domenica 7 novembre 2010

Maratona di New York: vince Gebremariam, etiope al debutto

Il Messaggero


Gebrselassie si ferma al 25mo km e annuncia il ritiro
Donne, vince la Kiplagat. Franca Fiacconi terza delle italiane


dal nostro inviato Carlo Santi

NEW YORK (7 novembre) - Se ne va, non corre più. Haile Gebrselassie dopo 25 chilometri sulle strade della Grande Mela s’è arreso. Gebre ha lasciato il posto a un altro .


Gebre che, però, di cognome fa Gebremariam. E’ etiope anche lui, di Addis Abeba come il suo capitano, ed è stato capace di correre in 2h08:14 una maratona fatta di strappi e, quindi, complicata, in una giornata cominciata al ponte di Verrazzano nel freddo, quattro gradi appena. Dicevamo dell’addio del 37enne Gebrselassie. La maratona della Grande Mela, quella più famosa del globo che ha vinto 45mila podisti al traguardo, era arrivata a Queensbrorohbridge, il tratto più complicato e duro della gara: salita da tagliare le gambe. Difatti, le gambe le ha tagliate all’etiope primatista del mondo della maratona (2h03:59 un anno fa a Berlino) che dopo un’ora di riflessione ha annunciato il suo ritiro dalla competizioni. «Mi fermo qui - ha spiegato l’uomo che in carriera ha firmato 27 record del mondo, il primato per un corridore - Mi ero allenato tantissimo per vincere qui, pensavo di potercela fare ma non posso fare nulla per cambiare lo stato delle cose. La decisione migliore che posso pendere in questo momento è quella di fermarmi».

New York, ultima grande maratona dell’anno e del decennio, ha chiuso un ciclo, un’era. Gebre esce di scena, niente sogno olimpico a Londra 2012, nessun altro record da collezionare ma il segno che ha lasciato nell’atletica è straordinario. Ha spinto sempre sull’acceleratore e nella maratona ha all’attivo tre gare sotto le 2h05’. Nessuno come lui neppure, in altre epoche dove la concorrenza era minore, Paavo Nurmi ed Emil Zatopek. Perfetto in pista dove ha vinto quattro volte di fila l’oro mondiale nei 10.000 metri, sublime sulla strada. Oggi è entrato nella sfera dei grandi Gebre Gebremariam. Ha 26 anni, è etiope e questa di New York è stata la sau prima maratona. Vincere qui, all’esordio, non è da tutti. 


Ha sfiorato anche il record della gara con 2h08:14 lui che prima vantava solo un limite di 1h00:59 nella mezza, perdendo i 50 mila dollari di bonus, ma questo conta meno per lui. «Ero preparatissimo - ha detto Gebre - vincere è il mio scopo anche se mi trovo meglio nel cross». Difatti, nella campestre un anno fa ha vinto il titolo del mondo. L’attacco fatale a Gebrselasasie ha lanciato la bagarre. E’ stata folle corsa da quel momento dopo gli strappi iniziali dopo ritmi mai proibitivi. In quattro sono scattati, Gebre, Mutai, Bouramdane e Kwambai che senbrava essere il più accreditato per vincere. Sono rimasti in due, Gebre e Mutai, e all’approssimarsi di Central Park il secondo ha cominciato a scivolare indietro registrando un ritardo di 1’04’’ mentre terzo è finito il keniano Moses Kigen Kipkosgei con 2h10:39.

Il vincitore dello scorso anno, l’americano nato in Eritrea Meb Keflezighi,
ha chiuso in sesta posizione con 2h11:38. Da notare come Gebremariam abbia corso alla grande: 1h05:20 la prima metà, addirittura 1h02:54 la seconda. Pochissima Italia e poca Europa. I tempi dello splendore sono un ricordo. Accontentiamoci del ventesimo posto del calabrese Filippo Lo Piccolo con 2h23:10 che è stato, anche, il primo atleta del Vecchio continente, poi il 29esimo di Hermann Achmuller (2h26:52), il 30esimo di Adi Lyazali (2h27:09) e il 35esimo di Enrico Vivian (2h28:22) oltre a tante altre presenze (32 nei primi 200). Don Marco Pozza, il prece più veloce di tutti, ha chiuso in 2h48:57.

Tra le donne, con il successo della keniana Edna Kiplagat (2h28:20) davanti alla padrona di casa Shalane Flanagan (2h28:40) e all’altra keniana Mary Keitany (2h29:01), dodici anni dopo la sua vittoria (2h25:17 nel 1998) la romana Franca Fiacconi, oggi 45 anni, ha chiuso al 78esimo posto in 3h04:23, terza delle italiane con Tatiana Bianconi, 72esima, la prima con 3h03:03. New York, festa mondiale della maratona, rappresenta per noi la quinta maratona italiana in quanto a presenze (quasi 4000 i podisti che gareggiano nella Grande Mela). E festa è stata anche per Edison Fernando Pena, il minatore cileno rimasto 69 giorni intrappolato. 


Immancabili occhiali scuri, lo spot alla patenza per i giovani («Correte, ve lo dico perché farlo è davvero bello») poi la lunga passeggiata, spesso al passo, soprattutto sulla Quinta Strada, pur di essere un protagonista nella Grande Mela. Pena ha ricordato la sua avventura nelle viscere della terra, ha mostrato foto in allenamento laggiù. «Sto bene, mi sono allenato per correre qui. Perché lo faccio? Perché è bello e lo consiglio a tutti». Adesso si entra in un altro mondo per la maratona, un mondo dove arrivano specialisti in grado di correre veloce, vicino alle 2 ore e tre minuti. Gebrselassie ha aperto una via anche se lui per centrare il suo record (2h03:59) ha usato lepri permette correndo sul ritmo senza accelerazioni brusche. Il nuovo decennio ci mostrerà altri protagonisti anche in grado di reggere urti violenti.




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Napoli, Banca del Sud: sequestrati soldi e anello a Lady Cacciapuoti

Il Mattino





NAPOLI (7 novembre) - Un anello di Bulgari, soldi e qualche altro cimelio. Sono i «gioielli» su cui la Procura ha deciso di vederci chiaro. Sono stati sequestrati giovedì mattina, al termine della perquisizione che le è toccato subire nel corso delle indagini che vedono latitante il marito.

Un sequestro di monili, dunque, per la moglie di Raffaele Cacciapuoti, il presunto faccendiere dell’affaire Banca popolare meridionale, in uno scenario investigativo sempre più a senso unico. Non è indagata - è bene chiarirlo -, ma Roberta Zicari ha consegnato alla polizia giudiziaria una parte dei soldi che aveva deciso di portare con sé nel viaggio per Santo Domingo (dove probabilmente l’attendeva il marito), un anello e qualche altro oggetto di valore.

Ora la Procura ha deciso di affidarsi alla consulenza di un gioielliere per una stima degli averi sequestrati, con una motivazione abbastanza chiara: i gioielli potrebbero essere regali di Raffaele Cacciapuoti, quindi potrebbero essere ritenuti provento di un’attività economica su cui la Procura ha ormai da tempo acceso i propri riflettori.

Indagato per ricettazione di assegni, ma anche di appropriazione indebita (un buco di sedici milioni di euro) nel corso delle indagini sull’aborto della banca popolare meridionale, Cacciapuoti è sempre più alle corde: da qualche giorno, infatti, ai suoi legali Giuseppe Bartolo Senatore e Flaviano Moltedo - i giudici hanno notificato un decreto di latitanza, in relazione a una misura cautelare emessa qualche mese fa dal gip Claudia Picciotti. Inchiesta allo snodo cruciale, dunque, con le perquisizioni operate dai finanzieri del colonnello Luigi Del Vecchio, coordinate dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli e del pm Francesco Raffaele.

Un blitz a sopresa, quello di giovedì mattina, attività condotta nel pieno rispetto della dignità di persone che vanno ritenute estranee ai reati ipotizzati nel corso degli accertamenti sulla banca fantasma. Giovedì mattina, a Fiumicino, Roberta Zicari era in procinto di volare verso Santo Domingo, assieme ai tre figli. Partenza annullata, ora si attende l’esito delle verifiche sui due computer sequestrati giovedì mattina, uno dei quali era stato usato da Cacciapuoti prima di lasciare Napoli per una lunga sortita oltreoceano. Ma non è tutto. L’inchiesta va avanti anche battendo altre tracce, anche puntando su altre acquisizioni di informazioni.

Nei prossimi giorni inizieranno le convocazioni di centinaia di soci sottoscrittori del progetto della Banca popolare meridionale. Sono le potenziali vittime del buco di sedici milioni di euro, sono quelli che avrebbero versato somme di denaro per diventare soci della nuova banca, magari accarezzando il sogno di capitalizzare interessi a stretto giro. Ora tocca a loro sfilare come testi davanti al pm e raccontare le proprie versioni, in audizioni in cui verranno ascoltati come persone informate dei fatti.

