venerdì 10 settembre 2010

Investì un gatto e non lo soccorse, il caso arriva in Cassazione

IL Messaggero



 

MILANO (10 settembre) - Investire un gatto e non prestargli i necessari soccorsi è reato. Lo sostiene il sostituto procuratore generale di Milano Sandro Celletti nel ricorso presentato alla Corte di cassazione contro il proscioglimento, disposto dal gup di Busto Arsizio (Varese) nei confronti di una donna che investì un gatto e poi impedì che venisse soccorso. 



La parola ora passerà alla Corte di cassazione. La vicenda risale al 17 agosto del 2008. La donna, Maria Rosa C., 42 anni stava uscendo dal cortile di un'abitazione a Carate, quando investì accidentalmente un gatto. Due amiche che si trovavano in auto con lei volevano soccorrere l'animale agonizzante e portarlo da un veterinario. Ma Maria Rosa non ne volle sapere e il gatto morì due giorni dopo. Nei suoi confronti venne presentata una denuncia per maltrattamento di animali, finita al Gup di Busto Arsizio che dispose il proscioglimento. Contro questa decisione si è espresso il sostituto procuratore Celletti che ha deciso di ricorrere in Cassazione. Secondo il magistrato ricorrente infatti non ci sarebbe solo un maltrattamento di animali come contestato in primo grado ma un reato maggiore, avendo la mancanza di soccorsi portato alla morte del gatto.





Powered by ScribeFire.

Cuccioli finti in vetrina E nel bar arriva la guardia zoofila

La Nazione


Una decina le segnalazioni arrivate a carabinieri e vigili per denunciare il presunto maltrattamenti delle bestiole. Ma si tratta di semplici peluche



Firenze, 10 settembre 2010


Cuccioli di cane e gatto nella vetrina di un bar, fra caramelle e caffé al ginseng. E al telefono di carabinieri e vigili cominciano ad arrivare le proteste di cittadini preoccupati per i piccoli animali 'brutalmente mercificati'. Una decina le segnalazioni: "Quel bar espone animali vivi". Così, intorno alle 18 del pomeriggio di ieri, parte il controllo della polizia zoofila.

Quando è stato avvertito dell'arrivo dagli agenti, il titolare, che al momento non si trovava nel locale, se l'è vista brutta: "Ho pensato: oddio è successo qualcosa di grave – racconta – è morto qualcuno". Ma è bastato poco perchè Massimo Giusti si rendesse conto del 'qui pro quo'.

video


Da alcuni giorni il bar tabacchi all'angolo fra via Vittorio Emanuele e via Taddeo Alderotti mette in vendita, accanto ai tradizionali prodotti, dei gadget-peluche, alimentati da batterie e dotati di dispositivo meccanico. I pupazzetti, accoccolati in comode cucce, simulano il respiro di un vero cucciolo addormentato. Sono provvisti di 'certificato di adozione' e di etichetta con il prezzo (30 euro). Un'attenta osservazione non lascia spazio a dubbi. Evidentemente, però, la vetrina ha tratto in inganno più di un passante, tanto da spingerlo a alzare la cornetta e a lanciare l'allarme.
"Non appena i poliziotti si sono accorti dell'equivoco – continua Massimo – hanno chiesto scusa". E la cosa si è chiusa lì, nell'ilarità generale. Se la ridono anche gli habitué del bar, increduli e divertiti al racconto della bizzarra vicenda. "Impossibile prenderli per animali veri – sbotta esterrefatto Franco Laico – affezionato frequentatore del locale –. Non ho parole". Gli fa eco anche una passante, che di fronte alle bestiole non ha alcuna perplessità: "Verosimili, ma evidentemente finte".
Eppure c'è chi, nel 'tranello', ci cade. "Ma sono cani veri? - si chiede Ghino, adolescente, zaino in spalla e capelli lunghi, mentre dà una sbirciata alla vetrina. Poi realizza: "Devo ammettere, ci stavo cascando anche io".

Così, onde evitare nuove denunce animaliste, Massimo si è visto costretto a appendere un cartello: "Belli, ma finti" . Di togliere dalla vetrina i peluche, non se ne parla: "Anche stamattina ne ho venduti due" assicura. Vanno a ruba, infatti, nonostante il prezzo: più che contenuto per un cucciolo in carne e ossa, forse un po' gonfiato per un banale animaletto di pezza.


i.inz.

Guadagnano milioni di euro all'anno e scioperano: Giocatori senza vergogna"

Quotidianonet




Tifosi, Lega e Coni furiosi contro il sndacato di Campana che ha proclamato lo stop della A per il 25-26 settembre. Petrucci, presidente del Coni: "Attenti a non rompere il giocattolo" 

Roma, 10 settembre 2010


Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, lancia un messaggio all’assocalciatori contestandone la decisione di proclamare uno sciopero in corrispondenza della quinta giornata del campionato di Serie A: “Il calcio non è più il motore dello sport italiano, è lo sport più popolare. Stiano attenti i calciatori a saltare domeniche e accendere i toni”.

“Quando si proclama uno sciopero c’è un’azione molto forte, non so se l’Aic abbia ponderato bene”, ha detto Petrucci a Sky Sport.

“Fare sciopero senza essersi incontrati è un atto molto pesante”, ha aggiunto, “mi auguro buon senso. Campana, Beretta e Abete ne hanno. Si riuniscano e cerchino di evitare uno sciopero che sarebbe pesante, non è con gli scioperi che si risolvono le cose”.




Powered by ScribeFire.

Niente posta al sabato, il Vaticano attacca

Corriere della sera

L'Osservatore Romano contro la sospensione del servizio di consegna della corrispondenza per tutto il weekend



ROMA - «Se per le Poste la corrispondenza conta meno degli affari». L'Osservatore Romano contesta con questo titolo e un breve corsivo la decisione «in qualche modo epocale», in base alla quale «dal prossimo mese di maggio nelle case degli italiani di sabato non sarà più recapitata la posta e, per inciso, neppure i giornali in abbonamento».

SERVIZIO MAI INTERROTTO - «La continuità del servizio postale in Italia - ricorda il quotidiano vaticano - non era stata messa a repentaglio neppure nei periodi bellici». Citando l'inchiesta dedicata alla riorganizzazione del servizio postale dal quotidiano Il Fatto, l'Osservatore rileva che «all'assenso dei sindacati contribuisce anche il fatto che i dipendenti riconvertiti avranno vantaggi di carriera e di stipendi, in quanto verranno promossi dal quarto livello, quello dei portalettere, al terzo, quello degli sportellisti».


DISAGI PER GLI ANZIANI - Ma poi conclude con un'amara considerazione: «quelli che invece non si vedono sono i vantaggi per la popolazione, compresi gli abbonati ai quotidiani che si vedranno recapitare di lunedì un giornale confezionato il venerdì. Per non parlare di tutte quelle persone, soprattutto anziane, che non usano posta elettronica e per le quali la corrispondenza è ancora una realtà molto importante. Anche il sabato»


(Fonte: Agi)


10 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Copenaghen, arrestato kamikaze che ha tentato di farsi esplodere

Corriere della sera


Un uomo ha tentato di farsi saltare in aria nei bagni di un albergo che si affaccia su Israel Square

 

COPENAGHEN - La polizia danese ha arrestato un uomo che ha tentato di farsi saltare in aria in un albergo di Copenaghen, senza causare feriti. Lo rende noto il quotidiano Politiken. La polizia ha spiegato che una «piccola esplosione» si è comunque verificata allo Jorgensens Hotel nel centro della capitale danese. Gli agenti hanno catturato il mancato attentatore suicida in un parco nei pressi dell'albergo e ha sigillato l'intera zona. «Tutto ciò che possiamo dire e che c'è stata una piccola esplosione in questo hotel», il «Joergensen», ha detto un portavoce della polizia di Copenaghen. Secondo testimonianze citate da media danesi, il sospetto kamikaze è rimasto ferito. La polizia ha isolato alcune strade attorno all'edificio ed il parco.

 

video

 

NEI BAGNI - Secondo quanto riferiscono alcune fonti stampa danesi, l'uomo, forse un minorenne, sarebbe uscito ammanettato dall'albergo, circondato da una quindicina di ufficiali di polizia e visibilmente sanguinante alle braccia e al viso. L'attentatore, una volta fallito il tentativo di far detonare tutto l'esplosivo di cui era provvisto, avrebbe cercato di fuggire nel parco di Ørsted HC, dove sarebbe stato catturato. La polizia ha chiuso al pubblico le strade adiacenti all'albergo ma la situazione sembra tornata alla normalità. Ancora non chiari i motivi del gesto ma le autorità non escludono una relazione con la ricorrenza dell'11 settembre. La Danimarca è nel mirino degli estremisti islamici dal 2005 quando sul Jyllands-Posten furono pubblicate le vignette denigranti il Profeta Maometto.

