martedì 5 ottobre 2010

Caso Cucchi, famiglia accusa gli agenti e chiede al gip una nuova perizia

Il Messaggero


L'avvocato della famiglia: Stefano morto per traumi alla
colonna vertebrale. Campidoglio ammesso come parte civile






ROMA (5 ottobre) - Una nuova perizia per verificare se le lesioni provocate dal presunto pestaggio avvenuto nel tribunale di Roma abbiano provocato la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano deceduto nell'ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre del 2009, una settimana dopo il suo arresto per detenzione di droga.

E' stata chiesta oggi dai familiari del giovane al gip Rosalba Liso, al vaglio della quale c'è la richiesta di rinvio a giudizio di 13 tra agenti di polizia penitenziaria e medici dell'ospedale romano. Il magistrato si è riservato di decidere sulla richiesta, basata sul convincimento che vada contestato l'omicidio preterintenzionale, da tenersi tramite incidente probatorio. Lo stesso gip, che oggi ha ammesso come parte civile il Comune di Roma nel corso della seconda udienza, ha fissato altre due udienze, oltre a quelle già programmate per il 19 e 26 ottobre prossimi: si terranno il 9 e il 30 novembre.

L'udienza è poi stata aggiornata al 19 ottobre prossimo. In quell'occasione il gup renderà nota la sua decisione sulla perizia. A sostegno della richiesta di perizia, l'avvocato Anselmo ha depositato una consulenza, svolta da suoi esperti, secondo la quale le lesioni, riscontrate sul corpo di Stefano sono compatibili con un «meccanismo contundente» e che non è possibile «interrompere in nessun momento il nesso causale» tra la morte di Cucchi «ed i traumi subiti».

L'avvocato della famiglia Cucchi: Stefano morto per traumi alla colonna vertebrale. «La consulenza Arbarello fa acqua da tutte le parti, è contraddittoria e assolutamente non aderente alla realtà di ciò che è accaduto dal punto di vista scientifico - afferma Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Stefano - La perizia Arbarello non individua la causa della morte. Noi riteniamo che la nostra consulenza fatta da quattro professionisti di uguale elevata professionalità sia tranciante e completamente opposta rispetto a quella Arbarello. I nostri consulenti fanno iniziare la sequenza causale che ha portato alla morte di Stefano dal trauma che ha subìto la colonna vertebrale e il coccige».




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Melody, fenomeno del palleggio acrobatico

Repubblica


Ha dovuto interrompere la carriera calcistica a causa di un incidente che le ha leso un legamento ma la ventenne francese  Melody Donchet non si è persa d'anjimo e ha deciso di impiegare il proprio talento nel freestyle, il calcio da strada, arrivando a compiere acrobazie col pallone degne di un fuoriclasse

Banchi a scuola, cercasi sponsor privati La Provincia: 69 euro per kit completo

Corriere della sera


Pubblicato il bando per trovare soggetti disposti
a finanziare gli arredi. Prevista targhetta con il nome



Banchi da rinnovare
Banchi da rinnovare

ANDRIA - A scuola come in chiesa: i banchi possono essere comprati da volenterosi privati e il loro nome sarà impresso per sempre sugli stessi, su un’apposita targhetta. E’ quanto previsto da un apposito bando, «Dedicare i banchi», con cui la Provincia di Barletta-Andria-Trani invita i privati, interessati a «sponsorizzare» banchi e sedie delle scuole superiori, a presentare un’apposita domanda. Il tutto entro e non oltre il 30 novembre prossimo, attingendo le informazioni necessarie sul sito dell’ente (www.provincia.bt.it).
Costo della sponsorizzazione completa è 69,80 euro più Iva per banco e sedia. Ma, ovviamente, si possono sponsorizzare anche più di un completo banco-sedia. L’idea è venuta all’assessore all’Istruzione della Bat, Pompeo Camero, che si è trovato a fare i conti con un numero di iscrizioni imprevedibili. «Soprattutto nelle scuole professionali - spiega Camero - c’è stato un incremento delle iscrizioni rispetto agli anni precedenti. Così che a Bisceglie, ad esempio, si è formato un istituto autonomo.
Quindi, occorre comprare arredi ex novo che non sono solo banchi, ma anche lavagne, scrivanie, armadi e altro materiale necessario per le segreterie amministrative. Abbiamo già fatto partire il bando». Ma l’idea di recuperare qualche soldo, e soprattutto poter sostituire arredi vecchi di decenni, ha fatto meditare l’idea di permettere alle aziende di sponsorizzare banchi e sedie. «Dobbiamo garantire ai ragazzi - sostiene l’assessore - la migliore qualità possibile della vita nelle scuole. Consideriamo che ci sono tanti problemi negli istituti, compresa la mancanza di aule. Invitare la società a dare una mano, mi è sembrata una buona idea. Del resto - conclude - ci sono diversi Comuni in Italia, ma credo nessuno in Puglia, ad aver sperimentato con successo questo sistema innovativo».


Carmen Carbonara
05 ottobre 2010




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Il Nobel per la Fisica ai russi Geim e Novoselov

di Redazione


Geim e Novoselov hanno vinto il Nobel per gli esperimenti pionieristici sul grafene. I due scienziati hanno dimostrato che il carbonio nello spessore di un atomo ha eccezionali proprietà nella fisica quantistica



Stoccolma - Il Nobel per la Fisica 2010 è stato assegnato a Andre Geim e a Konstantin Novoselov per le ricerche sulla struttura del grafene, un materiale avente uno spessore equivalente alle dimensioni di un solo atomo. I due scienziati hanno dimostrato che il carbonio in una forma estremamente sottile - dello spessore di un atomo - ha eccezionali proprietà nella fisica quantistica. Geim è cittadino olandese mentre Novoselov ha la doppia cittadinanza, britannica e russa.
Il grafene Mostra ottime qualità come conduttore e da tempo è studiato per la realizzazione di semiconduttori. Nel 2010 un gruppo di ricerca Ibm è riuscito a realizzare un transistor al grafene con una frequenza di funzionamento massimo di 100 Ghz, analoghi transistor realizzati con le tecnologie al silicio hanno una frequenza massima di 40 Ghz (informazioni tratte dall'enciclopedia libera Wikipedia).


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Caso Claps, scontro tra periti

Corriere della sera


I pm scrivono al gip: omissioni e metodica superata da parte del suo perito nell'analisi dei resti biologici



critiche all'operato del prof. pascali, che aveva escluso presenza del dna di restivo


MILANO - Non è bastata l'autopsia e i rilievi scientifici per risolvere il caso Claps e dare un volto all'assassino della ragazza sedicenne scomparsa il 12 settembre del 1993, davanti alla chiesa della Trinità (dove il cadavere della giovane è stato ritrovato lo scorso 17 marzo).



LO SCONTRO - È scontro infatti tra periti sugli esami genetici disposti nell'inchiesta sull'omicidio della studentessa Elisa Claps: secondo quanto apprende l'Ansa, alla perizia affidato dal gip al professor Vincenzo Pascali, il quale ha escluso la presenza del Dna dell'unico indagato - Danilo Restivo, 38 anni - tra i reperti sequestrati nel sottotetto della Chiesa della Trinità, ha formulato «censure varie, in taluni casi anche gravi», il consulente del pm, Patrizia Stefanoni, in servizio alla polizia scientifica di Roma. Alla luce di tali rilievi, i pm di Salerno Rosa Volpe e Luigi D'Alessio hanno chiesto al gip di disporre, con un secondo incidente probatorio, una nuova consulenza che sia svolta «secondo le più avanzate metodologie e tecnologie della scienza genetico-forense».


LA CRITICA - L'accertamento peritale svolto dal professor Pascali - scrivono i pm nella richiesta inviata al gip - «deve ritenersi incompleto e insufficiente». Il dato «che sorprende di tale perizia» è «la mancata estrazione da taluni reperti e campionature del profilo genetico utile a fini identificativi» per la scarsa quantità di Dna rilevata. Inoltre, viene sottolineato «l' elevato numero di reperti non ritenuti utili a fini del campionamento di presunte tracce biologiche e, pertanto, esclusi da ogni accertamento». Su queste osservazioni del professor Pascali, ha espresso «forti riserve» il consulente del pm Patrizia Stefanoni, per via - scrivono i magistrati - della «metodica (oramai superata) utilizzata dal perito». In definitiva « a parere del consulente Stefanoni, il perito Pascali nell'esaminare alcuni reperti, pervenendo a giudizio negativo circa la possibilità di estrapolare profili genetici utili a fini identificativi, ha utilizzato kit poco sensibili e ampiamente superati dalle nuove tecnologie e, pertanto, i risultati analitici ottenuti e riferiti in perizia sono stati limitati da questa scelta tecnica». Altri reperti (alcuni dei quali sequestrati a Restivo) «non risultano esaminati dal perito «per ragioni di economia analitica»; è evidente - scrivono i periti che trattasi di scelta arbitraria in ordine alla quale è superfluo ogni commento».


