un convoglio che viaggia mediamente con un paio di persone a bordo: è quello che unisce ogni mezz’ora Castellamare di Stabia a Gragnano, un solo vagone con motore diesel rumoroso e inquinante.

Ma il paradosso è che toglierlo costa di più che mantenerlo in esercizio: da anni si parla infatti di un progetto di trasformazione in metropolitana urbana, naturalmente elettrica, ma finora nulla evidentemente per i costi.


Oltretutto il percorso tra le due cittadine è costellato da ben sette passaggi a livelli chiusi che creano molti problemi alla viabilità. Ora si attende l’ok di Trenitalia per un progetto di tram leggero. Poi toccherà alla Regione.




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Acciaroli, ucciso il sindaco di Pollica. Il pm: «Era in prima linea contro l'illegalità»

Il Mattino


SALERNO (6 settembre) - Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica, Comune del Cilento, è stato ucciso nella notte in un agguato ad Acciaroli mentre rientrava nella sua abitazione. A freddarlo, diversi colpi d'arma da fuoco - almeno sei o sette - sparati anche sul volto.

Le indagini. Sul posto è giunto il procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania, Alfredo Greco il quale coordina le indagini dei carabinieri, guidati dal comandante del nucleo operativo del comando provinciale di Salerno, tenente colonnello Francesco Merone. L'auto è ferma in una stradina, a poca distanza dall'abitazione del sindaco, nella frazione Acciaroli. Vassallo aveva 57 anni. Era sposato e padre di due figli impegnati nel settore della ristorazione. Eletto in una lista civica nel marzo scorso, Vassallo era al secondo mandato consecutivo. In passato era stato anche consigliere provinciale di Salerno.

Cadavere scoperto dal fratello. È stato il fratello di Angelo Vassallo a scoprire il delitto. L'uomo era stato avvertito a tarda ora dalla cognata, la moglie del sindaco, del mancato ritorno a casa del marito ed aveva cominciato a cercarlo ad Acciaroli, una delle due frazioni del comune di Pollica. Poco dopo le due di notte ha avvistato l'auto del fratello, una Audi, sul ciglio di una strada, in località Cerza Longa, dalla quale si raggiunge la sua abitazione, che dista circa cento metri dal luogo in cui è stato trovato il cadavere. La strada è stata costruita poco più di un anno fa e conduce al depuratore di Acciaroli. I bossoli ritrovati sul selciato sono stati sparati da una pistola calibro 9.





«Ultimamente era preoccupato». Il procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania, Alfredo Greco, che coordina le indagini sull'omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, aveva una conoscenza diretta della vittima dell'agguato. «Negli ultimi tempi era preoccupato e mi teneva costantemente informato sugli sviluppi di alcune vicende. Era un uomo che si batteva contro l'illegalità ed era sempre in prima linea. Quando accadeva qualcosa di particolare sul suo territorio, me lo segnalava». «Ci sono molte piste da seguire - dice il magistrato - e per il momento non abbiamo un orientamento preciso sul possibile movente». «Non sappiamo ancora - conclude Greco - neppure se abbia agito una o più persone. Si può pensare di tutto».


Era il «sindaco-pescatore». Angelo Vassallo sposato e padre di due figli, in passato è stato anche Consigliere provinciale di Salerno. Nel Cilento era conosciuto come il «sindaco-pescatore» per la sua attività principale. Vassallo da sempre aveva improntato la sua azione politica a difesa dell'ambiente. Era iscritto al Partito democratico anche se negli ultimi tempi aveva assunto una posizione abbastanza critica nei confronti della sinistra. Proprio il mese scorso aveva rilasciato una intervista esprimendo apprezzamento per il decisionismo della Lega, lamentando troppa lentezza nella risoluzione dei problemi del Mezzogiorno. Vassallo è stato più volte sindaco di Pollica nel cui territorio ricade la spiaggia di Acciaroli, rinomata per le sue acque limpide (è segnalata con cinque vele nella Guida Blu di Legambiente) e polo di attrazione di migliaia di turisti italiani e stranieri.




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Sexy giallo a Salsomaggiore: a Miss Italia forse c'è un trans

E se ci fosse veramente una trans tra le sessanta finaliste di Miss Italia? Patrizia Mirigiliani: "Sarebbe squalificata, ma il caso creerebbe un precedente che potrebbe portare a cambiare il regolamento del concorso"



 
E se ci fosse veramente una trans tra le sessanta finaliste di Miss Italia? «Sarebbe squalificata, ma il caso creerebbe un precedente che potrebbe portare a cambiare il regolamento del concorso». Lo dice Patrizia Mirigliani, la patron della manifestazione che, dopo la segnalazione arrivata in redazione e che circola sui siti, non conferma, ma neppure smentisce la voce riportata sul Giornale di ieri.

E da Salsomaggiore, presentatori e giurati non escludono a priori l’ipotesi, anche se si tengono lontani da eventuali indagini. Perché è un argomento troppo delicato e non è certo immaginabile mettersi a frugare nella vita e nei vestiti delle persone. In ogni caso, se si dovesse scoprire che tra le concorrenti c’è un uomo diventato donna o in via di cambiamento di identità sessuale, il regolamento parla chiaro: «Sono ammesse solo persone donne fin dalla nascita».

«A me non risulta che ci sia una transessuale - ci spiega la Mirigliani - Ovviamente se tra le finaliste ci fosse una ragazza operata, personalmente non sarebbe un problema visto che anche lo Stato lo riconosce. Per noi il rispetto verso la persona è fondamentale, qualsiasi sia la scelta di vita». Ma il regolamento?

«È vecchio, scritto molti anni fa, su questo punto andrebbe modificato e magari se ci si presentasse questo caso, sarebbe uno sprone per cambiarlo, ovviamente in futuro perché non possiamo farlo in corso. Miss Italia è lo specchio dei tempi ed è giusto dunque che si evolva anche in questo senso. Un tempo non potevano partecipare le donne sposate o madri e neppure le giovani con un colore diverso dalle pelle, ora queste cose sono state superate, dunque si va avanti».

Le fa eco Milly Carlucci, la conduttrice della kermesse in onda sabato, domenica e lunedì su Raiuno: «Per me non sarebbe certo uno choc scoprire che c’è un trans tra le ragazze. Se è diventato donna ha tutti i diritti di partecipare al concorso. La norma del regolamento è buffa e discriminatoria, figlia di un’altra epoca, dovrebbe essere cambiata, ma non è una questione che spetta a me».

