mercoledì 3 novembre 2010

Favori e spinte, dritte e colloqui. Ma Gianfry fa telefonare gli altri

di Paolo Bracalini


Dai contatti per aiutare il cognato in Rai alle chiamate al costruttore Piscicelli: alla cornetta sempre segretarie e collaboratori




 Roma Chiamare direttamente non si addice all’uomo delle istituzioni, non si può, è contro l’etichetta. Fare chiamare il segretario o il braccio destro invece, quello sì che è galateo istituzionale. È vero che Fini non avrebbe mai telefonato, lui in persona, a una Questura. Quando si è trattato di ottenere qualcosa, ha sempre lasciato l’incombenza ad altri. Di telefonate e colloqui, per conto e nome di Fini (almeno così riferiti) ce ne sono molti. Per conto di chi chiamava Francesco Proietti Cosimi, già segretario personale di Fini, quando si interessava in modo molto zelante della concessione dei Monopoli pubblici ad Atlantis, società cara ad An? In una telefonata - intercettata - Cosimi (oggi deputato finiano e responsabile Finanze del gruppo Fli alla Camera) dice testualmente: «Lo cerco per telefonino e gli dico che cazzo è sta storia», riferendosi al direttore dei Monopoli di Stato Giorgio Tino. Però, come da galateo, non è Fini che parla, ma solo il suo segretario.

Il presidente si attiva solo in casi eccezionali, quelli di famiglia. Ma sempre per interposta cornetta, perché solo i cafoni chiamano direttamente, gli uomini responsabili non chiamano, fanno chiamare. E così, quando il cognatino Tulliani era un po’ in bolletta per la benzina della sua Ferrari, il presidente si fa vivo con la Rai, quella che ora i finiani dicono di voler privatizzare. L’avevano privatizzata già, a modo loro, trovando spazio per la moglie di Bocchino, per la madre della Tulliani e per il fratello, per Barbareschi. Ma tornando a quel giorno, come raccontato da Libero, squilla il cellulare di Guido Paglia, direttore relazioni esterne Rai, in corsa per la carica di vicedirettore generale. Chi chiama è la segreteria di Fini, che spiega l’urgenza: «Il presidente le chiede se può ricevere il dr. Giancarlo Tulliani che deve parlarle».

Si organizza l’incontro con Tulliani, che ha bisogno di lavorare, di guadagnare. Le cose però non vanno nel modo sperato dal giovane rampante (come il cavallino della sua auto da 200mila euro), e allora il telefonino di Paglia risquilla, ma dall’altro lato non c’è mai Fini, che è uomo delle istituzioni, ma la segretaria dell’uomo delle istituzioni, che è tutta un’altra cosa. «Il presidente Fini ha bisogno di vederla subito». Paglia va a Montecitorio dove l’aspettano Fini e Tulliani, e il resto (squallido) è noto: Tulliani si lamenta di non essere aiutato e Fini (quella volta con la propria voce) chiede «un minimo garantito» per il fratello di Elisabetta. Scorretto eticamente per un presidente della Camera? No, perché non ha mai telefonato lui in persona, e questa si chiama serietà istituzionale.

Il telefono squilla per lui ma lui non c’è, come si conviene. Molto attiva telefonicamente è invece la sua segretaria Rita Marino, come ha pure raccontato un quotidiano molto vicino alla destra finiana, l’Unità. La storica segretaria del presidente della Camera prese a cuore gli affari del costruttore Francesco De Vito Piscicelli, quello che rideva per il terremoto in Abruzzo. Dagli atti dell’inchiesta la Marino «sembra avere una buona consuetudine con Piscicelli. Nel novembre del 2009 Piscicelli chiede un appuntamento alla segretaria di Fini, «per una cosa vitale che lo riguarda». Si incontrano il giorno dopo e la dottoressa Marino lo rassicura: «Ha ricevuto tutto? Non ancora? arriva, arriva». Ma qui Fini non c’entra, ci mancherebbe, c’entra solo la sua segretaria personale.

Peccato che lo mettano in mezzo sempre, anche se lui nelle telefonate non c’è, non parla. Altri parlano di lui, certamente a sproposito. Sulla candidatura di Nicola Di Girolamo, l’eletto all’estero poi indagato nell’affaire Mokbel. Barbara Contini, coordinatrice del Pdl per l’estero, ha raccontato che la scelta di puntare su Nicola Di Girolamo per le elezioni in Europa non era estranea ad Alleanza nazionale. Anzi, ha detto di più, di aver avuto molte perplessità su quel nome e di averle comunicate all’ex parlamentare di An (ora nel Pdl), fedelissimo di Fini e responsabile esteri del partito, Marco Zacchera. «Lui mi rispose - dice la Contini - che la decisione era stata adottata direttamente dal presidente Fini», come del resto «tutte le decisioni datemi». Ancora lui, ma non dovevamo sentirci più? Però che stile, che eleganza, mai in prima persona. Un vero telefono senza Fini.



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La memoria diventa 'quasi' eterna: ecco il dvd che dura 160 anni

Quotidiano.net


Sviluppato da una società di Praga, non è distruttibile per effetto di raggi ultravioletti, magnetismo, radiazione, umidita’ o temperature estreme. Lo slogan pubblicitario: "Scrivi una volta, leggi per sempre"


Il Data Tresor Disc, il dvd che durerà 160 anni
Il Data Tresor Disc, il dvd che durerà 160 anni


Praga, 1 novembre 2010  - Una societa’ di Praga ha sviluppato un nuovo dvd capace di archiviare i dati elettronici registrati fino a 160 anni. Ne da’ notizia oggi il quotidiano economico Hospodarske, precisando che il nuovo dvd e’ rivestito di nanostrati di metallo e ceramica che permettono la conservazione dei dati per lunghi periodi, a differenza dei normali dvd il cui strato di registrazione e’ prodotto con materiali organici che conservano solo per alcuni anni le registrazioni.


Il Data Tresor Disc, questo il nome del nuovo dvd, e’ lanciato con lo slogan ‘Write once, Read forever’ (scrivi una volta, leggi per sempre). ‘’Lo sviluppo della nuova tecnologia ci ha preso quasi tre anni e siamo gli unici al mondo ad usarla’’, ha detto al quotidiano Jaroslav Polivka, direttore della societa’ produttrice, la Northern Star. ‘’Tra due strati di policarbonato del disco poniamo una polvere di microparticelle di metallo e ceramica in nanostrati sottili, poi li incolliamo con raggi ultravioletti’’, ha ancora spiegato.


