mercoledì 8 settembre 2010

Angela Napoli: «Alcune deputate e senatrici elette perché si sono prostituite»

Corriere della sera


La deputata finiana a Klauscondicio. L'ira delle (ex) colleghe del Pdl. Poi arriva la precisazione dell'onorevole



MILANO - E' bufera nella componente femminile del Pdl. Tutto parte dalle dichiarazioni fatte dalla deputata ex Pdl ora Fli Angela Napoli che intervistata da Klaus Davi su Klauscondicio sottolinea: «Non escludo che senatrici o deputate siano state elette dopo essersi prostituite. Purtroppo può essere vero e questo porta alla necessità di cambiare l'attuale legge elettorale». Per la deputata «E' chiaro che, essendo nominati se non si punta sulla scelta meritocratica, la donna spesso è costretta, per avere una determinata posizione in lista, anche a prostituirsi o comunque ad assecondare quelle che sono le volontà del padrone di turno».

LA REAZIONE DELLE PARLAMENTARI DEL PDL - Apriti cielo. C'è un'immediata reazione da parte delle deputate del Pdl che minacciano querele. Dalla Mussolini, alla Lorenzin, dalla Saltamartini, alla Golfo tutte chiedono le scuse della collega.


FINI - Ad intervenire poi è lo stesso Gianfranco Fini che in una nota bacchetta la sua deputata: «Ledere la dignità delle deputate con accuse generalizzate quanto teoriche, e quindi indimostrabili, non può essere consentito nè‚ per il rispetto che si deve al Parlamento nè‚ per la considerazione che si deve avere per tante donne che, al pari dei colleghi di genere maschile, fanno politica con passione e disinteresse. Mi auguro che l'onorevole Angela Napoli, proprio perchè‚ a pieno titolo rappresenta da anni questo di genere di impegno politico, ammetta la gravità delle sue parole e se ne scusi».


LE SCUSE - Dopo il rimbrotto di Fini arrivano così anche le scuse della sua deputata. «L'intervista, che ha spaziato su numerosi argomenti, - spiega la Napoli - conteneva mie dichiarazioni molto più importanti rispetto a quelle relative all'attuale legge elettorale, dove, tra l'altro, alla domanda del conduttore se ritenevo che alcune colleghe sarebbero state elette dopo essersi prostituite, ho risposto: "non lo escludo". Non penso che con tale affermazione io abbia inteso criminalizzare le colleghe del Parlamento italiano, ne ritengo che debbano sentirsi da me oltraggiate coloro, e sono convinta la stragrande maggioranza, che hanno conseguito meritoriamente il seggio parlamentare e, comunque, me ne scuso. Ritengo che in questo momento la politica italiana necessiti di un confronto su ben altri ed importanti argomenti e, pertanto, chiudo alle varie provocazionì che in queste ore continuano a essere lanciate».


Redazione online
08 settembre 2010





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I dubbi delle isole Marshall: «Se saremo sommersi, resteremo uno Stato?»

Corriere della sera


I leader chiedono consigli legali sul rischio inabissamento
entro la fine del secolo il riscaldamento globale farà sparire gli atolli nel Pacifico




Quel che 67 test atomici non sono riusciti a fare, potrà forse lo sviluppo industriale di Paesi lontani. «Stiamo affondando», è l’allarme che viene dalle isole Marshall, 29 atolli corallini circondati dall’immensità dell’oceano Pacifico. Il riscaldamento globale peggio del fallout radioattivo degli esperimenti americani nel dopoguerra? I leader delle Isole-Stato, fazzoletti di terra e sabbia— bianchissima, certo —, nel deserto marino agli antipodi, sono talmente preoccupati che cominciano a pensare di scappare, migrare tutti altrove. Poco più di 60 mila persone, una media cittadina italiana, potrebbero essere costrette nel giro di qualche decennio a riprendere il mare, come facevano i loro antenati per trovare una nuova casa, una nuova patria. Intanto gli interrogativi sul futuro si fanno pressanti: «Che cosa sarà della nostra nazione? E noi che passaporto avremo se le isole Marshall cesseranno di esistere?».



Risposte per ora non ce ne sono: alcuni studiosi, come Michael Gerrard, della Columbia University di New York, stanno cercando di capire quali siano le implicazioni legali di un simile, catastrofico avvenimento. «Ma è difficile dare risposte — ha raccontato il docente al New York Times —. Per esempio: che ne sarà dei diritti di pesca? E il seggio all’Onu? Lo perderanno? Insomma: cesserà di esistere una "Repubblica delle Isole Marshall"? ». I dati degli scienziati sono questi: secondo il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc), entro la fine del secolo, gli oceani cresceranno di cinquanta centimetri.


La previsione è del 2007 e, secondo altri esperti, non tiene conto del possibile scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e dell'Antartide occidentale. Ragione per cui il livello marino potrebbe salire addirittura di due metri sommergendo gran parte delle Marshall e di altre isole, come le Maldive, Kiribati, Tuvalu, città costiere e altre zone — come il Bangladesh — già flagellate dagli elementi. Secondo l’Organizzazione internazionale per la migrazione (Iom), nel 2050 potrebbero essere 200 milioni le persone costrette ad abbandonare la propria casa per effetto delle inondazioni marine.




Il governo delle Maldivi si è riunito sottacqua
Il governo delle Maldivi si è riunito sottacqua
Uno scenario apocalittico, in stile 2012, il film sulla fine del mondo di Roland Emmerich. Realtà? Fantasia? Se il presidente maldiviano Mohamed Nasheed, con un abilissimo coup de théâtre, l’anno scorso ha riunito il governo sott’acqua per sensibilizzare le autorità internazionali sul problema inabissamento, è un fatto che, almeno per quanto riguarda i cittadini delle Marshall, gli ultimi decenni hanno rappresentato un incubo che avrebbe consigliato già da tempo una fuga di massa. 

Intanto, l’ultimo conflitto mondiale: i marines hanno conquistato l’arcipelago — tenuto dai giapponesi — al prezzo di terribili sofferenze per i civili. Ma, soprattutto, furono i ripetuti esperimenti atomici del dopoguerra a devastare Bikini e altri atolli in maniera irreparabile. Danni che non si limitarono all’ambiente. Il 1° marzo 1954, proprio a Bikini, l’atollo che aveva dato il nome al costume da bagno più «esplosivo» della storia, gli americani diedero il via all’esperimento «Castle Bravo».



Quel giorno saltò una bomba nucleare 1.200 volte più potente di quelle lanciate su Hiroshima e Nagasaki. Il fallout radioattivo si diffuse su un’area più vasta del previsto, contaminando persone e cose sugli atolli di Rongrik e Rongelap. Le esplosioni tra il 1946 e il 1958 distrussero l’isola di Elugelab nell’atollo di Enewetak mentre diversi atolli furono ricoperti di cemento armato per imprigionare i detriti e le polveri radioattive. Niente di tutto questo ha mai spinto i marshallesi a lasciare le isole dove erano giunti centinaia di anni fa, navigando sulle loro piroghe. Oggi la minaccia non è tuttavia superata, perché potrebbe essere l’oceano a riprendersi quelle terre minime: «Se rimarremo senza patria, non avremo più un nome, saremo fuori dalla storia».



Paolo Salom
08 settembre 2010



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Dov'è finito Tulliani?

Il Tempo

Ha lavato (da solo) il suo bolide poi Giancarlo è scomparso. Neanche la giornata di Mirabello ha convinto il cognato Fini a ricomparire. La sua vacanza dura ormai da 60 giorni. Come vive e con quali soldi, rebus irrisolto.





Vabbè che la stagione è ancora dolce, che il mare a settembre, magari ai Tropici, culla tenero e discreto. Vabbè che la montagna, adesso, già incanta con i colori screziati delle foglie. Vabbè che questi sono i giorni dei raffinati in buen retiro, fuori dalla pazza folla. Ma la casalinga di Voghera, il metalmeccanico che ha fatto il mutuo per un «suvvetto», questa ggente insomma il tarlo non riesce a levarselo dalla testa. Un pensiero fisso, ogni giorno all'edicola, ogni sera all'ora dei tiggì. Ma quanto durano le vacanze del Tulliani signor Giancarlo? Ma dove sta Zazà, ovvero il cognatino? Perché non chiama, non manda un sms, magari un profilo nuovo su Facebook?


Perché a Gianfry, dopo che l'ha inguaiato, non ha fatto la sorpresa di sedersi in prima fila lì, a Mirabello? Che so, un'improvvisata, una sortita da «C'è posta per te», una «carrambata», ché magari Maria De Filippi ci organizzava subito sul Biscione una puntata speciale e il Cav faceva una rimpatriata al Castello di Tor Crescenza con Ely, le bambine, il Delfino del de cuius Almirante? Invece no, il ragazzo irresistibile continua a latitare. Perfino ora che quel galantuomo di Pontone deve andare a palazzo di giustizia per colpa sua. Così tutti i poveri diavoli che non hanno avuto nel destino di farsi la foto di famiglia con la terza carica dello Stato si arrovellano a immaginare che fine abbia fatto. Ecco qualche ipotesi.


