venerdì 8 ottobre 2010

Disabile sfonda la porta dell'ascensore con la carrozzina e cade nel vuoto: morto

Il Mattino

 

SEUL (8 ottobre) - Una donna aveva evitato di farlo salire in ascensore, lasciandolo con un palmo di naso. Così un coreano costretto su una sedia a rotelle del tipo dotato di motore, preso dalla rabbia, ha iniziato ad investire con la sua carrozzina le porte dell'ascensore. Il destino ha però voluto che le porte si aprissero, e l'uomo è caduto da un'altezza di quasi sei metri: caduta che gli è stata fatale. L'incidente è avvenuto a Daejon, in un centro commerciale, lo scorso agosto, ma il video delle videocamere a circuito chiuso è stato rilasciato e pubblicato sul web soltanto ieri.

Napoli, abusò di una 15enne in auto «La curia non ha rimosso il prete»

Il Mattino



NAPOLI (8 ottobre) - Abusò di una quindicenne ma continua ad esercitare la funzione di parroco, in altra sede. E' l'accusa che lanciano oggi i Verdi e il loro commissario regionale, Francesco Emilio Borrelli.
«Il parroco di San Giorgio a Cremano che a luglio fu trovato dalla polizia durante un rapporto sessuale con una 15enne, in un'area di sosta della tangenziale, risulta ancora in attività religiosa. Dal sito internet della Chiesa di Napoli non è stato cancellato neanche il suo nome»: lo affermano in una nota il commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli ed il presidente dell'associazione antipedofilia Vincenza Calvi.


«Diversi fedeli, infatti, ci hanno segnalato che attualmente opera in una chiesa di Napoli dove celebra messa e addirittura matrimoni. Se la notizia fosse confermata la vicenda sarebbe di una gravità incredibile, per questo abbiamo chiesto chiarimenti alla Curia anche perchè il nome del Sacerdote risulta ancora inserito nel sito internet ufficiale della Chiesa di Napoli.


Già il suo mancato arresto all' epoca dei fatti - continuano Borrelli e Calvi - ci indignò visto che la legge lo rende obbligatorio in fragranza di reato. Adesso se questo parroco non è stato giudicato da nessun tribunale e addirittura ha ripreso la sua attività sarebbe uno scandalo».





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Napoli, bunker, covi e cunicoli: sotto inchiesta gli operai della camorra

Il Mattino



NAPOLI (8 ottobre) - Passaggi segreti, vani a scomparsa, tunnel collegati alla rete fognaria o cunicoli scavati nel cemento per centinaia di metri fino alla via fuga. I rifugi dei latitanti della camorra sono dei veri e propri bunker.
Che siano in aperta campagna o in pieno centro cittadino, in ville extralusso o in modesti appartamenti di quartieri popolari. Protetti da sistemi di videosorveglianza, con porte blindate o metal detector, sempre dotati di una scorciatoia per le evasioni dell'ultimo minuto.

Ma chi realizza questi covi? Chi sono gli «operai della camorra»? Le indagini avviate dall'Antimafia per dare risposta a queste domande non sono semplici. «È ipotizzabile una rete di persone non organicamente inserite in organizzazioni camorristiche - spiega il procuratore aggiunto della Dda, Alessandro Pennasilico - che si prestano ad eseguire questi lavori per conto dei boss latitanti. Non è detto che facciano parte del sistema: lavorano per timore, per omertà, per soldi».


Fra le scoperte più recenti, finite al centro di un'inchiesta, c'è la rete sotterranea di cunicoli che attraversa Scampia. Centinaia di metri creano percorsi alternativi, diramandosi in più direzioni, dotati di sistemi di videosorveglianza, di impianti di illuminazione e aria condizionata. Conducevano a stanzette blindate, arredate con un materasso e playstation per riposare e ingannare il tempo. La scoperta è arrivata con l'arresto di Giuseppe Bastone, latitante di spicco del clan degli scissionisti stanato un anno fa a Scampia. Il suo covo era un monolocale dotato di tutti i comfort, accessibile attraverso una botola e oltrepassando una porta di acciaio, e collegato a un tunnel di circa duecento metri che terminava in aperta campagna, stretto e basso da poter essere percorso solo carponi o sdraiandosi con la pancia su uno skateboard.


Le maestranze al servizio dei clan sembrano ispirarsi tutte a simili criteri di architettura. Il rifugio dove si pensava potesse nascondersi Marco Di Lauro, il figlio ancora imprendibile del famigerato boss «Ciruzzo 'o milionario», non era di fatto diverso da altri covi. L'appartamento era al rione dei Fiori, nel cuore di Secondigliano: quando le forze dell'ordine fecero irruzione, il latitante aveva già preso la fuga perdendosi in meandri sotterranei. Uno degli ultimi nascondigli, prima della sua cattura, di Giuseppe Setola, il boss stragista dei casalesi, era un'abitazione con tanto di tunnel che, attraverso una botola nel cortile condominiale dello stabile, permetteva di fuggire per le vie della rete fognaria.


Nel cuore di Napoli, invece, il boss Vincenzo Mazzarella viveva in una casa-bunker al primo piano di un palazzo al civico 2 di una stradina del rione Luzzatti. I suoi ex gregari, passati a collaborare con la giustizia, ne hanno dato una descrizione dettagliata. «L'ingresso è come quello di una banca. C'è una specie di bussola formata da una doppia porta di cristallo blindata, in questo modo chi si trova all'interno della casa può vedere chi entra e decidere se aprire o meno», raccontò agli inquirenti il collaboratore di giustizia Gennaro Lauro, cognato dell'ex boss Salvatore Giuliano.


Telecamere, porte blindate, metal detector, nascondigli mimetizzati in quartieri popolari e popolosi e realizzati in un silenzio complice che le organizzazioni criminali comprano con il denaro o con la logica dell'intimidazione e della paura. Lo stesso timore che, in molti quartieri della città - da Secondigliano e Scampia, ai Quartieri Spagnoli - induce i residenti ad abbassare lo sguardo di fronte a una ruspa in azione su un suolo pubblico, a cancelli montati per chiudere strade e vicoli. La camorra blinda i suoi covi ma anche le basi di spaccio spadroneggiando in condomini e in interi rioni, installando sbarre, dissuasori, cancelli di ferro ovunque insedi i propri traffici illeciti. E si serve di operai complici anche per blindare le auto o trasformare motorini in sicuri mezzi di trasporto di partite di droga. Maestranze di camorra, un filone ancora aperto.


Viviana Lanza





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Caso Orlandi, pm Roma: "La Banda della Magliana è a conoscenza di tutto"

di Redazione


Al vaglio dei pm di Roma attività passate e presenti dell’organizzazione: "Siamo convinti che la Banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi".  Nella rete degli "osservati" è finito Manlio Vitale


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Roma - "Siamo convinti che la Banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi". Per far luce sulla sua scomparsa, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare degli accertamenti, insieme con il sostituto Simona Maisto, sulla sparizione (giugno 1983) della figlia di un dipendente del Vaticano, stanno monitorando attività passate e presenti dell’organizzazione.

Le mosse dei pm di Roma "Faremo altrettanto anche per quelle future degli ex appartenenti, di coloro che facevano parte di questa holding criminale", spiega Capaldo. Nella rete degli "osservati", secondo quanto si è appreso, è finito Manlio Vitale, 61 anni, noto come "Er Gnappa", arrestato il 3 ottobre scorso a Caserta, con altre sei persone, durante un tentativo di assalto al caveau di una banca. Quell’indagine, tra l’altro, potrebbe finire per competenza al vaglio della procura di Roma. Il monitoraggio di Vitale, già ritenuto legato a Enrico De Pedis ed a Maurizio Abbatino, scaturirebbe dalle testimonianze, tra gli altri, di Maurizio Giorgetti, 56 anni, ex esponente dell’estrema destra romana il quale, sentito a proposito del caso Orlandi, affermò di aver ascoltato due esponenti della Banda della Magliana mentre parlavano del rapimento della ragazza in un ristorante. L’ipotesi prospettata da Giorgetti è che il rapimento di Emanuela potrebbe essere stato attuato con l’obiettivo di recuperare danaro appartenuto a Vitale.





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Napoli, immigrati spazzano i giardinetti I netturbini pagano con un euro e sigarette

Il Marrino





di Luigi Roano


NAPOLI (8 ottobre) - «Gli italiani non puliscono dove siamo noi». L’accento è inconfondibile, di immigrati del nord Europa, sentirli parlare è un po’ come sentire Zeman, lo slang è quello ma c’è poco da ridere. Perché non siamo a «Quelli che il calcio» e la denuncia è pesante, vagamente razzista e molto irritante in una città come Napoli abituata da sempre a confrontarsi con gente di altri mondi. E ad accoglierli con dignità.

«Ci danno un euro, un pacchetto di sigarette, una scopa e lo facciamo noi». Di che si tratta? Il fatto è molto semplice nella sua straordinarietà. A Piazza Cavour i giardinetti e i vialetti vengono ramazzati da questi clochard che vengono pagati da netturbini di Asìa. La precisazione è d’obbligo: l’azienda per l’igiene urbana non c’entra nulla e ci mancherebbe altro. Si tratta - diciamo così - di malcostume di alcuni suoi dipendenti che subappaltano un lavoro che dovrebbero fare loro «per un euro, o un pacchetto di sigarette e qualche volta un cappuccino». I nomi dei clochard? Inutile chiederli e non vale nemmeno la pena insistere. È povera gente che al dramma di una vita certo non bella deve aggiungere l’offesa di pulire per un euro laddove «gli italiani non vogliono pulire».

