mercoledì 6 ottobre 2010

Blitz contro la sede della Cisl a Roma: fumogeni e muri imbrattati con le uova

di Redazione


Blitz alla sede confederale della Cisl nazionale. In azione un gruppetto non identificato di esponenti di "Action diritti in movimento". La stessa organizzazione sindacale denuncia che i muri della sede di via Po sono stati imbrattati da vernice rossa e uova. Lanciati fumogeni e volantini. Il sindacato: "Non ci facciamo intimidire da episodi di puro squadrismo"





Roma - Blitz alla sede confederale della Cisl nazionale. Dopo l'aggressione al segretario Raffaele Bonanni alla festa del pd a Roma, nuovo agguato al sindacato. Questa volta in azione un gruppetto non identificato di esponenti di "Action diritti in movimento". La stessa organizzazione sindacale denuncia che i muri della sede di via Po sono stati imbrattati da vernice rossa e uova. Sono stati lanciati anche fumogeni ed alcuni volantini. La Digos di Roma sta già indagando sui filmati delle telecamere di sicurezza posizionate all’ingresso della sede del sindacato.
Il blitz alla sede Cisl I muri della sede di via Po sono stati imbrattati da vernice rossa e uova. Sono stati lanciati anche fumogeni ed alcuni volantini. "Si è trattato di un fatto molto grave che si aggiunge ai numerosi attacchi ed aggressioni in corso in questi giorni nei confronti delle sedi sindacali della Cisl", dicono dal sindacato che esorta i suoi iscritti, i militanti e tutta la dirigenza "a non farsi intimidire da questi episodi di puro squadrismo organizzato ed invita il mondo politico ed istituzionale, e tutte le espressioni della società civile, a non dare spazio ai provocatori di ogni genere, prendendo le distanze in maniera netta da chi vuole destabilizzare il paese attraverso questi episodi di squadrismo e di violenta intolleranza nei confronti di una organizzazione sindacale libera e democratica come la Cisl". 
L'aggressione a Merate In mattinata un analoga arressione anche nella sede di Merate, in provincia di Lecco. Un gruppetto di quattro o cinque lavoratori che la Cisl ritiene aderenti alla Fiom-Cgil ha manifestato davanti alla sede locale di via Trento. Il gruppetto è quindi entrato nell’edificio insultando i lavoratori presenti e distribuendo volantini. "Non c’è stata nessuna violenza - afferma il segretario della Cisl di Lecco, Francesco Di Gaetano, che ha effettuato un sopralluogo a Merate con gli agenti della Digos - ma un pò di panico e preoccupazione tra i nostri lavoratori". Il gruppetto di manifestanti si era staccato dagli altri lavoratori dell’azienda Fomas di Merate, che stamattina hanno manifestato pacificamente davanti ai cancelli della fabbrica. "I fatti di Merate - spiega Di Gaetano - si legano all’assalto di stamattina a Roma alla sede nazionale della Cisl da parte di una ventina di persone. C’è un brutto clima e la tensione si sta alzando troppo. Bisogna abbassare i toni per evitare che queste vicende sfuggano di mano. Da questo punto di vista ben venga che la Cgil locale abbia condannato questi fatti".
La condanna della Cgil Allibito e costernato. Il segretario generale Cgil della Lombardia, Nino Baseotto, condanna l’aggressione alla sede Cisl di Merate definendolo "un atto intollerabile". "Siamo in presenza di atti intollerabili - afferma Baseotto - compiuti da poche persone irresponsabili, che sanno usare solo la provocazione e l’insulto. La Cgil respinge questi atti prevaricatori che nulla hanno a che spartire con la propria storia e tradizione". Il segretario ricorda che ogni sede sindacale è "luogo di democrazia e di partecipazione che va difeso, rispettato e valorizzato" e tende la mano alla Cisl per proseguire la collaborazione. 




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E Vendola si racconta: "Sto con un canadese"

di Antonio Signorini


Il governatore pugliese a tutto campo tra vita privata e politica: "Conviviamo da tre anni, sogno di adottare un bimbo kosovaro". "Bersani, D’Alema e Fassino? Sono delle anime morte". La rabbia del Pd: "Nichi ormai insegue solo le sue ambizioni personali"



 

Roma - Pochi giorni fa la sinistra si chiedeva se fosse il caso di avere un «candidato con l’orecchino». Tradotto, se fosse strategicamente giusto proporre un gay che ostenta la sua scelta come presidente del consiglio di un Paese che è sicuramente laico, ma queste cose non le manda giù tanto facilmente. Lui aveva risposto dicendo che all’orecchino non vuole proprio rinunciare, per non parlare della candidatura, anche se per il momento è solo quella alle primarie.


Per non fare impigrire troppo la macchina delle polemiche ieri il governatore della Puglia ha deciso di rilanciare e costringere gli opinionisti di centrosinistra a chiedersi se uno dei candidati più probabili dello schieramento che va dalla Federazione della sinistra ai cattolici del Pd, possa sfidare tutte le convenzioni e conciliare quello che, almeno ufficialmente, è inconciliabile: crocifisso e adozioni da parte di coppie gay. «Non esco mai senza questo», ha detto a un giornalista del settimanale Chi, tirando fuori dalla tasca un rosario di legno scuro. «Manco Casini...», ha aggiunto tanto per dare fastidio a chi nel Pd propone l’alleanza con i centristi, escludendo le ali estreme. Alla luce del sole la convivenza del leader di Sinistra e libertà con il compagno: «È canadese. Viviamo a Terlizzi (Bari, ndr) da anni. Siamo una coppia tranquilla, morigerata. Ci piace ricevere gli amici a cena». E fin qui niente di nuovo né di strano.


Il sale sulle ferite del centrosinistra arriva con la domanda: che cosa le manca? «Mi manca un figlio. Ma è un argomento intimo. Non nascondo, però, che scapperei subito ad adottare un piccolo abbandonato in Kosovo». Non significa che nel suo programma elettorale metterà il via libera alle adozioni da parte delle coppie gay, ma la mina è piazzata. E, per quanto intima e privata, è di quelle grosse, visto che la coalizione di cui fa parte Vendola si divide su questioni molto meno rilevanti.

D’altro canto lo ha spiegato più volte e lo ha ribadito anche ieri. Il suo programma consiste nel «ribaltare il berlusconismo». Ed è facile capire che Vendola intende riproporre al contrario, non solo il programma del centrodestra, ma il senso comune dell’italiano medio. Non è solo la divisione tra «realisti e sognatori», proposta da Eugenio Scalfari giorni fa, insomma.
Che si tratti di una bordata contro i potenziali candidati-concorrenti si capisce dal tono usato ieri dal governatore della Puglia contro gli altri leader della sinistra. Piero Fassino, Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani sono «anime morte». Sbagliato «mettere in pista leader di vent’anni fa. L’Italia è un altro Paese. Ci vuole un’alternativa realistica al berlusconismo, non amministratori di condominio». Quindi via libera alle primarie, unico «elemento di igiene politica».


Infuriato il Pd, che ha parlato per bocca di Oriano Giovanelli. «Chi pensa solo alle sue ambizioni personali perde il senso della misura. Con le sue dichiarazioni, il presidente Vendola sembra, nel momento di maggior crisi del berlusconismo degli ultimi anni, più occupato a criticare il Partito democratico che a dare una mano alla costruzione dell’alternativa ad una destra che sta portando il Paese al declino». Ma forse è solo un po’ di revival anni Settanta. «La Fabbrica di Nichi», macchina da guerra elettorale di Vendola, domani chiama a raccolta i suoi a Roma con per i «Comizi d’Amore: parole e racconti dell’Italia migliore». Parole d’ordine quasi da figli dei fiori... Fantasia al potere, insomma, e nessun limite. Nemmeno economico, se è vero che Vendola si è scagliato con forza contro i «vincoli di bilancio» imposti tanto dall’Europa quanto dal governo con il «patto di stabilità interno». Perché alla fine il problema è tutto lì. Anche la fantasia al potere ha un costo.




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Montecarlo, il vicino: la Tulliani dirigeva i lavori

di Redazione



A Porta a porta un vicino monegasco rivela: "L'ho vista più volte nell'appartamento". E spiega: "La signora bionda seguiva la ristrutturazione". Un altro colpo per Fini, che ha sminuito il ruolo di Elisabetta nella vicenda.



 
Di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

L’ennesima testimonianza poco conforme alle risposte di Gianfranco Fini e dei suoi familiari sull’affaire immobiliare monegasco arriva direttamente dal Principato, e va in onda nel salotto di Bruno Vespa. Le telecamere di Porta a Porta intervistano, a Montecarlo, un inquilino del «Palais Milton», l’edificio al 14 di boulevard Princesse Charlotte dove, al piano terra, abita il «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani. Il suo vicino è Fabrizio Torta, che spiega: «L’appartamento di Tulliani è identico al mio, 60-70 mq». Poi, Torta racconta ciò che ha visto nell’appartamento al rez de chaussée (piano terra), dove fervevano i lavori di ristrutturazione affidati alla ditta «Tecabat» di Rino Terrana. Via-vai di operai. Polvere. Martelli e trapani che addirittura procurano danni alla sua proprietà. E una «bella donna»: «Mesi fa vidi una signora bionda, estremamente appariscente, occuparsi della ristrutturazione. Dai giornali scoprii poi che era la compagna del presidente Fini».

