martedì 2 novembre 2010

Bimba di 18 mesi cade dal settimo piano Presa al volo da un passante: salva

Corriere della sera


La piccola è rimbalzata sulla tenda di un bar
ed è stata afferrata da un uomo. Denunciati i genitori

PARIGI


PARIGI - "Miracolo" è la parola sulla bocca di tutto il quartiere popolare del XX arrondissement di Parigi, dove una bebè di 18 mesi è uscita indenne dopo un volo dal settimo piano di un edificio, grazie alla prontezza di riflessi di un passante che l'ha presa al volo dopo essere rimbalzata sulla tenda di un bar. Secondo la ricostruzione dei fatti, la bambina è caduta dal balcone dell’appartamento al settimo piano, dove, assieme alla sorella di tre anni, era stata lasciata sola dai genitori, usciti a fare una passeggiata.

IL SALVATAGGIO - L'eroe, che ha salvato la vita alla bimba, si chiama Philippe Bensignor e di mestiere fa il medico. «Mio figlio mi ha detto che una bambina si trovava su un balcone e aveva superato anche la balaustra», ha raccontato l’uomo. Quando la bambina è caduta nel vuoto «mi sono detto "non devo mancarla"», ha spiegato. «La piccola non si è fatta nulla. Ha pianto per un po', ma poco dopo si è calmata», ha aggiunto Bensignor. «Si tratta di un vero miracolo», ha detto il barman del bar-tabacchi "Le Vincennes". «Ieri eravamo chiusi e la tenda era aperta perché si è rotto il sistema meccanico per riavvolgerla», ha spiegato. «Sulla tenda rossa c’è uno strappo di una decina di centimetri: è il punto di impatto dove è rimbalzata la bambina», ha sottolineato il barista. I genitori della bambina sono stati denunciati per abbandono di minori (fonte: Apcom).


02 novembre 2010



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Assalto in chiesa, i funerali delle vittime

Corriere della sera

Baghdad, 58 morti tra attentatori e ostaggi

 

Eur, rissa in discoteca, spara al buttafuori ma l'arma s'inceppa: pestato e arrestato

Il Messaggero



ROMA (1° novembre) - Prima ha partecipato ad una rissa, all'esterno di una discoteca di Roma, poi ha avuto un diverbio con un buttafuori che ha minacciato di morte e quindi se ne è andato. Ma dopo poco è tornato con in pugno una pistola calibro 9, si è avvicinato al buttafuori e gli ha puntato l'arma sul cuore e ha sparato, ma la pistola non ha funzionato. A quel punto il buttafuori lo ha riempito di calci e pugni e, insieme ad altre persone, gli ha fatto sbattere la testa sul marciapiedi. L'uomo armato, 27 anni, è stato arrestato dai carabinieri ed è ora ricoverato al San Camillo in gravi condizioni, ma non rischia la vita. I militari hanno sequestrato la pistola che aveva tre proiettili all'interno e risulta non denunciata.

Il tutto è accaduto all'alba, verso le 6, all'esterno della discoteca "Salone delle Tre Fontane" in via Ciro il grande, nel quartiere Eur. I carabinieri hanno riferito che in un gruppo di ragazzi era esplosa una lite e gli addetti alla sicurezza hanno cercato di dividerli. A quel punto è nato il diverbio tra il giovane e uno dei buttafuori, scambio molto acceso con insulti e minacce di morte da parte del ragazzo all'addetto alla sicurezza. Poi, davanti a molti testimoni, il giovane è tornato con l'obiettivo di uccidere il buttafuori che, scampato il pericolo e preso dalla paura e dalla rabbia, si è avventato come una furia contro il 27enne.





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Gigantesca voragine in Germania

Il Mattino


BERLINO (2 novembre) - Una voragine gigantesca di 40 metri per 30 si è aperta all'improvviso nella notte in una strada di una cittadina tedesca dove sono stati immediatamente evacuati 23 palazzi. È successo a Schmalkalden, a 120 chilometri da Francoforte, e per fortuna l'incidente non ha provocato alcuna vittima.

Solo una vettura è precipitata nel crollo del manto stradale e una seconda auto è rimasta in bilico sul ciglio della enorme buca.È stato un residente a telefonare alla polizia poco dopo le tre della notte, dopo aver udito un rumore fortissimo. Secondo un portavoce della polizia della vicina città di Suhl, la voragine potrebbe essere profonda una ventina di metri.

Il sindaco Thomas Kaminski ha spiegato che è stato chiamato un elicottero per la ripresa aerea che permetterà di misurare l'esatta dimensione della voragine. Secondo alcuni residenti, sotto quella strada durante la Seconda guerra mondiale c'era un rifugio anti-aereo.









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Ruby annuncia: «Vado in tv» Ma il suo legale: non da Santoro

Corriere della sera


Voci su una partecipazione ad «Annozero»
«Sono una ragazza normale, non una zoccoletta»


MILANO - La redazione di Annozero è al lavoro da sabato scorso. Un gran fermento, visto che giovedì prossimo Michele Santoro dovrebbe avere in studio Ruby, la marocchina neo-maggiorenne, ospite delle feste ad Arcore. L'indiscrezione (smentita però dal legale della ragazza, Massimo Dinoia) è di Libero, che pubblica anche un'intervista a Karima El Mahroug, in arte Ruby appunto. Dalla redazione di Annozero non arrivano conferme. Al quotidiano comunque la ragazza racconta che andrà gratis in tv e che lo farà principalmente per togliersi di dosso «l'immagine della zoccoletta. La vera Ruby è una ragazza normale» spiega.

«NON SONO COME NOEMI LETIZIA» - La giovanissma cubista ci tiene a sottolineare di non essere come Noemi Letizia. «Il premier lo chiamo premier, non lo chiamo Papi». E sottolinea pure che la tv non le interessa. Lunedì la ragazza ha compiuto 18 anni. Su dove si trovasse a festeggiare il compleanno e sul luogo in cui si terrà il mega party mondano di cui hanno parlato diversi giornali c'è un giallo. Come non confermate risultano le voci dell'esclusiva fotografica della suddetta festa ceduta a un settimanale di gossip. Quel che è certo è che Ruby in queste ore si concede non poco ai giornali. Si difende a più non posso dagli attacchi, ribadisce che da grande vuole fare il carabiniere e parla anche di Berlusconi. Adesso che ha 18 anni e potrà votare non esprimerà comunque la sua preferenza per il premier. «Lo adoro come uomo ma la politica non mi interessa» chiarisce. E non esita neanche a dare un consigliare al Cavaliere: «Sia più discreto, ci sono tante ochette che passano da casa sua e che lo possono anche fregare».


Redazione online
02 novembre 2010



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Silvio fa entrare chiunque a casa sua. Io però ci sono andata una volta soltanto»

Corriere della sera


Ruby su «Oggi»: «Mai fatto sesso con il Cavaliere. Mi ha dato 7 mila euro e mi ha detto: non sono cattivo»


MILANO - «La mia sola colpa è stata quella di aver mentito sull’età. La colpa di Silvio, invece, è quella di fare entrare in casa sua gente che non conosce. Lui è un'istituzione, dovrebbe comportarsi di conseguenza. Casini come Noemi e la D'Addario se li è cercati. Non può pretendere discrezione da gente sconosciuta». Così dice Ruby, la ragazza marocchina che ha messo nei guai Berlusconi, intervistata dal settimanale Oggi in edicola da domani. La prima intervista che Karima El Mahroug (questo è il vero nome di Ruby, 18 anni dal 1° novembre) ha rilasciato a un giornale.

«NON SAPEVA CHE ERO MINORENNE» - Su Oggi la ragazza svela le sue verità: «Sono stata a casa di Berlusconi ad Arcore il 14 febbraio scorso e non tre volte. Non abbiamo mai fatto sesso», dice. «Sono stata portata a casa sua dalla mia amica Priscilla, brasiliana, agente immobiliare. Sapeva che ero in difficoltà e ha pensato che Silvio potesse aiutarmi. Sono senza documenti, non potevo stare a casa sua. Ci tengo a dire che né Priscilla, né Silvio né Lele Mora sapevano che ero minorenne. Ho detto a tutti che avevo 24 anni». Ruby continua il suo racconto: «Quella sera avevo un tailleur pantalone color panna e una camicia con il collo alto, i capelli raccolti "a banana". Il taxi si è avvicinato a un ingresso laterale. Priscilla ha chiamato in villa e i carabinieri ci hanno lasciato passare. Quando ho visto quel villone ho chiesto alla mia amica dove fossimo. E lei mi ha detto "Dal presidente". M'è preso un colpo. Io fino a pochi mesi prima dormivo su una panchina a Catania».

«MI DEDICO' UNA CANZONE» - «Una volta dentro ci ha accolti lui, in golfino blu e giacca. Mi ha detto che ero elegantissima e che ho le gambe lunghissime. Io mi limitavo a dire grazie. Non volevo dare troppa confidenza, non sapendo che tipo fosse. Quella sera eravamo dieci ragazze, alcune famose altre no, tutte eleganti. Ma nomi non ne faccio. Erano tutte molto appariscenti, in rosso, verde smeraldo. E c’era Emilio Fede. Ero seduta accanto a Silvio. E vicino alla tenda c’era Apicella che suonava». Ruby-Karima svela ogni particolare della serata:

«Abbiamo parlato di tutto tranne che di politica. A parte Silvio che prendeva in giro politici di sinistra, tipo Bersani. Ci ha fatto vedere una statua di marmo con la sua faccia e il corpo di Superman. Poi mi ha dedicato una canzone, perché ero nuova. Mi ha cantato Se tu non fossi tu di Apicella». E aggiunge: «Mi sentivo Cenerentola con la prospettiva di tornare alla realtà e ai sacrifici di mezzanotte. Il menù? Tutto tricolore: pomodori, mozzarella e olive; pasta al pomodoro, pasta al pesto e pasta ai formaggi; timballo tricolore; gelato al pistacchio, fragola e vaniglia. Pensavo si mangiasse meglio… Poi Silvio ci ha regalato una collana di Damiani con un cuore perché era San Valentino».

