lunedì 25 ottobre 2010

Sputate in faccia ai fascisti" Volantino choc a Bergamo

Il Giorno


Due delle dodici persone apparse sul manifesto sono esponenti di Forza Nuova Bergamo. La replica del  giovane responsabile del partito: "Clima avvelenato da persone che vivono nel passat
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Il manifesto contro Forza Nuova
Il manifesto contro Forza Nuova


Bergamo, 25 ottobre 2010 - Un volantino anonimo appeso sui muri di Borgo Palazzo, con la fotografia di 12 persone e l’invito: “Se li vedi per strada sputagli in faccia”. In calce la scritta “Fuori i fascisti dai quartieri” e il simbolo di un omino stilizzato che getta una svastica in un cestino.

Quella che qualcuno ha già indicato come una vera e propria lista di proscrizione prende di mira gli esponenti della sezione di Bergamo di Forza Nuova, il movimento politico di estrema destra, fondato nel 1997 da Roberto Fiore e presente dal 2008, con proprie sedi, in tutte le regioni d’Italia. Un paio di volti raffigurati nelle foto sono di esponenti conosciuti in città: si tratta di Dario “Astipalio” Macconi, responsabile provinciale di Forza Nuova, e di Nicolò Santini, un giovane simpatizzante.

Le dodici persone sono definite dagli anonimi autori del volantino come “fascisti dichiarati, picchiatori, da sempre contro i diritti delle donne e dei più deboli, omofobi e razzisti, pronti a cavalcare le paure della gente con proclami populisti, proposte sterili e cariche di odio”.

“Azioni simili non sono una novità assoluta ma l’eco remota di un mondo incapace di comprendere ed adattarsi ai cambiamenti in atto nella società, frange minoritarie dell’ultrasinistra pietrificate nel proprio passato - sottolinea Luca Molteni, responsabile giovanile di Forza Nuova Bergamo -. La cosa curiosa è che un terzo dei ritratti appartengono a persone che non conosco o che non fanno parte del nostro ambiente”.

Nel suo comunicato Forza Nuova se la prende anche con il consigliere comunale dei Verdi Pietro Vertova, che il 3 luglio scorso aveva criticato l’iniziativa contro l’omosessualità “Le nozze di Sodoma”, sostenuta dal movimento di estrema destra. “Si dovrebbe chiedere a Vertova se riesce a intuire l’inquietante nesso tra i suoi proclami e le parole contenute nelle liste di proscrizione appese in città”. Immediata la replica di Vertova. “Va da sè che condanno apertamente la modalità politica della lista di proscrizione, che peraltro fanno solo pubblicità a Forza Nuova e ai neofascisti, mettendoli nella posizione di vittime”.




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Buttiglione da choc: Essere gay? Moralmente sbagliato come l'adulterio

Quotidiano.net

Il presidente dell'Udc a Radio2 paragona l'omosessualità all'adulterio, al non pagare le tasse o al non donare soldi ai poveri". E su Vemdola: "Non è lìObama italiano"

Roma, 25 ottobre 2010


"Essere gay è moralmente sbagliato, come lo è l’adulterio, il non pagare le tasse o il non donare soldi ai poveri". Parola di Rocco Buttiglione, ospite in studio della trasmissione di Radio2 ‘Un giorno da pecora'.

 Si parla anche di Nichi Vendola e il presidente dell’Udc dice: "Non ce l’ho con lui perchè è gay. Sul piano politico e sociale sono contro la discriminazione nei confronti dei gay, ma moralmente non sono d’accordo. Penso che l’omosessualità sia oggettivamente sbagliata".

 E lasciamo stare Obama come termine di paragone per il leader Sel: "Non credo che sarà l’Obama italiano - spiega - in politica non devi fare discorsi religiosi nè scaldare il cuore della gente, devi risolvere i problemi». A Vendola, tuttavia, Buttiglione riconosce una forte spiritualità: "Non mi piace come politico ma come uomo sì. È passato accanto ad un uomo di grande spiritualità come monsignor Tonino Bello, si vede che nell’anima gli è rimasto qualcosa"






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Ufo, ex generale turco rivela in tv: «Nel 1983 un incontro ravvicinato»

Il Mattino



ANKARA (25 ottobre) - Un incontro ravvicinato tra otto caccia dell'aeronautica turca e alcuni oggetti volanti non identificati avvenuto nel maggio 1983 nei cieli della Turchia è stato rivelato da un generale in pensione che all'epoca era pilota.

A parlare dell'episodio, durante un acceso dibattito televisivo sul tema degli Ufo, è stato l'ex generale Erdogan Karakus. L'avvistamento, ha ricordato il militare, avvenne mentre insieme con altri sette compagni di squadra stava effettuando un'esercitazione sulla provincia occidentale di Balikesir ed era diretto nella località meridionale di Adana.

«Gli Ufo galleggiavano nell'aria grazie ad una tecnica a noi sconosciuta», ha detto Karakus, quando vennero visti da uno dei piloti. Gli oggetti volanti accompagnarono la squadriglia aerea per circa 15 minuti «ed io avvisai un pilota di non avvicinarsi in quanto quegli oggetti non assomigliavano ad aeroplani», ha detto l'ex generale.

«Intanto uno dei miei amici aveva spento le luci dell'aereo. A questo punto gli Ufo si sono avvicinati al terzo caccia (della fila). Poi si sono spostati in direzione del secondo quando anche il terzo spense le sue luci», ha aggiunto Karakus secondo il quale, quando egli stesso guardò in direzione di un Ufo che volava alla sua sinistra, riuscì a vedere soltanto un raggio di luce gialla. «Dopo di che scomparvero all'improvviso».

Anche le torri di controllo degli aeroporti di Istanbul, Ankara e Konya intercettarono gli Ufo sui propri radar, ha concluso l'ex generale. Sull'incidente i piloti turchi stilarono un rapporto che, secondo Karakus, «probabilmente venne inviato alla Nasa».





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Far west ad Afragola: terrore in strada Conflitto a fuoco banditi-polizia

Il Mattino



NAPOLI (25 ottobre) - Rapina a mano armata in banca e conflitto a fuoco ad Afragola, in provincia di Napoli. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, in cinque, stamattina, hanno sfondato la vetrata blindata del Banco di Napoli con un furgone.

Poi, con il volto coperto da passamontagna, sono entrati dentro armati di fucile a pompa, kalashnikov, una piccola mitragliatrice. Pensavano di trovare una grande quantità di soldi, ma il bottino è stato solo di 10mila euro.

GUARDA IL VIDEO

Nella fuga sono stati individuati da una pattuglia della polizia locale ed è iniziato un conflitto a fuoco. Dal commissariato di polizia poco distante, gli agenti hanno sentito gli spari e sono anche loro intervenuti: spari anche contro di loro. Nel conflitto non ci sono stati feriti ma i malviventi sono riusciti a fuggire.





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Prato: italiani categoria protetta nelle aziende cinesi

Corriere della sera

Una norma che renda obbligatoria l’assunzione di lavoratori nazionali nelle imprese di Pechino

La proposta del sindacato Ugl. Il sindaco: «Non si può fare, ma il problema c'è»



PRATO - La proposta è stata come un elettroshock, almeno per la comunità cinese a Prato, la più numerosa d’Italia. «Voglio chiedere al sindaco Cenni di pensare a una norma che renda obbligatoria l’assunzione di una percentuale di lavoratori italiani nelle imprese cinesi», dice Monica Castro, 35 anni, delegata Ugl del distretto e responsabile della nuova sede del sindacato a Prato.

RECIPROCO - Non è una provocazione. Anche perché, come dice la stessa sindacalista, in Cina c’è una legge simile che obbliga gli imprenditori ad assumere almeno il 30% di dipendenti cinesi. «Dunque non si capisce», continua Monica Castro, «per quale motivo non si debba pensare anche noi italiani a una soluzione simile, che servirebbe non solo ad abbattere la disoccupazione, ma anche all’integrazione. Troppo spesso, infatti, la comunità cinese a Prato è chiusa, ripiegata su se stessa, con tutti i problemi che la cosa comporta. Parliamo tanto di integrazione, ma per farla diventare realtà bisogna farla partire dal basso e dal mondo del lavoro».

SINDACO - La risposta del sindaco, Roberto Cenni (Pdl), imprenditore e creatore del marchio Sasch, non si è fatta attendere. «Noi non siamo la Cina», risponde. «Siamo un Paese liberale e vogliamo continuare a esserlo. Ed è per questo è difficile approvare norme che non sono uguali per tutti. Però stiamo lavorando al problema. Ho consegnato al ministro Sacconi un documento per facilitare le assunzioni nelle aziende italiane di extracomunitari e nelle imprese extracomunitarie di italiani con minori contributi all’ingresso. Non ci sarebbe un disequilibrio e si favorirebbe l’integrazione. Anche perché, purtroppo, molte aziende cinesi calpestano i diritti dei lavoratori».

INTEGRAZIONE LONTANA - L’Ugl però insiste. «Probabilmente da solo il Comune non può approvare la norma», spiega Castro, «però si potrebbero fare pressioni su Regioni e governo. Ci sarebbero vantaggi anche per lo Stato, perché diminuirebbe l’incidenza degli ammortizzatori sociali e sarebbe più facile fare controlli. E noi sindacalisti avremmo la possibilità di tutelare meglio i lavoratori, italiani ed extracomunitari». Ufficialmente i cinesi a Prato sono 15 mila, ma si ritiene che gli immigrati non regolari siano almeno il doppio. In città, nella zona di via Pistoiese poco lontano del centro, si è creato una città nella città, una Chinatown dove non si parla italiano e l’integrazione resta un sogno.

Marco Gasperetti
25 ottobre 2010



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L'Imperatore abbattuto dai bracconieri Ucciso il cervo vanto della Gran Bretagna

Corriere della sera


Era il più grande esemplare di animale selvatico vivente nel Regno Unito. Indignazione tra la gente, dibattiti in tv


LONDRA - Lo chiamavano l'Imperatore di Exmoor ed era il cervo rosso più grande della Gran Bretagna. Anzi, era in assoluto l'esemplare più grande di animale selvatico vivente nelle isole britanniche. È stato però abbattuto a colpi di fucile, non lontano da una strada piuttosto trafficata, quella che collega Tiverton a Barnstaple, nel sudovest del Paese, non lontano dal parco nazionale di Exmoor. A sparare è stato con tutta probabilità un bracconiere in cerca di trofeo. Ora, quella della sua morte è una delle notizie più lette sui media online britannici. E nel Paese si è aperto un dibattito che si sta allargando alle principali trasmisisoni radio e tv.