L’andazzo va avanti da tanto tempo e la gente del posto sa bene di cosa si tratta. Tutte le mattine, tra le 6,30 e le 7 netturbini e clochard si incontrano. Quelli in divisa comunale danno le ramazze e vanno al bar, sorseggiano caffè e si divertono a vedere fare ad altri un lavoro che dovrebbe essere fatto da loro.

E quando non sono soddisfatti non pagano o pretendono che ci sia il «ripasso». Perché controllano e verificano che tutto sia come debba essere. In parole povere ottengono la ripetizione del lavoro. Verrebbe da dire che si spiega così perché la piazza è sempre pulita mentre tutte le strade adiacenti in carico ai netturbini invece sono sporche.

Gli invisibili sono uomini e donne e la notte sono ospiti della comunità «La Tenda» in via Sanità. Storica struttura fondata negli anni ’80 da don Antonio Vitiello che si occupa principalmente del recupero dei tossicodipendenti ma con il crescere dei flussi migratori ha aperto le porte a chi non è cittadino italiano e non ha un tetto sulla testa. Queste persone alle 6 devono lasciare la comunità e i giardinetti diventano la loro casa. Lì trascorrono tutto il tempo fino a quando non fa sera e possono ritornare in comunità.

«Io non voglio parlare più di questo - dice Goran, o almeno così sostiene di chiamarsi - perché italiani hanno ragione a non pulire dove ci fermiamo per tutto il giorno. Se si offendono non ci danno nemmeno l’euro». Minacce o lavaggio del cervello?

Ma cosa fanno tutto il giorno in piazza queste persone senza fissa dimora? Giocano a carte, chiedono la carità, puliscono i vetri delle auto. Difficile immaginare che sporchino molto. La loro zona è compresa fra le due stazione del metrò. Quella della linea due e la uno, ovvero Piazza Cavour e Museo. Sono almeno una cinquantina. Non tutti naturalmente sono subappaltati dai netturbini, ma una buona parte sì.

Detto dei clochard vale la pena ricordare da quante unità è composto l’esercito dei netturbini: in Asìa sono in servizio oltre 800 addetti allo spazzamento e la città, per ammissione degli stessi vertici di Asìa, ha sempre il problema delle strade sporche. Che qualcosa non sia esattamente a posto su questo fronte in Asìa lo sanno bene, tanto che sta crescendo il numero delle ispezioni e di conseguenza anche le sanzioni contro gli operatori. Vale a dire che in azienda non tutti sono ligi al proprio dovere, anzi. E uno dei pochi posti che risulta essere ramazzato con regolarità è proprio la zona dei giardinetti di Piazza Cavour. «Al costo di un euro, un pacchetto di sigarette e a volte un cappuccino».




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Spie e talebani tra le fila dei contractors

Corriere della sera


Scandalo in Afghanistan: uomini vicini alla guerriglia assunti e pagati dalle aziende chiamate dal Pentagono



WASHINGTON – Lo scandalo ha dell’incredibile. Tra le guardie delle basi militari e dei convogli militari in Afghanistan assunte dai contractor privati del Pentagono vi sono talebani, spie iraniane, miliziani dei signori della guerra, narcotrafficanti, criminali e via di seguito. Che non solo vengono stipendiati, ma sovente ricevono anche ingenti bustarelle per garantire la sicurezza delle basi e dei convogli stessi. Così in pratica il Pentagono finisce per finanziare indirettamente gli insorti, ed esporre i soldati americani ad attacchi e attentati dall’interno, come è già avvenuto.


MR. WHITE E MR. PINK - Lo ha scoperto la Commissione alle forze armate del Senato nel corso di una lunga inchiesta sui 26 uomini dei contractor privati. I casi più clamorosi denunciati dalla Commissione in un rapporto riguardano la base di Shindad presso Herat nello Afganistan occidentale e la base di Adraskan in una zona contigua. A Shindad l’Armor group, un contractor inglese, assoldò all’inizio del 2007 due capi milizie di cui il Pentagono non conobbe mai il nome, ribattezzati Mr. White e Mr. Pink da un film di gangster di Quentin Tarantino. Nel corso di un anno e mezzo, oltre a fomentare la guerriglia contro gli Stati Uniti, i due combatterono l’uno contro l’altro.

Alla fine, Mr. Pink uccise Mr. White, e passò ai talebani. Ma l’Armor group non licenziò i suoi uomini, né quelli di Mr. White. Anzi affidò questi ultimi a Mr. White 2, il figlio. Un brutto giallo, che sfociò in una strage. Nell’agosto del 2008, la Dia, il servizio segreto del Pentagono, apprese che ad Aribazad, presso Shindad, era in corso una riunione dei leader talebani. Il villaggio venne bombardato, e si scoprì che Mr. White 2, che morì sotto le bombe, stava incontrando il Mullah Sadeq. Una operazione proficua, che eliminò alcuni capi guerriglia e che costrinse l’Armor group a cambiare molte guardie. Ma il bombardamento fece anche 90 vittime circa tra i civili, scatenando un’ondata d’antiamericanismo in parti dell’Afganistan e spingendo il presidente afgano Hamid Karzai a prendere le distanze dal Pentagono.



SPIE E SOLDATI - Ad Adraskan, dove la Eod Technology, un noto contractor americano, presidiava la base con forze locali, non ci furono perdite di vite umane. Ma sempre la Dia si accorse che alcune guardie erano spie iraniane, e altre informavano i talebani dei movimenti delle truppe Usa. Secondo il rapporto della Commissione del Senato, casi analoghi si verificarono e si verificano ancora altrove. Attualmente, per evitarlo, afferma il rapporto, i contractor assumono soldati e poliziotti afgani. Una prassi egualmente nociva, perché assottiglia le fila delle forze addestrate dal Pentagono, e ritarda il giorno in cui esse potranno stabilizzare il Paese.



«DOLLARI AL NEMICO» - Il capo della Commissione, il senatore democratico Carl Levin, ha protestato che è scandaloso che i contractor non vengano controllati dal Pentagono, e ha chiesto che ne sia subito ridotto il numero: «Il nemico intasca dollari Usa - ha ammonito - e i nostri ragazzi corrono più pericoli». Il ministro della difesa Robert Gates ha risposto di avere preso già provvedimenti: «Gli insorti non riceveranno più aiuti del genere» ha assicurato. Il “boom” dei contractor in Afganistan, come quello precedente in Iraq, è un’eredità dell’amministrazione Bush. Per non mandare molti più uomini al fronte, cosa a cui l’America si sarebbe opposta, Bush creò veri eserciti paralleli di guardie private.



Ennio Caretto
08 ottobre 2010



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L'autopsia su Sarah: è stata strangolata Striscione: «Pena di morte a zio animale»

Corriere della sera

 

I medici devono ancora accertare la violenza sessuale
La cugina: «Non ho mai dubitato di papà»

 

AVETRANA (Taranto) - La conferma arriva dall'autopsia: Sarah Scazzi, la giovane uccisa dallo zio lo scorso 26 agosto, è stata strangolata. Resta da accertare se - come confessato dall'omicida, Michele Misseri - sia stata anche violentata dopo la morte. E insieme alla conferma arriva la rabbia per un omicidio bestiale. Davanti alla casa di Sarah è apparso questo striscione: «Pena di morte per lo 'zio' animale». E' stato portato dalla madre di uno dei compagni di scuola di Sara. «È una mia iniziativa personale - ha detto ai giornalisti - perchè sono mamma di due figli della stessa età di Sara». Dall'abitazione della famiglia Scazzi, poco fa, è uscito Claudio, il fratello maggiore di Sara, che non ha voluto rispondere alle domande dei cronisti.


L'AUTOPSIA - Intanto i medici sono al lavoro. «È trascorso troppo tempo da quando Sarah è stata uccisa e gettata nel pozzo - spiega il professor Luigi Strada, direttore dell'istituto di medicina legale dell'Università degli Studi di Bari. - Per questo motivo ho fatto dei prelievi e dei tamponi per chiarire l'aspetto della violenza sessuale. Per quanto riguarda il resto, confermo che sul collo della ragazza abbiamo trovato dei segni di strangolamento». A una precisa domanda sull'aspetto del corpo di Sarah, il medico aggiunge: «Il volto è sfigurato, sul corpo ci sono segni di putrefazione avanzata. La permanenza nell'acqua ha danneggiato i tessuti, Sarah è irriconoscibile. Per questo ho consigliato, anzi quasi obbligato, la madre a non vederla. Le ho spiegato che la cosa migliore è mantenere il ricordo, l'immagine di sua figlia com'era in vita».

IN ISOLAMENTO - Dopo aver confessato il delitto, Michele Misseri, 57 anni, è adesso rinchiuso in una cella del carcere di Taranto, in isolamento. Per l'uomo, sabato, è previsto l'interrogatorio di garanzia, trascorse le 48 ore dal fermo, scattato la sera di mercoledì dopo la confessione che ha portato alla scoperta del luogo dove era stata nascosto il corpo della 15enne. Misseri avrebbe anche raccontato di aver bruciato la corda con la quale ha strangolato la nipote. L'uomo ha detto agli inquirenti che nel garage in cui ha attirato la nipote aveva a disposizione diversi tipi di corde. Nel momento in cui ha deciso di uccidere la ragazza, Misseri ha detto di aver afferrato la prima corda a disposizione con la quale ha strangolato la quindicenne.

