sabato 18 settembre 2010

Rimini, killer con balestra si ispirò alla strage di Erba Trovata lettera per Olindo

di Redazione



Tra le armi illegali ritrovata anche una lettera per i Romano. Sembra essere questo il movente dell’omicidio dell’avvocato riminese. Il killer con la balestra, Stefano, soffriva di manie e si era chiuso al mondo



Rimini - Non è stato un raptus, né un omicidio per la spartizione di una grossa eredità, ma un delitto premeditato legato a futili motivi di convivenza. Tanto che nell’appartamento dell’omicida, tra le varie armi artigianali e illegali, è stata ritrovata anche la brutta copia di una lettera indirizzata a Olindo e Rosa Romano, gli autori della strage di Erba, definite vittime del sistema e della magistratura, dove si elogiava il loro operato. Sembra essere questo il movente dell’omicidio dell’avvocato riminese di 40 anni, Monica Anelli, uccisa con il dardo di una balestra dallo zio Stefano, 62 anni, ingegnere meccanico in pensione, uomo che da tempo soffriva di manie e si era chiuso al mondo (era spostato in terze nozze con una rumena, con la quale viveva nella stessa casa in stanze separate) ritrovato poi suicida alcune ore dopo sulle colline riminesi all’interno della sua auto, con un fucile artigianale calibro 12 da lui stesso costruito.

Le indagini degli inquirenti A indirizzare in tal senso le indagini della squadra mobile di Rimini, due elementi concreti: una sorta di diario di Stefano Anelli dove erano scrupolosamente annotate - dal mese di marzo fino al 16 settembre, il giorno antecedente l’omicidio - tutte le entrate e le uscite della nipote da casa, ma anche il fatto che la giovane vittima - ritrovata riversa su un gradino nel pianerottolo della palazzina, in posizione innaturale, quasi fosse stata ricomposta - sia stata prima aggredita al capo, al torace e alla schiena con delle forbici da giardino, usate per la potatura delle siepi, e poi finita con il dardo della balestra. L’uso di due armi, per gli inquirenti fa scartare l’ipotesi del raptus, così come il diario dà valore all’ipotesi che lo zio non avesse gradito la decisione della nipote di andare a convivere col proprio compagno in uno dei tre appartamenti della palazzina, tutti della famiglia Anelli (un altro parente di recente aveva preferito andarsene dallo stabile).

La ricostruzione dell'omicidio Secondo la ricostruzione dell’omicidio emersa in queste ore, l’uomo dopo aver finito la nipote e averla forse adagiata sul gradino trascinandola su una maglietta, era entrato in casa per togliersi l’indumento sporco di sangue, lavarsi le mani e poi successivamente era rientrato nell’appartamento della nipote; lì aveva tranciato i tubi del gas lasciando una candela accesa sul pianerottolo. Secondo gli inquirenti, la sua intenzione era quella di far saltare in aria l’intera palazzina, simulando un incidente: avrebbe così potuto anche tornare a casa dopo il crollo o magari tentare la fuga (nell’auto dove si è ucciso sono stati trovati 16.000 euro). Poi, invece, la decisione di farla finita.




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Mongolia: 'Ninja', gli abusivi dell'oro

La Stampa


DI GABRIELE BATTAGLIA


Girano con un catino di plastica, generalmente verde, sulla schiena. Sembrano le note tartarughe mutanti dei fumetti. Per questo si chiamano “Ninja”, anche tra di loro. Siamo a Uyanga, regione di Övörkhangai, circa 450 chilometri a sud-ovest di Ulan Bator, la capitale mongola.


La miniera a cielo aperto è attiva dagli anni Novanta, quando era gestita dalla compagnia Erel, il cui padrone, B. Erdenebat, è anche il fondatore dell’Ekh oron nam (partito della patria) e tra il 2006 e il 2007 è stato ministro dell’Energia. Nel medesimo periodo, il suo compagno di schieramento, I. Erdenebaatar - ex direttore generale della stessa compagnia - era a capo del dipartimento dell’Ambiente.

Olzod Boum-Yalagch è coordinatore della Coalizione Verde (Nogoon Evsel) della Mongolia, un movimento che cerca di informare e responsabilizzare i cittadini sui temi ecologico-sociali:

“I costi per recuperare i siti ammontano circa al 30 per cento degli investimenti. Per cui, quando il filone è esaurito, le compagnie mettono in giro la voce di avere sfruttato solo il 60 per cento del giacimento: resta un buon 40. A quel punto accorrono i Ninja. Le compagnie dichiarano che i lavori di recupero dell’ambiente li hanno fatti ma poi questa gente ha di nuovo devastato tutto. Le autorità locali non controllano, hanno un budget limitato e per acquisire consenso funziona di più organizzare la festa in onore del campione di lotta del distretto”.


Ninja in Mongolia, via Flickr: http://www.flickr.com/photos/40713859@N00/sets/72157624207126641/with/4723725169/Gli chiedo chi sono i Ninja.

“Povera gente che ha venduto o perso il bestiame oppure che è rimasta senza lavoro in città. Di solito sono cinque-seimila, ma con l’estate aumentano. Sono organizzati in piccole società da personaggi che gli forniscono l’attrezzatura e poi si prendono una percentuale”.

“Si è mai arricchito qualcuno?” chiedo.

“Anche qui fa comodo alle compagnie spargere queste voci, ma non si ha notizia di alcun Ninja ricco”.


Un uomo di 45 anni si lascia riprendere e intervistare con il nipotino appena nato in braccio. Non è un disperato, dice che gli conviene comunque stare qui e, finché dura, tira avanti. L’unità di lavoro è la famiglia allargata, con lui c’è un altro uomo che ha perso tutti gli animali nello zud - l’ondata di gelo - di due anni fa. Non ha i denti, ma è qui per pagare l’università ai figli (naturalmente geologia), non per sopravvivere.

L’impressione è che questa gente non sia l’anello più debole della catena, hanno un futuro sul quale investire. Un signore con l’aria da maestro di provincia mi dice: “Non so se scriverai cose belle o brutte su di noi, ma quello che ci interessa è la tecnologia. Per favore, se avete tecnologia da condividere, fatecela avere, ci renderebbe più facile il lavoro”.


L’uomo con il bambino in braccio mi fa vedere una pepita. è piatta, lunga circa mezza falange, la metto tra i denti, mi sembra friabile e non stringo troppo. Può valere circa 20mila tögrög (12 euro), aspettano di averne un numero consistente per pesarle e rivenderle ad alcuni personaggi che arrivano qui in jeep, comprano, e immettono l’oro sul mercato. Loro invece tornano giù nel pozzo.

A proposito, quando il filone si esaurisce, il buco resta lì. Però loro non usano mercurio o cianuro per purificare l’oro, almeno così dicono. Qui non è necessario separare il metallo giallo dalle rocce, è tutto fango, basta l’acqua.

Arriva un tipo palesemente ubriaco e insiste affinché vada giù nel pozzo. Scantono elegantemente dicendo che non credo di essere forte come uno di loro. In realtà ci vorrei pure provare, ma ho maturato una specie di allergia nei confronti degli ubriachi mongoli, specialmente se stanno all’argano a cui sono appeso venticinque metri più sotto.


L'acqua è preziosa in un Paese che rischia la desertificazione ma ha un valore simbolico particolare nella patria dei nomadi. La civiltà pastorale estensiva è la più efficiente su un suolo povero e impermeabile dove la pioggia scivola via e non nutre il terreno. Non si può coltivare, quindi si alleva. E il nomadismo è anche una forma di rispetto per la madre terra: sposto le mie greggi prima che la impoveriscano troppo. è una strategia che dalla notte dei tempi nutre l'essenza stessa della Mongolia, diventa rito, fatto simbolico.

Poi arriva la miniera, la terra viene suddivisa e delimitata, milioni di litri d'acqua sono deviati dal loro corso e sparati nel fango. È una ferita aperta, anche nello spirito.


In principio fu la Erel, poi gli avanzi del pasto vennero lasciati agli altri: fatti loro. I più intraprendenti - compresi quelli con le conoscenze giuste - si sono comprati le licenze e spartiti il territorio: ecco le piccole compagnie. I personaggi che ho davanti sono i nuovi capitalisti “venuti su dal nulla”, i protagonisti dell’accumulazione originaria in versione mongola. Gente che condivide la vita dura dei propri dipendenti ma che punta in alto e vede i Ninja come parassiti da tenere alla larga.

C’è poi la fascia dei cercatori d’oro organizzati in unità familiari, che condividono tecnologie semplici ma efficaci e si dividono il lavoro. Anche loro stanno oltre il livello di sussistenza, sono qui perché contano di accumulare un piccolo surplus da reinvestire in qualche modo.


