lunedì 13 settembre 2010

Quando i ladri usano Facebook Sgominata cyber-banda negli Usa

La Stampa


Cercavano case vuote attraverso il social network, Palo Alto smentisce la notizia


NEW YORK


Un fatto di cronaca avvenuto in una cittadina del New Hampshire ha fatto tornare nuovamente Facebook al centro del dibattito mondiale sul tema privacy e over-sharing. Secondo quanto riportato da Wmur, la polizia di Nashua avrebbe sgominato  una banda di ladri che individuava le case da derubare tramite il celebre social network. 

Mario Rojas, Leonardo Barroso and Victor Rodriguez,  sono stati arrestati con l'accusa di aver svaligiato più di 18 case nell'ultimo mese, mettendo da parte un bottino di oltre 200.000 dollari.  Secondo il sito, i membri della banda avrebbero tenuto sotto controllo i profili delle persone che abitavano nella zona per individuare le case incustodite.


Da Palo Alto è arrivata subito  la smentita di qualsiasi collegamento con i furti del New Hampshire: «Abbiamo contattato la polizia di Nashua - ha dichiarato un portavoce  al sito "Cnet" - e ci hanno spiegato che l'unico legame con la nostra piattaforma è un post sulle proprie vacanze lasciato in bacheca da un contatto di uno dei tre ladri. Ci è stato confermato che tutti gli altri furti non hanno niente a che fare con Facebook».


Qualche settimana fa, però, Ron Dickerson, capitano a capo delle indagini sui tecno-topi d'appartamento, aveva dichiarato : «Fate attenzione a quello che postate sui social network, sappiamo per certo che alcuni criminali cercano su questi siti le case vuote»


La compagnia di Zuckerberg aveva suscitato già molte polemiche quando, ad agosto, aveva lanciato "Places",  un’applicazione che dà la possibilità agli utenti di localizzare geograficamente la propria posizione, comunicarla ai propri amici attraverso lo status e soprattutto controllare chi altro è presente nel posto in cui ci si trova.


Tutta la vicenda sembra vivificare il monito lanciato sul web da "Please Rob Me",  sito-provocazione che puntava a dimostrare i pericoli della condivisione eccessiva dei propri dati su Internet. Il sito, ormai oscurato, mappava le informazioni geografiche fornite dagli utenti di Twitter, Foursuqre e Google Buzz.  «Il pericolo consiste nel rendere pubblico in continuazione dove ci si trova. E quando scrivi che se da qualche parte, vuol dire che non sei a casa...», si leggeva sul loro manifesto . Simile è "I Can Stalk U", che mostra le posizioni degli utenti di Twitter utilizzando le geotag pubbliche di TwitPics, il nuovo sito che permette di postare molto velocemente foto su vari social network.  




Powered by ScribeFire.

Addio alunni italiani Ecco la classe straniera

IL Tempo


Nell'ex istituto Pisacane in aula solo cinesi e bengalesi. Trasferito anche l'ultimo scolaro romano. Il ministro Gelmini: "Giusto inserire il tetto del 30%". 
ISTRUZIONE Ritorno sui banchi nel segno della riforma



Il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini


Trentasei stranieri e tre italiani. Erano questi i numeri delle iscrizioni nella prima elementare della Scuola Carlo Pisacane, accorpata da quest’anno alla scuola Media Pavoni e trasformata così in Istituto comprensivo Laparelli. Numeri che si sono andati assottigliando, fino all’altro giorno, quando i genitori dell’ultimo bimbo italiano rimasto iscritto hanno chiesto, e ottenuto, il trasferimento. Torna così alla ribalta delle cronache il «caso Pisacane» la scuola che ha formato una prima classe esclusivamente con alunni cinesi e bengalesi e dalla quale, poco più di un anno fa, partì l’allarme dei genitori italiani.


Nella scuola del quartiere periferico di Torpignattara le iscrizioni di alunni immigrati sfioravano il 90% ed erano 170 su 180. «Scuola ghetto», era stata ribattezzata da questo giornale. «Ghetto», perché l'integrazione sociale e culturale in un paese risulta assai improbabile quando in classe nessuno parla l'italiano, quando si cancella il presepe dal Natale, quando si vuole cambiare il nome di Carlo Pisacane, patriota del Risorgimento italiano con quello di un pedagogo giapponese, quando a pranzo si mangia il couscous al posto degli gnocchi. E i bambini stranieri continuano a parlare e a sentir parlare solo la loro lingua d'origine, senza possibilità di socializzare con i loro piccoli coetanei italiani. Una questione di buon senso, insomma, trasformata subito in lotta politica. A tal punto che l'associazione «Progetto Diritti» fece ricorso al Tar del Lazio contro l'introduzione del tetto del 30% di alunni stanieri in ciascuna classe. E infatti, una deroga l'ormai ex Pisacane l'aveva ottenuta: applicando il tetto Gelimini avrebbe chiuso i battenti. Le iscrizioni dei bambini italiani erano comunque troppo basse.