Un riscontro ulteriore alle altre testimonianze che il Giornale aveva raccolto nel Principato nei mesi scorsi. L’altro «compagno di pianerottolo» di casa Tulliani, Giorgio Mereto, per citare un esempio. L’uomo, che a Palais Milton ha un ufficio confinante col terrazzo di quella casa, aveva raccontato di aver visto per le scale sia Fini che una signora bionda, identificata con Elisabetta dopo averne visto la foto su internet.

Il dettaglio della presenza di Elisabetta nella casa mentre il cantiere era in piena attività, se confermato, non è certo di poco conto. Come è noto, il suo compagno Gianfranco Fini ha sempre negato di aver saputo alcunché di quell’appartamento al di fuori della prima compravendita, «procacciata» dal «cognato» Giancarlo Tulliani. E di aver saputo solo tempo dopo, proprio da Elisabetta e con «sorpresa e disappunto», che il giovane Giancarlo ci fosse andato ad abitare. Ma non è tutto. Sempre nella puntata di Porta a Porta andata in onda ieri sera, un altro dei testimoni scovati dal Giornale, il noto costruttore italiano Luciano Garzelli (a cui si era rivolto l’ambasciatore Mistretta quando Tulliani gli aveva chiesto nomi di imprese per ristrutturare la casa) ha confermato il ruolo di Elisabetta: «Anche gli operai sul cantiere la videro più volte mentre assisteva ai lavori».

Era lei, a quanto dice il titolare del colosso monegasco delle costruzioni Engeco, che coordinava e seguiva l’andamento dei lavori nell’appartamento occupato - all’insaputa di Fini - dal fratellino: «Mi telefonò parecchie volte, anche se non ci siamo mai conosciuti di persona», aggiunge Garzelli. Telefonate che si sommano a una serie di e-mail di un architetto romano di fiducia della compagna del presidente della Camera, nelle quali il professionista, sempre per conto di Elisabetta, chiedeva di intervenire per eliminare tramezzi e ampliare stanze. Prima ancora di parlare con Porta a Porta, già al Giornale, Garzelli non era stato avaro di dettagli, spiegando che le prime e-mail risalivano al giugno del 2009: via libera al preventivo da parte dell’architetto della Tulliani, tranne le forniture (piastrelle, mobili, la cucina). Che i familiari di Fini hanno voluto portarsi dall’Italia. Dettaglio, come si ricorderà, confermato anche da Davide Russo, ex dipendente del centro arredi Castellucci di Roma, che a questo quotidiano raccontò che Elisabetta si occupò di acquistare gli arredi per «una casa all’estero», e che fu richiesto un trasporto particolare, non solo per i mobili ma anche per materiali da costruzione. Ancora un nuovo tassello che sembra trovare riscontro. Ancora un colpo al «non c’entriamo» dei Tullianos. E se Fini dubita del «cognato», a questo punto dovrebbe dubitare anche di «Ely». O no?




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Incredibile, ma vero: in Italia non è proibito mangiare gatti

di Oscar Grazioli



La provocazione: nel nostro Paese non c'è una legge che vieti esplicitamente di mangiare cani e gatti. Dov'è l'errore?



 

Premetto: spero di sbagliarmi e invito i lettori a scrivere. Accetto anche insulti stavolta.
Poche sere fa ero invitato a cena, con alcuni amici di vecchia data, a casa di un compagno di liceo. La classica rimpatriata di chi ha condiviso, per anni, giorni di felicità e di angoscia tra i banchi dove si aggiravano severi i prof di lettere antiche alla ricerca di un «pizzino» che viaggiava segretissimo illuminando il compagno disperato su quella maledetta frase intraducibile di Platone. Il padrone di casa aveva promesso una cena vegetariana, suscitando le proteste di chi, senza prosciutto e salame, si sente orfano di padre e madre. Quando dalla griglia, invece delle solite costine e salsicce, sono uscite melanzane e zucchine delicatamente cosparse di aceto balsamico, si è fatto un religioso silenzio e il rumore delle ganasce ha zittito qualunque velleità di risentimento.
Dopo un paio d'ore di rimembranze dei vecchi trascorsi sui banchi, la discussione è finita nelle solite banalità, «le donne, il tempo ed il governo» avrebbe detto il grande Fabrizio. Giunti verso la fine della serata è partita, proprio dal padrone di casa, la provocazione che ha riacceso gli animi.
L'avvocato alza la voce e guardandomi ostentatamente mi dice «Bene Oscar, visto che il clima sarà dolce ancora per pochi giorni vi invito per un'ultima grigliata sabato sera. Vi prometto una cena non meno gustosa. Se non avete preclusioni mentali, voi seguaci di Socrate ed Epicuro, sarò felice di cucinare Chow Chow e Siamesi alla griglia».
Risate di commiserazione per la banalità della barzelletta. Io rido più degli altri. «C'è poco da ridere -afferma serio l'amico avvocato-, tu potrai maledirmi e augurarmi ogni pena dell'inferno, ma non potrai impedirmi questa trimalcionesca serata».
Continuo a ridere, ma lui è serio. Tutti sorridono e mi guardano, quando alzano la mano per garantire la loro presenza. «Vedo che continui a ridere, caro il mio dottore. A questo punto mi userai la cortesia di dirmi perché non possiamo mangiarci un cane e un gatto in santa pace». «Ma perché è vietato», mi viene spontaneo. «Ah, sì -ribatte il leguleio.- E in base a quale legge, di grazia…». «Ma la legge che vieta di mangiare cani, gatti…». «E quale?», ribatte lui sentendo di avermi messo in off- side.
Ora tutti si godono la tenzone. L'avvocato contro il veterinario, per di più giornalista e animalista. Penso velocemente. Maledizione, ci sarà pure una legge… La trovo. «Caro avvocato dei miei stivali, Art. 544 - bis, legge 180: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi”. ora meglio che torni a fornirti di quelle squisite melanzane prima che mi debba incomodare a portarti agrumi nelle patrie galere».

«Ma io non cagiono la morte per crudeltà o senza necessità: io ho fame e la cagiono per questo», risponde il principe del foro senza fare una piega. Rifletto velocemente e sento lo scacco matto avanzare. Se la contadina cagiona la morte di un pollo o un coniglio per il pranzo domenicale lo fa con crudeltà? No. Lo fa senza necessità? Beh, sì e no. Potrebbe mangiare polenta e funghi o spaghetti alla carbonara, è vero, ma chi le impedisce di mettere in padella il pollo allevato accuratamente per mesi all'aria aperta a mais, crusca ed erba medica? E allora perché il coniglio sì e il gatto no?

«Proprio quello cui stai pensando -ha chiuso l'avvocato- ti aspetto sabato sera con le manette o con la fame e la curiosità di un vero seguace d'Epicuro».

Qualcuno mi scriva dove sbaglio. Grazie.




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C'è la crisi? Non per i manager del Comune Aumentano compensi e consiglieri

Il Mattino


NAPOLI (6 ottobre) - La legge prevederebbe tagli drastici nei cda e anche agli emolumenti dei manager delle società partecipate: il Comune di Napoli invece ne nomina altri tre, passando così da 54 a 57. Rimarranno in carica tre anni, il che vuol dire che il successore del sindaco Iervolino, che non può più ricandidarsi, se li ritroverà a capo delle imprese.





Ed eccoci alle cifre che si ricavano dal sito istituzionale del Comune: questo esercito di amministratori costa un milione e seicentomila euro all’anno, in più c’è un gettone di 230 euro per ogni riunione del cda. Voci significative ma che non compaiono sono poi i benefit, dall’auto di servizio con autista al telefonino fino ai rimborsi spese. Nei conti non compaiono neanche i direttori generali, che vengono pagati sempre dalle stesse società e dunque dal Comune.



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Lettera puzzolente alla Servidori

Libero





Non è stato un bell'inizio settimana per Alessandra Servidori, consigliera nazionale di parità del ministero del lavoro, che ieri ha ricevuto una lettera sporcata da escrementi. "È stata aperta dai miei colleghi e hanno trovato questo volgarissimo messaggio, di bassissimo livello che si commenta da solo" ha detto la Servidori. Il fatto e' stato subito denunciato ai carabinieri.

Solidarietà - "La professoressa è da sempre impegnata nelle riforme del mercato del lavoro e vive da molti anni sotto tutela dopo le gravissime minacce di matrice terroristica ricevute" ha detto Beatrice Lorenzin, deputata e vice responsabile Pari opportunità. "La vigliaccheria che è dietro quest’azione è enorme ed è necessario e doveroso che tutti prendano le distanze da un clima politico dove il confronto viene relegato nel superfluo e lo scontro è talmente aspro e volgare che non può che finire per agitare le parti più insane della nostra Comunità".

