giovedì 23 settembre 2010

Napoli, raid vandalico a Enerambiente danneggiati 46 mezzi della raccolta rifiuti

Il Mattino


Il Sindaco telefona al procuratore Lepore per individuare subito i responsabili. Prelievo rifiuti sotto scorta della polizia





NAPOLI (23 settembre) - Numerosi mezzi utilizzati per la raccolta dei rifiuti sono stati danneggiati in un raid vandalico alla sede di Enerambiente a Napoli. Si tratta della ditta che procede alla raccolta per l'Asia, in alcuni quartieri della città. Si tratta della stessa azienda che, per una vertenza interna, ha avuto gravi defezioni del personale nelle operazioni di prelievo dei rifiuti. 

A danneggiare i mezzi della raccolta dei rifiuti di Enerambiente sarebbe stato un gruppo di circa 50 persone, introdottesi negli uffici di Enerambiente a Napoli, in via de Roberto. Secondo la polizia, che indaga sul raid, sono stati danneggiati 46 compattatori, fra cui 4 auto e 3 furgoni.

Raccolta Nu sotto scorta della polizia.
I mezzi della raccolta dei rifiuti saranno scortati dalla polizia la prossima notte. Lo afferma il questore Santi Giuffrè, dopo il raid vandalico questa sera nella sede di Enerambiente. «Abbiamo predisposto un piano di vigilanza lungo l'itinerario dei pochi mezzi di Enerambiente rimasti a disposizione per la raccolta», ha spiegato il questore. «I compattatori saranno scortati da forze di polizia perchè non possiamo rischiare un ulteriore agguato», ha aggiunto.

La reazione del sindaco. Un «episodio di gravissima violenza ha praticamente distrutto gli uffici di Enerambiente e reso inutilizzabili oltre 50 mezzi della stessa società che avrebbero dovuto essere impegnati per raccogliere i rifiuti che attualmente sono depositati nelle strade del centro e del quartiere Vomero». Lo sottolinea il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino. «L'Amministrazione Comunale - evidenzia la Iervolino - ha immediatamente reagito non solo prendendo tutte le misure possibili per realizzare una sia pur parziale raccolta su tutto il territorio, ma per proteggere coloro che questa notte effettueranno la raccolta».

Identificare subito i responsabili. Il sindaco «si è messo in immediato contatto con il procuratore della Repubblica Lepore chiedendo di esperire immediate indagini al fine di individuare coloro i quali hanno perpetrato il gesto vandalico». Inoltre ha preso contatto con le forze dell'ordine «ai massimi livelli perchè assicurino una forte ed efficace sorveglianza e protezione di tutti gli operatori impegnati e dei luoghi sensibili».




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Sei gay», e gli versano addosso un secchio di urina

Corriere della sera


Aggressione omofoba a Ragusa. Vittima un 25enne: «Sono stati degli idioti». Fuggiti gli autori del gesto


RAGUSA - Un secchio di urina addosso. Perché è gay. È successo a Ragusa. La vittima del gesto di omofobia, un 25enne, si trovava nella sua auto nella periferia della città, quando un'altra vettura gli si è affiancata: dopo uno scambio di battute e insulti all'uomo è stato rovesciato addosso il contenuto di un secchio. Era urina. Gli autori del gesto subito sono fuggiti, ma la vittima è riuscita ad annotare il numero di targa e a denunciarli alla polizia. La polizia di Ragusa ha immediatamente avviato le indagini per individuare gli autori del grave atto di intolleranza.

IL RACCONTO - All'agenzia Ansa, il ragazzo, che si chiama Vincenzo ha raccontato l'aggressione: «Martedì scorso mi trovavo in una zona in cui noi gay ci incontriamo. Degli idioti, tre o quattro, in auto sono passati accanto alla mia vettura, io stavo ascoltando la radio, si sono accostati e mi hanno lanciato contro un secchio di urina che ha colpito la mia macchina. Li ho inseguiti e ho preso la targa. Poi sono andato in questura a fare la denuncia». Vincenzo frequenta l'università, ha due sorelle e i genitori fanno gli imprenditori. Ricorda che sei anni fa mentre era in motorino con un amico, quattro ragazzi lo affiancarono in auto ingiuriandolo. 


«Noi rispondemmo alla provocazione - racconta- loro scesero dalla macchina e ci pestarono. Io fui ricoverato in ospedale con le costole rotte ed ebbi un mese di prognosi. Feci denuncia ma non si riuscì a scoprire chi fossero». Aggiunge: «A Ragusa sto bene. Non sono discriminato, ho tantissimi amici, persone che mi vogliono bene, però, come in tutti i posti, ci sono gli imbecilli che non ci rispettano. Qui c'è un clima tranquillo anche se il mio sogno è andarmene perché questo è sempre un piccolo centro e per noi ragazzi non ci sono vere chance»


«FERMA CONDANNA» - Il sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale, ha condannato gli autori del grave gesto: «Si tratta di un atto deprecabile ai danni di un nostro concittadino, da condannare con fermezza e determinazione, qualunque sia la matrice che lo abbia fatto scaturire. Nulla può giustificare un comportamento di questo genere. Ragusa non merita questo, non merita vigliacchi capaci di tali 'prodezzè. E se si accerterà la matrice omofoba, ciò che è successo è ancora più grave. 

 L'intolleranza e la discriminazione sono inaccettabili». Anche Silvio Galizia, capogruppo Pdl-S alla provincia regionale di Ragusa condanna l'aggressione. «Non riesco a concepire un simile atto violento e soprattutto vile - continua - consumato ai danni di questo ragazzo ad opera di un gruppo di imbecilli che, dopo l'aggressione, sono scappati via. Spero che le forze dell'ordine possano identificare gli aggressori del ragazzo gay nel breve tempo possibile, dando anche un forte segnale a chi, in futuro, non riesce a vivere civilmente in una città quale Ragusa, che è stata da sempre modello per le altre 8 province siciliane».

L'ULTIMO PRECEDENTE - Solo pochi giorni fa era stata denunciata l'aggressione ad una coppia inglese di gay a Pignataro, nel frusinate, da parte di un gruppo di uomini che aveva assalito a calci e pugni i due coniugi regolarmente sposati in Inghilterra perché si erano scambiati effusioni in pubblico.

Redazione online
23 settembre 2010




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Il mistero delle pietre che camminano

Repubblica


Usa, nella Death Valley il fenomeno dei massi che si spostano da soli. Una nuova teoria: colpa del ghiaccio

Ecco il giornale con la pubblicità sonora

Repubblica


Per la prima volta in India sperimentati dei box con inserite cellule attivate dalla luce che producono la voce dello speaker che pubblicizza un'auto. Appena si volta pagina la cellula non è più esposta alla luce e la voce si spegne. Con storie esilaranti di gente che si spaventa, pensa agli spiriti, la polizia allertata per voci che provengono dai cassonetti e così via

Usa: lanciato satellite, mistero sull'utilizzo

Repubblica


Il lancio, dalla base dell'areonautica americana di Vanderberg, in California, di un vettore "Atlas V": compito, trasportare nello spazio un satellite la cui natura è misteriosa "per motivi di sicurezza nazionale" 


L'ultimo applauso a Sandra Mondaini Chiesa gremita e Sbirulino sull'altare

Il Messaggero


Seppellita a Lambrate, lontana da Raimondo che è al Verano




  

ROMA (23 settembre) - Si sono svolti oggi nella chiesa di Dio Padre a Segrate i funerali di Sandra Mondaini, l'attrice morta l'altro ieri a 79 anni. La bara è entrata in chiesa accompagnata dalla famiglia di filippini che per anni ha vissuto in casa con i Vianello. I domestici si sono seduti in prima fila mentre dietro di loro hanno preso posto i nipoti di Raimondo, gli unici parenti in vita, anche se indiretti, di Sandra Mondaini.

