giovedì 21 ottobre 2010

Ue, il premio Sakharov al ribelle cubano Farinas Ma la sinistra protesta

di Redazione


Quest'anno Guillermo Farinas ha condotto uno sciopero della fame di 135 giorni per la liberazione dei prigionieri politici nel suo Paese. A lui il premio Sakharov per la libertà di pensiero del Parlamento di Strasburgo. E il dissidente lancia un appello per la "fine della dittatura"





Strasburgo - Ventitrè scioperi della fame per dire basta al regime castrista e lottare perché i cubani abbiano i propri diritti. Proprio per questo il Parlamento europeo di Strasburgo ha assegnato il premio Sakharov, massimo riconoscimento per la libertà di pensiero, al dissidente cubano Guillermo Farinas. Ma la sinistra si oppone e protesta apertamente: "E' uno scandalo. Le scelte politiche prevalgono sui diritti dell’uomo".Ma se la sinistra protesa, Farinas va avanti nella sua battaglia e da Cuba lancia ununovo appello chiedendo la "fine della dittatuara".
L'instancabile lotta contro il regime Farinas è il giornalista cubano dissidente che nella prima metà dell’anno ha attuato uno sciopero della fame durato 135 giorni, che ha interrotto solo quando la Chiesa cattolica cubana ha annunciato che il governo avrebbe rilasciato 52 dissidenti. Farinas è stato scelto dalla Conferenza dei presidenti per il premio per la libertà di pensiero nella rosa ristretta di tre nomi. Gli altri due in lizza erano la Ong israeliana Breaking the silence e il politico ed ex giudice etiope Birtukan Mideksa, condannato alla fine del 2008 all’ergastolo per la sua lotta per il rispetto dei diritti umani in Etiopia. La conferenza dei presidenti ha scelto Farinas, la cui candidatura era stata presentata dal Ppe e dal gruppo dei Conservatori e Riformisti, con il sostegno di 92 parlamentari. Su Farinas hanno convenuto tutti i gruppi, dopo che socialisti e sinistra radicale (Gue) hanno ritirato la candidatura di Breaking the silence.
La sinistra protesta L’eurodeputata francese Marie-Christine Vergiat, eletta con il Front de gauche pour changer d’Europe che appartiene al gruppo della sinistra radicale Gue, ha preso la parola per protestare. "E' una scelta scandalosa - ha affermato - le scelte politiche prevalgono sui diritti dell’uomo. Questo premio deve premiare la libertà di pensiero, ma è la terza volta in 20 anni che si premiano i cubani anti-castristi. Questo è un segnale politico che svaluta il premio Sakharov. Chiedo che il premio non venga più scelto dalla conferenza dei presidenti, ma venga assegnato con una votazione di tutti i parlamentari". Subito dopo ha cercato di prendere la parola il ceco Miloslav Ransdorf, dello stesso gruppo Gue, ma la presidenza di turno ha fatto chiudere il microfono. Al momento di ufficializzare l’assegnazione del premio, il presidente Buzek, dopo aver ricordato che Farinas è stato "pronto a rischiare la salute e la vita per la libertà a Cuba", ha detto: "Spero di potergli consegnare personalmente il premio qui a dicembre. E spero che con lui ci potranno essere anche le vincitrici del 2005, le Damas in Blanco". La cerimonia del consegno premio Sakharov è prevista per il 15 dicembre nella sede dell’Europarlamento a Strasburgo.
Appello del dissidente 





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Strage piazza della Loggia, il pm chiede 4 ergastoli e l'assoluzione per Pino Rauti

Il Messaggero





MILANO (21 ottobre) - Il pm di Brescia al processo per la strage di piazza della Loggia ha chiesto quattro condanne all'ergastolo e un'assoluzione. Ergastolo è stato chiesto per Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Maurizio Tramonte. la pubblica accusa ha invece chiesto l'assoluzione per Pino Rauti.

La strage avvenne nella centralissima piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974.




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Nuovi reperti romani scoperti a Ercolano Un pescatore li usava come portacenere

Corriere del Mezzogiorno


Tredici le anfore, denunciato per appropriazione indebita
Vasi che sarebbero immessi nel mercato per collezionisti



I vasi sequestrati dalla guardia di Finanza
I vasi sequestrati dalla guardia di Finanza


NAPOLI – In mare per pescare oltre i pesci ha trovato negli anni della sua lunga attività reperti archeologici risalenti al II secolo a. C., tanti da farne un museo. Dove? A casa sua. Tredici anfore vinarie, un’anforetta per la conservazione di profumi, un incensiere in argilla chiara, una colonna. Tutti i reperti che un pescatore di Ercolano, ora in pensione, aveva rinvenuto da relitti adagiati sui fondali marini, tra la Campania e la Calabria.
I VASI SEQUESTRATI - Gli uomini della guardia di Finanza l’hanno scoperto, e l’uomo è stato denunciato alla Procura di Napoli per violazione della normativa sulla tutela delle cose di interesse artistico e storico. Alcune delle anfore rinvenute erano state «riparate» con della normale colla per argilla, eventualità che fa presumere che alcune di esse fossero pronte per essere vendute a collezionisti privati appassionati di archeologia.
Francesco Parrella
20 ottobre 2010
(ultima modifica: 21 ottobre 2010)




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La Nba mette al bando le scarpe magiche che fanno saltare di più

Corriere della sera


MILANO - Al canestro non arrivavano proprio, così si sono inventati gli scarpini alati, come quelli dei fumetti. I gemelli Adam e Ryan Goldston, 23 anni, messa via l'idea di schiacciare a due mani - a quota 1,80 nel basket puoi fare a malapena il playmaker - hanno deciso di diventare imprenditori, un po' artigiani e un po' scienziati, confezionando le Concept 1, scarpe «magiche» grazie al brevetto «load 'n launch», carica e lancia.
Il segreto è nel tallone: «Abbiamo inserito una specie di piattaforma di lancio - spiega Ryan - che riceve l'energia prodotta dal giocatore e aumenta la spinta del salto grazie a un complesso sistema di propulsione a molla». In poche parole, «regalano» 8-9 centimetri di stacco e la Nba le ha vietate, giudicandole «dopanti». La più importante lega di pallacanestro americana, in vista dell'imminente avvio della regular season (il 26 ottobre), ha diffuso una nota perentoria: «I giocatori non possono utilizzare in partita nessuna scarpa che crei un indebito vantaggio competitivo».


Le Concept 1
Le Concept 1
Saranno quindi rispedite al mittente
tutte le richieste già piovute sull'azienda californiana, l'Athletic Propulsion Lab: un terzo di tutti gli atleti della Nba avevano prenotato almeno un paio di Concept 1, costo 300 dollari. «Non ci sorprende questa decisione - ha commentato Adam - anche perché il sistema consente non solo di saltare più in alto ma anche di risparmiare energie. I giocatori potrebbero quindi migliorare le prestazioni nel terzo e nel quarto periodo delle partite, quando normalmente la fatica si fa sentire».
L'elenco degli «interessati» alle scarpe-catapulta non è stato divulgato perché quasi tutti gli atleti in questione hanno firmato contratti con altri sponsor tecnici. I fratellini Goldston gongolano nonostante il divieto. Per loro è scattata un'imponente, e gratuita, pubblicità planetaria. «Abbiamo capito che per la Nba il problema principale non è tecnico ma economico perché gli atleti perderebbero i contratti. Ma se dovessero spendere i loro soldi quali scarpe preferirebbero?». Così, se l'ordine per i fuoriclasse statunitensi rischia di saltare, altre centinaia di migliaia di richieste stanno convergendo da tutto il mondo sul sito di Los Angeles: 300 dollari, in versione nero o bianco, per provare l'ebbrezza di volare a canestro senza essere Kobe Bryant.
Federico Pistone
21 ottobre 2010



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Anche Grillo scarica Santoro

Il Tempo


Per il comico il conduttore di Annozero "è morto come la televisione". Sui grandi comunicatori: "Nessuno gli vieta di usare internet". Garimberti su Vieni via con me: "Sarò garante della vostra libertà".