"Si tratta di un gesto di cattivo gusto nei confronti di una donna seria e competente, da anni impegnata sul fronte delle pari opportunità e artefice di numerose proposte e iniziative a favore dell’occupazione femminile" ha commentato Lella Golfo, presidente della fondazione Maria Bellisario e deputata Pdl. "Lo scorso giugno le abbiamo assegnato il Premio Marisa Bellisario - ha sottolineato - proprio per il suo lavoro incessante e appassionato per affermare pratiche reali di pari opportunità nel nostro Paese".

La Servidori "ricopre un ruolo delicatissimo, che sta svolgendo in maniera brillante, ha dato nuovo impulso al suo ufficio e alle lotte per la parità nei luoghi di lavoro e di questo le siamo tutti grati", ha aggiunto il Ministro. "Alessandra è soprattutto una donna coraggiosa che, certo, nessuno può pensare di spaventare o, peggio, fermare, con atti di questo genere" ha dettoil Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna. Dello stesso parere Anna Maria Bernini, viceportavoce del Pdl, che ha aggiunto: "Le minacce subite sono la riprova del fastidio per chi lavora proficuamente e consegue obiettivi".

Nei messaggi del mondo politico, torna il tema dell'atmosfera di troppa aggressività che circola nel Paese. "Il clima che stiamo vivendo sta diventando sempre più pesante - ha riferito Alessia Mosca, deputata del Pd - occorre che ci sia un impegno di tutti per abbassare toni e modi".

06/10/2010




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Napoli, bancarotta per 100 milioni di euro arrestati l'ex senatore Marano e i suo fratelli

Il Mattino





NAPOLI (6 ottobre) - I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, coordinati dalla locale Procura della Repubblica, stanno eseguendo arresti e perquisizioni per reati di bancarotta per circa 100 milioni di euro nei confronti di un gruppo di noti imprenditori napoletani operanti nel settore edile: si tratta dell'ex parlamentare di Forza Italia Salvatore Marano, 55 anni, nato a Melito, ed eletto in Senato nel 2001. In manette anche i suoi due fratelli, Stefano e Francesco


Le accuse. Le indagini si sono concentrate soprattutto sull'attività di cinque società di costruzioni dichiarate fallite nonchè sulla holding cui le stesse erano riconducibili. Secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, i collegamenti tra le società fallite avevano consentito la creazione, dalla fine degli anni Ottanta, di un vero e proprio gruppo, il 'Gruppo Marano' impegnato nella edificazione alla periferia nord di Napoli e, come emerso dalle indagini, attivo in vari settori con circa un centinaio di società variamente controllate, partecipate, amministrate o comunque connesse, anche in virtù di rapporti familiari o di cointeressenza economica-finanziaria, ai fratelli Marano.


Il meccanismo fraudolento escogitato dai Marano e realizzato anche grazie all'accondiscendenza di alcuni dipendenti bancari, consisteva nell'utilizzo di disponibilità economiche solo cartolarmente esistenti sui conti bancari di riferimento. È, infatti, emerso, che nel corso del 1993 e del 1994 le società del gruppo Marano avevano beneficiato del reddito bancario per importi di notevole entità in assenza di affidamenti bancari o dei requisiti per la concessione, presentando per l'incasso effetti cambiari intestati a persone inesistenti o comunque falsi ed effettuando un 'girò di assegni bancari emessi e ricevuti da società sempre facente capo al gruppo, senza adeguata copertura finanziaria. Nel corso delle perquisizioni, ancora in corso, rinvenuti anche circa 50 orologi di valore.

Il precedente. Già nel 2001 fu emessa una ordinanza di custodia cautelare per Salvatore Marano: ma in quegli anni era senatore e, quindi, l'arresto non fu eseguito. Il provvedimento scattò nell'ambito di una inchiesta su frodi comunitarie che aveva già portato all'arresto di due persone. Associazione per delinquere e truffa aggravata le accuse che allora gli furono contestate. Fu lo stesso senatore a far presente alla Guardia di Finanza, che si presentò a casa sua per arrestarlo, la propria situazione di immunità. Fonti della Procura spiegarono che la richiesta di arresto era stata formulata ad aprile del 2001, prima dunque delle elezioni politiche, e che tale circostanza avrebbe determinato l'errore. La Giunta per le autorizzazioni del Senato respinse la richiesta di arresto di Marano.




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Byron Moreno «evita» i controlli in aeroporto

Corriere della sera

 

Rifiuta avance, principe uccide dipendente

Corriere della sera

 

Il saudita ha aggredito l'uomo: ora è accusato di averlo ucciso.

 

Obama: "E' caduto il mio stemma, ma sapete chi sono..."

Quotidianonet


Il presidente Usa sdrammatizza: "Non è problema, tanto credo che tutti voi sapete chi sono...". Il siparietto al summit delle donne più potenti d’America organizzato dalla magazine Fortune a Washington




Washington, 6 ottobre 2010 - "Non è problema, tanto credo che tutti voi sapete chi sono": così, con una risata ed una battuta, Barack Obama ha reagito alla caduta del sigillo presidenziale dal podio da cui stava pronunciando il suo discorso al summit delle donne più potenti d’America organizzato dalla magazine Fortune a Washington.
Il discorso del presidente è stato così interrotto dal rumore, amplificato dai microfoni, del sigillo della Casa Bianca caduto sul palco. "Qualcuno si sta preoccupando molto - ha continuato a scherzare il presidente riferendosi agli organizzatori - vedo che persone che continuano a sudare". Obama ha potuto continuare poi senza problemi il suo discorso, dal momento che il teleprompter, lo schermo nascosto del podio su cui scorre il testo da leggere, è rimasto al suo posto.




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Video hard con noto politico italiano» La notizia rimbalza sui siti di gossip

Il Mattino


ROMA (6 ottobre) - La voce è di quelle clamorose, rimbalzata prima dalle pagine del blog di Selvaggia Lucarelli, poi ripresa anche da Dagospia. Un video hard - scrive il sito di Leggo - con protagonista un noto politico sarebbe nelle mani di un non meglio specificato quotidiano. Una specie di riedizione, un anno dopo, del giallo che coinvolse l'allora presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, del quale alcune redazioni si 'rimbalzarono' un video in cui era in compagnia di un trans. Non è chiaro né chi sia il protagonista del filmato, né quale quotidiano ne sia in possesso, ma conoscendo i precedenti, tutto si potrebbe scoprire nei prossimi giorni.



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C’è un testimone, svolta nell’inchiesta

Corriere della sera


Il nuovo teste: Sara Scazzi salì su un’automobile
Lo zio dal pm, dubbi sul ritrovamento del telefonino



Michele Misseri
Michele Misseri

AVETRANA - Spunta un nuovo testimone nell’inchiesta sulla scomparsa di Sara Scazzi. Forse il più determinante tra quelli emersi sinora. Si tratta di un automobilista che in quell’assolato pomeriggio del 26 agosto era fermo con la sua auto in via Pirandello. Attendeva la moglie quando ha visto una macchina di colore scuro, guidata da un uomo, passare lentamente in via Sanzio in direzione via Kennedy e poi, dopo alcuni minuti, fare il percorso inverso, questa volta a velocità sostenuta. Il rombo del motore porterebbe la misteriosa auto in fondo alla via prima di perdersi in lontananza. L’ora in cui è avvenuto questo, ne è sicuro il testimone che gli inquirenti ritengono molto attendibile, era proprio quella della scomparsa.
La novità, che segna un altro importante tassello nella intricata vicenda, era stata tenuta segreta dagli investigatori. Si ritiene che chi era a bordo di quell’auto di cui non si conosce la marca o il tipo (cosa che potrebbe essere invece ben nota ai magistrati), abbia atteso che Sara raggiungesse il punto per farla salire e portarla via. Un altro particolare che non è sfuggito al testimone è quello di non aver sentito urla d’aiuto per cui la quindicenne, se è giusta tale ricostruzione, sarebbe salita vol ont a r i a mente i nvi t a t a da qualcuno che conosceva bene o di cui si fidava. Intanto lo zio di Sara, Michele Misseri, autore del ritrovamento del cellulare della nipote scomparsa il 26 agosto, è stato convocato in procura a Taranto dove è atteso per questa mattina nell’ufficio del pubblico ministero Mariano Buccoliero. L’uomo che non risulta essere formalmente indagato e che comparirà quindi in veste di persona informata sui fatti, è il papà di Sabrina, la cugina ventiduenne con cui Sara quel giorno aveva appuntamento per andare al mare. Del gruppo avrebbe fatto parte anche un’altra loro amica, la ventenne Mariangela Spagnoletti. Rimasto nell’ombra per più di un mese, Misseri è balzato alle cronache il 29 settembre scorso dopo il clamoroso rinvenimento del Vodafone che Sara aveva con sé il giorno del suo presunto rapimento.


