giovedì 16 settembre 2010

La Padania: «Siani vero eroe anticamorra Saviano ha scritto a mattanza finita»

Il Mattino



NAPOLI (16 settembre) - «Tra “Gomorra” e “Fortapasc” ci sono 21 anni che fanno la differenza: Siani ha avuto la colpa di far conoscere, e troppo, l'intreccio tra la politica e il malaffare camorristico nei suoi albori, mentre gettava le fondamenta criminali per destabilizzare un'intera economia e controllare il territorio con il voto di scambio». Lo scrive oggi La Padania in un articolo dedicato ai 25 anni dall'uccisione del giornalista del Mattino, Giancarlo Siani, da parte della camorra. «Siani - sottolinea il giornale - era determinato ad indagare sui crimini di camorra con veri e propri scoop, cui accusavano senza mezzi termini l'intreccio tra malavita organizzata e politica, rappresentata dalla giunta comunale, sindaco in testa. Appena 26 anni, la voglia di vivere e la certezza che un giorno o l'altro gliel'avrebbero fatta pagare. Ma Giancarlo Siani non si fermò, andò avanti. Faceva il giornalismo acquisendo le notizie dalla strada fra le persone».

Nell'articolo anche un riferimento a Roberto Saviano. «Giorni orsono - è scritto - un altro giovane, questa volta scrittore, ha fatto un'accusa forte contro la Lega cioè di “non aver fatto nulla per fermare la mafia al nord”. La Lega che sin dai primi anni '80 lanciò l'allarme contro il confino di certi esponenti della mafia e della camorra al nord come ha ricordato il ministro Maroni; ingenerose sono state le parole di Saviano in una torrida giornata di fine luglio 2010. Dolorosa la morte di Giancarlo Siani in una calda serata di fine settembre del 1985. C'è differenza fra gli articoli di Siani e la denuncia bibliografica di Saviano? Si, c'è una grande, grandissima differenza».

Secondo La Padania «Saviano ha scritto nel 2006 in un periodo in cui la camorra è già cambiata nella sua violenza, dove si ci sono le guerre per bande ma che è circoscritta in alcune ben delimitate zone del napoletano a differenza di ciò che scriveva Siani, ben 25 anni fa, nella più buia e feroce lotta tra clan che aveva nella Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo il nemico da battere. E non c'erano guaglioni che, come racconta lucidamente Saviano, portavano la droga e le armi tra Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa, Mondragone, Giugliano o nei quartieri bene di Napoli che poi si ammazzano fra loro, sotto gli occhi dei boss locali; negli anni '80 c'era una vera e propria mattanza fra coloro che anni dopo si sono spartiti il napoletano e tutto l'entroterra che va da Castellammare di Stabia fino al nolano passando sempre per Torre Annunziata, “Fortapasc” come la chiamava Giancarlo Siani».






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Mensa troppo cara per i 3 figli, s'incatena «Mi hanno detto: usi i preservativi»

Il Messaggero


TORINO (16 settembre) - Non riesce a pagare le rette della mensa scolastica ai suoi tre figli e così si incatena per protesta. È accaduto nel torinese, a Givoletto dove stamattina un uomo si è incatenato davanti al municipio e ha annunciato di voler fare lo sciopero della fame e della sete.


Carmine Russo, 36 anni, operatore socio-sanitario sposato con tre figli, ha detto di non riuscire a sostenere l'esborso di 80 euro mensili per ognuno di loro. Ma a fare scattare in lui la protesta è stata, secondo il suo racconto, la risposta ricevuta da un consigliere comunale che gli ha dato un “consiglio”: «Mi ha detto - ha dichiarato - che esistono anche i preservativi. Sono un cattolico praticante, è una cosa che proprio non posso accettare da un rappresentante di un ente pubblico».

Russo ha chiesto l'intervento di un parlamentare affinché si sblocchi la situazione: «Voglio chiedergli - ha aggiunto - perché in Italia sono bloccate le politiche per la famiglia».

