lunedì 1 novembre 2010

Succo d'arancia per Haiti, mai spedito

Corriere della sera


Acquistato dalla Regione e poi dirottato al Banco Alimentare: è polemica in Sicilia

IL TERREMOTO E GLI AIUTI UMANITARI


PALERMOIn principio i succhi di arance siciliane dovevano essere inviati ai terremotati di Haiti. Poi si è capito che farli viaggiare per migliaia di chilometri era un azzardo. E allora invece che ai terremotati sono stati destinati al Banco Alimentare. Per carità, sempre di un nobile fine si tratta. Anche se resta da capire chi realmente la Regione Siciliana abbia voluto aiutare: i destinatari finali dei succhi di arance oppure i produttori agricoli e le aziende di trasformazione che si sono aggiudicate la commessa per una spesa prevista di 12 milioni di euro. Sta tutto qui il «succo» di una storia che ha acceso aspre polemiche e ricorsi al Tar. All'assessorato all'agricoltura assicurano che «si tratta esclusivamente di un'iniziativa a scopo umanitario» ma la disputa è tutta sui numeri.

Ad inizio 2010, nel bel mezzo di una crisi produttiva senza precedenti, la Regione Siciliana ha deciso di acquistare le arance pagandole fino a 25 centesimi quando il prezzo di mercato oscillava intorno ai 10 centesimi e in molti casi le produzioni restavano invendute. Quindi ha fatto una gara per la trasformazione del prodotto da confezionare in brik dotati di una particolare chiusura.

«Nel bando - attacca Marcello Cacace presidente dei giovani industriali di Confindustria Palermo che a sua volta opera nel settore della trasformazione - è stato previsto che i brik dovessero avere un tappo che in Sicilia hanno due sole aziende, quelle che poi hanno vinto». Risultato la gara è andata alla Ciprogest (ex Parmalat) di Termini Imerese e alla Ortogel di Belpasso, in provincia di Catania. Secondo gli industriali alla fine è stato un affare per tutti, tranne che per le casse pubbliche. «A conti fatti un brik di succo verrà a costare circa 3,5 euro – argomenta Cacace- quando sul mercato ha un prezzo di 1,5 euro. Se proprio la Regione voleva dare aiuti alimentari forse era meglio acquistare il prodotto direttamente al supermercato. E comunque a noi non dispiace che abbia voluto aiutare produttori e trasformatori. Ma almeno lo si faccia senza discriminare». Insomma secondo gli industriali la Regione avrebbe aggirato le norme europee in materia di aiuti di Stato oltre a creare una «forte turbativa del mercato».

«Ma non è vero - replica Rosaria Barresi dirigente dell'assessorato all'agricoltura - il nostro intervento è stato accettato in sede comunitaria. Ci siamo mossi d'intesa con l'Agea (agenzia per le erogazioni in agricoltura) esattamente come avviene per i produttori di parmigiano. Chi muove certe critiche si è già rivolto al Tar ed ha perso sia a Palermo che a Catania». Insomma per la Regione si tratta di un'iniziativa a scopo umanitario e contesta anche i numeri. «Non abbiamo ancora chiuso –spiega la Barresi- ma penso che a conti fatti l'operazione costerà intorno ai 9 milioni di euro». Da circa due mesi è cominciata la consegna del succhi di arance e si è scoperto che non andranno più ai terremotati di Haiti, in quanto si tratta di un prodotto estremamente deperibile. Le arance trasformate verranno pian piano inviate ai depositi del Banco Alimentare in tutta Italia.

Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it
01 novembre 2010



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Cento di questi processi: i camorristi per la prima volta alla sbarra un secolo fa

Il Messaggero


Nel novembre 1910 si celebrò a Viterbo il dibattimento sulla «Bella società riformata» napoletana



Camorristi alla sbarra per il delitto Cuocolo
Camorristi alla sbarra per il delitto Cuocolo

NAPOLI - Cento di questi processi. Oggi si ricorda un anniversario un po' sui generis: un secolo fa esatto, nel novembre 1910, si celebrò a Viterbo il primo processo alla «Bella società riformata» napoletana, la camorra. La Corte d’Assise di Napoli stabilì però che il cosiddetto processo Cuocolo, a causa di una lunga serie di ostacoli e di tentativi di corruzione, andava trasferito a Viterbo per legittima suspicione. Successivamente, nella primavera 1911, prese il via nel palazzo di giustizia di Viterbo il primo procedimento giudiziario che vedeva imputati 47 camorristi.

L'ASSASSINIO - Il 6 giugno 1906, a Torre del Greco, venne trovato il cadavere di Gennaro Cuocolo, basista della camorra, con il capo massacrato da colpi di bastone e il corpo trapassato da almeno quaranta coltellate. A Napoli, qualche ora più tardi, fu scoperto il corpo senza vita di Maria Cutinelli, moglie di Cuocolo, uccisa con undici coltellate.

LA GRAZIA DEL DUCE - Dopo sedici mesi d’indagini, furono rinviati a giudizio quarantasette persone. Il processo avrebbe dovuto svolgersi davanti alla Corte d’Assise di Napoli, . Il dibattimento durò dodici mesi. L’8 luglio 1912, la Corte d’Assise di Viterbo inflisse complessivamente tre secoli e mezzo di reclusione. Enrico Alfano, Giovanni Rapi e i principali imputati, otto in tutto, furono condannati a trent’anni, altri trentanove imputati a pene minori per associazione a delinquere, in quanto appartenenti alla Bella Società Riformata. Molti dei condannati ottennero la grazia da Mussolini in pieno periodo fascista.

