sabato 11 settembre 2010

Gheddafi vuole l'acqua dei Reatini: no ai progetti libici su Antrodoco»

Corriere della sera


Legambiente denuncia: nel borgo il colonnello investirebbe milioni di euro, ma mira al suo oro blu



ROMA - Giù le mani dei libici da Antrodoco. Proprio mentre nella capitale italiana si diffonde la notizia che ci sarebbe anche un fondo libico fra i possibili acquirenti della A.s. Roma, Legambiente lancia l'allarme su un affare che di sportivo ha ben poco.
Secondo l'associazione il colonnello Gheddafi avrebe progetti nascosti - e non confessabili - per il piccolo borgo laziale di Antrodoco, che nell'estate del G8 aquilano aveva fatto notizia per una improvvisa visita del colonnello.

L'ORO BLU - Gheddafi - che in seguito aveva spedito nel borgo Reatino ai piedi del Monte Giano l'ambasciatore libico in Italia, Hafed Gaddur, accompagnato da Muri El Mishari, generale dell'esercito a capo del cerimoniale - sotiene di aver adottato il paesino per simpatia, ma in realtà sarebbe interessato a divenire comproprietario dell'acqua che scaturisce dalle fonti della zona. I progetti sull'oro blu del leader libico, ben visti dagli amministratori locali, starebbero per concretizzarsi. All’orizzonte del piccolo comune, 2800 abitanti, un albergo di lusso con beauty farm e uno stabilimento per imbottigliare l’acqua minerale.

LE FONTI DELLA CAPITALE - Il retroscena era stato già raccontato dal Corriere della Sera nel giugno scorso: Gheddafi ha scoperto il piccolo centro, sovrastato peraltro dalla scritta Dux (realizzata con gli alberi piantati nel ’39 dagli allievi del corpo forestale), mentre si recava al G8 dell’Aquila seguendo un percorso alternativo all’autostrada. Ma qualcuno sospetta la «scoperta» non sia stata casuale. «A poca distanza da Antrodoco - ricorda Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio - ci sono le sorgenti del Peschiera, che forniscono acqua potabile di altissima qualità alla stragrande maggioranza dei romani. Non vorremmo che l'operazione del colonnello Gheddafi ad Antrodoco prefigurasse un primo passo per una più ampia "conquista" delle riserve idriche appenniniche».

PROGETTI E DUBBI - Sul progetto di sfruttamento delle acque di Antrodoco, nel quale il leader libico investirebbe 15 o 16 milioni di euro, Legambiente chiede sia fatta chiarezza: «L'acqua è un bene comune, pubblico e universale, come hanno appena ribadito quei milioni di cittadini italiani che hanno firmato per il referendum contro ogni ipotesi di sua privatizzazione - scrive Parlati -. Per questo siamo molto preoccupati dalle oscure operazioni che sembrano ruotare attorno alle preziose riserve idriche sotterranee dei Monti Reatini e in particolare dalle voci di ingenti investimenti del "regime autoritario" libico nel Comune di Antrodoco». Legambiente si domanda poi «quale possa essere l'interesse pubblico tale da giustificare un'operazione del genere senza alcuna gara per la scelta del partner, con l'ipotesi di cessioni di importanti beni in comodato gratuito o attraverso la costituzione di un'apposita società mista».

Paolo Brogi
11 settembre 2010




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Il portiere più scemo del mondo

Corriere della sera


Para il rigore. Festeggia. Ma Il pallone rotola indietro ed entra nella porta.

di Francesco Tortora


video

Google Maps entra al Colosseo, tra un mese visite virtuali su internet

IL Messaggero

Registrate da 9 telecamere le immagini dell'interno dell'anfiteatro Flavio



 
di Laura Bogliolo

ROMA (10 settembre) - Il centurione romano sbarra gli occhi, dà un colpo di gomito al “collega” ed esclama: «Cos’è quell’arnese buffo?». I turisti seduti sui ruderi in attesa che la biglietteria del Colosseo apra scattano foto e video. Chi aspetta il bus 85 su via dei Fori Imperiali per andare in ufficio sospira: «Che bello, finalmente un taxi ecologico».



Ha sorpreso un po’ tutti la passeggiata del Google trike al Colosseo, il triciclo che il gigante di internet utilizza per creare mappe virtuali delle città. Ieri, alle 7.30, ha fatto la sua comparsa lo “strano” mezzo a tre ruote grazie al quale, per la prima volta a Roma, è stato “mappato” l’interno di un monumento. Il triciclo trasportato a forza di pedalate da Andrea Miranda (28 anni, di Napoli) ha passeggiato virtualmente tra i viali dell’Anfiteatro Flavio come farebbe un qualunque turista. La differenza? I suoi occhi (nove fotocamere collocate sopra una torretta) hanno immortalato viste panoramiche a 360 gradi. Le immagini verranno utilizzate per creare una visita virtuale del Colosseo. Come? Collegandosi prima a Google Maps (lo stradario online) e poi scegliendo l’opzione Street View. Si trascina un omino (detto pegman) sul luogo prescelto e si potrà camminare virtualmente nella cavea, osservando le arcate e gli antichi capitelli.



Nei prossimi giorni il triciclo tecnologico entrerà nelle Terme di Diocleziano, di Caracalla, nel Colle Palatino, nel Foro Romano e infine registrerà virtualmente l’Appia Antica. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. «Grazie alle nuove tecnologie chiunque, collegandosi a internet, potrà visitare online l’interno del Colosseo - spiega Mario Resca, il dirigente incaricato dal ministro Sandro Bondi di valorizzare il patrimonio museale e artistico italiano - in questo modo promuoveremo ancora di più le bellezze della Capitale».



