domenica 3 ottobre 2010

Alpinismo, morto Walter Nones Stava scalando una vetta dell'Himalaya

Corriere della sera


La conferma dell'incidente è stata data dalla moglie sul blog: «Non potremo più riabbracciarlo»

fu protagonista della scalata in cui perse la vita Karl Unterkircher


Walter Nones in una foto del 24/7/2008
Walter Nones in una foto del 24/7/2008
MILANO - «Walter ha avuto un incidente questa mattina. Non potremo più riabbracciarlo, possiamo solo ricordarlo per il grande uomo speciale che era». Così, sul blog dell'alpinista, la moglie di Walter Nones ha dato la notizia della morte del marito, il 39enne rocciatore trentino, mentre era impegnato nella scalata di uno degli 8mila dell'Himalaya, il massiccio del Cho Oyu. «Non ci sono ancora informazioni precise sull'accaduto quindi chiedo rispetto da parte dei mezzi d'informazione nel diffondere la notizia. Quando avrò maggiori informazioni le pubblicherò sul blog», scive ancora Manuela Nones.

CHI ERA - Walter Nones, nativo di Cavalese in Trentino, viveva in Alto Adige, nella Valgardena. Appuntato dei carabinieri, lo scalatore poteva vantare, fra l'altro, la conquista, nel 2004, del K2 senza ossigeno. Nel 2008 Nones fu tra i protagonisti di una drammatica ascesa sul Nanga Parbat durante la quale morì Karl Unterkircher. Nones e Simon Kehrer riuscirono a raggiungere quota 5.700 dove, su un pianoro, vennero recuperati da un elicottero al termine di un'odissea durata 10 giorni.



03 ottobre 2010




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Napoli, arrestato uomo di al Qaida Ricercato in Francia: aveva un kit per bombe

Il Mattino




di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (3 ottobre) - Lo hanno pedinato, filmato, studiato per almeno tre giorni. Ne hanno messo a fuoco i contatti, le mosse, la trama di relazioni sul territorio. Tic, abbigliamento, modo di esprimersi, finanche il modo di accendere una sigaretta, di sorseggiare una bevanda, di parlare al telefono. Poi, tre giorni dopo un’azione rigorosamente sotto traccia, la mossa finale.
Fulminea, efficace: quindici giorni fa è stato arrestato a Napoli un uomo di Al Qaida, un presunto esponente dell’ultima generazione del network terroristico che fa capo a Osama Bin Laden, responsabile degli attentati americani dell’undici settembre del 2011, dell’eccidio madrileno dell’11 marzo del 2004 e, con ogni probabilità, degli attentati del 7 luglio del 2005. Un blitz a Napoli, dunque, un arresto, poi tanto silenzio.
Notizia subito secretata, bloccata sul nascere.

Poi, qualche giorno fa, una svolta che non è passata inosservata, con la richiesta di estradizione discussa a porte chiuse dinanzi a una sezione di Corte d’appello del Tribunale di Napoli, da parte della Procura generale di Luigi Mastrominico. Udienza lampo, quanto basta a chiedere e ottenere il trasferimento del presunto terrorista da Napoli (dove è detenuto in isolamento da venti giorni) a Parigi. Già, Parigi. Perché la storia della caccia all’uomo finisce a Napoli, ma inizia in Francia, quando si concentrano indizi su un cittadino sospettato di contatti con la rete «qaedista». A questo punto, qualche domanda.

Chi è il presunto terrorista braccato a Napoli? Che vita faceva? Qual era la sua mission? Si sa poco, per il momento: ha ventotto anni, origini algerine, francese da due generazioni. Passaporto transalpino, dunque, nato nel cuore d’Europa - terra che conosce bene - arriva a Napoli nella prima parte di settembre. Ed è solo a questo punto che la sua storia - o la sua missione - diventa un fatto napoletano. Le sue mosse entrano nella rete della Digos del vicequestore Filippo Bonfiglio, il 28enne algerino di nazionalità francese diventa un problema anche napoletano, tanto da spingere il procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, capo del pool antiterrorismo, ad aprire un fascicolo ad hoc. Sul suo conto, poche informazioni ma di interesse investigativo: per qualche giorno si è mimetizzato nella zona centrale della città, nei pressi di piazza Garibaldi. Ha frequentato la moschea di corso Arnaldo Lucci (già toccata da una precedente indagine di terrorismo islamico), ma anche quella di piazza Mercato. Ha avuto contatti con alcuni correligionari (sodali o semplici conoscenti), ha provato a mimetizzarsi in un quartiere - tra la Ferrovia e il Mercato - dove è altissima la zona di immigrati africani e mediorientali, dove già in passato si sono concentrate azioni di polizia giudiziaria in materia di lotta al terrorismo.

E non sono mancate sorprese sul taccuino degli investigatori, che hanno deciso di arrestare il presunto terrorista solo dopo qualche giorno di appostamento, quando si è fatto alto il rischio di una sua improvvisa scomparsa dal cono di luce. Fatto sta che i poliziotti hanno sequestrato un computer e un telefonino cellulare, ma anche alcuni appunti passati al vaglio di esperti di lingue arabe. Da quanto trapela dallo stretto riserbo, sembra che il cittadino francese custodisse una serie di nozioni tecniche utili a fabbricare congegni esplosivi, a costruire armi di distruzione di massa. Poi appunti scritti a penna, contenuto ovviamente top secret. Quanto basta a tenere aperto un fascicolo investigativo, a tenere in piedi domande legittime: che ci faceva a Napoli un presunto esponente di Al Qaida? Chi ha incontrato?

Era di passaggio o aveva intenzione di piazzarsi in riva al Golfo? Domande che fanno i conti con le precedenti inchieste condotte sulla presenza di presunti terroristi a Napoli. Salafiti, fronte islamico di salvezza, nuclei di combattenti algerini. Frange su cui ha indagato - siamo a metà dello scorso decennio - il pm Michele Del Prete (oggi al pool antimafia), che ha ottenuto conferme investigative. C’è un dato di fatto che sembra acquisito: Napoli da tempo è una piazza internazionale nel traffico di documenti, ma anche di schede telefoniche, fondamentali per eludere il «grande orecchio» delle polizie di mezzo mondo. Una zona calda dove incontrarsi, darsi alla macchia per qualche giorno, semmai ricomparire con un nuovo passaporto in tasca. Un crocevia, uno snodo internazionale al centro del Mediterraneo, dove girano armi e soldi sporchi, dove è facile cambiare moneta, dove l’attenzione investigativa viene quasi sempre attratta da camorra e gangsterismo metropolitano. Scenario noto, che oggi deve fare i conti con un probabile (anche se non scontato) salto di qualità nella presenza di terroristi a Napoli. Mai prima d’ora era stato segnalato un elemento ritenuto tanto legato a ideali e schemi ideologici di Bin Laden. Mai prima d’ora, era stata segnalata una presenza ritenuta espressione diretta di Al Qaida. Un allarme che torna a riguardare Napoli, negli stessi giorni in cui in Olanda e in Inghilterra l’incubo terrorista si è affacciato dopo mesi di silenzio, proprio nelle stesse ore in cui viene fatto circolare un video riconducibile al nemico giurato dell’Occidente.




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Casa An, Genchi: «Direttore Avanti ha avuto contatti con i servizi segreti»

Il Mattino


L'ex consulente: usciranno altri dossier contro Fini. I legali di Tulliani: l'e-mail non prova la proprietà. Ellero: è una patacca






ROMA (3 ottobre) - I legali di Gian Carlo Tuliani, Carlo e Adriano Izzo, sono tornati oggi sulle rivelazioni de l'Avanti sostenendo in una nota che «non si evince in alcun modo che il signor Gian Carlo Tulliani sia il proprietario del noto appartamento monegasco». E Renato Ellero, l'avvocato vicentino che giorni fa aveva sostenuto che l'appartamento di Montecarlo appartiene a un suo cliente, dichiara oggi che l'e-mail pubblicata dal quotidiano diretto da Lavitola è una patacca. Mentre per Gioacchino Genchi, l'ex consulente di molte procure, il direttore de l'Avanti ha avuto in passato contatti con i servizi segreti e agisce su mandato di qualcuno.

«In merito alla e-mail pubblicata sul quotidiano l'Avanti e ripresa dalla stampa nazionale
, i legali Carlo e Adriano Izzo, ferme restando tutte le perplessità sulla riferibilità della stessa all'apparente mittente, Sig. James Walfenzao, rilevano - scrivono i legali di Tulliani - che dal contenuto della stessa mail non si evince in alcun modo che il signor Gian Carlo Tulliani sia il proprietario del noto appartamento monegasco, essendo egli cliente della Timara LTD soltanto in ragione della sua accertata qualità di conduttore della suddetta unità immobiliare».

Ellero: l'e-mail? Una patacca. La mail pubblicata dall'Avanti non convince Renato Ellero, l'avvocato vicentino, ex Lega Nord, che sostiene di essere il legale del proprietario dell'abitazione del Principato. «Sono certo che si tratta di una patacca - dice al Giornale di Vicenza - che sia stata prodotta ad hoc o che sia stata spedita, in accordo con qualcuno sui contenuti, non lo so». Per Ellero, «basta leggere quello che c'è scritto per capire che l'operazione che viene descritta è inverosimile. Poi i tre personaggi glieli raccomando». Alla domanda su cosa intenda, il legale è esplicito: «In certi ambienti bisogna girare con le mutande di ghisa. Comunque nessuno di loro ha a che fare con il mio cliente».