Ninja in Mongolia, via Flickr: http://www.flickr.com/photos/40713859@N00/sets/72157624207126641/with/4723725169/ Scendiamo tra le buche, non sono profonde come quella vista precedentemente, pochi metri scavati con la vanga. Troviamo una famiglia allargata di tre uomini e cinque o sei donne di varie età, con bambini al seguito. C’è chi è qui da dieci anni, chi da sette.

“Le cose prima andavano bene, adesso no”. Anche loro ci mostrano un po’ di pulviscolo: “Ci facciamo 5-6000 tögrög (tra i 3 e i 4 euro) al giorno”.

A pochi metri dalle loro buche, una scavatrice avanza. “Lo vedi? Quando qualcuno di noi trova l’oro, arrivano le compagnie e si prendono tutto”.

Chiedo che cosa chiederebbero al loro governo: “In campagna elettorale fanno molte promesse ma poi se ne dimenticano”. Un uomo con i capelli bianchi è molto esplicito: “Chiederemmo un lavoro con un buon salario”, cioè “per una famiglia di cinque persone che vive in città, 500-600mila tögrög (300-400 euro)”.

Non resisto e faccio una domanda di cui immagino già la risposta: “Avete mai pensato di organizzarvi e fare delle rivendicazioni collettive?”.

Silenzio. Espressioni vuote. Volgono lo sguardo altrove.


“La corruzione crescente della giovane democrazia mongola e la tendenza del governo a premiare le compagnie minerarie straniere con contratti che non prevedono vincoli stretti di riforestazione, ripristino delle aree e controllo, preoccupano sempre di più i cittadini mongoli e sono i temi con cui NomadGreen intende confrontarsi nel 2010”.

Politica, società, ambiente. Tutto si lega, in Mongolia.

Le miniere sono nel mirino di NomadGreen, il più recente parto della costellazione verde mongola. Promosso da Mongolian and Tibetan Foundation con Mongolian Green Coalition e Global Voices Online, è un sito di citizen journalism: giornalisti-militanti che usano la rete per diffondere informazione in maniera virale. è sicuramente una scommessa per il futuro, ma già raccoglie un centinaio di attivisti, generalmente giovani, che si riuniscono ogni settimana per workshop a metà tra tecnologia, cultura dei media e politica.

È soprattutto segno della vitalità del movimento e della vocazione ambientalista di un Paese che nel 1990 vide la nascita del primo partito verde dell'Asia: il Mongolyn Nogoon Nam.


Stralci dal reportage di Gabriele Battaglia pubblicato sul mensile di PeaceReporter di Settembre 2010. Per saperne di più sui Ninja, si veda anche questo articolo su NomadGreen. Foto di chenyingphoto, riprese da Flickr, con licenza Creative Commons.




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Sgominata la banda degli autogrill sulla Napoli-Bari

Il Mattino


FOGGIA (18 settembre) - Sono state 'tradite' dalle vincite incassate con i 'Gratta e vincì sottratti negli autogrill le quattro persone fermate dalla Squadra mobile di Foggia perchè ritenute responsabili di una trentina di rapine in stazioni di servizio autostradali sul territorio nazionale. I fermati sono Roberto Mariniello, di 28 anni, e Angelo Guerrieri, pregiudicato di 33 anni, entrambi di Foggia, la convivente di Guerrieri, Liliana Luchiani, romena di 20 anni, e suo fratello Ciprian Luchiani, di 18 anni. Le rapine venivano compiute per lo più di notte, col volto coperto e utilizzando pistole contraffatte.


La svolta nelle indagini si è avuta dopo la rapina compiuta nella notte del 24 agosto scorso nell'area di servizio Montevelino Nord, sull'autostrada A25, in agro di Magliano dei Marsi (L'Aquila). In quella circostanza i malfattori, due uomini ed una donna, portarono via, oltre al denaro in cassa, anche stecche di sigarette e biglietti 'Gratta e vinci'. Dalla società che gestisce i 'Gratta e vinci' i poliziotti hanno acquisito il tabulato delle schede rapinate sul quale erano riportate le date, l'ora, le località e gli esercizi commerciali presso i quali erano stati esibiti e riscossi i tagliandi vincenti. 



 


Si è così scoperto che numerosi tagliandi erano stati riscossi il 24 agosto scorso in un bar e una rivendita di tabacchi a Stornarella (Foggia). Dalle indagini è poi emerso il coinvolgimento dei quattro fermati nella riscossione di 18 tagliandi vincenti rapinati. Guerrieri, ritenuto dagli inquirenti l'organizzatore delle rapine, e i tre complici sono stati bloccati a bordo di una Renault Megane all'uscita del casello autostradale di Candela (Foggia) mentre tornavano dal nord Italia.

Nell'auto sono state trovate stecche di sigarette per un valore di 7.000 euro, diversi pacchetti di 'Gratta e vincì, 4.000 euro in contanti, una pistola contraffatta, guanti e capi di abbigliamento che sarebbero stati utilizzati nella rapina del 24 agosto.

Nola: sgominata la gang dei contatori rubavano energia elettrica, 35 arresti

Il Mattino




NAPOLI (18 settembre) - Una banda che modificava i contatori dell'Enel per rubare energia elettrica è stata sgominata dai carabinieri della compagnia di Nola (Napoli). Questa mattina sono state eseguite sei ordinanze di custodia cautelare in carcere ma in totale, nel corso dell'indagine che dura da diversi mesi, sono state arrestate 35 persone e denunciate 50: tutte hanno fruito, a vario titolo, dei 'servizì della gang ora smantellata. Nei confronti dei seri arrestati di oggi l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al furto aggravato e continuato di energia elettrica e di ricettazione. Nel corso delle indagini coordinate dalla Procura di Nola i militari dell'Arma hanno accertato l'esistenza di un gruppo criminale specializzato nell'alterazione dei contatori elettrici dell'Enel per fare in modo che registrassero solo una parte del consumo, pratica alla quale erano ricorsi in massa imprenditori, titolari di esercizi commerciali e soggetti pregiudicati o affiliati a clan camorristici di tutta la provincia napoletana, via via arrestati o denunciati nel corso delle investigazioni.




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Io, precaria, vi racconto l'epopea di chi si rimbocca le maniche»

Corriere del Mezzogiorno

Laureata in Economia e Commercio a Napoli a pieni voti,
giovane madre tra i senza cattedra anche «di sostegno»




Caro direttore

lei spesso ha affrontato le questioni del Meridione ritenendo che questa parte dell’Italia sia piagnona, non si rimbocchi le maniche e stia sempre ad aspettare che qualcuno restituisca il maltolto del passato per ripristinare l’equilibrio da cui ripartire. Io non ci sto. Io ho studiato, mi rimbocco le maniche tutte le mattine e non mi sento meno di molti del Nord o del Sud o del centro però non mi sembra giusto che mentre si gioca qualcuno cambi le regole del tavolo e le spiego perché.


Mi sono laureata in Economia e Commercio a Napoli a pieni voti. Nel settembre 2004, dopo essere diventata mamma ho tentato il concorso abilitante all'insegnamento delle discipline economico aziendali (Sicsi), bandito dall' Università Parthenope di Napoli. E’ stato così che tra i 25 più bravi e un po’ più fortunati, c'ero anch'io. Felicissima di avercela fatta: il mio sogno di diventare insegnante, si stava realizzando! Ho seguito 24 corsi e sostenuto altrettanti esami. Ad aprile 2005, mi sono abilitata e questo mi ha permesso di inserirmi in graduatoria: quell'elenco interminabile di persone che, in un clima di confusione, incertezza ed ambiguità attendono il “passaggio di ruolo” . Ce l'avevo fatta!! Ero entrata nel Mondo precario della Scuola. Forse un'unica abilitazione era poco e, quando venni a conoscenza che c'era la possibilità di acquisire il titolo relativo all'insegnamento secondario diretto ai diversamente abili, decisi di seguire un ulteriore corso di studi, che mi avrebbe permesso di abbreviare i tempi di attesa: avrei potuto insegnare subito!

Finalmente nell'anno accademico 2006/2007 si presenta il mio primo incarico sul «sostegno» una cattedra completa, non ci potevo credere! E’ stata un’esperienza straordinaria, perché lavorare con ragazzi diversamente abili e vederli migliorare di giorno in giorno mi ripagava dei sacrifici sopportati in precedenza. Ma l'incredibile doveva ancora verificarsi. Cosa mi dicevano in famiglia? «Non ti preoccupare, vedrai, hai lavorato quest'anno e lavorerai sempre! Basta prendere il primo incarico, un giorno sarai una docente effettiva! Si sbagliavano di grosso! Ci sbagliavamo tutti al riguardo. L'anno successivo, ho avuto l'incarico su «economia aziendale», ad Ischia (Casamicciola Terme), senza che mi venisse riconosciuto un maggior punteggio in graduatoria, per il disagio sopportato. Nell'anno accademico 2008/2009, l'incarico ha tardato ad arrivare. Con un colpo di pura fortuna sono sbarcata nuovamente sull'isola, ma questa volta a Forio, completando la cattedra con Napoli.

