martedì 19 ottobre 2010

Tentata estorsione a ex amico: 2 anni al disturbatore tv Gabriele Paolini

Il Messaggero



ROMA (19 ottobre) - Due anni e otto mesi: questa la condanna inflitta a Gabriele Paolini, noto disturbatore tv, dal giudice monocratico Anna Maria Gavoni del tribunale di Roma per i reati di tentata estorsione, diffamazione, molestie e calunnie. Il Pm aveva chiesto tre anni e otto mesi. I difensori hanno comunicato ricorso in appello.

All'origine delle accuse vi sarebbe stata la
conclusione di un difficile rapporto di amicizia tra Paolini e Robert Bernocchi come scrive lo stesso Paolini su uno dei suoi siti internet. Nel procedimento in questione il disturbatore tv è accusato di aver offeso la reputazione dell'amico d'infanzia e critico cinematografico Robert definendolo, tra l'altro, quale «marchettaro». Non solo, Paolini avrebbe molestato ripetutamente Robert e la fidanzata «tempestandoli di telefonate e disturbandoli al citofono».

Le accuse di tentata estorsione e di calunnia, fanno riferimento al fatto che Paolini avrebbe cercato di farsi dare 25mila euro da Robert con minacce rivolte a lui e alla convivente, e di aver poi presentato tre denunce con le quali incolpava l'ex amico di aver tentato di estorcergli del denaro (25 mila euro) pur sapendolo innocente.





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Terzigno: 5 arresti, due camion in fiamme Il questore: «C'è guerriglia organizzata»

Corriere della sera

«Un`organizzazione gestisce la fase militare degli attacchi alle forze dell`ordine»

 

NAPOLI - Cinque manifestanti arrestati per concorso per violenza e resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale, due autocompattatori - già fermi da giorni con le ruote squarciate - dati alle fiamme. È il bilancio dei nuovi scontri da Terzigno, dove la popolazione si oppore all'apertura di una discarica di rifiuti. Manifestanti con le braccia alzate e donne in ginocchio hanno cercato di bloccare i mezzi, ma la polizia è riuscita a far riprendere il passaggio dei camion portando via la gente a braccia. La polizia ha anche effettuato il sequestro di tre ordigni rudimentali fatti con bombolette di gas da campeggio.

 

 

«GUERRIGLIA» - «Basta parlare di tafferugli, a Terzigno c`è una guerriglia organizzata», ha detto il questore di Napoli, Santi Giuffrè, intervenuto a Radio 24. «Abbiamo cinque arresti, tre feriti tra le forze dell`ordine e un`altra notte pesante alle spalle», ha sottolineato il questore. «Abbiamo dovuto fronteggiare una situazione diventata impossibile. Siamo stati oggetto di ripetuti lanci di pietre e abbiamo dovuto riconquistare il territorio di Terzigno. Si è parlato di donne, bambini e di invalidi. Quando è iniziata la sassaiola, le donne sono andate via. C`è un`organizzazione che gestisce la fase militare degli attacchi alle forze dell`ordine. C`è una legge che va rispettata», ha concluso Giuffrè. «Non sarà gradita alla popolazione ma le leggi si cambiano in Parlamento, non sulla strada». Ma replica una testimone: «Erano le sei, eravamo una decina di donne quando ci siamo visti davanti centinaia tra carabinieri, poliziotti e finanzieri. Abbiamo mostrato i rosari, qualcuno di noi aveva un ramoscello di ulivo ma loro erano armati e con i manganelli e sono passati», dichiara Luisa Lettieri. «Per colpa di questa discarica ho perso la mia casa. Abito vicino allo sversatoio e non posso permettere che il futuro dei miei figli sia compromesso».

 

 

DONNE E CAMORRA - Intanto alcuni manifestanti, quasi tutte donne, hanno fatto irruzione nell'ufficio del sindaco di Boscoreale buttando all'aria documenti e rovesciando scrivanie e suppellettili. «Come sempre c'è un misto di gente e mamme per bene, che protestano in buona fede, insieme a una parte di sobillatori e camorra», ha detto il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino.

 

 

SVERSAMENTO - L'ordinanza emanata martedì mattina dal governatore della Campania, Stefano Caldoro, che autorizza il momentaneo sversamento in altre discariche - Savignano Irpino (Avellino), San Tammaro (Caserta) e Sant'Arcangelo Trimonte (Benevento) - dei rifiuti normalmente conferiti a Terzigno, «si è resa necessaria per la situazione eccezionale determinatasi e per scongiurare l'ulteriore accumularsi dei rifiuti nei centri urbani, pericoli gravi per l'igiene e la salute dei cittadini», si sottolinea in una nota della Regione. Sull'argomento igiene, replica il sindaco di Napoli: «Non abbiamo mai detto che c'è un'infezione in città, ma la situazione igienico-sanitaria preoccupa, visto che ci sono 1.100 tonnellate di rifiuti in strada».

Redazione online
19 ottobre 2010

Protesta dei pastori, scontri a Cagliari

Corriere della sera

Cinque arresti. Uno dei manifestanti è ferito. Consiglio regionale sardo presidiato dalla polizia

 

MILANO - I pastori in piazza per chiedere interventi urgenti. E nel centro di Cagliari è guerriglia. «Pastori, Pastori». Urla scandite insieme ai campanacci. E una marea di magliette e bandiere blu e gialle, i colori del Movimento dei Pastori sardi. E cartelli. Uno tra i tanti: «Latte a un euro o non si munge più». e i pastori scendono in piazza per chiedere interventi urgenti. Lancio di uova davanti all'ingresso principale del Consiglio regionale della Sardegna e tentativi di sfondamento da parte dei pastori. E si finisce, per ora, con cinque arresti. Si tratta di cinque giovani, uno dei quali è ferito leggermente al capo, che al momento si trovano nel palazzo del Consiglio regionale, davanti al quale si sono verificati i disordini. Dopo le cariche di polizia e carabinieri i pastori sono tornati davanti al palazzo dell'Assemblea sarda presidiato dalle forze dell'ordine.


19 ottobre 2010

Botte in caserma, a giudizio tre carabinieri

Corriere della sera


In due hanno legato e pestato un uomo fermato a bordo di un'auto rubata. Il terzo ha cercato di coprire i fatti

L'episodio risale all'agosto 2009


MILANO - Il gip milanese Simone Luerti ha rinviato a giudizio due carabinieri, Piero A. e Gianluca P., di 44 e 29 anni, accusati di lesioni gravi per aver legato e picchiato un uomo in una caserma di Milano, dopo averlo fermato a bordo di un’auto rubata. Il giudice ha mandato a processo anche un terzo carabiniere, Thomas M., 28enne, accusato di omessa denuncia e di favoreggiamento per aver cercato di «coprire» la vicenda. Per i tre il processo comincerà il prossimo 15 febbraio davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Milano. Il giudice ha condannato a un anno e 4 mesi di reclusione, con rito abbreviato, anche la vittima del pestaggio, Luciano F., accusata di calunnia, perché in occasione della denuncia ha esagerato nell’enumerare le lesioni riportate, raccontando falsamente di aver perso un incisivo a causa di uno dei pugni subiti. Essendo un pregiudicato, non ha ottenuto la sospensione condizionale della pena.

L'EPISODIO - L’episodio risale al 12 agosto del 2009, quando i carabinieri, all’epoca in servizio nella caserma Montebello, bloccarono l’uomo, con precedenti per droga, che stava guidando un’auto rubata, dopo aver incontrato alcuni pusher per una compravendita di eroina non andata in porto. L’uomo venne portato in caserma e, stando alle indagini del pm di Milano Antonio Sangermano, i due militari di 44 anni, e 29 anni, con del nastro isolante gli avrebbero chiuso la bocca e poi lo avrebbero picchiato mentre era steso a terra, con le mani legate, usando anche dei manganelli. Dopo l’aggressione, l’uomo era anche stato arrestato con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e poi portato a San Vittore. L’uomo nel procedimento si e’ costituito parte civile.

Redazione online
19 ottobre 2010



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San Fransisco_ 747 sfiora il Golden Gate Bridge, è polemica

Libero






Forse è stata una decisione di cattivo gusto. Sta di fatto che a San Francisco, in California, sono fortissime le polemiche su quanto è accaduto nel corso della Fleet Week 2010, una manifestazione che - tutti gli anni - vuole onorare la memoria dei soldati americani caduti in guerra. Un 747 della United Airlines stava sorvolando il centro della città californiana ma, proprio sul Golden Gate Bridge, simbolo della città, è sceso un po' troppo in basso, sfiorando letteralmente una delle colonne del ponte. Solo qualche centrimetro in più e la manifestazione si sarebbe trasformata in una tragedia. Le colonne del Bridge, che sovrasta il Golden Gate (lo stretto che unisce l'Oceano Pacifico e la Baia di San Francisco), sono alte 225 metri sul livello del mare. Il 747 ha volato, per qualche interminabile secondo, poco più su.

A distanza di 9 anni, dunque, gli americani sembrano non aver dimenticato l'11 settembre: in molti, infatti, hanno evocato lo spettro delle Twin Towers.

Ecco il video di quanto è accaduto:








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Costa Classica, la crociera dei misteri Strana collisione, spariti 33 cinesi

Il Mattino


L'abbordo è avvenuto all'ingresso del porto di Shanghai
Tre feriti lievi cinesi, ma il giorno prima ne sarebbero spariti 33



GENOVA (18 ottobre) - La nave da crociera Costa Classica è entrata in collisione, stamani, nei pressi del porto di Shanghai, con una nave da carico, la Lowlands Longevity, battente bandiera belga. Ne dà notizia la stessa Costa Crociere. Secondo la fonte Costa Crociere non vi sarebbero stati feriti gravi, ma la sovrastruttura sul lato destro della nave, al ponte 5, ha riportato danni. Alcuni passeggeri, subito dopo l'incidente, avvenuto alle 4.46 ora di Shanghai, si sono rivolti al personale sanitario di bordo per lievi lesioni. Tre di questi, una volta arrivati a Shanghai, sono stati inviati nelle strutture mediche di terra per ulteriori accertamenti.