NUOVE PERIZIE - Una seconda richiesta dei pm al gip si riferisce alla necessità di affiancare un entomologo (esperto nello studio di insetti) alla professoressa Cristina Cattaneo che sta tuttora svolgendo indagini tricologiche sui capelli di Elisa Claps, alcuni dei quali - secondo l'accusa - recisi di netto dall'assassino nelle fasi immediatamente successive all'aggressione mortale. Questo spiegano i pm - «al fine di meglio differenziare le lesioni dovute a strumento tagliente da quelle potenzialmente attribuibili ad insetti». Nell'ultima parte della loro richiesta, i pubblici ministeri hanno chiesto di prorogare i termini per le indagini preliminari «per tutto il tempo che verrà richiesto» dai periti per lo svolgimento dei nuovi accertamenti.
Redazione online
05 ottobre 2010









Il ''re'' del sumo si ritira

Repubblica



Il campionissimo Asashoryu, travolto dai tanti scandali (l'ultimo, una rissa a Tokyo perchè ubriaco) lascia le pedane con una vera e propria cerimonia con tanto di taglio di capelli e lacrime
 
 

Br, lettere all'Adnkronos

Libero


Il gruppo sottolinea che non sono colpevoli dell'aggressione a Belpietro. I loro obbiettivi sono Luciano Violante e la moglie






Le Br si dicono estranee all’attentato contro il direttore di Libero Maurizio Belpietro. Lo dicono in una lettera spedita alla sede romana dell’agenzia Adnkronos. È la seconda in 11 giorni. In entrambe si legge “Abbiamo deciso di condannare Luciano Violante e sua moglie, servi dello Stato al servizio della destra”. Nella prima busta c’erano anche due bossoli.

Il riferimento alle Br e agli anni di piombo è stato fatto più volte nei giorni immediatamente successivi all’episodio che ha coinvolto Belpietro. Il giorno dopo, il gip di Milano, Guido Salvini, che aveva firmato gli arresti delle nuove leve del gruppo terroristico, ha notato almeno “due somiglianze” tra l’aggressione e le vicende della nuova eversione armata. “L’episodio della notte scorsa – ha detto Salvini – certamente ricorda il progetto di attentato ai danni della sede di Libero in fase di preparazione nel gennaio 2007”. All’epoca, la sede del quotidiano era stata visitata da due componenti di spicco delle Br, Claudio Latino e Bruno Ghirardi, che avevano fatto dei sopralluoghi esterni.

05/10/2010



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Noi vittime dell'odio. Come fa il sindaco Scalzone ad accusarci?»

Corriere della sera

Per la prima volta parla Joseph Aymbora, superstite della strage di Castel Volturno: «Su di noi solo odio»





ROMA - «Il mitra, le pistole e quel rumore assordante. Tatatatata. Hanno sparato tantissimo, senza fermarsi per non so quanto tempo. Io ho fatto finta di essere morto. E quando hanno smesso uno di loro ha chiesto agli altri: sono tutti morti? E loro hanno risposto: sì, sono tutti morti. Poi hanno detto: merda, bastardi. E sono andati via». La strage del 18 settembre 2008 a Castel Volturno raccontata da Joseph Aymbora, l’unico superstite. Era un ingegnere, un imprenditore con 25 dipendenti e un fatturato intorno ai 200 mila euro all'anno. Oggi, a distanza di due anni da quella tragica notte, la sua vita è completamente cambiata. Il boss e i suoi tre scagnozzi hanno sparato 148 colpi, tra kalashnikov e calibro nove.

Trentacinque secondi ininterrotti di sparatoria. Lui è stato ferito in otto punti diversi, e dopo quasi un'ora è stato raccolto da un'ambulanza che faticava a trovare la strada in quel pezzo d'Africa che è la Domiziana. Ayimbora ha poi deciso di collaborare con le forze dell'ordine, e la sua testimonianza è stata decisiva nel processo che la Dda di Napoli ha promosso contro il commando omicida che in quell'estate di sangue lasciò sulle strade dell'Agro Aversano 16 vittime. Ma del suo lavoro e del benessere che si era conquistato in otto anni di duro lavoro sono rimaste solo alcune poderose cartelle esattoriali d'Equitalia, che chiede il versamento dei contributi per i suoi dipendenti rimasti senza lavoro negli ultimi due anni.

LA SERA DELLA STRAGE - «Quella sera, la più brutta della mia vita, sono morti alcuni miei carissimi amici. Qui, proprio vicino a me, ho visto la testa del mio amico Ababa El Hadji aprirsi a metà come un melone. E il sangue dappertutto, le urla, la paura». A salvarlo, dice ora, è stato Dio: «Sì, è stato lui che mi ha spinto a fingere. Ho fatto finta di essere morto e così mi sono salvato. Ma il dolore che ho provato, la sofferenza per gli amici spariti così, quella non la può cancellare nessuno».
Le sei vittime della strage, come ha raccontato in udienza anche il pentito Oreste Spagnuolo, morirono per un tragico errore degli uomini del clan: «Ci accorgemmo solo il giorno dopo di aver sbagliato guardando il tg. Ce la prendemmo con Davide Granato, che avrebbe dovuto indicarci l'obiettivo giusto. E lui rispose: Volevate i niri? E io i niri vi ho portato». Le forze dell'ordine e la magistratura ribadiscono l'estraneità delle vittime da qualsiasi episodio delittuoso. Del resto erano incensurati e in regola.

Uno faceva il sarto, due erano muratori, e poi un saldatore, un carrozziere, un barbiere. Eppure, a distanza di due anni, dopo che pagine e pagine di atti giudiziari sono state scritte sul loro conto, continuano ad aleggiare sospetti. Riproposti ad ogni occasione nonostante le secche smentite di magistrati e forze dell'ordine. «Chi mi dice che non sono delinquenti?». Da due settimane Antonio Scalzone, sindaco pdl del comune con 22mila immigrati, ripete il medesimo ritornello. Almeno dallo scorso 18 settembre, quando per giustificare la sua assenza alla cerimonia per il secondo anniversario della strage ha ribadito: «Ho le prove, sono dei delinquenti». Rincarando poi la dose con le associazioni di volontariato, accusate di «arricchirsi con le disgrazie degli immigrati. E intanto noi siamo assediati. Così non si può vivere». Poi, dopo qualche giorno di polemiche con centri sociali e volontari accusati di essere «comunisti», ha preso parte alla conferenza stampa del coordinatore di Forza Nuova Roberto Fiore, a Castel Volturno per manifestare contro l'immigrazione «selvaggia».

IL PROIETTILE NELLA GAMBA - «Ma come fa a dire una cosa del genere?», chiede Aymbora. «Io lo rispetto, ma il sindaco non era lì. Non conosceva i miei amici. Se adesso glielo chiedi, non ti sa neppure dire i loro nomi, che lavoro facevano. Eppure dice tutte queste cose ingiuste. Contro di noi sento solo odio». Il razzismo, il pregiudizio: «Sono cose che sentono tutti i ragazzi che vivono a Castel Volturno». Sentimenti che li avvicinano ad un simbolo della lotta all'apartheid, Miriam Makeba, la cantante morta proprio a Castel Volturno sul palco allestito per commemorare la strage: «Certo che la conosceva, lei lottava per noi, lottava per l'Africa. Ed era venuta dove i miei amici sono morti. Era una leggenda». Oggi Aymbora vive sotto protezione. Non può lavorare, non può tornare in Ghana dove ci sono i suoi amici e i suoi parenti.

Ed è costantemente protetto da una scorta. Ma la tremenda paura per quell'orrore durato 35 secondi piano piano va attenuandosi. «Ho passato momenti molto brutti. E avevo pochi amici su cui fare affidamento. Anche in ospedale non sono riusciti ad aiutarmi. Pensa che non si erano accorti che un colpo di pistola mi era rimasto conficcato nella gamba. E dopo settimane e settimane di dolori insopportabili, sono stato io da solo, con una pinzetta e un po' di disinfettante, ad estrarlo dalla coscia». I suoi nuovi amici Joseph li ha trovati tra i poliziotti che ormai lo seguono giorno e notte. E il figlioletto nato pochi mesi fa, quando finalmente ha cominciato a riassaporare la tranquillità, l'ha chiamato Alessandro, come il funzionario della Questura di Caserta che fin dal primo momento si è preso cura di lui.

