sabato 25 settembre 2010

La Russa: "La montagna ha partorito il topolino" Bersani: "Crisi profonda, niente di buono per il Paese"

di Redazione


Immediate le repliche al videomessaggio di Fini. La Russa: "Non ha fatto chiarezza". Bersani: "Frattura profonda, nulla di buono per il Paese". Consolo: "Premier colga l'apertura". Storace: "Pollo soggiogato dal cognatino"

 
Roma - L'attesissimo videomessaggio di Gianfranco Fini ha scatenato le repliche immediate del mondo politico, da una parte e dall'altra del Transatlantico.  "La montagna ha partorito il topolino perchè i dubbi che c’erano prima rimangono", ha commentato Ignazio La Russa dalla Festa del Pdl ai microfoni del tg di Enrico Mentana. "I dubbi di Fini - ha dichiarato La Russa sono anche i miei: non sa di chi sia la casa (di Montecarlo, ndr) e continuiamo a non saperlo neanche noi. 

Mi pare che non ci sia nessuna novità, nessuna nuova notizia fornita dal presidente della Camera, tutto rimane esattamente come prima. L’appello a fare chiarezza non è stato esaudito". In merito alla dichiarazione di Fini sul fatto che un affare privato è stato trasformato in un affare di Stato, La Russa ha dichiarato: "Non so se sia un affare di Stato, so però che non è un affare privato perchè non è una casa di un privato ma di un partito politico, quindi è corretto che ci si interroghi sul percorso che è stato fatto per venderla".


Cicchitto: "Ora la parola al premier" "Nel suo discorso, Fini ammette quello che chiama una leggerezza e che a nostro avviso è invece un serio errore che consiste nell’aver venduto, a parte il prezzo, una casa di proprietà di An a Montecarlo ad una società off- shore. Il che impedisce oggi allo stesso Fini di sapere come stanno realmente le cose anche sul terreno proprietario, al punto che egli stesso è costretto ad ipotizzare, se si verifica una ipotesi,di dover dar le dimissioni". 

Lo dice il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che aggiunge: "Comunque Fini oggi fa dei rilievi autocritici con un ritardo di 2 mesi. Se avesse parlato subito avrebbe risparmiato a tutti, lui compreso, un periodo di polemiche durissime che non possono essere messe nè in conto ai giornali, nè ad una trama -ideata e praticata non si sa da chi - volta ad annullare il dissenso. In ogni caso, pur in presenza di una situazione ancora non completamente chiarita al punto tale che lo stesso Fini avanza l’ipotesi di soluzioni assai radicali, comunque è bene che la parola torni al confronto politico al lavoro che attende Berlusconi nel governo del Paese. 

Infatti adesso la parola è a Berlusconi, non su queste polemiche, ma su un programma ravvicinato e su una verifica parlamentare da realizzare il 29 e il 30 di questo mese. Da quella verifica da portare avanti con spirito costruttivo verificheremo se esistono le condizioni per la governabilità del Paese, con la conferma della maggioranza uscita nel 2008 e con il suo auspicabile allargamento nella direzione di moderati e riformisti provenienti da altre esperienze, oppure se si dovrà ricorrere al corpo elettorale. È evidente che la nostra propensione è nella prima direzione".  


Capezzone: "Come la bella addormentata nel bosco" "Dopo aver taciuto per due mesi, e dopo che i suoi collaboratori ne hanno raccontato di tutti i colori, ora Fini si presenta come la bella addormentata nel bosco, dicendo di non sapere nulla sulla casa di Montecarlo. È un’offesa all’intelligenza degli italiani". Lo ha detto Daniele Capezzone, portavoce Pdl. 


Bondi: "Accenti nuovi, possibile una nuova stagione"
"Le dichiarazioni dell’onorevole Fini contengono accenti nuovi e ammissioni che smentiscono le ingiuste accuse rivolte ieri all’indirizzo del presidente del Consiglio, e sebbene facciano intravedere la possibilità di aprire una stagione politica nuova, sarebbero più persuasive se fossero accompagnate dall’ammissione che nei confronti del capo del governo è ancora in atto una violenta aggressione di una parte della magistratura come dimostra la perizia sulla Mondadori". È quanto dichiara il coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, commentando l’intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini. 


Bersani: "Sincero, ma crisi profonda" "L’intervento di Gianfranco Fini fa emergere ancora una volta una frattura profonda che non promette nulla di buono per il governo del Paese. Si è rotto il patto che teneva insieme la maggioranza". Lo afferma in una dichiarazione Pierluigi Bersani. "La crisi - aggiunge il leader del Pd - è evidente. In queste condizioni la destra non garantisce un governo al Paese. E di fronte ai gravi problemi che bisogna affrontare, non si può più attendere che finisca il gioco del cerino. In ogni caso, va sottolineato che il presidente della Camera ha mostrato sincerità, annunciando le proprie dimissioni nel caso in cui fossero dimostrate le accuse relative alla casa di Montecarlo su cui c’è ancora molto da chiarire".  


Idv: "Voterà fiducia a governo?" "Voglio sforzarmi di credere che Fini sia in buona fede. Ma quello che mi chiedo è: ora che ha preso atto che il presidente del Consiglio, come ha già detto nel discorso di Mirabello, è il capo dei mali, come ho sempre detto io, e ora è il mandante di tutta questa manfrina come può dargli la fiducia tra una settimana? Allora o è ricattabile o è complice".
 

Consolo (Fli): Berlusconi colga l'apertura "Chi voleva chiarezza sulla posizione della famosa casa di Montecarlo, l’ha avuta. Mi auguro che l`apertura finale venga accolta, nell’interesse del Paese, da coloro con i quali vi è stata polemica: fuor di metafora dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi". Così Giuseppe Consolo, deputato di Futuro e Libertà, sul messaggio di Gianfranco Fini. "Un discorso di grande concretezza e pacatezza quello del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Non resta ora che constatare se si volterà pagina, come peraltro auspicato da Fini", conclude Consolo. 
 

Matteoli: "Ancora dubbi, ma riprenda il confronto" "Da Fini è arrivata un’autodifesa che lascia molte ombre sulla questione Montecarlo, che non è riuscito a diradare e che lui stesso ammette esistano. Se Fini avesse fatto la dichiarazione di stasera due mesi orsono probabilmente la polemica politica si sarebbe spenta o comunque non si sarebbe infuocata. Ma voglio stare alla sostanza politica che più interessa il Paese: Fini chiede di riprendere il confronto e questo è un aspetto che giudico positivo e da non tralasciare". Lo dichiara il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli.


Storace: "Pollo soggiogato dal cognato" "Abbiamo scoperto a tarda sera che alla Presidenza della Camera c’è un ingenuo, una specie di pollo soggiogato dal cognatino dritto. Questo per chiedere di fermarsi e non conoscere la verità". Così il segretario nazionale della Destra Francesco Storace commenta il video del presidente della Camera. "Fini ribadisce - aggiunge Storace - che chi vuol sapere la verità è un avversario politico. Lo avevamo capito quando si è schierato con il Partito Democratico in Sicilia". 




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Fini: "Basta con il gioco al massacro Se Tulliani è proprietario mi dimetto"

di Redazione



Il testo integrale del videmessaggio del presidente della Camera

 

Roma - Ecco il testo del videomessaggio del presidente della Camera, Gianfranco Fini: «Purtroppo da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente. Da settimane non si parla dei tanti problemi degli italiani, ma quasi unicamente della furibonda lotta interna al centrodestra. Da quando il 29 luglio sono stato di fatto espulso dal Popolo della libertà con accuse risibili, tra cui spicca quella di essere in combutta con le procure per far cadere il governo Berlusconi, è partita una ossessiva campagna politico giornalistica per costringermi alle dimissioni da Presidente della Camera, essendo a tutti noto che non è possibile alcuna forma di sfiducia parlamentare. Evidentemente a qualcuno dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di legge uguale per tutti, di garantismo che non può essere impunità, di riforma della giustizia per i cittadini e non per risolvere problemi personali. In 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito non sono mai stato sfiorato da sospetti di illeciti e non ho mai ricevuto nemmeno un semplice avviso di garanzia.

Credo di essere tra i pochi, se non l’unico, visto le tante bufere giudiziarie che hanno investito la politica in questi anni». Fini continua: «È evidente che se fossi stato coinvolto in un bello scandalo mi sarebbe stato più difficile chiedere alla politica di darsi un codice etico e sarebbe stato più credibile chiedere le mie dimissioni. Così deve averla pensata qualcuno, ad esempio chi auspicava il metodo Boffo nei miei confronti, oppure chi mi consigliava dalle colonne del giornale della famiglia Berlusconi di rientrare nei ranghi se non volevo che spuntasse qualche dossier - testuale - anche su di me, »perchè oggi tocca al Premier, domani potrebbe toccare al Presidente della Camera«. Profezia o minaccia? Puntualmente, dopo un pò, è scoppiato l’affare Montecarlo. So di dovere agli italiani, e non solo a chi mi ha sempre dato fiducia, la massima chiarezza e trasparenza al riguardo».