TROFEO AMBITO - «Emperor» è stato colpito nella stagione degli amori, quando invece avrebbe dovuto essere ulteriormente protetto. E questo rende ancora più grave l'accaduto. Il cervo pesava circa 300 libbre, ovvero 136 kg, ed era alto più di due metri e mezzo. Aveva circa 12 anni. «Ci sono persone disposte a spendere somme assurde per avere un trofeo sul loro muro, fino a mille sterline», spiega Peter Donnelly, esperto di cervi di Exmoor.

DIETA RICCA - I cervi rossi sono gli animali più grandi della Gran Bretagna e quelli di Exmoor sono anche più imponenti di quelli scozzesi, a causa della loro dieta più ricca. All'inizio di ottobre il fotografo naturalista Richard Austin, a cui si deve il nome di Imperatore, lo aveva ritratto con una serie di scatti, ma aveva tenuto segreto il luogo per non segnalarlo ai bracconieri. Una precauzione che purtroppo non è stata sufficiente.

Redazione online
25 ottobre 2010



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Morti bianche, un albanese vale meno di un italiano

Quotidianonet


Sentenza choc del Tribunale di Torino. Ai genitori del lavoratore straniero assegnato un risarcimento inferiore perché l'Albania è "area ad economia depressa", altrimenti otterrebero "un ingiustificato arricchimento"


Roma, 25 ottobre 2010 - La morte sul lavoro di un operaio albanese vale meno di quella di un italiano. Lo ha stabilito una sentenza choc e destinata a far discutere del Tribunale di Torino, riportata oggi da Repubblica.

Dopo aver addebitato allo straniero deceduto il 20% di concorso di colpa nella sua morte, infatti, un giudice civile del capoluogo piemontese ha riconosciuto a ciascun genitore dell'uomo un risarcimento di 32mila euro, perché altrimenti i congiunti otterrebero "un ingiustificato arricchimento" essendo l'Albania "area ad economia depressa". Tutto questo sulla base di una sentenza di dieci anni fa della Cassazione.

Diverso sarebbe stato se l'operaio morto fosse stato italiano perché sarebbero state applicate le nuove tabelle presso il Tribunale di Torino dal giugno 2009 in base alle quali a ogno congiunto sarebbero stati riconosciute somme fino a dieci superiori (fra 150mila e 300mila euro).





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La perizia: sul corpo di Elisa Claps fu fatta violenza anche dopo la morte

Corriere della sera


I risultati dell'indagine della paleontologa Sacchi: tagliati i vestiti, il killer continuò ad agire sul cadavere


MILANO - Chi uccise Elisa Claps, la ragazza sedicenne assassinata a Potenza il 12 settembre del 1993 e il cui cadavere è stato ritrovato solo il 17 marzo di quest'anno nella chiesa della Trinità nel capoluogo lucano, si accanì sul suo corpo dopo la morte: lo sostiene la paleontologa Eva Sacchi, nella perizia depositata nei giorni scorsi alla Procura di Salerno, nell'ambito del primo incidente probatorio sul caso dell'omicidio della ragazza di Potenza, un documento di cui l'Ansa ha potuto prendere visione. «Il taglio di tutti i vestiti e lo spostamento di alcuni di questi - scrive il perito - (operazioni svolte probabilmente anche rivoltando il corpo) necessitano che l'aggressore abbia continuato ad agire sul corpo stesso per un tempo relativamente lungo dopo la morte, o comunque dopo che la vittima non era più in grado di opporre qualsiasi resistenza».

TAGLIATI TUTTI I VESTITI - «Tutti gli indumenti ad eccezione delle spalline furono tagliati con una forbice» si legge ancora nella perizia. «Tali soluzioni di continuità sono state verosimilmente realizzate con l'intento di accedere al corpo della vittima dopo la morte», spiega il perito. La Sacchi fornisce poi una dettagliata descrizione dei diversi tagli riscontrati sugli abiti di Elisa: «Il reggiseno è stato tagliato lungo la porzione mediana che divide le due coppe, dal basso verso l'alto - scrive -. Lo slip è stato tagliato verticalmente lungo il fianco destro. Il top è stato tagliato verticalmente dal fianco sinistro fino alla zona del decoltè, o viceversa. Il pantalone è stato tagliato dal bordo inferiore della gamba destra , fino all'interno della tasca destra, arrivando quasi all'altezza dei passanti. Il pantalone è stato poi tagliato dall'alto verso il basso, posteriormente, a partire dal margine superiore fino a dietro la coscia destra. Verosimilmente quest'ultimo taglio è avvenuto per secondo». L'assassino si accanì con almeno due armi, una forbice e una lama, sul corpo della Claps. «Sulla scena del crimine erano presenti almeno due tipologie differenti di armi: una forbice e una lama - scrive la Sacchi -. L'insieme dei dati ottenuti dall'analisi dei danneggiamenti fanno supporre verosimilmente che la forbice fosse di medie dimensioni e la lama molto tagliente» . «Tutti gli indumenti della porzione del corpo, ad eccezione delle spalline - aggiunge - hanno subito danneggiamenti da lama».

LA PERIZIA SUL BOTTONE - Ma la perizia della dottoressa Sacchi si è soffermata anche su uno dei reperti trovati nei pressi del cadavere: il «celebre» bottone rosso. Per la paleontologa il bottone rosso può essere appartenuto all'abito di un cardinale. Il bottone non è invece compatibile con quelli dell'abito talare di Don Mimì Sabia - lo storico parroco di Potenza della chiesa della Trinità deceduto nel 2008 - il giallo rimane aperto però: proprio quell'abito fa supporre, infatti, a chi lo ha analizzato, che i bottoni siano stati sostituiti. «Ammettendo l'appartenenza del bottone a un abito talare, dato il particolare tipo di rosso, rosso ponso - scrive il perito -, ammettendo che il colore, (cosa verosimile data la composizione della fibra), non abbia subito una variazione, il bottone potrebbe essere appartenuto ad un abito cardinalizio». «I bottoni dell'abito talare cardinalizio trovati in un armadio dei locali della chiesa della Santissima Trinità non sono compatibili da un punto di vista strutturale con il bottone trovato nel sottotetto», sottolinea poi il perito, che aveva appunto il compito di analizzare l'abito del parroco, per fugare i dubbi su un eventuale coinvolgimento dell'anziano sacerdote nell'occultamento del cadavere. È a questo punto che però la Sacchi conclude: «Le condizioni dell'abito, usurato e più volte riparato, e l'ottima condizione dei bottoni fanno ritenere possibile che i bottoni siano stati sostituiti».

Redazione online
25 ottobre 2010





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La felicità del Bhutan invidiata nel mondo (ma la paga l'India)

Corriere della sera

 

Il re: voglio solo la gioia dei miei sudditi
E il potente vicino finanzia la spesa pubblica

 

 

THIMPHU (Bhutan) - Tutto è iniziato come per caso. Nel 1974, nel giorno della sua incoronazione, un teenager con la faccia da bambino invitò i suoi sudditi a respingere le convenzioni del resto del mondo. Benché reggesse il Bhutan dalla morte del padre due anni prima, il diciottenne Jigme Singye Wangchuck stava diventando allora il sovrano più giovane al mondo. Nessuno vi prestò molta attenzione. Il sistema di Bretton Woods era appena crollato, lo choc petrolifero infuriava, la passione per la crescita economica stava per scatenare le rivoluzioni di Reagan e Deng Xiaoping.
Ma il luogo in cui il re ragazzino saliva al trono è uno dzong, palazzo metà fortezza e metà convento sull'Himalaya. In un trionfo di sete e monili che altrove sarebbe risultato grottesco, alla destra del re sedeva il lama-capo del buddhismo tantrico bhutanese. Di recente erano state costruite alcune strade per collegare il Paese al resto del mondo e un gruppo di dignitari stranieri assisteva al rito. «Sarò felice se i bhutanesi saranno felici - disse quel giorno il sovrano - Non credo ci sia altro che un re possa desiderare».

Sarebbero passati 35 anni prima che qualcuno fuori di lì se ne accorgesse. E non sono ancora le parole taglienti che il «Re Drago» avrebbe riservato anni dopo a un intervistatore del Financial Times, che lo incalzava sul perché il Pil del Bhutan crescesse meno di quello cinese. «La felicità interna lorda è molto più importante del prodotto interno lordo», replicò il re quella volta. Ma la strada del Bhutan era già segnata. Poco dopo l'incoronazione il quarto re partì per l'India, la grande protettrice del Bhutan; le foto dell'epoca mostrano un ragazzo concentrato e la sua splendida sorella Dechen Wangmo, prima consigliera, seduti ai lati di un'Indira Gandhi non si sa se più annoiata o infastidita. Di recente Dechen Wangmo si è rasa i capelli a zero e ora vive in un convento in un'alta valle deserta ai confini con il Tibet. Anche il Re Drago quattro anni fa si è auto-deposto, scatenando momenti di panico fra i bhutanesi: ha prima rinunciato ai poteri di monarca assoluto (il figlio, suo successore, è un sovrano costituzionale), quindi ha introdotto la democrazia. Senza, sarebbero mancate le condizioni della felicità.

Oggi l'ex re abita isolato in un minuscolo cottage di legno di pino, in una valle così stretta da diventare subito una gola oscurata dalle conifere. Non vede quasi nessuno, non viaggia, passa del tempo leggendo su un iPad qualche novità editoriale americana; non vuol far parlare di sé e Lungtaen Gyatso, un monaco di alto rango che in passato ha lavorato con lui, sospetta che si dedichi soprattutto alla meditazione religiosa. Ma per il Bhutan e la sua idea, è arrivato il momento del riscatto. Dal Giappone al Brasile, dal Canada all'Italia, i delegati del piccolo regno himalayano sono invitati sempre più spesso a spiegare il segreto della Felicità interna lorda. Ora che i subprime sono crollati e la Cina è il primo inquinatore globale, tutti vogliono sapere perché in Bhutan persino i cani di strada sembrino toccati dalla tranquilla soddisfazione che si respira a Thimphu, la capitale. Centinaia di randagi si aggirano sazi, quasi puliti attorno allo dzong seicentesco che incarna insieme l'autorità laica e religiosa. Duecento metri più in là, non un passo oltre, un fumo bianco si alza dal luogo prescelto per il crematorio cittadino.