Ellero resta fedele alla tesi che la Timara è del suo misterioso assistito e non di Tulliani. «Posso parlare per 2-3 giorni fa - conferma - se lui l'abbia venduta nel frattempo non lo so. Io ho visto i documenti». Il legale ripete di essere certo che Lavitola abbia agito «su suggerimento di qualcuno. Non avrebbe mai potuto avere quel documento - rileva - se non tramite questa persona. Del resto è il direttore dell'Avanti che dice di aver portato la mail a Berlusconi, il quale avrebbe dato l'indicazione di portarla a Sallusti (neodirettore de Il Giornale). Questa è la chiave della vicenda».

Genchi: «Lavitola ha agito certamente su mandato di qualcuno». Lo dice l'ex consulente, affermando di aver trovato, nel corso delle sue indagini passate, tracce di contatti tra il direttore dell'Avanti e i servizi segreti.«Stiamo attenti a non ingigantire un personaggio che potrebbe anche diventare un capro espiatorio - dice Genchi a “In mezzora” di Lucia Annunziata - anche se è stato lui stesso ad ammettere un suo coinvolgimento nella vicenda della casa di An a Montecarlo. Ed è indubbio, aggiunge, che a Santa Lucia Lavitola ha avuto delle entrature visto che il valente ministro della Giustizia è riuscito a fare in tre giorni quello che il ministro Alfano non è riuscito a fare in tre anni per Berlusconi».

Genchi sostiene inoltre che non sono tanto i contenuti a fare del dossier Montecarlo una patacca, «perchè vi sono dei dati oggettivi», quanto il modo come è stato gestito e i tempi nei quali è uscito. E non esclude che ci possa essere lo zampino di qualcuno che si muove in quella zona grigia molto vicina agli apparati di intelligence. «Con Fini in fondo non sono riusciti a trovare nulla, hanno commesso degli errori e se ne sono accorti anche loro, tanto che ci sono stati degli aggiustamenti. Ma - conclude Genchi - sicuramente ci saranno altri dossier nei prossimi mesi».




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E il gesuita creò il link. È merito suo se navigate in Internet

di Stefano Lorenzetto


Roberto Busa ha conosciuto sette papi: dava del tu a Luciani, suo compagno in seminario. "Nel '49 andai dal fondatore dell’Ibm a New York e gli chiesi l’impossibile"



 

Ora che sta per compiere 97 anni, l’uomo che insegnò ai computer l’arte della scrittura non è più capace di ragionare in frazioni di millisecondo. A ogni domanda si porta le mani giunte davanti alla bocca, guarda verso l’infinito, medita a lungo. Ma la sua mente obbedisce ancora al linguaggio binario, perché articola ogni risposta per punti, dicendo «primo», poi «secondo», mai «terzo», e intanto conta sulle dita partendo dal mignolo per arrivare al pollice, come fanno gli americani. Non c’è una parola, fra quelle che gli escono dalle labbra, che sia superflua o pronunciata a casaccio.
Se esiste una santità tecnologica, credo d’averla incontrata: ha il volto di padre Roberto Busa, gesuita. Perciò inginocchiati anche tu, lettore, davanti a questo vecchio prete, linguista, filosofo e informatico, che ebbe per compagno di seminario Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I. Se navighi in Internet, lo devi a lui. Se saltabecchi da un sito all’altro cliccando sui link sottolineati di colore blu, lo devi a lui. Se usi il pc per scrivere mail e documenti di testo, lo devi lui. Se puoi leggere questo articolo, lo devi, lo dobbiamo, a lui.
Era nato solo per far di conto, il computer, dall’inglese to compute, calcolare, computare. Ma padre Busa gli insufflò nelle narici il dono della parola. Accadde nel 1949. Il gesuita s’era messo in mente di analizzare l’opera omnia di San Tommaso: 1,5 milioni di righe, 9 milioni di parole (contro le appena 100.000 della Divina Commedia).

Aveva già compilato a mano 10.000 schede solo per inventariare la preposizione «in», che egli giudicava portante dal punto di vista filosofico. Cercava, senza trovarlo, un modo per mettere in connessione i singoli frammenti del pensiero dell’Aquinate e per confrontarli con altre fonti. In viaggio negli Stati Uniti, chiese udienza a Thomas Watson, fondatore dell’Ibm. Il vecchio magnate lo ricevette nel suo ufficio di New York. Nell’ascoltare la richiesta del sacerdote italiano, scosse la testa: «Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo. Lei pretende d’essere più americano di noi». Padre Busa allora estrasse dalla tasca un cartellino trovato su una scrivania, recante il motto della multinazionale coniato dal boss - «Think», pensa - e la frase «Il difficile lo facciamo subito, l’impossibile richiede un po’ più di tempo». Lo restituì a Watson con un moto di delusione. Il presidente dell’Ibm, punto sul vivo, ribatté: «E va bene, padre. Ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che lei non cambierà Ibm, acronimo di International business machines, in International Busa machines».

È da questa sfida fra due geni che nacque l’ipertesto, quell’insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un colpo di mouse. Me lo conferma Alberto Cavicchiolo, psicanalista, tra i fondatori di Spirali, la casa editrice di padre Busa che ha pubblicato tra gli altri il libro Quodlibet. Briciole del mio mulino. Spiega Cavicchiolo, uno degli amici più vicini al pensatore della Compagnia di Gesù: «Il termine hypertext fu coniato da Ted Nelson nel 1965 per ipotizzare un sistema software in grado di memorizzare i percorsi compiuti da un lettore. Per ammissione dello stesso autore di Literary Machines, l’idea risaliva però a prima dell’invenzione del computer. E come ha ben documentato Antonio Zoppetti, studioso di linguistica e informatica, chi davvero operò sull’ipertesto, con almeno 15 anni d’anticipo su Nelson, fu proprio padre Busa».

Insomma, il gesuita prossimo al secolo di vita incarna il primo esempio documentabile nella storia dell’uomo di utilizzo del computer per l’analisi linguistica. I suoi esperimenti, ai quali fece in tempo ad assistere padre Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università Cattolica ridotto in sedia a rotelle, hanno trovato compimento nell’Index Thomisticus che padre Busa ha realizzato fra Pisa, Boulder (Colorado) e Venezia, un’impresa titanica che ha richiesto 1,8 milioni di ore, grosso modo il lavoro di un uomo per 1.000 anni a orario sindacale, e che oggi è disponibile su Cd-rom e su carta: occupa 56 volumi, per un totale di 70.000 pagine. A partire dal primo tomo, uscito nel 1951, il religioso ha catalogato tutte le parole contenute nei 118 libri di San Tommaso e di altri 61 autori.

Non c’è congresso scientifico o comunità accademica al mondo dove, all’udire il nome di padre Busa, non ci si alzi rispettosamente in piedi. La sua ultima creatura è stato un consorzio tra sei università (Sapienza, Gregoriana, Salesiani, Domenicani, Opus Dei, Servi di Maria, Laterano) per la creazione del lessico tomistico biculturale, patrocinato dall’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, grande cultore di San Tommaso, e da Hans Tietmeyer e Michel Camdessous, ex presidenti del Fondo monetario internazionale e della Deutsche Bundesbank. Una sua ammiratrice, Francesca Bruni, presidente di Art Valley, istituto che promuove lo scambio tra arte e tecnologie, ha lanciato su Facebook un gruppo al quale si sono subito iscritti oltre 150 studiosi di tutto il mondo.

Dal 1995 al 2000 padre Busa ha insegnato al Politecnico di Milano nei corsi di intelligenza artificiale e robotica. In precedenza era stato per lunghi anni docente alla Pontificia Università Gregoriana e alla Cattolica. Adesso vive ritirato all’Aloisianum, un monumentale istituto di Gallarate, dove pure ha insegnato, donato ai gesuiti negli anni Trenta dalla contessa Rosa Piantanida Bassetti Ottolini, la fondatrice dell’omonima industria tessile che padre Busa conobbe personalmente. Nella casa di riposo per anziani sacerdoti è ospitato anche uno dei più cari amici dello studioso quasi centenario: il cardinale Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano.

Se dovesse stendere una voce enciclopedica su padre Roberto Busa, che cosa scriverebbe?
«Quante righe?».
Cinque, dieci. Decida lei.
«Facciamo una sola: “Pioniere dell’informatica linguistica”. L’informatica era stata concepita per i numeri. Io ho pensato di applicarla alle parole».
Almeno aggiungiamo dov’è nato.

