giovedì 30 settembre 2010

Nello spazio c'è un'altra Terra

Corriere della sera

Potrebbe ospitare forme di vita: c'è acqua e atmosfera e la temperatura varia tra i -12° e i -31°



MILANO – Su Gliese 581g c’è l’acqua liquida, grazie a una distanza dalla stella madre che regala al pianeta la giusta energia, e c’è l’atmosfera, grazie a una sufficiente forza di gravità del pianeta per trattenerla. A questo punto non ci sarebbe da stupirsi se Gliese 581g ospitasse qualche forma di vita, pur trattandosi probabilmente di una vita molto differente da quella che possiamo ipotizzare: la presenza di acqua e di atmosfera sono infatti considerati i due fattori più importanti, anche se non unici, per l’abitabilità.
SEGNI PARTICOLARI - Scoperto da un team di astronomi dell’Università di California a Santa Cruz e del Carnegie Institution di Washington in seguito a undici anni di osservazioni e rilevamenti al Keck Observatory (alle Hawaii), il pianeta Gliese, al di fuori del sistema solare, ha una particolarità: mostra sempre la stessa faccia alla sua stella, in modo tale che una parte è sempre calda e illuminata e l’altra è sempre buia e fredda. La linea che separa le due metà si chiama terminatore e in corrispondenza di questa linea la temperatura è tra i -12 e i -31°C.
PRIMO PIANTA ABITABILE – La scoperta, pubblicata sul Astrophysical Journal, ha fatto scalpore perché si tratta del pianeta più simile alla Terra mai individuato intorno a un’altra stella, tanto da essere celebrato come il primo luogo al di fuori del sistema solare che potrebbe per primo ospitare la vita. Goldilocks zone: così viene chiamata la famiglia planetaria a cui appartiene Gliese 581g, insieme ad altri cinque parenti-pianeti, tra i quali quattro già noti agli astronomi e il quinto scoperto insieme a Gliese.
CARATTERISTICHE – Dista da noi circa 20 anni luce, ovvero un’enormità, ma in termini astronomici è relativamente vicino. La sua massa è all’incirca da 3,1 e 4,3 quella della Terra e il suo raggio è stimato essere tra 1,2 e 1,4 volte il raggio terrestre. E’ roccioso e il suo periodo orbitale è pari a meno di 37 giorni. Il fatto che si tratti del primo pianeta a essere considerato abitabile non significa assolutamente che sia l’unico: i pianeti cosiddetti Earth-like (simili alla Terra) sono molto ricercati dagli astronomi e il fatto che siano riusciti a individuarne uno in relativamente poco tempo fa supporre che il numero di sistemi con pianeti potenzialmente abitabili si aggiri intorno al 10-20 per cento. Secondo Paul Butler, astronomo del Carnegie Institution di Washington e cacciatore di pianeti «L’abilità umana di scoprire mondi potenzialmente abitabili è limitata unicamente dal tempo dedicato all’uso del telescopio. Gliese 581 – continua Butler - ha le misure e la distanza giusta dalla stella madre per essere abitabile e ha tutte le carte in regola per guidare la rivoluzione dei pianeti extra-solari».
Emanuela Di Pasqua
30 settembre 2010

Ciarrapico attacca i finiani

Redazione


Il senatore del Pdl attacca gli uomini di Futuro e liberta': "Sono dei rinnegati, il premier li ha fatti eleggere in parlamento". Poi: "Chi ha tradito una volta tradisce sempre". Durissime polemiche. Ma lui si difende: "Sono stato frainteso e strumentalizzato


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Sara, la madre: mio cognato non c'entra Anche la cugina lo difende: «È sincero»

Corriere della sera


La figlia dell'uomo: «Mi spiace che il cellulare lo abbia trovato proprio lui». Sua sorella Sabrina in Procura




TARANTO - «Se dovessi escludere una persona io escluderei proprio mio cognato, lui non c’entra niente». Lo ha detto al Tg5 la mamma di Sara Scazzi, la ragazza scomparsa da Avetrana il 26 agosto scorso, a proposito del ritrovamento del cellulare della 15enne fatto ieri dal cognato Michele Misseri mentre era a lavoro in un uliveto. Anche la figlia dell'uomo, Valentina, è sicura: «Mio padre è sincero, mi dispiace che sia strato lui a trovare il cellulare di Sara, perchè pensiamo alla malignità della gente, mi dispiace perché fra tutti quelli che lo potevano trovare l’ha trovato proprio lui». Sua sorella Sabrina, l'altra figlia di Michele Misseri, oggi verrà ascoltata in procura dal pm che indaga sulla scomparsa, Mariano Buccoliero. Il giorno della sparizione le due cugine (Sara e Sabrina) avevano appuntamento per andare insieme al mare in quel pomeriggio di fine agosto. Sara uscì di casa alle 14,30 per raggiungere casa della parente che dista poche centinaia di metri, ma a quell’appuntamento non è mai arrivata. Parlando con i giornalisti ha detto anche che ieri, quando il padre ha trovato il cellulare ha chiamato casa per descriverlo e sapere se si trattasse proprio di quello di Sara. Prima che dal numero identificativo verificato dagli investigatori il cellulare è stato riconosciuto dai famigliari per alcuni ciondoli tra cui la linguetta di una lattina. «Sara faceva collezione di linguette - ha spiegato Valentina - perchè voleva farsi un braccialetto». «Io non sapevo - aggiunge - che avesse cambiato cellulare, pensavo che avesse ancora quello fucsia che abbiamo visto nelle fotografie». La ragazza ha aggiunto infine che suo padre Michele questa mattina è andato a lavorare come sempre.


Michele Misseri, lo zio di Sara
Michele Misseri, lo zio di Sara
LE RICERCHE - Si concentrano nel podere dove ieri è stato ritrovato il cellulare le ricerche, mai sospese, per la ragazzina di 15 anni scomparsa il 26 agosto scorso. L’area si trova al confine dalle province di Taranto e Lecce, in agro di Porto Cesareo, lungo la strada che collega Avetrana con Nardò. Dopo oltre un mese senza che di Sara si trovasse una minima traccia, il ritrovamento da parte dello zio del cellulare - privo di batteria e di scheda sim - ha richiamato l’attenzione degli investigatori sulla zona che già era stata battuta nei primi giorni successivi alla scomparsa. Si cercano ora eventuali altre tracce della ragazza che nel giorno della scomparsa con sè portava uno zainetto con il telo da mare che non è stato mai ritrovato. Le ricerche vengono condotte anche dai sommozzatori che stanno perlustrando i pozzi e cisterne della zona.



Redazione online
30 settembre 2010




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Reggio Calabria, presi gli attentatori a sede Pg Minacce a Di Landro per contrasti in ufficio

Quotidianonet


In manette 22 persone appartenenti alla cosca “Serraino”. Gli investigatori ritengono che dietro l’attentato fatto il 3 gennaio ci sia una reazione della cosca alla scontro tra il Pg e il sostituto Francesco Neri


Reggio Calabria, 30 settembre 2010 - Sono finiti in manette i presunti esecutori e mandanti delle intimidazioni al Procuratore Generale di Reggio Calabria. Nel corso delle prime ore dell’alba, i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria unitamente a quelli del Ros della città dello stretto hanno eseguito nel corso della notte 22 arresti su ordine del Gip del Tribunale di Reggio Calabria, nei confronti di altrettante persone appartenenti alla cosca “Serraino” egemone nella città di Reggio Calabria.

L’accusa per tutti è: associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata, danneggiamento e minaccia aggravata, porto e detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni e oltraggio. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati beni mobili, immobili ed attività commerciali, per un valore di oltre 1.500.000. di euro, oltre a perquisizione personali e domiciliari.