Ogni anno, una nuova avventura viaggi continui che mi rendevano difficile gestire il lavoro ed il ruolo di madre! Ero incoraggiata dall'idea che le cose sarebbero sicuramente migliorate, avrei avuto la possibilità di lavorare un giorno sulla terra ferma. La riforma Gelmini ha peggiorato ulteriormente tale situazione. Le iniziative ministeriali prese in merito al sistema scuola hanno, per quanto mi riguarda, eliminato ogni possibilità di ricevere un incarico annuale. In quest'ultima sessione, infatti, non essendo stata convocata dall’Usp (per intenderci, il provveditorato) di Napoli, ho prodotto domanda di inclusione nella graduatoria dei “salva precari”. Il «salvataggio» è consistito anche nel reclutamento e nell'impiego dei docenti precari in corsi finanziati dalla Regione Campania, cosiddetti PAS (percorsi alternativi sperimentali), destinati a giovani fuoriusciti dal percorso scolastico ordinario. Ironia della sorte, da gennaio 2010, all'interno di tali progetti regionali, sono stata travolta da numerosi telegrammi di convocazione da parte dei Presidi per l'insegnamento della mia materia; poiché un eventuale rifiuto da parte mia si sarebbe trasformato in condizione di esclusione dal decreto in questione, ho dovuto accettare ogni incarico, su un numero complessivo di cinque scuole territorialmente disperse, da Santa Anastasia, alla Sanità, dal Vomero, a Pozzuoli.

Ogni incarico però consisteva in poche ore di lezione e molte impiegate per raggiungere le sedi. Dopo il danno anche la beffa! Dopo aver lavorato per tanti mesi, fino ad oggi non ho ricevuto nessuno stipendio, poiché la Regione Campania non ha ancora provveduto ad erogare ai presidi i fondi previsti per tali progetti. Morale della favola: ora mi ritrovo a compilare nuovamente la «domanda per l’inclusione negli elenchi prioritari ai fini dell’assegnazione con precedenza delle supplenze temporanee», in pratica sono ancora precaria in attesa di un incarico nel mondo della scuola. Però il Decreto «salva precari» ci ha «salvati»!

Marianna Cimini
Insegnante precaria
17 settembre 2010




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San Gennaro, domenica col miracolo Quando Sansevero «ricreò» il sangue

Corriere del Mezzogiorno


Negli ultimi tre secoli stati almeno 1500 gli esperimenti (scientifici o no) documentati. Poi la soluzione Geraci




NAPOLI - È il weekend della devozione: sabato iniziano i festeggiamenti per San Gennaro, domenica mattina l'attesa del «miracolo» dello scioglimento del sangue.


SAN GENNARO TRA FEDE E SCIENZA - Dibattiti, polemiche, ricette ed esperimenti. Negli ultimi tre secoli, prima che il Dipartimento di Biologia molecolare dell’Università Federico II di Napoli, nella persona del professor Giuseppe Geraci, mettesse fine all’antica querelle, sono stati almeno 1500 gli esperimenti più o meno scientifici documentati che hanno provato a far luce su quello che avviene tre volte all’anno (ma talvolta anche di più) nelle ampolle di vetro custodite nel Duomo di Napoli. Piccola significativa traccia partenopea dell’eterno duello tra scienza e fede, luce ed ombra, razionalità e mistero. Proprio a Napoli, ad esempio, nel 1890, un collega dell’illustre biologo (un altro docente universitario) provò a ripetere il “prodigio” elaborando una singolare quanto poco scientifica “ricetta”, un intruglio a base di cioccolata in polvere, acqua, zucchero, caseina e un pizzico di sale di cucina. Il tentativo, forse condizionato dalle passioni culinarie dell’accademico, non sortì l’effetto sperato e provocò delle inevitabili reazioni.


UN COCKTAIL DI GELATINA? - Qualche decennio prima, nel 1836, era stato un professore inglese a proporre un’altra soluzione: il miracolo poteva essere ricreato con un cocktail a base di gelatina di piede di vitello, del rosso cinabro e qualche goccia d’alcool, il tutto lievemente riscaldato. Anche in questo caso la “ricetta” (termine che appare vieppiù appropriato) non produsse alcun risultato, se non quello di far sghignazzare mezza Europa.


L'IMITAZIONE DEL PRINCIPE DI SANSEVERO - Tornando sulle rive del Golfo, poi, all’incirca un secolo prima anche lo scienziato-alchimista Raimondo di Sangro, il leggendario principe di Sansevero, si sarebbe avventurato nell’impresa. Ecco cosa scrisse l’amico De Lalande: “Ha fatto costruire un ostensorio o teca simile a quella di San Gennaro, con due ampolle della stessa forma, piene di un amalgama di oro e mercurio misto a cinabro, dello stesso colore del sangue coagulato. Per rendere fluido questo amalgama c’è nel cavo della bordatura […] un serbatoio di mercurio fluido con una valvola che, quando la teca viene capovolta, si apre per lasciare entrare mercurio nell’ampolla. A questo punto l’amalgama diventa liquido e imita la liquefazione; ma questa è una pura ipotesi di fisica, adatta a spiegare un effetto. È proprio di un grande fisico voler tutto spiegare e tutto imitare”. Imitare e spiegare, precisa l’autorevole testimone come a voler chiarire che Don Raimondo non voleva certo mettere in dubbio l’operato del santo. Troppo poco per tranquillizzare la Chiesa (che peraltro aveva già preso di mira il vulcanico intellettuale), così, il 18 maggio del 1751 il nunzio apostolico a Napoli scrive alla Santa Sede: “Con sommo segreto mi è stato confidato, che il Principe di San Severo abbia composta una certa materia simile al sangue di San Gennaro, e che secondo l’intemperie dell’aria comparisce di fare gli stessi effetti”. Lo scritto apre una querelle (un’altra) che un anno dopo sfocerà in un drastico provvedimento contro il Principe: l’espulsione dal ristretto gruppo di nobili che costituiscono la Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro (ben altri guai poi, come è noto, gli provocherà la pubblicazione di libri “proibiti”).


Il cardinale Crescenzio Sepe
Il cardinale Crescenzio Sepe
QUANDO MONTESQUIEU ENTRO' NEL DUOMO - Dagli esperimenti alle analisi il panorama appare straordinariamente ricco di curiosità. La liquefazione del liquido conservato nella bottiglietta di vetro, che secondo la tradizione da sette secoli raccoglierebbe il sangue del martire beneventano ucciso a Pozzuoli (della vita di san Gennaro, come è noto, non si conosce quasi nulla), e l’entusiasmo che ha sempre scatenato tra i fedeli, hanno attirato l’attenzione di moltissimi visitatori e studiosi stranieri. Sempre nel ‘700, ad esempio, il barone di Montesquieu (“Viaggio in Italia”), appassionato di scienze (oltre che di lettere), volle assistere alla cerimonia (nel 1729): “Ma in ogni modo credo che si tratti di un termometro; questo sangue o questo liquido, che viene da un luogo fresco, trovandosi in un luogo riscaldato dalla moltitudine del popolo, e da un gran numero di candele, deve liquefarsi per forza. Il miracolo è rovinato dal fatto che anche la testa di san Giovanni Battista fa, ogni giorno lo stesso miracolo”. La spiegazione, ovviamente, non reggeva già allora, ma è molto interessante il riferimento agli altri “sangui” che si scioglievano (e in parte si sciolgono) in città.


GOETHE: UN PURO SACRO INGANNO - Ben più drastico fu poi Charles De Brosses (“Voyage en Italie”), che tagliò corto: “Quello di san Gennaro è un simpatico saggio di chimica”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Samuel Sharp (1765) “E’ probabile che quella racchiusa nelle ampolle sia una sostanza solidificante (somiglia ad un pezzo di tabacco da fiuto spagnuolo), la quale si scioglie così al calor della mano o della candela…”. Non poteva mancare il commento di Goethe (“Lettere da Napoli”): “Esposto dunque nel giorno della sua festa, o in altro sinistro caso, ne segue (forse al volere di quei che ne hanno la direzione) la sua liquefazione, od esso resta indurito. Se questo arriva è un presentimento di gran malori… Molti già hanno dimostrato la ragione fisica del detto cambiamento, il quale è un puro sacro inganno”. In realtà, per la ragione fisica del cambiamento bisognerà attendere il Terzo millennio. Ed infatti, ancora ad inizio Novecento - per l’esattezza nel dicembre del 1906 - la querelle si sposterà a Roma, nella capitale infatti avrà ha luogo una clamorosa, pubblica sfida sulla possibilità di ripetere il miracolo.