Ma un mistero avvolge il caso. Secondo il quotidiano cinese Global Times, che cita l'agenzia di stampa sud coreana Yonhap, 33 passeggeri della nave, tutti di nazionalità cinese, risultano scomparsi. La sparizione è avvenuta ieri quando la nave è arrivata sulle coste dell'isola Jeju nella Corea del sud. Secondo le informazioni, all'inizio erano 44 i passeggeri cinesi scomparsi, 30 uomini e 14 donne, ma 11 sono stati successivamente trovati dalla polizia e sono attualmente «sotto la protezione dell'ufficio immigrazione dell'amministrazione di Jeju», come recita il lancio dell'agenzia sud coreana.

Un impiegato dell'ufficio immigrazione ha detto alla stampa che i cinesi avevano con loro i bagagli ma non i passaporti che hanno detto aver lasciato a bordo. Secondo le autorità sud coreane, gli scomparsi e quelli ritrovati avevano in progetto di rimanere nel paese per lavorare illegalmente. Secondo l'agenzia di stampa di Seoul, è la prima volta che avviene un fatto del genere. La polizia è ora sulle tracce dei 33 cinesi dei quali non si hanno notizie.

L'incidente è avvenuto in fase di avvicinamento a Shanghai mentre Costa Classica rientrava dopo una crociera di 3 giorni a Cheju (Corea del Sud). Il comandante, precisa una nota della compagnia crocieristica, ha attivato tutte le misure di sicurezza previste in questi casi dalle procedure internazionali. La nave è poi arrivata in porto alle ore 10. Tutti i passeggeri, in maggioranza asiatici, e alcuni americani e canadesi, sono sbarcati e stanno già tornando a casa, assistiti dalla compagnia. Costa Crociere, si legge nella nota, «è molto dispiaciuta dell'accaduto e sta lavorando a stretto contatto con la Marine Safety Administration of Shanghai al fine di svolgere indagini complete su quanto si è verificato».

A causa dei danni riportati dalla nave (dodici cabine danneggiate al ponte cinque) è stata cancellata la crociera Shanghai - Giappone - Corea del Sud - Hong Kong, prevista in partenza oggi, 18 ottobre. Costa Crociere precisa che si sta attivando per informare della cancellazione i passeggeri che dovevano imbarcare oggi su Costa Classica, e sta lavorando con le agenzie di viaggio interessate per provvedere a tutte le esigenze di assistenza necessarie.

Non ci sarebbero italiani fra i feriti a seguito della collisione. Lo hanno riferito fonti dell'ufficio locale di Shanghai della compagnia armatoriale. Secondo le informazioni ricevute, i feriti sarebbero tutti cinesi e già dimessi dall'ospedale nel quale erano stati ricoverati precauzionalmente dopo l'incidente.





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L'Italiano che Precipita

Corriere della sera


Dalla Fiom ad Adro, il rock e il lento secondo Celentano

L'intervento - Il cantante: a Bossi bisogna dire che la bandiera tricolore è la cosa che ci distingue da quelli che parlano un'altra lingua

L'Italiano che Precipita

Dalla Fiom ad Adro, il rock e il lento secondo Celentano

Pubblichiamo un intervento di Adriano Celentano, che ha posto la condizione di non essere minimamente corretto. Rispettiamo la sua, come di tutti, libertà d'opinione, parolacce ed errori di grammatica compresi. Noi non condividiamo molte delle cose scritte, ma viva la libertà d'espressione degli artisti. Caro Adriano, e meno male che esci di rado e parli ancora meno (f. de b.)



di ADRIANO CELENTANO

Caro direttore, quando il bel tempo ti regala giornate di sole come quella di ieri, in cui a farti compagnia è il rumore di una leggera brezza che muove le foglie degli alberi e rende terso l'azzurro del cielo sgombro da qualunque impurità, improvvisamente ti accorgi che è più facile riflettere sulle cose della vita. E allora, come per contrasto, succede che il pensiero inevitabilmente cade sullo «sfacelo politico» di questi giorni. Quasi come se il vento che spazza, ti spingesse a separare (secondo il tuo punto di vista) le cose buone da quelle inquinate. Una di queste che mi ha colpito favorevolmente e che avverto come un sotterraneo segnale di cambiamento, è la capacità della Fiom di portare in piazza centinaia di migliaia di persone senza un incidente, dove la protesta, pur se arrabbiata, non prevarica il rispetto umano fra le persone.

Una cosa buona dunque che in modo silenzioso, quasi in punta di piedi, sembra essere il seguito di un segnale ancora più eclatante avvenuto qualche settimana fa a Cesena, dove più di 120mila giovani sono accorsi da ogni parte d'Italia per partecipare alla stupenda Woodstock organizzata da Grillo. Per la prima volta, nella storia dei raduni (politici e non), la purezza e la trasparenza di quei 120mila ha prodotto (tra l'altro in pieno contrasto coi rifiuti riapparsi da qualche giorno) il grande miracolo della pulizia. Non una cicca, un bicchiere di carta, un mozzicone di sigaretta o una latta di birra è apparsa nel pratone calpestato per due giorni dai 120mila che hanno obbedito al richiamo di Grillo.
Un movimento quello dei grillini, la cui voce si fa sempre più fragorosa. «NOI, siamo contro le centrali nucleari - dice il nuovo movimento delle 5 stelle - contro la privatizzazione dell'acqua e contro ogni forma di corruzione. NOI possiamo risolvere il problema dei rifiuti, perché NOI abbiamo quell'animo biodegradabile in perfetto accordo con ciò che regola il mantenimento dell'equilibrio ecologico». In pratica Grillo ci sta dicendo che se c'è un problema dei rifiuti non riguarda soltanto i partiti, che sotto questo aspetto non bisogna ascoltarli, ma riguarda ognuno di noi chiamato ad essere educato (prima che sia troppo tardi) da chi sa (e lui è uno di questi) come salvarci dalla corruzione.

Quello di Grillo non è un partito, e tuttavia non è detto che i partiti siano un male, anche se gran parte del male è proprio nei partiti. Non è la prima volta infatti che un Leader di un partito decide di imboccare un percorso diverso da quello che ha seguito per tanti anni. Un'inversione di marcia che solo a pensarla è difficile da intraprendere. Per cui risulta ancora più apprezzabile e direi nobile se, una volta intrapresa questa inversione, si riesce poi a mantenere la rotta come per esempio, da qualche anno a questa parte, ha fatto il Presidente della Camera Gianfranco Fini.

Se parliamo di partiti, effettivamente all'orizzonte non si riesce a vedere il volto nuovo di un Leader capace di un vero e proprio cambiamento e quindi in grado di polarizzare l'attenzione degli elettori. Ma dopo il discorso di Fini a Mirabello e quello dignitosissimo nel videomessaggio per difendersi dalla macchina quanto mai ingiusta e distruttiva da parte di alcuni giornali, Fini, a mio parere, ha dato l'impressione di essere attualmente l'unico Leader in grado di dialogare e mettere insieme, sulla via della LIBERTÀ e della DEMOCRAZIA, quello che di BUONO c'è, qua e là nei vari movimenti e partiti.
Non sempre un volto nuovo corrisponde a quello che vediamo per la prima volta. Può capitare a volte che il NUOVO esploda, quando meno te l'aspetti, attraverso le pieghe di un sembiante conosciuto, fra i cui lineamenti non solo si annida il «progressivo ripudio del fascismo» ma anche la crescita di un'idea nuova. Insomma, per essere nuovi non c'è bisogno di cambiare la faccia, basta RISORGERE DENTRO. E forse Fini lo ha fatto.

Anche Berlusconi potrebbe farlo, solo che per lui è molto più difficile, data la condizione in cui si trova. Troppi sono gli ostacoli che dovrebbe superare. Primo fra tutti l'eccessiva dipendenza da Bossi, nel caso specifico, LENTO. Al quale Berlusconi (ancora più lento) non osa dire neanche ciò che è più elementare. Per esempio, che la bandiera TRICOLORE è quella cosa che ci distingue da quelli che parlano un'altra lingua. Il Bossi-Lento se ne è guardato bene dal togliere quella miriade di falsi simboli con i quali il Sindaco leghista ha tappezzato la scuola di Adro. Ha dovuto pensarci il Preside. Bravo Preside! Tu si che sei ROCK!

Con quei falsi simboli, c'era il rischio che gli abitanti del simpatico paesino si domandassero un giorno chi sono e da dove vengono. E questa, del MIOPE Sindaco, è senza dubbio una delle tante cose non buone in netto contrasto invece, con l'eccellente lavoro del governo Berlusconi nel combattere la criminalità organizzata. Grazie anche al buon operato del ministro Maroni e alla straordinaria efficienza del corpo dei carabinieri e della polizia. Neanche da paragonare coi governi precedenti, che da questo punto di vista erano assai scarsi. Sono anche d'accordo per come hanno condotto i disordini allo Stadio di Genova. Credo che Maroni e la polizia abbiano fatto la cosa giusta. Poteva veramente succedere una strage.