Se ne sta acquattato a lisciarsi il ciuffo e a lustrare con il gomito della giacca denim il fanale sinistro della Ferrari. In qualche atollo sperduto o sotto qualche cima esotica. Oppure. Lo cercano ovunque e lui invece, in mezzo al tutto il bailamme che ha provocato, sta nascosto nel sotterraneo da abate Faria che in due mesi ha avuto il tempo di scavare negli scantinati di boulevard Princesse Charlotte. Da qui spunta a mezzanotte - baffi, occhiali e un cuscino sotto la camicia, a simulare la pancetta - direttamente nel Casino di Monaco. 

Punta due fiches, gli si moltiplicano, perché Ely gli ha spifferato il trucco di Gaucci per vincere d'azzardo. O ancora. Ha avuto un colpo di fortuna ai Caraibi oppure a Santo Domingo, dove s'era inguattato il cognato «Gauccione» che poi lo trasformò nel «ducetto» della Viberbese Calcio. Così Giancarlo ha comprato un quartierino a prezzi di favore da una società off shore che resta segreta, ma si sussurra che abbia un nome intrigante come quelle proprietarie dell'appartamento di Montecarlo, tipo Timara o Printemps.


Ma insomma, pensano i poveracci appena tornati dalle ferie in campeggio o in campagna dalla suocera: 'sta storia delle vacanze del Tullianino dura troppo. Se lo ripetono ogni mattina i travet che manco possono più ammarlarsi, sennò Brunetta li licenzia. Ci si arrabbia forse perfino Napolitano, che, disciplinato, ha riposto la paglia. E ci si strugge Elisabetta, che ha dismesso i bikini a fiori.


E lui però? Missing, cocciuto. Via, un'altra vita, manco fosse il fu Mattia Pascal. Con quali soldi, se non ha azzeccato qualche colpaccio? Sessanta giorni sono lunghi. Non li ha sciupati i milioni guadagnati in Rai col contrattino usa e getta per la «Absolute Television» di mammà? Non glieli ha sugati la belva rossa uscita da Maranello? E poi: ce lo vedete, il Tullianino, nascosto? 

Roba da esaurimento nervoso non poter apparire. Adieu le passeggiate in Hogans sul lungomare di Montecarlo. Adieu cenette a lume di candela chez «Avenue 31», proprio davanti al Forum Grimaldi, dove è meglio di ogni Prozac ordinare champagne e il plateau royal di ostriche. Monsieur Tullianì, ovunque tu sia, torna. Sarà dura all'inizio, ma a poco a poco ritroverai la tua serenità di bamboccione. A via Aurelia c'è una casa che ti aspetta. E magari Gianfry, dopo averti tenuto un po' il muso, ti ridarà una pacca sulle spalle.



Lidia Lombardi
08/09/2010




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Due asteroidi sfiorano la Terra

La Stampa


La Nasa: passeranno oggi a una distanza inferiore a quella Terra-Luna






Non si potranno vedere ad occhio nudo ma due asteroidi passeranno oggi sopra il nostro pianeta.  Il telescopio Catalina Sky Survey (CSS), situato sulle montagne di Santa Catalina (Arizona), ha scoperto i due oggetti domenica scorsa, rivelando che si stanno avvicinando alla Terra: passeranno infatti sopra le nostre teste  a una distanza inferiore a quella esistente tra la Terra e la Luna, cioè 386.241 chilometri. 

La Nasa ha indicato che, grazie alla loro vicinanza, gli asteroidi saranno visibili agli appassionati di astronomia anche con telescopi di media potenza. Si calcola che l’asteroide 2010 RX30, che ha una dimensione tra i 9 e i 19 metri, passerà a 247.838 chilometri dalla Terra, alle 11:51 ora italiana. Mentre il secondo oggetto, denominato RF12 2010, con una grandezza tra i 6 e 15 metri, passerà a circa 78mila chilometri alle 23:12, ora italiana.

«Questo tipo di eventi capitano molto frequentemente - ha spiegato Donald Yeomans, responsabile del Nasa's Near Earth Program - ma noi non riusciamo a coglierli perchè non abbiamo telescopi sufficientemente potenti che possano monitorizzare il passaggio di asteroidi o meteoriti per un lungo periodo».




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I dieci pesci più curiosi degli abissi

La Stampa


Piccolo predatore degli abissi, il Lizardfish, il pesce lucertola, domina le acque della Florida, le Bahamas e dei Caraibi, incutendo timore ai piccoli pesci con la sua bocca molto grande, rivestita da minacciosi denti affilati, sempre pronti a cacciare la sfortunata preda.



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Musulmani d'Italia: un milione in cerca di moschee

La Stampa


La costruzione di nuovi luoghi di culto spacca il Paese Ritardi e polemiche: chi garantisce davvero i permessi?




FRANCESCA PACI
ROMA

Le barricate della Lega, l’apertura incondizionata del cardinal Tettamanzi, il via libera con riserva economica dell’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari: i musulmani «senza fissa dimora» di Milano sono diventati un affare di Stato. Sebbene l’Italia conti già 164 moschee, 222 luoghi di culto dedicati alla recitazione del Corano e quasi 400 associazioni culturali islamiche, la richiesta d’innalzare un minareto all’ombra del Pirellone viene percepita da molti come una rivendicazione simbolica più che religioso-edilizia. Dunque discutibile. E pazienza se il presidente americano Obama non teme il canto del muezzin neppure vicino a Ground Zero: prevenire in fondo è sempre meglio che curare.


La moschea, in teoria, è uno spazio per la preghiera assolutamente identico a una parrocchia o alla sede d’una riunione buddista. E’ la comunità dei fedeli, la umma, a fare la chiesa. Per questo, anche se sarebbe auspicabile che il locale non fosse vergine, nel senso di mai utilizzato prima, e disponesse di minareto, fontana per le abluzioni rituali e nicchia orientata alla Mecca, la casa del Profeta Maometto può essere benissimo allestita dentro un appartamento, un ex capannone, perfino in una palestra noleggiata nelle ore in cui non c’è il corso di danza.


«Preferiremmo acquistare uno stabile e farne una moschea ma poiché sembra sempre più difficile ottenere i permessi e la destinazione d’uso a luogo di culto ripieghiamo sull’affitto» spiega il presidente dei Giovani Musulmani d’Italia Omar Jibril. Ventisei anni, nato a Milano da padre egiziano, laureato in ingegneria edile, Jibril rappresenta le generazione che non vede contraddizione tra ascoltare i Radiohead e leggere il Corano: 


«Ad eccezione delle moschee di Roma e Milano, quelle con tanto di minareto e fontane, in Italia ci sono solo centri islamici ricavati spesso in scantinati fatiscenti. La moschea dovrebbe essere il faro che rassicura la comunità circostante come il campanile. Ma da qualche tempo avviene l’opposto. A Sassuolo, per esempio, la nuova amministrazione ha ritirato i permessi concessi da quella precedente costringendo i musulmani a pregare in strada un anno e mezzo prima che il Consiglio di Stato restituisse loro lo stabile sequestrato e il diritto».


L’11 settembre 2001 ha terremotato amicizie assai più collaudate di quella tra occidente e mondo islamico. Ma sono passati nove anni e gli imam che benedicono pubblicamente Osama si contano sulle dita della mano. Quanti ostacoli ci sono ancora sulla via delle moschee? «Data la sensibilità del tema il blocco è politico, quando si tratta di dare l’ok al cantiere d’una moschea tutti si rimpallano la responsabilità della decisione finale» osserva l’islamologo Stefano Allievi, che ha appena terminato un tomone in inglese sui conflitti che l’edilizia islamica scatena in mezza Europa (un estratto sarà pubblicato a breve da Laterza).


La burocrazia può fungere da scusa: la libertà di culto è un diritto sacrosanto garantito dalla Costituzione, ma chi garantisce i profanissimi permessi? «Trattandosi di materia urbanistica toccherebbe agli enti locali - continua Allievi -. Sono loro che verificano i criteri di sicurezza e assegnano la destinazione d’uso a luogo di culto. Ma mentre se a non essere in regola è un oratorio o addirittura un locale dei poco amati Testimoni si concede la proroga di sei mesi, con i musulmani scatta tolleranza zero. Come se fosse selettiva, la legge viene applicata alla lettera e il locale chiude i battenti».


E pensare che quella «tecnica» dovrebbe essere la parte più semplice. L’impresa, rivela il direttore dell'Ufficio Italiano della Lega Musulmana Mondiale Mario Scialoja, è trovare i finanziamenti. Quando nel 1973 venne autorizzata la grande moschea romana di Monte Antenne, di cui Scialoja è stato a lungo l’anima, l’Italia concesse il terreno e i soldi arrivarono da Riad. In tutti gli altri casi sono i fedeli ad autotassarsi: «La maggior parte dei musulmani del nostro paese sono stranieri, versano quel che possono. Poi ci sono comunità più ricche come quella egiziana, che a Roma ha realizzato un bello spazio in viale dell’Esercito, o mecenati: per Monte Antenne un mio amico laico donò un milione di lire».


Tempi aurei d’armonia democristiana. Allo Stato spettava l’onere politico, alla comunità musulmana quello economico. Oggi prevalgono tensioni. L’unica eccezione è la moschea Colle Val d’Elsa, appoggiatasi al Monte dei Paschi di Siena. Ma in modo halal, precisa il presidente dell’istituto culturale islamico di viale Jenner, a Milano: «La Banca non ha dato denaro un leasing, dato che il Corano considera il mutuo una forma d’usura». L’impasse è politico e il dialogo langue. 