Ora però su 39 nuovi alunni iscritti alla elementare, solo tre sono italiani. E in una delle due classi i 19 bimbi sono tutti stranieri, in maggioranza bengalesi e cinesi. «Contiamo di invertire il trend - ha detto la preside del Luparelli, Flora Longhi - Siamo fiduciosi, ci sono stranieri che si trasferiscono e lasciano la scuola per tornare nei propri paesi d'origine, anche se altri immigrati arrivano dal nord-Italia». Sul caso della prima classe composta interamente da alunni extracomunitari è intervenuto ieri il ministro all'Istruzione.


«Il caso della scuola elementare romana dove tutti gli alunni sono stranieri dimostra che il tetto del 30% introdotto dal governo è una soluzione corretta - ha sottolineato Mariastella Gelmini -. Andrò a verificare nel caso di specie, per capire come mai ci ritroviamo con una classe di soli immigrati, dove l'unico italiano poi ha ovviamente deciso di cambiare scuola. Noi, proprio alla luce di situazioni come questa, per evitare il fatto che alcune classi, laddove ci sia una presenza di soli studenti immigrati diventino classi ghetto, abbiamo introdotto, tra le critiche e le polemiche, il tetto del 30%, non certo per discriminare gli immigrati, ma perché è un suggerimento che ci viene da chi ha esperienza, dai professori, dagli insegnanti che lavorano magari nelle periferie delle grandi città e si trovano ad avere a che fare con un tasso di immigrazione molto alta.

 
È provato nei fatti - ha aggiunto la Gelmini - che se si trova un equilibrio fra studenti italiani e studenti immigrati quella classe viene messa nelle condizioni di correre e quindi l'apprendimento funziona per tutti. Invece se creiamo classi di soli studenti immigrati il risultato è che non c'è nessuna integrazione e abbiamo visto che questo tetto del 30% è stato applicato nella maggior parte dei casi, in alcune situazioni limite invece del 30% abbiamo il 35%, ma è stato ancora una volta un provvedimento dettato non dall'ideologia, ma dal buon senso». Ed è invece proprio l'ideologia di una parte politica che, seppure fallita, punta ancora verso un'integrazione senza regole fino a presentare ricorso alla magistratura contro il tetto sugli alunni immigrati. E non può essere solo un caso se la scuola Pisacane si trova in una delle zone più «rosse» della Capitale.



Susanna Novelli

13/09/2010





Powered by ScribeFire.

Bimba tolta alla mamma I giudici: "Non è per povertà"

Quotidianonet


Trento, dopo giorni di polemiche sul caso della neonata dichiarata adottabile, il presidente del Tribunale dei minori di Trento parla di "esigenza primaria di garantire la tutela della minore"





TRENTO, 13 settembre 2010 -


Dopo giorni di polemiche sul caso della mamma di Trento a cui i giudici hanno tolto la figlia appena nata, oggi si fa viva con una nota di spiegazioni la presidente del Tribunale dei Minori  di Trento Bernardetta Santaniello.


"La dichiarazione di adottabilità della minore non trae in alcun modo origine dallo stato di povertà della madre: infatti eventuali difficoltà di natura economica del o dei genitori trovano soluzione o sostegno in altri interventi di carattere socio-assistenziale, che non mancano a livello provinciale - scrive il giudice - La decisione del Tribunale risulta giustificata da altre valutazioni, che attengono alla storia personale e familiare della madre e del padre, e soprattutto dall’esigenza primaria di garantire la tutela della minore sulla base della normativa vigente senza alcun condizionamento di natura ideologica: occorre ricordare che, nel caso di falliscano degli altri interventi di sostegno e persistano le difficoltà di carattere non temporaneo dei componenti della famiglia naturale, la Legge 184 del 1983 prevede l’adottabilità del minore come unica soluzione adeguata per assicurare allo stesso uno sviluppo psicofisico corretto".
 

"Il caso in specie - sottolinea Bernardetta Santaniello -  non è diverso da tanti altri trattati dal Tribunale di Trento e da altri Tribunali per i minorenni. E' preoccupante che si siano scatenate reazioni incontrollate, dettate da personali convinzioni ideologiche e sostanzialmente denigratorie del lavoro costante e tenace svolto dai vari protagonisti che, in ambito sociale e giudiziario, cercano sempre in prima battuta di salvaguardare il diritto di ogni bambino a crescere nella sua famiglia di origine".


Per il magistrato "sarebbe utile sapere quanti dei vari soggetti che sono intervenuti in questo dibattito abbiano avuto effettiva conoscenza di tutte le circostanze di fatto che negli anni hanno portato alla valutazione negativa in merito alla compatibilità dei tempi dell’ipotetico recupero delle capacità materne con quelle attuali di sana crescita della bambina ed abbiano letto le motivazioni della sentenza emessa".