Inchiesta con un solo indagato, ma lo scenario è destinato comunque a cambiare a stretto giro. Fino a questo momento sono state infatti ascoltate persone legate all’entourage di Cacciapuoti, professionisti che si sarebbero impegnati in prima persona nella sponsorizzazione del progetto e nella raccolta di fondi. Tante sit - sommarie informazioni trascritte - acquisite nel fascicolo e la convinzione che qualcuno non abbia detto tutta la verità nei colloqui informativi con pg e autorità giudiziaria, non abbia raccontato tutto sulla gestione e la scomparsa di un capitale di oltre sedici milioni di euro.

l.d.g.




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Nepal, si schianta il pilota-eroe che salvava gli alpinisti a 7mila metri

Corriere della sera


Sabin Basnyat stava tentando di raggiungere due scalatori sull'Amadablam, un monte alto 6.812 metri

nella storia per aver realizzato il salvataggio "più alto del mondo" sull'Annapurna


Sabin Basnyat tra due altri soccorritori al campo base del Dhaulagiri
Sabin Basnyat tra due altri soccorritori al campo base del Dhaulagiri
KATHMANDU
- Un eroe, anche fuori dai confini nazionali. Il pilota di elicottero nepalese, Sabin Basnyat, entrato nella storia alcuni mesi fa per aver realizzato il salvataggio "più alto del mondo", è dato per disperso in seguito a un incidente avvenuto nei pressi dell'Everest, quando il suo velivolo si è schiantato contro una montagna. Lo ha riferito la compagnia cui appartiene l'elicottero. Il pilota, accompagnato da un meccanico, era in missione per tentare di soccorrere due alpinisti sull'Amadablam, un monte alto 6.812 metri. Testimoni hanno visto l'elicottero prendere fuoco e schiantarsi contro la parete di una montagna. «Possiamo confermare che uno dei nostri elicotteri di salvataggio è precipitato nella regione dell'Everest», ha detto Manoj Gurung, un dirigente della compagnia Fishtail Air.

IL SALVATAGGIO RECORD - Alcuni mesi fa, Basnyat aveva realizzato una missione storica, salvando tre alpinisti spagnoli sull'Annapurna, a circa 7mila metri di altitudine. In Nepal sorgono otto delle 14 vette più alte del mondo, che attirano numerosi alpinisti. Decine di loro vengono soccorsi ogni anno. La compagnia privata Fishtail è l'unica in Nepal a realizzare questi rischiosi salvataggi in elicottero utilizzando una tecnica messa a punto dagli svizzeri.

07 novembre 2010



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Pompei, si sbriciola l'Armeria dei Gladiatori L'ira di Napolitano: una vergogna per l'Italia

Il Mattino


Il sindaco: «Crollo annunciato, Domus trascurata. Persi molti fondi». Causa le infiltrazioni idriche




POMPEI (6 novembre) - Non è crollato solo un muro ma l'intera Domus dei Gladiatori, così chiamata perché al suo interno si allenavano gli atleti nell'antica Pompei. Il crollo, secondo primi accertamenti, è avvenuto intorno alle ore 6 ed è stato notato dai custodi appena arrivati al lavoro verso le ore 7.30.




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PRIMA E DOPO IL CROLLO - LA FOTO

 

La dura reazione del Colle. Crolla la Schola Armatorum di Pompei, ma a tremare, sotto i colpi di opposizione, amministratori locali e associazioni, sono anche le mura del ministero dei Beni Culturali a Roma. A rendere il clima ancor più teso, in serata, sono le dure parole di Giorgio Napolitano, che definisce il crollo una «vergogna per l'Italia», esigendo spiegazioni da chi ha il dovere di darle, «al più presto e senza ipocrisie». Il Ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi ha convocato per domani a Pompei i responsabili del Ministero e dell'Area Archeologica di Pompei. All' incontro, convocato per le ore 13 sarà presente lo stesso ministro.

Zona transennata
. L'area al momento è transennata. La Domus è sulla via principale, via dell'Abbondanza, quella maggiormente percorsa dai turisti, in direzione Porta Anfiteatro. Predisposto un percorso alternativo per i tanti turisti.

Le cause. Saranno tecnici e studiosi a stabilire le cause del crollo. Nel frattempo vengono avanzate alcune ipotesi, tra le quali il materiale utilizzato per il restauro e le infiltrazioni d'acqua in seguito alle piogge dei giorni scorsi. La Schola Armaturarum Juventis Pompeiani nel corso della seconda guerra mondiale era stata danneggiata dai bombardamenti che ne avevano fatto crollare il tetto, successivamente rifatto, sulle mura antiche in un materiale che potrebbe essere stato troppo pesante e che avrebbe, quindi, nel tempo potuto provocare un cedimento. Il crollo, però, potrebbe anche essere dovuto a delle infiltrazioni d'acqua in seguito alle piogge dei giorni scorsi, essendo l'edificio crollato accanto ad un terrapieno.

I custodi. «Questa mattina presto - spiegano i custodi - è crollato prima il muro della Domus, e poi, data la pesantezza del soffitto che è in cemento armato, è crollata l'intera Domus dei Gladiatori. Sembra - dicono - che siano state le infiltrazioni d'acqua a causare il danno».

Domus dei Gladiatori
. Il nome classico della domus è Schola Armaturarum Juventis Pompeiani, un edificio risalente agli ultimi anni di vita della città romana prima che l'eruzione la seppellisse. La casa secondo gli studiosi doveva fungere da sede di una associazione militare e deposito di armature. L'ampia sala dove si allenavano i gladiatori era chiusa con un cancello di legno.

Casa non visitabile. Su una delle pareti apparivano gli incassi che contenevano delle scaffalature con le armature stesse che furono infatti ritrovate nello scavo. La decorazione dipinta, persa nel crollo, richiamava al carattere militare dell'edificio: trofei di armi, foglie di palma, vittorie alate, candelabri con aquila e globi. La casa attualmente non era visitabile internamente, ma si poteva osservare solo dall'esterno.

I turisti entrano, i giornalisti no. Ingresso inibito per alcune ore a giornalisti e cineoperatori, molti dei quali anche in possesso di biglietto d'accesso. Secondo quanto riferito nel pomeriggio da un addetto all'ingresso Porta Marina Superiore degli scavi archeologici, la decisione sarebbe stata presa direttamente dalla Soprintendenza. L'ingresso agli Scavi archeologici di Pompei per turisti e visitatori cessa alle 15.30.

Bondi: serve sforzo comune. «Spero che questa vicenda non alimenti polemiche sterili e strumentali». È quanto afferma il ministro dei Beni delle Attività Culturali, Sandro Bondi, in merito al crollo di questa mattina a Pompei. «Dovrebbe trattarsi al contrario - aggiunge Bondi - di un'occasione per capire l'importanza, anche per l'immagine internazionale del nostro Paese, della salvaguardia del nostro patrimonio culturale e della necessità di uno sforzo comune per conservarlo e trasmetterlo alle generazioni future».

Il ministero: servono risorse. «Questo ennesimo caso di dissesto ripropone il tema della tutela del patrimonio culturale e quindi della necessità di disporre di risorse adeguate e di provvedere a quella manutenzione ordinaria che non facciamo più da almeno mezzo secolo». È quanto afferma Roberto Cecchi, segretario generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali in merito al crollo della Schola Armaturarum a Pompei. «La cura di un patrimonio delle dimensioni di quello di Pompei - aggiunge Cecchi - e di quello nazionale non lo si può affidare ad interventi episodici ed eclatanti. La soluzione è la cura quotidiana, come si è iniziato a fare per l'area archeologica centrale di Roma e per la stessa Pompei».

Il Mibac al centro delle critiche. Le critiche arrivano da più fronti al ministro, accusato di affidarsi a strutture commissariali incompetenti e di badare più alla promozione dei siti che alla sostanza dei problemi. Il Pd gli chiede di riferire in Parlamento, invitandolo in sostanza a fare un passo indietro. «Spero che questa vicenda non alimenti polemiche sterili e strumentali - replica Bondi - Dovrebbe trattarsi al contrario di un'occasione per capire l'importanza della salvaguardia del nostro patrimonio culturale e della necessità di uno sforzo comune per conservarlo». Parole che fanno infuriare Italia Nostra, ma anche le associazioni degli archeologi che contestano «la politica degli effetti speciali, con spese di milioni di euro per istallare ologrammi virtuali e pannelli fotografici a pochi passi dalla Domus crollata». Nell'opposizione l'Idv sostiene che «i tagli alla cultura apportati in maniera draconiana dal ministro Tremonti stanno provocando danni irreparabili», il Pd chiede invece al governo di riferire «al più presto alla Camera su questo vero e proprio disastro generato dall'incuria dell'uomo».