Antonio Castaldo
04 ottobre 2010(ultima modifica: 05 ottobre 2010)

Si sposò 130 volte ed ebbe 210 figli Morto in Kenya il "re dei poligami"

La Stampa


L'uomo era conosciuto come "Danger": aveva 92 anni





NAIROBI

Si è spento in Kenya dopo una lunga malattia all’età di 92 anni Akuku Danger, il poligamo più prolifico del mondo. L’uomo era noto per avere sposato 130 donne, divorziato una ottantina di volte e avere avuto 210 figli. Un vero e proprio «maestro della seduzione», basti pensare che era conosciuto con il nome Danger (pericolo in italiano), per la forza seduttiva che riusciva ad avere con le donne. Il suo primo matrimonio risale al 1939, mentre l’ultimo al 1997, all’età di 79 anni, con una giovane di appena 18 anni, che adesso ha tre figli. Akuku Danger ha fatto della poligamia un vero e proprio business.

Turisti e reporter spesso si sono recati nella sua casa nel distretto di Ndhiwa nell’ovest del Kenya, vicino al Lago Vittoria, per fotografarlo e intervistarlo, ovviamente dietro pagamento di un compenso. Tom Akuku, uno dei suoi figli, ’portavocè della numerosa famiglia, ha spiegato che «solo» 40 matrimoni sono stati riconosciuti dalle leggi dell’etnia Luo, e «solo» 22 mogli sono ancora in vita. «Dei 210 figli - ha aggiunto Tom Akuku - di cui 104 donne e 106 uomini, molti sono morti». A ciò vanno aggiunti gli oltre 200 nipoti che vivono nello stesso distretto e molti di loro hanno anche «incarichi di prestigio nella pubblica amministrazione e in imprese private».

Intervistato varie volte dalla stampa locale, Danger era solito spiegare il suo charme in questo modo: «Nella mia vita sono stato considerato molto affascinante, nessuna donna riusciva a resistere al mio fascino, ero come una calamita, gli altri uomini di fronte a me scomparivano». Il suo segreto? «Una dieta alimentare ferrea, evitare i grassi e il sale e mangiare cibo tradizionale e frutta dopo i pasti». La poligamia è diffusa in Kenya, ed è praticata a tutti i livelli, anche quelli più alti e colti della società, sia rurale che metropolitana. L’anno scorso è stata presentata una proposta di legge in Parlamento che ne chiede la legalizzazione.

A tutt’oggi è tollerata come costume tradizionale, ma non è registrata. La Chiesa è contraria alla legalizzazione, ma molti legali difendono la poligamia poichè ritengono che in questo modo sarebbero difese le spose ’tradizionalì, e soprattutto i figli di quelle unioni non sarebbero legati per il loro futuro solo alle decisioni unilaterali paterne, ma avrebbero diritti precisi.




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La truffa della ricevuta taxi tarocca

Il Tempo


Sono pochi. Ma il danno che provocano alla categoria e all'immagine della Capitale è enorme. C'è chi non rispetta la tariffa fissa fra aeroporti e centro città, chi chiede il supplemento notturno già incluso nella somma visibile sul tassametro, chi pretende un pagamento maggiorato per un passeggino, chi (è successo a un nostro giornalista) estorce dieci euro in più perché il cliente aveva fretta e lui ha dovuto premere sull'acceleratore e infine chi, per non essere identificato dopo la truffa, fornisce al malcapitato cittadino una ricevuta con un numero di licenza di un collega. Quest'ultimo episodio è accaduto lo scorso 28 maggio a un uomo d'affari giunto in aereo a Fiumicino e che doveva raggiungere via del Tritone. Arrivati a destinazione, il driver ha voluto 90 euro, sebbene avesse dovuto intascarne 50 di meno. La giustificazione? «Tariffa notturna». Peccato che erano le 21 e la suddetta tariffa scatta alle 22 ed è computata automaticamente dal tassametro. Il cliente ha voluto la ricevuta e sul foglietto il tassista ha vergato, di suo pugno, data, ora, importo e numero di licenza: 1641.


L'Ufficio tutela consumatori del Campidoglio, al quale è giunto l'esposto, lo ha girato alla Commissione di garanzia del dipartimento Mobilità e Trasporti che, una volta identificato il conducente imbroglione, ha la facoltà di sanzionarlo. Sarà difficile, però. Infatti, il vero titolare dell'autorizzazione comunale ci ha scritto via mail spiegando che non è lui il «colpevole». Cherubino Vitullo ha precisato che è stato «ingiustamente sputtanato». E ha aggiunto: «Vi sembra che se io avessi fatto questa truffa avrei messo il numero della MIA licenza sulla ricevuta? Avrei messo quello di un'altra, esattamente come ha fatto il mio "collega"». Per Vitullo «non sarà difficile dimostrare» la sua «estraneità ai fatti, in quando sono circa due anni che» non preleva «clienti all'aeroporto di Fiumicino» e la cosa «sarà facilmente riscontrabile dai tabulati della società che gestisce il servizio taxi». «Certo le mele marce ci sono - osserva Loreno Bittarelli, presidente della coop 3570 - ma il cliente avrebbe dovuto verificare il numero di licenza scritto sullo sportello della vettura. Episodi del genere capitano, c'è anche chi sulla ricevuta mette il numero di telefono nostro al posto di quello della licenza. Se si usa il radiotaxi, comunque, la possibilità di rintracciare il truffatore di turno sono maggiori».


Per l'assessore alla Mobilità Sergio Marchi il nuovo regolamento, che dovrebbe debuttare ai primi di novembre, limiterà i fenomeni truffaldini: «I controlli sono stati intensificati e hanno dato i loro frutti - spiega - Ma con le nuove regole la ricevuta sarà collegata al taxi, avrà il logo prestampato e indelebile Roma Capitale riferito al numero della vettura e sarà consegnata direttamente al tassista, che ne risponderà. Sarà, poi, più semplice sospendere la licenza in via cautelare e revocarla dopo la condanna definitiva del reo».



Maurizio Gallo

05/10/2010





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Tulliani scaricato dall'avvocato

Il Tempo


Uno dei suoi legali, Giordano, se ne va. Molti sospetti nella vita degli altri difensori. Giordano: "E' una decisione concorde, resta invariato il rapporto personale e il sostegno morale all'intera famiglia".



Povero Giancarlo Tulliani, per un appartamentino in Costa Azzurra si è fatto terra bruciata attorno. Scaricato dal governo di St Lucia. Scaricato da Montecarlo, che lo considera un inquilino scomodo alla corte dei Grimaldi. Scaricato dal cognato. E ora anche da uno dei suoi avvocati. Dal team legale che segue il fratello di Elisabetta nei guai monegaschi, si è infatti sfilato Michele Giordano. Quello che aveva raccolto le sue confessioni via sms. «E' una decisione concorde, resta invariato il rapporto personale e il sostegno morale all'intera famiglia», assicura Giordano. Sarà, ma già nelle ultime settimane di settembre l'avvocato si era messo in ferie prendendo una posizione più defilata su una vicenda che per lui è cominciata come una vertenza patrimoniale tra la famiglia Tulliani e Gaucci e poi si è trasformata in uno scontro politico. Eppure all'inizio Giordano sembrava agguerritissimo. A luglio del 2009 si rivolge al Garante della Privacy per togliere dalla Rete l'ormai famoso video di Ely e Luciano che venne mandato in onda da «Striscia la Notizia» nel 2007.

 
Il Garante risponde fornendo indicazioni di carattere generale (e non con un provvedimento prescrittivo). In sostanza, la Tulliani può chiedere ai siti che hanno pubblicato il video di non renderlo reperibile ai motori di ricerca. Giordano scrive a numerosi blogger, chiede di avere conferma dell'avvenuta cancellazione «entro e non oltre cinque giorni». E informa che copia della lettera è stata spedita alla polizia postale. Un mastino, dunque. Ma ora non si tratta più di difendere solo il buon nome di Elisabetta, il gioco si è fatto più duro e la posizione del nuovo cliente – il rampante Giancarlo - troppo compromessa. Meglio dunque levarsi dall'impiccio lasciando la difesa nelle mani di Carlo Guglielmo Izzo e del figlio Adriano. Studio ai Parioli, Izzo senior a metà degli anni Novanta finisce sulle cronache giudiziarie: nel '96 il Consiglio Superiore della Magistratura apre una procedura per il trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale per 5 magistrati, accusati da Stefania Ariosto di frequentazioni sospette con Cesare Previti in particolare per la loro partecipazione a un viaggio negli Usa a spese del senatore in occasione della premiazione di Craxi a «Uomo dell'anno».