Redazione online

10 settembre 2010

I 50 anni delle Frecce Tricolori

La Stampa


A Udine raduno di pattuglie provenienti da tutto il mondo




LUIGI GRASSIA

Ogni volta che le Frecce Tricolori finiscono la loro esibizione, i dieci piccoli caccia azzurri Mb-339 disegnano nel cielo, con i fumogeni, un’immensa bandiera bianca, rossa e verde che si estende per cinque chilometri, mentre dagli altoparlanti a terra la voce di Luciano Pavarotti intona «Vincerò» - cioè il finale di «Nessun dorma». Questo momento magico si dovrebbe ripetere (pioggia permettendo) domani e dopodomani all’aeroporto di Rivolto, provincia di Udine, in un’occasione speciale: la Pattuglia acrobatica nazionale festeggia il 50° compleanno, e all’evento parteciperanno altre squadriglie famose: le Red Arrows britanniche, la Patrouille de France, la Patrulla Aguila spagnola e la Patrouille Suisse, e poi ci saranno a far da corona le meno consuete rappresentative di Sud Africa, Giappone, Corea, Polonia, Croazia e Giordania.


Oltre che per i 50 anni della «Pan» italiana l’appuntamento potrebbe risultare storico per le Red Arrows di Sua Maestà britannica, visto che i tagli feroci al bilancio della difesa di Londra, imposti dalla crisi economica, potrebbero portare alla fine di questa pattuglia acrobatica in tempi brevi (se ne discute sul serio), così quella di sabato e domenica rischia di essere l’ultima o una delle ultime loro esibizioni. Un motivo di curiosità in più per le 300 mila persone che sono attese a Rivolto nel weekend.


La faccenda dei 50 anni è da chiarire. Per le Frecce Tricolori non si tratta di un compleanno come la Festa della Liberazione o quella della Repubblica, cioè l’anniversario preciso di un evento con una data ben definita, semmai è qualcosa di più simile al Natale o alla Pasqua, da festeggiare con una collocazione un po’ arbitraria. La nascita ufficiale del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico all’aeroporto di Rivolto risale al 1° luglio 1961, quindi a settembre non fanno 50 anni. Ma l’Aeronautica militare ha anticipato le celebrazioni ufficiali di parecchi mesi perché, in effetti, alla gestazione del 313° si cominciò a lavorare nell’autunno precedente (sine die).


Un’altra cosa da sottolineare è che l’attività acrobatica delle Frecce Tricolori non è un orpello rispetto al lavoro quotidiano dei piloti da caccia, perché fare evoluzioni con gli aerei militari è parte essenziale del mestiere, fin dai tempi di Francesco Baracca. E infatti la Pattuglia di Rivolto, oltre che regalare spettacoli aerei ha specifiche capacità operative: forse la più attuale è quella di contrasto degli «slow mover», cioè i piccoli velivoli a bassa velocità, ma molto maneggevoli e sfuggenti, che potrebbero essere usati da terroristi per missioni suicide.


Per inseguire e abbattere questo tipo di bersagli servirebbero dei caccia altrettanto piccoli e agili, che però avrebbero il difetto di essere lenti come le prede che cacciano, e allora arriverebbero tardi; mentre con i bireattori Mb-339 della Pattuglia acrobatica si ottiene il miglior compromesso fra la velocità e la maneggevolezza, certo in condizioni estreme che solo i migliori piloti possono sostenere.


La Pan ha fama di essere la miglior pattuglia acrobatica del pianeta e questa non è una di quelle solite bugie che ci raccontiamo così volentieri in Italia, del tipo che abbiamo il campionato di calcio più bello del mondo. Le Frecce Tricolori hanno delle peculiarità oggettive rispetto alla concorrenza. Sono il gruppo più numeroso, inoltre, quando danno spettacolo, restano in vista del pubblico per tutta la durata del programma, senza disimpegni.


Le evoluzioni si fanno con 10 aerei, o per essere più precisi nove aerei più uno, cioè il solista che interviene a intrecciare a sorpresa la sua rotta con quella del gruppo nei momenti topici. La figura più famosa e più attesa dal pubblico è la cosiddetta «Bomba»: le Frecce si spingono in nove ad alta quota e poi si tuffano giù in picchiata per aprirsi come petali sul pubblico, lasciando dietro nove scie bianche, con il solista che dal basso si arrampica verso il centro della corolla.


E l’aereo? L’Aermacchi Mb-339 è un monomotore a reazione da addestramento e un vanto dell’industria italiana, esportato in molti Paesi; la neonata pattuglia acrobatica degli Emirati arabi uniti ha deciso a sua volta di adottarlo. Non sarebbe giusto dire che va sempre tutto bene. L’attività della Pattuglia acrobatica nazionale presenta un elemento di rischio e negli anni ha reclamato anche un tributo di sangue.


L’incidente più famoso e più tragico è quello di cui la Pan fu protagonista il 28 agosto 1988 a Ramstein, in Germania: a causa di uno scontro in volo morirono tre piloti ma anche 67 spettatori, perché uno degli aerei piombò in fiamme sulla folla. Da allora le esibizioni avvengono in modo più sicuro, evitando alcune cose e con gli spettatori tenuti più a distanza. Due dei tre piloti morti avrebbero dovuto testimoniare pochi giorni dopo sulla tragedia di Ustica, ma in questo caso la teoria del complotto non decollò.




Powered by ScribeFire.

Commissione Chiesa belga: 475 denunce di abusi, 13 suicidi

Quotidianonet


Lo rivela il rapporto della commissione istituita dalla Chiesa del Belgio. Centinaia i casi denunciati dopo l’eplosione dello scandalo dei preti pedofili. Molti sono casi degli anni ‘50 e degli anni ‘80



Un religioso con in  mano un rosario
Un religioso con in mano un rosario

Bruxelles, 10 settembre 2010

Ci sono centinaia di denunce di abusi sessuali di preti sui minori e 13 persone che, dopo averli subiti, non hanno retto e si sono suicidate. Lo ha rivelato la commissione istituita dalla Chiesa belga, che ha pubblicato un rapporto in cui sono contenute 475 denunce presentate nei primi sei mesi dell’anno, dopo l’eplosione dello scandalo dei preti pedofili. Due terzi dei casi riguardano bambini maschi.

Molte denunce sono legate a presunti casi di abusi commessi tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80 non solo da sacerdoti, ma anche da insegnati di religione e adulti che lavoravano con i movimenti giovanili vicini alla Chiesa.

Il rapporto, di 200 pagine, raccoglie anche 124 testimonianze anonime di "sopravvissuti", segnala anche sei casi di tentato suicidio, oltre ai 13 che si sono realmente consumati. Il documento rivela inoltre che le vittime avevano almeno 12 anni, ma con alcune eccezioni: c’è una denuncia presentata da una persona che all’epoca dei fatti aveva due anni, cinque di quattro anni, otto di cinque anni e dieci di sette anni. Le descrizioni dei presunti abusi sono spesso imprecise.

Dalle verifiche effettuate sono emersi 102 presunti casi commessi da sacerdoti di 29 ordini religiosi. "Possiamo dire che nessuna congregazione è sfuggita agli abusi, commessi da una parte o da molti dei suoi componenti. La commissione, guidata dallo psichiatra Peter Adriaenssens, ha precisato che molte delle testimonianze sono arrivate dopo le dimissioni del vescovo di Bruges Roger Vangheluwe, che ha ammesso di aver abusato di un nipote tra il 1973 e il 1986.

Le vittime, ha concluso la commissione, "meritano che la Chiesa si confronti coraggiosamente con le proprie vulnerabilità per riconoscerla e trovare le giuste risposte". I membri della commissione si erano dimessi in blocco a giugno dopo che i loro file furono sequestrati in una perquisizione ordinata dall’autorità giudiziaria.

Intanto la stampa belga ha rivelato che Roger Vangheluwe percepirà una pensione di 2.800 euro netti al mese. L’ex vescovo ha esercitato per tanti anni e quindi avrà una pensione completa, fanno notare i quotidiani "Het Gazet van Antwerpen" e "Het Belang van Limburg", citando il portavoce del ministero della Giustizia. La pensione in pratica equivale al 75% del salario che percepiva durante l’incarico, che era di 3.733 euro netti al mese.

Vangheluwe si trova nell’abbazia di Vleteren, nell’est del Paese, in attesa di una decisione del Papa, che può imporgli il pagamento di una sanzione senza aprire un procedimento giudiziario. Gli abusi commessi dall’ex vescovo sono andati in prewscrizione, per cui si può ipotizzare che la Chiesa decida di non aprire un processo canonico

agi





Powered by ScribeFire.