Crollo causato da piogge abbondanti.
«Allo stato degli accertamenti appena svolti, il dissesto che ha provocato il crollo parrebbe imputabile ad uno smottamento provocato dal terrapieno che si trova a ridosso della costruzione e che per effetto delle abbondanti piogge di questi giorni era completamente imbibito d'acqua», afferma Roberto Cecchi. «Il crollo del tetto - aggiunge Cecchi - ha determinato la distruzione di parte delle murature, della facciata e dello spigolo dell'abitazione nell'insula adiacente».

Il sindaco D'Alessio: Domus trascurata
. La Domus dei Gladiatori di Pompei da anni era «in attesa di essere ristrutturata». Secondo il sindaco di Pompei, Claudio D'Alessio, il cedimento dell'edificio è un crollo annunciato: «Succede quando non c'è la dovuta attenzione e cura» per un patrimonio secolare che andrebbe «preservato da ogni tipo di sollecitazione, anche atmosferica. C'è il dispiacere tipico di una comunità - ha sottolineato D'Alessio - di un territorio su cui vi è il museo all'aperto più grande del mondo e che purtroppo viene trascurato». «In passato -ha rilevato - sono stati persi molti fondi, che non venivano utilizzati, e non sono state avviate le procedure per il restauro». Il sito archeologico, ha spiegato il primo cittadino, oltre ad avere un'importanza «culturale» dà anche «ricchezza a questo territorio» con il turismo. «Scontiamo la mancanza di un coinvolgimento in questo tipo di iniziative - ha concluso - ci limitiamo a fare appelli sensibili e solerti nel sollecitare l'attenzione che il sito necessita».




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Radio Sca, sfrattata dai blackout (e dai progetti di «Napoliservizi»)

Corriere della sera


A rischio l'esistenza dell'emittente tutta al femminile che trasmette dal quartiere partenopeo di Scampia

ADDIO PARI OPPORTUNITA'?


Marilena Zoppa
Marilena Zoppa

MILANO - Il primo blackout insospettì: era metà ottobre e, a Radio Sca, giovane network di Scampia, era in programma un’intervista al sacerdote anticamorra, don Aniello Manganiello, simbolo della lotta all’omertà nel quartiere in cui si recluta la maggior parte di manodopera destinata allo spaccio. Il secondo, invece, disorientò: la corrente sparì proprio mentre si trasmetteva musica sudamericana tipo salsa più altre cover in programma, dall’hip hop al cabaret. Ora, dopo settimane di stop and go, l’emittente a corrente alternata, chiude. In apparenza per ragioni banali come l’insufficienza delle dotazioni elettriche e telematiche dell’edificio (compromesso da infiltrazioni d’acqua). L’epilogo di un’esperienza positiva nel quartiere in cerca di riscatto, implica una serie di risvolti negativi.

RADIO AL FEMMINILE - L’emittente al femminile con tre redattrici e autrici -Laura Russo, Marilena Zoppa e Annalisa Mignogna - più alcuni collaboratori, era nata come incubatore d’impresa promosso con i fondi europei dall’assessorato alle pari opportunità di Napoli. Non solo, ma proprio nel cuore disagiato della città, la Russo e colleghe stavano lavorando bene: «Millequattrocento contatti al giorno e dodici investitori pubblicitari per un totale di seimila euro in pochi giorni», spiegano. Il problema allora qual è? Sembra che i locali di via Labriola che ospitano Radio Sca (bisognosi di manutenzione elettrica) siano passati di proprietà proprio mentre il progetto del network andava in porto. Ora «l’edificio appartiene a una partecipata del comune alla quale ci siamo rivolte inutilmente per risolvere la questione dei blackout ma inutilmente», dice la Russo. Napoliservizi (è questo il nome della società) avrebbe infatti in mente tutt’altra destinazione d’uso per quegli spazi, nei quali probabilmente saranno allestiti uffici per i dipendenti.

Laura Russo
Laura Russo

LASCIARE SCAMPIA - Ma al Comune che dicono di una loro creatura soffocata sul nascere? «Sono la prima a non volere la chiusura dell’emittente – ha dichiarato a un quotidiano locale, giorni fa, la nuova assessora alle pari opportunità Graziella Pagano – però quei locali compaiono nei bilanci di Napoliservizi che li ha destinati ad altro uso». L’alternativa proposta dal Comune lascia perplessi: «Si tratterebbe di trasferirci altrove», dicono le redattrici. Radio Scampia non trasmetterebbe da Scampia?

Difficile prevederlo ma l’assessora Pagano assicura che alternative non esistono. E’ inutile, dice, «ostinarsi a non voler lasciare Scampia». Le redattrici di Radio Sca (che hanno scritto anche una lettera indirizzata al sindaco Rosa Russo Iervolino) controbattono: «La nostra attività stava ricevendo un notevole interesse e una diffusione capillare grazie alla quale abbiamo raccolto pubblicità in un quartiere considerato ‘anomalo’ ma che dimostra di saper condurre una vita normale anche dal punto di vista imprenditoriale» e intanto, lanciano sul web una petizione a sostegno di Radio Sca. Radio per Scampia.

Ilaria Sacchettoni
06 novembre 2010



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Barcellona: con un bacio la protesta dei gay al passaggio del Papa

Corriere della sera


Bacio collettivo di circa 200 omosessuali uomini e donne mentre transitava il corteo papale

Il pontefice incontra i reali di Spagna prima di consacrare la Sagrada Familia

MILANO - Prosegue la visita pastorale di Papa Benedetto XVI in Spagna. Dopo Santiago de Compostela il Pontefice è andato a Barcellona, per la consacrazione della Sagrada Familia, la monumentale cattedrale progettata dal geniale architetto catalano Antoni Gaudì e che deve essere ancora completata del tutto nonostante sia in costruzione da 128 anni. Circa 200 gay e lesbiche si sono scambiati un «bacio di protesta» mentre papa Benedetto XVI usciva dall'Arcivescovado di Barcellona, diretto verso la Sagrada Familia. Il «bacio collettivo» è avvenuto sulla piazza della cattedrale, a poche decine di metri dall'auto di Benedetto XVI, Dal gruppo sono partiti anche fischi e grida di contestazione rivolti al Pontefice. Le associazioni gay-lesbiche avevano annunciato nei giorni scorsi l'iniziativa del bacio «collettivo». Un «bacio di due minuti», avevano anticipato, «uomini con uomini e donne con donne» per protestare contro le posizioni del Vaticano sull'omosessualità.

Il Papa a Santiago de Compostela


Video

INCONTRO CON I REALI - Al suo arrivo Benedetto XVI è stato accolto da re Juan Carlos di Borbone e dalla regina Sofia. I reali hanno assistito alla messa di consacrazione presieduta dal Papa. In serata il Pontefice vedrà anche il primo ministro spagnolo Zapatero. Redazione online

07 novembre 2010



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Onorevoli ammalati in corsia di sorpasso

Il Tempo


Ci siamo finti portaborse. La lista d’attesa per le visite è svanita. All'Umberto I: "Senz'altro si potranno accorciare i tempi". A Tor Vergata: "Risolviamo nel giro di un paio di settimane".



Tutti in fila. Dietro i privilegiati. Le liste d'attesa per una prestazione medica negli ospedali pubblici sono lunghissime. Lo dicono i dati. Tre mesi in stand by è la base di partenza. Ma si può arrivare a sei. Superando a volte anche un anno. Eppure il trattamento non è uguale per tutti. Chi conta, ha una carica istituzionale o ricopre ruoli politici può imboccare la corsia preferenziale e sorpassare i normali cittadini a destra. È il caso dell'onorevole Dario Colosimo. Un finto deputato alla Camera che grazie al suo assistente riesce ad accorciare i tempi per ottenere una risonanza magnetica. Basta qualche telefonata e un fax per mettere sull'attenti le direzioni sanitarie dei maggiori ospedali della Capitale. Così, fingendoci il portaborse di un politico abbiamo registrato le conversazioni. Si parte con la direzione sanitaria del San Camillo. L'onorevole ha una sospetta ernia del disco e deve fare una risonanza magnetica lombosacrale.

«Deve fare – chiede il dipendente dall'altra parte del telefono - un esame da noi?». Sì, facendo la richiesta tramite Recup abbiamo fatto una prenotazione, ma ci hanno dato appuntamento a marzo. «Allora volete un aiutino». Se si potesse... «Eh eh eh (ride, ndr). No perché basta chiamarle come si deve le cose... Che tipo di appuntamento volete?». Per una risonanza magnetica lombosacrale. «Bene basta che mi manda la richiesta. Nel limite delle nostre possibilità ci troviamo». Riusciamo ad accorciare i tempi? «Beh, penso proprio di sì.

