lunedì 11 ottobre 2010

Quote latte: Italia non paghera' multe

Quotidianonet


BRUXELLES, 11 OTT -


Bruxelles conferma che l'Italia non dovra' pagare multe all'Europa perche' non ha sforato la quota di produzione di latte 2009-2010. Roger [...]

(ANSA) - BRUXELLES, 11 OTT - Bruxelles conferma che l'Italia non dovra' pagare multe all'Europa perche' non ha sforato la quota di produzione di latte 2009-2010. Roger White, portavoce del commissario europeo all'agricoltura Dacian Ciolos ha spiegato che l'Europa attende 'nei prossimi giorni le cifre definitive sulla produzione di latte in Europa per il periodo 2009-2010 ma gia' ora si puo' dire che per la prima volta l'Italia non ha superato la propria quota di produzione'.

Ansa





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Sequestrate nove tonnellate di trippa a bagno con soda caustica

Il Resto del Carlino


Modena, 11 ottobre 2010.


I NAS di Parma hanno sequestrato oltre 9 tonnellate di trippa bovina, 55 litri di acqua ossigenata, 300 chilogrammi di soda caustica e 670 chili di teste bovine.

I NAS stavano effettuando controlli igienico-sanitari in un'azienda che si occupa della lavorazione di trippa bovina, ma nell'effettuare l'ispezione sono incappati in alcuni operai che stavano miscelando soda caustica e acqua.

Hanno così appurato che la trippa proveniente dai diversi macelli delle province di Milano, Brescia e Verona veniva immersa in una soluzione di acqua e soda caustica e quindi sbiancata in modo fraudolento con l'acuqa ossigenata.

Ora il legale titolare della ditta, un 46enne modenese, è indagato per detenzione di sostanze estranee alla lavorazione per la quale è autorizzato. Il valore dei prodotti sequestrati è di circa 50mila euro.





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Il "Quinto" non vola più La difesa aerea si restringe

Il Tempo


I tagli di bilancio ridimensionano l'Aeronautica militare I jet ci hanno protetto dal Patto di Varsavia e dal terrorismo


dall'inviato a Cervia
Maurizio Piccirilli

Il rombo degli F16 Fighting Falcon non riempierà più i cieli della Romagna. «Diana cacciatrice» simbolo del 5° Stormo caccia dell'Aeronautica militare, non proteggerà più i cieli d'Italia. La bandiera di guerra ammainata e riposta nel fodero non sventolerà più nel cielo ma farà bella mostra della sua gloria al Museo del Vittoriano. Mentre nel mondo torna l'incubo terrorismo, e dall'Oriente i capi di «Al Qaeda della Penisola araba» incitano a imitare i 19 magnifici martiri dell'11 settembre, l'Italia chiude, per problemi di bilancio, uno dei suoi «stormi di caccia intercettori», quello di Cervia, i cui velivoli hanno assicurato per lunghi anni la difesa dello spazio aereo nazionale contro ogni minaccia dal cielo. Un giorno triste. «Mi sembra il funerale di un amico», ha detto il generale Giuseppe Bernardis, capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, durante la cerimonia di chiusura dello Stormo.

Al suo posto a Cervia ci sarà il 15° Stormo, quello del Sar che tante vite hanno salvato con i loro elicotteri. Un pezzo di storia si è chiusa. Tra gli occhi lucidi degli aviatori. Gli F16 tornano negli Stati Uniti. Il 5°Stormo di Cervia esiste dal 1934. In 76 anni di vita operativa ha partecipato ad oltre 900 azioni belliche, dandosi molto da fare nella Seconda guerra mondiale, e dal 1973 ad oggi ha garantito il servizio di difesa dello spazio aereo con tre diversi tipi di velivoli: prima l'F86K, poi l'F104 e, infine, l'F16. L'epopea della Seconda guerra mondiale ha fatto meritare la medaglia d'oro alla bandiera. Oltre 7.600 ore di volo in azione bellico con i caccia che si lanciavano in bombardamenti a «tuffo» contro il naviglio nemico. Nonostante l'inferiorità numerica e tecnologica gli aerei del 5° Stormo affrontavano duelli aerei con la «caccia» nemica abbattendo 26 velivoli inglesi.

Dopo la guerra e con l'adesione alla Nato, ai nostri F 86 e poi agli F 104 era deputata la difesa del fronte Est. pattuglie lungo l'Adriatico a tracciare strisce nel cielo su e giù per lo stivale. La frontiera più delicata: da quella parte poteva arrivare l'attacco del Blocco comunista del Patto di Varsavia. E poi fino ai giorni nostri.- Dal 1995 fino all'altro giorno duemila «turni di allarme» piloti pronti in pista nel cockpit tettuccio aperto pronti a intervenire ed eliminare la minaccia. Un impegno ancora più gravoso dopo l'11 settembre. I top gun del Quinto pronti a decollare per uno «scramble», allarme per intercettare un aereo sospetto. Quei jet argento hanno garantito la sicurezza durante i funerali di Giovanni Paolo II e poi al G8 de L'Aquila. Silenziosi e veloci lassù nel cielo, come angeli custodi. Ma le ristrettezze di bilancio hanno costretto anche l'Aeronautica militare, al pari delle altre Forze armate, a un drastico «ridimensionamento», come lo ha definito il generale Bernardis, «che ha finora interessato un centinaio di reparti, con l'adozione di oltre 160 provvedimenti di soppressione e riorganizzazione. Negli ultimi 30 anni l'Aeronautica militare - spiega il capo di Stato maggiore - ha visto i propri aeroporti passare da 41 a 21». Con la chiusura del 5° Stormo, l'Italia può contare oggi solo su tre stormi di intercettori, tutti caccia di nuova generazione Eurofighter: a Grosseto, a Gioia del colle e a Trapani, ma quest'ultimo reparto chiuderà nel 2012. A quel punto gli stormi saranno soltanto due. Ci sono altri reparti di cacciabombardieri, Tornado e Amx, ma il loro compito non è quello di intercettori. Troppo pochi per uno spazio aereo vasto.



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Profanavano tombe per fare nuovi loculi Scandalo abusivismo al cimitero

Corriere del Mezzogiorno

A Poggioreale indagine dei carabinieri dopo le denunce
di una decina di vittime. Le urne rivendute a 50mila euro

 

NAPOLI - Costruivano abusivamente nuove tombe in area periferiche e semi abbandonate del cimitero di Poggioreale, a Napoli, talvolta anche profanando le cappelle meno frequentate, per vendere i nuovi loculi a decine di migliaia di euro.

A scoprire la truffa ai danni del Comune di Napoli sono stati i carabinieri nel corso di indagini condotte nel cimitero più grande della città e scattate dopo le denunce di una decina di vittime, alcune delle quali minacciate dai malviventi per ottenere il loro silenzio. Una persona è stata segnalata alla Procura della Repubblica partenopea: l’ipotesi di reato nei suoi confronti è truffa ai danni del Comune di Napoli. Secondo quanto accertato dai militari dell’Arma della compagnia Poggioreale, guidati dal capitano Massimo Ribaudo, la banda agiva in violazione di tutte le norme vigenti e negli ipogei più periferici del camposanto.

Spostavano scale in muratura e loculi abbandonati per costruirne di nuovi, anche profanando le bare interrate. I resti dei defunti venivano trasferiti altrove e sui nuovi spazi sorgevano nicchie e loculi che la banda provvedeva a vendere per cifre oscillanti tra i 10 e i 50 mila euro. Sono una decina le denunce finora presentate ai carabinieri e sulle quali sono in corso ulteriori approfondimenti da parte dei militari. Dell’apertura di una inchiesta, dopo una denuncia di una famiglia che aveva trovato all’interno della propria cappella attrezzi e materiali da costruzione introdotti da estranei, ha riferito il quotidiano Il Mattino.

La notizia non ha meravigliato Andrea Santoro, consigliere Pdl e presidente della Commissione comunale di indagine sui cimiteri della città. «Due anni fa realizzai un dossier sui furti, la compravendita illegale di loculi comunali e il pericolo di appropriazione indebita dei manufatti più antichi presenti nei cimiteri della città - dice Santoro - documenti acquisiti anche dai carabinieri e mai finiti, però, in Consiglio comunale per un dibattito più ampio». Santoro individua nella mancata informatizzazione dell’anagrafe sulle strutture cimiteriali la causa principale di quanto sta accadendo: «chiunque può presentarsi negli uffici preposti con un’autocertificazione di concessione e procedere, quasi senza ostacoli, alla ristrutturazione di cappelle e loculi».

In sostanza, un vero e proprio lasciapassare per chi vuole moltiplicare abusivamente tombe e realizzarne illegalmente altre in aree semi abbandonate. «In sostanza - sottolinea Santoro - il Comune non può effettuare nessun controllo sulle concessioni». «Ultimo baluardo contro la proliferazione di questi illeciti - evidenzia - è l’attività svolta dall’esiguo gruppo di polizia cimiteriale guidato dal tenente Carmine Lepre, grazie al quale, per esempio, si è potuto sapere dei furti e devastazioni nelle tombe di personaggi celebri, come quello del busto nella cappella di Libero Bovio». «Nulla di nuovo sotto il sole - conclude Santoro - in questi anni non è cambiato niente» (fonte Ansa).

