martedì 21 settembre 2010

Byron Moreno arrestato per droga

Corriere della sera


Il giustiziere dell'Italia ai Mondiali 2002 fermato all'aeroporto di New York: aveva 6 chili di eroina

L'EX ARBITRO



Il rosso a Totti in Corea del Sud-Italia
Il rosso a Totti in Corea del Sud-Italia
NEW YORK - L'ex arbitro ecuadoriano Byron Moreno, che fu decisivo per l'eliminazione dell'Italia durante i Mondiali in Corea nel 2002, è stato arrestato all'aeroporto John F. Kennedy di New York mentre cercava di entrare negli Stati Uniti con almeno sei chili di eroina nascosti addosso. Lo hanno reso noto fonti della Dea, la più importante agenzia antidroga statunitense.

ARRESTATO - Secondo tale fonte i doganieri americani hanno scoperto che Moreno, attualmente impegnato come commentatore sportivo in una radio e in canale tv del suo paese, aveva nascosto la droga nei suoi indumenti intimi.

21 settembre 2010



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Napoli, Parentopoli: minacce al testimone «Pensa ai figli tuoi, hai famiglia»

Il Mattino



NAPOLI (21 settembre) - Parentopoli a Palazzo San Giacomo, oltre che sugli appartamenti forniti a familiari e amici dell’amministrazione, ora s’indaga anche per minacce a carico di un testimone. È uno degli ex impiegati in un consorzio cui il Comune affida gli impieghi di personale specializzato nel welfare. L’uomo, denunciando i presunti brogli, si è esposto e ha subìto ripercussioni: minacce e intimidazioni per aver parlato.
Telefonate allarmanti: «Fatti i fatti tuoi, che passi un guaio, basta con questa storia che qui finisce male». E ancora: «Pensa ai tuoi figli, anche tu hai famiglia».[Una, due, tre telefonate anonime, in un clima diffuso di omertà, riscontrato in queste ore dalla polizia giudiziaria. L’inchiesta è dunque arrivata a un bivio, con decine di persone ascoltate fino a questo momento.





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Falso dottore, prime denunce E lui si reinventa «star» in tv

Corriere del Veneto

Doppia querela da case di cura. I testimoni: puntava al posto fisso. Lunedì mattina Politi, «medico» con la terza media, diventa «protagonista» su Canale 5



Il tesserino di Matteo Politi, per mesi spacciatosi per medico al pronto soccorso: ora è sotto inchiesta

Il tesserino di Matteo Politi, per mesi spacciatosi per medico al pronto soccorso: ora è sotto inchiesta


VERONA - Appena tre giorni fa, aveva negato che contro di lui fossero mai pervenute denunce. Con le prime querele, invece, il «medico» che operava in pronto soccorso e cliniche con la sola licenza media, dovrà rassegnarsi a fare i conti sul serio. A prendere l’iniziativa legale all’indirizzo di Matteo Politi, il «fantasioso» trentenne che aveva clonato un vero chirurgo in servizio al Policlinico di Modena senza che per mesi anima viva si accorgesse della sua totale assenza di titoli in campo sanitario, hanno infatti appena provveduto due case di cura bresciane. Si tratta, per l’esattezza, di Villa Gemma e Villa Barbarano: «Da noi - fa sapere il direttore generale Luciano Manzini - tale soggetto (Politi, ndr) è stato inviato per servizi di guardia medica. In tale qualità, egli è stato presente nelle nostre strutture per un totale di quattro turni, svolti nei giorni 11, 18 e 25 luglio e 1 agosto 2010 ma, di fatto, non vi ha effettuato alcuna prestazione sanitaria». In ogni caso, continua il direttore Manzini, «venuti a conoscenza dell'irregolarità della sua posizione, abbiamo riferito quanto a nostra conoscenza all'autorità che sta procedendo alla trattazione del caso, e presentato querela a carico del suddetto, poiché ne siamo stati a nostra volta vittime. Per quanto riguarda le persone transitate presso le nostre case di cura, non si sono verificate situazioni dannose».

Una mossa giudiziaria, quella intentata in terra lombarda, che non sembra improbabile possa essere assunta a modello dalle altre svariate strutture sanitarie dove aveva prestato «servizio» indisturbato: dai pronto soccorso di Isola della Scala e dell’Orlandi di Bussolengo al Santa Croce di Moncalieri (Torino) alla casa di cura «Policlinico San Giorgio» di Pordenone fino ai turni di guardia nelle due case di cura di Salò (Brescia) che hanno già deciso di denunciarlo. In meno di un mese, prima che lo scoprissero e lo denunciassero le forze di polizia, secondo gli inquirenti il falso «dottor» Politi avrebbe avuto in «cura» qualcosa come trecento pazienti. A smascherare la sua nuova «identità», rivelando la sua totale inidoneità alla professione medica, è stata una vigilessa scaligera a cui erano giunte all’orecchio le lamentele contro quel giovane «medico» da parte di un’amica rimasta delusa da una dieta che le era stata consigliata da Politi.

Adesso il camice bianco «col trucco» si ritrova con i conti sequestrati e sotto inchiesta per i reati di sostituzione di persona e abuso di professione medica; mentre lunedì mattina, sotto i riflettori di Mattino cinque, ha risposto alle domande di Paolo Del Debbio dagli schermi di Canale 5, ricostruendo per filo e per segno la sua «vita» da finto medico. E mentre lui va in tv (anzi, per l'esattezza, ci torna visto che in passato ha già collezionato più di una «ospitata» davanti alle telecamere), non si ferma l’inchiesta a suo carico. Secondo alcuni testimoni sentiti dai carabinieri, da qualche tempo Politi avrebbe iniziato a distribuire i suoi «curricula » contraffatti a scuole di Verona e provincia specializzate in corsi di formazione professionale per estetiste. Non solo, perché millantando collaborazioni con poliambulatori e centri estetici oltre al possesso di titoli di abilitazione e corsi di specializzazione, avrebbe inoltre tentato di associarsi a professionisti del settore della chirurgia estetica, il suo «preferito». Il vero sogno del «dottor Politi», però, sarebbe stato il posto fisso nel settore pubblico: quello che non otterrà mai.


La. Ted.
21 settembre 2010





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Anziani uccisi e gettati nel lago il figlio confessa il duplice delitto

Corriere della sera


L'omicidio sarebbe avvenuto nel garage di famiglia a Carpi e poi i corpi trasportati in Veneto. I carabinieri hanno identificato le vittime grazie ad uno scontrino


VERONA - Sono due coniugi di Carpi, nel Modenese, i due anziani trovati morti tra domenica e lunedì nel canale di Mezzo a Peschiera del Garda. Ad ucciderli è stato il figlio 46enne, Daniele Bellarosa che ha confessato dopo un lungo interrogatorio. Portato dai carabinieri in caserma a Carpi per essere interrogato, in un primo momento l'omicida avrebbe negato di essere il responsabile dell’omicidio dei genitori. Nessun dubbio fin dall'inizio invece sul luogo del delitto, ossia il garage della famiglia, in via Ragazzi del ’99 a Carpi. Con la competenza territoriale che è passata così sotto la Procura di Modena, in quanto l’omicidio è il reato più grave della serie di crimini commessi, l’ultimo dei quali è l’occultamento di cadavere.

