domenica 17 ottobre 2010

Napoli, a un giovane violinista di strada il premio in memoria di Petru

Il Mattino


NAPOLI (17 ottobre) - Il premio musicisti di strada 2010 è stato consegnato oggi a Napoli con una dedica speciale: in memoria di Petru Birladeanu, il musicista rumeno vittima di un raid camorristico, che morì l'anno scorso nella indifferenza generale, alla stazione di Montesanto. Alla stazione della Cumana Pontile Torregaveta, con Silvio Perrella, presidente della Fondazione Premio Napoli, consegna il premio Luca Signorini, primo violoncello del San Carlo, a Ferdi Bayrani, violinista, il più giovane del gruppo di musicisti che si è esibito durante il viaggio.

Al ritorno, Stazione della Cumana, Montesanto, è stata apposta una targa della Fondazione Premio Napoli per ricordare l'edizione 2010 del Premio a Montesanto; la targa è accanto alla teca che custodisce la fisarmonica di Petru, nel punto in cui il musicista fu ucciso.

Gli altri musicisti di strada presenti erano Daniel Bucataru, chitarrista Costel Lautaru, fisarmonica, il figlio Valentin - bassista - e il fratello Nelu, secondo fisarmonicista. Luca Signorini ha suonato coi musicisti di strada un prezioso violoncello Carlo Tononi del 1740. L'evento è stato ripreso sin dal primo capolinea, Montesanto, dal regista Antonio Capuano.




La Guerra di Petru...



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Un anno intero vissuto di corsa Nuovo record: 27.011 chilometri

Corriere della sera


Ha attraversato 25 paesi europei, facendo 74 km al giorno e consumando 30 paia di scarpe

Il nuovo LIMITE stabilito dal francese Serge Girard

Ha attraversato 25 paesi europei, facendo 74 km al giorno e consumando 30 paia di scarpe


Serge Girard, 56 anni
Serge Girard, 56 anni
PARIGI - Un anno di corsa a piedi: 27.011 chilometri, attraversando 25 Paesi dell’Unione europea, a una media di 74 chilometri al giorno. Serge Girard, 56 anni, faceva il consulente finanziario ma ha cambiato vita e ha deciso che quella nuova l'avrebbe fatta di corsa.

630 MARATONE DI FILA, 30 PAIA DI SCARPE CONSUMATE - Partito il 17 ottobre 2009 dallo stadio Charléty a Parigi e, dopo 365 giorni di corsa, in lungo e largo per il Vecchio Continente, è giunto domenica al parco di Bois de Vincennes, nella capitale francese. L’atleta transalpino ha battuto di 4.400 chilometri il precedente primato della corsa a piedi più lunga, detenuto dall’indiano Tirtha Kuma Phani, sempre sulle strade d’Europa, stabilito dal 30 giugno 2006 al 29 giugno del 2007 in cui ha percorso 22.581,09 chilometri. Neanche un giorno di riposo, per mettere in riga senza pausa l'equivalente di circa 630 maratone, consumando 30 paia di scarpe. Girard non è nuovo a simili imprese, negli anni passati ha attraversato i 5 continenti per un totale di 40.979 km. Nel 2005 è andato di corsa da Parigi a Tokyo in 260 giorni: 19.097 chilometri. Questa volta il programma era di percorrere settanta chilometri al giorno. Ma ha accelerato e ha scavalcato il record quando, passata Amsterdam, ha galoppato galoppando verso il Lussemburgo e poi la Francia.


LA GIORNATA TIPO - Anche se le sue giornate lo hanno portato a vedere posti sempre diversi hanno anche avuto una certa "monotonia": sveglia regolare alle sei, colazione energetica e poi, a seguire, una decina di ore di corsa alla media di nove/dieci chilometri all'ora. Sempre, tutti i santi giorni, senza nemmeno uno di risposo, con dietro i due automezzi di assistenza con sopra quattro persone, la sua squadra: la moglie Laure, chiropratica, un podologo e due esperti in logistica. Dopo aver consumato ottomila calorie e aver bevuto dieci litri d’acqua, arrivava lo stop della sera.

«NON CONTA IL RECORD MA QUELLO CHE TI ACCADE» - Serge Gitrard non sembra però molto interessato al record, un po' come tutti i veri protagonisti della corsa lunga. Sfida intima, non cronometro: «È solo una carota, un pretesto che ti fa andare avanti, non è un obiettivo importante quando lo raggiungi. Quello che conta è quanto accade in te lungo il cammino».


17 ottobre 2010



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Il ragazzo che vive al buio ora cerca un lavoro: «Voglio colleghi e amici»

Corriere della sera


Una malattia rara: la luce lo può uccidere La penombra in classe Ha il diploma da perito informatico: i vetri della classe erano oscurati con pellicole

La storia Da 25 anni Roberto si deve proteggere con creme e passamontagna.


Roberto da bambino durante una sua visita a Milanello: alla sua sinistra, Franco Baresi, poi Mauro Tassotti, Paolo Maldini e George Weah
Roberto da bambino durante una sua visita a Milanello: alla sua sinistra, Franco Baresi, poi Mauro Tassotti, Paolo Maldini e George Weah
MILANO - Poi, a un certo punto, ci si stanca. Così la centosettesima operazione viene rinviata, la tenda della finestra scostata, la porta di casa aperta. Lo Xeroderma pigmentoso - in codice Xp, quanto suona innocua la sigla - è una malattia rara; se esposto ai raggi ultravioletti il paziente sviluppa tumori della pelle. L'Xp, leggiamo in un referto, «è da considerarsi potenzialmente letale». Roberto M., 25 anni, anche ieri ha dato una sbirciata dalla camera da letto tre metri per tre, poi è uscito. Non ha fatto nulla di strano: ha girato per Milano. Invece ha sfidato, provocato, accelerato la malattia.

Ci vuole poco, in fondo. Basta fermarsi su una panchina, aspettare un semaforo in macchina, ordinare un caffè al bar, rincorrere un tram, semplicemente stare per strada, e fare tutto questo di giorno. Alla luce. «Si sta lasciando morire» dice la mamma, la signora Enza, «servirebbero amici, servirebbe un lavoro, sì, un lavoro. L'ufficio. I colleghi. Le mansioni. Certo, con tutte le precauzioni del caso, le creme e le protezioni sul viso, le misure di sicurezza. Ma possiamo farcela».La Enza è una di quelle che vanno sempre in salita. Mai da sole però, uno uguale lo trovano. Lei ha trovato Michele. Postina e ferroviere. Immigrati: campana e salentino. Soldi pochi, sfizi zero, debiti, prestiti. Fidanzamento breve, matrimonio, famiglia. Numerosa: Roberto, Caterina di 24 anni, Alessandro di 22. I figli sono uguali e ogni madre sa che ognuno è diverso. Racconta Enza: «Avevo otto anni quando sono finita in collegio. Avevo perduto la mamma, non ho potuto studiare, dovevo andare a lavorare per mantenere i fratellini. Caterina era bravissima, era portata: non l'ho mandata all'università, il denaro ci serviva». Scrisse Caterina in un tema: «In famiglia abbiamo dovuto affrontare mille difficoltà, e abbiamo imparato a riconoscere le cose importanti dalle secondarie».

Anche Roberto ha studiato. Diploma di perito informatico. A scuola, le volte che ci andava si faceva in modo che la sua classe avesse i vetri oscurati da speciali pellicole. Le pellicole costavano. Più d'uno, nel tempo, ente pubblico e privato, ha dato una mano, bisogna scriverlo. Perché c'è una costante, nella storia di questo ragazzo, coraggioso, forte, ammirato dai fratelli, il volto segnato da operazioni, asportazioni, cicatrici: c'è qualcuno che si interessa, e prova a fare il suo. Cittadini, politici. E allora ecco la vendita molto scontata da una casa tedesca di una macchina, l'invito a un allenamento, specie quand'era bimbo, del suo Milan, le lettere - complice una segretaria con cui s'era incrociato dopo un intervento chirurgico - con l'avvocato Agnelli, che rispondeva. In una lettera Roberto scrisse: «Domani entro di nuovo in ospedale, mi tolgono ancora un po' di tumori». Annuncio, cronaca secca; abitudine, convivenza con il dolore e i medici. Tutti i medici. «Ce n'è uno, si chiama Tatteo, faccia il nome, ci sta ridando speranza» dice Enza. E ce n'è stato uno, un chirurgo, che per ricostruire parti del naso «ha chiesto trentamila euro, in nero. Quasi il triplo del prezzo vero».