Redazione online
11 ottobre 2010

Sarah Scazzi, spunta il giallo degli auricolari scomparsi

Corriere della sera


Secondo i familiari la 15enne era uscita con le cuffiette sulle orecchie. Forse usate per silenziare il telefono


TARANTO - Oltre alle molte zone d'ombra sulla ricostruzione del delitto di Sarah Scazzi fatta da Michele Misseri c'è anche un giallo, tutto da chiarire, sulle cuffiette usate dalla ragazza per ascoltare dal telefonino musica in formato Mp3. Le cuffiette, non solo non sono state finora ritrovate dagli investigatori, ma di esse non si parla neppure negli atti giudiziari che i giornalisti hanno potuto finora consultare. Dal giorno della scomparsa di Sara si è sempre detto, sulla base delle testimonianze fornite dai familiari della minorenne, che la quindicenne era uscita da casa con le cuffiette sulle orecchie, attraverso le quali ascoltava musica.

LE IPOTESI - Si era anche ipotizzato che, proprio a causa della musica ad alto volume, la giovane non era stata in grado di accorgersi che forse qualcuno la stava inseguendo per rapirla. Ora, dopo aver letto gran parte dell'interrogatorio reso dallo zio, Michele Misseri, che ha confessato di aver ucciso la nipote, si scopre negli atti giudiziari consultati non c'è traccia degli auricolari. Non si esclude che gli investigatori stiano compiendo accertamenti anche su queste cuffiette per capire che fine abbiano fatto. Così come non si esclude che gli squilli del cellulare della quindicenne provenienti dalla cantina, mentre Sara veniva uccisa dallo zio, siano stati 'silenziatì dall'inserimento degli auricolari. Anche così si spiegherebbe il motivo per il quale nessuno della famiglia Misseri ha sentito i trilli del cellulare di Sara.


11 ottobre 2010






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Tassista aggredito, bruciate le auto ai testimoni Picchiato anche un fotografo: preso a bastonate

di Redazione

Dopo esser stato pestato da Morris Ciavarella per aver investito il cane dell'amica, Vincenzo Massari lotta contro la morte. L'aggressore: "Mi ha innervosito". La polizia: "Non era solo". Nel quartiere bruciate le auto dei testimoni, mentre un fotografo è stato pestato a sangue




Milano - Mentre Vincenzo Massari lotta contro la morte dopo essere stato brutalmente pestato da Morris Ciavarella per aver inavvertitamente investito il cocker dell'amicaa con il proprio taxi, sulle strade di Milano si sta consumando una vile vendetta per mettere a tacere i testimoni. L'auto di questi sarebbe stata infatti data alle fiamme, mentre un fotografo in servizio nel quartiere è stato pestato a sangue. Momenti di tensione in largo Caccia Dominioni anche nel pomeriggio quando la polizia ha fermato un giovane per accertamenti: sfiorata la rissa con alcuni abitanti del quartiere che hanno cercato di liberare il ragazzo.

Le condizioni del tassista Le condizioni di Massari rimangono stabili ed è confermata la presenza di un edema cerebrale dovuto all’aggressione. A dirlo è l’ultimo bollettino della struttura. "La situazione nelle ultime ore è rimasta stazionaria - spiega la nota firmata da Marco Cigada, responsabile della Struttura semplice di rianimazione - il paziente è mantenuto in coma farmacologico e sottoposto ad assistenza ventilatoria". Tradotto, significa che il coma è indotto dai farmaci per evitare che l’edema al cervello provochi danni, e che il taxista ha bisogno di aiuto per respirare. Inoltre, aggiunge lo specialista, "le risposte neurologiche agli stimoli non sono variate. Il monitoraggio conferma la presenza di un edema cerebrale sulla cui evoluzione si potranno dare informazioni più precise nelle prossime 48-72 ore".

L'aggressore: "Mi ha innervosito" "Mi ha fatto venire i nervi e allora l’ho picchiato", si è giustificato Ciavarella durante l'interrogatorio di oggi. Intano, un testimone sentito nel corso delle indagini, coordinate dal pm di Milano, Tiziano Siciliano, avrebbe escluso che il tassista stesse guidando a una velocità elevata quando ha investito l’animale. Non convincerebbe inoltre la versione di Ciavarella che ha raccontato di aver solo spintonato il tassista. La "vittima" dell’aggressione, infatti, ha riportato lesioni a entrambi i polmoni, alla milza ed inoltre ha i denti rotti e la faccia con numerose contusioni. A determinare quello che gli investigatori definiscono "un impressionante livello di omertà" da parte dei testimoni sarebbe stata la "fama" non proprio edificante di Ciavarella e del suo entourage familiare. Dopo il silenzio iniziale sono arrivate le prime, timide ammissioni che hanno determinato una svolta delle indagini, con l’ipotesi del coinvolgimento di altre persone nel pestaggio ai danni del tassista.

Bruciata l'auto del testimone Ad alcuni testimoni dell’aggressione al tassista milanese, da ieri in coma, sarebbe stata bruciata l’auto e, inoltre, sarebbero state rivolte delle minacce. Un episodio, reso noto dal vice sindaco di Milano, Riccardo De Corato, che "deve suonare da campanello d’allarme". Il numero due di Palazzo Marino chiede "la disposizione di un presidio fisso" da parte della polizia. "Questo pesante clima mafioso di intimidazione è inaccettabile e va subito affermata la legge. Non si può rimanere impassibili", spiega il vice sindaco ricordando che "alcuni testimoni hanno parlato di almeno tre o quattro aggressori. Dunque il fatto è tutt’altro che singolare, ma sarebbe nato, se confermate queste ipotesi, in ambienti frequentati da soggetti che - conclude - non sono certamente stinchi di santo".

Aggredito un fotografo Un fotografo è stato colpito con un bastone mentre fotografava la zona dove ieri è stato aggredito il tassista che aveva investito e ucciso il cane di un passante. È successo in via Luca Ghini alle 15. L’operatore stava fotografando la macchina bruciata questa notte e rimasta parcheggiata in via Ghini, su cui si sospetta una ritorsione dopo la testimonianza resa dagli abitanti ieri pomeriggio. Secondo il suo racconto, uno sconosciuto l’ha colpito con il manico di una scopa. La vittima è stata soccorsa dal personale del 118 con una vistosa ferita al naso. La polizia, giunta subito sul posto, sta ascoltando il fotografo per ricostruire la dinamica dei fatti e rintracciare l’aggressore. Due giovani sono stati invitati a salire sulla volante e sono stati accompagnati in Questura. Il fotografo si trova sull’ambulanza per essere medicato.

Tensione con la polizia Momenti di tensione in largo Caccia Dominioni, dove ieri un tassista è stato massacrato di botte. Un giovane fermato dalla polizia per accertamenti in seguito all’aggressione del fotografo, avvenuta alle 15 di questo pomeriggio, ha provato a resistere. In base alle prime ricostruzioni, il giovane, poi accompagnato in questura, era stato bloccato per un semplice controllo. Una decina di residenti, tra cui alcuni amici, hanno protestato animatamente mentre il giovane stava per essere caricato sulla volante.

La proposta della Moratti "L’obiettivo è quello di poter avere tutti i taxisti di Milano collegati via radio con la centrale operativa della polizia locale oltre che con la loro centrale". Dopo essere stata in ospedale a trovare il tassista, il sindaco di Milano Letizia Moratti ha ricordato di "aver già lavorato con i taxisti con un bando del 2008 che ha dato loro la possibilità di avere un sistema di rilevazione che li può mettere in contatto con la nostra centrale operativa". "Era un bando importate di 500 mila euro ma ora l’obiettivo - ha spiegato il primo inquilino di Palazzo Marino - formulerò una proposta in tal senso, è quello di collegarli tutti". Secondo la Moratti, infatti, "quella delle tecnologie sia la risposta più efficace in materia di sicurezza".





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Burocrazia malvagia: vive a Roma da 10 anni, per l'anagrafe sta a Parigi

Il Messaggero



ROMA (10 ototbre) -«Residente all'estero» senza esserlo e contro la sua volontà. La storia di E.P., cinquantenne romano, è un caso di mala-burocrazia. Un'odissea in cui l'uomo vive da quasi dieci anni e che al momento gli impedisce di godere pienamente del diritto di voto, come qualunque cittadino italiano. Nel 1998, E.P. si trasferisce a Parigi per lavoro e si iscrive regolarmente all'Aire (Anagrafe degli italiani all' estero).

Ritorna poi a Roma a fine 2001. «Da allora - racconta - per l'Aire è come non fossi mai tornato. Anzi, con l'entrata in vigore della legge sugli italiani all'estero, io che ero già rimpatriato e avevo comunicato questo rientro agli uffici comunali, per un'inerzia burocratica, sono stato nuovamente 'espatriatò, d'ufficio, senza che nessuno mi abbia detto nulla. L'ho scoperto per caso, quando sono andato a votare nella mia città. Sugli elenchi elettorali c'era scritto 'residente all' esterò, scritta che ancora compare ogni volta che mi presento al seggio. Da allora io non ho più votato perchè per farlo dovrei, come se fossi un vero e proprio residente all'estero, dichiarare un mese prima delle elezioni, dove voglio votare. Ma questo sarebbe un falso».

«Sono più di otto anni che provo a "tornare" nel mio paese, senza però riuscirci, e nonostante abbia comprato casa, paghi tasse e bollette. E nonostante la mia circoscrizione abbia dato luogo all'anacronistica visita della municipale a casa. Niente da fare: per l'Italia io ancora risiedo a Parigi. Vivo nella paradossale situazione per cui io non so quale sia la mia residenza. Non so mai quale indirizzo legale indicare in caso di domanda ad uffici pubblici o concorsi, come anche per il rinnovo del passaporto». «La mia iscrizione all'Aire - continua E.P. - ha portato solo svantaggi. Anche quando vivevo a Parigi, ad esempio, non ho mai potuto usufruire degli sconti previsti per il voto in Italia perchè la mia registrazione, anche questo è paradossale, si è formalizzata quando già ero tornato a Roma. Ora capisco perchè molti italiani evitano di iscriversi all'Anagrafe».