Fini elenca: «I fatti: An, nel tempo, ha ereditato una serie di immobili. Tra questi, nel 1999, la famosa casa di Montecarlo, che non è una reggia anche se sta in un Principato, 50-55 metri quadrati, valore stimato circa 230 mila euro. Essendo in condizioni quasi fatiscenti e del tutto inutilizzabile per l’attività del Partito, l’11 luglio 2008 è stata venduta alla Società Printemps, segnalatami da Giancarlo Tulliani. L’atto è stato firmato dal Segretario amministrativo, senatore Pontone da me delegato, un autentico galantuomo che per 20 anni ha gestito impeccabilmente il patrimonio del partito, e dai signori Izelaar e Walfenzao. 

Il prezzo della vendita, 300 mila euro, è stato oggetto di buona parte del tormentone estivo. Dai miei uffici fu considerato adeguato perchè superava del 30 per cento il valore stimato dalla società immobiliare monegasca che amministra l’intero condominio. Si poteva spuntare un prezzo più alto? È possibile. È stata una leggerezza? Forse. In ogni caso, poichè la Procura di Roma ha doverosamente aperto una indagine contro ignoti, a seguito di una denunzia di due avversari politici e poichè, a differenza di altri, non strillo contro la magistratura, attendo con fiducia l’esito delle indagini.

Come ho già avuto modo di chiarire, solo dopo la vendita ho saputo che in quella casa viveva il Signor Giancarlo Tulliani. Il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione. Non potevo certo costringerlo ad andarsene, ma certo gliel’ho chiesto e con toni tutt’altro che garbati. Spero lo faccia, se non fosse altro che per restituire un pò di serenità alla mia famiglia. È stato scritto: ma perchè venderla ad una società off shore, cioè residente a Santa Lucia, un cosiddetto paradiso fiscale? Obiezione sensata, ma a Montecarlo le off shore sono la regola e non l’eccezione. E sia ben chiaro, personalmente non ho nè denaro, nè barche nè ville intestate a società off shore, a differenza di altri che hanno usato, e usano, queste società per meglio tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali e per pagare meno tasse». Fini afferma ancora: «Ho sbagliato?

Con il senno di poi mi devo rimproverare una certa ingenuità. Ma, sia ben chiaro: non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l’amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione nè concussione. Tutto qui? Per quel che ne so tutto qui. Certo anche io mi chiedo, e ne ho pieno diritto visto il putiferio che mi è stato scatenato addosso, chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza: egli ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera. Non per personali responsabilità - che non ci sono - bensì perchè la mia etica pubblica me lo imporrebbe». 

Fini sostiene: «Di certo, in questa brutta storia di pagine oscure ce ne sono tante, troppe. Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati. Non penso ai nostri servizi di intelligence, la cui lealtà istituzionale è fuori discussione, al pari della stima che nutro nei confronti del Sottosegretario Letta e del Prefetto De Gennaro. Penso alla trama da film giallo di terz’ordine che ha visto spuntare su siti dominicani la lettera di un Ministro di Santa Lucia, diffusa da un giornalista 

ecuadoregno, rilanciata in Italia da un sito di gossip a seguito delle improbabili segnalazioni di attenti lettori. Penso a faccendieri professionisti, a spasso nel Centro America da settimane (a proposito, chi paga le spese?) per trovare la prova regina della mia presunta colpa. Penso alla lettera che riservatamente, salvo finire in mondovisione, il Ministro della Giustizia di Santa Lucia ha scritto al suo Premier perchè preoccupato del buon nome del paese per la presenza di società off shore coinvolte non in traffici d’armi, di droga, di valuta, ma di una pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a Montecarlo».  

Fini conclude: «Ma, detto con amarezza tutto questo, torniamo alle cose serie. La libertà di informazione è il caposaldo di una società aperta e democratica. Ma proprio per questo, giornali e televisioni non possono diventare strumenti di parte, usati non per dare notizie e fornire commenti, ma per colpire a qualunque costo l’avversario politico. Quando si scivola su questa china, le notizie non sono più il fine ma il mezzo, il manganello. E quando le notizie non ci sono, le si inventano a proprio uso e consumo. Così, con le insinuazioni, con le calunnie, con i dossier, con la politica ridotta ad una lotta senza esclusione di colpi per eliminare l’avversario si distrugge la democrazia. Si mette a repentaglio il futuro della libertà. 

Chi ha irresponsabilmente alimentato questo gioco al massacro si fermi, fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi. Fermiamoci pensando al futuro del paese. Riprendiamo il confronto: duro, come è giusto che sia, ma civile e corretto. Gli italiani si attendano che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal Presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso. Se così non sarà gli italiani sapranno giudicare. E per quel che mi riguarda ho certamente la coscienza a posto». 

Tari, i ministeri sono i grandi evasori L'Ama recupera 26 milioni dai morosi

Il Messaggero


di Fabio Rossi


ROMA (25 settembre) - I “grandi evasori” della Tari? Sono ministeri, strutture militari e altri organi della pubblica amministrazione, che spesso sono indietro con i pagamenti da diversi anni (e milioni di euro). In testa i dicasteri dell’Interno e delle Comunicazioni, che avevano superato quota quattro milioni di euro (a testa) di bollette scadute. Soltanto nell’ultimo anno, da settembre 2009 a oggi, sono stati quasi 26 i milioni di arretrati della tariffa rifiuti recuperati dall’Ama, nell’ambito di una campagna promossa dal Campidoglio per colmare i “buchi neri” nella contabilità dell’azienda e (possibilmente) limitare i rincari per i cittadini romani.

Le somme di questa prima fase della campagna anti-evasione sulla Tari sono state tirate in una seduta congiunta delle commissioni consiliari bilancio e ambiente. «Il dato più importante è che queste somme recuperate dall’Ama sono soldi risparmiati per le famiglie romane - spiega Federico Guidi, presidente della commissione bilancio - va ricordato, infatti, che eventuali somme mancanti per coprire il costo del servizio, dovute a mancati incassi, dovrebbero essere compensate “spalmandole” su tutte le bollette, che quindi diventerebbero più salate».

Al 30 settembre 2009, secondo i dati dell’amministrazione comunale, le 26 “utenze non domestiche” finite nel mirino dell’Ama avevano bollette arretrate per 34 milioni di euro: cifra considerevole, soprattutto in tempi di vacche magre. Detto dei ministeri delle Comunicazioni e dell’Interno (quest’ultimo ha interamente saldato il debito), il terzo posto, nella classifica dei pagamenti arretrati, spetta al ministero della Salute.

Il dicastero dell’Eur, peraltro, è anche il debitore più “irriducibile” dell’Ama: se a settembre 2009 i sui arretrati ammontavano a 3,4 milioni di euro, adesso sono scesi appena a 3,2. Complessivamente, però, i vari uffici della pubblica amministrazione hanno ancora arretrati per 8,7 milioni di euro. «È sicuramente una svolta positiva per l’Ama - osserva Andrea De Priamo, presidente della commissione capitolina ambiente - In due anni è stata messa in campo un’azione molto forte di recupero degli arretrati, cosa che non era mai stata fatta in precedenza».

Dopo il primo monitoraggio degli arretrati, che ha interessato 1.200 utenze, adesso Campidoglio e Ama stanno per lanciare la seconda fase del recupero della Tari: questa volta, sotto la lente d’ingrandimento degli ispettori finiranno soprattutto gli studi professionali e gli edifici dell’Ater. Obiettivo: recuperare 30 milioni di euro e ridurre così il deficit dell’azienda, evitando che ricada sulle spalle dei romani. A dare il buon esempio, però, devono essere innanzitutto le istituzioni. Proprio quelle che, invece, presentavano i debiti più cospicui con l’Ama.


Pochi giorni fa, sull’argomento era intervenuto anche Gianni Alemanno. «Ho pregato l’amministratore delegato di Ama perché faccia un sollecito molto forte ai partiti che hanno arretrati rispetto alla tariffa rifiuti - aveva detto il sindaco - È molto importante perché i cittadini pagano, così come le imprese, e i partiti devono dare l’esempio. Faremo una verifica dei dati e se qualcuno non pagherà lo porteremo all’attenzione dei cittadini». Per il momento, a non pagare erano ministeri, strutture militari e uffici. Per quanto riguarda i partiti, si attendono notizie. Sperando che, almeno loro, diano veramente l’esempio.




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Nell'ufficio di Francis "Tradito da una talpa"

La Stampa


"Tradito da una talpa"«Lettera autentica» Il ministro caraibico spazza via i dubbi



FRANCESCOSEMPRINI
SAINT LUCIA



Questa lettera è autentica». Spazza via ogni dubbio il ministro della Giustizia di Saint Lucia, L. Rudolph Francis, che, missiva alla mano, pone fine a un giallo durato per giorni.