Beppe Grillo


Santoro, Fazio, Saviano, Benigni, Masi, Annozero, Vieni via con me... Ancora stiamo qui a parlare di televisione? Che retrogradi, che antiquati e nostalgici vintage da quattro soldi siamo. «La televisione è morta da un pezzo», parola di Beppe Grillo. Il comico genovese non deve aver gradito le querelle nate in Rai negli ultimi tempi e ha reagito a suo modo: «Le discussioni sui programmi televisivi, le parcelle da pagare o le ospitate gratis, i veti e i controveti, gli attacchi alla democrazia e la libertà di parola di questi giorni mi sembrano l'accanimento su un cadavere» sentenzia sul suo blog. Difendere la libertà di informazione? Condannare la censura di "mamma Rai" (se mai ne esistesse una)? Schierarsi al fianco dei vari «epurati» dal terribile Masi? Grillo non ci pensa nemmeno. Lui va avanti da solo.

«Nessuno vieta al grande artista - scrive - al profondo comunicatore, all'intrattenitore colto di rischiare in proprio, o cercare un finanziatore, per diffondere le sue verità democratiche, o meno, in Rete. Apra un account su YouTube, si filmi e chi vuole lo guarderà. Avrebbe la libertà di dire ciò che vuole e un probabile introito, forse piccolo, forse grande, ed essere indipendente da consigli di amministrazione, direttori, politici». La strada giusta, l'unica possibile, come al solito, è la sua. Gli altri sono tutti «morti». E pensare che Paolo Garimberti era tornato a fare l'editorialista di Repubblica pur di difendere il «pluralismo» in occasione della tormantata vicenda del programma Vieni via con me. Scavalcando il direttore generale Mauro Masi - cui, come è scritto nello statuto dell'azienda, è demandata direttamente la gestione operativa del servizio pubblico - il direttore della Rai ha inviato al quotidiano di Ezio Mauro una lunga lettera indirizzata a Roberto Saviano. «Caro Saviano, Le dico subito come la penso: io sulla libertà non tratto», esordisce. «Di questa libertà - sottolinea - mi faccio garante e per questo confido che, superati i problemi, Lei e Fabio Fazio saprete liberamente confezionare un programma di qualità, rispettoso dei principi cardine del Servizio Pubblico che sono, tra gli altri, imparzialità, pluralismo e rispetto della persona».

Il segnale forte da "mamma Rai" che Saviano attendeva per andare in onda, senza il quale avrebbe fatto saltare il programma, insomma, è arrivato. Nessuno - anche se c'è da chiedersi chi lo aveva fatto, dal momento che è stata la Rai a contattare lo scrittore per Vieni via con me e sarà la Endemol (società di produzione di proprietà di Silvio Berlusconi) a pagare il suo e gli altri stipendi - gli metterà i bastoni tra le ruote. Parola di Garimberti: «Quanto alle sue osservazioni sui problemi avuti e agli ostacoli incontrati spero, e non può essere altrimenti, che siano solo lo specchio di una tendenza al ritardo che, lo dico senza mezzi termini, non mi piace per niente», scrive il presidente Rai, e aggiunge: «Di questa tendenza al ritardo ho già parlato in Cda perché finisce per generare polemiche a lettura politica che ci fanno finire sui giornali e danneggiano l'immagine della Rai. Quando non rischia addirittura di incidere economicamente». Da parte sua, Masi decide di non replicare: «Nessun commento. Non vale la pena». Su Vieni via con me «non c'è alcun ritardo né tantomeno alcuna censura preventiva - ha assicurato durante il consiglio di amministrazione - Chi parla dell'uno e dell'altra dimostra grande superficialità o perché non conosce nel dettaglio i fatti o, sicuramente in buona fede, si fa fuorviare da chi persegue interessi estranei alla trasmissione e alla Rai», ha aggiunto. Più complicata la vicenda Annozero: la sanzione della Rai nei confronti di Michele Santoro «è erogata ma rimane sospesa con efficacia rinviata all'esito del giudizio», ha chiarito il Dg Rai.

Se però dovessero esserci altri «episodi valutati rilevanti ai fini disciplinari» che coinvolgano il conduttore - ha spiegato Masi - questi potrebbero essere connessi alla sanzione. E dal momento che la puntata di stasera si intitola «Il sasso in bocca» e vanta tra gli ospiti proprio Saviano, il rischio che Santoro veda aggravarsi la sua posizione è dietro l'angolo. Tanto che il suo legale, Domenico D'Amati, ha subito contrattaccato: «La dichiarazione del direttore generale ha un sapore vagamente intimidatorio ed è oltretutto priva di fondamento dal momento che la sospensione opera a tutti gli effetti». Della serie se la tv è morta, i duellanti che la popolano stanno benissimo. Da viale Mazzini arriva poi la notizia che salterà anche un programma di Raffaella Carrà e Sergio Japino. Ma questo, onde evitare ulteriori - e troppo facili - «sparate», non ditelo a Grillo.



Nadia Pietrafitta
21/10/2010




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L'Eur si arrende alle doppie file

Il Tempo


Nelle mani degli abusivi. Ecco il volto "no" di un quartiere modello. E i residenti di nuovo sulle barricate contro la prostituzione.


Parcheggiatori abusivi all'Eur


Macchine in doppia fila, alle fermate dell'autobus, nelle aree riservate ai motorini. Anche sopra ai marciapiedi, in curva, sotto ai «divieto di sosta» e sulle strisce pedonali. All'Eur la sosta selvaggia è diventata ormai all'ordine del giorno. Soprattutto la mattina. Troppi gli uffici rispetto ai posti per le auto. Ed ecco allora che chi non trova parcheggio preferisce «buttare» la macchina un po' dove capita, piuttosto che allontanarsi qualche centinaio di metri e trovare un posto regolare. Le strade dove regna maggiormente il caos sono viale Europa, viale Beethoven, viale Pasteur, il Quadrato della Concordia, viale della Civiltà del Lavoro e viale dell'Agricoltura. La storia è sempre la stessa. Numerosi i veicoli, anche camioncini di scarico merci, lasciati in doppia fila, persino a spina di pesce. Spesso le auto occupano anche i parcheggi riservati ai ciclomotori, le fermate dell'autobus e le strisce pedonali. Tra il Palazzo della Civiltà italiana e il Palazzo dei Congressi ogni angolo è buono per lasciare la macchina. Ce ne sono persino agli incroci e sopra ai marciapiedi. Anche chi dovrebbe rispettare il codice della strada, dando il buon esempio, viola le norme.