I PROCESSI DI OGGI - Al processo Cuocolo, come ben sappiamo, ne sono seguiti innumerevoli. Il più clamoroso in ordine di tempo, per portata storica e numero di condanne, è il cosiddetto procedimento «Spartacus» che ha inflitto pene pesanti al cartello dei Casalesi. Sentenze sicuramente dure, esemplari, ma da (oltre) cent'anni la camorra è ancora lì.
Redazione online
01 novembre 2010


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Don Manganiello: Gomorra? Solo un'operazione da cassetta

Corriere del Mezzogiorno


Il prete di frontiera che ha appena lasciato Scampia: "Stereotipi, quel film ha gettato fango su Napoli"



NAPOLI - Gomorra? Un’operazione da cassetta che ha gettato solo fango su Napoli, secondo don Aniello Manganiello, sedici anni da prete di frontiera trascorsi a Scampia. «Vorrei fare riferimento ad un film che ha gettato solamente fango su Scampia e su Napoli ed è "Gomorra" che ha dato nel mondo un’immagine della nostra città e di Scampia negativa», ha detto oggi don Aniello intervenendo a Domenica In-L’Arena, il programma condotto da Massimo Giletti in onda su Raiuno. «Un’ operazione da cassetta - ha detto il prete di recente trasferito a Roma suo malgrado - che non ha avuto rispetto per nessuno, per settantamila abitanti che fanno parte della municipalità di Scampia». «Stereotipi su Scampia - ha spiegato don Aniello - in riferimento ad un territorio degradato, ostaggio della camorra, con gente disonesta, anarchica, illegale. È uno stereotipo che i giornali e i media ci hanno buttato continuamente addosso». «Circa la presenza malavitosa a Scampia o dell’indotto umano che fa riferimento alla camorra o che vive di illegalità o di espedienti - ha concluso - l’Università Federico II ha dato dei numeri: su una popolazione di settantamila abitanti sarebbero diecimila o quindicimila i malavitosi».

01 novembre 2010




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E il sindaco ordina: non leggete più Il Giorno

Quotidiano.net





Sono sorpresa che il sindaco di Brescia, Paroli, abbia chiesto ai suoi assessori di non leggere più Il Giorno, perché ha fatto un’inchiesta sulle spese fatte dagli assessori, ovvero con il denaro di noi contribuenti, spese che sono risultate senza giustificativi. A me interessa molto sapere come viene speso il denaro pubblico ed è una vergogna si voglia censurare i giornali, che cercano di informarci. Adriana Zucco, Milano

SI TRANQUILLIZZI non saranno le circolari che ha inviato il sindaco a farci tacere. Semmai le fosse capitato di viaggiare in treno e di chiedere Il Giorno al personale che distribuisce i quotidiani, avrà notato che Il Giorno non c’è. Questo perché Trenitalia non ha gradito certi nostri articoli nei quali abbiamo raccontato i disagi dei passeggeri e dei pendolari, argomento che sta molto a cuore ai nostri lettori. Così è partita la ritorsione. La stessa che ha messo in atto il sindaco di Brescia, che invece di rispondere agli interrogativi sollevati dall’inchiesta sulle spese ingiustificate degli assessori (se ne occupa la Corte dei Conti), ha pensato che la soluzione migliore fosse quella di ordinare alla giunta di non comprare più Il Giorno. Per come conoscevamo questo sindaco, devo dire che la sua decisione ci ha sorpreso. Comunque noi continueremo a informare i bresciani anche su cose a lui sgradite, che lo voglia a no, e, come dice il proverbio, sindaco avvisato mezzo salvato.




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Iraq, 55 morti e 70 feriti nell'attacco alla chiesa siro-cattolica di Bagdad

Il Messaggero


Al Qaeda rivendica l'attacco: mujaheddin in collera hanno
effettuato il raid in uno dei rifugi osceni contro l’Islam





BAGDAD (1 novembre) - Almeno 55 persone hanno perso la vita e 70 sono rimaste ferite nel massacro avvenuto ieri nella chiesa siro-cattolica Nostra Signora della Salvezza a Baghdad, dopo il blitz delle forze irachene per liberare i fedeli presi in ostaggio da al-Qaeda. Ma il bilancio dei morti potrebbe salire ancora a causa delle gravi ferite riportate dalle vittime, ha spiegato all’agenzia tedesca Dpa, Pascal Warda, membro della comunità siro-cristiana.

Secondo quanto riferiscono fonti locali, tra i morti si sono anche due preti, uno dei quali sarebbe stato colpito da uno sparo di arma da fuoco di un terrorista. Tra le vittime anche dieci donne ed otto bambini. Quanto ai morti tra i terroristi, il capo della sicurezza di Baghada, Qassem Atta, ha parlato di otto militanti. Per liberare gli ostaggi i terroristi chiedevano il rilascio entro 48 ore di donne musulmane che secondo loro erano tenute segregate nei monasteri copti in Egitto. L’Organizzazione per lo Stato islamico in Iraq, braccio iracheno di al-Qaeda, ha rivendicato l’attentato in un comunicato posto su un sito islamista, in cui avverte che quello di ieri è solo il primo di una serie di attentati contro i cristiani che vivono in Iraq.

Un gruppo iracheno legato ad Al Qaida, lo Stato islamico dell’Iraq (ISI), ha rivendicato l’attacco di ieri a una chiesa cattolica di rito orientale a Baghdad. «Un gruppo di mujaheddin in collera fra i fedeli di Allah - si legge in un comunicato del gruppo terrorista - ha effettuato un raid su uno dei rifugi osceni dell’idolatria, che era stato sempre usato dai cristiani dell’Iraq come quartier generale per la lotta contro la religione dell’islam e il sostegno a quelli che combattono questa religione».

«Un'assurda» e «feroce violenza» contro «persone inermi»: così Papa Benedetto XVI ha definito oggi la strage avvenuta ieri in una chiesa siro-cattolica di Baghdad, dove un gruppo di terroristi ha preso in ostaggio i fedeli e i preti durante la messa domenicale e , nel successivo blitz della polizia, sono morte 30 persone e 50 sono rimaste ferite. Un giovane prete è stato ucciso sull'altare.




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E' in coma, il marito la porta a morire in Olanda: la Asl aveva rifiutato l'eutanasia

Il Messaggero


Era in uno stato vegetativo irreversibile dopo un'emorragia
Il marito: «Ho fatto rispettare le sue volontà»




di Davide Tamiello

VENEZIA (1 novembre) - Eutanasia rifiutata in Italia, concessa in Olanda. Anna Busatto si è spenta un paio di settimane fa nei Paesi Bassi, nel letto di una casa di cura. I medici le hanno staccato il sondino che da diversi mesi le era necessario per continuare a vivere.