LA MADRE - Secondo quanto afferma l'avvocato Nicodemo Gentile, uno dei due legali della famiglia Scazzi, «la mamma di Sarah obiettivamente non ha mai sospettato nell'ambito familiare del signor Michele e delle nipoti». «Da quello che ci risulta Sarah è morta nel garage - aggiunge. - Sicuramente quel luogo sarà oggetto, o lo è gia stato, di attenzione degli investigatori o probabilmente non c'è bisogno perché la dinamica è già chiara. Noi non conosciamo il contenuto della confessione».«Noi siamo convinti - prosegue l'avvocato - che gli altri non si siano accorti di quello che accadeva in garage in quel momento. Sarebbe grave se qualcuno avesse visto entrare Sarah in garage e ha taciuto una circostanza così importante. Sarà da chiarire il movente, se possibile. Ce lo dirà l'autopsia che stabilirà se ci sia stata violenza carnale o un tentativo, per noi è molto importante». L'altro legale della famiglia, Walter Biscotti, ha poi annunciato che «la madre di Sara ha deciso che i funerali della figlia siano religiosi». Rispondendo alle domande dei giornalisti, il legale ha aggiunto che, per la data delle esequie, bisognerà aspettare il nulla osta dalla Procura della Repubblica di Taranto.


IL PADRE - Parla anche il padre di Sarah, Giacomo Scazzi: «Non ho mai avuto il sospetto di mio cognato Michele - dichiara ai microfoni di «Studio Aperto-Live» dopo essere atterrato all'aeroporto di Brindisi - e non ho mai parlato con lui in questi giorni... avevo sempre una speranza... ora sto male e basta...». «Quando ho sentito Sarah l'ultima volta? Il 26 - dice ancora - e mi disse che stava andando al mare».


LA RABBIA - Il paese di Avetrana, che ha appreso la verità sulla sorte di Sarah 42 giorni dopo la notizia della scomparsa, si è stretto intanto intorno alla famiglia della vittima, con in testa i compagni di scuola della studentessa quindicenne. I ragazzi si sono radunati giovedì davanti all'abitazione di Sarah, si sono abbracciati, hanno pianto e hanno scritto su tre cartelloni l'addio «a un piccolo angelo». Poi, all'improvviso, hanno cambiato destinazione e sono andati a casa di Michele Misseri, «lo zio assassino, la bestia, che ci fa schifo e che deve avere l'ergastolo» (ma un coro chiedeva la pena di morte). Davanti a casa Misseri, c'è stato anche qualche momento di tensione con alcuni amici che sono andati a visitare la moglie Cosima e le figlie Sabrina e Valentina: pochi attimi e poi i ragazzi sono andati via. Il dolore di Avetrana però non finisce e il sindaco, Mario De Marco, ha annunciato il lutto cittadino in occasione dei funerali. L'amministrazione comunale ha già chiesto al parroco, don Dario De Stefano, che gli stessi funerali si svolgano «in uno spazio più grande», al campo sportivo o al palazzetto dello sport.

SMS - Sabrina, la figlia di Misseri, torna intanto a dire la sua. E lo fa tramite un sms inviato a un giornalista della trasmissione di Rai 1, «La Vita in diretta»: «Mio padre è stato un padre esemplare e non ha mai abusato di noi». In un altro messaggio, Sabrina aggiunge: «Non ho mai detto che mio padre l'ha portata via (come risulterebbe, secondo quanto trapelato in precedenza, da un'intercettazione ambientale fatta ascoltare anche all'omicida) perché, in 42 giorni, non ho mai dubitato di lui. Ho cominciato a farlo da stanotte». La giovane ha anche precisato che la madre «non ha mai detto che Michele deve morire, ma che deve pagare».


«NON DEVE PIU' ESISTERE» - «L'unica cosa che dovrebbe fare - commenta invece Claudio Scazzi, fratello di Sarah - è suicidarsi. In qualunque modo, basta che la faccia finita». «Se si suicida fa l'unica cosa giusta della sua vita - dice il giovane nel corso della trasmissione "La vita in diretta" - si mette a pari col disastro che ha combinato». «Non deve più esistere» conclude.

LA SCHEDA SIM - Il telefonino di Sara fatto ritrovare il 29 settembre dallo zio era privo di batteria ma aveva all'interno la scheda Sim, contrariamente a quanto si era saputo nei giorni scorsi. Lo si è appreso da fonti investigative. La presenza della scheda Sim ha consentito agli investigatori di controllare sino all'ultimo traffico telefonico in entrata e in uscita del cellulare della ragazza. Non si sa se dall'esame della scheda, oltre che dei tabulati telefonici siano emersi anche elementi decisivi per arrivare sulle tracce dello zio.

 

Redazione online
08 ottobre 2010

Nobel a un dissidente, schiaffo alla Cina Il premio per la pace a Liu Xiaobo

Corriere della sera

 

OSLO - Il premio Nobel per la pace 2010 è stato assegnato al dissidente cinese Liu Xiaobo. Confermate dunque le previsioni della vigilia, nonostante le pressioni di Pechino. Del resto, prima dell'annuncio ufficiale, lo stesso comitato norvegese aveva affermato che si sarebbe trattato di una «scelta da difendere». Il governo cinese, che al momento si limita a «prendere atto» dell'assegnazione, aveva dichiarato in precedenza che una decisione del genere avrebbe avuto ripercussioni negative sui rapporti tra la Repubblica popolare e la Norvegia. Il comitato del Nobel ha reso noto che Liu Xiaobo non è stato informato. Il primo governo a commentare la notizia è stato quello francese: il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha chiesto l'immediata liberazione del dissidente.

LE MOTIVAZIONI- «Durante gli ultimi decenni - si legge nelle motivazioni - la Cina ha fatto enormi progressi economici, forse unici al mondo, e molte persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha raggiunto un nuovo status che implica maggiore responsabilità nella scena internazionale, che riguarda anche i diritti politici. L'articolo 35 della Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono delle libertà di associazione, di assemblea, di manifestazione e di discorso, ma queste libertà in realtà non vengono messe in pratica». Per oltre due decenni, continua il Comitato del Nobel, «Liu è stato un grande difensore dell'applicazione di questi diritti, ha preso parte alla protesta di Tienanmen nell '89, è stato tra i firmatari e i creatori del Manifesto 08 della democrazia in Cina. Liu ha costantemente sottolineato questi diritti violati dalla Cina. La campagna per il rispetto e l'applicazione dei diritti umani fondamentali è stata portata avanti da tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di questa lotta».

LA POLIZIA- E mentre in Cina è stata interrotta la trasmissione in diretta della rete televisiva Bbc sull'annuncio del Nobel, davanti all'abitazione di Liu si è subito radunata una folla di giornalisti e cameraman. Anche la polizia si è recata nell'abitazione del premio Nobel. Gli agenti hanno impedito a Liu Xa, la moglie del neo premio Nobel, di parlare con i giornalisti. Lo riferisce l'emittente tv norvegese Nrk. Un corrispondente di Nrk ha riferito di trovarsi di fronte alla casa della coppia in Cina, ma di non poter parlare con la donna. Secondo quanto riferisce «Mingbao», quotidiano di Hong Kong, però, la donna ha affermato che «questo premio è un riconoscimento per il lavoro svolto da mio marito per l'affermazione dei diritti umani nel nostro Paese».

IL PROFILO- Liu Xiaobo sta scontando una condanna ad 11 anni di carcere per «istigazione alla sovversione». Liu, che già aveva trascorso lunghi periodi in galera, è stato accusato di essere tra i promotori di Carta08, il documento favorevole alla democrazia che è stato firmato da oltre duemila cittadini cinesi. Liu era stato arrestato alla fine del 2008 ma la condanna gli fu inflitta nel giorno di Natale del 2009, probabilmente nella speranza di ridurre la copertura dei mezzi d'informazione occidentali.

 

Redazione online
08 ottobre 2010

Perquisizioni al Giornale per minacce a Marcegaglia, Feltri: storia senza senso

Il Mattino



ROMA (8 ottobre) - «È ufficiale, siamo considerati delinquenti». Inizia così l'editoriale di Vittorio Feltri sul Giornale il giorno dopo la perquisizione nella sede del quotidiano per presunte minacce alla presidente della Confindustria Emma Marcecaglia.

Il sospetto dei pm di Napoli, che hanno disposto una
perquisizione nella sede de Il Giornale e nelle abitazioni del direttore Alessandro Sallusti e del vice Nicola Porroi, è che il quotidiano stesse progettando un'attività di dossieraggio nei confronti della leader degli industriali italiani, che nelle scorse settimane aveva criticato il premier Silvio Berlusconi. L'ipotesi è emersa da alcune intercettazioni di sms e di conversazioni tra Porro e un collaboratore della imprenditrice. Sallusti e Porro risultano indagati per violenza privata nei confronti della Marcegaglia.

Feltri parla di «storia senza senso» e si chiede: «Vuoi
vedere che i maledetti dossier, di cui tutti discutono, esistono soltanto nella fantasia ipereccitata dei nostri numerosi detrattori? Esatto,
è proprio così. Involontariamente la Procura di Napoli lo ha dimostratò. Sulla vicenda oggi intervengono con due articoli anche il direttore Alessandro Sallusti e il vicedirettore Nicola Porro, che risultano indagati per violenza privata nei confronti del presidente di Confindustria contro cui, secondo la ricostruzione degli inquirenti, si stava preparando una campagna di stampa simile a quella condotta dal Giornale sull'affaire della casa di Montecarlo.