Ma un'altra delle tante cose NON buone, purtroppo, è quest'aria di secessione che si respira. E uno dei segni, forse il più inquietante di tutti, è quello del «DITTATORE generale della Rai» Mauro Masi (le cui stranezze dell'ultima ora ricordano tanto qualcosa che ha a che fare con il periodo oppressivo e oscurantista) che addirittura vuole selezionare il numero degli applausi imponendo un pericoloso COPRIFUOCO sulle espressioni che deve avere il pubblico in sala. Minacciando sanzioni ai conduttori fino alla chiusura dei programmi. Anche un cretino lo capirebbe che limitare la libertà di espressione è tutt'altro che un atto di forza ma, al contrario, un segno di debolezza che debilita prima di tutto chi governa. Senza contare poi che atti di questo tipo creano inevitabilmente una tensione crescente e inarrestabile in tutto il paese. Ecco perché poi accade (e non bisogna meravigliarsi) se è addirittura la terza carica dello Stato a non reggere e quindi a creare una spaccatura nella maggioranza. Per cui anch'io, associandomi a Santoro, chiedo al DITTATORE generale della Rai, non solo di non punire la trasmissione di «Anno zero» al posto di Santoro ma soprattutto, se può farci il favore di dare subito le dimissioni.

Berlusconi ha ricevuto la fiducia che era giusto i finiani gli dessero, a differenza di ciò che diceva Di Pietro. Tuttavia credo, per un percorso quanto mai logico che si è creato a seguito della spaccatura tra Fini e Berlusconi, che in Primavera si andrà alle elezioni. L'unica cosa che mi rallegra e un po' mi rassicura, sono quelle 750mila firme raccolte da Di Pietro per l'attuazione di un referendum che dice NO alla privatizzazione dell'acqua, NO al lodo Alfano e, contrariamente all'idea assurda e suicida di Casini e Berlusconi, NO al NUCLEARE. Ai quali, purtroppo, si è aggiunto anche l'amico Veronesi di cui è fresca la notizia di un suo nuovo incarico come direttore in pectore sulla sicurezza delle nuove centrali nucleari. Un luminare apprezzato nel mondo che però, con questa scelta, rischia purtroppo di essere assai meno radioso.

Ecco perché, specialmente in queste ore in cui la luce si abbassa, è importante cambiare la legge elettorale prima che si vada alle urne. L'esagerato premio di maggioranza, come giustamente dice la Bindi, è una colossale trappola per quelli che votano, non soltanto per quelli che ora sono all'opposizione, ma anche per Berlusconi.

E a questo proposito ecco una cosa su cui riflettere seriamente e cercare di capire, per esempio, se la simpatia di un Leader come quella di Berlusconi (nessuno la può negare) può giustificare alcuni atteggiamenti sospetti. Forse, magari mi sbaglio, ma credo che per noi italiani sia arrivato il momento di cominciare a scindere la simpatia dai comportamenti. L'era Berlusconi ci ha educati a valutare i comportamenti in funzione della simpatia. Ma il momento è così delicato che nulla è più urgente (se già non siamo in ritardo) di capovolgere subito la distorsione di questo sistema. Che sia ben chiaro, la colpa non è tutta di Berlusconi.

Lui non ha fatto altro che incarnare ciò che noi italiani abbiamo nel nostro DNA. Il gesto delle corna dietro la testa di un ministro, non è altro che l'interpretazione esatta di ciò che farebbe ognuno di noi italiani. Che per il fatto di vederlo realizzato da un Capo del governo, ci riempie di orgoglio a tal punto da giustificare e far passare in secondo piano (se non addirittura in terzo) le sue eventuali malefatte. Ed è qui che l'italiano PRECIPITA.

Noi possiamo anche gioire per l'ilarità che produce un gesto come quello delle corna. Possiamo gioire però a patto che dietro quel gesto non si nasconda un mal comportamento. Poiché a quel punto non sarebbe più uno scambio leale di simpatia tra il popolo italiano e chi lo governa. Ma un qualcosa dove si insinua il sospetto. Quel sospetto che a lungo andare logora il rapporto tra il governo e il popolo, qualunque sia la matrice politica. Mai come ora quindi è necessario che il buon esempio venga dal basso. Siamo noi italiani dunque che dobbiamo educare i nostri politici, chiunque siano. E per farlo dobbiamo allenare il nostro vivere quotidiano (anche quando dormiamo) a valutare la SIMPATIA solo in funzione dei comportamenti e non l'inverso. E qualora questi non fossero moralmente corretti, non possiamo che dedurre una sola cosa: che a quel punto anche la simpatia è falsa. E se una cosa è falsa non può che essere ANTIPATICA e pericolosa.

Tante sono le cose su cui riflettere e francamente non ho idea di cosa potrà succedere nell'immediato futuro. Ma una cosa vorrei che non succedesse. Lo dico a quei ragazzi che magari, per ingraziarsi lo schieramento a cui sono legati, commettano deplorevoli atti omicidi come l'attentato (per fortuna sventato) al direttore di Libero, Belpietro. Atti aberranti di questo tipo destabilizzano in modo devastante non solo la democrazia fra i partiti, per i quali viene a crollare il nobile concetto di «AVVERSARIO POLITICO». Ma ci avvicina a un qualcosa che sa di MORTE e non soltanto per le vittime che subirebbero tali atti, ai quali, dopo la morte è riservata la speranza di una «NUOVA VITA». Ma soprattutto per quelli che si sporcano le mani di sangue, a cui tale speranza, gli verrebbe negata in ETERNO. E qui mi rivolgo soprattutto a coloro che non credono e per questo, si farebbero prendere dal grilletto facile: «Tu credi che questa di vita, che per quanto ti appaia lunga se ci pensi un attimo è più breve di un battito d'ali, sia l'unica vita che l'uomo debba vivere?... E se poi quando arriva la tua ora ti accorgi che invece Dio esiste? Con tutto quello che di meravigliosamente bello "Egli" ha creato per coloro che non si comportano male? Nel dubbio, non conviene comportarsi, non dico bene, ma almeno in modo che non si perda per sempre la propria Anima?...»

A pensarci bene sono più le cose NON buone che quelle buone. Ma io confido nella «DEMOCRAZIA della LIBERTÀ». Non si può essere liberi se prima di tutto non si è democratici. Ma chi è il vero democratico? Non conosco esattamente la definizione di questa parola e non saprei dire il perché, ma tutto mi fa pensare che il vero democratico ha il senso della misura in ogni sua manifestazione.
Nella trasparenza, nell'onestà, nella forza e nell'essere sinceri anche quando la verità ti può danneggiare. Alla fine risulta molto più dannoso occultare che confessare. Pensando all'orribile tragedia di cui tanto si parla in questi giorni, si dice che lo zio di Sarah l'abbia uccisa per nascondere gli abusi su si lei. Certo sarebbe stata grande la vergogna e l'umiliazione che avrebbe subito se avesse ammesso. Però Sarah sarebbe viva e lo zio non si sarebbe macchiato di un delitto così grave. E allora forse democrazia, per come la intendo io, significa anche non aver paura di ammettere. Perché ammettere include una grande forza. Quella di espiare e quindi di RINASCERE più forti di prima.
Democrazia vuol dire anche perfezionare i toni durante un dibattito. E Sgarbi secondo me è già in ritardo di qualche decennio. È incredibile come un critico d'arte bravo come lo è lui, sia poi in forte contraddizione col fatto che non abbia la minima cognizione di cosa significhi la parola «INNOVAZIONE». Un atteggiamento il suo, in netto contrasto con l'arte, di cui proprio perché lui ne fa una sua professione, disconosce invece un elemento fondamentale che è insito nell'ARTE e che è appunto il CAMBIAMENTO.

Infatti fin dal 1989 quando apparve su una delle quattro sedie di Costanzo, non è cambiato di una virgola. Fa sempre le stesse cose: «FASCISTA, FASCISTA, FASCISTA» ma VAFFANCULO Sgarbi, adesso ci hai proprio rotto i COGLIONI!!! Il tuo prevedibile e nauseante sbraitare è un registro vecchio e stravecchio come la guerra del '15-'18. Cosa aspetti a cambiare? Lo sai almeno in che anno siamo?... Poi non piangere se in televisione non ti invita più nessuno. Stai pur certo che dopo anche Paragone ti molla, non credere...

Adriano Celentano
19 ottobre 2010



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Risse, insulti, manette, minacce Gli Usa e la "politica della rabbia"

Corriere della sera


L'ultimo caso: un reporter in manette per le domande sulla vita privata a un candidato repubblicano


L'aveva detto Joe Miller che non avrebbe più risposto a domande dei giornalisti sulla sua vita privata. Un reporter ha ignorato l'avvertimento del candidato repubblicano appoggiato dai Tea Party che corre per il Senato in Alaska. Ed è finito in manette. Tony Hopfinger del giornale online Alaska Dispatch è stato arrestato domenica dalle guardie del corpo del candidato durante un comizio in una scuola di Anchorage. Il giornalista è stato fermato per essere entrato senza autorizzazione (la scuola era stata affittata) e per assalto (ma non vi sono testimonianze di assalto fisico). Il procuratore sta valutando il caso. Il giornalista afferma di aver soltanto fatto domande, anche se aggressive.