Nel corso dell’ operazione Epilogo i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria per delega della Procura della Repubblica di Catanzaro,hanno notificato a quattro degli indagati arrestati, appartenenti alla cosca Serraino , nell’ambito del procedimento penale sull’attentato dinamitardo perpetrato il 3 gennaio scorso in danno della Procura Generale di Reggio Calabria , un’informazione di garanzia poiché indagati di aver organizzato ed eseguito il grave fatto delittuoso.

Inoltre la Procura di Catanzaro ha disposto dieci decreti di perquisizione domiciliari e locali, nei confronti dei predetti quattro indagati ed altri appartenenti allo stesso sodalizio, finalizzati all’assicurazione di fonti di prova per lo stesso delitto.

L’indagine ha consentito di individuare una componente organica della cosca Serraino, operante nel quartiere San Sperato di Reggio Calabria e nel comune di Cardeto, centro montano alla periferia ovest di Reggio Calabria, di definirne gli interessi criminali e di far luce su alcuni fatti delittuosi perpetrati sul territorio.

Sono state individuate le responsabilità per il danneggiamento, perpetrato il 5 febbraio 2010, in danno del giornalista Antonino Monteleone, a cui ignoti avevano incendiato l’automobile.

Sarebbe stato legato ai contrasti interni al’ufficio il movente dell’attentato fatto il 3 gennaio scorso a Reggio Calabria contro la sede della Procura generale.

Dall’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Catanzaro e’ emerso, infatti, che l’attentato sarebbe da ricondurre ad una reazione della cosca Serraino dopo che il procuratore generale Salvatore Di Landro, poco dopo il suo insediamento, avvenuto nel novembre del 2009, aveva deciso di revocare alcuni fascicoli processuali al sostituto Francesco Neri. Lo confermano alcune voci investigative.

Salvatore Di Landro, Procuratore Generale di Reggio Calabria dalla fine di novembre dello scorso anno, appena giunto nell’ufficio di procura aveva dato degli imput e dei segnali importanti riguardo il comportamento da tenere da parte dei sostituti Pg nei processi d’appello. Cosi lo scontro con il sostituto Procuratore Generale Francesco Neri era divenuto insostenibile.

Nei confronti di quest’ultimo, dopo lo scontro con il Procuratore Generale Di Landro, nel marzo scorso, si apri la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale da parte della Prima commissione del Csm. Il procedimento si e’ concluso con l’adozione di una misura cautelare a carico di Neri, con il trasferimento del magistrato ad altra sede ed altre funzioni.

Neri ha assunto successivamente la carica di consigliere della Corte d’appello di Roma.

A Neri era stato contestato, in particolare, di avere avuto come difensore, nei procedimenti disciplinari avviati a suo carico, lo stesso avvocato che assisteva uno degli imputati per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, avvenuto il primo agosto del 2007 nel corso di una rapina. Nel corso del processo per l’assassinio di Rende, conclusosi con la conferma dei cinque ergastoli comminati in primo grado, Neri fu sostituito, come rappresentante della pubblica accusa, su decisione del procuratore generale Salvatore Di Landro.

A Neri e’ stata anche contestata l’avocazione del procedimento penale a carico dell’ex consigliere regionale della Calabria del Pdl Alberto Sarra, avocazione successivamente annullata dalla Corte di Cassazione fmc

Il Procuratore Generale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro, sentito da Apcom ha cosi commentato la notizia relativa ai 4 avvisi garanzia per le intimidazioni subite a gennaio davanti al portone della Procura Generale: “In questo momento sono un privato cittadino, parte offesa, in questi provvedimenti. Prima di commentare questo lavoro eccellente delle forze dell’Ordine, ho bisogno di capire bene e di leggere gli atti”. Lo stesso Pg reggino, non ha voluto commentare la notizia secondo cui la bomba è stata messa per contrasti con il suo sostituto Francesco Neri.





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Caserta, operazione della Finanza. Sequestrate 2 tonnellate di droga: 3 arresti

I l Mattino


CASERTA (30 settembre) - Sequestro di 900 piante di cannabis a Mondragone, nel Casertano: 1782 chilogrammi che immessi sul mercato avrebbero fruttato circa due milioni di euro.

Tre le persone arrestate nel corso di un'operazione, «No production», messa in atto dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Caserta. I tre responsabili sono stati arrestati in flagranza tra Mondragone, Carano di Sessa Aurunca e Cancello ed Arnone: in un caso realizzata anche una serra destinata a preservare la piantagione di canapa - finalizzata alla produzione di marijuana e hashish - dall'eventuale maltempo.





G di F Caserta Marijuana



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Bancario scappa con quattro milioni La lettera: ho fatto beneficienza

Corriere della sera


Stefano Berton, 57 anni, è capogruppo del Pd in Comune a Este. Scomparso dal 27 settembre, ha annunciato che si consegnerà l'11 ottobre



Stefano Berton

Stefano Berton


PADOVA - Ha sottratto quattro milioni di euro ai clienti della banca ed è scappato ma in una lettera dice di averli dati in beneficenza. Il protagonista della vicenda è un bancario 57enne di Este (Padova), Stefano Berton, che per almeno 12 anni ha incassato il denaro dei clienti, convinti che i loro soldi sarebbero stati utilizzati per operazioni finanziarie. Quando l’attività illecita stava per essere scoperta, Berton ha rassegnato le dimissioni sia dalla banca che da consigliere comunale del Pd e si è reso irreperibile, annunciando però che l’11 ottobre si consegnerà all’autorità giudiziaria. Nella lettera di dimissioni il bancario giustificherebbe il suo gesto spiegando che avrebbe incassato il denaro avvalendosi del rapporto di fiducia con alcuni clienti, ai quali consegnava false attestazioni su carta intestata dell’istituto di credito, dando poi i soldi in beneficenza.

(Ansa)


30 settembre 2010





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Cinema: è morto Tony Curtis

Corriere della sera

Il grande attore americano si è spento a Los Angeles all'età di 85 anni






MILANO
- Lutto nel mondo del cinema. E' morto a Los Angeles all'età di 85 anni l'attore Tony Curtis. Ne ha dato notizia la figlia, l'attrice Jamie Lee Curtis.

INTERPRETE MEMORABILE - Curtis, il cui vero nome era Bernard Schwartz, è passato alla storia, tra l'altro, per il suo ruolo nella celebre pellicola di di Billy Wilder «A qualcuno piace caldo», in cui recitava al fianco di Jack Lemmon e Marilyn Monroe.
In Italia divenne famosissimo negli anni '70 a seguito della serie tv «Attenti a quei due che interpretava al fianco di Roger Moore.


Redazione online
30 settembre 2010





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Nappi: «Capisco il disagio, ma da me i disoccupati arrivano in Mercedes»

Corriere del Mezzogiorno


Intanto è pronto il Piano per il lavoro: incentivi
a chi assume donne, giovani e senzalavoro



NAPOLI— Il suo piano per il lavoro potrebbe essere approvato anche nella prossima seduta di giunta. Al momento, ha ricevuto l’approvazione ufficiosa dei colleghi assessori e delle parti sociali. Un impegno, quello di Severino Nappi, che è oggetto di inquietanti minacce; sebbene lui affronti con determinazione quella che definisce «una prima risposta in termini organici di sistema alla profonda crisi occupazionale campana». Il punto di svolta, aggiunge, del Piano per il lavoro, «sarà quello di dare una scossa al sistema in crisi, dopo la prolungata assenza di programmazione delle politiche attive del lavoro».