Un'auto dei vigili urbani ieri mattina si trovava in doppia fila su viale Beethoven, all'altezza di viale Asia. Gli agenti l'avevano lasciata lì mentre erano intenti a fare multe proprio a chi sostava selvaggiamente. Un'altra della polizia era invece parcheggiata all'angolo tra viale Europa e viale Pasteur. Di fronte al 19° dipartimento del Comune di Roma, al Quadrato della Concordia, c'era poi una vettura in doppia fila che sul cruscotto riportava la scritta «sosta autorizzata». Da chi? Proprio dall'Amministrazione capitolina. All'Eur non mancano neppure i parcheggiatori abusivi. Ieri mattina ce n'erano ben quattro (una donna italiana e tre uomini stranieri) a presidiare l'area intorno al Colosseo quadrato. A risentire del problema sono soprattutto i lavoratori che ogni mattina sono costretti a dare anche due euro per non incorrere in problemi. Per i residenti dell'Eur, invece, le emergenze sono altre. Al primo posto c'è la prostituzione. Appena un mese fa è stata organizzata una fiaccolata per contrastare questo «fenomeno dilagante» che, non solo di notte ma anche di giorno, riguarda strade come viale Tupini, viale Egeo, viale della Tecnica, viale dei Primati sportivi, viale del Ciclismo, viale dell'Umanesimo e viale Romolo Murri.

«Evito di far scendere mia moglie sotto casa ad aspettarmi, per paura che una macchina le si possa avvicinare, scambiandola per una lucciola» racconta Andrea De Bernardinis, esponente del Consiglio di quartiere Eur. «Molti residenti hanno paura. La gente è ormai esasperata da questa situazione» aggiunge Jocelyne Amato, presidente del Comitato di quartiere Eur. Alcuni cittadini si sono anche detti pronti a ronde anti-prostituzione, una proposta del consigliere provinciale del Pdl Marco Scotto Lavina. «Se il fenomeno non dovesse fermarsi, andremo in giro per le vie del quartiere a bordo delle nostre auto con fischietti e campanelli per dare fastidio ai clienti» ha spiegato. Oltre alla prostituzione, sono molti i residenti che risentono dello stato di abbandono del quartiere. Uno dei problemi più sentiti sono le scritte e i volantini sui muri. Lo scorso maggio il Comitato di quartiere Eur ha organizzato una giornata di pulizia che ha visto all'opera volontari sia residenti che cittadini di altre zone, supportati dal personale dell'Ama. «Stiamo organizzando un'altra iniziativa simile, sempre con il sostegno del Comune - ha spiegato Jocelyne Amato - Sono troppi gli edifici e i monumenti deturpati». Ma il problema del degrado è sentito anche nei pressi delle due fermate delle metropolitane dell'Eur. All'uscita di Fermi e Palasport, oltre ai graffiti sui muri, ci sono per terra cumuli di cicche di sigaretta, cartacce e rifiuti vari.

Giulia Bianconi
21/10/2010




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Italiano morto in Francia: niente segni di violenza

di Redazione



L'autopsia eseguita sul corpo di Daniele Franceschi, il 36enne morto nel carcere di Grasse in circostanze ancora da chiarire, esclude che vi siano state violenze. Restano da analizzare alcuni organi che la Francia non ha fatto arrivare in Italia

 
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Lucca - Il mistero non è ancora chiarito. "Sul corpo di Daniele Franceschi non sembrerebbero esserci segni di violenza". Lo ha detto il professor Lorenzo Varetto al termine dell’autopsia eseguita all’ospedale Versilia sul corpo dell’operaio viareggino di 36 anni morto in circostanze ancora tutte da chiarire il 25 agosto scorso nel carcere francese di Grasse. Nei giorni scorsi la mamma di Franceschi aveva scritto una lettera alla premiere dame francese, Carla Bruni, chiedendole un intervento affinché sia ricercata la verità sulla morte del figlio. Verità per stabilire la quale anche il ministro degli Esteri italiano ha promesso il massimo impegno. Intanto si apprende che il medico legale torinese, nominato dalla famiglia, conferma la frattura al naso "ma - aggiunge - di questa eravamo già a conoscenza" in base alla documentazione arrivata nei giorni scorsi dalla Francia.
Restano dubbi da chiarire Varetto invita però a non trarre conclusioni affrettate circa le cause possibili della morte del giovane. "Al momento abbiamo potuto analizzare quanto ci è tornato indietro dalla Francia. Manca, ad esempio, il cuore. E per stabilire se davvero Daniele Franceschi è morto di infarto sarebbe necessario poter ispezionare quell’organo".




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Soffre di mal d'orecchio per 33 anni Aveva un dente nel canale uditivo

Corriere della sera


Un ex minatore inglese: «Nessuno capiva le cause del mio dolore, finché ho deciso di fare un ultimo tentativo»

potrebbe essere successo dopo una caduta da bambino


Stephen Hirst (dal 'Daily Mail')
Stephen Hirst (dal "Daily Mail")
MILANO - Trentatre anni con infezioni e dolori lancinanti a un orecchio, il destro, fino a una diagnosi che ha dell'incredibile: un dente da latte incastrato nel canale uditivo, che lo ha in parte danneggiato. «Sono stato afflitto dal mal d'orecchio da quando avevo 14 anni - ha detto Stephen Hirst, ex minatore inglese di 47 anni -. Il dolore non se ne andava e non riuscivo a concentrarmi. Nessuno riusciva a capire le cause del mio dolore, finché un giorno ho deciso di fare un ultimo tentativo e ho prenotato un appuntamento presso l'ospedale Royal Hallamshire a Sheffield». Dopo tanti anni i medici hanno trovato un dentino da latte incastrato nell'orecchio, ma non sono riusciti a capire come ci sia finito. Hirst, che ha due figli, ha lasciato il lavoro di minatore 15 anni fa per le sue condizioni di salute: «Faccio fatica a sentire dall'orecchio destro - ha spiegato l'uomo al Daily Mail -, il timpano si è distrutto».

CADUTA DA BAMBINO - Potrebbe essere sarebbe stata una caduta da bambino a far incastrare il dente nel canale uditivo: «In effetti una volta ebbi una brutta caduta a scuola, quando scivolai tra due banchi urtando a terra proprio la parte destra del volto». Il mal d'orecchio, che ha tolto all'uomo parte dell'udito, è iniziato quando Hirst era teenager. «Non riuscivo a concentrarmi - racconta -, a condurre una vita normale. Nessuno, tuttavia, riusciva a capirne le cause. Ho perso il conto del numero di visite alle quali mi sono sottoposto. Non so perché, ma nessuno è riuscito mai a scovare la presenza di questo dente da latte nel canale uditivo. Perché il dente non sia stato visto tanti anni fa non lo saprò mai, sono solo grato al personale ospedaliero. Meglio tardi che mai». (Fonte: Adnkronos)


21 ottobre 2010



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Dichiarata morta, «risuscita» dopo 14 ore

Corriere della sera


«Ho fatto una bella dormita» ha detto la 60enne Lydia risvegliandosi

il personale aveva già chiesto alla famiglia il permesso di spegnere le macchine


Lydia Paillard
Lydia Paillard
MILANO - «Mi sento molto meglio. Ho dormito molto bene». Sono state queste le prime parole di Lydia Paillard, dopo un sonno lungo 14 ore. Fin qui nulla di strano, se non fosse che la 60enne, ricoverata in un ospedale di Bordeaux, in quel lasso di tempo era stata dichiarata clinicamente morta e i medici che l'hanno in cura avevano giù chiesto ai familiari il permesso di staccare la spina.

