martedì 12 ottobre 2010

Tentano rapina in banca con ostaggi Suona il telefono: «Carabinieri»

Corriere della sera

Appostati fuori dalla banca c'erano quaranta militari: arrestati sei pregiudicati. Inutile il tentativo di fuga

MILANO - Il colpo in banca era stato ben organizzato. Due banditi travestiti da donna, con tanto di parrucche e maschere in lattice sul viso, dovevano entrare e minacciare gli impiegati con le armi. Un complice doveva seguirli a poca distanza, mentre all'esterno altri due facevano da «pali» e il capobanda aspettava in auto, dando ordini con il walkie-talkie. Insomma, la banda di pregiudicati - con alle spalle almeno una decina di colpi riusciti - aveva fatto le cose in grande stile. Ma quando hanno proferito la fatidica frase «Questa è una rapina» hanno sentito squillare il cellulare. «Pronto?». «Sono un maresciallo. La banca è circondata. Deponete le armi è arrendetevi». Era vero: i carabinieri li tenevano d'occhio da tempo, e fuori dalla banca erano appostati 40 militari pronti ad arrestarli. Nonostante un rocambolesco tentativo di fuga (uno si è addirittura arrampicato sui tetti), tutti e sei i banditi sono finiti in manette. Un impiegato di un ufficio vicino ha filmato con il cellulare alcune fasi dell'appostamento.

IL BLITZ - L'operazione, secondo quanto spiegano gli uomini del nucleo antirapina dei carabinieri di Milano, è frutto di una serie di indagini, pedinamenti e controlli sul territorio. La tentata rapina ha avuto luogo lunedì pomeriggio, intorno alle 15.30, alla filiale di Banca Intesa di via Binda, all'angolo con via Ettore Ponti. Due rapinatori travestiti da donna (Maurizio Tripi di 44 anni e Michele Memmoia di 35 anni) sono entrati, subito seguiti da un terzo, Oscar Beccalli di 45 anni. All'esterno, appostato in auto, li attendeva il più anziano e capo della banda, Luciano Beccalli (fratello di Oscar), 54 anni e alcuni precedenti per tentato omicidio. L'uomo si teneva costantemente in contatto con i complici all'interno tramite un walkie talkie. Gli ultimi due componenti la banda, Maurizio Santoro di 43 anni e Salvatore Maddà di 41 anni, unico incensurato, facevano da palo.

 

LO SQUILLO DEL CELLULARE - Non appena i tre hanno estratto le pistole, il telefono di uno di loro ha squillato: un carabiniere lo avvertiva di quanto stava accadendo all'esterno e dell'accerchiamento in atto. Nell'istituto, i tre malviventi avevano in ostaggio dieci persone tra direttore, dipendenti e clienti. Vistisi ormai perduti, sono fuggiti da una porta laterale della banca, mentre gli altre tre all'esterno venivano fermati. I due rapinatori travestiti da donna hanno tentato una fuga disperata: hanno bloccato un'inquilina dello stesso caseggiato in cui si trova la banca e l'hanno costretta, sotto la minaccia delle armi, a dar loro degli abiti maschili. Cambiare aspetto però non è servito a nulla: appena varcato il portone sono stati immediatamente catturati. Il terzo bandito, invece, ha rocambolescamente tentato la fuga dai tetti, ma anche lui è stato raggiunto e catturato. Al momento degli arresti, movimentati, alcuni passanti si erano convinti che si stesse girando una scena di azione della ennesima fiction o di un film che aveva come location Milano.

LE PARRUCCHE E LE MASCHERE - Almeno una decina, secondo gli investigatori, le rapine messe a segno negli ultimi anni dalla banda, tra Milano e Pavia, con in comune un unico obiettivo: il caveau. I malviventi, infatti, non si accontentavano dei soldi delle casse, ma puntavano sempre dritto al cuore degli istituti, contenente, quasi sempre, almeno un milione di euro. Durante le perquisizioni in diversi appartamenti, punti di riferimento dei rapinatori, sono state sequestrate, oltre ad altre due armi, numerose parrucche e vestiti da donna, una telecamera nascosta in un pacchetto di fazzoletti, con la quale i malviventi filmavano per giorni e giorni i movimenti delle banche da colpire, ed un calco in gesso con il quale costruirsi, sia pure artigianalmente, le maschere in lattice.

Redazione online
12 ottobre 2010

Caso Ludwig, le stragi neonaziste: Furlan uscirà dal carcere tra un mese

di Redazione

In otto anni 28 omicidi in nome di un credo moralista di ispirazione nazista. Nel 1984 i due componenti del gruppo furono condannati a 27 anni di carcere



Milano - Marco Furlan, il veronese che insieme a Wolfgang Abel aveva dato vita alla formazione neonazista Ludwig, e condannato a 27 anni di carcere potrebbe tornare definitivamente libero tra circa un mese. Il prossimo 9 novembre davanti al tribunale di sorveglianza di Milano si terrà l’udienza per decidere la revoca della libertà vigilata concessagli più di un anno fa al posto della misura di sicurezza del ricovero in casa di cura.
Sette anni di orrori Furlan e Abel, figli dell’alta borghesia veronese, furono autori di una lunga serie di omicidi nel nord-est dell’Italia e in Germania, in un periodo di tempo tra il 25 agosto 1977 e il 7 gennaio 1984. Crimini rivendicati con la sigla "Ludwig", marchio neonazista per un’idea del mondo da ripulire da barboni, omosessuali, tossicodipendenti, preti segnati da peccati in gioventù, discoteche e cinema porno. La striscia di sangue si concluse il 4 marzo 1984, proprio in un locale da ballo a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. 
Il processo e la condanna Furlan è nato a Padova il 16 gennaio 1960. Il padre era allora primario del reparto di chirurgia plastica di Borgo Trento. Incontrò Abel al liceo Fracastoro. Poi, all`università, le loro scelte li divisero. Dopo l`arresto, furono entrambi condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo. Il 15 giugno 1988 la Corte d’Assise d’Appello di Venezia rimise in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordinò a Furlan il soggiorno obbligato a Casale di Scodosia, un paese in provincia di Padova, da dove fuggì nel febbraio del 1991, poco prima della definitiva condanna in cassazione. Fu catturato nel maggio del 1995 a Creta, dove viveva sotto falso nome e venne riportato in Italia. Intanto il 10 aprile del 1990 la Corte d’Appello di Venezia lo aveva condannato in contumacia a 27 anni di carcere, condanna confermata l’11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione. 




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Il panificio chiude per intolleranza non piace la donna con il velo

Il Mattino di Padova


Fuga di clienti dal negozio dove al bancone c'è una donna araba con il velo. Marito e moglie musulmani praticanti costretti a mettere in vendita l’esercizio di via Aspetti, all'Arcella. "Tanti padovani appena mi vedono scappano dal negozio", spiega lei. Ma gli altri commercianti li difendono: "Fanno un pane buonissimo"
di Felice Paduano


Il panificio dellArcella gestito da musulmani
Il panificio dell'Arcella gestito da musulmani


PADOVA. Il panificio dell'Arcella, quartiere multietnico appena dietro la stazione ferroviaria, è in vendita. Finora era gestito da una coppia di tunisini, musulmani praticanti. I panificatori arabi hanno deciso di vendere al migliore offerente perché sono stanchi di vedere entrare nuovi clienti che, arrivati davanti al bancone, appena vedono la titolare con il velo in testa, dicono, istintivamente, «scusi, ho sbagliato», oppure «ma io credevo...» e vanno via a passo spedito.

E' la stessa donna, che sta dietro al banco e che tutti chiamano Sonia, a confermare i motivi della messa in vendita del panificio. «E' vero - sottolinea la signora tunisina, che indossa sempre un velo in testa, chiamato Hijab, quasi sempre di colore nero -. Siamo costretti a cedere l'attività perché gli affari non vanno per niente bene, specialmente perchè tanti padovani non accettano che io sta dietro al banco e se ne scappano appena vedono di avere a che fare con una donna di religione islamica. Per me è diventato veramente umiliante affrontare questa situazione».

Eppure il pane, preparato dal marito di notte nel laboratorio retrostante al negozio, piace a quasi tutti quelli che lo comprano, a volte anche a ritmo giornaliero: «Vado ad acquistare il pane dalla coppia araba quando nel mio caffè-ristorante non è più disponibile quello che mi porta il mio fornitore abituale - sottolinea Pablo Rolle, titolare della "Table Ronde" - Per me è un tipo di pane molto buono, ben cotto ed anche croccante. Le dicerie sul panifico in questione sono assurde. Come si fa non andare a comprare il pane dalla signora Sonia solo perché alcuni consumatori si scandalizzano di trovare dietro al bancone una donna musulmana con il velo? Ed allora cosa dovrebbero dire i francesi che abitano a Parigi o a Marsiglia, che da decenni vanno a comprare la tradizionale baguette nei panifici arabi?".