Quell’informativa inviata al primo ministro dell’isola, Stephenson King, è un «documento confidenziale» frutto di un’indagine avviata dallo stesso capo del governo locale per far luce sulle due società off-shore che farebbero capo a Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini. «E’ una prassi in casi come questi», spiega Francis nel corso di una conferenza stampa riservata a un ristrettissimo gruppo di giornalisti italiani. 


Il capo della giustizia tiene a precisare che a volere l’indagine è stato proprio il Primo ministro, «preoccupato per le ricadute negative a livello di immagine sul suo Paese», coinvolto in un dubbio affare politico lontano migliaia di chilometri da questo paradiso naturale oltreché fiscale. «Il governo di Saint Lucia è stato informato che il Paese veniva tirato in ballo con insistenza da diversi giornali italiani in merito a due società le cui sedi sono registrate su questa isola. Per questo il Primo ministro ha chiesto esplicitamente di aprire un’indagine sulla vicenda e accertare che non vi fosse nessuna implicazione negativa o conseguenza per Saint Lucia», spiega Francis.

L’Attorney General si limita a leggere una breve dichiarazione, una ventina di righe appuntate su un blocco di carta gialla. Davanti ha una copia della lettera nella versione apparsa sui quotidiani dominicani Listin Diario ed El Nacional, e con la quale il 16 settembre Francis comunica al capo del governo che il beneficiario reale delle società, Printemps Ltd e Timara Ltd, le due off-shore che hanno rilevato la casa di Montecarlo, è proprio Giancarlo Tulliani. 


«Alla luce dell’indagine preliminare sono emersi elementi chiari sulla base dei quali ho scritto al primo ministro informandolo dei fatti emersi», dice Francis puntualizzando di «aver avviato contestualmente una seconda indagine per accertare ulteriori fatti, di cui i risultati saranno resi noti solo al suo termine». Sulla durata della nuova inchiesta il ministro preferisce non esprimersi, così come su presunti contatti avuti con autorità e cittadini italiani. Ciò su cui appare determinato è far luce sulla fuga di informazioni riservate: «Come un confidential memo al Primo ministro di Saint Lucia sia finito nelle mani della stampa è un mistero. Non posso dare una spiegazione allo stato attuale, ma abbiamo aperto un’indagine per capire come ciò sia potuto accadere».

Il capo della giustizia di Saint Lucia, in sostanza, teme infiltrazioni o anelli deboli nella catena di trasmissione all’interno dello stesso governo: «Questo incidente evidenzia il livello di vulnerabilità del nostro sistema di comunicazione da cui qualcuno trae vantaggio». In ogni caso «sull’autenticità della lettera non ci sono dubbi», ribadisce Francis tornato in anticipo dal suo viaggio in Svizzera, sulla scia delle pressioni dei media. «Abbiamo ricevuto numerose chiamate dalla stampa italiana e abbiamo preso atto dell’urgenza e dell’insistenza con la quale volevate capire di più sulla vicenda, per questo ci è sembrato opportuno incontrarvi, è anche una questione di immagine per il nostro Paese», spiega Darney Lebourne, il portavoce del premier King che in questi giorni è in Florida per impegni istituzionali.

Le dichiarazioni del ministro della Giustizia di Saint Lucia sembrano risolvere, almeno sino a prova contraria, un giallo durato diversi giorni durante il quale quel documento confidenziale era stato definito «patacca» per una serie di imperfezioni, tra cui l’intestazione non conforme. Elementi che tuttavia sono apparsi trascurabili dal momento che oltre ad aver uno stampatore ufficiale, la National Printing, il governo di questo gioiello dei Caraibi può realizzare le lettere intestate per conto proprio scaricandole in formato digitale. 


E’ chiaro che la conferma dell’autenticità della lettera vale a ribadire che le due società Printemps Ltd e Timara Ltd sono riconducibili in qualche modo a Giancarlo Tulliani. Ciò che resta da chiarire è come sia potuta avvenire una fuga di informazioni che riguarda atti di ufficio coperti da riservatezza assoluta, come i confidential memo. «L’anello debole non escludo che sia all’interno dello stesso ufficio del Primo ministro», ci spiega una persona che lavora per il premier. La fonte, parlando sotto garanzia di anonimato, spiega che ci sono «persone nella stessa segreteria di King che appartengono a correnti contrarie a quella del primo ministro». Potrebbe trattarsi quindi di una rivalità interna «anche se - ci dice la stessa fonte - loro potrebbero essere solo gli esecutori materiali».


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Massacrarono barista alla Magliana: presi 4 romeni. L'uomo ancora in coma

Il Messaggero

 

ROMA (25 settembre) - I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno arrestato 4 romeni, di età compresa tra i 22 e i 30 anni, accusati di tentato omicidio e rapina nei confronti di Ennio Casale, il barista romano di 63 anni che lavora in un
caffè a piazza Santa Maria Maggiore e che è stato aggredito brutalmente, lo scorso 7 settembre in via della Magliana. I militari cercano ancora altri due componenti del branco.

L'uomo stava rientrando a casa quando fu aggredito a scopo di rapina e pestato dai balordi che lo lasciarono a terra privo di sensi. Da allora non ha più ripreso conoscenza e si trova tuttora ricoverato in ospedale, in coma.

Le indagini condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno consentito di giungere all'identificazione degli autori dell'efferato delitto, tre dei quali già con precedenti penali.

Ad aiutare i carabinieri nelle indagini è stata una telecamera di un ristorante che ha ripreso, anche se da lontano, in parte l'aggressione. Grazie alle immagini i militari hanno potuto identificare i quattro romeni.

Il primo ad essere individuato è stato un giovane di 27 anni, pregiudicato per furto, il quale aveva il braccio sinistro ingessato perchè coinvolto in una rissa avvenuta una settimana prima della rapina. Quest'ultimo, che era stato ricoverato all'ospedale Umberto I per una ferita da taglio al braccio è stato poi rintracciato dai militari in zona Termini. La confessione del giovane, l'unico degli arrestati ad ammettere finora l'aggressione, ha permesso di rintracciare gli altri tre romeni.

I romeni, tutti senza fissa dimora che dormivano nei vagoni dei treni, negli alberghi a Termini o in campi nomadi, hanno 22, 27, 28 e 30 anni. Alcuni di loro sono pregiudicati con lievi precedenti e uno stato identificato anche grazie ai suoi numerosi tatuaggi e la corporatura tarchiata.

«Violenza gratuita e malvagità». Con queste due parole il proprietario del bar in via della Magliana, le cui telecamere hanno ripreso l'aggressione ha commentato l'episodio. «Il problema è che se commettono in Italia i reati - ha aggiunto - le pene sono minori rispetto a quelle nel loro paese. Qualche anno in carcere e poi di nuovo liberi. Mi viene da dire che questi meriterebbero di essere fucilati per quanta violenza ci hanno messo. E poi per cosa? Per 40-60 euro? È assurdo». «Questo non è un quartiere malfamato - ha tenuto a precisare il barista - sono 40 anni che ho questa attività e mai un furto, una rapina, un taccheggio. È un problema di tutta Roma con questi romeni che vengono dall'estero. Ora è successo qua, ma poteva accadere in qualsiasi altra parte della città». Molti avventori del bar sono sulla stessa linea: «tanta violenza per pochi soldi, su un uomo inerme. Meriterebbero la morte».





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India, paria dà da mangiare ad un cane e viene mulltata

di Redazione



L'animale era di una ricca famiglia aristocratica ed è stato allontanato da casa perché considerato "contaminato"


 
India - Nonostante il progresso economico, il sistema delle caste continua ad essere radicato in India. E così, una donna appartenente alla categoria sociale dei paria - gli "intoccabili" - è stata multata. Il motivo? Aver dato del "roti", una pagnotta indiana, al cane di un proprietario terriero, Rampal Singh, appartenente alla stirpe aristocratica dei Rajput. Quando l'uomo ha visto la donna dar da mangiare al suo Shiru, infatti, si è rivolto, infuriato al magistrato locale e ha chiesto un "risarcimento" di 15 mila rupie. circa 250 euro, somma enorme per un "dalit".Anche l'animale ha avuto la sua condanna: il giovane labrador nero è stato considerato "contaminato" e cacciato dalla famiglia. Ora è legato al palo del villaggio dello stato centrale del Madhya Pradesh, dove è avvenuta la vicenda. 


La polizia indaga sul caso Secondo quanto riferisce Times of India, sul caso sta indagando la polizia. La donna, Sunita Jatav, ha infatti raccontato l’accaduto a un ufficio speciale delle forze dell'ordine locali che si occupa di soprusi contro le caste inferiori e che stato creato proprio per difendere i ceti più deboli. "Tutto è successo una settimana fa - ha raccontato ai poliziotti - quando sono andata a portare da mangiare a mio marito che lavora nella fattoria. Ho visto il cane che gironzolava intorno e impietosita gli ho dato un roti. A quel punto è spuntato il padrone che mi ha insultato e urlato contro di me per quello che avevo fatto". Sunita pensava che la vicenda si fosse chiusa con la sfuriata; invece il giorno dopo l’uomo porta Shiru a casa sua dicendo che il cane doveva "vivere con me e mio marito perchè era diventato intoccabile".