Ci sono giorni che Roberto maledice d'esser nato, maledice i genitori che l'hanno messo al mondo, maledice e basta: «Vivo nel buio in casa o fuori con passamontagna, sciarpe e berretti anche d'estate... Mai un amore, mai». Otto volte ha provato a uccidersi. Un lavoro davvero potrà servire, per cominciare? Da subito, dicono da casa M., serve questo: «Un paio di occhiali. Un tipo particolare, li abbiamo finiti, costano, li usa chi vive nel buio: sono gli occhiali dei minatori».

Andrea Galli
17 ottobre 2010



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Ghedini: «Nessun affare offshore sulle ville di Berlusconi ad Antigua»

Il Mattino



«Notizie insussistenti e diffamatorie»
Il Pd: arrogante intimidazione, no alla censura preventiva




ROMA (17 ottobre) - «Gli articoli apparsi quest'oggi su alcuni quotidiani e che trarrebbero origine dal programma Report, che dovrebbe andare in onda questa sera su Rai Tre, sono totalmente fuorvianti e palesemente diffamatori poiché‚ si basano su assunti già dimostratisi insussistenti». Lo afferma Niccolò Ghedini, parlamentare del Pdl e avvocato del premier Silvio Berlusconi, in riferimento a titoli di articoli pubblicati oggi da alcuni quotidiani sulle «ville di Berlusconi» e gli «affari offshore» ad Antigua.

«Infatti la vicenda è già stata ampiamente trattata dai giornali alcuni mesi or sono e tutte le delucidazioni e i documenti pertinenti erano stati ampiamente offerti ma negli articoli non se ne tiene minimamente conto. Come risulta dagli atti, il presidente Berlusconi ha regolarmente acquistato un terreno in Antigua pagandolo con regolare bonifico - prosegue Ghedini - e indicandolo nella denuncia dei redditi. Negli anni successivi, con regolari fatture, assistite da stati di avanzamento lavori, bolle di accompagnamento e consegne nonché‚ perizie, sono stati pagati i lavori di costruzioni e arredo con altrettanto regolari bonifici da banca italiana a banca italiana. Tale denaro è stato quindi versato in Italia alla società costruttrice dell'immobile».

«Come già detto in un precedente comunicato, tutta la documentazione è a disposizione per qualsiasi controllo in assoluta trasparenza. L'immobile è attualmente e regolarmente intestato al presidente Berlusconi e non già a fantomatiche società offshore e non vi è nessuna indagine né‚ in merito ai trasferimenti di denaro e né‚ in merito all'immobile. È evidente quindi la strumentalità delle ricostruzioni offerte che saranno perseguite nelle sedi opportune. Sarebbe davvero grave - conclude Ghedini - se la Rai mandasse in onda un programma con notizie così insussistenti e diffamatorie e senza alcun contraddittorio».

«Una intimidazione arrogante e vergognosa e insieme un altro attacco alla libertà di informazione.
L'avvocato Ghedini, come legale di Berlusconi ha diritto di difendere il suo cliente ma a riprova della confusione inqualificabile di ruoli, inevitabilmente parla anche come parlamentare e autorevole esponente del Pdl e quindi le sue parole suonano come una pressione intollerabile e preventiva sulla Rai perché non mandi in onda la puntata di Report di questa sera. Sono certo, in Rai nessuno prenderà in considerazione questo atto di arroganza». È quanto dichiara il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini.

«Ci risiamo: dopo Santoro la Gabanelli. Poi toccherà a Floris e alla Dandini. Tutto questo mentre la rimozione di Corradino Mineo dalla direzione di Rainews pende sempre come una spada e i tagli all'editoria costringeranno molti giornali, prevalentemente dell'area di centrosinistra, a chiudere». Lo dichiara il senatore Idv Sancho Pardi, capogruppo dell'Italia dei valori in commissione di Vigilanza. «Siamo contrarissimi a ogni tipo di censura, figurarsi a quella preventiva», aggiunge Pardi.

«Sono contrario da sempre ad ogni forma di censura preventiva, ancora di più nel caso di trasmissioni - rare - frutto del giornalismo di inchiesta, come Report. Lo dichiara Marco Beltrandi, esponente radicale e componente della Commissione di Vigilanza Rai. «È ovvio che deve essere garantita sia la messa in onda che un adeguato diritto di replica, fatto salvo ovviamente - nei casi peggiori - il diritto alla tutela giurisprudenziale dell'immagine ove ve ne fosse ragione. Con la censura si uccide qualsiasi giornalismo di inchiesta».




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Napoli, video hard per ricattare un custode Filmato incontro gay: due arresti a Chiaia

Il Mattino




di AnnaMaria Asprone

NAPOLI (17 ottobre) - La sua vita di oggi è come quella di tanti altri. Una moglie, un figlio ed un lavoro, come custode di un parco, in pieno centro cittadino. Un’esistenza normale, forse anche un po’ noiosa, ma tranquilla e senza troppi scossoni.

Nel suo passato, invece, c’è stato qualche buco nero - qualche rapporto omosessuale, consumato nella più totale clandestinità e con partner occasionali - che l’uomo tuttavia, negli ultimi dieci anni, credeva di aver definitivamente cancellato, grazie alla sua nuova vita da marito e padre. Qualche giorno fa, però, l’incubo che quel passato tornasse a galla e soprattutto che la sua famiglia ne venisse a conoscenza, è divenuto reale.

È bastato che alla porta della sua guardiola bussasse una vecchia conoscenza, Ivan Montaperto, 25 anni, giostraio. Il giovane, senza mezzi termini, ha tirato fuori gli scheletri di quel suo passato di amori clandestini. Poi gli ha chiesto una tangente di 500 euro, per conto di uno dei suoi vecchi partner che, sempre secondo il racconto di Montaperto, aveva conservato un video che li ritraeva insieme e minacciava, se non avesse ceduto al ricatto, di mostrare quel filmato alla moglie. Il custode disperato ha detto di non avere con sé quei soldi e che gli serviva qualche giorno per racimolarli.

Quando però l’estorsore è andato via, il portiere, che aveva già deciso di non sottostare al ricatto, si è recato presso il commissariato di polizia San Ferdinando, diretto dal vicequestore Pasquale Errico, ed ha raccontato tutto. Sono quindi scattate le indagini e gli appostamenti degli agenti. Il giorno dopo, nella guardiola del portiere è arrivato però un altro uomo Pasquale Pirozzi, 33 anni, a lui sconosciuto, a bordo di una moto.

Pirozzi, si è proposto, in cambio di 100 euro, come intermediario con l’estorsore, in possesso del video, garantendo che avrebbe risolto il problema. Per rassicurare il portiere ha spiegato che ci sarebbe riuscito perché lui era «uno che sulla strada conta». Gli agenti, appostati in zona, sono risaliti attraverso la targa della moto, al proprietario del mezzo che interrogato, ha confessato di aver prestato lo scooter a Pirozzi.

Successivamente ha ammesso di essere stato contattato da Montaperto che gli aveva proposto di minacciare il portiere per la faccenda del video, ma lui aveva rifiutato, consigliandogli però di coinvolgere nell’estorsione Pirozzi. Per questo motivo è stato denunciato a piede libero per concorso esterno nel tentativo di estorsione.

Poi il cerchio si è stretto anche intorno ai due estorsori. Gli agenti sono arrivati presso l’abitazione di Montaperto, in via Carlo Poerio. Quando l’uomo ha capito di essere in trappola ha cercato di nascondersi, spostando alcuni pannelli del sottotetto nel bagno ed infilandosi nell’intercapedine.

Non aveva però fatto i conti con la fragilità della struttura che è venuta giù sotto il peso del suo corpo, facendolo precipitare sul pavimento. Quando i poliziotti hanno fatto irruzione nella casa lo hanno trovato mezzo svestito, con varie escoriazioni sul corpo e immerso in una nuvola di polvere e calcinacci. Meno rocambolesca la cattura di Pirozzi. Condotto in commissariato, l’uomo - già noto alle forze dell’ordine con il soprannome di «Pasquale o’ down» - è stato riconosciuto dal custode come il secondo estorsore.

Entrambi sono stati sottoposti a fermo di polizia giudiziaria perché gravemente indiziati per tentata estorsione in concorso tra loro e condotti nel carcere di Poggioreale. Soddisfazione per l’arresto degli estorsori da parte di Maurizio Tesorone, vicepresidente della I Municipalità: «È la prova che lo Stato c’è e che l’incontro che abbiamo avuto nei giorni scorsi con il prefetto, sulla sicurezza, sta già dando i suoi effetti».