Il luogo del ritrovamento del cellulare
Il luogo del ritrovamento del cellulare
Un’eccezionale coincidenza che fece storcere il naso a molti: tra tante persone, militari e volontari della protezione civile, impegnate da settimane nelle ricerche nei campi, compreso quello in contrada Tumani, teatro del ritrovamento, sembrò quantomeno singolare che a portare alla luce la prima prova concreta della presenza della quindicenne, fu proprio il papà di Sabrina, una delle testimoni chiave del «giallo di Avetrana». Per questo ora, evidentemente, gli inquirenti hanno necessità di arricchire di particolari del fortuito ritrovamento del Vodafone che, così come ha sempre raccontato il protagonista, era adagiato con la tastiera riversa su un mucchio di cenere di foglie e stoppie che il giorno prima lui stesso insieme a un suo collega avevano bruciato. L’apparecchio che presentava delle bruciature sulla parte posteriore, era privo di batteria e di scheda sim. Inoltre era sporco di terriccio e cenere ma non dava l’impressione di una lunga permanenza in quel luogo dove per due volte, nei giorni precedenti, c’era stato un intenso nubifragio.
Il sospetto degli investigatori è che qualcuno possa averlo gettato lì diversi giorni dopo la sparizione della ragazza, forse addirittura poche ore prima che Misseri, del tutto casualmente, tornasse nel campo per ritirare un cacciavite che aveva dimenticato il giorno prima. Forse un depistaggio per gli investigatori, o una trappola per incastrare il papà di Sabrina, oppure un oscuro segnale rivolto proprio alla famiglia Misseri da parte di chi la tiene in pugno. Lo zio di Sara, infine, ha dichiarato che proprio intorno all’ora della scomparsa avrebbe sentito il rumore di una macchina di grossa cilindrata che passava davanti casa sua. Forse la stessa vista dal testimone.


Nazareno Dinoi
06 ottobre 2010




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La badante: «Niente da nascondere E Sabrina era innamorata di Ivano»

Corriere della sera


Parla la donna romena che ha visto per l’ultima volta
Sara Scazzi. «Dopo il telefonino troveranno la ragazza»



Ecaterina Pantir
Ecaterina Pantir

AVETRANA — «Sabrina era innamorata di Ivano, lo diceva spesso Sara quando era in casa». Lo ha sentito spesso, Maria Ecaterina Pantir, durante i sei mesi che ha vissuto in casa Scazzi ad Avetrana. La 29enne ex badante di Cosimo Spagnolo, papà adottivo di Concetta Serrano Spagnolo e nonno della 15enne scomparsa (è morto il 17 settembre), è tornata in Italia sabato dalla Romania per assistere un carabiniere in pensione che vive alla periferia di Oria. La donna che dopo la partenza da Avetrana ha trascorso un breve periodo nel suo paese, ha scoperto dalla tv italiana gli sviluppi sulla scomparsa di Sara che lei stessa, il pomeriggio del 26 agosto, ha visto uscire da casa per l’ultima volta. Ha saputo del ritrovamento del telefono e questo l’ha molto colpita.
Signora Pantir, cosa ha pensato quando ha saputo che era stato trovato il cellulare di Sara?
«L’ho scoperto in Italia e penso che se hanno trovato il telefono troveranno anche la ragazza. Secondo me questo è un segnale di chi sa dove si trova Sara. E’ strano che prima non ci sono tracce e poi salta fuori il telefonino».

Quando viveva con la famiglia Scazzi ha sentito mai litigare Sara con la cugina Sabrina?
«Io sono una che si fa i fatti suoi, non mi piace ascoltare e se qualcuno parla io mi allontano. Quando ero lì stavo 24 ore al giorno con il vecchio e non mi interessavo di altro. Comunque non ho mai sentito le cugine litigare, anzi, andavano d’accordo, si confidavano e uscivano tutte le sere sino a tardi».

Sino a mezzanotte?
«No, di più, le tre, le tre e mezzo, molto tardi comunque».

Chi accompagnava a casa Sara?
«Non lo so, io dormivo o non guardavo fuori. Ripeto sono una che si fa i fatti suoi, non mi metto certo a sentire i discorsi o a vedere cosa fanno gli altri. Stavo sempre nella stanza con il vecchio e uscivo solo la domenica, un paio d’ore. Non m’interessavo certo di quello che faceva Sara o le altre persone».

E di Ivano ha mai sentito parlare?
«Sara diceva spesso che Sabrina era innamorata di questo ragazzo che io però non conoscevo».

Raccontava a lei queste cose?
«Non a me. Io, ripeto, non m’intromettevo in certi discorsi. Lo raccontava alla madre, diceva sai mamma che a Sabrina c’è un ragazzo che le piace tanto? Si chiama Ivano».

C’è ancora chi l’accusa?
«Non m’interessa. Che mi indagassero, che andassero pure in Romania io non ho nulla da nascondere. Quando una parla con il cuore aperto non deve temere niente. So che c’è chi sospetta ancora di me ma sinceramente non m’interessa, lo ripeto, sono tranquilla con la mia coscienza».




Nazareno Dinoi
06 ottobre 2010




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Via Poma, Vanacore non ingerì veleni È il responso delle analisi tossicologiche

Corriere del Mezzogiorno


Dopo le anticipazioni del Corriere del Mezzogiorno c'è
la conferma sul «portiere dei segreti»: non fu avvelenato



Pietrino Vqanacore
Pietrino Vqanacore

TARANTO - Prima di morire annegato, come anticipato nel maggio scorso dal Corriere del Mezzogiorno, Pietrino Vanacore non ingerì veleno o assunto farmaci: è quanto emerge dalla perizia tossicologica che il medico legale Massimo Sarcinella ha consegnato al pm tarantino Maurizio Carbone, titolare dell’inchiesta per istigazione al suicidio.
IL RITROVAMENTO DEL CADAVERE - Il cadavere dell’ex portiere di via Poma, a Roma, dove fu uccisa nel 1990 Simonetta Cesaroni, fu trovato il 9 marzo scorso a cinque metri dalla riva nello specchio di mare antistante la località Torre Ovo, vicino a Torricella (Taranto). Il corpo fu ritrovato con una caviglia agganciata a una fune che aveva l’altra estremità legata a un albero. Resta tuttora inspiegabile perchè Vanacore sia annegato in acque profonde non più di mezzo metro. Nella Citroen Ax dell’ex portiere, oltre a tracce di un anticrittogamico, fu trovata una bottiglia di antigelo, ma l’autopsia ha stabilito che l’uomo non ha ingerito alcun tipo di veleno.
LE PAROLE DEL PM - «Ora - afferma il pm - assegnerò una perizia grafologica sui biglietti trovati il giorno del ritrovamento del cadavere». Nell’auto Vanacore l’uomo lasciò due messaggi di addio: «Venti anni di persecuzioni: sono stanco delle angherie»; «Venti anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio».


Redazione online
05 ottobre 2010





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Germania, tocca il seno all'arbitro donna Lei fissa il calciatore e scoppia a ridere

Il Messaggero


ROMA (5 ottobre) - Bibiana Steinhaus è il primo arbitro di calcio donna professionista in Germania. Sabato era impegnata in una della gare più importanti della Bundesliga 2 (la nostra serie B) tra Hertha Berlino e Alemania Aachen. Prima di una rimessa dal fondo del campo un insospettabile Peter Niemeyer, senza pensarci, le tocca il seno con una mano. Dapprima imbarazzata, la Steinhaus fissa il giocatore, poi si mette a ridere.



German Football Player Touches Female Referee Breast!!!



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Cogne bis, Franzoni di nuovo in aula

La Stampa


La donna è accusata di calunnia e frode processuale




ELENA MASUELLI (AGB)
TORINO


La prima volta di Anna Maria Franzoni in aula da spettatrice, non per testimoniare, al processo Cogne bis, in cui è imputata per calunnia. E' arrivata poco prima dell'inizio dell'udienza, questa mattina in tribunale a Torino, per sentire parlare di lei, di perizie psichiatriche, di bugie. Quelle che è accusata di avere detto su Ulisse Guichardaz, l'ex vicino di casa di Cogne, indicato da lei e dal marito, Stefano Lorenzi, come l'assassino del figlio Samuele.

Sono passati quasi nove anni dalla morte del bimbo, ucciso con un oggetto contunedente, mai ritrovato, nel letto dei genitori, nella villetta di Montroz. Per quel delitto, dopo un iter processuale seguitissimo, è stata condannata lei, la mamma, che ancora oggi si proclama innocente. 30 anni in primo grado con rito abbreviato, 16 anni in appello, poi la conferma della condanna in Cassazione, che le ha aperto le porte del carcere della Dozza di Bologna, dov'è reclusa.

Il primo processo fu tutto giocato su impronte, macchie di sangue e ombre nella personalità della Franzoni: elementi che ritornano in questo procedimento parallelo, che si riferisce a un tentativo di inquinamento delle prove sulla scena del delitto. Fra i primi a testimoniare oggi il professor Roberto Mutani, direttore della prima clinica neurologica dell'Università di Torino, uno dei periti che si occuparono del caso. Ha ricordato l'impossibilità di fare una diagnosi precisa sulla donna, per il rifiuto di lei di collaborare alla perizia psichiatrica.