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Assenteismo, uno lavorava per tre Arrestati tre dipendenti del Cardarelli

Il Mattino



NAPOLI (25 settembre) - Si alternavano al lavoro, nell'ufficio ricezione del pronto soccorso e accettazione dell'ospedale Cardarelli di Napoli, timbrando anche per altri due colleghi che, invece, non si recavano in servizio.

È il meccanismo messo a punto da tre impiegati del più grande ospedale della città e del Meridione, due uomini e una donna, che grazie a questo sistema riuscivano a lavorare al massimo 3 volte a settimana. I tre dipendenti del «Cardarelli», A.S., 62enne di Mugnano (Napoli), R.G., napoletano di 62 anni, risultato anche reticente e D.G.C., 58enne di Quarto (Napoli), sono stati arrestati dagli agenti della polizia di Napoli per concorso in tentata truffa aggravata e falso. La truffa nei confronti del Cardarelli è stata più volte riscontrata dai poliziotti che, in varie circostanze, avevano notato gli impiegati allontanarsi dall'ospedale.

A questo punto gli uomini del commissariato Arenella hanno organizzato un servizio di osservazione per sorprenderli in flagranza di reato e stamani A.S. è stato sorpreso dalle forze dell'ordine mentre, oltre al proprio, stava timbrando il badge degli altri due colleghi. Ai poliziotti l'uomo ha riferito di avere semplicemente fatto una cortesia ai colleghi, appena allontanatisi dall'ospedale. R.G. e D.G.C., erano stati poco prima sorpresi dalla polizia nelle rispettive abitazioni, ancora in pigiama.

I tre impiegati sono stati arrestati per tentata truffa aggravata e falso e ora sono anche indagati per truffa e falso in relazione ai precedenti episodi accertati dagli uomini del Commissariato Arenella. I tre sono stati chiusi in carcere, in attesa dell'udienza di convalida.




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Paddy il piccione, eroe della II Guerra Mondiale

Il Secolo xix



Per i servizi prestati durante la Seconda Guerra Mondiale si è meritato una medaglia all’onore. Anche se era “solo” un piccione viaggiatore, Paddy è stato certamente più valoroso di tanti soldati riuscendo, in tempi record, a portare un messaggio cifrato in Inghilterra dal fronte di guerra in Normandia, dopo lo sbarco delle truppe alleate nel 1944. 

Morto nel 1954, oggi Paddy è stato ricordato e premiato durante una cerimonia speciale nella sua città natale, Larne, nell’Irlanda del Nord. La maggiore associazione veterinaria e animalista inglese, la Pdsa, ha premiato il coraggioso piccione viaggiatore con la speciale medaglia “Dickin”. Durante la celebrazione delle prodezze dell’uccello-eroe, uno stormo di piccioni ha volato sopra al museo cittadino.

Per il piccolo animale, comunque, quello di oggi non è il primo riconoscimento: 65 anni fa - riporta oggi la Bbc - Paddy ricevette già il premio “Victoria Cross”, una speciale medaglia all’onore creata appositamente per gli animali che servirono durante la guerra nelle forze armate. Il loro ruolo non è stato certo secondario: l’uccello volò per 230 miglia riuscendo, in sole quattro ore e 50 minuti, a raggiungere l’Inghilterra “decollando” dalle spiagge normanne del D-Day. 

Nonostante le pessime condizioni meteorologiche e la minaccia rappresentata dai falchi tedeschi, dispiegati allo scopo di intercettare Paddy e compagni, al suo arrivo riuscì a consegnare un importante messaggio in codice che conteneva informazioni vitali sui progressi in battaglia delle forze alleate. Il suo è rimasto un record imbattuto, inciso nella Storia come il tempo più rapido tra quelli di tutti i piccioni viaggiatori in missione: 56 miglia all’ora, la bellezza di 90 chilometri orari.

Paddy, che dopo il servizio militare fece ritorno nel suo Ulster, fu uno dei molti volatili addestrati dalla Raf e arruolati durante la guerra per consegnare messaggi cifrati. «Il suo contributo alle operazioni del D-Day rappresenta un credito nei confronti dei centinaia di piccioni viaggiatori donati per servire nella Seconda Guerra Mondiale», ha detto il portavoce dell’associazione benefica Pdsa James Puxty, che ha ricordato Paddy con molto slancio: 

«E’ uno dei 32 coraggiosi eroi piumati che hanno ricevuto la medaglia “Pdsa Dickin” per i loro voli, e l’unico originario dell’Irlanda del Nord». I piccioni viaggiatori venivano addestrati nel Raf Hurn, l’aerodromo inglese per il servizio militare, nella regione britannica dell’Hampshire. Dopo la guerra, Paddy si stabilì a Carnlough, dove trascorse il resto dei suoi giorni assieme al padrone, il capitano Andrew Hughes, fino alla morte avvenuta nel 1954. In seguito, nel porto della cittadina irlandese venne eretto un memoriale in ricordo del piccolo eroe alato.




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Londra, chiesa anglicana: "Sacerdoti omosessuali? Non c'è nessun problema"

di Redazione

L'arcivescovo di Canterbury al Times: "Per dirla in modo molto semplice - ha afferma Williams - il fatto che un omosessuale diventi vescovo non è un problema. Vi sono però delle regole tradizionali, storiche che il clero deve rispettare"

 
Londra - "Nessun problema" con sacerdoti, magari anche vescovi, omosessuali. A dirlo è stato il capo della chiesa anglicana, l’arcivescovo di Caterbury Rowan Williams in un’intervista rilasciata al Times di Londra. L’unica condizione è che però mantengano la regola storica del celibato. "Per dirla in modo molto semplice - ha afferma Williams - il fatto che un omosessuale diventi vescovo non è un problema. Vi sono però delle regole tradizionali, storiche che il clero deve rispettare" 


Williams si è detto tuttavia "consapevole" che la questione dell’omosessualità è "una ferita nel ministero" sacerdotale. In realtà, il capo della Chiesa anglicana ha ammesso di aver fermato la candidatura di Jeffrey John, dichiaratamente gay, al posto di vescovo di Reading nel 2003, e una seconda volta, quest’anno a quello di vescovo di Southwark. Proprio per questo Rowan è stato criticato da varie associazioni di omosessuali. Peter Tatchell, attivista per i diritti umani, ha ricordato nel Times le apertura sull’omossesualità di Williams prima della sua nomina alla guida della Chiesa anglicana. 

L’arcivescovo di Canterbury ha però respinto al mittente le Critiche. La sua posizione, ha spiegato nell’intervista, è dovuta semplicemente al fatto che relazioni omosessuali attive costituirebbero "un costo troppo alto per la Chiesa". Del resto, ha osservato ancora, "la vita presonale del clero è importante". Tra le motivazioni che spinsero Williams al doppio stop è anzitutto il timore di una spaccatura della Chiesa anglicana e di una reazione ostile da parte dei fedeli.




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Canada: realizza il sogno di Leonardo e fa volare a pedali un aereo che batte le ali

Corriere della sera

Todd Reichert, dottorando dell'Università di Toronto ha realizzato una copia dell'ornitoptero leonardesco



MILANO - Ha realizzato il sogno di Leonardo da Vinci. Todd Reichert, dottorando in ingegneria dell'Università di Toronto è riuscito nell'impresa di costruire un ornitoptero, velivolo ideato dal grande genio rinascimentale, in pratica un aereo che batte le ali come un uccello e che si muove a pedali grazie solo alla forza dell'uomo. Non solo. Reichert è riuscito a volare per 19,3 secondi percorrendo una distanza di 145,3 metri alla velocità di 25,6 km/h. Poco in realtà, ma anche i fratelli Wright creatori del primo aereo, riuscirono a restare in aria per soli 12 secondi al loro volo d'esordio.

IL DECOLLO - In realtà quella di Reichert è una sfida che, al momento non si pone alcun fine pratico, ma solo il tentativo di dimostrare che era possibile costruire l'ornitoptero leonardesco e farlo volare. Per riuscirci però Reichert ha dovuto fare largo uso di materiali altamente tecnologici, oltre a farsi trainare per effettuare il decollo. Grazie al largo uso di fibra di carbonio ed altri materiali hi-tech lo «Snowbird» questo il nome del velivolo ha delle ali lunghe 32 metri, come quelle di un Boeing 737, ma pesa soltanto 43 kg. Insomma, c'è l'ennesima prova che Leonardo aveva intuizioni geniali, irrealizzabili solo per l'arretratezza tecnologica della sua epoca.

Redazione online
25 settembre 2010

Esenzione al Vaticano dell'Ici, Frattini: "Non è indebito aiuto di Stato"

Quotidianonet

Per il titolare della Farnesina il governo italiano, se la procedura Ue verrà aperta, si difenderà auspicando che ci sia un’archiviazione come nel 2008. "Le ragioni dell’Italia erano valide ed anche ora c'è lo spazio per chiarire"


New York, 24 settembre 2010


Franco Frattini è certo che "il governo italiano sarà in grado di dimostrare" all’Ue che l’esenzione concessa al Vaticano per il pagamento dell’Ici sugli immobili in Italia "non è un indebito aiuto di Stato.