Il suo caso, scoppiato nel marzo scorso in seguito a un'intervista rilasciata dal marito Martin Van Der Burgt a una radio olandese, aveva fatto scalpore: vittima di un'emorragia cerebrale alla parte posteriore del cervello, la donna era piombata in uno stato vegetativo irreversibile. Anna era in grado di respirare da sola ma per nutrirsi aveva bisogno di un sondino che arrivava allo stomaco attraverso il naso. Queste condizioni della donna duravano da novembre dell’anno scorso, ma l’interpretazione che i medici italiani ne davano era differente da quella sostenuta dal marito. Questi aveva chiesto l'interruzione delle terapie e il trasferimento in una clinica olandese per rispettare le ultime volontà della moglie, trascritte nel testamento biologico.

Fino a marzo Anna era stata tenuta in ospedale a Mirano. Poi era stata rimandata a casa, con istruzioni per continuare l’assistenza. Martin ha continuato a chiedere che fossero esaudite le volontà della donna, ricevendo risposte negative. Anche per un eventuale lungo trasporto la dirigenza dell'Asl 13, l'azienda sanitaria di Riviera del Brenta e Miranese, era preoccupata di non riuscire a garantire la vita di Anna nel tragitto in ambulanza. Ma non solo: in Italia il testamento biologico non ha valore giuridico.

Di fronte alla scelta etica, quindi, nessuno se l'era sentita di accondiscendere alle richieste del marito della donna. Che ha scritto la storia della sua famiglia e dell’affetto per Anna in un sito internet dove, assieme alla foto della moglie, ha sistemato anche quella dell’ambiente dove i due vivevano. E ha divulgato il caso attraverso gli organi d’informazione. Il direttore sanitario dell’Asl 13, Filippo Accietto, aveva parlato di «coma vigile». «Non è vero - aveva ribattuto Martin - è in stato vegetativo. Lei di giorno apre gli occhi e di notte li chiude. Non si può ancora dire stato vegetativo permanente, bisogna attendere almeno sei mesi. La sua condizione è assolutamente identica a quella di Eluana Englaro. La differenza, è che io non posso e non voglio passare 17 anni in causa».

I no, poi, erano arrivati anche da diverse cliniche olandesi, in quanto Anna (ma anche lo stesso Martin), essendo residenti in Italia, non avevano un medico di base olandese. Nel frattempo, Martin ha sempre accudito con amore la moglie a casa sua, in via Rossini a Gardigiano di Scorzè, in provincia di Venezia. Senza nutrire nessuna speranza circa un'eventuale miracolosa ripresa. «Non c'è più niente da fare. Anna sbatte le palpebre, ma sono solo dei riflessi condizionati, legati ai suoni. Non c'è possibilità di ripresa. Io comunque non ho mai voluto l'eutanasia, ho solo chiesto che si evitasse l'accanimento terapeutico», diceva.

A giugno, la svolta: Martin era riuscito a trasferire la sua Anna in una casa di cura nel suo Paese d’origine grazie all'ambulanza messa a disposizione da una ditta specializzata olandese. «Anna si è spenta per morte naturale - spiega ora Martin - l'abbiamo accudita e curata fino all'ultimo. Ma aveva grossi problemi ai reni, aveva avuto una grave polmonite. I medici hanno eseguito la stessa procedura effettuata su Eluana Englaro e le hanno staccato il sondino». Interruzione delle cure, dunque. «Era quello che voleva, me l'aveva chiesto lei - continua Martin - sono riuscito a far rispettare la volontà di mia moglie. È quello che aveva lasciato scritto nel testamento biologico».

Anna è stata cremata, e dopo una cerimonia in Olanda per i parenti di Martin, si terrà un secondo rito funebre in cimitero a Gardigiano, giovedì alle 11.30. «La messa non è stato possibile celebrarla - continua Martin - Non importa, la saluteremo in un altro modo, faremo un'altra cerimonia. L'importante è ricordarla in qualche modo, amici e parenti la saluteranno per l'ultima volta giovedì».




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Storace: "Il caso Ruby è imbarazzante? Che faccia tosta, pensi al cognato"

di Antonio Signorini


Roma - «Ma che faccia tosta». Francesco Storace è saltato sulla sedia quando ha letto i resoconti della convention di Generazione Italia con Gianfranco Fini, al teatro Adriano di Roma. E non per la folla. «Erano pochi - assicura il leader della Destra - noi faremo una manifestazione e saremo molti di più». Il fatto è che lui avrebbe voluto qualche parola di chiarezza su Montecarlo e invece ha sentito solo l’indignazione di Fini per il caso Ruby.
E lei non la condivide?
«Fini ha una faccia tosta incredibile. Insomma, alla fine a Berlusconi si rimprovera solo questa famosa telefonata. Se non ci fosse stata, sarebbe stato tutto tranquillo? E come si fa a mettere sullo stesso piano una cosa del genere e il contratto del cognato? Tutti sanno della telefonata in questura, nessuno saprà mai se ce ne sono state a piazzale Clodio (sede del tribunale di Roma, ndr)».
Non è normale che il presidente del Consiglio abbia i riflettori puntati addosso?
«Lui è il presidente della Camera. Fino a qualche minuto fa era anche capo del partito al quale era stato donato un appartamento per la giusta battaglia».
A adesso cosa è?
«Mi sembra un qualunque estremista dell’altro schieramento. Dice che vuole cambiare la legge elettorale che lui ha voluto, arriva a dire che non sarebbe uno scandalo il governo alternativo ed è terrorizzato dalle elezioni. Ma che differenza c’è con D’Alema? Sabato facciamo una grande manifestazione a Roma all’Eur, dimostreremo che abbiamo più militanti e simpatizzanti noi e spiegheremo all’Italia cosa vuole dire essere di destra».
C’è poca destra in Italia?
«Al contrario, è una moda. Tutti si dicono di destra. Persino Fini».
Parlerete di Montecarlo?
«Ci sarà Roberto Bonasorte. E spiegheremo, con un video, la nostra posizione che è contro l’archiviazione».
Cosa ne pensate della sentenza?
«Gli hanno fatto una cortesia iscrivendolo nel registro degli indicati un secondo prima della richiesta di archiviazione. E gli hanno fatto un favore anche sentendo solo Pontone. Che a leggere le carte mi sembra sia stato messo in mezzo».
Le sembravano veramente pochi i militanti finiani?
«La sala ne tiene seicento con quelli in piedi, facciamo mille. Hanno scelto una sala piccola, ma non è questo il dato significativo. Il fatto è che non hanno nulla da dire di coerente con la loro storia. Contraddicono quanto hanno detto e fatto negli ultimi sedici anni».
A volte la politica è solo tattica. E se la guerra la vincessero loro?
«Io penso che il rischio di un governo alternativo sia reale. La sovranità non è più un valore di riferimento, se è vero quello che ho letto nei retroscena».
Cosa?
«Che c’è un gruppo di parlamentari che non vuole andare a casa. È il colmo se si pensa che sono tutti parlamentari nominati...».
Fini ha sferrato un attacco durissimo a Berlusconi sulle leggi ad personam.
«Ha evocato l’ostruzionismo ed è il presidente della Camera. Ha preso il posto di Diliberto e Ferrando. E poi cosa ha detto per sedici anni se quelle erano leggi ad personam?».
Cosa vuole fare Fini?
«Un altro governo da portare a fine legislatura per poi fare una legge che impedisca a Berlusconi di candidarsi».