IL BUNGA BUNGA E LA BUSTA - Infine, Ruby è tornata anche sul «Bunga Bunga»: «Ci siamo spostati in un salotto dove lui ci ha raccontato la barzelletta del Bunga Bunga, bevendo Sanbitter. Glieli portavo io. Poi volli andare via, ero a disagio perché tutte erano in confidenza con lui e io no. Prima però lui mi ha portata al piano di sopra nel suo ufficio. Sapeva dei miei problemi e voleva aiutarmi». Secondo quanto riferito dalla ragazza a Oggi, Berlusconi quel 14 febbraio le avrebbe dato una busta con 7 mila euro dicendole di non volere nulla in cambio e aggiungendo: «Non sono un uomo cattivo, non stare sulle tue».

L'INCONTRO CON LELE MORA - Anche su Lele Mora la ragazza racconta la sua verità: «L’ho conosciuto quando sono andata nella sua agenzia e gli ho chiesto di farmi lavorare». «Ma Silvio non me l’ha presentato Mora - ha aggiunto - . Quando Lele ha saputo che ero stata ad Arcore ha avvisato Silvio che ero minorenne e lui mi ha chiamata. Mi ha detto che l’avevo deluso e che non voleva più sentirmi».
LA NOTTE DELL'ARRESTO - Poi arriva quel 27 maggio in cui Ruby viene arrestata perché accusata di furto da Caterina, la sua ex convivente: «Caterina mi ha fatto portare in Questura. Mi accusava di furto, io invece per tre mesi le avevo pagato affitto e bollette. Al quel punto è arrivata Michelle O. (la nuova convivente, ndr) e ha chiamato Nicole Minetti, che non conoscevo. Appena la Minetti è arrivata tutto si è sbloccato. Una funzionaria ha detto che dovevano lasciarmi andare, che ero la nipote di Mubarak e sono andata via con Michelle e Nicole. Quando siamo uscite dalla Questura, Nicole mi ha detto che l’aiuto era arrivato da Silvio. Poi me lo ha passato al telefono e lui mi ha detto che non voleva più vedermi. La Minetti mi disse che ero incosciente e mi invitò a farmi la mia vita».

23 VOLTE DAL PM - Si è parlato di tre serate con il premier. Ruby dice: «Dopo il 27 maggio sono stata interrogata 23 volte dai pubblici ministeri Pietro Forno e Antonio Sangermano, che mi hanno chiesto solo di Silvio. A loro ho raccontato solo del 14 febbraio, non so le altre due serate da dove sono uscite. Io non gliene ho mai parlato. Per farmi bella, spesso raccontavo storie alle mie amiche, ma non ai magistrati. Ad alcune amiche parlai di showgirl e ministre alle cene di Silvio». Ruby racconta anche di essere stata fidanzata per breve tempo con Domenico Rizza: «L'8 gennaio del 2010 abbiamo fatto l'amore per la prima volta. Io ero vergine. Dopo qualche giorno mi ha lasciata. Un mese dopo la rottura ho scoperto di essere incinta. Pensai di tenere il bambino ma poi mi convinsi che non era il caso. Abortii. A febbraio a casa del premier? Sì, ero incinta».


02 novembre 2010



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Polonia: un libro accusa «Il pianista» di essere stato collaboratore dei nazisti

Corriere della sera


Nel volume «Imputata: Wiera Gran», si sostiene che Wladyslaw Szpilman facesse la spia per la Gestapo

ma l'opera di Agata Tuszynska è criticata da numerosi testimoni


Un'immagine tratta dal film «Il pianista» che ritrae il protagonista,  interpretato da Adrien Brody (Archivio Corsera)
Un'immagine tratta dal film «Il pianista» che ritrae il protagonista, interpretato da Adrien Brody (Archivio Corsera)
MILANO - Da vittima delle atrocità naziste a presunto collaboratore della Gestapo. La sua dolorosa biografia narrata nel film premio Oscar «Il pianista» di Roman Polanski ha commosso il mondo. Ma a quanto sembra non è stata ancora raccontata tutta la verità su Wladyslaw Szpilman, il celebre musicista deportato nel Ghetto di Varsavia durante la Seconda Guerra Mondiale e scampato a una sicura morte anche grazie alla benevolenza di un ufficiale della Wermacht. Questa versione dei fatti è messa in discussione dal nuovo libro della giornalista polacca Agata Tuszynska intitolato «Imputata: Wiera Gran», dedicato alla vita e alle vicissitudini dell'omonima cantante. Lo slogan del libro «L'altra faccia della storia di Wladyslaw Szpilman» è un vero e proprio atto d'accusa contro il celebre pianista, scomparso nel 2000, che viene più volte definito una spia della Gestapo.


LA VERSIONE DI WIERA GRAN - La giornalista polacca avrebbe incontrato Wiera Gran, che prima e dopo la guerra fu una delle più talentuose cantanti e attrici di cabaret in Europa, negli ultimi anni della sua vita. La Gran è morta nel 2007, ma prima di esalare l'ultimo respiro ha raccontato la sua versione dei fatti. La cantante condivise con Szpilman l'esperienza nel ghetto e diversi testimoni hanno raccontato come tra i due non corresse buon sangue. Nelle lettere private la cantante definisce Szpilman come il «membro di una gang che voleva uccidermi». Inoltre il musicista è anche identificato come «l'uomo della Gestapo» che lavorava come poliziotto per identificare gli ebrei presenti nella città.


UN PASSATO OSCURO - Il passato della grande accusatrice del musicista non è affatto limpido. All'indomani della sconfitta nazista la Gran fu realmente processata come collaborazionista dei nazista, ma le accuse caddero per insufficienza di prove. Nuove colpe le furono imputate anni dopo e per questo fu costretta ad abbandonare Israele, paese in cui si era trasferita poco prima, ed emigrò in Francia dove lavorò con artisti del calibro di Maurice Chevalier e Charles Aznavour. Nel film di Polanski, che riprende l'autobiografia intitolata «Śmierć Miasta» («Morte di una città») del musicista, la Gran compare nelle vesti dell'ambigua «Signora K», un personaggio molto attraente, ma di dubbia moralità.


SCONCERTO E AMAREZZA - Il libro comunque ha suscitato grande sconcerto tra i sopravvissuti del ghetto di Varsavia che hanno conosciuto personalmente Szpilman come l'ex ministro degli esteri polacco Wladyslaw Bartoszewski, che ha definito le dichiarazioni della Gran «vergognose e senza fondamento». Andrzej, il figlio del musicista, si è dichiarato molto amareggiato: «Dopo la guerra mio padre pubblicò i suoi diari e nessuno tra i sopravvissuti del ghetto criticò la sua versione dei fatti - ha dichiarato in un'intervista al settimanale tedesco Spiegel - Mio padre è stato una vittima del nazismo, non un collaboratore. Non voglio che il suo nome, che è diventato un simbolo per il mio paese, sia infangato e umiliato».


Francesco Tortora
02 novembre 2010



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Pomodori e peperoni coltivati in cella La prigione di Fritzl: «Sono psicologo»

Corriere della sera


Dopo 18 mesi in carcere, sta ultimando la sua biografia. «Vorrei uscire e stare con mia moglie:mi ama ancora»

LA PRIMA INTERVISTA DEL MOSTRO DI AMSTETTEN


Josef Fritzl, Il 75enne austriaco, che aveva tenuto segregata e stuprato per 24 anni la figlia Elisabeth, mettendola incinta sette volte è all'ergastolo dal marzo 2009
Josef Fritzl, Il 75enne austriaco, che aveva tenuto segregata e stuprato per 24 anni la figlia Elisabeth, mettendola incinta sette volte è all'ergastolo dal marzo 2009
MILANO - «Buongiorno, sono Josef Fritzl! Ma non c'è bisogno di presentarmi, sono famoso in tutto il mondo». Con queste parole il mostro di Amstetten ha accolto nei giorni scorsi due reporter della Bild nel carcere di massima sicurezza di Stein, in Austria, per la prima intervista dal giorno della condanna all'ergastolo, nel marzo 2009. Il 75enne austriaco, che aveva tenuto segregata e stuprato per 24 anni la figlia Elisabeth, praticamente murata viva nella cantina di casa, mettendola incinta sette volte e uccidendo uno dei neonati, parla della sua prigionia; dei suoi passatempi, del suo telefilm preferito, della voglia di uscire. Continua ad amare la moglie Rosemarie, nonostante la donna abbia chiesto il divorzio. Per i crimini commessi, però, non mostra alcun rimorso.


GLI INTERROGATIVI - Il mondo del padre-mostro di Amstetten si concentra in una cella singola di 11,5 metri quadri. Si trova in una struttura per detenuti con problemi psichici all'interno di un carcere di massima sicurezza vicino Vienna. Non ha praticamente contatto con gli altri detenuti, sebbene gli sia concesso passeggiare nel cortile per un'ora e mezza ogni giorno. Nel carcere di Stein, in Bassa Austria, sono rinchiusi i 90 criminali più pericolosi d'Austria. Fritzl è controllato costantemente da due secondini. «La direzione del penitenziario teme per la sua vita; l'orco di Amstetten si trova infatti nel gradino più basso della gerarchia carceraria», riportano i giornalisti della Bild che hanno visitato l'orco di Amstetten. I cronisti del tabloid tedesco hanno diversi interrogativi. Vogliono innanzitutto sapere se l'uomo sia pentito per i crimini commessi. Se prova rimorso per aver stuprato la figlia Elisabeth 3000 volte per 24 lunghi anni. E per averla l'abbia messa incinta sette volte. E per aver ucciso uno dei suoi figli. «Di questo preferirei non parlare», chiosa Fritzl, che poi mormora qualcosa sull'«amore» quando cita la figlia stuprata, ma cerca di sopprimere i fatti.


POMODORI E PEPERONI - Da un anno e mezzo le sue giornate nel carcere più sorvegliato del Paese scorrono sempre uguali: la sveglia è alle 5 e mezza; si lava, fa colazione poi sale sulla cyclette per un'ora di fitness mattutino. Alle dieci prepara i piatti per il pranzo; alle 11 è dietro il bancone a impiattare. Dopodiché c'è il riposo pomeridiano. Al pomeriggio gli è concesso una breve passeggiata. Nella sua cella coltiva i peperoni e i pomodori. Ha un televisore con 38 canali e la sua serie televisiva preferita è Two and a Half Men (Due uomini e mezzo, con Charlie Sheen). Il bambino nel telefilm gli ricorda uno dei suoi figli, e questo provoca in lui un po' di risate. «Ti distrugge l'anima se sei perennemente triste», spiega l'uomo, condannato lo scorso anno per omicidio, stupro prolungato plurimo, sequestro di persona prolungato plurimo, riduzione in schiavitù delle sue vittime, percosse e minacce.


