mercoledì 27 ottobre 2010

Tentata estorsione ai danni di Berlusconi Escort marocchina interrogata 20 volte

Il Mattino


di Claudia Guasco



MILANO (27 ottobre) - Una ragazza del giro di Lele Mora, aspirante soubrette ed escort per necessità, un’indagine su prostituzione e droga da cui spuntano intercettazioni che impongono una sterzata agli investigatori, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la villa di Arcore. Sono questi gli elementi principali dell’inchiesta aperta dalla Procura di Milano che ha come protagonisti una giovane marocchina di diciotto anni, ma che all’epoca dei fatti oggetto dell’approfondimento dei magistrati era minorenne, e il premier. Al momento non ci sono indagati, fanno sapere al quarto piano del palazzo di giustizia, ma accertamenti in corso per sbrogliare una vicenda tanto complessa quanto delicata. Perché riguarda una ragazzina, si basa sul suo racconto in molti punti lacunoso e contraddittorio e potrebbe configurare un tentativo di estorsione nei confronti del capo del governo, che si troverebbe nel ruolo di parte lesa.

I fatti risalgono alla scorsa primavera e da allora la giovane è stata ascoltata dagli inquirenti già una ventina di volte. Per raccontare la storia, ripetere le dichiarazioni, chiarire i molti punti contrastanti. Dietro la vicenda riferita dalla giovane al pm potrebbe non esserci nulla, solo le esagerazioni di una ragazza a caccia di notorietà pronta a tutto per entrare nel mondo dello spettacolo, oppure un piano per incastrare Berlusconi. Ed è questo che in Procura, tra mille cautele e una cortina di riservatezza, si sta verificando. Da un paio di giorni la notizia ha fatto il giro degli uffici e ieri il procuratore Edmondo Bruti Liberati ha cercato di arginare le indiscrezioni: «Qui non ci occupiamo di pettegolezzi. Non c’è nessuna denuncia contro Silvio Berlusconi», afferma. E in effetti così è: la giovane marocchina non ha sporto denuncia verso il presidente del Consiglio, ma è stata ascoltata in veste di testimone dopo che gli investigatori si sono imbattuti in alcune intercettazioni nell’ambito di un’indagine su induzione e sfruttamento della prostituzione.

E ha raccontato la sua storia. Questa. Fino a sei mesi fa era una delle ragazze immagine di Lele Mora, l’agente di tanti volti famosi della tv noto a palazzo di giustizia per essere indagato con Corona nell’inchiesta su una maxi-evasione fiscale chiusa nel luglio scorso e per il crack della sua Lm management. Il lavoro di ragazza immagine della scuderia di Mora consiste nell’andare a ballare nelle discoteche alla moda, dove la presenza di ragazze carine fa da calamita a clienti e denaro, e lì, tra la pista e il privé, chi ci sa fare può conoscere le persone giuste, trovare qualche aggancio, magari ritagliarsi uno spazio nel variegato mondo della moda e dello spettacolo. Mora però è anche amico di Silvio Berlusconi, verso il quale ha sempre espresso genuina e pubblica ammirazione annunciando la sua intenzione di scendere in politica con il Pdl. Non è raro quindi vedere l’auto dell’agente varcare i cancelli di Arcore, sempre accompagnato da un paio di belle ragazze.

E alcune volte nelle serate a villa San Martino sarebbe stata coinvolta anche la giovane marocchina, che avrebbe raccontato agli investigatori di essere rimasta sola con il premier una o più volte. L’ipotesi al vaglio è che qualcuno abbia provato a mettere in atto un’estorsione nei confronti del premier, minacciando di rivelare di avere ospitato ad Arcore una minorenne e rinfocolando le ceneri del caso di Noemi Letizia, la biondina di Casoria alla cui festa dei diciott’anni prese parte il premier scatenando la reazione veemente e indignata dell’ex moglie Veronica Lario. Ora la ragazza marocchina è in una comunità protetta, la Procura indaga e Lele Mora si chiama fuori. «Non ne so nulla. Non ho altro da aggiungere», taglia corto al telefono.




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Torino, il campo rom dove rivivono le guerre balcaniche

Corriere della sera


Una barriera improvvisata divide ortodossi e musulmani
E gli insulti razzisti coinvolgono anche i bambini


Video

Serbi e croati contro bosniaci, ortodossi contro musulmani. Succede a molti chilometri dalla ex Jugoslavia, nel campo nomadi di Strada dell'Aeroporto, alla periferia di Torino. Qui sembrano ancora vive le ferite delle guerre balcaniche. Le due comunità vivono l'una accanto all'altra, ma separate da una barricata improvvisata: un jersey e delle reti metalliche. Da un lato i daxikanè, di religione cristiana ortodossa, dall'altra i khorakhanè, musulmani. I primi occupano piccole case in legno nella porzione più curata del campo; a terra l'asfalto non fa ristagnare l'acqua. I musulmani vivono invece in baracche, in mezzo a fango e pozzanghere, circondati dai rifiuti. Tra i due gruppi volano insulti di stampo razzista, a volte si arriva anche alle mani. I bambini musulmani bosniaci non vogliono prendere lo scuolabus perché - dicono - rischiano di essere picchiati ogni volta. «Loro puzzano e hanno i pidocchi» raccontano sorridendo i piccoli serbi, ripetendo frasi sentite in famiglia, ma di cui forse non comprendono il significato.


Gianmarco Alari
Tommaso Taddei

27 ottobre 2010



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Nuovi mestieri, a Napoli spunta l'uomo-parcheggio

Il Mattino



NAPOLI (27 ottobre) - La fantasia dei napoletani, si sa, non conosce confini così come l’arte di arrangiarsi. Specialmente, se come è di questi tempi, si è in piena recessione economica. Se poi consideriamo che il parcheggio è da sempre un annoso problema, forse non stupisce più di tanto l’ultima trovata in fatto di ”nuove professioni”.

È «l’uomo cartello», variante tutta partenopea dell’anglosassone uomo sandwich. Ed ecco l’ultima frontiera dell’ingegno partenopeo: perchè riempire le strade di inutili cartelli stradali, spesso poco visibili, e non indicare invece il più vicino parcheggio, il più delle volte un miraggio per gli automobilisti? Ed ecco l’uomo-cartello-parcheggio mettersi al centro della carreggiata e indossare una vistosa maglietta. Con sopra, è chiaro, una «P» a caratteri cubitali ben stampata sul petto con sotto una freccia rossa che indica la direzione del parcheggio da imboccare.

L’ha ideato un ingegnoso lavoratore napoletano, non più giovanissimo, che da ieri presidia una delle strade della city con la singolare casacca. A vederlo, con quei colori sgargianti e la lettera stampata sul petto, sembra un novello Superman: se non fosse che al posto della «S» del supereroe volante c’è quella «P» che lo ha già fatto ribattezzare Parking-man, l’uomo parcheggio.





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Trattativa Stato-mafia, il generale Mori indagato per «concorso esterno»

Corriere della sera

L'inchiesta della procura palermitana




MILANO - Il generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei carabinieri, è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito del fascicolo sulla presunta trattativa tra la mafia e pezzi delle istituzioni durante gli anni delle stragi. La notizia - che era circolata nei mesi scorsi - è stata confermata in ambienti investigativi.

GLI ALTRI INDAGATI - Oltre a Mori, per la presunta trattativa la Procura ha indagato anche Massimo Ciancimino, pure per concorso esterno in associazione mafiosa. Per il reato di «attentato a un corpo politico o istituzionale dello Stato» sono stati invece iscritti nel registro degli indagati i boss corleonesi Bernardo Provenzano e Totò Riina, e il colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno. La mossa della Procura di Palermo potrebbe preludere alla richiesta di un cambiamento dell'imputazione a carico di Mori nel processo in cui attualmente risponde di favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Bernardo Provenzano.

27 ottobre 2010




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Binetti su Vendola: "E' gay dichiarato, non può fare la comunione"

Quotidiano.net


La parlamentare dell'Udc: "Una persona in peccato grave non può accostarsi all’eucarestia. Anche i divorziati sanno che all’eucarestia non possono accostarsi"

Paola Binetti, 57 anni,  e Nichi Vendola, 52
Paola Binetti, 57 anni, e Nichi Vendola, 52

Roma, 27 ottobre 2010 - "Vede, se lei va alla Camera senza giacca non la fanno entrare, nonostante magari indossi un maglioncino di cachemire che è più elegante e costa più della giacca. Non importa: c’è una regola che impone l’uso della giacca come segno di rispetto per l’ambiente e i commessi sono tenuti a far rispettare questa regola". Paola Binetti spiega così a Klaus Davi che "allo stesso modo anche nella Chiesa ci sono delle regole da rispettare" e dunque ha ragione chi nega la comunione ai gay perchè "se una persona è in peccato o meno lo lascio giudicare alla sia coscienza, ma certamente una persona in peccato grave non può accostarsi all’eucarestia".