LA STORIA - La Paillard era entrata in una clinica di Bordeaux per una seduta di chemioterapia quando all'improvviso è svenuta è non ha più dato segni di vita. Poco prima aveva assunto pillole e il personale le aveva inserito una flebo nel braccio con un medicinale per prevenire il vomito. Un medico ha descritto la scena del risveglio della donna. «Siamo stati al suo capezzale quando all'improvviso ha aperto gli occhi, si è seduta sul letto e ha detto: Mi sento molto meglio. Ho dormito molto bene». Uno dei due figli della donna, Serge Paillard, ha aggiunto che in ospedale il personale aveva chiesto alla famiglia il permesso di spegnere le macchine che tenevano in vita la madre. «È stata una richiesta terribile quella che hanno fatto i medici - ha spiegato -. Naturalmente siamo contenti che mia madre sia viva ma abbiamo bisogno di una spiegazione dettagliata di come questo sia potuto accadere». La signora Paillard ha dichiarato che ricorda che si è sentita poco bene dopo aver ricevuto l'iniezione per prevenire il vomito. Il dottor Yves Noel, direttore  del policlinico di Bordeaux, ha riferito dal canto suo che la paziente potrebbe aver avuto un attacco epilettico che ha provocato un quadro clinico molto simile a quello di un decesso. «I nostri medici più esperti l'hanno esaminata attentamente e tutti l'avevano dichiarata clinicamente morta. Si tratta di un evento estremamente raro». (Fonte Adnkronos)


21 ottobre 2010



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Le torture dei soldati indonesiani agli indigeni della Papua

Corriere della sera

Le immagini diffuse da Survival International mostrano le violenze ai danni delle popolazioni indigene


Un coltello tento premuto sulla fronte, poi passato sotto al naso. L'indigeno che si vede sfiorato dalla lama è legato mani e piedi, a terra. Negli occhi solo paura. Sono immagini che in Papua Nuova Guinea si ripetono da oltre 40 anni ma questa è una delle rare occasioni in cui arrivano in Occidente. Ne è venuta in possesso Survival International, associazione che difende le culture indigene nel mondo, e le ha diffuse. Il video intero dura oltre 10 minuti. In un'altra sequenza si vede un altro indigeno, più anziano del primo, spogliato e con una busta di plastica schiacciata sulla faccia. Urla e si dimena a causa di un tizzone premuto sui genitali. Tutti i popoli tribali del Papua Occidentale stanno subendo questi trattamenti dall'inizio dell’occupazione indonesiana, avvenuta nel 1963. I soldati considerano gli indigeni poco più che animali e le loro azioni sono improntate a un razzismo feroce e spinte dal desiderio di liberare per sempre queste aree dalla presenza di chi ci vive da sempre. Una lenta e inesorabile esecuzione di massa, lontana da occhi indiscreti: l'intera area è controllata dalle forze militari che impediscono ai giornalisti e agli attivisti delle organizzazioni umanitarie di entrare nella regione.


I MOTIVI DELLA PERSECUZIONE - Le enormi risorse naturali del Papua Occidentale vengono sfruttate intensamente dal governo indonesiano e dalle multinazionali straniere, che ne traggono grandi profitti a discapito dei popoli tribali, che con la loro presenza e le loro culture, rappresentano solo un impiccio. Quando le compagnie internazionali sbarcano a Papua, l’esercito indonesiano le scorta per proteggere "progetti di importanza vitale": la presenza dell’esercito è sempre accompagnata da violazioni dei diritti umani. I più perseguitati sono coloro che tentano di protestare contro il governo indonesiano, contro l’esercito o questi progetti. Omicidi, sequestri di persona e torture sono all'ordine del giorno. Nelle aree dove la presenza dei militari è più massiccia, centinaia di persone muoiono di fame o malattia perché hanno troppa paura per uscire dai loro nascondigli. Nella terra del popolo degli Amungme, per esempio, sorge la Grasberg, la più grande miniera di rame e oro del mondo, di cui la Freeport è la proprietaria di maggioranza. Dopo anni di campagne da parte di Survival e altre organizzazioni umanitarie, la Banca Mondiale ha finalmente smesso di finanziare alcuni dei progetti di integrazione più brutali concepiti dal governo indonesiano. Tuttavia, le abbondanti risorse naturali di Papua continuano a essere sfruttate intensamente sotto la protezione dell’esercito. «Di Amungme mi è rimasto solo il nome. Le montagne, i fiumi, le foreste, ora appartengono tutti al Governo e alla Freeport. Io non ho più nulla» ha detto pochi giorni fa uno degli appartenenti a questa tribù.


UNA STORIA DI SOPRUSI E VIOLENZE - La Nuova Guinea è la seconda isola più grande del mondo. Vanta una grande ricchezza di culture locali e custodisce il 15% delle lingue conosciute sul pianeta. Papua, la metà occidentale dell'isola, è abitata da più di 2 milioni di persone. I suoi popoli indigeni sono almeno 312 ma è accertato che ve ne siano anche altri, circa 40, che non hanno mai avuto contatti con l'esterno. Gli Olandesi colonizzarono Papua nel 1714 ma la loro presenza sul territorio fu sempre limitata. Nel 1950, quando cedettero all'Indonesia le colonie orientali, esclusero Papua con l'intento di prepararla all’indipendenza. I Papuasi cominciarono a scegliersi una bandiera e un sistema di governo. Ma l'Indonesia non sembrava disposta a rinunciare al territorio nonostante i suoi abitanti, di origine melanesiana, non avessero con lei nessun legame etnico né geografico. Sottoposti alle pressioni degli Stati Uniti, che erano spaventati dalla prospettiva di un’alleanza dell’Indonesia con l’Unione Sovietica, nel 1962 gli Olandesi accettarono un accordo mediato dall’Onu: avrebbero continuato ad amministrare il paese in attesa di un referendum con il quale i Papuasi avrebbero potuto scegliere fra indipendenza o annessione. Finalmente, nel 1963 ebbe luogo l'"Atto di Libera Scelta". Al voto furono però ammesse solo 1.025 persone che, in pratica con una pistola puntata alla tempia, votarono all'unanimità per l’Indonesia. L'assunto razzista era che i Papuasi fossero troppo "primitivi" per decidere da soli del loro futuro e questo indusse la comunità internazionale a sorvolare sulla manipolazione del voto. «Non posso immaginare che i governi di Stati Uniti, Giappone, Olanda o Australia possano mettere a rischio le loro relazioni con l'Indonesia per una questione di principio che riguarda un numero relativamente piccolo di uomini molto primitivi» dichiarò un diplomatico britannico nel 1968. Il risultato sono stati 40 anni di oppressioni e brutalità che hanno già ucciso migliaia di persone e che, per ferocia e vastità di proporzioni, sono classificati come il peggiore abuso perpetrato oggi contro i popoli tribali del mondo.

Stefano Rodi
20 ottobre 2010(ultima modifica: 21 ottobre 2010)

Veronica ripresenta il conto: 3,5 milioni al mese

di Redazione




La causa di seprazione del Cavaliere. Fallito l'ultimo tentativo di conciliazione, l'ex first lady è tornata alla carica. E in attesa di sviluppi, la Lario vive nella dependance di lusso di un hotel di lusso a Monza



 