VERITA' MURATA - Il 75enne ammette poi di provare ancora sentimenti per la moglie e per i famigliari, ai quali ha scritto otto lettere da quando è stato incarcerato. Senza nessuna risposta. «Parla come se fosse un marito e padre normale», riassume Bild. Racconta di non portare più la fede al dito per timore che gli venga rubata, ma si dice sicuro che sua moglie, con la quale è stato sposato per 55 anni, lo ami ancora: «Vorrei uscire di qui e prendermi cura di lei di nuovo perché Rosemarie è sempre stata fedele». L'uomo ritiene inoltre che i suoi 13 figli non siano venuti a trovarlo perché la polizia del carcere impedisce loro di entrare. Dei compagni di prigionia racconta: «Molti vengono da me con le loro preoccupazioni. Sono un buon psicologo». E infine sottolinea: «Il mio sogno è di poter uscire ancora vivo da qui». In questi primi 18 mesi di prigionia Josef Fritz sta anche ultimando la sua biografia; ha già scritto 100 pagine. L'incontro dei giornalisti della Bild si conclude dopo 70 minuti. Le loro conclusioni: «Il mostro di Amstetten è un criminale ostinato, irragionevole. Che non mostra il minimo rimorso; ha murato la verità, esattamente come ha fatto con i suoi figli».


Elmar Burchia
02 novembre 2010



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Abusivismo nelle sedi del Senato: palazzo Giustiniani, i vicini vincono causa

Il Messaggero




di Claudio Marincola

ROMA (1 novembre) - È poco meno di un monumento: Palazzo Giustiniani, l’ex quartier generale della Massoneria ora sede del Senato della Repubblica. Edificio di fine Cinquecento di proprietà del Demanio. Non un palazzo qualsiasi. Il “Palazzo”, quello un tempo frequentato dalle Logge e da Licio Gelli. Dove si trovano, per intenderci, l’appartamento di rappresentanza del presidente del Senato Renato Schifani e gli uffici dei senatori a vita. Un “gioiello” da tutelare, a un passo dal Pantheon. Pare, però, che non sia andata così: per una serie di lavori effettuati a più riprese all’inizio degli anni ’90, è stato condannato il ministero delle Finanze. Si tratta di interventi che il Provveditorato alle opere pubbliche non avrebbe dovuto eseguire: la messa in funzione di un ascensore e vari lavori edilizi che negli anni hanno caricato la struttura mettendone a rischio la stabilità. La I Sezione del Tribunale di Roma ha accolto il ricorso presentato dai “vicini di casa”, la famiglia proprietaria della palazzina confinante.

“L’abusivismo” ha colpito anche qui. Il cuore dello Stato. Il ministero dell’Economia e delle Finanze è stato condannato infatti in via definitiva a pagare i danni causati a un inquilino del Palazzo, un privato cittadino, per una lunga serie di lavori effettuati dal Provveditorato alle opere pubbliche del Lazio che hanno messo a rischio la struttura.
Il contenzioso si trascina dagli anni ’90. E’ rimasto sotto traccia solo perché la controparte, la famiglia Marchioni, ha scelto in tutto questo tempo il profilo basso nella convinzione che prima o poi si sarebbe arrivati a un ragionevole accordo.

Doppio abuso. Le sentenze che condannano in via definitiva il Ministero di via XX Settembre sono due. La più recente risale al novembre del 2008. Riguarda i lavori di consolidamento di alcuni locali al quarto piano dell’ala nuova del Palazzo. Lavori che hanno comportato, secondo le perizie, anche l’eliminazione di un tramezzo. L’altra risale addirittura al 1994: non è mai stata eseguita nonostante i ripetuti atti di precettazione. Si riferisce alla realizzazione di un’ascensore interno e alla relativa opera muraria in un chiostro sempre di proprietà della famiglia Marchioni. L’elevatore, secondo i giudici, è stato realizzato «in violazione dell’articolo 907 del codice civile» che «inibisce la facoltà di costruire a meno di 3 metri dalle altrui vedute».
Per Ministero e Senato è una brutta gatta da pelare, anche se quest’ultimo dal punto di vista giuridico ha un ruolo assolutamente passivo. «All’inizio del 2010 abbiamo richiesto al giudice l’ esecuzione della sentenza - spiega Alessandro Riccioni, legale della famiglia Marchioni - il Tribunale ha nominato un perito e ora aspettiamo che finalmente venga applicata».

Le 100 perizie. Una lunga serie di perizie, forse un centinaio, decine e decine di sopralluoghi, pagine e pagine di relazioni tecniche hanno appurato che l’utilizzo di materiali impropri avrebbe caricato le strutture portanti e reso inagibile l’appartamento sottostante. Il solaio che separa il quarto dal terzo piano ora è pericolante. I muri sono puntellati. Svuotate le antiche volte, l’intera struttura, già molto degradata, ha iniziato a dare segni di cedimento.
La sentenza del 2008, emessa dalla I sezione civile della Corte d’appello di Roma, condanna il Ministero al pagamento dei danni e delle spese legali, e contiene un ordine “di riduzione del pristino stato“ del quale il Marchioni ha richiesto l’attuazione nel 2010 in base all’articolo 612 del codice di procedura civile. E chiama in causa anche la società che ha effettuato i lavori, la Otranto s.r.l. «I lavori - si legge - hanno drasticamente modificato la distribuzione e l’entità dei carichi gravanti sulle strutture portanti dello stabile di piazza della Rotonda». Così che sulle pareti sono apparse «numerosissime lesioni in varie parti dei 4 piani sottostanti a quelli interessati dai lavori». L’impresa che dovrà alleggerire la struttura, riportarla ai carichi originari, eliminare pesi ed eventuali superfetazioni verrà indicata dal Tribunale.
Royal Suite. Per effetto del procedimento giudiziario, nonché per motivi di sicurezza, il Senato ha transennato 3 locali lasciandoli inutilizzati. Idem per l’appartamento al piano di sotto, circa 60 mq, in una zona di pregio assoluto che ospita, tra l’altro, il Pantheon Royal Suite, elegante struttura alberghiera a 4 stelle.

Per scopi molto diversi, Palazzo Giustiniani fu acquisito da Mussolini nel 1926 e aggregato al Senato. Da uno dei suoi quattro lati affaccia su Piazza della Rotonda con vista mozzafiato sulla cupola del Pantheon, uno dei capolavori dell’architettura mondiale realizzato nel II d.C. da Adriano. Per poter studiare dall’alto la cupola e ammirare il grande foro che i romani chiamano oculus le archistar prenotano i piani alti gli alberghi della Piazza con largo anticipo. Mai e poi mai potrebbero pensare che anziché tutelare questi tesori i discendenti dell’imperatore li minino alla base a colpi di modifiche e abusi.

Incerta morfologia. Nel corso degli anni il Palazzo ha subito talmente tanti interventi da rendere incerta perfino l’attuale morfologia. «Alcuni tecnici - hanno rilevato i giudici della I Sezione del Tribunale di Roma - parlano di cinque piani fuori terra, altri di sei». Insomma, l’intreccio di cubature tra la palazzina di proprietà della famiglia Marchioni e i locali del Senato è tale che per raggiungere una zona del quarto piano occorre passare accanto agli uffici amministrativi. «Per raggiungere il quarto e il quinto piano - citiamo a sentenza - si entra a Palazzo Giustiniani e ci si sposta orizzontalmente fino a trovarsi al di sopra di una porzione del terzo piano dell’edificio con ingresso in piazza della Rotonda n.7». Se invece si entra dal Senato, la via più breve è il cosiddetto “ascensore parlante”, quello oggetto del primo contenzioso. Il personale lo chiama così per distinguerlo dagli altri e per la voce metallica che accompagna discese e risalite.

Gli 007 di Cheney. La promiscuità condominiale del nobile Palazzo rischia di ripercuotersi anche sulla sicurezza. Ad esempio, in questi giorni con il presidente Napolitano in Cina, l’ingresso di Palazzo Giustiniani in via della Dogana Vecchia è presidiato da un corazziere, proprio come in Qurinale. Tutti i collaboratori del presidente hanno trasferito le loro attenzioni su Renato Schifani, seconda carica dello Stato. Si dice che in occasione della visita ufficiale del vice presidente Usa Dick Cheney, gli 007 americani abbiano allargato le braccia: non potevano garantire i livelli standard di sicurezza. Per appostarsi nei luoghi “sensibili” avrebbero dovuto infatti entrare in alcune abitazioni private, muoversi in una giungla di fili, parabole televisive, superare alcune passerelle posticce.

Jacuzzi con vista. Ci sono poi anche gli aneddoti. Tra gli impiegati e i commessi c’è, ad esempio, chi racconta con imbarazzo le volte in cui aprendo le finestre si è trovato di fronte un vicino in pigiama. O dell’habitué che ogni fine settimana, sull’altro lato del Palazzo, si mette in terrazza a prendere il sole in costume, incurante dell’autorevole vicinato e del frequente passaggio delle delegazioni che visitano il Senato. Un giorno, guardando dalle finestre verso l’alto, qualcuno notò alcuni operai intenti a trasportare su una terrazza una vasca Jacuzzi. Idromassaggio con vista sul Pantheon?




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Tsunami in Indonesia Anderson offre soldi Islam: "E' immorale"

Quotidiano.net


La modella aveva annunciato sul suo sito web di voler donare 25 mila dollari alla ong 'Waves of Water' per portare acqua potabile nelle zone colpite dallo tsunami. Gli integralisti indonesiani si sono opposti


Roma, 2 novembre 2010



Il gruppo indonesiano 'Fronte dei difensori dell’Islam' ha respinto l’offerta di aiuti economici avanzata dall’attrice Pamela Anderson per i sopravvissuti allo tsunami.

Habib Umar, esponente del Fronte, ha affermato all’emittente Metro Tv che se l’Indonesia accetterà l’offerta rischierà un disastro anche peggiore perché si tratta di denaro ottenuto in modo immorale, in particolare con foto di nudi, quindi è 'haram', proibito.

La modella aveva annunciato sul suo sito web di voler donare 25 mila dollari alla ong 'Waves of Water' per portare l’acqua potabile nelle zone colpite dallo tsunami che ha fatto 454 vittime.