Anche un'altra commerciante che si trova all'incrocio con via Tullio Lombardo, esprime la più totale solidarietà ai panificatori musulmani: «Ogni tanto accompagno la signora Sonia a casa con la mia auto - osserva - Sono mesi che mi confida le umiliazioni che subisce nel suo negozio sempre per lo stesso motivo». «Purtroppo quest'ulteriore vicenda - aggiunge la commerciante - dimostra ancora una volta che Padova è ancora lontana dall'essere una vera città multietnica, interculturale e interreligiosa.



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Kafka, dieci bauli segreti pieni di inediti: via libera all'inventario, durerà mesi

Il Messaggero

 

Franz Kafka

ROMA (11 ottobre) -

Una miniera di lettere indirizzate a grandi scrittori europei come Thomas Mann, Arthur Schnitzler, Stefan Zweig e Jaroslav Hasek, album di disegni inediti, bloc notes con esercizi per imparare l'ebraico, appunti di vita quotidiana, il manoscritto del racconto Preparativi di nozze in campagna, una bozza del romanzo Il castello e il manoscritto del racconto incompiuto Riccardo e Samuele: ci vorranno alcuni mesi per concludere l'inventario delle carte dello scrittore Franz Kafka (1883-1924), conservate in dieci bauli, aperti per la prima volta durante l'estate dopo essere stati per oltre 50 anni nascosti in un caveau dell'Ubs di Zurigo e in una banca di Tel Aviv.


L'apertura della cassaforte della banca svizzera ha svelato numerosi inediti dello scrittore boemo di lingua tedesca, tanto che la stampa israeliana ha parlato di uno «straordinario tesoro». L'inventario, affidato a un gruppo di specialisti di letteratura e giuristi, è stato ordinato dal tribunale distrettuale di Tel Aviv, dove pende da tempo un processo, che la stampa ha definito "kafkiano" per la sua complessità, avviato per dirimere una controversia giudiziaria tra le eredi di quelle carte e lo Stato di Israele che ne rivendica la proprietà.


La Biblioteca nazionale di Israele rivendica, infatti, per intero la proprietà dei manoscritti di Kakfa conservati a Zurigo e a Tel Aviv, sostenendo che furono sottratti in maniera clandestina alle autorità israeliane. Le carte di Kafka furono portate in Israele nel 1939 dal suo caro amico Max Brod, che aveva lasciato Praga per scappare dai nazisti. Nonostante l'autore di Il processo avesse chiesto che i suoi manoscritti fossero bruciati, Brod li custodì a lungo personalmente, cedendoli poi, in base a un testamento, alla Biblioteca nazionale di Tel Aviv. Ma alla morte di Brod, nel 1968, l'archivio di Kafka passò nelle mani della sua segretaria e forse amante, Esther Hoffe, morta nel 2007 a 101 anni, e quindi delle due figlie, le settantenni Ruth ed Eva, che oggi continuano la battaglia legale.

La corte di Tel Aviv è chiamata a far luce
sui numerosi passaggi di mano dei documenti dell'autore diLa metamorfosi. Le sorelle Ruth ed Eva Hoffe chiedono che venga loro riconosciuta la proprietà dei manoscritti di Kakfa, che poi vorrebbero vendere all'Archivio di Letteratura tedesca di Marbach, in Germania.

Autovelox, via libera Cassazione ai vigili: possono collocarli dove meglio credono

Il Messaggero

Non occorre il decreto del Prefetto. Unica condizione: gli apparecchi vanno gestiti direttamente dalla municipale

 

 

Autovelox in via di San Gregorio a Roma

ROMA (12 ottobre) -

Una sentenza della Cassazione sembra mettere la parola fine alle polemiche sorte, soprattutto a Roma e provincia, sull'uso degli autovelox da parte della polizia municipale. La Suprema Corte ha infatti deciso che sono valide le multe rilevate da autovelox collocati su tratti di strada individuati, a piacere, dalla polizia municipale anziché dal Prefetto, che ha anche l'onere di renderli pubblici in appositi decreti.


Per la Cassazione l'unica condizione di validità di tali multe è che siano effettuate da apparecchi direttamente gestiti dagli organi di polizia e non appaltati a privati. I supremi giudici hanno così annullato la decisione con la quale sia il giudice di pace sia il tribunale di Locri avevano annullato la multa per eccesso di velocità - fatta ad un automobilista - e rilevata da un autovelox posto «su un tratto di strada non menzionato in decreto prefettizio».


Il comune di Stignano aveva fatto ricorso contro l'annullamento della multa a Umberto G. per guida troppo veloce. Nella sentenza 21091 la Cassazione spiega che «l'inserimento del tratto stradale in un decreto prefettizio è condizione di legittimità dell'utilizzo delle sole apparecchiature di rilevamento a distanza delle infrazioni, non anche di quelle direttamente gestite - come nella specie - dagli organi di polizia». Per quanto riguarda il modello dell'Autovelox che aveva multato Umberto G. - un Velomatic 512 - i giudici sottolineano, come già fatto alte volte, che si deve considerare come perfettamente omologato ogni singolo esemplare sfornito di singolo certificato di omologazione perché tale attestazione si deve riferire al modello depositato nelle apposite sedi ministeriali.

Arrestato il bimbo palestinese di 8 anni investito in auto da un colono

Il Messaggero

Il bambino investito
GERUSALEMME (12 ottobre) - La polizia israeliana ha arrestato stamane all'alba Mufid Mansur, il bambino palestinese di 8 anni investito quattro giorni fa da un colono israeliano mentre lanciava pietre contro la sua auto.

Secondo quanto riporta l'agenzia di stampa palestinese Hala.ps, il bimbo è stato prelevato dalla sua abitazione di Silwan, quartiere periferico di Gerusalemme Est abitato da arabi, ed è stato impedito al padre di accompagnarlo in commissariato.

Mufid era stato investito nei giorni scorsi mentre colpiva con delle pietre l'auto di David Beeri, leader di un'organizzazione di estrema destra israeliana, il quale dopo l'incidente è stato fermato e subito rilasciato dalla polizia. Il colono si è giustificato sostenendo di aver investito il bimbo involontariamente, per cercare di sfuggire alla sassaiola di alcuni ragazzini contro la sua vettura.

Beeri è direttore di Elad, un'organizzazione della
destra religiosa che compra immobili per colonizzare Gerusalemme Est, grazie alle donazioni statunitensi. L'incidente è avvenuto in un quartiere a ridosso della città vecchia dove opera l'organizzazione, un'area che è teatro continuo di scontri tra residenti palestinesi e coloni israeliani. Le immagini sono state trasmesse per tutto il giorno dalla tv araba al-Jazeera scatenando la reazione dei politici palestinesi.

Ferì a coltellate il figlio gay: padre assolto dopo due anni

Quotidianonet

PALERMO, 12 ottobre 2010 - Durante una furibonda lite in famiglia, ferì a coltellate il figlio gay. Ora, due anni dopo, Giovanni Brunetto, 55 anni, è stato assolto dall’accusa di tentato omicidio del ragazzo, Paolo, 20 anni.

"Il fatto non sussiste", ha decretato il giudice monocratico della quarta sezione del tribunale di Palermo. Secondo la sentenza, infatti, fu il figlio ad impugnare il coltello per difendersi dai ceffoni del padre e rimase ferito durante la lite. Dopo quell’episodio Giovanni Brunetto, camionista, fu arrestato e finì ai domiciliari mentre Paolo andò via da casa.

Il ragazzo ai tempi rilasciò diverse interviste a talk show televisivi. Tante associazioni si schierarono in difesa del figlio contro "le aggressioni subite in famiglia". Ma per il giudice, che ha accolto le tesi della difesa, si trattò di una 'lite in famiglia' come tante.

Il Sud visto da Nord Operai leghisti figli di meridionali

Il Mattino

di Gigi di Fiore

TORINO (12 ottobre) - «Caproide. Sì, proprio così l’ha chiamato: caproide». Michelina Codella, radiologa ospedaliera con genitori di Calitri, elenca i suoi esempi di atteggiamenti anti-meridionali. Nella Torino, città del nord dalla più alta concentrazione di gente del sud emigrata negli ultimi cinquant’anni, i cartelli «non si fitta ai terroni» sono un ricordo. Ma certe prevenzioni restano, conferma Michelina.