Ma le sembra che tra le ragazze vi sia qualcuna più androgina? «L’ultima cosa che farei è andare a caccia del sospettato. Dietro queste decisioni, si sa, ci sono spesso storie di sofferenza e di scelte difficili. Quindi massimo rispetto. Certo è che, in generale, si nota che i canoni della bellezza sono cambiati molto negli ultimi anni: non ci sono più le Sophia Loren, le bamboline formose, le ragazze sono più androgine, con spalle larghe e muscoli».

L’esperto del settore «bellezza», il famoso fotografo Bob Krieger, che fa parte della giuria tecnica che sceglie le finaliste, strabuzza gli occhi. «Un trans? Se ci fosse me ne sarei accorto, non mi sfuggono queste cose, comunque se fosse, sarebbe la prima volta che mi sbaglio. Ovviamente non avrei problemi ad accettarlo in concorso. E lo dico io che nel ’96 sono stato cacciato dalla giuria perché non ritenevo giusto che Denny Mendez diventasse Miss Italia.

In quegli anni una ragazza di colore secondo me non poteva rappresentare l’Italia, perché non era un Paese così multirazziale come lo è ora. Lo stesso vale per l’identità sessuale: ormai il cambiamento di sesso è possibile e riconosciuto anche anagraficamente. E poi le ragazze ora sono molto androgine, hanno poco seno, cosce muscolose e addominali scolpiti. Pensate: Eva Robin’s è bellissima». E le finaliste del 2010 come sono per lei? «Veramente carine e soprattutto sveglie e preparate, hanno il coraggio di ballare e cantare senza musica di base davanti a una giuria che sta lì a giudicarle in pochi minuti. Sono delle eroine».

E che pensa il principe Emanuele Filiberto che, nel suo nuovo mestiere televisivo, affiancherà la Carlucci nella guida della manifestazione? «Bé, se ci fosse un trans gli farei i miei complimenti perché sarebbe bellissimo: ho visto tutte queste ragazze e sono una più splendida dell’altra, per cui tanto di cappello. L’importante è che non si scateni una caccia pruriginosa, perché non si scherza sulla vita privata di persone che possono anche aver sofferto».


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Siniscalchi: «Lepore, Mancuso e Bassolino: questo accadde in Procura»

Corriere del Mezzogiorno


Il penalista e i retroscena dei suoi quattro anni al Csm: «Isolati i magistrati che hanno indagato sui rifiuti»



Vincenzo Siniscalchi
Vincenzo Siniscalchi
NAPOLI




Vincenzo Siniscalchi, penalista, parlamentare per dodici anni, gli ultimi quattro trascorsi nelle stanze di Palazzo de’ Marescialli da consigliere laico del Csm...
«No». 


Come no?
«Non mi chiami laico». 


Guardi che i membri eletti dal Parlamento si chiamano «laici», non lo sapeva?
«Io sono un diversamente togato». 


Che fa, scherza?
«No, ma la toga la indossano anche gli avvocati e i professori universitari. E a me ’sta storia che i magistrati si debbano chiamare togati proprio non mi va giù. Manco fossero di un altro livello». 


Con queste premesse saranno stati quattro anni...
«Bellissimi. L’importante è mettere le cose in chiaro, il resto è un’esperienza fantastica». 


Addirittura.
«Certo. Entri nel governo della magistratura. E ne scopri le logiche, gli schieramenti, le vere ragioni che si nascondono dietro le scelte. Come quella volta che...». Ci sono storie che, per essere raccontate, hanno bisogno di decantare. Ci sono segreti che, per essere svelati, hanno bisogno di tempo. Ci sono retroscena che, per essere rivelati, hanno bisogno della tranquillità di un edificio silenzioso nel cuore della Chiaja d’un tempo. Palazzo Fernandes, via Carducci, martedì scorso, le cinque del pomeriggio. Vincenzo Siniscalchi siede tenendo in mano un bicchiere di the freddo alla pesca. 



Dietro di lui, una fila di testi giuridici Guida al diritto scrupolosamente ordinati per anno di pubblicazione, il quadro di un Vesuvio che erutta, un altro con su scritto Vedi Napoli e poi muori (ma con tanto di corni sotto), una rubrica telefonica con ancora incollato un vecchio adesivo dell’Ulivo e una bandiera del Canada. Davanti, due ore di ricordi, battute, aneddoti, retroscena. Il racconto di quattro anni vissuti al Consiglio superiore della magistratura. 


Bellissimi ma turbolenti. Perché s’era dimesso?
«Il ministro della Giustizia parlò di programma spartitorio sulle nomine, e io presiedevo la commissione che conferiva gli incarichi. Che facevo, restavo lì mentre mi accusavano di lottizzare?». 


Dica la verità, davvero le spartizioni non esistono?
«Ci sono eccome, ma solo nelle nomine a pacchetto, quelle dove si vota un blocco di dieci o dodici magistrati».


Il resto invece fila a meraviglia?
«Le criticità esistono, ma non sono quelle sollevate dalla polemica politica contro il Csm. Sono, piuttosto, espressione di riflessi corporativi della magistratura». 


Un esempio...
«I magistrati fuori ruolo, che sono tantissimi anche a Napoli. Il presidente del tribunale Carlo Alemi cerca di bloccare questo fenomeno, ma i suoi pareri negativi vengono puntualmente superati da accordi al Csm. E poi si lamentano che gli organici sono scoperti. Le toghe devono adottare un self-restraint. E questo non è l’unico caso». 


Gli altri?
«Ad esempio l’enorme serie di incompatibilità che ho accertato a Napoli. Ci sono mogli, mariti, fratelli e sorelle di magistrati che fanno gli avvocati. Certo, devono esercitare in settori separati tra civile e penale, ma questo limite è sufficiente?». 


Ecco, a proposito di limiti. Qualcuno forse i magistrati l’hanno superato. Come ha vissuto gli scontri tra pm in Campania l’uomo che governava le toghe?
«Devo premettere che la qualità dei magistrati è ottima. Ricordo nomine di persone eccezionali. E quattro momenti caldi: il caso dell’ex ministro Clemente Mastella, lo scontro tra la Procura di Salerno e quella di Catanzaro, lo strappo tra il procuratore di Napoli e i suoi pm, le interviste di Vincenzo Galgano». 