Milano - Veronica Lario torna alla carica. E lo fa alla grande. Dopo aver ridimensionato e non poco le aspettative per il suo assegno di mantenimento, la (quasi) ex moglie del premier Silvio Berlusconi ripresenta il conto. Ed è lo stesso - salato - con cui la causa di separazione con addebito nei confronti del marito era iniziata. Su tutto, l’assegno di mantenimento. Qualcosa come tre milioni e mezzo di euro al mese.
Fallito il tentativo di conciliazione tra le parti, nei giorni scorsi la Lario ha presentato al tribunale di Milano una memoria integrativa in vista della prossima udienza, fissata davanti al giudice Gloria Servetti per la metà di dicembre. A cosa serve? Il nuovo atto viene spiegato come un atto dovuto nella procedura civile, proprio davanti all’impossibilità finora dimostrata di trovare un accordo tra le parti. Accordo che ovviamente potrà ancora essere raggiunto, ma la mossa dei legali della first lady mira a tutelare quelle richieste che il presidente del consiglio, tempo fa, aveva giudicato «esorbitanti». Attraverso il suo legale, l’avvocato Maria Cristina Morelli, Veronica Lario aveva chiesto 43 milioni di euro l’anno, poco più di tre milioni e mezzo al mese, come assegno di mantenimento. La controproposta dei legali del premier era arrivata a 7 milioni di euro l’anno, circa 300mila euro al mese, oltre all’attribuzione in usufrutto a vita di Villa Belvedere (la residenza di Macherio dove per vent’anni la seconda moglie del Cavaliere è vissuta con i figli Barbara, Eleonora e Luigi), oltre a una serie di dettagli economici per le spese da sostenere per la villa immersa nel verde della Brianza. Un «piatto», questo, su cui nel maggio scorso i due coniugi sembravano aver trovato la quadra. Perché proprio sui dettagli l’accordo è sfumato.
Il presidente del Consiglio, infatti, li aveva quantificati in un totale che si aggirava intorno al milione e 800mila euro, aggiungendo all’offerta anche la possibilità di utilizzare i suoi aerei privati. Una soluzione ritenuta comunque «incongrua» dalla Lario. E proprio la mancata l’intesa su questo punto ha spinto Veronica, circa un mese fa, a lasciare la villa di Macherio per trasferirsi a l’Hotel de la Ville nel Parco di Monza, albergo di lusso della catena «Small Luxury Hotel». La Lario avrebbe scelto di alloggiare nella dependance dell’albergo. Un edificio di inizio ’900, con cinque camere di lusso, una junior suite e una suite, bagni in marmo, salotto con libreria, camino e piccolo biliardo, sauna, sala gym e un garage sotto il giardino pensile. Insomma, un buen retiro a cinque stelle prima di capire quanti zeri ci saranno nell’assegno che - una volta separati - l’ex marito le dovrà versare ogni mese.




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Undici anni di mobbing sul lavoro Un'unica colpa: tifare centrodestra

di Andrea Acquarone




Il Comune di Alcamo condannato: l’impiegato veniva trasferito di continuo senza essere messo in condizioni di lavorare



 

La vendetta? Un piatto da servire freddo, dicono. A lui gliel’hanno centellinata ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Per ben undici lunghi, interminabili, anni.
Ecco il caso, chissà se il primo, di un mobbizzato «politico». Ed ecco il sistema Gulag servito in salsa italica. Non potendo deportarlo in un campo di «lavoro correttivo», come si faceva nella Russia dei «bei tempi» ante crollo muro, i nostri hanno deciso di trasformare in un inferno il suo posto di lavoro. Insomma se la montagna non va a Maometto... si fa il contrario.
Succede ad Alcamo, cittadina abitata da 45mila anime in provincia di Trapani, Sicilia. Protagonista un dipendente comunale. La sua colpa? Aver sostenuto nella campagna elettorale del 1993 culminata con la vittoria del centrosinistra guidato da Massimo Ferrara (sindaco di Alcamo da allora fino al 2001), il candidato della coalizione di centrodestra, Sebastiano Benenati.
Hanno perso in due, ma chi ci ha rimesso di più è stato Antonino Spinò, oggi sessantaduenne, impiegato-categoria B7- che tradotto significa esecutore amministrativo.
Dall’elezione del nuovo borgomastro cominciano i guai del povero travet finiti poi sul tavolo del giudice del lavoro di Trapani che ha condannato il Comune per mobbing. Per una volta l’Istituzione sconfitta.
Era un giorno del lontano marzo 1994 quando l’allora primo cittadino convocò il combattivo Spinò spiegandogli che doveva trasferirlo. Modi gentili, bonari e disponibili: «Dove vorrebbe andare, ha qualche preferenza?».
Richiesta naturalmente non soddisfatta. Da quel momento un pellegrinaggio tra un ufficio e l’altro, modifiche di mansioni da un mese all’altro, spesso lasciato solo, lo sventurato Spinò, senza incarichi e senza pratiche da sbrigare. Insomma pagato per non far nulla, per languire impotente spesso davanti a computer che doveva spartire con altri colleghi. Niente sedia e tavolo, neppure la certezza di cosa dover fare.
È impressionante la sequela dei trasferimenti di questo pubblico dipendente: marzo 1994 spedito al settore servizi demografici; dicembre dello stesso anno spostato alla sezione notifiche; marzo 1995 destinato al settore «assetto del territorio» e poco dopo piazzato all’ufficio acquedotto «dove-scrive il giudice Cristiano Baldi nella sentenza- in assenza di carichi di lavoro, svolgeva funzioni da commesso».
Finita? Per niente. Due anni più tardi il buon Spinò si ritrova all’ufficio «rilascio concessioni». Stavolta la punizione è diversa: di pratiche da sbrigare gliene assegnano a dismisura ma in realtà senza dargli la possibilità di espletarle. la fortuna non gira dalla sua parte. Il sindaco nel frattempo è cambiato, ma anche quello nuovo, Giacomo Scala, (tra l’altro poi inquisito per altre vicende) sventola bandiera rossa.
Nel 2003 altro trasferimento, stavolta ai «lavori pubblici». L’uffico? Due scrivanie e due pc da disputarsi in sei.
Il Comune di Alcamo si difende: «Non abbiamo messo in atto vessazioni». E ha deciso di presentare ricorso in appello. Dovrebbe risarcire all’impiegato «nemico» 25 mila euro. Oltre a pagare le spese processuali.




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Congedo obbligatorio: due settimane ai padri

Corriere della sera

L'Europarlamento: neomamme a casa per cinque mesi. Costi, scettiche Germania, Francia e Gran Bretagna

Strasburgo - Per entrambi i genitori stipendio al 100% e garanzie di reintegro

STRASBURGO - L'Europarlamento apre per l'Italia la possibilità di non discriminare più gli uomini nella concessione dei congedi parentali. Nell'aula di Strasburgo è stata approvata una proposta legislativa, orientata principalmente a migliorare le condizioni delle lavoratrici incinte, che introduce anche «almeno due settimane» di assenza dal lavoro a paga completa per il padre naturale del neonato anche se l'unione non è formalizzata dal matrimonio. «Già 19 Paesi Ue prevedono varie forme di congedo parentale per il genitore maschio e l'Italia non è tra questi», ha dichiarato al Corriere la relatrice del rapporto, la socialista portoghese Edite Estrela, che si è detta orgogliosa di aver aperto la strada alla cancellazione di questa «discriminazione contro gli uomini».

L'intervento principale dell'Europarlamento, che ha aumentato le settimane minime di congedo di maternità per le madri da 14 a 20, non avrà invece impatto in Italia, dove è già un diritto acquisito. Viene però aumentato al 100% della retribuzione il contributo attualmente limitato all'80% (la copertura totale è stata finora ottenuta solo attraverso gli integrativi aziendali). «Non è accettabile che le famiglie vengano penalizzate per il fatto cha abbiano dei bambini - ha continuato la Estrela -. I figli sono una ricchezza per l'Europa, che ha un problema di diminuzione del tasso di natalità». Gli eurodeputati, pur introducendo delle flessibilità per i Paesi dove esiste un regime di congedo parentale, hanno migliorato il testo rispetto alla proposta della Commissione europea (concedeva solo 18 settimane e solo sei al 100% della retribuzione). Altri interventi puntano a garantire le donne prima e dopo la nascita del bambino nel mantenimento del posto di lavoro e nel recupero completo del ruolo precedentemente occupato.