Anche perché i musulmani sono divisi. Chi parla per loro? «Sarebbe già un bene stabilire chi prega per loro invece dei tanti imam fai da te senza formazione religiosa» chiosa Scialoja. Quello degli imam, le guide della preghiera, è un nodo critico. Generalmente si tratta di macellai o leader carismatici che s’inginocchiano alla Mecca davanti agli altri. Nessuno in Italia pensa a un albo dei pastori protestanti o valdesi, ma nell’era in cui qualcuno invoca Allah per distruggere l’Occidente può capitare di chiedere agli altri di pregare in italiano




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Caos a Milano: 15 posti da maggiordomo I candidati sono 150

Quotidianonet

Parte a ottobre, nella città di Milano, il corso per maggiordomi di case private. Boom di iscrizioni



Milano, 8 settembre 2010

Per quindici posti disponibili sono arrivate circa centocinquanta domande d'assunzione. Per la serie: il maggiordomo non è un lavoro passato di moda. Parte a ottobre, nella città di Milano, il corso per maggiordomi di case private.

Si preannuncia la coda, non del tight da repertorio, ma davanti all’entrata del sito che ospiterà gli esaminandi. Mestiere fascinoso, visto da seduti, in panciolle, scuotendo la campanella sul tavolo; lavoro di fatica per chi è costretto a stare in piedi, ritto, sull’attenti anche, davanti a scene di qualunque tipo, conservando l’aplomb, la discrezione, necessaria indispensabile per l’esercizio della funzione.

Il corso che si aprirà a Milano riguarderà esclusivamente il maggiordomo di casa, privato, quello che viene, ahimè, chiamato anche personal assistant. La sua occupazione, e lì sta l'inghippo, potrebbe sfociare anche in mansioni non propriamente da maggiordomo. Ma si sa, il fascino di un Anthony Hopkins in 'Quel che resta del giorno' è impareggiabile. Era un maggiordomo, un mestiere che appassione ancora.






Equitalia «rovina» la festa a Maradona: «È un campione, ma deve pagare le tasse»

Corriere del Mezzogiorno

L'agenzia critica Bagni che sta organizzando l'evento
«Sono soldi che deve a tutti gli italiani, anche a lui»




NAPOLI - Sarà anche un grande campione, ma non per questo non deve pagare le tasse. È questo il succo del comunicato diffuso da Equitalia dopo la notizia del ritorno a Napoli di Diego Armando Maradona che intende celebrare al San paolo i suoi 50 anni. Insomma il fisco non molla il Pibe de oro, atteso in città il prossimo 30 ottobre per il suo compleanno, e intende rovinargli la festa. A scatenare la reazione dell'agenzia di riscossione statale sono state le parole di Salvatore Bagni, che sta organizzando l'evento.



«In passato gli hanno confiscato orologi e orecchino quando è venuto in Italia, vorrà dire che stavolta non li porterà con sé» aveva affermato l'ex centrocampista del Napoli e della nazionale. «Le frasi dell’ex calciatore Salvatore Bagni - scrive nella nota Equitalia - riportate dagli organi di stampa e riguardanti le pendenze con il fisco di Diego Armando Maradona dimostrano, ancora una volta, come sia necessario un cambiamento del modello culturale che ha favorito l’evasione fiscale nel nostro Paese».



«Le somme che Diego Maradona deve al Fisco perchè ha evaso e che Equitalia tenta di recuperare - continua l'agenzia nel comunicato - sono soldi che l’ex campione argentino deve allo Stato italiano, quindi a tutti i cittadini, compreso il signor Bagni». La società concessionaria della riscossione fiscale, dopo aver ribadito che Equitalia «tenta di recuperare» soldi che il il Pibe deve allo Stato, spiega infine che «il fatto che Maradona sia stato un grande calciatore e sia ancora molto amato dai tifosi non lo pone in una posizione diversa rispetto agli altri contribuenti chiamati a compiere i propri doveri di fronte al Fisco».




Manifesti anti-De Laurentiis
Manifesti anti-De Laurentiis
CONTESTATO DE LAURENTIIS - Insomma il ritorno di Maradona a Napoli si preannuncia burrascoso. Come burrascoso è il clima in città con la contestazione dei tifosi contro Aurelio De Laurentiis. Questa mattina le strade cittadine sono state invase da volantini che attaccano i presidente del Napoli definendolo un «buffone» e ricordandogli: «Napoli non è il tuo film». A diffondere i manifesti probabilmente i gruppi ultras sul piede di guerra per il comportamento del patron azzurro definito «incoerente» soprattutto dopo la vendita di Quagliarella e il tira e molla per il rinnovo del contratto a Paolo Cannavaro.



Eppure il presidente è sempre stato molto critico nei confronti della tessera del tifoso, il provvedimento del ministro Maroni contestatissimo dagli ultras. Ma ai tifosi questo non è evidentemente bastato e scrivono: «La nostra squadra, la nostra maglia noi ce le sentiamo addosso, sulla pelle, a difesa della nostra metropoli che come lei ben sa vive di calcio, di quella casacca. Lei lo sa bene ed approfittando dell’amore dei tifosi trae benefici economici ad ogni occasione. È giusto lei è un imprenditore ma noi non siamo il suo cinepanettone di Natale».



Sul trattamento riservato ai giocatori considerati bandiere e sull'importanza delle cometizioni europee aggiungono: «Su Quagliarella non ci creda stupidi, ora toccherà anche a Paolo Cannavaro? Ma quello che è stato veramente inaccettabile è che lei ha definito la Coppa Uefa una "coppetta". Magari a lei non porterà tanti soldi ma per noi napoletani il solo leggere il nome Napoli in quel tabellone tra squadre europee, dopo tante sofferenze, ci inorgoglisce, ci fa venire i brividi».



Redazione online
07 settembre 2010
(ultima modifica: 08 settembre 2010)




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Corpi del reato» lasciati per strada

Corriere della sera


Otto sacchetti abbandonati vicino all'ingresso sul retro: «Un errore degli impiegati del tribunale»


di Roldano Radaelli



MONZA - Cartucce usate, bossoli vuoti, tre taglierini, una parrucca, passamontagna, vestiti sporchi di sangue, persino un nunchaku, micidiale arma delle arti marziali, a disposizione dei passanti in pieno centro di Monza. Otto sacchetti abbandonati vicino all'ingresso sul retro dell'ex pretura di via Vittorio Emanuele. Da Palazzo di Giustizia hanno spiegato che il materiale era stato lasciato per errore dagli impiegati del tribunale, assieme ai bidoni della carta destinata al macero, che viene raccolta tutti i martedì mattina. Tra i vari oggetti spiccava il verbale di sequestro di alcuni bossoli.


(F.Ber.)
08 settembre 2010

Svezia, 2 donne lo accusano di stupro Assange si difende: sono io la vittima

di Redazione



Il fondatore di WikiLeaks denuncia un "caso montato" contro di lui. E si difende: "Quest'inchiesta è stata condotta senza il mio contributo"






Stoccolma - Il fondatore di WikiLeaks, l’australiano Julian Assange, accusato di violenza sessuale in Svezia, ha denunciato in una intervista all’Afp, un "caso montato" contro di lui. "L’unica vittima qui sono io", ha dichiarato Assange il cui sito è specializzato nella pubblicazione di documenti confidenziali. 


Assange si difende "Si tratta di accuse infondate e di un processo farsa", ha detto ancora l’australiano che ha aggiunto: "quest’inchiesta per stupro è stata condotta senza il mio contributo. Ho appreso tutto sulla stampa". Sono state due donne, il 20 agosto, ad accusare Assange, l’una di stupro e l’altra di aggressione sessuale. All’Afp, Assange ha ammesso di aver incontrato le due donne ma si è rifiutato di dire se aveva avuto rapporti intimi con loro, sottolineando che si tratta di "un affare privato".

"E' chiaramente un caso montato da persone implicate e da Expressen", il tabloid che ha rivelato lo scandalo nella sua edizione del 21 agosto, ha affermato ancora Assange. Trentanovenne, Assange è assurto alla ribalta della cronaca internazionale dopo aver pubblicato sul suo sito documenti sulle operazioni belliche in Afghanistan che hanno infiammato il dibattito su scopo e direzione della guerra americana nella regione. L’australiano si è mostrato prudente quanto ad un eventuale implicazione americana e non ha voluto fornire la data della pubblicazione dei 15mila documenti restanti sull’Afghanistan, prevista inizialmente a settembre.




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Fini: "Non mi dimetto"

Libero







Gianfranco Fini
non ha dubbi: vuole restare presidente della Camera fino alla fine della legislatura. Enrico Mentana gli dà il benvenuto nello studio del TgLa7, in apertura dell'edizione delle 20, presentandolo come "il presidente della Camera fino a prova contraria" e il fondatore di Fli subito aggiunge: "Io mi auguro almeno per tre anni".


Fini commenta quindi la giornata odierna con un "
tanto rumore per nulla". Poi definisce il premier Berlusconi e il leader della Lega Umberto Bossi degli "analfabeti della Costituzione", perché non hanno il potere di chiedere le sue dimissioni: "Faccio una previsione: Berlusconi e Bossi non saliranno al Colle a chiedere le mie dimissioni perché se andassero per questo dimostrerebbero al mondo di essere degli analfabeti del diritto costituzionale". Piuttosto i due "saliranno al Quirinale per parlare della situazione politica e questo mi sembra ben che meno doveroso".