Intanto, lei continua ad essere oggetto di minacce.
«Sì, ma ci sono disoccupati che fanno casino, che occupano militarmente la città, e quelli che vivono con apprensione il proprio destino occupazionale, ma senza per questo fare barricate. Pensi che ad una manifestazione fui raggiunto da contestatori che viaggiavano a bordo di auto di lusso, Classe A, e con le Hogan ai piedi».

Perché ce l’hanno con lei?
«Il disagio sociale a Napoli è una cosa seria. Ed è comprensibile anche l’organizzazione del disagio. Ma se essa diventa strategia della tensione, allora parliamo d’altro. Occorre rispettare il disagio di tutti. Il mio ruolo ha un percorso obbligato e sotto certi aspetti è il prodotto del passato. L’accordo tra Regione, Provincia e Governo per le politiche di orientamento prevedeva un finanziamento di 8 milioni (già spesi) dalla Regione; di 2 milioni (anch’essi già spesi) dalla Provincia. Mentre i 10 milioni del Governo potranno essere sbloccati soltanto in presenza di contratti di lavoro. Dunque, da qui non ci si discosta. La Regione è pronta a fare la sua parte, investendo altre risorse. Ma non ci sono soltanto i disoccupati Bros. Ovvero, nessuno vuole impedire assunzioni pubbliche nel settore ambientale; tuttavia chi ritiene che si possano fare, ci dica pure come e dove. È necessario lavorare tutti assieme e non soffiare sul fuoco».

Assessore Nappi, quali sono i capisaldi della piattaforma che si appresta a varare?
«Puntiamo sulle classi di bisogno: donne, giovani, disoccupati. Per le quali occorre sostenere l’ingresso o il reingresso nel mondo del lavoro».

Come?
«Attraverso la stipula di contratti flessibili che contengano elementi formativi per qualificare i lavoratori. Contratti di apprendistato per i quali è prevista l’assegnazione di significativi supporti contributivi vincolati, però, all’obbligo da parte delle imprese di avviare una vera formazione, secondo le specifiche esigenze di mercato. Insomma, nulla di contrabbandato, come si è verificato per il passato; poiché ora l’obiettivo principe è di incentivare la mediazione tra domanda e offerta di lavoro».

A quanto ammonterebbe la spesa per l’incentivazione?
«È ancora prematuro: l’incentivo va concordato. Ma parliamo di cifre piuttosto serie, che reggono l’interesse all’investimento occupazionale. Del resto, saranno sostenute le spese di assunzione e di avvio lavorativo per un periodo congruo: circa un anno. Anche attraverso incentivi come il credito di imposta. Con l’obiettivo di avviare, poi, controlli veri. Ecco, un’altra novità sarà proprio questa: i controlli dovranno essere di riscontro più che preventivi».

A quale tipologia di impresa fate maggiormente riferimento?
«Alle piccole e medie, sono quelle che in questi ultimi anni non si sono giovate di un particolare sostegno pubblico. E per esse sarà radicalmente alleggerita la procedura di accesso ai contributi».

L’attenzione per i disoccupati come si svilupperà secondo il suo Piano?
«Fornendo gli strumenti per riqualificare il lavoratore colpito dalla crisi delle imprese. I cassintegrati, per esempio, saranno accompagnati da attività di placement mirato e offriremo contributi a chi li assumerà. Abbiamo imprese in Campania che cercano professionalità che non riescono a trovare. Ecco perché diventa fondamentale la formazione. Quella vera e continua. E poi, puntiamo a mettere in rete gli assessorati regionali per accorpare le competenze di riferimento: lavoro, istruzione, attività produttiva e ricerca scientifica. Ma anche agricoltura. Insomma, basta bruciare risorse senza creare occupazione. Siamo al collasso: un solo giovane su dieci trova lavoro dalle nostre parti, mentre rispetto alla media nazionale l’occupazione femminile registra meno cinque punti. Questi non sono dati europei. Allora, si faccia uno sforzo comune per uscire dal tunnel».


Angelo Agrippa
30 settembre 2010





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Guardie giurate per i parchi comunali

Corriere del Mezzogiorno


Nonostante il Comune abbia già 350 addetti alla guardiania delle aree. Delibera da 400 mila euro




NAPOLI— Come se non bastassero i circa mille addetti al settore giardini, di cui 350 destinati anche alla guardiania, da qualche tempo al Comune di Napoli serpeggia pure l’idea che a presidiare i (pochi) parchi pubblici cittadini napoletani siano le guardia giurate. Cosa che fa insorgere il consigliere comunale Salvatore Guerriero, vigile urbano in aspettativa: «Non si può immaginare una strada simile ignorando i tanti lavoratori del Comune che possono svolgere lo stesso ruolo a costo zero». Anche la Cgil, con Gennaro Martinelli, segretario provinciale della Funziona pubblica, attacca, confermando come «l’amministrazione comunale si appresterebbe ad approvare l’ennesima delibera di 400.000 euro per finanziare la vigilanza dei parchi attraverso Istituti di Vigilanza Privati».

Per Martinelli, «se così si deciderà» in tal senso, vorrà dire che «saremmo di fronte all’ennesimo sperpero di denaro pubblico e di esternalizzazione di un servizio in barba alle leggi che regolano la materia». Quella dei vigilantes a guardia di parchi e giardini pubblici al momento è un’ipotesi, ma è comunque prevista dal Bilancio di previsione La Cgil si dice fortemente contraria al progetto del Comune Nel documento della Cgil si ricorda pure che «da ormai più di un anno denunciamo, unitamente a qualche sparuto consigliere comunale, questo sperpero e proponiamo di utilizzare al meglio le centinaia di dipendenti comunali che hanno la veste giuridica di sorveglianti Parchi. L’amministrazione preferisce non effettuare dei cambi di profilo a costo zero, che garantirebbero altri centinaia di dipendenti con la qualifica di vigilanza parchi, ed invece spende 400.000 euro per gli istituti di vigilanza privata».

«I parchi — rimarca il sindacalista —, vedi la Villa Comunale, sono in condizioni di piccolo o grande degrado, senza attrezzature, anche quelle minimali, personale privo di divise o qualifiche idonee a consentire un serio controllo del parco ed abbandonato in ruoli marginali. Persino la potatura degli alberi è stata sottratta al personale interno per appaltare tutto a ditte esterne. Abbiamo proposto un progetto organico teso a risparmiare soldi del bilancio, utilizzare al meglio il personale, qualificare il servizio del verde cittadino, garantire un vero controllo dei parchi dalla cattiva educazione o dagli atti vandalici. L’assessorato competente e l’intera amministrazione— scrive sempre Martinelli — hanno risposto con disinteresse. E non si comprende il motivo». Per questo, visti i «soldi in bilancio sottratti alla città», che la Cgil minaccia che «ove la delibera dovesse essere adottata si invieranno gli atti alla Corte dei Conti». I soldi per finanziare il progetto, che al momento, spiega l’assessore alle Finanze, Michele Saggese, sarebbe «congelato», sono stati previsti nello scorso bilancio di previsione approvato il 30 aprile 2010.


Paolo Cuozzo
30 settembre 2010




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Montecarlo, Corallo conferma: "Ormai si sa di chi è la casa"

di Gian Marco Chiocci


Il "grande vecchio" del gruppo Atlantis convinto che dietro le off shore ci sia Tulliani. E su Walfenzao che comprò la casa: "Chi va da lui lascia tracce...". Poi spiega il trucco: "La off shore doveva servire a coprire il compratore"



 

«Pronto?Buonasera,sono l’asseri­tamente “boss” Corallo, tirato in ballo per le vicende dei Caraibi e la casa di Montecarlo. Ho letto su al­cuni giornali che sarei latitante chissà dove.Bene.Volevo comuni­ca­rle che domani mi costituisco al­l’ Ansa, così tutti potranno essere informati sul mio effettivo stato di cittadino, libero, con passaporto, senza alcuna pendenza giudizia­ria. Se non l’avesse capito glielo spiego meglio: non sono latitante, io».

