mercoledì 29 settembre 2010

Addio ad Arthur Penn, 88 anni il regista di «Bonnie & Clyde»

Corriere della sera


Addio ad Arthur Penn, 88 anni
il regista di «Bonnie & Clyde»


MILANO - È morto a 88 anni Arthur Penn, il regista statunitense che cambiò il modo di fare cinema di un'intera generazione con il suo Bonnie & Clyde (in italiano Gangster story) del 1967. Ma tra l'elenco dei suoi film non è semplice scegliere il più famoso: da Anna dei miracoli (con Anne Bancroft) del 1962 a Alice's Restaurant (1969), da Piccolo grande uomo (1970) a Target-Scuola omicidi (1985).


Warren Beatty e Faye Dunaway in «Bonnie & Clyde»
Warren Beatty e Faye Dunaway in «Bonnie & Clyde»
L'ESORDIO - Se Bonnie e Clyde, 2 Oscar e 10 nomination, interpretato da Warren Beatty e Faye Dunaway, e che originariamente avrebbe dovuto avere Jean-Luc Godard e François Truffaut come sceneggiatori, trasportò definitivamente il cinema americano dalla sua epoca classica a quella moderna, già l'esordio dietro la macchina da presa di Penn, ex regista teatrale, non lasciò indifferente critica e pubblico, con Paul Newman nei panni di Billy the Kid (Furia selvaggia, 1958). Secondo la critica americana, due pietre miliari come Taxi Driver di Martin Scorsese e Il padrino di Francis Ford Coppola sarebbero stati impensabili senza Bonnie & Clyde. Per questo film, come per Anna dei miracoli e per Alice's Restaurant, Penn ricevette la nomination come miglior regista all'Oscar, ma senza vincerlo. Bonnie & Clyde aveva sconcertato i critici col suo mix senza precedenti di comicità, sesso e violenza estrema. Una scena famosa vede i due protagonisti rapinare una banca con cadenze comiche finché Clyde uccide un cassiere con un colpo di pistola in piena faccia. I critici avevano bocciato il film. Ma l'accoglienza del pubblico era stata trionfale. «La gente ride e alla fine del film esplode in un prolungato applauso», aveva scritto un critico. Memorabile anche lo slogan del film: «Sono giovani. Si amano. Uccidono persone».

VITA - Nato il 27 settembre 1922 a Philadelphia, Arthur Penn era figlio di un orologiaio e di un'infermiera di origine ebrea russa. I genitori si separarono quando Arthur aveva solo 3 anni. Con la madre e il fratello Irving (che sarebbe poi divenuto un celebre fotografo), si trasferì a New York, dove cambiò molte volte casa e scuola a seconda delle necessità professionali della madre. A 14 anni, Penn andò dal padre a Philadelphia, dove iniziò a studiare teatro durante il liceo. Tornato a New York, studiò col celebre Stanislavski, prima di diventare un autore televisivo negli anni 50. Nel dopoguerra aveva studiato anche in Italia, prima a Perugia e poi a Firenze.


29 settembre 2010



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Massacrarono barista alla Magliana: preso il sesto uomo della banda

Il Messaggero


Daniel Savin, 21 anni, stava per fuggire all'estero. La vittima è ancora in condizioni gravissime


di Paola Vuolo





ROMA (29 settembre) - Aveva pianificato la sua fuga all’estero il sesto romeno della banda, che ha quasi ucciso il barista in via della Magliana. Daniel Savin, 21 anni, si era rifugiato a Pomezia da alcuni connazionali. Gli inquirenti ritengono che Savin stesse organizzando la fuga, il giovane sapeva che gli altri cinque complici (anche loro romeni), erano stati già arrestati dai carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci e di avere le ore contate. Il giovane ha confessato.

La banda ha aggredito per rapina Ennio Casale il 7 settembre scorso
, il barista dipendente di un caffè di piazza Santa Maria Maggiore stava rincasando quando è stato accerchiato dai romeni e massacrato di botte, i rapinatori gli hanno rubato il portafogli con dentro 60 euro e l’i-Ppod.

Un’aggressione feroce, il barista non ha nemmeno reagito, ma i romeni si sono accaniti, lo hanno pestato a sangue, e prima di scappare gli hanno dato un calcio in testa. Gli inquirenti sospettano che la banda abbia compiuto molte altre rapine, tutte con le stesse modalità e la stessa brutalità: di notte i sei avvicinavano le persone mentre rientravano a casa, le circondavano e dopo averle derubate le pestavano.

Ennio Casale da quella notte è in coma farmacologico al San Camillo. I carabinieri di via In Selci guidati dal tenente colonnello Lorenzo Sabatino hanno identificato la vittima il giorno dopo, nel borsone aveva il grembiule del bar dove lavora. A incastrare la banda è stato il filmato girato dalla telecamera di un bar della zona: nelle immagini si vedono i romeni che seguono il barista e la loro fuga.

Uno della banda aveva il braccio fasciato
. I carabinieri hanno eseguito controlli negli ospedali e scoperto che il giorno prima della rapina, un romeno Catarin Ionut era stato dimesso dal Policlinico Umberto I, aveva il braccio fasciato per via di una coltellata presa durante una rissa. Partendo dal romeno col braccio ferito i carabinieri sono arrivati a scoprire l’intera banda: i romeni sono senza fissa dimora e, (tranne Catarin Ionut), hanno tutti precedenti per furto e rapina. Catarin ha confessato la rapina, ha raccontato che avevano visto il barista salire sull’autobus e lo avevano seguito, ha detto che l’idea di rapinarlo è venuta sull’autobus, i carabinieri stanno verificando la versione di Ionut. La notte della rapina i romeni non sono stati ripresi solo dalla telecamera, ma ci sono anche due testimoni, due camionisti che hanno visto la banda scappare dopo il pestaggio. Sono stati i camionisti che per primi hanno dato l’allarme, dicendo ai carabinieri che per quello che avevano potuto vedere, i rapinatori sembravano giovani (hanno tra i 20 e i 30 anni). Tutti sono accusati di rapina e tentato omicidio aggravato.




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E' reato dare dello "str...." a un proprio dipendente e costa 240 euro

Il Messaggero



ROMA (29 settembre) - Dare dello str... a un proprio dipendente costa 240 euro. A dirlo è la Cassazione, la quale ha sancito che un datore di lavoro non può usare epiteti e parolacce come “str....” rivolgendosi ad un dipendente senza pagarne le conseguenze. La Cassazione richiama i capi ad una continenza verbale nel trattare i propri lavoratori nonostante il tono scherzoso o colloquiale. Se si usano parole del genere, infatti, si rischia una condanna per ingiuria.

Il caso sul quale si sono espressi i Supremi Giudici riguarda un datore di lavoro di una ditta di Avezzano che aveva detto alla sua dipendente: «Sei una str.. se te la prendi». La donna, offesa dall'epiteto con il quale era stata etichettata, lo aveva denunciato per ingiuria. Il risultato è stata una condanna a 240 euro di multa, inflitta dal Giudice di pace, più un risarcimento danni in favore della donna da stabilire in sede civile. La sentenza è stata confermata anche dal Tribunale di Avezzano.

A nulla è valso il tentativo di ricorso avanzato dal datore in Cassazione. I suoi legali infatti avevano sostenuto che «il vocabolo “str..” era sì un epiteto forte, ma faceva parte del linguaggio comune romanesco», e il capo, in quanto romano, lo usava «normalmente nell'ambiente di lavoro in cui tutti lo conoscono e lo sanno interpretare come del tutto privo di contenuti offensivi». La tesi non è piaciuta alla Quinta Sezione Penale della Cassazione e, nel confermare la condanna, ha sottolineato che un dipendente «non è tenuto a sottostare all'uso di epiteti di disprezzo e disistima in virtù di generali scelte di espressione del datore di lavoro».

Quando un capo bacchetta i dipendenti, è scritto nella sentenza «i rilievi di qualsiasi tipo non li può fare a modo suo» anzi proprio il «rilievo riconosciuto alla finalità afflittiva e punitiva dell'espressione “st..” rende evidente come il capo abbia agito con la consapevolezza di recar danno». Inoltre, sottolinea la Cassazione «questa depenalizzazione di condotte trasgressive riveste spiccata insostenibilità in materia di rispetto della dignità umana, ancora maggiore quando è in gioco la dignità del lavoratore».




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Roma, 52enne muore dopo 6 operazioni I familiari denunciano: errore chirurgico

Il Messaggero


L'uomo si è spento dopo 36 giorni di agonia
La replica dell'ospedale: sono subentrate complicazioni




  

ROMA (29 settembre) - Un uomo di 52 anni, Virgilio Nazzari, è morto il 23 settembre, nell'ospedale San Pietro - Fatebenefratelli, a Roma, dopo 36 giorni di agonia.

L'uomo era stato ricoverato una nefrectomia, l'asportazione di un rene sede di tumore, e nei giorni successivi ha subito nel nosocomio della via Cassia altri cinque interventi per un processo necrotico irreversibile, causato dalla chiusura di un'arteria sbagliata.