Ad eventuali elezioni anticipate il presidente della Camera però si dichiara "prontissimo", anche se "andare al voto adesso è da irresponsabili, il governo deve governare" e Futuro e libertà è pronta a discutere "con Forza Italia allargata e la Lega come tradurre in concreto i punti" per rilanciare il Paese.


Tornando sul ruolo istituzionale ricoperto, Fini ribadisce che al presidente della Camera "non è vietato fare politica" e "sarebbe molto grave se qualcuno, in particolare il presidente del Consiglio dicesse 'ti abbiamo eletto noi, ora rispondi a noi'. Sarebbe una concezione proprietaria" delle istituzioni. Fini non si dimetterà "a meno che non mi si dimostri che sono venuto meno all’unico dovere del presidente della Camera, scritto nell’art. 8 del regolamento: rappresentare la Camera, assicurarne i lavori e far rispettare le norme". Insomma, aggiunge Fini, "io non rappresento la maggioranza. E se qualcuno della maggioranza me lo dicesse ancora, io replicherei: non sei proprietario delle istituzioni".   E ancora: "Ho sentito quel simpaticone di Bossi parlare di 'trasloco' o di 'spostamento' di Fini, ma la Camera non è una dependance del governo. Il Parlamento non dipende dal governo".


La casa a Montecarlo
- Mentana insiste poi sulla casa a Montecarlo. Fini rigetta ogni accusa: "Non sono mai andato in quella casa". Chi dice il contrario "lo provi. Non ho nulla da nascondere". Quando la vicenda "sarà più chiara di quanto è già, farà ridere, io attendo serenamente gli accertamenti della magistratura". Poi per troncare il discorso, stanco delle domande sugli immobili di An e i Tulliani, chiede ironico: "Ma si occupa lei di Novella 2000?".


Il sondaggio
- Un sondaggio condotto dall’istituto Crespi Ricerche su un campione di individui che hanno ascoltato il discorso di Fini rivela che il 76% degli italiani ha giudicato complessivamente positivo l'intervento. Il 63% esprime un giudizio positivo sulle posizioni assunte rispetto al PdL, Berlusconi e il Governo. La metà del campione si dichiara d’accordo con Fini quando dice che il partito non esiste più, anche se il 70% non crede che andrà avanti senza ribaltoni o cambi di campo.


Gli ascolti di Mentana
- Dopo il 10% ottenuto domenica scorsa grazie al traino di Mirabello, il TgLa7 di Enrico Mentana torna a stabilizzarsi sulla media del 7%. Ieri ha siglato il 7,85 per cento di share, con un milione 682 mila telespettatori. Quasi 2,9  milioni i contatti (2.878.229) e un picco di massimo ascolto   dell’8,84% di share con quasi 2 milioni di telespettatori (1.986.778)   alle 20.20. Molto bene anche l’edizione delle 7.30, con il 6,09% e   242mila telespettatori (picco di massimo ascolto del 7,20%), e ancora   in crescita quella delle 13.30, seguita da 616.787 persone per il   3,75% di share, con più di 1,2 milioni di contatti (1.232.504) e un   picco del 4,32%. Pier Silvio Berlusconi ci tiene a precisare che Mentana "per ora non ha portato via un solo spettatore al Tg5: dati alla mano, ha limato ascolti a RaiTre e al Tg1" ma non al canale di punta della Mediaset.




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Cossiga non c'è più ma la vigilanza sotto casa resta

Il Messaggero


 
di Claudio Marincola

ROMA (8 settembre) - Francesco Cossiga è morto il 17 agosto scorso. Ma il servizio di vigilanza davanti alla sua residenza romana è rimasto. Tre turni al giorno, pattuglie che montano e smontano anche nel cuore della notte. Perché?

Gli abitanti del quartiere Prati se lo chiedono da
giorni e non riescono a darsi una spiegazione. «La scorta - si fa sapere dal Comando provinciale dei carabinieri di Roma - è stata immediatamente sospesa, una decisione presa in automatico, ma in questi casi il servizio di vigilanza continua anche se il termine è già stato fissato».

Nel quartiere la presenza dell’ex presidente emerito
non passava inosservata. Agli uomini della sicurezza raccomandava il massimo della discrezione ma non potevano farsi trasparenti.

Una Fiat Punto con due carabinieri a bordo staziona
ancora giorno e notte, 24 ore su 24, davanti al civico 77 di via Ennio Quirino Visconti. Intorno ai militari da qualche giorno si formano capannelli di curiosi. Vogliono capire, sapere come mai stanno ancora lì.

E’ l’ultimo mistero che il presidente solleva anche da
morto. «Se lui ci fosse ancora, conoscendolo, se lo chiederebbe, picconerebbe...», chiosa Mario Tarantino, 55 anni, titolare del ristorante dove l’ex capo dello Stato pranzava quasi sempre e che si trova proprio di fronte. «Ma non li hanno avvisati? Non sanno che il presidente è morto?», sembra indignarsi invece Maurizio, che abita nella stessa via. Altri non la pensano allo stesso modo: vorrebbero che i carabinieri restassero ancora a lungo. Una questione di sicurezza che non ha niente a che vedere con il caro estinto.

In realtà, si mormora, a giustificare la presenza
continua dei carabinieri è soprattutto la necessità di presidiare i documenti e l’archivio che ancora si trovano nell’abitazione. Non è un mistero che Cossiga collezionasse dossier e fosse a conoscenza di molti segreti. Inoltre, a quanto pare, utilizzava tecnologie sofisticate ed era un noto radioamatore.

Per entrare nell’appartamento si starebbe
aspettando il ritorno del figlio Giuseppe, sottosegretario alla Difesa e parlamentare pdl. «La domenica mattina il presidente Cossiga riceveva tante visite e qualche volta si faceva portare anche il pranzo», ricorda Tarantino, titolare dell’“Ambasciata di Capri”. All’ingresso del locale le foto del presidente seduto al suo tavolo, il numero 21, sembrano reliquie. Con Parisi, Mastella, Stefania Craxi, Pippo Baudo. «Veniva quasi tutti i giorni e appena arrivava chiedeva di spegnere la musica. Ma era cordiale e amava scherzare. Venne anche a Natale, pranzò da solo».




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Salerno, la mozzarella stavolta è a pois bocconcini verdi nelle confezioni

Il Mattino


  

SALA CONSILINA (8 settembre) - Ancora due casi di mozzarella colorata nel Vallo di Diano. Si sono registrati l'uno a Sala Consilina, l'altro a San Pietro al Tanagro. Nel primo caso si è trattato di bocconcini di bufala, acquistati in un accorsato negozio di alimentari del centro cittadino. Il titolare dell'esercizio commerciale se ne era fornito in un caseificio di sua fiducia del Salernitano. E facevano parte di una confezione dalla quale li aveva trasferiti in più di un contenitore con panna (procedura è vietata dalle vigenti normative di legge in materia di prodotti caseari) e li aveva quindi esposti nel banco frigorifero.

Ad acquistarli, una signora salese abituale cliente del negozio. La signora ed i suoi familiari ne mangiano qualcuno a pranzo. Gli altri vengono conservati nel frigorifero. Nel pomeriggio la sorpresa: aprendo l'elettrodomestico, la signora nota che i bocconcini avevano assunto una strana colorazione: erano divenuti verdi. Un colore, quindi, diverso da quello bleu di altri casi di mozzarella colorata verificatisi nelle settimane scorse sempre nel Vallo di Diano. Dell'anomalia è stata subito sporta denuncia all'Ufficio Veterinario della competente Asl a cui, ovviamente, sono stati consegnati i bocconcini di bufala non consumati per essere sottoposti alle necessarie analisi.

Intanto i funzionari del servizio veterinario hanno eseguito accurati controlli nel caseificio di provenienza. Nell'altro caso, quello di San Pietro al Tanagro, si è trattato di una confezione di cinquecento grammi di mozzarella prodotta in un caseificio della zona con latte vaccino ed acquistata da una signora in un supermercato del luogo. Subito dopo l'acquisto, appena tornata a casa, la donna l'ha messa in frigo. Dopo due giorni la mozzarella è divenuta di colore pois-bleu. Subito è stata sporta denuncia a chi di dovere.

Con questi ultimi due, salgono complessivamente a sei i casi di mozzarella colorata nel Vallo di Diano. Il colore, tranne per i bocconcini "verdi" è stato sempre il bleu. Come è ormai noto a tutti, a causare l'anomalo colorazione delle mozzarelle, è un batterio, lo "pseudomonas fluorescens", presente nel terreno, in acqua e nelle piante. Esso, secondo gli esperti, è del tutto innocuo per la nostra salute. In ogni caso le autorità sanitarie continuano ad effettuare severi controlli in tutti i caseifici del Vallo di Diano, il cui numero complessivo raggiunge quota quarantatrè. Sinora in nessuno di essi è stata rilevata alcuna irregolarità. Ma, ironia della sorte, il batterio si sviluppa più frequentemente in luoghi ben refrigerati. E dunque dove migliori sono le condizioni igieniche, c'è, paradossalmente, maggiore probabilità di insorgenza del batterio.