Il potere buddhista è così: ricorda di continuo a se stesso il carattere transitorio di ogni cosa nel cosmo, incluso il proprio. E non sarà un modello per tutti, ma ora anche in Europa c'è chi cerca le stesse chiavi della felicità, nel timore che il Pil - specie quando declina - non misuri davvero il benessere. Il Bhutan fa enormi sforzi per classificare e perseguire il suo modello. La sanità è gratuita, la scuola (e i libri di testo) anche, l'incidenza dell'Aids e il tasso suicidi o omicidi registrati sono fra i più bassi al mondo. Intanto il governo misura tutto: la prosperità, l'ambiente, il benessere mentale, la cultura e la religiosità, la vita sociale, la armonica divisione del tempo fra il lavoro e il resto. Ogni due anni il 12% della popolazione riempie un questionario di 70 pagine con domande e quiz di ogni tipo: sulle fonti di stress, il sonno perso nell'ultimo mese, il ricorso al medico, all'astrologo o allo sciamano in caso di malattia, alcol bevuto, il karma, la conoscenza dei candidati locali al parlamento, la qualità dell'aria.

«Piccoli come siamo, pur con i nostri problemi, abbiamo qualcosa di adatto per le aspirazioni dell'umanità», dice il ministro dell'Educazione Thakur Powdyel. Il ministro è un uomo minuto, addobbato di drappi fosforescenti e, a differenza dei lama, tipi spicci e robusti, parla come un prete. La sua visione del Bhutan del futuro «è un monaco che legge i testi sacri mentre la sua cena cuoce ai raggi laser». Ma si dà da fare: l'educazione copre il 17% - gli scappa detto - «del Pil» e quando il sondaggio del 2008 ha segnalato un aumento dei livelli di stress, il ministro ha reagito. In tutte le scuole è stata introdotta la meditazione per dare ai giovani uno strumento di autocontrollo e relax. Si socchiudono le palpebre, gli occhi fissi su un punto, la sommità della lingua fra gli incisivi e il palato, la mente concentrata sul respiro. E per cinque minuti in ogni classe del Bhutan si fa silenzio. Poi però si fa lezione tutto il giorno in inglese.

Per volontà dell'ex re, in nome della laicità del governo la nuova costituzione toglie il diritto di voto ai monaci, prevede l'impeachment per la monarchia e il pensionamento obbligatorio del sovrano a 60 anni. Neanche lui può tagliare un albero senza permesso, perché le foreste devono coprire almeno il 60% del Paese. È proibito cacciare, pescare, vendere sacchetti di plastica o tabacco (ma c'è il mercato nero) e per chi traffica gli oggetti d'arte dei templi è previsto l'ergastolo: pena commisurata a un danno inflitto a molte generazioni future. I contadini non possono uccidere le tigri o gli elefanti che devastano i raccolti. Il governo poi li compenserà, ma intanto l'Onu dà da mangiare a circa un bambino su tre.

Tutta questa ricerca di armonia in effetti ha un costo. Lo ha ancora di più per un regno popoloso come una media città italiana, chiuso com'è fra India e Cina, cioè quasi metà del genere umano, superpotenze dalla crescita furibonda e potenzialmente nemiche. Nel 2009 New Delhi ha finanziato il 37% della spesa pubblica di Thimphu e basta che smetta di mandare il sale o il gasolio perché il Paese si blocchi. Basta che riduca un assegno, perché l'obiettivo della felicità si allontani. In cambio del sostegno però l'India schiera i propri soldati al confine nord del Bhutan, lungo i pericolosamente vaghi confini del Tibet. Il premier bhutanese Jigme Thinley esclude una nuova guerra fra India e Cina come quella del '62. Ma cinque anni fa l'esercito di Pechino ha lanciato una profonda incursione in Bhutan occidentale, definendo l'area territorio cinese.

Nell'antico, splendido monastero di Lam Taktshang, arroccato su un crinale a tremila metri in quella zona, il Lama Kado evita per autocontrollo di guardare in faccia gli ospiti. Ma definisce l'isolamento del passato «un'epoca di oscurità» e guarda con favore alla lenta apertura del Bhutan al mondo. In una sala accanto cinque giovani monaci recitano mantra e suonano affacciati sulla vallata. Due dei loro flauti dalla melodia dolce e come soppressa, orlati in rame, sono ricavati da femori umani, a ricordo di come siamo tutti di passaggio e rinasceremo. Ma inutile chiedere di chi fossero gli arti. «Non so, vengono dall'India. Il commercio internazionale si sta sviluppando molto in Bhutan».

Federico Fubini
24 ottobre 2010(ultima modifica: 25 ottobre 2010)

Il decalogo del killer perfetto: «Usa sempre lo spray antistube»

Corriere del Mezzogiorno

Precauzioni da adottare per risultare negativi all’esame dello «stube» e di tecniche utili a depistare le indagini



Un'immagine del film «Gomorra»

Un'immagine del film «Gomorra»


NAPOLI — Un vero e proprio decalogo del killer, con tanto di precauzioni da adottare per risultare negativi all’esame dello «stube», di tecniche utili a depistare le indagini, di cautele da prendere, addirittura, per non venire incolpati di omicidi commessi da altri. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia — ex affiliati del clan Aprea— contenute nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Luigi Giordano su richiesta dei pm Stefania Castaldi e Maria Cristina Ribera, che ha colpito mercoledì scorso 16 persone fra cui tre donne, sono una miniera di informazioni.

Ingannare lo Stube - Il pentito Giuseppe Manco, parlando con i pm in merito all’omicidio di Francesco Celeste commesso il 6 ottobre 2007, ha raccontato: per evitare che coloro che eseguivano gli omicidi risultassero positivi alla prova dello stube, noi del clan Aprea utilizzavamo diversi accorgimenti. In primo luogo, quando era possibile, ovvero nel caso in cui l’esecutore del delittto si sarebbe potuto immediatamente allontanare da Napoli, gli facevamo indossare i guanti di lattice; in altri casi, e soprattutto quando l’omicidio veniva commesso da persone che avevano l’obbligo di dimora e che quindi non potevano andare via dopo aver commesso il delitto, utilizzavamo un prodotto spray— tipo schiuma— che cospargevamo sia sulle braccia che sul viso. Tale sostanza veniva rimossa con una semplice doccia (...) Cospargendosi di questa sostanza si evita il riconoscimento stub, perché funziona da isolante per le parti dove viene spruzzata.

Precauzioni al poligono - I killer del clan, addirittura, per cautelarsi contro eventuali indagini per omicidi commessi nei giorni in cui venivano provate le armi nei poligoni abusivi, utilizzavano la schiuma anche durante le «prove». E’ sempre Manco a spiegare: Usavamo tale schiuma anche quando andavamo a provare le pistole sotto al garage di Villa Aprea, in modo da evitare la possibilità di risultare positivi ad un’eventuale prova stube se per caso fosse stato commesso un omicidio proprio in quella zona.

Tiro a segno nella stalla - I poligoni abusivi erano ricavati nei luoghi più disparati, purché fossero sufficientemente isolati acusticamente e «protetti» da sguardi indiscreti. Talvolta, il clan provvedeva perfino ad insonorizzare i locali con materiali appositi. E’ sempre Giuseppe Manco a riferire: i membri del clan Aprea si esercitavano a sparare anche con armi lunghe e pesanti dietro la stalla ubicata di fronte all’abitazione degli Aprea dove avevamo creato una sorta di tiro al bersaglio. Successivamente ci esercitavamo nella cella frigorifera che esisteva sotto il garage degli Aprea, ove avevamo collocato dei vetri blindati. In epoca successiva provavamo le armi dove capitava; spesso venivano provate (...) sotto i garage di via Mastellone.

Il sicario debole di stomaco - E’ invece il pentito Salvatore Manco a raccontare ai magistrati, sempre parlando dell’omicidio di Francesco Celeste, una storia singolare appresa durante la detenzione in carcere di Ciro Aprea (mandante, oltre allo stesso Ciro, il boss Vincenzo Aprea). Esecutore — ha spiegato il collaboratore di giustizia— fu Vincenzo Capasso con un’altra persona di cui mi riservo di fare il nome perché in questo momento mi sfugge. Ho appreso queste circostanze in carcere da Ciro Aprea. Egli si lamentava del fatto che, per commettere l’omicidio, era stata scelta una persona ‘inidonea’ in quanto Vincenzo Capasso, dopo aver sparato si era sentito male e aveva vomitato; infatti, era il primo omicidio che Capasso commetteva.

Depistare le indagini - Oltre a far indossare ai killer guanti in lattice e a ricoprirli di schiuma «anti-stub» anche in occasione delle prove al poligono, il clan, dopo gli omicidi, adottava tutta un serie di accorgimenti utili a trarre in inganno le forze di polizia e gli stessi inquirenti. Giuseppe Manco, ascoltato dai magistrati ha raccontato: spesso tentavamo di depistare le indagini anche bruciando mezzi rubati e fingendo, pertanto, che gli stessi fossero stati utilizzati durante la commissione di delitti, mentre invece spesso sul posto andavamo con mezzi ‘puliti’. Questi mezzi venivano sistematicamente puliti preventivamente con un panno imbevuto di gasolio per evitare il deposito di eventuali tracce di polvere da sparo.


Stefano Piedimonte
25 ottobre 2010





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Wikileaks: a Nassiriya nessuno sparo dall'ambulanza colpita dagli italiani

Corriere della sera

Un altro file smonta l'ipotesi del suicidio del militare Salvatore Marracino: «E' stato colpito accidentalmente»



I Nuovi documenti smentiscono la versione ufficiale della battaglia


ROMA - Tra i documenti riservati resi noti da Wikileaks ce ne sono due che ribaltano la riocostruzione di ftti drammatici che hanno avuto gli italiani perprotagonisti in Iraq. Non sparavano gli occupanti del mezzo di soccorso iracheno colpito durante la «battaglia dei Lagunari», nell'agosto 2004 sui ponti di Nassiriya, in Iraq, e poi esploso perché raggiunto dai colpi dei soldati italiani: è quanto si legge nella documentazione messa online da Wikileaks. I militari italiani dissero di aver risposto al fuoco proveniente dal veicolo iracheno.