I familiari hanno presentato una denuncia alla Procura e il pm Paola Filippi, ha disposto l'autopsia, eseguita ieri. Il medico legale incaricato, alla presenza del consulente dei familiari, ha accertato - rendono noto i legali della famiglia - che la necrosi era stata provocata «dall'incredibile quanto ingiustificabile chiusura dell'arteria mesenterica superiore, assolutamente estranea ad una simile azione chirurgica che interessa esclusivamente l'arteria renale».

Gli avvocati della famiglia, Francesco Lauri e Giovanna Zavota, parlano di «un incredibile errore chirurgico. L'aver chiuso erroneamente l'arteria che irrora organi vitali come intestino, pancreas e stomaco, ha comportato un processo necrotico irreversibile che ha condotto alla morte assurda di un uomo di 52 anni, dopo oltre un mese di agonia. La prima anomalia è consistita nel ricoverare il paziente nel reparto di chirurgia generale, pur disponendo la struttura di un adeguato reparto di urologia, e di affidarlo a un chirurgo generale, presuntivamente privo di esperienza in campo urologico. Subito dopo l'intervento sono comparsi fortissimi dolori addominali, ma solo dopo ventiquattro ore, preso atto dell'inefficacia delle cure farmacologiche somministrate e dell'acuirsi dei dolori addominali, i medici hanno deciso finalmente di riportare in sala operatoria il paziente, cui veniva asportato l'intestino, completamente necrotizzato, senza approfondirne i motivi ma, anzi, riferendo ai famigliari che si trattava probabilmente di una anomalia congenita. Nei giorni successivi il processo infettivo in corso si è esteso agli altri organi; il paziente è stato sottoposto il 24 agosto scorso all'asportazione della milza e della colecisti e il 20 settembre all'asportazione del pancreas, organi tutti necrotizzati. Dopo 36 giorni di atroci dolori, in cui il paziente è sempre rimasto vigile, Virgilio Nazzari è morto il 23 settembre 2010».

«Il medico che ha operato era un chirurgo generale e non un urologo», spiega Antonio Rizzotto, primario di Urologia nell'ospedale Belcolle di Viterbo e consulente degli avvocati della famiglia Nazzari. Rizzotto era presente all'autopsia eseguita dal medico legale e dall'anatomopatologo nominati dal pm, e dal medico legale dell'ospedale San Pietro-Fatebenefratelli. «Tutti e quattro abbiamo concordato che la necrosi - spiega Rizzotto - è stata provocata dalla chiusura dell'arteria mesenterica superiore, verosimilmente scambiandola per arteria renale, cosa che ha determinato la necrosi di buona parte dell'intestino dal duodeno sino al colon e di parte del pancreas. Questa era una lesione che si poteva riparare solo in sala operatoria. Si è verificata quindi la necrosi ischemica dell'intestino e di parte del pancreas».

La replica dell'ospedale. «All'atto operatorio il tumore si estendeva oltre i confini della capsula renale. La nefrectomia è stata eseguita in condizioni di elevata complessità tecnica e in presenza di imprevedibili e contestuali anomalie vascolari». È quanto fa sapere l'ospedale San Pietro di Roma, riguardo alla morte di Virgilio Nazzari. L'ospedale riferisce che l'uomo «era stato ricoverato dalla metà del mese di agosto per carcinoma renale per il quale si prevedeva necessario intervento chirurgico. Sono subentrate durante il decorso clinico ulteriori complicanze di natura vascolare che, a cascata, hanno determinato la necessità di successivi interventi ma non risolutivi».




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Iran, esperti disperati per il supervirus 'Stuxnet': colpiti i siti nucleari e militari

Quotidianonet


La minaccia informatica, secondo i media occidentali, sarebbe penetrato nei sistemi degli impianti nucleari e militari più sensibili della Repubblica Islamica. Teheran si è rivolta in segreto ad esperti europei


Gerusalemme, 29 settembre 2010 - Teheran ha dovuto chiedere aiuto in segreto ad alcuni esperti di sicurezza informatica dell’Europa occidentale e orientale per risolvere il problema del supervirus ‘Stuxnet’. La minaccia informatica, secondo i media occidentali, sarebbe penetrato nei sistemi degli impianti nucleari e militari più sensibili della Repubblica Islamica. È quanto riferisce ‘Debkafile', sito web israeliano di intelligence, citando fonti iraniane, secondo cui i tecnici della Repubblica Islamica non sono ancora riusciti a trovare un antivirus adatto a ‘Stuxnet’.
Secondo ‘Debka', nessuno degli esperti finora contattato dagli iraniani ha accettato di collaborare perchè Teheran rifiuta di fornire precise informazioni sui centri sensibili sotto attacco informatico. Le autorità iraniane, sempre secondo il sito israeliano, rifiutano inoltre di fornire informazioni sulle modifiche effettuate dai loro ingegneri al sistema Scada, (Supervisory Control and Data Acquisition), il programma informatico della Siemens con cui l’Iran gestisce complessi industriali e siti militari.
L’impressione avuta dalle fonti di ‘Debka' che hanno parlato con i tecnici europei approcciati per risolvere il problema è che gli iraniani siano "disperati". Non solo infatti sono falliti i loro tentativi di eliminare il ‘worm’, ma avrebbero addirittura peggiorato la situazione, rendendo ‘Stuxnet’ più aggressivo e in grado di infettare di nuovo i sistemi informatici già colpiti.
"Gli iraniani hanno compreso che è meglio non ‘irritare' il virus perchè questo poi ritorna più forte di prima" ha affermato uno degli esperti contattato. "La mia impressione - ha aggiunto - è che qualcuno fuori dall’Iran abbia un controllo parziale su ‘Stuxnet’, almeno sulla sua diffusione".
Le autorità di Teheran, tuttavia, continuano a gettare acqua sul fuoco e a parlare di cyber-attacco respinto. Oggi il direttore dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran (Oeai), Ali Akbar Salehi, ha dichiarato che "i nemici hanno fallito nel loro tentativo di danneggiare i nostri piani nucleari attraverso virus informatici".
Ma mentre l’Iran minimizza l’attacco, alcune fonti hanno riferito a ‘Debka' che il virus avrebbe colpito un numero di pc molto superiore ai circa 30 mila ammessi dagli ayatollah, addirittura nell’ordine di milioni. Se fosse vero, conclude il sito israeliano, si tratterebbe del più grave attacco informatico all’Iran della sua storia.





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Frontalieri ratti»: campagna choc in Svizzera contro italiani e romeni

Il Mattino


MILANO (29 settembre) - Una campagna choc contro i frontalieri visti come ratti in Canton Ticino, partita da Facebook e approdata ai manifesti, provoca proteste e polemiche in Italia. Per rappresentare un piastrellista italiano le immagini raffigurano tre topi: il ratto Fabrizio che viene da Verbania; un altro detto Bogdan che viene dalla Romania con tanto di mascherina e infine il ratto Giulio con riferimento al ministro Tremonti: quest’ultimo imbraccia uno scudo con riferimento allo scudo fiscale voluto dal ministro dell’Economia per far rientrare capitali in Italia. Oltre alle immagini, anche scritte come “Sicurezza: no alla delinquenza d’importazione”. Immediata la levata di scudi della Cgil dei lavoratori frontalieri che chiedono l’intervento immediato del governo del Canton Ticino.




Bala i ratt - Campagna razzista del canton ticino.flv



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S.p.q.r. dopo le offese di Umberto Bossi, su Radio Padania insulti cantati ai romani

Corriere della sera


Il cantautore Manni suona in diretta brano-turpiloquio
e il ministro va in studio per rispondere agli ascoltatori


LA POLEMICA ROMA-LEGA


Un lampione con l'acronimo S.p.q.r. su ponte Mazzini
Un lampione con l'acronimo S.p.q.r. su ponte Mazzini
ROMA - Dopo le offese del ministro Umberto Bossi ai romani - archiviate dal leader leghista come «una battuta» - arriva la canzone contro gli abitanti della Capitale che apostrofa i cittadini dell'Urbe con epiteti come «sciaccali senza sangue» o «porci e maiali senza palle». L'ha trasmessa martedì 28 settembre l'emittente Radio Padania Libera, che promette di rimandarla in onda sabato 2 ottobre alle 19.30.

Umberto Bossi con il cantautore Manni negli studi di Radio Padania
Umberto Bossi con il cantautore Manni negli studi di Radio Padania
DENUNCE INUTILI - Non erano bastate le polemiche e le dure reazioni del mondo politico romano contro le affermazioni-battute del Senatur. Non ha sortito alcun effetto deterrente l'annuncio del sindaco di Roma Gianni Alemanno: «Ho scritto una lettera a Berlusconi perchè intervenga affinché i suoi ministri siano più rispettosi verso i cittadini della Capitale». Né è servita a qualcosa l'iniziativa del Pd di Roma di denunciare per ingiurie il leader leghista. Rispolverando vecchie battute Bossi aveva detto - storpiando l'interpretazione dell'acronimo S.P.Q.R. (senatus populus que romanus): «Sono porci questi romani». L'attacco offensivo alla romanità continua.