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Pastore Usa infiamma l'11 settembre «Americani, sabato bruciamo il Corano»

Il Mattino


 

WASHINGTON (8 settembre) - Incurante degli appelli di diplomatici e generali, sindaci e capi religiosi, un pastore battista americano rischia di infiammare - letteralmente - il mondo islamico: dall'America invita a «bruciare in piazza il Corano». E nonostante siano sempre più numerose e autorevoli le voci di coloro che lo invitano a soprassedere (dall'Osservatore Romano alle Comunità Islamiche d'America, dal comandante delle forze internazionali in Afghanistan, generale David Petraeus, a quello della Nato, Anders Rasmussen), padre Terry Jones, 63 anni, responsabile del Dove Outreach World Center di Gainesville, in Florida, ha ribadito oggi la sua volontà di andare avanti.


Per il prossimo 11 settembre i suoi fedeli sono invitati a «raccogliersi in preghiera per bruciare insieme in piazza una copia del Corano». È quello a suo avviso il modo «veramente cristiano» per onorare le vittime degli attentati del 2001. Secondo padre Jones, è venuto il tempo di «lanciare un messaggio chiaro ai musulmani radicali» del mondo: «Sappiano - ha ribadito oggi, intervistato dalla CNN - che l'America non tollererà più la loro jihad.



Non vogliamo offendere nessuno. Ma dire che siamo offesi quando bruciano in piazza la nostra bandiera o la Bibbia. Loro non hanno problemi a farlo. Perchè dovremmo averne noi?» Parole incendiarie che gettano benzina sul fuoco del dibattito circa l'opportunità di aprire una moschea a Ground Zero a New York. La stessa Casa Bianca si è detta oggi «preoccupata»: «questo tipo di azioni mettono in pericolo le nostre truppe in Afghanistan, e sono fonte di inquietudine per noi» ha detto il portavoce, Robert Gibbs, mentre il sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha definito «disgustosa» l'iniziativa del pastore Jones: «Ma - ha ammonito - la sua azione è protetta dal diritto alla libertà di espressione. Non possiamo applicarlo solo alle situazione che approviamo».



Inviti a fermare «questa islamofobia» sono venuti anche dai leader di tutte le fedi religiose, che da Washington hanno lanciato un appello congiunto alla tolleranza. Incurante di tutto ciò, Jones ha ribadito che intende andare fino in fondo: «Gesù insegna che c'è un tempo per la diplomazia e un tempo per l'ira. La diplomazia è una cosa buona e giusta. Ma non dimentichiamo mai che anche Gesù entrò nel tempio e rovesciò i banchi».



Di fronte a queste parole è intervenuto anche il generale Petraeus. Per dire che la proposta potrebbe causare reazioni tali «da mettere a rischio la vita di soldati americani». Ma Jones non ha fatto una piega: «Prendiamo molto seriamente le parole di Petraeus e preghiamo per i nostri soldati. Ma per quanto ancora dobbiamo indietreggiare di fronte alle minacce dei musulmani radicali e alla loro jihad?». Le parole di Jones hanno sollevato polemiche anche sul piano internazionale.




Manifestazioni di protesta si erano già tenute la settimana scorsa davanti all' ambasciata Usa a Giakarta, in Indonesia. Oggi, invece, è intervenuto il ministero degli Esteri dell'Iran, per sottolineare che bruciare il Corano solleverebbe «sentimenti incontrollabili» in molti Paesi musulmani. «Consigliamo ai Paesi occidentali di impedire lo sfruttamento della libertà di espressione per insultare i libri sacri» ha detto da Teheran il portavoce Ramin Mehmanparast.


Preoccupazione espressa anche, a Washington, dal capo della Nato: questa vicenda - ha detto Rasmussen - «rischia di avere conseguenze nefaste sulla sicurezza delle nostre truppe». Mentre l'Osservatore Romano, a Roma, ha titolato così oggi il giornale: «Nessuno bruci il Corano».




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Uccise Lennon nel 1980: Chapman non sarà libero

di Redazione


Aveva chiesto la libertà vigilata per la sesta volta. Trent'anni fa sparò quattro colpi di pistola al cantante dei Beatles



New York - Niente da fare per Mark David Chapman, l'assassino di John Lennon, che resta in carcere. L'uomo ha provato per la sesta volta a chiedere la libertà vigilata. Il Parole Board dello stato di New York, la commissione competente sulla valutazione del comportamento dei detenuti, ha sempre risposto negativamente. 

In carcere da trent'anni Chapman, 55 anni, uccise l'ex-Beatle a Manhattan, l'8 dicembre 1980, sparandogli contro quattro colpi di pistola ed è stato condannato all'ergastolo. Da allora è rinchiuso in una cella dell'Attica Correctional Facility di New York e sembra che dal 1994 il suo comportamento sia stato impeccabile. Stavolta la commissione, composta da tre membri, non ha giustificato il rifiuto, ma nel 2008 aveva ritenuto che la libertà dell'uomo sarebbe andata contro gli interessi della comunità.



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"Ciao Tommy, ecco i tuoi pastelli" Doni per l'alunno che non ci sarà

IL Giorno

Parma, un banco vuoto in prima elementare. Libri e pupazzi per il piccolo Onofri. Cerimonia sulla tomba. La madre: "Una messa, il regalo più bell






Parma, 8 settembre 2010



CI SARÀ un posto vuoto in un’aula di prima elementare alle scuole Don Milani o in un altro istituto di Parma. Un posto che sarebbe stato occupato da un bambino che due giorni fa ha compiuto sei anni. Il saluto alla mamma, la prima occhiata alla maestra. Un copione eterno, mai scritto eppure immutabile. Ma Tommy non si siederà mai in quel banco. Perché Tommaso Onofri è stato strappato dal seggiolone, rapito e ucciso la sera maledetta del 2 marzo 2006. Per un mese la tomba di un bambino di diciotto mesi è stata una fossa scavata con fretta furiosa dai suoi assassini al Traglione, sul greto dell’Enza, zona solitaria tra Parma e Reggio Emilia, desolata, popolata la sera da poche, tenaci prostitute in attesa dei radi clienti. Fino al primo aprile quando Mario Alessi, oggi all’ergastolo, non conduce gli inquirenti fino al luogo di quella sepoltura indegna. Si lavora di ramponi e forconi fino a quando un forcone non solleva un lembo di indumento. E si scava con le mani e Tommy appare, il viso schiacciato sulla terra.

RICORDARE TOMMY, i suoi sei anni mai compiuti. Tommy scolaretto mancato. Pioggi di regali. Com’è giusto per un compleanno, com’è doveroso per il primo giorno di scuola. Nel cimitero di Tizzano, un bambino ha lasciato sulla sua tomba un libro, una matita con la figura di un ranocchio e un biglietto: «Anch’io quest’anno comincio la prima e vorrei tanto averti come compagno di banco». Il Traglione è un piccolo sacrario. I due angioletti portati da nonna Marisa. Anche Paola, la mamma di Tommy, la conosce solo così: «E’ una anziana signora di Parma. Non lascia passare un Natale, una Pasqua, non dimentica un compleanno. Viene nell’ufficio postale dove lavoro. Fa la coda aspettando il suo turno. Quando l’ho davanti tira fuori il regalino: «Questo è per il mio Tommino». Dalla tata Giancarla un vaso di calle con tante matite colorate.

DA UNA RAGAZZA dell’associazione «Tommy nel cuore» un trenino con sei vagoni e sei candeline. Perché per tutti Tommy vive ancora e si sta preparando al suo esordio scolastico. «Mi chiedo — si interroga la mamma — che scolaro sarebbe stato e mi rispondo: un po’ discolo, un peperino». Un topino candido di pezza. Le macchinine di un bambino parmigiano. Viene da Maranello il gattino di peluche di un dipendente della Ferrari. Da Livorno una rana verde di ceramica. Da Genova quattro vasi di fiori. I messaggi dei detenuti. Nessuno ha dimenticato le cento corone ai funerali di Tommy giunte dalle carceri di tutta Italia.

I detenuti di Verbania avevano regalato una mountain bike a Sebastiano, il fratello più grande. Paola li ha ringraziati andando in carcere qualche giorno fa, ha incontrato una rappresentanza di dieci detenuti, è tornata con un mazzo di fiori. Il Traglione è stato ripulito da erbe e rifiuti per il saluto a Tommy, per la messa celebrata da padre Giacomo Spini, il prete che l’aveva battezzato. Negli occhi di Paola Pellinghelli lacrime vinte, come sempre. «Sono molto contenta perché sono riuscita a realizzare quello che volevo: una messa per Tommy al Traglione. E’ il regalo più bello che gli avremmo potuto fare. L’assessore all’ambiente Cristina Sassi è stata con noi dall’inizio. Ci ha aiutato a fare pulizia, in stivali e maglietta. In quella occasione ha detto una cosa molta bella, vicino al cippo che ricorda Tommy: che sarebbe diventato un luogo della memoria. Ci siano riusciti».