Secondo Polivka, questo dvd non e’ distruttibile per effetto di raggi ultravioletti, magnetismo, radiazione, umidita’ o temperature estreme. Lo strato di metallo e ceramica ha caratteristiche simili a quelle delle lastre di ceramica della Mesopotamia contenenti scritture cuneiformi tutt’oggi leggibili, informa il sito della societa’ www.northernstar.cz, che ha gia’ richiesto il brevetto nella Repubblica Ceca e sta richiedendo quello mondiale.

La societa’, operativa sul mercato ceco dalla meta’ del 2006, si occupa della produzione di supporti ottici per Dvd5 e Dvd9 su licenza della Philips.





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Facebook blocca campagna "Meglio gay che Berlusconi" Capezzone: subito la legge

Quotidiano.net


Dopo avere raccolto oltre 32 mila adesioni alla campagna sul web contro le dichiarazioni del premier, l'amministratore del gruppo denuncia che, senza spiegazioni, il social network vieta l'accesso alla bacheca


Roma, 3 novembre 2010 - Per raggiungere oltre 32 mila adesioni (e crediamo siano destinate a crescere), gli ci sono volute solo 18 ore. E' il gruppo 'Meglio gay che Berlusconi', naturale seguito sul web all'infelice battuta del premier "Meglio appassionato di belle donne che gay".

 

Molti i commenti i bacheca, anche se l'amministratore si lamenta perché "da ieri sera mi hanno inibito l'accesso alla bacheca". Richiamandosi a una non ben precisata "violazione del regolamento", ieri sera il social network ha bloccato

Ecco alcuni dei commenti più ficcanti: "Siccome il loro (mio no di certo) presidente è un uomo di cuore, andrò a chiedergli aiuto. Vediamo se una quarantenne, fuori dal giro delle ragazze che si porta ad Arcore, non bellona, ma che soprattutto non gliela darebbe nemmeno per 100 milioni di euro, otterrebbe la sua umana carità.
Berlusconi rappresenta degnamente..."

E ancora: "Il problema è che dovremmo tutti ribellarci, andare a Roma a protestare finche questo scempio di essere umano non leva il culo dalla sedia. E' una vergona assoluta essere rappresentati da quella sottospecie di essere umano. E LA COLPA E' SOLO DI TUTTI QUELLI CHE CONTINUANO A VOTARLO".

 

"Ma ci rendiamo conto che andare con una bambina di 17 anni,visto che lui è il Premier non viene neanche visto come atto di pedofilia?...Come vi sentireste voi se sapeste che vostra/o figlio/a venisse allegramente portato/a a letto da un uomo di quanti 70/80 ? Lo giustif...icherebbe il fatto che era una bella ragazza? Allora io,in quanto lesbica mi posso portare a letto chi voglio,visto che sono amante di belle ragazze?"

 

CAPEZZONE DIFENDE SILVIO


"Sono convinto che ci si possa presto lasciare alle spalle l’episodio di ieri. So bene che Silvio Berlusconi è un liberale e ha un assoluto rispetto di ogni persona, di ogni identità, di ogni orientamento. La sua storia di persona, di editore, di politico, lo dimostra in modo chiaro", afferma Daniele Capezzone.

 Il portavoce Pdl si dice anche "convinto che, a seguito del lavoro coraggioso e senza precedenti già compiuto su questi temi dal ministro Carfagna, il governo e la maggioranza possano lavorare ad una norma che preveda aggravanti per ogni atto commesso con intenti e motivi discriminatori".

"Mi auguro - conclude - che possa esservi su questo una enorme e positiva convergenza, al di là delle distinzioni di schieramento".






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Crollo delle vocazioni tra i frati: il turn over del saio registra un -30%

Il Messaggero



di Franca Giansoldati

CITTA' DEL VATICANO - L'esercito dei religiosi italiani - dai salesiani ai cappuccini - allarmati per il crollo delle vocazioni che in questi anni ha caratterizzato la vita di tutti gli istituti religiosi si interrogano sul futuro. Come invertire la tendenza? Come rendere attrattiva la scelta dei voti - carità, povertà, castità - ai giovani d'oggi? Man mano che il tempo avanza i nuovi ingressi neii monasteri non riescono più a colmare il numero degli frati anziani che vanno in pensione.

Il turn over è deficitario e il presidente del Cism - la Conferenza italiana superiori maggiori - il salesiano padre Lorenzelli, affronta l'argomento scottante aprendo un convegno a Segrate, alle porte di Milano. Pensare che solo nel 1970 in Italia vi erano 29.186 religiosi, pari al 13% del totale mondiale. L'Italia era seconda solo agli Stati. Tra il 1970 ed il 2008, recita l'Annuarium statisticum ecclesiae, per l'Italia il calo dei religiosi è stato del 32%, portandone il numero a 19.709. Se in Italia il quadro è drammatico, non meno lo è per gli altri Paesi europei. Nello stesso periodo la variazione in Francia è stata del -37%, in Spagna del -38%, in Germania del -46%, nel Belgio del -38%. Ovviamente non è che manchino i giovani che scelgono di prendere i voti ed entrare in convento, ma il loro numero è al di sotto di quello che sarebbe necessario per garantire un equilibrio e un ricambio generazionale.

Gli effetti di questo trend negativo non si fanno attendere, poiché non sono pochi gli istituti religiosi che rischiano di scomparire, di esaurirsi per mancanza di novizi. In ballo c'è la gestione di 236 Istituti scolastici, con circa 73.500 studenti, 95 centri di formazione professionale che coinvolgono 24.000 giovani, 116 centri culturali, 70 librerie, 77 case editrici, 30 emittenti radio televisive e 332 riviste, 94 strutture socio-educative, 76 centri di assistenza ai poveri (mense, alloggi di emergenza, ecc.), 29 realtà di accoglienza per immigrati, alle quali si affiancano le 55 strutture sanitarie, i 57 centri di assistenza per tossicodipendenti ed ammalati di AIDS e 94 Istituti per disabili. Un patrimonio suddiviso tra i vari ordini religiosi: salesiani, francescani, cappuccini, domenicani, gesuiti, giuseppini, carmelitani, passionisti, rogazionisti solo per citare quelli più importanti.