Prima del Colosseo, erano state le aree archeologiche di Pompei e Stonehege ad essere state riprodotta virtualmente. «Per registrare le immagini di questi luoghi così preziosi utilizziamo il cosiddetto Google trike - spiega Marco Pancini, che per Google cura i rapporti istituzionali - il triciclo infatti riesce ad inoltrarsi in spazi ridotti e in zone pedonali». Solitamente Google usa automobili per creare le mappe delle città. Ma per i luoghi d’arte entra in campo il mezzo a tre ruote «attrezzato con nove fotocamere che forniscono visioni orizzontali a 360 gradi, e verticali a 290°» aggiunge Pancini.



Le immagini registrate all’interno del Colosseo dovranno essere analizzate e in parte modificate. «Procediamo come sempre a coprire i volti delle persone e le targhe delle auto che potrebbero vedersi da lontano» conclude Pancini. Per passeggiare virtualmente dentro l’Anfiteatro Flavio si dovrà aspettare almeno un mese. Intanto la corsa del triciclo multimediale continuerà per le aree archeologiche della Capitale.





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Niente ambulanza, bimbo muore e mamma in coma: aperta un'inchiesta

Corriere della sera


All'ospedale di Padova. Denuncia del padre in Procura. Il ministro Fazio invia gli ispettori



PADOVA – Un bambino è nato morto il 3 settembre scorso all’ospedale di Padova. Su questo fatto il magistrato Sergio Dini ha aperto un’inchiesta per cercare di scoprire eventuali colpe mediche. E il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, avrebbe deciso, di intesa con la Regione Veneto, e l’ assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto - secondo indiscrezioni - l’invio degli ispettori per verificare l’ appropriatezza delle procedure eseguite. A dare il là all’inchiesta è stato il padre del bambino, nato alla 29esima settimana di gestazione.


I genitori, una giovane coppia di Campagna Lupia nel Veneziano, si erano rivolti nel tardo pomeriggio del 3 settembre scorso all’ospedale di Piove di Sacco perché la futura mamma, di 27 anni, aveva iniziato ad accusare dolori al ventre. Ma all’ospedale del Piovese, ha denunciato in Procura il marito (di 28 anni), dopo un’ecografia hanno dimesso la donna dicendo che non c’era urgenza al momento e se comunque volevano avere una sicurezza di rivolgersi all’ospedale di Padova.


A quel punto, continua la denuncia, la coppia ha chiesto un’ambulanza per il trasferimento a Padova. Ma il mezzo è stato negato per motivi burocratici, costringendo i giovani genitori a raggiungere la città del santo con i loro mezzi. Una volta a Padova la donna, dopo aver perso circa una mezz’ora per trovare il Pronto Soccorso Ostetrico, è stata ricoverata d’urgenza in Clinica Ginecologica, dove le è stato praticato un cesareo senza però riuscire a salvare il bambino, già morto. 


I medici sono stati costretti anche ad asportare l’utero della donna per un’emorragia interna. La 27enne ora si trova in coma farmacologico. Al momento non ci sono indagati, mentre il magistrato ha sequestrato le cartelle cliniche della donna e ordinato una consulenza tecnica sui documenti. Immediate le reazioni della politica. Zaia: «Seguirò con la massima attenzione il lavoro della magistratura. Qualora emergessero negligenze, leggerezze, omissioni o peggio saremo inflessibili nel colpire duramente i responsabili della morte di un neonato e dei danni irreversibili subiti dalla madre».


Nicola Munaro
10 settembre 2010(ultima modifica: 11 settembre 2010)



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Capua: tre operai morti durante la bonifica di una cisterna

Corriere della sera


Due corpi recuperati. Sono in corso interventi per cercare di tirare fuori dal silos anche la terza vittima

Alla Bms, ditta farmaceutica


ROMA - Tre operai sono morti in un incidente sul lavoro avvenuto a Capua, in provincia di Caserta. Secondo le prime informazioni dei Vigili del fuoco i tre uomini stavano lavorando alla bonifica di una cisterna della ditta farmaceutica olandese Dsm. Due corpi sono già stati recuperati. Intorno alle 14 è stato recuperato anche il terzo corpo.

LAVORI DI MANUTENZIONE - I tre hanno inalato gas mentre stavano effettuando lavori di manutenzione in un silos alto sette-otto metri di un'azienda farmaceutica sulla Via Appia. Secondo quanto si è appreso, i tre operai deceduti erano tutti residenti nel Napoletano. Uno di loro si chiamava Giuseppe Cecere, di 50 anni, sposato e padre di tre figli, residente non molto lontano dal luogo dove è avvenuta la tragedia. Al momento sono ancora in corso ulteriori accertamenti da parte dei carabinieri della locale compagnia, coordinati dal sostituto procuratore Donato Ceglie.. Il silos in cui stavano lavorando contiene in genere liquido per le lavorazioni industriali farmaceutiche. Sul posto anche i carabinieri di Capua per i rilievi.



FAMIGLIARI - All'esterno dell'industria chimica si sono radunati i familiari delle vittime. In preda alla disperazione, attendono notizie dai soccorritori e dalle forze dell'ordine che stanno presidiando i cancelli. Sono giunti anche numerosi residenti nella zona che stanno portando la loro solidarietà ai familiari degli operai deceduti.

LA DITTA - L 'incidente non è avvenuto all'interno dello stabilimento della Pierrel ma in un'altra azienda. Lo sottolinea in una nota la Pierrel S.p.A. che «unendosi al dolore delle famiglie colpite dalla tragedia di Capua - si legge nel comunicato - precisa che l'incidente non è avvenuto presso il proprio stabilimento bensì presso lo stabilimento della multinazionale olandese DSM S.p.A., che con Pierrel non ha da anni alcun tipo di legame». 