«LASCIATE che i bambini vengano a me», Vangelo di Marco. «Anche noi — prosegue padre Giacomo, sotto il cielo plumbeo — possiamo invocare lo spirito sui piccoli, sui bambini che stanno per iniziare la scuola, sul cammino della loro vita». Un pensiero per Paolo Onofri, il padre di Tommy, che da due anni vive nel tunnel oscuro della vita vegetativa dopo un infarto: «Dio accompagni lui e chi si trova in situazioni simili in questa esperienza così misteriosa». Per un momento mamma Paola assume un’aria di glorioso trionfo: «Alla fine vince Tommy. L’ho detto dall’inizio. Ha sempre vinto lui e continuerà a vincere».

dall’inviato GABRIELE MORONI




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Resti umani nello stomaco di uno squalo catturato alle Bahamas

Corriere della sera


Gli investigatori, attraverso l’esame del Dna, sperano di arrivare a un’identificazione


Il pesce, di quattro metri, è stata preso al largo di New Providence


Lo squalo 'cannibale' delle Bahamas
Lo squalo "cannibale" delle Bahamas
WASHINGTON In una puntata di “Csi Miami”, gli agenti indagano su resti umani trovati nella pancia di uno squalo. Dalla fiction alla realtà: la polizia delle Bahamas è impegnata in un caso identico e sta lavorando per scoprire chi sia la vittima. E’ domenica, tre pescatori sono impegnati in una "battuta" a circa 38 miglia a sud di New Providence (Bahamas). Sperano di prendere delle cernie. Invece - secondo il racconto riportato dai media locali - catturano uno squalo tigre di quasi quattro metri: non appena lo sistemano a bordo rigurgita un piede. I pescatori decidono di rientrare in porto mentre contattano via radio la polizia.



LA VITTIMA UN UOMO DI COLORE - Una volta a terra gli agenti incidono la pancia dello squalo e trovano un piede destro, le braccia, parte del tronco. I resti sono trasferiti al laboratorio di medicina legale: in base ai primi rilievi la vittima sarebbe un uomo di colore e di buona corporatura. Troppo presto per dire se sia stato ucciso dal predatore o se invece era già cadavere al momento dell'assalto. Gli investigatori, attraverso l’esame del Dna, sperano di arrivare a un’identificazione. E a questo proposito seguono un paio di ipotesi. 


La prima è quella che porta agli immigrati clandestini – in particolare haitiani - che cercano di raggiungere le coste della Florida e a volte sono vittime di naufragi. L’altra riguarda tre scomparsi in mare nell’ultima settimana. Frank Brown, 62 anni, e Delton Newton, 47 anni, erano fuori in barca quando hanno segnalato problemi al motore. Non sono più tornati. Stessa sorte per un uomo sparito in circostanze simili da quasi sette giorni. Marie Levine, dello Shark Research Institute (Sri), ha affermato che in base alle foto – pubblicate da un sito di una tv – è arduo dire se la persona fosse ancora in vita quando e' stata assalita. L’esperta ha poi precisato che gli squali percorrono lunghe distanze e dunque è anche possibile che i resti non siano quelli degli scomparsi alle Bahamas.



Guido Olimpio
08 settembre 2010



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Il medico sospeso: "Colpa dell'infermiera"

La Stampa


«Toccava a lei chiedere nome e cognome alla paziente»


MARCO ACCOSSATO
TORINO


«Questa vicenda è ancora tutta da chiarire. Ieri non sono potuto andare in ospedale, perché è mancata mia zia e ho dovuto occuparmi di tutte le pratiche per il funerale. Devo parlare con il mio primario, prima di rilasciare qualsiasi dichiarazione. Ci sarà un’indagine, aspettiamo». Il dottor Maurizio Sacchetti è il medico delle Molinette che ha firmato la sacca di sangue da trasfondere a Irene Guidi, 77 anni, nel pronto soccorso di Chirurgia. Sacca di sangue sbagliata.

Secondo l’ospedale ci sarebbe ben poco da chiarire, dottore. Lei avrebbe firmato la sacca da infondere alla signora che poi è morta, senza
prima chiedere nome e cognome alla paziente, come prevedono invece le procedure. Conferma?
«Non confermo nulla. Non ho neanche un legale. L’ospedale può dire ciò che vuole, ma bisogna verificare».

Verificare che cosa?
«Ho letto da qualche parte su Internet che il dottor Rapellino, il responsabile del Risk Management dell’ospedale, sostiene che ci siano procedure informatizzate, per non confondere i pazienti. Bene, il sistema non funziona: lei fa “bip” sul braccialettino del malato e poi sulla sacca di sangue, e il sistema non funziona. Può verificare in qualsiasi momento».

D’accordo, ma chiedere nome e cognome non prevede tecnologia. Almeno su questo concorderà. O no?

«Anche questo è da chiarire».

In che senso?
«La sacca non l’ho messa su io».

Vuol dire che non è colpa sua? Chi deve chiedere il nome al paziente? «Chi mette la sacca, e di solito sono le infermiere a metterla».

E nel caso della signora Guidi? Chi l’ha messa?
«Non io. Può metterla anche il medico, ma in genere viene messa dalle infermiere. E se l’ha messa l’infermiera è lei che deve chiedere nome e cognome. Io però non voglio fare dichiarazioni contro nessuno, non voglio mettere nei guai nessuno».

C’era confusione, sabato sera, al pronto soccorso? Come si spiega l’errore?
«In pronto soccorso è sempre un viavai di barelle. Ci sono barelle dappertutto: vediamo oltre 120 persone al giorno in Chirurgia, altrettante in Medicina. Sbagliare si può, ma aspettiamo l’indagine della procura».

A chi erano destinate le sacche di sangue trasfuse per errore alla signora Guidi?

«Non so. Onestamente non so proprio. Dovrò chiedere. Avessi potuto andare stamattina alle Molinette a parlare col mio primario avrei un quadro più preciso. Ma ho dovuto fare le pratiche per mia zia morta».

Nel frattempo ha ricevuto una lettera di sospensione.
«Non ho ricevuto nulla, solo la telefonata di un collega. Ripeto: devo ancora parlare con il mio primario, che è anche il capo dipartimento. Devo capire che cosa dire e che cosa fare. Gliel’ho detto: purtroppo oggi non ho potuto fare nulla per seguire le pratiche di mia zia che è mancata. Capisce che non posso dire altro senza chiarire prima bene la situazione».




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La ragazza del prete: "Tante cattiverie"

IL Mattino di Padova


La giovane laureata che ha fatto innamorare il parroco, don Romano Frigo, senza confermare la storia chiede di poter rimanere in disparte: "Ho bisogno di vivere tranquilla e serena. La gente è cattiva. Di cose non vere in paese ne hanno dette molte"


Don Romano Frigo
Don Romano Frigo


CERVARESE SANTA CROCE. La giovane donna finita nell’occhio del ciclone cerca di restare in disparte. Non lancia smentite, ma si limita a commentare il suo stato. «Ho bisogno di vivere tranquilla e serena - esordisce - la gente è cattiva, spero che questa questione finisca al più presto. Di cose non vere in paese in questi ultimi giorni ne hanno dette molte ed è una tristezza sentire così tante chiacchiere inutili».

Il comunicato della Diocesi di Padova

La ragazza di cui è innamorato don Romano Frigo non aggiunge altro. Ha ventisei anni, è laureata in attesa di occupazione e vive con i suoi genitori proprio a Cervarese. E’ una ragazza molto carina, dai capelli castano scuro, che lavorava fianco a fianco con l’ex parroco in quanto collaborava con lui nell’organizzazione delle attività socio culturali della parrocchia.

Non vuole assolutamente entrare nel merito della storia d’amore con il sacerdote, quarantaseienne, che pare andasse avanti già da un po’ di tempo. Si limita ad evidenziare che in parrocchia molta gente sta esagerando nei pettegolezzi con affermazioni che, a suo dire, non hanno alcun fondamento e la fanno stare male.

Probabilmente si riferisce alle voci che circolano in questi giorni, innescate dalla notizia stessa della richiesta di don Romano al vescovo Antonio Mattiazzo di abbandonare per un periodo l’attività sacerdotale. In molti sono infatti convinti che la coppia sarebbe in procinto di mettere su casa per un futuro insieme in un piccolo comune del Vicentino. Su questa ipotesi di un domani da capofamiglia l’ex parroco ci ride sopra.

Dopo aver salutato la comunità è tornato a casa della mamma Paola per un periodo di riflessione tra le montagne dell’Altopiano di Asiago, in quanto è originario di Canove di Roana. Ma nemmeno lui vuole aggiungere altro, lasciando piuttosto parlare la Diocesi di Padova che ieri pomeriggio si è espressa con un comunicato nel quale viene posto l’accento sul senso di responsabilità dimostrato da don Romano. La vicenda del prete innamorato, intanto, continua a tenere banco non soltanto a Cervarese e nelle sue frazioni.

«Sono dispiaciuto del clamore mediatico che questa storia ha creato in una parrocchia di circa 1100 anime, che era tutta stretta con il suo parroco - afferma il sindaco di Cervarese, Claudio Chiarello - Don Romano ha dato il massimo per i giovani senza negare il sostegno morale e spirituale agli anziani. Lo ha fatto fino all’u ltimo giorno da parroco trascorso qui. Con il suo arrivo undici anni fa ha dato una svolta alla frazione che prima era piuttosto chiusa. 


Sono dispiaciuto anche perché con il suo grande talento poteva dare ancora tanto alla comunità. Aveva in mente grandi progetti che spero si possano concretizzare con l’arrivo del nuovo parroco che, sono certo, troverà una parrocchia attiva, unita, con validi collaboratori pronti a dare il loro apporto così come hanno fatto con don Romano». Il primo cittadino sui particolari della love-story tra il prete e la parrocchiana preferisce sottrarsi.