Tutta la questione, per E.P., ruota intorno ad un errore, una mancata corretta comunicazione, fra gli uffici comunali di Roma e la stessa Aire. L'uomo si è rivolto innumerevoli volte agli uffici dell' Aire. «Vivo in un delirio da quasi dieci anni. Mi trovo a parlare con funzionari sgarbati, maleducati, mi trattano come chissà cosa avessi fatto. L'ultima volta uno mi ha detto 'ci denuncì. Come se avessi un avvocato al mio servizio, e gratis. In realtà io ho fatto solo il mio dovere: andando all'estero mi sono iscritto all'Anagrafe. Se ora la mia situazione è incerta, non sono io a doverla risolvere, l'errore è dell'Aire e lo deve riconoscere». Per questo «non voto più. È come se lo stato mi avesse tolto questo diritto. È lo stato - conclude E.P. - che mi deve chiedere scusa e risolvere tutto. Io non farò dichiarazioni che non corrispondono alla realtà dei fatti, in cui affermo il falso».





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Class action contro Gardaland: «Discrimina chi ha sindrome di Down»

Il Messaggero


Ennesimo episodio di allontanamento dal parco divertimenti
CoorDown: ovunque si dialoga, con loro è impossibile




di Luca Monaco


ROMA (11 ottobre) - «Mamma andiamo via, non fa niente…». Così a Lucrezia, dieci anni, è stato vietato di salire su un’attrazione del parco di Gardaland solo perché affetta dalla sindrome di Down. «Eravamo in fila all’ingresso della Magic house, la casetta con il pavimento che si muove – racconta la madre, Cristina Cantoni – Mio marito era entrato un attimo prima con gli altri figli, quando l’inserviente ci ha fermate: «Sua figlia non può entrare. Se non andate via l’attrazione verrà bloccata».

Quello di Lucrezia non è certo il primo caso a Gardaland. «Abbiamo le testimonianze altri cento persone affette dalla sindrome di Down e allontanate senza ragione dalle giostre», assicura Sergio Silvestre, coordinatore nazionale di CoorDown (Coordinamento nazionale delle associazioni di persone con sindrome di Down), che ora annuncia una class action contro il parco divertimenti. E sempre sull’argomento, il 29 settembre scorso l’onorevole Maria Antonietta Farina Coscioni (Radicale del Pd) ha presentato alla Camera una mozione firmata da 70 colleghi, nella quale si impegna il governo ad adoperarsi affinché cessino le discriminazioni nel parco di Gardaland.

Lucrezia e la Magic house vietata. Non erano ancora scoccate le 12, il 29 dicembre scorso. Cristina Cantoni, un’impiegata romana di 37 anni e la figlia stanno per salire sull’ascensore che porta all’ingresso seminterrato della Magic house, la casetta con il pavimento che trema, quando l’inserviente prova ad intimare il primo divieto. «Suo figlia non può entrare». «Le porte dell’ascensore si erano appena chiuse con mio marito e i nostri quattro figli a bordo – racconta Cristina - Ho provato a spiegare che eravamo appena stati sulle montagne russe senza alcun problema, ma l’inserviente non ha voluto sentire ragioni. Così - continua Cristina - quando ho raggiunto il resto della famiglia al piano inferiore, una stanzetta angusta da cui si accedeva all’attrazione, è arrivata la responsabile: “O andate via, o blocchiamo l’attrazione” ha detto, mentre altre 20 persone assistevano alla scena attendendo solo di poter salire sulla giostra. A quel punto mia figlia è stata più saggia di me, e ha stroncato sul nascere ogni possibile discussione: “Lascia perdere mamma, andiamo via. Non fa niente».

Cristina Cantoni, dopo l’accaduto, non ha mai pensato di raccontare l’ episodio alla stampa, «eppure - spiega – ogni volta che scoppiava un nuovo caso rivivevo in me quei brutti momenti. Così ho colto l’occasione della giornata nazionale di Coordown, che si è svolta proprio domenica in oltre 100 piazze italiane, per denunciare la vicenda».

Class action contro Gardaland. Il regolamento di Gardaland impedisce l’accesso a tutta una serie di giochi a persone con cardiopatie e disabilità motorie, e questo per evidenti ragioni di sicurezza, sopratutto per ciò che concerne i cosiddetti giochi adrenalinici, come le montagne russe ad esempio. Ma in maniera del tutto generica stabilisce il divieto di accesso anche alle persone con «disabilità intellettive e relazioni». «Con il risultato inaccettabile e discriminatorio - spiega Sergio Silvestre, coordinatore nazionale di CoorDown - che anche se sei un campione sportivo vieni individuato e bloccato esclusivamente per via dei tratti somatici dovuti alla sindrome di Down. Gardaland è l’unico parco divertimenti in Italia ad adottare un tale comportamenti - precisa Silvestre - Negli altri parchi divertimento si dialoga con le famiglie, che decidono insieme agli addetti l’opportunità o meno di far salire i propri figli su determinati giochi». Per questo CoorDown ha incaricato i propri legali di intentare una causa contro Gardaland. «Perché non è possibile che su di una giostra adatta a un bambino di 4 anni, non possa salire un ragazzo Down di 20! - esclama Silvestre - Un tale comportamento, questo, che viola non solo l’art. 3 della Costituzione, ma anche la legge 67 del 2006». Quest’ultima stabilisce infatti che «Si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga. Non solo, in Italia c’è anche la legge 104 del 1992 che prevede sanzioni per coloro che discriminano le persone con handicap nei pubblici esercizi. «Bloccheremo l’azione legale - conclude Silvestre - solo qualora il parco decidesse davvero di trovare un accordo insieme. Cosa che per ora hanno sempre rifiutato».

La mozione. «È assurdo e inaccettabile che nel 2010 le persone vengano discriminate a causa dei propri tratti somatici. Ciò che accade da tempo a Gardaland consiste in una negazione sistematica di diritti sanciti da diverse leggi italiane oltre che dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità - afferma l’onorevole Maria Antonietta Farina Coscioni ( Pd), segretario della commissione Affari sociali della Camera - Per questo il 29 settembre scorso ho presentato una mozione per coinvolgere l’aula della Camera e chiedere un intervento diretto al Governo, che finora non ha mai risposto alle varie interrogazioni sull’argomento. Mai una risposta dai ministri della Salute e delle Politiche giovanili. Quello che chiediamo è semplicemente l’applicazione delle leggi esistenti, affinché a Gardaland cessi il divieto di divertimento attualmente in atto contro le persone affette dalla sindrome di Down».




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Rientrano in Italia le salme dei 4 alpini La Russa: "I nostri jet vanno armati"

di Redazione


Rientrate a Ciampino le salme degli alpini caduti sabato: guarda il video. Le massime cariche dello Stato ad accogliere i feretri: le mani di Napolitano sulle bare. Lo sfogo di un parente: "Godetevi lo spettacolo". La Russa: armare i bombardieri. E' necessario ridurre il rischio di subire attentati. Gli italiani a Herat: "Il lavoro continua". Il generale Berto: "Qui i bombardieri servono, i nostri alleati li hanno già"





Roma - Sono rientrati in Italia le salme degli alpini caduti sabato scorso in Afghanistan. Questa amattina è atterrato all’aeroporto di Ciampino il C-130 dell’Aeronautica Militare con a bordo i corpi dei quattro della Julia. Le massime cariche dello Stato ad accogliere i feretri dei militari caduti: i primi caporal maggiori Francesco Vannozzi, 26 anni, di Pisa, Gianmarco Manca (32 di Alghero), Sebastiano Ville (27 di Francofonte, in provincia di Siracusa) e del caporal maggiore salentino Marco Pedone (23).

L'omaggio ai caduti Le mani appoggiate sulla bara, avvolta nel Tricolore: un gesto diventato ormai purtroppo consueto. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha reso omaggio così alle salme dei quattro alpini uccisi sabato in Afghanistan. I feretri sono stati portati a spalla dai loro stessi commilitoni. Sulla pista dell’aeroporto di Ciampino, sotto una pioggia sottile, ci sono le massime cariche dello Stato, i parenti, un picchetto del Settimo reggimento Alpini di Belluno, il loro reparto, ed una rappresentanza di tutte le Forze Armate. Presenti anche i vertici militari. Le bare, allineate sulla pista, sono state prima benedette dall’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, poi il saluto commosso del Capo dello Stato.

Rabbia a Ciampino Dolore, ma anche rabbia. All’aeroporto di Ciampino uno dei parenti dei quattro alpini si è rivolto al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e gli ha detto: "Signor ministro, godetevi lo spettacolo". Interpellato dai giornalisti su questa circostanza, La Russa ha commentato: "I parenti, in queste occasioni, hanno diritto a qualsiasi reazione emotiva. Sia quella di quello zio, sia quelle affettuose dimostrate da altri parenti anche oggi". In generale la reazione dei familiari dei quattro alpini è stata di un dolore composto. Sia il capo dello Stato, Napolitano, sia il premier Berlusconi, sia il presidente della Camera, Fini, hanno salutato e parlato con i parenti prima dell’arrivo delle salme: in particolare, il presidente della Repubblica si è soffermato con alcuni di loro, ai quali ha rivolto parole di conforto.

video

  La dinamica dell'agguato Tra i militari italiani e gli insorti si è combattuta una vera e propria battaglia, lo scontro a fuoco è stato violento prima e dopo l'esplosione dell'ordigno. Anche in questo caso, "non il solito 'Ied', ma una bomba con almeno 100 chili di esplosivo". Oppure un più sofisticato 'Efp', in grado di forare anche spesse corazzature sfruttando il principio della carica cava. Gli artificieri sono al lavoro su quello che è rimasto del Lince proprio per capire che tipo di ordigno sia stato usato e quali contromisure adottare. Di sicuro, si farà un uso sempre maggiore dei nuovi blindati Freccia, più lenti dei Lince ma con ulteriori protezioni, e si privilegerà per quanto possibile il trasporto con gli elicotteri, che aumenteranno di numero. In attesa poi che il Parlamento decida se armare o no con le bombe i caccia Amx (e eventualmente se dotare di missili gli aerei senza pilota Predator), sono in arrivo in 'teatro' anche particolari robot anti-mine e nuovi congegni elettronici che impediscono l'attivazione di ordigni.