Repentina la risposta delle istituzioni con Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alle politiche per la famiglia. Giovanardi ha chiamato personalmente Carmine Russo manifestando la «sua solidarietà a Russo per gli insulti ricevuti». Lo ha invitato a partecipare alla Conferenza Nazionale della Famiglia che si terrà a Milano tra l'8 e il 10 Novembre, spiegando che «è intenzione del Governo avviare una riforma fiscale a favore delle famiglie che tenga conto del numero e della composizione del nucleo famigliare e dei livelli reddituali».





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Filmava le gambe delle donne, si dimette il vicesindaco di Suzzara

Corriere della sera


Pietro Aleotti, 65 anni, è stato sorpreso in un ipermercato mentre riprendeva di nascosto le clienti con il telefonino

MANTOVA

Filmava le gambe delle donne, si dimette il vicesindaco di Suzzara


Pietro Aleotti
Pietro Aleotti
SUZZARA (MANTOVA) - Filmava le gambe delle clienti in un ipermercato all'insaputa delle vittime, ma è stato sorpreso e denunciato dalla vigilanza del grosso centro commerciale. Nei guai è finito Pietro Aleotti, 65 anni, segretario della sezione di Mantova del Movimento federalista europeo e vicesindaco di Suzzara, grosso centro industriale della provincia di Mantova, in una giunta a guida Pd. Aleotti si è subito dimesso dall'incarico comunale. Il vicesindaco è stato sorpreso sabato scorso all'interno dell'Ipercoop, mentre con il suo telefonino, riposto nel cestello della spesa, si aggirava tra gli scaffali filmando le gambe delle donne da sotto in su. Subito è partita una denuncia per molestie. Secondo quanto è trapelato, la vigilanza interna dell'ipermercato teneva d'occhio da tempo Aleotti, dopo che alcune clienti avevano segnalato lo strano «vizietto» dell'uomo. «È stata una leggerezza - si giustifica Aleotti, vedovo, un figlio, vicesindaco da un anno con deleghe anche ai lavori pubblici e al personale -, ma sono sereno e credo che presto tutto si chiarirà. E per non coinvolgere l'amministrazione mi sono già dimesso da ogni incarico».

(fonte: Ansa)


16 settembre 2010



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In vetrina la t-shirt anti Renato Brunetta

Corriere del Mezzogiorno

Una maglietta replica alle critiche del ministro su Napoli



La maglietta di «Napolimania»

La maglietta di «Napolimania»


NAPOLI - C’era da aspettarsela. E puntualmente è arrivata. La maglia anti-Brunetta è stata esposta ieri nelle vetrine dei negozi di «Napolimania». Il ministro della Funzione pubblica sabato scorso aveva usato la mano pesante definendo la conurbazione Napoli-Caserta un «cancro» per l’Italia insieme alla Calabria. Senza queste aree — aveva aggiunto alla scuola dei giovani Pdl di Gubbio — l’Italia sarebbe tra i primi Paesi d’Europa. E dalla conurbazione finita nel mirino del ministro, la risposta è arrivata. Come al solito, sul filo dell’ironia.


16 settembre 2010






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Scaturchio, riaprirà la storica pasticceria

Corriere del Mezzogiorno


L'imprenditore: «E ora nuove sedi a Roma e a Milano»



La pasticceria Scaturchio

La pasticceria Scaturchio


NAPOLI - Lieto fine a sorpresa per il fallimento Scaturchio. Lo storico marchio della pasticceria napoletana è salvo e presto il negozio di piazza San Domenico Maggiore, chiuso dall’8 luglio scorso, riaprirà i battenti.

LA STIPULA DEL CONTRATTO - Ieri sera, presso lo studio del notaio Improta, la stipula dell’atto che segna il tanto atteso trasferimento dei marchi Giovanni Scaturchio, Ministeriali e Babà Vesuvio alla società Sant’Anna al Borgo di Edoardo Trotta, imprenditore napoletano già proprietario di altre due strutture che affacciano su piazza San Domenico Maggiore. L’ennesimo colpo di scena in questa tormentata vicenda, caratterizzata da continui rinvii da parte degli acquirenti (inizialmente due, fino all’uscita di Michele Giugliano dalla società Sant’Anna al Borgo) e proteste da parte degli ex dipendenti, arriva praticamente in zona cesarini quando ormai tutto sembrava condurre verso una nuova asta, già fissata per oggi alle 12.