IL SENATUR IN ONDA - Non contento, il ministro delle Riforme, non si sarebbe fatto scrupolo di scendere «negli studi della radio come rarissime volte è successo» per incontrare l'autore dell'offensivo gingle Valerio Manni, «ascoltare la canzone la e rispondere alle numerose domande giunte in diretta», come recita un comunicato della stessa Radio Padania Libera.
Il cantautore Manni era stato invitato negli studi dell'emittente leghista per presentare il suo album «Il momento giusto». A sorpresa, aveva poi cantato in diretta - durante il programma Musica indipendente condotto da Samuele Varin - la sua canzone composta ispirandosi alla lettura, sui quotidiani, delle dichiarazioni di Umberto Bossi sull'acronimo S.P.Q.R.
Nell'audio caricato dalla Radio leghista su YouTube compare, come accompagnamento visivo, una galleria di immagini di Umberto Bossi, Calderoli e dei raduni leghisti, alternate a foto di Gianni Alemanno, Francesco Totti, una rissa sugli scranni di Montecitorio, Alberto Sordi in «Un americano a Roma, il saluto fascista dell'ex giocatore della Lazio Paolo Di Canio, Sabrina Ferilli nello spogliarello per lo scudetto alla Roma, Christian De Sica, e Gianfranco Fini in una vignetta da denuncia per vilipendio.

«SOLO UNA CANZONETTA» - «Siamo tutti padani contro quei romani che vogliono il gran premio - recita, tra gli applausi del personale in studio a Radio Padania, l'ultima strofa della canzone - ma non ve lo daremo... a Monza ci vedremo e in c... ve lo daremo». Parole non certo destinate a rasserenare il clima teso tra il centrodestra romano e la Lega. Eppure il primo a mettere le mani avanti è lo stesso cantautore.
«La mia è solo una canzonetta - si difende lo stesso Manni -. Non mi prendo sul serio, come non dovrebbero essere prese sul serio tante affermazioni che sono poi ironiche e sono legate a certi contesti e vanno chiuse lì, invece poi si cerca sempre lo scoop e la critica».


Redazione online
29 settembre 2010



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Nuovi sospetti sulla scomparsa di Sarah E spunta l'ombra di una sorella segreta

 

Corriere della sera

I dubbi sollevati dalla madre Concetta in un'intervista.
L'ex comandante dei Ris ad Avetrana

MILANO - Luciano Garofano arriva ad Avetrana. A poco più di un mese dalla scomparsa di Sarah Scazzi - la 15enne di cui non si hanno più notizie da quando, il 26 agosto, è uscita da casa per andare dalla cugina - l'ex comandante dei Ris di Parma indaga sul caso. Sulla vicenda, per ora, nessuno sviluppo. E qualche ombra in più: in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno, la madre di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo, ipotizza che il marito e padre della scomparsa abbia un’altra figlia a Milano, avuta da una relazione extra-coniugale. Di lui dice di temere anche il «passato burrascoso che potrebbe avere creato rancori o sete di vendetta». Poi racconta un episodio avvenuto un anno fa: «Eravamo in macchina con mio marito e Sarah stava giocando con il suo telefonino quando vide che nella memoria c'era la foto di una bambina di circa cinque anni con i capelli scuri. Lei sospettò subito e disse al padre: chi è questa, un'altra tua figlia che vive a Milano? Mio marito s'infuriò con lei urlando che non doveva permettersi di curiosare tra le sue cose. Poi si giustificò dicendo che quel telefono lo aveva comprato di seconda mano e che sicuramente la foto apparteneva al vecchio proprietario».

 

 

SOSPETTI - Poi altri dubbi: «Quel 26 agosto, Maria (la badante romena dello zio, morto il 17 settembre, ndr) era sempre al telefono - continua la madre di Sarah - ricordo che mentre noi stavamo imbiancando la casa, lei usciva fuori per telefonare; anche poco prima che mia figlia uscisse lo ha fatto. Mi ha meravigliato anche la dettagliatissima descrizione che ha dato ai carabinieri su com'era vestita Sarah, persino i particolari più piccoli che nemmeno noi sapevamo» (fonte Apcom).

29 settembre 2010

San Marzano tarocco e mozzarelle blu L'anno nero dei «gioielli» campani

Corriere del Mezzogiorno


Numerose le segnalazioni di blitz e sequestri in Campania nel rapporto Legambiente sulla sicurezza alimentare



Barattoli di pelati San Marzano taroccati

Barattoli di pelati San Marzano taroccati


Gli ambientalisti dicono che le frodi alimentari si «colorano di fantasia». Verissimo: nel corso degli ultimi mesi stock di mozzarelle blu, rosa, a pois, sono state piazzate puntualmente sul mercato e immediatamente (o quasi) sequestrate dai Nas. L'oro bianco assume sfumature inquietanti, e la Campania, mammella di tutte le mozzarelle col pedigree (dop, ecc.), spesso diviene epicentro di piccole e grandi sofisticazioni. Per citarne un paio: i carabinieri del nucleo antifrodi di Salerno, sequestrarono alcuni mesi fa 510 chili di latte dichiarato di bufala, che di bufala non era; il 20 luglio scorso, in collaborazione con l’Asl di Napoli, le forze dell'ordine hanno bloccato una cisterna contenente oltre 13 mila litri di latte vaccino e più di 3000 chili di latte di bufala nell'hinterland partenopeo per motivi legati alla mancata tracciabilità del prodotto.


NOTE DOLENTI - Episodi isolati che se radunati raccontano un film poco allegro. Il succo potete leggerlo nel VII rapporto sulla sicurezza alimentare stilato da Legambiente (scaricabile qui). Non solo latticini, naturalmente. Non solo latte (che con carni e formaggi rappresenta il settore più colpito): le note dolenti suonano anche per il comparto olio. Il 29 gennaio 2009, l’ispettorato e l’Agenzia delle dogane hanno sequestrano 450 quintali di olio pronto per essere esportato negli Stati Uniti dal porto di Napoli: era olio di semi colorato e etichettato come olio di oliva. Altra frode di grosse proporzioni ha investito i pomodori San Marzano. In Campania, le fiamme gialle hanno evitato l'immissione sul mercato di oltre 68.000 confezioni di polpa di pomodoro taroccate, quasi 94.000 confezioni di pomodoro pelato e oltre 1 milione di etichette. Ancora: i militari hanno sequestrato 205 mila barattoli di pelati cubettati e circa 3.600 barattoli mancanti della sigla identificativa dell’industria produttrice. Inoltre, in 143.000 barattoli di pomodori fu riscontrato un tenore delle muffe prossimo al 70%, presenza di marciume ed alta percentuale di scarti.


Latticini sempre più minacciati dai falsificatori
Latticini sempre più minacciati dai falsificatori

IL MOVIMENTO «DIFESA DEL CITTADINO» - Antonio Longo, presidente Movimento Difesa del Cittadino, legge il rapporto, scuote la testa, e commenta: «Il dossier di Legambiente conferma anzitutto che il business dell’agroalimentare è sempre più appetibile per la criminalità organizzata e l’industria della contraffazione, a causa del valore crescente in termini economici del Made in Italy. Il nostro cibo di qualità deve peraltro fronteggiare non solo l’attacco illegale dei contraffattori, ma anche difendersi da chi a livello europeo vorrebbe depotenziare e sfumare sempre più le denominazioni di origine col pretesto della libera circolazione. Per fortuna - conclude - il rapporto ci conferma anche positivamente che il sistema dei controlli funziona e lavora bene, nonostante il taglio di fondi e di uomini e nonostante l’incredibile cancellazione dell’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, di cui chiediamo con forza la creazione».



Alessandro Chetta
28 settembre 2010




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E morto Crocitti, il dottor Valenti di Un medico in famiglia

Il Messaggero



 

ROMA (29 settembre) - È morto nella notte a Roma l'attore Vincenzo Crocitti, 61 anni, dopo una lunga malattia. Caratterista di valore aveva interpretato numerosi film e serie tv di grandissimo successo.

Di origini calabresi (la madre era della Provincia di Cosenza), ha esordito nel mondo del cinema con il musicarello Nel sole (1967) e successivamente fece parte del cast del televisivo Orzowei (1976).

A 28 anni recitò la parte dell'amato figlio di Alberto Sordi in Un borghese piccolo piccolo (1977) di Mario Monicelli, proseguendo la carriera negli anni settanta ed ottanta del secolo scorso con numerosi film della commedia all'italiana.

Era diventato molto noto al grande pubblico come il tenero e insaziabile dottor Mariano Valenti de Un medico in famiglia su Raiuno oppure come il vicebrigadiere Bordi in Carabinieri su Canale 5.




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Caccia ai pirati nell'Oceano indiano la nave Libeccio ne arresta 10

Quotidianonet


E' successo al largo dell'oceano indiano, dove dieci banditi si erano impossessati di un peschereccio con 7 persone a bordo. Lanciato il 'warning shot', ma tutto si è risolto in modo incruento


ROMA, 29 settembre 2010 - Inseguimento in mare nell'Oceano indiano, con la nave Libeccio della Marina italiana che dopo una notte di 'caccia' è riuscita ad 'arrembare' e a costringere alla resa dieci pirati, che si erano impossessati di un peschereccio con 7 persone a bordo.