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Si prepara la lapide accusando la moglie

Il Mattini di Padova


Rino Caterino Bertollo, un 83enne che vive in via Rondiello, ha voluto questa scritta: «Vita sessuale sofferta, non voglio qui le ceneri di mia moglie». Indignazione al cimitero



di Silvia Bergamin

TOMBOLO. Deve ancora passare a miglior vita, ma s'è già preparato la lapide e l'ha sistemata sul loculo. Prendendosela con la moglie, defunta da due anni e mezzo ed accusandola di avergli fatto passare una «vita sessuale sofferta». Al cimitero di Tombolo, sabato pomeriggio, è scoppiato il finimondo.

Rino Caterino Bertollo, un 83enne che vive in via Rondiello, è entrato al cimitero, a bordo della sua auto, ed ha parcheggiato giusto davanti ai loculi dove riposano le spoglie dei suoi genitori. Sotto mamma e papà c'era la zia Graziosa, poi trasferita altrove nel camposanto; lui ha scelto quel loculo per darsi una sepoltura preventiva. Dall'auto ha scaricato la lapide, piuttosto pesante per l'anziano, che si muove con l'ausilio di un bastone.

Fortunatamente ha trovato il manutentore, che stava sistemando i lumini delle tombe: «Non ho fatto caso, ero impegnato nel mio lavoro, e l'ho aiutato». Sulla lapide c'è la fotografia dell'anziano, in posa ieratica. E sotto la scritta: «N. 9-12-1926», la sua data di nascita. A fianco una scritta su un foglio, a mano, dove ci dovrebbe essere la data di morte: «M. Attendo. O decido. Rino B.». Come dire: mi affido al destino, oppure vedrò di darci da solo una mano.

Sotto, la frase che ha scatenato in prima battuta ilarità, e subito dopo una diffusa indignazione: «Vita sess. sofferta. Non perdono Flavia. Ceneri sue no qui. Rino 2010». Il tutto marcato con i caratteri propri delle lapidi. «Sabato sera - racconta un compaesano - c'erano centinaia di persone. E' un'offesa alla povera moglie Flavia, una donna meravigliosa, che gestiva una bottega di taglia e cuci in paese. Una donna buona, brava e molto bella, semmai la vita sessuale sofferta ce l'ha avuta lei».

Il protagonista della vicenda viene descritto come un «uomo di testa, gran conoscitore di tecnologia, ma profondamente bizzarro». Vive con il figlio, la nuora e due nipoti. «Qualcuno dice di aver visto la nuora sistemare dei fiori sulla lapide del suocero». Rapporto rancoroso con la moglie? «Rino è un anticlericale convinto, ateo. Al funerale non è entrato in chiesa, è rimasto fuori, vicino al carro funebre, e piangeva come un bambino».

Flavia, spentasi l'11 aprile 2008 a 82 anni, è stata poi fatta cremare. «Ma come è possibile prestarsi a scrivere simili cose su una lapide?», si chiedono i tombolani, al cimitero. «Pare Rino abbia insistito per un anno ed alla fine l'ha spuntata».

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Roma, vecchietta tenta l'invasione di campo dopo l'espulsione di Totti

Il Mattino


ROMA (1 novembre) - Una tifosa scalmanata sugli spalti dell'Olimpico di Roma. Dopo l'espulsione di Totti una vecchietta, sfegatata tifosa giallorossa, cerca di scavalcare l'alto cancello che separa la tribuna dal campo, come dimostra un video pubblicato su YouTube. La sua protesta non è passata inosservata: la sua "tentata invasione" di campo è stata impedita sul nascere da steward, vigili del fuoco e tifosi.






vecchietta roma-lecce scavalca



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Catene a bordo, conto alla rovescia Proteste sul web, Monza non ci sta

Corriere della sera


Il 15 novembre scatta l'obbligo per gli automobilisti: multa da 78 euro. Costi aggiuntivi da 50 a mille euro


Campagne pubblicitarie ad hoc di concessionarie e rivenditori di pneumatici



MILANO – La Cassanese, la Rivoltana, la Padana inferiore, la Paullese. E ancora: la Vigentina, la Statale della Val Tidone, la Nazionale dei Giovi, la Statale 11 Padana Superiore. Tanto per restare alle più conosciute tra le strade provinciali che a raggiera convergono verso Milano. Ad esse vanno aggiunte tutte le vie di collegamento trasversale, più o meno note e più o meno trafficate – come la Cerca che unisce Agrate a Melegnano e la sp 40 tra Melegnano e Binasco -, che attraversano i centri abitati o le aree periferiche e di campagna. Una fitta ragnatela da cui non si può sfuggire, in un abbraccio ideale che va da ovest a est passando per tutta l’area metropolitana a sud del capoluogo. L’unica speranza di farla franca è da nord, dove solo la Milano-Meda e il tratto di raccordo tra la Statale 36 e il viale Fulvio Testi di Milano sono sotto il controllo di Palazzo Isimbardi (guarda la mappa). Insomma, la gran parte dei circa 3 milioni di automobilisti che vivono e si muovono nel territorio provinciale non hanno scampo. E di conseguenza dovranno rassegnarsi a mettere mano al portafogli se già non sono attrezzati con pneumatici da neve o catene. E dovranno farlo entro due settimane.