Il feretro è stato accolto dagli applausi da una folla di persone fuori dalla chiesa, anche se il numero dei partecipanti è stato inferiore rispetto alle esequie di Raimondo Vianello, cinque mesi fa nella stessa chiesa. Ridotte anche le misure di sicurezza: quando la bara è stata portata in chiesa molti comuni cittadini sono riusciti a entrare in parrocchia occupando quasi tutti i posti. Sull'altare qualcuno ha sistemato un pupazzo che ricorda Sbirulino, uno dei personaggi più famosi di Sandra.

Presenti alla funzione anche il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, il vicepresidente Pier Silvio Berlusconi, il sindaco di Milano,Letizia Moratti, e il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà. In chiesa anche diversi personaggi dello spettacolo, come Pippo Baudo, Gerry Scotti, Alba Parietti, Ezio Greggio.

La salma è stata sepolta al cimitero di Lambrate. Secondo quanto ha riferito la famiglia di filippini, è stata Sandra a volere così, perché a Lambrate è sepolta anche la madre. Raimondo, invece, è stato tumulato nella tomba di famiglia al Verano a Roma. Finita la cerimonia in chiesa, i filippini e i familiari di Raimondo sono andati insieme al cimitero.





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Responsabilità sul copyright, Google vince una battaglia in Spagna

Corriere della sera


Scritto da: Federico Cella



Si festeggia oggi dalle parti di Mountain View
, nei suoi uffici regionali in Europa e forse anche in altre località delocalizzate della Rete. La tv privata spagnola Telecinco ha infatti perso la causa che aveva avviato contro Youtube di proprietà di Google, come riferisce oggi la stampa spagnola ripresa dall'Ansa. L'aula numero 7 del tribunale commerciale di Madrid ha dato i ragione a YouTube considerando la non violazione della legge sulla proprietà intellettuale con la pubblicazione sul suo sito di estratti video non autorizzati di programmi di TeleCinco.



"La vittoria di oggi conferma quello che abbiamo detto nel corso di tutto il processo: YouTube rispetta la legge", dichiarano dall'azienda. "La decisione riconosce che YouTube è esclusivamente un intemediario che fornisce servizi di hosting di contenuti e pertanto non è tenuto a verificare preventivamente i video che vengono caricati". Sul blog di Google un post è intitolato "Una vittoria per Internet" perché la sentenza spagnola di fatto lascia così la libertà di circolazione dei contenuti, con una "legge che definisce il giusto punto di equilibrio" tra i detentori dei contenuti e le piattaforme web. Nessun commento al momento da parte dell'emittente di proprietà di Mediaset, che però ha riferito al sito internet del Mundo che farà appello probabilmente a un organismo internazionale, forse la Corte europea.

TeleCinco, che aveva presentato ricorso contro YouTube dopo la pubblicazione sul sito di immagini piratate estratte dai suoi programmi (come quelle un po' "hot" e molto cliccate del bacio che vedete qui sotto), aveva ottenuto una sentenza a suo favore nel 2008, ma Google aveva fatto appello. Nella sentenza odierna il giudice spagnolo afferma che "è materialmente impossibile controllare tutte i video messi a disposizione degli utenti, dato che ve ne sono oltre 500 milioni". YouTube, prosegue la sentenza, "non è un fornitore di contenuti e quindi non ha l'obbligo di controllare preventivamente la illegalità di quelli che presenta sul suo sito": "il suo unico obbligo", aggiunge il tribunale, "è appunto di collaborare con i proprietari dei diritti per, una volta identificata l'infrazione, procedere al ritiro definitivo dei contenuti".




Ricorsi analoghi sono stati presentati contro Youtube anche in Italia, da Mediaset, proprietaria di Telecinco in Spagna, in Francia da Tf1 e in Germania da Peterson, come ricorda l'Ansa. Secondo il portavoce di Google per l'Europa del Sud Bill Echikson, la sentenza spagnola è finora "la più importante in Europa sulla questione dei diritti d'autore".

Pubblicato il 23.09.10 13:03



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Siani, 25 anni fa l'omicidio del giornalista Napolitano: «Ricordare il suo esempio»

Il Mattino


Premi e ricordi per il cronista del Mattino ucciso dalla camorra
La Iervolino: «Un eroe, ha avuto il coraggio di dire la verità»




NAPOLI (23 settembre) - «A 25 anni dal barbaro assassinio di Giancarlo Siani è importante ricordare sempre, senza ombra di ritualità, alle nuove generazioni il suo coraggioso esempio di impegno professionale, di senso civico e di educazione alla legalità».

Lo scrive il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato al direttore del Mattino, Virmar Cusenza, in occasione del Premio giornalistico Siani che si svolgerà oggi.

Il Capo dello stato definisce «apprezzabile la scelta di caratterizzare la VII edizione del premio giornalistico dedicato al giovane cronista assassinato dalla camorra con il convegno dell'Osservatorio "Ossigeno per l'informazione" sull'impegno del giornalismo italiano a sostegno dell'azione delle forze dello Stato e delle rappresentanze più illuminate della società civile per contrastare e debellare la inquietante presenza e la minaccia della criminalità organizzata».

Il premio del Mattino, la corona di fiori al Vomero, un murale con dedica, un coro di clacson stasera a Benevento. Ricorre oggi il 25esimo anniversario dell'assassinio del giornalista Giancarlo Siani (nella foto, il murale di Raffo a Ponticelli). Alle 9 questa mattina la deposizione di fiori alle Rampe Siani.

A seguire nella sala consiliare della municipalità sarà celebrato un consiglio straordinario in sua memoria. Dalle 10, nella sala riunioni de «Il Mattino» in via Chiatamone, presentato il secondo rapporto annuale di «Ossigeno per l'informazione» sui cronisti minacciati in Italia: intervengono Alberto Spampinato direttore dell'Osservatorio, e Roberto Natale presidente della Fnsi. Testimonianze di Lirio Abbate, Arnaldo Capezzuto, Rosaria Capacchione, coordina il direttore del Mattino Virman Cusenza. Alle 11,30 la consegna del Premio Siani.

La Iervolino: un eroe. «Giancarlo è stato per noi un eroe perché ha avuto il coraggio di dire la verità e di farlo con un senso civico che deve essere un simbolo». Così il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, parlando in ricordo di Giancarlo Siani. Stamattina è stata deposta una corona di fiori nel quartiere Arenella, dove abitava Siani. «La presenza dei giovani e le loro parole spontanee sono un messaggio di speranza a chi bombarda con segnali di rassegnazione», ha aggiunto il primo cittadino.

Il prefetto di Napoli, Andrea De Martino, ha ricordato i 150 anni dell'Unità d'Italia: «Sono uomini come Giancarlo Siani che hanno contribuito con forza a rivendicare questa unità e i valori che essa ci trasmette, come quello di avere un forte impegno civile a favore della legalità e della verità». Nel quartiere Arenella, in occasione della deposizione della corona di fiori, presenti anche il questore di Napoli, Santi Giuffrè, Paolo Siani, fratello di Giancarlo, i parenti di altre due vittime della camorra al Vomero, Silvia Ruotolo e Salvatore Buglione, gli assessori, Alfredo Ponticelli, Diego Guida e Marcello Daponte e gli studenti delle scuole Mazzini e Maiuri. Il presidente della Municipalità, Mario Coppeto, nel ricordare che il consiglio di quartiere si riunisce in seduta straordinaria per commemorare Siani, ha detto: «Ogni anno diciamo "mai più" eppure è di poche settimane l'omicidio di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, e il Vomero ha purtroppo molte vittime della camorra da ricordare«».





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Teresa Lewis, è la notte del boia A morte negli Usa la minorata psichica

Il Messaggero


L'ultima speranza concellata dal "no" della Corte Suprema
Ahmadinejad aveva paragonato il caso a quello di Sakineh




 
di Anna Guaita

NEW YORK (23 settembre) - Stasera alle nove, quando in Italia sarà notte fonda, Teresa Lewis sarà messa a morte. La sua ultima speranza di ottenere un rinvio è crollata ieri quando la Corte Suprema ha rifiutato di studiare il suo caso. Il giorno prima, il governatore della Virginia, Bob McDonnell aveva a sua volta rifiutato la grazia dichiarando che la sua decisione era ”definitiva”. La reazione dell’avvocato difensore, James Recap, è stata molto triste: «Una persona fondamentalmente buona verrà messa a morte».