Nel corso del blitz antipirateria dalla nave militare sono stati lanciati ripetuti ‘warning shot’ (l'avviso che se i pirati non si fossero arresi i nostri marinai avrebbero sparato), ma tutto si è concluso per fortuna in modo incruento.

Ieri sera la Libeccio si trovava a circa 83 miglia dalla costa del Kenia quando ha intercettato un peschereccio con bandiera iraniana con presunti pirati a bordo. L’imbarcazione è stata seguita fino a quando i sospetti sono diventati certezza: il motopesca e il suo equipaggio (comandante iraniano e sei pachistani) erano stati effettivamente sequestrati da un gruppo di pirati.
 

E’ a questo punto che la nave italiana ha lanciato i ‘warning shot’: "Attenzione, se non vi arrendete spariamo". A questo punto i pirati hanno tentato la fuga ma alla fine hanno gettato le armi in mare e si sono ‘consegnati’ al comandante del motopesca, che li ha isolati a poppa.


La Libeccio continua a scortare il peschereccio, ma nessun militare è salito a bordo, anche perché’ le condizioni del mare sono attualmente proibitive.





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Si mette a dieta con la madre per smaltire la pancetta: muore anoressica a 16 anni

Il Messaggero


WIMBLEDON (28 settembre) - Una dieta iniziata dopo Natale per smaltire la pancetta, per eliminare i chili presi durante le feste, una dieta cominciata con la madre ma fatale per una 16enne di Wimbledon, Anna Wood, diventata anoressica e morta lo scorso febbraio. Di lei rimangono le foto quelle di una ragazza sana e bella, prima della dieta, e quelle scioccanti di uno scheletro vivente: alta 1 metro e 70, Anna era arrivata a pesare 40 chili.

La storia di Anna è stata raccontata dal Daily Mail. «Non è mai stata grassa, aveva solo un po' di pancetta, ma era normale alla sua età - racconta la madre, Christine Gibson, 52 anni - dopo cinque o sei settimane io ho interrotto la dieta, ma lei ha continuato a mangiare pochissimo, meno di quanto pensassimo. A volte nascondeva il cibo per poi buttarlo via, lontana dai miei occhi. Nel giro di un paio di mesi è diventata magrissima». Ad agosto dello scorso anno il ricovero in ospedale, diventato inevitabile per le sue gravi condizioni di anoressia.: alta 1 metro e 70, Anna era arrivata a pesare meno di 40 chili. Dopo due mesi in ospedale, e qualche chilo guadagnato, la ragazza è tornata a casa, ma solo per riprendere i vecchi ritmi: fino allo scorso febbraio, quando è svenuta in mezzo alla strada ed è tornata in ospedale, dove i medici le hanno diagnosticato un'ulcera perforata che le è stata fatale. Lo scorso 26 marzo, Anna è morta per insufficienza cardiaca dopo l'operazione chirurgica, alla quale i medici avevano previsto che non sarebbe sopravvissuta.




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Iran, blogger condannato a 19 anni

La Stampa


Stretta del regime di Teheran "Collabora con gli Stati Uniti e fa propaganda anti-islamica"
Il Web si mobilita: "Liberatelo"





TEHERAN


Uno dei più conosciuti blogger dell’Iran, Hossein Derakhshan, noto come il "padre del blog", è stato condannato a più 19 anni di reclusione. Lo riporta il sito conservatore Mashreghnews che cita una fonte giudiziaria.

L’irano-canadese, 35 anni, che ha iniziato la rivoluzione dei blog in Iran, è stato riconosciuto colpevole di aver collaborato con «gli Stati Uniti», e di «propaganda contro il sistema islamico», si legge sul sito. Il tribunale lo ha anche riconosciuto colpevole di «promuovere cellule contro-rivoluzionarie e di insultare personalità religiose». Derakhshan dovrà scontare più di 19 anni di reclusione e per cinque anni non potrà esercitare attività legate ai media.

L’agenzia di stampa semi-ufficiale Fars, che cita una fonte giudiziaria, riferisce che la sentenza nei confronti di Derakhshan non è definitiva e che il giovane potrà ricorrere in appello. Le autorità giudiziarie non hanno voluto rilasciare commenti. Nel 2006 e nel 2007, Derakhshan si era recato, con passaporto canadese, in Israele, nemico giurato della Repubblica islamica che non ne riconosce l’esistenza. Aveva poi descritto il viaggio "postando" racconti in inglese e in farsi sul suo blog, spiegando che stava cercando di mostrare agli israeliani e agli iraniani una immagine diversa di ciascun Paese. Venne poi arrestato nel novembre del 2008, al suo ritorno da Israele, e rinchiuso nel carcere di Evin, a Teheran dove altri giornalisti irano-canadesi sono stati detenuti in questi ultimi anni.

La biografia del blogger è piuttosto contraddittoria. Derakhshan, noto in rete con il nome di "Hoder", è stato un aspro contestatore del governo, tanto da realizzare nel 2004 un sito web contro la censura in Iran chiamato "Stop censoring us". Dopo avere vissuto per alcuni anni in Canada, nel 2006 decise di recarsi in Israele «per mostrare ai suoi lettori iraniani la realtà dello Stato ebraico e della sua popolazione», come scrisse nel blog del suo viaggio, in contrapposizione con l’immagine di «piccolo Satana» con cui le autorità di Teheran spesso fanno riferimento a Israele. Nel 2008, poche settimane dopo il suo ritorno in Iran, Derakhshan fu arrestato a Teheran insieme ai suoi familiari. Ma da alcuni mesi chi seguiva in rete il blogger aveva assistito a una sua vera e propria metamorfosi. Nei suoi ultimi messaggi scritti prima dell’arresto, riportati dal sito web del quotidiano britannico "The Times", Derakhshan lodava l’operato di Ahmadinejad e si era schierato anche a favore del diritto dell’Iran a dotarsi di armi nucleari per scopi difensivi. Il blogger aveva anche criticato le organizzazioni internazionali che contestavano a Teheran il mancato rispetto dei diritti umani.

Dopo la notizia della condanna di Hossein la mobilitazione della Rete è stata immediata. Su Facebook è stato creato un gruppo che ne chiede subito la liberazione. I blogger di tutto il mondo hanno espresso la loro indignazione e lanciato un appello alla comunità internazionale affinchè intervenga a favore del giovane come è stato fatto per Sakineh.
Per chi volesse dare il proprio aiuto c'è anche una petizione online.





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Lavitola: "Io ho le prove ma forse non le pubblico"

La Stampa


«Prendo tutta ’sta roba, ci faccio un fiocco sopra e la butto in acqua»

FRANCESCO SEMPRINI
SAINT LUCIA


Un blitz tra Caraibi e Centro America per posizionare gli ultimi tasselli del mosaico «Affaire Montecarlo», un giallo con soluzione a tempo determinato. Il protagonista è Valter Lavitola.

Pantaloni beige e camicia blu di lino, l’editore-direttore dell’Avanti! si presenta dinanzi al ministro della Giustizia di Saint Lucia col taschino gonfio di carte, sono le «smoking gun», le prove che dimostrerebbero come Giancarlo Tulliani sia il beneficiario di Timara e Printemps, le due off-shore mediatrici nella compravendita dell’appartamento monegasco una volta proprietà di An. E’ appena arrivato sull’isola caraibica dove si muove a bordo di due van assieme ad altre cinque persone tra cui José Antonio Torres di el Nacional, il quotidiano di Santo Domingo che per primo ha pubblicato la lettera con la quale Francis informava il premier sull’esito dell’indagine preliminare. «La soluzione del caso è in una mail inviata da James Walfenzao a Michael Gordon», messaggio che, come conferma l’Attorney General, è negli incartamenti del dossier.

Come Lavitola sia arrivato a sbrogliare il bandolo della matassa ce lo spiega più tardi, sotto i portici dell’Auberge Seraphine di Castries. «Sto lavorando a un’indagine di tutt’altro genere», una storia di riciclaggio di denaro con una società di Costa Rica che ha sede a Napoli, dove «ci sono in ballo molti soldi in contanti». E’ su questo filone che si innesta quello monegasco. «Per puro caso - spiega l’editore dell’Avanti! - dopo che era scoppiato il caso, una persona ci dice che tra le prove raccolte nell’ambito dell’inchiesta madre», c’era un carteggio che riguardava la vicenda che vedeva coinvolto il cognato del presidente Gianfranco Fini. E’ questa la genesi dell’indagine che porta Lavitola un paio di volte ad atterrare a Saint Lucia, l’ultima due giorni fa mentre Francis convocava la conferenza stampa.

«Ci siamo visti con i miei collaboratori a Puerto Rico e poi siamo venuti qui», spiega. «Avevo saputo che l’indagine era chiusa, e sono venuto per chiedere un’intervista al ministro, e così ho saputo dell’incontro». Perché ingaggiare proprio Torres? «E’ uno dei migliori e se anche fosse un velinaro come qualcuno dice, che problema c’è?». Ma il documento sul suo tavolo come è arrivato? «Attraverso un free press dal Guatemala». Mario Sanchez? «Una persona dello staff. Non mi piace citare le fonti».