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Serbia, tre blitz per catturare il criminale di guerra Mladic

Quotidiano.net


L'azione delle forze di sicurezza stanno controllando due siti a Belgrado, uno dei quali è il ristorante “Bajka”, il terzo è una casa privata nel villaggio di Arandelovac


Belgrado, 2 novembre 2010



Le forze di sicurezza serbe hanno dato vita ad un'azione di polizia, ancora in corso, per catturare il super ricercato per crimini di guerra, Ratko Mladic (a sinistra nella foto con Radovan Karadžić).

Lo sostiene l’emittente locale B92 che “in base a quanto appreso” parla di tre blitz in corso: due a Belgrado, uno dei quali nel ristorante “Bajka” (Cenerentola), il terzo in una casa privata nel villaggio di Arandelovac (centro).




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Meglio le belle ragazze che essere gay»

Corriere della sera

Il premier scherza a Milano.



MILANO - «È meglio essere appassionati di belle ragazze che gay». Così Silvio Berlusconi nel suo discorso alla Fiera di Milano . Dal salone del ciclo e motociclo il premier è tonato ancora una volta sul caso Ruby. «Ho un problemino - aveva scherzato poco prima - avrei da sistemare una certa Ruby in uno di questi stand....». Berlusconi ha fatto riferimento alla ragazza oggetto delle polemiche degli ultimi giorni, duettando dal palco della inaugurazione del Salone di Milano con l'ex direttore generale della mostra Costantino Ruggiero. L'ex manager ha replicato alla richiesta del premier: «ci penso io». «Non leggete più i giornali: vi imbrogliano». Lo ha detto stamani Silvio Berlusconi all'inaugurazione del 68/o salone del ciclo e del motociclo di Milano.

02 novembre 2010



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Rifiuti, carica della polizia a Giugliano Napoli-disastro: 2300 tonnellate in strada

Il Mattino





NAPOLI (2 novembre) - Le forze dell'ordine stanno effettuando una operazione di alleggerimento per consentire il passaggio dei mezzi diretti al sito di stoccaggio. 

LEGGI L'INTERVISTA ESCLUSIVA A BERTOLASO

Dinanzi ai camion ci sono soprattutto donne e giovani manifestanti che chiedono che gli autocompattatori tornino indietro. I mezzi del servizio di raccolta urbana sono scortati da un ingente schieramento di forze dell'ordineNuovi scontri tra manifestanti e forze dell'ordine si stanno verificando a Taverna del Re dove da alcuni giorni c'è un presidio per impedire il transito degli autocompattatori diretti al sito.

Bloccati anche i mezzi dei carabinieri. Le forze dell'ordine stanno stringendo i manifestanti lungo le cunette laterali della strada. Alcuni si sono addirittura piazzati davanti ai mezzi dei carabinieri. I manifestanti hanno al momento bloccato una lunga colonna di automezzi diretti al sito di stoccaggio. Alcuni si sono aggrappati ai camion mentre carabinieri e polizia tentano di riportarli a terra. Un uomo è caduto battendo la testa a terra. Dinanzi al corteo dei manifestanti c'è un uomo che sventola la bandiera italiana.

A Giugliano sit-in e occupato il Comune. Una decina di manifestanti ha inscenato un sit in dinanzi al palazzo municipale di Giugliano. La polizia locale ha impedito che i manifestanti si introducessero all'interno dello stabile. La protesta, dunque, ora si sta spostando al centro cittadino dove questa sera si terrà una fiaccolata di protesta alla quale prenderanno parte, secondo quanto si apprende, numerosi studenti. Alcune donne, invece, si sono introdotte all'interno del palazzo e al momento si trovano in una stanza adiacente a quella del sindaco, Giovanni Pianese. Chiedono di avere un colloquio con i rappresentanti dell'amministrazione comunale e hanno annunciato che non lasceranno l'ufficio fino a quando non verrà sospeso il conferimento dei rifiuti nel sito di Taverna del Re. Sul posto oltre alla polizia locale sono presenti anche alcuni agenti della polizia di stato, col vice questore Romano.

Ritorna la pasionara che si diede fuoco.
Alcuni manifestanti hanno tentato di bloccare i camion che avevano da poco sversato i rifiuti all'uscita del sito di Taverna del Re nei pressi di Giugliano. Lucia De Cicco, la pasionaria che già due anni fa si diede fuoco in un'analoga protesta contro lo sversamento della spazzatura, ha messo la sua auto di traverso lungo la strada. La vettura è stata spostata di peso da alcuni uomini delle forze dell'ordine. Dall'alba di oggi sono entrati nel sito una ventina di automezzi. Dopo gli incidenti di ieri le colonne di auto-compattatori si spostano sotto la scorta di polizia e carabinieri.

Raccolta straordinaria a Giugliano: 220 tonnellate. Nel corso della notte - intanto - a Giugliano è stata avviata nella notte una raccolta straordinaria di rifiuti nel comune di Giugliano. Secondo quanto si apprende da fonti del Comune sono state raccolte oltre 220 tonnellate di rifiuti soprattutto lungo le strade del centro storico, per eliminare i cumuli che si sono formati nei giorni scorsi. Alcuni automezzi hanno scaricato all'interno del sito di Taverna del re, presidiato da circa una settimana da numerosi manifestanti che ne chiedono l'immediata chiusura. Il sito, come ormai noto, già accoglie oltre 6 milioni di tonnellate di spazzatura ed è stato riaperto con un'ordinanza del presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro.

Il punto sulla situazione. Duemilatrecento sono le tonnellate di rifiuti presenti nelle strade di Napoli. Questo il dato fornito oggi dall'assessore comunale all'Igiene urbana Giacomelli, a margine delle celebrazioni per i defunti. Secondo quanto riferito dall'assessore, stamattina i camion stanno sversando a Chiaiano, così come a Taverna del Re dove «al momento - ha detto l'assessore - non ci sono incidenti». Secondo i dati forniti stanno scaricando circa 20 mezzi. «Continuando così - ha detto Giacomelli - sono fiducioso che nella giornata di oggi riusciremo a sversare la nostra capacità massima che si aggira fra le 1600 e 1650 tonnellate al giorno». Per quanto riguarda la giornata di ieri, Giacomelli ha riferito che hanno scaricato circa 80 mezzi a Chiaiano, mentre nel pomeriggio a Taverna del Re le operazioni sono state interrotte a causa delle manifestazioni.

Fiaccolata a Giugliano per Taverna del Re. E una fiaccolata di protesta contro la riapertura del sito di Taverna del Re si terrà questa sera nel centro storico di Giugliano. La manifestazione è stata organizzata dai comitati di protesta che condannano ogni episodio di violenza e che non vogliono creare disagi alla cittadinanza. «Vogliamo solo sollecitare tutti e sensibilizzarli - dicono - perchè ci sentiamo presi in giro. C'era un impegno preciso che questo sito non sarebbe stato mai riaperto. E invece, siamo alle solite, alle solite promesse disattese».




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Tartufo record a Bagnoli Irpino: una pepita da 469 grammi

Corriere del Mezzogiorno


L'ha trovata il cavatore Salvatore Marano sull’altopiano
Laceno. Da Guinness anche il dolce di castagne: 21 metri



La bilancia certifica il peso del tartufo: 469 grammi
La bilancia certifica il peso del tartufo: 469 grammi

NAPOLI - Una vera pepita di oro nero. Non è il petrolio, ma un'altra ricchezza di profondità che sempre dalla terra viene. E si mangia con relativo inebriarsi di sensi. È il tartufo di Bagnoli Irpino che quest'anno ha regalato un vero record: una creatura di 469 grammi trovata dal cavatore bagnolese Salvatore Marano sull’altopiano del Laceno. L'anno scorso il tartufo più grande pesava 380 grammi, grandezza umiliata dal nuovo record. Insuperato resta quello del secolo scorso: a inizio Novecento i cavatori trovarono un tubero di ben un chilo.

LA PEPITA ALL'ASTA - Il tartufo nero di Marano è stato messo all'asta con soddisfazione di tutti. Soprattutto degli organizzatori della Mostra mercato del tartufo nero e dei prodotti tipici e 33esima sagra della castagna di Bagnoli Irpino, la rassegna che si è appena conclusa in Alta Irpinia.
«Il nostro tartufo – dice Eusebio Marano, assessore comunale all’Agricoltura ed Ambiente – è un prodotto unico e di pregio che abbiamo messo in relazione virtuosa con i nostri giacimenti storici e paesaggistici per offrire un unico pacchetto promozionale in grado di soddisfare a pieno le esigenze di chi ci è venuto a trovare».

UN TRONCO DI CASTAGNE DI 21 METRI - La kermesse gastronomica è stata da Guinness anche per un singolare dolce, il tronco di castagne, amorevolmente lavorato da uno sfaff di chef tutto al femminile. Le misure di questa meraviglia: 21 metri e 10 centimetri di lunghezza (ha superato quello del 2009: 20 metri e 90 centimetri). Per realizzarlo ci sono voluti: oltre 3 quintali di castagne amalgamate con zucchero, gocce di cioccolato, margarina, liquore strega, pan di spagna per un peso complessivo di 11 quintali di dolce.

MOSTRE E PREMI - Primato anche di presenze per la sagra di Bagnoli: la tre giorni è stata frequentata da 150mila persone con un picco nella giornata conclusiva. Da segnalare anche il premio letterario «Tartufo d’oro» e la mostra fotografica dell’associazione nazionale Libero Pensiero «Giordano Bruno» nella chiesa di San Domenico: Zenit, sguardo nel meridiano”: viaggio d’immagini nel cratere dell’Alta Irpinia. Per i principianti poi ci sono state dimostrazioni di ricerca del tartufo (con il 12esimo concorso amatoriale per cani, organizzato dall’associazione Tartufai Monti Picentini e presentato dal segretario Giuseppe Caputo).

ORA PACCHETTI TURISTICI - Finita la sagra si pensa a nuove iniziative turistiche. Presto un pacchetto promozionale che sarà suddiviso per itinerari tematici con soluzioni fruibili in diversi periodi dell’anno sia estivi che invernali. «In sostanza si tratta – spiega Carlo Trillo del Consorzio turistico Bagnoli – Laceno – di viaggi guidati alle scoperte delle bellezze naturalistiche, artistiche, culturali ed enogastronomiche che interessano il nostro borgo e l’altopiano del Laceno».