Il caso di Teresa Lewis ha attratto molta attenzione nel mondo, ma negli ultimi giorni sI è parlato di lei anche di più in seguito al fatto che il presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadinejad, ha preso il suo caso a esempio del fatto che nell’Occidente esistono due pesi e due misure: si guarda alla condanna di Sakineh Ashtiani come a un orrore e non si protesta altrettanto per la condanna di Teresa.

La Lewis ha ricevuto la pena capitale per aver orchestrato l’omicidio del marito e del figliastro, allo scopo di incassare i 250 mila dollari della loro assicurazione sulla vita. Durante il processo si è però capito che la signora aveva un quoziente di intelligenza ai limiti della normalità, e per l’abuso di farmaci ipnotici questa condizione si era anche aggravata. Invece uno dei due sicari, Matthew Shallenberg, che era anche l’amante di Teresa, era uomo di spiccata intelligenza. La difesa aveva dunque insistito che il piano doveva essere stato oraganizzato da Schallenberg, e che Teresa era stata «manipolata». E infatti qualche anno dopo, prima di suicidarsi in prigione, Schallenberg ha scritto una lettera in cui riconosceva che le cose erano andate in quel modo. Ma per Teresa era troppo tardi. Se i giudici sono stati più severi con lei, e hanno comminato solo a lei la pena di morte mentre hanno dato l’ergastolo ai due sicari, si deve a quei 45 minuti durante i quali la donna è stata seduta accanto al marito morente, senza aiutarlo. Solo quando lui era oramai alla fine, ha chiamato la polizia, denunciando «un’aggressione». Ma con il suo ultimo respiro, il marito ha accusato: «Lei sa chi mi ha ucciso».

In carcere, in isolamento, Teresa ha riscoperto la sua fede. Grazie a una bellissima voce, si è consolata cantando inni gospel. E nella sua ultima intervista, a una stazione radio, ha cantato più che parlare. Ma con voce serena ha anche chiesto perdono per il suo «atto crudele», e ha detto che stasera spera di «essere ricongiunta con Cristo».





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Paghi la escort non consumi: tre arresti

Il Messaggero


VARESE (23 settembre) - Tre persone sono state arrestate dalla polizia con l'accusa di aver proposto attraverso un sito internet incontri sessuali a pagamento con escort, rendendosi irreperibili quando i clienti versavano l'acconto pattuito.

Per questo la Squadra mobile di Varese e la Guardia di finanza hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere e due ai domiciliari nei confronti di cinque persone residenti nel Varesotto. Il gruppo truffava i clienti offrendo una prestazione sessuale che poi non si realizzava, perché agli incontri non si presentava nessuno.




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Chi scarica va in galera?

La Stampa


Il parlamento europeo approva in versione restrittiva una risoluzione sul diritto d'autore online. Giusto difendere gli artisti. Ma la prigione e il potere ai privati sono pericolosi.


 
 
 

la foto
Contro Gallo
ThePirateBay










In galera chi scarica file da Internet senza autorizzazione?

E’una possibilità che il parlamento europeo non si è sentito di escludere approvando una risoluzione in cui invita la Commissione Ue a disporre una legge comunitaria sull'applicazione dei "diritti di proprietà intellettuale". Il testo - scritto dalla conservatrice francese Marielle Gallo e passato con 328 sì, 245 no e 81 astenuti - rivede in senso restrittivo la direttiva 2004/48  esplicitamente escludeva l'azione penale contro i pirati informatici. Ora, la valutazione di Strasburgo non è vincolante, ma l’esecutivo (come gli stati membri) ora dovrà (potranno) omologarsi alle indicazioni di Strasburgo. Il che vuol dire adottare una line dura. «A la Sarkò», per intenderci.

 
 E’ un problema delicato, un’arma a doppio taglio. E’ vero che la pirateria informatica sta mettendo in crisi gli artisti, ma è anche vero che le grandi case di produzione - sopratutto discografica - continuano ad usare lo scippo dei file sulla grande rete come alibi per difendere strategie di mercato ancora in gran parte obsolete. Si richiede in effetti una riflessione su come sia possibile tutelare che di proprietà intellettuale ci vive. però occorre evitare che questo sia il cavallo di Troia per limitare la libertà di espressione.
  
Buona notizia: le copie private di un fil o di una canzone sono autorizzate e non sarà necessario dimostrare che la traccia è legittima.
 
Cattiva notizia: il testo propone una nuova direttiva di repressione penale per combattere il file sharing anche con mezzi definiti "non legislativi" o "accordi volontari". Si tratterebbe
di "sanzioni contrattuali a carico delle persone che condividono file non-commerciali e possono essere decise tra i proprietari dei diritti e gli operatori: restrizioni di accesso, filtraggio mirato, riduzione della banda passante, eccetera". Questo lascerebbe alle industrie dell’intrattenimento di rivalersi direttamente sugli utenti, senza alcuna distinzione tra coloro che operano a scopo di lucro o senza scopo di lucro.
 
 Capito l’arcano? Per colpire giustamente chi ruba agli artisti, si creano le premesse per introdurre a norma di legge delle limitazioni ai movimenti sulla grande rete. In pratica, una corporate maliziosa, magari spinta dal potere politico, potrebbe spegnere questo o quel canale. pericoloso. davvero.
 
 Non risulta una parola su quello che si dovrebbe fare davvero, cioè tassare i provider sui quali corrono i file e i filesharing. In fondo, loro affittano la rete e ne traggono un profitto. Una loro contribuzione alle Siae di tutto il mondo sarebbe interessante per tutti. ma questa è una cosa di cui parlano solo gli artisti.
 
Commenti.

 
Luigi Berlinguer (Pd) "Le misure di inasprimento penale contro gli utenti della rete su cui si fonda il rapporto, oltre che inefficaci, finirebbero per cancellare o limitare il diritto fondamentale all'informazione e all'accesso alla cultura".
 
 
Niccolò Rinaldi (Idv) «La relazione - ha aggiunto l'europarlamentare - non tiene conto delle evoluzioni della società e il suo bisogno per un accesso libero alla cultura. Non potevamo votare a favore di un arroccamento delle grandi imprese che poco hanno a che fare con la tutela dei diritti d'autore specifici, anacronistico rispetto all'era digitale, dove è necessario garantire un Internet libero e aperto".
 
Iva zanicchi (Pdl) "Un'adeguata tutela dei diritti di proprietà intellettuale non significa soltanto, come erroneamente ritenuto da molti, agevolare le imprese multinazionali del settore ma garantire le migliaia di posti di lavoro ad esso connesse".




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Intifada con la griffe

La Stampa


CESARE MARTINETTI

Attenti a questi ragazzi sbucati ieri nei paraggi della spianata delle Moschee in Nike, jeans a vita bassa e mutande griffate. Tirano pietre e non siglano una pace tuttora impossibile nell’infinito conflitto israelo-palestinese.

Ma segnalano almeno un passaggio: dall’Intifada delle ciabatte a quella delle griffe. Dal mondo dei non luoghi, dove ogni posto assomiglia a tutti gli altri, ai ragazzi di ogni luogo che anche loro si assomigliano tutti: a Gerusalemme Est o nelle banlieues parigine o nelle periferie italiane.


Il finale, come spesso accade da quelle parti, è tragico: un morto (palestinese) scontri, feriti, tensione. E ancora separatezze. La lingua della pace ancora inudibile. Eppure quei segni di omologazione, se non portano pace, qualcosa raccontano, come ci spiega Gabriele Vacis nell’intervista che pubblichiamo a pagina 17: sono il simbolo della volontà di uscire dal mondo dove sono nati e nel quale sono rinchiusi facendosi uguali agli altri. Quelle griffe sono l’alfabeto di una semantica ambigua: sottomessi alla merce ma in cerca di vita.