LO SHOW MEDIATICO - L’appuntamento, che oggi chiameremmo show mediatico,fu organizzato dal giornale anticlericale “L’Asino” e finì tra molti dubbi e infinite polemiche. L’ultimo contenzioso prima del risolutivo intervento del professor Geraci è quello che fu aperto nel 1991 da un gruppo di giovani ricercatori dell’università di Pavia (Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini, Sergio Della Sala) con la pubblicazione di “Working bloody miracles” (Nature, vol. 353), nel quale dicono che il miracolo si spiega con la tissotropia (o tixotropia; dal greco thikis “l'atto di toccare” e - tropia, qui “trasformazione”), ovvero una proprietà nota già nell’antichità. In sintesi: nell’ampolla ci sarebbe una gelatina che diventa più fluida se sottoposti ad una sollecitazione meccanica (vibrazioni) e torna allo stato precedente se la si lascia indisturbata. Una cosa tipo la la salsa ketchup che si rapprende finché non si agita la bottiglia. L’ipotesi è suggestiva e, anche se fa a pugni con la storia del miracolo, scatena l’entusiasmo dei media (soprattutto televisivi), che alimenteranno una dibattito a più voci che durerà anni. Almeno fino al 1999, quando proprio sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno” anticipa i risultati delle sue ricerche. “Il sangue c'è, il miracolo no. Tutto nasce dalla degradazione chimica dei prodotti e dal mutamento delle condizioni ambientali. La tissotropia non c'entra nulla, perché non è gelatina ma proprio sangue quello che si conserva nel Duomo e perché sono le reazioni chimiche che hanno luogo nell’ampolla a generare i cambiamenti di forma e colore”.


L'ampolla col sangue
L'ampolla col sangue
LA RELIQUIA DEI CAMALDOLI- Il 6 febbraio di quest’anno, il luminare della Federico II è tornato sull’argomento nell’ambito di un convegno, durante il quale ha ricordato anche gli esperimenti condotti su una seconda reliquia, un oggetto del tutto simile alle ampolle del prodigio. Nella reliquia - proveniente dall’Eremo dei Camaldoli - è stata trovata una sostanza che passa dallo stato solido a quello liquido e si è rivelata essere sangue “L’abbiamo aperta e abbiamo verificato un elemento che ci ha convinto che all'interno ci fosse sangue. Il sangue umano, in particolari condizioni, sprigiona una sostanza che, di fatto, è vero e proprio mastice naturale. Il tappo, così come quello dell'ampolla di San Gennaro, era praticamente incollato al vetro. “Ma l’evento particolare fu all’atto dell’apertura – ha ricordato il professore – perché si sprigionò un odore tremendo, un autentico odore di morte che si diffuse per l’intero dipartimento, poi il liquido rossastro si coagulò in una gelatina. Test, con movimento e sostanze naturali, hanno poi riportato il sangue da solido a liquido”. Non contento, il docente ha fatto poi un ulteriore esperimento: “Ho ripetuto il test con il mio sangue ed ho ottenuto gli stessi risultati”. Un altro miracolo, stavolta della scienza, che ha messo fine a secoli di dibattiti, ricerche, ricette e diatribe. Ora non rimane che indagare gli altri misteri che avvolgono la storia di san Gennaro e delle altre reliquie. Un compito arduo, ma il tempo c’è, soprattutto se il sangue continuerà a sciogliersi.


Antonio Emanuele Piedimonte
17 settembre 2010




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Il Cavaliere con la pistola FOTO - Immagine e potere

Il Tempo


Foto-scoop dell’Espresso. Quanto contano i simboli. Lo sa bene Silvio Berlusconi che con l’obiettivo narra famiglia e politica.


La foto di Alberto Roveri  pubblicata da L'Espresso che ritrae Silvio Berlusconi nel 1977 nel suo studio con una pistola


Una dinastia. Con il capo carismatico e i rampolli pronti a prendere la loro parte nel regno. Uno seduto sul trono, gli altri addestrati a reggere baronie e contee. La dinastia è quella di Silvio Berlusconi, l'agone politico diventa patinato e sontuoso, come una reggia. Foto ufficiali in posa, sfondi dorati. Poi c'è l'incipit dell'irresistibile ascesa di Silvio. Lui è uno yankee, sulla poltrona da manager, gambe accavallate e sguardo inchiodato nell'obiettivo. Sulla scrivania ha poggiato una pistola. In un'altra foto la punta verso un inesistente nemico. Attore, protagonista comunque. Il Silvio rampante e inedito lo troviamo sull'ultimo numero dell'Espresso. Il settimanale ha scovato le immagini che Alberto Roveri, il fotografo, aveva, chissà come, dimenticate. Le ha ritrovate trasferendo in digitale il proprio archivio. Sono del 1977.


Berlusconi è nel suo studio di Foro Bonaparte. Gioca a fare il duro, si vede che gli piace il ruolo. Ma non è arroganza. Sono gli anni di piombo, lui è il costruttore di Milano Due, essere pronto a difendersi da possibili rapimenti è d'obbligo. Il settimanale diretto da Manfellotto completa il puzzle del Cavaliere. Testimonia delle origini dell'impero. Conferma la funzionalità dell'immagine per chi detiene il potere. E infatti, dopo il bianconero di Berlusconi anni Settanta (eccolo con Mike Bongiorno a battesimo di Telemilano, eccolo col direttore del Corriere della Sera), c'è la fotogallery di Silvio in tutte le salse. Dal doppiopetto con cravatta di Marinella alla bandana. Dall'improvvisata «araba» per il compleanno di Veronica alle vacanze con i nipotini. A fare politica, e consenso, servono più queste immagini che i consigli dei think tank. È un po' la scoperta dell'acqua calda, ma funziona da secoli.


Guarda la fotogallery


L'allure del potere aleggia sul corteo di Augusto che nobilita l'Ara Pacis. Giustiniano è un Re Sole medievale nei mosaici di Ravenna. Tutti i reali hanno messo in croce i fotografi di corte per gli scatti di famiglia. E vanno in brodo di giuggiole quando rubano foto extra protocollo. Perfino lo schivo segretario del Pci Achille Occhetto decise un bel giorno di appalesarsi meno ingessato. Accettò il flash mentre baciava la moglie, in quel di Capalbio. Tuoni e fulmini dai duri e puri della sinistra. Che non avevano capito niente in fatto di comunicazione. E infatti il privato del potente paga. Le belle mogli, le altrettanto belle collaboratrici logorano chi non ce le ha. Sarkozy non ha scelto Carlà pensando di crescere in popolarità? Il premier inglese Cameron non è più simpatico quando s'affaccia sulla soglia di Downing Street con la sua dolce signora? Barack Obama non ci ha guadagnato quando Michelle ha posato per la foto ufficiale di first lady con le belle braccia nude? E adesso, i discendenti del Cavaliere. Con certi clic che parlano della conquista del potere.


Guardate qui accanto Barbara. È al Meazza di Milano, segue da tifosa sfegatata la squadra di famiglia nella prima sortita di Champion League. Si mostra perfettamente speculare a ciò che dice. «Un ruolo in società? Non mi tiro indietro davanti alle cose più difficili. Se dovessero chiamarmi, potrei dire sì». E una rampolla è sistemata. Quanto all'altra, la «principessa» Marina, presidente di Mondadori, le pose da dominatrice sono un'abitudine. La zarina di Segrate ha appena risposto per le rime a scrittori, politici, giornalisti sinistri in un'intervista al vetriolo sul Corrierone. Se si butta in politica nessuno ha il diritto di meravigliarsi.



Lidia Lombardi

18/09/2010





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Casa a Montecarlo, ecco il contratto che scotta Firme identiche: Tulliani ha affittato a se stesso?

di Redazione


Trovato il contratto della casa di Montecarlo tra la società off shore e Tulliani. Le firme del locatore e del locatario sono identiche. C'è il sospetto che il vero proprietario sia proprio il cognato di Fini: Presidente, ci spieghi. Ma i pm sarebbero pronti ad archiviare


Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Prima le società off­shore con stessa sede nello stes­so paradiso fiscale e allo stesso indirizzo. Ora spunta un’altra coppia di gemelle, ma stavolta il giallo riguar­da due firme. E il dubbio è il più pesante: non è che Tulliani e Timara sono la stessa cosa? Le sigle uguali sono infatti quelle di proprietario e loca­tario sul contratto d’affitto della casa monegasca, de­positato all’Ufficio del Registro del Principato. Non sembra solo l’ennesima, inquietante, coincidenza. Giancarlo Tulliani, uomo cardine dell’ affaire di Montecar­lo, secondo i magistrati roma­n­i non è degno di un appunta­mento in procura nemmeno alla luce delle clamorose rive­lazioni del Giornale sulla svendita dell’appartamento al 14 di boulevard Princesse Charlotte. Chissà che oggi i pm non cambino idea. Vedia­mo perché.