È l’ultimo di una serie di esempi della "politica della rabbia", come la chiama l’influente sito americano Politico.com: la rabbia dell'elettorato (o più correttamente l'estrema frustrazione secondo alcuni sondaggi) sta trovando espressione più che mai in un atteggiamento irritabile e pronto allo scontro di politici (repubblicani ma anche democratici) chiaramente visibile dalle facce paonazze e dagli occhi fuori dalle orbite che esibiscono negli scontri in tv come nel rapporto con i giornalisti. Altri esempi: la scorsa domenica il repubblicano Rand Paul in Kentucky si è talmente offeso quando l'avversario democratico lo accusava di essere "membro di un gruppo che insulta il cristianesimo e Cristo" che ha dichiarato: «Hai perso il senso della decenza?» e potrebbe rifiutare di presentarsi al prossimo dibattito televisivo; il deputato democratico Ed Perlmutter in Colorado ha colpito alla mano il repubblicano Ryan Frazier (che vuole strappargli il seggio alla Camera) durante il loro dibattito tv, che ha replicato: «Non mi picchierai adesso?!»; il candidato a governatore di New York Carl Paladino ha minacciato un caporedattore del New York Post di farlo fuori; il deputato democratico newyorkese Maurice Hinchey ha messo le mani addosso ad un reporter che gli chiedeva se abbia interessi personali in un progetto economico locale.

Mentre c'è chi ammette di aver esagerato (Perlmutter, Paladino e Hinchey, ad esempio; e alcuni nel partito democratico hanno criticato l'attacco a Rand Paul), c'è anche chi come Miller rimane fedele alle proprie azioni. Il candidato ha definito se stesso e la sua famiglia le vere vittime dell'assalto del reporter. In Alaska, la sfida per il Senato è tra repubblicani: Miller è il favorito, ma alcuni sondaggi lo vedono testa a testa contro Lisa Murkowski. Con l'appoggio dei Tea Party Miller ha sconfitto la senatrice repubblicana Murkowski alle primarie del partito, ma lei ha deciso di restare in corsa. Sarà possibile scrivere il suo nome sulla scheda accanto a quelli dei candidati ufficiali – Miller repubblicano e Scott McAdams democratico. Che cos'è che Miller non voleva discutere? Il giornalista del Dispatch lo stava interrogando sul suo vecchio impiego part-time di avvocato per l'amministrazione locale di Fairbanks, che ha condotto parallelamente alla pratica privata dal 2002 al 2009. Il candidato ha più di un conto in sospeso con il Dispatch, che lui accusa di attaccarlo usando ogni mezzo. Il giornale online è stato il primo a rivelare che Miller ha "rischiato il licenziamento" nel 2008 per aver violato le regole etiche del suo impiego nell’amministrazione: allora era un leader repubblicano a livello regionale e aveva avviato una campagna per rovesciare il capo del partito repubblicano dello Stato. Un giorno, all’ora di pranzo, Miller ha usato diversi computer al lavoro per votare contro il leader del partito, cancellando poi i cookie per evitare d'essere scoperto. In un'intervista alla Cnn, Miller ha ammesso di essere stato redarguito per quelle azioni (ma non di aver rischiato il posto): «Ammetto di aver molti difetti. Non posso dire di aver vissuto la mia vita in modo perfetto. Ma per ogni cosa che ho fatto che non fosse giusta ho reso conto, e sono andato avanti e ho imparato dai miei errori». Il Dispatch è stato anche il primo a scrivere dei sussidi governativi ricevuti da Miller o dalla sua famiglia negli anni 90 per terreni agricoli in suo possesso. Imbarazzante per il candidato che chiede fine del "welfare state" e dichiara sussidi e benefici fiscali federali incostituzionali.

Viviana Mazza
19 ottobre 2010





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Attacco dei ribelli al Parlamento ceceno Poi scatta il blitz delle forze di sicurezza

Corriere della sera

L'assalto si conclude con almeno sette morti. I deputati sani e salvi. E la seduta inizia regolarmente

 

MOSCA - Assalto armato dei ribelli al Parlamento ceceno. L'azione è finita con almeno sette morti. Il blitz dei guerriglieri (quattro in tutto, e addirittura solo tre secondo alcuni testimoni) è scattato alle 8.45 locali (le 6.45 in Italia), ma sulla dinamica dei fatti ci sono versioni divergenti. La polizia locale ha detto che un kamikaze si è fatto esplodere all'arrivo di una vettura con a bordo alcuni deputati e che poi due terroristi hanno cercato di entrare nel Parlamento, senza riuscirvi. Il Nak, il Comitato antiterrorismo, riferisce invece di «due banditi che si sono fatti saltare in aria dentro l'edificio. Altri due sono rimasti bloccati al primo piano e sono stati neutralizzati». Il comitato d'inchiesta della Procura russa, da parte sua, ha dichiarato che all’interno del Parlamento si sono fatti esplodere tre kamikaze. Tutti concordano che, oltre agli attentatori, sono morte due guardie e un impiegato del parlamento.

 

IL BTLIZ - Un «attacco fallito», ha commentato il ministro dell'Interno russo, Rashid Nurgaliyev, che si trovava in visita nella capitale della repubblica caucasica. «Questa mattina intorno alle 8.45 (le 6.45 in Italia) guerriglieri hanno tentato di introdursi nell'edificio che ospita il Parlamento. - ha detto Nurgaliyev - Il tentativo è fallito, come al solito. Grazie all'intervento delle forze di sicurezza». A capo dell'operazione di sicurezza il leader ceceno Kadyrov, che ha avuto una conversazione telefonica con il premier russo Vladimir Putin il quale ha garantito la massima assistenza per tutti i coinvolti nell'attacco. Dopo l'attacco, la seduta del Parlamento si è aperta regolarmente.
IL QUADRO - La Cecenia resta dunque la repubblica più turbolenta della federazione russa. Il Cremlino sta cercando di arginare un'insurrezione fondamentalista islamica sempre più massiccia nel Caucaso settentrionale. Mosca ha dichiarato la propria vittoria nella battaglia contro i separatisti ceceni, ma gli analisti sostengono che l'ondata di sparatorie e di attentati degli ultimi mesi dimostra che Mosca non è riuscita a contenere l'insurrezione. I leader locali ritengono che il movimento sia provocato anche dalla povertà, dalle rivalità tra clan e dalla corruzione.

Redazione Online
19 ottobre 2010

Lunedì la Giornata dello Sbattezzo 19 ottobre 2010

Il Secolo xix


L’Uaar, la stessa associazione che aveva provato a fare circolare a Genova i bus con la scritta «Dio non esiste», ha annunciato la terza Giornata nazionale dello Sbattezzo, che sarà presentata giovedì alle 16 in una cornice del tutto inedita: la sala Stampa della Camera. Il tutto grazie all’interessamento e alla partecipazione del deputato radicale Maurizio Turco.
«Non sarà una goliardata né un controrito - ha spiegato Raffaele Carcano, segretario generale dell’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti - ma la semplice rivendicazione di un diritto umano».
«Lo “sbattezzo” è la cancellazione degli effetti civili del battesimo, cioè il diritto riconosciuto dal Garante per la Privacy di poter abbandonare una confessione religiosa», ha spiegato Carcano. Secondo dati Uaar, «si stima che siano quasi ventimila i cittadini italiani che fino a oggi hanno scelto di esercitarlo».
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«La giornata nazionale sarà il 25 ottobre prossimo (lunedì, ndr) e si svolgerà forte del successo delle edizioni 2008 e 2009 - si legge in una nota della Uaar - cui hanno complessivamente aderito quasi duemila cittadini. Durante la giornata nazionale dello “sbattezzo” si invitano i futuri “sbattezzandi” a scrivere tutti insieme, nello stesso giorno, la raccomandata con la richiesta alla parrocchia perché il messaggio alla Chiesa e alle istituzioni sia più forte. Per l’occasione, i circoli Uaar organizzano banchetti informativi in molte città d’Italia».




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Le sviolinate di Milena agli affari flop della sinistra

di Antonio Selvatici



Lo scorso maggio "Report" ha dipinto come "buona notizia" una dubbia operazione edilizia. Ma il progetto della Regione Emilia-Romagna è fermo e non sono stati creati i posti di lavoro prospettati



 