Parroco del Bresciano "Fuori dall'oratorio chi non parla italiano"

Quotidianonet


Il sacerdote di Pontoglio motiva la sua decisione: "Come ci si può integrare se non si parla la stessa lingua? Il problema non riguarda i ragazzi, ma solo alcuni stranieri adulti"


Pontoglio (Brescia), 10 settembre 2010 -


Fuori dall'Oratorio chi non parla l'italiano. O meglio: dentro l'Oratorio sarà vietato parlare in lingue diverse dall'italiano. E' la decisione presa dal parroco dell'oratorio di Pontoglio, don Angelo Mosca e dal curato dell'Oratorio don Massimo Regazzoli, come riporta BresciaOggi.


Una decisione che non vuol essere una provocazione, ma una spinta all'integrazione, spiega il parroco. L'oratorio infatti è frequentato da figli di immigrati delle più diverse nazionalità, e dalle loro famiglie. I genitori giovani e ragazzini non hanno problemi di integrazione: "A non volere integrarsi sono solo alcune "sacche" di stranieri adulti" spiegano i sacerdoti.


"Secondo il Vangelo, noi all'Oratorio accogliamo tutti, indipendentemente dal colore della pelle e dalla religione. Ma non possiamo più tollerare i gruppetti di stranieri che parlano ognuno il proprio idioma, incomprensibile per gli italiani e per le altre etnie".


Il ragionamento del parroco è chiaro: come può l'Oratorio diventare un luogo di integrazione, se non c'è il terreno comune della lingua come strumento principale di comprensione reciproca? Quindi a breve chi non si esprimerà in italiano verrà inviato a non frequentare più la struttura. Nessuna chiusura a priori, quindi, anzi l'intenzione di essere un luogo fondamentale di apertura e interscambio fra le entie presenti in paese. E a riprova del 'non pregiuzio', nei prossimi giorni la custodia della struttura, al momento vacante, verrà affidata a una famiglia di origine moldava di religione ortodossa.




Powered by ScribeFire.

Gli incredibili stipendi di Piazza Affari: a Tronchetti 109 milioni in 10 anni

IL Messaggero



MILANO (9 settembre) - Il presidente della Pirelli, Marco Tronchetti Provera, è il manager più pagato di Piazza Affari. Negli ultimi dieci anni ha accumulato compensi per oltre 109 milioni di euro. L'amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, (50,8 milioni) ha guadagnato la metà, il numero uno di Fiat, Sergio Marchionne un terzo, (31 milioni), anche se c'è da ricordare che è arrivato al Lingotto solo nel 2003.

Sono questi i risultati
di una classifica stilata da il Mondo, domani in edicola, in base alle retribuzioni degli anni dal 2000 al 2009, escluse eventuali stock option. Al secondo posto - si legge in una anticipazione - il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, con 61 milioni, seguito da Carlo Pur Negri, ex numero uno di Pirelli Real Estate (57 milioni), Matteo Arpe, ex amministratore delegato di Capitalia e attuale presidente di Banca Profilo (54 milioni), Carlo Buora, ex-amministratore delegato di Telecom Italia (52,8 milioni).

A seguire, in sesta posizione
, l'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo (50,8 milioni), seguita dal presidente delle Generali Cesare Geronzi (50 milioni), l'ex-numero uno di Ifi-Ifil Gianluigi Gabetti (38,7 milioni), il presidente dell'Alitalia e numero uno della Piaggio Roberto Colaninno (33,8 milioni) e l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne (31 milioni).





Powered by ScribeFire.

Asciugatori elettrici nei bagni pubblici nemici dell'igiene delle nostre mani

IL Corriere della sera

Lo strofinamento sotto il getto d'aria calda non fa altro che portare i batteri patogeni sulla superficie della pelle



MILANO - Il gesto è quasi meccanico, soprattutto se si è in un bagno pubblico: ci si lava le mani e poi si aziona l’asciugatore elettrico, strofinando una mano con l’altra per velocizzare la pratica di asciugatura. Un gesto che dovrebbe eliminare i batteri e restituirci le nostre mani pulite ma che, invece, avrebbe il risultato decisamente opposto, stando almeno a quanto sostiene uno studio condotto dagli scienziati della Bradford University e pubblicato sul Journal of Applied Microbiology, che ha evidenziato come siano, piuttosto, gli asciugamani di carta il mezzo più efficace per ridurre il rischio di infezioni, sebbene questi ultimi non abbiamo certo un’anima eco-friendly. Di fatto, quando si lavano le mani, è vero che i batteri diminuiscono, ma è altrettanto vero che non vengono eliminati del tutto. Pertanto, lo strofinamento non fa altro che portarli sulla superficie della pelle, facilitandone così il loro trasferimento altrove.

CONTAMINAZIONE - «Una buona igiene dovrebbe includere tanto il lavaggio delle mani quanto un’accurata asciugatura - ha spiegato la dottoressa Anna Snelling, a capo del team di scienziati della Bradforf, al Daily Telegraph - e, in questo caso, il metodo più igienico sarebbe quello di utilizzare gli asciugamani di carta oppure quei nuovi essiccatori che non richiedono lo sfregamento delle mani perché utilizzano getti più potenti di aria». Ma anche un’asciugatura parziale, passando poi magari le mani sui vestiti per togliere l’eccesso di acqua, non rappresenterebbe un sistema valido per proteggersi dai microbi visto che, al contrario, aumenterebbe il rischio della cosiddetta "contaminazione incrociata", ovvero il trasferimento di batteri patogeni (in genere alimentari, per esempio quelli della carne cruda) da un posto all’altro attraverso una matrice diversa da quella alimentare come sono, appunto, le mani.

Simona Marchetti
10 settembre 2010




Powered by ScribeFire.

L'ultimo saluto al sindaco Vassallo

La Stampa


Folla e commozione ai funerali Bersani: "aiutare gli onesti"
Alle esequie Casini, don Ciotti Bassolino, Stefania Prestigiacomo





NAPOLI

Grande folla ai funerali di Angelo Vassallo. Molte le rappresentanze istituzionali, tra cui quella di Stefano Caldoro, presidente della Giunta regionale campana. Tra i primi giunti questa mattina nella camera ardente, Pierluigi Bersani, don Luigi Ciotti, Pierferdinando Casini, Antonio Bassolino, l’ex parlamentare Pd ed ex assessore campano all’agricoltura Gianfranco Nappi e una delegazione di Slow food, nel cui progetto «Terra Madre» Vassallo rivestiva un ruolo di primo piano. Tra le presenze annunciate, anche quella del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e quella del sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovani.


«Ci sono bestie criminali ma anche gente per bene. È agli amministratori onesti che deve andare il nostro aiuto» ha detto il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, arrivando ai funerali. «Bisogna dare una mano agli amministratori per bene e capire come possiamo aiutarli perchè non abbiamo bisogno di eroi ma di bravi amministratori». Per Bersani, «esiste una questione Mezzogiorno di cui non si parla - ha concluso - è giusto invece che sia rilanciata». Il leader dell’Udc Pierferdinando Casini ha spiegato: «Sono qui per testimoniare solidarietà ad amministratore onesto».


Per il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo «Angelo Vassallo era un eroe dell’ambiente che difendeva il suo territorio tutti i giorni. Sono qui per affermare che il governo moltiplicherà per mille gli sforzi per proteggere questo territorio. Il Cilento non si tocca». Secondo Antonio Bassolino, ex governatore della Campania, chi ha ucciso il sindaco di Pollica «in maniera così barbara voleva mandare un messaggio al futuro di questa gente». «Angelo Vassallo è stato uno dei migliori sindaci che io abbia mai conosciuto e il suo è uno dei comuni meglio amministrati d’Italia - ha detto -. Chi lo ha ucciso voleva mandare un messaggio. Ecco perchè è necessario realizzare un osservatorio nazionale per contrastare la camorra e intitolarlo ad Angelo Vassallo».


In tutti i comuni siciliani oggi ci sono le bandiere a mezz'asta: l’AnciSicilia ha accolto l’invito in tal senso di Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci nazionale.




Powered by ScribeFire.

Semina il terrore col camion Ventitrè spari per fermarlo

IL Secolo xix

Graziano Cetara

Lo hanno fermato nel gelo dell’acqua del porto di Genova, all’ultima fermata della sua corsa insensata attraverso la città alla guida di un camion di quindici metri carico di rottami, generando sparatorie e lasciando dietro di sè la devastazione. Ha resistito un’ora e mezza, nascosto nelle cavità dell’ultimo molo dei Cantieri Mariotti, la banchina che prende il nome da Chernobyl, dicono i marittimi delle Riparazioni navali, «perché la batte sempre un vento siberiano». Lì, abbandonati i jeans e la maglietta che lo avevano vestito nel suo viaggio dalla Slovacchia a Genova, ha respirato l’aria mista a salsedine lasciata dalla marea, prima di essere scovato dalle luci dei militari di una pilotina della Guardia Costiera e afferrato dai sommozzatori dei vigili del Fuoco e dai carabinieri subacquei.