Poi la dissertazione sulla «smoking gun»: «La mail sta qui, ma non la faccio vedere: è un documento che voglio pubblicare prima sull’Avanti!». Ma parla di Tulliani? «Poi la vedrete». Si capisce che parlano di lui anche se non c’è? «Compratevi l’Avanti!». Per Lavitola il giallo di Santa Lucia ruota attorno all’Ocse: «Il governo vuole uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali, ma di punto in bianco tra le mani del premier Stephenson King scoppia il caso perché qualcuno interno ha fatto girare questo documento». Quindi nessuna pressione per aprire l’inchiesta? «Credo di no», dice Lavitola: nella sua testa la soluzione del caso è «sicura al 99,9%». «Secondo me è stato Gordon che ha parlato con il governo. E’ un magistrato di 71 anni, molto importante, sta per passare l’attività al figlio e non vuole problemi».

La presunta negligenza di Tulliani, che avrebbe nascosto a Walfenzao la sua parentela con un politico, è diventata una mina vagante quando «qualcuno ha preso questo documento e se lo è portato in Guatemala facendo scoppiare il bubbone». Ed è lì che Lavitola si è recato ieri per avere l’ultimo elemento con cui si chiuderebbe il cerchio. Chissà quanto costano tutti questi giri? Il direttore dice di aver pagato 32 mila euro sino ad oggi: «Sono attento nelle spese e l’Avanti! vende sempre più copie». E a Bocchino che lo accusa di essere l’autore della lettera «patacca» risponde: «Italo ha avuto un esaurimento nervoso, prima lo ritenevo un amico. Io non ho mai fatto querele, non riesco ad aver l’animo di fare una querela, in ogni caso ci voglio parlare e poi temo che lo querelerò».

La verità è quindi solo questione di ore? «Non farò nulla prima che abbia parlato Berlusconi». Berlusconi l’amico di sempre. «Lo conosco molto bene, da prima dei tempi di Forza Italia. L’ultima volta l’ho visto la settimana scorsa. Mi ha detto: ma te proprio non riesci a tenerti fuori dai casini». Hanno anche parlato di questa storia ma il direttore smentisce di star indagando per lui: «Di Berlusconi si può dire tutto meno che è scemo. Io, un amico di Berlusconi, che fa un’indagine su Fini commissionata da Berlusconi? Ci puoi anche non credere ma delle volte esistono anche rapporti personali». E sui fatti del Brasile dice: «Ero lì quando è venuto, ma i gozzovigli alla tarantina maniera di cui si è parlato sono solo montature».

Non rimane quindi che comprare l’Avanti! il 30 settembre? «Aspetta un secondo. Sto cercando di capire qual è il danno che viene provocato da questa cosa. In alcuni casi certe cose non riesco a farle, non escludo che prendo tutta ’sta roba, ci faccio un fiocco sopra e la butto in acqua». L’incertezza diventa certezza ore dopo, quando Lavitola in partenza verso l’Italia fa sapere che giovedì usciranno i primi dossier dell’inchiesta, ma di quella madre, quella sul riciclaggio. E l’affaire monegasco? Forse non se ne fa nulla, o meglio si dovrà attendere la fine delle indagini. Lavitola nel corso della sua tappa guatemalteca è stato «raggiunto al telefono dalla polizia» di Saint Lucia: «Se pubblichi quei documenti - gli hanno detto - qui non metti più piede, verrai arrestato per inquinamento delle indagini».




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E ora Tulliani rischia si perdere la residenza

Il Tempo


Sarà il 19 febbraio, ma il principato avrebbe deciso di non rinnovare più il documento.



Adieu aperitivo al Cafè de Paris, adieu shopping sulla Promenade, adieu cenette al Cacio Pepe di Fontveille, adieu balli scatenati al Jimmy'z. La dolce vita monegasca del giovane Tulliani rischia di finire a Capodanno perché da febbraio del 2011 il povero Giancarlo non potrà più vivere a Montecarlo ma ritirarsi a vita più modesta in quel di Valcannuta. Secondo quanto riferiscono persone bene informate sotto la rocca, infatti, è quasi certo che il Principato non rinnoverà il permesso di soggiorno al cognato di Fini. Ergo: Giancarlo non potrà più risiedere nel Principato ma dovrà tornare in Italia oppure emigrare verso altri lidi (si sconsigliano i Caraibi). La data del suo arrivo «ufficiale» a Monaco, stando alla carta di residenza (numero 053961), è il 20 febbraio del 2009.

La casetta di boulevard Princesse Charlotte era stata presa in affitto dal 30 gennaio dell'anno scorso (anche se i lavori di ristrutturazione sono andati avanti fino al 2010) proprio per poter presentare la domanda di residenza nel Principato. Per ottenere una carta di soggiorno monegasca devono essere infatti forniti per legge alcuni documenti tra cui un contratto di affitto (esaminato da una commissione ad hoc) o un atto di proprietà, un documento di lavoro concesso dal Servizio di Impiego del Principato, o un'altra giustificazione professionale, o una domanda d'autorizzazione per creare un commercio, una società, o una attestazione bancaria giustificante i mezzi sufficienti a vivere senza lavorare. Stando alla carta di soggiorno di Tulliani, quest'ultimo non avrebbe indicato un'attività professionale in grado di garantirgli il reddito necessario, ma avrebbe allegato la garanzia bancaria (un deposito di circa 300 mila euro) che attesta il possesso di liquidità sufficiente appunto a vivere a Montecarlo senza lavorare.

Inizialmente il permesso di residenza sarà una «carte de séjour» temporanea valida per un anno e rinnovabile su richiesta dell'interessato; trascorsi tre anni sarà possibile ottenere la residenza ordinaria valida per un periodo triennale; dopo dieci anni di residenza potrà essere concesso lo status di «résident privilégié», di durata decennale. Chi cambia residenza per un periodo superiore all'anno deve infine comunicarlo all'Aire, anagrafe della popolazione italiana residente all'estero. Ebbene, Giancarlo ha già rinnovato il permesso il 21 gennaio 2010 e dunque tornerà a farlo il 19 febbraio dell'anno prossimo. Ma, dicono le fonti de Il Tempo, le autorità monegasche sono già decise a negare l'autorizzazione considerando Tulliani «indesiderabile». Ovvero un ospite non più gradito. Un provvedimento che, dicono nel Principato, toglierebbe dall'imbarazzo anche l'ambasciatore italiano Franco Mistretta che in un'intervista a Il Giornale aveva raccontato il giorno in cui si presentò da lui il fratello di Elisabetta pretendendo assistenza per la scelta di una società di ristrutturazione, di una banca e addirittura di un albergo, visto che il primo in cui aveva alloggiato non lo aveva soddisfatto.

Un grattacapo per Mistretta che, fra l'altro, giungerà a fine mandato il 30 settembre dopo due anni trascorsi nel Principato dove è stimato sia dalla comunità italiana che da quella locale. Tanto che già da numerose settimane nella sua agenda, oltre ai consueti impegni istituzionali e diplomatici, conta un gran numero d'incontri, cene e ricevimenti organizzati in suo onore. In cuor suo, anche Gianfranco Fini forse spera che il cognato non metta più piede sulla rocca. E soprattutto che lasci al più presto l'appartamento di Palais Milton. Se non lo ha già fatto.



Camilla Conti

29/09/2010





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Si ribella e impara l’italiano di nascosto Stuprata e segregata dal marito-padrone

Corriere della sera


Vicenza, una giovane di origine marocchina è riuscita a fuggire dall’inferno familiare. L’uomo è indagato e gli è stato notificato il divieto di avvicinarsi a lei


La giovane marocchina aveva conosciuto il futuro marito tre giorni prima del matrimonio (archivio)

La giovane marocchina aveva conosciuto il futuro marito tre giorni prima del matrimonio (archivio)


VICENZA - Costretta dalla famiglia, a poco più di 20 anni, a sposare un uomo conosciuto solo tre giorni prima del matrimonio, ha dovuto subire le angherie della madre e della sorella del marito, il quale non ha esitato a picchiarla, violentarla e segregarla in casa. Samia (il nome è di fantasia, a tutela della vittima), una giovane di origine marocchina, è riuscita però a fuggire dalla prigionia di quell’appartamento nell’Alto Vicentino e a chiedere aiuto ai carabinieri. Ora il marito è stato indagato per violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni. Samia, oggi, ha ricominciato un’altra vita, da persona libera. La disavventura di questa giovane e coraggiosa donna, ha inizio poco più di un anno fa, in Marocco, quando i genitori decidono, dopo il matrimonio della primogenita, che è giunto il momento di sistemare anche la seconda di sei figlie femmine. Samia accetta il volere della famiglia, che l’ha promessa in sposa a un uomo di dieci anni più grande di lei e che le viene presentato solo tre giorni prima delle nozze.


Dopo il matrimonio, la donna lo segue in Italia, nella casa dove lui già viveva con la madre e la sorella, in provincia di Vicenza. La solitudine in un paese sconosciuto spinge Samia a scrivere un diario, che ora è in fase di traduzione perché oggetto di indagine, a cui affida i suoi pensieri e le sue emozioni: «Ho fatto questa scelta. Era importante per i miei genitori. Ora voglio solo essere una brava moglie», scriveva. La convivenza con la famiglia del marito, però, si fa subito difficile. Rivalità tra donne nel contendersi il focolare domestico e il bisogno di ristabilire i ruoli in casa sono forse all’origine delle continue critiche rivolte alla neosposa. Suocera e cognata, infatti, la rimproverano di non essere all’altezza dei suoi compiti, di non saper fare nulla. Stanca, Samia confida al marito la sua difficoltà e il malessere per i continui rimproveri.