Bologna - Quando c’è da indagare sugli affari del presidente del Consiglio, analizzare le beghe dell’Aci o spulciare i bilanci di amministrazioni del centrodestra, Report si dà un gran da fare. Naturalmente quando lo sguardo volge a sinistra va tutto bene, anzi benissimo.
Lì dove governa la sinistra sembra essere tutto «ottimo e abbondante» e ci riferiamo ai progetti fallimentari della Regione Emilia-Romagna catalogati da Milena Gabanelli come esempi da imitare ed infilati a forza tra le «good news» del noto programma televisivo. Se anche su alcune vicende bolognesi invece di elogiarle a scatola chiusa si fosse usato lo stesso piglio giornalistico, le conclusioni avrebbero potuto essere differenti. E ci riferiamo alle mirabolanti vicende del Tecnopolo di Bologna messe in onda da Report il 16 maggio 2010 tra le good news, tra le cose che funzionano. Un lungo servizio di nove minuti per esaltare ciò che a Bologna in realtà non funziona.
Il Tecnopolo è, usando una terminologia molto di moda tra gli urbanisti, un «contenitore» all’interno del quale si concentrerebbero studenti, studiosi ed enti che si occupano di ricerca applicata. In teoria, se ben realizzato, una sorta di maxi pensatoio da cui fuoriescono innovazioni applicabili al mondo della produzione e dei servizi. La trasmissione esaltava gli sforzi che la Regione Emilia-Romagna aveva fatto per sviluppare un progetto così illuminato e moderno. Sembrava che i lavori dovessero partire dopo poco tempo, sono state mostrate colorate planimetrie e illustrato con sapere tecnico l’utilizzazione degli spazi. Ma le cose non si sono svolte come raccontate in trasmissione, anzi i lavori non si sa se (e quando) in realtà incominceranno. Non solo, si è venuti a sapere che l’iter urbanistico legato alla progettazione del Tecnopolo è stato usato come leva per far diventare edificabile una vasta area della città.
La questione è delicata: riguarda più l’ambito speculativo-immobiliare piuttosto che quello della ricerca. Rendere edificabili vaste aree significa quattrini. Duccio Campagnoli, ex assessore regionale alle Attività produttive, un duro del partito, arrivato in Regione dopo avere trascorso una ventina d’anni all’interno della Cgil, ha siglato una marea d’accordi per costruire il Tecnopolo all’interno dell’area industriale dismessa della Manifattura Tabacchi.
Il bel racconto messo in onda su Rai3 in città non ha convinto molto. Non solo, la questione raccontata da Report ha spinto alcuni politici del centrodestra a raccogliere maggiori informazioni: Renato Farina ha depositato un’interrogazione alla Camera, Mario Borghezio una in Europa e Manes Bernardini due in Regione. Compattamente i politici volevano saperne di più di quei 346 milioni di euro complessivamente previsti per la realizzazione delle rete dei Tecnopoli in Emilia-Romagna. Di tutti quei quattrini 128 milioni dovevano provenire dalla Comunità Europea e il rimanente «a partecipazione pubblica nazionale». Il progetto prevede una rete di Tecnopoli così perfetta che gli attuatori del programma stimavano la creazione di 14mila nuovi posti di lavoro entro il 2015. Versione poco credibile, ormai siamo nel 2011 e di nuovi posti di lavoro se ne sono contati pochissimi. Per ristrutturare ed adattare l’edificio della ex Manifattura Tabacchi era stato previsto un investimento da 150 milioni di euro. Quattrini non finalizzati alla ricerca, ma destinati all’esecuzione delle opere edili.
Ma i quattrini non ci sono. Degli iniziali dieci milioni di euro che avrebbe dovuto investire la Regione ne sono rimasti solamente tre che ora vengono utilizzati per indire o un concorso internazionale o affidare i lavori attraverso il «project financing». Sembra che in pochi si fossero accorti che l’edificio industriale da 100mila metri quadrati da trasformare in uffici è di pregio: venne progettato dal famoso architetto Pier Luigi Nervi, a luglio la struttura è stata vincolata dalla Sovrintendenza. Sarà difficile un radicale stravolgimento della struttura, i costi di trasformazione aumenteranno ulteriormente.
In seguito, si è venuti a sapere che, così come ha riferito il vicepresidente della Provincia di Bologna Giacomo Venturi: «Il Tecnopolo è l’elemento centrale attorno al quale riprogettare il quadrante di città che comprende il Parco Nord, la Fiera ed altre aree più a sud». È in una di queste aree che potrebbero nascere il nuovo stadio e nuove attività commerciali. Ma lo scopo non era quello di progettare e realizzare un grande centro dedicato alla ricerca? Ma tutto questo Milena Gabanelli come faceva a non saperlo? Perché i puntuali giornalisti di Report non sono andati a vedere chi sono i proprietari di quelle aree? Era tutto scritto sugli atti pubblici riguardanti il Tecnopolo di Bologna, quello infilato a forza tra le good news. Altro che Antigua, andate a Bologna.




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Rai, stop alla trasmissione di Fazio e Saviano Benigni vuole 250mila euro: scoppia la polemica

di Redazione


Ancora in bilico i contratti per il comico, Paolo Rossi e Antonio Albanese, ospiti della prima puntata di Vieni via con me. Il programma di Fazio e Saviano dovrebbe partire l'8 novembre su Rai 3. Masi: "Contratti troppo onerosi". Il premio Oscar: "Vengo gratis". Giulietti: "Hanno paura"





Roma - Sono ancora in bilico i contratti per Roberto Benigni, Paolo Rossi e Antonio Albanese, attesi come ospiti della prima puntata di Vieni via con me, il programma di e con Fabio Fazio e Roberto Saviano la cui partenza è prevista su Rai Tre l’otto novembre in prima serata, come annunciano gli spot già in onda in questi giorni. A quanto si apprende, manca ancora il via libera della Direzione generale della Rai alla contrattualizzazione dei tre ospiti, che sarebbe stata per altro già negoziata dalla Direzione risorse televisive che fa capo al vicedirettore generale Lorenza Lei.
Il maxi compenso di Benigni Un compenso di 250mila euro è la richiesta di Benigni per prendere parte a una puntata. Con ogni probabilità è proprio a questa richiesta che ha spinto i vertici di viale Mazzini a portare avanti un "doveroso approfondimento portato avanti dagli uffici competenti in merito a richieste economiche per la Rai molto significative". "Non c’è alcuno stop", assicura Masi smentendo le accuse rivoltegli da Fazio e Saviano ("La trasmissione fa troppa paura al Palazzo"). "C’è più che il sospetto che alcune notizie vengano fatte filtrare accampando inesistenti motivazioni politiche per 'forzare' la trattativa economica - conclude il direttore generale - si è comunque fiduciosi nel recupero di ragionevolezza e quindi nel buon esito della trattativa stessa".
Le proposte di contratto Da ambienti della Direzione generale si precisa però che le proposte di contratto non sono ancora arrivate sul tavolo del dg Mauro Masi, ma sono ancora all’attenzione degli uffici: tuttavia le richieste economiche - si fa notare - sarebbero apparse "molto, ma molto onerose". Intanto la redazione del programma, prodotto da Endemol Italia, è al lavoro da tempo in attesa che l’azienda sblocchi il contratto della trasmissione, la cui messa in onda è prevista per quattro lunedì consecutivi (in alternativa, dunque, al Grande Fratello) e non di mercoledì, come era stato ipotizzato inizialmente. E proprio la collocazione in palinsesto e la continuità delle quattro puntate erano state già al centro di "frizioni" tra la squadra di Vieni via con me, Direzione di Rete compresa, e l’azienda. I ritardi nell’approvazione dei contratti sembrano ora confermare la gestazione complessa di un programma molto atteso anche destinato probabilmente a far discutere.
Benigni: "Vado pure gratis" "Benigni andrebbe anche gratis da Fabio Fazio", interviene l’agente dell’attore e regista dopo il mancato via libera della Rai. Benigni, spiega il manager del premio Oscar, Lucio Presta, aveva accettato tutte le condizioni poste dalla Rai, un cachet "molto al di sotto di quello abituale" di cui ieri l’azienda ha chiesto una ulteriore, forte decurtazione. Come già denunciato da Fazio, anche per Presta si tratterebbe di "una scusa" per mettere i bastoni fra le ruote al programma.
Van Straten e Rizzo nervo contro Masi "La trasmissione di Saviano è la novità più significativa dei palinsesti autunnali e va sostenuta dall’azienda nel modo più deciso", tuonano i consiglieri di minoranza Rai, Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, che prendono nota della "smentita del direttore generale riguardo alla partecipazione degli ospiti, ma allora ci chiediamo come sia possibile che per l’ennesima volta a pochi giorni dalla messa in onda non si siano ancora firmati i contratti". "La smentita sarà credibile solo se il direttore generale procederà immediatamente alla loro sottoscrizione - continuano i due consiglieri - bisogna smettere di gestire questa azienda come se fosse un carrozzone ministeriale in cui la dilazione è metodo di governo. Qui le decisioni devono essere prese tempestivamente per evitare danni, di immagine e di sostanza, alla Rai".
Giulietti: "La Rai ha paura" "Sarà una casualità ma questi incidenti, ritardi o difficoltà capitano sempre alle trasmissioni sgradite a Berlusconi e ai suoi ministri", attacca amche il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. "Nel migliore dei casi c’è il legittimo sospetto che ci sia un’azione di mobbing nei confronti di queste trasmissioni, se non quando di intere reti - continua Giulietti - gli episodi di questi giorni dimostrano che alla Rai non c’è solo il caso Annozero ma ormai si rischia l’azzeramento di tutte le trasmissioni che non piacciono al partito del conflitto di interessi. Per sapere quali sono basterà leggere il famoso elenco di Trani". "Sarà il caso - conclude Giulietti - di tenere gli occhi costantemente aperti e di reagire con la massima durezza perché queste vicende sono collegate anche al libero esercizio del voto".




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La madre di Sabrina indicò il pozzo» Le verità dell'amico: ci mostrò la strada

Il Mattino




AVETRANA (19 ottobre) - Sull’uccisione di Sarah Scazzi arriva una rivelazione di Ivano Russo, il ragazzo che è stato anche tra i sospettati dell’omicidio, che smentisce l’amica Sabrina e soprattutto inchioda sua madre Cosima. Quando Michele Messeri indicò dove si trovava il cadavere di Sarah, Sabrina chiamò Ivano e l’altro amico, Alessio Pisello, e li convinse ad uscire in macchina a cercare il pozzo. «Voleva vedere con i suoi occhi, e chiese a sua madre Cosima Serrano di indicarle esattamente il punto». Come faceva Cosima a sapere? La donna è stata sentita ieri per tre ore e, al termine dell’interrogatorio, una folla di curiosi le ha gridato contro: «Assassina».

Intanto ieri l’avvocato di Michele Misseri ha anticipato che il suo cliente ritratterà la precedente confessione. «Il pover’uomo Misseri» non contava nulla in casa, viveva «accerchiato in un gineceo» e «non gestiva neppure un centesimo», ha detto il legale. Probabilmente, Misseri vuole scrollarsi di dosso l’accusa di aver usato violenza su Sarah già morta. Sabrina continua a proclamarsi innocente ma resta in carcere.