Gli italiani a Herat: "Andiamo avanti" La missione italiana in Afghanistan "è molto complessa, articolata": ma anche dopo la morte di quattro alpini in un attentato a est di Farah, "non c’è paura" tra i soldati del nostro contingente. "La reazione è quella del dolore per una perdita che ci ha toccati profondamente, ma le operazione continuano come sempre in tutto il territorio della regione ovest, a guida italiana", ha detto il portavoce del Regional Command West, maggiore Mario Renna, ai microfoni dSkytg24. "Abbiamo delle presenze fisse, ramificate, in modo da consentire un miglior sostegno alle forze afgane nel controllo del territorio. Il rapporto con i civili non è problematico, è positivo", ha aggiunto il portavoce, ricordando che i quattro alpini rimasti uccisi nell’agguato di sabato "erano alla loro prima missione in Afghanistan, ma non alla loro prima missione militare"



Il parente di un alpino a La Russa «Ministro, godetevi lo spettacolo»

Corriere della sera


Lo sfogo dello zio di uno dei militari uccisi in Afghanistan


ROMA - Non solo dolore, ma anche rabbia all'arrivo all'aeroporto di Ciampino delle bare dei quattro alpini uccisi in Afghanistan il 9 ottobre: lo zio di uno dei militari uccisi si è rivolto al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, dicendogli. «Signor ministro, godetevi lo spettacolo». Pacata la replica di La Russa con i giornalisti: «I parenti - ha detto - in queste occasioni hanno diritto a qualsiasi reazione emotiva, sia quella di quello zio che quelle affettuose dimostrate da altri parenti anche oggi».

LE AUTORITA' - Lo stesso familiare, in precedenza, aveva manifestato con parole simili il proprio stato d'animo alle alte cariche dello Stato presenti nella sala Vip dell'aeroporto di Ciampino. Ma in generale la reazione dei familiari dei quattro alpini è stata di un dolore composto. Sia il capo dello Stato, Napolitano, sia il premier, Berlusconi, sia il presidente della Camera, Fini, hanno salutato e parlato con i parenti prima dell'arrivo delle salme

 (fonte: Ansa).



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Napoli, spunta anche il traffico di tombe mercato choc al cimitero di Poggioreale

Il Mattino




di Giuseppe Crimaldi

NAPOLI (11 ottobre) - A Napoli non c’è solo la cricca di «affittopoli», quella dei falsi invalidi e dei finti ciechi: ora spunta anche quella dei loculi nel cimitero cittadino di Poggioreale.


Proprio così: salme trafugate per far posto a tumulazioni abusive e lavori illegali nelle cappelle per rivendere, ovviamente a peso d’oro, i loculi. È l’ultimo filone di inchiesta aperto dalla Procura partenopea dopo la denuncia presentata a fine settembre dai figli di una signora defunta sei mesi prima: aperto il cancello della cappella di famiglia si sono trovati davanti a sacchi, calce e attrezzi da lavoro proprio davanti al loculo.


Di qui le indagini con i carabinieri che dopo una serie di sopralluoghi accertano violazioni di cappelle gentilizie e di tombe. Un gigantesco business che ha già portato a vari avvisi di garanzia. E le indagini sono appena agli inizi.





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Il marito accusa: «Ora dicano perché l’hanno trasferita»

Il Secolo xix


«Una morte assurda, inspiegabile. Ora i medici devono spiegare, dirmi perché. Perché Margherita è stata trasferita a Sestri Levante, nel cuore della notte, quando i valori del suo sangue erano già sballati?». Lo dice Luca Fertonani, sentito dagli inquirenti nemmeno due ore dopo il decesso della moglie, il pubblico ministero chiavarese Margherita Ravera.

La scomparsa del pm, a soli 46anni, è un “giallo”: non sono state ancora ricostruite le cause della morte, né sono stati forniti chiarimenti in merito alle terapie somministrate al sostituto procuratore. Anche per questo, i magistrato di Torino (competenti per fatti che vedono coinvolti i colleghi liguri) hanno aperto un’inchiesta. Questa mattina, agenti della squadra di polizia giudiziaria di Chiavari porteranno in Piemonte le cartelle cliniche e i referti subito posti sotto sequestro. Il pm di turno disporrà immediatamente l’autopsia, affidando l’incarico a un consulente tecnico, un patologo forense: l’esame necroscopico sarà effettuato all’obitorio di Lavagna, oggi. Domani i funerali, a Chiavari, nella chiesa di San Giovanni Battista.



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Multata 151 volte in due mesi

Il Mattino di Padova


Si è dimenticata di rinnovare il permesso per la Ztl di Padova e ora si ritrova con la casa ipotecata e 36 mila euro di multe da pagare per 151 verbali. L'incredibile vicenda vede protagonista Luisa Congedo, giovane imprenditrice di San Giorgio in Bosco, che sarà a "La vita in diretta" su RaiUno per raccontare la sua storia
di Silvia Bergamin

Luisa Congedo
Luisa Congedo


SAN GIORGIO IN BOSCO. Si dimenticano di rinnovare il «pass» dei varchi elettronici in centro a Padova e ora si ritrovano con la casa ipotecata e 36 mila euro di multa da pagare. L'incredibile vicenda finirà oggi pomeriggio a «La vita in diretta».

Tema della trasmissione, in programma su RaiUno e condotta da Lamberto Sposini e Mara Venier, le contravvenzioni. A raccontare la sua disavventura ci sarà Luisa Congedo, un'imprenditrice di San Giorgio in Bosco che in appena due mesi e mezzo si è vista staccare dai vigili del Comune di Padova la bellezza di 151 multe. I fatti risalgono al 2006. «Al tempo - dice la donna - gestivamo un'attività in via Marsilio da Padova, in pieno centro. I miei fratelli ed io per raggiungere il posto di lavoro utilizzavamo un'auto intestata a nostra madre».

«Per entrare nella zona a traffico limitato di Padova - continua - bisogna essere muniti di un permesso di accesso attraverso i varchi elettronici, che si deve rinnovare ogni sei mesi. Alla scadenza, mio fratello si è recato dalla polizia locale: la cifra da pagare era 100 euro, contanti in quel momento non ne aveva. Aveva chiesto, quindi, di saldare il conto con il bancomat, ma sfortunatamente il dispostivo era guasto». Nulla di fatto.

Passano i giorni e «mio fratello, preso da altre questioni, non si è più ricordato del rinnovo». La resa dei conti arriva il 29 novembre 2006: «Ci siamo visti recapitare a casa il primo pacco di multe - ricorda - la prima era datata 13 settembre. A questa se ne sono aggiunte altre 150. Tutte da 78 euro l'una. La seconda tranche è arrivata a gennaio 2007». Incredulità. «Ogni giorno - continua - facevamo diversi viaggi per caricare e scaricare la merce. Capitava spesso di entrare in città tre volte, e uscirne altrettante: questo significa sei multe nella stessa giornata». Dodici mila euro l'ammontare esatto delle contravvenzioni.

«A quel punto - continua la donna - consapevoli delle nostre responsabilità, ci siamo messi in contatto con l'amministrazione comunale di Padova per cercare di trovare una soluzione: il termine massimo per pagare le multe erano 60 giorni, pena il raddoppio della cifra. In Comune ci è stato detto di non fare nulla, che avrebbero sicuramente risolto il caso. Noi ci siamo fidati, non avevamo alcun motivo per fare diversamente».

Prima della vigilia della scadenza dei due mesi, l'imprenditrice ha tentato di ricontattare gli uffici di Palazzo Moroni: «Non ho avuto risposta e ci siamo affidati all'associazione nazionale utenti auto». Nel 2009 l'arrivo delle cartelle esattoriali. Da 12 a 24 mila euro complessivi di multa sui quali, nel corso degi anni, sono maturati interessi per altri 12 mila euro. «Sulla casa di mia madre - spiega - è stata iscritta un'ipoteca, ora per evitare che vada all'asta dobbiamo pagare 36 mila euro». «Non siamo innocenti - sottolinea - ma non abbiamo pagato perché eravamo stati rassicurati. Capiamo l'applicazione di una sanzione, ma non 12 mila euro». C'è stata malafede da parte del Comune per fare cassa? «All'inizio c'è stato buon senso, ma la macchina burocratica deve essersi inceppata».