Due cadaveri nel Lago di Garda

L’uomo trovato morto nel lago si chiamava Enzo Bellarosa, 75 anni, e la moglie (originaria di Novellara, Reggio Emilia) Francesca Di Benedetti, 76 anni. A loro i carabinieri sono risaliti grazie ad uno scontrino per l’acquisto di farmaci in una farmacia di Carpi trovato nelle tasche di uno dei due. La maglietta indossata dalla donna è stato l’elemento che ha condotto i carabinieri di Peschiera del Garda e del nucleo investigativo di Verona fino a Daniele Bellarosa. I militari dell’arma, che paiono certi di aver chiuso il cerchio sul presunto responsabile dei due omicidi, hanno scoperto che l’indumento era fatto da una ditta di Carpi (Modena) e hanno chiesto all’azienda l’elenco di tutti i dipendenti. Da questo sono risaliti anche ai familiari e poi, attraverso un controllo in Comune, hanno scoperto che le foto in due carte d’identità corrispondevano alla fisionomia delle due vittime. È stato quindi identificato il figlio. I carabinieri hanno anche accertato che i rapporti di questi con i genitori erano piuttosto tesi. Non è chiaro il movente all’origine dei delitti.

 (Ansa)


21 settembre 2010





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I dinosauri possono riscrivere i confini dell'Italia preistorica

Corriere della sera


La loro presenza nel Nordest mostra che quell'area non era sommersa da mare profondo come si credeva




TRENTO - Il ritrovamento di tre orme di dinosauro all’interno della galleria del Monte Buso, nel massiccio del Pasubio, rivoluziona la paleogeografia italiana. Lì non dovevano stare: nel periodo Giurassico si ipotizzava che quel territorio fosse sommerso. Si trova ciò che si cerca, e si cerca ciò che si conosce: e così, dal buio di una vecchia galleria scavata nel cuore della montagna quasi cent’anni fa emergono tracce che solo un icnologo (ossia un esperto di orme fossili) poteva notare, e la mappa dell’Italia di 200 milioni di anni fa viene riscritta. Come spesso avviene con le scoperte importanti, anche questa è avvenuta quasi per caso, quando Marco Avanzini, responsabile della sezione di geologia del Museo tridentino di scienze naturali, ha alzato gli occhi sulla volta della galleria nel massiccio del Pasubio (scavata dagli austriaci durante la prima guerra mondiale per collegare le retrovie alla prima linea) e ha riconosciuto le tre orme di Dilofosauro, un dinosauro che misurava sette metri di lunghezza, che possono riscrivono la storia antica della penisola italiana. Per la verità Avanzini già da qualche anno sosteneva che le ipotesi descritte nei sacri testi della geologia non fossero corrette, e ne cercava le prove. «Seguendo le ricostruzioni paleogeografiche, basate su dati geologici e stratigrafici, l’Italia del Giurassico (il periodo che va da 200 a 160 milioni di anni fa, ndr) era considerata perlopiù un territorio sommerso, con al limite basse distese fangose a pelo d’acqua», spiega il ricercatore del Museo di Trento. Ma lui non ne era convinto: già nel 1990, nella zona chiamata Lavini di Marco, nel Trentino meridionale, erano state individuate orme di dinosauri che sembravano confutare i modelli tradizionalmente accettati.


NON C'ERA MARE PROFONDO - I ritrovamenti, proseguiti negli anni a venire, avevano identificato orme di varie forme e dimensioni in un’ampia area compresa tra la Valle dell’Adige e il Feltrino. Il territorio, che corrisponde all'incirca alla regione dell'attuale Nord-Est, denominato dai geologi Piattaforma di Trento, nel Giurassico inferiore, cioè 200 - 190 milioni di anni fa, offriva un paesaggio diverso da ciò che era stato ipotizzato: «Non era mare, era costituito in gran parte da terre emerse». Per assistere al suo sprofondamento, così come descritto dai modelli tradizionali, l’orologio geologico doveva essere spostato in avanti di parecchi milioni di anni, fino alla fine del periodo Giurassico. Ora tre orme di Dilofosauro, situate in ciò che la geologia ufficiale sosteneva essere mare aperto, danno ragione a questa nuova ipotesi. Ma c’è di più. I due animali che hanno lasciato traccia del loro passaggio (dinosauri carnivori bipedi di medie dimensioni: due metri di altezza, 7-8 di lunghezza, 400 kg di peso) risultano imparentati con esemplari del centro e nordeuropa, e non con quelli africani.


CAMBIA ANCHE LA POSIZIONE LE ALPI - In campo geologico, si tratta di un’altra piccola rivoluzione: se tutto questo sarà confernato risulterà che la “piattaforma di Trento” apparteneva all’Eurasia e non al continente africano, come si era finora ritenuto. Si pensava infatti che Pangea (il supercontinente che includeva tutte le terre emerse), frammentandosi, avesse trascinato il futuro territorio alpino verso sud, separandolo dall’Eurasia tramite un profondo braccio di mare. I dinosauri giurassici dell’Italia, di conseguenza, dovevano presentare affinità con quelli africani. Ma di prove in questo senso non se ne trovavano. E ora si sono trovate quelle contrarie: «Se confrontate con quelle coeve”, prosegue Avanzini, “le orme del Monte Buso mostrano indiscutibili analogie con quelle rinvenute in Polonia, in Francia, in Scandinavia e in Nordamerica. Insomma: i dinosauri giurassici delle Alpi erano dinosauri europei”. “Questi risultati – dichiara Fabio Massimo Petti, dell’Università La Sapienza di Roma - sono stati accolti con estremo interesse dagli addetti ai lavori. È ancora da accertare quali fossero, durante il Giurassico inferiore, le aree di connessione tra la Piattaforma di Trento e l’Eurasia. Ma ci lavoreremo». Elisabetta Curzel

Una delle orme ritrovate nella galleria
Una delle orme ritrovate nella galleria










21 settembre 2010





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I nipoti e l'eredità: filippini mai adottati da Sandra e Raimondo

Quotidianonet

"Abbiamo saputo della morte di nostra zia dalla tv - rivela Virginia Vianello -. Non riuscivamo più a metterci in contatto con lei". Poi puntualizza: "I domestici filippini non sono mai stati adottati"