L'alto numero di emendamenti votati in aula dà l'idea dei contrasti che hanno accompagnato il dibattito politico fino a spaccare al voto i gruppi dei popolari (Ppe) e dei liberali (Alde). Il rapporto finale della Estrela è passato con 390 voti a favore, 192 contrari e 59 astensioni. Gli eurodeputati italiani lo hanno appoggiato compatti in modo trasversale.
Adesso inizia la conciliazione con i governi dei 27 Stati membri. La vicepresidente della Commissione europea, la lussemburghese Viviane Reding, ha giudicato «ambiziosa» la linea dell'Europarlamento. Germania, Francia e Gran Bretagna hanno espresso riserve a causa dell'aumento dei costi per le finanze pubbliche. Ma proprio su questo punto la Estrela si è battuta con fermezza per ottenere consensi anche nel Ppe e nell'Alde, sostenendo che «i governi Ue, dopo aver salvato le banche e le imprese, devono dimostrare la stessa disponibilità verso le famiglie».

La relatrice portoghese ha aggiunto che un adeguato congedo parentale porta vantaggi economici riducendo l'assenteismo e favorendo il mantenimento delle donne nel mondo del lavoro. «Basta un aumento dell'1,4% delle donne nel mercato del lavoro per coprire tutti i costi della nostra proposta di congedo parentale». Alcune resistenze «sommerse» sono emerse anche sulla concessione del congedo parentale ai padri che non hanno regolarizzato l'unione con il matrimonio.

Ivo Caizzi
21 ottobre 2010




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Rai, è scontro totale: Santoro protegge Saviano Gridano al regime, ma sono pagati dal Cavaliere

di Redazione


Dopo le polemiche su Vieni via con me, Santoro invita Saviano ad Annozero. Garimberti: "Io garante della vostra libertà". Ecco i martiri che accusano la Rai di boicottare uno show mentre incassano lauti assegni da Endemol, Mondadori e Medusa. BLOG Dì la tua





Roma - Prima il "vaffa" di Santoro ad Annozero, poi è toccata alla Gabanelli le cui tesi sulla villa di Antigua sono state smentite dalla procura di Milano, quindi è stata la volta del duo Fazio e Saviano in difesa di una trasmissione dai cachet "troppo onerosi" per le casse di viale Mazzini. Insomma, l'aria che si respira in Rai è tutt'altro che serena. E, proprio quando Santoro annuncia che domani sera ospiterà Roberto Saviano ad Annozero, il presidente della Rai Paolo Garimberti assicura subito all'editorialista di Repubblica di farsi "garante della sua libertà".
Garimberti: "Io garante per Saviano" "Io sulla libertà non tratto". Così il presidente della Rai, Paolo Garimberti, risponde all’appello di Roberto Saviano sul futuro del programma Vieni via con me. "Di questa libertà - sottolinea tra l’altro Garimberti - mi faccio garante e per questo confido che, superati i problemi, lei e Fabio Fazio saprete liberamente confezionare un programma di qualità rispettoso dei principi cardine del servizio pubblico che sono, tra gli altri, imparzialità, pluralismo e rispetto della persona".
Il botta e risposta Garimberti-Masi Garimberti auspica che "siano solo lo specchio di una tendenza al ritardo che, lo dico senza mezzi termini, non mi piace per niente". "E' chiaro a tutti, perchè è scritto nella legge e nello statuto Rai, che né il presidente né i consiglieri di amministrazione - afferma ancora Garimberti - possono intervenire direttamente nella gestione operativa dell’azienda che è demandata al direttore generale. Ma di questa tendenza al ritardo, di questo andazzo, ho già parlato in Cda perchè finisce per generare polemiche a lettura politica che ci fanno finire sui giornali e danneggiano l’immagine della Rai. Quando non rischia addirittura di incidere economicamente". Immediata la risposta di Masi: "Nella vicenda Vieni via con me non c’è alcun ritardo ne tantomeno alcuna censura preventiva". "Chi parla dell’uno e dell’altra dimostra grande superficialità o perchè non conosce nel dettaglio i fatti o, sicuramente in buona fede - conclude Masi - si fa fuorviare da chi persegue interessi estranei alla trasmissione e alla Rai".
Saviano nel salotto di Santoro Roberto Saviano sarà ospite domani di Michele Santoro ad Annozero. Lo scritto parteciperà, in collegamento da Berlino, alla puntata intitolata Il sasso in bocca. "Sono i contenuti delle trasmissioni a fare paura. Ma su questi non siamo disposti a trattare. Sono la nostra libertà - dice Saviano citato sul sito di Annozero per la copertina della puntata di domani - ma chi dovrebbe avere paura dei contenuti di questi programmi?". Oltre a Saviano ci saranno il direttore dell'Unità Concita De Gregorio, il direttore di Libero Maurizio Belpietro, il direttore del Tg La7 Enrico Mentana e il giornalista e vicedirettore di RaiDue Gianluigi Paragone.
Masi avverte Santoro Il direttore generale della Rai, Mauro Masi, avverte, tuttavia, che "se ci saranno altri episodi rilevanti in termini disciplinari che coinvolgano Santoro potrebbero essere connessi alla sanzione (ora sospesa fino al termine del giudizio in sede ordinaria, ndr) di dieci giorni di sospensione del conduttore". "In tutto questo periodo la sanzione è erogata ma rimane sospesa con efficacia rinviata all’esito del giudizio - continua Masi - ciò è comunque rilevante in quanto vi si connettono i potenziali effetti nel caso in cui dovessero manifestarsi ulteriori episodi valutati rilevanti ai fini disciplinari". La sanzione comminata a Santoro, dieci giorni di sospensione, è il massimo come provvedimento disciplinare, secondo quanto previsto dallo statuto dei lavoratori. L’ulteriore passo sarebbe il licenziamento.
Zavoli: "Ripensare il servizio pubblico" Di fronte all’intrecciarsi di "casi" che si susseguono ormai quotidianamente, secondo Zavoli, "la perdita di un punto di riferimento forte, istituzionale e aziendale, che tenga in equilibrio la mission di un'azienda privata incaricata di servizio pubblicò rende legittima, e lo dico con il più vivo allarme, la domanda se la Rai, così come sta configurandosi, corrisponda ancora alla sua identità statutaria". Secondo Zavoli, "il problema non è tanto privatizzare, che oggi vorrebbe dire semplicemente lasciare le cose come sono, pressoché 'normalizzate', quanto ripensare la funzione del Servizio pubblico. E' quindi necessario un atto di indirizzo che, facendosi carico di un interesse di carattere generale, rimetta in equilibrio un disordine che va a toccare una grande questione democratica: se la Rai, cioè, debba essere ancora lo strumento che non solo promuova la crescita civile e culturale del Paese, ma si fa mediatore corretto, quindi libero e responsabile, tra i fatti e l’opinione pubblica". 