IL MONOPOLI DEI TULLIANOS
L’immobile in questione è quello donato dalla contes­sa Anna Maria Colleoni al partito nel 1999, poi ceduto per un quinto del valore a una società off-shore con se­de ai Caraibi (Printemps Ltd), da questa venduto a una società gemella (Timara Ltd) e, infine, abitato dallo stesso «cognato» di Fini, Tul­liani appunto, che aveva aperto ilgiro di valzer caldeg­gia­ndo la vendita dell’appar­tamento al presidente della Camera, al quale (è lo stesso Fini a dirlo) segnalò che c’era un acquirente interes­sato alla casa. Ora salta fuori una quantomeno sospetta «identità di firma» tra pro­prietario e affittuario. È nel contratto d’affitto, che il Giornale è riuscito a recupe­rare. L’atto, ufficiale e proto­collato, è il «contratto a cano­ne » numero 114772, firmato a Monaco il 24 febbraio del 2009 tra la società off-shore «Timara Ltd», proprietaria dell’appartamento, e «mon­sieur Giancarlo Tulliani», af­fittuario «de nationalité ita­lien demeurant (residente, ndr ) a via Raffaele Conforti 52 Roma, Italy», ed è stato re­gistrato il 4 marzo dello stes­so a­nno presso l’ufficio com­petente del Principato di Mo­naco. Oggetto, ovviamente, l’affitto della famosa casa al civico 14 di boulevard Prin­cesse Charlotte.


L’AUTO-LOCAZIONE
Colpo di scena in calce al fo­glio: le firme apposte sotto la dicitura «le preneur» (l’af­fittuario) e sotto il riferimen­to a «le bailleur» (il locato­re) sono uguali, tali e quali. Una sola firma, illeggibile ma identica, per due contro­parti. Il locatore è Tulliani, come è scritto nel contratto e come hanno sempre soste­nuto i suoi legali, e la firma del proprietario è la stessa: il «cognato» di Fini ricopre dunque all’interno della Ti­mara un ruolo tale da avere i poteri necessari a firmare per conto della società un contratto di locazione a se stesso? Questo vorrebbe di­re che non solo le firme so­no uguali, ma che Giancar­lo Tulliani e la società off­shore proprietaria della ca­sa a Montecarlo sono la stes­sa cosa. E il «cognato» sareb­be, dunque, affittuario di se stesso. Altra possibilità è che Tulliani abbia lasciato che l’amministratore della controparte Timara appo­nesse la propria firma sia co­me proprietario che per con­to dell’affittuario, o che, ipo­te­si decisamente remota an­che a Montecarlo, sia Tullia­ni che Timara abbiano dele­gato un terzo a concludere il contratto per loro conto, ma «tra sé e sé». A dirla tut­ta, nell’atto ufficiale non c’è traccia, nei dintorni delle fir­me in calce, di diciture «per conto» di alcuno, né si fa cenno a procure o deleghe. Comunque la si legga, l’identità delle firme au­menta il sospetto che il ra­gazzotto con la Ferrari ab­bia un legame molto, molto forte con le fiduciarie Prin­temps e Timara, create ad hoc a Saint Lucia nel 2008, poco prima che An, su se­gnalazione dello stesso Tul­liani, desse via la casa a prez­zo di saldo. Le anomalie si moltiplicano. 


GIANCARLO E GLI AMICI OFF-SHORE
Perché il ruolo del fratelli­no di Elisabetta, solo per la parte relativa a compraven­dite e affitti, è il mistero dei misteri. Giancarlo Tulliani è in qualche modo in contat­to con Printemps: è lui a se­gnalare a Fini che la società intende comprare l’appar­tamento, e si fa, di fatto, in­termediario per l’offerta, conclusa con la vendita low cost dell’11 luglio 2008. Giancarlo Tulliani è certa­mente in contatto con Tima­ra, che a ottobre del 2008 ac­quista da Printemps, e a feb­braio del 2009 l’affitta pro­prio a lui con un contratto dove, curiosamente, le fir­me di affittuario e locatario sono sovrapponibili. Per non dire, come ha dimostra­to il Giornale , che il titolare dell’impresa di ristruttura­zione dice di aver fatturato i lavori alla Timara, anche se a decidere i materiali da por­tare dall’Italia e cosa e co­me ristrutturare sarebbero stati i Tulliani, Elisabetta e Giancarlo. A rafforzare il tut­to, c’è poi il legame tra il co­gnato di Fini e James Wal­fenzao. Walfenzao è dal no­taio Paul Louis Aureglia l’11 luglio 2008, perché in quali­tà di direttore della «Jaman Directors Ltd», anche que­sta con sede a Castries, rap­presenta la «Printemps Ltd». Ma è citato anche nel rogito del 15 ottobre dello stesso anno, quando è Prin­temps a vendere a Timara. L’atto notarile della secon­da compravendita, infatti, spiega che la Timara è rap­presentata da Suzi Beach, in virtù dei poteri che le ha assegnato l’assemblea ge­nerale di un’altra società di Saint Lucia, la «Janom Part­ners », rappresentata nel­l’occasione da Tony Izelaar (che in quel giorno di otto­bre, giusto per semplificare le cose, è anche venditore per conto di Printemps) e, appunto, da Walfenzao.


IL LINK CON WALFENZAO
Quest’ultimo (che al Gior­nale s’è limitato a dire di non voler parlare «degli af­fari dei clienti») lavora per il gruppo «Corpag» attivo nell’offrire ai propri clienti fiduciarie e intermediazio­ni. Nel network Corpag, per capirci, c’è anche la mo­negasca «Jason Sam» (spe­cializzata nella creazione di fiduciarie a Saint Lucia e nelle compravendite im­mobiliari «coperte» da fidu­ciarie, come spiega il sito web della società), per la quale lavorano gli altri pro­tagonisti delle off- shore del­­l’ affaire , Tony Izelaar e Su­zi Beach.


BOLLETTE E DOMICILI SOSPETTI
Ma tornando a Walfenzao, a focalizzare l’attenzione su di lui ci sono le connessioni fortissime con Tulliani. Il Giornale già ieri ha svelato come il suo indirizzo mone­gasco (27, avenue Princesse Grace) sia stato «prestato» a Giancarlo Tulliani per domi­ciliare utenze, tra cui la bol­letta della luce, essenziale per le autorità monegasche, che la utilizzano per accerta­re che i residenti non siano fittizi. L’utenza è relativa al 14 di boulevard Princesse Charlotte, l’addebito è sul conto corrente numero 17569- 00001- 71570900001 acceso da Tulliani presso la Compagnie Monegasque de Banque. Ma le fatture hanno un «c/o», finiscono a casa del signore e della si­gnora Walfenzao. Perché? Troppe domande, alle quali chi potrebbe e dovrebbe da­re risposte preferisce repli­care con un ostinato silen­zio. 


IL CONTO SEGRETO E IL FISCO
Quanto al conto corrente, stando alla carta di soggior­no a Monaco di Tulliani,que­st’ultimo non avrebbe indica­to un’attività professionale in grado di garantirgli il reddi­to necessario, ma avrebbe al­legato la garanzia bancaria che attesta il possesso di liqui­dità sufficiente a vivere a Montecarlo senza lavorare. Parliamo di un deposito di al­meno 300mila euro ( stessa ci­fra necessaria a comprarsi una casa a Montecarlo, ma solo se a vendere è An) che Tulliani non può intaccare. Qui la domanda è ovvia: co­me ha portato quella cifra a Montecarlo il «cognato» di Fi­ni? Ha regolarmente dichia­rato al fisco l’esportazione della consistente somma, al­la quale vanno aggiunti i 200mila euro necessari a comprarsi la ormai celebre Ferrari con targa monega­sca? Il dubbio potrebbe to­glierselo la procura di Roma che però, udite udite, già pen­sa all’archiviazione.