Milano, 21 settembre 2010 - "Abbiamo saputo della morte di nostra zia dalla tv: da tempo a noi nipoti, che le siamo sempre stati tanto vicino, veniva impedito di vederla". A dirlo è Virginia Vianello, la nipote di Raimondo, parlando anche a nome degli altri parenti. Era stata lei a occuparsi del funerale dello zio, del quale aveva seguito gli ultimi giorni di vita, e tenendo i contatti con i giornalisti.
"Da tempo non riuscivano più a metterci in contatto con lei perché ogni volta che telefonavamo o cercavamo di andarla a trovare, i domestici filippini o chi per loro ci dicevano che non era possibile - ha aggiunto sconvolta e tra le lacrime all'Ansa -. Ogni scusa era buona: stava dormendo, non stava bene, era uscita".
"Io sono riuscita a vederla l’ultima volta durante uno dei suoi ricoveri a San Rossore - ha raccontato ancora la nipote -. Sono andata a trovarla il clinica, stava male ma abbiamo parlato tanto e mi ha detto: 'voglio venire a stare con te a Roma'".
L'ultima a vederla un mese fa è stato invece il cugino Edoardo. "E’ riuscito ad entrare in casa - ha detto Virginia - l’ha trovata molto sciupata, non mangiava quasi più", ha proseguito.
"Non sappiamo spiegarci perché ci siamo trovati in questa situazione e non vogliamo accusare nessuno", ha detto ancora Virginia ripetendo di parlare a nome di Valerio, Edoardo, Andrea Vianello e degli altri parenti. "Noi eravamo la famiglia di zia Sandra perché lei aveva dei parenti ma alla lontana e con i quali non manteneva più rapporti da anni - ha aggiunto - Invece nessuno ci ha fatto neppure sapere che nostra zia era stata ricoverata in ospedale".
Come non bastasse, Virginia ha aggiunto: "Non è mai stata formalizzata nessuna adozione nei confronti dei domestici filippini e lo hanno riconosciuto anche loro in una recente intervista".
"Non mettiamo in dubbio ciò che quella famiglia ha fatto per i nostri zii - hanno aggiunto i nipoti - Sia zio Raimondo che zia Sandra erano molto affezionati a loro, i due domestici e i loro figli, soprattutto il più piccolo, Raymond, che era praticamente nato in casa, ma e’ stato accertato che non c’è stata alcuna adozione".
Secondo quanto riferito da un altro conoscente dopo la morte è stato trovato un testamento di Raimondo che lasciava tutti i suoi beni alla moglie Sandra. Non è stato ancora accertato invece se la vedova, a sua volta, abbia lasciato un testamento.
Oltre ai beni patrimoniali, come il lussuoso appartamento con piscina nella residenza Acquario a Milano 2, c’e’ in ballo tutta la gestione dei diritti di immagine.





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Critiche online. Cacciati dall'Hotel

Corriere della sera


Inghilterra, coppia aveva dato un brutto voto all'albergo



SU TRIPADVISOR
Critiche online. Cacciati dall'Hotel
Inghilterra, coppia aveva dato un brutto voto all'albergo

MILANO – Attenzione a non lamentarsi troppo in fretta, magari usando internet e uno dei siti più frequentati per i viaggi online, se la camera che vi hanno dato non è di vostro gusto. Meglio aspettate di essere tornati a casa, per non incorrere nello spiacevole incidente avvenuto in Gran Bretagna a una giovane coppia inglese: cacciata via dall’hotel in cui soggiornava per aver messo in Rete su TripAdvisor un commento poco lusinghiero sulla vacanza in corso. Questo è bastato al proprietario per chiamare le forze dell’ordine e obbligare i due a fare le valigie.
LA STORIA – Adrian Healey, manager della Tesco e ammalato di cancro, insieme con la sua fidanzata Sherrie Andrews, entrambe di 33 anni e residenti a Croyden, nel Surrey, decidono di passare qualche giorno a Blackpool, località sulla costa ovest dell’Inghilterra, affacciata sul mare d’Irlanda. Scelgono il Golden Beach Hote, sul lungomare, e prenotano 3 notti a inizio settembre. Racconteranno alla stampa locale di aver scelto questa vacanza per rilassarsi, la prima negli ultimi 18 mesi, dopo che ad Adrian è stato diagnosticato un cancro ai testicoli e al termine di un ciclo di chemioterapia. Ma arrivati all’hotel iniziano le brutte sorprese. La prima sera non riescono a rientrare in camera per via di lavori in corso nei corridoi, che alcuni operai stavano rifoderando di moquette. Invece che lamentarsi con la direzione, racconta la coppia, i due chiedono solo di avere un asciugamano in più. La seconda delle 3 sere prenotate arriva invece la brutta avventura: il direttore dell’hotel fa irruzione nella loro stanza e intima ai due di lasciare l’albergo.
L’ACCUSA – Il motivo della cacciata dei clienti sarebbe un commento per nulla lusinghiero sulla struttura alberghiera, postato la notte prima da uno dei due su TripAdvisor, uno dei siti internet di recensioni di viaggi più seguiti al mondo. Per obbligarli a lasciare la stanza, il direttore chiama anche le forze dell’ordine e a nulla valgono le proteste della coppia, che chiede almeno un risarcimento per la notte mancata e per il danno subito. Ma la storia del commento resta un mistero, perché i fidanzati dichiarano di non averlo inserito e oggi online non se ne trova traccia, anche se oggi risultano 166 utenti che hanno lasciato un messaggio sul Golden Beach, mentre solo ieri Usa Today parlava di 167 commenti, giusto uno in più oggi sparito. Certo i due turisti qualche ragione dovranno averla avuta, perché l’hotel non è tra i più graditi della zona, se il 59 per cento di chi vi ha pernottato dà una votazione insufficiente ai suoi servizi.

Eva Perasso
21 settembre 2010



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E morta Sandra Mondaini, cinque mesi dopo Raimondo: una vita tra cinema e tv

Il Mattino





MILANO (21 settembre) - L'attrice Sandra Mondaini è morta, questa mattina poco prima delle 13, all'ospedale San Raffaele di Milano dove era ricoverata da circa 10 giorni. Aveva 79 anni: era nata il primo settembre del 1931. Lo scorso 15 aprile era morto il marito, Raimondo Vianello.

«A volte il dolore è insopportabile. Non gioco più a carte, guardo poco la tv, faccio fisioterapia. Ogni tanto telefono a Pippo Baudo, un vero fratello per me. Non riesco ancora a non piangere, anche se Raimondo non vorrebbe che piangessi, piuttosto mi direbbe che devo io asciugare le lacrime agli altri e sorridere», aveva detto Sandra Mondaini a giugno, due mesi dopo la scomparsa di Vianello. «Mi consola il pensiero che, in fondo, non sono l'unica vedova al mondo. Poche le altre consolazioni, perché mi piacerebbe andare in giro per la mia Milano, però con la carrozzina è troppo complicato. E anche giocare a carte è diventato difficile: faccio fatica a tenerle in mano», aveva aggiunto.