Sallusti parla di "stupro giudiziario a spese del
contribuente" e sottolinea: «Nell'ordinanza di perquisizione mi si cita una sola volta come autore di un articolo pubblicato il 16 settembre su Emma Marcegaglia. È vero, l'ho scritto. Il giorno prima la presidente di Confindustria ci aveva attaccato pubblicamente dichiarando che era ora di smetterla con l'inchiesta sulla casa di Montecarlo. Insomma sono stato indagato, umiliato e diffamato per aver scritto in difesa della mia libertà di pubblicare
articoli sul caso Montecarlo». Nel suo articolo, Porro sottolinea il rischio di «andare in galera per una battuta nei toni, nella sostanza, nella pratica».





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Il racconto agghiacciante dello zio orco: «Mi dovete credere, non ha sofferto»

Il Mattino



di Nino Cirillo

AVETRANA (8 ottobre) - Michele Misseri, l’orco, ha alzato gli occhi, ha guardato in faccia il maresciallo Bardaro e ha deciso che per lui era finita: «Va bene, vi porto laggiù...». Senza una lacrima, senza un sospiro, laggiù verso la cisterna di campagna che aveva trasformato nella tomba di Sarah. Saranno state le dieci e mezzo di sera, stava per iniziare la più buia delle notti nonostante le stelle, le indagini sulla scomparsa di questa ragazzina si stavano avviando verso l’epilogo forse meno previsto e anche il più crudele.

Sirene, lampeggianti, furgoni mortuari, tutti insieme e tutti con una stretta al cuore su un lungo tratturo, almeno un paio di chilometri all’interno della strada provinciale che da Avetrana porta a San Pacrazio, terre di vigne ma in un recente passato anche di Sacra Corona Unita. Si son fermati tutti in un punto all’apparenza “pulito”, perché l’Orco aveva coperto la tomba di Sarah con pietre e foglie, ci si poteva perfino camminare sopra senza accorgersene. Ma lui ha dato l’alt: «È lì».

È iniziata così la più complicata delle operazioni di recupero: l’ingresso della cisterna era strettissimo, recuperare il corpicino attraverso quell’ingresso avrebbe significato procurarle un altro scempio. La cisterna, così, è stata rimossa per intero dal terreno con uno scavo tutto intorno profondo almeno quattro metri: all’alba i poveri resti di Sarah Scazzi, 15 anni appena, pazza per Facebook e per il mare, alunna della II A dell’Istituto Alberghiero di Maruggio in un anno scolastico che non è riuscita mai a iniziare, trovavano finalmente posto in una bara.

Dicono che siano passati quarantadue giorni da quando Sarah non c’è più, ma per questa gente, per queste facce, per questi vicoli terrosi, è come se fosse passata una vita. E il fatto che il mostro sia in carcere, che lo zio Michele non possa piu nuocere a nessuno, non possa stritolare altre giovani vite non li rassicura, anzi li tormenta ancor più. Uno di loro, un contadino, l’uomo che la mamma di Sarah decise di assolvere con troppo anticipo: «Di lui mi fido».
Se ne fidava anche Sarah, altrimenti non si sarebbe presentata in shorts e ciabattine, scattante e felice come può essere uno spicchio di fine estate a quell’età, e non si fosse fatta irretire da lui, prima di salire in casa dalla cugina che l’aspettava. A questo punto si sa tutto, anche il minuto spaccato: erano le 14.40 di giovedi 26 agosto.

Si sa tutto perché lo racconta Michele Misseri, 57 anni , senza un precedente penale, senza nessun episodio del suo passato che possa accusarlo, e lo fa mettere a verbale: «L’ho presa da dietro e l’ho strangolata con la fune che uso per riparare il trattore». Il verbale è secretato per una decisione presa dalla Procura di Taranto, che forse attiene alla giovanissima età della vittima, ma chi l’ha letto e ne ha conosce i passi decisivi afferma che è un capitoletto condensato di lucidità, di follia, di violenza, di morte.

«È stato un raptus» racconta lo zio Michele, e infatti la Procura per ora formula solo l’omicidio volontario, senza premeditazione. Ma pochi gli credono. Perché se un impeto fosse stato, il suo, non avrebbe sistemato la vecchia Seat Marbella rossa con il muso davanti proprio per caricare il corpo indisturbato nel buio della cantina, non sarebbe filato dritto senza perdere un attimo verso quella cisterna maledetta e non avrebbe commesso sul posto la più sudicia, la più disgustosa, la più indicibile delle violenze: una violenza su Sarah già morta. Ha trovato perfino il coraggio di raccontarlo, e non ha lesinato particolari.

Tutti i tasselli vanno in queste ore al loro posto con una velocità agghiacciante. Oggi si sa che alle 15.25 di quel 26 agosto lo zio Michele riaccende il suo telefonino e che la cella dei tabulati dice espressamente «San Pacrazio» e non «Avetrana». Gli uomini della squadra di Polizia giudiziara della Procura, quelli che hanno dato il vero impulso alla fase decisiva delle indagini -insieme ai legali della madre, gli avvocati perugini Biscotti e Gentile- si arrovellano per giorni su questo particolare, perché, tecnicamente, quando il traffico telefonico è intenso può accadere che il tuo cellulare si appoggi alla cella vicina. Ma si son dati coraggio e hanno imboccato la pista.

Hanno lavorato anche su un altro sentiero stretto, quello dell’alibi. Hanno concluso che al di là delle fin troppo lacunose versione familiari, l’unica persona ad aver visto Michele Misseri in quel primo pomeriggio, fu un suo cognato, ma ormai intorno alle tre e 40. Un’ora ha avuto a disposizione l’Orco, il tempo di andare e tornare e di inabissarsi nel tran tran di paese.

Era stato commesso un delitto antico, uno di quei delitti assurdi e feroci che la Puglia purtroppo conosce, e invece tutti si tuffarono su Facebook, sul calendario di Sarah che spuntava i giorni, sulla sua voglia di andar via, sulle serate che passava con i più grandi in paese. Un carosello stucchevole di analisi sociologiche che fece sentire lo zio Michele al riparo di tutto.

Ma il 28 settembre commise l’errore che gli sarebbe valso la galera a vita. Dopo essersi liberato di tutto, del corpo di Sarah, dei suoi abiti che bruciò, delle scarpe e dello zainetto, decise di tenersi il telefonino della ragazza, senza batteria e senza sim, e decise che sarebbe stato lui a “ritrovarlo”, organizzando una messinscena che nella sua mente ormai vacillante gli avrebbe procurato una prova perfetta di innocenza.

Fu l’inizio della sua fine. Anche in famiglia cominciarono a dubitare di lui, anche la figlia Sabrina, l’amica del cuore di Sarah, che a un certo punto parlando con la madre sbottò: «Vedrai, se l’è portata papà...». E solo oggi si sa, perché a questo punto i conti tornano tutti, che Sabrina litigò davvero con Sarah l’ultima sera della sua vita. Ma non parlarono di ragazzi, né di gelosie né di altro: semplicemente Sarah non ce la faceva più, le attenzioni dell’Orco si erano fatte insopportabile. Dodici ore dopo zio Michele sarebbe passato all’azione, l’azione di uno che in caserma non si è vergognato neppure nel dire: «Credetemi, non ha sofferto».





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Il prof e il coniglio ucciso in classe: «Ricevo mail e telefonate anonime»

Corriere della sera


L'animale finito a colpi di martello. «Sono un perseguitato, ho agito come si fa anche in campagna»



MILANO - «Incredibile, io che non ammazzo nemmeno le zanzare...». Gli insetti forse no, ma i conigli sì. «Guardi, l'ho già detto, era uno solo e stava agonizzando, non creda che mi abbia fatto piacere», dice Carlo Rando («Scriva pure il mio nome, non ho niente da nascondere»), insegnante dell'istituto tecnico Molinari di Milano, che durante una lezione di biologia ha finito a martellate un coniglietto davanti ai suoi allievi. Ora, per questa storia - oltre a una denuncia della Lav, un'ispezione del provveditorato, l'orrore di alcuni colleghi - il professore riceve mail di minaccia e telefonate anonime. «Ho le spalle larghe, però adesso stanno esagerando. Non sono un mostro, ma un perseguitato». Una «vittima» degli animalisti.

La vicenda risale all'anno scolastico scorso. Stando a una denuncia di alcuni studenti e di un docente, la lezione di biologia umana - approvata dal collegio docenti - si sarebbe trasformata in una «orrenda vivisezione» e in un «addestramento alla violenza», con un coniglio ancora vivo, scappato e inseguito dall'insegnante per poi essere trucidato a mani nude e, infine, con violente martellate. «Tutto falso», si difende lui. «Anzitutto la dissezione di animale morto - e ribadisco morto - era autorizzata dal consiglio di istituto». Ma come? Non c'è una circolare del ministero dell'Istruzione che vieta l'utilizzo di animali nelle scuole? «Sì, a meno che non sia strettamente necessario. E visto che si trattava di un corso di biologia umana, non si poteva fare altrimenti: il coniglio, rispetto a trote e salmoni, è l'animale più utile per far capire agli studenti elementi di anatomia».