Fra questi, spunta anche il nome di Carlo Guglielmo al tempo consigliere della Corte d'Appello di Roma. L'anno dopo il Csm chiude la vicenda con quattro archiviazioni. Per tre di questi, fra cui Izzo, la decisione è conseguente al fatto che nel frattempo hanno lasciato la magistratura. Oggi l'avvocato Carlo Guglielmo e il figlio difendono il cognato di Fini a colpi di controdossier da costruire grazie a indagini in proprio. Si confrontano tutti i giorni con Giulia Bongiorno, e a volte con l'ex parlamentare di An Giuseppe Consolo. Anche lui, come Izzo senior, non è finito sui giornali solo per il caso Tulliani. Nel 2002, quando era già docente associato di Diritto Pubblico alla Luiss e aspirante cattedratico all'Università di Cagliari, venne denunciato da una lettera anonima per «plagio letterario». Consolo vinse infatti il concorso a professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico grazie a due saggi che, secondo la denuncia, sarebbero stati il risultato di un disinvolto collage di testi giuridici pubblicati qualche anno prima. Consolo, ovviamente, negò tutto.


Di lui i giornali sono tornati a occuparsi nel maggio di quest'anno, prima che scoppiasse il gran casino di Montecarlo: il deputato del Pdl ce l'aveva con i vigili di Roma per le troppe multe ai parlamentari: agli atti della Camera rimane la sua denuncia di «atteggiamento pretestuoso» degli uffici della Municipale. Una sortita inattesa per l'elegante Giuseppe, marito di una Romanov, a capo di uno dei più prestigiosi e avviati studi legali capitolini, terzo contribuente di Roma e diventato nel '94 il «Giuseppe battista» di quei «magnifici cento» grandi elettori della destra romana. Molti di questi, compreso Storace, oggi sono diventati dei nemici.



Camilla Conti

05/10/2010





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Quando Fini indagava sui pm

Il Tempo


Nel 1999 l'allora leader di An voleva aprire un'inchiesta su Tangentopoli. Oggi la riunione dei finiani per varare il partito.


Sarà forse l’ultima svolta di Gianfranco. No alla commissione d’inchiesta sulle collusioni pm-sinistra come chiesto da Berlusconi. Non un diniego espresso direttamente ma per interposta persona, attraverso Italo Bocchino, capogruppo alla Camera di Fli. Strano. Perché un tempo, neppure troppo lontano, Fini sosteneva l'esatto contrario. Accadde precisamente il 28 ottobre del '99 quando l'allora presidente di An spiegò che il suo partito era sempre più convinto di costituire una commissione parlamentare su Tangentopoli, allargata anche «al finanziamento sovietico all'ex Pci». E aggiunse: «Se il procuratore capo di Milano Gerardo D'Ambrosio ha detto che i soldi li hanno presi tutti mi chiedo perché la Procura di Milano ma anche le altre non hanno accertato responsabilità, ad esempio, per i partiti della sinistra. Allora ci si deve chiedere perché le indagini non hanno accertato come anche gli altri partiti hanno preso i soldi. Quindi, siamo sempre più convinti - concluse Fini - della necessità di costituire la commissione parlamentare su Tangentopoli, allargata anche al finanziamento sovietico all'ex Pci». Vabbè, si sarà trattato di una battuta estemporanea. Niente affatto. Il 15 novembre aggiunse: «Ogni qualvolta sentiamo dalla sinistra motivazioni, più o meno comprensibili, per opporsi all'istituzione della commissione d'inchiesta, ci rafforziamo in un convincimento: la sinistra ha qualche cosa da nascondere.


Riteniamo, cioè, che molto è stato detto, molto è stato scritto, molte verità sono state rivelate, ma non tutte. E tra quelle che rimangono, a nostro modo di vedere, ancora oscure ci sono - concluse Fini in quella metà novembre - verità scomode per la sinistra italiana». Verrebbe da chiedere, seguendo il ragionamento finiano di allora, se è Fli oggi ad avere qualcosa da nascondere. Oppure fu un abbaglio momentaneo di Fini. Macché, due settimana dopo - il 29 novembre - i leader del Polo decisero di diramare una nota congiunta con la quale insistevano con la necessità di istituire questo organismo parlamentare d'inchiesta perché, spiegavano, il rapporto politica-giustizia e «il carattere politicamente partigiano di troppi procedimenti giudiziari» devono essere oggetto «di un limpido confronto a cui la classe dirigente del Paese non si può e non si deve sottrarre». E chi erano i leader del Polo all'epoca? Silvio Berlusconi, certamente. E poi Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini che guidavano An e Ccd. Il centrodestra infatti sperava di disarticolare la complicata maggioranza che all'epoca teneva in piedi il governo D'Alema sostenuto dai voti determinanti dei socialisti di Boselli e quelli democristiani seguaci di Francesco Cossiga. Baffino cercò di placare gli animi chiedendo di tenere la giustizia fuori dal dibattito politico ma Silvio, con Gianfranco e Pier incalzava.


E in quella nota si spinsero contro l'appello di D'Alema: «Su questo punto il nostro dissenso è e resta forte. Noi riteniamo che l'intreccio tra politica e giustizia, l'uso distorto che parti politiche hanno fatto di alcune vicende giudiziarie e il carattere politicamente partigiano di troppi procedimenti giudiziari debbano essere oggetto di un limpido confronto a cui la classe dirigente del Paese non si può e non si deve sottrarre». Berlusconi, Fini e Casini sottolinearono come «il funzionamento della giustizia, il suo equilibrio, la sua indipendenza e soprattutto le garanzie dovute ai cittadini, a tutti i cittadini, fanno parte a pieno titolo del discorso pubblico che riguarda il futuro del Paese». «Se questo discorso si vuole approfondire - conclusero - senza spirito di fazione, noi siamo disponibili. Se questo discorso si vuole invece archiviare in nome del vantaggio della propria parte, noi siamo e restiamo fortemente contrari». Oddio, viene da stropicciarsi gli occhi. Ma non può essere Fini. O almeno non è lo stesso Fini di oggi. Sarà il fratello, un sosia.


Come certamente sarà un sosia di Antonio Di Pietro colui che il 17 settembre di quell'anno scrisse al Corriere della Sera una lettera nella quale si diceva favorevole alla nascita della commissione su Tangentopoli a patto però che non si esprimesse su sentenze passate in giudicato. E lo stesso Di Pietro votò poi a favore dell'organismo il 16 marzo del 2000 mentre Casini minacciava: «Attenti, cercano di snaturarla perché hanno paura della verità». E il presidente della Camera? Allora era un certo Luciano Violante (Ds), che propose: «Istituire una commissione parlamentare d'inchiesta su Tangentopoli che contribuisca alla riconciliazione nazionale e varare misure capaci di frenare la trasmigrazione di parlamentari da un gruppo all'altro».


Fabrizio dell'Orefice

05/10/2010





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Dopo Grillo va in onda Tribunolis

Il Tempo


Non bastano gli uomini del Palazzo e gli industriali. I nuovi fustigatori dei costumi arrivano direttamente dal piccolo schermo. Esternazione di Paolino: "L'Italia è politicamente agonizzante. C'è chi finge di rianimarla".





Indovinello. Chi ha pronunciato la memorabile frase «Politicamente e moralmente l'Italia è agonizzante»? Savonarola? Dante? Petronio? Sbagliato. A puntare il dito contro il malcostume imperante nel Paese è l'ineffabile Paolino Bonolis. Che aggiunge: «E quelli che le stanno intorno e fingono di rianimarla, in realtà le stanno fregando il portafoglio, i denti d'oro e pure la collanina». Ecco. C'era un tempo in cui i grandi patrioti - in attesa di un qualche moto che riunisse il popolo attorno a un'idea fondante - lanciavano i loro strali dall'esilio, o in alternativa accettavano il rischio di finire abbrustoliti sul rogo. Invece nell'italia politicamente e moralmente agonizzante del 2010 quelli come il sor Paolino urlano i loro anatemi dall'alto di una parabola satellitare, o dentro la smart card del digitale terrestre, e magari a puro scopo promozionale. C'era infatti da far rumore attorno all'imminente ripartenza di "Chi ha incastrato Peter Pan", ed ecco la produttiva intemerata di Bonolis. Che - con qualche distinguo - va inserita nella stessa hit parade dei Marchionne e dei Montezemolo dei giorni scorsi, quelli che ripetono "così non va, questo è uno zoo, serve un cambio di scena", eccetera, ma almeno lo fanno da una posizione politico-industriale che ne giustifichi la sortita.

Invece Bonolis, irresistibile imitatore di Totò e Sordi, e comico celestiale per amor di spot, appartiene alla schiera di quei privilegiati che, a forza di stare sempre dentro la tv, ne assorbono i campi magnetici e si elettrizzano quando non servirebbe. I presentatori di una volta (Corrado, Mike, Vianello, quel vero signore di Tortora) facevano al meglio il loro splendido mestiere. Ma non appena spenta la telecamera tacevano. Il sor Paolino, al contrario, aspira al ruolo di tribuno intra ed extracatodico: e può contare su qualche predecessore illustre. Proprio lui fu tirato in ballo, tre anni fa, nella canizza innescata da Baudo al termine del Sanremo 2007. Fiutando un possibile sorpasso da parte di Bonolis per la conduzione del successivo Festival (poi tutto slittò di un anno) Pippone chiuse "Domenica In" tuonando contro tutto e tutti: la Rai, in primo luogo, ma soprattutto i politici, «che invece di dividersi mettendo in mezzo un conduttore come me dovrebbero occuparsi dei problemi della gente», mentre «Bonolis è un uomo piccolino che ha bisogno di litigare per arrampicarsi».