 
Senza mezze parole, quindi
, la presidente del Tribunale attacca la stampa, evidenziando "il rischio concreto ed attuale che una cattiva informazione possa ingenerare in tutte le famiglie in difficoltà, meno attrezzate a valutare criticamente il senso delle notizie, una maggiore diffidenza rispetto ai numerosi e differenziati interventi di sostegno, tesi innanzitutto a salvaguardare il rapporto genitori/figli ed a trovare soluzione alle problematiche esistenti, per paura che il Servizio sociale ed il Tribunale possano portar via i bambini in modo immotivato ed irrazionale".

E il giudice conclude: "Come è comprensibile si tratta di un settore quanto mai delicato, in cui ogni vicenda merita la massima attenzione e la cui gestione presuppone la capacità di mantenere equilibrio e serenità di giudizio senza facili suggestioni emotive, per poter dare effettivamente voce e rilevanza ai bisogni dei minori".





Powered by ScribeFire.

Pazzesco incidente mortale: camion sbanda, colpisce un palo che centra in pieno donna

Il Mattino


SEUL (13 settembre) - Incredibile come si possa perdere la vita per una fatalità: una donna passeggia su un marciapiede in compagnia di un uomo. Al suo fianco un'altra persona con un passeggino: un autoarticolato prende una curva e sbanda, forse a causa della velocità. Il carico sbatte su un palo della luce che si piega e si schianta prendendo un pieno la donna. Le immagini sono davvero raccapriccianti.


Video



Powered by ScribeFire.

Aereo sbanda durante l'atterraggio per colpa del vento

IL Mattino


BERLINO (13 settembre) - Le immagini sono davvero da brividi: una tragedia sfiorata con l'aereo che durante la fase di atterraggio a pochi metri dal suolo sbanda incredibilmente, piegandosi in maniera drammatica sulla parte destra. Il pilota riprende quota precipitosamente ma a bordo è il panico. Un video amatoriale registra la scena dalla pista. Il fatto risale a qualche anno fa, ma è ancora boom di click sul web.


EMBED-German Plane Avoids Disastrous Landing - Watch more free videos

Peschereccio mitragliato dai libici

Corriere della sera


La sparatoria di domenica sera non ha avuto conseguenze. L'equipaggio ha evitato l'abbordaggio

L'«Ariete» Proveniva da Mazara del Vallo


LAMPEDUSA - Un peschereccio di Mazara del Vallo è stato raggiunto da alcuni colpi di mitraglia sparati da una motovedetta libica che gli aveva intimato di fermarsi. La sparatoria, avvenuta domenica sera a largo delle coste libiche, non ha avuto conseguenze sull'equipaggio dell'«Ariete», che è riuscito a evitare l'abbordaggio e ad allontanarsi. Il peschereccio ha proseguito la navigazione verso Lampedusa, dove è giunto lunedì mattina.

ASSALTO - L'«Ariete», iscritto al compartimento marittimo di Mazara del Vallo, è un peschereccio d'altura di 32 metri con dieci uomini d'equipaggio, al comando del capitano Gaspare Marrone. Secondo quanto ha riferito quest'ultimo via radio alla Guardia costiera italiana, l'assalto sarebbe avvenuto a circa 30 miglia dalle coste libiche, al confine con la Tunisia, all'interno del golfo della Sirte. Una zona che le autorità di Tripoli, nonostante le norme del diritto marittimo internazionale, continuano a considerare di propria esclusiva competenza. I colpi di mitraglia hanno sforacchiato la fiancata dell'imbarcazione e un gommone utilizzato come tender.

Redazione online
13 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Tumefatta e stremata, Ju-hee è cintura d'oro

Pidocchi e incidenti, effetti collaterali del mototaxismo in Colombia

La Stampa




Sono più a buon mercato dei taxi
ma spesso infrangono molte norme della strada
Il blogger Lorenzo Cairoli sta facendo un giro per il mondo. Dalla Colombia ci manda questo racconto, in esclusiva per i lettori de LaStampa.it


LORENZO CAIROLI


Alcuni giorni fa su 'El Heraldo' di Barranquilla un collega attento a tutto quello che accade nel paese come Alberto Salcedo Ramos aveva puntato l'indice contro l'impero dei mototaxi. Ne aveva scritto con la consueta pacata invidiabile fermezza descrivendolo come un enorme vaso di Pandora che da anni avvelena le strade colombiane, rendendole più insicure, più illegali, più violente.

Il fenomeno dei mototaxi nasce nella Colombia rurale del 1991 in un villaggio vicino a Monteria, La Cotorra, per poi estendersi nelle aree più depresse del dipartimento di Cordoba, in regioni come il Choco, in città come Quibdò, Turbo, Apartado, Caucasia, Tumaco, Arauca, Leticia, Mitù, Mocoa, Riohacha. In città dove il lavoro non c'è mai, dove il lavoro tocca inventarselo, e dove due caschi e una motocicletta danno da mangiare a una famiglia intera.