Iniziamo dall’inchiesta sull’ex Guardasigilli.
«L’intera vicenda in sé è stata pietosa per la magistratura. Il procuratore Mariano Maffei non ha avuto capacità di controllo, gli è sfuggita dalle mani la gestione dell’inchiesta. E in una Procura spaccata occorreva un vertice che desse risposte forti». 


Avete mandato Corrado Lembo...
«Persona perbene e magistrato di grande equilibrio. Io però votai per Franco Roberti». 


E fu messo in minoranza. Sbagliò?
«La nomina di Roberti fu affossata da Magistratura democratica. Rimasi molto sorpreso, mandarlo lì sarebbe stata la naturale prosecuzione del suo lavoro sul fronte anticamorra». 


Vede allora che le correnti pesano?
«Quella della non nomina di Roberti obiettivamente non è stata una dinamica normale». 


Però Lembo...
«È un procuratore eccellente. Forse era meglio invertirli: Roberti a Santa Maria Capua Vetere, Lembo a Salerno». 


Salerno, il secondo caso campano dei suoi anni al Csm. Che idea s’è fatto?
«Ho partecipato all’istruttoria in prima commissione. Ci fu un’oggettiva anomalia di condotte, ma oggi devo dire che la decisione di proporre il trasferimento del procuratore di Salerno Luigi Apicella e del Pg di Catanzaro Enzo Iannelli fu troppo pesante. Lo stesso errore commesso poi con Luigi De Magistris». 


Pentito anche della posizione assunta in quel caso?
«Era chiaro che c’era una questione relativa a un eccesso di esternazioni da parte di quel pm. Ma il Csm l’ha di fatto costretto a lasciare la magistratura». 


Cosa doveva fare?
«Cosa non doveva fare, piuttosto. Invece di limitarsi a censurare l’atteggiamento del magistrato, è entrato nel merito della condotta processuale. L’ho sempre detto, attenti all’accetta disciplinare: intervenire su inchieste in corso, anche le più discutibili, rischia sempre di apparire come un tentativo di condizionarle». 


Ha fatto bene De Magistris a candidarsi?
«No, è una cosa sbagliata. Così come è sbagliato che il pm che indaga sul presidente della Regione Puglia poi scenda in campo contro di lui. La legge però glielo consente, e in dodici anni non ho mai visto nessuno proporre una norma per impedire che ciò accada». 


Il Csm è intervenuto anche sul caso Napoli. Che clima si respirava in quei giorni?
«Il presidente delòla Repubblica Giorgio Napolitano era molto turbato delle fibrillazioni interne all'ufficio partenopeo».


Lei ha dato torto al procuratore Giovandomenico Lepore nello scontro con i due pm titolari dell’inchiesta sui rifiuti, Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo. È ancora convinto di quella scelta?
«La decisione di procedere separatamente per il prefetto di Napoli Alessandro Pansa e il capo della Protezione civile Guido Bertolaso fu una revoca dell’inchiesta, non uno stralcio. E comunque, per dirla tutta, io Lepore l’ho difeso». 


Se questa si chiama difesa...
«Sono riuscito a evitare che la delibera che gli dava torto fosse inserita nel suo fascicolo personale. Quella che era iniziata come una questione tecnica avrebbe potuto comportare problemi per il procuratore». 


Se era una questione semplicemente tecnica, perché tanto clamore?
«I sostituti erano preoccupati che ci fosse un secondo fine di natura politica» 


Be’, dall’altro lato erano preoccupati per altro. Il pg Vincenzo Galgano parlò di «pm che perseguono interessi personali»...
«Vincenzo Galgano è un grande magistrato e un galantuomo, ma eccede nei toni. E quella volta sbagliò. Le sue interviste al Corriere del Mezzogiorno non mi sono piaciute». 


Anche Paolo Mancuso per la verità difese Lepore. Disse che c’era qualcuno «in cerca di visibilità». Era possibile sospettare secondi fini anche dal magistrato che indagò su Silvio Berlusconi?
«Queste cose sono accadute tutte all’interno di un contenitore che si chiama inchiesta sui rifiuti. Quei pm venivano criticati per l’inchiesta su Antonio Bassolino, perché incidevano sul tessuto di governo della quotidianità campana». 


Il suo studio ha assistito in quel processo Fibe e Fisia?
«Sì».

Come giudica da avvocato il lavoro dei due pm?
«Ho sempre ritenuto molto corretto l’operato di Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo» 


E le contestazioni nei loro confronti?
«Abbiamo verificato, ma non c’era nulla». 


Dice che aveva ragione quella parte di Procura che si schierò con i due magistrati?
«Lepore e Mancuso sono due persone perbene, due grandi magistrati. Rispetto le loro perplessità, i loro giudizi. Ma è un dato oggettivo che i due pm abbiano avuto problemi prima, durante e dopo quest’indagine». 


A sentirla tutti i magistrati sono ottimi ma...
«Mi creda, la buona fede di tutti è scontata. Però...». 


Però?
«Però quando una persona così importante come Mancuso fa una critica a quei pm, il risultato oggettivo va oltre le sue stesse intenzioni. E viene percepito come un segnale negativo per quei magistrati, un isolamento di fatto». 


Quello scontro ha diviso anche Magistratura democratica: se Paolo Mancuso ha difeso il procuratore di Napoli, Giuseppe Narducci s’è schierato con i pm...
«Narducci è un ottimo magistrato. Come Aldo Policastro. Penso abbia fatto bene». 


Fosse magistrato sarebbe dei loro?
«No, chiederei a tutti di abbassare i toni. L’avversario sta dall’altra parte». 


La fa facile.
«Divisi non si va da nessuna parte. È come in politica, il riscontro è elettorale: il cartello progressista prima aveva al Csm Ernesto Aghina e Francesco Menditto, ora non è stato in grado di far eleggere neppure un consigliere». 


E l’ex consigliere diversamente togato Vincenzo Siniscalchi che farà ora che l'avventura è finita?
«Riprenderò a fare l’avvocato. E posso tornare con più libertà nel dibattito politico». 


Nicola Oddati o Umberto Ranieri, chi vota alle primarie?
«Ranieri forse ha una maggiore storia amministrativa, ma francamente spero di poter scegliere tra molti altri nomi». 


Questi non le piacciono?
«Ci sono state troppe diserzioni, anche da parte della società civile. E la città ne soffre. È vero, Napoli è ferma». Siamo condannati all’immobilismo? «Questa è un’altra intervista...»