Senza contare che «2008 delle 25.676 parrocchie italiane 1.807 erano a vario titolo affidate a religiosi» spiega padre Lorenzelli che si interroga: Difficile dare una ricetta in tempi di secolarizzazione avanzata, dove la scelta religiosa è vista dalla gente come anacronistica e priva di attrattiva. Tuttavia qualche segnale che fa ben sperare la Chiesa lo si può scorge in lontananza, stando ai risultati di una ricerca effettuata dal sociologo cattolico Garelli.

La questione dunque è di come rendere il percorso vocazionale una reale opzione di vita per i giovani italiani, facendo in modo che possa essere una attrattiva concreta. L'orientamento che suggerisce padre Lorenzelli i superiori maggiori è di essere credibili sia sul piano spirituale e che su quello sociale, cercando però di sfuggire alla doppia tentazione che da una parte porterebbe il religioso o ad isolarsi dal mondo o a concentrarsi solo sulla parte umanitaria, sociale, senza investire uguali energie per la parte spirituale. Senza fare distinzione di sorta.






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Proposta indecente dall'Arabia: donna bella e ricca cerca marito

Il Messaggero



RIAD (3 novembre) - AAA cercasi marito devoto per donna non solo bella, ma anche milionaria. Si può sintetizzare così l'annuncio di una facoltosa donna d'affari saudita che, come in un colloquio di lavoro, ha invitato candidati rigorosamente uomini a presentare domanda per un posto di lavoro come consorte, anzi principe azzurro. A darne notizia è il quotidiano saudita on-line Alhiyad, senza tuttavia rivelare dove sia stato pubblicato l'annuncio. La donna non ha rivelato il suo nome, ma spiega di avere due divorzi alle spalle e di cercare «un marito devoto e pieno di attenzioni, che possa anche gestire i suoi affari. Non dovrà essere necessariamente ricco, ma colto, maturo, rispettoso, dovrà darle sicurezza, amore, calore» si legge nel quotidiano.

Gli aspiranti mariti dovranno avere un'eta compresa tra i 50-60. La donna rivelerà la propria identità «solo quando avrà trovato l'uomo giusto», scrive Alhiyad. La futura moglie specifica di possedere sia «soldi che bellezza», ma spiega anche «di non essere felice e di ritenere che i soldi e la bellezza siano la causa principale della sua infelicità». Da parte sua la donna assicura cure, stabilità e tranquillità familiare. Sposata per la prima volta all'età di 10 anni, la donna riferisce di aver divorziato dopo aver cresciuto quattro figli; il secondo matrimonio fallito è stato con un uomo giovane, dal quale si è seperata dopo un mese, quando ha realizzato che il consorte era interessato solo ai suoi soldi.





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Il Buddha vivente Nagtsang a Roma: «Così educhiamo nuovi talenti spirituali»

Il Messaggero


La marcia della Cina moderna tra cultura e libertà religiosa
Il professor Hao: «Obiettivo sviluppo, rispettando le diversità»



di Lucia Pozzi

ROMA (3 novembre) - Non capita tutti i giorni di parlare con un Buddha vivente. Per di più in un lussuoso albergo romano. E quando capita, ci si sente piccoli, inadeguati, inevitabilmente fuori posto rispetto a un uomo che - insieme a non più di altri 1500 sul pianeta - rappresenta l’essenza, la conoscenza più elevata, il massimo del percorso interiore possibile per un buddhista.

Nagtsang Jampangwang ha 71 anni e da quando ne aveva tre soltanto è stato avviato lungo la strada della luce, attraverso pratiche religiose, lunghe meditazioni e alti studi che ne hanno formato il carattere introspettivo e paziente. Viveva a Lhasa allora, quando anche il Dalai Lama era in Tibet e tutto andava in un altro modo. Poi il governo di Pechino ha mandato le truppe in quella regione di confine e ne ha preso il comando, fino a che, nel ’59, lo stesso Dalai Lama è fuggito a Darhamsala, in India, dove ancora oggi vive con il suo governo in esilio. Nagtsang Jampangwang ora vive a Pechino, e sul suo biglietto da visita - che offre all’ospite nel modo garbato che usano i cinesi, tenendolo tra le due mani e accompagnandolo con un lieve inchino - figura come componente della Commissione per gli affari delle minoranze e religioni della Conferenza consultiva politica del popolo cinese (Cppcc); segretario generale vicario dell’Associazione del Buddhismo cinse; e vicepresidente dell’high-level Tibetan Buddhism College. E’ una scuola di alta e raffinata formazione, alla quale affluiscono i giovani usciti dalle accademie gestite a livello provinciale in Cina. E lui ne è profondamente orgoglioso. «Sono 303 i Buddha viventi che abbiamo formato su 700 giovani che ce l’hanno fatta e hanno concluso questo elevato ciclo di studi», dice. E aggiunge: «Il vero problema è quello di educare i talenti, la formazione spirituale è la vera sfida».

Il governo centrale contribuisce ai finanziamenti, e viene da chiedersi quanta influenza eserciti nel forgiare quelli che dovrebbero essere i nuovi capitani del sapere religioso buddhista. D’altro canto, si sa, l’anima del Tibet è lacerata tra la forza attrattiva e di omologazione esercitata da Pechino e le radici di una spiritualità raffinatissima e antica che, in parte, sono state recise o, comunque, messe a dura prova dalla fuoriuscita del Dalai Lama. «Le porte sono sempre aperte per lui», chiarisce Hao Shiyuan, che siede nella stessa Cppcc ed è presidente dell’Istituto di antropologia e etnologia dell’Accademia cinese di scienze sociali. «Purchè abbandoni ogni spinta indipendentista per il Tibet e cessi di fare attività politica, accettando di rispettare le leggi vigenti sul territorio». Poi aggiunge, con una punta d’ironia: «Dice che andrà presto in pensione...staremo a vedere».

Il professor Hao è di etnia mongola, e insieme a Nagtsang Jampangwang e Tian Congming - che della Commissione per gli affari delle minoranze e religioni della Cppcc è presidente - si trova in Italia per capire come funziona il nostro sistema delle autonomie, in particolare nei rapporti tra governo centrale e Regioni a statuto speciale. E’ un problema molto sentito in Cina, che di Province autonome (dotate, cioè, di una maggiore autonomia rispetto alle altre) ne ha cinque, tra le quali il Tibet, lo Xinjiang e l’Inner Mongolia, con un carico di 56 minoranze etniche che talvolta esprimono in modo anche evidente le loro difficoltà e la loro insofferenza. «L’Italia è un Paese multiculturale, con un’immigrazione proveniente da poli diversi», continua il professor Hao. «Ci sono molte analogie con la Cina».