E cita quel termine dispregiativo che ha sentito gettare in faccia ad un collega calabrese. Poi spiega: «La verità è che tutti si dicono non prevenuti. Poi, se a sbagliare sul lavoro, come può capitare a tutti, è uno originario del sud, escono fuori certe definizioni».


Torino città delle celebrazioni per i 150 anni di unità nazionale, ma anche capoluogo di una regione che ha eletto presidente il leghista Roberto Cota. Se è vero che, tra i piemontesi, ci sono quasi un milione di elettori con origini meridionali, il calcolo è presto fatto: nelle percentuali tra il quindici e il venti per cento di voti alla Lega ci sono anche molte schede segnate da calabresi, campani o siciliani.


Basta spostarsi a Mirafiori, per rendersene conto. Giuseppe è un operaio Fiat dalle origini calabresi. Ha votato Lega, lui è «padano»: nato a Torino da padre di Riace e mamma di Reggio. Vive a Santena, a sud di Torino, il paese dalla più alta concentrazione di famiglie di origine calabrese. Ha le idee chiare: «Non credo che la Lega sia anti-meridionale. Piuttosto, quando torno giù a trovare dei parenti, mi chiedo ma come fanno a vivere qui. L’idea del posto fisso, di un santo che li aiuti. E noi, qui, a buttare il sangue in fabbrica».


Il successo della Lega in Piemonte pesca nell’anti-meridionalismo di ritorno: i figli degli emigrati che si rivoltano contro i padri, calpestando radici e identità. E poi c’è la crisi economica. Stefano Esposito, famiglia di origini napoletane ma nato come tutti i suoi fratelli a Torino, è un deputato del Partito democratico torinese e, con impegno, segue decine di vertenze di lavoro in Piemonte.
La sua analisi è impietosa: «La Lega ha una sede nella zona difficile di San Salvario, noi del Pd nel centro elegante. È tutta qui la lettura sui consensi leghisti: loro vivono, come si dice, sul marciapiede cavalcando stati d’animo e paure in periodi di crisi economica».

Centomila lavoratori in cassa integrazione, l’otto per cento di disoccupati in più nell’ultimo anno: è il Piemonte oggi. Chiudono le aziende e si frantuma la cultura operaia, cemento ideologico dei consensi a sinistra.


«Con chi devo prendermela - dice Giorgio Esposito, che lavora in un’azienda di Biella in cassa integrazione - Ero piccolo quando mio padre venne qui da Acerra. Oggi rischio il lavoro e loro, giù, ingrassano alle nostre spalle. A noi nessun aiuto, a loro soldi e leggi straordinarie. Siamo forse figli di nessuno?».


Sergio Chiamparino è il sindaco di Torino giunto al termine del suo secondo mandato. Da uomo pragmatico, ha le sue spiegazioni: «Questa è una città che ha accolto tutti in tanti anni. Oggi sembra vivere una transizione, anche culturale. Il primo choc fu negli anni Novanta, quando la Lega conquistò Novi Ligure e cominciò a insediarsi nel Biellese. Persino Cossato, piccole Comune dalla tradizione di sinistra che ha radici nella resistenza, di recente ha preferito la Lega. Chiudono le aziende a Biella, a Ivrea - sottolinea Chiamparino - vengono meno le idee-forza ideologiche della sinistra. La Lega ne ha cavalcate altre, tutte fondate sulle paure».


Nella sede istituzionale di via Poggio, il manifesto con i volti dell’ex governatore campano Bassolino e del sindaco di Napoli Iervolino è accompagnato dalla scritta «RIFIUTIamoli tutti». I politici e l’idea del sud visti da qui: spazzatura e demagogia. Giorgia Rapello, sei anni fa ventottenne consigliere comunale di Castiglione torinese, riceve gente che schiuma rabbia contro gli immigrati. Il segretario-deputato Stefano Allasia non c’è, ma nella sezione si raccolgono i dati recenti degli iscritti alla Lega torinese: quattromila sostenitori e mille militanti.


C’è prevenzione anti-meridionale, nella città dove la riapertura del museo Lombroso, con il cranio del contadino meridionale «predisposto» a fare il brigante, fece scattare a maggio una marcia di protesta con quattrocento persone venute dal Sud? Qui, nelle battute, o nei discorsi, si capisce che lo stereotipo del meridionale è un misto diviso tra il Pulcinella, il camorrista e il furbo. Uno stereotipo cavalcato con intelligente ironia da Piero Chiambretti nelle sue due pizzerie a Torino dove, tra decine di manifesti kitsch, si avverte che «solo qui si mangia l’unica pizza verace autorizzata dai napoletani».


I terroni al nord folgorati dal verbo leghista? Tra le province di Asti, Biella, Vercelli, Verbania, Novara e Verbania, le percentuali della Lega sfiorano il venti per cento. Dice Costanza Castellano, origini pugliesi, da anni residente in provincia di Alessandria: «I miei fratelli votano convinti per la Lega. Non capisco cosa c’entri la nostra identità con i leghisti. Ma quando parlo di creare qui un Partito del sud - conclude - mi ridono in faccia quasi a compatirmi».

(1 / continua)

Liu Wei, il pianista senza braccia che suona con le dita dei piedi

Il Mattino

PECHINO (12 ottobre) - Liu Wei, 23 anni, è il vincitore della prima edizione del talent show China's Got Talent. Liu è un pianista cinese senza braccia ed in queste ore sta conquistando il web con la sua esibizione. L'abilità di Liu è quella di suonare il pianoforte con le dita dei piedi. Liu Wei, secondo quanto spiegato durante la trasmissione tv, ha perso entrambi gli arti all'età di 10 anni dopo essere finito su un cavo dell'alta tensione.

Americano si unisce ai talebani fingendo il sequestro: poi si consegna a militari Usa

Corriere della sera

La strana storia di Takuma Owuo Hagood 25 anni partito per l'Afghanistan in cerca di soldi e avventura

WASHINGTON (USA) - Si è consegnato il 2 ottobre ad una pattuglia americana nella regione di Kandahar ed ha raccontato di essere stato rapito dai talebani. Ma per gli abitanti dei villaggi l'uomo, in realtà, si era unito agli insorti.

LA VICENDA - Protagonista di questo insolito caso – rivelato dal «New York Times» – Takuma Owuo Hagood. Afro-americano, 25 anni, addetto ai bagagli nello scalo di Atlanta, sposato con una figlia, ha lasciato tutto e tutti in estate. Diceva di volersi dedicare ai commerci in India e Turchia, ma anche di cercare fortuna in Afghanistan dopo aver letto che c’erano immense ricchezze minerarie da sfruttare. Owuo Hagood, secondo quanto hanno ricostruito le autorità Usa, ha raggiunto il 23 giugno Kabul da dove si è messo in contatto con i parenti. Poi si è spostato a Kandahar ed ha convinto un mercante a portarlo dai talebani. Nel frattempo i familiari avevano avvisato il Dipartimento di stato della strana situazione in cui si era cacciato il giovane. Per passare inosservato Hagood si è vestito da donna, indossando il burka. E’ così arrivato, con l’aiuto della sua guida, nel distretto di Zeri, area dove i talebani hanno molti rifugi. Il cittadino americano – secondo le testimonianze – una volta nel santuario islamista si sarebbe trasformato in istruttore dando consigli militari ai ribelli. Inoltre andava spesso in giro in moto con i mujahedin. In agosto, il padre di Owuo Hagood ha ricevuto un messaggio di posta elettronica - con l’email del figlio - dove si diceva che «era sotto il controllo dei talebani». Quindi è arrivato un secondo testo con il quale Owuo raccontava che stava studiando il Corano. E aggiungeva: i talebani sospettano che sia un soldato. Poi, poche settimane fa, l’americano ha chiamato casa annunciando il suo rilascio. E il 2 ottobre si è consegnato ai militari americani che lo hanno trasferito a Kabul da dove ha poi è stato rimpatriato. Caso in apparenza chiusa, anche se restano non spiegate le vere ragioni che hanno portato l’uomo in Afghanistan. La sua storia ricorda quella di altri personaggi un po’ bizzarri. Due cacciatori di taglie che volevano catturare Osama, un misterioso volontario venuto dagli Usa che sognava la Jihad e una cinquantenne canadese scomparsa, dal 2008, dopo che aveva raggiunto i talebani «per girare un documentario». Anche per lei si è parlato di un rapimento (c’erano due video con la richiesta di riscatto) ma si è sospettato che fosse un trucco. In ogni caso di lei non si sa più nulla.