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Italiano morto a Grasse: «Chiariremo i dubbi»

Il Secolo xixi


Una vecchia foto di Daniele Franceschi
Non ci sarebbe stata «alcuna irregolarità», nell’inchiesta sulla morte in carcere nella cittadina francese di Grasse dell’italiano Daniele Franceschi e da parte francese c’è la massima determinazione a «chiarire ogni dubbio: capisco il dolore della madre - ha detto ieri Jean-Michel Cailliau, procuratore di Grasse, incaricato delle indagini - capisco che lei ce l’abbia con il carcere e con i francesi. Ma sono state scritte cose non giuste. Quando avrò in mano i risultati delle perizie, scopriremo se ci sono stati errori. Vorrei chiarire innanzi tutto che nel penitenziario di Grasse i medici sono distaccati dall’ospedale cittadino. Ci sono psichiatri, medici generali e vari specialisti. Franceschi ha manifestato dolori il 25 agosto che potevano fare pensare a una patologia cardiaca. Sono stati praticati gli esami clinici, l’elettrocardiogramma e le analisi del sangue, dopodiché non è stato ritenuto necessario il ricovero del detenuto, il quale è deceduto poche ore dopo di infarto. Riteniamo che al 95-98% sia questa la causa del decesso, stando all’autopsia. Ne avremo la certezza quando arriveranno i risultati delle analisi tossicologiche, che mi sono state promesse per il 31 ottobre, e quelle anatomo-patologiche, per il 15 novembre, ma questa può slittare. Non tralasceremo alcuna ipotesi. Noi seguiamo dei protocolli di medicina legale che sono identici a quelli seguiti in Italia. Quindi, al momento, se non abbiamo le analisi tossicologiche non possiamo essere sicuri che la vittima non abbia assunto sostanze o prodotti pericolosi. Così come soltanto il risultato della perizia anatomo-patologica, a confronto con le analisi del sangue che furono effettuate quel giorno, ci diranno se ci sono stati ritardi o errori da parte dei medici. Sono esami lunghi, e comprendo perfettamente il dolore della famiglia, il fatto che la madre ce l’abbia con la giustizia francese e che non voglia capire tutto questo. Ma noi adesso non possiamo parlare di errori, lo faremo in una seconda fase, quando avremo i risultati in mano e potremo ricostruire la cronologia dei fatti e stabilire eventuali responsabilità del personale del carcere o dei medici».
L’unica certezza, per il momento «è che non ci sono segni di percosse»: l’unica ferita «è un taglio di 6 millimetri sotto il naso, che non ha mai sanguinato e non ha prodotto ematoma». Probabilmente risale al momento della morte di Franceschi, anche se ieri l’avvocato della famiglia del giovane, Aldo Lasagna, è stato categorico: «A noi risulta che si tratti di frattura del setto nasale. La famiglia non nutre fiducia nelle versioni di comodo fornite dalle autorità francesi».
Qualcosa, comunque, il procuratore vuole chiarire rispetto a quanto trapelato in questi giorni: «Ci sono state polemiche sulle condizioni in cui è stato restituito il corpo - ha detto il magistrato francese - ma si tratta di particolari che i medici legali italiani conoscono bene, come i francesi. Se il corpo viene mantenuto a -18 gradi si conserva in un certo modo, ma se si deve praticare una seconda autopsia il cadavere va mantenuto a una temperatura superiore allo zero. Questo spiega lo stato del corpo quando è stato restituito. Quanto agli organi mancanti, sono quelli sui quali si stanno effettuando le perizie. Gli occhi? Il prelievo sull’umore vitreo, il liquido dell’occhio, è indispensabile per i protocolli delle analisi tossicologiche e anatomiche. Purtroppo, dopo quel prelievo l’occhio perde volume e “rientra”. A un “non medico” può dare l’impressione di un’assenza del bulbo».




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Ivan, braccio armato del boss di Belgrado»

Il Secolo xix



Ivan Bogdanov era il braccio. Tatuato e muscoloso, certo, ma pur sempre braccio. Mentre la mente dietro agli scontri di Genova, secondo una delle piste più “calde” tra gli investigatori di Belgrado, è lontana migliaia di chilometri dall’Italia. In Montenegro, forse, oppure in Brasile. Sono i posti dove la polizia serba cerca da ormai tre anni Dejan “Keka” Stojanovic, uno dei più potenti capi mafia balcanici, leader del clan “Novi Beograd” ed ex procuratore di calciatori della Stella Rossa di Belgrado, il club il cui simbolo è tatuato sul cuore di Ivan Bogdanov. Secondo i quotidiani di Belgrado Blic e Politika sarebbe stato proprio lui l’ispiratore delle azioni di Ivan e soci. Con due obiettivi: dare una lezione alla Federazione serba e al portiere della nazionale Vladimir Stojikovic, passato recentemente al Partizan ma cresciuto proprio nella Stella Rossa.



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Francia, marcia indietro dell' Ue sui rom

Libero






Torna il sereno tra la Francia e la Commissione europea. Dopo accesi botta e risposta, accuse di razzismo e rimpalli di responsabilità, la battaglia sui rom che aveva visto schierarsi i paesi di mezzo mondo sembra ormai conclusa. A deporre le armi è la responsabile della Giustizia europea, Viviane Reding, che proporrà alla Commissione di rinunciare alla procedura d’infrazione contro il Paese. La Francia avrebbe già fornito garanzie "sufficienti" sulla modifica della legislazione sulla libera circolazione dei cittadini europei. La decisione finale sarà presa dai 27 commissari, che si riuniranno martedì.
A fine settembre, la Commissione aveva deciso di aprire una procedura per il mancato rispetto della legge europea dopo i rimpatri dei rom. "La Francia - aveva detto Reding - non ha trasposto nel diritto francese le garanzie procedurali" previste per i cittadini nel quadro di una direttiva del 2004 sulla libera circolazione nell’Ue. E poi: "Sono personalmente convinta che la commissione non avrà altra scelta se non quella di avviare una procedura di infrazione contro la Francia per l'applicazione discriminatoria della direttiva sulla libera circolazione". La Reding non aveva celato la sua ira: "La mia pazienza sta finendo, quando troppo è troppo, nessun Paese piccolo o grande che sia può avere un trattamento speciale quando sono in gioco i diritti fondamentali".


19/10/2010






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La socia di Bocchino piazzata a Rai cinema

di Maurizio Caverzan



Il moralista di Futuro e libertà predica contro i partiti a viale Mazzini ma non disdegna le poltrone. Tra i nuovi consiglieri c’è la vedova di Pinuccio Tatarella, azionista con lui nella "Edi Holding srl" e amica della moglie



 
Adesso si scopre che anche Italo Bocchino, gran moralizza­tore della politica e degli intrec­ci tra la Rai e i partiti, nel suo pic­colo la privatizzazione l’ha già realizzata. Nel senso che, di cer­to casualmente, si trova al cen­tro di una triangolazione favore­vole. Era il tassello che manca­va: uno chiede che i partiti esca­no da Viale Mazzini. Ma intan­to, finché ci restano, si gode la rendita di posizione, come si di­ceva una volta. Sia chiaro, il ca­pogruppo alla Camera di Futu­ro e Libertà non è il beneficiario diretto, lui fa un altro mestiere. Le produzioni di film e fiction co­me «Il Grande Torino» o «Ani­ta » (attualmente bloccata dal Cda Rai) le firma sua moglie Ga­briella Buontempo, titolare del­la Goodtime Enterprise. Ma il Ri­siko è perfetto e invidiabile lo stesso.
La scoperta la si deve a Report di Milena Gabanelli. Nella pun­ta­ta dell’esordio stagionale la vi­rago di RaiTre indagava su pol­trone, cumuli di cariche e con­flitti d’interesse nelle società pubbliche.A luglio c’era da rifa­re l’organigramma di Rai Cine­ma, società controllata dal­l’azienda del cavallo morente. E anche se il codice interno di Via­le Mazzini richiede che la metà dei consiglieri siano interni al­l’azienda, i tre neo-nominati ri­sultano tutti esterni. Sono l’av­vocato Franco La Gioia, vice­commissario Inail, la cui compe­tenza cinematografica è tutta da verificare, Gloria Tessarolo, consigliera comunale leghista di Oderzo (Treviso), e Angiola Filipponio Tatarella, docente universitaria nonché vedova di Pinuccio, gran teorico dell’Ar­monia. Scartabellando alla Ca­mera di commercio, Giovanna Boursier di Report scopre anche che la signora Tatarella è socia di Italo Bocchino, proprio lui, nella Edi Holding Srl, una socie­tà satellite del quotidiano Il Ro­ma.
Al telefono con la giornalista però la vedova di Pinuccio tenta di negare la società con il delfi­no finiano. Poi, di fronte alla vi­sura camerale («Lui ha il 20 per cento lei l’80, ce l’ho qui davan­ti », scandisce la giornalista), è costretta ad ammettere: «Sì, ma è una società che praticamente non c’è più». In sostanza, affer­ma la signora Tatarella, lei «era» socia di Bocchino. Ma la giorna­­lista cita l’altra società, la famo­sa Goodtime Enterprise con la quale la moglie di Bocchino pro­duce cinema. Dunque, la incal­za, se lei è o era socia di Bocchi­no e ora è anche nel consiglio di Rai Cinema, vien da chiedersi se c’è conflitto d'interessi, se è tutto normale. «Non so se c’è conflitto d’interessi in una cosa in cui non credo di esserci anco­ra », si arrampica la signora Tata­rella. Che un attimo dopo però deve ammettere anche che con la signora Buontempo ha «una relazione amicale. Se lei mi chie­de se sono amica della moglie di Bocchino certamente le dico di sì».
A questo punto la domanda sorge spontanea, direbbe Anto­nio Lubrano che lì a RaiTre era di casa: non potrà capitare che, al momento di vagliare le produ­zioni, la consigliera di Rai Cine­ma cada in tentazione e finisca per favorire quelle dell’amica nonché moglie dell’ex socio? A questo punto la signora Tatarel­la­s’irrigidisce e rivendica la pro­pria specchiata moralità: «Io ho fatto non so per quanti secoli il docente universitario e sono no­ta per non aver mai accettato una raccomandazione, quindi, voglio dire, questa domanda francamente non mi piace per niente». E non c’era da dubitar­ne. Le domande che portano a galla troppe coincidenze non fanno piacere a nessuno. Però mentre Bocchino caldeggia la privatizzazione della Rai, sua moglie la rifornisce di film e fic­tion e una sua ex (?) socia siede nel consiglio direttivo di Rai Ci­nema. Conflitto d’interessi? In­credibile casualità? Doppia mo­rale? Fino a ieri sera Bocchino non aveva commentato la stra­vagante serie di coincidenze.