I FATTI - «Alle ore 03.25 un automezzo che transitava sul ponte orientale di Nassiriya non si è fermato al checkpoint italiano e veniva conseguentemente ingaggiato con armi leggere. Quindi si è prodotta una grande esplosione, seguita da una seconda da cui si è valutato che il veicolo avesse dell'esplosivo», si legge in due resoconti americani del 5 agosto 2004 pubblicati da Wikileaks. I fatti risalgono alla notte tra il 5 e il 6 agosto 2004 quando a Nassiriya si verificarono scontri tra i miliziani dell'Esercito del Mahdi e i soldati italiani, posti a difesa dei tre ponti sull'Eufrate. L'episodio è stato al centro di una vicenda giudiziaria complessa. A bordo del veicolo, secondo i testimoni, si trovavano una donna incinta, la madre, la sorella e il marito. La ricostruzione raccontata dai file di Wikileaks coincide sostanzialmente con quanto appurato nel corso dell'inchiesta giudiziaria. I militari hanno sempre raccontato una storia diversa: nessuna ambulanza, hanno sostenuto, ma solo un furgone, privo di insegne o di dispositivi luminosi, con a bordo uomini armati che, a un tratto, sono scesi sparando contro i soldati italiani che, dopo aver seguito le procedure, si sono limitati a rispondere al fuoco. Dai file Wikileaks, incrociati con il rapporto riservato, scritto tre giorni dopo i fatti dal colonnello dei lagunari Emilio Motolese e reso noto nel 2006, emerge che la versione dei soldati italiani si potrebbe riferire a un episodio distinto, verificatosi un'ora dopo, alle 04.25. I soldati «spararono contro un mezzo che non si era fermato al checkpoint». Quindi iniziò - si legge nei file - una battaglia nella quale diversi insorti rimasero uccisi e altri feriti».

MORTE DI MARRACINO: «COLPO ACCIDENTALE, NON SUICIDIO» - Salvatore Marracino, il militare italiano morto nel corso di una esercitazione il 15 marzo 2005 in Iraq, «è stato colpito accidentalmente», si legge nella documentazione pubblicata da Wikileaks. Secondo l'ipotesi più accreditata all'epoca, invece, il 28enne di San Severo (Foggia) si sparò alla fronte con la sua stessa arma, che si era inceppata poco prima.

IN IRAQ COMMISSIONE D'ICNHIESTA - Il premier iracheno, Nuri al-Maliki, ha dato il via libera alla nascita di una commisisone d'inchiesta interministeriale che indaghi sulla veridicità e sui fatti riportati dai documenti pubblicati dal sito "WikiLeaks". Secondo quanto riferisce la tv satellitare Al-Arabiy, a capo della commissione è stato posto il ministro della Giustizia Dar Noureddine, il quale dovrà indagare sui casi di violazione dei diritti umani commessi dalle forze irachene. «Nonostante non crediamo alla verdicità delle informazioni contenute nei documenti di questo sito internet - si legge in una nota del Consiglio per la Sicurezza iracheno - opereremo senza esitazione per scoprire se ci sono stati episodi nei quali sono stati violati i principi costituzionali sia da iracheni che da stranieri».


25 ottobre 2010




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Le immagini incredibili dell'interno del Castel dell'Ovo

Il Mattino


NAPOLI (25 ottobre) - Alberto Angela, nel corso dell'ultima puntata di Passaggio a Nord-Ovest ha mostrato l’interno di uno dei luoghi più affascinati del nostro paese: Castel Dell’Ovo. Questo gioiello dell’archeologia è come un immenso libro di storia lungo 2700 anni, durante i quali ha subito molte trasformazioni, da villa romana a monastero, da luogo di quarantena a fortezza.

Guarda il video sul sito della Rai.




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Iraq, le verità di Wikileaks sugli italiani: Marracino ucciso dal “fuoco amico”

Il Messaggero





ROMA (25 ototbre) - Salvatore Marracino, il militare italiano morto nel corso di una esercitazione il 15 marzo 2005 in Iraq, «è stato colpito accidentalmente», si legge nella documentazione pubblicata da Wikileaks. Secondo l'ipotesi più accreditata all'epoca, invece, il 28enne di San Severo (Foggia) si sparò alla fronte con la sua stessa arma, che si era inceppata poco prima. E' questa una delle ultime "verità" di Wikileaks rese note e questa volta i rapporti parlano dell'attività dei militari italiani in Iraq.

Battaglia dei lagunari: nessuno sparo sugli italiani. Un'altra smentita alle versioni ufficiale sulla cosidetta "battaglia dei lagunari". Non sparavano gli occupanti del mezzo di soccorso iracheno colpito durante la «battaglia dei Lagunari», nell'agosto 2004 sui ponti di Nassiriya, in Iraq, e poi esploso perchè raggiunto dai colpi dei soldati italiani: lo si legge nella documentazione messa online da Wikileaks. I militari italiani dissero di aver risposto al fuoco proveniente dal veicolo iracheno.

«Alle ore 03.25 un automezzo che transitava sul ponte orientale di Nassiriya non si è fermato al checkpoint italiano e veniva conseguentemente ingaggiato con armi leggere. Quindi si è prodotta una grande esplosione, seguita da una seconda da cui si è valutato che il veicolo avesse dell'esplosivo», si legge in due resoconti americani del 5 agosto 2004 pubblicati da Wikileaks. I fatti risalgono alla notte tra il 5 e il 6 agosto 2004 quando a Nassiriya si verificarono scontri tra i miliziani dell'Esercito del Mahdi e i soldati italiani, posti a difesa dei tre ponti sull'Eufrate.

L'episodio è stato al centro di una vicenda giudiziaria complessa. A bordo del veicolo, secondo i testimoni, si trovavano una donna incinta, la madre, la sorella e il marito. La ricostruzione raccontata dai file di Wikileaks coincide sostanzialmente con quanto appurato nel corso dell'inchiesta giudiziaria. I militari hanno sempre raccontato una storia diversa: nessuna ambulanza, hanno sostenuto, ma solo un furgone, privo di insegne o di dispositivi luminosi, con a bordo uomini armati che, a un tratto, sono scesi sparando contro i soldati italiani che, dopo aver seguito le procedure, si sono limitati a rispondere al fuoco.

Dai file Wikileaks, incrociati con il rapporto riservato, scritto tre giorni dopo i fatti dal colonnello dei lagunari Emilio Motolese e reso noto nel 2006, emerge che la versione dei soldati italiani si potrebbe riferire a un episodio distinto, verificatosi un'ora dopo, alle 04.25. I soldati «spararono contro un mezzo che non si era fermato al checkpoint». Quindi iniziò - si legge nei file - una battaglia nella quale diversi insorti rimasero uccisi e altri feriti».

Il portavoce di Wikileaks a Londra ha detto che il gruppo "tutto segreti" di Julian Assange non è antiamericano. «Non siamo anti-americani», ha detto Kristinn Hrafnsson alla radio Bbc 4, definendo «completamente false» le accuse secondo cui le fughe di notizie (prima di quella di venerdì notte su 400 mila documenti sulla guerra in Iraq c'era stato lo scoop di luglio con 77 mila dossier afghani) potrebbero servire alla propaganda di gruppi estremisti islamici. «Un gran numero di persone che appoggiano Wikileaks hanno sinceramente a cuore i principi alla base della società americana e il Primo Emendamento della Costituzione sulla liberta di espressione», ha detto Hrafnsson: «È una coincidenza che questi documenti importanti rivelati negli ultimi mesi riguardino l'esercito americano».




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Roma, dimezzate le rimozioni auto: non fanno più scattare premio per i vigili

Il Messaggero


E' scaduto, inoltre, il contratto con il Consorzio laziale
traffico che gestiva il servizio





ROMA (25 ottobre) - A Roma «la rimozione delle auto in sosta irregolare è dimezzata - scrive Davide Desario sul Messaggero oggi in edicola - Nel 2006 i carri gru ne hanno caricate 70mila in un anno. Nel 2009 il numero è sceso a 37mila. Il motivo? Non è certo perché gli automobilisti romani sono diventati improvvisamente più diligenti. Il motivo è che il comandante generale della Polizia municipale, Angelo Giuliani, ha giustamente tolto le rimozioni dalla lista degli obiettivi da raggiungere dai comandanti dei gruppi per ottenere il premio di produzione. Il secondo motivo è che sono oltre due anni che è scaduto il contratto con il Consorzio laziale Traffico che gestisce il servizio dal 2005. ma ad oggi la Municipale non è stata in grado di assegnare un nuovo appalto. E nel caos il Consorzio laziale Traffico continua a gestire le rimozioni in maniera più che conveniente: anche se il numero degli interventi è diminuito da maggio 2009 la Giunta comunale, dopo 12 anni, ha approvato una delibera che aumenta i prezzi delle rimozioni del 20%».




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Milano la capitale dei cornuti La colpa? Del troppo lavoro

di Tommy Cappellini




In Italia crescono le infedeltà e le donne hanno quasi raggiunto l’uomo. Il momento ideale: la pausa pranzo



 

Guardate, non è il caso di far volare i piatti. La notizia è oramai di quelle cicliche, sebbene soggetta a variazioni strutturali. Ecco la parte ciclica: le corna sono in aumento. Ce lo comunica una dettagliata ricerca dell'Associazione avvocati matrimonialisti italiani, l'Ami, che però - e questa è la variazione strutturale - ci informa anche di insoliti trend nei comportamenti dei fedifraghi.
Per esempio, racconta il presidente nazionale dell'Ami Gian Ettore Gassani, dopo averci assicurato che oggi il 55 per cento dei mariti e il 45 per cento delle mogli ha tradito almeno una volta, «sei tradimenti su dieci avvengono sul luogo di lavoro, approfittando della pausa pranzo. In generale, nel 70 per cento dei casi i tradimenti sono scappatelle, nel restante 30 per cento relazioni stabili». Fare sesso anziché nutrirsi: c'entra la crisi economica o è segnale che ce la siamo lasciata definitivamente alle spalle?
Ad ogni modo, secondo lo psicologo dell'evoluzione giapponese Satoshi Kanazawa, è il lavoro a soffrirne: i traditori, stando allo scienziato, sarebbero più stupidi della media e più inaffidabili in ambito professionale, proprio a causa dell'eccessiva distrazione causata dai loro love affairs. Corollario: nel 50 per cento dei casi le corna vengono tuttavia tollerate (dal datore di lavoro o dal partner? La ricerca dell'Ami non dà risposte).
Se a tutto questo aggiungiamo internet, però, la faccenda si fa un poco morbosa. È qui che soprattutto uomini maturi in preda alla sindrome di Peter Pan danno libero sfogo alle proprie pulsioni di seduttori after hour, magari attraverso Facebook. Sta poi avendo molto successo anche in Italia il sito www.gleeden.com, dove a patto di rispettare due condizioni (essere sposati e desiderare un'avventura extraconiugale) ci si può organizzare e regalarsi l'agognata scappatella. Un iscritto italiano su tre a questo sito, attivo in 158 Paesi, è di sesso femminile e se diamo retta alla ricerca dell'Ami, secondo cui l'età media dei traditori si è notevolmente alzata (intorno ai 44 anni) le possibilità di trovarci la propria nonna non sono remotissime. Forse anche per questo il sito fornisce un bottone speciale per disconnettersi in tutta fretta nel caso, ci viene spiegato, il legittimo consorte (o, ça va sans dire, il datore di lavoro) ci sorprenda all'improvviso.
Ma la tecnologia può avere effetti negativi: nel 50% dei casi, infatti, l'infedeltà viene scoperta curiosando sul cellulare del coniuge, nel 20% entrando furtivamente nella sua posta elettronica, in un altro 20% attraverso videocamere nascoste o cimici (altro dato inatteso: il 7% dei mariti tradisce con un partner dello stesso sesso, contro il 4% delle donne). Attenzione poi se si abita a Milano: seguita a stretto giro da Roma, è la città dove si tradisce di più. I mariti puntano soprattutto a amiche o conoscenti della propria consorte, e in modo seriale, mentre le mogli, invece, gradiscono maggiormente i colleghi di lavoro, il personal trainer, il maestro di sci o di ballo. Insomma, come diceva lo psicologo Adam Phillips, si è sempre fedeli. Solo che ogni tanto si è fedeli a qualcun altro.