Guido Olimpio
12 ottobre 2010

Scuola di Adro, si rimuovono i simboli

Corriere della sera

l primo cittadino Lancini: «Li denuncio. Pronto poi a procedere al ripristino immediato»

 

MILANO - Sembrava che la questione della scuola elementare di Adro, cosparsa di simboli leghisti dal sindaco del paesino del bresciano, fosse stata risolta con la decisione di rimuoverli comunicata dal dirigente scolastico. Ma il sindaco di Adro non ci sta. E non si sa a questo punto cosa potrebbe accadere visto che gli operai sono al lavoro.

COMINCIATA LA RIMOZIONE - È iniziata infatti poco fa la rimozione dei simboli del Sole delle Alpi che si trovano nella scuola di Adro. Alcuni operai hanno infatti rimosso le lastre di alluminio su cui è inciso il simbolo e che fino a stamani erano collocate sui posaceneri. Sono stati anche tolti dalle aiuole i cartelli con la scritta «vietato calpestare l'erba» dove la «o» era un Sole delle Alpi.

LA REAZIONE - «Non mi è ancora stato comunicato nulla. Ho appreso tutto dai giornali. Ma se i simboli vengono rimossi dalla scuola, parte prima la denuncia e poi procedo al ripristino immediato». Questa la risposta del sindaco di Adro, Oscar Lancini. Il sindaco ha inoltre aggiunto: «la volontà dell'amministrazione comunale deve essere rispettata».

IL MINISTERO DELL'ISTRUZIONE - Intanto fonti del ministero dell'Istruzione fanno sapere che la decisione è stata presa su input del ministero stesso: «Stiamo procedendo alla rimozione di alcuni simbolo di tipo politico. Si sta cercando di tornare a una situazione di normalità. Bisogna sempre evitare che la politica entri in classe. La politica deve restare fuori dalla scuola per garantire la massima imparzialità. Il provvedimento - spiegano ancora dal ministero - è stato preso dal consiglio di istituto su input diretto del ministero».

IDV - Decisamente più dura la replica dell'opposizione alle parole del sindaco. «Chiediamo al prefetto di Brescia di accertare ogni ipotesi di violazione della legge da parte del sindaco di Adro. Tutto ciò anche con riferimento alla eventuale incompatibilità tra il comportamento tenuto e la sua funzione di ufficiale di governo» afferma il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando. «Denunciamo il comportamento della Lega che afferma, smentisce, ma sostanzialmente tiene un atteggiamento eversivo della legalità costituzionale. Dov'è il ministro Maroni?», domanda Orlando.
«Contatterò in queste ore il dirigente scolastico regionale per capire se in Lombardia esiste ancora un rispetto delle normative scolastiche o se i sindaci si possono attribuire poteri sulle strutture scolastiche a seconda delle loro simpatie politiche» ha dichiarato invece il capogruppo del Pd in commissione Istruzione, Antonio Rusconi.

Redazione online
12 ottobre 2010

Lite alla biglietteria del metrò, donna finisce in coma per un pugno

Corriere della sera

L'aggressione in pieno giorno al capolinea Anagnina: arrestato un ventenne romano, già ai domiciliari. La 32enne a terra tra l'indifferenza della gente. Ricoverata

 

ROMA - Stava facendo la coda alla biglietteria. Come tante volte. Poi all'improvviso la discussione con un ragazzo, motivi futili, come «c'ero prima io», «no, toccava a me». I toni si alzano, vola qualche insulto. Poi tutto sembra finire lì. E la 32enne, romena, infermiera professionale, si avvia verso la metropolitana. Anche il ragazzo, un ventenne romano, che non ha precedenti condanne, ma qualche denuncia per lesioni personali. Camminano quasi fianco a fianco.

L'AGGRESSIONE - E la discussione riprende. Di nuovo qualche parola tra i due. Insulti forse. Ancora una volta sembra che si allontanino, ma poi lei si riavvicina, lui sembra che le sputi addosso, lei reagisce, risponde, gli dà una spinta. Lui allora butta sul pavimento quello che ha in mano, si gira e le tira un pugno in piena faccia. La donna cade a terra come un sacco e lì resta immobile. Lui si allontana. Intorno, la gente passa. Qualcuno guarda quel corpo esanime e poi tira avanti. Per molto tempo nessuno si ferma a soccorrere la signora stesa a terra. Ognuno va avanti per la propria strada a prendere il metrò. Ora l'infermiera è ricoverata al Policlinico Casilino in coma farmacologico dove è stata operata per le gravissime lesioni riportate al cranio.

AL CAPOLINEA - È successo venerdì pomeriggio a Roma, al capolinea della metropolitana Anagnina, linea A, intorno alle 16. La lite e l'aggressione davanti a tutti. E sotto l'occhio delle telecamere interne alla stazione che hanno ripreso tutto, dall'inizio alla fine. Nelle immagini si vede infatti il pugno, la caduta a terra, il giovane che si allontana. Ma un uomo lo blocca, parlano insieme e si riavvicinano alla donna ancora stesa a terra. Sono intervenuti poi i carabinieri della Stazione di Roma Cinecittà in collaborazione con i militari del 6° Reggimento Genio Pionieri che l'hanno arrestato e portato nel carcere di Regina Coeli. Si chiama Alessio Burtone, ha 20 anni. Nel video colpiscono alcune persone che passano nell’indifferenza più totale ma, spiegano i militari che sono intervenuti, «molti cittadini che si trovavano lì hanno collaborato con noi e sono stati determinanti: hanno richiesto immediatamente i soccorsi e hanno collaborato con i carabinieri per fermare l’aggressore fornendo testimonianze», ha sottolineato il capitano Domenico Albanese, comandante della compagnia Roma Casilina.

IL TESTIMONE - «Ho sentito un tonfo e sono uscito dall'ufficio. La donna era sdraiata per terra, poco distante c'era un uomo che, mantenendo un giovane per un braccio, chiedeva aiuto. Ho temuto che potesse morire e sono andato a chiamare soccorsi». A parlare è un dipendente Atac, tra i primi a assistere all'episodio di venerdì nel piazzale della metro Anagnina. «Non capivo cosa stava succedendo - ha aggiunto - il ragazzo ripeteva che era stato importunato. All'inizio quando sono uscito non c'era nessuno accanto alla donna, sono stato tra i primi a vederla. Poi carabinieri e vigili hanno allontanato le persone per consentire i soccorsi».

CONDIZIONI STAZIONARIE - Le condizioni della vittima, un'infermiera romena, H.M., sono stazionarie, è ancora in prognosi riservata. La donna ha riportato una lesione al cranio ed è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico che è durato tre ore e mezzo. Adesso è ricoverata al reparto di neurochirurgia del Policlinico Casilino, in coma farmacologico. Non ha al momento ripreso conoscenza dal coma, ma i medici sono «ottimisti sulle condizioni generali». Il primario di rianimazione del policlinico Casilino Giorgio D’Este, a Sky Tg 24 ha detto: «Speriamo di avere un miglioramento entro pochi giorni» ha aggiunto. Alla domanda se la donna sia ancora in pericolo di vita ha replicato: «Non si esclude nulla, troppo poco tempo è passato. Complicanze ce ne possono essere tuttora, purtroppo».