PIAZZA SCATURCHIO - Il progetto prevede la nascita di una sorta di «piazza Scaturchio» in quella parte di piazza San Domenico Maggiore in cui si concentrano tutte le attività di Trotta, l’elegante Palazzo Petrucci, unico ristorante di Napoli che in questo momento può fregiarsi della stella Michelin, e il Gran Caffè Aragonese con la splendida terrazza, destinato a cambiare nome in Scaturchio. «Sogno di trasformare piazza San Domenico Maggiore nella più bella realtà all’aperto di tutto il centro storico - dichiara un Trotta a dir poco raggiante dopo la stipula. Il primo obiettivo è un ritorno alla qualità del passato, la stessa che ha permesso al marchio Scaturchio di acquisire una fama internazionale. Fondamentale sarà il contributo degli ex dipendenti, in particolare dei maestri pasticcieri, per riuscire in questo entusiasmante rilancio. Da napoletano ho sempre pensato che fosse doveroso salvare questo importante pezzo di storia della mia città, obiettivo raggiunto con l’appoggio economico di due imprenditori partenopei e grazie alla fiducia del giudice Perrino e del curatore Prisco».

LE NOVITÁ - Tanti gli obiettivi previsti nel piano di Trotta. Primo fra tutti la nascita di un’intera linea di produzione imperniata sul famoso Ministeriale che andrà dal panettone al gelato. A seguire l’apertura di diversi punti vendita a marchio Giovanni Scaturchio nelle principali città italiane, Roma e Milano, e in un secondo momento anche a Londra e a Parigi. Dulcis in fundo, è il caso di dirlo, l’istituzione di un Premio Scaturchio per la pasticceria di qualità.

Laura Gambacorta
16 settembre 2010




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Usa, la mascotte "divora" una cheerleader

La Stampa


Curioso siparietto nell'intervallo del match di football americano tra Oakland e Tennesse. La mascotte della squadra di casa insegue una cheerleader, balla insieme a lei e poi se la "mangia". Il pubblico resta a bocca aperta. Lo show è compiuto, in pieno stile americano.


Le gite di "piacere" di Lamorte

Il Tempo


L'ex capo segreteria di Fini ai pm: "A Montecarlo andavo con gli amici". Ascoltata anche la segretaria dell'ex leader di Alleanza Nazionale.
CASA Il Principato scarica Tulliani


Donato Lamorte


Hanno fatto passare soltanto 24 ore prima di convocare a piazzale Clodio altri due personaggi che potrebbero aiutare la Procura a chiarire la vicenda della casa ex An di Montecarlo. Ieri i pm romani hanno infatti convocato l'onorevole Donato Lamorte e la segretaria particolare di Gianfranco Fini, Rita Marino, nel palazzo di Giustizia per ascoltarli sulla compravendita della casa che è stata di proprietà di Alleanza Nazionale. Il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, che indaga per truffa aggravata, ha convocato l'ex capo segreteria di An per avere spiegazioni sul «sopralluogo» che avrebbe fatto insieme con Marino a Montecarlo prima della vendita dell'appartamento dove viveva il «cognato» di Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani.


L'onorevole, una volta davanti al magistrato, ha ricostruito quel viaggio nel Principato. Avrebbe detto al procuratore aggiunto che quello di Montecarlo non è stato altro che uno dei tanti viaggi che ha fatto insieme ad altre persone. E ancora. L'onorevole ha infatti sottolineato che spesso parte con gli amici e che quando si muovono sono spesso otto dieci-persone. Insomma, l'ex capo segreteria avrebbe affermato che spesso partiva per l'estero e che anche in quell'occasione si è trattato di un viaggio di piacere e non di lavoro: non doveva dunque andare nel Principato per «esaminare» l'appartamento dove ha vissuto in affitto Giancarlo Tulliani. «Ormai questa casa è diventata una telenovela», sbottò Rita Marino il 5 agosto. La storica segretaria personale di Gianfranco Fini e membro del comitato di gestione dell'ex partito di An, qualche anno fa, andò a visitare, insieme a Donato Lamorte, l'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte numero 14, a Montecarlo, dove abitava Tulliani. «Ricordo che entrando in quella casa ci dicemmo subito che sarebbe stato più conveniente venderla che ristrutturarla. Era ridotta malissimo», avrebbe detto un mese fa. I magistrati romani hanno quindi deciso di convocarla a piazzale Clodio. E non solo per capire in che condizioni fosse la «casetta» della contessa Anna Maria Colleoni.