In realtà, l’Italia pensa allo sviluppo del Mezzogiorno (o meglio, dovrebbe pensarci), mentre la Cina ha il problema dello sviluppo delle aree centrali e a Ovest del Paese, quelle interne e più lontane dalla costa. E’ sempre Hao a parlare di «priorità nazionale», con investimenti «adeguati alle reali esigenze di sviluppo nel rispetto delle diversità delle popolazioni coinvolte» e, naturalmente, «dell’equilibrio ambientale ed ecologico». Investimenti stranieri? «Ben vengano», risponde. «Purchè le pianificazioni siano fatte in modo da rispettare le specificità locali».

Bello a dirsi, difficile a farsi. Tanto è vero che proprio nel Xinjiang c’è un antico cuore musulmano chiamato Kashi, che si spinge fin quasi a toccare l’Uzbekistan. E’ da tempo che il governo dice di voler intervenire in quella zona, spianando e ricostruendo tutto. Una perdita di radici antiche, tratti e forme appartenenti a una cultura diversa - quella di origine islamica - che spesso ha vita difficile in Cina. Pare che i lavori siano cominciati e procedano a regime, non senza denunce e polemiche sulla stampa internazionale. «Anche in Cina si è animato un grande dibattito sull’argomento», spiega Hao, «ma le decisioni e la direzione delle operazioni competono al governo locale. D’altro canto, molte case sono in legno e terra, sono insicure e l’obiettivo della ricostruzione è quello di dare alloggi migliori alle famiglie. Va da sè che una significativa area al centro di Kashi sarà comunque salvaguardata».

La speranza è che l’ansia di rinnovamento - di cui spesso è vittima la Cina - non cancelli l’anima del passato. Come è stato anche in alcune delle cittadine più belle della verdissima provincia dello Yunnan, da Dali a Lijiang, ripulite in un batter d’occhio e rifabbricate a uso e consumo di un turismo in crescita e portatore di nuovo benessere. E’ ancora il professor Hao a spiegare che, «grazie ai turisti in aumento, si è potuto investire di più in quella zona, realizzando infrastrutture, case, ospedali, servizi che migliorano la qualità della vita». E se un “compromesso” è necessario, è anche vero che la salvaguardia dell’ambiente e delle ricchezze naturali è un must, un «obiettivo prioritario» in una provincia che sorprende in ogni dove per le straordinarie cascate d’acqua e le bellezze paesaggistiche. «Perché lo sviluppo non può essere perseguito ovunque con gli stessi criteri», dice Hao. «Sarebbe un grave errore applicare il modello che funziona sulle zone costiere dell’Est nell’entroterra cinese o nelle aree remote dell’Ovest: sono davvero mondi diversi».

Parole sante, professor Hao. Se è vero, come è vero, che la Cina è un mondo fatto di tanti mondi e popoli diversi.





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Al Qaeda, scaduto ultimatum in Egitto: ora i cristiani diventano bersagli legittimi

Il Messaggero



ROMA (3 novembre) - L’ala irachena di al Qaeda ha affermato che i cristiani sono da ora in poi «bersagli legittimi», dopo lo scadere dell’ultimatum in cui ingiungeva alla chiesa copta egiziana di liberare due donne. Lo riferisce il centro americano di monitoraggio dei siti integralisti Site. Nel rivendicare il sanguinoso attacco di domenica scorsa a una chiesa cristiana a Baghdad, lo Stato islamico d’Iraq (Isi) aveva dato un ultimatum di 48 ore alla Chiesa copta d’Egitto per liberare due cristiane che affermava essersi convertite all’Islam e «imprigionate in monasteri» egiziani. «L’ultimatum è scaduto. Di conseguenza - afferma il comunicato di al Qaeda - tutti i centri, organizzazioni, istituzioni, dirigenti e fedeli cristiani sono bersagli legittimi per i mujaheddin, ovunque possano colpirli».

Le misure di sicurezza saranno al massimo questa sera, in occasione della messa settimanale celebrata dal Pope Shenouda III, per la quale sono attese tra le 8 e le 10 mila persone. Lo hanno riferito fonti della sicurezza, sottolineando che i servizi di ordine pubblico avevano cercato di annullare questo appuntamento, ma che il capo della chiesa Copto-ortodossa, in Egitto, ha voluto confermare, per incontrare i fedeli al suo ritorno da un viaggio negli Usa per controlli medici, e perché, rilevano le fonti, Shenouda III non prende sul serie le minacce reiterate oggi dall’ala irachena di Al Qaeda contro i cristiani. Comunque le misure di sicurezza, oggi saranno imponenti e tutti coloro che vorranno accedere alla cattedrale di san Marco, nel centro del Cairo, dovrà essere perquisito, passare sotto metaldetector e non sarà consentito l’accesso alle vetture.

Le misure di sicurezza nei confronti dei luoghi di culto cristiani sono già state rafforzate da ieri, alla luce delle prime minacce contro i copti in Egitto da parte del gruppo che ha rivendicato il massacro nella chiesa di Baghdad.

L’Ayatollah iracheno, Ali al-Sistani, ha condannato duramente le minacce rivolte dai terroristi di al Qaeda nei confronti dei cristiani e gli attacchi contro le loro chiese. Secondo quanto riferisce il giornale arabo al-Sharq al-Awsat. «Il leader del clero sciita - si legge - ha condannato l’atto criminale messo a segno contro i nostri fratelli cristiani e ha chiesto alle forze di sicurezza irachena di assumersi la responsabilità di difendere i cittadini». Secondo una fonte interna al clero sciita di Najaf, al-Sistani si sarebbe detto «molto preoccupato per quanto accaduto domenica scorsa a Baghdad ed ha chiesto alla polizia di difendere con forza i luoghi di culto cristiani».

I gruppi islamici egiziani più rappresentativi, come la Jamàa Islamiya e i Fratelli Musulmani, hanno preso le distanze dalle minacce lanciate da al Qaeda contro la chiesa copta d’Egitto. Con alcuni messaggi, apparsi sui loro siti Internet, i due gruppi islamici chiedono ai fedeli di proteggere i cristiani egiziani. Secondo Najih Ibrahim, portavoce della Jamàa Islamiya, considerato il gruppo più estremista dal quale è poi sorta al-Qaeda negli anni Novanta, «gli attacchi alle chiese, l’uccisione di civili o il loro sequestro è vietato dalla sharia islamica». In difesa dei cristiani egiziani si sono espressi anche i Fratelli Musulmani che con un messaggio apparso sul loro sito web affermano: «quelle di al Qaeda sono minacce stupide che mettono in cattiva luce l’Islam».