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Il Codice di Travaglio: insulti ai lettori (e alla logica)

di Massimo De Manzoni


Travaglio insulta i nostri lettori, facendo penose considerazioni sulle loro capacità mentali: il "ragionamento" attraverso il quale arriva a dare del mentecatto a chi acquista il nostro quotidiano è talmente illuminante che forse vale la pena spenderci due parole



 

Come gli capita sempre più di frequente, dovendo attaccare quotidianamente qualcuno per contratto, la spalla di Santoro che scrive sul Fatto ieri se l’è presa con il Giornale. Non essendo propriamente un evento, eravamo propensi a non rispondergli, anche per non alimentare un ego già ipertrofico. Senonché, nelle ultime righe, l’uomo chiamato Travaglio insulta i nostri lettori, facendo penose considerazioni sulle loro capacità mentali. Anche in questo non è originale (l’aveva già fatto, seppure in modo meno rozzo, dagli schermi di Annozero, quello della coppia che conta davvero), ma il «ragionamento» attraverso il quale arriva a dare del mentecatto a chi acquista il nostro quotidiano è talmente illuminante che forse vale la pena spenderci due parole.


Dunque, tra le altre castronerie, Travaglio sostiene che il Giornale e Libero avrebbero creato un Codice penale speciale «per venire incontro alle capacità mentali dei loro lettori». Poi si lamenta perché non lasciamo mai in pace i suoi amati giudici e ora, secondo lui, pretenderemmo che «la Procura di Roma interrogasse Fini e, possibilmente, lo arrestasse». Non abbiamo mai scritto niente del genere, ovviamente. Ma non è questo il punto.


Il bello arriva subito dopo. Il giornalista per il quale non ci sono notizie ma soltanto reati, quello che poche righe prima bacchettava chi «pretende di insegnare ai giudici come fare i giudici», quello che accusa gli altri di interpretare il Codice a seconda che colpisca amici o nemici, improvvisamente afferma che il reato per il quale la Procura di Roma ha aperto un’indagine sulla casa di Montecarlo non esiste. Come non esiste? C’è, si chiama «truffa aggravata». Niente: siccome il fatto potrebbe danneggiare Fini, il quale Fini si oppone a Berlusconi, il quale Berlusconi è il tiranno da abbattere, ergo il gazzettino delle Procure sentenzia che «non è ben chiaro chi abbia truffato chi» e condanna i pm «che prendono sul serio storie prive di rilevanza penale».


Capita la logica stringente? No? Beh, non vi si può dar torto. Ma bisogna avere pazienza: è tutta questione di capacità mentali.





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Si dimette il braccio destro di Fini che gestiva il patrimonio di An

di Mariateresa Conti


Pontone lascia dopo la deposizione dai pm di un senatore Pdl che lo smentisce. Firmò la vendita ma nega altre offerte. Caruso: "Gliene girai una io, ho le prove"


Ai pm di Roma, qualche giorno fa, ha detto che lui, Francesco Pontone, tesoriere di An, ha venduto quell’appartamento a Montecarlo per disposizione del partito. Ha sostenuto di non avere ricevuto altre offerte oltre quella della off-shore Printemps Ltd, che nel 2008 ha effettivamente acquistato quella casa. Ha dichiarato di aver appreso che poi quell’alloggio era finito a Giancarlo Tulliani solo molto dopo la compravendita. Insomma, ha ribadito la sua versione dei fatti. Poi però gli è arrivata una smentita interna: quella del senatore ex An Antonino Caruso, che lo ha sconfessato sostenendo che un’offerta c’era eccome, e di molto superiore ai 300mila euro del prezzo di vendita, due miliardi di lire nel 2001, un’enormità. Di qui il colpo di scena: Francesco Pontone sta per lasciare, sta per dimettersi - o ha già formalizzato le dimissioni - dall’incarico di amministratore dell’associazione An. Un gesto clamoroso. Forse quello di un uomo che per una vita ha lavorato per il partito e che adesso sente franare il terreno sotto i piedi, si sente scaricato.


La notizia delle dimissioni di Pontone si è diffusa ieri sera. Guarda caso poco dopo che il senatore Caruso ha dettato alle agenzie di stampa una precisazione rispetto al suo interrogatorio davanti ai pm romani titolari dell’inchiesta contro ignoti per truffa aggravata relativa alla compravendita. Ecco cosa ha detto Caruso: «Nel corso dell’audizione di ieri davanti ai procuratori della Repubblica, tengo a precisare di aver puntualmente confermato le circostanze che avevo già avuto modo di riferire pubblicamente, compresa la richiesta di trattare l’immobile nel 2001/2002 e “girata” al senatore Pontone, e di essermi riservato di far ricercare nel mio archivio il fascicolo contenente i documenti che interessano la questione. Li farò avere ai magistrati perché possano verificare, tanto per esaminare un aspetto della vicenda, come già al momento della dichiarazione di successione An dichiarò un valore “fiscale” dell’immobile superiore a quello accettato dieci anni dopo e materialmente ricevuto per la sua vendita». Una mazzata, per Pontone, la precisazione dell’ex garante del comitato di gestione del patrimonio di An. Una mazzata che gli ha fatto forse presentire il rischio di diventare il capro espiatorio di una vicenda gestita da lui, sì, ma per conto del partito del quale lui era solo il tesoriere, ma del quale il leader era Gianfranco Fini.


L’offerta cui fa riferimento il senatore Caruso non è robetta. Si tratta della bellezza di quasi due miliardi di vecchie lire a cavallo con l’entrata in vigore dell’euro. Ecco cosa ha dichiarato sinora Caruso sul tema (e confermato con la nota di ieri davanti ai magistrati): «Venni contattato da una persona che, facendo riferimento all’incontro dal notaio (il notaio Aureglia, che poi effettivamente fece il primo rogito e che ha dichiarato al Giornale che in quella compravendita c’era qualcosa che non quadrava, ndr) mi disse che c’erano più soggetti interessati all’acquisto dell’immobile e che offrivano fino a sei milioni e mezzo di franchi francesi, pari a due miliardi di lire dell’epoca. Risposi loro che non mi occupavo più della vicenda dell’appartamento, ma che avrei comunque chiesto a Roma. Ho chiamato subito il senatore Pontone, l’ho messo al corrente della richiesta d’acquisto, ma lui rispose che i tempi ancora non erano maturi e che non se ne faceva niente».


Che accadrà adesso? Le dimissioni di Pontone sono un segnale pesante, l’ennesimo di quanto la vicenda Montecarlo stia provocando negli ex An un terremoto. Intanto il Dis (il dipartimento delle informazioni per la sicurezza) smentisce indagini sulle off-shore al centro del caso: «Nessuna delle due società è stata oggetto di attività istituzionali svolte dagli Organismi di informazione per la sicurezza della Repubblica».




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Montecarlo, ecco il contratto che scotta firme uguali, Tulliani affitta a se stesso?

Presidente, ci spieghi

di Alessandro Sallusti

Il Giornale ha scovato il contratto d’affitto tra la società offshore e il "cognato" di Fini. Sorpresa: le firme di locatore e locatario sono identiche. Significa che Giancarlo Tulliani è il vero proprietario dell’appartamento svenduto da An?



La famiglia Fini-Tulliani si è sempre rifiutata di esibirla, i magistrati italiani l’hanno chiesta alle autorità monegasche, ma fino ad ora senza successo. Il Giornale è oggi in grado di svelare la carta in questione, il famigerato contratto di affitto della casa di Montecarlo passata dal patrimonio di An nelle disponibilità del cognato di Fini, Giancarlo Tulliani, attraverso due società allocate in paradisi fiscali. Dal documento, che pubblichiamo qui a fianco, emerge un’altra delle tante anomalie che segnano questa storia. La firma del proprietario (la società offshore Timara) è la stessa dell’inquilino (Giancarlo Tulliani). Come mai? Potremmo azzardare la risposta più ovvia: la casa è di proprietà dell’inquilino stesso, cioè Timara e Tulliani sono la stessa cosa. Il che spiegherebbe in modo definitivo molte cose della telenovela che ha scosso l’opinione pubblica e la politica.


Ancora una volta giriamo il quesito al presidente Fini: perché quelle due firme identiche? Capisco che rischiamo di passare per monomaniaci, ma la posta in gioco è più alta di quella che appare. Parliamo di case e contratti di affitto, ma in realtà stiamo cercando di capire se il presidente della Camera, terza carica dello Stato, è persona leale ed eticamente all’altezza di ricoprire il ruolo che gli è stato assegnato. Cioè se è uomo che di fronte a un pasticcio non si nasconde dietro moglie, cognato e amministratori vari, ma racconta agli italiani come sono andate le cose senza omissioni o giri di parole, indipendentemente dal fatto che siano o no stati commessi reati.