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Latte scaduto e ribollito: «bufala» in rete

Corriere della sera


Gli esperti spiegano perché non è credibile il tam-tam che sta allarmano i consumatori





MILANO - Il latte pastorizzato potrebbe essere niente più che acqua sporca. Questa la denuncia contenuta in una mail che da qualche tempo rimbalza su internet in una specie di catena di sant'Antonio. Questa «truffa» - rinforza l’accusa - sarebbe addirittura «incoraggiata» dalla legge, che consentirebbe - sempre secondo la mail - che il latte scaduto rimasto invenduto, venga ritirato dal produttore, trattato a 190 gradi e messo nuovamente sul mercato, come latte fresco. Non solo: questo procedimento potrebbe essere ripetuto anche per cinque volte successive. E tutto questo sarebbe talmente legale, che il numero delle "ribolliture", verrebbe addirittura segnalato in etichetta. Sotto le confezioni di cartone vengono normalmente stampigliati dei numerini, dall'1 al 5, in serie: 12345. Secondo i sostenitori della tesi, se da questa serie di numeri ne manca uno, per esempio il 3, significa che il latte che abbiamo acquistato, scaduto per due volte, è stato riscaldato una terza volta, in attesa di compratori.
Il vero significato di scritte e numeri sul cartoccio
CHE COSA DICONO GLI ESPERTI - Ma che cosa c'è di vero, in questa gravissima accusa? Si tratta di una notizia totalmente falsa, assicurano gli esperti interpellati. «È l'ennesimo atto diffamatorio nei confronti di un alimento essenziale sulla nostra tavola» afferma Ivano De Noni, professore associato di tecnologia lattiero casearia al Distam, Dipartimento di scienze e tecnologie alimentari e microbiologiche di Milano. «Non è affatto vero — spiega l'esperto — che la legge consenta il recupero per l'alimentazione umana del latte pastorizzato scaduto per rivenderlo come fresco. La legge prevede che il trattamento di pastorizzazione possa venire applicato solo sul latte crudo e quindi una sola volta. E che il latte non venga riscaldato ripetutamente può essere verificato attraverso analisi di laboratorio. La normativa prevede, infatti, che il latte pastorizzato risponda a requisiti di qualità evidenziabili in base a precisi parametri di danno termico sulle proteine del siero». Insomma, il latte pluririscaldato si rovina e ai controlli questo si scopre. «E mi sembrerebbe ben strano — aggiunge ironico De Noni — che i produttori che contravvengono alla legge, lo scrivano sulla confezione con numerini leggibili per tutti». Altra "bufala" del testo allarmistico, l'indicazione del trattamento del latte scaduto a 190 gradi. «Il latte non potrebbe in nessun caso essere trattato con un calore così violento, perché diventerebbe marrone. E questo è un altro indice dell'assurdità del comunicato» dice De Noni. In realtà, il trattamento di pastorizzazione del latte è molto più blando. L'applicazione di 72 gradi centigradi per 15 secondi è sufficiente a distruggere anche i germi patogeni più resistenti al calore, come quelli della tubercolosi. La pastorizzazione non uccide tutti i microrganismi. Per raggiungere questo scopo ci vuole un trattamento termico più forte, detto di sterilizzazione, che si ottiene sottoponendo il latte a un calore a 145 gradi per pochi secondi. Ultima chicca, la spiegazione dei numerini. Effettivamente, guardando sotto le confezioni del latte pastorizzato in cartoni, i numeretti dall'1 al 5 ci sono, ma hanno tutt'altro significato, rispetto a quello denunciato. Come spiega Tetrapak, si tratta di numeri utili per la rintracciabilità del materiale di imballaggio e non hanno niente a che vedere con l'alimento confezionato. «Questi allarmi infondati, rischiano di minare la fiducia dei consumatori in un alimento come il latte del tutto sano ed essenziale — commenta Andrea Ghiselli, dell'Istituto di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, che ci tiene a ricordare come, anche nell'età adulta, bisognerebbe berne un paio di bicchieri al giorno, per le proteine, il calcio, le vitamine B che contiene in abbondanza.
Roberta Salvadori
25 ottobre 2010



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Br, torna libero Giovanni Senzani Fu a capo del sequestro Moro

Quotidianonet


Estinzione della pena dopo 23 anni di carcere: "I giudici che m’hanno esaminato negli ultimi dieci anni hanno potuto constatare che sono una persona cambiata". Non si è mai pentito né dissociato 

Il simbolo delle Brigate Rosse
Il simbolo delle Brigate Rosse




Roma, 25 ottobre 2010 - Giovanni Senzani, il leader delle Br più sanguinarie esce dal carcere dopo 23 anni per “estinzione della pena”. Con Mario Moretti guidò il gruppo terroristico dopo il sequestro Moro. Sulla scarcerazione di Senzani, che goda già da tempo del regime di libertà condizionale, scrive oggi il quotidiano ‘La Repubblica’.
“I giudici che m’hanno esaminato negli ultimi dieci anni hanno potuto constatare che sono una persona cambiata e infatti hanno sentenziato l’estinzione della pena. Sono stato in galera 23 anni. Ho riconosciuto i miei errori davanti al tribunale di sorveglianza. Ora sono un uomo libero. La politica del resto l’ho abbandonata da un pezzo, ma non le mie idee di sinistra”, afferma Senzani nell’articolo di Repubblica.

Chi è Senzani? Aveva studiato a Berkeley. Era un criminologo di un certo talento. Insegnava nelle università di Firenze e Siena. Scrisse - si legge nel profilo tracciato dal quotidiano La Repubblica - perfino un libro per Jaca Book, la casa editrice legata a Comunione e Liberazione. A metà degli anni Settanta s’era accostato alle Br, nella cui sezione genovese militava suo cognato Enrico Fenzi. Senzani, gestì il sequestro di Ciro Cirillo ed ebbe l’ergastolo per l’uccisione di Roberto Peci, trucidato il 3 agosto 1981 in un casolare sull’Appia dopo un sequestro durato 53 giorni. Aveva la sola colpa di essere il fratello del primo pentito delle Br, Patrizio.

Senzani, non si è mai pentito, né dissociato. Otto mesi fa ha quindi finito di scontare la sua pena, ma la notizia è trapelata solo ora. Gli ultimi cinque anni li aveva trascorsi in regime di libertà condizionale.





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Mussolini e il Re: vent’anni di "cordiale" odio reciproco

di Francesco Perfetti

Nel saggio di Paolo Colombo il primo studio sistematico sulla diarchia. Il fascismo non era monarchico. E la monarchia non era fascista. Il Duce nel lungo periodo pensava di sbarazzarsi della corte sabauda



 