In poco tempo il mototaxismo diventa la voce più rilevante della cosiddetta economia del rebusque, del mercato nero, senza contare tutto quello che gli prolifera intorno: i negozi nei barrios che vendono accessori e pezzi di ricambio, gli autolavaggi, le officine, i chioschi di comida corriente. Persino le finanziarie, sempre caute nell'incoraggiare nuove attività commerciali, si lanciano euforiche nell'offerta di mutui sempre più allettanti per potenziali acquirenti di mototaxi.

Così dopo aver colonizzato la Colombia rurale, i mototaxisti iniziano ad infiltrarsi nelle grandi città - Cali, Cartagena, Barranquilla, Bogotà, Medellin - approfittando dei costi proibitivi dei taxi, della lentezza e della fatiscenza dei mezzi pubblici, della disinvolta e criminale imprudenza di molti conduttori di bus che guidano come se le strade appartenessero solo a loro. La gente, la povera gente, li adotta subito. Perchè sono più a buon mercato di un taxi collettivo, perchè sono più rapidi di qualunque mezzo di trasporto, perché sono capaci di infrangere tutte le norme del codice autostradale pur di accontentare i loro clienti, ma soprattutto perché sono ovunque, anche in quei barrios dove i mezzi pubblici passano di rado, o non passano proprio.

I mototaxi sembrano - per dirla alla Berlusconi - un dono di Dio alla Colombia più povera ed emarginata. Ma il dono di Dio mostra presto un inquietante rovescio della medaglia. Da quando l'impero dei mototaxi si è radicato nelle grandi città gli incidenti sono aumentati in modo allarmante. Un funzionario della polizia di Sincelejo mi mostra delle statistiche che fanno accapponare la pelle. Nel giro di soli due anni, i mototaxi hanno fatto lievitare gli incidenti nella sua città dell'81,6%. Non solo, ma col mototaxismo dilagano anche le malattie della pelle e la criminalità.

Spesso a causa del casco e del giubbotto che è costretto ad indossare, il cliente contrae verruche, granulomi, pidocchi, croste, pustole, seborrea, eczemi. Ma di questo vaso di Pandora la sciagura più grande sono i sicari. "Il mototaxismo - mi spiega Laura Lopez, titolare di uno dei più raffinati hotel boutique di Cartagena, Casa Santa Ana - è un formidabile paravento per i sicari che stanno seminando morte a Cartagena. Tutta gente che arriva da fuori, soprattutto da Medellin. Con un casco in testa e un giubbotto nessuno riesce a distinguerli da un vero motoxista. Così colpiscono senza dare nell'occhi, e con la stessa facilità si dileguano".

Da mesi Cartagena è travolta da un’ondata di criminalità anomala. Una nuova criminalità che non rispetta più i codici della vecchia criminalità costeña, che si afferma con metodi più spietati, con efferatezze da narcomattanza messicana - basti pensare all'aberrante smembramento del cadavere del chocoano Lisney Antonio Mosquera Gaviria a giugno, o all'editoriale di fine febbraio di Carlos Gustavo Mendéz su ‘El Universal’ in cui l’autore scrive una frase che ghiaccia il sangue: ‘…en Cartagena, otrora un remanso de paz, no hay día en el cual no maten a dos o tres personas mediante esta práctica tenebrosa’. Dietro a questa nuova criminalità ci sono spesso paramilitari che taglieggiano i negozianti con pesantissime richieste di pizzo, la famigerata vacuna. Chi cerca di sottrarsi alla vacuna, riceve la visita di un sicario. Un ultimo particolare. Non trascurabile. La maggior parte dei mototaxi appartengono proprio ai paramilitari.




Powered by ScribeFire.

La monnezza della politica

IL Tempo


La maggior parte dei circoli di partito non paga la tariffa rifiuti. Maglia nera al Pd capitolino: su 115 sedi 107 sono irregolari. Il Pdl non figura. An e Fi ignorano le rate.


Il Campidoglio Ma i partiti lo sanno che devono pagare la Tariffa Rifiuti? La domanda nasce spontanea scorrendo il lungo elenco delle sedi e dei circoli politici della Capitale che evadono la TaRi. La risposta non è affatto scontata. In tutto tra sedi e circoli sono 138 quelli che non si sono mai iscritti, si sono iscritti ma non hanno mai pagato o pagano quando capita. Evasore numero uno della Tariffa Rifiuti è il Pd capitolino. Se confermati i dati pubblicati sul sito www.pdroma.net, i circoli sono 115. Di questi ben 107 figurano come evasori.


Nel dettaglio: 91 circoli del Pd Roma non si sono mai iscritti alla TaRi, 17 risultano iscritti come contribuenti ma di questi dieci non hanno mai pagato, come ad esempio lo storico Circolo di via dei Giubbonari. Non solo Pd però. L'evasione al contributo sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti è, purtroppo, bipartisan. Difficile risalire al numero dei circoli Pdl presenti nella Capitale, anche perché nella maggior parte dei casi le utenze risultano ancora divise in Alleanza Nazionale e Forza Italia (segno del destino?). Resta il fatto che 23 sedi e circoli riferibili al Pdl e al centro destra non pagano la Tari, come ad esempio la sede regionale di via Po di An o come il quartier generale dell'ex Fi Roma, in via Fulcieri Pulucci Di Calboli che non risultano neanche iscritti.