Al Qaeda ricostruisce l’attacco di Bagdad. «Abbiamo attaccato la chiesa di Baghdad con cinque uomini». È quanto si legge nel comunicato diffuso oggi dalla cellula irachena di al Qaeda in Iraq che, oltre a lanciare pesanti minacce contro i cristiani in Medio Oriente, fornisce i dettagli dell’attacco di domenica contro la chiesa di al-Karrada. «Per quanto riguarda l’operazione benedetta condotta a Baghdad contro la chiesa - si legge - possiamo dire che erano cinque gli eroi dell’Islam che sono entrati in azione su richiesta del nostro emiro che intende in questo modo salvare i nostri fratelli nella fede». I terroristi accusano le forze di polizia irachene di aver «ucciso decine di cristiani nel tentativo di entrare nella chiesa perché hanno fatto esplodere un’autobomba e numerosi ordigni piazzati intorno all’edificio».

Al Qaeda sostiene che il blitz «ha provocato il panico tra i fedeli della chiesa e non c’è stato altro che una sparatoria dove sono stati colpiti tutti in modo indiscriminato». Il conflitto a fuoco che ne è seguito «è durato cinque ore e ha visto la partecipazione degli elicotteri dell’esercito americani». In base alla versione dei terroristi, gli esecutori dell’attentato non sono morti nello scontro a fuoco, ma si sarebbero uccisi alla fine. «In un primo momento la polizia ha pensato di averli uccisi - conclude il comunicato - e quindi gli agenti sono entrati nella chiesa. Solo allora i nostri eroi hanno fatto saltare in aria le loro cinture esplosive lanciandosi come soldati di Allah contro il nemico».

L’arcivescovo Chullikatt ha chiesto alla comunità internazionale di non ignorare la situazione che «richiede l’attenzione urgente di leader internazionali e nazionali al fine di tutelare il diritto alla libertà religiosa di quegli individui e di quelle comunità. La speranza nel progresso dell’umanità, che è al centro dell’attenzione di questa preminente organizzazione internazionale, non potrà concretizzarsi fino a quando non avranno fine questi abusi. Devono finire e devono finire ora».





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Sakineh, la condanna a morte slitta Cresce l'indignazione contro l'Iran

Il Messaggero



PARIGI (3 novembre) - «Il verdetto finale nel caso riguardante Sakineh Mohammadi Ashtiani non è stato ancora pronunciato dalla giustizia iraniana» e «le informazioni su una sua eventuale esecuzione non corrispondono alla realtà». È quanto scrive oggi in un comunicato il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner. Nella nota, il ministro spiega di aver avuto stamani un colloquio al telefono con il suo collega iraniano, Manouchehr Mottaki, per «lanciare un nuovo appello alle autorità iraniane affinchè rinuncino definitivamente a giustiziare Sakineh e le concedano la grazia». Il ministro iraniano, scrive Kouchner, «mi ha riferito che il verdetto finale nel caso riguardante Sakineh Mohammadi Ashtiani non è stato ancora pronunciato dalla giustizia iraniana e che le informazioni di una sua eventuale esecuzione non corrispondono alla realta».

Aggiunge inoltre che la Francia e l'Europa «restano mobilitati per salvare la vita della donna iraniana». «Con i nostri partner europei - si legge - continuiamo ad essere molto preoccupati per la situazione dei diritti umani in Iran. Lanciamo un appello alle autorità iraniane a rispettare le libertà fondamentali, a cessare la loro politica di intimidazione e di repressione e liberare quanti sono oggi ingiustamente imprigionati».

L'Occidente utilizza il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, l'iraniana condannata a morte per adulterio, come mezzo «per fare pressioni» sull'Iran. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, citato dall'agenzia d'informazione 'Isnà. I Paesi occidentali «sono così arroganti che hanno trasformato il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, che ha commesso dei crimini e ha tradito, in una questione di diritti umani», ha detto Mehmanparast. «(I Paesi occidentali, ndr) hanno trasformato con insolenza il suo caso in un simbolo di libertà delle donne nei paesi occidentali. Chiedono il suo rilascio. Cercano di utilizzare un singolo dossier come mezzo di pressione contro l'Iran», ha precisato il portavoce. Sakineh Mohammadi Ashtiani è stata condannata all'impiccagione per adulterio e complicità nell'omicidio del marito. Secondo le autorità iraniane, la pena inflitta alla donna è al momento sospesa, ma alcune ong internazionali ieri hanno lanciato allarme su una possibile esecuzione di Sakineh nelle prossime ore.





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Maxiretata contro il clan Lo Russo Arrestati 50 narcos ed estorsori

Corriere del Mezzogiorno

Sequestrati beni per 60 milioni di euro, bloccati 100 conti correnti della cosca. Tra gli arrestati 4 vigili urbani





NAPOLI - Oltre 50 persone sono state arrestate in una maxi operazione tutt’ora in corso della Squadra mobile della questura di Napoli. Si tratterebbe di capi e gregari del clan camorristico Lo Russo operante nei quartieri periferici del capoluogo campano, di Piscinola, Chiaiano, Miano e Marianella. I reati contestati vanno dall’associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsione, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. I provvedimenti di custodia cautelare in carcere emessi dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Dia partenopea, rappresentano l’epilogo di una lunga e complessa attività investigativa che si è protratta per oltre tre anni dai quali sono emersi gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, in ordine a molteplici e allarmanti fattispecie di reato.

Le indagini, oltre che di strumenti tradizionali, quali le intercettazioni ambientali e telefoniche e le riprese video, si sono avvalse delle dichiarazioni di privati cittadini e di collaboratori di giustizia, che hanno permesso la ricostruzione del complessivo mosaico delle attività del clan. Dall’attività investigativa è emerso che gli appartenenti al clan gestivano anche una «piazza di spaccio» al rione Don Guanella, oltre ad un giro di usure ed estorsioni a danno di imprenditori e privati cittadini, alla gestione del mercato dell’abusivismo edilizio nella zona di Piscinola e Miano. In questo ultimo caso l’attività degli indagati si esplicava in una duplice direzione: imponevano proprie imprese edili di riferimento e chiedevano tangenti in denaro a chi intendesse realizzare una costruzione abusiva grazie alla complicità del personale della polizia municipale preposto alla repressione dell’abusivismo. Tra gli arresti ci sono infatti anche quattro vigili urbani del Comune di Napoli accusati di corruzione.