Stiamo dentro un paio di settimane». Missione compiuta. La lista non è più d'attesa. Tocca all'Umberto I. All'onorevole serve sempre una risonanza. Abbiamo fatto una richiesta tramite Recup. «Tramite Recup?». Sì. «Eh no, va bene ho capito». Però ci hanno dato appuntamento a maggio. Si può anticipare in qualche modo la visita? «Sempre qui da noi in radiologia centrale?». Sì. «Mi lasci i suoi recapiti». Certo, secondo lei si potranno accorciare i tempi? «Senz'altro (ride, ndr)». Perché l'onorevole tra due settimane vola a Bruxelles e deve sbrigarsi.

«Ah ecco. Adesso chiamiamo subito e risolviamo». Il telefono della direzione sanitaria dell'ospedale San'Andrea squilla. Salve, abbiamo fatto una richiesta tramite Recup. Gli hanno dato un appuntamento a marzo. «Vede, purtroppo i tempi sono quelli». Mi scusi ma è possibile anticipare? «Devo chiedere al direttore sanitario. Ma la prenotazione è stata presa? È stata bloccata quella di marzo?». Alla fine no, perché ci hanno dato tempi lunghi. «Ha detto che ha chiamato il Recup regionale?». Sì. «Bene io allora adesso cerco di capire che si può fare e appena possibile la richiamo per dirle quando c'è disponibilità».

La signora al telefono è molto gentile. Non si sbilancia, anche perché alla direzione sanitaria non hanno il calendario degli appuntamenti. Deve informarsi e poi, in caso, richiamare l'onorevole per comunicare se è possibile o meno accontentarlo. La disponibilità a risolvere il problema è palese. Fatebenefratelli, all'Isola Tiberina. «Come ha detto che si chiama?». Chiamo per l'onorevole. «Serve una Rnm a marzo?». Sì. «Per anticipare?». Sì. «Ma la richiesta di visita è proprio per l'onorevole Colosimo o per qualcun'altro?». Sì, lui deve fare la risonanza. «Senta io le do il numero di fax e lei mi invia la copia della prenotazione con i suoi riferimenti telefonici e poi le facciamo sapere». Quindi secondo lei c'è possibilità di anticipare? «Penso proprio di sì, ci mandi il fax intanto». Al Policlinico Tor Vergata il telefono squilla un intero pomeriggio. Poi dalla direzione sanitaria rispondono. «Chi ha detto che è?».

L'onorevole della Camera Dario Colosimo. È possibile anticipare? «Beh, proviamo. Mandi una richiesta scritta con il nome dell'onorevole e ci proviamo. Le do il numero di fax». C'è possibilità di trovare uno spazio? Perché l'onorevole ha degli impegni istituzionali. «Per quando le serve?». Se riusciamo, nelle prossime settimane. «Ci proviamo e le do un riscontro, perché non ho davanti il calendario. La richiamo appena so qualcosa. Comunque non si preoccupi, ci proviamo e facciamo il possibile. Vedrà che qualcosa nelle prossime due settimane riusciremo a fare».


Fabio Perugia
07/11/2010




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Rai e casa di Montecarlo, La Destra di Storace processa Gianfranco

di Andrea Cuomo


Attacco a Fini e alla convention: "Vuole liberare viale Mazzini dai partiti, ma non ha detto niente alla suocera e al cognato". Alla kermesse romana un video sull'affare monegasco: fischi contro l'ex leader di An



Roma

Si chiama La buona battaglia e il grande imbroglio, non ha vinto la festa del cinema di Roma ma ieri alla sua prima proiezione pubblica ha suscitato più entusiasmo di qualsiasi pellicola vista alla kermesse romana conclusasi venerdì. E se il titolo vi suona familiare no, non vi state sbagliando. Il cortometraggio (una quindicina di minuti di durata) proiettato ieri al Salone delle Fontane dell’Eur di Roma in occasione della convention «Ricostruiamo la destra di governo», organizzato dalla Destra di Francesco Storace, ricostruisce infatti la vicenda della casa di Montecarlo che Alleanza Nazionale ereditò da Anna Maria Colleoni (per la «buona battaglia» del titolo) e finita nelle mani del cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini (ed ecco il «grande imbroglio»). «Fini tresca con i comunisti e si pappa Montecarlo», sintetizza con il solito stile icastico Storace al termine della proiezione.

L’ex governatore del Lazio si chiede poi: «Cosa dirà domani (oggi, ndr) Fini a Perugia? È lui a dover fare chiarezza: se un leader di centrodestra prende applausi nel centrosinistra si deve chiedere dove ha sbagliato». Storace critica anche la presa di posizione del presidente della Camera sulla Rai: «È commovente sentirlo parlare dei partiti fuori dalla Rai. Peccato che non abbia saputo dirlo in tempo alla suocera e al cognato». E sul conflitto di interessi: «Fini dimostra, più che altro, un interesse per i conflitti».

Torniamo al film, piccolo evento della convention della Destra. Nel quarto d’ora di proiezione, seguita con grande attenzione dalle 3mila persone che affollano il Salone delle Fontane, nessuno scoop ma la ricostruzione della vicenda giudiziaria e soprattutto il racconto dell’indignazione di un’intera comunità: quella che nel 1999 era parte di An e quindi «comproprietaria» dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte lasciato dalla nobildonna a Gianfranco Fini in quanto presidente di An e poi volatilizzato tra valutazioni risibili, società off-shore caraibiche e cognati rampanti.

Il film prende il via ricordando l’incontro a Monterotondo nel 1992 tra la Colleoni e Fini nel quale la donna per la prima volta promise la consistente eredità, che oltre alla casa monegasca contava anche «case, box, magazzini, terreni, titoli, soldi contanti» (vale la pena ricordare la risposta di Fini: «Ma lei cara signora, lei camperà cent’anni». Come indovino niente male: la donna morirà sette anni dopo all’età di 65 anni). Le immagini scorrono via tra la rabbia dei militanti di quella scheggia di fuoriusciti da An che sono rimasti fedeli al Pdl («Berlusconi oggi avrà capito ancora meglio che differenza c’è tra una destra leale e una controdestra», chiosa Storace).

E che ora fischiano un Fini-Marchese del Grillo («Ma io so’ io e voi nun siete un c...») come il cattivo delle pellicole d’azione. E sperano ancora che i buoni trionfino, come accade in genere nei film che si rispettino. Il video rappresenta del resto una sorta di requisitoria per immagini, un riassunto delle motivazioni che sono alla base del ricorso che domani sarà presentato da Roberto Buonasorte, segretario romano della Destra, e dall’avvocato Marco Di Andrea, contro la richiesta di archiviazione da parte della procura di Roma dell’inchiesta sulla casa di Montecarlo. Ricorso approvato per acclamazione dalla folla degli storaciani.

La proiezione del film La buona battaglia e il grande imbroglio (visibile su youtube digitando http://www.youtube.com/watch?v=GSPCiJrntcA) è stato il momento clou di una convention celebrata all’insegna del tricolore, presente in tutte le salse nella grande sala, anche se costretto a cedere il passo più di una volta alla paccottiglia simbolica dell’estrema destra (croci celtiche e saluti romani). La standing ovation più convinta premia Donna Assunta Almirante, ma un lungo applauso se lo prende anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno, che non risparmia una stoccata all’ex amico Gianfranco Fini: «Francamente ho qualche dubbio che Fli possa essere la vera destra. Ha più un’aspirazione centrista. Non credo che possa essere quella la vera espressione della destra italiana». E a proposito di centro, Alemanno lo vede solido alleato della destra: «Il bipolarismo è una conquista che aiuta l’elettore per chiarezza a evitare centri che vanno da una parte e dall’altra, sulla base di diversi interessi. L’unica a essersi avvantaggiata della conflittualità tra centro e destra è stata la sinistra nella storia italiana. Non si devono mai più dividere il centro e la destra».





In prima fila c'è sempre Elisabetta, ma in platea spunta pure l'ex moglie

di Redazione



Bocchino: "Noi fuori dal governo? Abbiamo obbiettivi più ambiziosi". La base celebra il tricolore e gli eroi antimafia



«Ma noi non siamo antiberlusconiani, siamo postberlusconiani». Gli umori della platea alla convention di Futuro e libertà sono riassumibili nella frase di una ragazza, croce celtica al collo, sigaro in bocca, e fedeltà assoluta al capo. Fini. Nel capannone di Bastia Umbra tutti aspettano soltanto il discorso del leader di Futuro e libertà, il resto è contorno. Nell’attesa, vanno a ruba le magliette del «che fai mi cacci?», simbolo del coraggio di chi ha osato «ribellarsi al Sultano». È lo stesso popolo che nel 2008 applaudiva il Cavaliere al congresso fondativo del Pdl e si spellava le mani quando Fini osannava la lungimiranza di Berlusconi e la «sua lucida follia» nell’aver creduto al partito unico di centrodestra.