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Falsi invalidi a Napoli trema la lista dei mille

Il Mattino




di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (17 ottobre) - La sua presenza non poteva passare inosservata: lì, seduto al suo (ex) posto, dietro alla scrivania di sempre. E il suo contributo - fatto di annotazioni, ricordi, segnalazioni - rischia di diventare esplosivo in un’inchiesta che ha già macinato conferme concrete e numeri da capogiro.

La storia - facile a dirsi - è quella dei falsi invalidi di Chiaia e l’ultimo capitolo porta la firma di Angelo Sacco: la sagoma dell’ex dirigente della Municipalità di Chiaia (agli arresti domiciliari dopo aver intrapreso una collaborazione con la giustizia definita «reale» dagli inquirenti) non poteva passare inosservata. Né il suo contributo poteva risultare privo di significato. Fatto sta che da quasi un mese, c’è un gran movimento negli uffici di piazza Santa Caterina, nella sede amministrativa della circoscrizione di Chiaia.

Appena il tempo di chiudere l’ufficio al pubblico, che in alcuni giorni si è materializzato nella sede della prima municipalità un gruppetto di specialisti nella caccia alle pratiche false. Quelle non ancora identificate, quelle - probabilmente tantissime - destinate a finire in un’inchiesta dai numeri vorticosi. Chi sono i cacciatori di testa che prendono servizio quando gli uffici chiudono al pubblico? In prima fila c’è l’ex dirigente Sacco, poi il suo avvocato - il penalista napoletano Gennaro Lepre -, ma anche carabinieri agli ordini del luogotenente Tommaso Fiorentino e del capitano Federico Scarabello, che hanno avuto il merito di scoperchiare un pentolone ancora carico di sorprese; senza contare ancora la presenza di alcuni funzionari della Municipalità, quelli chiamati oggi ad accudire dall’interno alle esigenze di polizia giudiziaria.

Vicenda ancora aperta, che macina numeri da capogiro. C’è un dato choc che va dato subito: sono mille le pratiche di invalidità false scoperte a Chiaia. Mille su quattromila assegnate in un solo anno, una sorta di esercito che svela il volume d’affari che si aggira attorno a falsi attestati medici e a vitalizi veri versati dall’Inps. Mille pratiche false, stando a un’inchiesta ancora in corso, che vede impegnati i pm Giuseppe Noviello e Giancarlo Novelli, entrambi in forza al pool mani pulite del procuratore aggiunto Francesco Greco.

Mille falsi invalidi, arrotondando per difetto, in una vicenda che ha ottenuto riscontri giudiziari in tutte le sedi: 129 sono le persone finora arrestate, tra registi e beneficiari di una truffa da dieci milioni di euro. Finti ciechi, finti pazzi, ma anche le «menti» dell’affare, come l’ex consigliere municipale Salvatore Alajo, sua moglie Alexandra Danaro, l’ex dirigente Sacco e il suo vice, quel Fernando Medici che, in cella da un mese, insiste sulla propria innocenza. La chiave di volta, comunque, è tutta nel lavoro svolto in ufficio: accessi «protetti» a Chiaia da parte di Sacco, la collaborazione si dimostra decisiva.

È lui a riconoscere le pratiche fasulle, è lui che si orienta nel mare delle finte pratiche di invalidità civile. Le riconosce, le individua, le indica. Poi, il resto tocca agli inquirenti: che immagazzinano nomi, che accendono i riflettori su pratiche formalmente impeccabili, degne da questo momento in poi di finire spediti in un fascicolo giudiziario. Tantissimi i casi finora individuati, segno di un’inchiesta che sta ampliando la propria gittata: non solo gente del vicolo, funzionari ritenuti corrotti, ma anche medici, periti legali, funzionari di altri palazzi cittadini.

E camorristi, sempre per ricordare le accuse rese lo scorso agosto dallo stesso Angelo Sacco, nel corso di un interrogatorio dinanzi ai giudici del Tribunale di Napoli. Contributo ad alto impatto, quello dell’ex primo dirigente che torna a sedersi negli uffici di Santa Caterina e che offre numeri impensabili dieci mesi fa, quando vennero arrestati i finti ciechi di Pizzofalcone. È lui a indicare, a distinguere il vero dal falso, a mettere in fila un esercito di «finti-qualcosa» finora vissuti all’ombra delle indagini.

Accertamenti serrati, in una vicenda che tiene tante persone in apnea, anche a giudicare dai tentativi (inutili) compiuti da alcuni invalidi di rinunciare ai benefits finora intascati di fronte a strani miglioramenti delle proprie condizioni di salute. Guarigioni miracolose che non rischiano di commuovere i carabinieri di Posillipo.




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Livorno, a scuola sventola la bandiera comunista

di Redazione


Il caso di Adro per settimane è stato il simbolo della presunta ingerenza della politica in un istituto scolastico. Ma nessuno si scandalizza se in una materna del centro storico della città toscana campeggia il vessillo del Pdci



 

di Valentina Carosini


Uno spettro s’aggira per Livorno. È lo spettro, per altro un po’ gualcito, del (vecchio) comunismo che uscito dalla porta, ora tenta di rientrare dalla finestra. Per rimanere nella metafora, la «finestra» simbolica è quella di una scuola materna, sui muri della quale, ciclicamente, campeggiano tre bandiere. Un inno alla patria? Una trovata romantica? Non proprio. I vessilli in questione, falce e martello in campo rosso, simbolo di un marxismo-leninismo rivisitato in chiave tristemente italica, sono quelli del moderno partito dei Comunisti Italiani. Due più una multicolore bandiera della pace, di quelle che qualche anno fa sventolavano dai terrazzi di mezza Italia, sull'onda di un pacifismo color arcobaleno finito presto nel dimenticatoio. Un metro e mezzo per un metro di stoffa rossa che sventola sui muri esterni della scuola materna San Marco, nell'omonima via del quartiere Venezia, nel cuore del centro storico cittadino. Sono lì dallo scorso gennaio, dove annualmente vengono sistemate per celebrare la fondazione del Partito Comunista Italiano, nato a Livorno nel 1921. Di più. Nato proprio sul posto, come si legge dalla targa alla memoria, e «sorretto dall'ideologia di Marx, Engels, Lenin e Stalin» (per citare testualmente la lapide apposta su quelli che sono i muri dell'edificio scolastico), nelle sale dell’ex teatro San Marco, oggi scuola comunale. 


Il comune, che sempre annualmente provvede a togliere le bandiere dopo le cerimonie, quest’anno se n’è dimenticato. Qualcuno se n’è accorto e ha protestato ispirando mozioni e interpellanze, mai arrivate alla discussione in consiglio comunale. Una curiosa risposta tutta toscana alla Adro leghista, con una sola differenza. Mentre in terra padana i simboli di partito, esposti in scuole e luoghi pubblici, hanno scatenato un putiferio mediatico nazionale, con tanto di proteste, prese di posizione e urla scandalizzate, manco si trattasse d’un colpo di stato, qui invece, nella terra del cacciucco, l’invasione di falce e martello è percepita come normale, almeno stando alla maggioranza cittadina. Questione di punti di vista.


«Siamo una città simbolo - s’infiammano subito gli abitanti della zona, se interpellati sull'opportunità o meno di un simbolo politico su un edificio pubblico - Non lo sa che siamo la culla del comunismo italiano?». Una culla del materialismo dialettico dove si può ignorare perfino il via al minuto di silenzio, alla memoria dei quattro soldati italiani morti in Afghanistan pochi giorni fa, che doveva essere osservato in tutte le classi di un liceo scientifico cittadino ma che è stato completamente ignorato da un professore che in aula ha continuato a fare lezione, un'occasione come un'altra per stigmatizzare la guerra in Afghanistan, lasciando sbalorditi gli stessi alunni. Questione di punti di vista anche per la maggioranza cittadina, compatta sulla «querelle delle bandiere». 


«La scuola ha l'ingresso dall’altra parte dell'edificio, i bambini non le vedono neanche le bandiere - ribatte Gabriele Cantù, capogruppo Pd in consiglio comunale - E poi sono apposte su quel che resta del muro dell'ex teatro, parte della memoria storica che la città che non vuole negare». Teatro dentro il quale però, di fatto, ora c’è una scuola materna. Stesso edificio, stessi muri. Non c’è sofismo che tenga. È un simbolo politico su un edificio pubblico. Fine. E a Livorno, a quanto pare, si può fare.