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Gridano al regime, pagati da Silvio

di Tony Damascelli



Fazio, Saviano e Benigni accusano la Rai di boicottare uno show mentre incassano lauti assegni da Endemol, Mondadori E Medusa. Dalla De Gregorio a Paolo Rossi, chi sono gli intellettuali che prendono soldi dal premier e gli sparano addosso



 

In principio c’era Sant-oro,poi vennero gli altri mar­tiri a pagamento, i messaggeri della libertà del sette e quaranta, i depositari dell’informazione dura e pura, i soli a difendere il Paese dal regime «demo plutocratico» che lo opprime e lo comprime, lentamente, inesorabil­mente. «Vieni via con me» è il leit motiv di una dolce canzone dell’avvocato Paolo Conte ed è iltitolo dell’ulti­ma trasmissione boicottata dalla Rai, la barricata dietro la quale Fazio-Saviano-Benigni, i rivoluzionari del bru­maio italiano, rischiano di non poter agire, parlare, di non potere sventolare la bandiera della libertà, dopo aver ripiegato l’assegno bancario, vogliono spiegare al pubblico che non esiste soltanto il Grande Fratello (in onda su Canale 5 in contem­poranea con lo show censurato su Rai 1) ma anche un Paese fuori dalla Casa, il Paese che rifiuta Ber­lusconi, il popolo che non accet­ta la sua politica, il suo essere, il suo esistere anche.

«Vieni via con me» è prodotto anche da Endemol una cui fetta, almeno per il momento, è di pro­pr­ietà del succitato Cavaliere dit­tatore. Come direbbe Veltroni «ma anche»Il Grande Fratello ha la stessa fabbrica produttrice alle spalle, dunque il conflitto di sha­re, non soltanto di interessi, è pa­­lese, fastidioso, volgare. Il budget di «Vieni via con me» si presta, con la p minuscola, a vari com­menti critici: la Rai avrebbe offer­to a Benigni 250mila euro, 100mi­la in meno di quanto l’Oscar del cinema aveva incassato per la performance al festival di Sanre­mo. Benigni ha fatto sapere, attra­verso il suo Procuratore, con la P maiuscola, di essere disposto e di­sponibile a lavorare gratis, a con­dizione però di avere ampia facol­tà di dire e di fare su qualunque tema. Cosa che avviene, mi sem­bra, dalla fondazione dell’impe­ro televisivo, su qualunque cana­le ma non su qualunque tema, semmai su un tema unico, Berlu­sconi e la sua orchestra però ge­nerosa alla voce Medusa, distri­butore di Pinocchio, film del 2002, del regista attore toscano. Roberto Saviano, altro protagoni­sta d­i questa vicenda sofferta e an­tidemocratica, non si sente sicu­ro, avverte l’aria pesante attorno alla trasmissione, «ci hanno mes­so in condizioni terribili» ha det­to lo scrittore che ha visto aumen­tare, raddoppiare, moltiplicare gli introiti propri e della casa edi­trice Mondadori, anche questa, mannaggia, di proprietà dello stesso Berlusconi di cui sopra.

«Vieni via con me»andrà comun­que in onda, ci saranno Paolo Rossi e Antonio Albanese, altri dissidenti, in manifesta opposi­zione al regime ma, ogni tanto, a braccetto dello stesso, quando è ora di sottoscrivere un contratto e di ritirare il dovuto dal despota e dai suoi gerarchi. Il dilemma eti­co ha sconvolto intelligenze illu­stri, alla voce Mancuso che ha an­nunciato la fuga, ma lo stesso struggente dubbio ha poi ritrova­to la luce, come i minatori cileni, nelle persone di Odifreddi, uno che sa quanto valgono i numeri, quelli di vario tipo, e ancora, in Za­grebelsky Gustavo e le sue opere di legge per Einaudi, tormentato ancora dalla perplessità morale ma non da quella contabile e di pubblicità garantita; ma lo stesso dilemma è stato sconfitto soprat­tutto dalla De Gregorio Concita che per Mondadori ha scritto e di cose profonde. Mi auguro che la casa di Segrate non sia il Malamo­re da cui il titolo di uno dei suoi testi. Si potrebbe aggiungere di Scalfari di cui è manifesto il con­flitto, di idee, non di interessi.  

Nelle ultime ore al corteo si è ag­giunta anche Raffaella Carrà il cui programma, previsto per gen­naio, in cinque puntate, sempre su Rai 1, è rinviato a data da desti­narsi. Il contrattempo ha costret­to il regista e autore Sergio Japino a denunciare che «in Rai non c’è serenità». 

È un momentaccio, i mantenu­ti­di Silvio non sopportano la sud­ditanza, quella psicologica si in­tende, mentre quella contabile garba loro moltissimo; non ce la fanno ad andare avanti tra lacci e lacciuoli, si sono santorizzati tut­ti, padroni del microfono, sciolti dalla rete (Rai), liberi di pensare, ci mancherebbe, di dire e di male­dire, di lanciare appelli, di racco­gliere firme, di sensibilizzare il po­polo cloroformizzato ma, strana­mente, improvvisamente,reatti­vo quando è chiamato all’aduna­ta. 

È il bello della diretta e della re­g­istrata, è il bello dei nostri dissi­denti che altrove, nei cosiddetti regimi democratici dei líder mas­simi e del potere del popolo, fini­scono in galera mentre dalle no­s­tre parti finiscono in prima sera­ta. È la parte gioiosa della dittatu­ra berlus­coniana che serve per ti­rare sino a fine mese, a fine anno e oltre, ma resta maledetta, da battere e da abbattere. La popola­rità e il benessere conquistati per meriti propri e per intuizione al­trui, sono valori prosaici, la televi­sio­ne è malvagia anche se è servi­ta a farsi conoscere, a farsi una fa­miglia, a farsi un conto in banca, il denaro non olet e non dolet, non puzza e non fa male mentre il pagatore è infame. La Rai ci ha messo del suo, più realista del re, vecchia nelle teste dei dirigenti e giovane soltanto nelle gambe del­le ballerine, pronta a complicare storie semplici, a trasformare gli asterischi in scoop, a creare vitti­me, prima, eroi, dopo. 

«Vieni via con me, entra e fatti un bagno caldo,c’è un accappa­toio azzurro, fuori piove un mon­do freddo, it’s Wonderful».Musi­ca e parole di Paolo Conte, l’avvo­cato. Trattasi di una canzone. Fi­no al prossimo otto di novembre.
Poi, prego, presentarsi alla cassa.  




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Di Pietro impreca ma stavolta nessuno si scandalizza

di Emanuela Fontana



Il leader dell’Italia dei valori, ospite di «Agorà» su Raitre, urla davanti alle telecamere: «Cristo!». Uno sproloquio sul servizio pubblico con tanto di parolacce. Ma stavolta nessuno dei benpensanti all’opposizione si scandalizza

 