Gianluca Abate
06 settembre 2010






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Assegni intestati ad An finiti al "cugino" di Fini

di Redazione


L’ufficio gadget del partito era gestito da un parente del leader. Una donna accusa: ho versato a lui soldi destinati al movimento. Ecco gli atti del processo. Il j'accuse: "Operazioni irregolari". La signora lavorava in via della Scrofa. L'hanno querelata ma è stata assolta




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Quel pasticciaccio brutto degli assegni di via della Scrofa. L’ultimo giallo ambientato dalle parti di Alleanza nazionale emerge tra le righe di una serie di carte giudiziarie, cause di lavoro e querele per diffamazione. Tra i protagonisti, una donna di origine romena, Ana Maria Lutescu, già militante missina nella storica sezione Trieste-Salario. E Roberto Iannarilli - cugino di Daniela Di Sotto, all’epoca moglie di Gianfranco Fini - titolare di una società, la Emmesei, che «gestiva» l’ufficio gadget del partito, con tanto di punto vendita al mezzanino di via della Scrofa, dove la Lutescu lavorava. 

E un ruolo nella storia tocca agli amministratori del partito, Donato Lamorte e Francesco Pontone, già sugli scudi per la vicenda di Montecarlo. Oltre a Fini, testimone silente. La storia si dipana in due fasi. La prima tra il 1995 e il 1997, all’indomani della svolta di Fiuggi, che aveva visto nascere An dalle ceneri del Msi. La seconda una decina di anni dopo, quando la signora Lutescu scrive una lettera personale a Fini per «denunciare» alcune anomalie di cui era stata testimone.

Proprio la missiva racconta la trama del giallo. «Caro presidente Gianfranco Fini – scrive la Lutescu a marzo del 2006 – mi sono permessa di disturbarla perché la stimo e la considero (...) una persona promotrice della giustizia e della verità». La donna ricorda di aver lavorato «per tre anni» all’ufficio gadget, con Roberto Iannarilli. Quest’ultimo, scrive la Lutescu, Fini dovrebbe conoscerlo «molto bene, dal momento che si firmava “dirigente del dipartimento immagine e propaganda del partito An” e vantava una relazione di parentela nei Suoi confronti come “cugino” dalla parte di Sua moglie». E, dopo alcune lamentele relative al proprio inquadramento nell’ufficio (la Lutescu, mai pagata per le sue prestazioni, ha fatto due volte causa per farsi riconoscere come dipendente, invano), arriva la «denuncia» di quella che aveva l’aria di essere una irregolarità nelle operazioni dell’ufficio gadget.

«Ho sempre avuto delle perplessità riguardo gli assegni non trasferibili di somme anche consistenti indirizzati ad An e/o alla direzione nazionale di An girati dall’onorevole Donato Lamorte, allora capo segreteria della direzione nazionale, a favore di Iannarilli». Assegni che, continua la Lutescu, «insieme a quelli intestati alla Emmesei srl venivano versati da me nel conto privato di Roberto Iannarilli, su indicazione dello stesso, presso la Banca di Roma, agenzia 89 di via della Scrofa; certe volte anche i contributi dei simpatizzanti avevano la medesima destinazione».

Il sospetto insinuato dalla lettera è pesante: assegni non trasferibili intestati al partito, dunque «girabili» solo dall’amministratore Pontone, sarebbero finiti, senza la firma di Pontone, sul conto corrente personale di Iannarilli. Tutto regolare? Per non dire dell’ultimo accenno: i «contributi dei simpatizzanti» non dovrebbero a nessun titolo finire in tasca all’amministratore della srl che si occupa dei gadget di partito. Con la lettera la Lutescu, voleva avvisare l’ignaro grande capo Fini di un possibile gioco poco chiaro che almeno in passato era avvenuto a pochi metri dal suo stesso ufficio di via della Scrofa. E, per assicurarsi che la missiva fosse ritenuta credibile, la signora d’origine romena la invia per conoscenza anche a Maurizio Gasparri e a Donato Lamorte, oltre che allo stesso Iannarilli.






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Il j'accuse: "Operazioni irregolari"

di Redazione



L'ex impiegata: "Non era normale fare quei versamenti sul conto privato. Non ci dormivo la notte, volevo lasciare An". La parentela: "Si presentava come il cugino di Fini. Ecco perché alla banca non c'erano problemi e chiudevano un occhio"




Ecco ampi stralci delle «verità» dei personaggi (politici e non) tirati in ballo nel pasticciaccio degli assegni ad Alleanza nazionale. Ana Maria Lutescu, la grande accusatrice, depone in aula l’11 febbraio 2009. La versione dei fatti che consegna al giudice è la seguente: «Io lavoravo nell’ufficio dell’M6, Master Servizi Italiani Srl. Frequentavo tale Silvia Costa (che lavorava alla diffusione del Secolo d’Italia in via della Scrofa a Roma, ndr) eravamo colleghe, ogni tanto mi aiutava. Avevo contatti con Donato Lamorte e altri con i quali, nelle pause-pranzo, tre-quattro volte la settimana mangiavo insieme: spesso eravamo io, l’onorevole Lamorte, la signora Rita Marino che adesso è l’attuale segretaria del presidente Fini e Iannarilli. Un rapporto di frequentazione durato tre anni». L’avvocato di parte civile chiede se in questi tre anni avesse mai riferito ai commensali dei suoi dubbi sugli assegni.


I VERSAMENTI SETTIMANALI
«Non c’era bisogno perché proprio loro mi davano assegni, cioè praticamente io li ricevevo all’ora di pranzo (...). Altre volte Iannarilli passava la mattina o durante la giornata e mi lasciava gli assegni che arrivavano sopra, al primo piano, alla direzione nazionale (...). La lettera non era indirizzata a Lamorte ma al presidente di An, onorevole Fini, per chiedere... non so... giustizia, perché pensavo che avevano fatto dei torti. Non ce l’avevo con Lamorte, non volevo offendere, anche perché era stato sempre carino con me. L’ho mandata per informarlo, volevo informare il presidente e anche quelli che erano nella lettera, e siccome Lamorte era ancora capo segreteria del partito ho creduto di informare pure lui. E anche l’onorevole Gasparri (...) e Iannarilli che era in causa. Poi l’unico che si doveva offendere di quello che ho detto era il signor Iannarilli. E infatti non si è offeso (...)».