Pur riconoscendo che "non possiamo tuttavia dimenticare che possono anche esserci degli omosessuali totalmente casti abilitati a ricevere la comunione come tutti gli altri", la deputata Udc condivide la posizione del vescovo di Otranto che ha negato la comunione a Nichi Vendola "perchè ostenta la sua condizione perversa e malata di omosessuale praticante". "Non conoscevo il caso ma devo riconoscere - spiega la deputata - che aveva totalmente ragione. La Chiesa ha già fissato a monte i suoi criteri generali".

In altre parole, "un bambino di 8 anni che fa il catechismo impara come prima cosa quali sono le condizioni necessarie per ricevere la comunione. Tutti lo sanno, anche le persone divorziate, che a volte, dopo aver fatto delle esperienze molto difficili, hanno deciso di risposarsi formando coppie unite, generose, capaci di sacrificio reciproco, che si vogliono bene. Pregano, vanno a Messa, ma sanno che all’eucarestia non possono accostarsi perchè - ribadisce - mancano delle condizioni di base, quelle che loro stessi hanno imparato fin da piccoli".
agi




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Lavorare alla Disney? Meglio Kabul

Corriere della sera

Un sondaggio: i cittadini Usa preferiscono le forze armate in zona di guerra a un impiego nei parchi giochi della multinazionale. «Condizioni di impiego brutali»


A PARIGI DISNEYLAND VIENE CHIAMATA «mousewitz»



MILANO - Un tempo li consideravano dei veri e propri privilegiati e c’era chi li accusava di non lavorare, bensì di divertirsi. Ma i tempi sono radicalmente cambiati e oggi i dipendenti americani di Disneyland, il parco giochi più famoso del mondo che ha le sue sedi principali a Orlando in Florida e a Anaheim, nella periferia di Los Angeles, non sono affatto soddisfatti del loro impiego. Secondo un recente sondaggio effettuato dal sito web di lavoro CareerBliss.com il mondo fatato di Topolino e Paperino è considerato dagli americani uno dei luoghi peggiori dove lavorare. La ricerca attesta addirittura che i cittadini statunitensi preferirebbero lavorare nelle forze armate, magari nelle zone di guerra dell'Afghanistan, piuttosto che essere impiegati nel famoso parco giochi
SONDAGGIO - Come racconta un recente articolo del tabloid britannico Daily Mail per ottenere questi risultati il sito web che ha effettuato il sondaggio ha valutato diversi parametri come opportunità di crescita, retribuzione e l'equilibrio tra tempi di vita e tempi di lavoro. Secondo i risultati finali Google si conferma la società con i dipendenti più felici e meglio pagati degli Usa. Incredibilmente al ventinovesimo posto si posizionano le forze armate americane che distanziano di ben 12 posizioni il parco giochi che nell'intero globo impiega oltre 100.000 persone. Ma perché gli americani preferirebbero affrontare il quotidiano pericolo della morte nelle forze armate piuttosto che lavorare per il parco giochi che ancora oggi si definisce «il luogo più felice del mondo»? Per il leader sindacale Guy-Bruno Mboe non ci sono dubbi: «Le condizioni di lavoro sono brutali - dichiara l' americano al Daily Mail - Ormai a Disneyland tutto è sottomesso al profitto».
SOPRANNOME - I dipendenti avrebbero affibbiato al parco giochi il soprannome di Mousewitz. Secondo i lavoratori infatti le condizioni lavorative di Disneyland sarebbero simili a quelle del terribile campo di concentramento di Auschwitz e con gli anni tendono a peggiorare. Ad esempio il parco di Orlando è accusato di aver portato le paghe al minimo storico e di aver licenziato diversi lavoratori dopo piccole infrazioni al regolamento. Non va meglio ai colleghi parigini: dopo il suicidio di ben tre lavoratori all'inizio di quest'anno il parco giochi che si trova nella periferia della Ville Lumière è stato ribattezzato dai transalpini «il luogo più infelice del mondo»
Francesco Tortora
27 ottobre 2010



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Ndrangheta, una storia milanese

Corriere della sera


Nel regno di Cosa nostra, dadi, affari e donnine. Poi arrivarono i «silenziosi» calabresi. E la politica

Dopo i recenti arresti, ricostruiti quarant'ani di infiltrazioni e malaffare



Francis Turatello (a sinistra) durante un processo
Francis Turatello (a sinistra) durante un processo
MILANO - L'inchiesta che ha squinternato la 'ndrangheta in regione e condotto sul proscenio gl'insospettabili reggicode racconta come sia cambiato in vent'anni il sistema di potere nel Paese: dal mondo dell'impresa al mondo della politica. All'epoca del dominio mafioso, dal '70 al '90, nessuno si curava degli amministratori, al massimo Turatello ed Epaminonda li facevano entrare gratis nei club sottoposti all'organizzazione, le prede ambite erano i padroni delle ferriere. Oggi gli ambasciatori delle 'ndrine cercano assessori, sindaci, consiglieri comunali.

La mafia aveva occhi solo per il «privato», sicura che il «pubblico» sarebbe venuto al traino; la 'ndrangheta s'interessa soltanto del «pubblico» quale unico dispensatore di prebende e appalti: le aziende coinvolte sono padane nella forma, calabresi nella sostanza. Nel '74 fece scalpore che nell'agenda di Luciano Leggio - all'epoca capo di Riina, di Provenzano, di Bagarella - fosse rinvenuto il numero telefonico riservato di Ugo De Luca, direttore generale del Banco di Milano. Le intercettazioni e i verbali recenti parlano di direttori sanitari, dirigenti di ospedali, coordinatori di consorzi e società municipali.

La scoperta della cuccagna comincia con Peppe Genco Russo, «capofamiglia» di Mussomeli, inviato, nel '64, in soggiorno obbligato in Lombardia. Lo ritengono l'erede di Calogero Vizzini, la cui fama si lega a un incontro con Montanelli pubblicato dal Corriere all'inizio degli Anni Cinquanta. I due sono, però, troppo provinciali, vivevano nel vallone nisseno, per essere alla testa di Cosa Nostra. Destinato a Lovere, non ancora toccata dal benessere e dalla popolarità del turismo sul lago d'Iseo, Genco Russo viene trattato da giornali e televisione come quel numero uno che mai è stato. E grande stupore manifestano gli abitanti della zona nello scoprire non solo l'esistenza della mafia, ma che il vecchietto tanto malandato in salute quanto gentile e manieroso ha tre metri di fedina penale con abbondanza di omicidi, estorsioni, violenze d'ogni tipo.

Un'opinione pubblica ancora sconvolta dal massacro di sette militari a Ciaculli con una Giulietta piena di esplosivo pretende una reazione, che lo Stato è incapace di produrre nei tribunali. Allora fioccano i soggiorni obbligati, resi inutili dall'irrompere della teleselezione telefonica. Così nell'hinterland milanese arrivano i Ciulla, i Guzzardi, i Carollo, Gerlando Alberti. A Milano, dove ancora ricordano il cinematografico agguato per uccidere Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna, si stabilisce addirittura Leggio in fuga dal divieto di Badalamenti di effettuare sequestri di persona in Sicilia.

I rapimenti di Torelli, di Rossi di Montelera, di Barone scatenano il terrore tra i re di denari: ciascuno cerca un palermitano di riferimento, cui affidare l'incolumità della propria famiglia. È il periodo in cui Dell'Utri piazza Vittorio Mangano nella villa di Berlusconi ad Arcore.
Attorno a Leggio si muovono e prosperano Nino Grado, Ignazio e Giovanbattista Pullarà, Simone Filippone, Salvatore Di Maio, Pippo e Alfredo Bono, Robertino Enea, Ugo Martello, Gino Martello, Gioacchino Matranga, Gaetano Fidanzati. Tra ippodromi, bische, night sbocciano conoscenze e amicizie impossibili. Tutti insieme appassionatamente fino alla sera in cui gli sgherri di Turatello rifilano un ceffone ad Alfredo Bono: l'onta sarà lavata anni dopo con lo sventramento in galera di Francis «faccia d'angelo».

In quella Milano piena di tavoli di chemin de fer e di dadi, di donne disponibili e di champagne i mafiosi ci sguazzano a tal punto da rifiutare la creazione di una «famiglia» per non dover prendere ordini da Palermo. Le basi sono dapprima le enoteche dei Pullarà al Giambellino e in viale Umbria, poi l'ufficetto di via Larga a un passo dall'appartamento in cui aveva abitato Joe Adonis, al rientro in Italia. Milano diviene la capitale economica di Cosa Nostra: a Palermo si corrompe, si trama, si traffica, si ammazza, ma senza le complicità eccellenti degli insospettabili industriali, banchieri e finanzieri allocati sotto la Madonnina le «famiglie» non potrebbero moltiplicare per mille e riciclare i proventi delle proprie malefatte.