Gli avvocati di Anna Maria Franzoni e del fotografo svizzero Eric Durst, anche lui sotto processo, ha inoltre depositato un parere tecnico che indica la presenza di un grave errore nel lavoro di Roberto Testi, medico legale, consulente dell'accusa. Dalle sue analisi emergerebbe la precisa volontà degli imputati di confondere gli inquirenti, lasciando l'impronta digitale di un estraneo sullo stipite di una porta, traccia individuata con il luminol. Gli esperti della difesa sostengono ora che Testi abbia esaminato la parete sbagliata.




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Atrani, l'ultimo saluto a Chicca la ragazza travolta dal fiume di fango

Il Mattino





MINORI (6 ottobre) - Sono in corso nella basilica di Santa Trofimena a Minori i funerali di Francesca Mansi, la 25enne morta nell'alluvione del 9 settembre scorso che colpì Atrani e il cui corpo è stato recuperato sabato scorso nelle acque delle isole Eolie. A celebrare il rito funebre è il vicario episcopale per la pastorale della diocesi amalfitana, don Angelo Antonio Mansi. «Da questa storia - ha detto nel corso dell'omelia - usciamo solo attirati dal cuore di Cristo». Don Angelo Mansi 25 anni fa aveva nella stessa basilica di Minori battezzato Francesca. «Ricordo quella domenica - ha detto il sacerdote - quando dinanzi alla fonte battesimale vi erano otto bambini.

L'ultima a ricevere il battesimo fosti tu Francesca, che stavi tra le braccia di tua mamma Elisa e di papà Lello». Nel corso dell'omelia don Mansi ha letto un messaggio dell'arcivescovo della diocesi amalfitana, monsignor Orazio Soricelli, in questi giorni a San Pietroburgo.

Il sacerdote ha voluto ribadire i contenuti di una omelia pronunciata il 23 settembre scorso ad Amalfi dal vescovo Soricelli, nel corso della quale venne ricordata Francesca. Il prelato in quella omelia puntò l'indice sulle calamità della natura, spesso imprevedibili, dove però a volte c'è la responsabilità dell'uomo. Soricelli - come ha ricordato quest'oggi don Mansi - si soffermò sul dissesto idrogeologico, sull'abusivismo, sul degrado, sul poco rispetto del territorio, che ha un bisogno continuo di un attento monitoraggio. In quella occasione monsignor Soricelli fece appello ad amministratori e politici affinchè si facesse fronte al problema.

Don Mansi dall'altare ha detto: «Stiamo sotto il cielo, una frase che ripetiamo più volte quando accadono tragedie. Io aggiungo che siamo sotto il cielo ma stiamo anche sotto le montagne». Poi rivolgendosi ai numerosi amministratori locali presenti nella basilica li ha esortati a prendere a cuore nel loro servizio politico questa drammatica situazione.

«So bene che non siete qui per una passerella - ha detto - ma per testimoniare il vostro impegno. Mettete da parte il colore politico, deve contare solo il colore del vostro cuore». Al rito funebre sono presenti oltre ai familiari, il papà Lello, con i figli Maria Teresa, Paola, Vincenzo e Mario, e oltre ai numerosi parenti, anche le autorità civili e militari della provincia di Salerno con i 13 sindaci dei Comuni della Costiera Amalfitana.




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Pubblichiamo Bonolis Lui grida alla censura

Il Tempo


Paolino accusa Il Tempo: "C'è un disegno per farmi tacere". Botta e risposta fra lo showman ed il giornalista: "Mi stupisce questa reprimenda per una mia opinione". "Ma quale censura? Difendiamo la libertà di poterti criticare".



Caro direttore, mi stupisce vedere il mio volto in prima pagina con una reprimenda da parte di un suo giornalista nei confonti di una opinione da me espressa al settimanale TvSorrisi e canzoni. Indipendentemente dal mestiere che faccio sono un cittadino italiano che rispetta i suoi doveri: pago le tasse e rispetto le leggi e presumo di avere anche dei diritti tipo quello di dire ciò che penso se mi viene chiesto. Non fondo partiti politici, non vado a bussare alle porte delle persone per dire ciò che penso ma semplicemente a domanda rispondo. Ma la cosa più singolare è che la reprimenda mi venga da un giornalista cioè da un guardiano della libertà d'espressione e della libertà di pensiero... o forse non è più così?
Paolo Bonolis


LA RISPOSTA DI STEFANO MANNUCCI - Caro Bonolis, io invece non mi stupisco della tua piccatissima replica. Conosco il tuo carattere, quello che fa di te un uragano sul piccolo schermo. Dove ne hai indovinate tante, anche se non tutte: ricordo con qualche perplessità la tua intervista a "Domenica In" tesa a umanizzare un serial killer come Bilancia, ma avrai saputo far tesoro di quell'infortunio. I tuoi programmi divertono grandi e piccini e talvolta - come nel pregevole "Senso della vita" - mettono in moto i neuroni. Altre, come "Ciao Darwin", sono vagamente pecorecce, ma spero non ti offenda. Quando il direttore di Raiuno Mazza espresse un parere non lusinghiero sui "vermetti" con i quali fai cospargere i corpi dei concorrenti, dalla ridotta di Mediaset rispondesti fiero: «Io lascio i vermetti senza i quali mi sono mosso lo stesso, lui lascia la personale copertura politica e vediamo che succede senza vento nelle vele».



Io, modesto cronista, pendo dalle tue labbra quando ti ascolto. Imparo sempre qualcosa: il tuo tentativo di sottrarre il popolo all'analfabetismo di ritorno con parole buffe come "apotropaico" o "sesquipedale" è ammirevole. E allora vorrei sommessamente dirti una cosa, visto che nella tua lettera e in un intervento su Radio Ies (al cui speaker chiederò conto per avermi chiamato "sciacallo"), mi hai accusato di volerti "censurare" o di averti fatto una "reprimenda" che forse nasconde ordini dall'alto, la dietrologia e la teoria del complotto intese - attraverso la mia screditata figura di burattino al soldo del potere - a metterti la mordacchia. Tu che mangi pane e vocabolario sai che il termine "censura" è spendibile quando del personaggio da far tacere non trovi più traccia nella pubblicistica corrente. Ieri "Il Tempo" ti ha dedicato un articolo critico, a mia firma, con tua grande foto in prima pagina e le tue scomodissime dichiarazioni riportate tra virgolette.



La nostra "censura" ti è valsa un'esposizione sul giornale di 30 cm per lato. E tanto ti abbiamo censurato che voglio aggiungere alla tua lettera anche ciò che hai detto a Radio Ies: «La vicenda è imbarazzante. Leggendo l'articolo colpisce che un giornalista, e cioè uno che dovrebbe garantire la libertà di informazione, inibisca il pensiero degli altri. Non possiamo esprimere un parere; questo fa pensare che sia un esercizio di censura a monte. O dici quello che vogliono o devi stare zitto». E ancora: «Quel che è stato scritto è sciocco. Mi dispiace che "Il Tempo" debba avvalersi di firme che negano il diritto di informazione».



Tranquillo, Paolo. Nessuno vuole toglierti il diritto di esprimerti come privato cittadino, ma nessuno può limitare la libertà di stampa, soprattutto quando non si mortifica ad anodina trascrizione di una tua sortita (su "Sorrisi") alla vigilia del ritorno in onda con "Chi ha incastrato Peter Pan". Sei un mago della comunicazione e sai bene come ti tornasse utile una dichiarazione roboante: del programma sapevamo già tutto. Anzi, riproduciamo ancora quelle tue frasi: «Politicamente e moralmente l'Italia è agonizzante. E quelli che le stanno intorno e fingono di rianimarla, in realtà le stanno fregando il portafoglio, i denti d'oro e pure la collanina». A rileggerle, in effetti, non appaiono troppo scandalose. Sono le solite doglianze di chi, ben microfonato e forte del successo, non offre soluzioni e si autodefinisce qualunquista. In quest'Italia immalinconita e trash tutti abbiamo diritto di parlare. Pure chi obietta lecitamente a ciò che dici. Spero tu non voglia censurarmi. Sai, anch'io pago le tasse.

Stefano Mannucci
06/10/2010




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Altra bomba di Ellero: il mio cliente tiene in pugno uno importante

Il Tempo


L'ex senatore leghista, diventato famoso per essersi qualificato come il legale del «vero» padrone della casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani.


L'avvocato vicentino Renato Ellero


L'avvocato Renato Ellero torna a parlare. L'ex senatore leghista, diventato famoso per essersi qualificato come il legale del «vero» padrone della casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani, aggiunge dettagli alla sua versione. «Il mio cliente - spiega intervistato da Oggi - è inattaccabile perché tiene in pugno qualcuno di molto importante. Conosce molte porcherie. E ha le prove. Faccio un esempio: e se avesse in mano una intercettazione telefonica molto compromettente di qualche ministro? O la prova di qualche maxitangente?». Quindi aggiunge: «Un giorno prima del messaggio di Fini mi disse: "Vedrai che nel giro di pochi giorni a Saint Lucia comparirà Walter Lavitola". Ed è successo. Il direttore dell'Avanti ha dovuto correre perché qualcuno gli ha mandato a dire: ci hai cacciato nei guai, adesso vieni a tirarci fuori. Il mio cliente non lo conosce, ma se dovesse raccontare quel che sa su Lavitola succederebbe un finimondo. Se poi rivelasse il nome dell'uomo politico al quale è legato...». Immediata la replica di Lavitola: «Ho dato mandato al mio legale di querelare anche l'avvocato Renato Ellero. Al quale consiglio di dire al suo fantomatico cliente di smetterla di far sapere pubblicamente di avere notizie compromettenti, senza mai presentare una prova».