Nat. Fe.
01 novembre 2010




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Al lavoro anche nei festivi pur di incastrare Berlusconi

Il Tempo


Il pm Boccassini ieri ha ascoltato come testimone l'ex questore di Milano nell'inchiesta sulla ragazza marocchina che ha appena compiuto diciotto anni.

Ruby, la ragazza marocchina al centro dell'ultimo polverone sollevato contro Silvio Berlusconi


Quando c'è da «incastrare» il presidente del Consiglio, i magistrati non si fermano nemmeno il giorno di Ognissanti. Se poi a dover fare gli straordinari è il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, c'è da aspettarsi che qualcosa salterà fuori. Ieri l'alto magistrato ha sentito come testimone l'ex questore di Milano Vincenzo Indolfi su quanto accaduto la notte tra il 27 e il 28 maggio scorso quando la ragazza marocchina Ruby venne trattenuta in via Fatebenefratelli e poi affidata alla consigliera regionale Nicole Minetti dopo l'arrivo di una telefonata da Palazzo Chigi. All'audizione di Indolfi ha partecipato anche il pm Antonio Sangermano, che in prima battuta si è occupato del caso Ruby e che ora sta seguendo l'inchiesta insieme a un altro procuratore aggiunto, Piero Forno. Il nome della ragazza, Karima El Mahroug, (in «arte» Ruby Rubacuori) compariva in un'indagine sulla prostituzione d'alto borgo, in atto a Milano sin dal 2009.

L'indagine, che avrebbe avuto sviluppi dalle recenti dichiarazioni di Ruby e coinvolgerebbe Lele Mora e Nicole Minetti, riguarda un giro di escort legate al mondo dei vip dello spettacolo, delle paparazzate e dei locali più alla moda di Milano. Il nome di Karima, secondo quanto si è appreso, appare in alcuni accertamenti tecnici che evidenzierebbero suoi incontri con imprenditori in un hotel di lusso del centro. Incontri a pagamento, che non sarebbero stati isolati o d'iniziativa ma coordinati all'interno di una più ampia rete di conoscenze e amicizie gestite, secondo le accuse, da alcuni nomi noti e meno noti.

Quella della ragazza marocchina, stando a quanto emerge dalla ricostruzione del fascicolo relativo alle pratica amministrativa avviata dai Tribunali per i Minorenni di Messina e di Milano, è stata una vita da fuggiasca. Il 30 giugno scorso Karima venne affidata dal Tribunale per i minorenni di Milano al Comune di Milano e contemporaneamente a quello di Letojanni, il paese in Sicilia dove viveva e vivono tuttora i suoi genitori, in quanto al Tribunale dei minori di Messina era aperto un procedimento nell'interesse della minorenne fin dal 2008. Il procedimento era stato avviato già due anni fa perché Karima, a partire dal 2006, era fuggita diverse volte da casa. Nel 2007 è stata ospite in una comunità di Mondo X a Badolato, in provincia di Catanzaro in seguito all'interessamento dei servizi sociali di quella zona.

Quando nel 2008 comincia ad interessarsi il Tribunale per i minorenni di Messina Karima, anche su sua richiesta, viene collocata in una comunità a Galati, da dove se ne va nel novembre 2008. Nel gennaio 2009 fugge da una comunità in provincia di Messina. Il mese dopo viene collocata in un'altra comunità sempre in quella zona e da lì fugge nel maggio del 2009. Karima fa perdere le sue tracce fino al marzo di quest'anno quando viene rintracciata a Taormina e riconsegnata al padre a Letojanni e affidata al Comune del paesino dove abita la sua famiglia per essere ospitata ancora in una comunità. Il 27 maggio scorso attorno alle 19 viene portata in Questura a Milano.

Intanto Ruby è scappata almeno tre volte dalla comunità dove era ospite, fughe che non avranno replica dato che ieri è diventata maggiorenne, quindi libera non solo di parlare ma anche di fare ciò che vuole. Anche e soprattutto di nascondere il luogo dove si terrà la sua festa di compleanno. La festa del compleanno? «La farò in un posto che non immaginereste mai. Ma ti do un indizio: non sarà in una discoteca e nemmeno in un locale. Sarà un posto che non immagini», scherzava ieri giocando alla «femme fatale».

Quindi, niente maxifesta giovedì alla discoteca Albikokka di Genova? «No, non sarà lì». E niente cena a Portofino. Non ha rivelato nulla Ruby, dal momento che ha venduto, per una considerevole cifra, l'esclusiva delle foto della sua festa. Nessuna reticenza, però, sul look per la serata che la deve vedere protagonista. Abituata ormai alle passerelle, non dimentica alcun particolare: «Vestirò verde smeraldo, Versace, con le cuciture in oro». Pausa. «I capelli saranno acconciati a banana. Chic, no?».



Nadia Pietrafitta
02/11/2010




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Morto il papà dei Pokemon, lo sceneggiatore aveva 61 anni

Il Messaggero



TOKYO (1 novembre) - Lo sceneggiatore giapponese Takeshi Shudo, autore della serie televisiva Pokemon nonché dei primi tre film a essa dedicata, è morto in un ospedale di Nara all'età di 61 anni. Venerdì scorso Shudo era rimasto vittima di un'emorragia cerebrale mentre viaggiava su una linea ferroviaria giapponese. Shudo era conosciuto principalmente come creatore delle storie a cartoni animati dei Pokemon ed anche dei fumetti collegati alla serie ed è stato tra gli ideatori degli universi di Kanto, Orange Islands e Johto.

Dopo gli studi all'Università di Tokyo, iniziò la sua attività lavorativa come sceneggiatore di cartoons allo Studio Ghibli, per passare poi alla Pokemon Company di Nintendo, dove ben presto ottenne il posto di scrittore capo.

I Pokemon sono personaggi di una linea di videogiochi omonima creata nel 1995 da Satoshi Tajiri e pubblicata dalla Nintendo. Queste creature immaginarie sono allevabili dagli esseri umani, che possono farli combattere tra di loro. Il nome deriva dalla coppia di parole inglesi Pocket Monsters.




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Le Figaro: non solo pacchi bomba minacciano i voli ecco i cani kamikaze

Quotidiano.net


I servizi di intelligence occidentale hanno dato l’allarme discretamente su questa nuova minaccia. L'allarme è nato per due cani imbottiti di esplosivo ritrovati morti nella zona merci dell’aeroporto di Baghdad

Un cane maltrattato
Un cane maltrattato

Parigi, 2 novembre 2010



I voli di linea non sono minacciati solo dai pacchi bomba. Se resta alto l’allarme in tutto il mondo dopo la scoperta di plichi esplosivi partiti dallo Yemen e diretti negli Usa, il quotidiano francese ‘Le Figaro' rivela che il terrorismo ha usato anche cani kamikaze.

I servizi di intelligence occidentale hanno dato l’allarme discretamente su questo nuovo ‘modus operandi' del terrorismo islamico, si legge, e la vicenda di due cani imbottiti di esplosivo, ritrovati morti circa due anni fa nella zona merci dell’aeroporto di Baghdad, è stata a lungo tenuta segreta.

I due cani, rinchiusi in gabbie speciali per il trasporto aereo degli animali e quindi pronti all’imbarco, sono stati rinvenuti dall’esercito americano e l’autopsia ha rivelato che erano pieni di potente esplosivo collegato a un detonatore, prosegue il quotidiano francese.

Dovevano esplodere in volo, ma i terroristi avevano mal ricucito le due povere bestie che sono morte prima del decollo. I servizi alleati degli Usa sono stati immediatamente avvertiti e le foto del sistema esplosivo dei due cani kamikaze sono state diffuse anche tra i professionisti della sicurezza aerea.

Un allarme specifico, indica inoltre il quotidiano francese, è stato redatto dall’Organizzazione dell’Aviazione civile internazionale di Montreal per tutti i paesi aderenti.




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In Svizzera dove è possibile la dolce morte Nel ricordo di Welby ed Eluana Englaro

Corriere della sera

In Italia circa 250mila malati terminali cercano ogni anno di alleviare la loro sofferenza

Svizzera, estate 2010. Attraversare il confine italiano dal passo del San Gottardo per affrontare il tema del fine vita è come oltrepassare una porta su un'altra dimensione, tanto sono distanti le posizioni tra il nostro Paese e la confinante Svizzera. Lo abbiamo fatto con Current, per realizzare un reportage Vanguard Italia sul suicidio assistito, tema che è da anni oggetto di guerreggiati dibattiti sociali e accese controversie etiche, religiose, morali, politiche, legislative.

 

 

Mentre in Italia la legge sul testamento biologico, primo passo per un confronto sulla «dolce morte», è fermo nelle burocrazie parlamentari dal 2009 e le posizioni si scontrano anche sulle definizioni di base, la Svizzera ha preso una decisione ferma: accettare, assecondando il principio della autodeterminazione dell’essere umano, la possibilità che un cittadino affetto da una malattia incurabile possa decidere di porre fine alla propria vita. Nel nostro Paese sono circa 250mila i malati terminali che ogni anno cercano di alleviare la loro sofferenza. Tra le tante storie che si consumano nelle corsie degli ospedali o nella solitudine delle case solo poche arrivano all’opinione pubblica. E scoppia il caso. Sono nomi ormai noti, simbolo di scelte difficili: Eluana Englaro, Piergiorgio Welby.

Il suicidio assistito spesso viene usato nel dibattito politico come bandiera e non come argomento su cui confrontarsi concretamente. Testimonianza ne è il fatto che dopo l’approvazione lampo al senato nel 2009 sulla scia del caso Englaro, il dibattito si sia arenato nelle commissioni. In Svizzera troviamo una situazione profondamente diversa. Da ormai vent’anni un malato allo stadio terminale può fare richiesta per un suicidio assistito a una delle sei associazioni che offrono il servizio. Una volta certificato lo stadio terminale o degenerativo della propria malattia, si deve dimostrare di essere in grado di intendere e volere, e fermo nella propria decisione di morire. Dopo aver ricevuto l’ok definitivo dai medici, gli assistenti comprano in farmacia il cocktail letale di farmaci che la persona dovrà ingerire da solo (da qui «suicidio assistito» e non «eutanasia»).