In effetti il sor Paolino Savonarola non è - a dispetto dell'immagine ilare e giocosa - uno amatissimo nel suo ambiente. Ricci lo dipinse come un «Pinocchio» dopo la rottura a «Striscia» e più di recente il suo ex autore Cesare Lanza l'ha ritratto addirittura come «un serpente» abituato «a scivolare via». Bonolis si produsse in un pubblico bisticcio anche con Fiorello, poi ricomposto a mezzo stampa, e generato da altri dispettucci sanremesi. Nel frattempo, ha fatto una decina di volte il surf fra la Rai e Mediaset, sempre con contratti lucrosissimi e ripetendo a richiesta che lui «non si sente né di destra né di sinistra» e (frasario delle scorse ore) lui non si crede «migliore degli altri, però sono consapevole. Tento di porre un argine, non voglio nascondermi dietro un dito...».


Un argine? La tv, evidentemente, logora chi la fa. Nel secolo scorso il sempiterno Baudo vaticinò come neppure Nostradamus su Grillo, che aveva offerto in prima serata una barzelletta sui «socialisti che rubano». Pippone mortificatissimo tamponò in nome di Craxi: «I comici a volte smarronano». Anche per 25 anni di seguito. E non mette conto di elencare i vari Luttazzi, Guzzanti e via satireggiando. Il sor Paolino fustigatore di costumi, fuoriclasse incontrastato del piccolo schermo, è pronto per scendere in politica, all'occorrenza: non possedendo case a Montecarlo potrebbe cavarsela meglio di altri. E se dovesse aprirsi un buco alla conduzione di "Ciao Darwin", si potrebbe pensare al vertiginoso talento da commedia all'italiana di Tonino Di Pietro. Berlusconi risolverebbe due problemi in un colpo solo. Nel frattempo, va in onda Tribunolis.




Stefano Mannucci
05/10/2010




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La scatola nera inchioda il comandante

Il Secolo xix


Svolta nell’inchiesta sulla morte dei due turisti precipitati da una nave. Decisive anche le voci



IL COLPO di teatro, o meglio il tassello mancante al mosaico, alla fine è arrivato davvero con l’esame più atteso, quello della scatola nera. Che conferma come, «al 99%», sia stato il comandante Giuseppe Vicidomini a rimettere in movimento la nave “Moby Otta” domenica 26 settembre, aprendo il baratro fra il portellone e la banchina che ha fatto precipitare in acqua l’auto su cui viaggiavano due turisti tedeschi, morti annegati.

L’uomo al “timone” del traghetto si è messo in contatto a un minuto scarso dalla ri-partenza con i marinai che si trovavano fra i garage e la banchina: «Che cosa è successo mentre si muoveva?» ha chiesto Vicidomini. Ottenendo la risposta più drammatica, ovvero la descrizione della caduta in acqua che ha ucciso Philipp Habel, di 28 anni, e Melanie Starzynsky, 29. Quella domanda, nell’opinione di chi indaga, rappresenta una prova della partecipazione diretta alle fasi cruciali.





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Alessandra, prima italiana in provetta, è nata a Napoli nel 1983

Il Mattino





NAPOLI (4 ottobre) - È nata a Napoli nel 1983 ed è la prima bimba italiana 'figlia della provetta', grazie al professore napoletano Vincenzo Abate. Oggi che il pioniere della fecondazione in vitro riceve il premio Nobel 2010 per la medicina, Alessandra Abbisogno, che ha ormai 26 anni, non può che gioire. Robert Edwards, lo scienziato britannico che le ha «donato la vita» grazie a suoi studi, merita questo riconoscimento, assicura: «L'ho sperimentato sulla mia pelle ma non è una cosa personale, basta pensare ai milioni di famiglie che hanno avuto figli grazie alla tecnica da lui messa a punto. Perchè negare loro un sogno? È questo il segno più tangibile del lavoro di Edwards: ha permesso di superare 'meccanicamentè l'ostacolo che impediva a queste coppie di procreare».

Alessandra, 26 anni, neolaureata in biologia e specializzata proprio in Embriologia, parla anche da «aspirante» professionista del settore: il premio allo scienziato britannico «è un traguardo per tutti gli embriologi e ginecologi che si occupano di fecondazione assistita.




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Terrorismo, da Napoli a Kabul i misteri dell'uomo di al-Qaida

Il Mattino



di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (5 ottobre) - Il franco-algerino arrestato a Napoli per terrorismo aveva trascorso un mese in Italia, buona parte del quale a Napoli, fino all’arresto. Aveva abitato in via Torino, nei pressi della stazione centrale, senza dare nell’occhio, mentre preparava documenti falsi per tornare a Kabul e rafforzare i rapporti con i vertici di Al Qaida. Il blitz della Digos, condotto dal vicequestore Filippo Bonfiglio, è stato possibile grazie ad avvistamenti del franco-algerino, tra moschee e Internet point, effettuati calandosi nel vissuto di centinaia di immigrati musulmani da anni trapiantati a Napoli.

Attento a non dare nell’occhio, qualche traccia l’ha lasciata, come hanno avuto modo di verificare gli investigatori napoletani: si è messo in contatto, tramite Internet, con siti non registrati in Italia, ma ritenuti sensibili. Da Napoli a Kabul, a caccia di informazioni, in attesa di ordini. Poi ha trovato il tempo di ricavare notizie per sul necessario per la realizzazione di un esplosivo, per assemblare un pacco-bomba. Ma quale fosse il suo obiettivo finale non è chiaro, tanto da rimanere l’asse centrale dell’inchiesta condotta a Napoli dal capo del pool antiterrorismo della Procura partenopea, il procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, e del pm Giuseppe Narducci.





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Collisione in mare inseguendo un motoscafo: scontro tra due...delfini

Il Mattino


MIAMI (4 ottobre) - Di certo è una scena che non si vede proprio tutti i giorni. Questo ragazzo sta filmando dei simpatici delfini che rincorrono in mare un motoscafo che corre a tutta velocità quando a un certo punto due di questi delfini, presi dalla foga dei salti, si scontrano in pieno mare..



video

Australia, polizia colpisce col taser uomo disarmato

Il Mattino


PERTH (5 ottobre) - Nove agenti circondano un uomo disarmato che si ribella e dà in escandescenza in una stazione di polizia nell'Australia occidentale. I poliziotti lo colpiscono per 8 volte con il Taser. L'uomo urla per il dolore, provocato dalle scariche elettriche ma gli agenti non si fermano e anzi provocano il detenuto e lo colpiscono ancora. Questo drammatico video, realizzato nel 2008 è stato usato dalla commissione per il crimine e la corruzione come prova dell'abuso del taser da parte delle forze dell'ordine. Le immagini hanno scatenato polemiche costringendo la polizia a scusarsi.




Police cowards taser man 13 times.avi



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Scherno golidarico contro i gay in Comune, è polemica

Il Mattino di Padova


Goliardia scatenata, scandalo a palazzo Moroni: la mostra organizzata dall'Esu nel cortile pensile del municipio mostra foto e canti dei goliardi padovani. Ma accanto all'inno classico "Gaudeamus igitur" c'è una versione omofoba della "Vispa Teresa" che fa discutere. "E' una scritta innocua, ma il luogo è inadatto" spiega l'assessore all'ambiente e presidente di Arcigay Veneto Alessandro Zan


La filastrocca appesa in Comune
La filastrocca appesa in Comune


Padova. La "Vispa Teresa" in versione omofoba. E' polemica in municipio sulla mostra organizzata dall'Esu nel cortile pensile di Palazzo Moroni: esposte ci sono le foto di goliardi con presidenti della Repubblica (Pertini, Ciampi e Scalfaro) e con il sindaco Zanonato. Ma accanto all'inno classico «gaudeamus igitur» compare anche un altro canto, tipico del giorno di laurea, di dubbio gusto. Si tratta della rivisitazione della vispa Teresa, «idolo» dei bambini di una volta.

Un canto che deve essere declamato dal laureato durante i festeggiamenti: «La vispa Teresa avea tra l'erbetta a volo sorpresa gentil farfalletta, e tutta giuliva gridava distesa: l'ho presa, l'ho presa. L'ho presa nel...» e poi giù una volgarità facilmente intuibile. Anche dalla risposta, sempre messa nero su bianco, che gli amici del laureato gli urlano in coro: «Te sta ben cueaton».