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Nella giungla della busta paga

Corriere della sera


Dagli scatti di anzianità alla previdenza integrativa, dalla maternità alle detrazioni fino alle addizionali regionali

L'impiegato

Il dirigente

L'apprendista in maternità

    IL REBUS DEL CEDOLINO




    (archivio Corriere)
    (archivio Corriere)
    «Conc. Ass. Extra Art. 12 c4 Ccnl», chi è costui? Semplicemente, una delle centinaia e centinaia di voci che affollano i cedolini dei lavoratori dipendenti d'Italia. Si va dalle addizionali regionali ai «fringe benefit», dalle polizze di categoria alle detrazioni. E tasse, bonus, diritti e rimborsi sono solo alcuni degli ingredienti. Tanto che riconciliare gli importi con il numero che immediatamente tutti guardano, il «netto in busta», non è facile. E proprio sui cedolini (o, meglio, prospetti retributivi) è andato a parare sabato scorso l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, quando ha parlato di «semplificazione dell'apparato normativo che genera la busta paga, lasciando ovviamente invariata la parte retributiva». Ma l'argomento non è nuovo: nel 1996 l'allora presidente di Federmeccanica Gabriele Albertini aveva lanciato l'operazione «busta paga trasparente».
    Oggi, quando un dipendente apre la busta paga, in 99 casi su 100 avrebbe bisogno di un esperto che gli spiegasse, in soldoni, «che cosa vuol dire», racconta la cacciatrice di teste Giovanna Brambilla. E degli specialisti esistono davvero. Sono i consulenti del lavoro, che tra i propri compiti hanno quello di districarsi nella giungla di leggi, regole e accordi e preparare i cedolini per conto di una lunga serie di aziende. Soprattutto quelle piccole, che da sole non hanno spesso le competenze tecniche per farlo. «Siamo circa 27 mila in Italia - racconta Alessandro Graziano, vicepresidente dell'Associazione nazionale consulenti del lavoro nella provincia di Milano - e svolgiamo tutti gli adempimenti previsti dalle norme per l'amministrazione del personale dipendente». Per capire quelle norme, e i loro risvolti in busta paga, ecco una guida ad alcune delle voci più frequenti dei cedolini d'Italia.


    a cura di Giovanni Stringa
    06 ottobre 2010



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    Il cadavere scomparso nel lago Falcon

    Corriere della sera


    Una gita trasformata in tragedia divide l'America. Tra una moglie che racconta l'agguato dei pirati. E la polizia messicana che dice: «Senza corpo non si chiude il caso»


    ALLA FRONTIERA USA-MESSICO



    Il lago Falcon al confine tra Messico e Texas
    Il lago Falcon al confine tra Messico e Texas
    TUCSON (Arizona)
    – È diventato il giallo del lago Falcon, un bacino al confine tra Messico e Texas, regione di Zapata. Ed ha per protagonisti David Hartley, 30 anni, e la moglie Tiffany, 29. Pochi giorni fa decidono di fare una gita su due moto ad acqua nel Falcon e si spingono nel settore messicano per andare a vedere delle rovine. La loro escursione è un azzardo, perché la zona è spesso teatro di scorrerie di narcos e pirati. Infatti, la coppia si trova presto nei guai.


    David Hartley e la moglie Tiffany
    David Hartley e la moglie Tiffany
    Tre barche con uomini armati – è la versione di Tiffany – circonda la coppia. La donna e il marito cercano di scappare ma i pirati aprono il fuoco. David rimane colpito, cade in acqua. La moglie cerca di soccorrerlo ma i banditi la costringono a fuggire. Tiffany raggiunge il lato americano e chiede aiuto. Ma ormai c’è poco da fare. Le pattuglie dello Sceriffo conducono un’ispezione nella zona mentre vengono informate le autorità messicane. Le perlustrazioni, però, finiscono in nulla: non si trovano il corpo di David e neppure la sua moto ad acqua. La famiglia della vittima insiste con il Dipartimento di stato perché faccia pressioni sui messicani che non avrebbero preso troppo a cuore il caso. Anzi, il magistrato incaricato dell’indagine avrebbe avanzato dubbi sulla versione raccontata da Tiffany.

    La storia conquista grossi titoli sui media americani. Nei programmi dedicati al crimine si accendono discussioni tra gli esperti: da un lato chi ritiene probabile che David sia rimasto vittima dei pirati, dall’altra quanti ritengono che la vicenda suona un po’ strana. Molte le domande. Se l’uomo indossava il giubbotto salvagente come mai il suo corpo non è stato trovato? L’ha portato via la corrente? O lo hanno preso i predoni? Ma ai pirati – ribatte qualcuno – interessano i soldi e non certo un cadavere, sempre che non vogliano chiedere un riscatto. Ci sono testimoni, chiedono gli scettici, che possono confermare la tesi dell’agguato?
    Tiffany va in tv e difende la sua versione. Al suo fianco anche i parenti del marito. Sono compatti nel chiedere giustizia, invocando l’aiuto del presidente Obama. I messicani negano di aver smesso le ricerche così come di aver sollevato sospetti sulla moglie. Se non si trova il corpo di David sarà però difficile chiudere il caso.
    Per le autorità texane l’episodio non è proprio una sorpresa. Nel corso dell’ultimo anno in almeno due occasioni, pescatori americani sono stati assaliti dai pirati. Secondo lo Sceriffo della zona gli attacchi sono opera di commando dei Los Zetas, una delle organizzazioni legate al traffico di droga, o di qualche gang locale. Gli sconfinamenti e le violenze – compreso quest’ultimo episodio - hanno riacceso le polemiche sulla sicurezza lungo la frontiera, con i politici locali critici nei confronti dell’amministrazione Obama, giudicata troppo debole.



    Guido Olimpio
    06 ottobre 2010



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    Carotaggio nei Campi Flegrei, l'allarme Usa «Se perforate il suolo, rischio eruzione»

    Il Mattino



     

    NAPOLI (6 ottobre) - Allarme internazionale sul progetto di perforazione dei Campi flegrei per ottenere nuove fonti di energia:
    attenzione, c’è il rischio di innescare reazioni a catena, il vulcano potrebbe addirittura esplodere. A lanciare l’Sos due media americani,


    Popular Science e l’autorevole rivista scientifica Nature: il primo con un articolo di Clay Dillow invita i napoletani «a trattenere il respiro» mettendo in guardia contro la possibilità che la trivella intercetti del magma sotto alta pressione perchè - spiega il giornale - teoricamente si potrebbe provocare una eruzione. E Nature non è da meno: nel mirino sempre il magma che secondo la rivista potrebbe causare esplosioni o una serie di piccole scosse di terremoto potenzialmente molto pericolose. Il responsabile del progetto, Giuseppe De Natale, ribadisce però le rassicurazioni già fornite in passato: non c’è nessun pericolo, le trivellazioni non procureranno danni.




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    Battibecco tra la Venier e Marina Ripa di Meana. E Giurato alza la gonna a Mara

    Il Mattino


    ROMA (6 ottobre) - Siparietto al limite del trash ieri pomeriggio alla Vita in diretta: ad aprire le "danze" Marina Ripa Di Meana che si lamenta con Mara Venier percé sul divano dove deve accomodarsi si sta scomodi. La Venier allora gli mostra e gli dice che si deve sedere 'a pizzo'. Giurato non si fa sfuggire l'occasione: chiede la spiegazione della parola e poi si avvicina alla conduttrice e le alza la gonna.




    Marina Ripa Di Meana sale in piedi sul divano de la Vita in diretta di Mara Venier Rai Uno



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    Denuncia bis della Destra: "Sequestrate la casa"

    di Redazione



    Procura, gli esponenti del partito di Storace hanno chiesto di ascoltare Fini la compagna e il cognato. Il nuovo esposto chiede ai pm di convocare anche il broker Walfenzao che partecipò all’acquisto



     
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    di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

    Qualche giorno dopo lo scoop sulla casa di Montecarlo due espo­nenti della Destra di Storace, incre­duli per le rivelazioni choc del Giornale sul pezzo pregiato del pa­trimonio dell’amica-contessa Col­leoni svenduto da An a società off­shore dei Caraibi e poi finito nella disponibilità del cognato del presi­dente della Camera, presentaro­no un primo esposto ai carabinie­ri. Così facendo costrinsero la pro­cura di Roma ad aprire un’inchie­sta per truffa aggravata, inchiesta che ad oggi procede col freno a ma­no tirato con i pm nient’affatto in­tenzionati a interrogare Giancarlo Tulliani, colui che disse a Fini del­la possibilità di vendere l’immobi­le monegasco a una società di sua conoscenza. Adesso gli stessi espo­nenti della Destra, Marco D’An­drea e Roberto Buonasorte, sono tornati alla carica in procura per segnalare, a fini di indagine, quan­to tirato fuori non solo dal Giorna­le dal 27 luglio ai giorni nostri. In quaranta pagine l’integrazione al­la denuncia-querela ripercorre le tante, troppe, anomalie dell’ affai­re politico-immobiliare e chiede di procedere agli interrogatori, co­me persone informate sui fatti, dei fratelli Tulliani (Elisabetta e Gian­carlo), dello stesso Fini, delle per­sone che giurano d’aver visto il pre­sidente della Camera a Montecar­lo, dei testimoni dei lavori nell’ap­partamento di Princess Charlotte (dall’ambasciatore Mistretta al co­struttore Luciano Garzelli fino al restauratore Terrana).