Per cui se la procedura verrà aperta ci difenderemo auspicando che ci sia un’archiviazione come già avvenne nel 2008". Così il ministro degli Esteri, a New York per l’Assemblea Generale dell’Onu, ha manifestato la sua totale tranquillità sulla vicenda sollevata ieri a Bruxelles.

Il titolare della Farnesina ha sottolineato che rispetto a quanto anticipato ieri da Bruxelles, oggi il portavoce della Commissione ha chiarito che "ancora non è stata aperta alcuna procedura".

In ogni caso per Frattini "ci sono tempi sufficientemente lunghi per spiegare le motivazioni di quella decisione che deve essere fortemente difesa dal governo italiano in termine di negazione completa del carattere di aiuto di Stato, anche forti della precedente archiviazione del 2008".

Archiviazione ottenuta, sottolinea il ministro, perchè "le ragioni dell’Italia erano valide ed anche ora c’è lo spazio per chiarire e far capire che non si tratta di un indebito aiuto di Stato".

L’esenzione dell’Ici a favore del Vaticano era stata adottata dal governo Berlusconi nel 2005 e rivista dall’esecutivo Prodi l’anno successivo.
AGI




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Zanzara tigre, primo caso in Francia di “febbre chikunguya”

Il Messaggero





PARIGI (25 settembre) - Nel sud della Francia si è registrato il primo caso autoctono di febbre chikunguya, una malattia non letale che può essere trasmessa dalla zanzara tigre. Colpita è una bambina di 12 anni a Frejus, attualmente seguita da domicilio,
come ha comunicato la prefettura del Var, competente per la cittadina. Si tratta al momento, ha precisato la prefettura, «di un caso isolato», la bambina inoltre si sta riprendendo. L'Agenzia regioniale di sanità di Provenza-Alpi-Costa Azzurra ha già preso misure cautelari, e ha chiesto una particolare vigilanza su pazienti che possano presentari sintomi da chikunguya. In atto inoltre un'analisi sulla presenza di zanzare tigre nella zona.

La malattia ha sintomi simili all'influenza, con una febbre improvvisa sopra i 38 gradi, dolori articolari, manifestazioni emorragiche o cefalee. Non è letale, ma può durare varie settimane, e per il momento non esistono nè vaccini nè medicine per curarla. Nel corso del mese di settembre sempre nel sud della Francia, a Nizza, sono stati registrati due casi di febbre dengue, anch'essa trasmessa dalla zanzara tigre.




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La casa di Montecarlo? E' un di un mio cliente, non di Giancarlo Tulliani»

Corriere della sera


L'avvocato Renato Ellero, ex senatore della Lega: «E' un personaggio molto ricco che non risiede in Italia»



MILANO - Da un colpo di scena a un altro. Dopo che venerdì il ministro della Giustizia dello stato caraibico di Santa Lucia aveva dichiarato che la società Printemps proprietaria dell'appartamento di Mntecarlo in cui è affittuario Giancarlo Tulliani e di proprietà dello stesso Tulliani, ora arriva una smentita ssulla veridicità di questa affermazione da un'altra fonte. «La casa di Montecarlo è di un mio cliente, e non di Giancarlo Tulliani». Lo afferma ai microfoni della radio CNR media l'avvocato vicentino Renato Ellero, ex senatore della Lega Nord. 
 
LA RIVELAZIONE - «Non è mio cliente l'onorevole Fini, nè‚ Elisabetta Tulliani, nè‚ il fratello Giancarlo», spiega l'avvocato Ellero, che prosegue: «Ho conosciuto il presidente della Camera quando facevo politica, ma non lo vedo da tanti anni. Posso dire che il mio cliente non risiede in Italia» spiega il legale, aggiungendo che si tratta di una persona abbastanza facoltosa da poter comperare «non solo l'appartamento al valore che gli viene attribuito da "Libero" o "Il Giornale", ma tutto il palazzo».


Redazione online
25 settembre 2010




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Braccato dalla camorra scrive alla figlia: «Potrai giudicarmi quando sarai grande»

Il Messaggero


Lettera di un 45enne di Casal di Principe in fuga dai clan, che cambia città ogni settimana, alla piccola Carol, 2 anni appena





ROMA (24 settembre) - A volte la geografia può segnare un destino. E nascere a Casal di Principe può significare avere la vita già scritta. Per Valerio è andata esattamente così. La strada, da giovanissimo, poi la delinquenza in un’escalation senza ripensamenti. Sempre dritto in una direzione: più o meno vicino ai clan, gente finita male, lontano dal rispetto delle regole e della legge. Così ha conosciuto il brivido della ricchezza e poi il freddo dell’indigenza. Le accuse e le condanne. E oggi, che ha circa 45 anni e ne dimostra un po’ di più, paga quelle scelte. Sta scontando una pena a vita che gli è stata inflitta dal tribunale della mala. E’ costretto a fuggire per evitare di essere ucciso in una di quelle lotte intestine tra clan campani che nascono per un niente e non finiscono mai.

Valerio cambia città e pensione quasi ogni settimana
, di notte non può dormire e aspetta l’alba leggendo qualsiasi libro gli capiti in mano. Fuma sigarette e porta via le cicche, casomai a qualcuno venisse la fantasia di raccoglierle per estrarne il Dna. E ancora, se deve rivelare un segreto lo scrive su un biglietto per non essere intercettato, lo mostra al suo interlocutore, poi ne fa una pallina e la ingoia.

Qualche volta si maledice per non aver capito prima quali fossero le cose importanti della vita
. Ad esempio Carol, la sua bambina, che ha visto solo per pochi mesi. Prima che le cosche lo costringessero a diventare uno dei pochi latitanti di fatto, non ricercato dalla polizia ma dai clan.

La sua storia è anche simile a quella di altri padri separati.
Che non riescono a vedere i figli per la conflittualità e i rancori che hanno lasciato in famiglia. Perché Valerio, uomo della ”mala”, non va più d’accordo con la sua ex compagna. Dice che non è questo a impedirgli di vedere la sua bambina. Se gli si chiede, quali siano i motivi, preferisce la diplomazia: «Le ragioni riguardano il contesto in cui sono cresciuto e il paese dal quale vengo, Casal di Principe. E in minima parte la conflittualità tra e me e la mamma della mia bambina».

Parla poco, questo campano pieno di tatuaggi che hanno anche significati religiosi. Dice di avere in mente le troppe cose che non ha mai detto a sua figlia. Teme di non poterle dire mai più. Per questo le ha scritto una lettera e l’ha consegnata al giornale della città in cui vive la sua famiglia, Roma.


Val.Err.




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Ecco tutti i segreti del Superenalotto

di Emanuela Fontana



Per la prima volta una nostra giornalista ha assistito a un’estrazione della lotteria che fa sognare l'Italia. Le palline con i numeri vorticano in una sfera trasparente agitate da un getto d’aria deciso dal computer, fino al momento fatidico. E lo Stato vince sempre


Roma 

La pallina gialla è immobilizzata in una ghigliottina. La linguetta scatta, la pallina viene imprigionata, scende giù dallo scivolo trasparente come un diamante che rotola in un Acquapark. Poi torna il soffio dell’aria, le palline frullano, come centrifugate, sogni di quasi 50 milioni di italiani che vorticano senza senso, atomi volanti, si scontrano nella sfera. Il meccanismo scatta di nuovo, all’improvviso. Ghigliottina, secondo numero, la pallina si ferma e rotola giù. Aria che corre, le palline tornano a girare. E via così, la fortuna in diretta che stordisce, incanta, mentre intorno, nella stanza scollegata dal resto del mondo, dieci custodi controllano, segnano, guardano in silenzio il video luminoso dove compaiono i numeri: 64, 32, 85...

Il luogo del grande sogno è questo: Roma, Trastevere, piazza Mastai, sala dell’estrazione del Superenalotto, il montepremi di Stato più alto del pianeta. Concorso numero 114 di giovedì 23 settembre. Sestina: 64, 32, 85, 25, 90, 74. Numero jolly 6. Numero superstar 29. Il tempo di verbalizzare e la comunicazione è trasmessa a giornali e agenzie di stampa. Il 6 non esce neanche stavolta, solo un 5 stella.

«E lei?». La schedina era stata offerta da un dirigente dei Monopoli di Stato, pochi minuti prima delle 19.30: «Zero! Mi avete regalato uno zero». Il presidente della commissione ministeriale sorride: «Non sia triste signorina, noi pure abbiamo giocato quattro schedine, tutte zero!».