In un romanzo uscito qualche anno fa in Francia (Alì le magnifique) Jack-Alain Léger raccontava la calata del sabato delle torme dei «banlieusards» (i ragazzi di periferia) al centro di Parigi, quasi una processione rituale diretta alla venerazione dei nuovi idoli ammucchiati nelle nuove cattedrali: i grandi centri commerciali, primo tra tutti l’immenso Forum des Halles. Diceva Alì: «Entro, guardo, tocco, palpo, accarezzo, sniffo, apro, provo... Just do it, Nike, Reebok, Converse, Police, Adidas, Tacchini, Fila, Trussardi, Calvin Klein, Ralph Lauren, Hugo Boss, Umbro, Ellesse, Aigle. La vita, la vera vita è là, sottoterra, in mezzo alla merce...».


Nel reportage di Paola Caridi
che trovate sempre a pagina 17, si legge che è nello shopping tra gli scaffali del Mega, il supermercato-mall del popolare quartiere di Talpyot, che israeliani e palestinesi sospendono le ostilità, mescolano i bisogni e forse i destini.

Certo, ci vuol altro che un paio di jeans di marca per ricomporre la storia. Specie se sono indosso ad un ragazzo con la faccia coperta e che si allunga nel gesto di lanciare una vecchia pietra uguale a quelle delle vecchie intifade. Però, ci dice il regista Vacis dopo tre anni passati a insegnare teatro da quelle parti, che pur indossando nickname da guerrieri quei ragazzi non vogliono morire. E che le ragazze non portano il velo. E tutti hanno energia da vendere per combattere una nuova battaglia e ottenere la cittadinanza del mondo libero. Le società giuste e gli uomini saggi sanno leggere i segni, anche quando sono impressi sull’elastico di un paio di mutande.




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Si indaga sui conti esteri di An

Il Tempo


Sono le undici del mattino quando un paio di sottufficiali della Guardia di Finanza suona al portone di An in via della Scrofa. Vi rimarranno quattro ore. Non si tratta di una perquisizione ma di un'ulteriore acquisizione di atti dopo le due «visite» effettuate nelle settimane scorse. Gli uomini delle Fiamme Gialle che ieri sono andati negli uffici di An appartengono al gruppo di polizia tributaria di via dell'Olmata. E sono agli ordini della Procura di Roma, in particolare dei pubblici ministeri che stanno indagando sulla vendita dell'appartamento che il partito di Fini ebbe in eredità dalla contessa Colleoni e vendette a una società off shore del paradiso fiscale di Santa Lucia nei Caraibi. Casa che ora è abitata da Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna del presidente della Camera.

Perché questa nuova visita dei finanzieri? Spiegano gli investigatori che era necessaria per acquisre nuova documentazione. I finanzieri cercavano carte sui conti esteri di Alleanza nazionale, di cui gli stessi amministratori di via della Scrofa, hanno avuta notizia solo di recente. La contessa Colleoni aveva anche fondi in Svizzera presso la banca Ubs. In parte si trattava di soldi liquidi, in parte di titoli di Stato. I secondi sono rimasti in Svizzera. Si tratterebbe di titoli che hanno scadenze molto lunghe e tassi molto elevati rispetto a quelli attuali, e quindi non era conveniente disinvestirli. I conti con i contanti sono stati invece chiusi, l'ammontare era di 773.727 euro e sono stati iscritti nel bilancio di An soltanto nel 2009 alla voce «plusvalenze da alienazioni».

Il punto è proprio questo. Perché, sebbene l'eredità risalga alla fine degli anni Novanta, i soldi sono stati iscritti nel documento contabile del partito un decennio dopo? L'interrogativo che si pongono gli investigatori è lo stesso che si sono fatti i componenti berlusconiani del comitato dei garanti di via della Scrofa quando è stato approvato l'ultimo bilancio. Era il giugno scorso e l'affaire Montecarlo doveva ancora scoppiare. In quell'occasione il comitato di gestione spiegò che in realtà di quei soldi non vi era traccia nel testamento che la nobildonna aveva fatto redigere. Il sospetto degli inquirenti potrebbe essere quello che i fondi siano stati utilizzati per altri fini o magari che su quei conti siano transitate operazioni che potrebbero avere a che fare con la vendita di Montecarlo. Oppure è assai probabile, ed è l'ipotesi al momento più credibile, è che di quei conti correnti ad Alleanza nazionale nessuno ne sapesse alcunché.

Quel che ha suscitato sospetti veri tra i finiani è che la visita della Finanza sia avvenuta proprio in simultanea con quello che gli uomini del presidente della Camera considerano un dossieraggio ad opera dei servizi segreti. Quel che è sicuro è che le Fiamme Gialle hanno suonato al portone di An proprio il giorno dopo le dimissioni di Franco Pontone dalla presidenza del comitato di gestione di An. Sembra una coincidenza ma c'è chi sospetta non lo sia.



Fabrizio dell'Orefice

23/09/2010





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Dal latte al caffè, dalla mozzarella al pesce dal Brasile:i ecco il menù del clan

I Mattino



  
di Rosaria Capacchione

NAPOLI (23 settembre) - Latte, zucchero, caffè, confetture di frutta. E poi il pranzo e la cena, a base di mozzarella e di verdure. Andando a ritroso nel tempo, il menu si fa più ricco: c’è anche pesce surgelato, in abbondanza, che arrivava dal Brasile assieme a consistenti partite di cocaina. Con la stessa tecnica della tracciabilità imposta ai generi alimentari in vendita nei nostri mercati, è possibile ricostruire una sorta di mappa - che assomiglia molto di più a una lista della spesa - dei clan che operano nel settore agro-alimentare e che hanno imposto alla piccola e grande distribuzione i propri marchi di fabbrica. In qualche caso, anche il punto vendita affidato a brand nazionali.

Il caffè rappresenta il business più diffuso e redditizio, soprattutto ora che è accompagnato da altri prodotti da bar, come le creme al gusto di nocciola o di ginseng. Vale in provincia di Napoli, soprattutto nei territori controllati dai Polverino o dai Fabbrocino. Vale nel casertano, area influenzata dai Casalesi e dove, appena due giorni fa, la Dda ha arrestato gli autori di un giro di estorsioni fondato, appunto, sulla distribuzione del caffè. Come dire di no ai rappresentanti di Peppe Setola, il capo stragista, che fino a un anno fa uccideva a ogni accenno di dissenso? Ma in realtà Setola non aveva inventato niente.

Il caffè era già stato un affare del clan: di pessima qualità (”una zoza”, commentavano tra di loro) ma imposto con la forza, prendere o morire. Tecnica adottata anche nella vicina Marcianise, dove la rete di rappresentanza è contesa dagli affiliati ai due clan eternamente in lotta, i Belforte e i Piccolo.
Ma se la vendita dei coloniali serve a soddisfare le necessità della rete di piccoli affiliati, assicurando uno stipendio sicuro, ecco che il business diventa più interessante e redditizio quando si tratta di prodotti che beneficiano anche di contributo comunitari o che è possibile acquistare all’estero eludendo le norme sull’Iva. Le inchieste giudiziarie che, negli anni, hanno riguardato la famiglia Passarelli, riguardano la commercializzazione dello zucchero, prima con il marchio Ipam, oggi con quello Kerò: la ditta è stata sequestrata di recente dalla Procura antimafia e dai carabinieri.

Il latte, vaccino o di bufala, viaggia di pari passo. La Parmalat di Tanzi, per esempio, aveva sfruttato la ramificata e inespugnabile rete di vendita che faceva capo alla famiglia Capaldo. Cioè, a Zagaria, uno dei quattro capi del cartello casalese, e ai fedelissimi alleati della famiglia Moccia. Il commercio del latte di bufala, soprattutto quello importato dalla Romania, è saldamente nelle mani del clan Schiavone o di suoi prestanome. La mozzarella, quella che proviene dalla filiera non controllata dal disciplinare della Dop, è sempre più spesso confezionata con pasta semilavorata e congelata in caseifici riconducibili allo stesso clan. Sempre controllata dalla camorra è risultata, negli anni passati, la vendita delle quote latte assegnate a produttori campani che le hanno poi cedute ai colleghi del nord. Normale compravendita? Non proprio, perché in molti casi le quote sono risultate assegnate ad allevamenti fantasma.