Attrice brillante che puntava sulla comicità pura e sulla recitazione, Sandra Mondaini, è stata protagonista di un susseguirsi di sketch indimenticabili che hanno segnato la sua carriera. I più famosi sono quelli con il marito Raimondo Vianello, fra i quali spicca la sit-com Mediaset del 1988 Casa Vianello, anche se i suoi primi sketch matrimoniali furono quelli recitati con Corrado a La Trottola nel 1964.

Proprio agli esordi la Mondaini aveva formato la coppia di "bambini terribili" Filiberto e Arabella con Paolo Poli, che segnò il suo primo successo tv nella Canzonissima del '61. Nel '70 apparve per la prima volta - nel corso di Io e la Befana, la trasmissione Rai abbinata alla Lotteria Italia, nei panni di Sbirulino, il pagliaccio speciale amato dai bambini.



Figlia d'arte di Giacinto Mondaini, il noto pittore e umorista della rivista satirica Il Bertoldo, chiamato Giaci, Sandra, era nata a Milano il 1 settembre 1931 e aveva cominciato a recitare in teatro con Marcello Marchesi, amico di famiglia. La svolta avviene nel 1955 quando inizia a lavorare come soubrette nella compagnia di rivista di Erminio Macario.




L'incontro con Raimondo Vianello è del 1958. Si sposano quattro anni dopo formando una delle più celebri e inossidabili coppie nella vita e in tv. Con lui e Gino Bramieri si impone nella parodia dell'opera pucciniana Sayonara Butterfly (1959) di Marcello Marchesi. Ma sono gli ironici drammi quotidiani di una coppia qualunque a coronare il successo della coppia in tv negli anni '70 con Sai che ti dico, Tante scuse. Nel 1982, Mondaini e Vianello sono tra i primi a lasciare la Rai per passare alle reti Fininvest che non hanno mai lasciato. L'ultimo lavoro era stato il tv
movie inedito Crociera Vianello, per Canale 5, e all'ultimo Festival di Sanremo è stato tributato alla coppia un omaggio ai 52 anni di vita insieme.




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Ciclismo, inchiesta sul doping Arrestato il cognato di Riccò

di Redazione


I carabinieri dei Nas hanno smantellato un’associazione criminale dedita al traffico illecito di sostanze dopanti utilizzate per alterare competizioni agonistiche. Tra gli arrestati: un giornalista, un ciclista professionista e un farmacista. Trentacinque persone indagate



 

Roma - I carabinieri dei Nas hanno smantellato un’associazione criminale dedita al traffico illecito di sostanze dopanti utilizzate per alterare competizioni agonistiche: stamattina tra le province di Roma e Rimini, i militari hanno eseguito 5 ordini di custodia cautelare in carcere emessi dal Gip del tribunale di Perugia, a conclusione di indagini condotte dal locale Nas, nei confronti di un ciclista professionista ed uno amatoriale, un giornalista sportivo, un farmacista ed una infermiera ospedaliera. I cinque arrestati sono ritenuti responsabili di "aver costituito un’associazione per delinquere dedita al traffico illecito di sostanze dopanti, utilizzate da atleti appartenenti a squadre di ciclismo professionistiche e dilettantistiche al fine di alterare lo svolgimento delle competizioni sportive", spiegano i Nas.

Trentacinque persone indagate Nel procedimento sono state indagate in stato di libertà, per gli stessi reati, altre 35 persone, tra ciclisti amatoriali e professionisti, medici sportivi, preparatori atletici, farmacisti e frequentatori di palestre. Oltre agli arresti i carabinieri hanno eseguito 40 perquisizioni domiciliari e personali nelle provincie di Roma, Rimini, Forlì-Cesena, Modena, Prato, Bergamo, Reggio Emilia, Milano, Pistoia, Parma, Latina, Perugia e Bari.

Indagato il cognato di Riccò La figura chiave dell’associazione a delinquere, secondo la ricostruzione dei carabinieri, il ciclista Enrico Rossi soprannominato "Red", professionista del team "Ceramica Flaminia Bossini" di Rieti che risultata completamente estraneo alla vicenda. Rossi, è il fratello di Vania Rossi ex campionessa italiana di mountain bike convivente con il più noto ciclista professionista Riccardo Riccò, risultato estraneo al giro di doping ma che in passato aveva subito due anni di squalifica proprio per doping.

Nell'inchiesta anche ciclisti professionisti Il ciclista Enrico Rossi è stato arrestato stamattina a Torriana, in provincia di Rimini, con l’accusa di aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanze dopanti. Sono stati arrestati, nel corso dell’operazione, anche un ciclista amatoriale, un sedicente giornalista sportivo di origine colombiana, un farmacista e una infermiera. Inoltre in flagranza di reato durante le perquisizioni effettuate stamattina dai militari stamattina è stato arrestato un altro ciclista amatoriale ritenuto appartenente all’associazione. Sono inoltre indagati in stato di libertà, per gli stessi reati, altre 35 persone tra medici sportivi, preparatori atletici, farmacisti, frequentatori di palestre, ciclisti amatoriali e anche professionisti, "tra i denunciati - hanno spiegato i carabinieri - ci sono anche ciclisti professionisti noti a livello nazionale, che corono sia in Italia che all’estero". Ma su questi nomi c’è massimo riserbo degli investigatori. 

Fazio: "Più controlli nel ciclismo amatoriale" L’Italia è fra i Paesi che "possono vantare i migliori controlli antidoping" ma "nel ciclismo amatoriale il fenomeno dell’uso di sostanze è in crescita": così il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a margine della conferenza stampa di presentazione della candidatura ai Mondiali di ciclismo 2013, ha commentato l’ultima operazione dei Nas proprio nell’ambito dei controlli anti-doping." All’interno della Commissione doping del ministero della Salute - ha aggiunto - stiamo pensando a diverse iniziative, come quella di aumentare i fondi per i controlli nel ciclismo amatoriale e di avviare dei percorsi di formazione specialistica per i Nas che operano in questo senso".





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Caserta, nei bar il caffè dei Casalesi

di Redazione


Bar e ristoranti dovevano comprare almeno una busta a settimana da 3 o 5 chili di "Nobis Caffè". Il prezzo "imposto" era di 35 euro a busta. Un'estorsione mascherata da regolare fatturazione: 11 arresti



 
 
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Caserta - Pare che quel caffè non fosse buono. Anzi, qualcuno diceva che era pessimo. Eppure molti bar e ristoranti continuavano a proporlo ai clienti. Di certo non è stato il gusto a far scattare l'operazione "Caffè nero bollente", che ha portato a un arresto e a dieci ordinanze di custodia cautelare in carcere, tra cui una per il capo dell’ala stragista dei Casalesi Giuseppe Setola.  L'indagine della squadra mobile è partita dalla perquisizione compiuta nel covo di Trentola Dugenta, dove il superkiller si rifugiò subito dopo la sua evasione a Pavia. Il fedelissimo del boss Francesco Bidognetti imponeva a l’acquisto del caffè Nobis a bar e ristoranti in una vasta area controllata dal grippo, da Trentola Dugenta ad Aversa, da Castelvolturno a Casal di Principe.