Che Mussolini, all’indomani della conquista dell’Etiopia e della proclamazione dell'impero, avesse cominciato a pensare a liquidare la monarchia e a liberarsi di Vittorio Emanuele III sembra assodato. Ne parlarono, nel secondo dopoguerra, sia Dino Grandi sia Luigi Federzoni in memoriali e interviste. D’altro canto, i rapporti tra il Duce e il Re non erano stati mai tranquilli. In una pagina del suo diario di Lisbona, ancora inedito, Grandi, il 15 novembre 1944, annotò che «per venti anni il Re e Mussolini si sono guardati l’un l’altro come due schermidori sulla pedana, col ferro in linea». E lo stesso può dirsi dei rapporti fra monarchia e fascismo che furono meno idillici di quel che si possa pensare. La «diarchia» - così venne definita anche da parte della letteratura giuridica del tempo la coabitazione del Re e del duce durante il ventennio fascista - fece registrare momenti di frizione spesso molto forti soprattutto durante gli anni Trenta.
Un primo importante tentativo di affrontare il tema da un punto di vista giuridico-istituzionale oltre che storico, è ora offerto da Paolo Colombo con il saggio La monarchia fascista (pp. 264, euro 25) pubblicato da Il Mulino che prende in esame soltanto il periodo 1922-1940 e non giunge, stranamente, fino agli avvenimenti del 25 luglio 1943. Una data, quest’ultima, che segna non soltanto la fine del regime fascista, ma che, per il ruolo svolto dalla Corona nell’organizzazione di una delle congiure, assume un valore emblematico per la storia della «diarchia». La scelta cronologica operata dallo studioso ha una sua giustificazione nel fatto che, a partire dal maggio 1940, cioè dal momento dell’entrata in guerra dell’Italia, il normale funzionamento dell’assetto diarchico sarebbe stato alterato dalla logica dello stato d’eccezione bellico. Si tratta di una scelta metodologica che presuppone l’idea di una continuità politica e istituzionale che dimostrerebbe di fatto la connivenza della Corona nella instaurazione e nella stabilizzazione del regime fascista e ridimensionerebbe la portata dei contrasti fra Mussolini e Vittorio Emanuele III, fra Monarchia e fascismo.
In realtà, la conquista del potere da parte del fascismo avvenne sulla base di un vero e proprio «compromesso» tra un movimento rivoluzionario e «tendenzialmente repubblicano» e una classe politica liberale e monarchica. Proprio perché costruita sulla base di un «compromesso» iniziale, la «diarchia» risultò imperfetta. Le dichiarazioni di lealismo monarchico di Mussolini alla vigilia della formazione del governo erano state dettate da un malcelato spirito opportunistico, ma gran parte del movimento fascista era rimasto repubblicano. Non è un caso che, in sedi private e con una certa frequenza, Mussolini si sia lasciato andare a giudizi molto duri e a sfoghi rabbiosi contro la Corona che non lasciano dubbi sulla sua intenzione, in una prospettiva temporale media o lunga, di liquidare l’istituto monarchico. Sull’altro versante non è affatto priva di significato l’irriducibile opposizione del Re, in prima persona, ai ripetuti tentativi di inserire il simbolo del fascio littorio nel tricolore o, comunque, di alterare riti e cerimoniali propri della tradizione monarchica.
Un momento di frizione, testimoniato dallo stesso Mussolini, si ebbe nel 1928 quando venne varata la legge che trasformava il Gran Consiglio del fascismo, in origine strumento di consulenza del Pnf, in vero e proprio organo costituzionale con compiti che sfioravano campi di competenza della Corona. Si trattava di un provvedimento che comportava un tacito abbandono del modello della monarchia parlamentare di derivazione risorgimentale a favore di un altro modello che, già privato dei partiti politici, confondeva i poteri pubblici e ruotava attorno a un governo sempre meno dipendente dalla Corona.
Un’altra occasione di scontro, ancor più duro, si ebbe nel 1938 con l’istituzione del grado di primo maresciallo dell’impero, conferito sia al duce sia al Re. Di fronte a questa equiparazione fra i due protagonisti della «diarchia», Vittorio Emanuele si ribellò minacciando di negare la firma al provvedimento e addirittura di abdicare e si piegò soltanto dopo che il presidente del Consiglio di Stato, il giurista Santi Romano, ebbe dato un parere positivo sulla legittimità dell’operazione. In questo provvedimento qualche studioso ha visto la conferma della «diarchia». In realtà, come ha dimostrato Renzo De Felice, quella vicenda mostra come Mussolini stesse gettando le basi per la liquidazione della monarchia.
Basterebbero questi due episodi - ma tanti altri se ne potrebbero ricordare - a dimostrare come la «diarchia» non abbia avuto una storia tranquilla. E come la «monarchia fascista» non fosse stata affatto fascista. Come avrebbero dimostrato le iniziative assunte dal Re, dalla Corte, da alcuni esponenti della diplomazia, dai militari per realizzare un colpo di Stato che liberasse l’Italia dal fascismo e che fu anticipato dall’analoga in iniziativa messa in piedi da Grandi.





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Per poter divorziare Garibaldi ottenne la legge ad personam

di Valentina Terruzzi


Oggi la presentazione di documenti inediti sulla vita del generale. Che chiese aiuto a sua maestà per liberarsi della moglie ripudiata





L’eroe dei due volti. Da un lato il “conquistador” senza macchia e senza paura, strenuo combattente per la libertà dei popoli; dall’altro l’uomo tormentato, incapace di gestire le sue debolezze, che pretende dal re un trattamento di favore per aggiustare le turbolente vicende coniugali. Come quando riuscì a ottenere dai giudici di Roma la sentenza che avrebbe decretato l’annullamento delle nozze con la fedifraga consorte, la marchesa Giuseppina, nonostante queste fossero state celebrate secondo l’ordinamento asburgico, e dunque sotto un’altra giurisdizione. Il documento inedito che getta luci e ombre sulla figura di Giuseppe Garibaldi, tra i padri fondatori dell’Unità d’Italia, verrà presentato oggi, al Museo Manzoniano di Milano, dalla fondazione Labus-Pullè presieduta dall’avvocato Pierpaolo Cassarà, nell’ambito del progetto «L’Esprit del Risorgimento - Celebrazioni per il 150° anniversario dell’unificazione nazionale».

L’aneddoto giudiziario risale agli anni dell’esilio a Caprera, quando ormai il generale mostrava anche nel fisico i segni di una vita costellata da imprese belliche e da travagli familiari cominciati all’indomani della morte di Anita con lo sventurato matrimonio, all’età di 52 anni, con una nobile comasca appena diciottenne, Giuseppina Raimondi. Un’unione naufragata il giorno stesso delle nozze, avvenute il 24 gennaio 1860 a Fino Mornasco, nella cappella privata della di lei famiglia, allorché Garibaldi apprese da una lettera anonima dei ripetuti tradimenti della sposa, incinta già sull’altare del tenente bergamasco Luigi Caroli. Un affronto intollerabile per l’orgoglio del condottiero, che reagì con veemenza alla pubblica umiliazione ripudiando la moglie adultera. Non poteva certo immaginare che quando, vent’anni dopo, avrebbe chiesto l’annullamento delle nozze, la legislazione fosse nel frattempo cambiata, e l’ordinamento del nuovo stato italiano non consentisse di intervenire sui rapporti regolati dalla precedente giurisdizione (ovvero quella asburgica del Lombardo-Veneto, in base alla quale era stato contratto il matrimonio).

La richiesta fu dunque rigettata dal Tribunale di Roma, e al povero Garibaldi non restò che appellarsi al «buon cuore» del re.
Il seguito è scritto nella sentenza datata 14 gennaio 1880, in cui «in nome di sua maestà Umberto Primo», la Corte di Roma dichiarava nulla l’unione tra «Garibaldi Generale Giuseppe e Raimondi Marchesa Giuseppina». Lasciando libero il condottiero di sposarsi con Francesca Armosino (conosciuta a Caprera quattordici anni prima) e di legittimare i due figli, Clelia e Manlio, nati dalla nuova relazione. Siamo davanti al primo caso di «legge ad personam» dello Stato unitario. Il sovrano infatti concesse un «patentino regio», pare come ringraziamento al generale per aver rinunciato a remunerazioni, titoli e quant’altro.

L’episodio non è che un tassello della travagliata vita amorosa del capo dei Mille (che si dice abbia avuto più donne che soldati al suo comando). Ad arricchire il mosaico, è un altro documento privato, conservato negli archivi della fondazione e mai pubblicato prima. Una lettera di ringraziamento scritta al termine di un soggiorno a Civitavecchia all’indirizzo di un misterioso benefattore, che lo aveva ospitato con la sua consorte, la «signora Lucchesi».

La quale, secondo le indiscrezioni dell’epoca, avrebbe avuto un ruolo prezioso negli anni più difficili del generale, afflitto dagli acciacchi e bisognoso di terapie al punto da essere costretto a reggersi sulle stampelle. «Grazie alle miracolose acque termali e alle cure gentili da voi ricevute in questa comoda e graziosa villa, ho sostituito alle mie grucce, che vi lascio per ricordo, il vostro bastone», scriveva Garibaldi il 10 agosto 1875, forse a suggello di un amore mai consumato.




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L'ad Fiat: "Senza Italia noi andiamo meglio" Sindacati: è umiliante

di Pierluigi Bonora


L’ad Fiat ospite di Fabio Fazio: "Nemmeno un euro dei due miliardi di utile deriva dalla parte d’impresa che ha sede nel nostro Paese". La Fiom? "Incoscienza pura". I confederali: "Parla da straniero e umilia gli operai". Sacconi: "Il Paese è pronto a diventare più competitivo"





Milano - Non è un caso che Ser­gio Marchionne abbia deciso di rimettersi in forma proprio in questo periodo, recuperan­do l’aspetto pimpante del suo primo giorno di lavoro a Torino (correva l’anno 2004). I dieci chili persi dalla scorsa estate a oggi («ho detto basta a pane, dolci, vino e pasta») e la mag­giore attenzione al cibo, visto anche l’incessante pendolari­smo con Detroit, hanno per­mes­so all’amministratore dele­gato di Fiat e Chrysler di prepa­rarsi anche fisicamente al non facile rush finale sul progetto Fabbrica Italia e il relativo inve­stimento di 20 miliardi.

Ospite ieri di Fabio Fazio a Che tempo che fa , su Raitre, Mar­chionne ha parlato di sé ( «lavo­ro 18 ore al giorno»), delle sue apparizioni in tv («sinceramen­te non le amo, però saluterei vo­lentieri la Littizzetto», ha pun­tualizzato nel camerino sbir­ciando nello studio attiguo), delle sue pause («ho assistito in Giappone al Gran premio di Formula 1; a proposito, sono fe­lic­issimo per la vittoria della Fer­rari in Corea ») e del futuro della Fiat in Italia che si deciderà pri­ma di Natale. E, al riguardo, sti­molato da Fazio, è andato subi­to al sodo: «La Fiat potrebbe fa­r­e di più se potesse tagliare l’Ita­lia - la sua riposta lapidaria - ; nemmeno un euro dei 2 miliar­di di utile operativo previsto per il 2010 arriva dal nostro Pae­se ». «E poi - ha aggiunto - i no­stri 6.100 dipendenti in Polonia producono oggi le stesse auto­mobili che si realizzano in tutti gli stabilimenti italiani».

Obiettivo del top manager abruzzese, ma con residenza in Svizzera e il doppio passaporto (italiano e canadese, «il secon­d­o lo uso quando vado negli Sta­ti Uniti »), è portare il Paese a re­cuperare posizioni nella classi­fica della competitività, con una promessa: «La Fiat è pron­ta a portare i salari degli operai ai livelli dei Paesi che ci circon­dano (il divario con le tute blu tedesche è, al netto, intorno al 25%, ndr ) a patto che la situazio­ne­cambi e si arrivi ai livelli com­petitivi degli altri Stati euro­pei ». Davanti alle telecamere l’am­ministratore delegato della Fiat ha quindi letto una classifica che pone l’Italia al posto nume­ro 118, su 139 complessivi, per quanto riguarda l’efficienza, e alla posizione numero 48 in ter­mini di competitività del siste­ma industriale. «C’è tutta l’Eu­ropa prima di noi- ha commen­tato - e non è certamente una pagella buona. È impossibile ignorare questi dati che, così co­me sono, disincentivano le aziende estere a investire un eu­ro in Italia». Via via le domande di Fazio si sono spostate sul tema del gior­no: i 10 minuti di pausa in me­no a Melfi («ma è un sistema che già si applica a Mirafiori»,la risposta) e, in particolare, i be­nefici al singolo operaio che in busta paga conta 1.200 euro al mese legati a Fabbrica Italia.