I due sono stati ascoltati in procura a distanza di alcune ore l'uno dall'altra, probabilmente per permettere agli inquirenti di esaminare tutte le dichiarazioni del testimone prima di ascoltare il secondo teste convocato in procura. Appena due giorni fa, è durata invece due ore in procura l'audizione di Francesco Pontone, senatore di Futuro e Libertà ed ex tesoriere di Alleanza nazionale. Il parlamentare martedì ha ricostruito le varie fasi che hanno portato alla vendita dell'immobile alla società offshore «Printemps Ltd»: l'atto di cessione avvenne l'11 luglio 2008, l'appartamento sarebbe stato venduto per 300 mila euro. Il parlamentare avrebbe anche ribadito che la vendita dell'appartamento è stata una decisione presa «dal partito».


Pontone avrebbe dunque semplicemente eseguito gli «ordini». Ma non solo. Al centro dell'interrogatorio, soprattutto il prezzo di vendita della casa in Boulevard Princesse Charlotte. Sì, perché i pm, che indagano per truffa aggravata, vogliono capire se siano stati commessi o meno illeciti penali nella compravendita dell'appartamento che ha costretto Giancarlo Tulliani a lasciare (per ora) Montecarlo.



Augusto Parboni

16/09/2010





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Incidente ai box di Yamamoto:video imbarazza Ecclestone

Il Secolo xix

Il pilota travolge un membro del suo team durante un pit-stop sul circuito di monza ma il management della Formula Uno non ne dà notizia. Ci pensa uno spettatore a diffondere sul web le riprese.

 

 

Questo maxi-accendino è una bomba A Napoli due incidenti: non compratelo

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI (16 settembre) - Molti di voi avranno già visto l’oggetto che mostriamo nelle fotografie qui accanto. Si tratta di un maxi accendino, del tutto simile a quelli che si trovano abitualmente in commercio, ma dalle dimensioni triplicate. Viene venduto dagli ambulanti, lungo i marciapiedi o ai semafori, sembra un oggetto divertente e ha un prezzo variabile tra i due e i quattro euro.

In tanti non hanno saputo resistere alla tentazione di portare a casa il gigantesco gadget senza sapere che nasconde una brutta sorpresa: è soggetto ad esplodere. Il maxi accendino è «sbarcato» in Italia all’inizio dell’estate ma si è diffuso lentamente. Solo da metà agosto è diventato un oggetto standard nei banchetti dei venditori ambulanti, e da quel momento, ha già provocato due incidenti a Napoli. Una donna se l’è ritrovato in fiamme tra le mani mentre cercava di accendere il gas in cucina mezz’ora dopo averlo comprato dal banchetto di un extracomunitario nella zona di corso Umberto; ad un ragazzo di venticinque anni è scoppiato mentre accendeva una sigaretta.

In entrambi i casi gli sfortunati protagonisti hanno avuto la prontezza di lanciare lontano l’oggetto e se la sono cavata solo con un grande spavento. I due episodi sono venuti alla luce in maniera casuale, tramite il passaparola tra gli amici («Non comprate quegli oggetti perché è accaduto un incidente»), ma non è escluso che ne siano avvenuti altri che non hanno provocato feriti né danni, che non sono noti. L’allarme, comunque, resta alto, anche perché gli incidenti legati all’utilizzo di questo oggetto vanno moltiplicandosi in tutta Italia.

L’episodio più grave risale alla settimana scorsa ed è avvenuto a Palermo. L’oggetto è esploso nelle mani di una donna, Marisa Scaccianoce, che tentava di accendere il fuoco per cucinare: la donna ha cercato di liberarsi dell’oggetto ma il gas che fuoriusciva sotto pressione dall’accendino e prendeva fuoco l’ha colpita con una forte vampata. La palermitana è rimasta ustionata alle braccia e al volto con bruciature di primo e secondo grado e le fiamme sprigionate hanno anche colpito le tende della cucina.