L’esordio è tutto un program­ma. Gaetano Corallo, detto Tani­no, 75 primavere, condannato a sette anni per associa­zione a delinquere finalizza­ta alla corruzione nella vi­cenda dei casinò di Sanre­mo, sospettato di frequenta­zioni pericolose nel 1983 quando scappò a Miami per sfuggire a un retata sul clan Santapaola, è di nuovo sui giornali per le vicende del quartierino del Principato di Monaco. Perché, stando ai resoconti giornalistici e giudiziari, Corallo senior sa­rebbe il Grande Vecchio del gruppo Atlantis, specializza­to nel racimolare miliardi con le slot machine , guidato dal figlio Francesco, che ha come «amministratore» Ja­mes Walfenzao, il procura­tore della Primtemps che l’11 luglio del 2008 acquistò l’appartamento da An e che indirettamente compare nelle varie società che con­trollano la Timara Ltd, a tut­t’oggi proprietaria dell’im­mobile monegasco. Walfen­zao, a cui il cognato del pre­sidente della Camera domi­cilia le sue utenze persona­li, è anche la «fonte» del go­verno di Saint Lucia che indi­ca proprio in Giancarlo Tul­liani il vero proprietario del­la casa di Boulevard Princes­se Charlotte. Il resto della storia, compreso il pranzo di Fini al suo ristorante, ce lo racconta lui, assistito dal­l’avvocato Giuseppe Lipe­ra.


Signor Corallo, lei cosa sa di questa storia?
«Poco o niente».

Cominciamo male. Il grup­po Atlantis, diretto da suo fi­glio, a causa dell’ammini­stratore Walfenzao, suo malgrado è finito col rico­prire un ruolo di primo pia­no nella vicenda che si sno­da fra Roma, Montecarlo, Santo Domingo e Saint Lu­cia...
«Allora. Mio figlio, con il quale non parlo più per que­stioni familiari, è incensura­to. Il sottoscritto ha pagato il suo debito con la giusti­zia, mi hanno arrestato a Miami, in Florida, estradi­zione respinta per mancan­za di indizi, poi sei anni con­donati, otto mesi di affida­mento in prova a Roma, ho un certificato di carichi pen­denti pulito, e quindi...».

Va bene. Le chiedevamo co­sa sa di Montecarlo...
«So quel che leggo dai gior­nali, anzi dal vostro giorna­le. E cioè che la verità è quel­la che scrivete voi».

Scriviamo tante cose si­gnor Corallo. A cosa, in par­ticolare, si riferisce?
( ride ) «La prego, su. Come posso dire... Mi fa pena que­sto presidente della Came­ra, non vorrei infierire su uno che sta già così male».

Lei lo ha conosciuto?
«Io no, io».

Lo sa che c’è una fotografia che ritrae il presidente Fi­ni, nel 2004, nel suo risto­rante ai Caraibi, nell’isola di Saint Martin. Lo stesso Amedeo Laboccetta, depu­tato di An ora nel Pdl, ci ha confermato che nel suo ri­storante, oltre all’attuale presidente della Camera, c’era anche Francesco Cosi­mi Proietti, detto Checchi­no, ex braccio destro di Fini ed oggi parlamentare di Fu­turo e libertà. Non neghi l’evidenza.

(lungo sospiro) «Non è il mio ristorante, ma è il risto­rante di mio figlio. Conosco Laboccetta perché conosco la famiglia, la moglie, la ma­dre della moglie quando an­cora erano fidanzati».

Almeno l’onnipresente Walfenzao lo conosce?
«Lo conosco, certo, è una persona per bene. Un pro­fessionista serio. Era diret­tore di una banca a Saint Martin - dove vive mio figlio e dove Laboccetta va in va­canza - , poi si è dimesso e l’ho rivisto solo recente­mente a Miami, dove lui s’è fatto un ufficio per gestire queste società off- shore».

E non sa che l’uomo cardi­ne dell’intrigo monegasco è anche l’amministratore e consulente nella vostra At­lantis World che grazie ad An avrebbe ottenuto benefi­ci in Italia per delle conces­sioni, come rivela l’inchie­sta di Potenza sui Mono­pòli, dove proprio Checchi­no Proietti finisce intercet­tato?
«Dovreste chiedere a mio figlio perché io ne so poco delle vicende dei monopoli. Non so cosa sia successo su Montecarlo, potrebbe esse­re che hanno usato lo stesso studio di James Walfenzao che poi ha aperto una suc­cursale pure nel Principato dove è scoppiato tutto que­sto scandalo».

E dove Tulliani, al suo ami­co Walfenzao, gira pure la posta...
«Appunto».

E lei è pronto a giurare che lo zampino di suo figlio non spunti...
«Guardi, sinceramente... Io non credo. Non vedo che interesse potrebbe avere mio figlio, che è un impren­ditore affermato, a fare un’operazione del genere».

Magari per fare un favore a qualche amico o ad un ami­co di un amico...
«Ma non è che può fare il mediatore lui».

Lui no, ma Walfenzao sì...
«Può essere, ma io non lo so. Leggendo tutto quello che scrivete, i documenti che pubblicate, le società e i nomi che si rincorrono, ver­rebbe da pensare come la pensate voi. Io, però, non credo».

E cosa crede?
«Credo che non serve a niente fantasticare su cose indimostrabili. È la sostan­za quella che conta».

E qual è per lei questa bene­detta «sostanza» signor Co­rallo?
«Anche i bambini hanno capito com’è andata questa storia, di chi è la casa, chi la occupa. La off-shore serve a nascondere il reale compratore, non si scappa. Chi ha il pacchetto delle azioni al momento è il proprietario ma non è detto che non si possa risalire al primo proprieta­rio, quello della cessione della casa da An alla società. Una traccia resta sempre, non è che un fantasma bus­sa, che so, va da Walfenzao e costituisce una società. Ci dev’essere qualcuno che fi­sicamente si presenta, no­me e cognome».

Ed è rintracciabile questa traccia?
«Penso proprio di sì».

Ps: Ieri, in tarda serata, dopo aver riletto l’intervista (ovvia­mente registrata) all’avvocato di Corallo e averne ottenuto il via libera alla stampa, siamo stati raggiunti da una telefona­ta dello stesso Corallo che mi­nacciava querela qualora avessimo proceduto alla pub­blicazione. Se l’intervista è in pagina è per il doveroso rispet­to al nostro lavoro e al dovere di informare i lettori di fatti co­munque di interesse pubblico.





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Mazzetta da 15mila euro, arrestato assessore della Lega

Corriere della sera


David Codognotto accusato di concussione. Telecomando per chiudere nell’auto i 15mila euro. Società satellite del Portogruaro e nipote del presidente ricattati



David Codognotto (web)



VENEZIA - Come in un film. Aveva richiesto banconote tutte dello stesso taglio (100 euro), riposte in una busta di cellophane trasparente. Aveva lasciato la sua automobile aperta, sotto gli uffici comunali, in modo tale che venisse depositata sul cruscotto la mazzetta da 15 mila euro. Lui guardava dalla finestra e, con il telecomando, aveva chiuso la porta per mettere al sicuro il «bottino». Peccato che al film di David Codognotto— 32enne politico della Lega Nord, assessore comunale di San Michele al Tagliamento nella giunta di centrodestra guidata da Giorgio Vizzon—sia mancato l’«happy end». Quando è uscito dal Comune per intascare la bustarella ha infatti trovato ad aspettarlo gli agenti della Guardia di Finanza di Portogruaro, che gli hanno messo le manette ai polsi. La tangente era stata estorta all’associazione sportiva dilettantistica Lemene, collegata al Portogruaro Calcio di cui cura una parte del settore giovanile, con la minaccia di revocare un contributo e sfruttando la situazione di crisi della giunta. L’indagine non è finita, perché Codognotto aveva chiesto una seconda mazzetta di 20 mila euro: il sospetto degli inquirenti è che qualcun altro possa essere coinvolto.