Le inchieste dell'83 e del '90 svelano nomi, interessi, complicità. L'arresto dell'oscuro ragioniere Pino Lottusi, secondo Borsellino regista del più importante business planetario del decennio, segna l'inizio della fine. Cosa Nostra è costretta a battere in ritirata. Le subentra la 'ndrangheta. A spingerla verso la Lombardia sono state le confidenze in carcere di Leggio a Mammoliti. La gestione dell'Ortomercato di Milano testimonia il passaggio di consegne, il rovesciamento dei ruoli tra chi aveva recitato da protagonista e chi da comprimario. Cambiano le regole e gli atteggiamenti. I boss giunti da Palermo si comportavano come bambini capricciosi al parco giochi: erano eccitati da Milano, non degnavano di uno sguardo il resto a eccezione di Como, importante per la vicina frontiera con la Svizzera, e del casinò di Campione. Che differenza con i silenziosi successori, lontani da ogni sfoggio ed esibizionismo, però capaci di stendere una micidiale tela d'interessi sull'intera regione. Sono i collaudati metodi che hanno consentito d'installarsi nei cinque Continenti e di trasformarsi in una inarrestabile macchina di soldi e di corruzione.


Alfio Caruso
27 ottobre 2010



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Il caso La Penna, la famiglia: «Ora vogliamo la verità»

Il Messaggero


Per la morte di Simone, 32 anni, sette indagati a Regina Coeli. «Era incompatibile con il regime carcerario»




di Martina Di Berardino e Massimo Sbardella


ROMA (27 ottobre) - La fotografia più nitida di Simone La Penna la conserva la nonna, un’anziana signora che abita nella campagna di Zagarolo, come tutta la famiglia di questo ragazzo ucciso dall’incuria e dalle negligenze di un carcere romano, Regina Coeli. Lo stesso di Stefano Cucchi e di tanti altri. Come Cucchi, Simone è morto ”consumato”, nell’indifferenza di medici e infermieri che adesso si ritrovano indagati per omicidio colposo. Pesava 49 chili, quando lo hanno raccolto nella sua brandina. Mentre ieri, la nonna raccontava di una ragazzone da oltre un metro e ottanta, e di ottanta chili di peso: «Aveva una figlia bellissima, che oggi ha tre anni. E una compagna che lo amava. E che stava cercando di tirarlo fuori da questa situazione tremenda». «Lo hanno lasciato spegnere come una candela - racconta Massimo La Penna, papà di Simone - Lo imbottivano di psicofarmaci, così dormiva e non si lamentava».

E ancora: «A maggio dell’anno scorso aveva avuto un arresto cardiocircolatorio, lo ricoverarono due giorni al Santo Spirito, ma le sue condizioni non migliorarono. Andavamo ai colloqui e lo vedevamo stare sempre peggio, ormai pesava pochissimo, lui ci faceva coraggio, era un ragazzo buono. E pensare che qualche magistrato di fronte alle consulenze mediche del nostro avvocato, ci ha risposto che Simone faceva solo i capricci». Invece il professor Ferracuti, docente di psicologia clinica alla Sapienza, aveva mandato relazioni molto chiare ai consulenti del magistrato di sorveglianza, dalle quali emergeva la condizione patologica del suo paziente: «Era depresso e anoressico, si lasciava andare; era doveroso metterlo in un’altra condizione, il carcere lo stava distruggendo ma nessuno ci ha dato ascolto».Aveva anche una sorella, Simone La Penna. Si chiama Martina, ha 26 anni. Sarà lei, nei prossimi mesi, a sostenere i genitori, papà Massimo e mamma Cinzia, nel calvario giudiziario che li attende, seppure come parti civili nel procedimento penale. Da undici mesi, da quel 26 novembre 2009, non passa giorno che Martina non dedichi un pensiero, e un’azione, alla ricerca della verità.

«E’ quello che vogliamo, semplice verità: Simone era incompatibile con il regime carcerario. Era stato dimostrato nei mesi precedenti, ma non è bastato. Lo hanno comunque lasciato morire». A demolirlo psicologicamente, racconta Martina, il senso di impotenza di fronte alle difficoltà di cambiare vita. «Da quando era diventato papà, la figlia era la sua ragione di vita. Purtroppo la lentezza della giustizia faceva sì che mentre pensava di rimettersi in riga arrivavano a conclusione procedimenti pendenti. Poi, il 27 gennaio 2009, mentre era ai domiciliari venne rimesso in cella per spaccio di stupefacenti; un’accusa mai provata visto che non gli fu trovato assolutamente nulla. E iniziò il calvario che l’ha condotto alla morte». Simone non aveva una fedina penale da criminale, spiega Martina: «Era solo un tossicodipendente che aveva commesso piccoli reati. La pena in questi casi dovrebbe servire al recupero, non essere punitiva». Indifferenza, negligenza, abbandono. Sono le parole che ricorrono di più nei discorsi di Martina. «Simone lo scriveva sempre nelle sue lettere. Era abbandonato a sé stesso. Non volevano sentirlo e gli davano psicofarmaci, così dormiva. Quel mattino terribile eravamo andate là, con mia madre. A portargli dei soldi. Una doccia gelata quando ci hanno detto che era morto. E ci sono volute sei ore e mezza perché ce lo facessero vedere».

Della vicenda, solo un mese prima della morte, si era interessato anche il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni: «Segnalai che questo ragazzo aveva mostrato un calo fisico tragico e non aveva più la capacità di rispondere a qualunque tipo di sollecitazione. Dissi chiaramente che doveva essere portato fuori dal carcere perché incompatibile con la detenzione, ma questa mia opinione fu contraddetta dai medici del carcere stesso». La morte di Simone ha suscitato reazioni e sdegno anche nel mondo politico, dal segretario radicale Mario Staderini al consigliere comunale Athos De Luca (Pd), fino a Chiara Moroni di Futuro e Libertà e a Ugo Cassone, del Pdl.




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Malasanità, un caso ogni due giorni Metà delle vittime in Calabria e Sicilia

Corriere della sera

Da aprile 2009 a metà settembre 2010 si contano 242 episodi: 163 hanno fatto registrare la morte del paziente


MILANO - Un caso di malasanità ogni due giorni. E dunque 15 al mese. Sono i numeri finiti sotto la lente d'ingrandimento della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario e i disavanzi sanitari regionali, diffusa dall'Adnkronos Salute. In poco più di un anno, dal primo ufficio di presidenza di fine aprile 2009 a metà settembre 2010, si contano 242 casi all'esame. Episodi di presunta malasanità, di cui 163 hanno fatto registrare la morte del paziente. O per errore diretto del personale medico e sanitario, o per disservizi o carenze strutturali. Episodi che dopo un esposto, una segnalazione, o magari un articolo di giornale, arrivano sul tavolo del presidente della Commissione Leoluca Orlando.

I NUMERI - Ben 163 vittime di cui 88 - praticamente la metà - concentrate in due sole regioni: Calabria (50) e Sicilia (38). L'analisi, se da una parte fa emergere il grande lavoro e la capillare attenzione da parte della Commissione, dall'altra mostra un lato sinistro della sanità nazionale: su 242 casi «attenzionati», ben 64 si sono verificati in Calabria, 52 in Sicilia, 24 nel Lazio, 15 in Campania, Puglia e Lombardia, 14 in Veneto, 12 in Toscana, 9 in Emilia Romagna, 8 in Liguria, 6 in Piemonte, 2 in Friuli Venezia Giulia e in Abruzzo, 1 in Trentino Alto Adige, Umbria, Marche e Basilicata. (fonte: Adnkronos)

27 ottobre 2010




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Rifiuti, l'agguato ai militari da un 18enne che su Facebook si atteggia a boss

Il Mattino di Napoli



di Pietro Treccagnoli

BOSCOREALE (26 ottobre) - Sembra il soggetto per un "action movie" urbano. Una riscrittura, in versione videogame, di «I guerrieri della notte» di Walter Hill. Non New York, America, fine anni Settanta, ma Terzigno, Vesuvio, fine anni Zero. La sceneggiatura è addirittura più cruenta, fetida e solo apparentemente gratuita. Chi sono i giovani di quest’Intifada che sta tenendo in scacco lo Stato? Chi li manovra? Perché lo fanno? Gli inquirenti lavorano.

Hanno individuato da tempo l’area di provenienza e, probabilmente, quando tutte le soluzioni pacifiche saranno svanite, potrebbe andare a stanarli.

Le notti alla rotonda Panoramica sono palestre per aspiranti boss, ma anche per un posticino da semplice gregario.

Vite violente della periferia più periferia, i rioni del Piano Napoli, a via Settetermini e a via Passanti, dove sono state esiliate le famiglie del capoluogo durante la ricostruzione del dopoterremoto. Un cerchio di fuoco: dentro si spaccia e si vive di espedienti, laboriosamente.