Le urla della donna hanno, fortunatamente, attirato i vicini che sono intervenuti immediatamente spegnendo le fiamme e portando all’esterno della casa la malcapitata e i suoi due bimbi. Il gigantesco gadget viene messo in vendita in varie versioni. Quella «base», e quella arricchita con fotografie di donne in abiti succinti. Su tutti gli accendini c’è un autoadesivo che riporta le regolamentari norme di sicurezza per l’utilizzo.

L’unico problema è che il messaggio è scritto in indonesiano, quindi assolutamente incomprensibile. Meritano particolare attenzione gli ultimi due punti delle avvertenze di sicurezza che ci siamo fatti tradurre dall’indonesiano: «non tentare di segare questo oggetto» e «spegnere l’accendino dopo averlo usato». Non c’è scritto da nessuna parte che quell’oggetto rischia di trasformarsi in una bomba.





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La Sicilia assume: basta saper spostare un foglio

di Gabriele Villa


Prove d’esame-farsa per sanare la posizione di quasi 5mila precari che da anni lavorano negli uffici della Regione. I candidati devono saper fare fotocopie, inviare un fax, spedire una raccomandata e "movimentare documenti"



 

Sai fare una fotocopia? Bene. Sai farla, addirittura, fronte-retro? Ancora meglio. Oltre quattromila persone in servizio permanente effettivo da precari, da dieci, da quindici o, in molti casi da vent’anni, alla Regione Sicilia, attendono solo di essere messi alla prova. A dura prova. La prova della fotocopia, appunto, per conquistare, finalmente, il posto fisso.

È l’altra faccia dell’Italia, quella della semplicità eccessiva (si potrebbe anche definire della ridicola banalità) che esce, con il timbro dell’ufficialità dal dipartimento della Funzione pubblica dove, dalle mani dell’assessore Caterina Chinnici, i rappresentanti sindacali che si occupano e si preoccupano delle sorti dell’esercito di dipendenti a tempo determinato hanno ricevuto, pochi giorni fa, la tabella con le prove che saranno inserite nei test attitudinali per l’assunzione come dipendente di categoria A, quella che riguarda operai, portieri, autisti, commessi eccetera, e di categoria B, quella degli archivisti o dei custodi dei beni culturali. Un’opportunità che interessa complessivamente 4912 persone.

Ma entriamo nei particolari indicati nel programma d’esame. Rischiando il tutto per tutto gli aspiranti al posto fisso in categoria A dovranno superare, oltre al test della fotocopia (come si indica testualmente: «fare una fotocopia, ove possibile fronte-retro»), anche la non meno difficoltosa prova dell’ «apporre la data su un documento utilizzando il datario». Quindi si giocheranno la loro credibilità, dimostrando di saper «predisporre una busta, mettere un indirizzo e il timbro del mittente». Stremati per questo ulteriore ostacolo ecco che, subito dopo, i precari in attesa di giudizio, o meglio del posto fisso tanto agognato (e che cosa c’è di meglio, riconosciamolo di un posto fisso alla Regione autonoma Sicilia?) si dovranno impegnare allo spasimo per superare l'ultimo, decisivo scoglio: spedire un fax. Se vogliamo essere proprio precisi, nella tabella dei test si usa l'espressione: «fare un fax», il che può far presupporre che il fax, non solo venga spedito, ma anche compilato a cura del candidato, ma non vorremmo mettere un pulce nell’orecchio agli esaminatori e complicare con questa nostra considerazione, la vita ai candidati.