L'ORDINANZA DELLA DISCORDIA - Dal 15 novembre entra infatti in vigore l’ordinanza che obbliga tutti i veicoli ad essere dotati di gomme idonee “alla marcia su neve o ghiaccio o in alternativa di circolare disponendo a bordo del veicolo di mezzi idonei antisdrucciolevoli”. In caso contrario, si va incontro ad una sanzione di 78 euro e, nei casi ritenuti più gravi – quando cioè la violazione comporta ripercussioni sulla viabilità, come nel caso di un’auto bloccata in mezzo alla strada – gli agenti che rilevano l’infrazione possono anche aggiungere la sanzione accessoria della sottrazione di punti dalla patente.

LA PROTESTA DEGLI AUTOMOBILISTI - Il provvedimento, disposto dalla Provincia con un’ordinanza dello scorso 11 ottobre ha iniziato a far discutere fin dalla sua diffusione. Il forum «Casi Metropolitani» di Milano.Corriere.it ha registrato decine e decine di messaggi di automobilisti indignati e alla posta di redazione continuano ad arrivare lamentele da parte di cittadini che attaccano la decisione della giunta Podestà che considerano, di fatto, una nuova tassa mascherata. I cui benefici li vedranno soprattutto officine, gommisti, case automobilistiche e grandi ipermercati che in vista del presumibile aumento della domanda si sono affrettati a fare scorte di pneumatici. I costi per l’adeguamento alla normativa potrebbero non essere così contenuti: se la propria auto monta pneumatici «catenabili», la spesa può limitarsi ai 50 euro (e nei centri commerciali è possibile trovare catene in promozione a cifre anche inferiori). Ma se alle gomme, per dimensione o modalità di agganci, non possono essere applicate catene, i costi salgono perché è necessario sostituire l’intero treno dei normali pneumatici con altri specifici per l’inverno, con costi che difficilmente stanno sotto i 250 euro per un’utilitaria (e a cui vanno aggiunti quelli per il gommista che li monta e smonta ad ogni cambio di stagione, operazione che non sempre viene offerta gratuitamente, soprattutto dopo il primo anno) e che possono tranquillamente raggiungere i mille euro per le gomme di prima scelta dei veicoli di gamma alta.

SCELTA CHE FA DISCUTERE - Le maggiori perplessità per la scelta adottata riguardano però l’effettiva utilità del provvedimento in un territorio che più piatto non si può e dove le nevicate non sono poi così frequenti. Nella scorsa stagione le precipitazioni nevose sono state cinque o sei, ma soltanto un paio sono state significative. E anche in quei casi è difficile dire se i disagi che si sono registrati siano stati provocati dall’imprudenza di automobilisti che si sono messi in viaggio senza essere adeguatamente attrezzati o da ritardi e inefficienze nella pulizia delle strade. Non è forse un caso se provvedimenti simili non siano stati adottati dalle altre province lombarde, ad eccezione di quella di Como (mentre altre, come Lecco e Varese, hanno deciso di stabilire di volta in volta e per ogni singola strada l’introduzione degli obblighi).

MONZA NON CI STA - Chi ha fatto la voce grossa contro la decisione di Palazzo Isimbardi è la neo-provincia di Monza che si è ben guardata dal seguire l’esempio dei vicini di casa, di cui pure condivide l’orientamento politico. Dario Allevi, il presidente, è anzi piuttosto seccato e in un comunicato che campeggia sul sito dell’ente da lui guidato sottolinea che «le ordinanze che riguardano temi così delicati come la viabilità andrebbero concordate e discusse insieme: non possiamo continuare ad apprendere dai giornali le decisioni prese da Milano che riguardano, però, anche i nostri cittadini».

«AUTOMOBILISTI VESSATI» - Monza e Milano, viste dal satellite, sono un’unica conurbazione e non c’è di fatto soluzione di continuità tra le due città, separate tra loro dagli abitati di Sesto San Giovanni e Cinisello Balsamo. Un territorio omogeneo, insomma, che richiederebbe scelte omogenee. Invece non è stato così. «Questo provvedimento ci sembra un’ulteriore vessazione per gli automobilisti e coinvolge purtroppo anche i numerosi pendolari brianzoli che tutti i giorni muovono verso Milano – dice ancora Allevi, ex An, alla guida di una giunta Pdl-Lega - e che si vedono ora costretti ad investire preventivamente centinaia di euro in vista della stagione invernale. La nostra provincia non adotterà simili provvedimenti». E non lo farà nonostante la Brianza non sia proprio così piatta e abbia nel proprio perimetro diverse aree collinari. Il buon senso, fanno sapere da Monza, sta nel prevedere l’obbligo di catene «limitatamente ad alcuni tratti stradali nei Comuni più a nord della Brianza». Dove davvero serve, insomma.

LA LEGGE E IL BUON SENSO - Resta però il fatto che l’ordinanza di Palazzo Isimbardi è in vigore e che quindi chiunque - milanese, brianzolo o di qualunque altra provincia o regione – si trovi a transitare sul territorio provinciale di Milano rischia di incappare nelle sanzioni. L’assessore ai Trasporti, Giovanni De Nicola, ha fatto notare che «l’ordinanza si applica quando il buon senso dice che va applicata e non deve essere un modo di fare cassa». Ma queste sue parole non sono previste nel documento emanato dai suoi uffici che come da prassi «ORDINA», in neretto e tutto in maiuscolo, di adeguarsi alla decisione e lo fa senza se e senza ma.

SE NE PARLA SUL WEB - Sul web il dibattito è aperto e c’è già chi spiega come eludere le sanzioni. Nel testo si parla, ad esempio, di obbligo di circolare con a bordo delle catene e non di obbligo di montarle in caso di neve. Di conseguenza, secondo questa interpretazione, sarebbe sufficiente avere nel bagagliaio un paio di catene anche vecchie e non adatte per non dover essere costretti a pagare in caso di un controllo casuale (salvo che poi gli agenti vogliano verificare la corrispondenza tra le catene e gli pneumatici). E si discute sul fatto che gli accorgimenti «antisdrucciolo» possano comprendere oppure no le «calze» e i «ragni» che si applicano sulle gomme e che risultano idonei anche per i modelli non catena bili.