Da 97 estrazioni, oltre trenta settimane, con una media di spesa di 0,25 euro al giorno per 47,7 milioni di adulti italiani, il 6 non si vede. Il 6 si aspetta e si detesta, su Internet fioccano le illazioni su questo concorso che non arriva mai a conclusione, che spolpa portafogli e speranze, consuma i sogni e più alza il montepremi (145 milioni) più allontana l’ottimismo e più fa venire voglia di sfidare la combinazione invisibile. Il gioco diventa sofferenza. Tra i tanti lettori sorpresi, o arrabbiati, un ingegnere ha scritto al Giornale che può essere che «il computer centralizzato, in pochissimi secondi, possa far formulare al dispositivo predisposto per l’estrazione proprio una delle combinazioni non presenti fra quelle effettivamente giocate».

Il 6 che sfugge è un mistero che scorre sotto l’attualità politica e le incertezze del Paese. Ai Monopoli di Stato aprono le porte e spiegano: «Vedere l’estrazione? Prego, chiunque vuole può assistere». Nello scrigno sacro della fortuna, basta chiederlo con un po’ d’anticipo, è possibile entrare per qualsiasi cittadino. Gli avvocati del Codacons, l’associazione dei consumatori, lo fanno più o meno a ogni concorso.
Sono le sei e mezzo di sera: è questa l’ora in cui tutto inizia. Si entra nella stanza del Superenalotto, sfondo rosso, sensazione come di uno studio di registrazione, telecamere e monitor, le due sfere sul fondo.

Gli uomini della fortuna sono sei componenti della commissione ministeriale, tra cui il banditore, sempre scelti a rotazione, e quattro di Sisal, il concessionario. Due finanzieri vigilano sulle operazioni. In questa fase si può rimanere seduti su una delle poltroncine della stanza con il cellulare acceso: è la prova generale. Negli stessi minuti in Italia si continua a giocare e nella sede Sisal di viale Sacco e Vanzetti su quattro hard disk sono convogliati i dati delle schedine.

Le due sfere, ci spiegano, vengono pulite ogni giorno. Sono due perché una è l’oracolo del Superenalotto, l’altra è utilizzata per un solo numero, il Superstar, la cifra stellina che può far aumentare la vincita fino a 25 volte. Una volta al mese sono sottoposte a manutenzione straordinaria. È una pompa che immette l’aria. Il getto, il comando, è azionato da un computer. Due sfere, due computer differenti. Sfere e palline sono fornite dalla ditta francese Editec, 10mila euro il costo di ogni set da 90, 5 mila giocate la vita media di ogni pallina. Due tecnici infilano i guanti. Le biglie della fortuna non si sfiorano a mani nude.

Si prova. Il responsabile Sisal apre l’armadio di sicurezza. In un contenitore di plastica sono conservati gli hard disk per i due computer e la chiave della valigia test. Le palline gialle sono infilate nelle sfere. Comando, aria, vortice di numeri, sestina cavia. C’è quindi una combinazione segreta, necessaria ma non valida, che precede l’estrazione ufficiale.

Poi tocca alle tre valigette. Solo due vengono scelte: tre dadi per due numeri. Anche in questo caso le chiavi sono custodite nell’armadio. Il responsabile di Sisal controlla che il numero del sigillo di sicurezza corrisponda a quello registrato la volta precedente. Si caricano le sfere: 90 palline di qua e 90 di là. Ognuna viene adagiata su un chip. In questo modo ogni pallina scelta viene identificata sul monitor. Alle 7 e mezzo in Italia si smette di giocare.

Alle otto in punto nella stanza del Superenalotto si può partire. «Spegnere i telefonini». Arriva la presentatrice del canale Sisal tv, una ragazza bionda che annuncia l’inizio del concorso. Uno dei responsabili aziona dal computer il comando di avvio della prima sfera, l’aria inizia a soffiare. Viene da chiedersi: ma se la potenza dell’aria viene dosata, se si studia il moto delle palline...

Il movimento però è quanto di più casuale si possa vedere con i propri occhi, uno sparpagliamento velocissimo di novanta diamanti gettati in un mulinello d’acqua che combattono in uno spazio ristretto. Ogni numero catturato compare sui monitor della sala. Fino al settimo: il jolly. E poi di là, la seconda sfera. Il Superstar. In meno di cinque minuti arriva il verdetto dalla sede di viale Sacco e Vanzetti. Telefonini di nuovo accesi. Il presidente della commissione ministeriale scuote la testa. Il 6 non c’è, ancora. Nella stanza della fortuna, tutti a zero.




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Santoro, soccorso rosso al "compagno nero"

di Stefano Filippi


Il conduttore di Annozero, all’ultima spiaggia, si trasforma in finiano. In studio solo anti Cav e fedelissimi del presidente della Camera: altro che contraddittorio. E quante bufale sul dossieraggio... Sparite dal programma le inchieste sul campo, va in onda un processo sommario


È cominciata bene per Michele Santoro la nuova attività di venditore di bicchieri, come si è definito nella puntata di Annozero. Venti per cento di share per la prima puntata della nuova stagione, con Vauro e Travaglio ancora privi di contratto ma presenti comunque in studio, gratis, ligi alla causa antiberlusconiana. Così come il fedele Corrado Formigli, diviso tra l’intervista a tappe con uno stantio Beppe Grillo e la lunga disquisizione sulla carta intestata del governo di Saint Lucia. Una dotta analisi sulla stamperia di stato caraibica smentita in poche ore dai colleghi di altri giornali che si sono buttati sulla vicenda con animo del tutto diverso da quello dei santoriani.

Lo scivolone di Formigli è l’emblema del nuovo corso di «Michele chi», apparso lontanissimo dalle stagioni più felici. L’eroe di tante battaglie mediatiche, l’inventore del nuovo stile dell’inchiesta tv, ha sempre confezionato programmi a tesi, con un bersaglio unico e scontato: il Cavaliere. Ma lo faceva scavando, intervistando, portando le telecamere dove altri non arrivavano. Se dava voce al figlio di Ciancimino, si portava in studio l’avvocato Niccolò Ghedini. Il giorno in cui santificò Patrizia D’Addario offrì il microfono a Maurizio Belpietro, direttore di Libero, e Nicola Porro, vicedirettore del Giornale.

E quando sparò alzo zero sul Vaticano per lo scandalo della pedofilia fece accomodare monsignor Rino Fisichella. Il sale del programma era lo scontro tra parti contrapposte, la trasformazione dello studio in uno stadio con tanto di «ola» del pubblico tifoso. Se gli ospiti riferivano circostanze sbagliate, lui interveniva a correggere e precisare. Alla fine raggiungeva l’obiettivo fissato in partenza di colpire Berlusconi, ma ci arrivava facendo salve le apparenze. Ora invece ha rinunciato anche a quelle, abbandonandosi a una deriva di cui già l’anno scorso si scorgevano avvisaglie: quando tentò di impallinare il sottosegretario Cosentino, il rappresentante del centrodestra in studio era il pasdaran finiano Fabio Granata. Non parliamo dell’atto unico di Raiperunanotte.

Giovedì sera l’involuzione del Santoro pataccaro è apparsa completa. Pdl assente. Il leghista Roberto Castelli, piuttosto tiepido sulla vicenda di Montecarlo, usato come foglia di fico del centrodestra. Fuoco amico con Di Pietro, Bocchino, Travaglio, Formigli, Vauro, Ruotolo in trasferta napoletana. A Bocchino libertà di interrompere, a Castelli divieto di finire un discorso, a Di Pietro licenza di sproloquiare, al punto che l’ex ministro ieri ha dovuto rimangiarsi le cose dette sull’autorizzazione a procedere negata a Pomicino, Di Donato e De Lorenzo. La giovane Giulia Innocenzi trattata come un soprammobile quando ha dato la parola a Chiara Colosimo, giovane consigliere regionale del Lazio con un passato in An, tacitata dopo pochi secondi.

Santoro è sempre stato il giudice unico di un tribunale dove si celebravano processi destinati a finire in condanne decise a priori, ma giovedì mancavano imputati e avvocati. Negli anni migliori, Santoro si sarebbe tuffato sullo scandalo di Montecarlo, avrebbe sguinzagliato i segugi nel Principato, avrebbe registrato le interviste che gli altri non erano riusciti a ottenere. Travaglio avrebbe fatto i conti in tasca a Fini e agli amministratori del partito, Formigli sarebbe volato in Costa Azzurra e Ruotolo ai Caraibi. Tutte cose lasciate in appalto al Fatto quotidiano per abbracciare «a prescindere» la tesi (smentita in tempo reale) della patacca, del dossieraggio, dei servizi deviati, di Berlusconi come mandante nemmeno troppo occulto.
 

La nuova parola d’ordine della banda Santoro è «salvate il soldato Fini» a qualunque costo. Soltanto in coda alla trasmissione Michele ha detto a Bocchino: «Fini dovrebbe dire: “se dovesse emergere che la casa è di mio cognato io lascio la politica”». Un’inversione di marcia forse mutuata da Beppe D’Avanzo, tornato a scrivere su Repubblica dopo mesi di astinenza: hanno rimestato fango che però il governo di Saint Lucia gli ha rivoltato addosso. Un brutto spettacolo preceduto dal «vaffanbicchiere» al direttore generale della Rai. Il quale alla vigilia aveva chiesto equilibrio, rispetto delle parti e del contraddittorio.