Sembrano altre persone eppure sono le stesse, quelle che riempiono il capannone che sembra una discoteca. Buio pesto quando si entra al padiglione 9, sfondo azzurro, megaschermi, bandiere italiane e striscioni con le parole chiave del manifesto del Fli. Otto slogan uno accanto all’altro: «lavoro», «cultura», «valori», «sviluppo», «sicurezza», «merito», «solidarietà», «nazione». Tutto qui. Mancano gli striscioni «giustizia» e «federalismo». Una mancanza tutt’altro che casuale e che la dice lunga sulle nuove bandiere e la vecchia strategia finiana.

La sala si riempie verso le tre del pomeriggio, le prime file occupate dai parlamentari finiani con qualche innesto: accanto all’onorevole Consolo un po’ di famiglia, nuova e vecchia, di Gianfranco. Come a Mirabello, c’è Elisabetta Tulliani e il fratello di Fini, Massimo. Ma anche l’ex moglie Daniela Di Sotto. Le luci sono sempre basse e sembra di stare in un’immensa discoteca. Poi si parte con lo show, decisamente ad effetto.

Quasi berlusconiano. Parte l’inno di Mameli e scattano tutti in piedi, mento in alto. Barbareschi, attore e deputato, si presta alla recita: «Ho un incarico, il più grande che mi è stato affidato nella vita - dice con la voce rotta dall’emozione -. Leggere il Manifesto per l’Italia». E assieme alle sue parole scorrono le immagini del nuovo pantheon finiano. C’è un po’ di tutto dentro: Ferrari e Villeneuve, Cannavaro, Bocelli, i vigili del fuoco, la Croce rossa, Gasmann, Pavarotti, Coppi e Bartali. Ma il vero boato c’è quando il fermo immagine arriva alla foto storica di Falcone e Borsellino.

Per Fini è ovazione. Fa il suo ingresso in sala passando platealmente tra le sedie e stringendo mani, dopo un summit dell’ultimo minuto con Ronchi, Urso e Bocchino. Poi sale sul podio ma offre soltanto l’antipasto perché il piatto forte arriverà oggi. Parla di «anima e cuore», di «meraviglioso disegno», di «cambiamento della nostra Patria» e soprattutto di «traguardi ambiziosi». Quali, come, e soprattutto con chi, lo si scoprirà oggi. Forse.

Dopo il leader del Fli tocca al colonnello Bocchino scaldare la platea urlando nel microfono: «Sarai tu, Gianfranco, il protagonista della Terza repubblica. Devi avere coraggio. Lo stesso coraggio di quando hai osato alzare il dito contro un’ingiustizia». Poi, a colloquio con i giornalisti, una frase volutamente sibillina: «Appoggio esterno? Abbiamo progetti più ambiziosi». Poi è tutto un susseguirsi di interventi contingentati: cinque minuti a testa, non di più. E quando prende la parola l’ultimo transfuga pidiellino, l’ex azzurro della prima ora piemontese Roberto Rosso, dalla sala parte qualche fischio. E Rosso avrà pensato: «Che fate? Mi cacciate?».




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E "il Kennedy italiano" diventato regista caccia Fabrizio Corona

di Stefano Lorenzetto




Massimo Emilio Gobbi: "Ha mandato un certificato medico, invece era andato a trovare Belén in Sudafrica. Ho denunciato 'Striscia la notizia': io non giro "film fantasma". Ma il Pm indaga



La prima domanda che ti poni non appena il regista Massimo Emilio Gobbi, fondatore del movimento politico «Il Kennedy italiano» ispirato a sé medesimo, attacca a parlare è questa: sarà vero? Sarà vero che nel 2007 ha «conosciuto Barack Obama attraverso Ron Paul, candidato alla presidenza degli Stati Uniti appoggiato con 50 milioni di dollari dal finanziere George Soros, per il quale ho lavorato»? Sarà vero che è stato «collaboratore delle più grandi banche d’affari del pianeta»?

Sarà vero che è «fuggito dalla Lehman Brothers un minuto prima che venisse giù tutto, anche il soffitto»? Sarà vero che ha «sponsorizzato un match fra Mike Tyson e l’attore Mickey Rourke, ex pugile, al Madison Square Garden di New York»? Sarà vero che ha appena acquistato i diritti di 322 titoli della storia del cinema, da Rio Bravo di John Ford a Sinuhe l’egiziano di Michael Curtiz, e ora si appresta a trasferirli su Dvd per la vendita e il noleggio? Sarà vero che il protagonista del suo prossimo film, Scarface, «potrebbe essere Al Pacino, come nell’originale di Brian De Palma uscito nel 1983»?

Ecco, l’unica cosa certa, per adesso, è che il primo a essere prescelto da Gobbi per il ruolo di Tony Montana nel remake era stato in realtà Fabrizio Corona. Ma subito bisogna tornare a fidarsi del regista quando racconta d’aver cacciato dal set per inadempienza contrattuale, dopo poche pose, il fidanzato scavezzacollo di Belén Rodríguez: «Mi ha mandato un certificato medico. Invece ho scoperto che era volato in Sudafrica a trovare la sua morosa, impegnata a girare il cinepanettone con Christian De Sica. Gli ho telefonato per dirgli: mandami il certificato definitivo, con me hai chiuso».

Una situazione che qui in Veneto, dove Gobbi è nato nel 1956, si riassume nell’adagio «carnevàl che dise mal de quaresima», o anche «che dise goloso a la quaresima», applicato al vizioso che rimprovera a un altro il proprio vizio. Nel frattempo, per non smentirsi, «il Kennedy italiano» provvisoriamente dedito alla manovella ha provinato per il ruolo femminile Brigitta Bulgari, vero nome Brigitta Kocis, 28 anni, pornostar biondo platino di padre svedese e madre ungherese, definita «la nuova Moana Pozzi», arrestata nel maggio scorso per aver consentito ad alcuni spettatori minorenni di ispezionarle le parti intime mentre si esibiva in uno spettacolo a luci rosse in una discoteca di Fossato di Vico (Perugia).

Dimenticavo: altra cosa certa è che Massimo Emilio Gobbi è alle prese con qualche grattacapo giudiziario. A Padova è stato iscritto nel registro degli indagati dal pubblico ministero Sergio Dini. Ipotesi di reato: truffa continuata. Secondo l’accusa, aspiranti attori e tecnici avrebbero pagato fino a 20.000 euro per partecipare a un film ispirato al libro Gomorra, suggestionati dal fatto che Gobbi ha recitato nella pellicola di successo tratta dal romanzo di Roberto Saviano con la regia di Matteo Garrone.

E che sarà mai? Il suo collega Dario Argento non è forse appena stato denunciato dall’attore Adrien Brody, premio Oscar per Il pianista, ancora in attesa dei 640.000 euro di compenso pattuiti per Giallo? Ma qui Gobbi insorge, respingendo sdegnato accostamenti impropri e mi porge, ancora cellofanata, una copia del Dvd di Kamorrah days, «un film di Massimo Emilio Gobbi, con la partecipazione straordinaria di monsignor Emmanuel Milingo», 80 minuti di durata e tanto di bollino Siae: «E questa sarebbe la pellicola fantasma, quella che non ho mai girato? Giudichi lei».

Gobbi non perde mai il buonumore e sembra sicuro del fatto suo, quando parla. Se sta recitando una parte, l’ha studiata magnificamente. Magari dice sempre la verità, però la racconta come se lui per primo ci credesse poco. Un guascone. Si capisce fin dal modo in cui apostrofa Marco, senegalese che da 16 anni fa il cameriere a Villa Braida di Mogliano Veneto: «Ehi, dottore, come te la passi? Ricordati che se ti licenziano da questo hotel, ti assumo a casa mia come maggiordomo». Il nero sorride e ringrazia.

Di sicuro Gobbi non finge quando allinea sul tavolo alcune scatole di farmaci antineoplastici e ingolla una dopo l’altra quattro pillolone di vario colore. «Devo prenderne quattro la mattina, quattro a mezzogiorno, quattro la sera. Mi hanno asportato il rene destro. Stavo partendo per New York. Sono stramazzato sul pavimento dell’aeroporto. Credevo fosse una colica. Invece... È un male che non si fa sentire. Non fumo, non bevo, non mi drogo.