Durante le riprese in Svizzera abbiamo seguito le attività della Dignitas, la più grande associazione per il suicidio assistito che accetta anche stranieri. Abbiamo filmato le laboriose procedure di verifica dei requisiti e attraverso la loro intermediazione siamo riusciti a intervistare due persone che erano all’atto finale: un sessantenne del sud Italia, affetto da anni da una patologia incurabile e un inglese ottantenne che qualche anno fa in seguito ad un incidente è rimasto paralizzato. Li abbiamo affiancati in questo grande tabù che è la morte, così vicina e desiderata e contemporaneamente temuta e fuggita. Insieme alle loro voci abbiamo ascoltato anche quelle di amici e parenti che li accompagnano nell'ultimo viaggio e di coloro che lavorano per assisterli nel passaggio consapevole tra la vita e la morte. Umanità che s'intrecciano per capire come non esista una verità assoluta sul fine vita, ma diverse esperienze che evidenziano l’esigenza di un doveroso dibattito aperto sul concetto di libertà di scelta.

 

Edoardo Anselmi
Elena Sciotti
29 ottobre 2010
(ultima modifica: 02 novembre 2010)

Ilda interroga anche a Ognissanti: lo sprint per incastrare il premier

di Luca Fazzo


L'ex questore Indolfi conferma: il pm dei minori diede l'ok al rilascio della ragazza. Il teorema: dimostrare che la ragazza marocchina fu salvata perché non raccontasse delle feste ad Arcore



Milano - È il giorno di Ognissanti a segnare la svolta nell’inchiesta milanese su «Ruby Rubacuori» e le sue visite ad Arcore. Sotto una pioggia incessante,l’ex que­store Vincenzo Indolfi varca la soglia degli uffici della polizia giudiziaria di piazza Umanita­ria. È la palazzina che vent’anni fa ospitava i «duri» della Flm, il sindacato dei metalmeccanici. Ma al quarto piano, Indolfi si tro­va faccia a faccia con una dura ancora più dura: Ilda Boccassi­ni, procuratore aggiunto della Repubblica, capo del pool anti­mafia. È alla dottoressa dai ca­pelli rossi che il neo- prefetto ieri mattina deve rendere conto di quanto accadde in questura nel­la notte del 27 maggio scorso, quando «Ruby» - al secolo Kari­ma Rashida el Marhug - venne fermata per furto e poi conse­gnata al consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti, dopo una telefonata del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al capo di gabinetto Ostuni.

La telefonata partì dal cellulare del caposcorta del Cavaliere, che poi passò l’apparecchio allo stesso Berlusconi. Finora quello relativo alla tele­fonata del premier era un ramo collaterale dell’inchiesta, im­p­ortante politicamente e giorna­listicamente ma di vaga rilevan­za penale. Invece è proprio quel­lo il fronte che Ilda Boccassini sceglie per entrare a rullo com­pressore sullo scenario dell’in­chiesta. Lo fa nel più classico sti­­le Boccassini: non da comprima­ria, ma da protagonista assolu­ta. Alberto Nobili e Pietro For­no, i due procuratori aggiunti che avevano seguito il fascicolo fin dal 2009, quando il nome di Karima era emerso nell'inchie­sta sulla prostituzione nei night milanesi, fanno un passo indie­tro. Da ieri, la Boccassini è domi­nus assoluta dell’indagine che scava sulle abitudini e le fre­quentazioni del presidente del Consiglio.

Unico collaboratore della dottoressa resta Antonio Sangermano, il giovane pm asse­gnatario del fascicolo: proprio la promozione di Sangermano al pool antimafia, il 28 ottobre scorso, ha spianato la strada al «ribaltone» interno alla Procu­ra. Anche se il reato ipotizzato nel fascicolo - favoreggiamento della prostituzione minorile ­esula dalle competenze dall’An­timafia, la regola a Milano è che i pm che cambiano dipartimento portino con sé i loro fascicoli, e che a sovrintendere alla loro atti­vità sia il nuovo capo. Nel caso specifico, Ilda Boccassini. L’interrogatorio di Indolfi du­ra fino all’ora di pranzo. Il prefet­to entra ed esce da piazza Uma­nitaria da solo, senza avvocato. Vuol dire che non è indagato: né, d’altra parte, risulta ufficial­mente che sia stata aperta una indagine per abuso d’ufficio, o per qualsiasi altro reato connes­so alla telefonata.

Ma questo non rende la posizione di Indol­fi più comoda, anzi. Costretto a dire la verità, il prefetto si trova a dover conciliare la sua versione - sintetizzata giovedì scorso in un comunicato - con quanto sta emergendo dalle indagini e da­gli articoli di giornale. Tema: il rilascio di «Ruby». Indolfi dice che tutto fu concordato con la Procura dei minori. Il pm che era di turno quella notte, Anna­maria Fiorillo, nega. Poiché del­la telefonata non pare ci sia regi­strazione, alla fine sarà la parola della polizia contro quella del magistrato. A chi crederà, Ilda Boccassini? Una cosa, però, pare certa: la questura non ha mai spiegato al­la Procura dei minori che si trat­tava di un «caso» speciale, tale da muovere persino un interven­to di Palazzo Chigi.

Così la vicen­da della ragazza marocchina venne trattato come un caso qualunque, uno delle centinaia di storie di adolescenti sans toit ni loi che incappano di giorno e di notte nei controlli di polizia. Anche l’esito finale, la consegna ad un adulto disponibile a pren­dersene cura, sarebbe una pras­si non inconsueta. Anomalo, semmai, è che la persona sia sta­ta scelta nella Minetti, che fino a quella notte non risulta che fos­se in particolare confidenza con «Ruby». Ma, se un’ipotesi di reato su quella telefonata per adesso non c’è, perché la Boccassini ha scelto di partire a razzo proprio su quel versante? Semplice: per­ché dimostrare che intorno alla giovane immigrata si mosse una rete di soccorso di alto profi­lo sarebbe il riscontro migliore all’ipotesi su cui la dottoressa sta lavorando.

E cioè che «Ru­by » fosse solo una pedina su una scacchiera assai affollata, in cui pezzi di varia importanza si muovevano avendo come uni­co obiettivo l’intrattenimento del capo del governo. In sostanza, la Boccassini vuo­le verificare se il «salvataggio» di Ruby avesse come obiettivo evi­tare che la ragazza raccontasse quello che aveva visto: obiettivo mancato, visto che poco dopo la fanciulla ha iniziato a riempire verbali su verbali. E dovrà torna­re a riempirne ancora nei prossi­mi giorni: anche se ieri il suo di­fensore Massimo Dinoia fa sape­re che «non risulta che siano sta­ti fissati nuovi interrogatori».





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Montecarlo, bonifici all’estero sospetti di Tulliani

di Redazione




La procura ha fatto accertamenti bancari sul cognato dell’ex leader di An, gli indizi dicono che è lui il proprietario della casa. Ma non lo ha indagato. Però ha chiesto sue notizie a tutti i testimoni



 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


The Untouchable, l’Intoccabile. Più che Gianfranco Fini, trattato «comprensibilmente» (sic!) in guanti bianchi dalla procura di Roma, il nome «incompresibilmente» ritenuto non meritevole di trattamento alcuno dai pm capitolini, che pure sembrano comprenderne la rilevanza nelle indagini, è quello del «cognato» del presidente della Camera: Giancarlo Tulliani. Lo dicono le carte dell’autorità giudiziaria, tutte le carte, che il Giornale ha letto integralmente.Non è, dunque, solo il buon senso ad assegnare al fratello della compagna di Fini un ruolo centrale nell’affaire immobiliare monegasco, sono i fatti, acclarati dai pm e poi tralasciati perché ritenuti di «competenza» civile anziché penale: Tulliani abita nella casa «svenduta» da An; è lui che ha proposto l’«affare» a Fini con la società off-shore; è lui che pressa l’ambasciatore italiano nel Principato per chiedere nomi di società edili; è lui che ha poi seguito sul posto i lavori di ristrutturazione, che la sorella Elisabetta coordinava da Roma, secondo il costruttore Garzelli; è lui che domicilia le proprie bollette a casa di James Walfenzao, il broker «amministratore» della Printemps che compra da An e che poi vende alla «gemella» Timara; è sempre lui, secondo l’indagine interna del governo di Saint Lucia, il «beneficiario effettivo» sia di Printemps che di Timara, dettaglio che lo identifica come reale proprietario; è lui al centro del giallo delle firme identiche sotto la voce «locatario» e «locatore», firme gemelle che si ripetono sia sul contratto di affitto tra Timara e Tulliani che sull’atto integrativo dello stesso contratto.Quest’ultimo punto non è solo frutto dell’inchiesta giornalistica di questo quotidiano (inspiegabilmente smentito dalla procura di Roma allorché il Giornale pubblicò il frontespizio della registrazione con le due sigle in calce). Emerge anche dai documenti che la procura ha recuperato nel corso della sua rapida indagine, quella stessa procura che aveva smentito l’identità delle sigle lo scorso 20 settembre s’è accorta della «svista», e nella richiesta di archiviazione sottolinea, tra i punti anomali, proprio questo dettaglio.
Ma tant’altro che coinvolge Tulliani salta fuori dallo scarno faldone dei pm. Tanto da rendere doverosa la domanda delle domande: come mai non è stato ritenuto utile ascoltare, almeno come persona informata dei fatti, anche Giancarlo Tulliani? Le toghe romane hanno fatto sempre capire che il «cognato» non c’entrava con l’inchiesta. Eppure lo hanno seguito a lungo. Hanno setacciato i suoi conti correnti, ottenendo dalla guardia di finanza una relazione, datata 19 ottobre, dalla quale emergono 70mila euro spostati dal conto italiano a quello monegasco di Tulliani. «Si rappresenta che Tulliani Giancarlo - scrive la Gdf - risulta segnalato dall’intermediario Unicredit Banca di Roma per aver effettuato il trasferimento di capitali all’estero in data 23.2.2009 per 25mila euro, in data 25.2.2009 per 25mila euro, e in data 4.3.2009 per 20mila euro, ossia nel periodo intercorrente tra la stipula del contratto di locazione con la Timara ltd, avvenuta il 30.1.2009, e l’autorizzazione da parte dell’amministratore del condominio all’effettuazione dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento in data 30.7.2009 e 3.11.2009». Appare chiaro, se non altro per il lasso temporale scelto per curiosare nei movimenti di denaro di Giancarlo, che per gli inquirenti quei bonifici fossero destinati a pagare i lavori di restauro della casa. In fondo, è quello che ha sostenuto lo stesso Fini, adducendolo come uno dei motivi che gli impedisce di obbligare il «cognato» a lasciare l’appartamento. Eppure c’è un punto, evidenziato dal Giornale, sul quale i magistrati avrebbero potuto almeno soffermarsi. Rino Terrana, titolare dell’impresa Tecabat, che materialmente ha svolto i lavori nella casa di boulevard Princesse Charlotte, ha infatti raccontato di aver fatturato gli importi della ristrutturazione non a Tulliani, ma alla «proprietaria» Timara. Un dettaglio che i magistrati non hanno finora approfondito, ma che potrebbe tornare utile qualora il gip rigettasse la richiesta di archiviazione. 
E a confermare l’interesse, tenuto rigorosamente sottotraccia, per il nome di Tulliani, anche i verbali di interrogatorio dei testimoni dell’affaire e dell’indagato Pontone. L’ex tesoriere, in procura, si è sentito rivolgere due domande su quel nome. La prima: «Risulta da notizie di stampa che hanno riportato dichiarazioni di Fini che questi ha indicato in Tulliani Giancarlo la persona che gli aveva comunicato che vi era una società interessata ad acquistare l’appartamento in Montecarlo. Sa nulla a riguardo?». Pontone liquida subito il discorso rispondendo di non saper niente. Ma, come detto, i pm insistono: «Lei conosceva il Tulliani?». E Pontone ammette: «Il Tulliani mi fu presentato da un amico in occasione di una cena postelettorale, non l’ho mai incontrato in altre occasioni».
Anche da Rita Marino, la segretaria di Fini, i pm vogliono chiarimenti su quel parente. «Che lei sappia, Tulliani si è interessato di affari per il partito, di immobili dello stesso?». La segretaria non cede: «Lo escludo». Stessa storia con Donato Lamorte, storico braccio destro di Fini. «Lei conosce Tulliani?», gli chiedono i pm. «No, nella maniera più assoluta, non l’ho mai visto né conosciuto». Domande su domande per sapere di un certo Giancarlo Tulliani. A che pro? E per quale motivo la procura ha fatto ben due rogatorie nel Principato per stabilire la congruità del prezzo di vendita dell’immobile (ritenuto fondamentale per l’inchiesta) e poi, una volta appurato che era tre volte inferiore alle stime di mercato, non ha interrogato l’«intoccabile» Tulliani che al compagno della sorella propose l’acquirente off-shore che fece il prezzo e l’affare della vita?