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La Cassazione: chi è agli arresti domiciliari non può comunicare con Facebook

Il Mattino



ROMA (18 ottobre) - Chi è agli arresti domiciliari non può comunicare con 'Facebook' ma solo limitarsi ad usare Internet a scopo conoscitivo senza entrare in contatto con altre persone. Lo sottolinea la Cassazione nella sentenza 37151 con la quale ha accolto il ricorso del pm di Caltagirone che chiedeva la custodia in carcere per un indagato che, ai domiciliari, comunicava su 'Facebook' nonostante avesse la prescrizione di limitarsi ai contatti con i soli familiari conviventi.

«La moderna tecnologia - spiega la Cassazione - consente oggi un agevole scambio di informazioni anche con mezzi diversi dalla parola, tramite Web e anche tale trasmissione di informazioni deve ritenersi ricompresa nel concetto di 'comunicazionè, pur se non espressamente vietata dal giudice, dovendo ritenersi previsto nel generico 'divieto di comunicare' il divieto non solo di parlare direttamente, ma anche di comunicare attraverso altri strumenti, compresi quelli informatici, sia in forma verbale che scritta o con qualsiasi altra modalità che ponga in contatto l'indagato con terzi (pizzini, gesti, comunicazioni televisive anche mediate, ecc.)».

Per quanto riguarda la violazione del divieto di comunicare, i supremi giudici aggiungono che «deve essere provata dall'accusa e non può ritenersi presunta dall'uso dello strumento informatico». In proposito la Cassazione rileva che «l'uso di Internet non può essere vietato 'tout court' se non si risolve in una comunicazione con terzi, comunque attuata, ma abbia solamente funzione conoscitiva o di ricerca, senza entrare in contatto, tramite Web, con altre persone».




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La sinistra da salotto fa le barricate con la casa a Parigi

di Redazione


La signora dell’apocalisse si sta preparando per la battaglia finale. Barbara Spinelli si va convincendo che bisogna finalmente fare i conti con quella sporca razza di uomini che rende il mondo una fogna. Siccome è convinta che la missione del giornalismo, quello vero, quello degli eletti come lei, sia purificare la terra, ha deciso di tornare alle origini. La Stampa di Torino a cui la legava l’amicizia di casta salottiera con gli Agnelli non è più il pulpito adatto, l’ultimo direttore che per lei deve avere il dna sbagliato, visto che è figlio del commissario Calabresi, segue una linea editoriale troppo «cerchiobottista e opportunista». Per certe battaglie ci vuole la Repubblica, di cui è stata cofondatrice. È il ritorno a casa Scalfari. È da lì che può fare la battaglia contro i Feltri e i Sallusti. Lì può crocifiggere con le sue lenzuolate illeggibili gente come Nicola Porro, che un anno fa definì «subdolo, un giornalista con le fattezze del politico». La colpa di Porro fu di aver replicato a Travaglio, il suo ultimo pupillo, un altro priore dell’ordine dei giusti. Porro reo di fare opinione politica, mentre lei e Travaglio si limitano a raccontare i fatti.

D’altra parte note di cronaca della figlia di Altiero Spinelli sono note a tutti, una signora che ha sempre masticato la polvere della strada narrando le notizie dal basso. Pensate che per capire l’Italia se ne è andata a vivere a Parigi. Perché lei ama il popolo, ma preferisce non incontrarlo per strada. Fatto sta che dal suo esilio francese si è convinta che il Cavaliere sia il male assoluto. Quindi quando l’Avvocato la convinse a restare alla Stampa si fece mettere nel contratto che la casa parigina gliela pagava il giornale. E adesso che se ne va a Repubblica ha chiesto di mantenere gli stessi privilegi. Tanto che il quotidiano di Mauro sarà costretto a pagare due firme che hanno il vezzo di abitare nella Ville Lumière. I due sfortunati sono lei e Francesco Merlo, un altro della confraternita del giornalismo blasè e annoiato, che non sopporta l’odore delle redazioni e di questo giornalismo sempre più derelitto.

Ecco cosa infatti pensa Barbara Spinelli del mestiere: «Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katechon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi». Questa prosa così liturgica ha fatto dire ai suoi nemici, e a qualche amico, che il modo migliore per nascondere una notizia è piazzarla alla fine di un pezzo della Spinelli. Cattiverie. Come se davvero nessuno riuscisse ad arrivare alla settima riga dei suoi pezzi. È noto che la maggior parte sopravvive almeno fino alla ventesima. Il resto è mangime per i posteri.

La signora che vive a Parigi, con la casa pagata, e un contratto da diva, ogni tanto sparge lacrime aristocratiche per gli immigrati e i precari. Ma in fondo al suo cuore deve essere convinta che se uno è povero o arricchito qualche colpa nella sua stirpe ce l’ha. D’altra parte il suo compagno è l’ex ministro Tommaso Padoa Schioppa, quello dei «bamboccioni». La rivoluzionaria antiberlusconiana vede il mondo come Maria Antonietta e anche lei a chi non mangia probabilmente consiglierebbe brioche.

Perché per lei il mondo non si divide in destra o sinistra, ricchi e poveri, guelfi e ghibellini, ma solo in berlusconiani e antiberlusconiani. I primi sono la deriva, la distruzione, il male, il demonio, i secondi sono la salvezza. Se toccasse a lei dividere i vivi e i morti saremmo fregati. Non risparmia nessuno. Perfino al povero Bersani ha rimproverato di essere vittima della sindrome di Stoccolma, a suo dire è troppo buono con il maligno. Capite che per una così il suo direttore alla Stampa è già condannato in partenza. Si porta dietro le colpe dei padri. Ci toccherà, quindi, non leggerla su Repubblica, dove elaborerà piani con il signor D’Avanzo e insieme grideranno contro l’orda di mascalzoni che circonda la cittadella di Dio. Si chiameranno ogni giorno sulla linea Parigi-Roma e al grido di «regime, regime» si sentiranno gli ultimi eroi di un giornalismo putrefatto. E la combriccola di Travaglio li benedirà: nostra signora dell’apocalisse.



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Chi snobbava il caso Montecarlo ora va matto per la villa di Antigua

di Paolo Bracalini



Siamo arrivati al razzismo immobiliare: se il Giornale fa un’inchiesta sulla casa dei Fini è "dossieraggio", se Report parla di quella del Cavaliere è "giornalismo libero"



 
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Roma - Come dossier è ben confezionato, tra l’altro un po’ di palmizi e mari turchesi sono belli da vedere la domenica sera, molto più esotici di un appartamento a Montecarlo. Il punto di forza dell’inchiesta, poi, sta nella testimonianza: un pescatore di Antigua, dotato persino di gommone. Un teste autorevole, per una tesi altrettanto autorevole: vedete che ai Caraibi non ci vanno solo Fini e Tulliani, ma anche il Berlusca? La vendetta è servita, alla faccia di chi si era tanto turbato per l’esondazione estiva di fanghi e veleni. Invece adesso, gli ex indignati, quelli che invocavano un «clima più sereno», ci sguazzano dentro il mare di fango e sospetti messo in moto da Report.
La macchina si è subito accesa, con la sequenza classica: lenzuolata dietrologica di D’Avanzo su Repubblica, ripicche isteriche dei vari Granata & Co che non vedevano l’ora di poter rinfacciare qualche off-shore all’odiato Cav, cori a cappella sul tema «ora Berlusconi chiarisca», e quindi incornata del bomber ufficiale della squadra, Tonino Di Pietro, già pronto a interpellare il Parlamento non è ben chiaro su cosa, tanto l’importante è fare casino.
Ma qui c’è un fatto preciso, opportunamente messo in luce dai solerti intellettuali di Fini, che mette seriamente in crisi i berlusconiani e i giornali di famiglia: la cucina della villa ad Antigua, in effetti, è molto più grande di quella di Tulliani a Montecarlo. Uno smacco vero. Anche perché è Boffi, e non Scavolini, dunque molto più costosa. E da dove arrivano questi soldi, signor presidente? E i fornelli, che marca sono? Il premier deve chiarire, senza dubbio, e «deve rendere noti i termini d’acquisto della villa da 22 milioni» ai Caraibi, come giustamente rileva Luigi Zanda del Pd. La parola d’ordine, in mancanza di meglio, è «opacità», che non vuol dire niente ma rende l’idea. La vicenda è opaca, il premier chiarisca. E la parte più succosa della commedia è che le richieste di chiarimento arrivano dagli stessi che sulla casa di Montecarlo davano tutto già per chiarito al primo vagito di Fini.
Dev’essere tutta una questione di dimensioni. La gravità dell’affaire Antigua supera di molto quello di Boulevard Princesse Charlotte, perché quella è una villa milionaria, l’altro un appartamento pagato solo 300mila euro. Il problema, però, è che l’acquirente della villa è arcinoto, Silvio Berlusconi, quello dell’appartamento monegasco resta un mistero della fede. Che sarebbe ancora accettabile se non fosse che quell’appartamentino tanto piccolo e modesto era, a differenza della villa caraibica del Cav, proprietà di un partito politico, e non di una società privata. La cosa è scivolata via, nei commenti vari, come una saponetta. Ma non è proprio un dettaglio insignificante.
Una cosa è certa: Berlusconi per ora surclassa Fini anche nello share. Appena si tocca il Cav gli ascolti impennano, Santoro docet. La Gabanelli e il suo Paolo Mondani, eccellente inchiestista solo un po’ di parte (ha lavorato vari anni col suddetto Santoro, poi a Radio Popolare) grazie a Silvio in versione caraibica hanno portato a casa il 18,70% di share, circa 5 milioni di persone. Un record che solo il Cavaliere, benedizione dei programmi militanti Rai, può assicurare. Pretendiamo però una royalty dalla Gabanelli, perché tutto il canovaccio della sua inchiesta antiguana ricalcava, in modo quasi maniacale, quello della nostra inchiesta monegasca. Anche le testimonianze degli indigeni, che assicuravano di aver visto con i loro occhi Berlusconi (te credo, la villa è sua) facevano il verso (un po’ stonato) alle nostre interviste ai testimoni delle visite finiane a Montecarlo. Solo che, appunto, Fini ha sempre negato di essere andato lì, e financo di sapere che in quella casa ci fosse il cognato, mentre Berlusconi sapeva benissimo da solo, senza bisogno di testimoni, che quella casa è sua, visto che l’ha comprata.