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Ladro di cioccolata condannato all'amputazione di una mano

La Stampa


Pene corporali, bufera sull'Iran





TEHERAN

Dopo il caso di Sakineh, la donna condannata alla lapidazione per l'omicidio del marito (sentenza poi commutata in impiccagione), l'Iran torna a far parlare di sè. Anche in questo caso è la decisione di un giudice ad attirare l'attenzione dei media. Un uomo, informa la Bbc, è stato infatti condannato all'amputazione di una mano per essere stato sorpreso a rubare tre paia di guanti e una barretta di cioccolato.

Pochi giorni fa, nella città santa di Mashhad, un altro uomo era stato condannato al taglio di entrambi gli arti superiori per un duplice furto: «L'obiettivo è proteggere la vita e i beni dei cittadini», aveva spiegato il procuratore generale all'agenzia di stampa iraniana Isna, «Ci saranno altri casi».

L'applicazione di pene corporali, però, non fa che gettare fango sull’Iran e incrinare i già difficili rapporti con l'Occidente. A spingere per sentenze così dure sono gli ultraradicali, ma il taglio della mano per i ladri è previsto dalla Sharia, la legge islamica.



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Santa la prima suora australiana Denunciò un prete pedofilo

La Stampa


Piazza san Pietro gremita per la canonizzazione di sei nuovi santi




CITTA' DEL VATICANO

Benedetto XVI proclama questa mattina in Piazza San Pietro la canonizzazione di sei nuovi santi della Chiesa cattolica, fra cui la prima santa australiana Mary of the Cross (Mary Helen) MacKillop fondatrice della Congregazione delle Suore di San Giuseppe del Sacro Cuore, dedite alla educazione dei poveri, orfani, delle ragazze in pericolo.

Fra l’altro suor McKillop subì traversie di non poco conto all’interno della stessa Chiesa in quanto fu scomunicata dal suo vescovo per aver denunciato, insieme ad altre consorelle, gli abusi sessuali su minori commessi da un sacerdote. Successivamente la scomunica, comminata irregolarmente, le fu revocata e la sua congregazione riconosciuta. La postulatrice della causa di canonizzazione, suor Maria Casey, ha confermato questo particolare della storia di suor McKillop alla Radio Vaticana, e tuttavia ha aggiunto che fu solo uno dei fattori di tensione che si generarono con i vertici della Chiesa australiana.

Suor McKillop, ha spiegato infatti la postulatrice, era a favore «della dignità di tutti gli uomini» e contro ogni forma di discriminazione, «senza differenze di credo o di razza», contro ogni forma di oppressione. La vicenda viene citata con prudenza dal dossier ufficiale sulla vita della religiosa diffuso dal Vaticano nel quale tuttavia si legge: «Una complessa serie di circostanze portò il vescovo di Adelaide, che una volta era suo amico e benefattore, a scomunicare Mary nel 1871 per presunta disobbedienza».

«Questa scomunica- prosegue il testo del dossier - non era valida e ingiustificata alla luce di informazioni successive. Mary in ogni modo accettò la scomunica e l’allontanamento di molte delle sue consorelle con serenità e pace». Quindi «il vescovo revocò la sua decisione poco prima della sua morte , sei mesi più tardi». Infine «Mary tornò al suo lavoro e la maggior parte delle sorelle, che erano state scacciate, tornarono all’istituto, quelli furono giorni bui».

La Radio Vaticana definisce «straordinaria» la vita e l’opera «di Mary MacKillop, la prima santa australiana». «In una terra ancora aspra come l’Australia del XIX secolo - spiega l’emittente della Santa Sede - la futura santa si impegnò in modo instancabile per i più poveri e in particolare per offrire educazione a tutti i bambini bisognosi». «La giovane religiosa, che nel 1867 prese il nome di Maria della Croce - afferma ancora la Radio Vaticana - superò con fiducia e spirito di obbedienza, le malattie che l’affliggevano e le incomprensioni all’interno della Chiesa che arrivarono fino alla scomunica temporanea da parte del vescovo di Adelaide». Quindi «nel luglio del 2008, durante la Gmg di Sydney, Benedetto XVI ha riconosciuto che ’il suo appello per la giustizia in favore di coloro che venivano trattati ingiustamente e il suo esempio di santità sono diventati una fonte di ispirazione per tutti gli australianì».

Gli altri beati che saliranno agli onori degli altari sono: Stanislaw Soltys (1433-1489) «Kazimierczyk», sacerdote dei Canonici Regolari Lateranensi, polacco prete di grande fede, predicatore e confessore; Andrè (Alfred) Bessette (1845-1937), religioso della Congregazione di Santa Croce, una vita segnata da grandi sofferenze, esemplare per obbedienza e misticismo; Càndida Marìa de Jesùs (Juana Josefa) Cipitria y Barriola (1845-1912, fondatrice della Congregazione delle Figlie di Gesù) con particolare dedizione all’educazione dell’infanzia; Giulia Salzano (1846-1929), fondatrice della Congregazione delle Suore Catechiste del Sacro Cuore, impegnate nella formazione cristiana del popolo; Battista (Camilla) Varano (1458-1524), monaca dell’Ordine di Santa Chiara«, grande mistica e letterata.



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Maricica, la rabbia del marito Adrian: «Voglio vedere Burtone in cella»

Il Messaggero


Gli amici continuano a difendere l'aggressore
Striscione shock a Cinecittà: «Alessio libero»



ROMA (16 ottobre) - La famiglia di Maricica Hahaianu, l'infermiera romena di 32 anni
morta venerdì in ospedale dopo una settimana di agonia in seguito a un pugno sferrato per una banale lite alla stazione della metropolitana Anagnina dal ventenne romano Alessio Burtone, non ha parlato molto in questi giorni di dolore. Ma ieri il marito della donna ha dire poche ma chiare parole.

«Quel ragazzo deve andare in carcere, ma il nostro dolore è immenso ed è per Maricica che non c'è più», ha detto Adrian. «Ci amavamo tantissimo, tantissimo... e adesso non c'è più», ha aggiunto l'uomo. «In questi giorni - ha scandito il legale della famiglia Alessandro Di Giovanni - Adrian è stato concentrato solo sulle sorti della compagna. È troppo presto per pensare al perdono in questo momento. Ed è troppo comodo chiedere scusa adesso. Sappiamo che il ragazzo ha scritto anche una lettera, ma di fronte all’esito tragico di questa vicenda e alle immagini del video così chiare, i familiari non possono accettare alcuna scusa in questo momento».

Burtone intanto ha paura di andare in carcere. La Procura di Roma ha chiesto infatti al gip il trasferimento in carcere del giovane aggressore, attualmente agli arresti domiciliari. «Ho paura di andare in carcere. Non volevo fare del male e provocare la morte di nessuno: sono profondamente pentito di quello che ho fatto», ha detto ieri Burtone al suo avvocato quando gli ha comunicato che andrà in galera e che rischia fino a 18 anni.

Lunedì sarà effettuata l'autopsia sul corpo di Maricica. L'esame punterà non solo a stabilire le cause della morte, ma anche a rintracciare il motivo dell'improvviso peggioramento delle condizioni della donna fino a causarne la morte. I funerali dell'infermiera, invece, si svolgeranno in Romania. Il Comune di Roma, ha annunciato il sindaco Gianni Alemanno, si costituirà parte civile e sosterrà le spese dei funerali e del trasporto della salma in Romania.

Il padre del giovane aggressore, attraverso le parole del suo avvocato ha chiesto scusa per il gesto del figlio e ha manifestato la volontà di incontrare i parenti di Maricica «per condividere insieme il dolore». «I famigliari del ragazzo sono distrutti. Il padre - spiega il difensore di Burtone - è disposto a vendersi la casa per risarcire il danno». E gli amici del giovane lo difendono tanto da esporre sotto casa uno striscione «Alessio libero».

Gli amici appendono striscione shock sotto casa Burtone. C'è ancora incredulità nel quartiere di Cinecittà, alla periferia della Capitale, dove abita Burtone. Alcuni amici del ragazzo si sono radunati sotto l'abitazione del giovane in segno di solidarietà e poi alcuni hanno appeso uno striscione shock con scritto: ''Alessio libero''. Tutti parlano di un ragazzo «tranquillo, generoso, molto attaccato alla famiglia». E Maurizio, 19 anni, quasi giustifica l'amico: «Se ha fatto quello che ha fatto è perché ci ha visto nero e non voleva. Forse anch'io avrei reagito cosi...».