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Napoli, prof assunta a un passo dalla pensione: l'assurda storia di Rosa

Il Mattino


NAPOLI (25 settembre) - Una vita da precaria inseguendo le graduatorie per gli incarichi temporanei, poi la buona notizia: immessa in ruolo, assunta nella scuola pubblica. Solo che entro sei anni dovrà andare in pensione perchè ha 61 anni: storia incredibile quella di Rosa Ausiello, vomerese, laureata in matematica e con sei abilitazioni conseguite. Oltre dieci anni spesi all’Istituto salesiano in via Scarlatti ed altri ancora nelle varie scuole della città, per approdare ora al liceo scientifico Calamandrei di Ponticelli che la costringe a uno spostamento di oltre trenta chilometri al giorno. Ma almeno la soddisfazione di aver centrato un obiettivo nel quale, dice la professoressa, ormai non sperava più.



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Colombia: il n. 2 delle Farc rintracciato grazie ad una microspia nello stivale

Corriere della sera

Victor Suarez Rojas, ucciso nel blitz, era diabetico e indossava calzature speciali: nel tacco c'era una «cimice»


WASHINGTON (USA) – Una microspia nascosta in uno stivale ha permesso all’esercito colombiano di individuare e uccidere Victor Suarez Rojas, numero due dei guerriglieri delle Farc. La ricostruzione ufficiale dell’attacco sostiene che i servizi di sicurezza hanno scoperto il rifugio del ribelle attraverso una doppia operazione. La prima è stata realizzata con l’aiuto di un informatore infiltrato tra i collaboratori di Rojas. Sarebbe stata questa «talpa» a fornire informazioni riservate. Ma il blitz – sostengono ancora le fonti militari – non sarebbe stato possibile senza il secondo risvolto, quello della microspia. 

OPERAZIONE DI INTELLIGENCE - Rojas soffriva di diabete ed aveva bisogno di un tipo di stivale particolare. Gli 007 colombiani hanno intercettato una comunicazione nella quale militanti delle Farc ordinavano la calzatura. A questo punto gli agenti sono intervenuti individuando il fornitore e così è stato possibile inserire un minuscolo GPS nel tacco dello stivale. Combinando le soffiate dell’informatore con il segnale elettronico l’aviazione ha localizzato il nascondiglio di Rojas. Un alto ufficiale colombiano ha precisato che il numero due delle Farc era protetto da un triplice cerchio di sicurezza. Il primo anello, quello più ravvicinato, era composto da 24 guerriglieri. Attorno ve ne era un secondo con una novantina di insorti. Infine, il cerchio più esterno con 500 guerriglieri. 

Per colpire Rojas è stato necessario ricorrere ad un’incursione con caccia ed elicotteri – 78 i velivoli impegnati – che hanno bombardato il nascondiglio (un bunker con una rete di tunnel) utilizzando ordigni sofisticati. Attacco seguito dall’intervento di forze speciali che avrebbero catturato documenti, chiavette USB e computer con dati interessanti. Il lavoro dell’intelligence – umana e elettronica – ha avuto un ruolo fondamentale in questi anni nella lotta alle Farc. I servizi colombiani sono riusciti a eliminare diversi dirigenti comprando» le informazioni da collaborazionisti – uno di loro ha persino tagliato la mano ad un ribelle ucciso per poter controllare le impronte digitali – e usando la tecnologia fornita dagli americani. In un caso, una guerrigliera che aveva accettato di aiutare i governativi si sarebbe fatta inserire un microchip nel seno per permettere ai militari di seguirla. I suoi compagni, però, l’hanno scoperta e l’hanno eliminata.

Guido Olimpio
25 settembre 2010




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Tulliani: «Non ho nulla da temere Ho il contratto in tasca»

Corriere della sera


Il cognato di Fini si fa vivo solo via sms e email: «Non ci sono due verità, lo dimostrerò»



ROMA - In questi giorni difficili, dal suo nuovo rifugio all'estero, Giancarlo Tulliani scambia email e sms con l'avvocato Michele Giordano, il professionista che dall'inizio lo assiste e condivide con lui ogni momento. Il tenore dei messaggi è all'incirca questo: «Io sono tranquillo, avvocato, che devo temere? Ho il contratto in tasca. Io a Montecarlo ci vivo in affitto, anzi ci vivevo prima di finire assediato. Ma in questa storia non ci sono due verità, la gente lo deve capire, io non c'entro con le società off shore, io sono solo l'affittuario, non il proprietario. E lo potrò dimostrare...». Anche l'avvocato Giordano, che ora si è preso una pausa e il weekend lo passerà a Taormina, continua ad esser convinto che la verità non sia affatto quella raccontata ieri dal ministro della Giustizia di Santa Lucia, Lorenzo Rudolph «Doddy» Francis.

Gli altri avvocati del collegio difensivo, Carlo Guglielmo e Adriano Izzo, che sono padre e figlio, hanno deciso comunque di avviare una contro-inchiesta per smontare pezzo a pezzo le ultime novità. Sono partiti entrambi per un fine settimana di lavoro, Carlo Guglielmo Izzo addirittura sostiene di trovarsi «all'estero». Ma dove? A Santa Lucia, Santo Domingo, Montecarlo oppure in Honduras, sulle tracce di Mario Sanchez, il giornalista parlamentare di Tegucigalpa che grazie alle sue fonti privilegiate nel governo di Castries ha messo le mani per primo sulla lettera riservata del ministro Francis? Izzo si mantiene sul vago, ma è chiaro che gli avvocati ora stanno cercando di sviscerare tutti gli aspetti della sorprendente ricostruzione appena arrivata dai Caraibi.


A Roma, intanto, il procuratore Giovanni Ferrara ha ribadito anche ieri che agli inquirenti italiani interesserà stabilire soltanto la congruità del prezzo di vendita (300 mila euro) della casa di Montecarlo ceduta da An nel 2008 alla società off shore di Santa Lucia. Questo perché il reato ipotizzato (ancora contro ignoti) rimane quello di truffa aggravata: i pm romani, insomma, vogliono capire se qualcuno alla fine lucrò sulla vendita, in barba alle disposizioni testamentarie della contessa Anna Maria Colleoni, che invece aveva lasciato il suo appartamento in eredità ad Alleanza nazionale per continuare «la buona battaglia» del partito. Non certo per favorire il «cognato» di un dirigente.


Il procuratore Ferrara,
d'accordo col suo sostituto Pierfilippo Laviani, già prima di Ferragosto pensò di rivolgersi a un esperto di stime immobiliari per chiarire l'esatto valore della dimora di Boulevard Princesse Charlotte nel momento in cui - era luglio 2008 - il tesoriere di An Franco Pontone su mandato di Gianfranco Fini la vendette alla misteriosa Printemps Ltd. Di sicuro adesso si è saputo, leggendo l'atto di acquisizione del bene che la Guardia di Finanza è andata a ritirare tre giorni fa in via della Scrofa, che la casa di Montecarlo, quando pervenne in eredità ad An, ovvero nel 2000, aveva un valore dichiarato di 540 milioni di lire, cioè meno di 270 mila euro. 


Otto anni prima della vendita effettuata quasi allo stesso prezzo (300 mila euro). Il procuratore Ferrara ha detto comunque che oggi seguirà con attenzione il videomessaggio del presidente della Camera, Gianfranco Fini, pronto a coglierne spunti utili per l'inchiesta. E se in queste ore Giancarlo Tulliani si fa vivo soltanto per email con l'avvocato Giordano, la sua famiglia addirittura sembra essersi eclissata. Nella casa romana di Val Cannuta una giovane voce femminile nega al telefono che lì siano mai vissuti i Tulliani. E riattacca.

Fabrizio Caccia
25 settembre 2010



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Macché patacca, la casa è di Tulliani»

di Massimo Malpica


nostro inviato a Castries

(Saint Lucia)



«It’s authentic». Autentico. Il documento del governo di Saint Lucia che identifica in Giancarlo Tulliani, «cognato» di Gianfranco Fini, il beneficiario effettivo - «beneficial owner» - delle società con sede ai Caraibi protagoniste dell’affaire immobiliare monegasco è tutt’altro che una patacca. A dirlo, tenendo gli occhiali in mano e annuendo con aria grave, come a voler dare maggior enfasi all’affermazione, è l'uomo la cui firma è in calce a quella lettera, il ministro della Giustizia dell’isola caraibica Lorenzo Rudolph Francis. 


L’aveva già detto per la verità. Ai cronisti del Fatto, che lo avevano rintracciato in Svizzera, Francis aveva subito spiegato che la lettera era autentica. Ma il chiarimento telefonico non era bastato a sopire le roventi polemiche che la pubblicazione del documento aveva sollevato in Italia. E così, alla fine, Francis ha convocato un briefing-lampo per chiarire, una volta per tutte, che la lettera è vera.