 
A chiudere il cerchio anche la sede di Alleanza Federalista, Alleanza Socialdemocratica, Casa dei Democratici, Centro Cristiano Democratico. Possibile che nei circoli dove si dovrebbe fare politica territoriale, magari proprio contro l'aumento della tariffa Ama, nessuno sappia di doverla pagare? I giorni per questi ed altri evasori, sono comunque contati. Entro la fine dell'anno, la task force congiunta di Ama e Roma Entrate effettuerà in totale oltre settemila controlli proprio per contrastare l'evasione che, ricordiamo, per quanto riguarda la TaRi crea una perdita economica per l'Ama, e dunque per tutti i contribuenti romani, di almeno 24 milioni di euro. Speriamo che tra i primi a contribuire siano proprio i partiti politici capitolini.



Susanna Novelli

13/09/2010





Powered by ScribeFire.

E' morta Claudia Vinciguerra, critico tv “vittima” delle imitazioni di Teo Teocoli

IL Mattino


 
di Marco Giovannelli

ROMA (12 settembre) - E' morta questa mattina alle 5 nell'ospedale San Carlo di Nancy dove era ricoverata, Claudia Vinciguerra, critico televisivo che per le sue sonore risate e le argute recensioni era diventata uno dei personaggi di Teo Teocoli.

Venerdì mattina la giornalista aveva avuto i primi disturbi ed era stata portata dal 118 in codice rosso al San Carlo dove la situazione è apparsa subito grave. Nelle ore successive Claudia Vinciguerra è peggiorata ed è entrata in coma fino alla morte di questa mattina avvenuta nel reparto di medicina di urgenza del dottor Romolo Petrucci. «Era in coma irreversibile da almeno 24 ore - spiega il primario -, non era possibile fare altro». I funerali si terranno martedi alle ore 11 presso la Parrocchia San Filippo Neri alla Pineta Sacchetti .

Claudia Vinciguerra era nata a Napoli il 2 gennaio 1923
, era residente nella zona di Boccea, ed era stata per molti anni critico cinematografico e critico televisivo italiana al Giorno e poi a Rai2.

La notorietà la trovò però quando divenne un personaggio televisivo
con le sue surreali recensioni (celebre la frase "non so, ma per me tutto è possibile”) e le gaffe durante la trasmissione Mattina in famiglia che attirò l'attenzione di Teo Teocoli che cominciò a imitarla.

Dopo le prime apparizioni di Teocoli-Vinciguerra,
la giornalista disse: «Sono davvero così, sono identica. Mi ha studiato bene anche nei dettagli. E' molto bravo quando imita la mia tosse, la risata fragorosa, la pettinatura». Ma dopo tanti elogi per Teocoli, in più di qualche occasione disse: «Sta migliorando ma non faccia il presentatore, non è capace».




Powered by ScribeFire.

Catturato il boss Villarreal, detto "El Grande", lo ha venduto "La Barbie"

Corriere della sera


Sulla sua testa una taglia da 2 milioni di dollari. Nel suo ranch hanno soggiornato Penelope Cruz e Salma Hayek.

MESSICO: Narcos e guerra tra bande


Sergio Villarreal, detto “El Grande”
Sergio Villarreal, detto “El Grande”
WASHINGTONSergio Villarreal, alias “El Grande”, importante boss del cartello Leyva, è stato catturato dai militari a Puebla (Messico). Ricercato da anni, le autorità avevano messo sulla sua testa una taglia di 2 milioni di dollari: è possibile che a tradirlo sia stato un suo nemico acerrimo, il padrino Egdar Valdez “La Barbie”, finito in prigione pochi giorni fa. Ex agente comunale, Villarreal è cresciuto all’interno del potente Cartello di Sinaloa e si è poi schierato con gli scissionisti guidati dai fratelli Beltran Leyva. Ricchissimo, responsabile di numerosi omicidi, il suo nome è stato accostato a quello di Penelope Cruz e Salma Hayek. Nel 2004 le due attrici impegnate a girare un film in Messico hanno soggiornato in un ranch-villa di Durango. Si è poi scoperto che la residenza apparteneva a “El Grande”. Penelope Cruz e Salma Hayek hanno negato di sapere chi fosse il proprietario ed hanno attribuito la responsabilità della scelta alla “produzione” che aveva affittato il ranch.


28MILA MORTI IN 5 ANNI - Da due anni, la banda dei Beltran Leyva è in difficoltà. Prima è caduto nella rete delle autorità Alfredo Leyva (2008), poi è stato ucciso Arturo ed è stato catturato Carlos. Una serie di rovesci che hanno portato ad una spaccatura dell’organizzazione. Da una parte Hector Beltran Leyva e Villarreal, dall’altra “La Barbie”. I due schieramenti si sono affrontati in modo spietato – causando decine di vittime - ed hanno finito per favorire l’azione dell’esercito messicano. Così i soldati hanno sorpreso “La Barbie”, un arresto sul quale, però, sono nate molte ipotesi.