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E il terrone si ricomprò la Montegrappa perché ama i polentoni

di Stefano Lorenzetto


Gianfranco Aquila: "In Veneto si sgobba, c’è poco da fare: non esiste posto migliore al mondo dove vivere Ci sono sempre state due Italie. E sempre ci saranno, con buona pace di Garibaldi..."


Col permesso di Claudio Bisio e del suo film Benvenuti al Sud, campione d’incassi, giù al Nord stanno accadendo cose incredibili, magnifiche. Nella vita reale, non nei cinema. Accade che il napoletano Gianfranco Aquila, cresciuto a Portici, alle falde del Vesuvio, nel 2000 venda la sua fabbrica di penne Montegrappa ai signori della Compagnie financière Richemont, la cupola mondiale del lusso comprendente marchi come Cartier e Montblanc, e se ne torni a produrre stilografiche nella terra d’origine, prima ad Agnano e poi a Pastorano. Trascorsi nove anni, accade che Aquila si strugga di nostalgia per Bassano del Grappa, si ricompri lo stabilimento artigianale e venga a vivere di nuovo nel Veneto, stavolta per sempre, lasciando la sua Campania. «Perché la cittadina del ponte degli alpini e della graspa per me è una metropoli, qui ho tutto quello che nella vita un uomo può sognare, e nessuno mi ha mai dato del terrone. Solo gli amici di Milano qualche volta mi chiamano terùn. Se lei adesso mi ordinasse di partire per una vacanza sarebbe peggio che darmi una botta in fronte: non c’è posto migliore al mondo dove stare, qui sono sempre in ferie».

Nel ’15-’18 lo cantavano le penne nere al fronte: «Monte Grappa tu sei la mia patria». Dov’è il lavoro, là è la patria. Ma basta guardarsi attorno un pochettino per capire qualcosa di più della patria adottiva che Aquila s’è scelto. Sulla destra della sua azienda sorge Ca’ Erizzo, da dove usciva tutti i giorni con l’ambulanza Ernest Hemingway, volontario nell’American red cross insieme con l’amico John Dos Passos. Davanti scorre placido il Brenta. Di là dal fiume e tra gli alberi è nato qui: «Il colonnello pensò alla lunga distesa del Brenta, dove sorgevano le grandi ville, coi prati e i giardini e i platani e i cipressi. Mi piacerebbe esser sepolto lassù, pensò». E ancora: «Sono un ragazzo del basso Piave e un ragazzo del Grappa appena arrivato dal Pertica. Sono anche un ragazzo del Pasubio, se sai quel che significa».

L’imprenditore veneto-campano non s’imbroda per meriti che non sono suoi: «Hemingway è stato dappertutto», chiosa con disincanto tutto partenopeo, «e l’unica lode semmai va rivolta a Piero Chiambretti, che nel suo ristorante di Torino ha fatto mettere la targa “Qui non è mai entrato Hemingway”». Però è difficile immaginare che lo scrittore americano sia passato tutti i giorni davanti alla Montegrappa, la prima fabbrica di stilografiche nata in Italia, senza chiedere almeno una volta di Edwige Hoffman ed Heinrich Helm, i due austriaci che l’avevano fondata pochi anni prima, nel 1912.

Non ha certo bisogno d’andare in cerca di testimonial nel passato, Gianfranco Aquila. Uno ufficiale, Jean Alesi, ex campione di Formula 1, ce l’ha già ed è pure suo socio. Per non parlare di Nicolas Sarkozy, David Grossman, Antonio Banderas, Bill Cosby, Lucio Dalla, Mohammed Al-Fayed, Stirling Moss e dei defunti Gianni Agnelli e Michael Jackson. O del bestsellerista brasiliano Paulo Coelho, fotografato sulle pagine del mensile Monsieur con la stilo prediletta, una Espressione in argento e resina madreperlata. O dell’archeologo Valerio Massimo Manfredi, che fa coincidere il suo massimo relax con l’utilizzo di una Montegrappa in celluloide rossa.

O di Boris Eltsin, che, quando il 2 gennaio 2000 al Cremlino passò le consegne a Vladimir Putin, estrasse dal taschino della giacca la sua Dragon d’oro e porgendola al neopresidente russo esclamò: «Con questo oggetto ti trasferisco il potere». Sempre quell’anno, Aquila riuscì nell’impresa di ottenere, grazie ai buoni uffici di Massimo Poltronieri, un avvocato milanese collezionista di penne con entrature in Vaticano, il permesso di produrre la stilografica intitolata a Giovanni Paolo II. E mercoledì prossimo presenterà la tiratura limitata dedicata ai 220 anni del Teatro La Fenice di Venezia.

Per una Montegrappa - da questi laboratori non escono più di un’ottantina di pezzi al giorno - c’è chi arriva a perdere la testa. È il caso dell’attore Sylvester Stallone, che in una gigantografia appesa nel corridoio della sede di via Ca’ Erizzo è raffigurato mentre, seduto sul proprio jet, bacia con estatico trasporto una Dragon d’oro. «Gliene regalai una nel 1994. Purtroppo gli è stata rubata. Quando l’ho saputo, la Dragon era già fuori produzione e quindi avevamo distrutto gli stampi per la microfusione. Però per Sly ho fatto un’eccezione: quella che stringe sul suo aereo privato è una prova d’autore in oro, solo per lui, uscita dalle mani dei miei artigiani». L’investimento potrebbe avere presto un inaspettato ritorno: corre voce che Stallone, come Alesi, sia intenzionato a entrare in Montegrappa con una quota. «Non mi risulta», svicola il proprietario. «In compenso ci ha dato un’idea stilistica molto interessante che vedrà la luce nel 2011».

Fra gli innumerevoli motivi per cui Aquila, 67 anni, nativo di Benevento («provincia di Parigi», chiosa scherzoso), ma vissuto fra Napoli e i Campi Flegrei, sta meglio a Bassano del Grappa che al Sud, ve n’è uno all’apparenza trascurabile che, per un esteta qual è il proprietario della Montegrappa, ha un certo peso: qui in Veneto ha potuto circolare liberamente per 20 anni prima con quattro Bentley e poi con tre Rolls-Royce, senza temere d’essere rapito o derubato. L’ultima, una Phantom berlina che costa 420.151 euro, è parcheggiata nel cortile dell’officina accanto alle utilitarie dei suoi 35 operai.

Non teme di suscitare invidia?
«Invidia? E perché mai? Qui tutti sanno che le auto rappresentano un mio pallino artistico. Però mi vedono anche andare a giocare a tennis tre volte la settimana con un Fiorino. Molto più comodo un furgoncino, della Rolls-Royce, per caricarci le sacche sportive. Non è che la vita mia e dei miei figli sia tanto diversa da quella dei nostri artigiani».

Ah no?

«No, perché Leopoldo, 44 anni, il primogenito che si occupa del reparto design, e Giuseppe, 40 anni, l’ultimogenito, che è il direttore generale, arrivano in azienda alle 7.50 come me e non se ne vanno mai prima delle 19.30. E lo stesso la loro madre Diana, in prima linea nel controllo della qualità e delle spedizioni, senza la quale Montegrappa avrebbe già chiuso».

Credevo che i suoi figli fossero tre.

«Credeva giusto. C’è anche Ciro Maria, 43 anni, che era responsabile di ricerca, produzione e sviluppo. Quando vendetti a Richemont e decisi di dare a ciascun figlio la propria parte, il secondogenito preferì, con mio grande dispiacere, ritirarsi per fare il mammo, beato lui».

Non è che sia molto chiaro il motivo per cui lei cedette alla holding ginevrina un’azienda storica che nel suo piccolo andava benone.

«Ricorda che cosa scrive Mario Puzo nel Padrino?».

«Gli fece un’offerta che non poteva rifiutare».

«Ecco».

Quanto?

«Il quanto non posso rivelarglielo. Però le dico solo che su quella vendita versai tasse allo Stato per 11 miliardi di lire».

Sa che cosa dicono i maligni? Che Richemont comprò Montegrappa perché quello era l’unico modo per affossare un marchio che gli faceva concorrenza.

«Io non lo dico. L’ha detto lei».