IL CONTO PRIVATO
La Lutescu conferma di essersi confidata con la collega Silvia Costa: «Mi preoccupavo di questi assegni perché non erano solo assegni per l’M6 (...) non era normale versarli sul conto privato di Iannarilli (...). Lo dissi alla Costa, volevo lasciare il partito. Dissi che il lavoro mi preoccupava, non dormivo la notte per la preoccupazione di questi assegni». Quanti erano gli assegni versati? «Beh, adesso... io in una giornata versavo assegni dell’M6, vaglia postali, contanti e pure assegni di An, la metà degli assegni erano di An dipartimento Immagine e propaganda e c’erano di An Direzione nazionale (...). 


Quattro di media (...) da cinquecentomila lire fino a cinque milioni (...). Io all’inizio non capivo, lui (Iannarilli, ndr) all’inizio mi ha portato in banca e ha detto: d’ora in poi questa è la mia segretaria, verserà assegni (...). Quando ho cominciato a capire ho parlato con Silvia Costa che mi ha detto che era una società che non c’entrava niente il partito (...). Gli assegni indirizzati ad An erano girati due volte da Iannarilli, una volta da An, una volta come Iannarilli, la stessa firma. Poi c’erano assegni indirizzati An (...). E poi non trasferibili, erano tutti trasferibili (...)».


«SI PRESENTÒ COME CUGINO DI FINI»
«Quando venni presentata ai dipendenti della banca di Roma, l’agenzia 89 di via della Scrofa all’angolo, Iannarilli ha detto: “Io sono il cugino di Fini, qui non ci sono problemi, viene lei a versare”. Io potevo solo versare e tutti sapevano che era il cugino di Fini, allora non c’era problema, si chiudeva un occhio (...). Io ho sempre versato nel conto privato, personale (...). Poi ho saputo che lui non poteva firmare, pensavo che era normale che lo firmava Lamorte, però non era normale che lo versavo nel conto privato di Iannarilli (...). 


Io non ce l’avevo con Lamorte, con la lettera volevo denunciare Iannarilli, far sapere al presidente di questa... anche perché era un parente, lo diceva a tutti (...) Gli assegni che provenivano dalla Direzione nazionale erano sempre firmati da Lamorte, però un secondo, io l’ho visto solo una volta che firmava, ha firmato davanti a me e alla signora Rita Marino (la segretaria di Fini, ndr), il resto me li portava già firmati». La Lutescu conferma che l’assegno è quello con la firma disconosciuta da Lamorte, interrogato poco prima (...).


LAMORTE DISCONOSCE LA FIRMA
Proprio così. Donato Lamorte, capo segreteria di Fini e poi di An, di fronte al giudice nega gli illeciti e spiega il perché della querela alla Lutescu: «Ho querelato perché era pervenuta una lettera anche indirizzata a me in cui venivo accusato (...). Non ho dato a Iannarilli assegni in relazione a somme che il partito riceveva. Non avevo potere di firma, escludo che gli assegni li abbia consegnati io (...). Qualora per raccomandata provenivano assegni, etc, la posta li spostava al settore amministrativo, quindi il senatore Pontone, attraverso i suoi funzionari (...). In almeno 15 anni, in 16 anni, perché attualmente sono ancora capo della segreteria politica, non mi arrivavano assegni (...). 


Ho conosciuto la Lutescu che lavorava alla società M6, che è la società dei gadget etc, con il signor Iannarilli (...)». Giudice: «Frequentava la segretaria di An, cioè veniva?». Lamorte: «È lo stesso palazzo, non è che è impedito entrare in una stanza o in un’altra». (A Lamorte viene mostrato l’assegno da 644mila lire emesso a Surbo con la sua firma e chiesto se la firma è la sua): «No. Nella maniera più assoluta (...)». Il perché della querela? «Guardi, dal momento che uno mi accusa che io firmo degli assegni, so di non avere i poteri, avrei commesso un falso, il falso non l’ho commesso, quindi è una calunnia nei miei riguardi».


PONTONE: «SOLO IO AVEVO I POTERI»
Anche l’onorevole Francesco Pontone, tesoriere del partito, altro protagonista dell’affaire monegasco, dice la sua in tribunale. Al giudice dice: «I miei compiti, le mie mansioni, ho una procura del presidente del partito per quanto riguarda incassare, pagare».  


Pm: «Quindi lei ha la firma diciamo sociale per poter emettere, riscuotere, trasferire assegni?».  P: «Sì, soltanto...». Pm. «Soltanto lei?». P: «Soltanto io». Pm: «Le risulta che Lamorte abbia mai avuto questi poteri?». P: «Non ha mai avuto questi poteri, lo escludo in senso assoluto». Pm: «Quanti conti correnti ha il partito su cui lei agisce?». P: «Sono due, tre conti correnti. Alcuni con la Banca nazionale del lavoro e alcuni con il Banco di Napoli». Pm: «Ha mai rilasciato degli assegni a tal Iannarilli Roberto per conto del partito?». P: «No, no, non ho mai rilasciato assegni a Iannarilli Roberto». Pm: «Conosce la signora Lutescu qui presente?». P: «Non la ricordo». Interviene il giudice: «Quindi non ha mai ricevuto per conto del partito assegni della società Ms6». P: «Penso di no, non posso ricordare tutti gli assegni ricevuti, ma lo escludo» (gli viene mostrato l’assegno contestato). G: «Se ha mai ricevuto un assegno di questo genere che oggi l’avvocato ci ha prodotto, se riconosce eventualmente la firma». P: «No, no». G: «Quindi non ha mai visto questo assegno?». P: «Direi che non l’ho mai visto, no ma lo escludo, sì, insomma, dico che non l’ho mai visto». Si intromette l’avvocato di parte civile: «Non è girato da lei questo assegno? Non reca la sua firma?». P: «No, lo escludo, insomma dico che non l’ho mai visto».


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica



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Caro Lapo, nonno Gianni pensava solo alle giacche

Il Tempo


"A fare qualcosa di concreto per l'Italia era stata sua madre Virginia". Il rampollo Elkann aveva detto: nel nostro Paese manca uno come lui.


Marina Ripa di Meana allaMostra del Cinema di Venezia


Lapo Elkann è un ragazzone bislacco con cappelli bianco paglia, i colori dei cavalli aveglinesi. È un giovane che la sera non è tutto casa e chiesa, un uomo lieto che riutilizza le leggendarie giacche del nonno Gianni e ogni tanto va in Francia a parlare agli industriali, come ha fatto venerdì, sentenziando fra gli applausi che "all'Italia manca uno come nonno". In questi tempi di nipoti impazienti di buttare i parenti anziani nei secchioni, la fierezza di Lapo per Gianni mi ha colpito e mi è piacuta. A condizione però che Lapo precisi che non si riferiva al record assoluto di evasione fiscale di Gianni Agnelli, emerso proprio quel giorno come ipotesi conclusiva nell'inchiesta dell'Agenzia delle entrate e ammontante a milioni di euro. 