Fonti statunitensi non escludono che “La Barbie” – così chiamato sin dai giorni della scuola per i suoi capelli chiari – si sia consegnato. Anzi, alcuni esperti hanno persino ipotizzato che il boss abbia collaborato con le autorità – messicane e americane – “vendendo” molti dei suoi rivali. E, alla fine, temendo per la sua vita avrebbe deciso di costituirsi: il piano di “La Barbie”, che è cittadino Usa, è di farsi estradare in America. Gli arresti di alcuni padrini e l’uccisione, alla fine di luglio, di Nacho Coronel, numero tre di Sinaloa, rappresentano un po’ d’ossigeno per il governo, chiamato a fronteggiare la sfida dei cartelli della droga. Armati meglio dell’esercito, padroni di intere regioni ai confini con gli Usa, con disponibilità finanziarie enormi, i narcos sembrano invincibili. Attaccano le forze dell’ordine – anche con tecniche terroristiche – e si danno battaglia senza quartiere: dal 2006 hanno perso la vita 28 mila persone.



Guido Olimpio
13 settembre 2010



Powered by ScribeFire.

Assegno di 400mila euro al pd che va a escort

di Felice Manti



Il superbonus dell'ex vicepresidente pugliese, Sandro Frisullo, è stato deciso in estate: la buonauscita sfiora i 400mila euro (anche se 152mila li aveva prelevati in anticipo). Per l'indagato pure una pensione di 10mila euro



 

C’è un ex detenuto in attesa di giudizio che ad agosto si stava fre­gando le mani dalla gioia. Aveva ap­pena incassato un maxi assegno da 10mila euro lorde di pensione e una buonuscita record che sfiora i 400mila euro (anche se 152mila eu­ro li aveva già prelevati in anticipo). Il suo nome è Sandro Frisullo, ex po­tentissimo vicepresidente Pd della vendoliana Regione Puglia, arresta­to il 18 marzo scorso con l’accusa di associazione per delinquere, corru­zione e turbativa d’asta con contor­no di presunte tangenti nella sanità in cambio di qualche escort a buon mercato, anzi praticamente gratis.

Frisullo è a piede libero dal 17 lu­glio, dopo che il gip del Tribunale di Bari Sergio Di Paola ha revocato gli arresti domiciliari. Ma 21 giorni di cella se li è fatti tutti, dall’arresto al­l’ 8 aprile, perché «accusato di aver utilizzato il suo peso politico - que­sta la tesi della Procura barese - per far vincere l’amico, il re della sanità Gianpi Tarantini in cambio di soldi e favori». Quanti e quali? Per l’accu­sa circa 12mila euro al mese, tre escort della scuderia a totale dispo­sizione, automobile con autista, ca­pi firmati e persino una donna delle pulizie gratis. Dall’assegno di Gianpi a quello da pensionato il passo è breve e la decurtazione leggera, da 12mila net­te a 10mila lorde.

La cosa bizzarra è che per avere questi soldi dalla Re­gione Puglia Frisullo non ha violato alcuna legge. Anzi, ne ha approfitta­to. La norma che consentirà a lui (e ad altri quaranta ex consiglieri regio­nali pugliesi) di riuscire a mettere di­gnitosamente insieme il pranzo con la cena, anche senza fare più politi­ca, porta la firma di Mario De Cristo­faro. L’ex presidente del Consiglio regionale pugliese nel 2003, quan­do a governare la Puglia era l’attuale ministro Raffaele Fitto, non fece fati­ca a far approvare una legge che pre­vede, oltre a un sontuoso vitalizio pari al 90% dell’indennità da consi­gliere di 11.190,89 euro, un assegno di fine mandato pari a un anno pie­no di indennità (oltre 129mila euro per ogni legislatura al servizio dei pugliesi, tre nel caso di Frisullo).

La solerzia degli impiegati regio­nali (ministro Brunetta, prenda ap­punti...) ha consentito ai pensionati di lusso, molti dei quali rigorosa­mente under 60 come lo stesso Fri­sullo ( che di anni ne ha 55) di ottene­re bonus e pensione in piena estate. I mandati di pagamento sono parti­ti dagli uffici della Regione il 25 ago­sto scorso. Per le casse pugliesi è un salasso da 8 milioni di euro, di cui 3,5 erogati subito come un genero­so bancomat. Ma, almeno per quan­to riguarda l’ex vicepresidente Pd, tutto era iniziato 45 giorni prima, il 14 luglio, tre giorni prima della sua definitiva scarcerazione preventi­va, quando il dirigente del Servizio amministrazione e risorse umane della regione Francescopaolo Digie­si aveva firmato le determinazioni necessarie a sbloccare i soldi.