«A Vicenza. Ma siamo originari di Lusiana, sull’altopiano di Asiago, più precisamente della contrada Busa, donde il cognome. Mio padre era capostazione. Ci trasferivamo da una città all’altra: Genova, Bolzano, Verona. Nel 1928 approdammo a Belluno e lì entrai in seminario. Ero in classe con Albino Luciani. In camerata il mio era l’ultimo letto della fila, dopo quelli di Albino e di Dante Cassoli. Niente riscaldamento. Sveglia alle 5.30. Ai piedi del letto c’era il catino con la brocca. Dovevamo rompere l’acqua ghiacciata. In quei cinque minuti perdevo la vocazione. Dicevo fra me: no, l’acqua gelata no, voglio tornare dalla mamma che me la scalda sulla stufa. Mezz’ora per lavarci, vestirci e rifare il giaciglio. Albino se la sbrigava in 10 minuti e impiegava gli altri 20 a leggere le opere devozionali di Jean Croiset, gesuita francese del Seicento, e le commedie di Carlo Goldoni».
L’unico dei sette pontefici della sua vita al quale abbia potuto dare del tu.
«Fino all’ultimo. Confidenza che non mi sarei mai permesso con Papa Montini e Papa Wojtyla, nonostante i nostri contatti frequenti e cordiali. All’elezione di Giovanni Paolo I i giornali scrissero che era stato scelto un parroco di campagna. Pensai: ve ne accorgerete quando tirerà fuori le unghie. Purtroppo il Signore ce l’ha lasciato solo per 33 giorni. Lo sa che don Albino m’invidiava?».

La invidiava?
«Sì, perché io ero diventato gesuita e lui no. Avrebbe voluto fare il missionario come i primi compagni di Sant’Ignazio di Loyola. Ma il vescovo Giosuè Cattarossi non glielo permise. A dire il vero anch’io, dopo essere diventato gesuita, sognavo di partire per l’India. Invece il superiore provinciale mi chiese a bruciapelo: “Le piacerebbe fare il professore?”. No, risposi. E lui: “Ottimo. Lo farà lo stesso”. Fui spedito alla Gregoriana per una libera docenza in filosofia su San Tommaso d’Aquino».
E se invece il suo vescovo l’avesse mandata a fare il curato in un paesino di montagna, ci sarebbe andato volentieri?
«Certamente. Fu come se mi fosse stato impartito l’avanti marsc’! Il militare riceve l’ordine di raggiungere Roma e poi, arrivato nella capitale, segna il passo in attesa di nuove disposizioni. Così è stato per me: mi hanno ordinato di studiare San Tommaso, sono partito e non ho più smesso».
Che cos’ha di speciale la figura di questo dottore della Chiesa?

«San Tommaso è il riassunto della civiltà cristiana. Non a caso ho dovuto lavorare su 20 milioni di parole sue e di altri autori, in 18 lingue che adoperano 8 diversi alfabeti».
Immagino che lei sia poliglotta.
«Sa che non me lo ricordo più? Sui miei temi, oltre che in italiano, latino, greco ed ebraico, posso senz’altro improvvisare anche in francese, inglese, spagnolo, tedesco. Mi sono dovuto arrangiare con i rotoli di Qumrân, che sono scritti in ebraico, aramaico e nabateo, con tutto il Corano in arabo, col cirillico, col finnico, col boemo, col giorgiano, con l’albanese. A volte mi lamento col mio Principale, dicendogli: Signore, sembra che tu abbia concepito il mondo come un’aula d’esame. E Lui mi risponde: “Ho lasciato che gli uomini facessero ciò che vogliono. Se fanno il bene, avranno il bene; se fanno il male, avranno il male”».

Come le venne l’idea di trascinare in quest’avventura l’Ibm, creando le premesse per la creazione dei collegamenti ipertestuali che oggi sono alla base del Web?
«Lucia Crespi Ferrario, proprietaria della tintoria Giovanni Crespi di Busto Arsizio, volle regalare al figlio Giulio, quindicenne, un viaggio di quattro mesi negli Stati Uniti. Mi chiese se fossi disposto ad accompagnare il ragazzo. Accettai. E là decisi d’interpellare Watson. Il primo passo della nostra collaborazione fu creare un archivio di 12 milioni di schede perforate, che riempirono una fila di armadi lunga 90 metri per un peso complessivo di 500 tonnellate. Pensi che a quei tempi un elaboratore Ibm impiegava un’ora per mettere in ordine alfabetico 20.000 parole, una velocità che oggi fa sorridere. Il secondo passo furono i nastri magnetici, un gregge piuttosto difficile da pascere: ne avevo 1.800, che uniti fra loro raggiungevano i 1.500 chilometri. Infine sono giunto al Cd-rom e ai 56 volumi dell’Index Thomisticus. La vita è un safari: si sa da dove si parte, ma non che cosa s’incontrerà».
Qual è il senso di un’analisi linguistica sull’opera omnia di San Tommaso?

«La critica del pensiero si fa dal suo interno. Non bisogna confutare un libro, ma analizzare se quello che dice è coerente con la logica di cui si serve per dirlo. In tutti questi anni mi sono passate accanto migliaia di persone, diverse per lingua, colore della pelle, età, religione, cultura, eppure mai quella logica, intravista fin dall’inizio, ha mostrato crepe. Nel poco tempo libero ho applicato lo stesso metodo anche a Jacques Monod e a Stephen Hawking. Fui persino invitato a Mosca per lavorare sui testi di Lenin. La logica ci è stata donata per arrivare a comprendere il perché di ogni cosa. Come mai nel vocabolario dell’umanità, a ogni latitudine, figurano le parole “prima” e “sempre”? Io ci leggo la storia delle anime nel fluire del tempo. Dall’eternità verso l’eternità. Si arriva alla logica come prima luce dell’anima. Ci ho riflettuto molto dopo che un artigiano mi disse questa frase: “La maggior parte delle persone non sa dove va, ma ci sta andando di corsa”».

Fosse nato mille anni fa sarebbe diventato un amanuense, l’avrebbero messa a scrivere codici miniati.
«Il mio mulino sono io. Neanche Dio, che pure ha inventato padre Busa, può affermare d’essere padre Busa. Ogni uomo è una macchina che elabora informazioni per tutto il corso della vita. Nasciamo senza saperlo né volerlo in un corpo che è un mulinare di materia cosmica in continuo cambiamento, soggetta alle modificazioni ambientali. Dentro questo corpo si sveglia la coscienza dell’io, che comincia a manovrare qualche leva e impara a cimentarsi in quella corsa a ostacoli che è il vivere di ciascuno».
La vista di un moderno computer che cosa le fa venire in mente?
«I miei antenati agricoltori e boscaioli che per generazioni hanno faticato sulla terra».
Che cosa pensa di Internet?

«Primo: ne penso un gran bene. Secondo: non lo uso per pigrizia. Lascio che lo faccia per me questa signora». (Indica con un sorriso Danila Cairati Del Bianco, sua segretaria).
Una decina d’anni fa lei dichiarò: «Dio guarda ai computer come un nonno guarda ai nipotini». Lo crede ancora?
«Il paragone è riduttivo ai limiti dell’insolenza. Una mente che sappia scrivere programmi è certamente intelligente. Ma una mente che sappia scrivere programmi i quali ne scrivano altri si situa a un livello superiore di intelligenza. Il cosmo non è che un gigantesco computer. Il Programmatore ne è anche l’autore e il produttore. Noi Dio lo chiamiamo Mistero perché nei circuiti dell’affaccendarsi quotidiano non riusciamo a incontrarlo. Ma i Vangeli ci assicurano che duemila anni fa scese dal cielo».
Perché l’uomo moderno ha quasi completamente smarrito la dimensione verticale, guarda solo all’oggi, senza alcuna prospettiva di eternità?
«Un po’ difficile come domanda. In termini banali direi: per stupidità. Le vie del cielo sono un salire e non un lasciarsi andare».

Il peccato peggiore qual è?
«La superbia».
Non la vanità?
«La vanità è una bambinata».
Nella vita ha più pregato o più studiato?
«Direi più studiato».
E si sente in colpa per questo?
«No, proprio no».
Come s’immagina il paradiso?
«Come il cuore di Dio. Immenso. Guardi che aspetto anche lei in paradiso, mi raccomando». (Si volta verso il fotografo). «Anche lei. E se tardate, come mi auguro, mi troverete seduto sulla porta così». (Incrocia le mani e comincia a girarsi i pollici). «Non arrivano mai, quei macachi...».




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Nella capitale dei tunnel segreti

Corriere della sera


Li scavano e li usano i trafficanti. Dal 1990 lungo la frontiera ne hanno scoperti 200. Il 60% a Nogales