Chi lancia razzi e sassi contro agenti e militari cercherebbe di accreditarsi presso i clan, per non restare a vita misero pusher o piccola vedetta vulcanica. Uno degli arrestati di ieri, per esempio, Domenico Erri, appena 18 anni, si atteggia a padrino su Facebook, mentre un suo amico impugna un’arma, tra i commenti delle competenti amichette che indugiano sulle caratteristiche della pistola.

La sfida alle "guardie" è nel Dna di chi è cresciuto con modelli di devianza. Poliziotti e agenti sono il loro naturale nemico. E loro si caricano pure su Internet. La criminalità di questa zona malmessa del vesuviano è roba di serie B, una camorra stracciona, come la definiscono magistrati e inquirenti. I clan potenti sono a Torre Annunziata e a Castellammare. Qui tirano avanti con lo spaccio e le estorsioni. Anche se volessero non sarebbero mai capaci di inserirsi nel grande affare del ciclo dei rifiuti. Anzi sulle discariche non hanno e non possono avere nessun interesse specifico.

Eppure, attorno ai guerrieri della notte, scivolano personaggi con grosse moto, si aggirano poco prima degli scontri, provando a dirigere e a proteggere le vie di fuga. Ma parlare di camorra strutturata, quella che domina altrove, tra il Casertano e il Nolano, resta un’esagerazione. I boss di riferimento per ora fanno da spettatori di una partita dove non vale ancora la pena immischiarsi: aprono o non aprono discariche non è un loro problema, come non lo è la massiccia presenza delle forze dell’ordine per le strade di Boscoreale, Terzigno e dintorni. Non intralcia granché i traffici illegali, che qui sono davvero marginali. Poca roba.

Quale è allora il gioco, l’obiettivo di questa criminalità di frontiera e di affari spiccioli? Chi ha studiato queste fenomeni ha le idee chiare: vogliono accreditarsi agli occhi della popolazione locale. Siamo noi che controlliamo il territorio, siamo noi i trecento spartani che bloccano i persiani in divisa, alle Termopili di via Zabatta, fanno capire con le loro molotov e i loro fuochi d’artificio, senza di noi, alle smidollate popolazioni cresciute a coltivare uva per il Lacryma Christi, toccherebbe monnezza a vita. E se si perderà, i guerrieri della notte saranno eroi lo stesso, ma non per caso.

Infilandosi nei viali tutto sommato puliti, tra le basse file rossastre delle palazzine dei rioni Piano Napoli, la psicologia che aggredisce è quella della violenza come unica arma di difesa. Il grado zero del dialogo. La sopravvivenza ottenuta con la sopraffazione. I modelli sono quelli dei coetanei più fortunati, piccolo borghesi indifesi, ma deformati dalla lotta quotidiana per definire i propri spazi.

Ma c’è anche un’altra "vulgata", che percola, gocciola, nella zona grigia attorno al nucleo dei teppisti in cerca di un ingaggio. I violenti della rotonda altro non sarebbero che strumenti di una strategia della tensione della camorra forestiera, quella che, appunto, conta. L’obiettivo? Generare un clima irrespirabile che autorizzi polizia e carabinieri a una repressione più forte che aprirebbe la strada alla realizzazione della discarica.

Allora sì che ci scapperebbe il morto. Teorie del complotto buone per tutte le occasioni.





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Napoli, disoccupati in piazza dopo arresti

Il Mattino di Napoli



NAPOLI (27 ottobre) - Gruppi di disoccupati si stanno concentrando in piazza Mancini e in piazza Carlo III per il corteo annunciato ieri dai «precari Bros» e dal «Movimento di lotta di Napoli e Provincia» in seguito all' arresto di 13 disoccupati per l'invasione del consiglio regionale della Campania (GUARDA IL VIDEO DEL BLITZ).

Al momento un paio di centinaia di manifestanti si sono concentrati in piazza Mancini e altrettanti in piazza Carlo III. La Questura ha fatto sapere che «nessuna richiesta» è giunta per lo svolgimento del corteo, che quindi è da ritenersi non autorizzato. Il corteo - secondo quanto annunciato dai disoccupati - dovrebbe dirigersi al carcere di Poggioreale per chiedere la liberazione degli arrestati.





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Unabomber, Zornitta ripreso a limare forbici sequestrate

Il Mattino di Padova


L'ingegnere Elvo Zornitta per quattro anni è stato sospettato di essere il terrorista del Nordest.
Nel video è ripreso mentre lima una forbice sottratta il giorno prima ai carabinieri durante una perquisizione a casa sua



di Carlo Mion VENEZIA. Vicenda Unabomber, per la prima volta è possibile vedere il video in cui l'ingegnere Elvo Zornitta, per quattro anni il sospettato numero uno di essere il famigerato terrorista del Nordest, è ripreso mentre lima una forbice che ha sottratto ai carabinieri durante una perquisizione a casa sua.

La collocazione temporale di quanto avviene è fondamentale per capire il significato di questa azione. Infatti quella forbice, assieme ad altri attrezzi, era stata nascosta dallo stesso Zornitta all'indomani della notizia sul fatto che grazie ad un accertamento tecnico gli investigatori erano convinti di aver dimostrato che un'altra forbice sequestrata all'ingegnere era stata utilizzata per confezionare un ordigno attribuito a Unabomber. Accertamento che si basa sull'analisi dei segni lasciati dalle lame di una forbice quando questa taglia un qualsiasi materiale. Quando si tratta di materiali metallici è possibile rilevare le tracce e compararle con i segni lasciati dalle lame dell'attrezzo che si sta esaminando. Se si modifica il taglio delle lame, magari limandolo, cambiano anche i segni che venfono lasciati successivamente.

GUARDA Il video di Zornitta


Comunque l'ingegner Zornitta è stato prosciolto dai giudici di Trieste. La Procura del capoluogo giuliano, infatti, aveva aperto un fascicolo a suo carico.



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La lezioncina di Colombo: «Mr. Fiat non è simpatico»

di Paolo Bracalini


Roma

Da ex uomo Fiat e agnelliano di ferro Furio Colombo, l’uomo più a sinistra che abbia mai abitato un loft a Manhattan, ha capito qual è il vero problema dell’azienda torinese e di Sergio Marchionne in particolare: non sono simpatici. L’antipatia della Fiat è proprio «un effetto forte, come un aroma», tipo il caffè, ma più amaro, lamenta Colombo sul Fatto. Tra l’altro, cosa davvero insopportabile, Marchionne non ha nemmeno un sorriso, ma solo un sorrisetto, «che è cosa ben diversa». Niente a che spartire con quei simpaticoni degli Agnelli, quando a Torino regnavano loro e Colombo regnava, come reggente della casata, a New York. Nessuno, prima di Colombo, aveva mai avvisato l’ad Fiat che «la simpatia conta molto nelle vendite», e la simpatia di Colombo influirà parecchio in quelle del Fatto.

L’aveva fatta valere a suo tempo con quel buontempone dell’Avvocato, che ne intuì presto le doti di gran simpaticone prelevandolo dalla redazione per avviarlo alla carriera di manager. Passaggio che Colombo, fustigatore della stampa troppo vicina al potere, ha sempre trovato naturalissimo: «Quando lavoravo per La Stampa a New York - raccontò - divenne abbastanza naturale che mi occupassi anche di relazioni esterne della Fiat, per poi diventarne amministratore delegato e poi presidente della Fiat Usa». Naturale, cosa c’è di strano se un giornalista poi diventa amministratore delegato per la società che possiede il giornale in cui lavora? Niente, a patto che ci sia la simpatia. Fu talmente simpatico Colombo che si guadagnò - da presidente di Fiat Usa - anche una cattedra di giornalismo alla Columbia University. E poi la poltrona all’Istituto di cultura italiana di New York. Ma non perchè fosse uomo Fiat, no, per la cultura e la simpatia.

Quelle sì che erano relazioni industriali. Non il «gelo e disprezzo» dei Marchionne che «umilia gli operai italiani». Manager che non attirerebbero mai quel grande calore che si registrò al Metropolitan Museum di New York, nell’ottobre del ’91, alla festa di compleanno per l’avvocato Agnelli. Gran cerimoniere il presidente-intellettuale Furio Colombo. «É la prima data in cui tutti i suoi amici si sono incrociati nello stesso punto del pianeta e alla stessa ora», spiegò Furio, emozionato dalla simpatia dell’occasione. Sai che risate farebbe fare, fosse per lui, a Melfi e Pomigliano d’Arco.