Nessuno sa, per ora, quali segreti abbiano portato Simon Zyca, 42 anni, camionista slovacco di Budimir, a farsi braccare, dopo aver svuotato una bottiglia di vermouth, come il peggiore dei pirati sulle strade della città ieri pomeriggio, costringendo vigili, finanzieri, poliziotti e guardie giurate a sparare, a vuotare interi caricatori per fare saltare gli pneumatici di quel bestione che sfrecciava distruggendo fiancate di auto parcheggiate, sfiorando i marciapiedi e le facciate dei palazzi. Lasciando, per un gioco del caso, solo terrore e occhi sgranati, e non feriti se non le due agenti della polizia Municipale di Portoria, speronate per tre volte durante il folle inseguimento. E infine caricate in retromarcia, all’imboccatura del porto, come in un autoscontro criminale, mentre loro si catapultavano giù, «come nei film americani», all’ultimo istante utile dalla Punto d’ordinanza. 


Nascondeva clandestini, tra le lamiere accatastate nel rimorchio? Il sospetto si è fatto strada in serata, ed è stato lo stesso autotrasportatore ad alimentarlo di fronte ai sette agenti della Municipale che lo tenevano sotto scorta al Galliera: «Tre persone sono nascoste là dentro». Il rimorchio pieno di rifiuti di metallo è stato svuotato. Ma dentro non c’era nessuno.


Genova, la corsa del camionista folle - guarda le foto



Powered by ScribeFire.

Leone attacca addestratore a Las Vegas: le immagini-choc

IL Mattino


   

LAS VEGAS (9 settembre) - L'esibizione permanente di leoni dentro l’hotel MGM stava per finire in tragedia: all’improvviso un leone si avventa sul proprio istruttore che alla fine riesce a scappare. Un momento di terrore ripreso da due coniugi in viaggio di nozze.











Powered by ScribeFire.

La Ferrari lancia Virtual Academy: simulatore online per sentirsi piloti di F1

Il Mattino


  

ROMA (9 settembre) - Correre su piste prestigiose, provando tutte le emozioni di un gran premio al volante di una Rossa, stando comodamente seduti sul divano di casa. Da oggi gli appassionati di Formula 1 potranno misurarsi con Ferrari Virtual Academy, simulatore virtuale online della casa di Maranello presentato oggi in occasione dell'ottantunesimo Gran Premio d'Italia. Il progetto, sviluppato in collaborazione con i piloti della Rossa - Alonso, Massa e Fisichella - dagli ingegneri modenesi permette di sperimentare, in modo virtuale, tutte le sensazioni di guida di una F10 permettendo ai patiti delle quattro ruote e della velocità di sfidarsi sul circuito di Fiorano, del Mugello e del Nurburgring.



Nel dettaglio, i tifosi della Ferrari e tutti gli appassionati della Formula 1 potranno scaricare dal sito ferrarivirtualacademy.com il programma per installare sul proprio pc il simulatore virtuale, e poi mettersi alla prova ogni volta lo desiderino. Chi vuole potrà registrare il proprio tempo online, partecipando ad un torneo su scala mondiale che ogni settimana premierà i migliori classificati con prodotti Ferrari. I primi cinque piloti più veloci dell'anno si aggiudicheranno un viaggio a Maranello per partecipare al corso della Ferrari Driver Academy.



Alla presentazione del simulatore virtuale hanno partecipato anche i due piloti del Cavallino, Massa e Alonso, che si sono sfidati davanti ad una selva di flash e telecamere. A vincere la competizione, particolarmente realistica per l'alta definizione del simulatore, il brasiliano che ha staccato il pilota iberico di quasi un secondo.





Powered by ScribeFire.

Napoli, l'omicidio-choc alla Sanità/Facebook: liberate Apice, non è il killer

IL Mattino

 

NAPOLI (10 settembre) - Ieri sera erano una cinquantina, con una progressione di una trentina di adesioni in poche ore. E promuovono il «presto ritorno» a casa, ovvero la scarcerazione, di Costanzo Apice, il presunto killer di Mariano Bacioterracino. 



Una piccolissima fetta del popolo di Facebook (guarda) si mobilita attorno alla pagina del social network per sollecitare la restituzione della libertà a un presunto assassino, ripreso da un video choc che fece parlare a lungo. Per la Procura antimafia di Napoli, che ne ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio (ma la data dell’udienza preliminare non è stata ancora fissata) Apice è l’uomo che nelle immagini rimbalzate sulle tv di mezzo mondo (dopo essere state diffuse dagli stessi magistrati in cerca di un aiuto per la risoluzione del caso) con una mano punta la pistola contro Mariano Bacioterracino e con l’altra fa il gesto scaramantico delle corna. 



Ma per gli amici di Fb, Angelo Bruno (fondatore del gruppo e sostenitore dell’appello) in testa, Costanzo Apice è innocente, e deve tornare libero, anzi, come si legge su Facebook, deve avere «un presto ritorno a casa». Apice è ritratto in una fotografia con un cappello da baseball azzurro: è uno scatto rubato durante la superperizia con ricostruzione della scena del delitto che il pm Sergio Amato organizzò alla Sanità dopo l’arresto dell’indagato. Apice, dunque, secondo l’accusa sarebbe lo spietato killer con il berretto e il bomber verde immortalato dal filmato che ha fatto il giro del mondo. 



Gli iscritti al gruppo in suo favore sul social network sono essenzialmente quasi tutti suoi parenti, dal momento che portano il suo stesso cognome. Qualcuno, addirittura, nelle discussioni su Fb commenta le varie fasi dell’inchiesta: «La perizia lo scagiona, deve essere scarcerato. Ti amo, torna presto in libertà», scrive una donna. Aggiunge un’altra, in linguaggio tipico da sms e tutto in maiuscolo (nella netiquette sta a indicare la voce alta e alterata, un grido insomma): «Ok allra xkè nn viene fuori ki è stato ki lo sa se lo deve cantare!!! nn è giusto ke un giovane onesto sta in galera al posto suo». 



Commenti recentissimi, delle ultime ore, che si vanno ad aggiungere a quelli dei primi giorni dell’apertura della pagina, attiva dal 9 febbraio e, dopo i tag di alcuni video, il 23 febbraio, sostanzialmente ferma fino a ieri. Apice venne arrestato dalla Dda dopo la diffusione del filmato che registrava le fasi dell’agguato. Ma l’esame antropometrico non ha dato la certezza che quell’uomo del video fosse proprio Apice (contro di lui, comunque, ci sono anche le dichiarazioni del pentito Carmine Sacco). 



L’omicidio di camorra venne messo a segno l’11 maggio 2009 al rione Sanità, nella zona del mercato. Le telecamere di sicurezza ripresero la scena dell’omicidio, la fuga di alcuni passanti, il cinico disinteresse di chi aveva trovato il marciapiede «occupato» dal cadavere di Bacioterracino e lo aveva scavalcato, continuando per la sua strada. Una scena orribile, rimbalzata sulla rete web e nelle immagini di decine di telegiornali.





Powered by ScribeFire.

Festa Pd, Bonanni colpito dal fumogeno

Repubblica


Alla festa di Torino, il segretario della Cisl viene aggredito da alcuni militanti dei centri sociali. Il sidacalista: "Sto bene ma tutti ora riflettano e abbassino i toni"


Gli indizi ignorati della strage che colpì l'America al cuore

Corriere della sera


Anche la storia del piano d'attacco dimostra come l'idea sia venuta da lontano


11 settembre - Il piano

Quelli di Al Qaeda hanno appiccato il fuoco e si godono l'incendio. Ogni tanto - e quando possono - lo alimentano con una strage. Oppure sfruttano la «legna» fornita generosamente da altri: l'idea di aprire una moschea a due isolati da Ground Zero, il predicatore folle della Florida e qualsiasi provocazione - vera o presunta - che appaia sulla faccia della Terra. Certo, non è il sollevamento popolare che sognava Bin Laden quando ha lanciato l'attacco all'America, ma è una lunga coda di veleni e violenze sulla quale Al Qaeda vuole mettere il suo marchio. Anche se molti esperti ritengono che Osama sia diventato irrilevante. Quasi volessero privarlo dei «meriti» jihadisti che si è guadagnato spargendo il sangue dei nemici. E si aggiunge, misurando la forza del terrore dal numero di vittime, che i qaedisti sarebbero meno letali. G. O.