Caffè imposto a bar e ristoranti Gli esercizi commerciali dovevano comprare almeno una busta da tre o cinque chili la settimana, prezzo imposto 35 euro l’una. Una estorsione mascherata da regolare fatturazione delle forniture per cui è finito in manette Giuseppe Nobis, 31enne di Aversa.

L’organizzazione C'erano i collaboratori più stretti di Setola nel'organizzazione che si occupava del caffè: da Davide Granato a Giovanni Letizia, Salvatore Santoro e Gabriele Brusciano. Avevano anche registrato il marchio "Nobis Caffè", creato la società e attivato le partite Iva. Peccato che agli acquirenti fosse chiarito che l’acquisto sarebbe stato gradito a Giuseppe Setola, vendite sempre concluse nonostante la pessima qualità della miscela che risultava persino inutilizzabile.

Dalle vittime niente collaborazione Gli inquirenti però non hanno potuto contare sulla collaborazione delle vittime, ma solo sul ritrovamento nel rifugio del latitante, utilizzato come deposito del caffè, il 25 ottobre 2008 di documenti contabili, fatture, elenchi di clienti.





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Cuba, il regime nega l'espatrio a Yoani

di Redazione


La blogger cubana non potrà prendere parte all’incontro conclusivo di Internet for peace in programma oggi a New York. Le autorità cubane non le hanno rilasciato l’autorizzazione per poter uscire dal Paese



 

L'Avana - La blogger cubana Yoani Sanchez, ambasciatrice della campagna lanciata da Wired Italia per candidare internet al Premio Nobel per la pace, non potrà prendere parte all’incontro conclusivo di Internet for peace in programma oggi a New York al Paley center for media. Le autorità cubane non le hanno rilasciato l’autorizzazione per uscire dal Paese. 

La Sanchez blindata a Cuba L’evento di oggi, organizzato da Wired Italia insieme ai maggiori sostenitori della candidatura della rete al prossimo Premio Nobel per la pace in concomitanza con la giornata mondiale della pace, vedrà la partecipazione degli ambassador di Internet for peace, il guru dei nuovi media Nicholas Negroponte e il Premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, ma non quella della blogger cubana che tramite Twitter ha comunicato la sua impossibilità di lasciare il Paese. "Yoani Sanchez - si legge nella nota dell’associazione - non ha potuto accettare l’invito del direttore di Wired Italia Riccardo Luna poiché, a quanto si legge dai tweet, le autorità cubane competenti non le hanno rilasciato in tempo utile l’autorizzazione per poter lasciare l’Avana, invitando la Sanchez a ripresentarsi la prossima settimana per ottenere risposta".





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La Sakineh Usa, Teheran: loro sono peggio di noi, giustiziano donna disabile

di Redazione


L'agenzia semi governativa Fars denuncia il doppiopesismo statunitense e rilancia: stanno per giustiziare una disabile mentale, se accadrà porteremo Washington davanti alla comunità internazionale


 

Teheran - Due pesi e due misure. Teheran accusa Washington di essersi mobilitata contro l’esecuzione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, fingendo invece di ignorare il caso tutto americano di Teresa Lewis, la disabile mentale che verrà giustiziata giovedì dallo stato della Virginia. I media filogovernativi della Repubblica islamica dedicano ampio spazio in questi giorni alla vicenda della 41enne Lewis, condannata per aver convinto l’allora amante e un complice ad ammazzare il marito e il figliastro nel 2002.

"Denunceremo gli Usa" La commissione parlamentare iraniana dei diritti umani sostiene che il caso della Lewis rifletta i "doppi standard" del governo statunitense, proprio in riferimento a quello dell’iraniana Sakineh condannata alla lapidazione per adulterio. "Se la condanna (di Lewis) sarà portata a termine, denunceremo gli Stati Uniti davanti alla comunità internazionale" minaccia il parlamentare iraniano Hossein Naghavi, portavoce della commissione citato dall’agenzia semi-ufficiale Fars. L’ultima speranza della Lewis risiede nell’appello alla Corte Suprema statunitense presentato dai suoi legali, che insistono sull’incostituzionalità dell’esecuzione per la disabilità mentale della loro assistita, ampiamente dimostrata dagli psicologi. Il destino della donna, infatti, sembra ormai segnato dopo che il governatore Bob McDonnell ha respinto la sua richiesta di clemenza: l’iniezione letale è fissata il 23 settembre.

Parallelo col caso Sakineh "I media statunitensi hanno attaccato l’Iran sul caso di Sakineh - si legge sulla Fars, ripresa dal Guardian di Londra - il caso Lewis ha molte similitudini con quello di Mohammadi Ashtiani, con la differenza che la colpevolezza di Sakineh è stata dimostrata, mentre ci sono un sacco di ambiguità nella vicenda di Teresa. I media americani hanno fatto del loro meglio per trasformare Sakineh in un simbolo dei diritti umani nel contesto delle atrocità che riversano sull’Iran, ma in questi sette anni le organizzazioni dei diritti umani sono rimaste in silenzio su Teresa. E tutto ciò dimostra i loro doppi standard nei confronti degli altri paesi".






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Riciclaggio, indagato Gotti Tedeschi: sequestrati allo Ior 23 milioni di euro

di Redazione


Maxi sequestro in un conto dell’istituto di credito del Vaticano: messo in sicurezza 23 milioni di euro che erano depositati in una filiale del Credito Artigiano Spa. La maggior parte della somma, 20 milioni, era diretta, alla JP Morgan di Frankfurt e il resto alla Banca del Fucino. Il gip contesta la violazione della normativa antiriciclaggio





Roma - Maxi sequestro in un conto dello Ior, l’istituto di credito del Vaticano. Il gip del tribunale di Roma, Maria Teresa Covatta, ha accolto la richiesta della procura capitolina e messo in sicurezza 23 milioni di euro che erano depositati in una filiale del Credito Artigiano Spa. La maggior parte della somma, 20 milioni, era diretta, alla JP Morgan di Frankfurt e il resto alla Banca del Fucino.

Le ricerche della procura Secondo gli inquirenti, lo Ior avrebbe omesso di comunicare gli estremi del soggetto, fisico o giuridico, che voleva originare il movimento finanziario. Per questo, nel fascicolo del pm Stefano Rocco Fava risulta indagato il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi insieme ad un altro dirigente dell’istituto per le opere di religione. Il magistrato contesta la violazione della normativa antiriciclaggio, così come prevista dal decreto 231 del 2007. L’accertamento degli inquirenti e della Guardia di finanza, nucleo speciale di polizia valutaria, è partito allorquando l’Unità informazione finanziaria della Banca d’Italia il 15 settembre scorso ha segnalato la movimentazione di denaro e ordinato la sospensione dell’operazione per cinque giorni lavorativi.