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I pasticci di Vendola: sprechi e doppi incarichi

di Paolo Bracalini


Nonostante le promesse, nella Regione Puglia governata da Nichi le uscite discutibili abbondano: 220mila euro per dépliant e arredi nuovi. E l’assessore Nicastro non ha badato a spese: 16mila euro per scrivania in noce, poltrone, sedie e libreria



 

Roma - Gran paroliere, poeta per hobby, affabulatore per mestiere. O insuperabile parolaio? Perché «se la pubblica amministrazione ha una funzione ancillare del sistema di potere», allora, «bisogna ricostruire un’igiene istituzionale», sennò la destra continua a «mutare la morfologia italiana». La soluzione? Va da sé, «mettere in piedi un dispositivo di linguaggio, un codice, un’utopia». In questi arzigogoli linguistici vendoliani ci si può facilmente perdere, e alla fine credere che, mutando il linguaggio, muti anche la politica. Quando però l’utopia si fa realtà, si vede che non è poi niente di che. Tra rapporti ambigui, spese discutibili e doppie cariche in Regione, la rivoluzione vendoliana somiglia ad una chincaglieria made in Taiwan, nuova ma già vecchia. Del resto Nicola detto Nichi, che si presenta come l’uomo nuovo, è in giro almeno da una ventina d’anni, tra direzioni Pci, Rifondazioni comuniste e vari scranni parlamentari. E anche in Regione Puglia la cosiddetta primavera vendoliana mostra i segni dell’età.

Vendola si è a lungo tenuto al suo fianco, nel delicatissimo ruolo di assessore alla Sanità, uno come Alberto Tedesco, poi indagato (e dimessosi) dalla procura antimafia di Bari per associazione a delinquere e corruzione. Anche se fin dall’inizio era noto (lo scrisse Repubblica nel maggio 2005) il suo conflitto di interessi, visto che «la moglie e i tre figli hanno partecipazioni azionarie in alcune società che commercializzano in Puglia prodotti farmaceutici e parafarmaceutici». Cambiato qualcosa? Mica tanto. Ora, senza alcuna rilevanza giuridica ma solo di opportunità, c’è un altro conflittino, stavolta in capo all’assessore-magistrato dell’Idv, Lorenzo Nicastro. Il quale è appunto assessore all’Ambiente ma anche consigliere regionale, quando le regole dell’Idv prevedono che le doppie cariche siano incompatibili. Di Pietro lo disse a maggio, subito dopo la nomina del suo uomo nella giunta Vendola: «Questione di settimane, poi Nicastro dovrà scegliere e decidere se restare assessore o restare consigliere. Per noi è un grave conflitto di interesse ricoprire entrambi i ruoli». Non è successo nulla.

Anzi, qualcosa è successo. La nuova giunta si è mossa rapidamente. Soprattutto per cambiare scrivanie e sedie negli uffici degli assessori. Lo racconta la Gazzetta del Mezzogiorno: 110mila euro per i mobili nuovi. Anche qui Nicastro eccelle. Ad altri sono bastati 3.300 per rifare il look dell’ufficio, al magistrato dipietrista invece sono serviti 15.996 euro. Così tradotti in mobilia: «Scrivania legno noce modello IT 23 C», 2.081 euro più Iva; «Cassettiera portante legno», 1.331 euro più Iva, «Tavolo riunioni in legno noce» 2.850 euro più Iva, «Allungo collegato in legno noce», 1.300 euro più Iva. Poi due poltrone in pelle nera, otto sedie per tavolo riunione, e una libreria, sempre in noce, che costa 3.000 euro più Iva.

Ma dagli uffici della Regione escono altre cose. Un documento interno, che una fonte insospettabile consegna al Giornale, elenca tutte le imperdibili pubblicazioni istituzionali e le brochure fatte stampare (in abbondante numero di copie) dalla Regione per pubblicizzare l’operato del governo vendoliano (pardon, per «agganciare la società al tessuto connettivo della politica intesa come polis che dialoga con la cittadinanza attiva»...). Ebbene, negli ultimi due anni nemmeno conclusi, 2009-2010, la Puglia di Vendola ha esternato in forma cartacea sfornando undici memorabili volumi e depliant informativi, per totali 109.234 euro. Che vanno aggiunti alle altre spese per le iniziative editoriali vendoliane tra il 2006 e il 2008, altri 57mila euro circa. Per raccontare quali straordinarie e poetiche imprese? Per esempio quella summa di nuova politica che è la «Brochure sociale 2005-2010 - Resoconto ai cittadini del lavoro svolto dall’Assessorato alla trasparenza». Volume trascinante, tirato in 9mila copie per il costo di 17.200 euro.





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Ecco chi ha dato 100 miliardi di euro alla Fiat

di Pierluigi Bonora


Da Andreotti a Prodi, da D’Alema a De Mita: decenni di favori al gruppo sotto forma di incentivi e protezioni. Nel periodo '70-'90 i finanziamenti più consistenti a favore del gruppo torinese. Tasse / l'Alfa / Giapponesi  / Melfi



 

Genericamente si potreb­be dire che furono tutti i big della politica della pri­ma Repubblica a prestare un’attenzione particolare al gruppo Agnelli. Nella forma di aiuti, sostegni, spintarelle, scambio di fa­vori, piaceri, paletti prote­zionistici. Il caso più cla­moroso fu la protezione data da Romano Prodi in occasione dell’asta sull’Al­fa Romeo. Ma ci furono inter­venti apparentemente margina­li, però dalle conseguenze favo­lose per la Fiat. Basti pensare a quella nuova tassa che si inven­tò il governo Andreotti nel 1976, chiamata superbollo per i moto­ri Diesel. Sotto al vestito una grande mano ai motori torinesi che all’epoca erano praticamen­te solo a benzina e di cilindrate basse.

E la fuoriuscita dei moto­ri stranieri a gasolio, all’epoca più avanzati. E poi la famigerata Cassa del Mezzogiorno, feudo democristiano, che con la scusa dell’industrializzazione gettò miliardi anche nelle fabbriche del gruppo (ma non solo ovvia­mente). Andiamo per ordine. Le ultime dichiarazioni di Ser­gio Marchionne («dall’Italia non arriva alla Fiat un euro di utile») hanno riportato alla ri­balta il tormentone dei tanti sus­sidi, diretti e indiretti, di cui il gruppo che fa capo alla famiglia Agnelli ha beneficiato nella sua lunga storia. «Per elencare tutti i favori - dice maliziosamente un esperto del settore - ci vorrebbe un’enciclopedia». Sul banco degli «imputati» sono soprattutto i governi di centrosi­nistra e gli uomini che li hanno condotti: Romano Prodi, Massi­mo D’Alema e Giuliano Amato firmano i provvedimenti che danno maggiore ossigeno al­l’azienda torinese.

A molti bru­cia ancora il regalo, già accenna­to, fatto da Prodi, all’epoca alla guida dell’Iri, alla Fiat: quell’Al­fa Romeo strappata alla Ford, che nel 1986 (governo Craxi) aveva messo sul piatto 4mila mi­liardi di lire, ben più dei 1.050, da versare in cinque rate (la pri­ma sei anni più tardi) senza inte­ressi, offerti dal Lingotto allora amministrato da Cesare Romi­ti. Se l’Alfa Romeo aveva proble­mi allora, la situazione nel tem­po è stata oggetto di pochi alti e tanti bassi, tant’è che il destino del marchio milanese non è tut­tora ancora ben delineato. Il simbolo di un nazionalismo in­­dustriale di cui lo stesso Mar­chionne oggi essendone vitti­ma, si lamenta. C’è chi è arrivato a quantificare l’ammontare dei finanziamen­ti statali elargiti a Torino in 100 miliardi di euro.

Queste le voci considerate: rottamazioni (leg­gi incentivi: 400 milioni di euro solo nel ’97 in virtù del piano Prodi), cassa integrazione, con­tributi per gli impianti al Sud, prepensionamenti, mobilità lunga, interventi sul fisco, bar­riere protezionistiche, leggi ad hoc. Nel balletto di cifre pro­prio ieri la Cgia di Mestre ha fat­to due conti: 7,6 miliardi di fi­nanziamenti erogati dallo Sta­to solo negli ultimi 30 anni, da suddividere in contributi per re­alizzare le fabbriche di Melfi e Pratola Serra (1,279 miliardi tra il ’90 e il ’95 con i governi De Mi­ta, Andreotti, Amato, Ciampi e Berlusconi). Complessivamen­te, secondo la Cgia, tra il ’77 e il ’90 Torino ha beneficiato di 5,2 miliardi, avallati dai governi Moro, Andreotti, Cossiga, For­lani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria e De Mita: praticamente tutti i bei nomi della prima Re­pubblica.

Il gruppo degli Agnelli è stato aiutato, in base alla legge per il Mezzogiorno, a realizzare il suo programma di insediamen­ti industriali al Sud: oltre 6mila miliardi di vecchie lire in base al contratto di programma sti­pulato a Palazzo Chigi nel 1988 con i governi Goria-De Mita. In anni successivi, e precisamen­te tra il ’93 e il 2009 (governi Ciampi, Berlusconi, Dini, Pro­di, D’Alema e Amato) alle voci ristrutturazioni, innovazione e formazione è corrisposta un’erogazione da parte dello Stato pari a quasi 500 milioni di euro. C’è poi lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, ereditato dalla vecchia Alfa Romeo (20,5 milioni a carico dello Stato per l’innovazione dell’impianto tra il ’95 e il 2000)e quello sicilia­no di Termini Imerese, costrui­to nel golfo di Cefalù in una del­le zone meno adatte per un po­lo industriale e sicuramente più indicata a ospitare milioni di turisti.