WASHINGTON - La nuova Pearl Harbor americana inizia alle 8.46 dell'11 settembre 2001, quando l'American Airlines 11 si schianta sulla Torre Nord del World Trade Center a New York. Alle 9.03, il volo United 175 centra la Torre Sud. Alle 9.37 è un altro jet dell'American Airlines (volo 175) a precipitare sul Pentagono, a Washington. Infine si disintegra al suolo in Pennsylvania il volo United 93: doveva colpire la capitale. Gli aerei sono stati dirottati da 19 terroristi di Al Qaeda, divisi in quattro nuclei, e poi lanciati sugli obiettivi. Delle 2965 vittime dell'attacco (cifra che include WTC, Pentagono e volo 93) quasi la metà non sono state identificate. Circa 800 hanno un nome grazie al Dna. A nove anni dal massacro vengono ancora ritrovati dei resti: l'ultima volta è avvenuto alla fine di giugno durante lavori di scavo vicino a Ground Zero quando sono emersi 72 «reperti».



Questi osservatori possono aver ragione, ma solo in parte. Perché come è accaduto troppo spesso si è fatta partire la «storia» dalla mattina dell'11 settembre 2001, quando i quattro jet sono stati trasformati in missili da crociera per attaccare i simboli della potenza americana. Il cuore finanziario a New York, il Pentagono a Washington.


L'assalto affidato ai «19 martiri» non è l'inizio ma la fine di una lunga marcia iniziata quasi dieci anni prima. E al pari di altre formazioni islamiste, il movimento di Osama è arrivato al grande colpo attraverso molte fasi. Hanno tentato una prima volta nel 1993 - con l'autobomba sotto le Torri - quindi sono tornati ad agire in Medio Oriente con attacchi locali, legati però a bersagli stranieri. Gli attentati ai turisti in Egitto, operazioni in Pakistan e nello Yemen, sostegno agli insorti somali e una bomba in un locale in Sud Africa.


IL MANIFESTO - Osama si è sentito abbastanza forte per dichiarare guerra - nel 1996 - a «ebrei e crociati». Ha anche pubblicato un manifesto dove spiegava quali fossero le sue intenzioni. È stato registrato in modo distratto, non esaminato con il dovuto rigore. Così Bin Laden, raccolte le forze esigue e modellato un network internazionale - sempre molto agile - ha colpito con duplice attentato in Africa (agosto 1998). Due ambasciate americane devastate a Nairobi e Dar Es Salam, centinaia di vittime e il ricorso alla tattica preferita: azione multipla, con kamikaze e veicoli pieni di esplosivo. Finalmente si sono accorti del pericolo che rappresentava ma non hanno avuto abbastanza fegato per eliminare il Califfo.


Nei tre anni seguenti, sotto l'ombrello dei talebani, Osama ha attirato seguaci da tutto il mondo e ha avviato l'operazione del 9/11 usando l'asse Afghanistan-Pakistan quale base di partenza. In centinaia sono andati ad addestrarsi nel santuario. Carne da cannone, uomini spendibili. Solo un numero ristretto di eletti - e tali sono considerati dai loro ammiratori - è stato designato per qualcosa che nessuno aveva mai provato a fare.


LO SCHEMA - Bin Laden ha ripetuto lo schema del terrorismo ad hoc. Gli serviva un capo operativo abile e deciso. E lo ha trovato nell'ambizioso Khaled Sheikh Mohammed, aiutato dal sodale Ramzi Binalshib. Quindi ha individuato un gruppo ristretto di militanti, diventati il suo «A team». A questo punto ha valutato opzioni, tempi, possibilità. Forse non sapremo mai l'esatto numero dei cospiratori ma non crediamo che sia stato troppo ampio. Nuove valutazioni condotte negli Usa ritengono che in quei mesi i veri qaedisti fossero nell'ordine dei 200-300. Il resto era una massa di volontari che a stento sapevano imbracciare un Kalashnikov. Ma non era l'abilità nel tiro che interessava a Bin Laden: la loro vera forza era la completa adesione all'idea di lotta feroce e di sacrificio estremo. Un impegno trasformatosi in uno stato mentale, dove ogni momento dell'esistenza quotidiana è segnato dall'estremismo.



Un intreccio complesso di sentimenti e sensazioni che diventa la molla per i 19 kamikaze. Anche la storia del piano d'attacco dimostra come l'idea venga da lontano. È nel 1996 - o forse un anno prima - che Khaled Sheikh Mohammed, alias Ksm, presenta a Osama un progetto grandioso: il dirottamento simultaneo di una dozzina di aerei con i quali colpire non solo il World Trade Center ma anche la Casa Bianca, il Congresso e altri obiettivi sensibili.

Il capo ascolta, poi boccia la proposta ritenendo che sia inattuabile. L'idea, però, rimane nella testa. Ed è proprio Osama, nella primavera del 1999, a convocare Mohammed a Kandahar (Afghanistan) per affidargli l'organizzazione dell'attacco. Un'investitura accompagnata da consigli/ordini sugli uomini da impiegare. Ksm obbedisce, anche se alcuni dei futuri kamikaze non sembrano adatti. Parlano poco l'inglese, conoscono poco dell'America, dove devono vivere da infiltrati. Si va avanti comunque. Mohammed Atta è designato come capo del commando ed emerge una prima lista di obiettivi indicati sempre da Bin Laden.



L'INTELLIGENCE - Il tutto dovrebbe avvenire nella massima segretezza, con 2-3 capi di Al Qaeda informati, persino Al Zawahiri sarebbe stato tenuto all'oscuro. Invece si verificano diverse fughe di notizie. Alcune, ha sostenuto Ksm, sono da addebitare allo stesso Califfo. Difficile che le voci non siano captate dalle intelligence: emergono segnalazioni nel 1998 - a Bill Clinton - poi nel 2000, quindi a pochi giorni dal massacro. Note riservate dei russi, dei francesi, dell'Fbi, della Cia. Con l'ultimo memo degli 007 portato da Condoleezza Rice al presidente Bush nel suo ranch in Texas.

Era il 6 agosto. Informazioni considerate generiche, minacce definite «non specifiche» ma che se analizzate con un occhio più attento avrebbero forse fermato la macchina distruttrice. I responsabili della sicurezza dovevano incrociarle con quanto predicava da un decennio Bin Laden. Ai terroristi jihadisti va riconosciuta una dote: cercano di mantenere quello che promettono. Guai sottovalutarli. Pericoloso sottostimare la loro fantasia criminale, pur se velleitaria. La mancanza di immaginazione dei servizi di sicurezza - come ha sottolineato la Commissione di inchiesta - ha, infatti, permesso ai complottatori di procedere sotto il radar.



I JET - Osama ha fretta, vorrebbe anticipare l'attacco. Ksm si oppone, spiega che i 19 non sono ancora pronti. Dei 4 «piloti» designati - Atta, Al Shehi, Jarrah, Hanjour - solo l'ultimo poteva vantare un background aeronautico: aveva studiato volo dal 1997 al '99, quindi aveva frequentato un corso in Arizona nel dicembre 2000, infine si era esercitato sul simulatore del Boeing 737. E malgrado questo training non era apparso troppo in gamba. Ancora minori le esperienze dei suoi complici: appena 40 ore di volo. Dato ben al di sotto delle 1500 ore richieste dalle autorità federali Usa.

C'era poi il problema di condurre i jet dirottati sul bersaglio. Un ostacolo superato - per la commissione di inchiesta - usando i GPS. Quello della preparazione dei «piloti» resta uno dei punti oscuri della trama e che verrà sottolineato da molti, compreso il presidente egiziano Mubarak. Ex ufficiale di aviazione, vecchia volpe del Medio Oriente, avanza dei dubbi. A suo giudizio hanno eseguito una manovra troppo complessa per dei principianti.


I risultati, però, sono devastanti. Migliaia di morti, la frattura ideologica, l'odio, la reazione statunitense. Incalzata dall'offensiva alleata, Al Qaeda si rimpicciolisce lasciando il campo ai movimenti regionali. Di nuovo, gli 007 parlano di 100-200 elementi oggi «in servizio». Khaled Sheikh Mohammed, catturato con Binalshib dagli americani, è a Guantanamo dove si è assunto la paternità dell'operazione «dalla A alla Z». Vorrebbe morire sul patibolo e forse è per questo che in un messaggio alla famiglia ha lanciato strani segnali: «Cerco rifugio in lui (Allah, ndr) dal male dentro di noi e dalle nostre cattive azioni». Pentimento? Vedremo.