«LESIONI VOLONTARIE GRAVI»- Lesioni volontarie gravi: questo il reato ipotizzato nel fascicolo aperto dal pm Antonio Calaresu nei confronti di Alessio Burtone. Il gip Sandro Di Lorenzo ha disposto, nella giornata di lunedì, gli arresti domiciliari per il ragazzo che, secondo quanto afferma il suo legale, l'avvocato Fabrizio Gallo, non ha precedenti penali. I carabinieri precisano che Burtone non ha precedenti condanne, ma qualche denuncia per lesioni personali

LA VERSIONE DEL LEGALE DELL'AGGRESSORE - «Voglio subito dire che il ragazzo non è pregiudicato. È un lavoratore ed è una persona perbene. Il Gip, su mia richiesta, ha deciso di concedergli gli arresti domiciliari», ha dichiarato l'avvocato Fabrizio Gallo, legale di Alessio Burtone. L'avvocato aggiunge che «nel video si vede chiaramente che era la donna a inseguire il ragazzo. Alessio mi ha detto che lei gli avrebbe rivolto parole offensive e lo avrebbe provocato dicendogli '"Te la faccio pagare" e "Ti faccio cadere quando arriva la metro". Quando si è avvicinata lui ha avuto paura che lei avesse un’arma, si è girato per divincolarsi ma poi all’ennesimo insulto le ha dato un pugno». Nel video, si vede uno sputo: «La donna ha sputato per prima, lui le ha sputato a sua volta», sostiene l’avvocato che sottolinea che il ragazzo non si sarebbe «assolutamente reso conto di quello che aveva fatto, lui se ne andato via dopo il pugno, lo hanno fermato subito dopo, un militare, che gli ha detto che la dona era a terra. Ora è impaurito». Il video, diffuso martedì, non sarebbe stato visionato dal giudice. «E’ una novità», ha spiegato il legale di Burtone, l’avvocato Fabrizio Gallo. «Quando ieri in carcere, prima che gli concedessero i domiciliari - aggiunge l'avvocato - ho detto ad Alessio che la donna era in coma, ha avuto un momento di sconforto. Non pensava di aver fatto una cosa tanto grave, l'ha detto agli inquirenti. Aveva paura che fosse armata. Anche i genitori del ragazzo sono delle brave persone e sono costernati per l'accaduto. Farò un'istanza al pm per la riammissione in libertà».

ALEMANNO - «Mi hanno riferito di un video orribile che mostra l'indifferenza con cui alcune persone hanno assistito all'aggressione di una donna nella metro Anagnina, senza prestarle soccorso quando l'hanno vista a terra. Chiederò di vedere il video e, se corrisponde a al racconto che mi hanno fatto, valuterò una denuncia all'autorità giudiziaria per omissione di soccorso». Così il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha commentato la notizia da Pechino, dove si trova in visita. «Non è accettabile che in una città come Roma avvengano cose del genere, non è peraltro possibile che accadano tra l'indifferenza della gente». Una denuncia verso ignoti per omissione di soccorso è stata annunciata anche dal Codacons.

OPPOSIZIONE - «La ragazza aggredita a pugni sotto la metropolitana è l'ennesimo atto di una violenza dilagante che registriamo negli ultimi periodi a Roma», ha dichiarato Marco Miccoli, coordinatore del Pd Roma, che prosegue: «Al di là dei freddi dati diffusi ogni volta da questa Amministrazione Comunale, la città appare più insicura e intollerante. Incattivita. Le immagini del video sull'aggressione in metro che mostrano anche l'incuranza di tanti romani di fronte alla giovane colpita al volto non sembra appartenere alla nostra città. Tutte le forze politiche e istituzionali - conclude Miccoli - devono mobilitarsi perchè Roma sta cadendo in un pozzo senza fondo».

Redazione online
12 ottobre 2010

Cisl, insulti sulla facciata Uova contro sede di Terni Bonanni: "Da squadracce"

di Redazione


"Cisl-Uil servi" scritto con lo spray nero accanto all'ingresso accompagnato da simbolo con falce e martello. Trovato anche un pacchetto di uova. Indaga la Digos. Il segretario: "Stile da fascisti". La condanna di Epifani





Terni - Ancora la Cisl nel mirino. Una scritta offensiva è stata tracciata durante la notte su uno dei muri della sede di Terni. Lanciate anche alcune uova. Sull’episodio sono in corso indagini della polizia. In particolare sull’edificio è stata tracciata la scritta "Cisl-Uil servi".Vicino alla stessa sede, secondo quanto si è appreso da fonti sindacali, è stato lasciato un pacchetto, probabilmente contenente uova, preso ora in consegna dalla Digos della questura.

Gli insulti La scritta è stata tracciata con vernice spray nera accanto all’ingresso della sede del sindacato. I caratteri sono piuttosto piccoli e vicino è stata tracciata una falce e martello. Sempre sulla stessa facciata sono state lanciate alcune uova. A dare l’allarme sono stati in mattinata alcuni sindacalisti al loro arrivo nella sede. C’era un piccolo cartello con scritto "fate schifo, tiratevele" sul pacchetto trovato stamani accanto alla Cisl di Terni. L’ipotesi è quindi che contenga uova come quelle lanciate contro la facciata dell’edificio. Il cartello era attaccato con del nastro adesivo al pacchetto.

La condanna di Bonanni "Squadracce che si muovono con uno stile da fascisti. Il colore di cui vogliono tingersi è rosso, in effetti è un rosso che porta al nero, e alla simbologia dell’iniziativa tutta fascista e ai criteri di violenza delle squadracce". Lo ha detto il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, oggi a Crotone. "Chi deve riflettere rifletta bene su che cosa sta alimentando anche quando giustifica o tollera. Questo credo - ha aggiunto Bonanni - sia un interrogativo molto importante che taluni si devono porre, non ancora abituati a vivere nel pluralismo politico e sociale italiano. Vogliono, infatti, zittire chi non la pensa come loro".

Epifani non ci sta "Portare offesa a una sede non appartiene alla nostra cultura democratica e costituisce un errore gravissimo. Quella sede rappresenta la storia di generazioni che si sono battute per più democrazia e più giustizia nel mondo del lavoro. Mai, nemmeno negli anni più duri, si sono viste cose simili, dagli anni ’50 in poi. C’è un limite che per noi è sacro e questo va detto". Questo il commento del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani.






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Accade solo Napoli», la città caotica su facebook fa centomila adesioni

Corriere del Mezzogiorno



Le peculiarità napoletane suscitano un riso amaro
Pino Montesano: «Siamo come i passeggeri del Titanic»



Una delle immagini su Napoli che circolano su facebook
Una delle immagini su Napoli che circolano su facebook


NAPOLI - «Succede solo a Napoli», chi almeno una volta non si è lasciato andare a questo commento di fronte alle tante stranezze, inciviltà, paradossi che si vedono in città? Adesso, si chiama così anche la pagina che su facebook è dedicata alla libera pubblicazione di foto che immortalano aspetti e comportamenti folkloristici del territorio. Cartelli sgrammaticati, infrazioni stradali senza eguali, curiosità che chiunque può pubblicare e condividere con gli altri utenti. Sono quasi 100mila le persone che attualmente aderiscono alla pagina— un vero e proprio forum sugli aspetti più tipici della napoletanità — commentando le foto e inserendone a loro volta. Sfilano i soliti luoghi comuni e molto di più: intere famiglie sul motorino senza casco, inglese a dir poco maccheronico, indicazioni stradali nonsense, reazioni pubbliche a fatti di cronaca o di costume, come la maglia di Quagliarella appesa al cassonetto dell’immondizia con su scritto «Questo è il tuo posto» o ancora ironie su piste «riciclabili», anziché ciclabili, perché sommerse dai rifiuti.

RISO AMARO - Scorrendo le immagini viene inevitabilmente da sorridere, se non fosse che dopo l’ilarità iniziale quella sciatteria e quell’arte di arrangiarsi che tanto ci contraddistinguono più che divertire suscitano un riso amaro. Perché l’iniziativa sul web, che è sotto gli occhi di tutti, napoletani e non, mette in vetrina proprio alcuni degli aspetti più divertenti ma al contempo più critici della nostra appartenenza, e restituisce un’immagine sicuramente tipica ma che non tutti sentono di condividere. «Queste cose mi fanno pensare ai passeggeri che ballavano sul Titanic mentre la nave affondava», afferma Pino Montesano. «Ridere o sorridere su certe criticità non è affatto condannabile: talvolta l’ironia è l’estrema risorsa di chi non sa più come e cosa fare. L’iniziativa, quindi, non mi pare in sé né positiva né negativa, ma trovo che svelare e mettere in evidenza non sia mai sbagliato.

NAPOLI NON È SOLO UN LUOGO COMUNE - Il mezzo fotografico racconta la realtà in maniera puntuale, e a prescindere da tutto l’immagine negativa e disastrosa vince sull’intenzione di scherzare», aggiunge lo scrittore napoletano che più volte si è occupato di raccontare aspetti più o meno difficili della città. Ma in uno spazio condiviso come la rete, priva di confini territoriali, non si rischia con lo scherzo di restare attaccati a certi comportamenti e farne quasi un manifesto? È giusto arroccarsi dietro lo stereotipo della Napoli della pizza e del mandolino fino a non potersene più liberare? «Non parlerei di arroccamenti, tipici della classe intellettuale.