La nascita del sito nel 1970 (governo Rumor) avven­ne sulla spinta delle grandi lot­te operaie del tempo che tra le principali rivendicazioni pone­v­ano lo sviluppo del Mezzogior­no. Purtroppo, con il trascorre­re degli anni, sono emerse le dif­ficoltà di mantenere la produ­zione in­un’area difficile da rag­giungere e carente di infrastrut­ture, tant’è che la fabbrica che ha prodotto modelli di succes­so come 500, 126, Panda, Punto e Lancia Y, chiuderà a fine 2011. Di investimenti e contri­buti, comunque, Termini Ime­rese ne ha assorbiti: l’ultimo ri­sale al 2007 (governo Prodi) con un intervento statale di 46 milioni. Bisogna sempre considerare in­fine due fattori. Ogni impresa, in qualsiasi parte del mondo, chiede aiuti economici alla poli­tica.

Il problema è quando la po­litica cede con tanta dovizia co­me ha fatto negli anni con Fiat. E infine occorre sempre ricor­dare come in un paese dotato di pochi colossi industriali, il gruppo torinese abbia negli an­ni rappresentato uno dei pochi baluardi dell’occupazione e della ricerca. Basti pensare al re­centissimo caso serbo: hanno fatto ponti d’oro,tra incentivi fi­scali e contributi vari, affinchè la Fiat rilanciasse il suo stabili­mento locale.



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Vedi Napoli e poi puzzi» Le scuse del direttore di Telelombardia

Il Mattino


NAPOLI (26 ottobre)

 Ieri, su segnalazione di un lettore, era stata data notizia di una trasmissione sull'emittente Telelombardia durante la quale era stato lanciato un sondaggio dal titolo «Vedi Napoli e poi puzzi», parafrasando il titolo di un film, «Vedi Napoli e poi muori».
Dopo le proteste di molti lettori, inviate nell'area commenti, il direttore di Telelombardia, Fabio Ravezzani ha inviato al direttore de Il Mattino, Virman Cusenza, una lettera di scuse per l'increscioso incidente.

Eccone il testo.

“Caro Direttore,

Ho scoperto che Telelombardia è finita al centro di una polemica per il titolo del nostro programma Orario Continuato di due giorni fa. Giustamente, alcuni tuoi lettori si sono indignati. Lo capisco. Il collega, nel tentativo di lanciare un sondaggio «a effetto» ha maldestramente parafrasato un film con esiti pessimi.

Me ne scuso personalmente, anche perché quella mezz’ora di trasmissione in diretta m’era sfuggita. Tengo però a ribadire che mai, in nessun momento del programma (che sono andato a rivedere) c’è stato alcun commento razzista o polemico nei confronti di Napoli e del gravissimo problema-rifiuti che sta affrontando. Anzi.

Ti posso garantire che il razzismo è quanto di più lontano esista dalla nostra cultura giornalistica e di emittenti televisive, sebbene abbiamo il compito di rappresentare nel modo più completo le diverse opinioni del nostro territorio. Chi segue i nostri programmi e notiziari lo può ben testimoniare.

Un caloroso abbraccio.


Fabio Ravezzani
Direttore responsabile
Telelombardia e Antenna3




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Mafia, arrestati 4 presunti capiclan

Corriere della sera


Secondo le accuse gestivano la raccolta delle estorsioni e il reinvestimento dei proventi in diverse attività


Gran parte dei commercianti vittime del pizzo hanno collaborato con gli investigatori

PALERMO - I carabinieri del Comando Provinciale di Palermo e la Direzione Investigativa Antimafia hanno fermato quattro presunti capimafia dei clan palermitani di Resuttana, Tommaso Natale e Partanna Mondello accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa ed estorsione. Il provvedimento, disposto dalla Dda di Palermo, nasce da un' indagine che ha consentito di individuare i nuovi vertici e l'assetto dei mandamenti mafiosi della città. A riscontro dei dati emersi dall'inchiesta anche le dichiarazioni di diversi pentiti. Il fermo, che è un provvedimento d'urgenza, si è reso necessario perchè c'era il concreto pericolo, secondo l'accusa, che i quattro mafiosi fuggissero. Gran parte dei commercianti vittime del pizzo hanno ammesso le richieste degli estortori e hanno collaborato con gli investigatori fornendo ulteriori spunti di indagine.
I QUATTRO FERMATI - I fermati sono Sandro Di Fiore, 33 anni, Gioacchino Intravaia, detto «Sifilitico», 57 anni, Giovanni Sammarco, detto «Enzo», 51 anni, e Domenico Giordano, 54 anni. Secondo la Procura, Di Fiore sarebbe stato un punto di riferimento nella raccolta del "pizzo" allo Zen e nel mandamento di Resuttana ed avrebbe anche messo a disposizione dei locali per la custodia di armi e lo svolgimento di riunioni tra boss. Inoltre, in occasione delle festività pasquali e natalizie del 2008, in concorso anche con l'attuale collaboratore di giustizia Manuel Pasta, avrebbe costretto il titolare del bar pasticceria «Golden» di piazza Giovanni Paolo II a versare 1.500 euro per «mettersi a posto». Anche Intravaia e Sammarco sarebbero stati punti di riferimento per la raccolta delle estorsioni e per il reinvestimento dei proventi in diverse attività economiche nel mandamento di Resuttana. Giordano sarebbe invece, secondo gli investigatori, il referente mafioso nella zona di Partanna Mondello e dello Zen ed avrebbe intrattenuto rapporti con diversi esponenti di Cosa nostra, come Giovanni Cusimano e Francesco Franzese, anch'egli, come Pasta, diventato collaboratore di giustizia al momento del suo arresto. Giordano si sarebbe anche occupato della contabilità del 'pizzò destinato al mantenimento in carcere degli affiliati detenuti. Tra gli episodi che gli vengono contestati, un'estorsione ai danni della società «Vivai Gitto Palermo» di via Castelforte, molto nota in città. Il titolare sarebbe stato costretto dal 2003 e fino al giugno di quest'anno a versare somme di denaro, che venivano consegnate agli esattori mafiosi in busta da un dipendente dell'azienda.

27 ottobre 2010



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Fini è indagato, ma l'hanno nascosto

di Alessandro Sallusti


Gianfranco Fini è indagato per truffa aggravata per l'appartamento di Montecarlo. Lo è da mesi ma non lo sapevamo. Per comunicarlo la Procura di Roma ha aspettato di annunciare contemporaneamente la sua richiesta di archiviazione. Un trattamento anomalo, nel senso che è a norma di legge. Mai prima d'ora infatti un pm aveva avuto tanto rispetto per la privacy di un personaggio politico o più in generale pubblico. Succedesse sempre così non ci sarebbe bisogno di riformare la giustizia. Evidentemente il presidente della Camera gode della stima e della fiducia delle Procure. Al punto che i pm non hanno sentito il bisogno di interrogare i protagonisti della vicenda, dalla moglie (che su quell'appartamento si è data molto da fare), al cognato che per bocca dello stesso Fini potrebbe essere il vero proprietario. Neppure quei signori che hanno dichiarato di aver offerto molto di più dei trecentomila pagati dalla off-shore sono stati sentiti.

Ora il gip dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione. La quale, peraltro, non smentisce neppure una riga dell'inchiesta pubblicata dal Giornale. Nelle carte si legge che sì il prezzo di vendita non risultava equo ma che andrebbe valutato il costo della ristrutturazione. Per questo i pm se ne lavano le mani rimandando - è scritto - la valutazione del danno a una eventuale causa civile.

Tanta prudenza cozza con la spregiudicata fuga di notizie dal tribunale di Milano su una inchiesta che coinvolgerebbe Silvio Berlusconi. Ne ha dato notizia ieri il Fatto Quotidiano. Si tratta delle dichiarazioni di una ragazza marocchina probabilmente minorenne che avrebbe raccontato di aver conosciuto Silvio Berlusconi. «Dichiarazioni non prive di contraddizioni - scrive il giornale di Travaglio - che potrebbero anche essere il tentativo di un ricatto». Ma tanto basta, e vedrete basterà, ad aprire una nuova stagione di veleni e insinuazioni. Il caso D'Addario, che giudiziariamente si è concluso nel nulla, insegna.