    A VERBALE I DUE TULLIANI E poi chiedono al pm Laviani l’im­mediata audizione a verbale di chiunque abbia avuto a che fare con mobili e cucina presumibilmente acquistati da Fini e compagna nel­l’azienda romana Castellucci (dalla titolare al dipendente di quello stes­so mobilificio che rivelò d’aver visto il presidente della Camera trattare nel centro commerciale). Ovvia­mente la richiesta d’interrogatorio è allargata ai protagonisti «interna­zionali » del pasticciaccio di Monte­carlo, a cominciare dal procuratore James Walfenzao che rappresentò la Printemps Ltd nella compraven­dita dell’immobile di An presente il senatore Francesco Pontone, procu­ratore dalle mille entrature off-sho­re al quale il giovane Tulliani a tut­t’oggi domicilia le sue utenze perso­nali.

    SIGILLI ALL’APPARTAMENTO Per D’Andrea e Buonasorte gliinter­rogatori sono ovviamente prodro­m­ici a focalizzare l’effettivo ruolo ri­coperto da Giancarlo Tulliani, e in subordine quello di Gianfranco Fi­ni, che in due mesi avrebbe dato spiegazioni nient’affatto esaustive se non smentite da successivi ri­scontri documentali e testimoniali. E per evitare che sull’immobile dei misteri vengano compiuti altri scempi gli uomini di Storace chiedo­no l’immediato sequestro preventi­vo «dei beni immobili, beni mobili registrati, universalità di beni mobi­­li, valori ed investimenti finanziari facenti parte del patrimonio devolu­to iure hereditatis dalla fu Anna Ma­ria Colle­oni alla associazione non ri­conosciuta Alleanza nazionale e nei confronti di chi attualmente risulti esserne detentore/amministrato­re, fatta eccezione per i beni che alla data odierna risultassero regolar­mente ceduti a terzi». 

    SOS CASA AI PARIOLI L’istanza viene motivata dal «peri­colo che la libera disponibilità di detti beni» possa aggravare «o protrarre le conseguenze del reato per cui si proce­de. All’uopo si evidenzia che nell’asse ereditario de quo è compreso un ap­partamento di pregio in Via Paisiello, ai Parioli (15 vani) che, come per l’im­mobile sito in Boulevard Princesse Charlotte n. 14 in Montecarlo, risulte­rebbe inspiegabilmente sfitto ed inuti­lizzato da anni, a far tempo dalla suc­cessione testamentaria. Risulterebbe dunque, che il partito An deliberata­mente rinunciava a percepirne i frutti » al contrario di quanto faceva la signo­ra Colleoni «che traeva dalla riscossio­ne del cano­ne locatizio di quell’immo­bile gran parte del suo reddito. In ogni caso,si chiede l’applicazione della mi­sura cautelare reale sull’appartamen­to di Boulevard Princesse Charlotte n. 14 in Montecarlo». La richiesta di se­questro ha la classificazione «urgente» visto che il Corriere della Sera , appena due giorni fa, dava conto che «due in­quiline dello stabile» del Principato avrebbero riferito che«l’appartamen­to oggetto di indagine era stato posto in vendita».

    LA PISTA OFF SHORE Il duo D’Andrea-Buonasorte invita poi il pm a investigare a fondo sul conto corrente cifrato di Giancarlo Tul­liani acceso in una banca di Montecar­lo. L’obiettivo è quello di capire, attra­verso una rogatoria mirata, se su quel riferimento bancario possano essere transitati denari della compravendita o comunque soldi riconducibili a even­tuali trattative di cui Tulliani potrebbe esser stato protagonista. «Non sfuggo­n­o ai sottoscritti denuncianti le difficol­tà in cui incorrerà la magistratura in­quirente nel reperimento delle prove di eventuali condotte criminose, es­sendo coinvolti ed interessati ai fatti og­getto di indagine: società off-shore co­stituite in «paradisi fiscali»già segnala­ti tali dall’Ocse; professionisti e broker tenuti al segreto professionale; alte ca­riche di Stato sia nazionali che interna­zionali; amministratori di società este­re e financo l’Interpol. Tuttavia- scrivo­no i rappresentanti della Destra - si ri­tiene che disponendo gli opportuni ri­scontri sulle movimentazioni banca­rie, si potrebbe dare un valido contri­buto all’accertamento della verità».

    IL CONTO CIFRATO Risulterebbe, ad esempio noto, il nu­mero di conto corrente del Sig. Gian­carlo Tulliani (c/c n. 175 69 00017 900001 presso Campagnia Monega­sque de Banque) per essere impresso su una bolletta (pubblicata dal il Gior­nale ) relativa alla utenza elettrica del­l’appartamento di Montecarlo, inviata presso il domicilio dichiarato dallo stes­so presunto conduttore e cioè, presso la sede in Monaco della Timara Ltd, che coincide con il domicilio monega­­sco del Ssignor Walfenzao, già procura­tore per l’acquirente Printemps Ltd del primo contratto di compravendita del­l’immobile de quo ».  




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    Times Square, ergastolo per Shazad che dice: "Preparatevi alla guerra"

    di Redazione



    Il pachistano si riconosce colpevole e viene condannato all’ergastolo. Organizzò un attentato nel cuore di New York. Dopo la sentenza, le minacce



     


    New York - Faisal Shazad, un pachistano di 51 anni, è stato condannato oggi all’ergastolo per avere organizzato un attentato, fallito, a Times Square, nel centro di New York, il primo maggio scorso.

    Il tentato attentato Shazad, che negli interrogatori ha confessato di aver voluto uccidere almeno 40 persone e che stava progettando un secondo attentato, è stato catturato due giorni dopo l’attentato mentre era a bordo di un aereo sul punto di decollare da New York alla volta del Medio Oriente. Poi ha accettato di collaborare con la polizia. L'uomo ha parcheggiato la sera del primo maggio il suo camioncino carico di esplosivo nella centralissima Times Square, dove c’erano come di consueto migliaia di turisti. Un venditore ambulante ha notato del fumo provenire dalla vettura e ha chiamato la polizia. La vettura non è saltata in aria anche perchè la miscela esplosiva non era stata dosata in maniera giusta. Nel 2009 era stato in Pakistan, nella regione del Waziristan, dove era stato addestrato all’uso degli esplosivi in un accampamento dei talebani. All’inizio del 2010 Shazad aveva ricevuto, sempre dal Pakistan, una somma di 12mila dollari, serviti tra l’altro per acquistare in contanti la vettura di Times Square.

    "Preparatevi alla guerra" Shahzad, appena condannato all’ergastolo, ha minacciato gli americani. Alle parole del giudice - "La condanno al carcere a vita" - Shahzad ha risposto: "Allahu Akbar (Allah è grande). Preparatevi, perché la guerra contro i musulmani non è che cominciata. La sconfitta degli Stati Uniti è imminente". 




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    Video-choc: il ballo del soldato israeliano che umilia la prigioniera palestinese

    Corriere della sera

    Il filmato è stato duramente condannato dall'Anp: «Profondamente offensivo per la dignità della donna»



    MILANO - Nuova bufera sull'esercito israeliano dopo la diffusione di un video in cui una donna con il velo, legata e bendata, viene derisa e molestata da un soldato che improvvisa una danza del ventre. Il militare israeliano, che indossa occhiali da sole, si avvicina più volte strofinandosi alla donna e sussurrandole qualcosa all'orecchio.

    IL FILMATO - All'inizio del filmato accanto a quella che viene definita una «terrorista araba», appare un fumetto con la scritta «Allahu Akbar» in ebraico. Il video è stato duramente condannato dall'Anp che lo ha giudicato «profondamente offensivo per la dignità della donna». «Si tratta della disgustosa immagine della mentalità malata dell'occupante», ha sottolineato in una nota il primo ministro palestinese, Salam Fayyad, che ha parlato di «un incidente non isolato». La diffusione del filmato, rilanciato da una tv israeliana, è arrivata un mese e mezzo dopo la pubblicazione su Facebook delle foto che ritraevano una soldatessa israeliana mentre sorrideva e scherzava accanto ad alcuni palestinesi legati e bendati. La soldatessa, nonostante la dura condanna dell'esercito e dell'Anp, si era difesa spiegando di non capire il motivo di tanto scalpore.