Redazione online
11 settembre 2010





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Nove anni fa l'attentato alle Torri Gemelle‎ Infuria la polemicha sulla moschea

IL Mattino



 

NEW YORK (11 settembre) - Ground Zero non è più un buco nero. Non è più la ferita di oltre 10 ettari nella zona sud di Manhattan, dove prima degli attacchi dell'11 Settembre sorgevano le Torri Gemelle abbattute dagli aerei dirottati da al Qaida, provocando circa 3mila morti.

A nove anni esatti dagli attentati che hanno cambiato il corso della storia, mentre infuria la polemica sull'opportunità di costruire a poche decine di metri da Ground Zero un centro culturale islamico con una moschea e un centro di preghiera ecumenico, i primi nuovi grattacieli iniziano ad emergere decisi sul sito del dramma, anche se non fanno ancora parte appieno dello skyline della Grande Mela.

La struttura centrale dell'One Wtc, destinato a diventare con i suoi 1776 piedi (540 metri), il grattacielo più alto di New York e di tutti gli Stati Uniti, ha già raggiunto i 40 piani su un totale di 106. L'ex Liberty Tower (questo era il primo nome del Wtc 1) è uno dei quattro futuri grattacieli del sito che ospitava le Torri Gemelle, e la sua inaugurazione è in calendario nel 2013.

Tracciando una diagonale attraverso il quadrilatero formato da Ground Zero, il cui costo di ricostruzione è stimato in oltre 11 miliardi di dollari, si giunge all'altro grattacielo in costruzione, il Four Wtc, all'angolo di Liberty e Church Street. Al centro del sito, grosso modo dove svettavano le Torri Gemelle, sono quasi ultimate le due Memorial Pools, i due specchi d'acqua commemorativi. Manca invece l'originale struttura messa a punto dall'architetto spagnolo Santiago Calatrava per la nuova stazione della metropolitana, i cui lavori sono in corso nel sottosuolo.






Ci sono voluti quasi nove anni per cambiare la fisionomia di Ground Zero, teatro domani, come gli anni passati, di una lunga cerimonia del ricordo, con i nomi delle vittime scanditi per ore al microfono, trasmessa in diretta televisiva. La notte viene illuminata da due fasci paralleli di luce celeste, che proiettano tra le nuvole il ricordo e l'immagine delle Torri Gemelle.

Rispetto agli anni scorsi c'è infine un'altra novità, un po' inquietante, legata al progetto di moschea a Ground Zero, come vengono comunemente chiamati il centro islamico progettato Park51 e il suo centro ecumenico di preghiera, il Cordoba Center. Un'organizzazione estremista, Stop Islamization of America (Sioa), ha convocato per domani una manifestazione, proprio nei pressi del Park51, per protestare contro la moschea. Gli organizzatori avevano annunciato la presenza dei più famosi politici ed intellettuali di destra americani, ma molti hanno rinunciato, a comunciare dall'ex speaker della Camera Newt Gingrich.

Un'altra stella annunciata, la nuova star televisiva della Fox, l'ultraconservatore Glenn Beck, sarà in Alaska con Sarah Palin, ex candidata vicepresidente Usa accanto al repubblicano John McCain. Ospite d'onore sarà il deputato dell'ultradestra olandese Geert Wilders, mentre l'ex ambasciatore Usa all'Onu, il superfalco John Bolton, ha registrato un messaggio per l'occasione.




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Giuramento interrotto

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Mi ero ripromessa di non parlare più di quel signore con la barba ben curata e l’uniforme verde oliva che con la sua presenza ossessiva monopolizzava l’attenzione nei giorni della mia infanzia. Potevo vantare molti motivi a sostegno della mia decisione di non rammentare più Fidel Castro: lui rappresenta il passato; dobbiamo guardare avanti - a una Cuba nella quale non ci sarà più - e in mezzo alle difficoltà del presente, citarlo mi sembrava una distrazione imperdonabile. Ma oggi è entrato di nuovo nella mia vita con uno dei suoi caratteristici colpi di scena. Mi vedo obbligata a metterlo ancora in primo piano dopo le sue dichiarazioni secondo le quali “il sistema cubano non funziona più neanche per noi stessi”, rilasciate al giornalista Jeffrey Goldberg.


Se non ricordo male, per frasi simili o di minor gravità molti militanti del Partito Comunista sono stati espulsi e un gran numero di cubani ha scontato lunghe condanne. Il dito indice di chi è stato il Leader Massimo si è sistematicamente diretto contro chi cercava di spiegargli che il paese non andava avanti. I non conformi sono stati puniti, ma soprattutto indossare una maschera è diventato un modo per sopravvivere in un’isola che lui voleva costruire a sua immagine e somiglianza. Simulazione, frasi sussurrate, ipocrisie, tutto pur di nascondere la stessa opinione che adesso il “resuscitato” comandante esprime avventatamente davanti a un giornalista straniero. Forse si tratta di un impeto di sincerità che prende gli anziani nel momento di valutare la loro vita. Può essere anche il tentativo disperato di richiamare l’attenzione, come la sua previsione di un’imminente disastro nucleare o il tardivo mea culpa per la repressione nei confronti degli omosessuali di alcune settimane fa.



Nel vederlo riconoscere il fallimento del “suo” modello politico, mi sembra di assistere a una messa in scena nella quale un attore gesticola e alza la voce perché il pubblico non smetta di guardarlo. Ma fino a quando Fidel Castro non prenderà il microfono per proclamare che la sua obsoleta creatura verrà demolita, non sarà successo niente. Se non pronuncerà quella stessa frase all’interno di Cuba e non si impegnerà a non interferire nei cambiamenti necessari, saremo nella stessa situazione di sempre. Nota: Ieri, dopo aver appreso la notizia, ho scritto una breve nota su Twitter: “Fidel Castro passa all’opposizione mentre dice al giornalista Jeffrey Goldberg che il modello cubano non va più bene neppure per noi”. Un attimo dopo mi ha chiamato un amico dissidente al quale avevo spedito lo stesso testo per SMS. Le sue parole avevano un tono ironico, ma sicuro: “Se Lui è passato all’opposizione, io rientro in questo stesso momento nei ranghi ufficiali”.