Nel 2008 il senatore a vita è stato celebrato in un libro Skira ("Il secolo dell'Avvocato, una vita straordinaria"). La grandezza dell'Avvocato sia dunque riferita alle memorabili giacche che il nipote Lapo ha saputo recuperare e che indossa con suprema ironia. Due mesi fa, insieme a Gabriella Mecucci, abbiamo pubblicato un libro, "Virginia Agnelli madre e farfalla".


Virginia è la bisnonna di Lapo: oggi avrebbe 111 anni. Se il ragazzo troverà il tempo di leggerlo scoprirà che della bisnonna può andare fiero, e non solo per l'eleganza. Virginia era l'unica persona di quella famiglia che concretamente operò per il bene del suo Paese e sopratutto di noi romani. Salvò la Capitale dalle barbarie dei tedeschi: grazie alle sue amicizie arrivò a papa Pacelli e convinse Dollmann a non infierire sulla popolazione. Di questa grande donna non s'era mai parlato con sensatezza. 

Ci si era concentrati sul suo amore con Malaparte (quando era vedova) e si era taciuto lo scandalo che il senatore Giovanni, fondatore della Fiat, le avesse tolto la patria potestà mobilitando la polizia fascista dell'Ovra, giudicando immorale la condotta di vita della nuora. Dovremmo pensare a una medaglia alla memoria per una figura di simile impegno civile, e non continuare a contrabbandare il Novecento come il secolo dell'Avvocato.


Ricorderemo Agnelli come un dandy, un bon vivant, ma non un fulgido esempio di industriale che si prodigasse per il bene dell'Italia. Una sera mi invitò a cena. A casa sua trovai Jackie e Onassis. Gianni mi pregò di accompagnarli in giro nella Roma notturna. Mi guardò con aria malinconica. «Non vieni con noi?», gli chiesi. «Non posso permettermi queste scorribande», sospirò. «I paparazzi». Il conto cui teneva di più era quello della sua immagine.



Marina Ripa Di Meana
06/09/2010




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Ora il Muro divide i turchi dai tedeschi

La Stampa


Berlino "multikulti" ha una crisi di rigetto: troppi immigrati non si integrano. Un quarto dei giovani non finisce la scuola, i sussidi sono il doppio della media



ALESSANDRO ALVIANI

BERLINO

Il Muro non c'è più da oltre vent'anni, eppure la Bernauer Straße, la strada simbolo della divisione di Berlino, continua a separare la città. Solo che oggi la linea di demarcazione s'è fatta trasparente, impalpabile. A Sud della Bernauer Straße inizia il quartiere di Mitte: supermercati biologici, bar alla moda, palazzi restaurati da poco per la borghesia tedesca dei creativi. A Nord si aprono invece Wedding e il Brunnenviertel, una delle aree più povere di Berlino: disoccupazione record e palazzoni grigi abitati per lo più da famiglie turche e arabe.

Due mondi opposti
La Bernauer Straße divide due mondi: piuttosto che mandare i loro figli nelle scuole della parte Nord, dove a volte si conta un solo bambino tedesco per classe, i genitori tedeschi che risiedono a Sud preferiscono traslocare in un altro quartiere. È così che in pochi anni la Gustav-Falke-Grundschule, un'elementare di Wedding frequentata al 90% da ragazzini di origini straniere, ha perso la metà degli iscritti. Ed è corsa ai ripari: da quest'anno una classe è riservata ai bambini che dimostrano di saper parlare bene tedesco, superando un apposito test di lingua. Una dimostrazione, forse, che quel «multikulti» di cui Berlino va tanto fiera è fallito? Una conferma che, dopo aver mostrato al mondo una nazionale ricca di talenti di origini turche, tunisine o ghanesi, la Germania si trova ora a dar ragione nei fatti a Thilo Sarrazin e alle sue tesi sulla scarsa integrazione degli immigrati?

«Attenzione: non si può fare di tutta l'erba un fascio - ribatte dal suo ufficio Karin Müller, la preside della Gustav-Falke-Grundschule -. Persino alcuni ragazzini con genitori tedeschi non sono riusciti a superare il nostro test di lingua e tra chi lascia il quartiere non ci sono solo i genitori tedeschi, ma anche quelli turchi più attenti all'istruzione dei loro bambini». Il quadro è insomma molto più sfumato di quanto non facciano pensare le tesi di Sarrazin, che pure stanno riscuotendo grande successo tra i tedeschi. Non è vero, ad esempio, che il Paese rischia di essere invaso dagli immigrati musulmani, come avverte Sarrazin: nel 2000 i turchi emigrati in Germania erano 10.130 in più rispetto a quelli che l'hanno abbandonata; oggi invece i turchi che se ne vanno sono più di quelli che arrivano.

La seconda generazione

Altre statistiche sembrano invece dare ragione al banchiere che la Bundesbank vorrebbe cacciare. La percentuale di cittadini di origini turche che ricevono i sussidi di disoccupazione è doppia rispetto a quella dei tedeschi. E circa un quarto dei tre milioni di turchi che vivono in Germania non ha un titolo di studio, mentre i tedeschi non superano il 2%. È anche sulla base di indicatori come questi che l'anno scorso l'Istituto berlinese per la popolazione e lo sviluppo è arrivato a una conclusione netta: confrontando il grado di integrazione di vari gruppi di immigrati, i turchi «sono quelli che se la cavano di gran lunga peggio».

«La seconda generazione di turchi se la cava sì meglio della prima, ma peggio, ad esempio, della seconda generazione degli immigrati italiani», spiega l'autrice dello studio, Franziska Woellert. Ma non ci sono solo le difficoltà degli immigrati, dice. Ci sono anche gli errori - non pochi - della Germania: «Non siamo riusciti ad attirare i turchi meglio qualificati, che vanno invece negli Stati Uniti, in Canada, in Australia». Per decenni la Repubblica federale si è rifiutata di riconoscersi come un «Paese di immigrazione» ed è rimasta prigioniera della convinzione che prima o poi i «Gastarbeiter» reclutati nelle zone più povere della Turchia sarebbero tornati a casa.