WASHINGTON - I “topi” di Nogales scavano senza sosta. Cunicoli che corrono paralleli ad una gigantesca condotta d’acqua e attraverso i quali fanno passare clandestini e droga. L’ultimo tunnel, sotto il confine Messico-Stati Uniti, è stato scoperto giovedì a pochi metri dalla Dogana, nel cuore di Nogales (Arizona). Durante l’operazione sono state arrestate due persone trovate in possesso di un carico di marijuana.
CONDOTTE - Nogales è stata ribattezzata la capitale dei tunnel segreti. Incollata alla cittadina gemella messicana – c’è solo il muro a dividerle -, la località americana è il terminale di un’intensa attività di scavo da parte dei trafficanti. Nel corso di una visita con la Border Patrol abbiamo avuto modo di vedere come sia relativamente facile per i “topi” aprire nuovi percorsi. I trafficanti sfruttano la gigantesca condotta che dal versante sud raggiunge quello statunitense. Una via idrica costruita per impedire gli allagamenti ma che si è tramutata in un alleato dei criminali: una volta scesi nella condotta – talmente ampia che potrebbero transitare delle auto – scavano gallerie parallele o sfruttano condotti minori ampliandoli per consentire il passaggio degli uomini.
POCHI METRI DI SCAVO - I narcos – legati al cartello di Sinaloa – sono avvantaggiati dalla contiguità delle due cittadine. Rispetto ad altri settori della frontiera non devono lavorare troppo: usano uno dei “tubi” secondari, quindi creano un segmento a colpi di pala e piccone. L'ultimo permetteva ad un uomo di avanzare a carponi tirandosi dietro una balla di droga. A volte, per sbucare in territorio americano, sono sufficienti cinquanta metri di scavo. Oppure la derivazione si allontana dalla condotta - come in questo caso - cercando sbocchi in edifici gestiti da complici e persino a pochi metri dal muro. Di solito, chi attraversa attende la notte perché può poi sparire in una delle strade che partono dall’ufficio della Dogana.
NESSUNO SA QUANTI SIANO - La zona è sorvegliata da pattuglie in auto, in bici e da una rete di telecamere. Inoltre la Border Patrol ha speciali team che ispezionano il sottosuolo. Ma gli illegali ci provano comunque. Sopra, scavalcando l'alta recinzione, oppure sotto usando uno dei cunicoli. Dal 1990 sono stati scoperti lungo l’intero confine Messico-USA quasi 200 tunnel, ben il 60% era nel settore di Nogales. E nel solo 2010 gli agenti ne hanno individuati in questa cittadina già sette. Per dare l’idea: la polizia aveva appena finito di sigillare una galleria trovata alla fine d’agosto e i “topi” ne avevano già pronta un’altra. Alla Border Patrol sono sicuri che non sia l'unica.

Guido Olimpio
03 ottobre 2010




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A passeggio con il velo e la minigonna: protesta contro il divieto di burqa

Corriere della sera

 

Il video di due ragazze: «Non vogliamo attaccare
i fondamentalisti, ma solo far riflettere i politici»

 

 

PARIGI - A prima vista sembrerebbe una provocazione contro l’oscurantismo degli integralisti musulmani. Invece le due ventenni in niqab (il velo che lascia scoperti gli occhi) e minigonna dal poco riguardoso nome di "Niqabitch" spiegano che vogliono in questo modo mostrare al governo francese come la legge contro il burqa sia ingiusta, illiberale e di difficile applicazione. Nel video sul sito di informazione rue89.com, le ragazze passeggiano per il VII arrondissement di Parigi, dove si trovano le sedi di ministeri e partiti.


Approvato a settembre, il divieto del burqa entrerà in vigore la primavera prossima: nessun pericolo di essere fermate dalla polizia per la multa prevista di 150 euro. «Ci siamo domandate, come reagirebbero le autorità davanti a due ragazze in niqab e minigonna? Non volevamo attaccare o degradare l'immagine dei fondamentalisti, ma piuttosto fare riflettere i parlamentari che sono arrivati a votare questa legge che ci pare largamente anticostituzionale». Passanti e turisti sembrano divertiti e pronti a scattare le foto col telefonino,"“i poliziotti sono un po’ infastiditi e un po’ complici, i pompieri suonano il clacson… Tutto andrebbe bene se il governo si ispirasse allo spirito della strada».


Più che per regolare una questione stilistica, il divieto contro il burqa nasce per contrastare le prepotenze di alcuni settori estremi dell'Islam di Francia: talvolta sono i capifamiglia, i mariti o i fratelli maggiori a obbligare le ragazze a portare il velo integrale. Le pene a loro riservate sono molto più severe: fino a trentamila euro di multa e la reclusione fino a un anno. I detrattori della legge – numerosi anche tra le forze dell'ordine – temono che la proibizione renderà più teso il clima nelle banlieue, e che un problema largamente minoritario (circa 500 casi in tutta le Francia, secondo una stima) venga così ingigantito fino a coinvolgere le relazioni con tutta la comunità islamica (circa 6 milioni). In attesa che la Corte costituzionale dia il suo parere definitivo, le "Niqabitch" portano la sfida semiseria in boulevard Saint-Germain. «Purtroppo non abbiamo incontrato nessuna superstar della politica nazionale – dicono -. Ma almeno ci siamo molto divertite».

Stefano Montefiori
03 ottobre 2010

Gli avvocati di Tulliani smentiscono la mail pubblicata dall'Avanti

Corriere della sera

Secondo i legali non prova che il cognato di Fini sia il proprietario dell'abitazione


MILANO - La mail pubblicata dall’Avanti (e ripresa dal Giornale) rispetto alle società offshore proprietarie della casa di Montecarlo non convince i legali di Gian Carlo Tulliani. «Non si evince in alcun modo che il signor Gian Carlo Tulliani sia il proprietario del noto appartamento monegasco», scrivono in una nota gli avvocati Carlo e Adriano Izzo. «Ferme restando tutte le perplessità sulla riferibilità della stessa all’apparente mittente, Sig. James Walfenzao - si legge nella nota dei difensori di Tulliani- dal contenuto della stessa mail non si evince in alcun modo che il Sig. Gian Carlo Tulliani sia il proprietario del noto appartamento monegasco, essendo egli "cliente’" della Timara LTD soltanto in ragione della sua accertata qualità di conduttore della suddetta unità immobiliare».


Redazione Online
03 ottobre 2010



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Marchionne: l'Italia è uno zoo E a Roma sfila il "bestiario"

Il Tempo


L'ad di Fiat preoccupato per i fatti di violenza. "Il Paese ha perso il senso delle istituzioni". Il "No B-day" di piazza San Giovanni però è tutto un insulto a Berlusconi. POPOLO VIOLA "Belpietro? Colpa del premier che instilla odio"





«Si è perso il senso delle istituzioni, la bussola è partita, è sempre più difficile per chi va all'estero spiegare quello che succede in Italia. È vergognoso». Sergio Marchionne è visibilmente impressionato per gli ultimi episodi di violenza, dai tafferugli di Treviglio alla vicenda che ha coinvolto il direttore di Libero, Maurizio Belpietro. L'amministratore delegato della Fiat, di solito freddo anche nelle situazioni più complicate, questa volta si lascia andare. Ha appena terminato il suo intervento al convegno della Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro e lancia subito una frase al vetriolo per descrivere quest'Italia violenta.

«Qualcuno ha aperto i cancelli dello zoo e sono usciti tutti» aferma fuori dai denti. E a chi lo sollecita su un paragone con gli anni di piombo: «Beh, quelle fotografie le ricordiamo tutti». «Gli episodi di violenza che si sono verificati in questi giorni vanno condannati con fermezza. Dobbiamo prendere le distanze, tutti quanti, da una cultura disastrosa che alza la tensione sociale e nega il dialogo». A giudizio di Marchionne si tratta di «una cultura che non ci appartiene e che serve solo a distruggere ciò che di buono stiamo tentando di costruire. Oggi c'è bisogno di una convergenza forte, la più ampia possibile, che veda insieme tutte le forze positive di cui l'Italia dispone».

Secondo l'ad della Fiat, insomma, «c'è bisogno di condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici, in vista di un obiettivo che vada al di là della piccola visione personale». Questo, ha incalzato Marchionne, «è il momento di accettare il cambiamento come la possibilità per creare una base di ripartenza sana, come un'occasione per iniziare a costruire insieme il Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni». Ed in questa Italia, insiste l'ad, la Fiat vuole continuare a investire nonostante qualcuno «la prenda a schiaffi». Marchionne quindi torna a difendere l'accordo di Pomigliano, che «non azzera alcun diritto istituzionale», e anche la scelta di restare in Italia, malgrado «logiche economiche e finanziarie» che «spingerebbero verso altre scelte e altri Paesi».

Fabbrica Italia, il piano di investimenti da 20 miliardi, è un progetto che «non nasce da un calcolo di convenienza», ribadisce l'amministratore delegato, visto che altrove ci sono «condizioni più vantaggiose e maggiori certezze». Ma che si impone perchè Marchionne crede che «la Fiat abbia il dovere di guardare prima di tutto all'Italia». Esempio concreto di ciò che si può fare è l'accordo di Pomigliano, che, assicura, «non azzera alcun diritto costituzionale», anche perchè le richieste dell'azienda «non sono state certo pensate per penalizzare i lavoratori, ma servono solo per far funzionare meglio la fabbrica, rendendola più competitiva».

E allora ecco i 18 turni, la semplificazione della busta paga (per leggere la quale, oggi, si compie un «esercizio bizantino»), la questione delle malattie. Secondo Marchionne si tratta di «un buon accordo», sul quale il Lingotto chiede non plebisciti, «ma il rispetto della volontà della maggioranza». «In fondo - precisa il numero uno della Fiat - l'unica cosa che stiamo chiedendo è la garanzia di poter lavorare». L'impegno della Fiat, insomma, non mancherà, ma anche le istituzioni sono chiamate alla loro parte per affrontare la crisi, evitando di scaricare il peso del welfare sulle aziende («guardate chi sta pagando veramente la cig», osserva) e agendo in un'ottica di sviluppo e non solo di austerità. Il tutto, però, non perdendo di vista che «la crescita deve offrire la possibilità di migliorare la vita a un numero molto più alto di persone» e che, come disse Bob Kennedy tre mesi prima di essere ucciso, il pil «misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».