Il sequestro preventivo Arrivata la decisione del gip Covatta, ieri è stato disposto il sequestro preventivo. A Gotti Tedeschi e all’alto dirigente dello Ior vengono contestati due commi dell’articolo 55 del decreto 231 del 2007. Nel primo si legge: "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, l’esecutore dell’operazione che omette di indicare le generalità del soggetto per conto del quale eventualmente esegue l’operazione o le indica false è punito con la reclusione da sei mesi a un anno e con la multa da 500 a 5mila euro". La seconda fattispecie ipotizzata è quella prevista dal terzo comma. "L’esecutore dell’operazione che non fornisce informazioni sullo scopo e sulla natura prevista dal rapporto continuativo o dalla prestazione professionale o le fornisce false è punito con l’arresto da sei mesi a tre anni e con l’ammenda da 5mila a 50mila euro". 

I rapporti con la Città del Vaticano La Città del Vaticano fa parte dei paesi extracomunitari e pertanto nei rapporti con lo Ior vanno applicati obblighi "rafforzati" (e non semplificati) di "adeguata verifica", previsti dall’articolo 28 del decreto 231/07. In pratica l’istituto delle opere di religione deve impegnarsi a identificare i propri clienti e a comunicare, su richiesta, dati e informazioni sui conti che gestisce per consentire la segnalazione di operazioni sospette e deve poi comunicare periodicamente le informazioni necessarie ad associare alla clientela la movimentazione degli assegni. L’iscrizione del presidente Gotti Tedeschi e dell’altro dirigente, quali rappresentanti legali della banca del Vaticano, sono un "atto dovuto".

Le competenze sullo Ior Dopo che la Cassazione nel 2003 ha restituito all’autorità giudiziaria italiana la competenza sullo Ior, quello disposto dal gip Covatta è il primo provvedimento. Il Credito valtellinese, che è maggiore azionista del Credito Artigiano, aveva comunicato alla Banca d’Italia di aver deciso di interrompere da aprile 2010 l’operatività del conto intestato allo Ior. Ma quest’ultimo, il 6 settembre aveva chiesto di eseguire i due bonifici di 3 e 20 milioni di euro. Così è partita l’informativa dell’Uif di qui la sospensione delle operazioni richieste e poi il sequestro preventivo. Ora la vicenda, quasi certamente, arriverà al tribunale del riesame.




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Ecco Puggy, il cane con la lingua più lunga al mondo

Il Mattino


WASHINGTON (20 settembre) - Puggy, un cane di razza Pechinese che vive in Texas. Puggy è entrato ufficialmente nel Guinnes World Record come il cane con la lingua più lunga del mondo, lunga ben 11,43 centimetri.




with a tongue like this...I want ice cream!!



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Napoli, omicidio nel cuore di Napoli: il boss coinvolto nella morte di Petru

Il Mattino



  

NAPOLI (21 settembre) - Esecuzione di camorra, ieri sera, in pieno centro: un killer, a piedi, ha ucciso con due colpi di pistola Francesco Terracciano, esponente di spicco dell’omonima famiglia criminale dei Quartieri Spagnoli. Il sicario è entrato in azione in piazzetta Francese, a pochi passi dal teatro Mercadante, ma anche vicino a ristoranti e pizzerie che proprio nelle ore serali fanno registrare il pienone. Turisti, passanti, automobilisti hanno probabilmente assistito all’agguato. Francesco Terracciano, 58 anni, è morto al Loreto mare. Un personaggio noto nella complessa mappa del malaffare alle spalle di via Toledo. Fratello di Salvatore e Eduardo Terracciano, zio di Manuela (giovanissima condannata per aver ucciso un ragazzo durante i festeggiamenti di Capodanno di due anni fa), legato a doppio filo agli affari di una famiglia radicata nella cosiddetta zona delle «chianche». Un clan familiare, da sempre specializzato nei prestiti ad usura e nel racket delle estorsioni, tanto da taglieggiare commercianti di via Toledo, ma anche bancarellari, fino a prendere di mira addirittura i proventi della prostituzione dei cosiddetti femminielli di via Verdi. Terracciano avrebbe avuto un ruolo anche nel raid che portò alla morte del fisarmonicista romeno Petru





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Lucca, odia le campane Minaccia prete: stalking

di Redazione


"Ossessionato" dal suono delle campane della chiesa avrebbe manifestato il suo disappunto prima limitandosi a telefonare in parrocchia, poi però avrebbe iniziato a minacciare di morte il sacerdote



 

Lucca - Un rumore che non riesce a tollerare scatena una nuova forma di stalking. "Ossessionato" dal suono delle campane della chiesa avrebbe manifestato il suo disappunto prima limitandosi a telefonare in parrocchia, poi però avrebbe iniziato a minacciare di morte il sacerdote. È l’accusa per la quale i carabinieri della compagnia di Lucca hanno denunciato un uomo di 63 anni. Atti persecutori nei confronti del prete il reato ipotizzato. Nei confronti dell’uomo, pensionato, si spiega in una nota dei militari, il gip ha inoltre disposto la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Sempre secondo quanto spiegato dai carabinieri, il sessantatreenne inizialmente avrebbe telefonato in chiesa per manifestare il suo disappunto ogni volta che suonavano le campane. La situazione sarebbe poi degenerata da giugno quando l’uomo, "sia verbalmente che telefonicamente, ha iniziato a minacciare di morte il parroco nel caso avesse continuato a suonare le campane". I particolari della vicenda verranno illustrati durante una conferenza stampa che si terrà stamani, alle 11.30, al comando provinciale dei carabinieri di Lucca




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Si ritrae mentre spara alla regina e al Papa: è choc

La Stampa


In Brasile ha subito suscitato un putiferio. L'artista Gil Vicente ha esposto una serie di opere controverse, intitolata "Inimigos" (Nemici), alla Biennale di San Paolo.



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New York, rogo sotto il ponte di Harlem

Il Mattino


NEW YORK (20 settembre) - Un incendio su un ponte del fiume Harlem, che collega Manhattan al Bronx, ha provocato l'interruzione di parte del traffico ferroviario delle linee Metro North, quelle che collegano la stazione di Grand Central alla valle dell'Hudson e al Connecticut. Le tv all news stanno mandando in onda immagini del ponte in fiamme, che i vigili del fuoco stanno tentando di spegnere l'incendio dalle loro vedette sul fiume Harlem. L'interruzione dei collegamenti ferroviari rischia di creare ingorghi mostruosi a New York, già sotto pressione per il vertice all'Onu.