LE FOTO Omofobia nella mostra dell'Esu

In altre parole, non il massimo della finezza. Soprattutto se ad ospitarla è Palazzo Moroni, forse chi ha organizzato la mostra fotografico poteva scegliere qualche altro canto tipico. Sulla questione interviene anche l'assessore all'Ambiente Alessandro Zan, presidente dell'Arcigay Veneto: «E' una scritta innocua, che riporta lo spirito dissacratore della goliardia. Però il Comune non è il luogo adatto: bisogna in ogni caso mantenere intatto la forma istituzionale del luogo».

Magari mettendo due righe di spiegazione del perché della filastrocca, cercando di contestualizzarla. La mostra dell'Esu, infatti, è frequentata non solo dagli studenti e quel cartello, in bella vista, suscita molti commenti dei visitatori.


(05 ottobre 2010)




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Il "nuovo" contro il Cavaliere: 60enni e habitué delle poltrone

di Emanuela Fontana


Il leader Pd annuncia la "nuova pagina". Ma da Veltroni a D’Alema da Vendola al "grande ex" Prodi, il più giovane è in politica da 30 anni



 

Roma - «Qui si chiude una pagina vecchia, apriamo noi la nuova». Noi chi? Nuova dove? Queste due domande sgorgano automatiche leggendo l’ultimo discorso alla Camera del segretario del Pd.


Ecco Bersani, il simbolo del nuovo che avanza. Cinquantanove anni, compiuti lo stesso giorno (29 settembre) di Silvio Berlusconi, di cui è più piccolo di quattordici anni, in realtà l’ex ministro dello Sviluppo economico del governo Prodi ha cavalcato la scena politica molti lustri prima del premier: «Inizia la carriera amministrativa nel 1976», riportava L’Espresso in un recente servizio sugli «onorevoli dinosauri». Non è tanto una questione di età anagrafica, ci mancherebbe. Se arrivasse un Camilleri della politica, un vecchio «esordiente», il fenomeno sarebbe da osservare con rispetto. Ma qui i «nuovi», che nell’immaginario del leader del Partito democratico dovrebbero sfidare Berlusconi alle prossime elezioni primaverili, vivono e lottano nell’arena dei partiti, chi più chi meno, da una quarantina d’anni.


Premesso che le primarie interne al Pd per decidere un candidato sono ancora un’incognita - il governatore pugliese Nichi Vendola freme, ma allo stato dei fatti nessuno se la sente di incoronarlo - prendiamo i nomi più rispettosi che il centrosinistra può proporre agli elettori. Veltroni e D’Alema, per esempio. Litigavano di politica fin da quando portavano i calzoncini corti. Sessantuno anni, iscritto alla Fgci, la federazione giovanile comunista, all’età di 14 anni, il piccolo d’Alema già nel 1975, ossia 35 anni fa, ne diventava il segretario nazionale. Nel 1979, un anno dopo il rapimento Moro, stagione degli omicidi Alessandrini e Pecorelli, dieci anni prima della caduta di Berlino, ossia, per un ventenne di adesso, un secolo fa, Max sedeva nel comitato centrale del Pci. Prima volta alla Camera nel 1987.

Veltroni: consigliere comunale nel Partito comunista a Roma quando correva addirittura il 1976, L’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci veniva censurato per oscenità e Ingemar Stenmark vinceva la Coppa del mondo di sci. Alla fine, guardandosi intorno, i politici che correrebbero alla poltrona di presidente del Consiglio sono tutti nati, politicamente parlando, negli anni Settanta. E lì a volte sembrano essersi fermati. Le stesse facce di allora, più o meno.


Anche Pier Ferdinando Casini, il leader dell’Udc, che non è più un bambino poiché a dicembre compirà 55 anni, debuttò in politica la bellezza di trent’anni fa. Pierferdy siede sui banchi della Camera da 27 anni, eletto per la prima volta nel 1983, quando Vasco Rossi cantava Vita spericolata.


E veniamo pure a Gianfranco Fini, che con la costituzione del nuovo partito, pur essendo attualmente presidente della Camera, diventerebbe un candidabile «volto nuovo». Per la verità Fini era segretario del Fronte della Gioventù già nel 1978, l’anno dei tre Papi e dell’ultima apparizione televisiva di Mina, e nel 1983, data di uscita del primo numero manga di Ken il Guerriero, entrò a Montecitorio. Come Casini.


A meno che per pagina nuova non s’intenda resuscitare ancora una volta Romano Prodi, settantuno anni, ministro dell’Industria nel 1978 durante il quarto governo Andreotti, prima di diventare presidente dell’Iri. O Rosy Bindi, 59 anni, eurodeputata per la Dc per la prima volta ventuno anni fa. C’è pure Rutelli, che negli anni Settanta marciava con i radicali per l’aborto e per il divorzio e a 26 anni entrava a Montecitorio: 1980, fine dell’era maoista.



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Teheran, i figli di Sakineh chiedono aiuto all'Italia: "Berlusconi ci dia asilo"

di Redazione

Appello dei figli della donna iraniana condannata all'impiccagione: "La nostra condizione è sempre più difficile e sentiamo il pericolo di essere arrestati. Chiediamo al Premier italiano asilo politico"



 

Teheran -  "La nostra condizione continua a diventare sempre più difficile e sentiamo il pericolo di essere arrestati. Pertanto, considerata anche la grande attenzione del governo e del popolo italiano nei confronti della nostra causa, chiediamo al Premier italiano, Silvio Berlusconi, asilo politico. Così, in caso dovessimo intuire di essere inseguiti dal governo, avremmo un posto nel mondo dove rifugiarci". È l’appello lanciato tramite un’intervista rilasciata ad Aki - Adnkronos da parte di Sajjad e di Sahideh, i figli di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana che rischia la lapidazione per adulterio. Sajjad, il figlio, ha poi aggiunto: "nessuno qui risponde alle nostre legittime richieste sul caso di nostra madre e temiamo veramente per la sua vita". Sajjad ha infine ringraziato il popolo italiano, dicendo: "temiamo di essere presto arrestati e il nostro avvocato, Javid Hutan Kian, è come noi in pericolo. Non lasciateci soli!".





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Ndrangheta, minacce al giudice Pignatone Bazooka al tribunale

di Redazione



Dopo una la polizia ha trovato un bazooka nelle vicinanze del tribunale di Reggio Calabria. Nella telefonata anonima, partita da una cabina pubblica, sono state rivolte minacce al procuratore Giuseppe Pignatone. Perquisizioni a tappeto: 750 agenti impegnati




Reggio Calabria - Un bazooka è stato trovato dalla polizia nelle vicinanze del Tribunale di Reggio Calabria, dopo una telefonata anonima, partita da una cabina telefonica, in cui sono state rivolte pesanti minacce al procuratore Giuseppe Pignatone. Dopo la segnalazione la polizia ha fatto i controlli del caso, che hanno portato alla scoperta del bazooka nella zona di San Giorgio. Secondo gli inquirenti il bazooka avrebbe potuto essere utilizzato per compiere un attentato nei confronti del procuratore. L’arma, ad alto potenziale, era pronta all’uso ed è stata inviata al Gabinetto scientifico per i rilievi del caso. 


Perquisizioni in corso Oltre 750 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri sono impegnati nelle perquisizioni nei confronti di affiliati a cosche della ’ndrangheta. La cabina telefonica da cui è partita la telefonata che segnalava la presenza di un bazooka è stata individuata nelle vicinanze del Consiglio regionale della Calabria.  


Altre minacce in passato Già a maggio scorso Pignatone era stato oggetto di minacce, tramite una lettera. Sempre a Reggio Calabria lo scorso gennaio una bomba era stata fatta esplodere nei pressi della Procura generale, e a fine a agosto sotto casa del pg Antonio Di Landro.




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Serenata per Roma con 'dedica' a Bossi Te c'hanno mai mandato a quel paese

Quotidianonet


Alla serata, organizzata dalla Uil del Lazio, non erano presenti Alemanno, Zingaretti e la Polverini. "Hanno perso un’occasione per essere vicini alla città"


Roma, 4 ottobre 2010 Il cielo coperto e le gocce di pioggia non hanno scoraggiato i romani che stanno assistendo alla ‘Serenata per Roma', organizzata in piazza del Pasquino dalla Uil di Roma e del Lazio in occasione del 60esimo anniversario della nascita della sezione di Roma e del Lazio del sindacato.

Ha aperto la serata il segretario della Uil di Roma e del Lazio Gigi Scardaone che ha riferito ai presenti il saluto del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e che ha letto una poesia dal titolo ‘Povera Roma'. "Povera Roma... che tristo destino ecco perché stamo qui da Pasquino la penna der quale difese i romani da lanzichenecchi, padroni e sovrani!".