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Sì è Francesca»: il papà riconosce il corpo della figlia trovato a Panarea

Il Mattino



 

SALERNO (3 ottobre) - È di Francesca Mansi, non vi è più alcun dubbio, il cadavere ritrovato ieri al largo delle isole Eolie, in Sicilia. Lo ha riconosciuto il padre Raffaele Mansi. Francesca era scomparsa il 9 settembre travolta dal fango della alluvione che ha devastato Atrani. È partito stamattina da Pontecagnano dopo la notizia del ritrovamento, avvenuto ieri al largo di Panarea, della figlia Francesca, la ragazza di 25 anni morta a seguito dell'alluvione del 9 settembre scorso che si è abbattuta su Atrani, in costiera amalfitana.

«Finalmente il suo corpo è stato ritrovato, adesso potremo dargli una sepoltura e avremo un luogo dove piangerla». Distrutto dal dolore Mansi si è lasciato intervistare dal Tg de La7 prima di partire per Panarea. «Sto andando all'obitorio per riconoscere il corpo di mia figlia. Sono sereno, finalmente è stata trovata. Quando ieri ho ricevuto la telefonata che mi annunciava del ritrovamento di Francesca ho provato un senso di tranquillità. Finalmente abbiamo il suo corpo, quindi potremo avere anche un posto dove poter pregare». Papà Mansi si è poi detto «certo» che il corpo di Francesca sarebbe stato ritrovato. Poi il rammarico, «questa è una tragedia che poteva essere evitata. Sì, certo se ci sono delle responsabilità spetterà al magistrato che conduce le indagini, accertarle».




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Così il fratello di Prodi finì nella Rsi

di Giampaolo Pansa


Giampaolo Pansa nel saggio I vinti non dimenticano racconta anche le vicende belliche di Giovanni, primogenito della famiglia dell’ex presidente del Consiglio. Si arruolò diciottenne nell’esercito di Salò e fu fatto prigioniero dagli alleati



 

Ritornati a casa di Livia, ragionammo sul motivo che ci aveva condotti da Ciabattini. E lei mi chiese: «Come ci è arrivato alla storia di Giovanni Prodi prigioniero fascista?».

«Per caso, attraverso la vicenda di un altro personaggio che era stato un militare della Rsi ed era poi finito anche lui a Coltano. Forse lei se la ricorda perché ne avevo parlato in uno dei miei libri revisionisti, I gendarmi della memoria. Si chiamava Luciano Chiappini. Esisteva una domanda che mi intrigava molto: chi erano i prigionieri di Coltano ai quali Luciano Chiappini si era legato con un’amicizia profonda? Uno era, per l’appunto, Giovanni Prodi».
«In che modo lo scoprì?» mi chiese Livia.

«Leggendo un libro curato con passione da Pagnoni: Una voce fedele e libera: il Taccuino di Luciano Chiappini, pubblicato nel 2000 a Ferrara da Corbo Editore. A pagina 28 c’era una riga che diceva: “A Coltano conobbe Giovanni Prodi e, successivamente, tramite lui, la sua intera famiglia”».
«Dunque mi dica quel che ha scovato su Giovanni Prodi».

«Molto poco, purtroppo. Per cominciare era il primo dei nove fratelli Prodi, nato a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, il 28 luglio 1925. Il padre, Mario, era un ingegnere che veniva da una famiglia contadina. La madre, Enrica, faceva la maestra elementare. Dopo aver frequentato a Reggio Emilia il Liceo ginnasio Ariosto, prese il diploma nell’estate del 1943. In quell’autunno si iscrisse all’Università di Parma per studiare Matematica. E adesso le racconterò il seguito, ricavandolo da un ricordo di Giovanni Prodi scritto da un altro matematico: Gian Cesare Barozzi, professore emerito presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna. La prima chiamata alle armi decisa dal governo della Rsi venne annunciata per radio il 16 ottobre 1943. Riguardava l’ultimo quadrimestre della classe 1924 e l’intera classe 1925 della leva di terra.

L’ordine di chiamata venne reso pubblico il 9 novembre. Il bando specificava che i ragazzi di quelle classi dovevano presentarsi ai distretti militari nel periodo compreso fra il 15 e il 30 novembre 1943. In quel momento Giovanni aveva appena 18 anni e quattro mesi. Suo fratello Romano di anni ne aveva 4. Immagino che anche lui, come tanti altri ragazzi, si chiese se dovesse presentarsi o no. Poi decise di recarsi al distretto per evitare ritorsioni sul padre che era un dipendente pubblico. I suoi timori furono confermati dal successivo Bando Graziani, del febbraio 1944, che prevedeva sanzioni pesanti per chi prestasse aiuto ai renitenti. Chi li appoggiava veniva punito con una reclusione non inferiore ai dieci anni di carcere».

Livia osservò: «Mi ha appena detto che Giovanni Prodi aveva poco più di 18 anni quando fu costretto a una scelta molto difficile. E scelse di presentarsi per evitare sanzioni alla famiglia. Che cosa poteva fare, povero figlio? Qualcuno come la gelida lettrice della Nuova Ferrara mi risponderebbe: poteva fare il partigiano. Ma non accetto questo modo di ragionare. Parlando con il senno di poi, sembra tutto facile . Voglio ritornare all’età di Giovanni: 18 anni! Nel 1943 a quell’età si poteva andare a morire. E tanti sono morti. Oggi i ragazzi come Giovanni se ne stanno al sicuro in famiglia. Sono i famosi bamboccioni, capaci di vivere con papà e mamma per un’infinità di tempo. In fondo lui era il primo di tanti fratelli. Si è sacrificato per evitare guai pesanti alla famiglia. Che cosa gli accadde dopo aver risposto alla chiamata alle armi?».




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Santoro indagato per abusi edilizi nella sua villa

di Paolo Bracalini


Il giornalista fustigatore finisce nel mirino della Procura di Salerno per le opere di ristrutturazione della casa sul golfo di Amalfi. Tre piani vista mare con terreno, acquistata nel 2009 per 950mila euro. Gli interventi edili sarebbero stati fatti senza la necessaria denuncia e in zona sismica




 
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Roma «Lavori abusivi», questo dice l’articolo di legge violato dal proprietario, dal titolare della ditta esecutrice e dal direttore dei lavori in quella bella casa con vista mozzafiato sul golfo di Amalfi. Ma chi è il proprietario? Lui, il fustigatore massimo dei pubblici peccati, Michele Santoro. A lui, e agli altri due, è stato appena recapitato dalla Procura di Salerno l’avviso di conclusione delle indagini preliminari sui lavori di ristrutturazione della villa comprata nel 2009 dal conduttore di Annozero, per 950mila euro più spese. L’atto (che pubblichiamo qui a fianco) rivela qualcosa che non si sapeva fino ad oggi (né si poteva sapere, valendo il segreto istruttorio) e cioè che Santoro fosse indagato dalla procura salernitana, nella persona del sostituto procuratore Carmine Olivieri, un magistrato che tutti, da quelle parti, definiscono «uno tosto».

Nel mirino della procura ci sono due ordini di fatti: una serie di opere edili realizzate nella villa senza la necessaria denuncia all’organo competente, e poi una seconda omissione che riguarda invece le specifiche indispensabili per costruire in zona sismica. Questo configurerebbe, secondo il pm, una contravvenzione ex articolo 113 del codice penale (Cooperazione nel delitto colposo) e poi da quattro diversi articoli del Testo unico dell’edilizia. Scrive il pm nell’avviso di conclusione indagini: «Cooperando colposamente il Santoro quale committente», insieme al progettista e al titolare della ditta esecutrice, «eseguivano opere edili (edificazione di un arco e di un pilastro esterno al piano terra; demolizioni di pareti trasversali interne al piano terra; apertura di un vano di passaggio in un muro al primo piano) afferenti la statica del fabbricato, senza averne fatto previa denuncia allo Sportello unico e/o all’Ufficio del Genio civile». Cioè, abusivamente. Non solo, «eseguivano i lavori indicati in zona sismica senza darne preavviso scritto, omettendo il contestuale deposito dei progetti ed omettendo di attenersi ai criteri tecnico-descrittivi prescritti per le zone sismiche».

Ora, la legge prevede che l’indagato abbia venti giorni per presentare una memoria difensiva, chiedere di essere interrogato, rendere spontanee dichiarazioni, o chiedere al pm di disporre nuove indagini. Di solito, però, quando il pm non archivia ma avvisa della conclusioni indagini, è perché ravvede gli estremi per andare in giudizio. E così potrebbe essere anche per Santoro. A meno che, spiega una fonte coinvolta, «non venga depositato il progetto in sanatoria», cioè non venga sanato l’abuso in extremis. Ma sono solo ipotesi di scuola: il procedimento penale, intanto, va avanti. Anche se certamente si tratta di un fatto di poco conto, dal punto di vista giudiziario. È più la curiosità, come conferma la velocità con cui si diffonde la notizia tra Salerno e la costiera, per il coinvolgimento di un personaggio pubblico come Santoro, che da quelle parti è un grande vip.

L’indagine della Procura è scattata dopo la denuncia del responsabile di un’associazione di consumatori, Cittadinanza Attiva. Il suo coordinatore locale, Andrea Cretella, ha raccolto e analizzato una montagna di documenti su quella villa, dopo che diversi cittadini - racconta lui - avevano fatto segnalazioni in merito. L’abitazione, con annesso terreno, è «disposta su tre livelli, composta da quattro vani al piano terra, da tre vani con cucina bagno ingresso ripostiglio e terrazzo al primo piano», si legge nel rogito. Al momento dell’acquisto però la casa non era messa granché, e dunque Santoro ha avviato una serie di lavori di ristrutturazione.