Maledizione di famiglia: mio padre fu ucciso da un tumore al pancreas a 39 anni, io ne avevo appena 7. Sono morti così anche la mamma, il nonno, gli zii e un mio fratello di secondo letto, che aveva solo 25 anni. Il cancro non ha religione: è laico, colpisce tutti. Punto e fine. All’ospedale di Dolo mi curavano per un calcolo all’uretere. È venuto a trovarmi un politico, siamo amici da quando facevo il Kennedy italiano. Non l’ho nemmeno riconosciuto. Ha detto a mia moglie: “Massimo sta morendo”. Mi ha fatto trasferire a Este. Ero in setticemia. Mi ha salvato il primario di oncologia, Antonino Calabrò. Ho appena terminato l’ennesimo ciclo di chemioterapia. Dei quattro che l’hanno fatta con me, sono l’unico sopravvissuto. Ho già avuto anche tre infarti».

Mi spiace. Però un regista che viene dall’alta finanza non s’era mai visto.
«Ha davanti un ebreo battezzato. Vado sia in chiesa che in sinagoga. Sono molto credente: credo che dopo la morte ci sia il nulla. La mia famiglia viene dal ghetto di Venezia, città dove abito. Il vero cognome, cambiato prima delle leggi razziali, sarebbe Du Safra. Mio nonno Giovanni Emilio era portiere d’albergo a Capri. Divenne amico dell’armatore Aristotele Onassis. Quando morì, nel 1964, aveva una banca d’affari a Tel Aviv. Henry Kissinger dice che se hai tanto denaro ma non hai relazioni, muori di fame. Io ho relazioni. Un socio del nonno mi presentò a Edmond Safra».

«Quel» Safra?
«Sì, l’ebreo sefardita fondatore della Republic national bank of New York, morto asfissiato nel suo lussuoso appartamento di Montecarlo, a 68 anni, per la pirlaggine di Ted, una guardia del corpo che gli faceva anche da infermiere a 600 dollari al giorno. Per guadagnarsi la benevolenza di Safra, Ted simulò un incendio in casa: voleva fingere un salvataggio. Ma il banchiere, anziché lasciarsi soccorrere dal gorilla, si barricò nella toilette blindata e crepò carbonizzato. Ho imparato tutto da Safra. Mi ha fatto lavorare a New York, a Singapore, a Macao. Sono stato uno dei pochi al mondo a entrare nella “fabbrica” dei derivati, vicino a Londra, dove venivano creati gli hedge found spazzatura che hanno impestato il pianeta. Ho lavorato anche per Raul Gardini, abilissimo nelle speculazioni sulle commodity, a cominciare dai cereali».

Quindi è ricco di famiglia?
«No, poverissimo. Me l’ha chiesto anche il Pm: “Quanto guadagna?”. Il necessario, gli ho risposto. Ho un modello Unico da impiegato».

«Voglio solo el caregóto», lo scranno, aveva messo bene in chiaro quando si autoproclamò «il Kennedy italiano».
«Voglio vincere, sì. Come ho fatto col cancro. Ho chiesto al chirurgo di farmi vedere il mio rene con attaccato il tumore di 6 centimetri e gli ho detto: se me lo lascia qui, me lo mangio. Col movimento politico facevo convention da 1.500 persone. Le mie teleprediche su un canale che trasmetteva da Rovigo finivano a Milano, il segnale da Milano veniva spedito a Parigi, da Parigi a Tel Aviv e da Tel Aviv a New York. È così che mi hanno conosciuto fin negli Stati Uniti».

Chi l’ha conosciuta?
«Matteo Garrone, il regista di Gomorra. Mi ha visto fare il Kennedy italiano su Challenger Tv, canale 922 di Sky. Mi ha detto: “Eri il volto che cercavo”. Nel film mi ha fatto interpretare l’imprenditore del Nord che ricicla 800 tonnellate di rifiuti tossici. Saranno tre-quattro minuti in tutto, però Martin Scorsese ha usato quella scena per presentare Gomorra a New York. Il mio faccione giganteggiava sui cartelloni digitali di Times Square. Idem per i trailer del film andati in onda sulla Rai. Garrone, il protagonista Toni Servillo e il produttore Domenico Procacci al Festival di Cannes erano incazzati neri perché gli ho rubato la scena, la folla riconosceva solo me. Un risarcimento morale più che meritato, visto che ho preso appena 80 euro, mentre Gomorra ha incassato oltre 10 milioni».

Lei, figlio della Serenissima, non s’è vergognato a mischiarsi con i camorristi sia pure solo sullo schermo?
«Certo. Ero l’unico del Nord anche sul set, dove comandavano quelli del Sud. Ne è venuta fuori una mezza guerra con Garrone e la casa di produzione Fandango. Nella conferenza stampa a Cannes gli ospiti napoletani avevano il loro bel cartellino con nome e cognome, io niente. E alla première non c’erano i biglietti per mia moglie e le mie due figlie. Per i sudisti, invece, posti prenotati fino alla terza generazione. Alla fine ho detto a Garrone: dimentica il numero del mio telefonino».

La Procura di Padova la accusa d’aver bidonato un sacco di gente col progetto del film Camorra Live Show, che non ha mai visto la luce.
«Confido nell’archiviazione. Io sono un artista, non mi occupo di contabilità. Sono stato diffamato con false prove da persone che vogliono sputtanarmi. Ne ho denunciate 14 per calunnia, chiedendo 4 milioni di risarcimento. Uno pseudosceneggiatore ha depositato alla Siae il titolo del film che avevo ideato io e pretendeva 50.000 euro per cedermi i diritti, per cui sono stato costretto a cambiare in corsa il titolo in Kamorrah days. Due ragazze mi hanno confessato piangendo d’essersi prestate per soldi ad accusarmi. Ho portato la loro dichiarazione giurata al Pm. I giornali locali hanno scritto che avrei millantato la partecipazione di Noemi Letizia. Si dà il caso che io sia amico dei genitori della diciottenne di Portici e che l’abbia fatta sfilare al Lido in occasione della Mostra del cinema».

Ha abbindolato anche il sindaco di Montegrotto Terme, Luca Claudio.
«È un politico che militava in Alleanza nazionale. Vuol darsi al cinema. L’ho fatto recitare in una particina. Il Comune mi ha solo messo a disposizione una piazza per le riprese. Contributi zero. In compenso Montegrotto ha avuto una notorietà che se la sognava».

Ha ingaggiato Franklin Santana, conosciuto per il reality tv La talpa.
«S’è montato anche lui la testa. Non sa che di montato ne basta uno: io».

E ora il divorzio da Fabrizio Corona, cacciato dal set di Scarface.
«Dopo le prime scene in spiaggia a Chioggia, ho cercato di accontentarlo in tutto, girando all’hotel Visconti Palace di Milano per non farlo muovere dalla sua città. Alla fine ho detto al produttore: o me o lui. Corona non s’è nemmeno reso conto d’aver ceduto alla Visconti association i diritti cinematografici per lo sfruttamento a vita della sua immagine. Dovrebbe andare a rileggersi il contratto che ha firmato alla presenza dell’avvocato Serena Pomaro».

Intanto lei si consola con Brigitta Bulgari.
«Non è detto che sarà lei la protagonista di Scarface. Non ha preso un solo euro. Io le offro un passaggio verso la celebrità. Ha recitato un po’ di scene in due alberghi di Venezia, il Bauer e il Molino Stucky. Sa, ho imparato dal mio collega Abel Ferrara: giri 100 ore e alla fine ti resta sempre qualche inquadratura da tirar fuori».

Ma sarà un film porno?
«No, niente sesso. L’ho provinata solo perché me l’ha segnalata Dario Sepe, che è stato per 22 anni vicino a Lele Mora e ora ne ha preso il posto: è lui il nuovo numero 1 degli agenti dei divi».

Due milioni di budget, ho letto.
«Il primo step. Ma con 2 milioni non vai da nessuna parte. Ce ne vogliono dagli 8 ai 12. Farò un road show negli Usa, come quando lavoravo per le banche. Questa è un’idea che sul mercato cinematografico vale almeno 70 milioni di euro. Non ho fretta. Francis Ford Coppola ci mise tre anni a girare Apocalypse now. Doveva essere un fallimento e invece ancora siamo qui a parlarne. Se non ho un budget come dico io, rinuncio al film».

Ha speso persino il nome di Paris Hilton, annunciando che potrebbe vestire gli abiti indossati 27 anni fa da una giovanissima Michelle Pfeiffer nel ruolo di Elvira Hancock.
«Abbiamo avuto un contatto l’estate scorsa sull’isola di Cavallo. Le dice niente la coincidenza che il Molino Stucky sia di proprietà della catena alberghiera Hilton? Ma sono io che deve decidere, non lei».