Nel prospetto allegato alla deter­minazionen ˚ 166del25agostoscor­so vengono snocciolate le cifre: l’as­segno lordo finale è di 389mila euro meno qualche spicciolo, di cui 152mila e rotti già incassati grazie al­­l’articolo 57 della legge 1/2004, che prevede appunto di richiedere un anticipo fino all’80%dell’assegno di fine rapporto. Tolte le tasse, per l’ex vicepresidente Pd accusato di esse­re al soldo di Gianpaolo Tarantini detto Gianpi in cambio di qualche appalto milionario nella sanità si tratta di 174.647,24 euro nette, da ag­giungere alla pensione di anzianità. Diecimila euro lorde di pensione ogni mese, generosamente elargiti in una soleggiata mattina dell’esta­te pugliese, basteranno a uno come Frisullo che secondo l’accusa ha bi­sogno di fare una certa vita? È uno dei tanti interrogativi che il proces­so sul verminaio della sanità puglie­se è destinato a sciogliere. Forse.




Powered by ScribeFire.

L'arte di rovinare un buon caffè

La Stampa


Da piacere a brodaglia in pochi secondi: tutti gli errori dei barman nel rito più amato dagli italiani



ROSELINA SALEMI
MILANO

I francesi lo chiamano «espressò» con l'accento sulla o, ma spesso la differenza sta soltanto nella tazza (più piccola). I tedeschi, che ne bevono già più di noi (cinque contro tre al giorno) mettono una o due zeta al posto delle esse, ma ci capiamo lo stesso. Da Amsterdam a Budapest, «espresso» è una parola passepartout come «bravo» e «pizza», e spiace che ultimamente si parli soprattutto di «guerra delle cialde», perché, come diceva Bugsy Siegel, pur essendo un gangster, il business ammazza la poesia.

In tutte le guide per stranieri in cui si racconta l'Italia (divertentissime quelle giapponesi e cinesi che cercano di dar conto, in modo maniacale di tutte le varianti del caffè: ristretto, corretto, classico, macchiato freddo, macchiato caldo) c'è sempre una mezza paginetta che indaga con serietà la radice mistica del rito. Un modo, tutto italiano, ma oggi molto esportato, per cominciare la giornata o per spezzarla, che si dilata a una mezz'oretta passata a chiacchierare, come nella canzone di Gino Paoli («Eravamo quattro amici al bar») o si riduce a cinque minuti di concentrazione assoluta prima di affrontare il traffico, un colloquio di lavoro, una resa dei conti.

Un momento sacro, quanto basta per capire la battuta di Eduardo («Quando morirò, tu portami il caffè e vedrai che io resuscito come Lazzaro»), il fanatismo quasi religioso delle discussioni sul colore e lo spessore della crema (3-5 millimetri), la torrefazione, l'aroma, e l'influenza che l'umore dei baristi può avere sulla preparazione (e ce l'ha). Per questo esiste l'Istituto Nazionale Espresso Italiano che organizza un «corso di sopravvivenza caffeicola» e dopo averlo frequentato saremo in grado di fare le pulci a qualunque barista contestandogli la tazzina sbagliata, la lunghezza sbagliata, la pressione scarsa.

Ma è curioso che uno degli esegeti più attenti all'aspetto rituale sia lo spagnolo José Vincente Quirante Rives, approdato a Napoli nel 2005 come direttore dell'Istituto Cervantes, e autore del delizioso «Elogio del caffè al bar» (Tullio Pironti editore): «Il mio amico M. mi svela tutti i segreti di un buon caffè fatto in casa. Mi segnala la macchinetta migliore, come dev'essere l'acqua… ma perché farlo in casa se a Napoli vivo circondato da baristi-artisti che mi fanno godere, ad un prezzo modico, di un'arte dal valore inestimabile?». Un vero tradizionalista, Rives.

Il caffè non si può prendere all'alba (bisogna dar tempo alle macchine di scaldarsi e lavorare due-tre ore), si manda giù dopo essersi sciacquati la bocca con un bicchiere d'acqua («rito di abluzione per accogliere qualcosa di così prezioso») in quattro sorsi, e solo allora l'inconfondibile crema esprime il suo retrogusto di nocciola o cacao. E, come nello spot Illy girato a Ragusa Ibla, in Sicilia, «senza un buon espresso, la giornata storta comincia…». Insomma, non ne possiamo fare a meno, che sia abitudine o rito propiziatorio, piccolo piacere centellinato o razionato sotto controllo medico. È il nostro quarto d'ora di paradiso (e lo sa bene la pubblicità).

Nessuna controindicazione per le aziende: una ricerca della Camera di Commercio di Milano, assolve tutti perché pare che la pausa caffè migliori la produttività. Conquistato dall'espresso anche Tarantino, che a Venezia ha rinunciato all'«americano» ma, avendo mani troppo grandi, non sapeva come tenere la minuscola tazzina senza stritolarla. Al bar chiacchierava allegramente, molto italianizzato, perché il caffè, oltre ad essere il buon inizio di qualsiasi cosa, è un luogo. Lo spiega benissimo Claudio Magris, in «Microcosmi»: «Il caffè è un'accademia platonica. In questa accademia non si insegna niente, ma si imparano la socievolezza e il disincanto. Si può chiacchierare, raccontare, ma non è possibile predicare, tenere comizi, far lezione». A patto che l'espresso sia buono, s'intende




Powered by ScribeFire.