La maggior parte di queste opere riguardano il primo piano, i cui locali pare fossero accatastati come stalla e come cantina. Su questo il responsabile di Cittadinanza attiva ha qualcosa da aggiungere: «Apprendo con soddisfazione che tutto quello che avevo denunciato all’autorità giudiziaria è stato riscontrato a verità - commenta l’instancabile Cretella - non perché abbia qualcosa contro gli indagati, ma per un atto di giustizia. Poi nel corso delle indagini, sarebbe emerso che nei locali del primo piano, censiti al catasto come cantina e stalla, non potevano essere effettuati lavori di trasformazione urbanistica in quanto la legge non prevede il cambio di destinazione d’uso.

Questa potrebbe rappresentare una sorta di speculazione edilizia». Supposizioni tutte da provare. La casa acquistata da Santoro, peraltro, ha già goduto di un condono edilizio, che ha avuto una lunga storia e un rapidissimo epilogo. La domanda di condono presso il Comune di Amalfi era sta presentata moltissimi anni prima, nel marzo 1986, senza nulla di fatto. Finché la casa non è stata comprata dal noto conduttore, e nel giro di pochi mesi l’abuso è stato sanato. Una velocità che aveva generato dei sospetti in qualcuno, prima che Santoro spiegasse che tutto era stato fatto secondo le regole. Ora gli toccherà dare altre spiegazioni, ma stavolta ai magistrati.




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La telenovela di Milingo: come prima, più di prima

La Stampa


Vive in Corea con la moglie, è in guerra con il Vaticano, dice messa e ordina preti





GIACOMO GALEAZZI
CITTA’ DEL VATICANO


Sbaglia chi in Vaticano lo immagina isolato e depresso in una stamberga coreana, senza il becco di un quattrino e imprigionato in un matrimonio del quale vorrebbe disfarsi. «Nel mondo ci sono 150 mila sacerdoti sposati, un vero esercito che io sono pronto a guidare verso la liberazione», proclama. A fermare il ribelle Emmanuel Milingo, l’uomo di Chiesa più discusso del mondo, non sono bastate la scomunica e la riduzione allo stato laicale. Nove anni dopo le nozze con Maria Sung e lo scandalo che per un’estate tenne la Santa Sede con il fiato sospeso, l’ex presule esorcista vive in Corea del Sud, vicino Seoul e, con una lettera datata 15 agosto 2010, si è appena proclamato patriarca di Lusaka, capitale dello Zambia, città della quale era arcivescovo prima di essere spretato dopo le nozze-choc a New York e scomunicato per aver consacrato quattro sacerdoti sposati.

Combatte per l’abolizione del celibato ecclesiastico e celebra nei cinque continenti messe di guarigione canonicamente illegittime ma sempre affollate di devoti che vedono in lui un mistico come Padre Pio e un rivoluzionario come Martin Lutero. Minaccia uno scisma nel Terzo Mondo per creare una nuova Chiesa con quel reverendo Moon che si definisce il «secondo messia» e dialoga di «angeli e demoni» con Dan Brown, autore cult del «Codice Da Vinci». E’ convinto di poter aiutare Roma a «porre rimedio all’antica ingiustizia verso i preti sposati che soffrono e spesso muoiono con rancore». Malgrado sia stato estromesso definitivamente dalla gerarchia ecclesiastica della quale faceva parte dal 1969 (da quando, su segnalazione del nunzio in Zambia, Palladrini e per mano di Paolo VI, a soli 39 anni, divenne il primo capo indigeno della sua arcidiocesi) continua ad essere amato e contestato lungo peregrinazioni missionarie da «apostolo del clero uxorato» in Europa, Africa, Stati Uniti, Brasile. Sempre affiancato da Maria Sung, la vulcanica consorte con cui un anno fa ebbe un clamoroso litigio davanti alle telecamere di «Chiambretti night».

Milingo si sente ancora nella «pienezza delle funzioni» e rifiuta la riduzione allo stato laicale. «Se uno è cristiano non può diventare pagano - osserva -. Così un sacerdote non può diventare non sacerdote. E tanto meno può essere laicizzato un vescovo, che vive in pienezza il sacerdozio. La Chiesa cattolica su questo non ha mai voluto ragionare, crede di aver preso il posto di Dio». L’ex arcivescovo dice di averne parlato «direttamente con Dio» che, racconta, gli ha risposto di «non dare peso a quello che è stato fatto, di lasciar perdere». Infatti, «la Chiesa non si rende conto che con questi provvedimenti getta tristezza e disperazione nella società. Così non è più madre». Milingo sostiene che in vari Paesi (Polonia, Irlanda, Svizzera) prendono sempre più piede le ragioni per il sacerdozio di uomini sposati. In Italia non si fa rivedere di frequente, soprattutto adesso che gli è stato ritirato il passaporto diplomatico del Vaticano, però conserva amicizie granitiche come quella con la sua biografa Raffaella Rosa, un drappello di «fedelissimi» (una decina di sacerdoti) e la galassia di volontari impegnati nei progetti umanitari, religiosi e sociali nel Terzo Mondo: ospedali, scuole per orfani, aziende agricole, congregazioni maschili e femminili.

«E’ tutto falso quello che si dice in giro: l’idea di lasciare mia moglie non mi è mai passata per la mente», assicura Milingo, che ancora indossa l’abito sacro nonostante per la Chiesa cattolica sia ormai un laico a tutti gli effetti. Scoppia a ridere di fronte alle voci che lo vorrebbero in povertà e pronto a «liberarsi» dell’ingombrante moglie coreana, sposata nel 2001 col rito del reverendo Moon. Anzi, si vanta di aver ordinato altri vescovi in Italia e in Kenya e attacca il Vaticano, definendo la propria scomunica «un’ingiustizia», una «grande vergogna» che mostra solo «la debolezza della Chiesa».

Ribadisce che «non c’è niente di vero in quanto è stato detto sulla mia volontà di lasciare Maria, hanno perfino detto che lei mi ha abbandonato e mi ha lasciato in una casa per anziani. Ma la verità è che noi siamo sempre occupati, tra Brasile, Africa e Sri Lanka, per fare raduni, convegni, workshop: questa è la nostra occupazione continua». E, ironizza, «non c’è neanche tempo di stare a litigare o di pensare a separarsi»; «il divorzio non è proprio possibile: anzi dobbiamo essere uniti e lavorare insieme». Alla testa dei vescovi da lui consacrati «portiamo avanti la missione di visitare i sacerdoti sposati, correggere i loro matrimoni, celebrare la messa insieme». e, precisa, «tanti di loro chiedono la dispensa per tornare completamente al ministero pastorale».

Milingo precisa di doversi sobbarcare forti spese per i viaggi, ma di ricevere consistenti aiuti in denaro quando viene chiamato per prediche e discorsi. A proposito del suo lavoro col movimento internazionale «Married Priests Now», che si oppone al celibato sacerdotale, l’esorcista e guaritore puntualizza che, oltre ai quattro vescovi iniziali (da lui scelti nel 2006) ne sono stati consacrati altri, di cui uno negli Usa. «Io stesso - rivela - ho officiato consacrazioni in Kenya e anche in Italia». Quindi, «siamo una grande famiglia», dice pensando anche ai sacerdoti e ai tanti devoti in vari paesi.E parlando della scomunica «latae sententiae» che gli è stata inflitta il 26 settembre del 2006, ma che lui non ha mai accettato, la definisce «un gioco per impressionare, fatto da un’autorità che ha fallito e non trova più il modo di confrontarsi con gli altri». E «questa debolezza della Chiesa è una grande vergogna. E quando viene decisa una scomunica, per loro quella persona è morta, vogliono dimenticarsene e non le danno più nulla. Neanche la pensione, come hanno fatto con me. Una vera ingiustizia, che la Chiesa cattolica continua a commettere». Da parte sua, comunque, c’è la volontà di tornare ancora in Italia, dove conta su migliaia di «aficionados», «28 mila» dice lui.

Le difficoltà non mancano, però. Prima fra tutte la revoca del passaporto vaticano nel 2007 e quindi, praticamente, la sua condizione di extracomunitario. Ai suoi devoti italiani raccomanda comunque «di continuare a pregare e di non disperare mai». In Italia «ho ricevuto tanto bene, c’è tanta generosità, c’è tanto amore. E ogni giovedì io prego per gli ammalati e per tutti quelli che hanno bisogno dell’aiuto di Dio. Questo i miei fedeli lo devono sapere, perché la preghiera è più forte di ogni cosa. Anche se il Vaticano pensa di essere superiore e di poter monopolizzare tutto. Ma non è così e un giorni avrò la rivincita e saranno riconosciuti i miei meriti come è accaduto tante volte nella storia ecclesiastica».