I due episodi chiariscono perché Fini è contrario allo scudo giudiziario e Berlusconi no. È la solita storia dei due pesi e due misure. Ne sa qualche cosa anche Paolo Berlusconi, accusato - unico editore in Italia - di concorso in violazione del segreto istruttorio. Avrebbe passato al suo giornale, cioè questo, la notizia dell'intercettazione nella quale Fassino pronunciò il famoso: «Abbiamo una banca». Notizia che sventò la scalata di Unipol alla banca Bnl, cioè una delle più sporche e imbarazzanti operazioni della finanza di sinistra.
Gli altri giornali esultano perché due notizie vere date dal Giornale vengono smontate e perseguite dai magistrati. Questa è la loro concezione di informazione: non importa la verità ma se un fatto è contro o a favore dei progetti oscuri della sinistra, se danneggia o no Berlusconi. In un caso non bastano le prove, nell'altro si dà credito a escort e ragazzine. E guai a obiettare, altrimenti succede come ieri sera, cioè che il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, viene preso a botte in mezzo alla strada. A violenza giudiziaria si aggiunge violenza fisica. E, purtroppo, non finirà qui.



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In Italia le spoglie di 121 soldati morti in Russia

Repubblica



I resti delle salme di 121 militari italiani, tutti al momento ignoti, caduti in Russia durante la seconda guerra mondiale sono tornate in Italia dopo quasi 70 anni: l'arrivo all'aeroporto di Ronchi dei Legionari, Gorizia. A trasportare le spoglie è un C130J dell'Aeronautica Militare


Parassiti, ma Gianfry pensa a suo cognato?

di Salvatore Tramontano



Parassiti. Gianfranco Fini ha detto proprio così. Non vuole parassiti e delinquenti nel proprio partito. Non sono parole usate a caso, ma sintetizzano tutta la politica mediatica di quelli che hanno lasciato il Pdl, la banda dei Briguglio, Granata, Bocchino, Urso, Della Vedova, i moderati alla Moffa o gli sdegnosi puritani da palcoscenico alla Barbareschi. Il messaggio è che nessuno di loro è andato via per calcolo politico o per rilanciare una carriera da ballerina di seconda fila. No, lo strappo nasce da ragioni morali. Lo hanno detto, l’hanno (...)
(...) ripetuto, l’hanno fatto capire. È un ritornello che torna in ogni occasione: loro sono la destra pulita, senza macchia e senza paura, gli altri, quelli del Pdl, sono il marciume, gli indegni, gli infami. L’ex leader di An, che pure è cresciuto con il marchio della ghettizzazione, ha appreso l’arte dei suoi antichi avversari: dividere il mondo in buoni e cattivi.

E come Togliatti non vuole pidocchi sulla propria criniera. Non importa che poi, nel caso del Migliore, quei parassiti avessero il solo torto di dire che nei paesi comunisti non si vivesse così bene e quel sogno proletario assomigliasse troppo a un inferno di fame e terrore. L’importante è tirare una linea, segnare un confine etico, mettere all’indice chi non la pensa come te.
Nel caso di Fini tutto questo fa perfino un po' ridere. A chi pensa Gianfranco quando parla di parassiti? Pensa a Montecarlo? Pensa ai cognati che vivono a sbafo nelle case del partito? Pensa a quelli che da una vita vivono di rendita nell’apparato statale? Pensa ai suoi elettori con i colletti bianchi? Pensa al Sud che vive di elemosina pubblica? Pensa a chi è stato sdoganato e arriva al governo grazie a una persona e poi lo colpisce alle spalle? Pensa a chi s’improvvisa produttore di programmi e li vende a peso d’oro a mamma Rai? Al Fli non basterebbero litri di aceto per liberarsi di tutti i parassiti.

Non si è ancora capito dove sia questa superiorità morale della destra che ha mandato al macero il bipolarismo. È un parassita chi viene eletto presidente della Camera e poi passa i giorni a congiurare contro il suo vecchio partito, quello che ha contribuito a fondare? Forse no. Questa per Fini è politica alta e bella. È lo scatto d'orgoglio di un uomo che comincia a vedere gli anni passare e non se la sente più di fare il numero due. Legittimo. Tutti gli uomini hanno diritto alle proprie ambizioni. Quella che puzza è l’ipocrisia. È il non fare i conti con le proprie scelte e giustificarsi dicendo che gli altri non sono alla tua altezza, non ti meritano, sono sporchi, sono al di sotto della tua statura morale.

È il buon Italo Bocchino che conosce gli anfratti più cinici della politica napoletana e ora va in giro a dispensare santità, guardando i suoi vecchi colleghi con un sorriso impertinente che dice: poveri peccatori rimasti nel fango. Ma cosa hanno fatto in tutti questi anni Briguglio e Granata? Da quale miracolo viene la loro santità morale? Forse per capire quello che sta accadendo basta andare sul sito di Generazione Italia, la fondazione che serve a Bocchino per governare il nuovo partito. Qui si è aperta la discussione su cosa fare dei nuovi adepti, di quelli che non hanno fatto la marcia su Arcore. E la preoccupazione morale dei ragazzotti di Italo è una sola: non permetteremo che gli ultimi (arrivati) divengano i primi. Come al solito l’etica in questo Paese è solo una questione di poltrone.



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In arrivo una nuova campagna di veleni su Berlusconi: nel mirino una ragazza E il clima d’odio fa un’altra vittima: il portavoce del Pdl preso a pugni per strada

di Redazione


Gianfranco Fini è indagato per truffa aggravata per l'appartamento di Montecarlo. Lo è da mesi ma non lo sapevamo. Per comunicarlo la Procura di Roma ha aspettato di annunciare contemporaneamente la sua richiesta di archiviazione. Un trattamento anomalo, nel senso che è a norma di legge. Mai prima d'ora infatti un pm aveva avuto tanto rispetto per la privacy di un personaggio politico o più in generale pubblico. Succedesse sempre così non ci sarebbe bisogno di riformare la giustizia. Evidentemente il presidente della Camera gode della stima e della fiducia delle Procure. Al punto che i pm non hanno sentito il bisogno di interrogare i protagonisti della vicenda, dalla moglie (che su quell'appartamento si è data molto da fare), al cognato che per bocca dello stesso Fini potrebbe essere il vero proprietario. Neppure quei signori che hanno dichiarato di aver offerto molto di più dei trecentomila pagati dalla off-shore sono stati sentiti.

Ora il gip dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione. La quale, peraltro, non smentisce neppure una riga dell'inchiesta pubblicata dal Giornale. Nelle carte si legge che sì il prezzo di vendita non risultava equo ma che andrebbe valutato il costo della ristrutturazione. Per questo i pm se ne lavano le mani rimandando - è scritto - la valutazione del danno a una eventuale causa civile.

Tanta prudenza cozza con la spregiudicata fuga di notizie dal tribunale di Milano su una inchiesta che coinvolgerebbe Silvio Berlusconi. Ne ha dato notizia ieri il Fatto Quotidiano. Si tratta delle dichiarazioni di una ragazza marocchina probabilmente minorenne che avrebbe raccontato di aver conosciuto Silvio Berlusconi. «Dichiarazioni non prive di contraddizioni - scrive il giornale di Travaglio - che potrebbero anche essere il tentativo di un ricatto». Ma tanto basta, e vedrete basterà, ad aprire una nuova stagione di veleni e insinuazioni. Il caso D'Addario, che giudiziariamente si è concluso nel nulla, insegna.

I due episodi chiariscono perché Fini è contrario allo scudo giudiziario e Berlusconi no. È la solita storia dei due pesi e due misure. Ne sa qualche cosa anche Paolo Berlusconi, accusato - unico editore in Italia - di concorso in violazione del segreto istruttorio. Avrebbe passato al suo giornale, cioè questo, la notizia dell'intercettazione nella quale Fassino pronunciò il famoso: «Abbiamo una banca». Notizia che sventò la scalata di Unipol alla banca Bnl, cioè una delle più sporche e imbarazzanti operazioni della finanza di sinistra.

Gli altri giornali esultano perché due notizie vere date dal Giornale vengono smontate e perseguite dai magistrati. Questa è la loro concezione di informazione: non importa la verità ma se un fatto è contro o a favore dei progetti oscuri della sinistra, se danneggia o no Berlusconi. In un caso non bastano le prove, nell'altro si dà credito a escort e ragazzine. E guai a obiettare, altrimenti succede come ieri sera, cioè che il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, viene preso a botte in mezzo alla strada. A violenza giudiziaria si aggiunge violenza fisica. E, purtroppo, non finirà qui.