Osama, invece, è sparito, protetto da complicità, voci incontrollabili (vivo/malato/morto) e da un complicato teatro geografico. Con la sua lunga marcia ha trascinato l'Occidente su un terreno insidioso, ha cambiato la nostra esistenza, ha consumato vite e risorse. Bin Laden non ha vinto, però ci ha costretto a raccogliere la sfida. Non si poteva stare a guardare, serviva una risposta per parare altri colpi, ma evitando di eleggere la lotta ai terroristi quale perno della politica occidentale. Così si è finito per fare il gioco di chi voleva la guerra dei mondi.


Guido Olimpio
10 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Scajola: «Venderò la casa, in beneficenza parte dei soldi»

Corriere della sera


L'ex ministro: «Già individuato a chi dare "quei" 900mila euro. Tornare? C'è tempo»



ROMA

Nelle ultime settimane Claudio Scajola si è fatto rivedere a Roma. Ma onorevole, ha deciso di tornare all'ombra del Colosseo?

«No. No».

Silvio Berlusconi, nell'incontro che avete avuto giovedì scorso, non le ha affidato la guida della macchina elettorale, come molti hanno pensato?
«Tutte chiacchiere. Mi ha fatto piacere di essere stato accolto con calore. Felice di aver visto Berlusconi. Ma è troppo presto. Ogni volta che vengo non vedo l'ora di tornare a casa».

Naturalmente non si riferisce a quella di via del Fagutale.
«No, dico quella in riviera. Con la mia famiglia. Da quella di Roma sono uscito il giorno della conferenza stampa e non ci rientrerò più».

L'ha venduta?
«Non ancora. Ho dato mandato di venderla».

Al prezzo che ha versato lei o a quello complessivo: con i 900mila euro pagati da Angelo Zampolini per conto del faccendiere della cricca Diego Anemone?
«Mi riprendo il mio prezzo e la differenza rispetto a quello che avevo versato so già a quali organizzazioni di beneficenza darla. Come ho già detto nella famosa conferenza stampa».

Quella in cui disse che i soldi in nero erano stati versati da Zampolini a sua insaputa?
«Lo so che ho fatto la figura del... deficiente, ma era la pura verità. E intanto l'avviso di garanzia, che secondo i giornali mi doveva arrivare da un momento all'altro per riciclaggio, non mi è mai arrivato».

A dirla tutta, le indagini non sono ancora concluse.
«Certo, ma nonostante i titoli scrivano sempre che la mia posizione si aggrava, non sono mai stato convocato. E ora sembra che Zampolini abbia detto che io non ne sapevo nulla».

Ma allora come mai mercoledì si è fatto rivedere a Roma?
«Mi sembrava doveroso stare vicino a Silvio Berlusconi in questo momento».

Un momento pre elettorale?
«Un momento difficile. Lui è un uomo comunque dispiaciuto dai toni della polemica e da quello che è successo. Lui è un uomo d'affari. Non è un uomo di chiacchiere. Ha dedicato una parte della sua vita alla missione Italia con l'illusione di fare del nostro Paese un giardino come quelli delle sue ville e invece ora si sente schiacciato a doversi occupare solo di polemiche».

Bossi vorrebbe che si occupasse di elezioni.
«Quando le cose sono confuse ognuno fa prevalere i propri interessi».

E gli interessi del Pdl, nel caso Bossi dia seguito alle minacce di sfiduciare il governo per ottenere le elezioni quali sono? Avete parlato di obiettivi e strategie per i prossimi mesi?
«Non me ne sono occupato. Anche perché credo che sia il caso di occuparci dei problemi della gente. Delle imprese in difficoltà, per esempio».

Ci vorrebbe un ministro dello Sviluppo economico, ma la sua poltrona è ancora vuota, dopo 128 giorni. Ne avete parlato?
«No. No. Io ormai sono fuori».

Il ministro Brunetta ieri ha detto che si «sente la sua mancanza (anche se Berlusconi è il migliore)».
«Mi ha fatto piacere. Come mi ha fatto piacere leggere che gli operai di Termini Imerese avevano uno striscione con su scritto: "Ridateci Scajola". E che quelli di Melfi hanno detto: "Quando c'era Scajola qualcuno ci guardava". Mi accontento di poco».

Ma è sicuro che non torna?
«Ci vuole tempo. Cerco di ritrovare il mio equilibrio. Io ho sentito la morte dentro. Ho preso un pugno fortissimo nello stomaco, non capendo da dove arrivava».

E ora l'ha capito?
«Qualche sospetto c'è. Sto qui che penso. Metto ordine nel mio archivio. Nelle carte. Leggo. Metto da parte».

Prepara un libro?
«No, no».

Sarà mica un dossier?
«Cerco di capire. Ma sono più sereno».



Virginia Piccolillo
10 settembre 2010




Powered by ScribeFire.

Mio padre e la difesa del pubblico interesse

Corriere della sera

Essere responsabili può essere faticoso e doloroso.

Ma rende piene di vita anche le scelte più difficili


In ordine all'esempio di mio padre, come a quelli di tante altre persone che hanno perso la vita agendo nell'interesse del Paese, vengono identificati diversi significati: onestà, senso dello Stato, libertà, consapevolezza, capacità di indignarsi, senso del dovere.
Guardiamo quest'ultimo: quell'accezione secondo la quale una persona svolge il proprio dovere, realizza la propria funzione, senza farsi condizionare da nulla e da nessuno. Presupposto del senso del dovere è la responsabilità. Parola questa che etimologicamente significa «risposta» e che non si pone in termini astratti: non è nemmeno un titolo di merito. È piuttosto un debito: verso il mandato, quale che ne sia l'oggetto.



È responsabile un genitore in ordine ai figli, un imprenditore verso l'economia e l'esercizio dell'impresa, un lavoratore nell'adempimento delle sue mansioni, uno sportivo per lo svolgimento della sua attività. È responsabile, cioè debitore, in termini più estesi chi ricopre incarichi pubblici: verso la collettività. Ripenso alla lezione di mio padre, riproposta ieri sera in tv da Giovanni Minoli nel programma La Storia siamo noi: il presupposto essenziale per «rispondere» è conoscere l'oggetto della domanda, del mandato.



Per essere un buon padre bisogna prima di tutto aver chiare le esigenze dei figli, ed in secondo luogo avere la forza di anteporle alle proprie. Assecondare l'esigenze educative dei figli è più facile: per la peculiarità del rapporto figlio-genitore. Per l'imprenditore, ad esempio, le cose cambiano. Già il livello di comprensione del «mandato» rischia di essere viziato da un potenziale contrasto tra l'interesse proprio e quello dell'economia o dell'esercizio dell'impresa.



L'imprenditore può far fatica a concepire, ad esempio, la compatibilità tra l'interesse dell'impresa ed il non corrompere per aggiudicarsi un appalto. Ma in realtà l'imprenditore responsabile non è colui che persegue il proprio immediato interesse (ad esempio assumendo in nero, smaltendo illecitamente i rifiuti, o corrompendo, ecc...), ma è colui che ha la forza di condurre la sua azienda in armonia con le esigenze dell'ordinamento.



Ci si può vantare di essere imprenditori solo quando si ha chiaro verso chi è rivolta la responsabilità dell'impresa e quando si è capaci di perseguirla proprio in quei termini. La responsabilità del padre, quella dell'imprenditore e quella di tanti altri soggetti origina in una sfera privata che poi arriva a coinvolgere quella pubblica. Ma l'origine è privata.


La responsabilità dei politici, invece, origina nella sfera pubblica, alle esigenze della quale il politico deve rispondere. La continua attenzione alle esigenze e al rispetto del bene comune può non essere coerente con la realizzazione del proprio interesse contingente, ma la scelta è (dovrebbe essere) fatta a priori ed il fatto stesso di candidarsi a quella responsabilità implica (dovrebbe implicare) la ferma determinazione ad avere sempre chiaro il bene comune e ad aver la forza di sovraordinarlo, sempre, a quello personale.



L'alternativa tra «interesse personale ed interesse pubblico», una volta fatta la scelta di candidarsi o di accettare una responsabilità istituzionale, dovrebbe essere risolta a priori. Altrimenti non c'è lo Stato, ma solo un insieme di persone che, rivolte verso se stesse, non possono costituire alcuna coesione, ma la accozzaglia di interessi diversi perseguiti da chi intende la responsabilità come affermazione.


Essere responsabili può essere faticoso e finanche doloroso. Rispettare l'interesse comune nell'immediato (e non solo) può essere durissimo. Ma saper essere responsabili rende piene di vita anche le scelte più difficili. Se il passato o il presente ci consegnano esempi di responsabilità radicalmente fraintese e abdicate, è l'ora per trarne lo stimolo ad un cambiamento necessario.