SEQUESTRATI BENI PER 60 MILIONI DI EURO - Contestualmente al provvedimento restrittivo, è stata data esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo disposto dalla Dda nei confronti di alcuni degli indagati, in esito al quale sono stati sequestrati beni per oltre 60 milioni di euro, tra cui circa 70 immobili, oltre 30 società, 76 tra auto e moto ed un centinaio di conti correnti.


Francesco Parrella
03 novembre 2010





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La Cassazione tiene a mollo la bravata di Fini

di Gian Marco Chiocci


Nel 2008 l’ex leader di An e la Tulliani scortati nelle acque vietatissime di Giannutri per un bagno proibito: ecco le carte dell’indagine (riaperta) che il gip voleva archiviare. Fini venne fotografato con la compagna Elisabetta Tulliani dagli ambientalisti



 

La Cassazione tiene a mol­lo Gianfranco Fini, e dai fonda­li del tribunale di Grosseto fa riemergere l’inchiesta sulle im­mersioni fuorilegge. Per capi­re di cosa si stia parlando oc­corre andare indietro nel tem­po: a domenica scorsa e al 26 agosto del 2008. Tre giorni fa il presidente della Camera, infi­schiandosene del suo ruolo istituzionale, ha criticato la «di­sinvoltura » e il «malcostume» del presidente del Consiglio «nell’uso privato di incarico pubblico». Disinvoltura e mal­costume che, ad avviso dell’uo­mo di Montecarlo e delle rac­comandazioni Rai, hanno «messo l’Italia in una condizio­ne imbarazzante». Niente a che vedere, ovviamente, con l’imbarazzante condizione che nel 2008 portò lui e la sua compagna Elisabetta, scortati dai pompieri, a immergersi nelle acque vietatissime del parco nazionale dell’isola di Giannutri.

Incurante dei divie­ti noti anche al più profano de­gli appassionati di diving , il sommozzatore Fini venne bec­cato e fotografato­ come si leg­ge nelle carte dell’inchiesta ­«con altre persone a passare da uno yacht all’imbarcazione dei vigili del fuoco, il tutto in un’area marina iper protetta, la costa dei Grottoni, zona uno, vale a dire un’area inter­detta a qualsiasi attività che non sia di carattere scientifi­co ». La gita in barca immortalata dalle sentinelle di Legambien­te auto­rizzò le associazioni am­bientaliste a parlare sia di «uti­lizzo dei parchi naturali come piscine riservate alle alte cari­che dello Stato» sia di vigili del fuoco distratti dal loro lavoro per consentire a Gianfranco e ad altre persone «di immerger­si nelle acque vietate per fini lu­dici e vacanzieri in mancanza del nulla-osta dell’EntePar­co ».

Beccato in flagranza Fini mandò avanti il portavoce: «Non abbiamo alcuna difficol­tà a commentare una colpevo­le leggerezza non conoscendo esattamente i confini dell’area protetta». Una leggerezza. Non conoscevano. Aggiunse, il portavoce, una cosa ovvia: se c’è da pagare una multa que­sta verrà doverosamente paga­ta. Così è stato.Per l’immersio­ne proibita con scorta di pom­pieri Gianfranco ed Elisabetta sono stati costretti a conciliare 206 euro a testa. Antonio Di Pietro liquidò la figuraccia isti­tuzionale alla sua maniera: «La cosa più grave non è solo quella che (Fini, ndr ) ha fatto immersioni in una zona proibi­ta ma che ci stava con una bar­ca dei vigili del fuoco spenden­do soldi dello Stato per fare il bagnetto lui e l’amichetta sua. Aver impegnato mezzi dello Stato così è penalmente rile­vante o no?».

Il 3 settembre 2008 se lo chiedeva il presiden­te del Codacons, Giancarlo Rienzi, che ai vigili del fuoco di Grosseto inoltrava formale ri­chiesta affinché pure lui e la sua barchetta ancorata a Tar­quinia fossero scortate nella medesima area off limits per tutti, tranne che per Fini: «Avendo saputo che il vostro comando è stato a tal punto di­sp­onibile e premuroso da scor­tare il presidente della Came­ra alla zona in questione, sono certo che non vi saranno pro­blemi da parte vostra nel voler accompagnare anche me». Il comandante dei pompieri Francesco Notaro, imbarazza­to, rispose a Rienzi che l’auto­rizzazione ad accedere a Gian­nutri «non rientra nelle nostre competenze» e che al massi­mo lo avrebbe potuto ospitare in centrale per mostrargli «la professionalità del personale sommozzatore e le speciali at­trezzature a disposizione». Che Fini non avesse lo straccio di un permesso lo confermò anche Mario Tozzi, presiden­te del parco nazionale dell’ar­cipelago toscano («nessuno mi ha chiesto il permesso, lì non ci si può nemmeno fare il bagno, figuriamoci immerger­si con le bombole»). Il Coda­cons decise così di interessare la magistratura, ma sia il pm che il gip chiesero l’archivia­zione no­n ritenendo sussisten­te e documentata alcuna fattis­pecie penalmente rilevante. La terza sezione della Cassa­zione, però, il 4 ottobre ha ac­c­olto il ricorso del Codacons ri­conoscendolo «soggetto legit­timato » a sollecitare chiari­menti ed ha riaperto il procedi­mento, accogliendo le rimo­stranze dell’avvocato Giusep­pe Ursini che lamentava come il Codacons non fosse stato sentito dal gip come da proce­dura. Per questo motivo la cor­te di Cassazione ha annullato «senza rinvio il decreto impu­gnato » disponendo «di tra­smettere gli atti al pm per l’ulte­riore corso».





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Parto da record La mamma ha solo 10 anni

La Stampa


La mamma ha solo 10 anni





GIAN ANTONIO ORIGHI

MADRID


Nascita da «Guiness dei Primati» in Spagna: una ragazzina romena di appena 10 anni ha dato alla luce un vispo bebé di 2,9 chili nella città andalusa Jerez de la Frontera. Non soltanto: il parto è stato naturale, senza bisogno di taglio cesareo.
Ora la baby-madre sta benissimo come il figlio e ha già lasciato l'ospedale. Di più: la puerpera, stando alle sue parole, conviveva con il padre del neonato. Se non bastasse, l'assessore regionale all'Uguaglianza della giunta regionale, la socialista Micaela Navarro, sta indagando sul caso più unico che raro, perché «la minorenne e il pargolo vivono in una famiglia molto numerosa».