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A Ciampino le salme degli alpini caduti nell'agguato in Afghanistan

Corriere della sera


I corpi dei quattro caporalmaggiore uccisi nella valle del Gullistan sono giunti alle 9 nell'aeroporto militare

ESEQUIE SOLENNI


I corpi dei quattro caporalmaggiore uccisi nella valle del Gullistan sono giunti alle 9 nell'aeroporto militare


Marco Pedone
Marco Pedone
Sebastiano Ville
Sebastiano Ville

ROMA - Dolore e commozione a Ciampino dove alle nove di questa mattina sono giunte con il C130 dell'Aeronautica militare le salme del caporalmaggiore Gianmarco Manca (32 anni), del caporalmaggiore Marco Pedone (23 anni), del caporalmaggiore Sebastiano Ville (27 anni) e del caporalmaggiore Francesco Vannozzi 26 anni). I corpi dei quattro soldati uccisi sabato in Afghanistan nella valle del Gullistan rientrano in Italia per le esequie solenni. Ad accoglierle all'aeroporto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il ministro degli esteri Franco Frattini, il ministro della difesa Ignazio La Russa. Le bare, allineate sulla pista, sono state prima benedette dall'ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, poi il saluto commosso del Capo dello Stato che ha poggiato le mani sulle bare avvolte dal tricolore.

Francesco Vannozzi
Francesco Vannozzi
Giammarco Manca
Giammarco Manca

CUSCINI DI VELLUTO ROSSO - Sulla pista dello scalo romano anche un picchetto del Settimo reggimento Alpini di Belluno, il reparto dei quattro caduti, ed una rappresentanza di tutte le Forze Armate. Alcuni militari portano su cuscini di velluto rosso i cappelli alpini con la penna dei quattro militari caduti. «E' come perdere qualcuno della nostra famiglia» ha commentato il Maggiore Massimo Carta ai microfoni di Skytg24. «Sono stati un esempio e una guida per ognuno di noi» ha continuato. «La missione è sempre stata particolarmente rischiosa. Un serpente a sonagli». I funerali degli alpini si terranno martedì 12 ottobre nella basilica di Santa Maria degli Angeli a Roma.

CAMP ARENA - Una camera ardente è stata allestita domenica presso la sala ’Folgore’ del Regional Command West di Herat per rendere l’ultimo saluto ai quattro militari caduti. E' stata celebrata una messa funebre dal cappellano militare di Camp Arena, sede del comando del contingente italiano: subito dopo è avvenuto il trasferimento dei feretri all’aeroporto per la benedizione, gli onori militari e la partenza dall’Afghanistan. Nell’attacco è rimasto ferito un quinto alpino, Luca Cornacchia, ma le sue condizioni non sono gravi.

Redazione online
11 ottobre 2010



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Fuga spettacolare in auto

Corriere della sera

L’Unità ha un padrone ma Concita non lo so

di Paola Setti



La De Gregorio nega, ma il quotidiano ha vissuto finora grazie a 6,4 milioni di finanziamenti pubblici ai partiti. E l’editore Soru è fra i leader democratici. A nominare il direttore attuale fu Veltroni, stufo delle critiche di Padellaro



 

Partendo dalla fine di questa storia, si potrebbe dire così: se è di destra è bieco e deprecabile dossieraggio, se è di sinistra è salvifico e virtuoso giornalismo d’inchiesta. Che è anche un po’ come dire che se sei occhialuta e bionda e ti chiami Concita De Gregorio e il quotidiano che dirigi guarda al Pd allora sì, tu puoi; ma se sei occhialuto e pelato e ti chiami Alessandro Sallusti e il tuo quotidiano guarda al Pdl allora no, tu non puoi. Perché al netto dei dossier che non ci sono e dei segugi che invece ci sono ma a Mantova non ci vanno nemmeno in vacanza e di Nicola Porro che scherzava e della Sciura Marcegaglia che si preoccupava e dei pm che non gli pareva vero, ecco, al netto di tutto resta che l’Unità sta al Pd almeno quanto il Giornale sta al Pdl. Non ci piove, anzi, piovono finanziamenti pubblici: non al Giornale, che infatti non è del Pdl, ma all’Unità, che infatti è del Pd e come tale nel 2009, per il 2008, ha messo in cassa quasi 6,4 milioni di «Contributi per testate organi di partiti e movimenti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle camere o rappresentanze nel Parlamento europeo».

Hai voglia ad accapigliartici, con la De Gregorio, come ha fatto Sallusti l’altra sera a «In Onda» su La7. Lei a dire che «la differenza fra noi è che io non sono eterodiretta, mentre il suo è il giornale di Berlusconi», lui allibito: «E il suo è il giornale del Pd, infatti lei fa inchieste sulle notti di Berlusconi con ragazze maggiorenni e vaccinate, ma non sulle notti di Fassino». Non è dato sapere se il di lei strabuzzare d’occhi fosse per l’accusa in sé o al pensiero di mettersi alle calcagna delle notti fassiniane, ma questo non cambia la sostanza. E la sostanza è che se il Giornale è del fratello del presidente del Consiglio e certo non lo nega, l’Unità è del Pd, epperò nega. Dice infatti la De Gregorio che il suo editore, tal Soru Renato, non è uno sconosciuto, è vero, «è l’imprenditore che ha inventato Tiscali», e giura: macché Pd, io sono indipendente. Omette di dire, la De Gregorio, che Soru è stato governatore della Sardegna: non da indipendente, ma col Pd.

E mica ci passava per caso, nel Pd, visto che dal 2007 è nel «Comitato dei 45» che riunisce i leader democratici.
Quando s’è comprato l’Unità, evitando l’ingresso del «nemico» Angelucci già editore di Libero e del Riformista, Soru ha annunciato che avrebbe rinunciato ai finanziamenti pubblici, guadagnandosi il plauso di Beppe Grillo. Era il 5 giugno 2008. Nel 2009 i contributi sono arrivati lo stesso: 6,4 milioni contro i 3 del Secolo d’Italia e i 4 della Padania, comunque il contributo più alto in assoluto. Ma era giusto, perché i soldi arrivano l’anno successivo per il precedente. Sul 2010, ancora non è dato sapere quali siano stati gli stanziamenti del governo. Di certo c’è che la rassegna stampa sulle ipotesi di tagli ai contributi pubblici dal 2008 in poi tira sempre in causa anche l’Unità fra gli altri organi di partito a rischio chiusura per il danno economico. E a raccontare il condizionamento che l’Unità subisce, eccome, dal Pd, si potrebbe scomodare il fatto che la stessa Concita fu nominata, con Soru già editore, dall’allora segretario Walter Veltroni, stanco di venire pungolato da un sempre più scomodo Antonio Padellaro, che dal nuovo direttore venne persino censurato quando pubblicò un libro affatto tenero col centrosinistra.

Ma su tutto, a fugare ogni dubbio c’è quello che lo stesso Comitato di redazione dell’Unità ha messo nero su bianco non tre anni fa, ma il 22 settembre scorso. «Cari amici, cari compagni» esordisce la lettera con cui il Cdr esprime preoccupazione per l’annunciata volontà da parte dell’editore di chiudere le cronache locali di Emilia Romagna e Toscana «con conseguenti 11 eccedenze di personale giornalistico». È indirizzata ai gruppi parlamentari del Pd, quella lettera. Il Cdr chiede «un incontro urgente con i capigruppo del Pd, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, e gli uffici di presidenza» per «parlare del giornale, a cui voi contribuite attraverso il finanziamento pubblico». Se lo dicono loro, forse la De Gregorio non li potrà smentire.

Resta da annotare che, a proposito di schiena dritta, dopo aver rumorosamente annunciato il famigerato dossier anti Emma del Giornale, ieri l’Unità non ha scritto una-riga-una sul fatto che quel dossier era composto proprio di articoli dell’Unità e di altre testate anti-berlusconiane, scherzetto. Quindi, ricapitolando: se sei stipendiato da Berlusconi fai dossier, se sei stipendiato dal Pd fai inchieste. Antonio Gramsci era sardo come Soru, ma forse dissentirebbe.



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L’ossessione della Marcegaglia: i falsi complotti

di Gabriele Villa



Il 26 maggio la Marcegaglia puntava il dito sulla stampa: "Contro di me attacchi di chiara provenienza". Ma a criticarla non era stato il Giornale ma Il Mondo, L’Espresso e persino il Corriere della Sera. Ma Arpisella frena della Spectre: "Erano solo mie elucubrazioni"



 

«In questi giorni sono stata oggetto, assieme a Confindustria, di attacchi ingiuriosi, costruiti su notizie false e prive di fondamento, di chiara provenienza». Era il 26 maggio quando Emma Marcegaglia, in tailleur bianco, come l’innocenza dei suoi pensieri, ma con aria contrita come il momento grave imponeva, denunciava con queste accorate, disperate parole, all’assemblea di Confindustria, il Grande Complotto in atto nei suoi confronti. Badate bene: il Presunto Grande Complotto. Partorito, dalla sua fervente immaginazione, dopo aver sfogliato, con mani tremule, nei giorni e nelle settimane precedenti, alcuni articoli pubblicati dal Mondo e dall’Espresso.

Perché stupirsi, d’altra parte, la sindrome del complotto è antica quanto il mondo e chi ha studiato (e certamente Emma Marcegaglia lo ha studiato) sa bene che Karl Popper ha tracciato efficacemente i contorni di questa particolare «devianza» nel suo saggio sulla teoria sociale della cospirazione che si ritrova in uno dei suoi testi più noti: «Congetture e reputazioni». Secondo Popper questa teoria, più primitiva di molte forme di teismo, è simile a quella rilevabile in Omero, il quale concepiva il potere degli dèi in modo che tutto ciò che accadeva nella pianura davanti a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate nell’Olimpo.

Capite bene che è sufficiente traslocare la piana di Troia in viale dell’Astronomia a Roma, sede dell’organizzazione degli industriali o, se preferite a Mantova, quartier generale delle attività della famiglia di madame Emma, e il gioco, anzi la trama tramata dai cospiratori dell’Olimpo editoriale (quindi semplici giornalisti e non dèi) si abbatterà inesorabilmente sulla presidente.