Umberto Ambrosoli
10 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Inghiotte pesci vivi in un circo: numero bloccato dagli animalisti

IL Messaggero


SYDNEY (9 settembre) - Un circo russo in tournée in Australia è stato costretto ad abbandonare un numero in cui una donna ingoia pesci vivi e poi li rigurgita. L'ordine al Great Moscow Circus è venuto dal governo del Nuovo Galles del sud, che dopo aver ricevuto reclami dal pubblico ha individuato una violazione della legge sulla protezione degli animali. La decisione è stata bene accolta dagli animalisti.

«Le ricerche dimostrano che i pesci sono capaci di soffrire», ha detto la direttrice di Animals Australia, Glenys Oogjes. «I circhi continuano a sostenere che le esibizioni con animali sono educative. Al contrario questo era un atto inumano e stupido, che getta discredito sul Great Moscow Circus», ha aggiunto. Il direttore del circo, Greg Hall ha reagito con ironia a quello che ha definito un non evento. «Posso assicurare che i pesci sono sani e salvi. La loro carriera artistica si è conclusa e sono felicemente in pensione», ha detto.

Il numero, popolare negli anni' 30, era una recente aggiunta allo spettacolo. In esso l'artista ingoia bicchieri d'acqua e quindi tre pesciolini rossi, per poi rigurgitarli in una boccia di vetro davanti alla folla.




Powered by ScribeFire.

Assunta Almirante: "Giorgio ereditò 22 case e le intestò al Msi"

di Redazione




 

C’è leader e leader. A sottolineare la differenza tra Gianfranco Fini e il suo «maestro» Giorgio Almirante - su «Panorama» di questa settimana - è la vedova di quest’ultimo: «Mio marito ha ricevuto 22 appartamenti in donazione - spiega Donna Assunta -, ma li ha “girati” tutti al Msi». Di certo in quelle proprietà non sono finiti «cognati». E Donna Assunta spiega anche che «Giorgio non voleva Fini segretario, ma preferiva Vincenzo Trantino».




Powered by ScribeFire.

Trovata la ricetta contro le emissioni bovine di metano: un po ' di origano

Corriere della sera

Si riduce del 40%. Inoltre viene aumentata la produzione di latte di circa un litro per mucca


Per il riscaldamento globale il gas ha un potenziale 23 volte superiore alla CO2



MILANO - I bovini (insieme a capre e pecore) sono responsabili del 37% di tutte le emissioni di metano del pianeta. E il metano è uno dei principali gas serra, in quanto ha una potenzialità 23 volte superiore a quella dell'anidride carbonica per quanto riguarda la capacità di provocare il riscaldamento globale. Dato che in tutto il mondo gli allevamenti di bovini sono in continua crescita, cercare di diminuire le loro emissioni di metano, dovute alla digestione dei vegetali che mangiano, è fondamentale quanto ridurre gli scarichi di CO2 nell'atmosfera.


ORIGANO - Dopo sei anni di studi con gli ingredienti più svariati, Alexander Hristov, professore di nutrizione e prodotti caseari dell'Università americana Penn State, ha trovato la ricetta giusta: aggiungere un po' di origano alla dieta delle mucche. Le emissioni di metano risultano così ridotte del 40% e inoltre le mucche producono circa un litro di latte in più a testa. «La produzione di metano consuma energia. Se il gas viene ridotto», spiega Hristov, «l'energia viene utilizzata per altre cose, per esempio per fare il latte».


ANTIBIOTICI - Inoltre l'origano è assolutamente naturale. I riduttori del metano sono oli essenziali contenuti nella pianta, come il geraniolo, il carvacrolo (la sostanza che dà l'aroma tipico dell'origano) e il timolo. Mentre per ridurre le emissioni di metano ai bovini attualmente vengono somministrati antibiotici, che lasciano tracce sia nel latte che nella carne e, alla fine, entrano nel corpo di chi consuma questi prodotti.



Paolo Virtuani
09 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

La ragazza del lancio: «Nessuno è mai morto per un fumogeno»

Corriere della sera

Autonoma - Studia psicologia, è del movimento No Tav


La ragazza del lancio: «Nessuno
è mai morto per un fumogeno»


Figlia di un pm, 24 anni, denunciata




Rubina in piazza con i No Tav
Rubina in piazza con i No Tav
TORINO - I ragazzi di Askatasuna, uno dei centri sociali più longevi della città, difendono a modo loro Rubina Affronte, 24 anni martedì prossimo, la ragazza che mercoledì pomeriggio stringeva in mano il fumogeno acceso finito poi sul palco della Festa democratica del Pd a un soffio dal segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, bruciandogli il giubbotto. Rivendicano - e con loro lei, che della galassia antagonista fa parte da tempo - «le ragioni del collettivo a una protesta sacrosanta» e incuranti della definizione di «squadristi» adesso dicono: «Di giacche Bonanni se ne può comprare altre, un fumogeno non ha mai ucciso nessuno. Non piangiamo certo per un pezzo di stoffa. Contestare qualcuno è legittimo. Se poi quel qualcuno è Bonanni è giusto persino impedirgli di parlare. Chi semina vento raccoglie tempesta. E a Mirafiori e all'Iveco, gli operai oggi in cuor loro ridevano».



La preoccupazione principale, sostengono, è che quello che loro derubricano a «un gesto marginale» finisca per «bypassare i perché della contestazione a semplice fatto di cronaca, quando invece la questione è tutta politica e in difesa dei precari del lavoro, schiavizzati». Marginale, il fumogeno? «Non sarebbe mai accaduto se non fossimo stati aggrediti con pugni, sedie e spintoni - è la linea comune -; la nostra era una contestazione tranquilla e democratica».


Rubina Affronte, intanto, è stata denunciata per il reato di «accensione e lancio di oggetti pericolosi», che prevede l'identificazione ma non l'arresto. Dalla Digos di Torino riferiscono di averla bloccata immediatamente, in piazza Castello, subito dopo il lancio: lei ha cercato di divincolarsi, sostenuta dagli altri compagni, ma poi ha dovuto mostrare i documenti e rispondere alle domande degli agenti per una decina di minuti. Loro la conoscevano già, il suo nome è legato a «un'assidua frequentazione di Askatasuna e del Collettivo universitario Autonomia», a una passata denuncia per invasione e occupazione di edifici e a un precedente reato di violenza privata. Figlia del magistrato Sergio Affronte, che lavora a Prato, ieri ha spento il cellulare dopo aver parlato al telefono con suo papà. Del suo caso si sta occupando adesso il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli.


Convinta ecologista, sostenitrice della battaglia No Tav, un diploma all'Istituto d'arte, studentessa di psicologia a Torino, capolista del Collettivo autonomo della sua facoltà alle elezioni universitarie del marzo 2009, 258 amici su Facebook e l'iscrizione a gruppi pubblici contro gli sfratti, in difesa dei centri sociali e in omaggio all'antifascismo, Rubina oggi è una traccia sul web. Con i suoi commenti postati alle 2 di notte sul blog di Beppe Grillo, all'indomani del V-Day del 2007: «Grazie, grazie, grazie e ancora grazie... Ho appena visto in tv la tua grande intervista con quei venduti dei giornalisti... Mi sono commossa nel percepire che in questo 8 settembre qualcuno, anzi in moltissimi, hanno urlato facendomi liberare di un immenso vaff...!».


Elsa Muschella
10 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Santoro, Gruber, Floris: riecco l’onda rossa in tv

di Paolo Bracalini



Due terzi dei programmi al via critici col premier. C'è chi urla contro l'epurazione ma Annozero, Otto e mezzo, Ballarò e Report già scaldano i motori. E c’è ancora chi parla di tv in mano a Berlusconi



 

Roma - Siamo pronti, rieccoli, rieccovi, e come farne a meno? In arrivo su questi schermi i resistenti dell’informazione libera, il comitato di liberazione nazionale del pensiero, i cavalieri dell’anti Cav miracolosamente scampati alle purghe estive. Come sparuta compagnia, a guardare bene, non è che siano poi così pochi e sparuti. A spanne, col beneficio dell’inventario da palinsesto ancora in movimento, almeno due terzi dei programmi di approfondimento per questo autunno/inverno politico (che si preannuncia rigido) sono di area più o meno fieramente antiberlusconiana.


Tolti Vespa con Porta a porta, Matrix e il talk show di Paragone sul Due, il resto - la parte maggiore - punta dritta agli stinchi del premier, con gradazioni diverse di acredine. Qui, va detto, l’ossessione si mescola allo share, perché l’antiberlusconismo, nuovo genere giornalistico e letterario, fa ascolti. E dunque i programmi del regime antiberlusconiano si rinnovano di stagione in stagione, anche quelli più odiati dal Cav, tipo Santoro, a giorni pronto a far suonare i suoi violini per ordine del giudice. Anzi ci si guadagna galloni sul campo, sempre in area martirio partigiano, come succede alla gruberina Maria Luisa Busi, oppositrice del minzolinismo e prossimamente, per questo, conduttrice di un programma tutto suo, sul Tre, dopo l’addio all’iper-politicizzato Tg1, testata su cui la politica - com’è noto - mai aveva mai messo il becco in precedenza.