Il punto sul quale, invece, vorremmo attirare l’attenzione del lettore è che ai precari in attesa di promozione si chiederà solo ed esclusivamente di «fare un fax». Uno e uno soltanto. Non due tre, o magari cinquanta come può capitare di fare in un giorno in qualsiasi ufficio pubblico a qualsiasi latitudine del Globo terrestre. Un fax e uno soltanto basterà, finalmente, a spalancare le porte per l’ingresso nella categoria A. Perché, infatti, se si vuole o si è in grado di strafare, facendo più di un fax allora si può anche tentare la strada per venire assunti in categoria B ma questo lo vedremo fra qualche riga. Tornando invece alla categoria A, l’ultima, determinante prova è la cosiddetta «movimentazione documenti». Così come definita non sembrava troppo chiara e di conseguenza l’amministrazione ha spiegato, per iscritto, ai preoccupatissimi rappresentanti sindacali, che si tratterà di «aprire un faldone, estrarre un singolo fascicolo, richiudere il faldone mediante appositi nastri. Oppure aprire il faldone e sistemare i fascicoli in ordine alfabetico». Dopodiché, come se tutte le prove precedenti fossero state un gioco da lattanti, si dovrà «simulare la consegna manuale di un documento con apposito libro di raccomandata a libretto». Ma un minimo di pietà, signori esaminatori, suvvia. Con che coraggio si complica l’esistenza così alla gente?

«Posso ben comprendere che queste prove suscitino sorpresa e ironia – obietta garbatamente il dottor Giuseppe Amato, dirigente dell’assessorato regionale alla Funzione Pubblica – ma questo è esattamente ciò che si chiede e si può contrattualmente chiedere, secondo il mansionario, ai lavoratori di categoria A e di categoria B. E contrattualmente la Regione Siciliana si comporta esattamente come le altre regioni a statuto autonomo. Per intenderci non è che ci siamo inventati noi queste prove. Inoltre, questo va precisato, nel nostro caso di tratta solo di sanare, finalmente, una posizione di precarietà che, per molti dei nostri dipendenti, risale addirittura a quindici, venti anni fa. Quindi gran parte di queste persone, questi compiti li sta già svolgendo da anni, per questo non si tratta di un bando di concorso né di test attitudinali ma solo di verifiche delle loro capacità».

Puntuali e utili precisazioni, non v’è dubbio, ma l’ironia o la sorpresa resta lecita, se si va a spulciare tra le «verifiche» di idoneità che la Regione Siciliana chiederà ai precari che aspirano alla categoria B. Dovranno, come scrivevamo poc’anzi, «saper fare fax anche a più pagine e a numeri internazionali». Dimostrare di saper «protocollare mediante protocollo cartaceo o informatico lettere in entrata e in uscita», nonché di essere capaci «di archiviare documenti mediante l’uso di strumenti informatici o mediante compilazione di schedario». Per concludere con un «esame di videoscrittura o di uso del foglio elettronico» e con la «predisposizione di un modulo per raccomandata». Le «verifiche attitudinali» potranno tenersi fra il 4 ottobre e il 5 novembre: sarà l’assessore Chinnici a decidere quando. Ma, visto che già 4722 sui 4912 potenziali candidati hanno presentato domanda, le prove potrebbero venire anticipate a fine settembre. E meno male, altrimenti sai che spreco di carta a furia di allenarsi a fare fotocopie.





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Ecco la mappa della casa di Montecarlo Ora gli italiani vogliono la verità da Fini

di Gian Marco Chiocci


Per Della Vedova & Co. la cucina acquistata a Roma era troppo grande per l’appartamento. Ma il titolare della ditta che ristrutturò l’alloggio: "La planimetria dimostra che quei mobili ci entrano perfettamente". Il tecnico certifica: "La parete è lunga 3,85 metri". Proprio quanto la Scavolini. E i periti confermano: "Sono 70 metri quadri"


 



Montecarlo - Nell’affaire della casa di Montecarlo c’è questa storia della cucina che proprio non quadra. E non per testardaggine del Giornale bensì perché, di tanto in tanto, c’è qualche protagonista dello scandalo che la ritira fuori. L’ultimo della serie è il costruttore Luciano Garzelli (a cui l’ambasciatore italiano Mistretta si rivolse per ristrutturare l’appartamento abitato da Giancarlo Tulliani) che ha riferito al Giornale di aver avuto contatti con il cognato di Fini e con Elisabetta, e che i materiali per restaurare la casa non vennero presi nel Principato ma «li hanno portati loro». E loro, i Tulliani, a detta di Garzelli, «hanno portato» dall’Italia anche la «cucina, le maioliche, i rubinetti» e quant’altro. Se la cucina in questione sia la stessa cucina di cui il Giornale parlò a Ferragosto non è dato sapere. Però è bene ragionarci su, sia per i nuovi dettagli raccolti dal Giornale, sia per verificare se abbia un fondamento la plateale smentita fatta all’epoca non da Fini ma dal finiano Benedetto Della Vedova oltreché da imprecisati «ambienti» vicini al presidente della Camera.