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it - massimo.malpica@ilgiornale.it




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Ora il rischio è la liberta di truffa

di Claudio Borghi



Caso Fini: i magistrati dicono che non si deve fare il processo perché i partiti non sono società. Ma se il gip archivierà sarà un boomerang: ci si potrà appropriare impunemente di beni degli enti

 

Occhi aperti! Un gravissi­mo pericolo incombe sui beni delle infinite associazioni italia­ne, dai partiti ai sindacati sino ai circoli sportivi. Se il Gip di Ro­ma­accoglierà la richiesta di ar­chiviazione regalata dai Pm a Gianfranco Fini per la vicenda della casa di Montecarlo, ciò potrebbe rappresentare il via li­bera per gli amministratori pro tempore alla spoliazione impu­nita di tutti i beni sociali a favo­re dei loro parenti ed amici.
Vediamo perché. Le associa­zioni non riconosciute sono di gran lunga la più frequente for­ma aggregativa in Italia: dal Pdl al Partito Democratico, dalla Cgil alla Uil alle innumerevoli organizzazioni senza scopo di lucro costituite per ogni tipo di fine benefico, ricreativo ed assi­stenziale, tutte ricadono in que­sta vastissima categoria. Cosa ha sinora frenato gli ammini­­stratori di volta in volta eletti dall’approfittare della momen­tanea posizione di rappresen­ta­nza per saccheggiare le asso­ciazioni? Il codice è chiarissi­mo e prevede due fattispecie complementari:la truffa e l’ap­propriazione indebita, ambe­due punibili con pena fino a tre anni di carcere. La truffa preve­de che si danneggi la vittima a favore di un terzo con artifici o raggiri,mentre l’appropriazio­ne indebita copre tutti gli altri casi di ingiusta sottrazione (a favore di terzi) di beni di cui si abbia momentaneamente il possesso o la gestione.
In buo­na sostanza se sei un segretario di un partito o di un sindacato o il presidente di un’associazio­ne e imbrogli le carte (secondo la Cassazione basta anche una condotta passiva che non im­pedisca il fatto) per sfilare un bene sociale e svenderlo a chi ti fa comodo commetti truffa, se invece sei proprio sfacciato e, approfittando della momenta­nea detenzione del bene (mo­bile) te lo intaschi o lo giri a chi ti aggrada commetti appropria­zione indebita. Dato che sia­mo in un paese di furbetti poi si è recentemente introdotta a mo’ di promemoria una nor­ma che si sovrappone ad esse per rinforzare il concetto: tale norma (art. 2634 codice civile) ricorda agli amministratori che se «avendo un interesse in conflitto con quello della socie­tà al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concor­rono a decidere atti di vendita di beni sociali provocando in­tenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono pu­niti con la reclusione da sei me­si a tre anni».
Insomma non si scappa, se si sfilano dei beni dall’ente che si amministra, dalla Fiat al Fai,dall’associazio­ne per la ricerca sul cancro al condominio sempre di galera fino a tre anni si parla e se un’obiezione si può fare è che tre anni sono pure pochi. Nella richiesta di archiviazio­ne invece il Pm di Roma incre­di­bilmente si premura di far sa­pere che non si applica l’art. 2634 c.c. prima citato perché «un partito politico non è una società, bensì un’associazione non riconosciuta». Capite? Non si dice che la svendita (che costerebbe ad un amministra­tore di una società per azioni tre anni di galera) è stata corret­ta, si dice che non si vuol proce­dere perché si­tratta di un’asso­ciazione e non di una società. E la truffa?E l’appropriazione in­debita?
Tutti gli elementi sono presenti nelle carte, viene certi­ficato un prezzo enormemen­­te inferiore al reale, viene rivela­ta l’identità tra l’acquirente e l’affittuario a causa delle firme identiche, vengono verbalizza­­te offerte alternative, viene con­fermato l’elemento di inganno ai danni del tesoriere a cui vie­ne spacciato come competen­te il parere di uno che per sua stessa ammissione competen­te a valutare un appartamento non è. Insomma, i «pezzi» del reato ci sono tutti proprio per le carte della procura e nono­stante ciò si chiede di archivia­re? Misteri di chi sposa la causa delle toghe. Insomma, se nel caso dell’appartamento di Montecarlo il Gip di Roma do­vesse confermare una certa percezione di appiattimento dei giudici alle richieste dei Pm ed archiviare, converrà a tutte le associazioni della penisola apprestare veglie di sorveglian­za davanti ai beni sociali. Ogni amministratore potrebbe sen­tir­si legittimato a beneficare pa­renti e conoscenti disponendo sottocosto del patrimonio asso­ciativo, rischiando solo una causa civile che in Italia, visti i tempi biblici, non spaventa più nemmeno i bambini.




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Mail/ Raccolta rifiuti virtuosa? Proposta per far "guadagnare" i cittadini

Il Mattino


Buongiorno a tutti, sono un napoletano che vive da 10 anni in un comune della bergamasca, più precisamente Alzano Lombardo, uno dei comuni più virtuosi in Italia per quanto riguarda la raccolta differenziata.

Qui la raccolta avviene tre volte a settimana, suddivisa per:
plastica, materiale ferroso e vetro, carta, umido e secco( tutto ciò non differenziabile).
Il materiale di riciclo si deposita all'esterno dei condomini ed il personale addetto ha cura nel trasportarlo nell'isola ecologica.

Così facendo si riesce a riciclare il 75% dei rifiuti.
Avendo vissuto 30 anni a Napoli, mi rendo conto che il sistema sarebbe fallimentare, visto che in un piccolo comune il punto di raccolta e'
formato da massimo dieci Sacchi o bidoni, a Napoli il punto di raccolta a causa della densità della popolazione diventerebbe una discarica a cielo aperto.

La soluzione sarebbe adottare un sistema simile incentivando il cittadino e creando anche lavoro.
Mi spiego meglio: il sistema e' semplice, basterebbe in ogni quartiere aprire esercizi commerciali che acquistano i rifiuti portati dai cittadini, ovviamente quelli inodore(plastica, carta, vetro e materiale ferroso).

Il titolare dell'esercizio peserà i rifiuti ovviamente suddivisi per categoria, e corrisponderà al cittadino un importo che verra' memorizzato su di una tessera che l'utente potrà decidere di scalare dall'importo sulla tassa dei rifiuti o potra' riscuotere denaro contante.

Ovviamente i margini di guadagno non sono elevatissimi, ma con attenzione nel riciclo il cittadino può guadagnare o risparmiare anche 200€ l'anno ( che oggi giorno non sono niente male), e magari il
comune potrebbe applicare sconti ulteriori sulla tassa dei rifiuti per quei cittadini che hanno smaltito più rifiuti.

Io spero che questa mia idea possa dare una mano alla mia città, perché anche se sono 10 anni che vivo altrove mi sento offeso da tutte quelle persone del nord che identificano la nostra magnifica città con
la "monnezza" !!

Mi auguro che questa mia mail possa smuovere le coscienze di tutti, cittadini e politici.

Grazie per lo spazio che mi avete concesso.

Romeo Gugliucci




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Insulti, Cassano come Santoro

di Giancarlo Perna


Da Santoro a Fini, passando per Cassano: pretendono il rispetto dagli altri, ma sono i primi ad insultare i loro capi. Ma mentre la Samp ha cacciato il suo bomber, il dg Rai ha dovuto accettare il diritto di ingiuria



 

Che hanno in comune Michele Santoro e il sampdoriano Antonio Cassano? Una maleducata sfrontatezza verso le persone da cui dipendono. Santoro ha mandato a vaffanc.. - imbelletandolo da «affan... un bicchiere» - il direttore generale della Rai, Mauro Masi. Cassano ha dato del «vecchio st...zo», o qualcosa di simile, a Riccardo Garrone, il proprietario-presidente della sua squadra.