La mamma in erba, che prima del parto non si era mai fatta visitare dall'efficiente servizio andaluso della Salute (Sas), è entrata nell'ospedale pubblico di Jerez lo scorso 26 ottobre. Ma l'assessorato competente ha saputo della nascita del neo-cittadino solo tre giorni dopo. In Spagna, infatti, il diritto alla privacy dei minorenni è una cosa seria ed è proibito fornire dati o foto su di loro. Prova ne sia che non si conoscono le generalità né della baby-madre né del bebè, né del padre, «under 18» pure lui. L'unico fatto trapelato è che la ragazzina vive in un'abitazione come tante alla periferia di Lebrija, in provincia di Jerez, dove si trova una comunità di immigrati dall'Est europeo.

Raccontano le infermiere della Maternità: «La neo-mamma era molto felice per aver messo al mondo un bebé». Ma le testimonianze raccolte da una tv locale davanti al nosocomio sono discordanti: per alcuni la baby-madre sembra una «niña», per altri invece dimostrerebbe 14-15 anni. «Ci sono rimasta di sasso quando ho appreso i particolari di questa nascita da noi senza precedenti - ha dichiarato Navarro -. Il nostro dipartimento ha attivato il protocollo di protezione all'infanzia dopo la segnalazione del “Sas”.
E se la situazione della madre e del suo piccolo non evidenzia anomalie, entrambi rimarranno con la loro famiglia». La piccola romena, con il piccino, sono usciti dall'ospedale dopo tre giorni. «Entrambi erano in perfette condizioni di salute - ha precisato l'assessore andaluso -.

Ma se, dopo i controlli che stiamo facendo, le condizioni di entrambi non fossero idonee, prenderemo le misure necessarie». Intanto è polemica sull'età sempre più precoce delle madri con meno di 15 anni, mentre i medici lanciano l'allarme per l'elevata probabilità di queste donne di contrarre malattie come l'ipertensione o il diabete durante la gravidanza.





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L’8 per mille di Mel Gibson

di Andrea Tornielli


É un «otto per mille» a dir poco consistente quello che il popolare attore australiano Mel Gibson, la cui stella si è di recente offuscata a causa di alcuni episodi di percosse sulla sua ex compagna, ha donato alla Chiesa della Sacra Famiglia: 9,6 milioni di dollari. Offerta generosa e importante, oltreché deducibile dalle tasse. C’è un piccolo particolare da aggiungere, però. La «Holy Family Church» con sede a Malibu, a Los Angeles è una chiesa istituita dallo stesso Gibson, il quale, com’è noto, segue da molti anni il rito antico preconciliare e si è poco a poco avvicinato non alle posizioni di monsignor Lefebvre ma a quelle più radicali dei cosiddetti «sedevacantisti», cioè di coloro che considerano la sede apostolica vacante dalla morte di Pio XII perché ritengono che tutti i suoi successori, nonostante siano stati legittimamente eletti, non siano in realtà veri Papi a causa del Concilio Vaticano II e delle posizioni da esso emerse.

L’importante donazione di Gibson porta il patrimonio della Chiesa della Sacra Famiglia, che si trova a Malibu, al numero 30188 della W. Mulholland Highway, Agoura Hills, a circa sessanta milioni di dollari. Non male, considerando che i parrocchiani che ne frequentano le latinissime liturgie sono appena una settantina. La Chiesa di Gibson non ha nulla a che vedere con l’arcidiocesi di Los Angeles ed è officiata dal prete francescano Clement Procopio, già sospeso dalla celebrazione della messa dal vescovo di Phoenix Thomas J. O’Brien. La cappella privata in stile ispanico, che sorge all’interno di una costruzione sulla cima di una brulla collina, è sostenuta finanziariamente dalla Fondazione A.P. Reilly, istituita dallo stesso Gibson.
Per l’attore australiano trapiantato in America, reso famoso da importanti film d’azione che hanno sbancato il botteghino, autore e regista di opere controverse e comunque di successo, come The Passion, dedicato alle ultime ore di vita di Gesù, non è un bel momento. Neanche dal punto di vista delle donazioni, dato che l’ex compagna, mamma di una bambina figlia di Mel Gibson, lo ha appena denunciato per non aver provveduto ai ventimila dollari pattuiti per gli alimenti della bambina. Mentre hanno fatto a lungo discutere le registrazioni delle telefonate con minacce e offese pesanti alla stessa compagna, la modella russa Oksana Grigorieva.

Sono lontani i tempi dell’uscita di The Passion, girato a Matera, il film che nel 2004 ha rimesso l’accento sulle terribili sofferenze patite da Gesù sul Calvario, e che è stato accusato dalle comunità ebraiche americane di essere antigiudaico. Grazie alle polemiche mediatiche suscitate, l’opera di Gibson, recitata tutta in aramaico e latino, ha conosciuto un successo eccezionale. Molto minore l’eco di un altro film, Apocalipto, crudo film sulle usanze dei Maya alla vigilia dell’arrivo dei conquistadores, uscito nel 2006. Successivamente la vita personale dell’attore è stata tutto un declino: fermato alla guida in stato di ebrezza, ha insultato due poliziotti. Poi la separazione dalla moglie, la love story con la bella modella russa e infine la separazione anche da questa.

Un’influenza particolare sulle idee religiose di Gibson l’ha esercitata il padre dell’attore, Hutton Gibson, finito più volte nei guai per dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto.



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La escort Nadia: «Incontri con Berlusconi Il premier mi diede 10 mila euro»

Corriere della sera


«Lo vidi nell'aprile 2009. Eravamo circa 25 ragazze. Nelle stanze in Sardegna c'era dell'erba da fumare»

Il racconto «Rapporti anche con Brunetta»


PALERMO - «Ho avuto incontri con il presidente Berlusconi tramite Lele Mora, per cui ho lavorato», sostiene la escort Nadia Macrì. L'ha detto ai magistrati di Palermo che l'hanno interrogata nelle scorse settimane dopo che di lei aveva parlato Perla Genovesi, la «pentita» di un presunto traffico di droga. Spiega di aver conosciuto il famoso agente del mondo dello spettacolo tramite «un certo Federico che ho incontrato per strada». Poi Mora le aprì altre porte.