Bentornate alla Invasioni barbariche della Bignardi, su La7, ormai depandance televisiva di Vanity Fair, ogni rubrichista del settimanale chic ha anche un programma sulla rete chic di Telecom (Lerner, Mentana, Bignardi). La Bignardi non è propriamente una anti Cav, anche se i berlusconiani direbbero di sì. È piuttosto rappresentante di quel mondo intelligente, che legge i libri e le riviste glamour, per cui l’universo del centrodestra (pidiellino-leghista) è comunque troppo popular (per non dire plebeo) per essere condivisibile.


Per puntare a share più alti rispetto alla scorsa stagione (in Rai) la Bignardi avrebbe deciso di caricare la porzione di politica del programma, più ospiti tra ministri, onorevoli e leader di partito. Qualcuno, con l’arrivo di Mentana alla direzione del reparto informativo della 7, ha pensato di salutare la nascita del famoso terzo polo televisivo. L’anticavalierismo su cui si stanno sintonizzando i talk di quella rete in effetti ricorda il vagheggiato terzo polo politico, e in particolare il «finismo», la più recente versione di opposizione al premier.


Non a caso Mentana ha fatto i suoi boom con Fini, Fini sarà l’ospite d’onore della puntata monografica su Fini di Gad Lerner con l’Infedele questo lunedì, e Lerner già aveva battuto la via degli attacchi di Farefuturo al «berlusconismo», con la polemica sul velinismo tirata fuori da Sofia Ventura, politologa prediletta da Lerner e dai pensatoi finiani. Un bel po’ di intellighezia, strizzate d’occhio alla «destra moderna e laica» di Fini, un una spruzzata di Pd, come assicura la presenza della Gruber (ex europarlamentare piddina) a Otto e mezzo, stavolta senza nemmeno disturbatori in coconduzione, m
a tutta sola. Pare però che sia molto disturbata dalla presenza nella sua stessa fascia, ma nei week end, di In onda, con la Costamagna (ex santorina poi costanzina) e Telese, del Fatto quotidiano. In casa La7 c’è poi la D’Amico col suo Exit, talk certo non berlusconiano.


Come gli altri anni, i brand dell’informazione e dell’approfondimento Rai ci saranno ancora: il Ballarò di Giovanni Floris, Report di Milena Gabanelli, Porta a Porta (quattro serate settimanali) e poi la «cosa» di Santoro, ancora in via di definizione quanto al format, perché la sentenza che impone Santoro in prima serata sui canali Rai dice che deve andare in onda, ma non dice che deve fare un talk show, solo un programma di approfondimento.

Ed è su questo che Masi chiede un cambiamento a Santoro, che però su Annozero è a posto così. Così ancora, il più importante programma di attualità politica di Rai Due è profondamente avverso al supposto padrone della tv pubblica, Silvio Berlusconi. Così anche il principale programma di approfodimento di RaiTre, Ballarò, non è che sia tenero. Altri rivoli dell’onda anti-Cav in Rai sono Presa diretta di Riccardo Iacona, formidabili inchieste tv fatte però da un giornalista (formatosi con Santoro) molto orientato sull’antiberlusconismo.


E c’è poi la Dandini, con Parla con me, il divano dove si accomodano intellettuali e politici molto progressisti, e che l’anno scorso escogitò la gag del cesso di Palazzo Grazioli. Anche qui, però, ci sono lavori in corso alla direzione generale, per rivedere la forma generale del programma, fino all’anno scorso troppo sbilanciato sulla politica e poco sull’intrattenimento. Certo, il centrodestra può contare sui due tg di Rai Uno e Rai Due, ma l’idea di una Rai berlusconizzata non sta in piedi. A meno di non dar retta al Fatto, che qualche tempo fa metteva tra gli avamposti della propaganda Pdl programmi come La vita in diretta, L’Italia sul due, L’arena di Giletti, Tv7. E il meteo no?



Powered by ScribeFire.

Le carte di Montecarlo arrivano ai pm romani

di Stefano Zurlo

Le autorità monegasche hanno quasi concluso la raccolta della documentazione sull’appartamento lasciato ad An e abitato da Giancarlo Tulliani. A breve il procuratore Laviani potrà accertare se davvero c’è stata truffa aggravata. Assunta Almirante: "Giorgio ereditò 22 case e le intestò al Msi"



Ci siamo. O quasi. I misteri della casa di Montecarlo saranno presto chiariti. O almeno si potrà mettere qualche punto fermo sul giallo politico giudiziario di questa estate. Le autorità di Monaco hanno quasi completato la raccolta della documentazione richiesta dai pm della Capitale e presto la invieranno alla magistratura romana che ipotizza il reato di truffa aggravata. All’inizio di agosto, sull’onda della campagna del Giornale, la procura aveva chiesto alcune informazioni sull’appartamento di boulevard Princesse Charlotte: 60-70 metri quadri ereditati da Alleanza nazionale, venduti ad una società offshore dei Caraibi e oggi rifugio di Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta, la compagna di Fini.


A più di un mese dall’esplosione del caso, sono molte, troppe, le domande senza risposta; Tulliani è letteralmente sparito dalla circolazione e Fini ha sempre eluso le questioni parlando di una aggressione calunniosa da parte di alcuni quotidiani. Anche la rogatoria sembrava incagliata fra i grattacieli del Principato, ma ora si è saputo che l’attesa è finita. O quasi. I magistrati si trovano davanti ad una vicenda davvero surreale: la storia dell’appartamento non quadra.


Dall’inizio alla fine. An non sembra valorizzare quelle stanze un tempo appartenenti alla contessa Anna Maria Colleoni. Quei locali, in un piazza unica al mondo come Montecarlo, fanno gola a molti. Eppure, da quel che si sa, An rifiuta scientificamente tutte le proposte e straccia offerte da 1 milione, 1 milione e mezzo di euro. Poi il colpo di scena: il partito vende, ma forse sarebbe più corretto dire svende, il bene a poco più di 300mila euro ad una società offshore dei Caraibi. Perché?
Strano. Qualche mese dopo e dopo un altro passaggio di proprietà, l’appartamento finisce dritto dritto a Giancarlo Tulliani, il cognato del leader di An. Davvero un’incredibile coincidenza, come la catalogheranno i giornali.


Come mai questi carosello di anomalie? E quanto paga di affitto Tulliani? Non si sa. Neppure questo dettaglio è filtrato dalla blindatissima Montecarlo e i cronisti che hanno battuto le strade del Principato nelle scorse settimane hanno ricevuto informazioni col contagocce. Insomma, a dispetto delle inchieste della stampa il pasticcio di Montecarlo è sempre un mistero.
Un mese e più di polemiche, neanche una risposta. Ora, forse, la svolta: presto il materiale sarà esaminato dalla magistratura di Roma, guidata dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani.


Nel carteggio in partenza da Montecarlo Laviani potrebbe finalmente trovare gli elementi utili per decifrare questa storia. E per procedere ad una tornata di interrogatori: il 14 toccherà al senatore Francesco Pontone, già amministratore dei beni di An. Poi, Laviani potrebbe convocare anche l’altro amministratore di An, Donato Lamorte, e infine lo stesso Tulliani, insomma l’inquilino dell’appartamento nel mirino.


Martedì scorso, intervistato da Enrico Mentana sugli schermi di La7, Gianfranco Fini ha invitato ad avere pazienza e fiducia nella magistratura. Per il resto Fini ha definito congrua la valutazione di 300mila euro e per spiegare il passaggio che da An porta al cognato ha giocato sul filo del sarcasmo: «Crede che a Montecarlo - ha chiesto retoricamente a Mentana - sia difficile sapere di una casa in vendita? Non è certo una metropoli». E infatti neppure i condomini che da anni cercavano di acquistare l’immobile sapevano nulla. L’appartamento era in vendita ma loro non ne erano a conoscenza.


Un’altra stranezza, non l’ultima nel pasticcio in attesa di chiarimento. I vicini sostengono di aver visto Fini nell’androne del palazzo, ma lui nega anche questa circostanza e assicura di non essere mai stato in boulevard Princesse Charlotte. Un rebus nel rebus.
Forse, ancora per poco. Del resto sul tavolo dei magistrati c’è la denuncia di due esponenti de La Destra di Francesco Storace. Anche loro aspettano una risposta.




Powered by ScribeFire.