Cosa unisce invece Masi e Garrone? Nulla. Perché Masi, nonostante i tentativi di reagire, ha dovuto inghiottire l’insulto di Santoro senza poterlo sanzionare. Garrone, al contrario, ha punito Fantantonio cacciandolo dalla squadra. Uno, il direttore generale, è costretto a inchinarsi alla logica politica della Rai. Infatti, la sinistra ha riconosciuto al giornalista il diritto di ingiuria invocando la libertà di pensiero, che c’entra come un cavolo a merenda. Questo perché Santoro è dei suoi e Masi un lacchè del Cav. Naturalmente, si sarebbe regolata all’opposto se a ingiuriare fosse stato Bruno Vespa e l’ingiuriato di turno un dirigente infeudato nel Pd. Così stanno le cose.

Direte che non tutto è perduto e c’è ancora spazio per restaurare le regole. Masi in effetti non ha gettato la spugna e si è rivolto alla magistratura per chiederle la sanzione che non gli è riuscito di irrogare. L’iniziativa è patetica e il direttore generale ci sbatterà il grugno. Le toghe, conoscendole, trasformeranno un caso che riguarda esclusivamente il rispetto che il dipendente deve al superiore gerarchico, in una brodaglia antigiuridica in cui a prevalere saranno le simpatie politiche. Sarà così confermato che in Rai vige il macello delle regole.
Allora, viva la faccia truce di Garrone. Cassano lo insolentisce. Lui lo sbatte fuori squadra. La Sampdoria perderà il suo campione e il proprietario ci rimetterà

un mucchio di soldi. Fa nulla. Garrone, contro qualsiasi logica capitalista, mette al primo posto l’onore, l’ordine gerarchico, i principi della civile convivenza. Ossia, ripristina le regole.
Le regole, queste sconosciute. Ognuno se ne dice affamato e tutti se ne infischiano. Ne pretendono il rispetto dagli altri, le calpestano per sé. Prendiamo Gianfry Fini. Oggi veste il lutto per il caso Ruby, la minorenne marocchina nella grazie del Cav. Col cipiglio del quaresimalista dice che la faccenda è imbarazzante, sta facendo il giro del mondo e mette l’Italia alla berlina dal circolo polare alla Terra del Fuoco. Ovviamente, è il meno titolato a impancarsi. Meno che meno col fare ingessato del moralista senza macchia, i polsini inamidatati, le giacche a otto bottoni per manica del buon borghese tutto regole e perbenismo.

Da oltre un anno ha incamerato alla chetichella l’appartamento monegasco di cui era affidatario. La destrezza è da mesi di pubblico dominio ma non ne tira le conseguenze. «Mi dimetterò se risulterà che la casa è di mio cognato», ha detto. È provato, straprovato, balza dai documenti, lo confermano le autorità caraibiche. E lui? Se ne impippa. Si abbarbica alla poltrona di presidente della Camera e ne sfrutta i privilegi con i voli di Stato, le suite a cinque stelle, girando il vasto mondo a spese dell’erario per pubblicizzare sé stesso e il suo nuovo partito. E il pudore? E le regole? Quelli sono per gli altri, io - ficcatevelo bene in testa -, io sono Fini e per me non valgono. Lo dicono anche i magistrati e ora, forte del verdetto, vi querelo tutti.

Già e che dire dei pm romani che escludono la truffa e chiedono l’archiviazione nonostante ammettano che la casa è stata svenduta? Una cosa evidente a tutti, a loro non risulta. Non c’è truffa, non c’è appropriazione indebita, non c’è custodia infedele di un bene di An che Fini doveva tutelare. Nulla di nulla. Nemmeno il principio elementare che la cosa d’altri della quale sei l’affidatario non può poi finire per magia a tuo cognato. Di questo passo, il rapinatore che va in banca col mitra spianato passerà per un cittadino che chiede un mutuo.

E a proposito di regole, ora salta fuori un ex ministro di Prodi, tale Paolo Gentiloni, che chiede il bavaglio del Giornale perché appoggia il Cav al punto da chiamarlo confidenzialmente Silvio. Il quotidiano è del fratello e il conflitto di interessi è perciò palese, dice questo genio dell’ultima ora. Il Giornale è del fratello, i giornalisti, no. E sono loro a metterci la faccia. Lo fanno perché ci credono e questo è tra i pochi fogli che gli permettono di esprimersi. E quanto a lei, Gentiloni, si ripassi le libertà costituzionali tra le quali c’è anche quella di condividere la politica del Cav.

La sua politica appunto, però se ci piace. E anche la difesa dagli attacchi, quando ci paiano ingiusti. Ma pure di dissentirne, se esagera. A me, per dire le storie dei continui festini o della telefonata in questura per Ruby danno ai nervi. Tutta questa dimestichezza con Lele Mora e il fatto che le ragazzotte della sua scuderia abbiano il numero del suo cellulare più segreto sembra una stranezza. Non lo dico per moralismo, Cav. Ma perché se le cerca. Poi si lamenta che non la lasciano lavorare. A parte che si può governare anche tra le polemiche, e la invito farlo con lena. È lei però a fornire l’offa agli avversari. Molti suoi elettori saranno arcistufi di dovere, per le sue mattane, rintuzzare gli sberleffi di parenti e amici. Lei rivendica la libertà di comportarsi in privato come meglio crede. Sbaglia. Il mondo - non solo gli italiani - sono puritani e non tollerano l’eccessiva disinvoltura di un premier. Le cose stanno così. Lei non può cambiarle. Né può accontentarsi della svampita assoluzione di Zucchero Fornaciari, che neanche la vota.

Le bandane, le barzellette osé, i suoi cucù alla Merkel, in sé sono innocenti, sono però infantili e le tolgono prestigio. Innescano polemiche e frenano l’attività di governo. Il ministro dell’Interno, Maroni, è costretto ad affannarsi per verificare con la questura di Milano che tutto sia stato regolare nel rilascio di Ruby. Altri ministri trascurano il lavoro per giustificarla sui giornali. Tutto tempo perso a scapito del Paese. Avrà notato che nessuno - né da noi, né all’estero - la critica per la sua politica. Ma solo per la goliardia. A lei piacerà, ma non può fare come vuole. Ha stipulato un patto pubblico, se ne ricordi. Se no, è uno sprovveduto verso se stesso. Perché, se insiste, lei cancella il buono che fa e si gioca il posto nella storia di questi vent’anni. Le chiedo: vale la candela? Tanto le dovevo.



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Il comitato pro-Sakineh: «Domani l'esecuzione»

Corriere della sera


La 43enne iraniana, sarà lapidata mercoledì nella prigione di Tabriz, dove la donna sconta la pena




MILANO - Sakineh, l'iraniana 43enne la cui condanna a morte per lapidazione ha innescato l'indignazione internazionale, sarà giustiziata domani. Lo riferisce il Comitato Internazionale contro la Lapidazione. Secondo un comunicato dell'organizzazione sulla sua pagina web, le autorità iraniane hanno dato l'ordine che l'esecuzione avvenga nella prigione di Tabriz, dove Sakineh Mohammadi Ashtiani, sconta la condanna. Il Comitato Internazionale contro la Lapidazione aveva già reso noto, lo scorso 11 ottobre, che il figlio di Ashtiani era stato arrestato dalla polizia iraniana insieme all'avvocato di sua madre e a due giornalisti tedeschi che volevano intervistalo. In manette anche il loro avvocato. Accusato di avere «interagito con elementi controrivoluzionari con base all'estero», «falsificazione di documenti» e trovato in possesso di «tre diversi documenti d'identità». Accuse rese note dal procuratore generale, Gholamhossein Mohseni-Ejei, citato oggi dal quotidiano Tehran Times.


02 novembre 2010



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Riesumazione del bandito Giuliano: corpo lungo 1,70 cm. I parenti: allora non è lui

Il Mattino





PALERMO (1 novembre) - Un metro e settanta al massimo. Questa l'altezza dell'uomo sepolto nella bara di Salvatore Giuliano. Il dato, pur non sciogliendo ancora tutti i dubbi sull'identità del cadavere riesumato venerdì scorso e per alcuni di un sosia di Turiddu, getta ombre pesanti sulla vicenda e si scontra con i ricordi dei familiari del re di Montelepre, certi che il bandito indipendentista fosse alto più di un metro e ottanta.


Il medico legale, Livio Milone, incaricato dalla Procura di Palermo di effettuare l'esame del dna sui resti, unico test certo per stabilire chi sia stato sepolto per oltre 60 anni nel cimitero di Montelepre, ha stabilito l'altezza del corpo riesumato attraverso la misurazione delle ossa lunghe (femore, tibia, omero). Un metro e settanta, ha accertato il consulente. Dieci centimetri in più dell'altezza stabilita dai rilievi fatti subito dopo la riesumazione del cadavere; dieci in meno rispetto ai ricordi dei parenti di Turiddu. «Dalle tantissime fotografie in mio possesso - spiega il nipote, Giuseppe Sciortino - si evince con chiarezza che mio zio superava il metro e 70. Ad esempio, in una è accanto a uno dei suoi fratelli che era alto un metro e 77 ed è evidente che è di gran lunga più alto».



«Per non parlare - aggiunge - di quelle in cui è ritratto vicino a mia madre (la sorella, ndr), che era circa uno e 60. Lì la differenza è evidentissima». In un'altra foto, poi, «il re di Montelepre», pur essendo collocato più in basso rispetto ad altri personaggi, tra i quali il sergente dell'Oss Wilson Morris, è molto più alto. Ma per avere la certezza servono dati ufficiali: ed è su questo che si stanno concentrando le indagini dei pm di Palermo, che sul caso hanno aperto un fascicolo per omicidio e sostituzione di cadavere.


I magistrati hanno delegato alla Mobile le ricerche delle eventuali carte d'identità, delle misurazioni effettuate durante la visita di leva, insomma di tutto quanto possa contribuire a risalire a una misurazione certa. Il nipote del bandito conserva una carta di identità rilasciata quando lo zio aveva 15 anni. «Lì - racconta - viene indicata un'altezza di uno e 60, ma mia madre mi racconta che il fratello, dopo i 18 anni, sarebbe cresciuto di oltre 15 centimetri». La risposta decisiva, dunque, è lasciata al dna. Ammesso che l'esame si possa fare. Non è ancora chiaro inoltre se i resti riesumati siano utilizzabili per questo genere di accertamento, l'unico in grado di sciogliere il sospetto che nella bara della cappella 'Giulianò sia stato messo un sosia e che il vero bandito sia fuggito all'estero.




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