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Chi è Lors Dukayev?

Corriere della sera


Ceceno, senza una gamba, boxeur. La polizia danese sta ricostruendo l'identità dell'attentatore di Copenaghen

Il mistero


Lors Dukayev
Lors Dukayev
WASHINGTON – Chi è davvero Lors Dukayev? Un terrorista fai-da-te o un mujahed ispirato da qualcuno? La polizia danese, con l’aiuto dei colleghi di altri paesi, cerca di ricostruire il profilo dell’autore dell’attentato in un hotel di Copenaghen (10 settembre). Un caso con molti aspetti misteriosi. Al riconoscimento di Dukayev si è arrivati dopo la pubblicazione della sua foto sulla stampa. Un istruttore di boxe ha telefonato da Liegi: «Lo riconosco, è Lors, uno dei pugili che si allenava nella nostra palestra.

Ma non lo vedo da otto mesi». Poi è spuntata una ragazza, forse l’amica dell’estremista, che racconta: «Viaggiava spesso tra Belgio, Germania, Cecenia». Per i compagni dell’università, dove aveva studiato architettura, «era molto religioso e gli piacevano le armi». Gli investigatori, combinando dichiarazioni pubbliche e altre rimaste coperte, hanno accertato che il terrorista è nato in Cecenia nel 1986, la regione del Caucaso teatro della sanguinosa rivolta anti-russa. Quando era bambino – all'età di soli 12 anni – Lors ha perso una gamba per l’esplosione di una mina e, in seguito, si è trasferito in Belgio con la madre medico.

In apparenza una vita normale, anche se alcuni pugili che lo hanno incontrato hanno affermato che il ceceno si sarebbe «radicalizzato» negli ultimi due anni. La grave mutilazione sofferta in Cecenia non gli aveva impedito di frequentare la palestra – infatti aveva un arto artificiale – dove, aggiungono, «si sfogava». Dopo aver recuperato i resti dell’ordigno che Lors stava maneggiando, la polizia ha accertato che si trattava di una lettera bomba. L’estremista sembra volesse spedirla al Jyllands-Posten, il quotidiano che nel 2006 ha pubblicato le vignette blasfeme su Maometto. Quanto al materiale usato per confezionare l’ordigno, gli artificieri hanno confermato l’ipotesi iniziale: è la “madre di Satana”, una miscela di ingredienti facilmente acquistabili (acetone, fertilizzante, tinture per i capelli). Bombe composte con le medesime sostanze sono state usate dagli attentatori responsabili della strage nel metrò di Londra, nel 2005. Infine, nel bagaglio di Lors, la polizia ha scoperto tre documenti falsi - intestati ad altrettante persone -, una pistola e un biglietto di bus.

Guido Olimpio
23 settembre 2010



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Scuola, i presidi piangono miseria? Via ai corsi per barman e pirati web

di Pietro Vernizzi


Nell’elenco dei consulenti si trova di tutto. Soldi spesi per danze e gite che invece potevano finanziare nuove assunzioni




 

Le scuole italiane danno lezioni su come si sprecano i soldi pubblici. Mentre gli insegnanti precari protestano per i tagli di Mariastella Gelmini, i presidi sperperano le risorse a disposizione con spese folli e stravaganti. Nell’elenco dei consulenti assunti nel 2009 dagli istituti statali della Penisola, pubblicato dal ministro Renato Brunetta, si trova veramente di tutto. Emblematico il caso delle medie di Canegrate, in provincia di Milano, che hanno organizzato un corso di podcast per insegnare agli studenti come scaricare i filmati da Internet. Un’attività che può essere utilizzata anche illegalmente per la pirateria informatica, ma per la quale la scuola ha speso la bellezza di 5.446 euro. Curioso anche il caso dell’Ipsia di Legnano, sempre in Lombardia, che per garantire il supporto morale degli allievi ha assunto due psicologhe (pagandole 4.132 euro) tra il primo luglio e il 24 settembre, mentre gli studenti erano al mare.


L’istituto comprensivo Borrello di Catanzaro, in collaborazione con la giunta di centrosinistra di Lamezia Terme, ha invece investito 1.676 euro per il progetto «Colori di vita dei rom», per insegnare agli alunni la cultura dei nomadi. E mentre il mondo della scuola piange miseria, spiegando di non avere i fondi per assumere gli insegnanti precari, la direzione didattica del circolo Santa Maria La Carità di Napoli è riuscita a trovare 1.050 euro per stipendiare un esperto musicale incaricato di comporre l'inno della scuola. Sempre a Napoli il circolo E.A. Mario ha speso 1.325 euro per le lezioni di yoga.


Il liceo scientifico Copernico di Bologna ha ritenuto invece fondamentale, per la formazione dei suoi studenti, assumere un insegnante di rollerblade, pagandolo la bellezza di 2.050 euro. E per non essere da meno le medie statali via dei Rochis di Pinerolo, a Torino, hanno organizzato un corso sul djembé, antico strumento africano a percussione (costo 2.037 euro). Ma la vera e propria beffa per gli insegnanti precari è arrivata dal Primo liceo artistico di Milano, che ha assunto una modella per le lezioni di nudo, pagandola 13.410 euro per sei mesi di «lavoro»: più quindi di quanto guadagna un professore di ruolo. L’istituto don Milani di Carbonia, a Cagliari, ha invece investito 2.258 euro per assumere un esperto di balli sardi.


E tanto per restare in tema, qualche professore nostalgico dei girotondi di Nanni Moretti, alle scuole Cetona di Siena, ha organizzato un corso di balli in cerchio per gli alunni (costo 1.535 euro). E a dimostrazione del fatto che gli sprechi riguardano le scuole di tutta Italia, nessuna regione esclusa, una scuola di Trento ha investito 3.220 euro per un gemellaggio con il Giappone, con tanto di assistenza per il viaggio nel Paese dell’Estremo oriente. Mentre a Palermo, l’istituto comprensivo Vasi di Corleone, invece di insegnare le poesie di Pascoli e Leopardi, ha pagato 3.318 euro per un «laboratorio d’autore» finalizzato a insegnare agli alunni come scrivere i testi delle canzoni moderne.


A riprova del fatto che le spese allegre mettono i dirigenti scolastici di buon umore, le primarie Matteotti di San Donato Milanese hanno pagato 5.760 euro per il progetto didattico «Il ballar gioioso», mentre il quarto circolo Beltrani di Bari ha speso 1.650 euro per l'iniziativa, dal titolo frizzante, «Tra le mille bolle blu». Per i 50 anni di fondazione invece lo scientifico Federico II di Bari ha voluto dimostrare le sue nobili origini pagando 1.798 euro per far disegnare a un consulente il proprio stemma originale. Non soddisfatti di iniziative così bizzarre, i presidi hanno fatto a gara anche per organizzare le gite più costose. A vincere il «primo premio» (che però andrebbe confrontato con il numero di studenti) è stato lo scientifico Spallanzani di Roma, che è riuscito a sborsare 42.315 euro per una gita di 8 giorni a Praga. Ma in proporzione alla durata dell’uscita scolastica il record è invece dell’istituto comprensivo di via Russolillo, sempre nella Capitale, che ha speso 23.750 euro per un campeggio di due giorni in Romagna. 