Un'idea che ha portato a investire poco o nulla nell'istruzione e nell'integrazione dei nuovi arrivati. Un altro errore, nota la preside Karin Müller, è «aver consentire in passato agli immigrati di andare a vivere solo in determinati quartieri, come Kreuzberg o Neukölln». Col risultato che oggi le Neukölln, zone in cui si può fare la spesa o andare dal medico senza conoscere una sola parola di tedesco, si sono moltiplicate: si chiamano Veddel ad Amburgo, Marxloh a Duisburg, Westend a Monaco.

Una vita discriminati

Poi ci sono i problemi di discriminazione sul mercato del lavoro: ancora oggi, quando fanno domanda d'assunzione, gli Özcan o Ahmet partono svantaggiati per il solo fatto di avere un nome turco. La Germania è costretta ora a correre per recuperare il tempo perduto. «Ci vorrà almeno un'altra generazione» per giungere a una piena integrazione dei cittadini di origini turche, prevede la Woellert.

Nel frattempo i tedeschi continueranno a risolvere la situazione a modo loro. Thomas Schumann siede nell'ufficio della scuola di cui è preside da tre anni, la Herbert-Hoover-Schule a Wedding, 350 iscritti, di cui 14 tedeschi. «Il 90% dei nostri studenti sono nati a Berlino, ma molti di loro hanno grosse carenze e necessitano di ore supplementari di lingua tedesca», racconta. Anche per questo a inizio anno i ragazzi devono firmare un breve contratto: «Durante le lezioni e l'orario scolastico, anche nelle pause, parlo esclusivamente tedesco», si legge al punto 6; «mi presento alle lezioni regolarmente e puntualmente», spiega il punto 3.

Manderebbe suo figlio nella scuola che dirige? Schumann non esita un istante: «No, non lo prenderei. Mio figlio è grande, ha lui stesso un bambino. E lo manderà probabilmente in una scuola privata».




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Barroso multa gli europarlamentari assenteisti

di Enza Cusmai



Domani a Strasburgo il presidente della Commissione terrà il discorso sullo stato dell’Unione. E minaccia: farò pagare un’ammenda a tutti i parlamentari che non si presenteranno. Già centinaia le proteste. I soldi saranno detratti dallo stipendio dei politici rimasti a casa


 

Come a scuola. Gli studenti che saltano un giorno di lezione sono ripresi, al massimo sanzionati con una nota. Da oggi però, al Parlamento europeo, chi non si presenta a una seduta plenaria è punito con una multa, denaro sonante che è sarà detratto dallo stipendio. 

La regola, del tutto nuova e inaspettata, è stata inventata dal presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso. E sarà applicata senza sconti da domani a Strasburgo. Dalle 9 alle 11 e 45 i parlamentari dovranno essere tutti presenti nell’emiciclo per seguire la relazione di Barroso sullo stato dell’Unione europea. E per tre volte, a intervalli irregolari, sarà effettuata una prova di voto. Una specie di appello elettronico: chi non risponderà due volte su tre inserendo la sua tessera di riconoscimento nel banco, subirà una penalità.

Oltre a essere additato come assenteista, chi non si presenta nell’emiciclo prenderà una multa salata che sarà comminata dall’ufficio di presidenza. Il quantum? Si deciderà oggi, ma questo diktat non è uno scherzo di Carnevale fuori tempo massimo. Barroso fa sul serio. Vuole tutti seduti ad ascoltare quanto dirà in aula.

Il provvedimento del presidente della Commissione arriva dopo anni di polemiche, all’interno dell’Unione e sui mass media europei, a proposito dell’assenteismo dei deputati. E nel 2009 aveva fatto discutere, soprattutto in Italia, il rapporto di un assistente parlamentare che aveva studiato le presenze dei membri del Paramento, mettendo in luce un’alto assenteismo soprattutto tra gli italiani. Ma la tendenza è comunque generalizzata. E Barroso, nell’annunciare il nuovo provvedimento, non ha fatto i conti con i suoi deputati. Molti hanno criticato l’innovazione. Sono infatti alcune centinaia le risposte di indignazione rispedite al mittente. Prima tra tutte, quella dell’eurodeputato del Ppe, Potito Salatto.

«Questa volta Barroso ha esagerato – sbotta - Ha fatto sapere che multerà gli eurodeputati che domani mattina non saranno presenti in aula al dibattito sullo Stato dell’Unione di cui lui è relatore. È un comportamento indecente, che svilisce il nostro ruolo, trasforma noi parlamentari in una claque retribuita». Salatto non è il solo a essere indignato e raccoglie le voci di molti suoi colleghi. «Il meccanismo studiato dall’ufficio di presidenza ha qualcosa di perverso. Sembra di essere tornati a scuola, quando la maestra metteva in castigo chi non si comportava bene – incalza l’eurodeputato. – Ma qui siamo in Parlamento e sono convinto che partecipazione ai dibattiti è ampia quando si parla di cose serie e senza che si introduca una minaccia di qualsiasi tipo».

Anche l’europarlamentare del Ppe, Raffaele Baldassarre, sempre presente nelle sedute plenarie -inclusi voti e dibattiti - ha preso carta e penna per invocare una riunione di gruppo e discutere della questione. Da parte sua, nella missiva di dissenso, dichiara di essere «in pieno disaccordo con il contenuto e i metodi adottati dalla conferenza dei presidenti». 

Ma, proteste a parte, sarà interessante verificare come reagiranno i 732 deputati chiamati all’appello di domani mattina. Faranno una sorta di sciopero bianco? Oppure subiranno i tre «appels nominaux de présence» e si beccheranno l’ammenda pecuniaria se nel momento della verifica sono andati alla toilette? Molti si domandano perché Barroso sia arrivato a forzare così tanto pur di vedere strapieni gli scranni dell’emiciclo. D’accordo, c’è il dibattito sullo stato dell’Unione, ma davvero un eurodeputato se ne infischia a tal punto da non essere presente proprio la prima seduta plenaria post vacanziera? 

Per molti a Strasburgo, questa nuova regola sulla presenza in aula è caduta dall’alto senza che ci sia una normativa che la preveda e senza che sia avvenuto un micro dibattito pubblico. L’unica sanzione prevista e condivisa, invece, è quella per i deputati particolarmente assenteisti. In pratica, chi non partecipa almeno al 50% delle sedute parlamentari incassa mezzo stipendio. E nella sessione 2009-2010, sono stati 132 gli eurodeputati che non si sono fatti granché vedere nell’emiciclo. Non è dato sapere quando le sanzioni saranno affibbiate ma l’Assemblea ha già risparmiato 243mila euro.