Nota del traduttore:

Ultime novità dal Twitter di Yoani. La notizia più importante risale alle 20.00 (ora italiana), le 14.00 di Cuba: “La televisione nazionale manda in onda Fidel Castro mentre afferma che il giornalista Jeffrey Goldberg ha travisato il contenuto delle sue parole”. Vedremo in seguito sviluppi e approfondimenti. Yoani Sánchez ha ottenuto il visto per recarsi in Austria il 14 settembre a ritirare il premio, ma presso l’ufficio emigrazione cubano le cose non sono andate bene, prima non le hanno risposto e infine le hanno detto di “ripresentarsi il prossimo venerdì per richiedere il permesso di uscita”. “Addio alla cerimonia in Austria!”, commenta la blogger.



Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Neonata sottratta alla madre Gara di solidarietà, ecco "l'aiuto delle Misericordie"

Quotidianonet


Trento, il presidente Brunini sulla vicenda della ragazza privata della figlia, che ha scelto di darla alla luce nonostante viva con 500 euro al mese rifiutando il consiglio di abortire datole dagli assistenti sociali. "Non possiamo solo rammaricarci"




Trento, 11 settembre 2010



Gara di solidarietà e duri interventi del mondo cattolico sulla vicenda della mamma di Trento, privata della figlia dopo aver scelto di farla nascere nonostante uno stipendio da 500 euro al mese e una complessa situazione familiare. La madre, rifiutato il consiglio di abortire dato dai servizi sociali, ha partorito a gennaio. Da allora, non ha più visto la figlia, perché il Tribunale dei minori le ha sospeso la potestà genitoriale, dichiarando poi adottabile la bambina.


Dopo il clamore suscitato dalla vicenda, la lotta della madre per riavere la figlia ha raggiunto i massimi vertici istituzionali. Sul caso è intervenuto il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, che ha detto di "appoggiare l’iniziativa dell’onorevole Mussolini che ha richiesto un’audizione del giudice del Tribunale dei minori di Trento. Fin dall’inizio, ci siamo interessati alla vicenda della mamma di Trento — ha detto — perché possiamo immaginare il suo dolore, il più grande che una madre possa provare. Ma siamo convinti che una decisione così grave non sia stata presa a cuor leggero dalle autorità giudiziarie. Aspettiamo quindi di leggere la sentenza e appoggiamo l’iniziativa dell’onorevole Mussolini".

Dal mondo del volontariato, intanto, massima disponibilità ad aiutare la neo mamma. "Siamo pronti a fare tutto il possibile per scongiurare la separazione definitiva tra la giovane madre e la sua bambina — ha detto Gabriele Brunini, presidente della Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia —. Non ci possiamo solo rammaricare, ma siamo chiamati a offrire aiuto, accoglienza e lavoro a una madre in difficoltà che con coraggio ha rifiutato di abortire. Abbiamo già ricevuto offerte da diverse Misericordie di varie parti d’Italia. Non vogliamo polemizzare con nessuno, ma crediamo che separare un figlio da una madre sia uno degli atti più drammatici che possano esistere".



Durissime parole sono arrivate anche dal vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro, monsignor Luigi Negri. "È stato compiuto un delitto innominabile contro una persona — ha detto —, la sua libertà, il sacrosanto diritto a generare figli. Uno Stato che nella sua Costituzione mette al centro la persona e la famiglia, avrebbe dovuto aiutare una madre e non intervenire brutalmente togliendole la figlia, con un piglio che ricorda l’arroganza e la violenza dei regimi totalitari". Monsignor Negri si chiede se "la colpa di questa donna non sia stata quella di essersi opposta a chi voleva farla abortire". "Togliere un figlio alla madre per le condizioni economiche manifesta un’inaccettabile ingerenza dello Stato nella sfera della famiglia e del privato — dice Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc — compito dello Stato non è punire una donna perché ha scelto di avere un figlio, ma aiutare la famiglia".


Durissimo anche il Movimento per la vita che denuncia il rischio di "criminalizzare la maternità". Interviene con forza Maria Burani Procacccini della Fondazione Movimento Bambino, presieduta da Maria Rita Parsi: "Questo caso dimostra che è indifferibile l’emanazione di una nuova legge sulle adozioni nazionali, che introduca l’istituto dell’adozione ‘mite’ o ‘aperta’, più favorevole alla conservazione di rapporti con la famiglia di origine, qualora questa non vi riesca per uno stato di grave indigenza". Intanto Maria Rita Munizzi, presidente del Movimento Italiano Genitori, rende noto di aver già trovato a Roma un posto di lavoro per la mamma di Trento.



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Il partito della spesa

IL Tempo


Le proposte di Fini costano dai 10 ai 50 miliardi di euro, farebbero saltare i conti pubblici. Dal quoziente familiare al federalismo solidale: le suggestioni dei finiani. SCHIFANI "Non può essere sfiduciato"



Fini gli ha risposto sollecitando «Meccanismi di perequazione in grado, se gestiti a livello centrale in modo imparziale, di ridurre il divario tra le aree del Paese». Con il che i dubbi di Panebianco sono aumentati. Quanto a Ricolfi, sociologo della sinistra illuminata, va oltre. Accusa Fini di voler fare «un partito sudista-assistenzialista». E aggiunge: «Se si va alla sostanza, ossia alla politica economica, è il partito di Fini che soccombe nettamente».