Un passo indietro. A metà agosto questo quotidiano riporta le dichiarazioni di due dipendenti del mobilificio romano Castellucci, relative ad acquisti di moduli d’arredamento e di una cucina per una casa all’estero, precisamente a Montecarlo, da parte di Elisabetta Tulliani, accompagnata in almeno una o due occasioni da Gianfranco Fini. Seguendo soprattutto il racconto di uno dei due impiegati, Davide Russo, gli acquisti sarebbero stati fatti nel 2009, quando la vendita dell’immobile da An alla società off-shore Printemps Ltd era già avvenuta e i lavori di ristrutturazione nel Principato erano prossimi a iniziare. Russo in sostanza riferisce che i Tulliani sono clienti di vecchia data dell’azienda, almeno da quando Ely si faceva accompagnare nel mobilificio dall’ex fidanzato Luciano Gaucci. Secondo il dipendente fra aprile e maggio le visite della compagna di Fini si fanno più frequenti. Ultimati i preventivi, scelti i materiali, a suo dire l’azienda si attiva per cercare uno spedizioniere «disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo.


Questo perché c’era da portare su non solo i mobili da comprare ma anche maioliche e altro (...). Di una paillets di maioliche me ne occupai io personalmente», sottolinea. (E di «maioliche» oltreché di una «cucina e altro», come detto, parla anche il costruttore Garzelli). A sentire i due dipendenti «in azienda non era un segreto di Stato, si faceva riferimento apertamente di una casa di Tulliani a Montecarlo». Il 14 agosto il Giornale produce copia dei carteggi riservati fra l’azienda Scavolini e il mobilificio Castellucci inerenti l’acquisto di una cucina marca Scenery a nome «Tulliani 04». Il dipendente Russo precisa d’aver visto Fini e la compagna in azienda mentre seguivano preventivi e progetti per un appartamento non italiano. «E dopo il passaggio alla fase progettuale – aggiunge - con gli arredatori per cucina e altri ambienti, quella localizzazione fu confermata dall’esigenza di cercare uno spedizioniere di fiducia». Esterno, non del mobilificio dunque. 


L’azienda Castellucci, contattata dal Giornale per una versione ufficiale, si produce in una giustificazione preventiva non richiesta: «L’azienda non ha fatto consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo». Niente spedizioni vuol dire che invece Fini o la sua compagna hanno fatto comunque acquisti da voi? «Ci dispiace, nulla da dire». Pressato dai giornalisti, l’indomani il mobilificio Castellucci rilascia alle agenzie di stampa un’apparente smentita che in realtà smentisce poco perché non fa alcun cenno all’acquisto di mobili/cucina bensì solo al «trasporto o al montaggio di mobili», che come rivelato da Russo sarebbe stato effettuato da uno spedizioniere esterno. «La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell’interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell’onorevole Fini”.


La smentita che non smentisce diventa, per l’entourage di Fini, una smentita clamorosa al Giornale. Alle agenzie di stampa Benedetto Della Vedova, vicepresidente di Futuro e libertà alla Camera, fa presente che «la cucina non sta a Montecarlo ma a diverse centinaia di chilometri di distanza. Fisicamente, nella casa di Montecarlo nemmeno ci entrerebbe». Troppo grande per una casa troppo piccola. Sarà così? Abbiamo chiesto lumi a Rino Terrana, proprietario della società Tecabat di Mentone, in Francia, che svolse la ristrutturazione nell’appartamento abitato da Giancarlo Tullia (società dove ha lavorato Stefano Garzelli, figlio di Luciano, che al Giornale ha riferito d’aver visto l’affittuario Tulliani che controllava e dirigeva direttamente i lavori di restauro). «L’appartamento è costituito da un ingresso, un bagno appena entri, di seguito la camera da letto, poi in fondo a sinistra la cucina, c’è il tinello e un’altra stanza, il soggiorno. Sessanta metri più terrazzo. La parete della cucina dove noi abbiamo predisposto gli ”attacchi” – ci dice - è lunga all’incirca quattro metri».