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Guerra alle bestemmie nel Padovano: multe da 51 a 309 euro

Il Messaggero


L'idea è del vice sindaco leghista di Piove di Sacco. Ok del Prefetto. Vietati gli improperi in piazze, vie e sotto i portici






PADOVA (2 ottobre) - Contro le bestemmie in piazza parte una crociata, a colpi di sanzioni dai 51 ai 309 euro, a Piove di Sacco nel Padovano. A proporla è il vice sindaco di Piove, il leghista Andrea Recaldin, che ha predisposto un'ordinanza già avallata dal Prefetto e che per diventare operativa attende solo la firma del sindaco Alessandro Marcolin.

Il provvedimento prevede sanzioni per chi bestemmia nelle piazze, sotto i portici e lungo le strade del territorio comunale. Tutto parte dal fatto che alcuni mesi fa è comparsa una bestemmia scritta con lo spray e a caratteri notevoli lungo un muro del centro. L'oltraggio è stato subito cancellato ma è così scattata l'iniziativa di sanzionare chi colpisce il decoro cittadino. Oltre alle bestemmie, l'ordinanza riguarda anche i vandali che imbrattano muri e monumenti della città. Per loro la sanzione è di 500 euro.




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Fini non legge la mail che lo farebbe cadere

di Andrea Cuomo


Il leader del Fli tace sul messaggio che indica il cognato come proprietario dell’appartamento monegasco Eppure aveva promesso che avrebbe lasciato la poltrona se si fosse scoperto che l’immobile è di Giancarlo


Roma

Caro Fini, c’è posta per lei. Da almeno un giorno. Una mail importante, che il presidente della Camera dovrebbe usarci la cortesia di leggere attentamente, perché rischia di essere la pistola fumante del caso Montecarlo, la prova che l’appartamento di boulevard Princesse Charlotte che An ereditò da Annamaria Colleoni e poi svendette sia non solo affittato ma addirittura di proprietà di suo cognato Giancarlo Tulliani. Se Fini la leggesse e la interpretasse nell’unico modo possibile dovrebbe dimettersi da presidente della Camera, come nel videomessaggio diffuso sabato 25 settembre ha promesso di fare una volta provato il coinvolgimento diretto del Tullianino nel gioco di incastri societari tra i quali si nasconde la vera proprietà di quell’appartamentino piccolo ma che politicamente ormai è grande come un castello.

L’appello vale anche per tutti i collaboratori del presidente della Camera, magari distratto o in altro affaccendato: la mail c’è, basta leggerla. È stata da noi pubblicata ieri in prima pagina e a pagina 9: è vero, è in inglese, ma per comodità abbiamo allegato anche una comoda traduzione in italiano, che replichiamo oggi. La pappa pronta. E se il problema è non darci la soddisfazione di devolverci qualche spicciolo per l’arretrato, la mail è visibile anche sull’Avanti!, il giornale diretto da Valter Lavitola a cui va il merito di aver scovato il documento.

La mail, datata 6 agosto 2010, è quella redatta da James Walfenzao, personaggio chiave dell’affaire Montecarlo, e inviata a Evan Hermiston e Michael Gordon, il primo tra i soci della Corporate Agents St. Lucia Ltd e il secondo avvocato dello stesso studio legale nel quale hanno sede la Printemps e la Timara, le due off-shore di Saint Lucia «usate per acquistare un piccolo appartamento a Montecarlo», come si legge nel testo della comunicazione. Il passaggio saliente della mail è questa frase: «Sembra (in precedenza non era noto) che ci sia un collegamento politico che sta sfociando in un grande scontro/scandalo adesso che Berlusconi e Fini (prima alleati in politica) sono in grande conflitto.
La sorella del cliente sembra avere un forte legame con uno dei politici coinvolti». Il cliente sarebbe Giancarlo Tulliani, non certo citato come inconsapevole affittuario, come lui si è sempre descritto.

Non è la prima volta che Gianfranco Fini non risponde di fronte alle evidenze che noi e altri giornali gli scioriniamo davanti agli occhi. Accadde lo stesso quando lui negò che la cucina Scavolini acquistata con la compagna Elisabetta Tulliani in un mobilificio alla periferia di Roma fosse destinata all’appartamento di Montecarlo. Il 28 settembre abbiamo pubblicato una fotografia scattata nell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte con - guarda caso - ben in vista la stessa cucina componibile modello Scenery della Scavolini acquistata dalla coppia. E anche quella volta Fini si guardò bene dal fare due più due.

Naturalmente in casa Fli non potendosi negare il senso della mail se ne nega la veridicità. «Il Giornale della famiglia Berlusconi - scrive Generazione Italia nel suo sito - alla disperata ricerca di una pistola fumante che non c’è, spaccia per Vangelo quanto rivelato su l’Avanti. L’unica verità è che Walter (ma si chiama Valter, ndr) Lavitola è un personaggio squalificato, un attore da B movie, un individuo da prendere con le molle piuttosto che dipingerlo come il teste chiave, la gola profonda che tutto sa e che incastra il pezzo grosso».

Secondo i finiani del web le vere domande da fare a Lavitola sarebbero: «Perché, con quali soldi e per conto di chi Lavitola ha scorazzato (con una “r” sola, ndr) tra centro e sud America su jet privati (tra un festino e l’altro... Si trattava bene) alla ricerca di qualche notizia su Giancarlo Tulliani? Per aumentare le copie dell’Avanti? Ci viene da ridere. Ma soprattutto, vogliamo sapere quanto è costato il suo scoop. Vogliamo la cifra esatta». Naturalmente, anche se non viene citato esplicitamente, il riferimento è al presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Quanto a Lavitola, conferma la genuinità della mail: «La mail era allegata a un verbale dell’autorità giudiziaria di Santa Lucia, che l’aveva acquisita mediante attività di intercettazione nell’ambito dell’investigazione».




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Off-shore, l’errore fatale che ha tradito Tulliani

di Antonio Selvatici


Errore da matita rossa. La costruzione societaria pensata per mascherare il vero proprietario dell’appartamento di Montecarlo, come si è visto, non è stata ben pensata. L’architettura societaria si è sgretolata causando problemi sia a chi l’ha realizzata, sia al probabile finale beneficiario.
È comprensibile che a Saint Lucia la questione delle due società Printemps e Timara abbia creato scompiglio: gli Stati che basano parte delle proprie entrate sulla «confidenzialità», sul «non esistere», non possono continuamente apparire sulle prime pagine dei quotidiani, e per di più in una vicenda che coinvolge Giancarlo Tulliani, il cognato del presidente della Camera. E probabilmente questo è il motivo per cui l’apparato di Saint Lucia dovrà espellere (rendendolo noto attraverso canali altrettanto confidenziali) il bubbone Printemps-Timara. La questione ha già sufficientemente alterato i pacifici equilibri del piccolo stato caraibico «paradiso fiscale». La questione Printemps-Timara ha già creato danni economici: troppi investigatori, troppi giornalisti che cercano di sapere. L’attenzione per chi vive di discrezionalità è deleteria. A ciò bisogna aggiungere l’errore di fondo: la leggerezza di chi ha pensato (e probabilmente realizzato) la semplice e banale costruzione societaria.

Il fine dell’intreccio societario è semplice: mascherare la vera proprietà di un appartamento (non importa l’origine del bene) che si trova nel Principato di Monaco. Certamente sarebbe stato più sicuro, in primo luogo costituire un trust in uno Stato che non vanta accordi bilaterali (reciprocità dello scambio d’informazioni) con l’Italia, ad esempio il Delaware, una striscia di costa non distante da Washington. Non tutti sanno che il piccolo Stato gode di uno status particolare, paragonabile a quello dei cosiddetti paradisi fiscali. Può sembrare bizzarro, ma fino a qualche anno fa anche la società Autostrade, quando era controllata dall’Iri, aveva un ufficio nel Delaware, il motivo non è stato mai reso noto. Ma anche Bahamas, Bermuda e Libera, la lista è stata pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

L’indubbio vantaggio del trust è la compartimentazione tra chi lo gestisce (trustee) e il beneficiario, soggetti legati solamente da un patto di fiducia. Nessuna trascrizione, nessuna pubblicità del vincolo fiduciario: una scatola impenetrabile. Nel nostro caso se le due società Printemps e Timara fossero state inserite in un trust (che di regola deve essere costituito in uno Stato «paradiso fiscale» differente da quello in cui hanno sede le società) non si sarebbe riusciti a risalire al beneficiario. Se proprio vi sono forti pressioni si potrebbe arrivare a sapere chi è il gestore (spesso un legale), ma non certamente il beneficiario.

Quindi, la «costruzione ideale» sarebbe stata: intestare l’immobile ad una società con sede in un «paradiso fiscale» non tanto noto, quindi inserire le società all’interno del trust. I passaggi sembrano geograficamente complicati: vi sono studi specializzati che, aiutati dalla tecnologia informatica, nel giro di un paio di giorni e con una spesa contenuta sono in grado di soddisfare tali esigenze di non visibilità. È un argomento tabù, ma in Italia l’uso dei trust off-shore è largamente utilizzato, non solo, come si è soliti pensare, per mascherare traffici di malaffare, ma anche per motivi di cuore o d’eredità. C’è chi l’utilizza per intestare l’appartamento all’amante. Ed è anche per ciò che a Saint Lucia sono fortemente indispettiti: se proprio era necessario mascherare il vero proprietario di un piccolo appartamento a Montecarlo sapendo che per motivi parentali la cosa poteva creare scompiglio e sgradita attenzione, bisognava realizzare una costruzione societaria più sicura.