La missiva porta la data del 16 settembre, ed è indirizzata come «riservata e confidenziale» al primo ministro di Saint Lucia, Stephenson King. A renderla pubblica per la prima volta è stato, martedì scorso, il quotidiano di Santo Domingo El Nacional. Il giorno prima, sempre nella Repubblica Dominicana, era stato il più antico quotidiano del paese, il Listin Diario, a dare notizia dell’esistenza del documento. Ma mentre sull’antica Hispaniola ci si incuriosiva per i risvolti off-shore della italianissima querelle tra Fini e Berlusconi, nel Bel Paese si scatenava la caccia al falso. 


Con l’inevitabile evocazione, tra gli altri scenari da complotto, dello spettro dei servizi segreti deviati. Intanto, a Saint Lucia, i palazzi del governo, affacciati sul porto di Castries, replicavano con una lunga serie di no comment alle richieste di chiarimenti della stampa italiana, giunta in piccola rappresentanza negli ultimi due giorni. Primo ministro e ministro della Giustizia? «Off island», all’estero. Salvo, ieri mattina, ammettere che se King è ancora in Florida Francis, invece, è tornato.

E poco prima di mezzogiorno Darnley Leborne, portavoce del premier, finalmente annuncia l’incontro con i giornalisti. Salta fuori anche la stampa del luogo, incuriositissima da questa strana storia europea sbarcata ai Caraibi, e così l’incontro, inizialmente riservato ai (tre) giornalisti italiani presenti, viene allargato ai cronisti locali. 


Il meeting è negli uffici della presidenza del consiglio, al quinto piano del «Greaham Louisy building». Prima di cominciare Francis - giacca scura, camicia a righe, viso più perplesso che nervoso - chiede come mai gli italiani sono tanto incuriositi per questa vicenda. Sorride, ripete che Saint Lucia non c’entra molto. Poi il portavoce spiega che verrà letta una dichiarazione. Lo statement è scritto a penna su un blocco giallo che il ministro tiene davanti a sé. Mezza pagina. E infatti finisce in tre minuti.

Francis spiega che è stato il primo ministro King a chiedergli di avviare l’indagine interna sulla vicenda, relativa a una compravendita immobiliare a Montecarlo e che coinvolgeva due società registrate a Saint Lucia (la Printemps e la Timara) e due società di consulenza off-shore esterne (Jason Sam e Corpag). La lettera spedita a King era relativa solo ai primi accertamenti, e non evidenziava illeciti, visto che della svendita da parte di An della casa di boulevard Princesse Charlotte, in sé, al governo di Saint Lucia importava ben poco. Si trattava di un «confidential memo», che tale sarebbe dovuto restare, mentre veniva avviata una indagine formale «i cui risultati, al termine, verranno resi pubblici». 


Ma, come detto, quel documento confidenziale è finito su giornali e siti web di Santo Domingo. E, da lì, in Italia. Una fuga di notizie, insomma: «L’episodio ha messo in evidenza il livello di vulnerabilità nel nostro sistema di comunicazioni», sospira Francis, che annuncia - pare di stare in Italia - di aver aperto un’inchiesta sul buco: «Come quella carta riservata sia finita nelle mani della stampa è un mistero», dice. E finisce qui. C’è solo il tempo per quella frase: «Yes, it’s authentic, genuine». Dunque è «autentico, originale» il documento che «scopre» il nome occulto dietro alle società

off-shore che hanno trattato la vendita da An e poi affittato al cognato di Fini, e lo scopre identificandolo proprio in Giancarlo Tulliani. Francis fa per andarsene, risponde solo all’ultima domanda: qualcuno dall’Italia l’ha chiamata? «No, non ho avuto né pressioni né contatti con autorità italiane di alcun genere». La conferma-bis va in archivio, e stavolta a giurare sulla genuinità del documento è proprio l’uomo che l’ha firmato. Ma sul contenuto delle indagini, sui documenti che hanno spinto il ministro a dire che era Tulliani a muovere i fili di Printemps e Timara, non esce una parola.

L’indagine «formale», peraltro avviata contestualmente all’invio della lettera, quindi circa una settimana fa, dovrebbe contenere i dettagli e le informazioni che hanno permesso di «accertare», come dice la lettera, che proprio il giovane Tulliani in Ferrari era l’azionista «segreto» che ha comprato casa a prezzo di supersaldi dal partito del «cognato» Gianfranco Fini. Ma a essere maliziosi, è lecito pensare che sia un po’ strano che un paradiso fiscale ficchi il naso nei meandri segreti di se stesso così, di propria iniziativa e senza sollecitazioni? Francis, già sulla porta, sgrana gli occhi e sorride. «No, non c’è niente di strano. Che si facciamo accertamenti e inchieste interne è routine. Non è routine, invece, che queste carte finiscano sui giornali. Arrivederci».

Rudolph va via. La stampa locale smonta, interrogandosi su una storia un po’ complessa da comprendere a queste latitudini. Restano solo i bicchieri di carta del distributore d’acqua, il ronzio del condizionatore e una battuta, questa sì maliziosa, del gigantesco portavoce del premier, Leborne: «Che succede in Italia? C’è tempesta, ora? E si può pensare che ci saranno dimissioni di qualcuno?».




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Esecuzione negli Stati Uniti

di Mariuccia Chiantaretto


Washington


Il boia è tornato in azione in Virginia al Greensville, al Corretional Center di Jarratt, dove giovedì sera è stata eseguita la condanna a morte di Teresa Lewis, 41 anni. La donna era stata accusata d’aver fatto ammazzare marito e figliastro. Teresa Lewis è stata dichiarata morta alle 21 e 13, le 3 e 13 di venerdì mattina in Italia.

Era dal 1912 che in Virginia non era messa a morte una donna. Dal 1976, quando è stata ripristinata la pena capitale negli Stati Uniti, sono state eseguite circa 1.200 condanne. Soltanto undici finora le donne. Ma fra i circa 3.200 condannati in attesa del boia ci sono oggi 53 donne. L’ultima, prima di Lewis, è stata Frances Newton, morta in Texas nel 2005.

Nel tardo pomeriggio di giovedì, quando è stato chiaro che il governatore dello Stato della Virginia, Bob McDonnell non sarebbe intervenuto, Teresa Lewis ha fatto richiesta per il suo ultimo pasto: due petti di pollo, piselli al burro, torta di mele o stollen e una lattina di dr. Pepper.

Quando è entrata nella camera della morte Teresa Lewis era visibilmente spaventata e con la mandibola tremante. Prima che il boia le inserisse l’ago nelle vene ha chiesto se fra i testimoni dell’esecuzione ci fosse la figliastra Kathy Clifton, figlia e sorella delle due vittime. «Voglio che Cathy sappia - ha poi detto - che le voglio bene e mi spiace per quello che è successo».

«La Bibbia dice - ha commentato Cathy Clifton dopo l’esecuzione - che se fai peccato o se infrangi la legge devi essere punito». Julian Clifton, 51 anni e il figlio Charles, 25, sono stati ammazzati per 250mila dollari, il premio dell’assicurazione che Charles aveva fatto prima d’arruolarsi nella US Army Riserve nominando il padre Julian come beneficiario.
Nel 2002 Teresa, dopo un incontro ai grandi magazzini WalMart, ha assoldato due sicari, Matthew Shallanberg e Rodney Fuller. Conscia che non avrebbe potuto incassare i 250mila dollari se Julian, l’erede del marito, fosse rimasto in vita, la donna ha chiesto ai killer d’uccidere padre e figlio.

Per spingerli a compiere il delitto, si è anche detta disponibile ad andare a letto con Shallenberg, offrendo invece la figlia sedicenne a Fuller. La difesa ha sempre sostenuto che Teresa Lewis avesse un quoziente intellettuale troppo basso per mettere a punto un piano così complicato, ma l’accusa ha dimostrato che la donna ha boicottato i test.

I due sicari, Shallanberg e Fuller, sono stati condannati all’ergastolo. Nel 2006, prima di suicidarsi, Shallenberg ha confessato d’aver organizzato il doppio omicidio e d’essere andato a letto con Teresa per garantirsi parte dell’assicurazione.
La Lewis è stata condannata a morte perché, secondo la giuria, dopo aver visto i due killer sparare al marito ha lasciato l’uomo a terra sanguinante per ore prima di chiamare l’ambulanza.

Negli Stati Uniti ci sono state proteste contro questa condanna. Nonostante le polemiche, nei prossimi mesi il boia avrà ancora da fare. Il 29 settembre è prevista a San Quentin in California l’esecuzione di Albert Greenwood Brown. Il 14 ottobre in Texas sarà messo a morte Gayland Bradoford. Il 21 ottobre, sempre nello stesso Stato, sarà la volta di Larry Wooten; il primo dicembre toccherà a Steven Staley.




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Santa Lucia, il ministro: ''La lettera è autentica''

Repubblica


"Si tratta di un documento confidenziale cha avevo inviato al Primo Ministro. Non ho idea di come sia potuto arrivare alla stampa".  Il ministro della Giustizia dell'isola caraibica conferma così l'autenticità del documento che attribuisce a Giancarlo Tulliani la proprietà della casa di Montecarlo