Qui siamo di fronte piuttosto a un’iniziativa giocosa, un forum aperto da persone comuni unite da una questione drammatica e sentita come irrisolvibile», aggiunge Montesano. Ma allora come sganciarsi dall’immagine della Napoli che ride di se stessa e quasi santifica i suoi stessi punti di debolezza? «Un’operazione del genere può essere utile nel momento in cui funge da stimolo di riflessione e non solo di scherzo», spiega la sociologa Paola De Vivo, che concorda con Montesano sulla positività del mettere in evidenza e non occultare atteggiamenti e tipicità spesso ingombranti.

FACEBOOK È AMBIVALENTE - «Il messaggio della pagina su facebook è ambivalente, racconta ed evidenzia lati negativi della collettività: arretratezza culturale, mancanza di senso civico, problematiche da rilanciare non solo in modo ironico e divertente ma anche e soprattutto per stimolare una riflessione pedagogica», aggiunge la docente dell’Università «Federico II». «Sono tante le contraddizioni di questa città, e gli scatti paradossali racchiusi nella pagina ‘‘Succede solo a Napoli’’ raccontano solo una delle due facce, quella per certi versi più spettacolare e accattivante rispetto ad altri atteggiamenti quotidiani, più normali e comuni», conclude la De Vivo.

Fuani Marino
08 ottobre 2010































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Gianicolo, affaccio sulla storia: dove Garibaldi sfidò i francesi

Il Messaggero



 
di Fabio Isman

ROMA (10 ottobre) - Era ovviamente campagna. Uno dei casali, dicono che fosse quello dell’attuale ristorante “Scarpone”, accanto a Villa Pamphilij, a Largo San Pancrazio; forse, Giuseppe Garibaldi ci è passato qualche volta. Dopo quella dei Ludovisi, Villa Doria-Pamphilij era probabilmente la più vasta. Si chiamava del Buon Respiro: iniziata già prima di Giovanni Battista, il “papa di casa” con il nome di Innocenzo X (e i ritratti di Bernini e Velázquez), assume, a metà Seicento, notevole importanza appunto con lui. La famiglia compra anche quelle Corsini e dei Quattro Venti; da Bologna, chiama Alessandro Algardi come architetto.

Da Porta San Pancrazio fino quasi al Tevere, era un’altra villa: proprietà Ruspoli, dove nel 1944 morrà misteriosamente la principessa Dorette. Accanto, restava qualcosa di Villa Lante, che Giovanni Vasi (1765) sceglie come punto d’osservazione per il Grande prospetto dell’alma città di Roma; storia assai singolare: Giulio Romano inizia i lavori per l’umanista Baldassarre Turino; diventa dei Lante nel 1511; 130 anni dopo, pensando a una guerra con i Farnese, Urbano VIII Barberini costruisce le mura del Gianicolo, e il suo successore indennizza i Lante con l’ormai omonima, e bellissima, villa di Bagnaia. Poi, Villa Lante diventa Borghese: pure i dipinti se ne vanno altrove.

Poco lontana è anche Villa Abamalek, oggi sede dell’Ambasciata russa. Filippo V Doria-Pamphilij, rimasto vedovo di Mary nell’Ottocento, crea una siepe che ne scrive su un rilievo il nome con l’ombra, per averlo davanti agli occhi. Poi nell’ultimo dopoguerra, i Doria, antifascisti e nascosti in città sotto l’occupazione nazista, concedono i terreni della Villa ai soldati alleati, per le loro tende; e ora, il Casino dell’Algardi è sede di rappresentanza del Presidente del Consiglio: primo a volerlo è stato Craxi.

Un antico ipogeo è sotto lo Scarpone, e si vedono ancora parti dell’acquedotto Claudio: l’ottavo in ordine di tempo, edificato dal 38 al 52; un’area ricca di colombari romani. Insomma: zona verdissima e splendida, fortificata grazie a Urbano VIII; prima, le mura arrivavano soltanto in basso, allo sperone del Sangallo sul Tevere; ora, invece, c’erano le Porte San Pancrazio e dei Cavalleggeri. Nel 1848, Pio IX fa edificare in uno sperone una cappelletta, perché lì era stato ritrovato il capo trafugato dell’Apostolo Andrea. Il principe Doria ha appena fatto piantare alberi dal Brasile, Cile e Australia; nuove serre per gli ananas.

Qui si svolge la «sfida eroica e precorritrice» per evocare le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: l’atto che precede la presa di Roma, primo tentato sospiro dell’Unità d’Italia. Dopo Custoza, Pasquale Villari dice che il nemico «più potente è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete, i burocrati macchina, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l’operaio inesperto, l’agricoltore patriarcale, e la rettorica che ci rode le ossa». Non sanno di «rettorica» gli uomini di Garibaldi; di Enrico Dandolo che vi muore, e Nino Bixio che ne è ferito; gli estremi baluardi, proprio qui, della breve Repubblica Romana.

Garibaldi, quando diverrà deputato e approderà di nuovo a Roma, affacciandosi dall’hotel del Sole sulla piazza del Pantheon per rispondere agli osanna della gente, dirà: «O Romani, vi esorto a essere seri»; allora però non è ancora un deputato: è l’eroe-soldato. Il Primo Ministro del Papa, Pellegrino Rossi, è assassinato il 15 novembre 1848; tante manifestazioni; Pio IX si rifugia a Gaeta. Lì, ha da poco fatto varare l’ultima nave da guerra pontificia: è la Pirocorvetta Immacolata Concezione, il modellino è ancora nel Laterano.

A gennaio 1849, a Roma, s’insedia il Governo provvisorio. Il secondo triumvirato che lo regge è il più famoso, l’abbiamo studiato a scuola: Mazzini, Armellini e Saffi. Giuseppe, Carlo e Aurelio. Il 12 dicembre, arriva Garibaldi, con una legione di volontari. Ma il Papa chiede aiuto agli stranieri: Carlo Alberto, intanto, ha perso a Novara, «la fatal Novara». A Civitavecchia arrivano primi i francesi; ma il generale Charles Nicolas Victor Oudinot ci prova, e il 30 aprile l’assalto all’Urbe è respinto. Giunge Ferdinando delle Due Sicilie con 52 cannoni; ma Garibaldi lo batte a Palestrina. Tocca al maresciallo Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl Graf Radetzky von Radetz: parte da Livorno e Firenze, ma è troppo lento. Ecco pure novemila spagnoli: però è tardi, finiscono dirottati in Umbria.

I veri nemici sono i francesi. E’ domenica 3 giugno: alle 3 del mattino inizia l’attacco. Da Villa Pamphilj. Ci sono i generali Oudinot, Molière, Levaillant. Si continua a Villa Corsini, dove si rifugiano 200, in fuga dal primo assalto. Dopo tre ore, costretti a difendersi al Vascello (una villa barocca, 1663); la meta è Porta San Pancrazio. Garibaldi arriva alle 5. Il suo quartier generale è Villa Savorelli. Cannoni. Bombardamenti. Del Vascello resta un rudere; Villa dei Quattro Venti, salone a 12 porte e 12 finestre, non c’è più: distrutta. Tutti gli edifici della zona, lesionati non poco.

L’estrema difesa è Villa Corsini. L’ultimo assalto è vano; di sera, seimila contro 16 mila. E’ l’assedio. Dura quasi un mese: il 1. luglio, la resistenza è dichiarata da Garibaldi e Mazzini ormai «inutile». Il ricovero è Venezia: Garibaldi sfugge agli austriaci; Ciceruacchio, cioé Angelo Brunetti (forse vuol dire grassottello), il capopopolo che trasportava vino, lo segue: fucilato con i due figli. Sul Gianicolo, c’è il monumento ad Anita: incinta, muore nelle paludi di Comacchio. Sepolta di nascosto, è ritrovata; poi riesumata sette volte. Tutti la contendono; il marito nel 1859 la fa trasferire a Nizza; dal 1932, non con la gioia che userebbe la Carrà, «è qui». Il 20 settembre 1870 non è ormai lontano; e l’hanno reso possibile anche loro.




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Casa di Montecarlo, quelle e-mail su Corallo che smontano il teorema presentato da Santoro

di Redazione


Annozero e Repubblica avevano chiamato in causa il totolare della Farnesina. Ma il ministro Frattini non c’entra: le segnalazioni per nominare console onorario l’imprenditore del gioco d’azzardo sono dell’ex capo di gabinetto di Fini. Montecarlo: il giallo dell'estate



Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Oggi la famigerata «fabbrica del fango» del Giornale affronta il «dossier Corallo-Farnesina», nell’occasione assemblato non dai «segugi» di questo quotidiano, ma da eccellenti colleghi di Repubblica e Annozero. La vicenda, che riguarda le presunte pressioni della Farnesina per «promuovere» console onorario a Saint Marteen il capo del gruppo Atlantis Francesco Corallo, è stata raccontata per la prima volta sulle pagine di Repubblica l’8 ottobre, giorno in cui anche il programma tv di Santoro ha affrontato la stessa, identica, questione.