Perché il problema non è, eventualmente, solo giudiziario. E altre cose non tornano. L’altro ieri un teste importante, Antonio Caruso, garante del patrimonio di An, ha confermato ai magistrati che per quella casa il partito aveva ricevuto offerte di un milione di euro, cifra ben superiore a quella realizzata (300mila) con questo pasticcio, smentendo le dichiarazioni dei notabili di Futuro e Libertà. Così come sono attese a ore le dimissioni di Francesco Pontone, senatore, braccio destro di Fini, da amministratore dell’ex patrimonio An (fu proprio lui a curare l’affare Montecarlo). Le contraddizioni e le coincidenze non finiscono qui. Domani pubblicheremo altri documenti. Non per spirito di persecuzione, che non esiste, ma per cercare risposte che non arrivano.






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Professione falso dentista Farmaci scaduti da 30 anni

La Nazione

L'uomo, 80 anni, lavorava in tre studi, a Firenze, Montespertoli e Barberino. Operava in condizioni igienico sanitarie pessime, servendosi di attrezzature obsolete e medicinali scaduti


Firenze, 17 settembre 2010 - Applicazioni di protesi dentarie, interventi di apertura e ricostruzione di denti, installazione di perni e capsule, cura dell’igiene orale. Queste sono le attività che un odontotecnico fiorentino (80enne, in pensione) ha svolto abusivamente, per anni, in 3 diversi studi, siti in Firenze, Montespertoli e Barberino Val d’Elsa. La professione di odontoiatra è stata svolta in locali fatiscenti, con strumentazione obsoleta e medicinali nella massima parte scaduti da anni (alcuni prodotti medici erano scaduti addirittura da metà degli anni ’80).

 

La professione medica è stata possibile grazie all’utilizzo del nome di 2 veri medici dentisti (un 90enne ed un 40enne, originari rispettivamente della provincia di Arezzo e di Firenze). A nome del primo era emessa documentazione attestante il suo diretto intervento su pazienti degli studi del falso odontoiatra. Il secondo, invece, condivideva lo studio in Firenze con il falso odontoiatra. Il falso dentista è stato denunciato all’autorità giudiziaria per esercizio abusivo della professione di dentista, somministrazione di medicinali guasti e truffa.

 

Gli studi dentistici sono stati tutti sequestrati. Le indagini sono partite a seguito di una segnalazione di una cittadina che, spinta da un amico che le aveva indicato a Montespertoli un dentista “dai prezzi molto convenienti”, aveva fissato un appuntamento. Dallo studio, però, era prontamente fuggita spaventata dalla situazione igienica sia dei locali che dello pseudo dentista.


GUARDA IL VIDEO con le immagini girate in uno degli studi


Le indagini si sono poi estese anche ai comuni di Barberino Val d’Elsa e Firenze. Il falso dentista si alternava, dal lunedì al sabato, tra i tre studi. Dalle agende rinvenute nei locali, sono emersi numerosissimi appuntamenti giornalieri.  Le sale d’attesa erano, comunque, sempre piene di clienti. I pazienti che facevano la fila per sottoporsi a visita erano di ogni età: si andava dai bambini (sono stati anche rinvenuti libri di ortodonzia infantile) ad anziani.

 

Numerosissime le cartelle cliniche (309) e le radiografie (193) rinvenute. I costi delle prestazioni erano molto vantaggiosi e si aggiravano a circa 1/3 -1/4 del prezzo praticato da strutture regolari. L’80enne emetteva la ricevuta fiscale per una prestazione odontotecnica mentre, per quanto concerneva la prestazione odontoiatrica eseguita, era allegato alla ricevuta una dichiarazione del dentista 90enne in cui era affermato che la prestazione odontoiatrica era stata effettuata da lui.

 

I finanzieri ed i funzionari delle rispettive ASL intervenuti hanno costatato il profondo degrado delle strutture dove operava l’odontotecnico e dei materiali usati. Gli strumenti non erano adeguatamente sterilizzati. Il sistema di sterilizzazione era di vecchio tipo (disinfezione a secco) nonostante le indicazioni internazionali prevedano attualmente “l’autoclave” come strumento di sterilizzazione sicura. Secondo alcuni pazienti non di rado era utilizzato il rudimentale sistema di utilizzazione con alcol o con il fuoco. Le puntine per i trapani non erano sottoposte a corrette forme di pulizia o sterilizzazione.

 

Non era previsto, altresì, il cosiddetto “percorso sporco-pulito, atto a prevenire la contaminazione tra i vari strumenti. Quelli già utilizzati erano riposti sullo stesso banco di quelli appena “sterilizzati”. Cenere, sigarette gettate a terra, facevano da cornice al falso studio dentistico. Il falso dentista operava senza guanti, con il camice imbrattato ed fumava normalmente sigarette nella sala operatoria.Era presente, inoltre, un apparecchio radiologico di concezione obsoleta, privo di comunicazione preventiva di pratica. Né per il paziente (sottoposto ad esame Rx) e né per l’operatore erano previsti dispositivi di protezione individuale. Non erano state installate schermature nelle pareti e/o pavimenti per prevenire una esposizione ai soggetti presenti all’esterno dei locali.

 

Le apparecchiature medicali erano sprovviste della documentazione relativa l’avvenuta manutenzione periodica, nonché di quella attestante la sicurezza delle stesse. L’impianto elettrico presentava una tecnologia costruttiva antecedente all’entrata in vigore della L. 46/90 dettante le norme per la sicurezza degli impianti.Non erano previsti contenitori rigidi per lo smaltimento di rifiuti pericolosi a rischio infettivo, di puntura o di taglio, ma il tutto veniva gettato in comuni cestini, assieme a garze e tamponi.  All’atto dell’intervento alcune siringhe con ago gengivale, già piene di anestetico, giacevano su un mobile per essere successivamente usate sui pazienti.

 

I finanzieri stanno procedendo all’analisi della numerosa documentazione extracontabile reperita presso gli studi e l’abitazione del falso odontoiatra per ricostruire l’intero volume d’affari del professionista. Il sedicente dentista è risultato recidivo, in quanto già nel 2001 era stato denunciato dai Nas per la medesima attività abusiva nonché per uso di strumentazione inadeguata e per carenza igienica sanitaria nonché per la somministrazione di medicinali scaduti.






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Pene ridotte, domiciliari e indulto Niente carcere per i crac all'italiana

Corriere della sera


L'ex patron di Parmalat ora si occupa di muffin e succhi di frutta. Fiorani vive nella sua villa in Sardegna


MILANO - Basterebbe questo: per incontrare il «Madoff» italiano, Calisto Tanzi - dieci anni di carcere comminati in secondo grado dal tribunale di Milano per aggiottaggio - è sufficiente seguire le indicazioni di Google Maps che portano alla villa di Vigatto dove l'ex patron della Parmalat si occupa, secondo le ultime notizie, di muffin e succhi di frutta. In tutto ha fatto 104 giorni di prigione. Poi un po' di arresti domiciliari sempre nella villa con ampio giardino dove ha ricevuto qualche anno fa la visita di Beppe Grillo e dove, fino a poco tempo fa, poteva rifarsi gli occhi anche con alcuni Monet, Van Gogh e Picasso sequestrati dai finanzieri lo scorso dicembre. Certo: si potrebbe dire che su lui e altri due condannati (il manager Giovanni Bonici e il commercialista Luciano Silingardi) grava la spada di Damocle dei 100 milioni che devono trovare per ripagare i creditori. Ma tanto è tutto teorico: l'ex imperatore del latte in polvere che - come hanno ricordato i magistrati a Parma dove il processo più rilevante, quello per bancarotta, è appena iniziato - poteva far fallire l'intera isola di Cuba risulta tecnicamente nullatenente. E la villa appartiene alla moglie.

Copione quasi scontato. A concludere il quadro ci sono i 71 anni e la salute, strani amuleti che hanno scongiurato il pericolo di finire sul serio dietro le sbarre per l'ex Cavaliere di Gran Croce. Alla finestra centinaia di migliaia di obbligazionisti che hanno visto parte dei propri denari con il risanamento dell'azienda ma che, certo, hanno dovuto dimenticare il grosso di quei 7,2 miliardi investiti. Tutto ex lege, chiaro. Ma l'amara conclusione è che chi sbaglia, soprattutto nei reati finanziari, in Italia di riffa o di raffa non paga con la prigione. Almeno per adesso è questo il paradosso della lugubre lista dei crac italiani: Parmalat, Cirio, Italtractor, Giacomelli, Finpart, i più recenti Viaggi del ventaglio e Mariella Burani. L'unica certezza è la carcerazione preventiva nei primi mesi, quella uguale per tutti: colpevoli e altri che, magari, dopo risulteranno innocenti.