Un professore con trent'anni di esperienza. Che nella borsa frigo, una mattina, ha trovato tre conigli morti e uno agonizzante. «Il macellaio da cui mi rifornivo non aveva fatto bene il suo lavoro, una bestiola dava ancora segnali di vita. Erano spasmi respiratori. Non c'era niente da fare, ho dovuto finirlo come si fa in campagna, due colpi secchi sul cranio». Con un martello, «ma non è stata una mattanza». La Lav (Lega Anti vivisezione) ha presentato denuncia contro l'insegnante per violazione dell'articolo 544 bis del codice penale (uccisione di animali senza necessità).

Mercoledì, in consiglio provinciale, è stata presentata un'interrogazione nella quale si chiede che il professore «venga allontanato dall'insegnamento nelle scuole della provincia di Milano e di tutto il territorio nazionale». Come se non bastasse, ci sono le mail di minaccia. E di protesta. Alcune sono arrivate anche al Corriere: «Spero che venga presa una posizione pubblica ed ufficiale e un provvedimento esemplare nei confronti di questa persona che viene retribuita con soldi pubblici e che dovrebbe essere un esempio per i ragazzi». Il professore è anche un andrologo e presta consulenze gratuite, ha due lauree e quattro specializzazioni. Sospira: «Non sono un mostro, i fatti lo dimostrano. Dispiaciuto? E di che cosa? Non ho fatto niente di male. Anzi. Un rammarico ce l'ho: dopo tutto questa bufera il laboratorio di biologia è stato bloccato. I miei ragazzi non potranno più seguire questo progetto. E, posso assicurarvelo, a loro piaceva molto».


Annachiara Sacchi
08 ottobre 2010



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Il padre lo rifiuta, il figlio diciottenne torna in cella

Il Mattino di Padova


Il figlio diciottenne è accusato di aver estorto 400 euro a un ragazzino di 12 anni minacciandolo con un coltello. Il padre si rifiuta di accoglierlo in casa, dove doveva scontare agli arresti domiciliari. Così Karim Saghri è tornato in carcere. E' figlio di un operaio marocchino, che spiega: "Sono a Padova da 20 anni, lavoro sodo e rispetto la legge. Impari a farlo anche lui"

di Silvia Bergamin


Karim Saghri
Karim Saghri


CITTADELLA. Non è stato misericordioso. Anzi. Lo ha cacciato via sdegnato: hai rubato? Ed allora non te li fai qui, a casa mia, gli arresti domiciliari. Così il figlio è stato costretto a ritornare in carcere. E lui ha trascorso una notte insonne di dolore, di dubbi e ripensamenti.

Alla fine, ieri mattina la famiglia è andata al Due Palazzi, ha sbrigato le pratiche: ora attende di riaccogliere il figlio "che ha sbagliato". È l'ultimo capitolo della vicenda di Karim Saghri, 18 anni, marocchino, di Galliera. Disoccupato come il suo complice R.P., 17 anni, rumeno, residente a Fontaniva. Lunedì sono stati arrestati dai carabinieri di Cittadella per aver estorto 400 euro a un ragazzino di 12 anni.

Il giorno dopo il gip Lara Fortuna ha convalidato l'arresto di Saghri; subito dopo è stato scarcerato: gli è stato concesso di tornare a casa, agli arresti domiciliari; l'altro taglieggiatore invece si trova ancora al carcere minorile di Treviso.

Ma il pm non ha fatto i conti con il padre del ragazzo, Chaffi Saghri. Ha 53 anni. Vent'anni fa, nel 1990, partì dalla terra d'origine, il Marocco, per trovare un lavoro, una speranza di vita migliore per sé e la sua famiglia. «Dopo qualche anno - racconta - mia moglie e i miei figli maggiori mi hanno raggiunto. Da 13 anni lavoro come operaio alla Birollo Prefabbricati di Galliera Veneta». Sulle dita ci sono diversi tagli, segno del suo lavoro: una storia, come tante, come la grande maggioranza, di integrazione riuscita, onesta. Nel quartiere si conoscono tutti, c'è armonia e amicizia.

«Faccio fatica a credere a quello che ha combinato mio figlio. Davvero. È il secondo, ne abbiamo uno di 22, il più piccolo ne ha 10. Tutti e tre maschi. Ogni notte, mentre i miei figli dormono, controllo sempre nelle tasche dei pantaloni: verifico che non abbiano coltelli, o droga. Non ho mai trovato nulla. Sono puliti e io mi impegno perché lo rimangano. Non voglio assolutamente che prendano una brutta strada».

È rimasto sconcertato dal comportamento di Karim: «Io non ho mai rubato un euro in venti anni che sono qui in Italia e quindi non voglio saperne che mio figlio sgarri». Yassine è il figlio più grande, arriva in sella alla sua bicicletta. «Lui lavora per una cooperativa che esegue gli sfalci dell'erba» spiega il padre. E il figlio interviene: «Davvero, sono incredulo, non riesco a capire cosa gli sia passato per la testa, mio fratello è un ragazzo tranquillo».

Mercoledì la polizia penitenziaria ha accompagnato nella casa di via Montegrappa il giovane. «Appena l'ho visto - le parole del papà - mi sono irritato: sono troppo arrabbiato per quello che ha fatto, ha sbagliato. Io conosco le leggi italiane e le ho insegnate ai miei figli». Il magistrato, di fronte a questa situazione, ha dovuto emanare un nuovo provvedimento di carcerazione; i carabinieri di Cittadella hanno dato seguito all'ordine, prelevando il diciottenne che, in caserma, prima di essere condotto in carcere, si è lasciato andare a un fragoroso pianto: uno sfogo, fatto di rimpianti, per quel che ha combinato, per la paura della galera.

«Dopo averlo rimandato in carcere, abbiamo discusso tutta la sera - continua il padre - Non abbiamo cenato, non abbiamo dormito la notte. Ieri mattina siamo andati al penitenziario, da Karim, abbiamo parlato con il suo avvocato e ci siamo fatti spiegare le pratiche perché possa scontare i domiciliari a casa». «Mio papà - aggiunge Yassine - in queste ore sta sbollendo la rabbia per quanto successo. Siamo una famiglia, abbiamo deciso di riaccogliere Karim, in attesa del processo».


(08 ottobre 2010)




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Ecco la perizia che smaschera la svendita di An

di Redazione


La stima tecnica allegata all’esposto-denuncia alla procura di Roma da parte della Destra quantifica in 1,6 milioni il prezzo reale di mercato dell’alloggio monegasco nel 2008. Ma l’immobile fu liquidato a una cifra cinque volte inferiore. L'intervista all'architetto Pelliccioni: ascolta 1 - 2



Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Ecco la perizia depositata in procura dagli esponenti della Destra di Storace, che proverebbe il reale valore dell’immobile: 1,6 milioni di euro. Alla procura di Roma interessa proprio chiarire se la cessione della casa da An alla Printemps sia avvenuta a un prezzo congruo o, come sembra, troppo basso. L’integrazione dell’esposto-denuncia punta proprio sulla questione della stima dell’appartamento. Il documento qui pubblicato è allegato alla denuncia: una stima dell’architetto Giorgio Apicella, con studio nel Principato. Ma l’integrazione non si limita alla perizia dell’architetto (che fissa il valore della casa a 1,6 milioni di euro, cinque volte più del prezzo di vendita). Rimarca anche le altre proposte di acquisto dell’immobile. Ci sono le dichiarazioni di Apolloni Ghetti, del senatore Antonino Caruso, dell’inquilino Giorgio Mereto. Ci sono gli articoli del Giornale sui prezzi di mercato per case simili. E c’è il dubbio che, vendendo a 300mila euro, sia stato procurato «un ingiusto profitto a Giancarlo Tulliani, presunto esclusivo azionista» delle due off-shore.

Perizia di stima per un bene immobiliare (28/9/2010). Indirizzo: Mo­naco Principato, 14 Boule­vard Princess Charlotte:
«I signori Roberto Buona­sorte e Marco Di Andrea (esponenti politici del parti­to della Destra di Francesco Storace, ndr ) hanno contat­tato il nostro ufficio in data del giovedì 23 settembre 2010 per avere una perizia sul valore di un apparta­mento collocato a Monaco Principato, 14 Boulevard Princesse Charlotte. Abbiamo effettuato la no­stra perizia in qualità di ar­chitetto D.E.S.A. diplomato della facoltà di Architettura di Parigi (E.S.A.) iscritto al­l’ordine degli architetti P.A.C.A. con il numero N˚ 4714 ed in qualità di deten­tore di un dottorato in Archi­tettura, Urbanismo e diritto Ambientale presso la Facol­tà di Nizza - Sophia Antipo­lis.
La nostra perizia è stata effettuata in base ai docu­menti trasmessi dai signo­ri Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea ed in ba­se al sopralluogo effettua­to davanti al palazzo com­prendente l’ap­partamento da stimare.
I documenti che abbiamo avu­to in nostro pos­sesso sono i se­guenti: - Piantina planimetrica del­l’appartamento; - Data di acquisi­zi­one del bene im­mobiliare.