«Non abbiamo tolto il minimo livello di diritti accumulati ne­gli anni - ha osservato Mar­chionne - e, se si guarda all’ac­cordo di Pomigliano, l’unica co­sa div­ersa è che abbiamo cerca­to di assegnare ai sindacati la re­sponsabilità di quelle anoma­lie che vanno a impattare sulla produttività del sistema. Se do­vessimo smettere di fare auto in Campania si creerebbe un problema sociale, specialmen­te in una zona dove la camorra è molto attiva. Vogliamo, poi, evitare situazioni di anarchia come nel caso dei tre operai di Melfi che, con il loro atteggia­mento, hanno bloccato il lavo­ro di 1.200 dipendenti». Non sono mancate le punzec­chiature rivolte al «nemico» Fiom: «Solo il 12,5% degli ope­rai del gruppo è iscritto alla Fiom Cgil che, quindi, non rap­presenta la maggioranza. Me­no della metà dei nostri dipen­d­enti è iscritta a una sigla sinda­cale ». E nel camerino, prima di rientrare a Torino a bordo di una Maserati Quattroporte: «Le frasi di queste ore pronun­ciate da Maurizio Landini? «In­coscienza pura».

Il top mana­ger non lo dice apertamente, ma fa capire che dietro le uscite del leader della Fiom ci sono obiettivi politici mascherati da battaglia sindacale. Immancabile il commento sugli aiuti ricevuti dal Lingotto negli anni, argomento che Mar­chionne ha liquidato con gar­bo: «Siamo l’unica azienda che nel 2008-2009 non ha bussato al governo, anche se la collabo­razione tra lo Stato e l’industria è una cosa che si verifica in tutte le parti del mondo. E qualsiasi cosa sia successa in passato, il Paese è sempre stato ripagato creando realtà industriali». Il pomeriggio in Rai di Marchion­ne si conclude con una vena di ottimismo e alla domanda del conduttore se c’è da fidarsi del futuro in Italia,l’amministrato­re delegato della Fiat replica: «Credo di sì, penso che sia possi­bile creare una realtà diversa; in Italia le potenzialità esisto­no, i problemi ce li creiamo noi». Certe recenti affermazio­ni di M­archionne hanno indot­to qualcuno a pensare a un suo prossimo impegno in politica: «Ma scherziamo? - ha tagliato corto - io faccio il metalmecca­nico, nel senso che produco au­to, camion e trattori».



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E il boss della camorra ringraziò De André

di Antonio Lodetti



Tutti i segreti delle canzoni di Faber. Un libro racconta come sono nati i grandi successi del cantautore. Il boss Cutolo pensò di aver ispirato "Don Raffaé", ma si sbagliava. Marinellla? La prima versione era "hard"



 

Raffaele Cutolo era convinto che De André avesse scritto Don Raffaè per lui, ma non è proprio così. Mauro Pagani - coautore del brano - ebbe l’idea di fare un brano sulla vita agiata del boss in galera, ma Fabrizio pensava piuttosto al «personaggio che spiega cosa pensare» ispirandosi a Gli alunni del tempo di Giuseppe Marotta. In realtà Don Raffaè era il nome del sindaco nella commedia Il sindaco del rione Sanità di Eduardo De Filippo e il brigadiere «Pasquale Cafiero» è stato scelto per motivi di metrica. Piuttosto, nel testo c’è una variazione di ’O café di Modugno che cantava: «Ah che bell’ ’o café, sulo a Napule ’o sanno fa» poi trasformato in «pure in carcere ’o sanno fa». Cutolo comunque scrisse direttamente a De André per ringraziarlo. «Ho ricevuto tre lettere da Cutolo - dirà Faber - e un suo libro di poesie. Alcune sono davvero toccanti. Si vede che, pur avendo fatto solo la quinta elementare, è un poeta, uno che pensa e riesce a sentire». È uno dei mille curiosi aneddoti di Il libro del mondo di Walter Pistarini (curatore di viadelcampo.com, il sito più completo e seguito sul cantautore) che va alla scoperta delle curiosità, della storia, delle vicende personali dietro a ogni canzone dell’artista genovese.

Non tutti coloro che ancor oggi vibrano alle note di La canzone di Marinella sanno che è nata dalla vera storia di Maria Boccuzzi, giovane operaia calabrese approdata a Milano. Sognava di diventare ballerina col nome di Mary Pirimpò, ma finì prima sulla strada e poi in fondo all’Olona crivellata di proiettili. De André raccontò di aver letto la storia su La provincia di Asti quando aveva 15 anni; dopo lunghissime ricerche, tre anni fa lo psicologo astigiano Roberto Argenta ritrovò quell’articolo in un numero del quotidiano del 1953. Ma certo nessuno sa che Marinella nacque con un testo molto spinto. «Quasi pornografico - disse De André -, poi una persona che mi stava particolarmente vicina mi ha fatto capire che quel brano poteva diventare un grosso successo, quindi è venuta fuori una canzone senza pericolo di offendere la morale o il buon costume».

Strano un De André che si preoccupa del giudizio altrui; lui che sta dalla parte dei perdenti perché sa che c’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Anche lui si beccò le sue belle censure; fu costretto a cambiare una strofa di Bocca di rosa, non per gli sberleffi al senso del pudore della protagonista ma «dietro cortesi pressioni dell’Arma dei Carabinieri». Così i versi «Spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno/ ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno» si trasformano nel più morbido «Il cuore tenero non è una dote di cui siano colmi i carabinieri/ ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri». Problemi comuni a tanti grandi «poeti» di denuncia e trasgressione; Fabrizio incise Il gorilla di Brassens, già amputata di una strofa non per i riferimenti sessuali (il gorilla giustiziere che sodomizza il giudice che grida «mamma» come l’uomo che aveva fatto ghigliottinare quel pomeriggio) ma per vilipendio ai magistrati.

Pochi (e neppure coi libri) hanno saputo condensare l’impeto del ’68 come fece Fabrizio nel ’73 con Storia di un impiegato, album che non a caso è stato criticato da sinistra e da destra ma è diventato punto di riferimento per i giovani di sinistra e di destra. Lo spunto letterario di alcuni concetti dell’album è La centrale idroelettrica di Bratsk, raccolta del poeta Evgenij Evtušenko che Faber aveva letto poco prima di incidere il disco. Fu particolarmente colpito dalla storia del capo cosacco Sten’ka Razin, che guidò nel ’600 una rivolta contadina e fu giustiziato sulla Piazza Rossa. Nella mia ora di libertà infatti canta: «Pensavo di battermi per uno zar buono/ non ci sono buoni zar/ cretino.../ Stenka/ tu muori per niente». Nello stesso album la celebre Canzone del maggio viene da Chacun de vous est concerné, inno di battaglia della cantante francese Dominique Grange.

De André e Giuseppe Bentivoglio presero spunto da quel testo e vi adattarono la musica di Nicola Piovani. Esiste però anche una versione precedente, dal testo diverso, sempre guidata dalla storica frase «per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti», ascoltabile con una ricerca nel jurassico mondo delle musicassette (ma esistono ancora!?!).
L’altro grande brano politico di Faber, La domenica delle salme, secondo il coautore Mauro Pagani, avrebbe dovuto essere un pezzo su Renato Curcio; invece contiene solo una strofa sull’ex Br e il disco fu recapitato in prigione allo stesso Curcio che espresse «stupore e gratitudine perché non pensavo che un poeta che lavora con le immagini s’interessasse alla mia storia». Analizzando il capolavoro «religioso» La buona novella, soprattutto nel brano L’infanzia di Maria, Pistarini scopre parecchie analogie tra i Vangeli apocrifi cui De André s’è ispirato (soprattutto il Protovangelo di Giacomo) notando come la fanciullezza di Maria, assieme ai genitori Gioacchino e Anna, sia raccontata in modo identico nella Sura III del Corano, versetto 35 e seguenti.

«In Via del Campo c’è una puttana», canta Fabrizio in uno dei suoi brani più intensi. Ma la canzone è stata ispirata da un travestito genovese. Come riporta nel libro Amico fragile il critico musicale (e amico fraterno) Cesare G. Romana, si trattava probabilmente di una certa Josephine, poi rivelatasi «Giuseppe». Tuttavia si parla anche di una tal Morena, o forse di uno di quei personaggi senza volto, persi e ai margini della società, che Faber amava perché il bene e il male non abitano mai su sponde opposte: lo voleva ribadire con un’ultima canzone, in cui Pietro l’Eremita sarebbe stato accompagnato alla Prima crociata da un angelo cattivissimo e da un diavolo buono.
Chiudiamo con un aneddoto divertente. De André pensava che la musica di Via del Campo fosse medievale. In effetti lo era, ma Enzo Jannacci l’aveva rielaborata per la sua canzone La mia morosa va alla fonte e l’aveva poi proposta a Faber per fargli uno scherzo. Solo in seguito Enzo rivelò la verità e si tenne i diritti d’autore della musica.



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L’Iran paga il braccio destro di Karzai»

Il Secolo xix


L’Iran versa regolarmente ingenti somme di denaro al capo di gabinetto del presidente afghano Hamid Karzai, Umar Daudzai, per garantirsi un’influenza sul palazzo presidenziale.
Lo rivela il New York Times nella sua edizione online. Secondo il quotidiano statunitense, che cita alti funzionari afghani e occidentali, le `tangenti´ ammonterebbero a milioni di dollari e servirebbero a seminare zizzania fra gli afghani e i loro alleati americani e della Nato. Il denaro viene versato su un fondo segreto che Daudzai e Karzai usano per `comprare´ i favori di pagare deputati, capi tribù e anche dirigenti talebani, scrive il Nyt. «È una sorta di fondo nero presidenziale e la missione di Daudzai è quella di fra progredire gli interessi dell’Iran», ha detto una fonte occidentale al giornale.

Karzai e Daudzai - già ambasciatore in Iran - si sono rifiutati di rispondere a domande scritte relative ai loro rapporti con Teheran, precisa il Times, riferendo che un assistente di Daudzai ha definito le accuse «un mucchio di balle». Anche l’ambasciatore iraniano a Kabul, Feda Hussein Maliki, non ha voluto rispondere alle domande, sottolinea il Nyt. «Sono pettegolezzi diabolici messi in giro da media occidentali e stranieri», ha detto un suo portavoce. Nell’agosto scorso, al termine di una visita del presidente afghano in Iran, Hussein Maliki ha portato a bordo dell’aereo presidenziale una grande borsa piena di banconote, in euro, e lo ha consegnato a Karzai, riferisce ancora il giornale. «Sono soldi iraniani, lo abbiamo notato in tanti», avrebbe detto un alto funzionario afghano citato dal Nyt.