Insomma, come già avevamo scritto due giorni fa, dal comizio di Mirabello è assente una seria proposta economica. E quella che c'è costerebbe ai contribuenti, compresi quelli del Centro-Sud dei quali Fini si dice paladino, parecchi miliardi, senza nessun vero impegno alla responsabilità di maneggia il denaro pubblico. Vediamo punto per punto. Cominciando proprio dal «federalismo solidale». Di che si tratta? Fini non lo dice. Eppure è insediata da tempo una commissione parlamentare bipartisan


A dispetto del nome scelto per il suo gruppo, Futuro e Libertà, Gianfranco Fini non ha affatto proposto per l’Italia ricette liberali. La sua, anzi, sarebbe una tipica dottrina assistenzialista, che costerebbe allo Stato ed ai contribuenti molti miliardi a fondo perduto. È l’opinione di due illustri editorialisti, Angelo Panebianco e Luca Ricolfi. Panebianco rinfaccia al presidente della Camera la formula assai vaga del «federalismo solidale».


Fini gli ha risposto sollecitando «Meccanismi di perequazione in grado, se gestiti a livello centrale in modo imparziale, di ridurre il divario tra le aree del Paese». Con il che i dubbi di Panebianco sono aumentati. Quanto a Ricolfi, sociologo della sinistra illuminata, va oltre. Accusa Fini di voler fare «un partito sudista-assistenzialista». E aggiunge: «Se si va alla sostanza, ossia alla politica economica, è il partito di Fini che soccombe nettamente». Insomma, come già avevamo scritto due giorni fa, dal comizio di Mirabello è assente una seria proposta economica.


E quella che c'è costerebbe ai contribuenti, compresi quelli del Centro-Sud dei quali Fini si dice paladino, parecchi miliardi, senza nessun vero impegno alla responsabilità di maneggia il denaro pubblico. Vediamo punto per punto. Cominciando proprio dal «federalismo solidale». Di che si tratta? Fini non lo dice. Eppure è insediata da tempo una commissione parlamentare bipartisan sull'attuazione delle deleghe per il federalismo nella quale siede un senatore finiano: l'economista Mario Baldassarri. Peccato che Fini citi questa importante presenza solo per ricordare che il voto di Baldassarri «è determinante».


Diversamente avrebbe verificato, magari con l'ausilio di Baldassarri, che l'abbandono del meccanismo dei costi storici per la sanità (ad ogni regione si dà in base a quanto ha speso finora) a favore dei costi standard (cioè l'individuazione di benchmark virtuosi) non è drammaticamente punitiva per il Sud. E soprattutto non ha colore politico. In commissione ci sono tre ipotesi: della Corte dei conti, di un gruppo di tecnici di area Pd, e del Centro studi Sintesi, anch'esso vicino al Partito democratico.



Nel primo caso il benchmark sarebbe costituito dalle quattro regioni con il miglior rapporto tra costi e prestazioni: Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Nel secondo si aggiungerebbero i differenti oneri territoriali per ricoveri e farmaci. Nel terzo si terrebbe anche conto di gruppi di regioni di dimensioni omogenee. Tralasciando le tecnicalità, con il primo criterio avremmo un risparmio complessivo di 2,3 miliardi l'anno, con il secondo di 4,4, con il terzo di 8,3. Chi guadagnerebbe e chi perderebbe?



C'è una sola regione che dovrebbe seriamente ridimensionarsi in tutte e tre le ipotesi, ed è il Lazio, a causa del poco invidiabile record di debito di 10,7 miliardi. Il suo sistema sanitario dovrebbe rinunciare rispettivamente a 1,6 miliardi, 1,4 e 2,9. Con la proposta della Corte dei conti i beneficiari sarebbero Lombardia, Toscana, Umbria, Marche e Basilicata. Al Sud, ci rimetterebbe di più la Campania (291 milioni); più o meno quanto, però, Piemonte e Veneto. Per tutte le altre regioni si tratterebbe di aggiustamenti dell'ordine di decine di milioni, tanto al Settentrione quanto al Meridione.

Con la prima ipotesi di area Pd, a guadagnarci sarebbero Toscana ed Emilia, a perderci – oltre al Lazio, soprattutto Campania e Lombardia. Puglia a Calabria vedrebbero le proprie risorse ridotte meno di Veneto e Liguria. L'altra soluzione «piddina» costerebbe parecchio all'Emilia, molto a Piemonte e Liguria, abbastanza alla Calabria e zero ad Abruzzo, Campania, Puglia e Basilicata. Dunque di quale federalismo solidale sta allora parlando Fini? Conosce le ipotesi sul tappeto?



A meno che non voglia lasciare la sanità regionale così come è: in questo caso la sua «ricetta» costerebbe 28,4 miliardi di euro. A tanto ammontano i debiti cumulati dalle regioni, tra i quali oltre al Lazio spiccano la Campania (6,3 miliardi), la Sicilia (3,6), la Puglia (1,4), la Sardegna (1,2) e la Liguria (1,1): per fermarci a chi ne ha per oltre un miliardo. Fini, però, non può ignorare che tre regioni – Lombardia, Friuli e Alto Adige – danno ai cittadini più di quanto costano, e che sull'altro fronte quattro – Lazio, Campania, Calabria e Molise – dovranno da quest'anno imporre nuove addizionali Irpef e Irap. Vogliamo andare avanti così, in attesa del federalismo solidale? Proseguiamo. L'altra proposta di Fini è di introdurre subito il quoziente familiare per le tasse, cioè la riduzione dell'imposta sul reddito in rapporto a coniuge, figli e genitori a carico. Nulla da obiettare come principio; tra l'altro è anche uno dei cinque punti programmatici di Silvio Berlusconi.