«Tramite questi contatti sono stata tre volte da Berlusconi - ha spiegato la donna -, ma solo in due abbiamo avuto delle prestazioni sessuali. Una volta in Sardegna e una volta ad Arcore. Per le prestazioni mi diede complessivamente diecimila euro ed altri piccoli regali. È accaduto nella Pasqua 2009 in Sardegna e nell'aprile 2010 ad Arcore. Sono stata contattata da un ragazzo che ci portò da Lele Mora a Milano, e lì con altre ragazze siamo andate dal presidente. A me i soldi li ha dati personalmente Berlusconi in una busta».

Nadia Macrì

Il racconto della ragazza che vive a Reggio Emilia, ha 28 anni e un passato piuttosto burrascoso - segnato da un arresto per maltrattamenti sul figlioletto, accusa dalla quale dice di essere stata assolta, ma lei aveva intenzione di «rapire il bambino per portarlo all'estero» - è tutto da verificare. Il procuratore di Palermo l'ha trasmesso a Milano perché lì si sarebbe consumato il presunto reato di favoreggiamento della prostituzione che gli inquirenti siciliani hanno ipotizzato a carico di Lele Mora e del direttore del Tg4 Emilio Fede, proprio sulla base delle dichiarazioni di Nadia Macrì.

«La prima volta che sono andata ad Arcore - ha detto la donna - mi sono recata prima a casa di Lele Mora, dove c'erano altre ragazze, e da lì siamo andati allo studio del giornalista Emilio Fede. Poi con Fede, io e le ragazze siamo andate ad Arcore, lui c'era sempre ma cenava soltanto con noi, poi se ne andava. Eravamo circa sette ragazze, ci spostavamo con l'auto privata. Emilio Fede faceva una sorta di selezione e ci chiedeva il nome, poi andavamo tutte insieme dal presidente».

Secondo questa nuova prostituta che svela di essersi accompagnata col presidente del Consiglio nelle sue residenze private, la prima volta che vide Berlusconi non successe nulla: «Non abbiamo avuto rapporti sessuali». Ma il premier la invitò a villa Certosa, in Sardegna: «Questo si verificò poco prima del terremoto (quello in Abruzzo dell'aprile 2009, ndr), nel periodo di Pasqua. Nella villa in Sardegna eravamo circa venticinque ragazze. Nelle stanze in Sardegna c'era dell'erba da fumare, che veniva trasportata con il jet privato del presidente». Non è chiaro come la donna sia arrivata a questa conclusione. Ai pubblici ministeri ha raccontato che ad ogni ragazza venivano offerti un paio di spinelli, ma non ha mai visto Berlusconi fumare «erba».

Un anno dopo l'incontro a villa Certosa, nell'aprile scorso, ci sarebbe stato quello di Arcore. Procurato quasi casualmente, nella versione di Nadia, dal sindaco di Parma Pietro Vignali, eletto nel 2007 con l'appoggio del Popolo della libertà: «Quando io ho bisogno di soldi vado a Parma, lì c'è un bell'hotel vicino alla stazione e un giorno mi sono seduta nel bar e ho incontrato due uomini, il sindaco di Parma e il suo segretario». Un colpo di fortuna, come spiegò il segretario alla escort: «Mi disse che ero stata fortunata perché era il sindaco, e che avevo fatto colpo. Dopo siamo andati in villa e lì abbiamo avuto un rapporto sessuale per cui ho avuto cinquecento euro. Io chiesi al sindaco se poteva mettermi di nuovo in contatto con Berlusconi, e lo stesso mi disse che in effetti qualche giorno dopo il presidente si sarebbe recato a Parma. In effetti qualche giorno dopo Berlusconi mi chiamò ed organizzammo di incontrarci ad Arcore».

È stata l'ultima volta, perché in quell'occasione il premier s'inquietò, forse nel timore che Nadia potesse screditarlo lontano dalle mura domestiche: «Mi ha detto che io parlo troppo - ha raccontato la ragazza -. Ero ubriaca, e lui mi chiese che facevo. Io risposi "le marchette", e lui si arrabbiò facendo uscire l'altra ragazza e dicendo che non dovevo dire queste cose». Delle feste ad Arcore, Nadia Macrì che era in cerca di apparizioni televisive e aveva tra i suoi obiettivi la partecipazione al Grande Fratello conserva questo ricordo: «C'erano altre persone famose, cantanti, imprenditori, avvocati, notai. Tuttavia poi gli altri andavano, e solo noi ragazze ci alternavamo con il presidente. Lui diceva "avanti la prossima", e anzi talvolta stavamo tutte insieme nella piscina ove veniva consumato il rapporto sessuale».

Ai magistrati la donna avrebbe confidato l'impressione che qualche ragazza fosse minorenne, ma è uno dei particolari - come quello dell'hashish - considerato difficile da verificare. Su tutto il racconto da cui può derivare il favoreggiamento della prostituzione ipotizzato a carico di due indagati e altre persone da identificare, la Procura di Milano è ora chiamata a cercare gli eventuali riscontri.

Oltre che del presidente del Consiglio e del sindaco di Parma, Nadia ha parlato di un altro politico, il ministro della Funzione pubblica Brunetta che le fu presentato da Perla Genovesi, la «pentita» del traffico di stupefacenti arrestata nel luglio scorso nell'originaria inchiesta antidroga. Nadia Macrì era in cerca di aiuto per riprendersi il figlio e portarlo all'estero, e chiese consigli alla sua amica Perla: «Mi fece conoscere un avvocato di Roma tramite Renato Brunetta», ha riferito la escort ai magistrati, aggiungendo che con l'attuale ministro ebbe un rapporto sessuale (che il politico nega, come pure il sindaco di Parma).

«Avvenne nel 2006 - ha detto Nadia -, quando io e Perla andammo insieme nel suo ufficio e io rimasi sola con Brunetta. La sera, dopo l'orario d'ufficio, andammo insieme dall'avvocato Taormina, e io gli consegnai tutta la documentazione relativa alla mia vicenda processuale. Brunetta mi disse espressamente che avrebbe pensato lui a pagare l'avvocato, tuttavia in seguito il Taormina nemmeno si presentò all'udienza. Il giorno dopo io andai da Brunetta per una prestazione sessuale, lui mi regalò vestiti, gioielli e circa 300 euro. Io speravo di mantenere una relazione con Brunetta per guadagnare un po' di soldi, tuttavia la cosa non durò molto. Ci siamo incontrati solo un'altra volta».

Giovanni Bianconi
03 novembre 2010



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