A ricordarlo alle decine di migliaia di italiani che avevano acquistato bond Cirio ci sono anche le scatole di pelati sempre sugli scaffali dei supermercati (il ramo d'azienda è ora controllato dalle coop di Conserve Italia quindi non c'è pericolo che quei soldi vadano a Sergio Cragnotti). Per l'ex manager Montedison, già attivo dietro le quinte ai tempi del crac Ferruzzi, dopo i sei mesi nel 2004 di carcere preventivo a Regina Coeli e di arresti domiciliari si è aperta una lunga stagione di attese che gli ha permesso anche di scrivere e pubblicare con Fazi la propria autobiografia: «Un calcio al cuore». Triste gioco di parole che vorrebbe ricordare gli anni gloriosi alla guida della Lazio, quando veniva portato in campo come un re dai calciatori, e i «torti subiti» con il crac Cirio. Più che altro suona come «un calcio» ai risparmiatori che stanno aspettando ancora 1,1 miliardi e che per adesso hanno visto rimborsi anoressici. Nel frattempo? Il processo milanese per aver organizzato una finta cordata di salvataggio con i turchi Cukurova è stato archiviato. E quello doppio a Roma per il caso Eurolat e la bancarotta Cirio è praticamente a metà del primo grado. Intanto, a 8 anni dal fallimento, Cragnotti ha compiuto 70 anni.



Tra le fotografie della stagione dei crac c'è anche quella della «dark-lady»,
Gabriella Spada, 44 anni, prima pluripremiata donna manager per la crescita dei negozi Giacomelli come funghi e poi raggiunta dall'ordine di cattura mentre era alle Maldive. La Spada, il cui ruolo nel crac è stato onestamente ridimensionato rispetto alle accuse iniziali, è stata condannata in primo grado a 6 anni, ridotti di un terzo a 4 anni. Ma essendo il crac precedente al 2006 è calato l'indulto con lo «sconto» di tre anni. In sostanza per tutti i reati finanziari precedenti al 2 maggio del 2006 fino a 6 anni non si va in prigione (per gli altri 3 anni si possono chiedere al tribunale di sorveglianza le misure alternative, cioè i servizi sociali). Per finire, vi ricordate di Gianpiero Fiorani e la scalata dei furbetti del quartierino alla Bnl e all'Antonveneta? Il «banchiere popolare» ha avuto 3 anni e 6 mesi a Lodi in primo grado. A Milano ha patteggiato 3 anni e 3 mesi. Il processo principale è in corso. Grazie all'indulto è nella sua villa di Arzachena, in Sardegna.


Massimo Sideri
18 settembre 2010






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Il reporter parla, alle sue spalle si prepara il razzo

Repubblica


Non sembra particolarmente rischioso il compito di un cronista spagnolo incaricato di seguire la protesta che gli operai iberici stanno portando avanti da giorni per i bassi salari.
Alle spalle del giornalista, tuttavia, un gruppo di lavoratori sta cercando di far partire un piccolo razzo per dare ancora più vigore alla loro manifestazione. Peccato che il fuoco d'artificio si riversi pericolosamente in strada, determinando un fuggi fuggi generale da cui tutti sembrano uscire fortunatamente illesi

a cura di Pier Luigi Pisa


Il Giornale» ha scovato il contratto d’affitto tra la società offshore e il «cognato» di Fini. Sorpresa: le firme di locatore e locatario sono identiche. Significa che Giancarlo Tulliani è il vero proprietario dell’appartamento svenduto da An?

di Redazione


La famiglia Fini-Tulliani si è sempre rifiutata di esibirla, i magistrati italiani l’hanno chiesta alle autorità monegasche, ma fino ad ora senza successo. Il Giornale è oggi in grado di svelare la carta in questione, il famigerato contratto di affitto della casa di Montecarlo passata dal patrimonio di An nelle disponibilità del cognato di Fini, Giancarlo Tulliani, attraverso due società allocate in paradisi fiscali. Dal documento, che pubblichiamo qui a fianco, emerge un’altra delle tante anomalie che segnano questa storia. La firma del proprietario (la società offshore Timara) è la stessa dell’inquilino (Giancarlo Tulliani). Come mai? Potremmo azzardare la risposta più ovvia: la casa è di proprietà dell’inquilino stesso, cioè Timara e Tulliani sono la stessa cosa. Il che spiegherebbe in modo definitivo molte cose della telenovela che ha scosso l’opinione pubblica e la politica.

Ancora una volta giriamo il quesito al presidente Fini: perché quelle due firme identiche? Capisco che rischiamo di passare per monomaniaci, ma la posta in gioco è più alta di quella che appare. Parliamo di case e contratti di affitto, ma in realtà stiamo cercando di capire se il presidente della Camera, terza carica dello Stato, è persona leale ed eticamente all’altezza di ricoprire il ruolo che gli è stato assegnato. Cioè se è uomo che di fronte a un pasticcio non si nasconde dietro moglie, cognato e amministratori vari, ma racconta agli italiani come sono andate le cose senza omissioni o giri di parole, indipendentemente dal fatto che siano o no stati commessi reati.

Perché il problema non è, eventualmente, solo giudiziario. E altre cose non tornano. L’altro ieri un teste importante, Antonio Caruso, garante del patrimonio di An, ha confermato ai magistrati che per quella casa il partito aveva ricevuto offerte di un milione di euro, cifra ben superiore a quella realizzata (300mila) con questo pasticcio, smentendo le dichiarazioni dei notabili di Futuro e Libertà. Così come sono attese a ore le dimissioni di Francesco Pontone, senatore, braccio destro di Fini, da amministratore dell’ex patrimonio An (fu proprio lui a curare l’affare Montecarlo). Le contraddizioni e le coincidenze non finiscono qui. Domani pubblicheremo altri documenti. Non per spirito di persecuzione, che non esiste, ma per cercare risposte che non arrivano.




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Bari: un video per trovare i killer

Repubblica


La Procura di Bari chiede aiuto ai cittadini per individuare gli autori di una rapina, che si è conclusa con l'uccisione di un giovane ragazzo, avvenuta in una sala giochi di Casamassima, in provincia di Bari. La procura ha diffuso per la prima volta le immagini - della telecamera della sala giochi - che mostrano due uomini con il volto coperto da passamontagna che fanno irruzione armati nel locale. La speranza è che qualche cittadino possa riconoscere il possibile rapinatore-omicida. Da qui l'appello della Procura pugliese


Il Codice di Travaglio: insulti ai lettori (e alla logica)

di Redazione


Come gli capita sempre più di frequente, dovendo attaccare quotidianamente qualcuno per contratto, la spalla di Santoro che scrive sul Fatto ieri se l’è presa con il Giornale. Non essendo propriamente un evento, eravamo propensi a non rispondergli, anche per non alimentare un ego già ipertrofico. Senonché, nelle ultime righe, l’uomo chiamato Travaglio insulta i nostri lettori, facendo penose considerazioni sulle loro capacità mentali. Anche in questo non è originale (l’aveva già fatto, seppure in modo meno rozzo, dagli schermi di Annozero, quello della coppia che conta davvero), ma il «ragionamento» attraverso il quale arriva a dare del mentecatto a chi acquista il nostro quotidiano è talmente illuminante che forse vale la pena spenderci due parole.

Dunque, tra le altre castronerie, Travaglio sostiene che il Giornale e Libero avrebbero creato un Codice penale speciale «per venire incontro alle capacità mentali dei loro lettori». Poi si lamenta perché non lasciamo mai in pace i suoi amati giudici e ora, secondo lui, pretenderemmo che «la Procura di Roma interrogasse Fini e, possibilmente, lo arrestasse». Non abbiamo mai scritto niente del genere, ovviamente. Ma non è questo il punto.

Il bello arriva subito dopo. Il giornalista per il quale non ci sono notizie ma soltanto reati, quello che poche righe prima bacchettava chi «pretende di insegnare ai giudici come fare i giudici», quello che accusa gli altri di interpretare il Codice a seconda che colpisca amici o nemici, improvvisamente afferma che il reato per il quale la Procura di Roma ha aperto un’indagine sulla casa di Montecarlo non esiste. Come non esiste? C’è, si chiama «truffa aggravata». Niente: siccome il fatto potrebbe danneggiare Fini, il quale Fini si oppone a Berlusconi, il quale Berlusconi è il tiranno da abbattere, ergo il gazzettino delle Procure sentenzia che «non è ben chiaro chi abbia truffato chi» e condanna i pm «che prendono sul serio storie prive di rilevanza penale».

Capita la logica stringente? No? Beh, non vi si può dar torto. Ma bisogna avere pazienza: è tutta questione di capacità mentali.




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La California come Marte: le esercitazioni della Nasa

Repubblica


Gli scienziati dell'ente spaziale Usa testano, nel deserto del Mojave, i veicoli che aiuteranno l'uomo nell'esplorazione del pianeta rosso 

di Ermanno Accardi