CARATTERISTICHE DEL BENE IMMOBILIARE
L’edificio in og­getto è ubicato in un quartiere del Principato di Mo­naco denomina­to Monte Carlo che comprende la piazza del Casi­no e numerosi pa­lazzi di elevato standing. Il palazzo e col­locato accanto ad una resi­denza alberghiera di lusso ed vicino a l’Hotel Novotel che ha una classificazione di 4 stelle. Il palazzo che dovrebbe risalire a una data di co­struzione anteriore al 1947, comporta delle fac­ciate in stile classico con modenature, colonne, ca­pitelli, finestre e persiane in legno. L’appartamento sembra svilupparsi sul lato destro del palazzo e comporta una doppia esposizione con ca­mera da letto con affaccio verso il Boulevard Princes­se Charlotte ed con il sog­giorno, cucina e sala da pranzo verso un cortile in­terno con orientamento ver­so il Sud. L’appartamento don do­vrebbe godere di alcuna vi­sta mare (zona porto di Mo­naco). Dalla pianta che ci è stata fornita e dal sopralluogo che abbiamo effettuato ci sembra di capire quell’ap­partamento e collocato al piano terra rialzato del pa­lazzo. La superficie totale dell’appartamento in base alle piante forniteci e di cir­ca 70 metri quadrati interni e 5,40 metri quadrati di bal­cone.

STIMA DEL VALORE DELL’APPARTAMENTO
Per quanto concerne la va­lutazione di mercato del­l’unità immobiliare descrit­ta, si può far riferimento ai prezzi al metro quadrato che sono praticati nella zo­na e alla tipologie di appar­tamento analoghe. Da una breve indagine, delle due off-shore . l’edificio, di tipo signorile, si presenta esternamente in discreto stato di conserva­zione e comporta apparta­menti con alti soffitti e volu­mi pregevoli. Dopo un’accurata indagi­ne da me effettuata ho rile­vato nella stessa zona la ven­dita di alcuni appartamenti di dimensioni ridotte (dai 50 ai 70 metri quadrati) ma con caratteristiche simili. Conto tenuto della superfi­cie totale dell’appartamen­to di circa settanta metri quadrati più balcone, dello stato apparente dell’immo­bile che é in discrete condi­zioni, della zona in cui si tro­va, del piano (piano terreno rialzato) possiamo valutare il valore complessivo del­l’appartamento nel luglio 2008 di circa 1.600.000 eu­ro.

NELLO STESSO QUARTIERE 21MILA EURO AL METRO QUADRO
In questa zona, il mercato degli alloggi è ancora abba­stanza attivo rispetto a mol­te altre zone della Costa Az­zurra, anche se negli ultimi 2 anni c’è stata una leggera flessione del valore delle transazioni immobiliari che possiamo valutare a un ribasso di circa -10 per cen­to rispetto al 2008. Ciò mi ha permesso di sta­bilire un prezzo medio di circa 20.000,00 a 21.000 eu­ro al metro quadro per l’area interna per un valore complessivo nel settembre 2010 leggermente inferiore alla valore del 2008 di circa 1.400.000 euro».

Arch. Giorgio Apicella
Monaco,
il 28 settembre 2010  




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Il Pd agli autonomi: colpite il governo non la Cisl

di Antonio Signorini



Mentre Bersani accusa l’esecutivo di creare tensione e "accendere fuochi", il capogruppo al Comune di Roma incita un consigliere a indirizzare gli ultras verso Palazzo Chigi: "E' responsabile del degrado economico, politico e sociale"



 


Roma - Un tempo c’erano i «compagni che sbagliano». Oggi, a sentire qualche esponente della sinistra ufficiale e moderata, sembra che gli estremisti sbaglino al massimo il bersaglio. Nulla da ridire sui metodi. Zero dubbi sul principio che è alla base di aggressioni come il lancio di uova, fumogeni e vernice contro la sede della Cisl. Zittire e intimidire il nemico, insomma, è un peccato veniale. Semmai, gli autonomi di Action hanno preso un abbaglio sull’indirizzo, non dovevano andare in via Po, dove c’è il quartier generale del sindacato cattolico, ma in piazza Colonna a imbrattare Palazzo Chigi.


La tesi è decisamente controcorrente perché è arrivata in una giornata in cui la condanna del gruppo «Action diritti in movimento», sigla che ha rivendicato l’aggressione al sindacato, è stata unanime; persino la Cgil e la segreteria generale della Fiom hanno dovuto prendere le distanze. Ed è ancora più strano che a sostenerla sia stato un consigliere comunale di Roma, il capogruppo Pd Umberto Marroni, che le cronache descrivono come dalemiano, moderato e dialogante.


Proprio mentre il segretario del suo partito, Pier Luigi Bersani, accusava il governo di creare «tensione» e «accendere fuochi», lui, provava a innescare un incendio. «L’attacco a un sindacato che rappresenta milioni di lavoratori e pensionati accusandolo della situazione grave che vive il Paese - spiegava nel comunicato sull’aggressione alla Cisl di Raffaele Bonanni - non è ammissibile. Il vero responsabile del degrado politico, economico e sociale dell’Italia è il governo. Consiglio quindi il consigliere Alzetta di indirizzare le proprie proteste e quelle del suo gruppo verso altre sedi e non certo verso quelle dei sindacati».


Consiglio non richiesto che, almeno fino ad ora, gli autonomi romani non hanno seguito. Anche perché la dichiarazione, arrivata alle agenzie mercoledì sera, è stata ignorata dai media. Marroni ha stigmatizzato l’azione del consigliere Alzetta e di Action contro la Cisl, «legittima rappresentante dei lavoratori, a cui va tutta la nostra solidarietà». Così come condanna «qualsiasi azione di carattere antisindacale. La protesta deve essere sempre uno strumento civile e di confronto a garanzia della democrazia». Sempre che, sembra di capire, non si tratti di imbrattare le «altre sedi», quelle dei nemici comuni.


Forse un abbaglio. Oppure, più semplicemente, una dichiarazione venuta male. Sicuramente c’è l’anomalia di un partito che a volte perde la bussola. Tanto che ieri c’è stato anche chi, sempre nel Pd di Bersani, faceva le pulci alla Cgil come nemmeno gli esponenti più intransigenti del Pdl. È il caso di Giorgio Merlo, deputato di area cattolica, stupito del fatto che «dalla Cgil arrivino risposte blande e meramente burocratiche di condanna», dei fatti di Roma e di Merate (dove militanti della Fiom sono entrati nella locale sede della Cisl insultando i dipendenti).


Ieri è tornato sul caso anche il segretario generale della Cisl che giudica un «fatto positivo» il fatto che Epifani abbia annunciato che punirà chi ha sbagliato. «Però - ha puntualizzato - mi permetto di dire al mio collega Epifani che farebbe bene, non solo a rendere sincera la sua iniziativa ma anche efficace, altrimenti potrebbe sembrare una denuncia di circostanza».

Intanto proseguono le indagini per individuare i responsabili dell’aggressione. Diversi dipendenti della Cisl ieri sono stati sentiti dalle forze dell’ordine, con l’obiettivo di fornire altri dettagli sulla vicenda. Le telecamere installate nella sede del sindacato hanno ripreso tutto e chi ha visto il video parla di una decina di ragazzi molto giovani organizzati e preparati al blitz che portano a termine con estrema freddezza, ognuno con un compito preciso (chi teneva le borse, chi tirava fumogeni, uova e vernice e chi - una ragazza - riprendeva tutto con la telecamera). Tutti a viso scoperto, all’apparenza incuranti delle possibili conseguenze. Una conseguenza per la collettività, le prove di guerriglia dei nuovi autonomi, ce l’hanno già avuta. La sede della Cisl è stata messa sotto tutela, con una presenza costante delle forze dell’ordine. Mancava da cinque anni. Dai tempi del Patto per l’Italia.




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Coop apre la guerra del rubinetto

La Stampa


L'invito ai consumatori: bevete meno acqua minerale




LUCA FORNOVO
TORINO

La Coop dichiara guerra ai produttori di acqua minerale. E lo fa attraverso un’innovativa campagna di comunicazione (costo 1 milione di euro), incentrata anche su spot televisivi con la testimonial Luciana Littizzetto, che invita gli italiani a consumare più acqua del rubinetto. O a scegliere l’acqua minerale delle fonti più vicine a casa. L’obiettivo, dichiaratamente ecologista, è quello di ridurre i costi e l’inquinamento che derivano dal trasporto dell’acqua, ma la campagna Coop non si dimentica certo degli affari.

Il colosso della grande distribuzione punta infatti a incentivare l’uso dell’acqua del rubinetto, vendendo ai consumatori una sua caraffa filtrante a uso domestico e, per contrastare i grandi produttori, la Coop punta poi aumentare da due a quattro le fonti di approvvigionamento dell’acqua minerale a marchio Coop (già pari al 18% delle vendite totali). Resta comunque la finalità ambientalista. Il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per 100 chilometri (anche se in media ne percorrono molti di più) produrrebbe emissioni per oltre 10 chili di anidride carbonica.

«Se invece si sceglie l’acqua di rubinetto - dice Aldo Soldi, presidente di Ancc-Coop - per ogni 100 litri di acqua si immettono in atmosfera 0,04 chili di CO2, 250 volte di meno». Con quest’iniziativa, spiega poi il presidente del consiglio di gestione di Coop Italia, Vincenzo Tassinari - presentando il progetto Acqua di casa mia a Milano - «speriamo di essere apripista su questi argomenti e che altri ci seguano». Coop si aspetta dalla campagna di comunicazione un calo del 10% in volume delle vendite di minerale, in un mercato che, secondo gli ultimi dati Nielsen relativi al periodo gennaio-agosto 2010, registrano un calo del 4,7% di vendite di bottiglie in Italia sull’anno precedente. «Avremo sicuramente delle perdite e dei costi - ha aggiunto Tassinari -, ma li consideriamo un investimento».