La sua richiesta d’aiuto viene però interpretata dal marito come un segno di ribellione della giovane moglie alle giuste regole di comportamento. Così come la sua richiesta di imparare la lingua italiana. Cominciano così le botte e i maltrattamenti, intesi dall’uomo come strumento per rimettere in riga Samia e insegnarle ad essere più remissiva. Per nove mesi Samia accetta in silenzio, impara l’italiano di nascosto prendendo appunti dalla televisione, cerca di evitare litigi. Fino a una sera ai primi di giugno, quando la donna rifiuta di fare l’amore col marito. L’uomo la picchia. Sberle e pugni al viso. La costringe con la forza ad avere un rapporto sessuale, ignorando le sue lacrime. Poi la chiude a chiave in casa per diversi giorni. Forse perché spera che segregandola nessuno possa vedere i lividi ed evitare che lei possa denunciare l’accaduto. Per Samia è troppo. Riesce a fuggire. Lo denuncia ai carabinieri, che le indicano un’associazione. Ora Samia vive presso una famiglia disposta a ospitarla. Ha trovato un lavoro. E la serenità lontana da quell’uomo.


Romina Varotto
29 settembre 2010



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Ci rubano lavoro». L'offesa svizzera con quel topo anti italiano

Corriere della sera


Transfrontalieri rappresentati da tre ratti. Uno si chiama Giulio e ha uno scudo con tre monti


Campagna dai toni razzisti


I cartelloni anti italiani
«Noi lombardi e voi ticinesi parliamo la stessa lingua. Tutti e due diciamo "va' a da' via 'l cul!"», tuonò allegro l'allora sindaco leghista di Milano Marco Formentini in «visita ufficiale» ai «cugini». Cugini? Dipende. E lo dimostra l'infame campagna contro i «ratti» italiani lanciata contro i nostri frontalieri.
È da un pezzo che la Lega ticinese, per bocca del suo leader Giuliano Bignasca (dimentico di essere stato condannato nel '93 dalla Corte di Lugano per aver impiegato una dozzina di operai jugoslavi senza permesso di lavoro) insiste nella stessa accusa: i lavoratori comaschi, varesini, verbanesi «rubano il lavoro agli svizzeri». Un'ossessione. Che ha spinto La Provincia di Como, che pure sinistrorsa non è, a titolare: «C'è sempre un leghista più a nord di noi».


Un'accusa vecchia. Basti ricordare quanto scriveva James Schwarzenbach, che scatenò tre referendum (e nel primo sfiorò la vittoria) contro i nostri immigrati e in particolare le loro mogli e i loro bambini: «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. (...) Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s'ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell'operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l'ex guitto italiano».

Per questo sono più indecenti, quei ratti usati contro i frontalieri. Perché arrivano nella scia di una via crucis segnata da tappe di indicibile dolore. La spedizione punitiva di squadracce armate che a Goeschenen nel 1875 spararono uccidendo sugli operai che costruivano il tunnel del San Gottardo e si erano ribellati alla morte dell'ultimo di 144 compagni ammazzati dalle esplosioni di dinamite, dai crolli, dalle fughe di gas... E poi giorni di caccia all'italiano nel 1896 a Zurigo, quando le autorità dovettero organizzare treni speciali per rimpatriare i nostri, terrorizzati. E la chiusura della sala d'aspetto di III classe della stazione di Basilea agli «zingari d'Italia» in transito, in larga parte piemontesi, lombardi, veneti. E la scandalosa sentenza d'assoluzione per la strage di Mattmark. E l'uccisione per motivi razziali di poveretti come Vincenzo Rossi (buttato dal padrone in un altoforno), Attilio Tonola o Alfredo Zardini, ammazzato a pugni e calci da un razzista che fu condannato nel 1974 a 18 mesi.

Certo, la nostra storia in Svizzera non può essere ridotta solo a questo. Tantissimi italiani, sia pure spesso dopo grandi sofferenze, sono riusciti a integrarsi benissimo. A guadagnarsi la stima, l'amicizia, l'amore dei nostri vicini. E sarebbe ingiusto non ricordare, con le cose che ci hanno dato dolore (ad esempio il rifiuto della cittadinanza ancora nel 2004 ad Armando e Giuseppina Colatrella, che arrivarono nella zona di Lucerna nel 1960 e da mezzo secolo lì lavorano e pagano le tasse) anche tutte le cose positive, molto positive, che hanno segnato i nostri rapporti.

Ma proprio perché accanto alle luci ci sono state ombre, è inaccettabile la campagna partita su Internet (ma già pronta a finire sui muri di tutto il Ticino) con tre topastri presentati ciascuno con una piccola scheda. Il primo chiamato Fabrizio, piastrellista, di Verbania. Il secondo Bogdan, rumeno, sfaccendato. Il terzo Giulio, italiano, avvocato, e per non lasciare dubbi sul cognome, dotato di uno scudo con tre monti. Eccoli, i nuovi nemici del benessere svizzero: il frontaliero italiano, il vagabondo rumeno, il ministro delle finanze di Berlusconi, reo di aver varato lo scudo fiscale che avrebbe danneggiato le banche elvetiche. Titolo della campagna: «Bala i ratt...». Cioè: ballano i topi...
Sono mesi che La Provincia di Como pubblica paginate sui timori dei circa 50mila italiani che ogni giorno attraversano la frontiera per lavorare in Svizzera, dove certo non avrebbero potuto inserirsi in questi anni se non ci fosse stato bisogno di loro. 

Un titolo? «Lega contro frontalieri: "Ci rubano il lavoro"». Un altro? «Stretta in Ticino: "basta infermieri dal Comasco"». La campagna coi topi sul sito www.balairatt.ch va però oltre. E supera perfino i manifesti con le pecore bianche che scalciano fuori dalla Svizzera una pecorella nera presentati dalla Svp (Udc nei cantoni francese e italiano) di Christoph Blocher, noto per aver detto che l'articolo 261 bis del Codice penale svizzero che punisce la discriminazione razziale e chi nega l'Olocausto gli fa «venire il mal di pancia».

E se i leghisti ticinesi, per ora, si chiamano fuori da questa forzatura, ci sono deputati cantonali come Pierre Rusconi che non solo sono d'accordo ma si augurano che sia questo il tema della prossima campagna elettorale. Marco Zacchera, deputato del Pdl e sindaco di Verbania, ha già presentato un'interrogazione parlamentare: non ritiene il governo «che questa campagna abbia schietta impronta demagogica e anche razzista e sia in netto contrasto con gli accordi vigenti italo-svizzeri»?

Ultima annotazione: Michel Ferrise, l'ideatore della campagna, ha detto che l'anonimo committente gli aveva «chiesto di trovare un'idea originale che portasse i ticinesi ad aprire gli occhi su determinate questioni» e che aveva scelto i ratti perché «il ratto è qualcosa di spregevole» e contiene «il concetto di "derattizzazione"». Che sia razzista, non c'è dubbio. Originale no. Lo dice una vignetta pubblicata un secolo fa dalla rivista americana Judge in cui il vecchio zio Sam assiste corrucciato allo sbarco, da una nave proveniente «direttamente dalle topaie dell'Europa», di migliaia di topi di fogna coi baffi alla figaro che hanno scritto sui cappelli o sul coltello che reggono tra i denti: «Mafia», «Anarchia», «Assassinio»...

È passato un secolo, e noi italiani, grazie a quelli come il signor Ferrise e i suoi committenti, siamo alle prese ancora con le stesse porcherie...