 Inizia così lo stornello dedicato dal segretario della Uil alla città. Subito dopo è iniziata l’esibizione degli artisti della tradizione musicale romana. Il primo brano ‘dedicato al leader della Lega Nord Umberto Bossi è stata la celebre canzone di Alberto Sordi ‘Te c’hanno mai mandato a quel paese'.

Assenti gli invitati delle istituzioni: il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente della Provincia Nicola Zingaretti e il presidente della Regione Lazio Renata Polverini ai quali non è mancata sul palco la critica del segretario della Uil Scardaone che ha detto: "hanno perso un’occasione per essere vicini alla città, ai romani e al mondo del lavoro. Accomuniamo anche agli assenti la serenata".





Bossi : SPQR = sono porci questi romani!!!



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Nosheen e sua madre: vite in ostaggio dei maschi padroni

Quotidianonet


Modena, è ancora in coma la ragazza sopravvissuta alle sprangate del fratello; la madre è morta, uccisa dal padre. Il ministro Carfagna: sarò parte civile



NOVI (Modena), 5 ottobre 2010 E’ UNA COLONIA di immigrati, Novi, piccolo centro tra Modena e Carpi. Qui, domenica pomeriggio, l’orto di una famiglia di pachistani è diventato il teatro di un delitto figlio, ancora una volta, dell’integrazione che non c’è. Gli stranieri sono talmente mescolati ai modenesi che Kahn Hamad Butt — l’uomo di 53 anni che ha ucciso la moglie mentre il figlio diciannovenne Umair prendeva a sprangate la sorella perché volevano vivere all’ ‘occidentale’ — aveva una casa di proprietà e affittava ai cinesi un laboratorio tessile. I due sono in carcere, arrestati rispettivamente per omicidio e tentato omicidio, mentre la bella Nosheen, che si era alleata con la mamma contro un papà e un fratello ‘padroni’, lotta per vivere all’ospedale. E’ stata operata, la prognosi è riservata.

Il pestaggio, che è costato la vita a Begum Shahnaz, 46 anni, colpita più volte alla testa con un mattone dal marito, è l’epilogo di una vita fatta di privazioni in una società, la nostra, dove le donne spesso portano i pantaloni.
In ballo c’è un matrimonio combinato: il padre di Nosheen l’aveva promessa sposa a un pachistano ma lei sognava di innamorarsi davvero. Voleva andare a scuola, ma per alcuni mesi aveva dovuto rinunciarvi.

"Il movente del delitto non è da ricercarsi solo nelle nozze combinate — spiega il procuratore aggiunto di Modena, Lucia Musti —. C’erano una conflittualità tra coniugi e un’alleanza tra madre e figlia. La donna, che aveva subìto un matrimonio deciso a tavolino, non voleva che alla figlia toccasse la stessa sorte".

Begum aveva paura
, ma non ha mai denunciato le violenze. Il comandante provinciale dei carabinieri di Modena, Salvatore Iannizzotto, sottolinea come, a differenza del caso di Hina, stavolta la madre si sia «alleata al fianco della figlia sancendo un passaggio generazionale». Carabinieri e ambulanza sono arrivati in centro a Novi, a casa della famiglia pachistana, chiamati dai vicini che sentivano le urla strazianti delle donne. Nell’appartamento c’erano anche gli altri due figli di 16 e 17 anni mentre la quinta, una quattordicenne, era altrove. I militari hanno trovato le donne in fin di vita (la madre è poi morta all’ospedale) e il padre in stato di choc.

Nell’orto un mattone insanguinato e una spranga. In lavatrice c’erano i vestiti dei due uomini, che avrebbero cercato di lavare via il sangue. Umair, intanto, si era rifugiato a casa dello zio, dove è stato trovato dai carabinieri. Padre e figlio si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al magistrato di turno Pasquale Mazzei.

In attesa
della convalida degli arresti, il diciannovenne piange in carcere e chiede della sorella, che lui stesso avrebbe massacrato di botte: rischia anche l’accusa di omicidio in concorso col padre, aggravato da parentela e crudeltà. Il padre, invece, si nasconde dietro una lingua che dice di non conoscere. Sebbene sia arrivato a Novi nel ’98, con l’avvocato Luca Brezigar che ieri lo è andato a trovare in carcere, Kahn Hamad Butt fatica a parlare l’italiano. I carabinieri ieri hanno ascoltato a lungo i parenti, tra cui lo zio da cui Umair si era rifugiato.

Intanto il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, chiederà di essere ammessa parte civile nel futuro processo contro Khan Hamad Butt: "L’Italia non accetta tradizioni che violano i diritti delle donne. Alle giovani immigrate dico: denunciate".


di Valentina Beltrame





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Libertà per l'SS Priebke: l'ergastolano potrà uscire anche per "fare la spesa"

di Redazione



Condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine l'ex ufficiale SS potrà uscire dal carcere "per far fronte alle indispensabili esigenze di vita", come per fare la spesa e andare a Messa o in farmacia. Ma l'avvocato non è soddisfatto e chiede la sospensione della pena



 

Roma -  L’ex ufficiale delle SS Erich Priebke, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine e in stato di detenzione domiciliare nella casa romana del suo avvocato, gode attualmente di alcuni benefici che gli consentono, tra l’altro, di uscire "per fare la spesa, andare a messa, in farmacia e far fronte a quelle che il codice definisce indispensabili esigenze di vita". Lo ha confermato il suo legale, Paolo Giachini, secondo il quale "ciò avviene da circa un anno, ma la notizia è rimasta finora riservata". Il legale ha agguunto che il beneficio è stato concesso perché la persona che si occupava dell’ex ufficiale nazista non è più stata in grado di provvedere alle esigenze di Priebke, oggi 97enne. In ogni caso, l’ex ufficiale nazista, prima di lasciare l’abitazione, deve avvisare, almeno un giorno e mezzo prima, le forze dell’ordine, e può uscire soltanto scortato dalla polizia.
Un beneficio previsto nel codice di procedura penale Nel giugno 2007 Priebke aveva ottenuto dal tribunale militare di sorveglianza il permesso di lavoro esterno dai domiciliari: un provvedimento che aveva suscitato molte polemiche e che fu prima sospeso dal giudice e poi annullato dalla Cassazione. Il beneficio concesso questa volta a Priebke è quello previsto dall’articolo 284, terzo comma, del codice di procedura penale, che recita: "se l’imputato non può altrimenti provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita, ovvero versa in situazione di assoluta indigenza, il giudice può autorizzarlo ad assentarsi nel corso della giornata dal luogo di arresto per il tempo strettamente necessario per provvedere alle suddette esigenze, ovvero per esercitare una attività lavorativa".
L'avvocato chiede la sospensione della pena Per l’avvocato Giachini, che spiega l’intera procedura giudiziaria anche in un video su YouTube, la concessione non è abbastana: "Vogliamo chiedere la sospensione della pena, perchè dopo 20 anni di detenzione Priebke ha diritto come tutti gli altri di ottenerla. Altrimenti dovrebbe essergli concessa almeno la semilibertà, prevista dalla legge per gli ergastolani che hanno scontato 20 anni". 



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Doping Contador: l'enigma della bistecca

Repubblica


Il ciclista spagnolo, trovato positivo a un controllo, ha affermato di essere "vittima di un'intossicazione alimentare" per avere mangiato il 20 luglio della carne proveniente dalla Spagna. Ma anche Vinokourov l'aveva mangiata e non è risultato positivo. Da Radio Capital, l'analisi di Eugenio Capodacqua

I casinò di Las Vegas sul viale del tramonto

La Stampa

La crisi ha svuotato le sale da gioco, gli alberghi licenziano camerieri e croupier



FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK


Tempi duri per slot machine e panni verdi. Alle prese con le prolungate difficoltà finanziarie, turisti e amanti dell’azzardo disertano i casinò spingendo Las Vegas sulla via del tramonto. La capitale del gioco è alle prese con la peggiore crisi degli ultimi 60 anni, da quando, nell’immediato dopoguerra, le prime case da gioco iniziarono a conqusitarsi un posto nel deserto del Nevada. Al contrario di quanto accade in altre città americane, dove si intravedono i primi spiragli di ripresa, a Las Vegas sembra che la recessione non voglia terminare. Nonostante l’ottimismo delle autorità locali, convinte che il volume d’affari generato dal business dell’azzardo e del turismo sia destinato a crescere in linea con il trend economico nazionale, Sin City è alle prese col prolungato calo di visitatori, la paralisi del settore edilizio (altro grande pilastro per l’economia locale) e la probabile legalizzazione del «gambling online» destinato a darle il colpo di grazia. Il tasso di disoccupazione in Nevada è al 14,4%, il più elevato del Paese e quattro volte superiore al 3,8% di dieci anni fa, con un minimo del 14,7% proprio a Las Vegas.

Agosto è stato il 44esimo mese consecutivo nel quale il Silver State ha avuto il maggior numero di pignoramenti degli Stati Uniti.