«Le voci che sentono gli altri le sento anch’io - aggiunge Chiarello - Sul fondamento di queste chiacchiere non so nulla, dico soltanto che avrei preferito che don Romano avesse lasciato di sé un’immagine più positiva. Quella che tutti a Cervarese avevano di lui prima che venisse fuori la notizia di questa storia d’amore».


(07 settembre 2010)




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Groenlandia: iceberg gigante minaccia la navigazione

Corriere della sera

Si è staccato nei primi mesi dell'anno dal ghiacciaio Petermann presso lo stretto di Nares


Seguito dai satelliti italiani Cosmo-Skymed

Con i suoi 250 chilometri quadrati è grande circa quattro volte Manhattan, ha uno spessore di 200 metri e minaccia la navigazione marittima. È un iceberg che si è staccato nei primi mesi dell’anno dal ghiacciaio Petermann in prossimità dello stretto di Nares che separa l’isola di Ellesmere dalla Groenlandia. Ora sta entrando nello stretto e, trascinato dalle correnti che viaggiano alla velocità di un chilometro all’ora, costituisce un rischio per le navi in transito. L’iceberg è il più grande dell’emisfero settentrionale. Dati i problemi che potrebbe creare, la montagna di ghiaccio è controllata dallo spazio e, oltre ai satelliti della Nasa e dell’Esa, ci sono i tre satelliti-radar italiani Cosmo-Skymed dell’Asi che stanno rilevando con continuità i suoi spostamenti.



Il distacco dell'iceberg Il distacco dell'iceberg Presso lo stretto di Nares in Groenlandia


MONITORAGGIO - Gli esperti di e-Geos elaborano le immagini che arrivano a intervalli di poche ore alla stazione di Telespazio, al Fucino, e consentono di valutare anche spostamenti e velocità delle correnti marine da cui dipende la massa ghiacciata. L’intervento dei satelliti italiani (l’ultimo della costellazione, il quarto, sarà lanciato alla fine di ottobre) è, in questo caso, prezioso proprio perché riescono a sorvolare con maggior frequenza rispetto agli altri la zona interessata, producendo aggiornamenti utili all’eventuale prevenzione. La causa del distacco, in tal caso, non è imputata al riscaldamento climatico ma a fatti naturali. Quest’anno, infatti, le temperature dell’Artico sono state più basse rispetto agli ultimi periodi. Ciò che preoccupa, sono gli spostamenti in relazione ai pericoli che possono nascere.


Giovanni Caprara
07 settembre 2010



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Napoli, roghi alle discariche abusive spunta il patto tra rom e camorra

Il Mattino


 

NAPOLI (8 settembre) - Dopo le minacce ai vigili urbani scatta l’inchiesta della Procura: all’ombra delle discariche abusive sarebbe stato, infatti, siglato un vero e proprio patto fra rom e camorra. Intanto, decine di telefonate di solidarietà sono già giunte al comando della polizia municipale. Già previsto un vertice in Prefettura con le forze dell’ordine sul campo di Scampia. L’obiettivo è di mettere a punto un piano definitivo di presidio dell’area sia per tutelare la salute degli abitanti del campo sia per fermare chi alimenta la discarica abusiva di Secondigliano.




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Fa il furbo pure sulle dimissioni

di Alessandro Sallusti


Che i due leader della maggio­ranza, Berlusconi e Bossi, dei quali uno è pure presidente del Consiglio, chiedano al capo del­lo-Stato di licenziare il presiden­te della Camera, è fatto sicura­mente anomalo e inedito. La Costituzione non lo prevede, il primo dei deputati è irremovibi­le, salvo il caso di comprovata incapacità tecnica. Ma la Costi­tuzione, sia quella formale che, ancor di più quella sostanziale, non prevede neppure che il pre­sidente della Camera diventi un soggetto politico attivo, an­che qui sia nella forma che nel­la sostanza, e per di più ostile alla maggioranza e all’attività di governo.

Fini è furbo, e gioca sulla separazione dei ruoli: quello istituzionale non va confuso con quello politico. Evidentemente ritiene che gli italiani siano tutti fessi. Ci sarà un motivo perché agli arbitri di calcio, metafora della vita, è impedito parlare, commentare, criticare le vicende pallonare? Certo che c’è. Chi si fiderebbe a far arbitrare un Inter-Milan a un fischietto che per tutta la settimana precedente parla male, insulta, boicotta i nerazzurri e consiglia invece la formazione ai rossoneri? Nessuno, ovviamente, anche se la domenica si comportasse da persona più che onesta.

Non cadiamo nel tranello burocratico formale di Gianfranco Fini e dei suoi uomini. Non tutto può essere stabilito in punta di diritto. Del resto i padri costituenti avevano escluso che la terza carica dello Stato un bel giorno si sarebbe seduta sullo scranno a sparare contro i suoi. Avevano ragione, tanto che fino a oggi non era mai successo. Ovvio che il presidente della Camera ha un passato, un presente e un futuro politico. Ma prima di Fini tutti lo avevano congelato, chi più nella forma che nella sostanza, i più onesti in entrambi i campi. Il che non voleva dire tacere, ma limitare gli interventi a parole di indirizzo, critica e richiamo generici e comunque mai riferiti a una sola parte del Parlamento. Perché è vero, come dice Bersani, che Berlusconi e Bossi non hanno nella loro disponibilità la presidenza della Camera.

Ma è anche vero il contrario, cioè che il presidente della Camera non ha nella sua disponibilità il governo, e neppure la maggioranza. Quindi l’anomalia della richiesta a Napolitano è figlia di una anomalia precedente, sulla quale ovviamente Fini tace, minimizzando pure il potere politico (in realtà enorme, soprattutto in fase di interdizione) che i regolamenti gli attribuiscono. Questo Fini lo sa bene e se fosse intellettualmente onesto avrebbe posto lui la questione spontaneamente, per onore di chiarezza e di quell’etica politica alla quale si appella un giorno sì e l’altro anche.

È ovvio (caso Montecarlo a parte, semmai è un’aggravante) che il problema esiste. Berlusconi e Bossi, con il loro strappo, non credo vogliano violentare la Costituzione ma semplicemente portare la questione al livello più alto e in modo perentorio. Il capo dello Stato, sempre attento alle regole, non può più fare finta di niente. Le condizioni politiche e personali che hanno dettato l’elezione di Fini sono cadute e il cuore del potere legislativo rischia una paralisi per un conflitto aggravato dall’annuncio della nascita di fatto di un nuovo partito, quello appunto del presidente, che cambia completamente lo scenario e l’equilibrio tra le forze.


Napolitano non potrà certo licenziare Fini. Ma sa dare consigli, e l’ex leader di An ha sempre sostenuto che quelli del capo dello Stato sono preziosi, da ascoltare con molta attenzione.





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La difesa di Gianfranco ha tanti buchi neri: a Roma i pm accelerano

di Redazione



L’inquilino di Montecitorio continua a non spiegare la strana coincidenza del cognato affittuario a Monaco




Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Roma - Per la prima volta Gianfranco Fini parla di Montecarlo, dopo essersi affidato, l’8 agosto, a una nota scritta di chiarimenti che chiarivano poco. Lo fa ospite del telegiornale di Enrico Mentana, su La7. L’argomento dell’affaire immobiliare risulta piuttosto sgradito al presidente della Camera, che tenta il più possibile di glissare, ma tocca comunque un paio di punti cruciali, senza aggiungere elementi di chiarezza alla vicenda.

Anzi. L’unica «novità» è un dettaglio che negli otto punti di «chiarimento» aveva omesso, spiegando di «non essere mai andato nella casa di Montecarlo». E i vicini che hanno detto, non solo al Giornale, di averlo incontrato nell’androne del palazzo insieme a Elisabetta Tulliani? Mentono tutti? Sono vittime di un’allucinazione collettiva? «Chi dice che mi ha visto lo provi». Dove la versione finiana scricchiola è sulla ricostruzione della compravendita.

Nella nota di agosto Fini disse che Tulliani, «in base alle sue relazioni e conoscenze», gli propose un acquirente per la casa, e che una volta che gli uffici di An ebbero verificato che il prezzo era superiore alla valutazione di dieci anni prima, autorizzò Pontone a vendere. Ieri lui stesso ha definito «congrua» (sic!) quella risibile offerta (300mila euro a fronte di stime superiori al milione di euro), ribadendo di aver detto a Pontone di vendere.

Tulliani «disse che c’era chi era interessato a comprarla», ma in che modo il «cognato» sapesse che An voleva vendere quella casa che Anna Maria Colleoni aveva lasciato in eredità al partito è un mistero. Non per Fini, che nega di averglielo detto. Per spiegare la stranezza sceglie un inappropriato sarcasmo: «Crede che a Montecarlo sia difficile sapere di una casa in vendita? Non è certo una metropoli». Era talmente noto che nemmeno i condomini che da anni tentavano di acquistare quell’immobile sapevano fosse in vendita.