RACCOMANDAZIONI MOLTO DIPLOMATICHE
Ossia che tra Roma e il consolato italiano a Miami vi fosse stato, in primavera, uno scambio di e-mail finalizzato a quella nomina per Corallo, con tanto di ipotesi di link con Montecarlo, poiché il broker James Walfenzao, protagonista diretto dell’affaire immobiliare monegasco, è anche titolare per conto di Corallo di una fiduciaria che controlla parte del gruppo Atlantis dove ha lavorato anche Giancarlo Lanna, membro del comitato esecutivo della fondazione finiana FareFuturo. Ma a che pro il ministero degli Esteri, guidato da Franco Frattini, avrebbe dovuto sponsorizzare l’imprenditore italo-caraibico? In realtà il ruolo di Frattini appare inesistente. Non solo, come lo stesso ministro ha ribadito in una nota, perché «la nomina dei consoli onorari non avviene su designazione del ministro degli Esteri, il quale non ne firma neppure la nomina». Ma anche perché tra i personaggi coinvolti nell’«ipotesi» Corallo-console ve n’è semmai più d’uno considerato collegabile all’ex inquilino della Farnesina, Gianfranco Fini. A cominciare dal potente segretario generale del ministero, Giampiero Massolo, che nel 2004 fu capo di gabinetto agli Esteri proprio con l’attuale presidente della Camera.

«CARO CONSOLE ROCCA CHE NE PENSI DELLA NOMINA?»
E proprio dalla segreteria particolare di Massolo partono le mail per Miami. Il Giornale è in grado di rivelarne il contenuto. La prima è del 7 maggio scorso. Testuale: «Caro Marco, cara Sarah (il primo è Rocca, il console a Miami, la seconda una diplomatica italiana, ndr), è stata sottoposta al segretario generale l’aspirazione del signor Francesco Corallo a candidato quale console onorario a Philipsburg, capoluogo olandese dell’isola di Saint Marteen, nelle Antille Olandesi. Sarebbe opportuno al riguardo avere vostri elementi di massima per poter preparare una risposta. Allego sintesi della questione sulla base delle informazioni raccolte (...)». Se l’aspirazione del signor Corallo è chiarissima, non è invece chiaro attraverso quali canali la «segnalazione» del suo nominativo arrivi alla segreteria generale della Farnesina. Chi la sponsorizzi, insomma. E perché. Abbiamo chiesto conto a Massolo, ma anziché rispondere a domande che riguardavano il suo ufficio, ha delegato a parlare il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari. Che all’interrogativo clou (chi ha segnalato Corallo al segretario generale?) non ha saputo/potuto rispondere: «È tutto spiegato nel comunicato dove si dice che è stata fatta solo una pre-istruttoria, ma non è iniziata nemmeno una procedura, una sorta di sondaggio informale. La segnalazione a Massolo? Rileva quanto può rilevare, segnalazioni di questo tipo ne arrivano a bizzeffe, e comunque non lo so, non sono in grado, non so che dire...».

Torniamo allo scambio di e-mail. Letta la posta elettronica, il console Rocca salta sulla sedia. È lui stesso a descrivere la sua reazione nella risposta del 10 maggio. «Venerdì scorso, quando ho letto la tua e-mail, ho fatto un mezzo salto sulla sedia. Perché ancora mi ricordavo dal mio precedente incarico a Miami (1992/96) che un tale Corallo di Saint Marteen era a suo tempo ricercato dalla giustizia italiana (...)».

«QUANDO HO LETTO LA LETTERA SONO CADUTO DALLA SEDIA»
(...) «Sono andato a controllare il fascicolo e in effetti mi ricordavo bene. Gaetano Corallo, padre del Francesco Corallo che è stato segnalato al segretario generale, era nel 1990 ricercato in campo internazionale, in base ad un mandato di cattura internazionale del Tribunale di Milano per associazione per delinquere di tipo mafioso. Il nostro ministero di Grazia e giustizia aveva chiesto all’ambasciata a Washington di cercare di ottenere l’estradizione di Corallo, definito “pericolosissimo ricercato”. Non risulta dal fascicolo - prosegue il console nella e-mail di replica - se Corallo sia stato estradato in Italia. Risulta solo che sempre nel ’90 presentò un appello contro la sentenza del Tribunale di Milano. Sul conto di Francesco Corallo, figlio di Gaetano, non risultano precedenti negativi, ma con una storia familiare, ancorché non personale, come quella sopra descritta, non mi sembrerebbe il migliore candidato per un incarico a console onorario».
Insomma, la segnalazione non trova una buona accoglienza oltreoceano, con il console Rocca che ritiene evidentemente non opportuno procedere alla nomina per via del padre. Che, per la cronaca, è stato sì condannato per associazione per delinquere, ma senza l’aggravante mafiosa, come ricordato da Gaetano Corallo al Giornale il 29 settembre.
Il carteggio però non si esaurisce. Seguono almeno altre due e-mail, nelle quali l’ufficio del segretario generale prima ringrazia Rocca «per la tempestiva e chiara risposta», poi pone altri quesiti sull’opportunità, più in generale, di procedere comunque alla creazione di un nuovo console a Saint Marteen, centro degli interessi caraibici di Corallo. Proprio in uno dei ristoranti dei casinò di Corallo a Saint Marteen nel 2004 trascorse una serata Gianfranco Fini, accompagnato da una «delegazione informale» (amichevole) dell’allora Alleanza nazionale. È a questo punto che si innesca il racconto di Repubblica e di Annozero. Secondo i quali la faccenda prosegue con contorni da spy story. Dopo il primo diniego di Rocca, infatti, la jeep del console avrebbe preso misteriosamente fuoco mentre la guidava la moglie, scampata per miracolo al rogo.
L’INCHIESTA PARALLELA A QUELLA DI MONTECARLO
Secondo Repubblica seguono anche minacce telefoniche alla feluca, che precedono l’invio dalla Farnesina di un secondo «sollecito» per la nomina a console di Corallo. Rocca rifiuterebbe anche stavolta, ma alla Farnesina non risulterebbe alcuna e-mail inviata a giugno. «La questione si è chiusa con quel primo scambio di missive», spiega al Giornale una fonte ministeriale. Per la Farnesina la questione è chiusa. Per la Procura di Roma, invece, sarebbe appena aperta. A piazzale Clodio, sempre secondo Repubblica, alla vicenda sarebbe stato dedicato un fascicolo d’indagine, parallelo a quello sull’affaire immobiliare di Montecarlo. E sulla (mancata) nomina di Corallo a console onorario, ci sarebbe persino un rapporto della Dea, passato ai magistrati italiani tramite Interpol.




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Fabbriche di fango, tiro al bersaglio sul Giornale

di Gabriele Villa


Manovra d’accerchiamento attorno al nostro quotidiano: non esiste il dossier sulla Marcegaglia ma politici, stampa e poteri forti si schierano compatti. E giustificano la censura preventiva dei pm per indurci al silenzio. Metodo "Repubblica": fango e giustizialismo sempre a senso unico