Mazzette e manette Il pm veneziano Stefano Ancilotto, che coordina l’indagine, contesta all’assessore il reato di concussione. Codognotto avrebbe infatti minacciato la società di toglierle un contributo di 90 mila euro—di cui 70 mila già erogati dal Comune — per un evento sportivo giovanile. L’assessore, che ha le deleghe al Bilancio, ai Tributi, allo Sport e al Turismo, avrebbe fatto la sua richiesta negli uffici del Portogruaro Calcio, ad uno dei nipoti di Francesco Mio, il presidente della neopromossa in serie B. Il quale non ci ha pensato più di un minuto prima di andare dalle fiamme gialle di Portogruaro, capitanate dal tenente Daniele Mannara, insieme al suo avvocato Paolo Viezzi. «L’unica cosa che posso dire è che la famiglia Mio non c’entra nulla con questa storia, nel senso che non è nemmeno parte lesa, come invece lo è l’Asd Lemene, che si potrebbe costituire in un eventuale procedimento penale futuro», spiega il legale. La minaccia era avvenuta circa una settimana fa e in pochi giorni è stata organizzata la trappola per il rampante politico, classe 1978, sposato e con una figlia piccola di un anno. La Finanza ha infatti consigliato al nipote di Mio di seguire le indicazioni dell’assessore e di presentarsi all’appuntamento come richiesto, in modo da incastrarlo. Gli inquirenti avevano anche fotocopiato le banconote, ma non è stato difficile beccarlo in flagranza di reato. La concussione è un reato pesante, che prevede una pena da 4 a 12 anni di reclusione.

Soldi e minacce Per capire la vicenda bisogna però fare due passi indietro. Il primo è al momento in cui la giunta aveva concesso all’Asd Lemene quel contributo da 90 mila euro: l’accordo era che il torneo, a cui avrebbero dovuto partecipare altre squadre giovanili della zona, in primis l’Udinese, ma anche l’Itala San Marco e la Sacilese, venisse svolto entro il 31 dicembre 2010, data di scadenza della convenzione firmata tra le parti. Dapprima era in programma per settembre, poi saltato per problemi a trovare una data buona per tutti; la nuova data scelta era dicembre. Il secondo passo è più recente, con la giunta Vizzon in netta crisi e l’ipotesi addirittura di un commissariamento. Per questo Codognotto si è presentato una settimana fa negli uffici del Portogruaro, ritenendo di potervi trovare i referenti dell’Asd Lemene, con un documento in cui si paventava l’annullamento della convenzione e l’escussione della fideiussione da 70 mila euro che la società aveva presentato al momento della firma. «Io posso prorogare il contributo adesso, prima che cada la giunta - è stato il discorso di Codognotto - ma per farlo ci vuole un aiuto...». Ovviamente il documento di revoca era falso, una sua invenzione per sfruttare la situazione.

Sviluppi di indagine Nonostante l’arresto in flagranza, ieri gli inquirenti erano abbottonatissimi. «Tale episodio si inquadra nell’ambito di una vicenda più ampia che ha visto l’arrestato chiedere anche altri favori sfruttando la sua carica pubblica e la cui esatta definizione è oggetto di indagini», dice sibillino il comunicato stampa della Finanza. Le fiamme gialle, coordinate dal dottor Ancilotto, vogliono infatti capire se quegli ulteriori 20 mila euro fossero destinati ad altri soggetti: anche perché non si spiegherebbe perché non chiedere i 35 mila euro in un colpo solo.


Alberto Zorzi Giulio Serra
29 settembre 2010(ultima modifica: 30 settembre 2010)



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Terzigno: assalto al camion dei rifiuti, va a fuoco

Repubblica

Una cinquantina di autocompattatori dell'immondizia sono stati bloccati da un'azione di un gruppo di contestatori mentre stavano per raggiungere l'ex cava Sari scortati dalla polizia

Erano le 3 e mezzo di notte quando un gruppo di persone ha fermato un mezzo facendo scendere un conducente e gettando all'interno dell'abitacolo una bomba carta di fabbricazione artigianale. Il mezzo successivo invece è stato fermato dopo che gli assalitori hanno sfilato le chiavi dal cruscotto.
La polizia si è messa a presidiare i camion, e i mezzi sono ripartiti circa mezz'ora dopo per permettere anche l'intervento dei vigili del fuoco. Il commando, composto da 6/7 persone è fuggito nonostante l'intervento delle forze dell'ordine, che fanno fatica a scortare le colonne di rifiuti quando passano nei quartieri che contestano la decisione di aprire nuove discariche nel napoletano


Il boia ha finito il veleno

La Stampa


La sala delle esecuzioni in Virginia


Esaurite le scorte di barbiturici: esecuzioni sospese. E nel Paese crescono i dubbi


LORENZO SORIA
LOS ANGELES


L’esecuzione era stata annunciata per le 9 di sera di oggi ora californiana, le sei del mattino di venerdì in Italia, in una sala dell’infame carcere di San Quentin. A 30 anni da quando Albert Greenwood Brown ha stuprato e poi ucciso una ragazza di 15 anni, per Brown era arrivata l’ora dell’iniezione letale, la prima esecuzione in California negli ultimi cinque anni. E invece non accadrà. Il solito cavillo legale dell’ultimo momento? Un ripensamento morale del governatore Arnold Schwarzenegger? No, la ragione è che l’unica dose che c’era di Pentotal, un barbiturico concepito come anestetico e per indurre i pazienti in coma medico, è scaduta. E non è possibile ottenere nuovi dosaggi perché la Hospira, l’unica casa farmaceutica che produce il Pentotal, non ha più rifornimenti di sodio thiopental, uno dei suoi ingredienti attivi, e ha fatto sapere che non se ne riparla sino a marzo dell’anno prossimo. Anzi, pure quell’obiettivo potrebbe saltare.

Per Brown, e per gli altri 708 condannati a morte ospiti di varie prigioni californiane, significa che il momento della loro esecuzione si allontana. Ma il problema non tocca solo lo Stato governato da Schwarzenegger. In altri Stati d’America di qui alla fine dell’anno ci sono altri 17 condannati pronti all’esecuzione, ma anche loro verranno risparmiati per la mancanza di dosi valide di Penthiotal. In Virginia, in particolare, l’ultima dose a disposizione è stata iniettata la settimana scorsa su Teresa Lewis, la prima donna uccisa negli Usa in cinque anni, e adesso non ce n’è più. In Kentucky hanno una sola dose con scadenza il primo ottobre, in Arizona anche e dunque un’esecuzione prevista per il 26 di quel mese verrà per forza rinviata. In Oklahoma c’è poi una situazione che se non ci fossero di mezzo vita e morte e vittime e violenza insensata potrebbe essere il soggetto di una commedia dark: ci sono due condannati pronti all’esecuzione, ma una sola dose e i rispettivi avvocati hanno inondato i tribunali di ingiunzioni per stabilire chi deve morire per primo, col risultato che per adesso sono entrambi ancora vivi. «Una macabra forma di roulette russa», sostiene Richard Dieter, direttore del Death Penalty Information Centre, con sede a Washington.