Com’è che le viene naturale spararle così grosse? Azzardo tre ipotesi: a) perché tanto tutti abboccano, i giornalisti per primi; b) perché è un mitomane; c) perché è il suo metodo per tirar su soldi.
«Sono quelli di Striscia la notizia che hanno cercato di farmi passare per mitomane e truffatore. Quando poi Kamorrah days è uscito e li ho invitati alla prima, si sono ben guardati dal presentarsi, a cominciare da Moreno Morello, il fustigatore vestito di bianco. Ho denunciato anche lui. Il Dvd del “film fantasma”, così lo chiamava Striscia, è stato venduto in edicola dall’editore Gavel di Piacenza a 9,90 euro. Ma io non mi faccio mettere sotto da quattro invertebrati. George Soros mi ha impartito una lezione fondamentale: le cose o le fai bene o non devi farle. Ho chiamato un mio amico avvocato di New York, che ha parlato con un collega di San Francisco, e tutti i servizi diffamatori di Striscia la notizia sono stati rimossi da Youtube, con tanto di scuse».

Ok, non le spara grosse.
«Se adesso le dicessi che io, un ebreo, presentavo l’arte su Al Jazeera e che ho regalato un dipinto a Osama Bin Laden, lei mi crederebbe? Poco, glielo leggo nello sguardo. E invece ecco qua la foto del sottoscritto sugli schermi della Tv del Qatar, mentre presenta il ritratto del capo di Al Qaeda eseguito da Ludovico De Luigi, vedutista veneziano. La notizia è apparsa sul New York Times».




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Fini ha l'appoggio esterno della D'Addario

di Paolo Bracalini



La escort pugliese si presenta alla convention di Fli. Il partito la allontana dalla sala, ma lei insiste: "Mi hanno invitata, voglio ascoltare Gianfranco.

Mi interessa questo nuovo orientamento politico"


nostro inviato a Bastia Umbra (Pg)

È uno scherzo? No, lei è davvero «interessata a questo nuovo orientamento politico» spiega l’ex escort dalla grande passione per la res publica. Non è uno scherzo, «Patti» è lì nella platea per assistere alla fondazione della nuova destra della legalità e dell’etica.

Appena si diffonde la notizia, l’ufficio stampa di Fli si precipita a prendere le distanze dalla protagonista del primo sexygate alla barese: «La presenza di Patrizia D’Addario alla nostra convention è imprevista e non gradita e rappresenta una evidente provocazione che non ci interessa e che respingiamo al mittente». Ma il mittente chi è? Nessuno, a quanto pare, si è autoinvitata. Poi si scopre che è stato il suo assistente e addetto stampa (ormai è una diva e si permette uno staff), pugliese, a invitarla, in qualità di «esponente del Pdl barese» (parole sue). Intanto, il duo spiega che sono lì «perché siamo di centrodestra e vogliamo ascoltare cosa ha da dire Fini, non abbiamo aderito al Fli, vedremo e poi prenderemo le nostre decisioni». Nessuno l’ha contestata al suo arrivo, «anzi» dice lei, e poi aggiunge: «Non sono qui per vendicarmi di Berlusconi, non mi vendico mai su nessuno».

Che il popolo finiano gradisca (Gradisca presidente era il titolo della sua autobiografia per Aliberti) è improbabile, perché chiunque si accorge che qui l’ingrediente D’Addario, aggiunto al cocktail di marchettare e ricattini degli ultimi giorni, produce un effetto paradossale nell’happy birthday della destra anti-Cav. Infatti la mozione D’Addario finisce malissimo, dopo che lei si è attirata più attenzioni della metà dei parlamentari, la Generazione italia si accorge della minaccia di Generazione escort, e la prende a male parole («vattene, questo non è il Pdl!») facendola fuggire in lacrime. Il peggio, però, è già fatto. La convention finiana, di fatto e controvoglia, nasce sotto le luci rosse, dentro quell’ambiente equivoco e fangoso in cui più volte - e ancora adesso - si è sperato potesse affondare per sempre il berlusconismo e il suo fondatore.

È quella in fondo la speranza che anima il padiglione finiano a Perugia, e che tra gli alti valori, l’inno d’Italia, la patria, l’ostruzionismo e le tattiche parlamentari, si ritrova un alleato sgradito e imbarazzante, ma unito nella stessa battaglia: una schiera di escort che hanno ben imparato la lezione della fondatrice di Filmino e libertà, la signora D’Addario. «Ho sempre avuto molta stima per Fini» ci spiega mentre le tv accendono i fari per riprenderla, e si capisce quanto sia d’accordo sulle reprimende (indirette, perché siamo in piena trattativa col Pdl) per le serate di Berlusconi e tutto quel che emerge dai fantastici racconti delle D’Addario girls, le proselite del sexy-scandalismo che, tuttavia, sembra l’unica vera arma per indebolire l’avversario e costringerlo alla resa. Oggi si vedrà se Fli proporrà un rimpastino di governo, per schiacciare la Lega all’angolo (l’altro detestato nemico del popolo finiano, che accompagna con applausi e buuh ogni riferimento a Bossi e alla Padania), oppure un appoggio esterno.

Quel che è certo è che si è già conquistato l’appoggio esterno delle escort, e una consulenza politica della D’Addario, preziosa più che mai in frangenti del genere. La modalità del coming out migottesco però è inopportuna e quanto mai molesta per Fli, che vorrebbe adoperare sottotraccia il tema delle escort e non scopertamente (a parte la Maiolo che parla di «affaristi e prostitute» nel Pdl), e che certo non si aspettava di ritrovarsi, nel nobile giorno della Fondazione, una di loro a inquinare al festa. Si doveva parlare di Costituzione offesa dalle leggi ad personam, di Paese dimenticato e sofferente, di diritti e di sacro suolo nazionale, non doveva palesarsi in questo standing di virtù repubblicane lo spettro della marchetta ricattatrice, della melma a squillo, che pure resta il partito di opposizione più forte al momento. L’inatteso però è rivelatore, come sempre, e l’asse Fli-escort trova l’evento storico per saldarsi. In un nuovo governo, alla D’Addario spetterebbero quantomeno le Pari opportunità.



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Quando Concita si sdilinquiva per Barack Obama

di Paolo Granzotto


Stimato Dott. Granzotto, nell’ultima settimana la combattiva, «pasionaria», dura e pura Concita De Gregorio, stracolma di odio e livore ma deboluccia in codici, ammiratrice della guerrigliera bulgaro-brasiliana Dilma Rousseff, conduce i suoi comizi accusatori contro l’immorale Berlusconi che, a suo dire, fornica tutte le notti con minorenni, invocando un moralismo ipocrita. Essa legge invece, con voce vellutata e melodiosa, ampi stralci degli articoli dei suoi amici e correligionari D’Avanzo, Giannini, Maltese le cui esternazioni, frutto di colte, profonde considerazioni democratiche, sono meritevoli di meditazione e condivisione da parte della platea Pci di Prima Pagina. Credo che l’essere stata osannata da una devota ascoltatrice quale «faro nelle tenebre» (nelle quali io e forse lei, non illuminati dal sole dell’avvenire, siamo immersi), l’abbia resa felice. Salvo errore, al tempo delle precedenti elezioni americane, l’amabile Concita attribuiva doti messianiche a Obama, ricordato oggi senza altri fronzoli laudatori. È possibile ricorrere al suo invidiabile Calepino per rileggere quelle odi pindariche?
Bogliasco (Genova)

Faro nelle tenebre! Questa sì che è bella, caro Lauro. La vispa Concita De Gregorio un faro che getta luce nell’oscurantismo nel quale si trova immerso, però solo dopo la caduta del muro di Berlino, prima no, il genere umano. Se questo è il metro di giudizio del popolo «sinceramente democratico», stiamo freschi. Capisco che uno rifiuti, come suo faro, Bersani o la Bindi e magari anche D’Alema e Veltroni. Però, ridursi a farsi illuminare da Concita mi pare proprio la scelta di chi è alla canna del gas. Allora tanto vale buttarsi su Italo Bocchino. Ma lasciamo perdere, caro Lauro, e veniamo al nostro povero Obama. Sì, per Obama la direttrice dell’Unità perdette la trebisonda dando i numeri, e che numeri. Materiale giornalistico così appetitoso - diciamolo pure: illuminante - che non volendo andasse disperso ne trascrissi - lei ha visto giusto - ampi florilegi nel Calepino, da dove traggo un paio di chicche che danno la misura della freddezza e equilibrio di giudizio del «faro nelle tenebre».

In occasione del discorso di investimento: «Come il gospel di Aretha Franklin. Il discorso di Obama è sembrato una specie di preghiera, quasi un poema, un poco una poesia. (...) In crescendo, come il canto della signora nera del soul che ha cantato per festeggiarlo e per accoglierlo: Obama ha recitato una litania religiosa e laica insieme che in venti minuti ha fatto piazza pulita della retorica vuota e reazionaria del bushismo e ha riportato sulla scena le parole antiche della modernità». Mica male, eh? Ancora: «Gentilezza, generosità, coraggio, desiderio. Che parole. Sono queste dunque le parole della politica, nel nuovo mondo?». Ebbene sì, si risponde il faro nelle tenebre mentre un frisson le corre lungo la schiena, ebbene sì, sono queste, tanto che se «il mondo è cambiato, dobbiamo cambiare con lui.