NYC Bridge Fire Stops Metro-North Trains



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Montecarlo, le (nostre) carte arrivano ai pm Ma la documentazione per ora è "incompleta"

di Redazione


Gli atti pubblicati dal "Giornale" sono in Procura a Roma. La documentazione giunta da Montecarlo, però, è "incompleta": non si riesce a valutare l’immobile. Raddoppiata la protezione al presidente della Camera



Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Era ora, carta canta. Fra stecche rogatoriali e stonature procedurali, con gran fatica è finalmente arrivata in procura a Roma una parte dei documenti, richiesti senza eccessi d’entusiasmo dagli inquirenti capitolini alle autorità monegasche, che dovrebbero aiutare a fare luce sugli eventuali illeciti commessi nella compravendita della famosa casa di Montecarlo. Quella lasciata in eredità ad An da Anna Maria Colleoni, svenduta a una fiduciaria off-shore, da questa ceduta a una gemella e, a oggi, ancora abitata dal cognato del presidente della Camera, Giancarlo Tulliani.


LA ROGATORIA «SALVA TULLIANI»

Il plico giunto dal Principato di Monaco conta una sessantina di pagine in tutto - in grandissima parte si tratta di materiale già scovato e pubblicato in cinquanta giorni dal Giornale - che dunque diventano ora ufficialmente materia di indagine per quei pubblici ministeri della Capitale sempre più restii a convocare colui che sembra invece ricoprire un ruolo chiave nell’operazione immobiliare fra Roma, i Caraibi e Montecarlo: Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta.
Testimone preziosissimo, perché fu lui a segnalare al «cognato» l’interesse per l’immobile monegasco da parte di una società che poi effettivamente acquistò, a un quinto del valore di mercato, l’appartamento da An, e perché alla fine della strana, doppia compravendita tra il partito di via della Scrofa e le società off-shore gemelle fu, casualmente, sempre lui a ritrovarsi come inquilino nel medesimo immobile.
A Roma gli atti ricevuti ieri sono stati definiti «incompleti». Ma a quanto negli ultimi giorni facevano sapere nel Principato, a essere carente e vaga sarebbe stata la rogatoria inviata all’estero dalle toghe romane, inoltrata quando buona parte degli atti e delle testimonianze raccolte dal Giornale non erano ancora state pubblicate, ampliando i confini di un affaire politico-immobiliare che sempre più imbarazza Fini e i suoi familiari.
Per questo motivo il procuratore capo, Giovanni Ferrara, ha inviato a Montecarlo un supplemento di rogatoria, chiedendo carte che possano meglio inquadrare il reale valore dell’immobile, oltre agli accertamenti fiscali collegati alla dichiarazione di successione sul testamento della contessa Colleoni che donò il suo appartamento ad An. Il valore dato all’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo, in sede di successione e poi nei diversi passaggi di proprietà. Addirittura il carteggio riservatissimo è stato inviato, per rogatoria, all’indirizzo sbagliato: a piazza Cavour, presso la Cassazione, anziché a piazzale Clodio, sede della procura della Repubblica.
MA IL COGNATO DI FINI È ANCHE IL PROPRIETARIO?

Ma cosa contiene il plico monegasco che da oggi dà un po’ di spessore al fascicolo d’indagine, tenendo compagnia ai verbali del tesoriere e dell’amministratore di An, Francesco Pontone e Donato Lamorte, del senatore ex An Antonino Caruso e della segretaria di Fini, Rita Marino? Tra le altre carte, c’è anche il documento del contratto di affitto tra Timara e Tulliani, pubblicato nei giorni scorsi dal Giornale, quello in cui le firme di locatario e affittuario sono identiche. La procura lo ha definito «nota di trascrizione sul pubblico registro del contratto», ma in realtà è qualcosa di più: un «avenant», ossia un accordo che modifica un elemento del contratto di locazione originario. È l’atto ufficiale a disposizione delle preposte sedi monegasche (Ufficio del registro, il comando di polizia della Sûreté Publique, l’associazione delle agenzie immobiliari). Detto questo, in Procura è arrivato anche il contratto iniziale al quale l’avenant fa riferimento. E anche se ovviamente non c’è stato il tempo per procedere con perizie calligrafiche, sulla prima scrittura le firme dei contraenti (che dovrebbero essere Tulliani e la Timara) sarebbero diverse. Sarà necessario capire il motivo di questa vistosa discrepanza tra i due documenti, ma d’altra parte gli elementi di «confusione» tra affittuario e locatario, in questa storia, sono molteplici. C’è anche la bolletta della luce, intestata a Tulliani, pagata da Tulliani ma domiciliata a casa di James Walfenzao, l’intermediario e consulente fiscale che ricopriva incarichi di rappresentanza nelle fiduciarie che controllavano le due off-shore, Printemps e Timara.

UTENZE E DOMICILI OVVIAMENTE OFF SHORE

E c’è la richiesta di pagamento di spese condominiali spedita dal Syndic Michel Dotta a casa Tulliani, ma intestata curiosamente «Timara ltd-(Mr Tulliani)». Comunque, se le firme sul contratto primigenio ora in possesso dei pm romani sono leggibili, sarà molto interessante sapere chi firma l’atto per conto della Timara. Le altre carte giunte oggi in procura i lettori del Giornale le conoscono bene. Si tratta degli atti di compravendita dell’appartamento tra An e Printemps prima (l’11 luglio del 2008) e Printemps e Timara poi (15 ottobre dello stesso anno). Accompagnate da allegati, certificati, procure. Carte che raccontano il doppio rimbalzo della casa della contessa Colleoni dal partito a cui la donna l’aveva donata alla fiduciaria che l’ha affittata al «cognato» di Fini. Sul primo di quei contratti c’è scritto nero su bianco il prezzo di vendita della casa: 300mila euro. Il dettaglio che finora più ha appassionato la procura di Roma. E, in fondo, l’elemento più sconcertante dell’intera storia, visto che l’immobile che avrebbe dovuto e potuto finanziare la «buona battaglia» con un considerevole afflusso di denaro nelle casse del partito è stato invece ceduto a un quinto almeno del suo valore di mercato.
UN’ALTRA COINCIDENZA SULL’ENNESIMA SOCIETÀ

E se gli investigatori si dovessero appassionare anche ai risvolti fiscali della vicenda, quei due contratti spiegano molto bene quanto il sistema di società sia stato architettato per non far risalire al reale acquirente della casa. Due fiduciarie off-shore «coperte», il cui proprietario resta misterioso, ma a loro volta controllate da altre fiduciarie. Un gioco che lo specialista Tony Izelaar ha spiegato qualche giorno fa a un cronista di Libero accennando a una società utilizzata come «azionista visibile», parlando di Janum. Probabilmente il riferimento è alla Janom Partners ltd, ossia a una delle altre due fiduciarie che appaiono nei contratti (l’altra è la Jaman Directors). In pratica Walfenzao e Izelaar controllavano Printemps e Timara in qualità di “ad” di Janom e Jaman. Scatole vuote, ma «trasparenti». Il cui nome può essere speso con le autorità straniere, italiane per esempio, che potrebbero voler chiedere chi c’è dietro alla offshore che ha fatto affari col partito di Fini. E allora, come dice candidamente Izelaar, «noi indichiamo Janum o qualche altra società, non il vero cliente». Già, chi è il vero cliente?