Un signore con i baffi al­le sue spalle, tra il pubblico, stende appena le labbra e ar­rossisce. Un campione di self control. Davanti a lui Anto­nio Di Pietro ha appena per­so la testa. È il cinquantesimo minuto della trasmissione Agorà ( Rai3) condotta da An­drea Vianello su Lodo Alfano e corruzione e il leader del­l’Idv urla: «Ma non ce l’avete messo all’ordine del giorno­oo! Cristo!». Eccolo qua. Altro che bar sport, briscola tra amici. Qui siamo sul terzo canale pubbli­co, le 10 del mattino, orario di casalinghe, disoccupati e bambini malati.Tonino s’im­bizzarrisce. Un’imprecazio­ne nazionale antimeridiana. La trasmissione va avanti e Di Pietro ne spara altre, ma in­tanto l’agenzia Agi rilancia la frase dell’ex pm su tutti i cir­cuiti di comunicazione. Pas­sa qualche minuto, il condut­tore gli legge la notizia fresca di uscita e lui si scusa: «Chie­do scusa se mi è scappata una parola».
E che parola, «La» pa­rola. Per una cosa simile su Ber­lusconi si scatenò il ciclone politico della condanna. In quel caso si trattò di bestem­mia, ma il contesto era una barzelletta su Rosy Bindi rac­contata ad alcuni militari e catturata da un videofonino. Un contesto privato. Anche dall’Italia dei Valori partiro­no le reprimende furiose: bar­zelletta «indegna», «grave e imbarazzante silenzio dei cat­tolici del centrodestra sulle bestemmie», dichiarava Leo­luca Orlando. A proposito di reticenze, ieri sullo scivolone di Di Pietro il silenzio è stato assordante. E allora: la con­danna va bene, ma con coe­renza. Se si apre un discorso sul linguaggio dei politici, questo non può prescindere dall’archivio della tv di Stato su Antonio Di Pietro. Dal cinquantesimo minuto Tonino non si controlla pro­prio più: «Lo stesso Granata è incazzato!», grida ancora, parlando dello stesso proget­to di legge anti- corruzione co­firmato con il deputato di Fli che gli aveva fatto convocare in diretta Gesù.
Un progetto di legge che po­ne al primo punto «questa re­goletta: la non candidabilità dei condannati». E che non è stato ancora messo a calenda­rio. Il finiano Enzo Raisi lo contesta, gli dice che non è possibile: scena emblemati­ca di come siano improvvisa­m­ente mutati i rapporti tra fu­turisti e Di Pietro dopo l’ap­poggio di Fli allo scudo giudi­ziario per le alte cariche. «Non me l’hanno messa!», sbraita Tonino. Poi: «Si ar­rampicano sugli specchi caz­zo! ». E due, ancora, anzi, e tre.All’ora delle brioche e del­l’aspirapolvere in salotto. Per il resto, il linguaggio si è colorato delle solite tinte estreme: il lodo Alfano? Uno «stupro della democrazia an­che questo!». Gli italiani? «Usati e abusati nel loro vo­to ». Poi tra un c’azzecca e qualche altro urlaccio, l’am­missione, finalmente: «Non parlo bene l’italiano però si capisce». Eccome se si capi­sce.  




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Contro Fini i fan in rivolta: sei un quaquaraquà

di Francesco Cramer


Tanto ha soffiato sul fuoco dell’antiberlusconismo più feroce che alla fine Fini si è bruciato la faccia. Dopo il sì al lodo Alfano i dietrofront degli ex supporter: "Basta, me ne torno da Di Pietro". E i fan accusano il presidente della Camera: "Altro che libertà, siete 'futuro e retroattività'"



 

Roma - Tanto ha soffiato sul fuoco dell’antiberlusconismo più feroce che alla fine Fini si è bruciato la faccia. Sì perché le ultime mosse del suo Fli - via libera in commissione al Senato del lodo Alfano retroattivo e «no» alla richiesta di autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dei Trasporti Pietro Lunardi - hanno scatenato il putiferio tra i suoi supporter. I quali hanno preso d’assalto il web e tolto la pelle ai finiani, nessuno escluso. La valanga di messaggi di «vergogna» non ha escluso nessuno: da Fini a Granata, passando per Bocchino e Filippo Rossi. Per mesi il presidente della Camera ha giocato a fare il neo Che Guevara capace di rovesciare la dittatura berlusconiana? Al primo sentore d’accordo con l’ex amico è partita l’accusa di collaborazionismo. Poi, vai a spiegare che in fondo anche in quel catino d’odio verso il premier che fu Mirabello Fini disse testuale: «Nessuno è contrario al lodo Alfano o al legittimo impedimento...». Tutto inutile. Il popolo finiano, sempre più viola, ha accusato il colpo e ora comincia a sbraitare: tradimento.
Sul sito di «Generazione Italia» si va dal «sono profondamente deluso, vi avrei dato il mio appoggio ma mi rendo conto che siete parte di una commedia» al «stamani alle 7 Bocchino era penoso». Un altro graffia: «Pubblicateli adesso i sondaggi di Crespi...». Mentre un altro smaschera la sua provenienza: «Dopo questa mossa torno da Di Pietro». C’è l’ira funesta di un (ex) simpatizzante: «Per quanto ancora vorrete continuare a sbandierare legalità e giustizia sociale per poi pulirvene il c. quando è ora di prendere decisioni? Fini lei è un qua-qua-ra-quà. Così come Granata (che stimavo) e l’italicoBocchino». E quella più fredda di un (ex) militante: «Questo tentativo di fingersi paladini della giustizia, mentre poi votate leggi vergognose sarà la tomba di questo partito». Uno la butta sull’ironia: «Fin quando Fli non tornerà sui suoi passi, nessuno si offenda se verrà usato l’appellativo “Futuro e Retroattività”. È più consono». Insomma, Fini ormai è ostaggio dell’antiberlusconismo militante.
Anche uno come Granata, comunque, non se la passa bene in queste ore. Sfiga ha voluto, poi, che proprio quando al Senato passava il lodo Alfano sul suo blog campeggiasse lo scritto dal titolo «La cosa giusta». Svolgimento: «Due elementi sono imprescindibili e rappresentano il vero perimetro pubblico e politico della nostra nuova impresa e dello stato nascente della nostra identità: la coerenza e l’esempio. La coerenza nei comportamenti parlamentari su “temi sensibili” come legalità e giustizia: quindi una chiusura netta a qualsiasi ulteriore legge ad personam...». Commenti dei militanti: «E come lo spiega il salvataggio di Lunardi di oggi? Ed essere favorevoli al lodo salvaberlusconi? Tante parole come tutti gli altri, ma siete solo dei paraculi... Se crede veramente in ciò che dice, per mantenere un minimo di dignità, se ne vada». Oppure: «Ma toglietela quella foto di Borsellino, dai... Non bestemmiare contro gli eroi morti». E ancora: «L’apertura di credito aperta nei confronti del Fli è già sepolta. Complimenti. Legalità, cosa giusta, coerenza: ma sapete di cosa parlate o blaterate a vanvera un tanto al chilo?».
L’onorevole, spalle al muro, corre ai ripari con un altro scritto: «Bisogna riconoscere che opinione pubblica e gran parte dei nostri quadri e militanti sono disorientati. Ma se sul lodo la posizione di Fini è sempre stata favorevole... il voto su Lunardi è stato un grave errore politico... Auspico un ritorno degli atti in Aula, per votare compatti a favore dell’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro Lunardi». E poi: «Una cosa è certa: da oggi dovrà discutersi ogni posizione e ogni voto d’aula per evitare che, nella distrazione in buona fede di alcuni, prenda il sopravvento il partito trasversale della conservazione». Ah sì? Ecco come risponde un militante: «La vera ragione della nascita di Fli era la voglia di Fini di comandare, di essere il numero 1, di avere il suo partitino con le sue truppe... Mi spieghi: tra le “distrazioni in buona fede di alcuni” c’è l’adesione di Catone, che per lei è meglio della Sbai, di Cuffaro persona diversa, di mister centomila preferenze, gli appalti alla suocera, Bocchino e Rai Cinema, l’appartamento a Montecarlo. E quante distrazioni, però!».
Ecco: non solo i casi Alfano e Lunardi. Un (ex) simpatizzante mette il dito nella piaga su altri temi sensibili in casa Fli: «Onorevole Granata, nella mia regione, l’Abruzzo, Fini ha da poche ore nominato l’onorevole Giampiero Catone nel ruolo di coordinatore regionale del comitato costituente del Fli. Proprio in questi minuti si stanno dimettendo tutti coloro che si sono spesi in questi ultimi mesi per il nostro movimento e futuro partito. Per favore intervenga al più presto per far tornare il presidente sui suoi passi, dopo l’evidente errore in cui è ingenuamente caduto. Il mio è un grido disperato e non devo certo spiegarle il motivo...».



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