C’è anche da dire che con quest’operazione il colosso della grande distribuzione potrebbe risparmiare sugli altissimi costi di logistica rispetto ai ricavi per la gestione dell’acqua in bottiglia. Gli italiani bevono una quantità smisurata di acqua minerale: una media di 195 litri a testa e sono i primi in Europa e terzi nel Mondo per consumo pro capite, dopo Emirati arabi e Messico. Mentre per mangiare, lavare, far funzionare siti produttivi e agricoli consumano 237 litri d’acqua al giorno a testa (uno statunitense 425, un francese 150, un abitante del Madagascar 10).

Da un mese Coop ha poi lanciato un’offensiva alla lobby della minerale, raddoppiando le fonti di approvvigionamento della propria acqua aggiungendo alle 2 fonti (sorgente Grigna in provincia di Lecco e monte Cimone in provincia di Modena) le sorgenti Valcimoliana (Pordenone) e Angelica (Perugia). La disponibilità di 4 fonti - ma il gruppo sta lavorando per individuarne un’altra al Sud - permetterà di ottenere, a regime, una riduzione della distanza media che le bottiglie devono compiere di circa il 12%. Su scala annuale significa 235.000 chilometri in meno, pari a 388 mila chilogrammi di anidride carbonica.

«Comunque le acque minerali di marca -assicura Tassinari- continueranno a stare sui nostri scaffali, ma l’obiettivo è costruire un’offerta chiara, trasparente, conveniente tutti i giorni che permetta al consumatore di scegliere consapevolmente. Per questo abbiamo avviato un confronto costruttivo con l’associazione e le industrie del settore».




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Gelmini: «Inaccettabili le parole di Moffa, nelle università non si insegni l'odio»

Corriere della sera

 

Il ministro dell'Istruzione attacca le lezioni negazioniste del professore dell'Università di Teramo

 

MILANO - «Le parole pronunciate sono inaccettabili, offendono profondamente la memoria degli ebrei morti nelle camere a gas. Non è possibile che nelle università italiane insegnino professori che seminano odio». Così il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, in una dichiarazione al Tg5, ha commentato la lezione sul revisionismo e la negazione della Shoah tenuta dal professor Claudio Moffa, ordinario di Scienze Politiche all'Università di Teramo.

LA TESI NEGAZIONISTA - «Non c'è alcun documento di Hitler che dicesse di sterminare tutti gli ebrei» ha detto Moffa, lo stesso docente. Ed è subito polemica, come nel 2007, quando Moffa invitò all'università, nell'ambito dello stesso master, lo storico negazionista francese Robert Faurisson per un incontro con gli studenti, che non si svolse per la decisione dell'ateneo di chiudere il Campus per motivi di ordine pubblico. Anche oggi le posizioni negazioniste del docente scatenano la reazione del mondo politico. «Qui non c'entra niente la libertà di espressione - spiega l'ex ministro dell'Università Fabio Mussi - c'entra l'odio razziale e l'apologia del nazismo che fino a prova contraria sono reati». Sempre al ministro Gelmini si rivolgono i senatori del Pdl Ombretta Colli, e dell'Idv Alfondo Mascitelli, che chiedono di intervenire al più presto per rimuovere il professore.

 

Redazione online
07 ottobre 2010(ultima modifica: 08 ottobre 2010)

Tutti i flop del magistrato che spia i vip

di Stefano Zurlo



Il pm Woodcock da Napoli in 10 anni di attività ha già collezionato una lunga serie di inchieste fallimentari: da Vallettopoli alla massoneria i suoi teoremi crollano per vizi di competenza e per l’abuso di intercettazioni



 

Milano - La sua specialità sono le inchieste-matrioska. Dentro ci trovi di tutto: politici, banchieri, teste coronate, vip e oggi giornalisti. Le inchieste di Henry John Woodcock sono un catalogo dell’Italia che conta. È così da quasi dieci anni, da quando il pm anglonapoletano è apparso come una stella di prima grandezza nel firmamento delle procure. Da allora il suo quartier generale, la periferica Potenza, diventa il crocevia di indagini sensazionali, arresti clamorosi, vip alla sbarra; difficile districarsi in questo parterre affollato di imputati luccicanti. Molti, moltissimi, vengono intercettati e l’uno tira l’altro nel baratro. Ma alla fine, il banalissimo problema della competenza costringe il pm a fare a pezzi i suoi collage. E a inviarli ai colleghi di mezza Italia che, più di una volta, dopo aver attentamente letto gli atti, archiviano.


Nel 2002 Woodcock scopre tangenti in Val d’Agri e affari illeciti collegati all’Enel. Già che c’è decapita i vertici dell’Inail, ma poi sei degli indagati sono rimessi in libertà dal tribunale del riesame di Potenza. L’anno dopo, scatta il Vipgate: settantasei indagati eccellenti, un campione sociologico dell’Italia di oggi, dall’ex leader della Cisl Sergio D’Antoni al chiacchierato ex fidanzato di Elisabetta Tulliani, Luciano Gaucci. Tony Renis, reattivo, mette le mani avanti: «Il mio legale mi aveva avvisato: vedrai, che prima di Sanremo ti sospetteranno anche per il delitto di Cogne. Quasi ci siamo». Maurizio Gasparri, pure risucchiato in uno dei filoni dell’indagine, esprime il proprio disagio con una battuta fulminante: «Potrei dire di trovarmi in compagnia degli invitati alla prima della Scala senza esserci neppure andato». L’inchiesta, come si capisce dal fragoroso rotolare di tante teste, è ambiziosa. Forse, troppo. Si contestano reati pesanti: associazione a delinquere, turbativa d’appalto, estorsione, corruzione e favoreggiamento. Ma si è persa per strada la geografia. Il gip respinge una quarantina di arresti con la più disarmante delle motivazioni: l’incompetenza territoriale. Woodcock si è allargato troppo. Le carte vengono inviate a Roma e la capitale archivia. Woodcock diventa (come lo ribattezzerà Panorama) Woodflop.


Lui però non si scompone e ragiona sempre in grande. Nel 2005 mette nel mirino i falsi invalidi, nel 2006 scoperchia Vallettopoli. E ascolta star e starlette. I risultati sono sempre gli stessi: gran parte delle contestazioni finisce nel solito archivio. Nel caso di Vallettopoli i faldoni vengono spacchettati e lo spezzatino prende la strada di Potenza, Roma, Milano, Torino. A Milano viene condannato un solo imputato: Fabrizio Corona, il resto si perde per strada. Come evapora il Savoiagate, cominciato con la clamorosa cattura di Vittorio Emanuele di Savoia, ridicolizzato davanti all’Italia intera da una valanga di intercettazioni. Prima Como e poi, il 23 settembre scorso, Roma smontano l’impianto accusatorio: «Il fatto non sussiste». Anzi, va in pezzi. La sera del 16 giugno 2006 Roberto Salmoiraghi, sindaco di Campione d’Italia, viene ammanettato in smoking mentre sta andando ad un galà di beneficenza al casinò. Lo accusano, nientemeno, di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e corruzione in accordo con il principe. Resta in carcere per quindici giorni, poi va ai domiciliari. Intanto, il suo legale, Massimo Dinoia, uno dei più noti penalisti italiani, infilza i capi d’imputazione: «Non hanno né capo né coda».

Il capitolo successivo pare la replica di un film già visto. Potenza non può tenere le carte perché i reati sarebbero stati commessi all’altro capo della stivale. In riva al Lago, il pm studia quelle pagine e le spedisce in archivio, senza arrivare neppure ad un processo. Addirittura, senza nemmeno dover sentire Salmoiraghi. Non ce n’è bisogno. Lui non c’entra con le prostitute e nemmeno con le tangenti. Possibile?


Woodcock avanza imperterrito. E si scontra con la massoneria chiedendo a tutte le 103 procure italiane gli elenchi delle logge con i nominativi degli iscritti. Il gran maestro Gustavo Raffi la prende male: «Se Woodcock mi chiede alcuni nomi, nessun problema. Se però pretende l’elenco dei nostri 18.500 iscritti, allora sono di altro parere».


Anche i giudici sono di altro parere. Anzi, lo stesso Woodcock non trova «elementi idonei - come si dice in questi casi - a sostenere l’accusa in giudizio». E pure l’indagine sulla massoneria si spegne. Come finisce in un vicolo cieco il fascicolo aperto su Impregilo. Lo schema è quello classico. Il trasferimento a Milano per la solita questione della competenza, ma con una variante: i magistrati di rito ambrosiano archiviano perché la Procura ha dichiarato inutilizzabili le intercettazioni.


L’anno scorso il grande balzo: da Potenza a Napoli. E dalla lontana Napoli Woodcock scruta con il suo potente cannocchiale le telefonate del Giornale. Poi fa scattare le perquisizioni. Il giro d’Italia può ricominciare.





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Reggio Calabria, risposta dello Stato Arrestato il boss Lo Giudice

Corriere della sera

 

Ritenuto capocosca della zona nord della città, è accusato da quattro pentiti. Soddisfatto il procuratore Pignatone

Metodo Santoro in onda: processo senza difesa

di Gabriele Villa



Annozero sfrutta il caso Marcegaglia per accusarci di squadrismo: "Ormai da sedici anni bastonano chi osa criticare Berlusconi". La squadra del conduttore cerca di dimostrare che è falso l'attentato a Belpietro. La Santanchè a De Magistris: "Parla come un mafioso..."