Il Plaza Hotel and Casino, uno degli alberghi storici della capitale del gioco, ha annunciato di recente il licenziamento di 400 dipendenti e la chiusura di una parte della propria struttura per rinnovamento. «Anche in passato ci sono stati momenti di difficoltà, ma non così gravi», spiega al New York Times David G. Schwartz, direttore del Center for Gaming Research dell’Università del Navada. «Se si guarda al giro d’affari generato dal gioco d’azzardo si nota un declino inesorabile negli ultimi tre anni», prosegue l’esperto secondo cui «l’11 settembre ha avuto conseguenze negative per la città nel biennio successivo, ma nulla a che vedere con la magnitudine di questa crisi». Il sindaco di Las Vegas, Oscar B. Goodman, pur ostentando ottimismo sul futuro, delinea un quadro non confortante: «La gente non spende più nel gioco come un tempo, Las Vegas è l’ultimo posto dove andare durante i periodi di recessione. Ma non appena ci sarà più sicurezza finanziaria la città tornerà ad essere più forte di prima».

Il problema è quando gli americani torneranno ad essere abbastanza fiduciosi da rischiare di perdere dollari sul panno verde. Se nel primo trimestre del 2010 i ricavi dell’industria dell’azzardo hanno segnato il primo incremento dopo anni di ribassi (circa il 3%), nei tre mesi successivi la parabola è tornata ad essere discendente. Del resto gli americani non hanno ancora superato il trauma dei pignoramenti, dei miliardi di dollari di risparmi bruciati, oltre ad essere alle prese con la perdurante disoccupazione e fondi pensioni sempre più erosi o sull’orlo del collasso. Il gioco d’azzardo viene declassato agli ultimi posti nella scala delle priorità e non è detto che «con la ripresa economica, la gente torni a frequentare i casinò come faceva prima», avverte Keith Foley, vicedirettore dell’agenzia di rating Moody’s Investors Service.

Così a pagare non sono solo i templi della capitale del gioco, come Caesars Palace o il Bellagio, ma anche gli esordienti. E’ il caso del CityCenter, il più grande progetto edilizio finanziato da privati in tutta la storia degli Stati Uniti. Si tratta di un labirinto di hotel, casinò, centri commerciali, convention center e auditorium da 8,5 miliardi di dollari che domina la Strip, arteria storica dalle mille luci attorno alla quale ruota il business di Sin City. Il progetto, finanziato da MGM Resorts e dal governo di Dubai, era stato avviato prima dell’inizio della recessione, ed è stato inaugurato lo scorso dicembre, mentre la città degli Emirati era alle prese con la più grave crisi della sua storia. Un simile rischio potrebbe correrlo anche il Cosmopolitan, un’altra nuova struttura da 2500 camere che aprirà i battenti a metà dicembre.

Ecco allora che i gestori hanno avviato una guerra dei prezzi con scommesse al ribasso: al Sahara Hotel and Casino, ad esempio, è possibile trovare offerte da 38 dollari a notte. Anche perché Sin City si prepara a far fronte a un altro spietato concorrente, il gioco d’azzardo online. Un progetto legge è già arrivato al Congresso e le ricadute potrebbero essere pesanti per Las Vegas, anche perché, secondo gli esperti, il gambling su Internet è molto più appetibile agli occhi dei giocatori incalliti. Ma gli appassionati dell’azzardo online devono fare i conti con il senatore Harry Reid, impegnato nella campagna elettorale per la rielezione per uno dei due seggi del Nevada. Il leader della maggioranza al Senato ha fatto della campagna contro il gioco su Internet uno dei cavalli di battaglia promettendo di opporsi con tutte le sue forze al progetto perché rischia di danneggiare il turismo locale e di creare troppi disoccupati.




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Oggi nasce Fli, ma Fini tramava già due anni fa

di Gian Maria De Francesco

L'ideologo del Fli, Alessandro Campi, ammette in tv che il leader gioca per sè dal 2008. Poi invita Gianfranco Fini alla svolta: "Assuma la guida del nuovo partito, lasciando la presidenza della Camera". Oggi il via al comitato promotore. Finiani, centristi e Pd preparano il ribaltone




 



Roma - «Nel momento in cui Fi­ni dovesse assumere - e dovrà farlo prima o poi - la guida di questo partito, esso funzione­rà se ci sarà un’offerta politica nuova che concretizzi il lavoro di questi due anni di Fini, altri­menti sarebbe un altro partiti­no di destra». Il virgolettato non appartie­ne a un editoriale del Giornale , ma ad Alessandro Campi, di­rettore scientifico di Farefutu­ro , uno degli strateghi più ascoltati dal presidente della Camera. Ieri mattina a Omni­bus su La7, però, lo storico ha nei fatti rivelato quanto il Gior­nale sostiene da più di un an­no ( nonostante i puntigliosi di­ni­eghi degli aficionados futuri­sti): Gianfranco Fini sta lavo­rando «per conto proprio» dal 2008, ossia ben prima della na­scita del Pdl.
Non è stata, quindi, l’«in­compatibilità »proclamata dal­l­’ufficio di presidenza del 29 lu­glio a mettere in moto la mac­china. Il progetto-Fli era pree­sistente e ha avuto il momento di svolta dopo l’insperata vitto­ria delle Regionali, quando Fi­ni ha compreso che non avreb­be potuto mettere in atto il gol­pe contro Berlusconi. Ora que­sto «lavoro» va «concretizza­to »scendendo nell’agone poli­tico e abbandonando lo scran­no più alto di Montecitorio. Campi lo ha spiegato bene. «Dovendo metterci la faccia, dovendo impegnarsi a parlare al suo elettorato potenziale, la presidenza della Camera lo vincolerebbe alla scelta dei te­mi, delle parole e dei toni, men­tre lasciando la presidenza ac­quisterebbe una libertà di ma­n­ovra diversa che sarebbe fun­zionale al suo ritorno alla poli­tica attiva».
Un ragionamento svolto con candore e nitidezza ancor maggiori di quelli mo­strati nel recente colloquio col Foglio . È chiaro, in quest’ottica, co­me sia giunto il momento di co­gliere i frutti di due anni di smarcamenti e di logoramen­to del governo. Ma la raccolta si potrà fare con il leader in pri­ma linea e senza deleghe ai bri­gadieri Bocchino, Granata & C. Non c’è altrettanta traspa­renza su tempi e dinamica del­le dimissioni. Oggi a mezzo­giorno nasce il nuovo partito con la riunione del comitato promotore di Futuro e libertà, ma per Campi è solo «un prelu­dio » e comunque non avverrà «in tempi brevissimi».

Il diret­tore di FareFuturo sembra fa­vorevole al traccheggiamento per non dar l’impressione che la rinuncia sia legata alle in­chieste giornalistiche scari­cando le colpe su «Tulliani­no ». «Fini ha un cognato che sarebbe preferibile nessuno di noi avesse», ha aggiunto. Il «falco» Fabio Granata ha idee ancor più bellicose: il pie­de in due scarpe non rappre­senterebbe un vulnus . «Fini ­ha dichiarato - non dovrebbe dimettersi» perché «sia Casini che Bertinotti erano presiden­ti della Camera e leader dei lo­ro partiti». La tabella di marcia è diversa da quella di Campi. «Se la situazione dovesse preci­pitare, allora Fini valuterà in campagna elettorale se guida­re in prima persona il partito, che sarà un movimento legge­ro, una sorta di “lista Fini”». La situazione politica è trop­po magmatica per stabilire quale opzione (dimissioni o permanenza) sia più attendibi­le.
E sia Campi che Granata, al­meno a parole, hanno definito «poco praticabile» l’ipotesi, ri­lanciata da Bocchino, del go­verno tecnico per cambiare la legge elettorale. Entrambi, pe­rò, hanno ribadito che la lealtà andrà verificata sul campo. Gli esordi non promettono nulla di buono: il processo breve non passerà e le «tre settima­ne » indicate da Maroni per ve­rificare la tenuta della maggio­ranza sono una «forzatura». Un dato, però, è certo: i finia­ni continueranno a cavalcare l’antiberlusconismo d’antan e a ricattare il premier su tutto.
Ad esempio, Campi si è espres­so in termini quasi dipietre­schi definendo «patologia del­la democrazia» l’insediamen­to dell’ex manager Paolo Ro­mani al ministero dello Svilup­po. Mentre sull’eventuale staf­fetta Fini-Lupi alla presidenza della Camera, ha specificato che «non sarà facile per Berlu­sconi metterci il Martusciello o il Romani di turno, metterci il fedelissimo di provenienza Mediaset», ha argomentato in­terloquendo col direttore del Giornale Sallusti e sottolinean­do che «se Fini dovesse svinco­­larsi, rischia di diventare un pe­ricolo ancor più grande».




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