L’istituto Manzoni di Bovisio (Monza) ha scelto invece di lanciare un corso in barca a vela. Le medie di Abbiategrasso hanno invece deciso di fare concorrenza a Smemoranda, realizzando un diario delle scuola costato in tutto 5.686 euro. Insomma i dirigenti delle scuole italiane investono su tutto tranne che sulle materie curricolari, lasciando così a spasso i docenti di matematica, italiano, storia e latino, che poi si lamentano con la Gelmini invece che con i diretti interessati. Ma poco importa, perché nelle classi del Belpaese nel frattempo abbiamo esperti ferratissimi in danze etniche, Capoeira, tiro con l’arco, tessitura a telaio, barman acrobatico e sensibilizzazione interculturale di docenti e genitori.




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Adesso vi insegno come si picchiano le mogli"

di Gian Micalessin



In tv il predicatore egiziano Saad Arafat spiega serafico che "Allah ha onorato le donne istituendo la punizione delle bastonate". Che però vanno date secondo regole precise: senza lasciar segni visibili e solo per una buona causa. Ad esempio se lei si nega



Pestatela, ma non sfiguratela. Bastonatela, ma non rompetele le ossa. Ficcatevi in testa queste due regolette e vivrete felici con la vostra signora ed in pace con il Signore. Lei, onorata di tante attenzioni, vi considererà un autentico maschio. Lui, soddisfatto per la vostra fede, vi aprirà la strada per il Paradiso dei sant’uomini. Uomini musulmani ovviamente. Uomini tutti d’un pezzo. Uomini ben diversi da quei rammolliti di cristiani sempre pronti a discutere con la moglie prima ancora di averla randellata a dovere.


Non ci credete? Andate su You Tube, regalatevi i tre imperdibili minuti e mezzo d’intervista in cui il predicatore Saad Arafat, ospite della televisione egiziana Al Naas, chiarisce come suonarle alla gentile consorte, quando farlo e perché quello sfogo risulterà sacrosanto sia agli occhi di lei che a quelli di Allah. Incominciamo dalla premessa. Dalla statistica, spiattellata dal presentatore in studio, secondo cui il 90 per cento delle donne britanniche si lamenta per l’eterna indecisione di quelle mammolette dei loro mariti. 

E il giornalista si chiede perché il mondo continui a riversare «accuse a non finire sui musulmani», perché tutti mettano in croce la santa abitudine di «bastonare le consorti». Per il pio Saad Arafat è come andar a nozze. «Allah istituendo la punizione delle bastonate – spiega serafico - ha voluto rendere un onore e privilegio alle donne». Vi chiedete come le mazzate possano essere un onore? Non siete i soli. Persino quel buon musulmano d’un giornalista nello studio sembra esitare. Ma son tentennamenti degni d’un infedele. Saad Arafat ha già pronta la citazione, il verbo capace di rendere sacra e incontrovertibile ogni spiegazione.


«Il Profeta Maometto ha detto: “non colpitele in faccia e non sfiguratele”. Ecco il modo in cui vanno onorate». Per andar d’accordo con il Corano insomma basta far attenzione, colpire con metodo e precisione. Potete riempirla di calci nel sedere, scudisciarla sulla pancia o farle nera la schiena. L’importante è che non si veda. La poveretta il giorno dopo potrà anche camminar piegata in due, ma dovrà esibire una faccia bella e pulita. La regola numero due del pestaggio familiare è altrettanto fondamentale. «Anche quando la sta colpendo il marito non deve mai insultarla, mai maledirla perchè – illustra quel sant’uomo d’un Saad Arafat - non la batte per farle del male, ma per regalarle disciplina». 

Come con gli asini insomma. Ci discutereste mentre gli raddrizzate la schiena a forza di scudisciate? Certo che no. Con la mogliettina va allo stesso modo. Cambiano solo le precauzioni. Ad un asino potete dargliele dove volete e quante volete. Alla consorte è meglio di no. «Mi raccomando non potete mai andar oltre i dieci colpi e non potete nemmeno rompergli le ossa, spaccargli i denti, insultarla o ficcarle le dita negli occhi», chiarisce il premuroso Arafat. Anche perché «esiste un’etichetta persino per le percosse...Se il marito bastona la moglie per renderla più disciplinata dovrà sempre ricordarsi di non calcar troppo la mano e di colpirla dal petto in giù... queste son le uniche botte che onorano le donne».


Donna onorata mezza salvata verrebbe da pensare, ma il galateo delle busse benedette dal Profeta non finisce qui. Ci sono anche i ragguagli sugli strumenti da usare. Sarà meglio conciarla a pugni e schiaffi o sarà meglio usare un bel bastone nodoso? Davanti alla domanda dall’intervistatore il buon Arafat si dichiara fermo ed irremovibile. «Quando si colpisce non di deve mai colpire troppo duro e soprattutto non si devono lasciar segni». La cosa migliore, spiega, «è colpirla con un corto bastone... i colpi devono arrivare sul corpo e non devono mai arrivare uno di seguito all’altro». 

Per educare al meglio la mogliettina è meglio dunque picchiarla con metodo, lentamente, centellinando uno dopo l’altro i dieci colpi concessi. E ovviamente farlo per una santa ragione. Se non vi ha aperto il frigo per offrirvi qualcosa da bere, se non vi ha fatto trovare la cena in tavola le bastonate son eccessive. Se invece non vi vuole più, fa la neghittosa e si rifiuta di soddisfarvi a letto allora ecco la sacrosanta occasione per educarla e onorarla. 

«In un caso come questo cosa - sostiene Arafat - un marito non ha scelta. Lui la vuole e lei si rifiuta... lui la chiama e lei si nega... potrebbe riprenderla e minacciarla, ma quei metodi van bene quando ci sono di mezzo il mangiare o il bere. Quando arriviamo a cose di cui il marito non può far a meno allora le botte sono concesse». Alla fine insomma la regola è semplice: la moglie onorata è quella prima bastonata e poi violentata.




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Il Fli: killeraggio. Bocchino: ma Fini deve chiarire

di Emanuela Fontana


I fedelissimi del presidente della Camera difendono il leader, che prima attacca e poi smentisce. Però il capogruppo futurista chiede a Gianfranco di rispondere. E intanto la Finanza piomba nella sede di An per cercare documenti




 

Roma - È una «porcata»? La parola poco fine sarebbe uscita dalla bocca di Gianfranco Fini ieri a commento della carta pubblicata dal Giornale sulla proprietà delle società off shore che hanno acquistato la casa di An di Montecarlo, proprietà che sarebbe del «cognato» di Fini Gianfranco Tulliani. Così l’Ansa e le agenzie di stampa intorno alle 17.30: Fini: «Quel documento è una porcata, un falso». Sedici minuti più tardi il portavoce del presidente della Camera Fabrizio Alfano chiarisce però ai media che «il presidente Gianfranco Fini non ha mai utilizzato le espressioni che gli sono state attribuite». Mistero. L’irritazione della terza carica dello Stato sarebbe stata enorme dopo la lettura mattutina dei giornali, e ufficialmente le fila del suo gruppo Futuro e Libertà gli si sarebbero strette intorno compatte. Ma con il passare delle ore si scopre che qualcuno in Fli in realtà ci vuole vedere chiaro, Fini smentisce Fini e infine si apprende che la Guardia di finanza è tornata a visitare proprio ieri la sede di An di via della Scrofa. Gli uomini del nucleo tributario della Gdf, su mandato del pm Filippo Laviani, titolare dell’inchiesta romana su Montecarlo, si sono recati nella segreteria del partito e hanno acquisito gli atti relativi alla dichiarazione di successione riguardante la donazione della casa monegasca da parte della contessa Anna Maria Colleoni. Questa carta è allegata all’atto di compravendita dell’immobile tra An e la società off-shore Printemps Itd. La stessa richiesta di acquisizione è stata avanzata anche a Montecarlo.