Ma il leader di Futuro e libertà ha un'idea dei costi? Anche qui farebbe bene a leggersi se non le stime di Giulio Tremonti, del quale magari diffida, della Corte dei conti: a seconda che si introduca un quoziente familiare secco (divisione dell'imponibile per numero di persone a carico) o corretto con vari coefficienti, e che si mantengano o meno le detrazioni d'imposta, il costo annuo oscilla fra i 3 ed i 12 miliardi. Fini sa dove trovare queste risorse (e aggiungiamo: lo sa il Cavaliere?).



Andiamo avanti. Il presidente della Camera ha proposto «un nuovo patto tra capitale e lavoro». Ma che significa? Il nuovo patto lo stanno già scrivendo – per fortuna lontano dalla politica – Sergio Marchionne, i sindacati riformisti e, più o meno obtorto collo, la Confindustria e la Federmeccanica. È materia di queste ore. Oppure Fini ha nostalgia dei maxi tavoli concertativi, o magari corporativi?



Ancora. Chiede che fine ha fatto l'abolizione delle province. Sacrosanto. Peccato che nei novanta emendamenti presentati a maggio dai parlamentari finiani alla manovra economica ce ne sia uno che esclude proprio il taglio delle province, «in quanto necessiterebbe di una modifica costituzionale e non porterebbe risparmi significativi». Nello stesso pacchetto di proposte si chiede anche il mantenimento di alcuni enti da tagliare, tra i quali svetta l'Isae, per il quale si è particolarmente speso Baldassarri.

Ma non è finita. Gli emendamenti dei finiani proponevano anche di cancellare la facoltà per il comune di Roma di imporre la tassa di soggiorno (in cambio, 300 milioni), nonché la norma che ha alzato la soglia per ottenere l'assegno di invalidità. Eppure il costo per lo Stato di queste pensioni è passato in sette anni da 6 a 16 miliardi. Infine: Baldassarri, monetarista assai apprezzato ed oggi principale consigliere economico del presidente della Camera, è autore, un anno fa, di una «controfinanziaria» da 35 miliardi. 



Per l'esattezza, 15 di minori tasse alle famiglie con aumento delle deduzioni (e il quoziente familiare?), 12 alle imprese, cinque di investimenti in infrastrutture, e tre fra difesa, sicurezza e ricerca. E la copertura? «Trentacinque miliardi da tagliare tra acquisti delle pubbliche amministrazioni e contributi a fondo perduto». Come dire: magari ce lo potessimo permettere. Magari l'Europa accettasse sgravi fiscali subito in cambio di tagli di spesa sulla carta.



E a proposito d'Europa: allora Baldassarri era contrario all'innalzamento dell'età pensionabile, una riforma realizzata invece dal governo parificando l'età di pensione tra uomini e donne nel pubblico impiego (richiesta ultimativa dell'Unione europea) e collegando l'età pensionabile all'allungamento delle prospettive di vita. L'idea di Baldassarri era che «l'allungamento dell'eta pensionabile deve andare in parallelo con gli ammortizzatori sociali».



Ma in tutti questi anni non si è riportata in equilibrio la previdenza separandola dalla cassa integrazione? Ovviamente tutte le opinioni meritano rispetto, a cominciare da quelle di Mario Baldassarri. Un po' meno credibile risulta invece Gianfranco Fini nei panni di custode «liberale» dell'economia. Se solo applicassimo le sue ricette su fisco, invalidità e federalismo solidale tireremmo fuori ogni anno dai 10 ai 50 miliardi: a spanne, si intende.



Marlowe
11/09/2010




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Così Fini ha bluffato sulla casa di Montecarlo

di Redazione



Il presidente della Camera non ha dato alcun contributo di chiarezza. Anzi, quando ha parlato, ha alimentato la ambiguità. Ecco cosa non torna: dalla gaffe sulla data di vendita alla mancata spiegazione di come l'appartamento sia finito al "cognato"



 
di Gian Marco Chiocci
e Massimo Malpica

Non chiarisce, non spie­ga. Perché? Ecco i lati oscuri della casa di Montecarlo che mettono in difficoltà il presi­dente della Camera. Da un la­to l’inchiesta giornalistica ( «in­fame », secondo il paladino del­la libertà di stampa Gianfran­co Fini), dall’altro le indagini della magistratura per far luce sugli aspetti oscuri dell’ affaire immobiliare monegasco. Una casa nel Principato lasciata in eredità ad An da una nobildon­na militante nel 1999. E vendu­ta dopo 9 anni per 300mila eu­ro, un quinto del valore, a una società off­shore che l’ha riven­duta a un’altra società off-sho­re .

Con la sorpresa finale: è il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani, che pochi mesi dopo finisce per abitare in quell’ap­partamento. La vicenda investe la gestio­ne del patrimonio di An (ossia la congruità del prezzo, ed è su questo che si fonda l’esposto che ha dato il via all’inchiesta della procura di Roma), ma an­che la scarsa trasparenza suc­cessiva alla compravendita della casa, visto che quell’im­mobile che avrebbe dovuto fi­nanziare la «buona battaglia» alla fine è servito più che altro a dare un tetto al giovane im­prenditore Tulliani. Ma in un mese e mezzo da Fini sulla vi­cenda non è arrivato un contri­buto di chiarezza. Anzi.