PROMOZIONI AD HOC - Quel che è certo è che in molti, per evitare noie, preferiranno mettersi in regola per tempo e si rassegneranno alla spesa aggiuntiva senza aspettare le prime nevicate quando comunque trovare gli pneumatici è praticamente impossibile. Se ne sono accorte anche le case automobilistiche che in questo periodo stanno promuovendo via radio treni di gomme invernali presso le proprie concessionarie, quando negli anni passati puntavano soprattutto ai tagliandi all inclusive e alle promozioni per i cambi di vettura. Stesso discorso per centri commerciali e grandi officine specializzate, che tuttavia in alcuni casi fanno sapere di avere già avuto prenotazioni superiori alle scorte disponibili.

MA LA COLPA DI CHI E’? - Resta l’amarezza tra gli automobilisti che fanno notare come l’anno scorso a Milano anche gli autobus di linea siano rimasti bloccati nel traffico e che molti disagi si sono avuti proprio in città, dove l’obbligo di catene non sarà in vigore. «Non è che visti i problemi dell’anno passato – si chiede un lettore – stanno solo mettendo le mani avanti per scaricare la colpa sui cittadini nel caso la città vada di nuovo in tilt?».



Alessandro Sala
01 novembre 2010

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Lettera al giudice "condannato" a fare l’archivista

di Massimo De Manzoni


Stimatissimo Gip del Tribunale di Roma, lei tra pochi giorni sarà chiamato a esprimersi sulla richiesta della Procura di archiviare il fascicolo aperto sulla casa di Montecarlo che vede indagati per truffa aggravata il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il senatore Francesco Pontone. Credo che in tutta Italia ci saranno sì e no quattro persone che dubitano di come andrà a finire. Tutti gli altri danno l’archiviazione per già fatta. E lo scrivono pure sui giornali, lo dicono in televisione: «Vicenda chiusa, ha vinto Fini». Signor Gip, li smentisca.
Lo faccia per decenza. Perché la pratica che si troverà per le mani presenta tali e tante anomalie da crearle, ne siamo certi, più di un imbarazzo. A cominciare dal fatto che si sono spesi i soldi (...)
(...) dei contribuenti per appurare (parole del procuratore) «solo la congruità del prezzo di vendita dell’immobile» e poi si chiede di insabbiare tutto una volta stabilito che quella cifra era completamente fuori mercato. Per tacere dei mancati interrogatori di Fini e Tulliani. E dell’inspiegabile mancanza di curiosità per l’identità del compratore che, lo vedrà dalle carte, risulta essere senza ombra di dubbio il «cognato» del venditore. Il quale venditore, piccolo particolare, non cedeva a prezzo stracciato un bene suo, bensì del partito. Davvero non c’è reato?
Lo faccia per orgoglio. Uno schiaffo agli insopportabili sepolcri imbiancati che gettano nell’etere o sui giornali tonnellate di parole per spiegare che non serve la separazione delle carriere tra magistrati e poi non prendono neppure in considerazione l’ipotesi che un giudice possa opporsi ai desideri dei Pm. Li stupisca: faccia loro capire che lei esiste, che ragiona con la sua testa e non fa l’archivista.
Lo faccia per sfizio. Così, per cancellare per un giorno dalle facce di Bocchino e Urso quel sorrisetto irritante che da mesi portano in giro per tutti i programmi tv d’Italia, e vedere l’effetto che fa.
Lo faccia per puntiglio. Magari solo per non dare a Berlusconi la soddisfazione di dire: «Visto? Avevo ragione: i giudici in genere, e quelli delle indagini preliminari in particolare, fanno solo i passacarte dei pubblici ministeri».
Lo faccia per chi ancora si ostina a credere che ci sia un giudice a Berlino (o addirittura a Roma) e non si rassegna all’idea che sia già tutto deciso a tavolino. A nome di quei quattro illusi: grazie dell’attenzione.





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Fini, il giorno dello sciacallo

di Alessandro Sallusti



Co sprezzo del ridicolo l'indagato presidente della Camera capeggia il branco dei moralisti che infierisce sul Cavaliere


Traggono profitto dalle difficoltà al­trui. Sono gli scia­calli. Agiscono da soli, al massimo in cop­pia ma in alcune rare oc­casioni si riuniscono in un branco, ad esempio per nutrirsi di una preda particolarmente grande. Ce ne sono di varie specie ma tutte presentano note­vo­li somiglianze morfolo­giche. In politica ce ne so­no di destra, di sinistra e pure di centro. In queste ore stanno braccando e accerchiando Silvio Ber­lusconi su una vicenda privata che si cerca a tutti i costi di trasformare in uno scandalo pubblico. Non danno tregua, gli sciacalli.
Fallito il colpo del «bunga bunga» (non c'è reato nella frequenta­zione di Arcore da parte della giovane Ruby, il cui primo racconto, spaccia­to dai giornali come veri­tà assoluta, tra l'altro è sta­to smentito dai fatti e da lei stessa), ora ci si attacca coi denti a due telefona­te. Quelle fatte prima dal premier e poi dal suo ca­poscorta alla Questura di Milano la notte in cui la ra­gazza marocchina venne fermata per furto. Dagli atti e dalle testimonianze risulta che nessuno fece pressioni o chiese corsie preferenziali. Palazzo Chigi diede soltanto la di­sponibilità a trovare una persona che, così come prevede la legge, fosse di­sponibile a farsi carico di un collocamento tempo­raneo. Cosa che avvenne. Tutto qui. Anomalo, strano? Può essere, ma si­curamente nulla che ab­bia a che fare con il codice penale.
L'occasione però è troppo ghiotta per chi da 18 anni cerca di disar­cionare il presidente del Consiglio. La macchina sinistra-magistrati-gior­nali si è messa in moto a pieno regime. In tre gior­ni è stata commessa una serie di reati (violazione del segreto istruttorio e della privacy di una mino­renne, diffamazione) sui quali ovviamente nessu­no indagherà, a differen­za di quanto succede per articoli pubblicati da gior­na­li dell'area di centrode­stra. Questa volta, novità ri­spetto al caso Noemi (ov­viamente finito nel nul­­la), il solito branco degli sciacalli ha un nuovo ca­po. Si chiama Gianfranco Fini. Ieri ha giurato che in Parlamento farà ostruzio­nismo a qualsiasi legge che piaccia al Premier e che questa vicenda sta fa­c­endo fare all'Italia una fi­gura imbarazzante.
Il pre­sidente del Consiglio che si occupa di collocare in affido una ragazza è così grave? A nostro avviso è eticamente, e anche giu­diziariamente più grave, quello che Fini ha fatto ne­gli ultimi mesi. E cioè rac­comandare alla Rai la suo­cera per un contratto da un milione e mezzo di eu­ro (abuso d'ufficio, no?), oppure svendere un be­ne del partito, la casa di Montecarlo, al cognato via società offshore (cosa per la quale è indagato an­che se nessuno pone il problema). Per di più, a differenza di Berlusconi, abbiamo un presidente della Camera che sul pri­mo caso ha taciuto e sul secondo ha mentito.
Queste sono le cose che imbarazzano gli italiani. Cioè usare il proprio pote­re, per di più derivante da un ruolo istituzionale, per dare soldi pubblici (o di una comunità) ad ami­ci e parenti. Imbarazza che la magistratura lo pro­tegga e che i grandi gior­nali facciano finta di nien­te. Dopo il tradimento, lo sciacallaggio. Al momen­to è l'unica cosa coerente vista fare dal Fli.