Le analogie finiscono qui, proprio dove cominciano i due pesi e le due misure. La nostra inchiesta era solo fango? Quella di Report, invece, ha il plauso della Fnsi, il sindacato dei giornalisti. Il presidente della Camera ci ha dato degli infami? Nessun problema, ma se invece il ministro Romani dice che Report era troppo «antiberlusconiano», è allarme censura.
Il Pd balbettava che Montecarlo non era questione interessante per gli italiani, che dell’appartamento ex An se ne infischiano? Invece la villa di Berlusconi è questione di importanza nazionale, e i cronisti che la scandagliano chiari esempi di «giornalismo che non guarda in faccia a nessuno». Certo, dipende sempre da quale sia la faccia, perché per quella di Fini nessuno aveva applaudito il giornalismo d’inchiesta, anzi, il contrario, solo attacchi al «dossieraggio» del Giornale servo di Berlusconi. Ora la bravissima Gabanelli ha quasi eguagliato Santoro, agli occhi del bel mondo anti-Cav. Ci manca solo una sospensione, e sarebbe santa subito.




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Mi impediscono di crescere Allora vado in Romania"

La Stampa


Lo sfogo di un imprenditore: così il Comune non mi ha fatto creare 150 posti





MARCO ALFIERI
INVIATO A CALOLZIOCORTE (Lc)

«O si va all’estero o si muore, capite? La nostra è solo legittima difesa», tuona Walter Fontana, allargando la calata lombarda. A chi ha messo certe tasse, o non concede certi permessi, bisognerebbe dare un premio alla miglior legge per ammazzare le imprese italiane...». Insomma: restare (in Italia) è un po’ morire. Cinquantanove anni, di Calolziocorte (Lecco) - il paese di Michela Vittoria Brambilla - Fontana è il presidente della Pietro Fontana, impresa famigliare nata appena prima del boom economico (nel 1956) ed esplosa nei mitici anni Settanta della Terza Italia e dei distretti. A fondarla è Pietro, il papà di Walter e di Marco, i due titolari. Il primogenito Walter oggi si occupa di strategie e del commerciale; il minore, Marco (47 anni), è direttore tecnico e responsabile della produzione. Negli ultimi anni il recinto si è allargato imbarcando la figlia grande di Walter, Valentina, che si è fatta le ossa nella consulenza internazionale. In attesa del secondo figlio che si sta laureando a San Diego in Business Administration.

Un altro mondo rispetto ai tempi del Walter, entrato in azienda nel 1973 da perito meccanico. «Avrei voluto studiare – ammette - ma il lavoro era tanto e ci sarebbero volute giornate da 25 ore». La Pietro Fontana fa progetti di ingegneria e costruzione di stampi per case automobilistiche, il 90% dei ricavi viene dall’estero (la metà in Germania). Oggi fattura 73 milioni di euro, impiega oltre 500 addetti e lavora con i big: da Audi a Bmw, da Mercedes a McLaren fino a Ferrari e Daymler. Le scocche di alcune fuoriserie arrivano a Maranello direttamente da Calolziocorte.

La svolta s’impone dieci anni fa, e monta insieme «all’incazzatura» - testuale - di Walter. Da stampi per l’automotive l’azienda si allarga all’assemblaggio dei veicoli di nicchia. Da qui la necessità di trovare nuovi spazi. Nel 2003 aprono uno stabilimento in Turchia, a Istanbul, «dove impieghiamo 250 addetti e abbiamo investito 30 milioni». Poi il secondo passo: «In primavera apriremo a Pitesti, in Romania, vicino allo stabilimento della Dacia». Pieno indotto automotive, dove si sta giocando una guerra forsennata: nel raggio di poche centinaia di chilometri producono Psa, Bmw, Kia, Volkswagen, Hyundai e Fiat.

«A Calolziocorte abbiamo invece mantenuto ricerca, sviluppo e progettazione. Ma abbiamo bisogno di allargarci lo stesso perché siamo passati dal movimentare stampi a movimentare pezzi stampati». Lo spazio è vitale e scatena il cortocircuito con le lentezze d’Italia. «Dieci anni fa ho comperato un terreno agricolo di 40mila mq nel comune di Bosisio Parini, ma l’amministrazione non mi ha mai concesso il passaggio ad area industriale per realizzare un nuovo impianto», si lamenta il titolare. La Pietro Fontana avrebbe creato 150 posti di lavoro. All’inizio «mi dissero che il Comune preferiva accorpare tutte le attività industriali in un’altra zona. Benissimo, pensai». Peccato che tutto è rimasto fermo.

«Ci si scontra quotidianamente con giunte che non vogliono le aziende ma solo costruire residenziale o terziario», villette a perdita d’occhio come se la gente potesse comprarsi tre case a testa. «Oppure vogliono il verde, salvo poi lasciare l’erba alta e le ortiche», rincara l’imprenditore. E non si tratta di un po’ di fatturato in meno. In tempi di crisi e di mercati aperti ogni lasciata è persa, ogni autorizzazione che non arriva è un favore al tuo competitor dall’altra parte del mondo. «Ogni tanto mi sogno ancora l’ordine da 80mila carrozzerie per Magna Steyr a cui ho dovuto rinunciare l’anno scorso. Una commessa da 200 milioni in 5 anni. Non ce l’avrei fatta in questi spazi», rivela a malincuore Fontana. In Romania, invece, i problemi li risolvi in un giorno.

La differenza è molto semplice: «la gente ha fame di investimenti e se vede la possibilità apparecchia la tavola velocemente. Così hanno fatto in fretta e furia un censimento, la popolazione ha votato per darci subito la risposta. In un baleno abbiamo avuto a disposizione un’area di 40mila mq con cambio di destinazione d’uso. L’abbiamo acquistata e adesso stiamo costruendo il capannone», gongola il signor Walter. Morale: «un’impresa che vuol crescere è costretta a farlo all’estero» In Italia ci sono troppi costi. «Dobbiamo stampare pezzi in un posto e stivarli in un altro, spendendo oltre un milione di euro l’anno per affitti che potremmo dedicare agli investimenti, o a sostituire la catena logistica». La storia di Walter Fontana è persino banale se non fosse il primo anello di un calvario che sta portando all’emorragia. Troppe tasse, pigrizie, e capannoni rimasti sulla carta per anni.

Nel 2005 l’imprenditore lecchese ha scritto una lettera ai giornali locali per spiegare che «da quando c’è l’Irap i conti non tornano più. Un’azienda è destinata al declino o a scappar via. Noi come molte altre aziende italiane nel 2008 abbiamo pagato il 120% di tasse sull’utile generato, in Turchia sei tassato al 20 e in Romania al 16. Come si fa, sinceramente?» Non resta che l’estero. «Per ora ci dividiamo, ma è una scelta obbligata se non cambiano le cose», s’immalinconisce. «Se la politica non produrrà le condizioni per pagare le giuste tasse sull’utile. Oggi bastano 3 mesi per spostare un stabilimento. Non è l’opinione di Walter Fontana, ma di tantissimi imprenditori italiani...».






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La madre di Sabrina indicò il pozzo» Le verità dell'amico: ci aiutò a trovare Sarah

Il Mattino





AVETRANA (19 ottobre) - Sull’uccisione di Sarah Scazzi arriva una rivelazione di Ivano Russo, il ragazzo che è stato anche tra i sospettati dell’omicidio, che smentisce l’amica Sabrina e soprattutto inchioda sua madre Cosima. Quando Michele Messeri indicò dove si trovava il cadavere di Sarah, Sabrina chiamò Ivano e l’altro amico, Alessio Pisello, e li convinse ad uscire in macchina a cercare il pozzo. «Voleva vedere con i suoi occhi, e chiese a sua madre Cosima Serrano di indicarle esattamente il punto». Come faceva Cosima a sapere? La donna è stata sentita ieri per tre ore e, al termine dell’interrogatorio, una folla di curiosi le ha gridato contro: «Assassina».

Intanto ieri l’avvocato di Michele Misseri ha anticipato che il suo cliente ritratterà la precedente confessione. «Il pover’uomo Misseri» non contava nulla in casa, viveva «accerchiato in un gineceo» e «non gestiva neppure un centesimo», ha detto il legale. Probabilmente, Misseri vuole scrollarsi di dosso l’accusa di aver usato violenza su Sarah già morta. Sabrina continua a proclamarsi innocente ma resta in carcere.




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