Certo, così si vive sempre in tensione. Ci si deve guardare le spalle, si è costretti a buttar giù ogni volta un tranquillante prima di leggere o farsi leggere la rassegna stampa del giorno. O subito dopo aver ascoltato le fondate preoccupazioni del proprio uomo di fiducia, Rinaldo Arpisella. Che ha semplicemente parlato al telefono, come tante altre volte, con il vicedirettore del Giornale ma che questa volta ha ravvisato un tono minaccioso e ricattatorio in alcuni passaggi della suddetta conversazione telefonica. E quindi si è costretti a chiamare Fedele Confalonieri per chiedere aiuto, per evitare che la scure di Vittorio Feltri e dei suoi giornalisti, con le penne notoriamente caricate a fango, si abbatta inesorabile su di lei, l’Emmarcescibile.

«Fino all’ultimo giorno sarò con voi per l’indipendenza della nostra istituzione e per la sua difesa», disse quel 26 maggio con voce stentorea Emma Marcegaglia, nel sacrosanto tentativo di difendere il lavoro svolto dalla sua squadra in due anni di gestione. Un quasi appello a riunire le forze per combattere, ma senza alcun riferimento (allora deve essere proprio un vizio) esplicito alla possibile regia di quelli che la leader degli industriali definiva in quell’occasione «attacchi di chiara provenienza». Insomma chi manovrava già allora contro la Marcegaglia? La Spectre? Il Cerchio Sovrastrutturale tirato in ballo da Arpisella nella conversazione con Porro? Se è vero come è vero che il Mondo e L'Espresso e financo il Corriere della Sera, con la recensione uscita il giorno prima dell’assemblea confindustriale, del libretto di Filippo Astone «Il partito dei padroni», l’avevano bastonata, è anche vero che lei, resistendo, parole sue di allora, alla «tentazione di replicare con dati e circostanze, questi sì veri» aveva «deciso di far prevalere il senso della responsabilità e del rispetto per l’istituzione Confindustria».

Concludendo il contrito sfogo con una storica frase: «Per me l’unica cosa che conta è essere in sintonia con voi: altri si comportino come vogliono». Poi passarono i giorni, le settimane, i mesi. Ma la sindrome del complotto non passò. Rimase lì, latente. Stuzzicata, di tanto in tanto, da qualche aggettivo, avverbio o complemento oggetto a suo carico, letto qua è là nelle rassegne stampa. Fino a qualche giorno fa, quando è esplosa. Accendendo la miccia della Grande Perquisizione al Giornale, attuata da un manipolo di carabinieri, in cerca di improbabili dossier contro di lei. E allora via con le dichiarazioni d’intenti: «E Emma disse ora basta! È guerra», (titolo di Repubblica), «Vado avanti e non mi faccio intimidire» (titolo della Stampa), «Non ho paura, vado avanti» (titolo del Fatto Quotidiano). Solo che qualcosa non torna. Perché, come giustamente rileva il collega Marco Lillo proprio sul Fatto Quotidiano: «…A dire il vero tra le righe dell’intervista al Corriere si intuiva una dissonanza: la presidente di Confindustria inviava messaggi suadenti al direttore del quotidiano che le voleva fare “un c. così per due mesi”: “È uno dei migliori giornalisti d’Italia, non ho nulla contro di lui”, cinguettava la Marcegaglia……». C’è da preoccuparsi davvero, a questo punto, perché oltre alla sindrome del complotto si insinua, negli armadi e nell’animo di madame Emma, anche la sindrome di Stoccolma. Che come si sa nella psicoterapia definisce quello strano rapporto d'amore che la vittima prova per il suo carnefice. Un bel rischio per Feltri, ammettiamolo




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Giallo sull'inchiesta madre: "Niente indagine su Confindustria"

di Mariateresa Conti


Il procuratore capo smentisce. I telefonini del Giornale ascoltati perché chiamavano Arpisella. Allora perché i cellulari dell'assoiciazione imprenditoriale erano sotto controllo? E a quali scopi?


Il portavoce di Emma Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, ribadisce di non essere indagato. La procura di Napoli gli dà ragione, precisando a propria volta che non ci sono indagini nei confronti della presidente di Confindustria, del suo portavoce e della stessa Confindustria. E il mistero sull’inchiesta «madre», quella cioè nell’ambito della quale, ascoltando Arpisella, i pm napoletani si sono imbattuti nella conversazione del portavoce della Marcegaglia con il vicedirettore del Giornale Nicola Porro sulla quale hanno aperto l’inchiesta bis, si infittisce. Perché il telefono di Arpisella, questo è certo, è sotto controllo. E siccome Arpisella di mestiere fa il braccio destro del numero uno di Confindustria, sembra chiaro che nel filone d’indagine principale deve comparire qualche esponente di vertice dell’associazione degli industriali. Qualcuno che con Arpisella ha contatti tanto frequenti da imporre anche l’ascolto del suo telefono.
È lo stesso portavoce della Marcegaglia, con la nota di precisazione di ieri, a indirizzare su questa strada. «In relazione a quanto pubblicato da alcuni quotidiani – scrive – mi corre l’obbligo di precisare di non essere indagato in nessuna delle inchieste in corso: né come responsabile della comunicazione del gruppo Marcegaglia né come portavoce della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Tant’è che dai pubblici ministeri della Procura di Napoli titolari delle inchieste sono stato ascoltato solo come persona informata dei fatti. La mia utenza telefonica era intercettata come utenza di persona non sottoposta a indagini e il provvedimento era stato disposto nell’ambito del procedimento principale, come si può evincere dall’agenzia Ansa dell’8 ottobre».
Cosa diceva quest’agenzia? Eccola: «A proposito delle intercettazioni telefoniche che hanno dato il via all’indagine sul presunto dossier queste, come trapela da fonti giudiziarie, non sono state eseguite su utenze di persone indagate. Intercettato era il telefono di Rinaldo Arpisella, segretario della Marcegaglia (si tratta delle cosiddette intercettazioni presso terzi, ovvero su utenze di persone non sottoposte a indagini) e il provvedimento era stato disposto nell’ambito del procedimento principale».
E si torna quindi al punto di partenza: su cosa indaga la procura di Napoli? Qual è il nesso che porta a Confindustria e Arpisella? Ieri il procuratore Giovandomenico Lepore ha ribadito che «l’indagine nei confronti dei giornalisti Alessandro Sallusti e Nicola Porro non ha nulla a che fare con pretese indagini nei confronti del presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, o del suo portavoce Rinaldo Arpisella, o della stessa Confindustria». Una smentita stringata e, necessariamente, generica. A parte il fatto che, se pure un’indagine ci fosse, la procura non potrebbe certo confermarla, cosa dice Lepore? Dice che Arpisella e la Marcegaglia non sono indagati, e che indagata non è nemmeno Confindustria in quanto associazione degli industriali.
Non dice, e non potrebbe dirlo, che ad essere inizialmente intercettato - di qui poi i controlli anche sul telefono di Arpisella - sarebbe, almeno secondo il tam-tam insistente che sin da giovedì scorso circola al Palazzo di Giustizia di Napoli, un alto dirigente dell’associazione degli industriali. È questa, se davvero il portavoce della Marcegaglia non è indagato, l’unica spiegazione plausibile. Non può essere altrimenti, a meno di ipotizzare che ci sia un’inchiesta del tutto estranea agli ambienti di Confindustria in cui, per uno strano caso del destino, sia incappato chissà perché il povero Arpisella. Ma questa è un’ipotesi che non sta in piedi. Anche perché, come si diceva, i boatos degli ambienti giudiziari napoletani dicono che sarebbe dalle chiacchierate di un dirigente dell’associazione degli industriali (intercettato prima del portavoce della Marcegaglia) che si sarebbe arrivati all’intercettazione di Arpisella e poi, a strascico, a quella del vicedirettore del Giornale Porro, sfociata nell’inchiesta per violenza privata sul dossier contro la Marcegaglia mai esistito. 
Mentre il mistero sull’«inchiesta madre» resta, l’indagine sul Giornale continua. Oggi i pm dovrebbero stabilire il calendario degli interrogatori. Dovrebbero essere sentiti come testimoni, tra gli altri, il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, e il direttore editoriale del Giornale, Vittorio Feltri.




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Quando Fini contestava le teorie di Woodcock

di Antonio Signorini


Roma

Henry John Woodcock? È «noto per una certa fantasia investigativa, chiamiamola così». Un «personaggio verso il quale il Csm avrebbe già dovuto prendere provvedimenti». E, ancora: «Un signore che in un paese serio avrebbe già cambiato mestiere». Oggi Gianfranco Fini chiama la presidente degli industriali Emma Marcegaglia per esprimerle la sua solidarietà per quanto emerso dalle indagini dei giudici di Napoli e, in particolare, dalle intercettazioni. Ma quando, nel 2006, sotto la lente della giustizia finì il suo portavoce, Salvo Sottile, Fini non mostrò di dare altrettanto peso al lavoro dei giudici. E i suoi sforzi furono tutti indirizzati a demolire le loro tesi.

Casualmente, uno dei personaggi dei due casi è lo stesso. Uno dei Pm al lavoro sulle telefonate tra il vicedirettore del Giornale Nicola Porro e il portavoce di Emma Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, è per l’appunto Henry Woodkcock. Il livello delle critiche di Fini con il giudice, che era già diventato popolare per le sue inchieste su personaggi importanti, raggiunse un livello altissimo e il Pm lo querelò.
La serie giudiziaria e giornalistica era quella denominata Vallettopoli. Di fronte alle accuse a Sottile e alla pubblicazione delle intercettazioni, Fini perse le staffe durante una trasmissione televisiva.