La nostra striscia rossa in prima oggi è diventata grande come tutta la pagina, ha ceduto il posto all’immagine e a queste parole: cambiamo con lui». Poi c’è quello stupendo richiamo alla Casa Bianca, così detta «in omaggio ormai solo all’intonaco» (Casa Negra o Nera, avrebbe dovuto chiamarsi, secondo Concita, per via della pigmentazione del suo inquilino). E quell’imperioso: «Si può fare, davvero. Si può il primo giorno chiudere Guantanamo»? E quel fatto che Obama non è un semplice presidente degli Stati Uniti ma lo è del mondo intero? Altro che faro, Concita De Gregorio: un farone. Mi piacerebbe ricordarle, caro Lauro, anche gli sdilinquimenti, comparsi sull’ Unità, di Furio Colombo che prefigurava, con l’ingresso di Obama alla Casa Bianca/Nera il sorgere di quel sol dell’avvenir da un secolo e passa atteso dalle masse popolari. Peccato, però, che manchi lo spazio per farci queste altre quattro sane risate. Sarà per un’altra volta.



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Taormina «Le elette Pdl? Il 15% si sono concesse...»

di Redazione


«Legge anti-prostituzione? Ridicolo, il 15 per cento delle parlamentari Pdl è stata eletta dopo averla data.... Quando deciderò di fare i nomi ci saranno sorprese: non ho paura di querele perché le interessate sanno che io so tutto». L’avvocato Carlo Taormina, ex parlamentare di Forza Italia, va a ruota libera intervistato da Klaus Davi in KlausCondicio, programma in onda su Youtube. Ma non è l’unica «rivelazione» che Taormina s’è sentito in dovere di fare. «Ci sono gay nascosti, sotto “copertura” con mogli e famiglia, anche nel nostro governo ad altissimi livelli e Berlusconi lo sa; non ministri, ma poco al disotto». Parlando poi del Cavaliere, Taormina ha sottolineato che il premier «non è affatto omofobo. Non odia i gay, anzi li ha fatti lavorare e ha premiato le loro carriere nelle sue aziende. Non l’ho mai sentito fare battute omofobe. E poi se li odiasse dovrebbe odiare qualche suo strettissimo amico...».



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Vendola difese i pedofili: è verità a prova di querela

di Vittorio Sgarbi


La notizia arriva, laconica, via sms: «Mi spiace doverti querelare». È un messaggio di Nichi Vendola, nel suo stile sentimentale, con una piega dolente. Gli dispiace, ma non può non farlo. Fatico un po’ a capire, poi penso al mio articolo sul Giornale in cui cito, fra virgolette, una dichiarazione di Vendola che mi ha trasmesso la redazione del Giornale stesso: la frase non è ambigua, ma forse equivoca. Vendola parla del «diritto dei bambini a una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro e con gli adulti». Allo stesso concetto fanno riferimento anche Feltri e Giovanardi. Querelati, meno affettuosamente, anche loro. Lo sapranno da un comunicato stampa. Ora io, come Busi (e penso anche al comportamento conclamato di alcuni preti) ho sempre ritenuto che, come (...)

(...) le pulsioni eterosessuali, anche quelle omosessuali si manifestassero già nell’adolescenza, certamente fra gli undici e i tredici anni, come io ricordo perfettamente degli «atti impuri», ammessi nelle confessioni in collegio (così si chiamava la masturbazione).

Quindi non mi scandalizzo di una possibile relazione fra omosessualità e pedofilia. Vedo che oggi Vendola nega l’evidenza. Non credo infatti voglia querelarmi per avere stigmatizzato i suoi discorsi vittimistici nella prevalente retorica del politicamente corretto, quando si rivolge a Berlusconi dicendo: «Se un tuo figlio, un tuo amico, un tuo ministro fosse gay, pensa a quanta gratuita sofferenza gli staresti infliggendo».

Nessuna, io credo, per le battute all’antica del premier. Infatti, nonostante l’esperienza sua e di Vladimir Luxuria, assurti ai vertici della politica e della televisione senza essere nati ricchi o nella condizione che essi ritengono privilegiata di artisti, registi, attori, categorie che non vivrebbero le discriminazioni dei gay di classi sociali più deboli (non mi pare che Natalie, trans ed extracomunitaria, sia stata discriminata se godeva delle attenzioni, pur stando nel mondo sdrucciolevole della prostituzione, di un presidente di Regione, ed essendo stata, con i suoi compagni di esperienza umana, protagonista di tutte le principali trasmissioni televisive pubbliche e private), continuano a fingersi discriminati.

Il ribaltamento della frase del premier ristabilisce l’ordine delle cose, in una oggettiva par condicio: «Meglio gay che appassionati di belle ragazze». Qualcuno si scandalizza? Abbiamo dunque riconosciuto, al di là della consacrazione matrimoniale, l’assoluta normalità della condizione gay. Non più «diversi», ma normali. Sono finiti i tempi dei froci e dei finocchi; ed appare «naturale», «normale» essere gay. Qualcuno ha discriminato Vendola? O Zeffirelli? O Busi? O Platinette? Qualcuno ha interdetto a Platinette la presenza nelle reti Mediaset? Dunque di quale discriminazione parliamo?

Leggendo ieri Il Fatto scopro che il ribaltamento è a tal punto compiuto che appare anormale se non innaturale, essere eterosessuali. Sta capitando qualcosa di strano. Lungi da me l’intenzione di voler difendere Daniela Santanchè, spesso dogmatica e irritante, non riesco a capire come le possa essere contestato il diritto di affermare, come fosse il colmo della faziosità berlusconiana (annoverandola, con ciò, tra «i missionari di B., pronti a tutto pur di coprire le malefatte del premier»): «Mio figlio ha 14 anni e sono contenta che sia etero, mi sembra evidente che tutte le mamme preferiscano un figlio eterosessuale». Il commento, ironico, è: «Ha dichiarato, per dire, alla Zanzara su Radio 24». In quel «per dire» c’è tutta la spocchiosa indignazione di chi trova enorme una considerazione ovvia. Ciò che è cambiato non è il desiderio di avere un figlio eterosessuale, cosa naturale, ma la reazione di un genitore, oggi certamente più umana e comprensiva, alla rivelazione dell’inclinazione omosessuale del figlio. Perfino la madre di Vladimir Luxuria ha dichiarato di aver sofferto nello scoprire l’orientamento sessuale del figlio. Oggi si dovrebbe immaginare un genitore che desidera che il figlio sia omosessuale.

Comunque siamo querelati. Dovremo stare attenti a parlare. E, presto, anche a pensare. Frattanto uno scrittore sensibile e una persona gentile come Francesco Merlo può scrivere, davanti al nulla dei divertimenti privati del presidente del Consiglio, in tutto simili a quelli descritti nel capolavoro di Vitaliano Brancati (siciliano come Merlo), Il bell’Antonio: «Berlusconi è dentro ogni genere di scandalo economico, giudiziario, politico, morale e ideale... Dal malgoverno ai sospetti di collusione con la mafia, dall’abuso sulle minorenni alla cessione di pezzi di Stato come compensi sessuali». La sua è una «sottocultura malata». E ancora: «Berlusconi è sempre fuori controllo... Irresponsabile quando, come un furbo malvivente, scardina il potere della polizia e irresponsabile quando si concede ai bagni di folla...» (sic!); «in quella battuta sui gay c’è infatti la sua tragedia, c’è il desiderio sessuale ridotto a barlume, c’è il Viagra». E infine: «E c’è chi deve accettare la perdita del posto di lavoro per consentirgli di violare le minorenni». Addirittura!

Dalla divertente vicenda di Ruby che vede Berlusconi come la Caritas, discende questo. Ma Berlusconi querelerà Merlo? Non credo, anche perché pare (Merlo) aver perso la testa. Il quale conclude, dolente: «Non se la prendano a male le comunità gay che, comprensibilmente, pretendono ora le scuse di Berlusconi». Ma cosa sono le «comunità gay»? Forse Merlo le confonde con la comunità ebraica. Pensando al ghetto in cui ancora immagina nascosti gli omosessuali. Non c’è una comunità omosessuale, come non c’è una comunità eterosessuale. Si è etero o omosessuali individualmente. Merlo non lo ha ancora capito (Vendola, finge, ma lo sa). Berlusconi l’ha capito e fa, come può (se non fosse circondato da guardoni, anche giornalisti), i cazzi suoi. Non glielo consentono.



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