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Francia, sul web parlano pure i morti

di Redazione

"La vie d'apres" consente di lasciare messaggi, foto, video ai propri cari. E i giovani ideatori pensano pure a una cassaforte digitale per mettersi al riparo da furti di password e profili fantasma
 

 

 

Parigi - Per chi vuol essere sicuro che la sua reputazione rimanga fedele a quella tenuta in vita, per chi vuole semplicemente lasciare un messaggio che riecheggi nell'eternità o desidera confessare un segreto a un proprio caro è pronto un sito che permetterà ai morti di continuare a "vivere". L'idea viene dalla Francia: tre giovani, riflettendo sulle problematiche connesse alla morte, hanno concepito nei loro uffici di Chatou, vicino Parigi, "La vie d'apres", un sito internet che consente di trasmettere, una volta passati a miglior vita, messaggi, foto e video ai propri cari.
Password e social network "Ci sembrava importante poter lasciare altro rispetto ai soli beni materiali, il nostro affetto, la nostra storia, i nostri messaggi d'amore", ha raccontato a Le Parisien uno degli ideatori, Paul, che insieme ai due colleghi, hanno anche pensato di creare una sorta di cassaforte digitale per conservare e proteggere copie di documenti come un testamento, atti di proprietà, polizze assicurative, ma anche le password d'accesso ai social network o alla posta elettronica di chi passa a miglior vita, in modo che non si aggirino dei veri e propri profili fantasma.
I messaggi del caro estinto "Questo concetto permette di costruire l'immagine che vogliamo lasciare di noi stessi e di creare un patrimonio digitale. E' molto più eloquente di una lapide. Gli amici e i familiari hanno la possibilità di rileggere in ogni momento i messaggi lasciati dal caro estinto", ha detto a Le Parisien il giornalista Francois de Closets. Intanto c'è chi, come Claudine, 47 anni, ha già preparato dei messaggi postumi e, non temendo la morte, pensa che il sito abbia il vantaggio di sdrammatizzare molto l'argomento e permetta di lasciare una piccola testimonianza di affetto nei confronti di chi rimarrà in vita.




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Il Pdl, il governo e la paralisi Il coraggio della verit

Corriere della sera


Che cos’altro deve succedere perché il Pdl si ricordi di essere, sia pur allo stato fantasmatico, un’entità che dice di essere un «partito»? Che cos’altro deve succedere perché i suoi deputati e senatori si accorgano che continuando così almeno la metà di loro non rivedrà mai più il Parlamento, e può considerare chiusa la propria carriera politica? Eppure, che la situazione della maggioranza sia sull’orlo del collasso è evidente a tutti, così come è altrettanto evidente che di questo passo rischia di subire un danno irreparabile l’immagine stessa del Paese e quel poco o tanto che resta del suo rango internazionale.

Non si tratta dell’avventurosa vita notturna del presidente del Consiglio, della quale egli mostra troppo spesso di sottovalutare i rischi. Fin dall’inizio ci siamo volenterosamente sforzati di dire che in fondo (e sia pure entro certi limiti) tutto questo riguardava la sua vita privata: convinti tra l’altro, come i fatti hanno finora dimostrato, che non sarebbe stato certo agitando tali argomenti che l’opposizione sarebbe mai riuscita ad avere la meglio. Né si tratta della ben nota disinvoltura istituzionale del premier: disinvoltura che spetterà al magistrato appurare se nell’ultima vicenda della ragazza marocchina abbia superato o no il confine della legge. No, non si tratta di tutto questo, o non solo di questo. E neppure tanto della paralisi dell’azione di governo, che pure è un dato reale. Si tratta del fatto che negli ultimi mesi è venuta meno nell’esecutivo qualunque capacità di direzione e di coordinazione, qualunque consapevolezza della quantità e della gravità dei problemi sul tappeto se non al livello della pura emergenza. Palazzo Chigi ha perduto la pur minima capacità di ascoltare e di rappresentare il Paese. L’Italia è — ed ancor più si sente — una nazione allo sbando. Chi ha la responsabilità di essere stato eletto dal popolo lo capisce? Ha gli occhi per vederlo?

È dunque inconcepibile che in una situazione del genere non si apra nel Pdl una discussione approfondita e senza riguardi per nessuno su quello che sta accadendo. Ripetere, come fanno un po’ tutti i suoi esponenti, che questo sarebbe il momento di «resistere », di «tener duro», di «restare uniti», è un vano esercizio retorico da assedio di Forte Alamo. Nella sostanza è puro nullismo politico. Per giunta all’insegna dell’ipocrisia, dal momento che è noto a tutti come, tra l’altro, proprio i «resistenti» più esagitati siano assai spesso quelli che, nei capannelli e dietro le quinte, vanno poi dicendo le cose peggiori sul conto del presidente del Consiglio, rivelando e stigmatizzando, quasi con sudicio compiacimento, le sue défaillance di ogni genere.

Non è più il tempo dei camerieri zelanti e bugiardi. È giunto il tempo della verità.