Contro il Giornale, sempre e comunque. All’attacco, a prescindere. Perché noi siamo i killer e gli altri i buoni. Sempre e comunque. A prescindere. Nell’Italia capovolta, dove i fatti non sono fatti se li racconta il Giornale e dove le inchieste non sono inchieste, ma solo container di fango, se le facciamo noi del Giornale, si dà sempre volentieri asilo a chi cerca solidarietà. E nella spaziosa Casa della solidarietà e del vittimismo gli inquilini si susseguono a ritmo incessante. Non importa che casacca indossino. Si va trasversalmente da Fini a Santoro, dalla Marcegaglia a Travaglio, dai cognati ai compagni di merende. Per entrare a far parte del Club dei Poveri Martiri non occorre quota di iscrizione, né tessera.
È sufficiente essere stati oggetto, almeno una volta, di un pezzo «non allineato» prodotto da noi cecchini del Giornale ed ecco che, magicamente, si spalancano le porte dell’accoglienza tout court.
Se ci mettessimo ad elencare tutte le operazioni di boicottaggio e di disinformazione compiute solo recentemente ai nostri danni dovremmo uscire con un’edizione speciale, quindi circoscriviamo le nostre considerazioni alla vicenda Marcegaglia e vediamo di distinguere la vera verità dalla verità degli altri. L’uomo di fiducia della presidente di Confindustria, Rinaldo Arpisella, in un telefonata con Nicola Porro vicedirettore del nostro quotidiano, infarcita di battute scherzose, qualcuna, per carità, certamente un po’ grossier, ravvisa un tono intimidatorio e minaccioso. È sicuro, in buona sostanza, quando conclude la telefonata, che il Giornale abbia già pronto un dossier contro la sua presidente e ritiene opportuno metterla sull’avviso.
Emma Marcegaglia che già vive, almeno dal 26 maggio, nell’ossessione che qualcuno stia tramando contro di lei, come abbiamo scritto, giusto avant’ieri su queste stesse colonne, sulla scorta di dati oggettivi, non esita ad alzare il telefono e a chiamare Fedele Confalonieri, autorevole membro del Cda del Giornale, presidente di Mediaset, nonché amico di vecchia data del premier Silvio Berlusconi. Confalonieri chiama a sua volta Feltri che non esita a dirgli la vera verità: il Giornale non sta preparando alcun dossier sulla Marcegaglia, né si è mai sognato di farlo. Confalonieri telefona alla presidente di Confindustria e la rassicura.
Tutto, in un’Italia non capovolta, dovrebbe finire qui, con un nulla di fatto. Solo che la solerzia che caratterizza i giudici, almeno una parte consistente di giudici, quando si tratta di andare a sfrucugliare il Giornale, si manifesta nel più sorprendente dei modi. Si scopre infatti che la telefonata tra Arpisella e Porro come altre telefonate del direttore Sallusti sono state preventivamente intercettate e registrate dai pm Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, nell’ambito di un’inchiesta che non ci riguarda, che non ha niente a che fare con il Giornale. Così nel momento in cui la Marcegaglia denuncia un presunto complotto nei suoi confronti ad opera del Giornale ecco che Woodcock fa scattare, sempre preventivamente e sempre con invidiabile solerzia la Grande Perquisizione nelle stanze del Giornale e nelle abitazioni private di Porro e Sallusti.
Ovviamente non viene trovato alcun dossier perché non c’è alcun dossier da trovare. Anche questa è la pura verità. Solo che la vera verità dichiarata e ribadita anche il giorno dopo da Confalonieri non viene tenuta in considerazione perché non fa comodo tenerla in considerazione. Così mentre il Giornale incassa solo qualche timido e inevitabile vagito di solidarietà, anche il fronte politico, comprese alcune voci critiche del Pdl, approfitta della circostanza per darci torto. Così, giusto per farlo. Così giusto perché i malvagi siamo noi e dobbiamo sempre comunque essere noi. A prescindere dalla verità. In compenso scende in campo il battaglione dei giornalisti d’assalto, quelli che fanno inchieste vere e non mettono il fango nel frullatore come noi.
Il primo ad ignorare la vera verità è, come al solito, Giuseppe D’Avanzo i cui toni nei confronti del Giornale, questa volta, come riportiamo qui accanto, superano di molto l’insolenza. Sono insulti, null’altro che insulti. Ma se per lui è un classico ignorare la verità, far finta, sistematicamente, che quanto scrive il Giornale ( su Fini o sulla Marcegaglia non importa) siano «fattoidi» e «falsi indiscutibili», è ancora una volta sorprendente notare come anche il Corriere della Sera lo segua a ruota affidando questa volta a Fiorenza Sarzanini l’opportunità di denigrarci e raccontare solo la verità di Emma Marcegaglia.
Curioso, no? Curioso almeno quanto il fatto che sempre lo stesso Corriere riservi a un suo editorialista, noto e stimato, Piero Ostellino (come era accaduto già al Pansa degli ultimi tempi di Repubblica) un trattamento privilegiato. Il suo pezzo viene infatti relegato a pagina 36 solo perché, prendendo lo spunto da un sondaggio di Sky in cui emerge che la maggioranza degli italiani non si è indignata per la censura preventiva imposta al Giornale, Ostellino sceglie di gridare allo scandalo e di indignarsi, lui sì, vivaddio, contro questa «anormalità» e contro il comportamento «anomalo» di Emma Marcegaglia e il meccanismo «surreale» che la denuncia della presidente di Confindustria ha innescato. Un’altra vera verità, che per il fatto stesso di andare a difesa del Giornale, deve essere per forza ignorata o quantomeno nascosta.
A proposito di ignorare, non si può chiudere questo articolo senza chiedersi come mai i solerti pm Woodcock e Piscitelli abbiano deciso di tener per buone le preoccupazioni (infondate) di Emma Marcegaglia e di Arpisella, tanto da ravvisare addirittura il reato di concorso in violenza privata a carico di Sallusti e Porro, e non si sentano nemmeno sfiorati dall’idea di approfondire quelle strane ipotesi («cerchio sovrastrutturale», etc) che Arpisella fa nella telefonata con Porro facendo intendere di saperla lunga. Di conoscere cioè i mandanti del caso D’Addario, celebre operazione anti-premier e, cosa ancora più preoccupante, di essere a conoscenza che una sorta di Spectre, organizzazione dai poteri occulti, controlli l’Italia. Massì, forse è meglio tenersi alla larga dalla verità. Perché, come diceva Gianni Rodari, uno che le favole (vere) le scriveva, «Nel Paese della bugia, la verità è una malattia».




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Nasa: oggi un piccolo asteroide sfiorerà la Terra, nessun pericolo

Quotidianonet


Il corpo celeste, conosciuto come RD54-2010, attraverserà lo spazio tra il nostro pianeta e la Luna a 45.000 km dalla superficie

Un asteroide
Un asteroide


Washington, 12 ottobre 2010  - Un piccolo asteroide di 6 metri "sfiorerà" oggi alle 12,51 la Terra senza alcun rischio di impatto.
Il corpo celeste, conosciuto come RD54-2010, attraverserà lo spazio tra il nostro pianeta e la Luna a 45.000 km dalla superficie.




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Esenzione Ici alla Chiesa, la Ue apre un'indagine

Quotidianonet


Secondo Bruxelles sono aiuti di stato incompatibili con le norme sulla concorrenza. Il dossier è stato aperto nel 2006, l'Italia ha già fornito spiegazioni: "Luoghi di culto e non commerciali"



Roma, 12 ottobre 2010 - La commissione europea si prepara ad aprire un’inchiesta formale sulle esenzioni dall’Ici concesse dall’Italia allo Stato del Vaticano. Secondo il governo di Bruxelles - come riportano oggi diversi quotidiani - le esenzioni, favorendo fiscalmente un solo soggetto e i suoi beni immobiliari, sarebbero incompatibili con le norme europee sul libero mercato e la libera concorrenza.

L’Italia ha in diverse occasioni fornito spiegazioni all’Ue, sottolineando che le esenzioni riguardano beni non commerciali della Chiesa. In particolare, edifici destinati al culto. I chiarimenti, però, vengono giudicati insufficienti dalla commissione di Bruxelles. Da qui l’avviso di messa in mora e l’avvio di indagini formali con il rischio di sanzioni per l’Italia. L’indagine servirà a verificare se effettivamente questa agevolazione è un aiuto di Stato non compatibile con le norme europee sul funzionamento del mercato unico.

L’esenzione dall’Ici - osserva Bruxelles nella comunicazione che si appresta a inviare all’Italia - rappresenta comunque un aiuto di Stato poiche’ è un vantaggio derivante da una minore entrata per il fisco. E al momento questa agevolazione non sembra poter rientrare tra i casi in cui sono consentite deroghe al divieto di aiuti pubblici stabilito dal Trattato Ue.

Sul caso, Bruxelles ha ricevuto da diversi ricorrenti informazioni sui servizi ricettivi e sanitari offerti da istituzioni ecclesiastiche.

Il dossier sull’esenzione dall’Ici
riconosciuta alla Chiesa è sul tavolo di Bruxelles dal 2006. La Commissione, nel febbraio 2009, aveva deciso di chiudere il caso ritenendo che non ci fossero le premesse per portare avanti un’indagine per aiuti di Stato.  Ma in seguito all’intervento della Corte di giustizia Ue e a nuovi elementi acquisiti nel frattempo, lo scorso luglio la Commissione ha deciso di riaprire il dossier ‘’perché non può escludere di essere in presenza di un aiuto di Stato’’.




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