I maligni sostengono anche che lei vendette a 20 qualcosa che valeva 10, per poi ricomprarselo pagando 2.
«Dovrebbero anche aggiungere che dieci anni fa le holding del lusso facevano a gara nel rilevare le grandi griffe della scrittura. Un mese prima che cedessi Montegrappa, la Lvmh (Louis Vuitton Moët Hennessy, ndr) s’era comprata la Omas di Bologna. Comunque, quando ho spiegato ai signori di Richemont che mi sarebbe piaciuto riprendermi l’azienda, non hanno voluto alcuna garanzia. Anche perché nel frattempo s’era creato un deficit di 2 milioni di euro. E se lei pensa che contiamo di chiudere il 2010 con un giro d’affari di 8 milioni, significa un quarto del fatturato».

Come si spiega una perdita così cospicua?
«Be’, consideri che vendetti l’azienda con 24 dipendenti e l’ho ritrovata con 70 qui a Bassano e altri 15 a Milano, per cui ho dovuto far ricorso a cassa integrazione e prepensionamenti».

S’è comprato anche la Tibaldi, altro marchio storico.
«Fondata a Firenze nel 1916 e ferma da 16 anni. Mi è stata ceduta nel 2004 da Pineider, l’industria della carta intestata di pregio. Pensi che una Tibaldi fatta qui a Bassano, una Fulgor Nocturnus, quest’anno è andata all’asta per beneficenza alla National Charity Ceremony di Shanghai, dov’è stata battuta per 58 milioni di yuan, circa 6,3 milioni di euro».

Quasi il fatturato di Montegrappa.
«Cappuccio, fusto e minuterie in oro massiccio 18 carati con placcatura in rutenio. Pennino dello stesso metallo prezioso parzialmente platinato e rodiato, con cesellata un’aquila in onore della mia famiglia. Tempestata di diamanti neri di altissima qualità: 945 sul cappuccio e 1.113 sul fusto. Più 123 rubini finissimi sull’anello intorno alla clip. E 16 che formavano il bottoncino posto in cima al cappuccio. Insomma, un gioiello».

Da dove nasce la sua passione sfrenata per le stilografiche?
«Eredità di famiglia. Mio nonno Benvenuto era esclusivista di Van Cleef dalla Campania alla Sicilia e sua moglie Gabriella era discendente diretta di Gaetano Argento, filosofo e giureconsulto che fu ministro di Carlo VI d’Asburgo, imperatore del Sacro romano impero, divenuto re di Napoli nel 1713. Mio padre Leopoldo Tullio fu per 40 anni il distributore delle stilografiche Aurora nel Meridione. Nel 1938 creò il marchio Lalex, fondendo le iniziali del suo nome e cognome con lex, legge in latino, a indicare un’azienda basata sui principi dell’onestà, e cominciò a produrre in proprio la Super penna Aquila. Mia madre Giuseppina, nonostante avesse sei figli da crescere, si occupava delle spedizioni, esattamente come fa mia moglie oggi. A 13 anni, finite le medie, papà mi disse: “Che lavoro vuoi fare da grande? Ti do una settimana di tempo per pensarci”. Alla sera avevo già pronta la risposta: il tuo».

Come ha fatto a convincere Jean Alesi a diventare suo socio?
«Semplice: in banca non prendeva niente. “Vediamo che interessi date qui”, ha ragionato. E ha messo in azienda denaro fresco. Ora siede nel consiglio d’amministrazione. Quando c’incontriamo mi dice: “Ciao papà”».

Sia sincero: tornerebbe a vivere a Napoli?
«No, assolutamente. Qui a Bassano sono diventato amico di tutti, persino di quelli che passano per rompiscatole e a cui nessuno rivolge la parola. Forse dipende dal fatto che ho un grande spirito di adattamento e un carattere solare, come tutti i campani. Mia sorella più piccola, Silvana, che abita al Vomero, si arrabbia per questo. “Sei il classico meridionale trapiantato al Nord”, mi rimprovera, come se fossi un traditore. Invece l’altra mia sorella, Gabriella, che ora vive a Fuorigrotta ma è stata qui a Bassano per dieci anni dopo che nel 1981 avevo acquistato per la prima volta la Montegrappa, tornerebbe a viverci di corsa».

Eppure lo sa che cosa pensano i napoletani: i veneti sono razzisti.
«Non ci credo. Non m’è mai capitato d’incontrarne uno».

Ha più paura per le sue attività a Bassano o ne aveva di più ad Agnano e a Pastorano?
«Né qui né là. Nessuno mi ha mai chiesto niente. O meglio: in Campania capitava che a fine mese venisse a bussarti qualcuno in cerca di un’offerta per i figli dei carcerati o per qualche altra necessità sociale, e io lo aiutavo molto volentieri. Ma era una scelta mia».

Si considera più veneto o più campano?
«Mi sento per metà veneto e per metà campano. Non rinnego di certo le mie origini. Però qui vivo bene e là no. Sono un dissociato, ecco. Quando sento una canzone in napoletano, ancora piango, c’è poco da fare».

Questo le fa onore. Mi commuovo anch’io quando ascolto Anema e core.
«Ma io piango anche perché a Napoli due sono buoni e otto sono balordi. Mentre in Veneto otto sono buoni e due sono balordi».

I suoi amici napoletani non la guardano storto per il fatto d’aver investito più al Nord che al Sud?
«Ho sputato sangue e speso soldi a palate per radicarmi in Campania. Ci ho aperto non una, bensì due fabbriche. Ma alla fine ho dovuto desistere. Manca la professionalità, mi dispiace. Non c’è paragone fra un lavoratore di qui e uno di laggiù, prova ne sia che a Bassano mi sono portato solo uno dei miei conterranei, un operaio espertissimo nel taglio dei tubi d’argento e nella cottura».

Quindi non è uno stereotipo il fatto che i campani lavorino meno dei veneti.
«No, è proprio vero. I veneti lavorano di più, non c’è alcun dubbio su questo. D’altronde lei consideri solo come viene chiamato il lavoro nella mia regione».

Come viene chiamato?
«’A fatica. Già la parola t’induce a non lavorare. Però se in Campania una decina di persone imparano a far bene una cosa, stia sicuro che dopo un po’ si mettono in proprio, hanno questo orgoglio, questo gusto per la sfida. Tant’è che al Sud vi sono due aziende, fondate da gente che ha imparato da me e che se n’è andata per farmi concorrenza. In Veneto non ho mai visto nulla del genere. Preferiscono il posto fisso a vita, senza rischi».

Mi dica un pregio e un difetto dei veneti.
«Laboriosi. Un po’ sbevazzatori».

Un pregio e un difetto dei meridionali.
«Generosi. Un po’ sfaticati. Va detto che forse c’entra anche il clima».

Su quali basi si potrebbe creare l’armonia fra Nord e Sud a 150 anni dall’Unità d’Italia?
«Quale unità? Le due Italie sono sempre esistite e sempre esisteranno. Con buona pace di Beppino Garibaldi».


(516. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Il boss milionario con il sussidio di disoccupazione

Corriere della sera

Riscuoteva dallo Stato 700 euro al mese




PALERMO - Nonostante il blasone di capomafia e un patrimonio di oltre tre milioni di euro si faceva passare per nullatenente in modo da poter incassare l'indennità di disoccupazione. Settecento euro. Tanto veniva mensilmente versato dall'Inps a Giovanni Trapani, 54 anni, indicato come reggente del clan di Ficarazzi, alla periferia di Palermo.
Un mafioso vecchio stampo che non amava dare troppo nell'occhio, tanto da andare in giro sempre con abiti da lavoro e a bordo di vecchie utilitarie. E che allo stesso tempo non disdegnava quel piccolo contributo mensile da parte dello Stato. Un assegno da settecento euro che gli è stato regolarmente versato anche in carcere. Giovanni Trapani è stato infatti arrestato il 5 agosto scorso nell'ambito dell'operazione «Iron man» contro un'organizzazione che gestiva il racket del «pizzo» e che, secondo la procura di Palermo, faceva capo proprio a lui. Ma anche da detenuto ha continuato a incassare l'assegno dell'Inps.

La presunta truffa ai danni dello Stato è stata scoperta quasi per caso nell'ambito dell'inchiesta patrimoniale che ha portato al sequestro dei beni riconducibili al boss il cui valore ammonta appunto ad oltre tre milioni di euro. Un tesoretto fatto di aziende di trasporti e movimento terra, beni immobili e disponibilità bancarie intestati a familiari e prestanome che ieri mattina è stato messo sotto chiave dai carabinieri di Palermo.
Dalla documentazione aziendale è poi saltato fuori che Giovanni Trapani era stato dipendente della ditta «Triassi Srl» di cui sono titolari la sorella ed una nipote. Ma nel luglio dello scorso anno era stato licenziato ottenendo il diritto ad accedere all'indennità di disoccupazione. «Formalmente è tutto in regola - spiega il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Riggi - e l'Inps è assolutamente estranea alla vicenda. Stiamo verificando se operazioni analoghe sono state fatte anche in passato e anche per altri dipendenti». In pratica con un certo numero di anni di contributi versati si ottiene il diritto all'assegno di disoccupazione per un determinato periodo. Ma si può successivamente essere riassunti e maturare nuovamente il diritto alla disoccupazione. 