«Devo fare uno sforzo diplomatico e se dovessi dare sfogo all’indignazione che provo in questo momento farei scintille». Di scintille ne fece, tanto che Woodkcock lo citò per diffamazione. Due anni dopo il provvedimento fu sospeso, per effetto del lodo Alfano (Fini era nel frattempo diventato presidente della Camera). Successivamente Fini rinunciò all’immunità, il Pm ritirò la querela e la vicenda si chiuse lì.

Di quel giro di giostra, rimangono i giudizi durissimi del presidente della Camera. A partire dalla pubblicazione delle telefonate. Quattro anni fa la posizione era: «Il linciaggio mediatico che deriva dalle intercettazioni di persone del tutto estranee, che non hanno alcun nesso con le vicende in corso, deve fare scattare un grido sdegnato di allarme». Oggi il contenuto delle telefonate - che ha fatto sorgere più di un dubbio e non solo nel centrodestra - gli ha fatto esprimere solidarietà a Marcegaglia.

Sono cambiati gli equilibri. Basta scorrere le reazioni della politica a quella inchiesta di Woodkcock. Fu tutto il centrodestra ad esprimere solidarietà a Sottile. Udc compreso. E persino a sinistra, che allora era la maggioranza, si levarono più voci critiche nei confronti delle decisioni dei giudici di Potenza. La Rosa nel pugno, temporanea alleanza tra radicali e socialisti, espresse dubbi. Persino l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, intervenne e chiese tempi brevi per l’inchiesta.

Si dirà, i tempi sono cambiati. Comprensibile che Fini, mettendo sulla bilancia il Giornale e Marcegaglia abbia preferito difendere la seconda. E che la posizione del leader di Fli sulla giustizia sia cambiata con il tempo, è cosa nota. Ma è da registrare il fatto che, al quotidiano di via Negri, non è concesso nemmeno il «no comment» motivato, che nel 2008, quando già era presidente della Camera, Fini dedicò alla notizia di un’inchiesta dello stesso Woodkock sull’ex ministro ed ex leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio. «Alcuni noti personaggi della magistratura - disse - in certe circostanze hanno viste non confermate le proprie tesi». Chissà se, in fondo in fondo, anche oggi non pensi che le tesi dei Pm non saranno confermate. Probabilmente, questa volta, non lo auspica.




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Spara al bersaglio del rivale e gli fa vincere una medaglia

Il Messaggero



NUOVA DELHI (10 agosto) - Curioso episodio ai Giochi del Commonwealth. Il membro più anziano della rappresentativa dell'Australia, il 58enne tiratore oriundo italiano Michelangelo Giustiniano, la medaglia d'argento della gara di pistola 25 metri sparando per sbaglio ai bersagli dell'avversario che gli stava accanto. Evento unico nella storia del tiro a segno, almeno ad alto livello, l'impresa al contrario di Giustiniano c'è stata nella fasi decisive della finale.

A rendere ancor più amara la prova dell'italo-australiano c'è stato il fatto che i suoi colpi nel bersaglio sbagliato sono andati a segno e che quindi in giudici li hanno conteggiati a vantaggio del rappresentante di Singapore Lip Meng Poh, "vicino" di gara di Giustiniano. Lip Poh grazie all'aiuto involontario del collega è riuscito a risalire la classifica arrivando a conquistare la medaglia di bronzo, mentre Giustiniano è sceso dal secondo al quinto posto, visto che nel suo punteggio sono stati conteggiati alcuni "zero".

«È incredibile, ha vinto la medaglia grazie a me», ha commentato l'australiano che poi ha cercato di giustificarsi spiegando di aver utilizzato in finale «la pistola di riserva, perchè quella che uso di solito mi si era inceppata».




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Dopo averla uccisa e buttata là sotto sono tornato tre volte a controllarla»

Corriere della sera


La confessione dello zio: ho recitato qualche Ave Maria e mi sono fatto il segno della croce


AVETRANA (Taranto) - «Dopo averla buttata nella cisterna sono tornato in quel campo tre volte, mi sentivo in colpa, mi sono messo a pregare per Sarah». Sono le due e un quarto del mattino, 7 ottobre. Il corpo di Sarah è appena stato ritrovato. Michele Misseri, lo zio-mostro che l'ha strangolata, violentata e buttata in una cisterna, ha accompagnato i carabinieri fino al pozzo. «Ecco, è lì sotto» ha indicato. Poi di nuovo in caserma, a Manduria, davanti al procuratore aggiunto Pietro Argentino, al sostituto procuratore Mariano Buccoliero e al capitano dei carabinieri Luigi Mazzotta. Per un nuovo, drammatico, interrogatorio.

RICORDI - «Allora, signor Michele, quello che ci dice oggi può valere per sempre, ok?». «Ok» risponde lui. E per un'ora rimette mano ai ricordi. Racconta di Sarah che si presenta in garage, di come si è accasciata a terra mentre lui le stringeva la corda al collo, di come l'ha portata via senza farsi notare da nessuno. E poi la violenza sotto un fico, l'idea «venuta lì per lì», dice lui, di farla sparire nella vasca piena d'acqua. Tutto colpisce delle risposte di Michele. Poche parole, semplici e terribili.
«Quando la butta nel pozzo e ricopre il pozzo che cosa fa?», chiede il pubblico ministero. «L'ho ricoperto. Ho messo la pietra che stava originale, sopra, poi quelle piccole in giro...».
Pm: «Per ricordarsi dov'era Sarah che ha fatto?».
Misseri: «Prima ho messo un po' di paglia sopra, poi un ceppo».
Pm: «Perché?».
Misseri: «Perché mi sono sentito... come devo dire? In colpa, mi volevo... non so nemmeno io cosa volevo fare. Infatti il cellulare di Sarah l'ho tenuto tre giorni in macchina, coperto».
Pm: «Quindi lei ha segnato il posto perché sapeva già che doveva ritornare lì?».
Misseri: «Sì, tre volte sono tornato, tre pomeriggi, verso le tre e mezzo-quattro».
Pm: «E quando è tornato lì che ha fatto?».
Misseri: «Ho detto qualche Ave Maria, qualche cosa... Il segno della croce»
Pm: «Ma il pozzo l'ha aperto?».
Misseri: «Solo una pietra per vedere ma non si vedeva. Ho fatto con una lampadina tascabile ma non si vedeva niente».

DAL GARAGE - Lo zio dice che quando è uscito dal garage, con il cadavere di Sarah caricato nel bagagliaio della sua Marbella e coperto da un cartone non sapeva bene nemmeno lui dove andare.
Pm: «Lei aveva già deciso dove portare Sarah?, dove lasciare il corpo di Sarah?».
Misseri: «No, mi è venuto così, spontaneo, che mi ricordavo quel pozzo che avevo lavorato».
Pm: «Cioè, nel momento in cui lei mette Sarah dentro la macchina...».
Misseri: «Sì, l'ho portata così... non sapevo».
Pm: «Ma quando le è venuta l'idea di violentarla?».
Misseri: «Quando stavo sotto l'albero di fico perché non sapevo dove metterla. Ho visto l'albero di fico e l'idea mi è venuta nel momento stesso».
Pm: «Per quale motivo dopo averla spogliata e violentata ha deciso di rivestirla per buttarla nel pozzo?».
Misseri: «Non lo so nemmeno io perché. L'ho rivestita completamente, pure le scarpe. Ci aveva l'infradito».
Pm: «Quindi ha preso i vestiti...»
Michele: «Li ho messi nella macchina e sono andato a bruciarli (...), sono andato nei miei terreni, a Mutinato, e ho buttato la batteria».
Pm: «E dopo?».
Misseri: «Sono tornato dai fagioli... da mio cognato».

TELEFONINO - Uno dei punti sui quali i magistrati insistono molto è il telefonino di Sarah.
Pm: «Mentre lei faceva tutto questo il cellulare di Sarah dove stava?».
Misseri: «In cantina».
Pm: «E mentre lei stava uccidendo Sarah il cellulare squillava?».
Misseri: «Sì, tre o quattro volte. Poi è caduto a terra da solo e si è tolta la batteria».
Pm: «Che significa è caduto da solo?».
Misseri: «Ce l'aveva in mano Sarah nel momento che stavo stringendo il collo. Era Sabrina (la figlia di Michele, ndr) che la stava chiamando, io non l'avevo vista che stava fuori con Mariangela (l'amica arrivata a casa di Sabrina per andare con lei e Sarah al mare, ndr). Poi dopo, quando si è accasciata, Sarah, il cellulare è andato a terra».
Pm: «Senta, quando lei ha attorcigliato la corda a Sarah, ha gridato la ragazza?».
Misseri: «No, niente. All'inizio ha cercato di mettersi le mani al collo».
Un debole, inutile tentativo di difendersi mentre capiva di non avere più scampo.


Giusi Fasano
11 ottobre 2010




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Se non contesti il Cav sei venduto o patetico

di Redazione



Lo ammetto. Non ce la faccio più a sopportare il razzismo dei «giusti». Mi irrita e annichilisce ogni possibilità di dialogo. Come si fa a parlare con chi è convinto che le sue opinioni sono l’unica verità? Perché è questo quello che sta accadendo. Non ci sono più le ideologie. La chiesa comunista è fallita, ma dieci anni dopo la fine del Novecento tutti quelli che hanno bisogno di una fede laica si sono ritrovati in una nuova religione, senza cattedrali. Non so come definirli. Non puoi neppure più dire che sono semplicemente di sinistra, perché non è quella la discriminante. So però che si sentono gli unici autorizzati a parlare di democrazia e continuano a dividere gli uomini in buoni e cattivi. Li chiamo antiberlusconiani, perché come tutte le chiese hanno bisogno di un nemico, di un demonio. Una volta abbattuto lui tutte le cose tornano a posto.