    Redazione online
    05 ottobre 2010

    Tutti i ciclisti si dopano Tanto vale liberalizzare»

    Corriere della sera

    Torri: «C'è sempre la scusa di una nonna o un filetto»



    MILANO - Così fan tutti. «Non c'è giustizia quando su cento ciclisti ce ne sono novantanove che si dopano senza subire conseguenze». Ma proprio tutti. «Ultimamente, tra i corridori che ho interrogato, tutti hanno detto che tutti si dopano».
    A 78 anni (79 tra due settimane), dopo una carriera da magistrato e le ultime quattro stagioni a inseguire furbi in sella alla Procura antidoping del Coni, Ettore Torri può dire (quasi) ciò che vuole. Ma la provocazione riservata all'Associated Press, l'agenzia di stampa americana che ha battuto la concorrenza di tutti i quotidiani italiani raccogliendo le confidenze del più autorevole protagonista di questo gioco a guardia e ladri, fa rumore quando Torri dice che, se non fosse dannoso per la salute, per non creare ingiustizie tra gli atleti, una possibile soluzione sarebbe legalizzare il doping. «Più mi occupo di questa materia e più mi stupisco di quanto il fenomeno sia diffuso e radicato. E temo che non sarà mai debellato perché il doping si evolve in continuazione e in giro ci sono sostanze per le quali non esiste ancora un test. Il doping continuerà ad esistere fino a quando sarà economicamente vantaggioso».


    Torri parla da amante tradito: la passione per la bicicletta l'ha portato a correre, domenica scorsa, una gara a Latina per forensi, dove è arrivato ultimo ipotizzando con gli amici, per scherzo ma non troppo, che tutti gli altri fossero dopati. Torri ha titolo per parlare. È lui che si è occupato dei casi di Ivan Basso, Danilo Di Luca, Alessandro Petacchi e, ultimamente, Riccardo Riccò, fermato al Tour («Senza doping è semplicemente impossibile vincerlo» ha ammesso ieri Bernhard Kohl, terzo alla Grande Boucle 2008 e poi squalificato), fidanzato con Vania Rossi (positiva e poi prosciolta) e «cognato» di Enrico Rossi, arrestato il 21 settembre scorso. È lui che ha bandito per quattro anni Elisa Basso, sorella di Ivan e moglie di Mazzoleni, colpevole di traffico di sostanze illecite. 

    «È il cosiddetto doping di famiglia - commenta Torri -, è incredibile». Se le 50 pillole trovate in casa di Riccò la settimana scorsa dovessero comprendere prodotti vietati, il corridore emiliano rischierebbe la squalifica a vita. «Vedremo quali spiegazioni fornirà: può sempre dimostrare che erano per la nonna. C'è sempre un parente, una nonna o chissà cos'altro». Un filetto, per esempio. L'uomo che ha fatto squalificare Valverde in tutto il mondo è amareggiato, ma non stupito, dal caso Contador. «Attribuire la positività alla bistecca non basta. Deve provarlo». Nove procure indagano sul ciclismo, contemporaneamente, oggi, in Italia: Bergamo, Mantova, Como, Padova, Trento, Perugia, Lucca, Roma e una Procura sarda. Ecco perché arrivare ultimo nella corsa ciclistica dei magistrati, alla fine, è un piccolo titolo d'onore.


    Gaia Piccardi
    06 ottobre 2010



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    Stranieri e integrazione Dietro le nozze forzate ecco i ricongiungimenti






    Molti matrimoni sono combinati per aggirare la legge sull’immigrazione. O per rimpatriare le ragazze ribelli: le ragazze troppo occidentale spedite dai nonni. E non tornano più



     

    Nosheen, la ragazza pachistana, in coma dopo le sprangate del fratello, non voleva sposarsi con un cugino in Pakistan. Il matrimonio forzato era stato imposto dal padre, che ha ucciso a colpi di mattone la madre della giovane di 20 anni schierata a fianco della figlia. Se Nosheen avesse chinato la testa il marito, scelto nella cerchia familiare, avrebbe ottenuto il via libera per emigrare legalmente in Italia.

    La piaga dei matrimoni combinati nasconde anche questo. E altro: tranelli per rimandare nella patria d’origine le adolescenti dove le nozze sono già pronte a loro insaputa; e il business della dote con spose che vengono quantificate in oro o migliaia di euro.

    Non capita solo nelle comunità musulmane come quelle pachistana, marocchina o egiziana, ma pure per gli indiani e i rom, che sono un mondo a parte. «Il matrimonio combinato può essere uno strumento per aggirare i limiti posti dalle quote ed entrare in Italia grazie al ricongiungimento familiare» spiega Mara Tognetti, sociologa dell’Università Bicocca di Milano, che sta dando alle stampe una ricerca sulle adolescenti della migrazione.
    In pratica si organizza un matrimonio per procura fra un uomo nel paese d’origine che vuole venire in Italia e una ragazza immigrata che vive da noi, o viceversa. Oppure si fa tutto in famiglia come nel caso del padre assassino di Novi, in provincia di Modena. Una volta convolato a nozze, il consorte che sta in patria può chiedere il ricongiungimento familiare e il permesso di soggiorno. Non solo: è capitato che dall’Italia si prende moglie anche per telefono. Lo ha fatto un pachistano con l’anima gemella rimasta in patria dall’altra parte della cornetta. L’ambasciata italiana a Islamabad aveva osato rifiutare il ricongiungimento familiare, ma secondo una giudice di Milano l’unione era valida.

    «Quando il matrimonio è combinato solitamente si include nel patto la separazione - rivela la professoressa Tognetti -. In alcuni casi, però, si tratta di unioni in cui la differenza di età fra la ragazza, molto giovane, è alta rispetto al marito ben più anziano. E non c’è alcuna separazione. Pure l’imam di Bologna ha denunciato questo fenomeno».

    Sempre nella zona di Modena la Gazzetta locale ha intervistato ieri una marocchina, che si è rifiutata di sposare un cugino di quarant’anni più vecchio. L’obiettivo era farlo venire in Italia. E col Pakistan l’andazzo dei matrimoni combinati oppure obbligati va per la maggiore, grazie a una comunità di 55.371 persone.

    Un altro aspetto inquietante è la «sparizione» delle ragazzine islamiche nell’età della pubertà registrato a Bergamo, Brescia, Milano, ma pure in Veneto ed Emilia-Romagna. «Dagli operatori sociali sul territorio e in particolare dagli insegnanti - osserva Tognetti - abbiamo ricevuto segnalazioni che dai 12 anni in su le bambine vengono rimandate al paese di origine per sposarsi o per crescere secondo determinate regole».
    Il timore è la «contaminazione» con gli stili di vita e i valori occidentali. «Esistono anche casi di rimpatri con il tranello, o comunque forzati. Una volta arrivate a destinazione le adolescenti si trovano di fronte al matrimonio già pronto», denuncia la sociologa. Le scuse per far cadere in trappola le promesse spose sono la malattia dell’anziana nonna oppure una vacanza. Lo scorso anno una studentessa pachistana e una egiziana, bravissime a scuola, non sono tornate sui banchi del liceo. Erano partite per un viaggio estivo nei paesi d’origine, dove hanno trovato tutto organizzato per le nozze.
    Negli Stati Uniti ci sono stati genitori che hanno costretto le figlie a tornare in Pakistan per sposarsi con la pistola alla schiena. «Mio padre me l’ha detto chiaro: se scappi ti ammazzo - racconta Sarah una giovane pachistana scampata all’ingrato destino -. Avevo solo 15 anni e voleva farmi sposare un uomo in Pakistan». Tante ragazze come lei che vivevano in grandi città come New York o nella moderna Inghilterra sono state picchiate, drogate e portate a forza nella patria d’origine per sposarsi. Lo scorso sono state 300 le richieste all’ambasciata inglese di rimpatrio dal Pakistan per le spose obbligate con passaporto britannico.
    Ora però molte ragazze musulmane che si sono ambientate nel nostro paese cominciano a ribellarsi. «Prima devo lavorare, ma di sicuro sposerò un pachistano e lo porterò in Italia. Però lo sceglierò io», dice un’immigrata di 16 anni intervistata per la ricerca dell’Università Bicocca. Un’altra ragazzina pachistana ha accettato di maritarsi con un connazionale, che però sta in Inghilterra e non nella patria d’origine. Un ragazzo moderno e «poi tutti e due verremo a vivere in Italia», spiega la giovane.
    Il matrimonio combinato o forzato è spesso un affare gestito dalle donne della famiglia. Oltre alle tradizioni e al Corano, le madri delle spose imposte stanno molto attente alla dote. Si stabilisce prima e si quantifica spesso con regali in oro.
    Discorso diverso per la comunità rom, dove la mercificazione delle spose bambine è la norma. Lo scorso anno un gruppo di bulgari è finito in manette perché portava in Italia ragazze minorenni per venderle ai clan nomadi. Non solo come spose, ma anche come ladre abili nei borseggi e nei furti nelle case. I «mediatori» acquistavano le minori dalle famiglie di origine per circa 1.000 euro e la promessa di un matrimonio obbligato. E poi rivendute ai loro sposi dei clan nomadi per un cifra dieci volte superiore.

    www.faustobiloslavo.eu



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