Ritorno a scuola tra le polemiche

La Stampa


Primo giorno di lezione in nove Regioni, parte la nuova riforma





ROMA


Tutti o quasi sui banchi di scuola. Per gli oltre sette milioni di studenti italiani le vacanze sono già finite, o lo saranno nei prossimi giorni. La scorsa settimana sono tornati sui banchi quelli che frequentano la scuola a Trento e provincia, oggi prima campanella per la maggior parte degli iscritti, poi man mano tutti gli altri fino al 20 settembre quando si riapriranno anche le scuole di Puglia, Abruzzo e Liguria. Entro una settimana, quindi, saranno di nuovo attive le 42mila sedi scolastiche che fanno capo (anche come succursali, sezioni staccate e coordinate) ad oltre 10mila istituti: gli studenti saranno collocati in oltre 370mila sezioni e classi.

Anche dopo la seconda delle tre tranche annuali di tagli, avviate lo scorso anno e che nel 2011 porteranno alla cancellazione di 75mila posti, il corpo insegnante rimane corposo: 729 mila docenti, di cui 93mila (caratteristica tutta italiana) a sostegno degli studenti disabili. A cui si aggiungono oltre 100mila insegnanti non di ruolo, annuali o nominati fino al termine delle attività didattiche. A coadiuvarli vi saranno 237mila unità di personale non docente: si tratta degli amministrativi e dei tecnici, ma in prevalenza (oltre 150mila) di collaboratori scolastici (più noti come bidelli) e sul cui alto numero si è soffermato più volte il ministro Gelmini perchè «più alto di quello di tutti i carabinieri che operano in Italia». Un terzo degli Ata (oltre 70mila) sono precari e nominati annualmente dai 104 Uffici scolastici provinciali (gli ex provveditorati agli studi).

Ma la protesta non si placa. I precari ieri hanno scelto di manifestare tra le due sponde dello Stretto per sottolineare che «la grande opera da compiere non è il ponte, ma un collegamento tra la scuola e il Paese». Letizia Sauta, insegnante precaria, lo scorso anno aveva interrotto lo sciopero della fame solo dopo l’insistenza di Dario Francechini, e oggi era di nuovo lì, tra i 4 mila (2.500 secondo la questura) scesi in piazza a Messina per protestare contro i tagli previsti dal ddl Gelmini. Dall’altra parte dello Stretto, a Villa San Giovanni, un gruppo di 300 precari - arrivati da Puglia, Basilicata e Campania - faceva eco agli slogan dei colleghi siciliani, che hanno occupato la stazione ferroviaria, bloccando i treni per un’ora e mezza e invaso uno degli imbarcaderi dei traghetti delle Fs.

Una giornata senza incidenti ma all’insegna della tensione con le forze di polizia, che hanno denunciato 25 precari e in queste ore ne stanno identificando altri. Quando i manifestanti si sono radunati alle 11 a piazza Cairoli, scandendo cori contro il governo («Vogliamo una sola disoccupata, ministro Gelmini sei licenziata»), si è capito presto che la loro intenzione era quella di dirigersi verso la stazione marittima. La polizia ha provato a contenere la folla per evitare che arrivasse agli imbarcaderi, ma un gruppo si è staccato e ha raggiunto una delle cinque invasature delle Fs, bloccando la nave «Riace» che attendeva di salpare per Villa San Giovanni. Nessun problema, invece, per i traghetti privati. Poco dopo le 13 i manifestanti hanno occupato alcuni binari della stazione centrale, dove gli esausti passeggeri di un convoglio, proveniente da Torino e diretto a Palermo non l’hanno presa bene; ma tra loro c’era qualcuno che allargava le braccia, mostrando una certa comprensione per la rabbia dei manifestanti.




Powered by ScribeFire.

Capua, strage nella cisterna: 15 avvisi L'indagine è per omicidio colposo

IL Mattino

di Gigi Di Fiore

CAPUA (13 settembre) - Tre veri e propri «permessi di morte» a loro insaputa.In tasca ad Antonio Di Matteo, Vincenzo Musso e Giuseppe Cecere, deceduti sabato sera in una cisterna-killer, i carabinieri hanno trovato degli importanti pezzi di carta firmati: le autorizzazioni dei dirigenti della «Dsm» a entrare nel famigerato silos da dove i tre non sarebbero usciti più in vita. Fatale è stato per loro dover smontare l’impalcatura edile installata il giorno prima.

Oggi, alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, nel corso di una riunione il pm Donato Ceglie, titolare dell’inchiesta, e il procuratore capo Corrado Lembo insieme con i carabinieri faranno il punto sugli elementi raccolti. Al termine dell’incontro, dovrebbero partire non meno di una quindicina di avvisi di garanzia per omicidio colposo in vista dell’autopsia che sarà fissata per domani.




Powered by ScribeFire.