Gli antiberlusconiani non se la prendono solo con Berlusconi. È troppo semplice. Ripropongono invece la vecchia dicotomia dell’era ideologica classica. La differenza tra i buoni e i cattivi non è politica. È antropologica. Chi sta dall’altra parte non è un signore che su una questione o su un’altra la pensa in modo differente da te. È uno che ha qualcosa di losco. È un venduto o uno da commiserare, un vile o, massimo della pietà, uno che tiene famiglia. Ho letto su un blog di grillini perfino qualcuno che animato da pietà dopo un mio articolo si era messo in testa di recuperarmi come pecorella smarrita.

Allora, scusatemi, ma a tutti voi vorrei fare solo una serie di domande. Perché Elisabetta Tulliani è una martire e Elisabetta Gregoraci una poco di buono sposata con un cafone? Perché se Bondi scrive poesie è patetico e se Veltroni scrive romanzi è un’intellettuale? È davvero così profondo lo scarto artistico tra i due? Perché Fioroni è un democristiano rispettabile e Rotondi un dc venduto? Perché Floris è un professionista e Paragone un raccomandato? Perché D’Avanzo è uno che si fa un mazzo così sulle carte giudiziarie e Chiocci è uno che puzza di servizi? Perché Debora Serracchiani è una ragazza intelligente e Barbara Matera una velina? Perché Campi è il teorico della destra moderna e Veneziani un post fascista? Perché la Granbassi è una fiorettista colta e la Vezzali è meglio che pensi solo alle Olimpiadi?

Perché se Tosi parla di Nord è razzista e se ne parla Chiamparino è attento alle esigenze del Settentrione? Perché Cacciari è un filosofo e Quagliariello non è un politologo? Perché Guzzanti prima era un fanfarone e ora è tornato ad essere il papà di Sabrina? Perché Bocca è un venerato maestro del giornalismo e Pansa un rincoglionito? Perché Nanni Moretti è un genio e Pupi Avati un malato di nostalgia? Perché Della Valle è un imprenditore e Briatore un arricchito? Perché Nanda Pivano sì e Oriana Fallaci no (e io stimo tutte e due). Perché Montanelli, dopo una vita da reazionario, è diventato santo sull’altare dell’antiberlusconismo? Mi fermo qui. Questo non è vittimismo. Promesso. È solo una suggestione, senza veleni, senza complotti, senza pregiudizi. Tutto nasce da una scena. I carabinieri che alle otto del mattino mettono a soqquadro una redazione. Questa. Li ha inviati la procura di Napoli, di gran fretta, come si fa quando bisogna incastrare dei delinquenti, con la certezza di trovare un dossier malandrino arma di ricatto contro la signora Marcegaglia, presidente della Confindustria. La prova era un’intercettazione che, per chi l’ha sentita, non assomigliava davvero a una pistola fumante. Non ha trovato nulla, perché non c’era nulla da trovare.

Quando nelle redazioni entrano le forze dell’ordine non è una bella cosa. I giornali non sono chiese, ma nella cultura occidentale c’è un senso di fastidio nel vedere lo Stato che rovista nei cassetti dei giornalisti. È una di quelle cose che colpisce al fegato la libertà di stampa. Un pm prima di ordinare un simile atto dovrebbe pensarci due o tre volte. Dovrebbe avere prove. Ma quello che stupisce è la reazione di amici, conoscenti, colleghi, parlamentari più o meno antiberlusconiani. Alla fine del discorso chiosavano con un «vabbè, alla fine ve la siete cercata». Ecco, quel «ve la siete cercata» (è quello che hanno detto anche a Belpietro dopo gli spari) colpisce solo a destra. Magari è solo un’impressione, ma ti fanno sentire sempre un presunto colpevole.




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Quattro Stati in lite per uno scoglio

La Stampa


Gran Bretagna, Islanda, Irlanda e Danimarca si sfidano a colpi di leggi: lì infatti c'è il petrolio



FABIO POZZO

Che sia un’isola, per di più fantasma, è ancora da vedere. Eppure, da quasi mezzo secolo quattro Stati europei si stanno dando battaglia a colpi di risoluzioni, proclamazioni, «invasioni» per annettersela. Non tanto per quello che rappresenta, uno degli scogli più sperduti e isolati del mondo, ma per quanto c’è «sotto»: petrolio. Si chiama Rockall l’oggetto, o se vogliamo lo scoglio, del contendere. È una piramide di granito di origine vulcanica che si erge, come la pinna dorsale di un gigantesco squalo, dall’Atlantico più tempestoso. Così tempestoso che di fatto è quasi impossibile determinare l’altezza del monolite dalla superficie del mare: tra i venti e trenta metri, dipende dalle giornate. Per una superficie di circa 642 metri quadrati.

La sua posizione - 57° 35’ 48” Nord e 13° 41’ 19” Ovest - è determinata, anche se il suo orientamento rispetto al Polo non è così certo, perché l’area è bombardata da forti radiazioni magnetiche, forse generate dalla troctolite, un minerale che compone le montagne sommerse che la circondano, di cui è stata trovata traccia anche sulla Luna. E forse anche dalla bazirite, che esiste unicamente qua. Pare che Rockall sia spuntata dal mare 55 milioni di anni fa, quando l’antico supercontinente di Laurasia è andato in tilt e l’Europa e la Groenlandia si sono separati. Sarebbe comparsa per la prima volta su una mappa portoghese nel 1550, come Rochol, ma per almeno due secoli è stata scambiata per la Frislandia, l’isola fantasma indicata anche dal navigatore veneziano Nicolò Zeno, e per l’altrettanto misteriosa isola di Buss.

Qualcuno sostiene anche che sia una scheggia del mitico Regno di Brazil, la terra dell’eterna giovinezza, che appariva e scompariva. Come Rockall, quando - e succede spesso visto l’impeto dell’Atlantico - è travolta dalle onde. La più grande misurata dall’uomo era alta 29 metri. Non è nemmeno certa l’etimologia del suo nome: dipende se si parla in antico gaelico, in scozzese, in portoghese. L’accezione inglese, Rockall, potrebbe significare «roccia ruggente», ma potrebbe anche derivare dal tenente Basil Hall, il primo che ha descritto la sua scoperta, registrata nel 1881 con la spedizione dei reali vascelli britannici Endymion e Princess Charlotte. Di sicuro c’è solo che dista 301,4 chilometri a ovest dell’isola di scozzese di St. Kilda, la terra ad essa più vicina e 424 dal Donegal, Irlanda. Ciò, in accordo con le coordinate correnti, stabilite per la prima volta con uno strumento elettronico nel 1967. Ma di chi è questo scoglio? Sta proprio qui la questione.

La Gran Bretagna l’ha rivendicato, con atto parlamentare e nel nome di Sua Maestà la Regina, nel 1972, annettendolo all’isola di Harris, parte della contea scozzese di Inverness. Ma nessun altro Stato ha riconosciuto questo colpo di mano. E men che mai l’Irlanda, l’Islanda e la Danimarca, quest’ultima attraverso le Far Oer, che vantano analoghe mire espansionistiche. Meriterebbe un libro, questa battaglia. Perché, al di là degli atti amministrativi, è anche una storia di uomini. Non soltanto quella dei poveretti, tanti, che vi sono naufragati. Ma anche quella di quelli, pochi, che vi hanno messo piede. A cominciare dai tre militari della Royal Navy e del naturalista James Fischer spediti da Londra a conquistare Rockall, nel 1955, ufficialmente per impedire ai sovietici di spiare il lancio di prova dalle isole Ebridi del Corporal Type II, il primo missile britannico (made in Usa).

Hanno fatto seguito altri tentativi, qualcuno riuscito, di appollaiarsi sulla sommità del monolite, dove non ha resistito sotto le onde nemmeno un piccolo faro per l’ausilio alla navigazione. Attualmente è in corso la preparazione di un’ennesima spedizione, a scopo caritatevole («Help of Heroes»): un ex militare britannico, Nick Hancock, vuole andarci nel 2011, duecento anni dopo la scoperta, per centrare il record della più lunga occupazione di Rockall nella storia, restandovi sopra per 60 giorni, in assoluta solitudine. Marosi, molluschi e uccelli marini esclusi. In realtà, questi «assalti», almeno quelli del passato, non hanno rappresentato soltanto un puro esercizio di eroismo.
La Convenzione delle Nazioni Unite per il diritto internazionale marittimo, firmata a Montego Bay nel 1982, stabilisce infatti che si possa parlare di isola soltanto quando una terra è in grado di assicurare la vita degli uomini e abbia una vita economica autonoma. Diversamente, si tratta di scoglio, e come tale è di tutti e di nessuno. Patrimonio dell’umanità, come sostiene Greenpeace, che ha «conquistato» Rockall per 42 giorni, nel 1997, fondandovi lo Stato libero di Waveland, «terra delle onde», per protestare contro la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio sommersi. Gli ambientalisti avevano anche raccolto cittadini da tutto il mondo, su Internet, ma poi quest’utopia è naufragata perché la società che aveva sponsorizzato l’iniziativa ha fatto bancarotta. I britannici, insomma, hanno cercato di abitare questa «roccia ruggente» per dare fondamento alla loro annessione. E così, esercitare i propri diritti - come zona economica esclusiva - sui banchi di pesca ma soprattutto sulle risorse minerarie e petrolifere che nascondono i suoi fondali. Tenendo lontani, naturalmente, tutti gli altri candidati. I negoziati tra Londra, Copenhagen, Rejkjavik e Dublino restano aperti. È, forse, l’ultimo rigurgito imperiale d’Europa.





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