Se vuole avere ancora un qualche futuro politico, se non vuole ripetere in un registro grottesco la tragedia del Partito socialista nel 1992-1993, il Pdl deve dimostrare oggi— oggi o mai più — di volere, e di potere — essere un organismo politico reale. Fermandosi a considerare la propria storia e affrontando quei nodi che fin qui non ha mai voluto affrontare. C’è bisogno di ricordarli? Il ruolo, certamente decisivo ma a dir poco ingombrante del suo fondatore e capo, di Berlusconi; il modo di reclutamento e la qualità del suo personale politico, sempre cooptato e quasi sempre improbabile e raccogliticcio, quasi sempre privo di vera esperienza e di legami con l’elettorato (e in più di un caso anche di dubbia o accertata pessima origine); l’assenza patologica al suo interno di discussione e di decisioni collettive; l’ottuso compiacimento plebiscitario, il disprezzo plebeo per la costruzione di qualunque consenso che non sia quello da comizio. E infine il carattere e lo scopo del proprio programma, del proprio ruolo politico generale. Non si può campare in eterno sull’abolizione dell’Ici o sull’opposizione virulenta alla sinistra e alle procure della Repubblica. L’Italia ha bisogno di qualcos’altro. Di molto altro. Per tutto ciò è inevitabile dispiacere al Cavaliere? Certamente. Ma il destino di un’ormai lunga e importante avventura politica oggi si decide su questo e solo su questo: sulla verità e sul coraggio di dirla.

Ernesto Galli della Loggia
01 novembre 2010


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Censura al Giornale, persino il Fatto ci difende "Alla sinistra non piace la libertà di stampa"

di Laura Cesaretti


Il direttore del Fatto Antonio Padellaro, antiberlusconiano, critica l’esposto del Pd che vuole chiudere il Giornale perché favorevole al premier: "Li conosco bene, la loro suscettibilità è insopportabile. Sbagliato pensare che i giornali debbano uniformarsi a un criterio unico"



 
Roma - Antonio Padellaro ha un lungo curriculum da direttore, e oggi è alla guida del più recente prodotto sul mercato dei quotidiani, Il Fatto: un esperimento coronato da grande successo di pubblico e di vendite. È un giornalista di sinistra, fieramente anti-berlusconiano. Ma l’esposto contro il Giornale presentato all’ufficio del Garante per le comunicazioni dal responsabile informazione del Pd, Paolo Gentiloni, per chiedere di sanzionare questa testata non gli è piaciuto per niente.
Non che l’iniziativa lo stupisca più di tanto, spiega: «Sono stato a lungo, in una delle mie vite precedenti, direttore dell’Unità. E in quella veste ho conosciuto da molto vicino la grande suscettibilità della sinistra nei confronti della libertà di stampa dei giornali: una suscettibilità che può raggiungere livelli insopportabili, insopportabili, in-sop-porta-bi-li!». Tant’è che dall’Unità se ne è andato.
Direttore Padellaro, Gentiloni argomenta che «il Giornale» debba essere sanzionato perché è troppo favorevole a Berlusconi e troppo critico coi suoi avversari. Le pare un’argomentazione valida?
«Mi pare francamente bizzarra, diciamo così. È una iniziativa che dà una brutta impressione, sbagliata. La politica dovrebbe stare ben lontana dai giornali, e quando se ne occupa dovrebbe evitare di dare la sensazione di voler tappare la bocca a qualche testata».
Insomma simpatizzare per Berlusconi non le pare un argomento sufficiente per far chiudere un giornale?
«Conosco Gentiloni, è una persona mite e mi auguro che la sua mitezza lo trattenga dall’auspicare chiusure di giornali. Dubito fortemente, per altro, che su queste basi l’Agcom possa erogare sanzioni. Insomma, mi pare più che altro un’iniziativa fatta tanto per farlo sapere, nella veste di responsabile dell’informazione per il Pd. Mi auguro che Gentiloni ci spieghi le motivazioni che lo hanno spinto a prendere questa iniziativa. Personalmente penso che sbagli, se pensa che i giornali debbano uniformarsi a qualche criterio unico. Guai se fosse così: ci possono essere voci che ci danno fastidio nel panorama dell’informazione, ma devono poter parlare tutte. E vivaddio lo fanno».
Sta dicendo che non c’è il regime che frena la libertà di stampa?
«Per quanto riguarda la carta stampata assolutamente no, non c’è nessun regime: c’è un effettivo pluralismo. Il discorso è diverso per la tv, ma per i giornali ci sono miriadi di testate con impostazioni diverse, e tutto si può dire tranne che in questi ultimi mesi non ci sia stata informazione plurale, e i che i giornali non siano spesso stati protagonisti e non abbiano potuto influenzare la politica con le loro iniziative informative. Di segno diverso, ma vivaddio».
Parla anche delle iniziative del «Giornale»?
«Beh, per fare un esempio trovo che l’inchiesta giornalistica sulla casa di Montecarlo, che pure aveva certo un risvolto politico evidente, sia stata un’eccellente inchiesta giornalistica, fatta con grande cura. E ha saputo segnare un’intera estate».
Che fa, i complimenti a questo giornale?
«Sulle cose fatte bene perché no? Poi siamo anche critici e a volte sarcastici, quando notiamo qualcosa di buffo. Ad esempio, vi sto ancora aspettando al varco sulla storia della nipote di Mubarak: non mi pare che sulle pagine del Giornale si sia ancora esercitata la virtù dell’ironia, a quel proposito. E sì che meriterebbe...».
Anche il suo quotidiano è fortemente caratterizzato, e immagino che dia spesso fastidio. Ha più rogne con la destra o con la sinistra?
«La sinistra rompe infinitamente le scatole, ma ha un pregio: non querela. Invece la destra ci riempie di querele. Credo di detenere il record italiano, ne ho almeno una cinquantina. C’è qualcuno che mi ha chiesto addirittura 11 milioni di euro di danni, manco fossi il Superenalotto. La sinistra fa pressioni, la destra invece manda gli avvocati. Comunque Il Fatto ha una sua piena autonomia oggettiva, e nessuno si può permettere di dirci niente. Non abbiamo “amici” né “padrinati”, e rompiamo le scatole a tutti. Quando sbagliamo, gli errori sono nostri».





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