Dalle indagini è emerso che il boss era molto preoccupato che potesse succedergli qualcosa anche per la guerra in atto con alcuni emergenti guidati da Atanasio Alcamo, picciotto rampante, che «voleva fargli le scarpe». «E questo - spiegano gli inquirenti - potrebbe averlo spinto a farsi licenziare per ottenere quel piccolo ma sicuro aiuto economico». Allo stesso tempo aveva predisposto un piano per occultare l'ingente patrimonio accumulato. Tra l'altro tutte le vetture di pregio, tra cui vari Suv fittiziamente intestati alle ditte ma utilizzate dai famigliari del boss, erano state affidate in conto vendita a una concessionaria che però non le esponeva in modo da non attirare l'attenzione delle forze dell'ordine. Per questo la moglie ed altri parenti di Giovanni Trapani sono stati denunciati per «trasferimento fraudolento di valori.
Quando venne arrestato nell'agosto scorso si scoprì un'altra singolarità nel suo modo di operare. Nel gestire il racket del «pizzo» spesso agli imprenditori taglieggiati rilasciava regolare fattura in modo da poter camuffare l'estorsione come fornitura di un servizio in realtà inesistente.

Alfio Sciacca
17 ottobre 2010





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La gelosia e le urla nel box Tutti i segreti del delitto

Corriere della sera


Lo zio Michele: «Sabrina ha trascinato Sarah. Litigavano, dovevo intervenire. L'ho strangolata»

Le confessioni di Misseri: ha coinvolto la figlia che si proclama innocente

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

AVETRANA (Taranto) - Di quante verità è fatta la verità di Michele Misseri? L'uomo che ormai tutti chiamano «mostro», «orco», «assassino», aggiunge dettagli su dettagli alla confessione della prima ora, cambia versione, alza sempre più il tiro. Prima l'omicidio di Sarah senza troppe spiegazioni sul perché di tanta improvvisa crudeltà per la sua nipotina prediletta. Poi, ma soltanto nell'interrogatorio di convalida del fermo, i particolari sulle molestie sessuali pochi istanti prima di ucciderla, quelli sugli abusi della settimana precedente e l'ammissione più sconvolgente: lo stupro in campagna, quando Sarah era già morta. Passa qualche giorno ed ecco il nuovo messaggio che Misseri fa filtrare dal carcere: non ho detto tutto, sto proteggendo qualcuno a cui voglio molto bene. È l'annuncio che prepara il terreno alla nuova versione: il coinvolgimento di sua figlia Sabrina nell'omicidio di Sarah.
Per ricostruire ogni passaggio di quel pomeriggio del 26 agosto, i magistrati hanno messo assieme tutti i capitoli del libro che Misseri ha scritto a puntate, e li hanno incrociati con quel che raccontano gli altri protagonisti di questa storia.

L'ultimo giorno di vita di Sarah -Cominciamo da Sarah, dai suoi 15 anni portati a spasso nel completino rosa-fucsia, dal suo telefonino con cuffiette per ascoltare la musica. L'ultimo giorno della sua vita Sarah passa la mattinata a casa di Sabrina, la sua cugina-amica che più amica non si può, anche se lei ha 22 anni e frequenta ragazzi decisamente più grandi di Sarah. Una pausa per il pranzo e un accordo: se l'amica Mariangela viene a prendere tutte e due con la sua auto si va assieme al mare nel pomeriggio. Alle 14.10 Sabrina invia a Sarah un messaggino: «Confermato, si va al mare». Sarah prepara zainetto e costume e, come sempre, fa uno squillo a Sabrina, segnale consueto per dirle «sto uscendo di casa». Sono le 14.28. Sarah percorre poche decine di metri, due ragazzi la vedono all'angolo della via che più avanti incrocia quelle dove vive Sabrina. Da lì a casa Misseri sono meno di due minuti. La sua vita, si scoprirà poi, dura poco più di quei due minuti. Ma nessuno può saperlo se non chi l'ha uccisa. E per 42 giorni Sarah diventa un volto da cercare. Tutto inutile. Sembra scomparsa nel nulla. Fino alla notte fra il 6 e il 7 ottobre, quando trova conferma la notizia più temuta: la ragazzina è stata uccisa, il suo corpo galleggia in una cisterna piena di acqua piovana a pochi chilometri da Avetrana. Quel giorno, il 26 agosto, sono più o meno le 14.30 quando Sarah arriva davanti a casa Misseri. Fin qui non ci sono versioni da controllare, tutto torna. Da adesso in poi, però, il racconto di quello che accade lo detta Michele Misseri nelle sue confessioni con aggiunte, correzioni, e cambiamento di rotta.

«L'ha presa per le braccia» - Dice lo zio-mostro: «Io ero in garage che trafficavo con un trattore da sistemare quando Sarah è arrivata. Sabrina l'ha costretta a scendere giù trascinandola e tenendola per le braccia». Michele racconta di «una lezione da dare» a quella ragazzetta bionda ed esile come un fuscello. Era Sabrina, secondo lui, a volerle dare la lezione: per la gelosia morbosa che provava verso di lei e verso il rapporto Michele-Sarah, per fare in modo che nessuno venisse a sapere degli abusi sessuali di Michele su Sarah e perché Sarah aveva litigato con lei anche la sera prima a causa di Ivano, un ragazzo del quale Sabrina era infatuata e che piaceva molto anche a Sarah.

La trappola e la lite - La trappola scatta in un attimo. Sabrina trascina Sarah giù. A questo punto Michele racconta di una lite sempre più violenta, non è chiaro se fra Sabrina e Sarah o fra tutti e tre. Dice che siccome a un certo punto Sarah ha urlato allora lui è dovuto intervenire: mentre Sabrina la teneva stretta, («cinturandola», si legge nel decreto di fermo), «io la strangolavo con una corda». Sarah è uno scricciolo di ragazzina, viene sopraffatta in un paio di minuti, anche se Michele racconta che continua a tenere stretta la corda «per cinque, sei minuti». Quando Sarah cade a terra esanime, spiega sempre Michele, Sabrina scappa via sconvolta. Non vede il padre che la carica sulla Seat Marbella, non lo segue mentre vaga per le campagne attorno ad Avetrana perché «non sapevo dove metterla», non lo vede mentre (sempre secondo il suo racconto) la spoglia per violentarla.

La sepoltura e l'Ave Maria - Sabrina non è con lui, e Michele lo dice più volte, quando il corpo di Sarah, nudo, viene buttato nel pozzo pieno d'acqua. Lo zio copre tutto «con un grosso pezzo di tufo e delle zolle di terra», poi ci mette «come segnale un ceppo di vite»: «Così ho potuto poi ritrovare il punto esatto». Perché Misseri davanti a quelle pietre è tornato tre volte. Per dire «qualche Ave Maria, qualche segno della croce». Quel giorno dopo averla «seppellita» salta di nuovo in macchina per cercare un posto isolato dove bruciare «la roba di Sarah». Dall'auto butta via la batteria del telefonino che a suo dire è caduto dalle mani di Sarah mentre lui la uccideva, assieme alla batteria finisce nelle sterpaglie anche parte delle cuffiette di Sarah. Non resta che dar fuoco ai vestiti, allo zainetto e alle ciabatte della ragazzina. Michele lo fa poche centinaia di metri più in là rispetto al punto in cui l'avrebbe violentata da morta. E poi torna verso Avetrana, verso il terreno dove suo cognato sta raccogliendo fagiolini.