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La nonnina che insulta la deputata del Pdl e il governo fa il boom nella Rete

Il Mattino


ROMA (26 ottobre) - «In due minuti ha demolito il centrodestra», commentano in tanti. Mentre altri sorridono. La nonnina contesta la deputata Anna Maria Bernini (Pdl) durante un'intervista in tv davanti a Montecitorio. Striscia la Notizia ha ripreso l'intervento della vecchietta, che nel giro di qualche giorno è diventata un'eroina della rete "Tu me rispetti? E io no, non te rispetto perché siete tutti dei mascalzoni". E' boom sulla rete. Poi incalza Della Vedova (Fli): «ve comprate a gente»




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In Inghilterra arriva la prima guida per i papà gay

Corriere della sera


Consigli pratici, consulenze su adozione e donazione di sperma, tutto su come essere dei buoni padri

L'iniziativa di una associazione omosessuale


La coppia gay milionaria formata da Barrie e Tony Drewitt-Barlow con i loro bambini adottati
La coppia gay milionaria formata da Barrie e Tony Drewitt-Barlow con i loro bambini adottati
MILANO - «Per gli uomini gay non c'è stato mai momento migliore per costruire una vera famiglia». Con questo singolare slogan l'associazione omosessuale britannica «Stonewall» ha lanciato nei giorni scorsi la prima «Guida per i papà gay». Il volume, co-finanziato dalla Banca dello sperma di Londra, offre agli omosessuali che popolano la Gran Bretagna consigli pratici e una consulenza dettagliata in materia di adozione, donazione di sperma e consigli su come essere dei buoni padri. Inoltre presenta tutte le modifiche legislative che negli ultimi anni hanno interessato il mondo omosessuale.

PAESE ALL'AVANGUARDIA IN MATERIA D'ADOZIONE - L'Inghilterra è un paese all'avanguardia in materia di adozione. Dal 2005, grazie alla revisione della legge «Adoption and Children Act 2002» , tutte le coppie di fatto, sia etero che gay, possono adottare un bambino. Fino ad allora in Gran Bretagna, oltre alle coppie sposate, potevano adottare anche i single: ciò comportava che una coppia non sposata, magari omosessuale, potesse prendere in affidamento un bambino, ma la responsabilità legale ricadeva su uno solo dei due partner. Cinque anni fa la svolta, salutata dalle associazioni britanniche che si occupano di tutela dei minori e di affidamento come «la più grande riforma del settore degli ultimi trent’anni».

POCHI OMOSESSUALI ADOTTANO - Dal 2005 in Inghilterra decine di coppie omosessuali hanno beneficiato di questo nuovo diritto. Tuttavia come racconta Gary Nunn, portavoce dell'associazione che ha promosso la nuova guida per i i genitori gay, sono ancora troppo pochi gli omosessuali in Inghilterra che prendono in affidamento un bambino: «Secondo i dati raccolti fino al marzo del 2010, nell’ultimo anno solo 60 dei 3200 bambini adottati sono stati affidati a coppie gay - spiega il portavoce Nunn - La cifra è raddoppiata dal 2007, ma è ancora inferiore al 2% del totale. Nel corso degli ultimi anni ci sono stati importanti cambiamenti legali e sono state offerte nuove opportunità alle coppie gay che fino a 10 anni fa erano inimmaginabili».

COMMENTI - Come racconta il sito web di Stonewall la guida è stata concepita all'indomani della pubblicazione di uno studio, commissionato dalla medesima associazione omosessuale all'Università di Cambridge, che dimostra come i bambini affidati a genitori dello stesso sesso hanno lo stesso grado di educazione e conoscenza rispetto a quelli cresciuti da coppie eterosessuali. Il volume vuole inoltre dimostrare come è facile e soprattutto importante per i gay avere la possibilità di costruire una vera famiglia: «Questa nuova e completa guida, la prima nel suo genere, delinea tutte le opzioni con consigli pratici e i luoghi da visitare per un ulteriore supporto - dichiara Ben Summerskill, direttore generale di Stonewall - Speriamo che essa spinga quella parte di popolazione gay che non ha ancora preso in considerazione la possibilità di crescere figli, a ripensarci». Dello stesso avviso il portavoce dell'associazione Nunn che conferma: «Intendiamo promuovere l'idea che le persone lesbiche, gay e bisessuali possano svolgere un ruolo centrale nella comunità odierna che fino a ieri non era permesso. Uno di questi ruoli è quello di diventare padri».

Francesco Tortora
26 ottobre 2010

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La Germania Ovest e il "mondiale dopato"

Corriere della sera


Nel '54 ad alcuni calciatori somministrate iniezioni
dello stesso stimolante usato dai piloti della Luftwaffe


LA RICERCA DELL'Università di Lipsia


La premiazione della nazionale tedesca dopo la finale di Berna del 1954
La premiazione della nazionale tedesca dopo la finale di Berna del 1954
MILANO - La Germania Ovest vinse i Mondiali di calcio del 1954 schierando alcuni giocatori dopati. Secondo uno studio condotto dall'Università di Lipsia, a diversi calciatori furono somministrate iniezioni di metanfetamina, lo stesso stimolante che fino a nove anni prima, con il nome commerciale di Pervitin, avevano assunto durante la Seconda Guerra Mondiale i piloti della Luftwaffe e gli equipaggi dei cingolati dell’esercito della Germania nazista.

LE AMMISSIONI - Alcuni calciatori di quella nazionale tedesca ammisero di avere ricevuto iniezioni prima della finale vinta per 3-2 con l’Ungheria a Berna, ma spiegarono che - in base a quanto veniva detto loro - si trattava di semplici integrazioni di vitamina C.

26 ottobre 2010

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I ladri di Capuano in fuga con l'anello lasciano l'auto e si cambiano a via Veneto

Il Messaggero




di Paola Vuolo

ROMA (26 ottobre) - Spuntano nuovi filmati sulla fuga dei ladri di Capuano. Immagini che mostrano l’autore del furto del brillante da 200.000 euro e i suoi due complici: è una fuga rocambolesca e fortunata, perché i ladri a bordo di una ”Nissan Micra” rubata lasciano via Veneto attraversano via Lombardia, via Aurora e tornano contromano su via di Porta Pinciana, dove abbandonano l’auto davanti al civico 31. Scendono al volo e scappano, l’autore del furto si toglie anche la cravatta, per cambiare qualche dettaglio del suo abbigliamento. Dopo il colpo i ladri hanno praticamente rifatto il giro dell’isolato, sono stati costretti anche a rischio di essere fermati da un vigile perché, probabilmente nella fuga avevano trovato un ostacolo che li ha fatti tornare indietro per forza. Gli agenti del commissariato Castro Pretorio guidati da Massimo Improta ritrovano la Nissan (la macchina ha la targa italiana), i banditi non hanno lasciato nessuna impronta.

I ladri di Capuano e i ladri di Cartier, oltre ad essere stranieri e ad avere usato la stessa tecnica per i colpi (hanno finto di dovere regalare un anello), hanno avuto pure la stessa fortuna nel non incappare nei vigili urbani. Gli Arsenio Lupin di via Condotti prima di entrare nello store hanno fermato l’Opel blu con la targa francese in via Mario de’ Fiori nonostante il divieto di sosta. L’auto è rimasta lì dalle 17,54, ora in cui il ladro che ha rubato il diamante da 500.000 euro ha tentato il furto prima in un’altra gioielleria, fino alle 18, 20 circa, quando mani di velluto e il complice sono usciti dalla gioielleria di via Condotti con il gioiello in tasca. E prima di entrare nel negozio di via Mario de’ Fiori, i tre avevano preso di mira una gioielleria di via del Corso, tentativo fallito anche qui. Hanno chiesto un gioiello per un regalo, ma il proprietario gli ha risposto che vendeva solo orologi.

«Quell’uomo l’ho già visto altre volte - dice il proprietario di un negozio di via Mario de’ Fiori - in questa strada ci passo praticamente tutto il giorno e ho una buona memoria, quel tipo è passato di qui più di una volta e si è guardato tutte le vetrine». Il negoziante è anche l’uomo che martedì scorso ha perfino litigato con il terzo ladro di Cartier, proprio per la Opel parcheggiata nella strada: «Avevano parcheggiato la macchina in divieto di sosta, sul marciapiede poco più in là dello store di Cartier. Mi sono avvicinato e ho detto a quello che era in macchina di andarsene perché lì non poteva stare, ci ho litigato perché faceva finta di niente, gli ho ripetuto di andarsene e lui allora mi ha detto che non sarebbe rimasto molto, solo due minuti».
I ladri sono tranquillamente usciti dallo store di via Condotti con il diamante da 5 carati rubato sotto al naso dei commessi in una specie di gioco delle tre carte. I testimoni dicono che parlavano francese e che hanno detto di essere arabi, sulle loro tracce anche gli investigatori dell’Interpol, che stanno collaborando con gli uomini della Mobile di Vittorio Rizzi. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso i banditi del colpo da Cartier, e in alcuni filmati è inquadrata anche la Opel blu, ma la targa è illegibile e l’auto non è stata ancora ritrovata.




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L'arresto del boss Messina: il video del blitz

Repubblica

Le immagini del Comando Provinciale dei Carabinieri di Agrigento sulla cattura a Favara del capo delle cosche agrigentine