La stessa identica misura della cucina Scenery che l’azienda Scavolini, interpellata dal Giornale, ci conferma esser stata girata al mobilificio Castellucci sotto la sigla «Tulliani 04». Guardando con attenzione il «disegno assonometrico della composizione» spedito da Scavolini a Castellucci, e poi pubblicato dal Giornale, la cucina è composta da sei moduli base terra (quattro da 60 cm, uno da 50, uno da 90) per un totale di 380 centimetri. Se si confronta il disegno con la piantina provvisoria dell’appartamento di Montecarlo (che pubblichiamo in questa pagina) si scoprirà che la parete dedicata alla cucina è effettivamente di quasi quattro metri, per l’esattezza 385 centimetri, cinque in più della cucina Scavolini. Dunque c’entra perfettamente, checché ne dica il finiano Della Vedova. E non è tutto. Sull’arrivo dei materiali dall’Italia il titolare della Tecabat offre un riscontro diretto a quanto riferito dal dipendente Russo e dal costruttore Garzelli: «Noi sappiamo solo delle piastrelle che sono venute da fuori, dall’Italia per quanto ne sappiamo, nonché di altre cose per il bagno eccetera». Quanto ai mobili o alla cucina «non so che dirle perché noi abbiamo fatto il nostro e poi non ne abbiamo saputo più niente. Non siamo montatori specializzati, probabilmente li avranno fatti venire dall’Italia, perché noi quando abbiamo terminato i lavori di muratura, pulitura, messa a norma degli impianti eccetera, abbiamo consegnato le chiavi e non siamo più entrati».


Il cortesissimo Terrana risolve involontariamente un altro mistero: quello del pagamento della ristrutturazione che non si sapeva a chi fosse stato fatturato, se a Tulliani che presenziava fisicamente ai lavori oppure alla società off shore proprietaria dell’immobile dove abita Giancarlo Tulliani. «Allora. La mia Tecabat ha fatturato all’incirca centomila euro di lavori a Timara Ltd ma faccio presente che noi non sapevamo niente, e non sappiamo, rispetto a chi c’è dietro questa società. Ha fatto da tramite un architetto. E comunque è tutto in regola, i dettagli li conosce il contabile, non ho alcun problema, eventualmente, a riferire al magistrato gli estremi del versamento in banca».


Tutti disponibili a chiarire, un po’ meno Fini. Che a proposito della cucina fantasma alla fine ha detto, anzi ha fatto dire al suo entourage, che sì, quella cucina Scavolini è stata effettivamente comprata al mobilificio Castellucci «ma naturalmente non è a Montecarlo». E dovè finita? Sarebbe «a centinaia di chilometri dal Principato insieme a pensili e credenze» (copyright Della Vedova), se non addirittura «a Roma» nell’appartamento che condivide con Elisabetta (Corriere della Sera del 15 agosto). Se la cucina arrivata dall’Italia per la casa di Montecarlo di cui parla Garzelli non è quella di cui parla il dipendente del mobilificio (e che per puro caso entra al centimetro nella parete dell’immobile monegasco abitato da Tulliani jr) dove diavolo è stata acquistata la cucina di rue Princesse Charlotte? In Italia? A Montecarlo? Si può sapere? E i materiali vari, comprese le piastrelle di cui parla il dipendente del mobilificio Castellucci, sono o non sono «i materiali e le piastrelle/maioliche arrivati dall’Italia» di cui parlano anche l’imprenditore Garzelli e il titolare della Tecabat, Rino Terrana? Se anziché far parlare fonti vicine alla presidenza della Camera, l’inquilino di Montecitorio prendesse lui la parola e spiegasse, carte alla mano, come è stato arredato l’appartamento donato al partito da una sua simpatizzante e oggi abitato dal suo giovane cognato, almeno sul versante «cucina, mobili e materiali vari» potremmo iniziare e metterci una pietra sopra.


gianmarco.chiocci@ilgiornale.it






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