«IL GIORNALE MI DIFFAMA» Dopo le prime rivelazioni del Giornale sulla vicenda del­­l’eredità Colleoni e sul Tullia­ni inquilino, Fini resta in silen­zio. Replica solo, tramite il suo portavoce Alfano, il 2 agosto. Annuncia querela, accusando il nostro quotidiano di «aver pubblicato una serie di notizie false e diffamatorie riguardo alla cessione da parte di An di un immobile ubicato a Monte­carlo ». Le spiegazioni non ab­bondano. Fini smentisce la pri­ma cifra di vendita, ipotizzata da Libero in 67mila euro, spie­ga di non essere «titolare del­l’appartamento » e che Prin­temps e Timara , le off­shore ca­raibiche, «non sono a lui ricon­ducibili ». Non dice, però, a quanto An ha venduto. Non spende una parola sul perché in quella casa viva Tulliani. Non parla di ciò che sa sulla vi­cenda.

L’INCHIESTA E IL SILENZIO Intanto il Giornale trova i contratti della doppia compra­vendita, e incardina date e ci­fre: An vende a Printemps l’11 luglio 2008 per 300mila euro. Printemps vende a Timara il 15 ottobre 2008 per 330mila. Il prezzo è ridicolo. E Printemps e Timara hanno stessa sede so­cia­le a Saint Lucia e rappresen­tanti comuni, riconducibili a un network di società di inter­mediazione, che fanno pensa­re a un sistema di scatole cine­si per nascondere il reale ac­quirente. Il 4 agosto la procura di Roma apre un’inchiesta, su input di un esposto di due mili­tanti della Destra. Fini? Sta zit­to, non spiega: «Ben vengano le indagini - il solo commento - anche se la denuncia provie­ne da avversari politici».

LA RISPOSTA NON CHIARISCE Il Giornale trova testimoni e riscontri ulteriori. Fini è sem­pre più in difficoltà. Arriva l’8 agosto, e gli otto punti sulla vi­cenda «diramati» dall’ex lea­der di An. Più che chiudere la storia, aprono nuovi interroga­tivi, che trovano sponda an­che in procura. Fini rivela, per esempio, che la casa venne va­lutata 450 milioni di lire «quan­do venne in possesso di An». Ma la stima è così bassa che i pm vogliono capire chi e per­ché la fece. Fini racconta la «sorpresa» e il «disappunto» manifestati quando seppe dal­la compagna che Tulliani era andato a vivere nella casa.

Ma non spiega quando e come l’ha saputo,non dice che prov­vedimenti avrebbe assunto, se ne ha assunti. Nega l’esi­stenza di altre offerte più con­grue, eppure molti coinquilini del palazzo hanno riferito di averle presentate oltre al parla­mentare ex An, Caruso, che conferma di averne ricevuta una, respinta dal partito. E, so­prattutto, Fini sbaglia clamo­rosamente la data della com­pravendita, citando il 15 otto­bre, data della cessione da una off-shore all’altra, atto di cui pe­rò afferma di non sapere nien­te. Una gaffe incomprensibile, sulla quale ovviamente Fini continua a non dare spiegazio­ni. 

I TESTIMONI? DIFFAMATORI Il Giornale pubblica la test­i­monianza di un dipendente di un negozio di mobili alle porte di Roma, Davide Russo, che racconta di aver visto la Tullia­ni e, almeno in due occasioni, Fini, nel negozio. Per acquista­re mobili ed elaborare progetti per ambienti di una casa «sicu­ramente all’estero». Fini la­scia al portavoce la replica: «Delirio diffamatorio». Smen­tite specifiche non arrivano. Il titolare del centro arredi dice solo di non aver effettuato «tra­sporto o montaggio a Monte­carlo ». Coerentemente con quanto dichiarato dal testimo­ne, per il quale il trasporto fu effettuato da terzi. E quanto al­la cucina Scavolini, venduta dallo stesso negozio, non Fini ma il finiano Benedetto Della Vedova ammette l’acquisto, ma dice che «non è a Monte­carlo ». Nessuno si disturba a dire dove sarebbe.

LE SMENTITE DI MISURA Altri testimoni dicono di aver visto Fini a Montecarlo, due (Luciano Caré e Giorgio Mereto) addirittura in boule­va­rd Princesse Charlotte o nel­l’androne del palazzo. Fini fa smentire le date ricostruite dai due, ma non dice la cosa più semplice, ossia di non essere mai stato in quella casa. Il «pas­so » lo fa da Mentana, martedì scorso, sostenendo di non aver visto l’appartamento: «Chi dice che mi ha visto lo pro­vi ».Ma l’allergia alle spiegazio­ni dell’ affaire prosegue su La7 : Tulliani ha saputo che la casa era in vendita perché «Montecarlo non è certo una metropoli». Ma gli inquilini dello stabile che volevano comprare non sapevano nul­la. «Sorpresa e disappunto» svaniscono. Fini, ora, è «molto più arrabbiato» con la stampa. Che racconta una storia di cui lui non vuol parlare. Forse, co­me spiegava a inizio agosto l’imbarazzatissimo senatore Pontone, è tutta una coinci­denza. Incredibile. 


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I 50 anni delle Frecce Tricolori

Repubblica


Il video realizzato dal Centro Produzione Audiovisivi  “Troupe Azzurra” dell’Aeronautica Militare


C'era una volta nella scuola''

Repubblica


In questo video di Giuliano Brilli l'esperienza didattica di una maestra italiana, agli inizi degli anni '50


Colpisce lo specchietto del Suv e cade Al Giro del Fvg muore ciclista 19enne

Corriere della sera

Thomas Casarotto, dell'Uc Arcobaleno Generali, ha riportato un forte trauma cranico


Inutile il ricovero all'ospedale di Udine


Tomas Casarotto
Tomas Casarotto
TRIESTE - Aveva urtato in una discesa durante la terza tappa del Giro del Friuli Venezia Giusta lo specchietto retrovisore di un Suv parcheggiato sul ciglio della strada e per questo aveva perso l'equilibrio ed era caduto in malo modo. Thomas Casarotto, ciclista del team Uc Arcobaleno Generali, era stato subito soccorso e trasportato in elicottero all'ospedale di Udine. I sanitari si sono presi immediatamente cura di lui e del brutto trauma alla testa riportato nella caduta. Ma tutti i loro sforzi sono risultati vani: il corridore veneto, che aveva solo 19 anni, è morto dopo alcune ore dal ricovero. L'annuncio del decesso è stato dato dal presidente dell'Uc Arcobaleno, Mauro Flora.