Gian Antonio Stella
29 settembre 2010



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I mobili di Montecarlo? Sono quelli che trattò Fini"

di Gian Marco Chiocci

Davide Russo, il commesso del negozio dove il leader Fli e la compagna presero la Scavolini: "Volevano comprare letto e tavolo insieme alla cucina"



Eccolo qua, l’appestato. Al secolo Davide Russo, l’impiegato del mobilificio romano Castellucci che a Ferragosto rivelò al Giornale la storia della cucina Scavolini che a suo dire Fini e signora avevano acquistato per la casa di Montecarlo. Dichiarazioni riscontrate dalla pubblicazione del progetto del mobilio che suscitarono però un caos senza precedenti, l’ironica smentita del presidente della Camera, l’ilarità dei suoi colonnelli («Ma se nemmeno c’entra nella casa!»), la corsa mediatica a dipingerlo come prezzolato, in malafede, bugiardo al midollo. Oggi il dipendente Davide Russo si gode la sua rivincita. Senza infierire, però: «Visto l’assalto dell’altra volta alla mia persona e alla mia famiglia pensavo che oggi (ieri, ndr) mi avrebbero chiamato tanti suoi colleghi, magari quelli che hanno scritto che vi avrei girato una polpetta avvelenata. E invece non si è fatto vivo nessuno. Meglio così, prima mi dimenticano e meglio è...».
Il primo pensiero che le è venuto quando ha visto le foto della cucina?
«Come diavolo hanno fatto a scattarle».
Il secondo?
«Se le foto sono state scattate effettivamente dentro la casa di Montecarlo, beh...»
Beh cosa?
«C’è da restare senza parole perché ho visto cose che conosco e che ho avuto modo di trattare»
È la «vostra» cucina?
«Allora. Io non l’ho vista coi miei occhi ma stando a quel che vedo le somiglianze con gli “ordini” sono molto molto molto forti. Una coincidenza? Diciamo che la probabilità che non sia la stessa è minima minima. Quelle immagini parlano da sole perché trovano un riscontro formidabile con la piantina dell’abitazione che avete pubblicato, col progetto elaborato dalla Scavolini Scenery riconoscibile dalla marchiatura sulla cappa e dai bordi dei cestini estraibili. La cucina è in anta alluminio, la composizione è identica alla “conferma d’ordine” e anche gli accessori, pure lo zoccolo in alluminio millerighe è quello lì. I moduli che sono identici, la misura in lunghezza ed altezza è perfetta al centimetro, per non dire del colore, del modello, dei marchi, degli accessori. Se uno più uno fa due...».
E gli altri mobili ritratti nella foto?
«Per quanto ricordi facevano parte della trattativa anche se poi, però, possono essere andati a comprarli altrove. Io questo non lo so, certo le coincidenze iniziano a diventare tante. Le porte scorrevoli, ad esempio, le fa un’azienda che non fattura tantissimo, quindi è facile riscontrare se è stata presa lì e da chi. Così come il tavolo di cristallo o il letto in pelle di un’azienda di Roma».
Senta Russo, lei si era personalmente occupato della cucina? «Come ho già avuto modo di dire questa estate io sono stato testimone di alcune “visite” ed ho raccolto delle voci all’interno dell’azienda che parlavano di Fini, della Tulliani, di mobili destinati all’estero, a Montecarlo per l’esattezza. Venni incaricato di organizzare un trasporto all’estero, ma non riuscii a trovare lo spedizioniere...»
Che non è ancora uscito fuori, chissà perché...
«Già. Sicuramente i clienti sanno chi è. E comunque io non ero un venditore, facevo da mediatore tra i fornitori e il negozio».
Ha letto che l’impresa che ha ristrutturato l’appartamento monegasco e il costruttore di Montecarlo inizialmente incaricato di seguire i lavori hanno parlato di materiali, mobili e della cucina arrivati dall’Italia?
«Ho letto, ho letto...».
Di un architetto che mandava mail per conto di Elisabetta per modificare la disposizione delle stanze...
«Ho letto, sì, ma che altro vi devo dire? Ripeto: se le foto sono dell’appartamento di Montecarlo allora è evidente che ci sia una relazione troppo... strana per poter essere non correlata all’acquisto fatto a Roma. Quanto da voi pubblicato va a confermare quanto da me ascoltato all’interno del negozio Castellucci, che poi mi ha chiuso la porta in faccia, mettendomi anche in una condizione di disagio perché non mi sta dando quanto mi spetta. Si rapportano col sottoscritto attraverso messaggini, avranno paura che escano altre notizie, chi lo sa»
Lei prima ha parlato di “visite” nel mobilificio. Si riferiva a Fini e signora?
«Ho assistito a tutta una serie di trattative fatte da quei personaggi. Fini l’ho visto personalmente due o tre volte, lei almeno sette-otto volte e veniva quasi sempre con un architetto»
Tornasse indietro rifarebbe quello che ha fatto?
«Mhm... guardi, sono sincero, non lo so. Sulla mia pelle ho capito come si sente chi dice la verità che non si vuole venga propalata, e che poi oltre a non essere creduto viene sottoposto a linciaggio mediatico. Non sto qui a raccontare delle sofferenze mie e della mia famiglia. Sentirsi dare del venduto e del bugiardo non è piacevole. Sono arrivati a scrivere che mia moglie era stata assunta a Mediaset. Una follia. Se lo rifarei? Davvero non lo so».



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La vendita della casa nel mirino del Fisco

Il Tempo


A Montecarlo via agli accertamenti per recuperare eventuali tasse non pagate. Secondo gli esperti il prezzo giusto sarebbe un milione. Il tg di La 7 rivela: dietro le off shore gli stessi 5 nomi.


TESTIMONIANZE La cucina inguaia Gianfranco, è quella comprata con Ely



È partito il Gran Premio di Montecarlo. Negli ultimi giorni mentre l’attenzione di tv e giornali era tutta sull’isoletta di St Lucia, gli agenti del fisco monegasco (i «fiscaux» come li chiamano in Costa Azzurra) avrebbero fatto scattare gli accertamenti sui due passaggi di proprietà dell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte. Lo riferiscono a Il Tempo fonti attendibili, aggiungendo che le indagini non sono collegate alla rogatoria chiesta dai pm romani, ma stanno procedendo su una strada autonoma. Perché ai Grimaldi non interessa sapere chi si nasconde dietro i nomi esotici di Printemps, Timara e Jaman quanto piuttosto verificare se nelle casse dello Stato siano state versate tutte le imposte dovute. Soprattutto considerando il prezzo cui è stato venduto l'immobile, inferiore alle stime del mercato immobiliare locale. Secondo le stesse fonti, il prezzo giusto per la casa della contessa Colleoni non può essere sotto il milione di euro e di questo ne sarebbero convinti anche gli esperti consulenti del governo.
Ecco perché gli accertamenti partiti in questi giorni punterebbero a recuperare le eventuali tasse evase durante il palleggio tra i tre diversi proprietari dell'appartamento di Palais Milton. A cominciare dall'IVA perché – è opportuno ricordare - a Montecarlo non vi sono imposte dirette sul reddito delle persone fisiche (tranne che per i cittadini francesi, imposti normalmente), ma quelle indirette come IVA, registrazione, bolli gravano anche sulle persone fisiche. Nel caso dell'IVA, in particolare, il regime fiscale indiretto è praticamente identico a quello applicato in Francia con un tasso attuale del 19,6%. Non solo. Le società che realizzano più del 25% del fatturato fuori dal Principato sono imposte al 33,3% sull'utile (esenti quindi i commerci locali come panetterie, macellerie, etc).

Quanto alle norme sulla successione, a Monaco è prevista l'esenzione totale in linea retta (salvo che i beni siano fuori dal Principato e siano eventualmente imposti altrove) e l'imposizione per gli altri con un'aliquota di circa l'8 per cento. In caso di accertata evasione a causa dell'inadeguatezza del prezzo rispetto al valore (o in caso di accertamento di un prezzo diverso dal dichiarato) lo stato monegasco può rivalersi sull'immobile iscrivendo un'ipoteca legale così come si starebbe studiando una procedura per recuperare il mancato esercizio, a suo tempo, del diritto di prelazione da parte del Principato. Chi non salda tutti i suoi conti con i fiscaux, inoltre finisce per violare una norma del codice penale. Nel caso dell'appartamento di Montecarlo le responsabilità potrebbero ricadere anche sul notaio che ha firmato i passaggi di proprietà della casa: ovvero Paul –Louis Aureglia e la figlia Nathalie. Nel loro studio, al numero 4 di boulevard des Moulins, vennero infatti firmati i documenti delle due vendite prima da An a Printemps e poi da Printemps a Timara rispettivamente l'11 luglio e il 15 ottobre 2008. Anche l'altroieri un servizio da St Lucia del tg La7, spulciando le carte, ha confermato che i nomi che compaiono nelle società che sarebbero legate a Tulliani sono sempre gli stessi: James Walfenzao, Suzi Beach, Evan Hermiston, Michael Gordon e Tony Izellaar. Torniamo a Montecarlo. Sarà pure un paradiso ma ciò non significa che le tasse non esistano.

«Anzi, qui chi sbaglia paga. Eccome se paga. I controlli sono rigidissimi soprattutto sull'Iva: se la evadi il Principe si offende perché metà è sua e l'altra metà è francese!», ci spiega con una battuta la fonte monegasca. Le verifiche, inoltre, sono state intensificate dopo la grande paura del 2000, quando il fisco italiano aveva deciso di smantellare le residenze di comodo nel Principato ed erano state passate al setaccio le fatture inviate in Italia. A quell'epoca ci fu davvero un momento di panico, perché le fatture monegasche non venivano più riconosciute, poi tutto è rientrato nella normalità. Ma i controlli sugli aspiranti furbetti sono diventati assai più stringenti.


Camilla Conti
29/09/2010




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Così usciranno dalla miniera: la ricostruzione video

Repubblica


Cile, la ricostruzione al computer del salvataggio dei 33 lavoratori intrappolati nella cava di San Josè: uno specale "ascensore" li porterà in superficie uno alla volta

Al Qaeda preparava attacchi in Europa: «In fase avanzata ma non imminenti»

Corriere della sera


I terroristi con base in Pakistan avevano come obiettivi città in Gran Bretagna, Francia e Germania


MILANO - Doveva essere una ripetizione del massacro di Mumbai - 166 morti nel novembre 2008 compiuti dai pakistani di Lashkar-e-Taiba: attacchi multipli in città di Gran Bretagna, Francia e Germania lanciati da terroristi basati in Pakistan e legati ad Al Qaeda e ai talebani. Lo riferisce l'emittente britannica Sky News citando fonti dei servizi segreti inglesi, francesi, tedeschi e americani, secondo la quale il complotto era giunto a una fase «avanzata ma non imminente».