Il silenzio di Sabrina - Il racconto, secondo i magistrati, è credibile. Ma Sabrina non confessa niente. Ripete all'infinito che lei è innocente e che il padre sta cercando di incastrarla. Così adesso tutto si giocherà sugli interrogatori che i due sosterranno probabilmente la settimana prossima e che varranno come prova. Se Michele Misseri confermerà tutto per Sabrina sarà difficile uscirne», dice uno degli investigatori. Contro di lei, a parte le dichiarazioni del padre, ci sarebbero orari che non tornano fra la sua deposizione e quella dell'amica Mariangela, sms dai quali si capirebbe che lei sapeva tutto già dal giorno della scomparsa, impronte sul vano batterie del cellulare di Sarah e contrasti anche fra il racconto di sua madre Cosima e il suo sull'ora in cui si è alzata dal letto per aspettare Sarah che stava arrivando. Per la procura ce n'è abbastanza per portare la ragazza davanti al giudice ma lei non ha intenzione di arrendersi né di tacere. È convinta di poter smontare le accuse, quasi avesse davanti agli occhi suo padre, con il quale, nelle discussioni familiari, l'ha sempre avuta vinta lei. Durante l'interrogatorio di venerdì sera i suoi avvocati le hanno spiegato che se avesse voluto avrebbe potuto anche non rispondere. E lei: «Non faccio scena muta, voglio rispondere punto per punto. Non c'entro niente. Io sono innocente, non ho fatto quello che dice mio padre».



Giusi Fasano
17 ottobre 2010



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Michele continuerà a parlare Verranno a prendere anche me»

Corriere della sera


Le paure di Cosima Misseri: i militari qui fuori vogliono evitare che scappi?

La mamma dell'accusata

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


AVETRANA (Taranto) - La ragazza che si fotografava da sola stava cambiando. Al bar di via Kennedy lo ricordano bene. «Prima Sarah arrivava aggrappata al braccio di Sabrina, bruttina come sono certe adolescenti, con l'apparecchio, i capelli crespi... Le sussurrava all'orecchio quale gelato voleva e la cugina lo ordinava per lei. Quest'estate invece era sbocciata, s'era fatta luminosa».

Sì, lo dicono tutti, nella sua prima e ultima estate da giovane donna, era diventata capace di ordinarsi il gelato e la vita senza l'aiuto di nessuno. Lo dice anche Valentina, la cugina più grande e saggia, sorella maggiore di Sabrina, seduta in piazza e un po' spersa nella sola sortita che si concede da quindici giorni, accanto ai suoi avvocati Vito Russo e Emilia Velletri: «S'era fatta i capelli lisci con la piastra, Saretta, aveva imparato a truccarsi. E sai chi gliel'aveva insegnato?

Proprio Sabrina». Sabrina che sognava di diventare un'estetista raffinata, e qualche esperimento lo faceva sul cucciolo di famiglia, su quell'imbranata della cuginetta, «giochiamo a farti bella, Saretta mia»; magari c'era riuscita al di là delle intenzioni, perché Sarah bella lo stava diventando davvero e ormai di Sabrina invidiava soltanto il privilegio delle foto: le foto di Valentina e Sabrina, figlie fortunate, tappezzano ancora il corridoio nella villetta dei Misseri. «Beate voi, che i vostri genitori vi scattano tutte quelle fotografie! Mia madre non me ne fa mai manco una! E io me le scatto da sola, col cellulare».

Anche Sarah voleva foto vere, il vero calore di quella famiglia tutta intera, voleva scappare dal gelo affettivo di Vico Verdi, con mamma Concetta incapace di starle vicino, con papà Giacomo al Nord assieme al fratellone Claudio: «Adottatemi», ripeteva persino negli ultimi giorni, pure a Sabrina e a zio Miche', quelli che, secondo la Procura, l'avrebbero ammazzata. Così insisteva, cercava una nicchia sua in un mondo che immaginava d'amore, forse si stringeva a zio Miche' come faceva con tutti, pure coi ragazzi grandi, gli amici di Sabrina. Cercava coccole e generava equivoci, Sarah, e forse è morta per questo, di solitudine.

Il dolore ha scavato un solco qui ad Avetrana. È la distanza tra la villetta dei Misseri, in via Deledda, e la casa azzurrina degli Scazzi, in vico Verdi, e non misura più i cinquecento metri delle mappe stradali, ma cinquanta e passa giorni di sospetto e diffidenza. Da mamma Concetta arrivano parole di fiele attraverso un regista dello staff di Chi l'ha visto?, la stessa trasmissione che le disegnò in diretta i contorni del suo dramma il mercoledì sera della confessione di Miche':

«Sabrina è come la Franzoni. Negherà sempre». In serata Maurizio Amici, il regista, smorza: «Ammortizziamo, ragazzi». Tante sono le smentite in questa storia. Resta la lontananza che si sente sulla pelle come l'umidità. L'altra madre, Cosima, sta accasciata su se stessa da quando le hanno arrestato Sabrina. Guarda via Deledda da dietro le persiane sempre chiuse: «Ma che fanno là i carabinieri? Vogliono impedirmi di scappare?». Ma no, signora, vogliono proteggervi (a casa arrivano almeno una trentina di telefonate di minaccia al giorno).

Cosima, «Mimina» per i suoi, ha questi lampi improvvisi di ironia, e certi sprazzi di preveggenza: «Prima o poi verranno anche da me... quello tirerà in mezzo anche me». Il marito, l'uomo con cui ha diviso vita e fatica, lo chiama «quello» o, come in galera, con cognome e nome, «Misseri Michele». «Nel foglio della perquisizione - dice - c'è scritto indagata»: non è vero, c'è scritto «moglie dell'indagato», ma lei s'aspetta di finire nel tritacarne, è sempre stata il vero capofamiglia, «facevo tutto io, pure il gasolio compravo, quello faticava nei campi e basta». Tutti immaginano che sapesse tutto, e magari calunniano questa matriarca vestita sempre a lutto. «Dormivo, avevo faticato in campagna e stavo a letto a dormire, quel 26 agosto».

Ora vaga nelle stanze, Mimina, sistema letti dove più nessuno dorme, ogni volta che le cala la tensione, s'accascia. A Sarah diceva: «Ma tu non ce l'hai una casa, Saretta? Ma che vuoi sempre qua? Vattene a casa tua!». Sospira: «Non volevo affezionarmi a lei, non volevo che lei s'affezionasse a noi, avevo paura che mia sorella Concetta si dispiacesse». In mezzo c'è una storia nella storia, mamma Concetta era testimone di Geova e accusava i Misseri di averle plagiato Sarah che a diciott'anni voleva farsi cattolica, con Sabrina che le avrebbe fatto da madrina al battesimo. Ma questo non spiega niente, è troppo poco. Mimina vedeva più lontano. Sarah era uguale a lei da ragazza, le foto degli album anni Sessanta, nel salotto arabescato, parlano chiaro, biondine e carine tutte e due, due copie. Mimina qualcosa aveva capito? Sentiva che quella povera ragazzina affamata d'affetto poteva guastarle la pace della famiglia?

Una chiave sta certo nell'ultima estate. Sarah comincia a fare capolino nelle istantanee accanto a Sabrina, non è più insicura, ha un filo di rossetto, i ragazzi grandi la guardano. Pure Ivano, eterna cottarella di Sabrina, che adesso se ne sta chiuso in casa e mormora: «Non so più a chi credere...». Le due cugine tirano le cinque di mattina con quei ragazzi grandi, Sarah è una che si butta addosso, Sabrina la rimprovera, forse non più solo da sorella maggiore. Sarah un piccolo sole, lei troppo tonda per piacersi davvero.

Ma per capire manca ancora una scheggia. E Valentina racconta: «Sabrina voleva un bene dell'anima a nostro padre, era pazza di lui e lui di lei». Lo ha sempre chiamato «paparino», quando poi lui l'ha delusa ha strillato da una camera di sicurezza: «Non lo chiamerò più papà». C'era solo quella magia che i padri e le figlie conoscono bene, tra quei due, o cos'altro ancora? C'era una trappola in cui Sarah ha infilato la sua vita? Mimina dice che lui avrebbe fatto qualsiasi cosa per non dare torto a Sabrina, per non darle un dolore. Fino a dove arriva un padre disposto a fare qualsiasi cosa per la figlia? Quanto dolore, quanta delusione c'è nell'ultimo messaggino di Sabrina a Valentina - «papà m'ha incastrato» - spedito dalla caserma di Manduria, prima di essere arrestata?

All'edicola di Avetrana i giornali arrivano tardi: «Si so' talmente spaventati che non escono», dice una mamma di figli col gusto della battuta. In piazza, Valentina sta consumando la sua ora di libertà dagli arresti televisivi, dalla reclusione in casa che tocca persino a lei, innocente di tutto, scesa qui da Roma ad aiutare la famiglia. Passa un idiota, la riconosce e strilla: «È questo il paese dei mostri?». Lei, sulla sedia del bar, si fa così piccola che sembra Sarah quand'era uno scricciolo e nemmeno in foto si vedeva.

Goffredo Buccini
17 ottobre 2010



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