10 settembre 2010



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Il business del 'made in Italy' taroccato

Repubblica


Mozzarelle, prosciutti, formaggi, pasta: alimenti spacciati per italiani ma prodotti all'estero. Un business - denuncia la Coldiretti - che vale 60 milardi di euro all'anno

(di Fabio Tonacci)


Frammenti di meteorite rubati Ora sono in vendita su eBay

Corriere della sera


Erano in un cratere scoperto da un’équipe di italiani in Egitto grazie a Google Earth . «Le razzie? Uno scempio»



Ricordate il cratere scoperto nel deserto egiziano da un’équipe di scienziati italiani, dopo una ricognizione virtuale su Google Earth? Ebbene, decine di chili di frammenti del grosso meteorite metallico che lo provocò, piombando dal cielo qualche migliaio di anni fa, ora si trovano in vendita su eBay e sulle bancarelle dei mercati di minerali in giro per il mondo. Basta inserire nei motori di ricerca su Internet la frase «Gebel Kamil Meteorite» (il nome della località nell’Egitto Meridionale) per veder comparire un profluvio di immagini e di offerte: da 15 euro per i frammenti più piccoli a oltre 1000 per quelli più grandi.

Egitto: il meteorite «italiano»


«È UNO SCEMPIO» - «È un vero scempio: meteoriti di un tipo molto raro a trovarsi, le ataxiti, ricche in ferro e nickel, che dovrebbero essere analizzate e quindi conservate nei musei scientifici, sono messe all’asta al prezzo di qualche euro il grammo, per poi finire in collezioni private», commenta Mario Di Martino, astronomo dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Torino, e uno dei protagonisti della scoperta e della spedizione al cratere egiziano. Né più né meno come i profanatori di tombe o i predoni di materiali archeologici, i cacciatori di meteoriti, eludendo gli scarsi controlli delle autorità locali, sono accorsi a frotte nell’Egitto Meridionale, al confine con Libia e Sudan e hanno fatto man bassa di campioni di ogni dimensione, dopo che la spedizione scientifica italo-egiziana aveva completato la sua prima ricognizione.



«Un’intesa firmata con l’Accademia delle Scienze egiziana ci aveva concesso di trasferire in Italia, per le analisi, il 20% del materiale raccolto, cioè circa 180 kg di meteoriti – lamenta Di Martino -. Ebbene, su disposizione verbale dei militari che ci hanno accompagnato nel corso della spedizione, l’accordo è stato disatteso, concedendoci di portare solo 20 kg di campioni. Ma non hanno pensato affatto a proteggere dalle razzie l’abbondante materiale rimasto sul sito. E questo è il risultato».



SCIENZIATI ITALIANI AL LAVORO - Il sospetto che una buca di una cinquantina di metri in pieno deserto potesse essere un cratere meteorico, era venuto per la prima volta al dottor Vincenzo De Michele, già curatore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, analizzando le immagini da satellite disponibili su Google Earth. Lo studioso aveva riferito la sua ipotesi a ricercatori italiani di vari enti e università esperti in meteoriti i quali, a loro volta, avevano coinvolto nella ricerca i colleghi egiziani.



Si è costituito così un numeroso gruppo, coordinato da Mario Di Martino, coinvolgendo Luigi Folco del Museo Nazionale dell’Antartide dell’Università di Siena, Massimo D’Orazio esperto di meteoriti metalliche dell’Università di Pisa, Giancarlo Negro grande esperto di deserto, e altri, che ha compiuto una spedizione a Gebel Kamil nel febbraio 2010. Già alla prima ricognizione l’attesa conferma: la buca nel terreno, a soli 2 km dal confine con il Sudan, ha tutte le caratteristiche di un cratere da impatto: bordi rilevati, raggiere formate da frammenti, minerali tipici delle fusioni ad alta pressione e, soprattutto, centinaia di frammenti di meteoriti metalliche, le ataxiti appunto.



Un cratere da impatto unico nel suo genere, tra gli oltre 170 finora conosciuti sul nostro pianeta. Un articolo accettato sulla prestigiosa rivista Science (The Kamil Crater in Egypt, 13 agosto 2010) ha consacrato infine la scoperta. Ora, nonostante il dispiacere del saccheggio, gli scienziati italiani vorrebbero tornare in Egitto per completare le indagini.



LE STIME - «Speriamo di essere di nuovo a Gebel Kamil nel prossimo mese di febbraio – informa Di Martino –. Nostro obiettivo principale è la determinazione più precisa dell’età dell’impatto. Una prima stima ci porta a farla rientrare in un tempo compreso fra 5000 e 1000 anni fa. Io propendo per l’età più recente, perché il cratere è ben conservato. Per stabilire una data più precisa dovremmo effettuare carotaggi sul fondo del cratere e estrarre, di notte, al buio, le polveri di quarzo presenti sul fondo del cratere formatesi durante l’impatto le quali, esaminate poi in laboratorio con particolari tecniche, potranno fornirci indicazioni più puntuali».



Franco Foresta Martin
10 settembre 2010




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Il nuovo stadio della Juventus: il rendering

Repubblica


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Questo il soprannome del fossile di "Concavenator corcovatus", possibile progenitore del più celebre "velociraptor", scoperto in Spagna

di Ermanno Accardi