Sul fatto che poi a viverci ci sia andato, guardacaso, proprio suo «cognato» che a detta di Fini aveva conoscenze nel settore immobiliare a Montecarlo (tali e tante conoscenze che Tulliani disturbò l’ambasciatore Mistretta addirittura per chiedere se conosceva imprese di ristrutturazione) nemmeno una parola. Mentana prova a sfiorare l’argomento, domandandogli conferma di quel «disappunto» che Fini avrebbe provato sapendo che Giancarlo Tulliani era l’inquilino della casa monegasca, ma il Presidente dribbla il tema alla velocità della luce: «Sono molto più arrabbiato con chi da un mese ha sottoposto la mia famiglia a un’autentica lapidazione».

Sull’affittuario i fatti svaniscono, forse è un’incredibile «coincidenza», come diceva imbarazzato il tesoriere di An Francesco Pontone il 4 agosto. Tanto che Fini, su quell’inquilino, invita ad aspettare il verdetto della magistratura e dice di avere la «coscienza a posto». Ma proprio la magistratura, continuamente blandita da Fini, è interessata all’affaire immobiliare non tanto per il cognato in Ferrari bensì per il sospetto che la compravendita sia stata un danno per le casse del partito. E intanto, in attesa delle rogatorie, nell’inchiesta romana condotta dal pm Pierfilippo Laviani verrà presto interrogato Pontone. A seguire toccherà a Lamorte. Se la magistratura continuamente lodata da Fini ha davvero intenzione di scavare a fondo, lo scopriremo presto.




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Secolo d’Italia La Perina: «Pdl addio» Ma il giornale intasca 1,5 milioni dallo Stato

di Redazione


«Da oggi dalla testata del Secolo d’Italia sparisce la dicitura “quotidiano del Pdl”». Il direttore del quotidiano finiano Flavia Perina non vedeva evidentemente l’ora di cancellare il copyright berlusconiano dalla sua creatura. «Cancellare questa etichetta - aggiunge la deputata Fli, direttore editoriale del quotidiano di Futuro e Libertà - è un tributo alla chiarezza» dopo lo strappo del presidente della Camera Gianfranco Fini a Mirabello di domenica scorsa.

Purtroppo per lei, certe parole possono suonare come un boomerang. «Un Secolo senza etichette e senza diretti collegamenti di partito per adesso va benissimo, liberi tutti, nel mare aperto che sempre ci è piaciuto e che tanto ha irritato i colonnelli di An. Domani arriverà un’altra didascalia». Domani, ma anche subito perché la Perina sa benissimo che quella «etichetta» è necessaria: diversamente non avrebbe più titolo di accesso ai soldi del finanziamento pubblico alla stampa di partito. Nel 2008 sono arrivati nelle casse del Secolo 1.597.849,18 euro come contributo per «testate organi di partiti e movimenti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare (non eletti ma gruppo, ndr) in una delle Camere». Senza un gruppo Fli, altro che futuro, altro che libertà...




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Dietro la mattonella 40 milioni di lire restauro fortunato per un trevigiano

Corriere della sera


Un uomo trova il tesoretto e lo fa cambiare in euro alla Banca d’Italia



La sede della Banca d'Italia di Treviso (archivio)
La sede della Banca d'Italia di Treviso (archivio)


TREVISO — «Scusi, mi può cambiare 40 milioni?». Una richiesta di fronte alla quale il cassiere della banca non ha strabuzzato gli occhi, come di primo acchitto sarebbe lecito aspettarsi. Tutto nella norma: i milioni fanno riferimento alle vecchie lire e la banca che ancora ha dimestichezza con il vecchio conio è quella d’Italia. La richiesta, invece, è quella di una persona presentatasi poco tempo fa alla filiale trevigiana dell’istituto, in pieno centro cittadino. Un vero e proprio «tesoretto» quello trovato nascosto in una vecchia abitazione di famiglia durante i lavori di restauro. E’ bastato togliere una mattonella (evidentemente un nascondiglio dimenticato da chissà quanti anni, come ha raccontato il tg di Antennatre) e la somma è saltata fuori.



Troppi soldi per lasciarla marcire o finire in una collezione. Un tesoro che il fortunato ha potuto riscuotere convertendolo in euro ma che per poco ha rischiato di tramutarsi in un gruzzolo di carte prive di valore, buone al massimo per i collezionisti: è il febbraio 2012, infatti, il limite ultimo per cambiare gli ultimi spiccioli (ma a quanto pare a cercar meglio non è da escludere il colpaccio) in lire rimasti chiusi in qualche cassetto. Infatti, sarebbero ancora molti coloro che si recano nella filiale trevigiana della Banca d’Italia per cambiare le lire, finite fuori corso nel 2002. Alcuni arrivano dall’estero, per convertire il denaro che un tempo si sudarono nel belpaese. Qualcuno invece ci arriva perché baciato dalla fortuna. Mentre altri, come alcuni baristi trevigiani, lo fanno regolarmente: non sono pochi i locali, infatti, che accettano ancora pagamenti in lire. Tanto, almeno per un anno e mezzo, il vecchio conio si può ancora cambiare in euro.

07 settembre 2010




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Il Pd elimina "via vittime di mafia": dà fastidio

di Mariateresa Conti



Imbarazzi tra i democratici in Calabria. Nessuna protesta contro la giunta rossa per il cambio di intitolazione. Ma quando il Carroccio revocò a una biblioteca del Bergamasco la dedica a Peppino Impastato ci fu il finimondo




Quando, un anno fa, in nome della promozione delle tradizioni locali, il sindaco leghista di Ponteranica pensò di togliere la denominazione «Peppino Impastato» alla locale biblioteca comunale, fu l’inferno: proteste, associazioni antimafia sul piede di guerra, gruppi su Facebook, grida al vilipendio delle vittime di mafia. Insomma, un putiferio. Un putiferio che non è affatto scoppiato per un’iniziativa analoga, anzi peggiore, presa un mese fa da un sindaco di centrosinistra, e per di più in Calabria, terra di ’ndrangheta dove attentati, omicidi e minacce a chi combatte la criminalità organizzata sono all’ordine del giorno. Un sindaco che, per la protesta di un pugno di famiglie, alla vigilia della pausa d’agosto, ha pensato bene di fare dietrofront e di cancellare l’intestazione alle «Vittime della mafia» di una strada cittadina, giudicata «inopportuna e inappropriata» dai residenti.


Siamo a Serra San Bruno, 7000 anime in provincia di Vibo Valentia, terra di arte - celebre l’antica Certosa - ma anche di criminali, uno dei vertici del triangolo della morte delimitato da Gioiosa Ionica e Soverato. Un luogo in cui è importante dare segnali contro la ’ndrangheta, anche quelli piccoli piccoli. Nel 2009 l’amministrazione cittadina di centrosinistra, guidata dal 2006 da Raffaele Lo Iacono, ha intitolato una strada, via Catanzaro, alle «Vittime della mafia».


Tutto normale? No. Il cambio di nome ha infastidito i residenti. Che a metà luglio hanno mandato al primo cittadino una laconica letterina, agghiacciante quanto a motivazioni. «Le famiglie residenti alla via Catanzaro – recita la missiva, recapitata al Comune a metà luglio – chiedono alla Signoria vostra di adoperarsi affinché la nuova denominazione della via (Vittime della mafia) venga cambiata con altro nome in quanto quello scelto è inopportuno e inappropriato (sottolineato in neretto, ndr).


Tenga presente che la suddetta è una strada privata, e alle famiglie residenti avrebbe fatto piacere che fossero state coinvolte nella scelta del nome». Segue un elenco di firme delle 12 famiglie, quelle residenti nella strada in questione. Il sindaco Lo Iacono non perde tempo. La giunta viene convocata il 30 luglio, presenti il primo cittadino e metà degli assessori, tre su sei. Ed ecco che le «Vittime della mafia», «inopportune e inappropriate», vengono cancellate.


La giunta approva, nuovo nome della strada «Traversa I^ via Catanzaro». Istanza accolta. Arrivederci e buone vacanze. Alla faccia di chi, per combattere la mafia, è morto davvero. Tutto in silenzio, senza clamori. Se ne accorge, tornando dalle vacanze, un consigliere Pdl, Mirko Tassone. E il caso scoppia. Il sindaco Lo Iacono, interpellato dal Giornale, cerca di minimizzare: «Non è il caso di fare chiasso, hanno protestato perché non vogliono che la parola mafia compaia sulla loro carta d’identità, sono tanto contro la mafia che neanche vogliono sentirla nominare».


Dubbi sul fatto che togliere quella denominazione sia stato poco opportuno, per non dire altro? «No – risponde Lo Iacono – le famiglie hanno detto che a loro va bene l’intestazione a un morto di mafia, quello che non vogliono è il riferimento generico alla mafia. Ne parlerò col prefetto, nell’ambito della stessa giunta abbiamo lanciato l’idea di un’intestazione a Rocco Chinnici (il procuratore di Palermo ucciso nel 1983, ndr)».


Dopo il colloquio col Giornale il sindaco ha cambiato ancora idea. E, giocando d’anticipo, ha trasmesso ai giornali locali una smentita preventiva che nulla smentisce, pubblicata sul Quotidiano di Calabria, in cui sostiene che «nella trascrizione da parte degli uffici della modifica del nome della strada approvata in giunta a causa di un errore puramente materiale è rimasta solo la dicitura “I^ traversa via Catanzaro” senza l’inserimento del nome del magistrato ucciso dalla mafia». Annuncia inoltre che revocherà e farà correggere la delibera per «evitare possibili polemiche e per rispondere in anticipo a eventuali strumentalizzazioni».




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