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Cameron «taglia» anche la foresta di Sherwood . Insorgono gli ambientalisti

Corriere della sera


I più interessati all'acquisto delle aree sono immobiliaristi con piani di sviluppo alberghiero e golfistico

il ministero dell'Ambiente risparmierebbe il 30 per cento delle risorse

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

Russel Crowe, protagonista dell'ultimo Robin Hood
Russel Crowe, protagonista dell'ultimo Robin Hood
LONDRA - Povero Robin Hood. Anche lui se la vede male con l'austerità imposta dal governo britannico per medicare i conti pubblici. La sua quercia, la «Major Oak» vecchia di mille anni, il rifugio dell'eroe che rubava ai ricchi per aiutare i derelitti, rischia di fare una brutta fine se, per davvero, dovesse realizzarsi il progetto del ministero dell'Ambiente che in cerca di risparmi e di tagli (e, qui, di «taglio» vero e proprio potrebbe trattarsi) medita di vendere ai privati una discreta fetta del patrimonio forestale inglese. Nella lista dei «tesori» da mettere sul mercato per racimolare un po' di sterline c'è, infatti, la Foresta di Sherwood, l'oasi di 423 chilometri quadrati che nella contea del Nottinghamshire, è meta ogni anno di almeno mezzo milione di turisti.
È difficile pensare che Downing Street s'intestardisca nell'idea di sbarazzarsi dell'ex riserva reale di caccia e di consegnarla a qualche ricco investitore ma la notizia, che doveva restare segreta, è uscita dagli uffici dell'esecutivo ed è finita sul Sunday Telegraph provocando un diluvio di indignate reazioni. L'area, ovviamente, fa gola a molti e pare che i più interessati ad accaparrarsela siano immobiliaristi con piani di sviluppo alberghiero e golfistico a danno di alcune centinaia di betulle e di querce. La «Major Oak» di Robin Hood magari verrebbe pure salvata ma Sherwood perderebbe il suo fascino ultrasecolare. Fantasia? Uno scherzo di cattivo gusto? Malelingue? Be', il Sunday Telegraph non è di certo nemico del governo conservatore-libdem. Però, il fatto che in certe stanze si stia discutendo di monetizzare la proprietà di 748 mila ettari di terra e di «antiche foreste», trasferendola ai privati, addirittura concedendo agli stessi il diritto di intervenire chirurgicamente, è un colpo sotto la cintola da non potere essere sottaciuto. Neppure da chi è un convinto sostenitore dei sacrifici. Quando è troppo è troppo.
Le foreste sono inviolabili, sono la storia, la leggenda, il mito, la vita. La loro difesa fu inserita niente meno che nella Magna Charta nel 1215. E, che oggi solo si ipotizzi di cambiarla sia pure in nome della nobile prospettiva di sistemare il bilancio dello Stato, è considerato alla stregua di un insulto gravissimo e insopportabile. Anche perché, se proprio è necessario alienare quei 748 mila ettari, non sarebbe male trasferirne la gestione alle comunità locali, traducendo in atti concreti il sogno della «Big Society», ovvero l'attiva partecipazione dei cittadini nel governo del patrimonio collettivo: questo è quello che, ad esempio, suggeriscono parecchi lettori del Sunday Telegraph che indignati hanno invaso di lettere la redazione. Insieme agli ambientalisti, persino i tory più tory si sono ribellati: «Sono conservatore da quarant'anni, se vendono le foreste cambierò per sempre partito».
Possibile, probabile che David Cameron ci rifletta un bel po'. Comunque, in attesa di dare il via alle offerte il ministero e gli uffici amministrativi centrali si sono portati avanti coi conti: il piano studiato consentirebbe di dare ossigeno al budget ambientale che, stando al vangelo del Cancelliere dello Scacchiere (il ministro delle Finanze pubbliche), deve risparmiare il 30 per cento delle sue risorse. Lo Stato non vuole occuparsi più di alberi. Dunque, le foreste sono in vendita? Questo suggeriscono i profeti dell'austerità estrema. Con buona pace di Robin Hood e di Harry Potter: già, pure il maghetto trema. La Foresta di Dean nel Gloucestershire, boschi millenari che ospitano alcune delle imprese di Harry Potter, è in saldo. Sempre per colpa della crisi.

Fabio Cavalera
25 ottobre 2010



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Le dieci assurdità di Fini sull’aumento delle tasse

di Claudio Borghi


Ma che bella pensata! La prima proposta programmatica comprensibile a tutti di Fini è stata nientemeno che il raddoppio delle tasse sui risparmi, un livello addirittura superiore a quanto sognato in passato da Bertinotti. Fini non si è fatto quindi problemi a rinnegare un programma (...)
(...) sulla base del quale è stato eletto e che aveva scritto in grosso e in rosso l’impegno a non alzare in nessun caso le tasse. Posto che la scusa di finanziare l’università è una foglia di fico - dato che i soldi non sono diversi - non si capisce perché, per reperire fondi, una tassa sui risparmi sarebbe meglio di, ad esempio, un taglio al suo stipendio o ad altri sprechi, ecco un piccolo promemoria dei motivi per cui quest’idea è dannosa, sbagliata e molto pericolosa.

A I risparmi sono ciò che rimane da redditi già tassati. Non possono quindi essere messi sullo stesso piano degli altri guadagni.

B L’interesse sui risparmi serve in gran parte a compensare l’inflazione. Se l’inflazione è il 2% e il rendimento dei Bot è l’1,5%, il risparmiatore ha in pratica perso soldi, non c’è nessun guadagno da tassare. Inoltre, gli investimenti si possono anche perdere, chiedere informazioni a chi aveva titoli Parmalat, Lehman, Cirio o, più semplicemente, a chi ha messo i propri risparmi in Borsa negli ultimi anni.

C I beni accantonati delle famiglie sono una ricchezza dell’Italia e sono uno dei punti di forza che ci differenzia dagli altri Paesi, consentendoci una maggiore stabilità in periodi di crisi, nonostante le nostre debolezze profonde e strutturali. Criminalizzarli è come minacciare di bucare il salvagente che ci ha tenuto a galla.

D Il denaro si può spostare con enorme velocità e semplicità. Se vi fossero proposte e timori sulle tassazioni, la conseguenza immediata sarebbe la fuga dei capitali (per i quali incertezza uguale pericolo) all’estero, così come avvenuto durante gli anni del governo di sinistra.

E Non esiste nessuna «media europea» per i risparmi, dato che le aliquote, le esenzioni, le detrazioni e le franchigie sono del tutto diverse. In ogni caso, dato che il nostro Paese è meno affidabile politicamente e più a rischio degli altri (anche grazie a politici come Fini), in assenza di convenienza fiscale non si capisce perché uno dovrebbe lasciare i propri capitali depositati in Italia.

F La tassazione sulle obbligazioni è una partita di giro per lo Stato (che pagherebbe interessi lordi più alti, riprendendoseli pari pari sotto forma di tassa), ma è un aggravio netto sulle obbligazioni societarie, gli emittenti delle quali dovrebbero pagare cedole lorde maggiori per offrire un rendimento netto accettabile senza potersi riprendere nulla. In un periodo dove le banche hanno stretto i rubinetti del credito, colpire l’emissione di titoli da parte delle imprese significa penalizzarle proprio nell’unico canale di finanziamento che si è rivelato efficace anche nei periodi peggiori della crisi e che ha salvato molte grandi aziende da conseguenze drammatiche.

G I dividendi delle azioni vengono da utili rimanenti dopo una tassazione che è già fra le più penalizzanti in Europa. I guadagni da capitale, invece, sono un miraggio che, ai risparmiatori colpiti da ribassi epocali delle Borse e anni di rendimenti negativi dei fondi, suonerebbe come una beffa, mirata a colpire la speranza di un eventuale recupero dei prezzi dopo anni di sofferenza.

H Gli italiani non sono obbligati a mettere i propri risparmi in titoli: è lo Stato che deve sperare caldamente che i cittadini gli usino la cortesia di finanziare il suo debito smisurato acquistando Bot e Btp. Inoltre, il risparmio dev’essere incoraggiato in quanto fonte di comportamenti virtuosi e autosufficienza famigliare. Se per un qualsiasi motivo il mettere da parte qualche soldo non dovesse essere più conveniente, un cittadino rimarrebbe comunque libero di andare a Parigi a spendersi la liquidazione in champagne e ballerine per poi tornare «da povero» e provare a chiedere un sussidio. Se il debito italiano non venisse più sottoscritto dai risparmiatori, addio stipendi, addio pensioni e (modesta consolazione) addio Fini.

I La crisi ha comportato un aumento mondiale del debito pubblico: pertanto ci sarà sempre più competizione fra gli Stati sovrani per convincere i risparmiatori a sottoscrivere i propri titoli. Dato che il «porcellino salvadanaio» delle famiglie italiane fa gola a tutti e che una parte importante della nostra ricchezza è proprio reinvestita in Italia, gli unici che avrebbero da guadagnare se il nostro Paese diventasse meno accogliente per il risparmio sarebbero proprio gli altri Stati, pronti ad accogliere i denari in fuga con tappeti rossi e grandi risate indirizzate alla nostra stupidità. La sparata di Fini è in questo senso talmente dannosa per le nostre finanze che, se non dovesse derivare da errore, superficialità o faciloneria si potrebbe addirittura pensare che sia stata ispirata da qualche Stato estero, nel qual caso si tratterebbe di tradimento puro e semplice.

J In regime di tassi bassissimi come l’attuale, a fronte dei danni di cui sopra, in ogni caso il gettito sarebbe minimo.
Ovviamente (sempre meglio specificarlo, non si sa mai) si suppone che l’ipotesi di aumento delle tasse si intenda sui titoli di nuova emissione, dato che, in caso contrario, sarebbe un rimangiarsi impegni dello Stato, analogo a un default. Ci sono in circolazione titoli anche trentennali venduti ai risparmiatori con la garanzia di una ben precisa tassazione. Nemmeno il governo Prodi aveva osato pensare di tassare lo stock di debito già emesso. Vorrebbe forse farlo Fini?

posta@claudioborghi.com



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