gianmarco.chiocci@ilgiornale.it - massimo.malpica@ilgiornale.it




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Nuove misure di sicurezza

di Redazione


Rientro super-blindato dalla già abbastanza blindata vacanza ad Ansedonia per il presidente della Camera e leader del Fli Gianfranco Fini. Come scrive il Messaggero, all’ex leader di An, dai primi di settembre, è stata rafforzata la protezione: doppia macchina di scorta, doppio giro di protezione degli addetti alla sicurezza che lo circondano quando è in pubblico, persino uno «scudo antiproiettile», una specie di coperta blindata che, in caso di attacco, viene stesa sopra la personalità da proteggere.

Un rafforzamento repentino, quello della scorta del leader del Fli. Il «debutto» del nuovo assetto di sicurezza del presidente della Camera è di fatto avvenuto lo scorso 5 settembre a Mirabello, in occasione della kermesse di Futuro e Libertà durante la quale Fini ha pronunciato il suo discorso programmatico. Proprio la presenza sul palco della manifestazione, praticamente a un passo dal leader e pronto a intervenire, di un body guard con in mano una valigetta rettangolare nera ha fatto capire che le misure di protezione nei confronti di Fini erano state potenziate.

Ignoti i motivi dell’aumento dell’allarme per Fini, e dell’incremento della tutela. Un gesto preventivo, tanto più che dopo lo «strappo» col Pdl a Roma sono comparsi manifesti di estrema destra che annunciano azioni eclatanti contro il «traditore»? O qualcosa di più pesante, magari timori di attentato per le alte cariche dello Stato? Difficile dirlo. L’unico dato certo è che la scorta è stata di fatto raddoppiata. Le auto blindate che vigilano sugli spostamenti sono diventate due. Ed è anche aumentato il numero di guardie del corpo, visto che il «giro» che circonda Fini quando è in mezzo alla folla è diventato doppio. E poi lo scudo, che a Mirabello ha provocato anche battute ironiche della serie «Fini ha ormai l’arma nucleare per far deflagrare il Pdl». Lo scudo anti-proiettile è un’ulteriore misura di sicurezza rispetto a quelle delle quali Fini, in quanto presidente della Camera e terza carica dello Stato, godeva. Ma non è una misura inusuale. Si usa infatti comunemente quando alte cariche dello Stato partecipano a occasioni pubbliche davanti alla folla.

Fini ha accettato il potenziamento delle misure di sicurezza. Ma non avrebbe comunque rinunciato alle sue abitudini private romane - la passeggiata mattutina nella zona di casa, quella in bicicletta a Villa Borghese - o ai suoi appuntamenti. Come quello di sabato prossimo, con un altro blindato «doc», lo scrittore Roberto Saviano, e con Walter Veltroni a Pollica (Salerno), per ricordare il sindaco Angelo Vassallo ucciso due settimane fa dalla camorra.




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Ecco lo stato di famiglia dei Tulliani. C’è anche Fini

di Redazione


Partorire a Messina non conviene. Non è prudente. I rischi sono troppo alti. Il lettore ricorderà quanto accadde alcune settimane orsono: una donna, giunta a fine gravidanza, si reca in ospedale per dare alla luce un bimbo; e qui succede l’inimmaginabile. Due medici si occupano della signora, ma non sono d’accordo sul da farsi: uno propende per il parto naturale, l’altro invece ritiene che sia più opportuno procedere con il cosiddetto taglio cesareo.

Non sarebbe il momento migliore per litigare onde far prevalere la propria opinione; ma i dottori si accalorano, difendono ciascuno il proprio punto di vista e trascurano che l’importante non è come far nascere il bebè, ma farlo nascere sano senza far del male alla mamma. E attaccano briga.
Dalle parole ai fatti, il passo è breve. La discussione degenera in match pugilistico. Peccato che, mentre i camici bianchi si azzuffano come galletti, la partoriente si aggrava. Le sue condizioni, quando finalmente qualcuno si dedica a lei, sono critiche. La salvano, ma resta sterile.

E il piccino? Viene al mondo, ma rimarrà segnato per tutta l’esistenza, perché ha subìto danni irreversibili che lo renderanno un infelice.
La vicenda ha dell’incredibile, ma è vera; quando si viene a sapere perché giornali e tivù la divulgano con giustificata enfasi, suscita dolore, indignazione e stupore. Consolava, si fa per dire, l’ipotesi che si trattasse di un episodio destinato a restare isolato, una eccezione in base alla quale non fosse lecito valutare negativamente tutta la sanità messinese, siciliana, italiana in genere. E invece ieri sono arrivate sui tavoli della redazione due notizie fotocopia di quella che pensavamo unica nella sua atrocità.

Proprio così. Altri due casi identici. Identico anche il luogo (coincidenze?) in cui sono avvenuti: Messina. Mi rendo conto, mentre scrivo, che molti lettori si spaventeranno, ma bisogna pur raccontare l’accaduto. Ancora due medici che litigano furiosamente e si pestano; e ancora una donna al centro dell’assurdo scontro: parto naturale o taglio cesareo? La signora, nonostante tutto, se la cava, mentre il neonato è in coma.
Non avevamo ancora metabolizzato questa seconda storia di malasanità (per usare un termine gentile), ed eccone una terza. Si è appreso di un’altra zuffa per il tipo di intervento da eseguire su una partoriente. Stavolta però è andata meglio. Il bambino sarebbe stato dimesso incolume, e la mamma anche.

Il problema ora è capire se siamo di fronte a manifestazioni di follia contagiosa o se vi sia qualcosa nella sanità italiana che supera la nostra capacità di sopportazione. In attesa di scoprirlo, si può solo raccomandare a chi gestisce le strutture pubbliche di non consumare tutte le energie nelle lotte di potere, e di riservare un po’ di attenzione al popolo (che non è una parolaccia, ma siamo tutti noi), risparmiandogli almeno le tragedie che si possono evitare.

Come? Per iniziare, sostituendo i boxeur con medici che non siano da barzelletta.




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Salvataggio in extremis, come in un film, mentre la barca va a picco

Il Mattino


ZAGABRIA (20 settembre) -La barca di un agricoltore di 56 anni, rischia di affondare nelle acque del fiume Sava. L’elicottero dei soccorsi arriva appena in tempo: l'uomo viene salvato pochi istanti prima che la barca venga inghiottita




RESCUE IN CROATIA-DRAMATIC FOOTAGE



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