Dopo anni di dibattito e di battaglie politiche e legali sull’efficacia e sull’etica della condanna a morte, la controversa pratica è arrivata a uno stop totale non per sollevamento popolare o perché la Corte Suprema ha cambiato idea e l’ha dichiarata illegale ma per una questione all’apparenza banale: perché non c’e più un metodo approvato dalla legge per portare a termine le esecuzioni. La Hospira ha spiegato l’interruzione della produzione del suo farmaco letale col fatto che ha perso l’unico fornitore del suo ingrediente attivo, il sodio thiopental. E non può trovarne un altro? Non ce ne sono, dicono alla Hospira, sospettata dai difensori della pena capitale di avere volutamente messo dei paletti tra le ruote. La prova? Un comunicato in cui la casa farmaceutica ha dichiarato che produce il Pentotal perché «salva o migliora le vite» e che comunque «non è indicato per la punizione capitale».

Un’alternativa sarebbe fare ricorso alle riserve degli ospedali, ma qui la richiesta andrebbe a cozzare con il codice deontologico dei medici, che non possono mischiarsi con la condanna a morte. E poi il Pentotal è un po’ sorpassato, gli ospedali ora usano farmaci più moderni. E non potrebbero fare altrettanto i vari Stati per portare a termine le loro esecuzioni? Anche qui non è così facile, un nuovo metodo deve venire approvato dalle corti statali e da quelle federali e poi dalle rispettive legislature, e comunque dovrebbe venire sottoposto ai necessari test. E così la macchina della pena capitale si è fermata, in attesa del ritorno sul mercato del sodio thiopental previsto per marzo del 2011. O forse no.California, il giudice blocca il boia.

Un giudice federale della California ha bloccato l’esecuzione di Albert Greenwood Brown, un nero di 56 anni condannato per aver ucciso una ragazza nel 1982. Il giudice ha espresso dubbi sull’iniezione letale. Secondo il magistrato è impossibile stabilire entro domani, giorno previsto per l’esecuzione, se le nuove regole per le iniezioni letali, che non possono essere dolorose, rispettino la legge. Se Brown fosse ucciso sarebbe la 14ª vittima del boia dal 1977




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Manca l'interprete, slitta il processo Udienze a rischio per 30 mila stranieri

Corriere della sera


Ogni anno in Italia il 37% dei procedimenti civili o penali
coinvolge stranieri. A Roma solo 180 traduttori ufficiali


di  LAVINIA DI GIANVITO

Un extracomunitario ad un processo per omicidio e rapina
Un extracomunitario ad un processo per omicidio e rapina
ROMA - Ora si spera nell’udienza del 30 novembre. Chissà se quel giorno il processo potrà cominciare. Perché, da quasi un anno, la paralisi è completa: manca un traduttore di cingalese. Dopo sei udienze volate via per motivi tecnici, «il 24 novembre 2009 - racconta l’avvocato Gianluca Arrighi - il tribunale ha convocato un interprete di inglese. Si è capito subito che non era il caso. E per l’udienza successiva, il 2 marzo scorso, ne è stato individuato uno che parlasse cingalese. Ma non si è presentato, così come è successo il 13 luglio».
Così, il processo si è arenato. «Per il 30 novembre prossimo - prosegue arrighi -, il presidente del collegio ha sollecitato noi avvocati e la procura a rivolgersi all’ambasciata dello Sri Lanka». Provengono infatti da lì i protagonisti della storia. E non è che uno tra le migliaia di casi che ogni anno si verificano nei tribunali di Roma e di tutta Italia: la carenza di traduttori e il caos delle normative che regolano l'arruolamento di interpreti rischia di paralizzare oltre 30 mila processi.




INCOMPRESIBILI IN AULA - Secondo le statistiche diffuse dall'Aiti (associazione italiana traduttori e interpreti), che giovedì 30 settembre organizza a Roma un dibattito sul ruolo dell’ interprete nei processi, soltanto nel 2009 in Italia su un totale di 68mila detenuti 25mila erano stranieri: «Ciò significa che circa il 37% dei processi svolti nell’ultimo anno - sottolineano i traduttori - hanno visto coinvolto uno straniero che ha, o comunque avrebbe dovuto necessitare, del coinvolgimento di un interprete».
Nel maggio scorso, l'Associazione Nazionale dei traduttori e Interpreti del Ministero degli Interni ha chiesto ai giudici che operano presso il Tribunale di Roma ad esprimersi sull’importanza degli interpreti durante i processi, perchè anche nel Tribunale penale più grande d’Europa l’utilizzo dei traduttori varia dal 10 al 30% dei casi sul totale dei processi civili, mentre la percentuale aumenta fino al 40%-50% quando si tratta di direttissime. Inevitabili i rinvii per mancanza di personale specializzato.



ATTORE MALMENATO - Parte lesa nell'ultimo dei procedimenti slittati per mancanza di interprete a Roma, è Kumara Thilak Jayaweera, l’attore più famoso dello Sri Lanka, malmenato e rapinato di 3.500 euro e di alcuni gioielli a piazzale Flaminio il 9 novembre 2007. E sono suoi connazionali i due imputati, Chanaka Ranga Weerasinhe, 30 anni, che lavora come corriere espresso, e Sampah Thushara Philips, 29 anni, portiere in un condominio.

POCHE VOCI DALL’ASIA - Magari la prossima volta il traduttore ci sarà, ma intanto si è perso un anno. «Va sempre così nei processi con i cingalesi - racconta Arrighi -. E pure in quelli con i cinesi. Credo che gli interpreti siano pochi, un problema che in passato c’è stato anche i traduttori filippini». Diversa è la situazione quando in aula ci sono rumeni, albanesi o arabi: «Allora l’interprete si trova nel giro di un’ora», spiega un altro avvocato, Fabrizio Gallo.


Un arresto di extracomunitari
Un arresto di extracomunitari
I NUMERI DI UN'EMERGENZA - A Roma la categoria degli interpreti ufficiali conta 180 iscritti all’albo del tribunale penale: italiani, rumeni, albanesi, polacchi, latino-americani, bulgari, siriani, egiziani, cittadini del Maghreb, bengalesi, indiani, afgani, senegalesi, nigeriani, cinesi e così via. Nel 70% dei casi si tratta di donne tra i 45 e i 50 anni, con un’esperienza tra i 3 e i 10 anni, come sottolineano i dati dell’Aiti, che nel convegno del 30 settembre al centro congressi Cavour chiederà al ministero della Giustizia di emanare «norme chiare e vincolanti sull'utilizzo degli interpreti nei tribunali».
Sandra Bertolini, presidente di Aiti, sottolinea infatti quanto i sevizi resi dagli interpreti siano «misconosciuti» a fronte dell’obbligo, previsto nella Costituzione, di «garantire la tutela dei diritti degli indagati, delle vittime e dei testimoni». Che sono migliaia, perché in Italia, come si ricordava, solo tra i 68 mila detenuti finiti in carcere nel 2009, 25 mila sono stranieri. E gli arrestati in flagrante sono solo una parte. 



RECLUTATI ALLA SBARRA - Gli stranieri ci sono anche negli altri dibattimenti, in tutto oltre 30 mila: 27.827 davanti al giudice monocratico e 2.581 in tribunale fino al 30 giugno scorso. Eppure manca «un sistema di reclutamento degli Interpreti valido per tutto il territorio nazionale». Presso molti Tribunali, ricorda l'Aiti, «non si viene iscritti nell'Albo dei Periti se prima non si è fatta l'iscrizione presso la Camera di Commercio, che funge da Albo, in quanto là si viene iscritti per titoli ed esami». Quando i titoli non sono sufficienti si deve passare un esame. A Roma, invece, attualmente «si presenta domanda d'iscrizione presso il Tribunale civile o il Tribunale penale senza passare per la Camera di commercio, ma questo non vale ancora per tutti i tribunali, primi fra tutti tribunali sensibili come Bari, Perugia e Caltagirone».