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La sexy-prof di Monteroni protagonista del video su YouTube non insegnerà più in Puglia

Il Mattino





LECCE (2 ottobre) - La professoressa di Monteroni al centro del sexy-scandalo sfociato col patteggiamento di una condanna a due anni non potrà più insegnare nelle scuole pugliesi. La Direzione generale della pubblica istruzione le ha fatto notificare il provvedimento col quale le viene impedito di partecipare all'assegnazione di supplenze in virtù della condanna per atti sessuali con minorenni.

Lo scandalo scoppiò in seguito alla pubblicazione, su Youtube, di un filmato realizzato da uno studente in classe, nel quale si vedeva un ragazzo intento a palpeggiare la giovane insegnante, giungendo anche ad infilare la mano negli slip. Sempre nel filmato si vedevano gli altri studenti che assistevano, attorno alla cattedra, e la professoressa che, seduta, non reagiva nel modo in cui in una simile circostanza ci si aspetta di vedere.

L'inchiesta. In seguito alla puibblicazione del video nacque un'inchiesta della magistratura, al termine della quale la sexy-prof patteggiò la pena. La scuola nella quale è stato girato il video è a Lecce.

I fotogrammi del video dello scandalo




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L’intervento Se lo sciopero del «Corriere» è fuori tempo

di Redazione


Lo sciopero al Corriere della Sera, in risposta a una lettera del direttore, Ferruccio De Bortoli, che chiede impegno per le nuove tecnologie al di fuori dalle rigidità imposte dal contratto dei giornalisti, rappresenta sicuramente qualcosa di nuovo nel panorama della comunicazione e della carta stampata in particolare. Il Comitato di redazione del Corriere l’ha giudicata «irricevibile» e ha indetto due giorni di astensione dal lavoro. È evidente - almeno a leggere il comunicato della rappresentanza dei redattori - che l’intervento di De Bortoli viene ritenuto un atto «strumentale al taglio delle tutele e dei contratti integrativi», e nasce dalla convinzione che la posizione del direttore non sia una semplice riflessione sul futuro della professione, ma nasconda anche problemi interni alla testata. Quindi, se da un lato qualcuno potrebbe rimanere impressionato dalla compattezza della redazione, a qualcuno altro potrebbe sembrare una reazione diretta sproporzionata al taglio del dibattito.

Immaginiamo anche cosa sarebbe accaduto se certe parole le avesse usate Vittorio Feltri o se questa vicenda si fosse svolta in un giornale di destra: sarebbe scoppiata la rivoluzione, tutti le altre testate giornalistiche lo avrebbero trasformato in un caso da «apertura». In realtà azione e reazione trovano il loro fondamento nel «monstrum» giuridico che è diventato il contratto nazionale dei giornalisti. Editori e sindacato unico, la Fnsi, si sono trovati d’accordo nel lasciare inalterate certe «conquiste» delle redazioni stabilizzate lasciando campo libero allo sfruttamento selvaggio dei non garantiti: sia coloro i quali cercano un accesso decoroso a una professione proletarizzata, sia coloro che ne sono stati espulsi in dolorose e inquietanti ristrutturazioni passate sotto un silenzio complice di tutti gli attori della commedia.

È vero che la professione sta cambiando: dalla firma dell’ultimo contratto dei giornalisti è nato l’I-Pad e nel frattempo gli italiani hanno avuto accesso di massa all’Adsl. La multimedialità pone problemi di vario genere. Anche le agenzie di stampa più potenti si trovano spesso scavalcate dai messaggi di Twitter che fanno prima di loro a dare la notizia. E quest’ultima – spesso non verificata e non verificabile – corre sul web in quantità tale da soffocare la qualità. È chiaro che un sindacato vecchio modello ed editori vecchio stile non possono far fronte a un cambiamento così repentino e violento. Di conseguenza scoppia una conflittualità di retroguardia perché i Cdr si trovano da soli nell’affrontare con criteri di professionalità e qualità le ristrutturazioni aziendali che seguono invece logiche di profitto e competitività. Le due posizioni sono destinate a non incontrarsi mai. Almeno fino a quando non ci si chiarirà su alcuni punti fondamentali. Come quello che il lavoro va pagato, e se è a tempo determinato (quindi precario) meglio ancora che se a tempo indeterminato. Da quell’orecchio gli editori non ci sentono e la Fnsi si limita a sussurrargli nell’altro che alcuni non vanno toccati mentre degli altri si può far strame. Il Corriere non va in edicola, ma il dibattito resta apertissimo.


*Vicepresidente di Lettera22
www.lettera22.info



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Belpietro, dubbi sulla dinamica Nessuno ha visto l'attentatore in fuga

La Stampa


Per gli investigatori vi sono «incongruenze» nel racconto





PAOLO COLONNELLO
MILANO


Quando gli inquirenti spiegano che «s’indaga a 360 gradi» sul fallito agguato al direttore di Libero Maurizio Belpietro, bisogna capire bene cosa intendono. Se da una parte l’inchiesta considera l’episodio prodromico a un attentato e prende in considerazione la pista indicata dal Viminale di un possibile "giustiziere solitario", dall’altra fa pesare una montagna di dubbi sullo stesso attentato. Non si vuole insomma precludere alcuna strada.

Così, la moviola delle indagini in queste ore passa e ripassa sulle stesse immagini della serata di giovedì nel palazzo di via Monte di Pietà, senza riuscire però a fissare un fotogramma certo che faccia decollare una pista anzichè l’altra. Ufficialmente è in atto la caccia all’uomo che verso le 22,45 di giovedì sera si sarebbe trovato sulle scale a pochi metri dal pianerottolo dell’abitazione di Belpietro, armato di pistola e vestito con camicia grigio verde, dei pantaloni da tuta e scarpe da ginnastica. Un abbigliamento più da ladro che da terrorista, non fosse per quel particolare riferito dal caposcorta, l’agente Alessandro N., di «due mostrine» da finanziere appuntate sul colletto della camicia. Un camuffamento approssimativo per far pensare a un "piano". Ma nel racconto fatto dal caposcorta, finora unico testimone oculare dell’agguato, il "piano" dell’attentatore sembra assai sgangherato e gli stessi investigatori vi trovano delle incongruenze che solo lui potrà chiarire. Vediamo quali.

Primo: la dinamica. Il misterioso attentatore decide di entrare in azione, di trovarsi cioè sulle scale vicine al pianerottolo dell’abitazione di Belpietro, accettando il rischio elevatissimo di venire scoperto dalla scorta. Che, solitamente, procede alla "bonifica" dell’ambiente in cui opera, controllando prima e dopo aver messo al sicuro "la personalità". Ci si chiede: perché un terrorista, che si suppone abbia per lo meno studiato l’ambiente e le abitudini del soggetto che intende colpire, decide di correre un rischio così alto e soprattutto di non agire, come quasi sempre avviene, con un complice vicino? In fondo, all’uomo, sarebbe bastato aspettare altri 10 minuti prima di entrare in azione, scongiurando così la possibilità di essere scoperto.

Secondo: la fuga. Appena si trova davanti l’agente, l’uomo punta la pistola. L’arma s’inceppa. Il poliziotto si ritrae dietro un angolo e spara due colpi ad altezza d’uomo. Le scale sono abbastanza strette, l’agente è un tiratore esperto, ma nessuno dei colpi va a segno. Inizia l’inseguimento. Al terzo piano il caposcorta spara ancora, e questa volta va in frantumi una finestra. L’attentatore continua a scappare. Invece l’agente rallenta la corsa, si ferma. Decide di tornare indietro. Strano ma non del tutto illogico: e se in fondo alle scale ci fosse stato un complice pronto a sparare? Non si potrà mai sapere, perché nonostante i colpi e il trambusto che tutti gli inquilini del palazzo sentono distintamente, nessuno scorge alcunchè.

Nell’androne al pian terreno ci sono due porte. Una sbuca sul cortile principale, dove è in sosta l’auto di scorta a bordo della quale c’è un altro poliziotto che incredibilmente non si accorge nemmeno degli spari. L’altra invece si apre su un cortile più interno, circondato da un muro alto circa tre metri e che degrada sulla destra diventando un po’ più basso. E’ la via di fuga, racconta il caposcorta, scelta dall’attentatore che però, per quanto agile, deve scavalcare un ostacolo comunque notevole. Per quanto a metà metà muro scorrano dei tubi che si possono usare come appoggio. Di fatto, anche in questo caso nessuno vede nulla e sul muro non si trovano impronte tranne forse, ma va ancora stabilito con certezza, di un anfibio. Nei fatti l’attentatore scompare nel nulla.

Se avesse scavalcato il muro, unica via di fuga, si sarebbe trovato nel cortile di un palazzo nobiliare che si affaccia su via Borgonuovo, laterale rispetto a via Monte di Pietà. Ma, scendendo da questa parte, avrebbe dovuto atterrare su dei cespugli. Eppure l’altra mattina non si sono trovate tracce né foglie spezzate. Infine, a rendere perplessi gli inquirenti, c’è il precedente dell’attentato all’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio. Anche in questo caso un agguato fallito, sventato sempre dallo stesso caposcorta che ora si occupa di Belpietro e su cui vi furono forti dubbi. Nemmeno allora si trovò un testimone che confermasse la versione dell’agente. Poi promosso e trasferito ad altro incarico.




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