Il nuovo documento sulla presunta proprietà di Tulliani della casa di Boulevard Princesse Charlotte (pubblicato, prima che dal Giornale, dai due quotidiani domenicani Listin Diario e El Nacional) ha provocato in ogni caso una serie di eventi calamitosi. I finiani chiuderanno ogni dialogo sui temi della giustizia e del Lodo Alfano. Si mettono «l’elmetto in testa», come hanno deciso dopo un pranzo operativo, perché quel documento «è un falso», probabilmente confezionato da «servizi deviati». Ora, spiega un falco finiano al Giornale, si va «alla guerra santa». Gli altri fatti imprevedibili sono: il capogruppo di Futuro e Libertà Italo Bocchino ha dichiarato alla trasmissione Omnibus de La7 che se quella carta dovesse essere vera, però Fini «dovrà dare una risposta». E dunque, almeno nelle prime ore del mattino, Bocchino si è mostrato prudente sul documento riguardante Tulliani e velatamente sospettoso, non su Fini, ma quantomeno sulla vicenda. In serata, la linea cambia: l’eventuale voto di fiducia al governo il 29 settembre «non è messo in discussione», dichiara il “primo finiano”, ma ogni altra collaborazione con il Pdl «è impossibile. Non trattiamo con chi fa dossieraggio».


Infine, sulla pagina Facebook di Futuro e Libertà, alcuni fan hanno iniziato a chiedere che il presidente della Camera riferisca agli italiani: «Fini potrebbe fare una cosa sacrosanta - scrive Enrica Tozzi - andare in Parlamento e spiegare i fatti e rispondere alle domande». Bice Muraglia: «Briguglio vada alla Camera e dimostri ciò che ha detto. Fini non vada a sinistra, è da traditore in questo momento».


Briguglio, finiano ardito, annuncia di chiedere al presidente del comitato parlamentare sui servizi segreti, Massimo D’Alema, di assumere «una decisa iniziativa in relazione alla pubblicazione di atti di dubbia autenticità, se non addirittura falsi, formalmente intestati ad autorità di Stati stranieri». Non solo: in ambienti finiani si apprende che si sarebbe venuti in possesso di «elementi che evidenziano una vera e propria attività di dossieraggio, con utilizzo di ingenti risorse di denaro in Italia e all’estero al fine di produrre e diffondere documentazione falsa». Servizi deviati, carte false pagate per incastrare il presidente della Camera.

La linea ufficiale del gruppo è insomma: alla guerra. «Basta falchi, falchetti e colombe, chi c’è c’è, chi non c’è va a passeggiare», dice sempre il finiano di ferro. Ma il sottosegretario all’Ambiente Roberto Menia, intercettato in Transatlantico, sembra prendere le distanze: «Il pranzo di oggi? Io non c’ero - spiega al Giornale - svolgevo il mio lavoro di sottosegretario in commissione. Tutti con l’elmetto? Ci sono versioni diverse...».





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Fini sapeva: la casa vale 1,3 milioni"

di Stefano Zurlo


Otto anni fa l’agente immobiliare Filippo Apolloni Ghetti stimò in presenza del presidente l’immobile ereditato da An e oggi abitato da Tulliani. "Quando gli dissi il valore rimase stupito ed esclamò: 'Però!'. Mi offrii anche di acquistarlo, ma lui si oppose"



Milano - Quando ha letto il Giornale è rimasto di stucco: «Ma guarda un po’ che fine ha fatto la casa di Montecarlo: l’hanno svenduta per 300 mila euro. Un prezzo ridicolo». Quando, invece, ha ascoltato la reazione di Fini si è sentito preso per i fondelli: «Ma come fa a definire congruo quel prezzo? Ma Gianfranco chi vuole prendere in giro? Me no di certo». 

Filippo Apolloni Ghetti, 59 anni, importante agente immobiliare romano di simpatie fasciste e poi aennine, guardò insieme a Gianfranco Fini la piantina dell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte 14 e lo valutò, grossomodo, 1 milione e duecentomila, un milione e trecentomila euro. «Non ricordo il giorno esatto, ma ricordo bene che c’era l’euro da poco. Quindi direi che eravamo nel 2002». Otto anni fa, un’epoca in cui la saga dei Tulliani era ancora di là da venire. Oggi Apolloni Ghetti, che intanto ha seguito Francesco Storace ed è uno dei dirigenti de La Destra, racconta al Giornale per la prima volta la storia di quella perizia e del colloquio avuto con Fini sull’appartamento di Montecarlo.

Come mai Fini la chiamò?
«Devo premettere che sono stato in gioventù dirigente del Fuan e all’epoca ero membro dell’assemblea nazionale di An. Con Gianfranco ci conosciamo da quaranta anni e fra di noi c’è sempre stato un buon rapporto personale». 

Dunque?
«Dunque era abbastanza normale che Fini mi consultasse per valutare un immobile. È successo anche alte volte, magari passando attraverso la sua segreteria e gli amministratori del partito». 

Quella volta come andò?
«Fini mi chiamò in via della Scrofa, nel suo ufficio. Lì mi mostrò una piantina e mi disse più o meno queste parole: “Sai, la contessa Colleoni, che io manco conoscevo, ci ha lasciato in eredità questo appartamento a Montecarlo”. Devo dire che l’uomo era o pareva stupito; mi feci intendere che dopo il passaggio dal Msi ad An i lasciti erano drasticamente calati, questo regalo l’aveva sorpreso. Non se l’aspettava». 

Lei?
Gli dissi: “Gianfranco, cosa faccio, vado a Montecarlo a vederlo?” “No, non ti voglio disturbare, guarda un po’ la mappa”. Mi spiegò che erano 75 metri quadri commerciali. Io cominciai a fare le mie considerazioni, lui prendeva diligentemente appunti. E via via spiegava: mi accennò al fatto che il quartierino doveva essere ristrutturato». 

Ma le disse più esplicitamente che era in pessimo stato?
«No, per niente. Mi disse che doveva esser ristrutturato. Andammo avanti a discutere a lungo. Venti minuti, mezz’ora, di più, non lo so. Io alla fine espressi la mia valutazione: “Gianfranco l’appartamento vale almeno 1,2-1,3 milioni di euro”». 

Fini commentò la sua analisi?
«Se ne uscì con un sonoro “però”. Poi aggiunse: “I miei mi avevano parlato di ottocentomila euro”, e lo disse con il disprezzo che un leader può avere per i suoi funzionari che considera incompetenti». 

Ottocentomila euro?
«Ottocentomila; questa la valutazione data a Fini dai suoi tecnici. Ma non finì lì». 

Che altro successe?
«Per essere più sicuro organizzai un consulto telefonico volante. Chiamai Giorgio Viganò, un grande agente immobiliare oggi purtroppo scomparso, e chiese lumi a lui». 


Scusi, lei chiamò un altro immobiliarista davanti a Fini?
«Certo, mi rendevo conto che la perizia era confidenziale, non approfondita, e volevo irrobustire il mio parere. Anche se ero sicuro del fatto mio per due ragioni: perché avevo visto la piantina e perché quella via di Montecarlo, boulevard Princesse Charlotte, la conosco benissimo». 

Dunque telefonò a Viganò.
«Che confermò a grandi linee il mio expertise. “L’appartamento - mi disse - vale fra un milione e cento e un milione trecentomila euro”. Poi aggiunse una considerazione interessante: “Guarda che se hai la fortuna di pescare il cliente giusto, quello che vuole a tutti i costi la residenza a Montecarlo, il prezzo sale. Puoi guadagnare altri centomila, duecentomila euro”». 

Lei?
«Riferii a Fini che chiamò qualcuno sulla linea telefonica interna del partito e scandì queste parole: “Guarda che Filippo dice che l’appartamento di Montecarlo vale più di un milione di euro”». 

Chi era questo interlocutore?
«Non lo so. Io aggiunsi una sorta di postilla: “Gianfranco, piuttosto che rivenderlo a meno di un milione, tiello lì che tanto si rivaluta”. Lui mi ascoltava e cercava di capire. Però si intuiva che riteneva quella donazione una specie di rogna, forse perché si trovava a Montecarlo, all’estero, era difficile da gestire, poneva evidentemente problemi di vario genere. Dunque, feci la mia controproposta». 