30 settembre 2010



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Doping, Contador positivo al Tour

Corriere della sera


Il controllo è stato realizzato il 21 luglio, durante la seconda giornata di riposo della corsa a tappe francese






MADRID
- Nuova scossa elettrica nel ciclismo spagnolo, e non solo: lo spagnolo Alberto Contador, vincitore dell'ultimo Tour de France, positivo a un controllo antidoping proprio nella corsa grazie quale è diventato il nuovo protagonista assoluto del ciclismo. Lo ha reso noto l'Unione Ciclista Internazionale (UCI) e la notizia scuote di nuovo il mondo delle due ruote, anche se il corridore si è subito difeso dicendo che è in grado di dimostrare la sua innocenza.

TRACCE DI ANABOLIZZANTE - Il controllo antidoping, è stato realizzato il 21 luglio, durante la seconda giornata di riposo del Tour. Nel comunicato diffuso dall'Uci si parla di tracce di Clembuterol, una sostanza anabolizzante, che sarebbero state trovate nei campioni prelevati a Contador, in una quantità bassissima e che "per giungere a conclusioni attendibili saranno necessarie altri test più approfonditi". Il corridore spagnolo ha parlato di una "contaminazione alimentare" e ha annunciato per oggi una conferenza stampa nella sua città, Pinto, vicino a Madrid. Il comunicato

SOSPENSIONE - Lo spagnolo è stato intanto sospeso a titolo provvisorio dopo il risultato "anormale" del controllo antidoping effettuato durante il Tour de France. Lo ha annunciato l'Unione Ciclista Internationale (UCI).


30 settembre 2010





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La città al massimo del degrado''

Repubblica


I dipendenti di Enerambiente riprendono la raccolta di rifiuti nel centro di Napoli, ma sono costretti a guidare i camion vandalizzati nel raid della scorsa notte. In tutto sono 180 i mezzi devastati, 50 dei quali completamente inutilizzabili. Danni anche agli uffici e alle auto di servizio. Intanto la città è al massimo del degrado. Ci sono cassonetti stracolmi e sacchetti ovunque

di Beniaminio Daniele

Fini esce allo scoperto: martedì il nuovo partito E non molla la poltrona

di Francesco Cramer


Il presidente della Camera continua nella sua strategia doppiogiochista: dopo aver dato la fiducia a Berlusconi si prepara a bloccare l’azione del governo



Roma - Fini l’ambiguo continua nella sua strategia distruttiva: vota la fiducia a Berlusconi ma spera di impantanarne l’azione di governo; scalda i motori del nuovo partito ma resta appiccicato al sedile più alto di Montecitorio; si dichiara bipolarista ma traffica col terzo polo; giura di non essere appassionato di ornitologia ma il suo Fli ormai sembra un’uccelliera: ai falchi e alle colombe ora si sono aggiunti pure i condor. Granata e Barbareschi: il primo vota contro la fiducia in dissenso al gruppo; il secondo vorrebbe fare altrettanto ma poi si adegua al «sì» obtorto collo. Niente fiducia neppure dall’ottantaquattrenne Mirko Tremaglia.


Intriso dalla logica di Palazzo per cui ci si dichiara amici ma poi ci si accoltella, Fini ascolta l’intervento del premier ma sa già cosa fare: abbracciare il Cavaliere per stritolarlo. L’occasione offertagli dal presidente del Consiglio è ottima: non un accenno ai pretesti per cui Fini ha deciso di strappare; non un riferimento alle contraddizioni del presidente della Camera; addirittura aperture ai desiderata dei finiani più moderati. Certo, non va giù che il premier li snobbi, preferendo fare un discorso alto, alla nazione, persino rivolto alla parte più responsabile dell’opposizione. Ma tant’è: messo da parte il malumore per la mancata legittimazione della cosiddetta «terza gamba», il presidente della Camera può ghignare sulla testa dell’odiato Cavaliere quando questi dichiara di essere «per indole incline al dialogo». Ma poi sarà fiducia.


La solita noiosa tattica del cerino: vorrei tanto cacciare Berlusconi da palazzo Chigi e forse dal Paese ma non mi conviene tirare fuori il cartellino rosso e, soprattutto, non adesso. Abbasso Berlusconi, viva Berlusconi. Per ora. Capriole? Sì, ma ai suoi occhi «è stata una bella pagina di politica...». Nell’attesa del redde rationem, proseguendo il logoramento quotidiano, meglio oliare gli ingranaggi di un partito che, in verità, s’è già messo in moto prima di Mirabello. Così, sentito il discorso tutto aperturista di Berlusconi con la casacca dell’arbitro, Fini vola nella sede di Farefuturo per dettare la linea ai suoi cambiandosi maglia e indossando quella di leader di partito. Ostile ma pronto a concedere la fiducia, arbitro ma bomber.


Conviene. Davanti ai suoi, tra le cui fila si registra la solita schermaglia tra Italo Bocchino e Roberto Menia, Fini rompe gli indugi e convoca per martedì prossimo i gruppi parlamentari per dare avvio «al processo politico» che porterà alla nascita del nuovo partito. C’è chi morde il freno. Qualcuno, anche tra i finiani, reputa più corretto l’abbandono della poltrona vellutata di Montecitorio. Pensiero stupendo? Mica tanto perché il portavoce di Fini, Fabrizio Alfano, scarta l’ipotesi: «Le dimissioni del presidente della Camera sono da escludere. Bisognerà poi vedere chi sarà eletto presidente del nuovo soggetto politico e non è detto che sia Fini». Insomma, l’escamotage si può trovare. Chissà se è stato questo uno degli argomenti affrontati assieme a Casini in Transatlantico?


Ma la bega principale il presidente della Camera ce l’ha nel tenere insieme i suoi, divisi non più soltanto in falchi e colombe. Già durante il discorso di Berlusconi in Aula, mentre a Menia, Consolo, Moffa, Conte, Raisi e Polidori scappa qualche applauso, gli altri si taglierebbero un avambraccio pur di non battere le mani. Ma alla riunione futurista spuntano perfino i futuristi più rapaci: il solito Granata, ormai più vicino al dipietrista Barbato, e il livoroso Barbareschi. Entrambi puntano i piedi: vogliono votare no alla fiducia. Il primo, in effetti, poi si smarca dalle indicazioni del gruppo e viene ripreso dallo stesso Fini. Il risultato è la seguente capriola per motivare la sua scelta: «Ho votato contro la fiducia come reazione simbolica agli attacchi vergognosi a cui in questi mesi è stato sottoposto il presidente Fini sul piano politico e personale ma mi riconosco e condivido pienamente le posizioni del gruppo».


Il secondo, Barbareschi, si adegua al «sì» deciso dal gruppo ma con il mal di pancia: «Sono molto combattuto, a disagio, ho un’etica io. Quell’etica - confida a un collega del Pdl - che stento a ritrovare anche nel mio di gruppo, figurati un po’...». Poi dirà: «È stato imbarazzante votare sì ma ci sono dei tatticismi da rispettare». E poi le colombe, Consolo in primis. Il finiano soft appena annusa l’accelerazione sul partito finiano tira il freno a mano. E, a quanto risulta all’Asca, si mormora di un suo ulteriore trasloco nel Pdl. Anche in questo caso interviene Fini che se lo coccola un po’ e poi parte un comunicato ufficiale del Fli di «stima e apprezzamento politico e professionale nei confronti dello stesso Consolo». «Berlusconi ha capito la lezione», Fini sorride. Per ora.