COMPLOTTO - I servizi di sicurezza avevano già «da qualche tempo» individuato e posto sotto sorveglianza i capi del complotto, ma si ignora se gli esecutori materiali siano già giunti in Europa. Secondo Tim Marshall, responsabile degli esteri di Sky, gli attacchi missilistici da parte di droni americani nella regione pachistana del Waziristan - venti nell'ultimo mese - sarebbe legato al piano per sventare le azioni terroristiche. «Diversi leader di Al Qaeda sono stati uccisi e questo è il motivo per cui la minaccia terroristica non si è concretizzata». Secondo la tv americana Abc, tra i possibili obiettivi ce n'erano anche alcuni negli Stati Uniti e il presidente Obama era stato informato. L'Abc cita tra le fonti delle informazioni un tedesco legato ad ambienti terroristici che, catturato alla fine dell'anno scorso mentre cercava di giungere in Europa, avrebbe parlato sotto interrogatorio nella base americana di Baghram in Afghanistan, dove è tuttora detenuto.


FRANCIA - Martedì, per la seconda volta in due settimane, a Parigi è stata evacuata la Torre Eiffel per un allarme bomba, poi rientrato. Alcuni giorni fa il ministro dell'Interno francese, Brice Hortefeux, ha parlato di un rischio «reale» di azioni terroristiche, mentre il capo della polizia ha confermato che esiste un «importante rischio di attentati». Una settimana fa il ministro della Sicurezza interna Usa, Janet Napolitano, ha ammonito che in tutto l'Occidente è aumentata la minaccia terroristica da parte di gruppi estremisti islamici.

29 settembre 2010




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Terrorismo, anche Skype sotto accusa

Repubblica


Fare intercettazioni su internet non è così semplice come per telefono. Skype, per esempio, non è decodificabile e quindi l'FBI non potrebbe controllarlo. Ma ora le esigenze della lotta al terrorismo hanno spinto il presidente degli Stati Uniti a chiedere al Congresso una legge che ampli le possibilità d'indagine, anche a danno della privacy

C'è un comitato segreto per salvare l'euro''

Repubblica


La rivelazione sul Wall Street Journal: un piano scattato durante la crisi greca.
Da New York, Angelo Aquaro

Torino, il miracolo di Edil Morta solo dopo il parto E la sua piccola sta bene

di Redazione



La mamma, una somala 28enne, aveva un tumore al cervello ed era stata tenuta in vita per consentire alla bimba di nascere. Parto con taglio cesareo al settimo mese



 

Torino - Idil Jimcaala, la giovane mamma somala di 28 anni che questa mattina ha dato alla luce la piccola Idil (il papà Issa ha voluto che si chiamasse come lei) é morta questa sera. I medici hanno constatato il decesso alle 22.10. Esattamente 12 ore dopo la nascita di sua figlia. I medici hanno staccato a quell'ora le spine delle macchine che la tenevano in vita da agosto, dopo aver atteso le sei ore di osservazione stabilite dalla Commissione per l'accertamento della morte cerebrale. Tecnicamente la morte risale però alle 16.10, ovvero dall'inizio del periodo di osservazione. E' deceduta nel reparto di Rianimazione dell' ospedale ginecologico Sant'Anna di Torino dove era ricoverata dal 6 settembre per le complicazionI dovute ad un tumore al cervello. Il marito le è rimasto accanto fino al tardo pomeriggio, poi si è allontanato mentre la sua piccola creatura, che porta il suo nome, è ricoverata nel reparto di terapia intensiva della Neonatologia. Le condizioni della neonata sono stabili e discrete, non ha neppure avuto bisogno di venir intubata. I medici sono ottimisti.
Idil, che ha lo stesso nome della madre, è nata a sette mesi dal concepimento questa mattina all'ospedale Sant'Anna di Torino, pesa 800 grammi e sta bene. Come tutti i bimbi nati prematuramente, la bimba è stata ricoverata nel reparto di Terapia intensiva neonatale dell’ospedale.
In coma per un tumore al cervello La mamma, una somala di 28 anni, era ricoverata dalla fine di agosto con un raro tumore al cervello, era in coma irreversibile, ma è stata assistita nel reparto di rianimazione dove i medici ne avevano mantenuto "il corretto equilibrio metabolico" per assicurare il nutrimento alla piccola. Il parto con taglio cesareo è avvenuto alla ventottesima settimana di gestazione.
Rischi per la bambina Il peggioramento delle condizioni della donna avrebbe portato l’équipe della dottoressa Tullia Todros a intervenire: "Abbiamo deciso che fosse il momento di far nascere la bimba - ha spiegato la dottoressa, direttore del Dipartimento di ostetricia e neonatologia dell'ospedale - perchè i rischi che si correvano lasciandola nell’utero erano maggiori di quelli che si sarebbero corsi facendola nascere. La bimba è nata bene, ha avuto un cesareo veloce, è durato circa 10 minuti. È piccola, però vivace, ha pianto quando è nata e ha avuto un buon punteggio Apgar".  Benchè tutto sia andato per il meglio, la professoressa Todros specifica che sulle condizioni della bambina "bisogna essere molto cauti e aspettare i prossimi giorni".




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Troppi disabili nelle scuole » «Torniamo alla Rupe Tarpea»

Corriere della sera


Frase choc di un professore del Conservatorio di Milano su Facebook. L'ira dei genitori. Le repliche: nazista



Un'aula di scuola mediaMILANO - Dice che è stato male interpretato, che non vuole «eliminare i più deboli» e chiede scusa se ha offeso qualcuno. Però l'ha scritto. Su Facebook. «Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare, altro che balle. Non c'è più selezione naturale», ha «postato» Joanne Maria Pini, compositore e docente di armonia al Conservatorio di Milano. Interveniva sulle dichiarazioni, poi smentite, dell'assessore all'istruzione di Chieri, Giuseppe Pellegrino, a proposito della necessità di non inserire i bambini disabili nelle scuole. «E se avesse ragione?», ha chiesto Pini in un forum. In tanti gli hanno risposto indignati. Ma lui si difende: «Volevo solo dire la mia. Alla faccia del politically correct».

LA DISCUSSIONE SU FACEBOOK - Domenica sera, quattro chiacchiere su Facebook, si parla della proposta choc di Pellegrino. Il papà di un bambino autistico commenta invocando «un soprassalto di dignità umana e civile» da parte degli utenti del forum. Anche Pini legge e lancia quella che definisce una provocazione: «E se invece fosse una cosa giusta? Già le classi sono troppo disomogenee, oltre che numerose. D'altronde la funzione della scuola oggi non è di infondere conoscenza, ma di standardizzare la testa della gente». Eugenetica, selezione della razza, diritto alla sopravvivenza. Si apre il dibattito (che la civiltà pensava di aver superato da mezzo secolo). Un partecipante, scandalizzato, interviene: «Cos'è, un disabile non aiuta a "finire il programma"?». Botta e risposta, le frasi di Pini lasciano tutti basiti. 

Qualcuno gli dice di andare a fare il salumiere («sarebbe una gran fortuna per i tuoi allievi»), qualcuno gli dà del Mengele, gli altri commentano: «Si torna indietro di quarant'anni». Ed è a quel punto che scatta il commento più controverso. Pini chiede: «Indietro? Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare. Stiamo decadendo geneticamente. Ovviamente rispetto singoli dolori e situazioni personali, ma il discorso generale è questo. Oggi una pseudoscienza autoreferenziale senza bussole fa campare organismi che non dovrebbero. Datemi pure del nazista, se volete, cosa che non sono: sono invece una persona che ragiona. Liberamente».

LE REAZIONI - Reazione a catena. Di fronte ai commenti esterrefatti dei partecipanti, Pini non molla: «Prima della didattica viene la genetica, diceva mio padre, maestro elementare». Secondo il docente «stiamo vivendo nel periodo più triste della storia dell'umanità: tutto è contro natura». Discussione a sette, lunghissima. E una risposta corale: «Professore, taccia». Interviene anche il giornalista e conduttore radiofonico Gianluca Nicoletti, il quale rilancia la questione sul suo blog (www.gianlucanicoletti.it): 


«Vorrei sapere quale genere di armonia possa insegnare questo signore ai suoi studenti». Passa un giorno, la notizia rimbalza su Internet. Lui, Pini, si dice amareggiato: «Io razzista? È inconcepibile. Figuriamoci se penso che i disabili debbano essere buttati dalla Rupe Tarpea. Sono stato pesantemente insultato, ma il mio era solo un riferimento al mondo antico, quando i soggetti più deboli soccombevano. Resto però convinto del fatto che a scuola, adesso, siano penalizzati i migliori». È solo un parziale dietrofront. «Ma ho imparato la lezione: d'ora in avanti userò Facebook solo per svago».

Annachiara Sacchi
29 settembre 2010



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