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Bersani: "Crisi politica conclamata" Di Pietro: "Non giocare a fare il furbo"

di Redazione


Il segretario del Pd: "Il problema è che il Paese non può subire traccheggiamenti". Il leader dell'Idv: "Gianfranco, o stai all’opposizione o al governo. Hai fatto un discorso che faccio io tutti i giorni". Casini: "Bene, il premier capisce che si è chiusa una fase"




Roma - "Il problema è che il Paese non può subire traccheggiamenti". Lo afferma il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, parlando al Tg de LA7 nel commentare il discorso di Fini. Per Bersani non va bene "il gioco del cerino", perché "ci sono problemi seri di cui la politica non riesce a parlare". Più tardi aggiunge: ad un patto di legislatura "non ci crede neanche lui". "Fini - spiega - ha dichiarato la fine del Pdl certificando la crisi politica del centrodestra. In questi giorni assisteremo al gioco del cerino, ma con oggi la crisi politica è conclamata». 

Di Pietro: caro Fini non giocare a fare il furbo "Caro Fini, non puoi giocare a fare il furbo. O stai all’opposizione o al governo. Hai fatto un discorso che faccio io tutti i giorni, sul conflitto di interessi, su tutta l’accozzaglia 'stranamore' che circonda Berlusconi. E quindi? resti in maggiornza e approvi i cinque punti. Non fare il furbo, fai una scelta". Così Antonio Di Pietro, leader di Idv, nei primi commenti del tg de La7 al discorso del presidente della Camera. 

Casini: bene, il premier capisca che si è chiusa una fase È positivo il commento di Pier Ferdinando Casini all’intervento di Fini a Mirabello e Silvio Berlusconi dovrebbe prendere atto che una fase si è chiusa. Lo dice il leader Udc, Pier Ferdinando Casini, al Tg LA7. Premesso che "l’errore di Fini fu di salire sul predellino" e di aderire al progetto del Pdl che nulla sarebbe stato se non una "Forza Italia allargata", oggi Fini ha svolto "un’analisi condivisibile. 

Quando ha chiesto il quoziente famigliare, una legge elettorale che restituisca la scelta agli elettori. E poi il passaggio sulle quote latte, sul federalismo equilibrato" e il fatto di aver posto la questione, in politica estera dopo la visita di Gheddafi, di "un’idea di mortificazione della politica estera". È poi "importante che abbia confermato il patto di lealtà al centrodestra che mette al riparo da ogni ipotesi avventata di elezioni anticipate". Ora, conclude, "Berlusconi assuma da questa vicenda l’impegno di andare in Parlamento e di capire che una fase si è chiusa e che il Paese ha bisogno di una fase di responsabilità: nell’opposizione non sono tutti ’sfascistì e la situazione italiana è drammatica".




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Messico: fumetto satirico della bandiera nazionale scatena un putiferio

La Stampa

DI CHILANGELINA, TRADOTTO DA ELENA INTRA

La scorsa settimana un fumettista statunitense ha sollevato un putiferio. Daryl Cagle ha avuto l'idea di creare un vignetta direttamente legata alla violenza che si vive in Messico. Ha disegnato la bandiera messicana con l'aquila dello stemma stecchita da un nugolo di proiettili e a testa in giù in una pozza di sangue. 

La bandiera messicana disegnata da Daryl Cagle

Cagle fa parte di quei giornalisti il cui materiale viene poi rivenduto e riprodotto su diverse testate (syndication). Il fumetto è così apparso in decine di quotidiani del paese, compreso quello per cui lavoro. E non abbiamo fatto in tempo a pubblicarlo che i telefoni hanno preso a squillare e gente indignata ci ha inondato di email: tutti offesi per il modo in cui veniva presentata la bandiera, e di conseguenza l'intera nazione.

Ma la cosa non è finita lì. Le testate Reforma e El Norte hanno pubblicato la nota lo e quella stessa sera l'Ambasciata messicana negli Stati Uniti ha inviato una lettera a MSNBC, network responsabile per l'iniziale diffusione dell'immagine. Curiosamente, l'autore del fumetto è stato il più sorpreso di fronte a questa reazione, e assicura che tra i disegnatori di tutto il mondo "giocare" con l'immagine di una bandiera è una cosa normale.

M'interessa molto l'opnione dei lettori. Ditemi, vi sentite offesi per la pubblicazione di un'immagine simile in un momento come quello che stiamo vivendo in Messico?




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Aiuto, mia moglie è sparita» (ma era andata a letto con un passante)

Il Mattino


  

BOLZANO (5 settembre) - Disavventura boccaccesca per un turista tedesco che era arrivato in Alto Adige con la moglie per passare qualche giorno in montagna. Tutto è iniziato in tarda serata con un litigio lungo la pista ciclabile fra Appiano e Bolzano.

L'uomo ha accusato la giovane moglie di avere alzato un po' troppo il gomito durante la cena e la donna lo ha insultato. Dopo l'alterco, l'uomo si è allontanato seccato, ma dopo un centinaio di metri, anche preoccupato per il buio è tornato indietro, senza più trovare la moglie.


Il turista ha dato subito l'allarme per la scomparsa, mettendo in moto così una cinquantina di soccorritori, tra pompieri e forze dell'ordine, che hanno setacciato l'intera zona tra Appiano e Bolzano, senza venire a capo di nulla. Poi, verso l'alba, da un dipendente di un albergo di Bolzano viene segnalata la presenza di una donna dai tratti corrispondenti a quelli della scomparsa; una segnalazione confermata dai fatti. La turista stava dormendo tranquillamente in una camera dell'albergo tra le braccia di un connazionale.


Quando è stata svegliata la donna si è resa conto di quanto accaduto. È stato difficile per i vigili del fuoco spiegare la situazione al marito disperato, che pensava già al peggio. Secondo una prima ricostruzione dei fatti la donna, una volta visto il marito allontanarsi, avrebbe fatto l'autostop salendo sulla prima macchina fermatasi. Alla fine la turista avrebbe deciso di trascorrere la notte con l'uomo. La coppia è ripartita subito per la Germania, ma non insieme. La vacanza si è conclusa con una richiesta di separazione.




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