 

La notizia forte del giorno è la perquisizione al Giornale». Meno male che anche Santoro lo riconosce. E ne approfitta per darci degli squadristi. Che altro sennò. La querelle Marcegaglia-Giornale deve essere esaminata pubblicamente in diretta su Raidue? E chi, alla corte di Annozero, può aiutare ad esaminarla con imparzialità? Marco Travaglio, chi altri sennò? Quindi interpretazione di Travaglio sulla querelle: «È anche possibile che il vicedirettore Nicola Porro scherzasse ma la Marcegaglia fa bene a preoccuparsi e a chiedersi se quando parla con un giornalista del Giornale parla davvero con un giornalista del Giornale o se sta parlando con Silvio Berlusconi in uno dei suoi più usciti travestimenti.

Perché - ricorda e ci ricorda puntualmente Travaglio - da sedici anni chi osa mettersi di traverso, contro il premier, subisce il trattamento Fini che è poi il trattamento Boffo, Mesiano Boccasini etc». Quindi? Squadristi, che altro potremmo essere noi giornalisti del Giornale? Mentre il fido Ruotolo entra nella parte della Marcegaglia e recita le dichiarazioni rese dal presidente di Confindustria ai magistrati con voce stentorea, c’è Maurizio Belpietro, direttore di Libero, che tenta di riportare il dibattito alla normalità («Fa ridere costruire un simile teorema, far diventare un caso le affermazioni di Porro che scherza con una persona amica che conosce da anni»).

Ma è inutile perché Santoro pur di far passare la tesi dello squadrismo chiede un altro autorevole aiutino. A un altro campione di imparzialità: Luigi De Magistris. Che ovviamente in quanto uomo di legge e di toga non politicizzata non ha dubbi sullo squadrismo e sul metodo del ricatto che userebbe il presidente del Consiglio tramite i «suoi» giornalisti. «La Marcegaglia ha percepito una sorta di ricatto, ecco perché ha rilasciato quelle dichiarazioni. E questo è gravissimo. È un messaggio intimidatorio, è il metodo Boffo. Non è un pericolo presunto, è un fatto assodato» conclude sicuro De Magistris, che poi fa battute allusive al sottosegretario Daniela Santanchè, presente in studio. «Lei - dice Santanchè all’ex pm - usa un linguaggio mafioso».

Ma, allusioni per allusioni eccone subito un’altra, confezionata ad arte dalla Corte di Annozero a proposito del «presunto» attentato a Belpietro. «Presunto» per il semplice fatto che al tandem Santoro-Ruotolo non convince la ricostruzione di Belpietro e del suo capo scorta sull’attentatore, tanto che ne fanno e ne forniscono una personalissima. «Attentatore imbranato - lo definiscono i due, infatti - sul quale sarebbe interessante mettere le mani». Sempre che ci sia stato davvero stanno quasi per dire ad Annozero. Ma si fermano, basta l’allusione. Poi, vittimismo atto secondo. Che piangersi addosso, meglio se a puntate a puntate, aiuta sempre.

E così ecco che Michele l’afflitto esordisce per la seconda volta con il suo drammatico appello. Da tre mesi aspettiamo una proposta di contratto per Travaglio e Vauro. Poverini, vittime anche loro, ovviamente. «Perché succede questo - si chiede in diretta il contrito conduttore di Annozero - e perché quelli che si dovrebbero indignare non si sono indignati?». Risposta. O meglio autorisposta nel senso che se la dà lo stesso Santoro: «Perché c’è una malattia che si diffonde come l’Aids, prende lo stesso sistema e che si chiama conflitto di interessi. Se si privatizza quando c’è il conflitto di interessi è il conflitto di interessi che privatizza».

La puntata può contare anche sullo slogan preso in prestito dall’amica Bianca Berlinguer: «La libertà ce la portiamo dentro». Così ecco l’esortazione di Santoro: «Cari colleghi della Rai forse dobbiamo mostrare la nostra indipendenza e battere finalmente un colpo per farci sentire ma questo momento verrà nei prossimi giorni, intanto la puntata può partire» Con l’assist prezioso che fornisce a Michele l’intenditore: l’intervista a Gianfranco Fini che nel conflitto d’interessi si esibisce al meglio, come si può leggere in altre parte del Giornale. Ma non si replica solo il vittimismo a casa Santoro: visto che è andata bene la prima volta ecco che Michele il sognatore ci appioppa la seconda edizione del suo TGzero. Dedicato ieri sera, guarda che caso, alla legge sul legittimo impedimento e ai tre processi che attendono il premier.




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Uno stupro giudiziario a spese del contribuente

di Alessandro Sallusti



Venti carabinieri da Napoli a Milano: tanto pagano i cittadini. Cercavano un dossier. Hanno voluto pure il mio portafoglio. L'ordine era procedere perfino a perquisizioni personali: dalla giacca al garage



 

Una ventina di carabinieri spediti da Napoli a Milano, Roma e Como per cercare articoli sul presidente degli industriali Emma Marcegaglia. È la prova che le procure non sono in bolletta come sostengono i magistrati. I soldi evidentemente ci sono, è da vedere se vengono usati bene. Il blitz è scattato all'alba, nelle case private, negli uffici miei e del collega Porro. Il mandato del pm Woodcock era di quelli che si riservano a pericolosi criminali. Le perquisizioni dovevano essere complete, in tutti gli ambienti, non esclusi garage e automobili. Non solo. L'ordine era anche quello di procedere a perquisizioni personali perché non si sa mai che voluminosi dossier venissero nascosti alle sette del mattino dentro le mutande, nel taschino della giacca o nel portafogli che ho dovuto consegnare ai militari insieme con le ricevute del ristorante, ai soldi contanti, al libretto degli assegni e mi fermo qui perché l'elenco è lungo. Anzi no. Ho dovuto spiegare il senso di appunti, lettere personali, bollette e documenti riservati inerenti la vita dell'azienda, mentre un perito della procura smontava fisicamente i miei computer per curiosare elettronicamente tra la mia corrispondenza.

È vero che chi non ha nulla da temere nulla teme, ma lo stupro giudiziario resta comunque antipatico. Ho chiesto a quale titolo tutto ciò accadesse. Non hanno saputo rispondermi. Nell'ordinanza di perquisizione mi si cita una volta, come autore di un articolo pubblicato il 16 settembre su Emma Marcegaglia. È vero, l'ho scritto, e pubblicato con grande evidenza in prima pagina. Il giorno prima la presidente di Confindustria ci aveva attaccato pubblicamente, dichiarando a un convegno che era l'ora di smetterla con l'inchiesta sulla casa di Montecarlo, della quale - disse - non gliene frega niente a nessuno. Essendo leggermente affari miei, risposi per le rime. Argomentai che un sondaggio trasmesso da Ballarò sosteneva che oltre il cinquanta per cento degli italiani era fortemente interessato alla vicenda e voleva sapere tutta la verità. Scrissi che non avrei tenuto in considerazione l'autorevole invito e che avrei continuato per la mia strada.

Tutto qui, non un rigo di più. Non ho mai fatto o ricevuto telefonate e messaggini dal segretario della Marcegaglia né con nessun altro. Non sono più tornato, direttamente o indirettamente sull'argomento, dopo quel giorno, non un rigo è stato scritto sulla presidentessa. Insomma, sono stato indagato, umiliato e diffamato per aver scritto in difesa della mia libertà di pubblicare articoli sul caso Montecarlo, e l'ho concordato con Vittorio Feltri e nessun altro. Credo di essere il primo direttore a essere messo sotto accusa per un editoriale, cioè per un'idea.

Non a caso ieri i carabinieri non hanno sequestrato nulla. Io ho scritto una opinione, loro cercavano dossier, carte segrete o chissà cosa. Non hanno trovato nulla, non solo perché non c'è nulla da trovare ma perché in un giornale non circolano dossier, semmai, a volte, notizie, che è altra cosa. Quest'ultime è facile trovarle: sono stampate tutti i giorni in centinaia di migliaia di copie e offerte ai lettori. Mi piacerebbe, questo sì, averne di più.

A proposito di questo, trovo che ci siano due coincidenze sospette. La prima: il 24 settembre questo giornale ha pubblicato un interessante articolo del collega Giancarlo Perna sul pm Woodcock. Era il giorno dell'assoluzione, per non aver commesso il fatto, di Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato e buttato in carcere dal magistrato in questione anni prima. Perna segnalava come si trattasse, statisticamente parlando, dell'ennesimo buco nell'acqua, sulla pelle di innocenti, del famoso pm acchiappa vip. Woodcock evidentemente non deve aver gradito, così come probabilmente si è irritato quando domenica scorsa ho scritto un articolo sul fatto che al Giornale eravamo certi di avere i telefoni sotto controllo da parte di due procure, una del Nord e una del Sud. L'ho fatto perché quando noi sappiamo una notizia non la teniamo nei cassetti, non la usiamo per strani giochi, semplicemente la pubblichiamo. Immagino il disappunto del pm: ma come, loro sanno che li sto intercettando e lo scrivono pure? Adesso glielo faccio vedere io chi sono, a quello gli levo anche le mutande. Detto e fatto. Sono sempre più convinto che quando Berlusconi dice che ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta su come funziona la giustizia in Italia non abbia poi tutti i torti.




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