Quale?
«“Gianfranco - buttai lì - se me lo dai a un milione secco, te lo compro io”. Io avrei fatto un investimento, lui si sarebbe tolto quel problema. “Filippo- mi rispose - ma ti interessa veramente?” “No, per niente, però ti voglio venire incontro”. “No, meglio di no - replicò lui - tu sei membro dell’assemblea di An. Qualcuno potrebbe avere da ridire”». E Apolloni Ghetti s’interrompe e sorride sarcastico: «A Apolloni Ghetti no, al cognato sì. Pazienza, è andata così». 

Conclusione?
«Gli suggerii di metterlo sul mercato con una sorta di asta a salire in busta chiusa, dando l’annuncio sui giornali e partendo da non meno di un milione. Lui ascoltò e chiosò: “Buona idea”. 

Poi?
«Di quell’appartamento non ho più saputo nulla. Finché questa estate ho aperto il Giornale e sono rimasto a bocca aperta nel leggere che era stato ceduto a trecentomila euro. Capisce? Trecentomila euro. Non può capire il mio stato d’animo, la mia rabbia, la mia umiliazione, nel vedere poi le incredibili dichiarazioni di Fini che sosteneva e sostiene ancora che quella cifra fosse congrua. Offendeva così la mia intelligenza e quella di chiunque mastichi un minimo, ma proprio un minimo, queste tematiche. Per fortuna me ne sono andato tre anni fa, ho seguito Storace, come presidente dell’associazione Ludovisi lavoro per tenere unito il centrodestra, tutto il centrodestra». 

Insomma, quanto vale secondo lei oggi l’appartamento di boulevard Princesse Charlotte?
«Almeno un milione e mezzo di euro».




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Montecarlo, la casa stimata 1,3 milioni L'agente immobiliare: "Fini lo sapeva"

di Redazione


Per 300mila euro le agenzie locali trattano posti auto. L'abitazione parte da 25mila euro al metro. Otto anni fa l'esperto stimò in presenza di Fini l'immobile: "Quando gli dissi il valore rimase stupito ed esclamò: 'Però!'. Mi offrii anche di acquistarlo, ma lui si oppose". Tulliani all'attacco: "E' falso". Ma da Santa Lucia nessuna smentita



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Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Se le parole hanno un peso è venuto il momento di pesare quelle della terza carica dello Stato. Perché Gianfranco Fini, per sua stessa ammissione, è persona informata sui fatti specifici di Montecarlo (eventuale truffa relativa alla svendita dell’appartamento ereditato dalla contessa Colleoni) sui quali sta indagando quella procura di Roma che però, a sorpresa, ha annunciato di non volerlo ascoltare. A prescindere. Le parole del presidente della Camera, dicevamo. Il 7 settembre, intervistato da Enrico Mentana al Tg de La7, il leader di Futuro e libertà così si esprimeva a proposito della convenienza dell’operazione immobiliare: «Al senatore Francesco Pontone (l’amministratore dei beni di An che si è dimesso la scorsa notte, ndr) dissi io vendi perché l’offerta era congrua». Congrua? Trecentomila euro rispetto ai 450milioni di lire valutati dieci anni prima, per Gianfranco Fini è cosa congrua e giusta indipendentemente dal fatto che – come vedremo di qui a poco – secondo una stima della Camera Immobiliare di Monaco-Montecarlo il prezzo degli appartamenti dalla superficie identica a quella al 14 di Boulevard Princess Charlotte supera abbondantemente il milione di euro.


Per avere un’idea. La casa di Tulliani è stata valutata 4.500 euro al metro quadro, i prezzi delle vendite delle case dal 2008 (data della vendita da An a Printemps) a oggi oscillano fra i 25mila e i 35mila al metro quadro, come confermato dal network immobiliare Dotta (che cura gli interessi di migliaia di condomini) alla trasmissione L’Ultima Parola su Rai2.


E ancora. Al punto quattro delle otto (non) risposte date alla stampa l’8 agosto scorso, il presidente Fini precisò che in base alle «relazioni e conoscenze» del cognato nel settore immobiliare, il fratello della sua compagna Elisabetta gli propose un acquirente per la casa. E una volta che i preposti uffici di An appurarono che il prezzo era superiore alla vecchia valutazione (sic!), autorizzò il fidato Pontone ad alienarlo. Senza star qui a infierire sulle vistose anomalie nella ricostruzione di Fini (a cominciare dal cognato «esperto immobiliare» che non sapendo come muoversi nel settore scomoda addirittura l’ambasciatore per trovare un’impresa di ristrutturazione) soffermiamoci su quel che dice Fini di interesse per la procura. Il prezzo era davvero congruo? Assolutamente no. Non lo diciamo noi ma le tantissime agenzie che hanno in vendita appartamenti «gemelli» all’immobile abitato dal fratello della compagna di Fini di 60-70 metri quadrati.


L’agenzia Lorenza von Stein World Wide Realty mostra un vecchio appartamento di due stanze, 42 metri quadri, in Boulevard du Jardin Exotique, valutato un milione e duecentomila euro. La Aibb immobilier, al 4 di rue de Orchidees, propone due stanze al quinto piano della Residenza Continental (55 metri quadri) alla modica cifra di un milione e 950mila euro mentre per i 45 metri quadri in zona Ambassador espone un cartello vendesi con questa cifra: 2 milioni! E che dire dell’affarone proposto dall’Agences des etrangers a Monaco Ville, in avenue de la Madone: con un milione e 200mila euro ti porti via un signor appartamento da 60 metri quadri. Al quartiere Villa Olghetta, invece, per 47 metri quadri occorrono quattrocentomila euro in più: 1.600.000 euro, e passa la paura. Spostandoci a Le Park Palace, al 25 di avenue de la Costa, quei 65 metri commerciali la Costa Properties Monaco te li mette sul piatto a un milione 780mila euro, che poi sono ventimila euro in meno rispetto ai 55 metri quadrati pubblicizzati dalla Monaco Town & Sea immobilier per giustificare la vendita in zona Continental, a ridosso del centro.


Nell’Eden Tower, area Moneghetti, l’invito a non farsi sfuggire l’occasione lo lancia la Domus Immobilier che per 55 metri quadrati stabilisce il prezzo di vendita a un milione e 400mila euro. Continuiamo? Ok. Dotta Immobilier lancia sul mercato 55 metri quadri, nella parte antica della città Monaco-Ville, a un milione e 200mila euro oltre a una «residenza moderna vicino al centro e alla spiaggia» a Montecarlo-Abeilles, taglia di 49mq, a un milione 450mila euro. Localizzata a Grande Bretagne, un’altra casa da 55 metri quadri è messa a disposizione per un milione e 650mila euro dalla Costa Properties che a Palais Belvedere, in Boulevard de Moulins, inchioda il prezzo di uno stabile di identica metratura a centomila euro in più mentre ad Annonciade, in Boulevard d’Italie, i 60 metri quadrati di un alloggio signorile li fissa a due milioni 190mila euro (per non parlare dei 50 metri a Michelangelo-Marina Fontveille proposti a un milione otto e cinquanta).


La stessa agenzia si supera poi per 28 metri quadri dirimpetto a Prince’s Palace: 950mila euro. Presso la Pacific Agency è in offerta un bilocale di 40 metri quadri nel centro di Montecarlo a 765mila euro. Più lontano la Cote Investissement annuncia che per 49metri quadrati (quartiere Les Abiles) è in grado di chiedere solo un milione e 490mila euro. Dello stesso tenore il rilancio che fa la Draff Immobilier in rue des violettes: un milione e due per 45 metri quadri. Non basta? L’annuncio di Miells & Partners si cristallizza su 980mila euro per un monolocale, l’Agence Continental non va oltre i 900mila per 45 metri quadri a Palais Zig-Zag nella parte alta di Moneghetti e la Mazza Immobilier, in Parc Saint Roman, ti chiede un milione 575mila euro per 30 metri quadri vista... montagna.

A 300mila euro, da tre anni a questa parte, nel Principato non si trova praticamente niente, ad eccezione di un posto auto coperto. Ma per Fini la cifra della vendita è da considerarsi comunque congrua. Ma congrua di che?




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