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Raid dei no global contro la sede degli ufficiali in congedo

di Paola Fucilieri


Secondo la Digos sono i meno pericolosi, almeno dal punto di vista ideologico. Però gli si può conferire, senza timore di sbagliare, la palma dei più grossi rompiscatole tra i cosiddetti antagonisti o giù di lì. Stiamo parlando del Coordinamento dei collettivi studenteschi e dei loro «amici» del centro sociale Cantiere che ieri mattina si sono esibiti nell’ennesima bravata dell’anno, naturalmente tra cori, striscioni e fumogeni d’ordinanza: tentare di entrare in metropolitana senza pagare. Operazione impossibile e, infatti, non riuscita. Un flop, insomma. Ma un flop che ha costretto le forze dell’ordine a mobilitarsi, a intervenire. E, naturalmente, ha creato scompiglio in una mattinata già non facile per la metropolitana (la linea rossa era rimasta ferma quasi un’ora per due incidenti). Come da copione insomma.

Ma andiamo per ordine. I ragazzi - una ventina in tutto - ieri mattina hanno fatto irruzione alla sede di via Bagutta dell’Unuci (Unione nazionale ufficiali in congedo d'Italia) perché, così sostengono loro, volevano porre alcune domande riguardo al progetto che coinvolge i ministeri della Difesa e dell’Istruzione «Allenati per la vita», concepito per una miglior conoscenza del mondo delle divise. Un progetto che proprio l’Unuci dovrà gestire. Quando i ragazzi hanno esposto, dentro e fuori gli uffici di via Bagutta lo striscione «Ribellati per la vita, diserta la scuola di guerra», però, sono stati cacciati fuori.

Ben lontani dal volersi dare per vinti, i piccoli antagonisti hanno avuto una delle loro grandi idee. E, inneggiando alla libertà con cori di vario genere e non lesinando gli insulti alle istituzioni, si sono diretti verso la metropolitana di piazza Duomo per tentare l’ingresso senza pagare. Gesto che ha immediatamente innescato l’intervento di poliziotti e carabinieri che, in tenuta antisommossa, li hanno bloccati sul mezzanino.

Dopo alcuni minuti, durante i quali i militari e gli agenti hanno identificato i giovani, loro hanno potuto lasciare la stazione, tra la curiosità dei passanti fermi a guardare quel che stava succedendo. Tanto rumore per nulla? Ancora una volta la risposta è affermativa.
«I “bravi ragazzi” dei centri sociali hanno organizzato l’ennesima pagliacciata sulla scorta dell’ennesimo pretesto e hanno dato prova di sé recitando il solito copione: fumogeni, pretesa di viaggiare gratis in metropolitana, insulti. A dimostrazione che è necessario che il ministro Maroni provveda a disattivare questi centri» ha commentato il vicesindaco Riccardo De Corato.




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Di Pietro a testa bassa: "Democrazia stuprata" Bagarre a Montecitorio

di Paolo Bracalini


L’intervento del leader Idv è un attacco al premier dai toni assurdi: "Lei è uno stupratore della democrazia". Maggioranza in rivolta, da Fini solo blandi rimproveri e la sinistra non batte ciglio






Roma - Già quando Fini annuncia il prossimo titolato a parlare, Antonio Di Pietro, l’aria si surriscalda, si temono show da Bagaglino. E il timore è azzeccato: dopo due parole la terza è un insulto. «Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un pregiudicato illusionista». Inizia un testo-contumelia, degno di un’osteria di Campobasso, che Tonino ha messo a punto durante gli interventi che lo hanno preceduto, testa bassa sul foglio per limare il fine ragionamento. Man mano che il climax di improperi procede, l’attenzione dai banchi del Pdl e Lega si sposta da Tonino a Fini. «Fai qualcosa! Fallo smettere!» urlano anche i leghisti. Di Pietro continua, come se fosse al Vaffa-Day di Grillo, non a Montecitorio. Si arriva all’altra trovata di Tonino, «lei è uno stupratore della democrazia», che rappresenta una novità nell’eloquio anti-Cav di Di Pietro. Gli aveva dato del nazista, del fascista, del dittatore sudamericano, del corruttore, del magnaccia, ma quella dello stupratore non gli era ancora venuta in mente («ma lo stupro della democrazia è quello che ha fatto Di Pietro», commenta il vicepresidente della Camera Antonio Leone). Un suggerimento di Franco Barbato, il pasdaran del dipietrismo che siede alla spalle del leader Idv e che è il nuovo ideologo del dipietrismo off limits? Forse. Allo «stupratore della democrazia» insorge l’Aula, ma non l’opposizione che pure è ancora indignata dalle battute di Bossi su SPQR. Solo i leghisti solo volgari, per Pd e dintorni.


Ancora si urla al presidente della Camera di fare qualcosa. «Onorevole Di Pietro la prego di usare un linguaggio consono a quest’aula», dice Fini, al primo avviso. Quell’altro va avanti e vira sulla storia antica: «Fuori c’è un Paese che muore di fame, e lei è venuto qui a suonarci l’arpa della felicità, come faceva il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava. Quella stessa Roma che rideva come ride lei mentre i suoi amici barbari padani vogliono mandare al rogo l’unità nazionale». La storia dell’umanità secondo Tonino produce l’inevitabile: fischi, buuu, muggiti, urla di disgusto. Berlusconi lo guarda e unisce le mani come a dire: ma questo è fuori. Poi, sempre rivolto a Tonino, gli fa segno del matto, battendo il dito indice sulla sua tempia. Intanto il Tonino-Show va avanti. La gag successiva è questa: «Lei, signor Berlusconi, è un vero maestro. Intendo dire un maestro di massoneria deviata, un precursore della corruzione e della collusione di Stato». Altri boati, scampanellii di Fini, poi Di Pietro attacca sull’informazione, che il Cav controllerebbe «in modo criminale». Qui Fini è costretto a dare il secondo cartellino giallo: «La prego di usare termini che siano consoni al luogo in cui si trova, è ammessa ogni espressione non può essere tollerata l’ingiuria». Ma per la maggioranza è fin troppo morbido.


Basta aspettare qualche secondo perché tutto crolli ancora in più basso. Di Pietro tocca il capitolo Montecarlo, Tulliani-gate e società off shore. Ovviamente, un’inchiesta promossa dai servizi deviati del Cavaliere, nella vulgata paranoica di Tonino, e che per giunta fa finta di scandalizzarsi di giochini con le società off-shore, di cui invece dovrebbe sapere tutto «l’imputato Berlusconi». È l’apoteosi, il Parlamento come l’Arena di Domenica in, come una puntata del Processo del lunedì, è troppo. Berlusconi si alza e si gira verso Fini. Gli dice qualcosa facendo un gesto con le mani che si può tradurre così: ora basta, digli qualcosa. Intanto l’aula è sommersa dalle urla e grida, tra leghisti e pidiellini molti scattano in piedi e dicono qualcosa all’indirizzo di Di Pietro. Una baraonda. Fini interviene, ma non contro Tonino: «Vi ricordo che siamo in diretta televisiva, vi invito, a partire dall’onorevole Di Pietro, ad usare un linguaggio consono. E prego la parte destra dell’emiciclo di mantenere la calma». Altro che calma, siamo prossimi alle mazzate. Anche perché Di Pietro, invece che calmarsi, si scalda ulteriormente. Parla di parlamentari «disperati» che Berlusconi avrebbe «chiamato a casa sua per offrire prebende e minacciare imbarazzanti rivelazioni», Fini interrompe e lo richiama all’ordine per la seconda volta, mentre per la seconda volta Berlusconi si gira verso di lui protestando. Il Di Pietro-show si chiude, l’osteria riapre domani.





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