martedì 9 novembre 2010

Ebrei all'Osservatore: "La Chiesa rinunci a volerci convertire"

di Redazione


Il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche, Renzo Gattegna, in un articolo sull'Osservatore romano chiede alla Chiesa di rinunciare "a qualsiasi manifestazione di intento rivolto alla conversione degli ebrei". Si cambi la "preghiera del venerdì santo"



 

Città del Vaticano - Un articolo che farà discutere - e non poco - quello scritto dal presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, sull’Osservatore Romano. "Al fine di proseguire con le iniziative dedicate alla reciproca comprensione e all’amicizia tra cattolici ed ebrei - si legge - un gesto utile, necessario e certamente apprezzato sarebbe un’aperta dichiarazione di rinuncia da parte della Chiesa a qualsiasi manifestazione di intento rivolto alla conversione degli ebrei, accompagnata dall’eliminazione di questo auspicio dalla liturgia del venerdì che precede la Pasqua".

La Chiesa dica che non vuole convertirci "Sarebbe un segnale forte e significativo di accettazione di un rapporto impostato sulla pari dignità e sul reciproco rispetto - prosegue Gattegna - condizioni queste indispensabili per un futuro di amicizia e solidarietà, le stesse di cui tanti cattolici dettero prova quando, a rischio della propria vita, salvarono migliaia di ebrei dalla deportazione nei campi di sterminio".

Nuovi rapporti dopo il Concilio "È utile ricordare - sottolinea Gattegna - che un nuovo clima e nuovi costruttivi rapporti si sono instaurati tra ebrei e cattolici dopo il concilio Vaticano II: la promulgazione della dichiarazione Nostra aetate, l’allacciamento delle relazioni diplomatiche tra lo Stato di Israele e la Santa Sede, i viaggi di tre pontefici in Israele, le visite di due Papi alla Sinagoga di Roma e infine, proprio finalizzata alle ricerche storiche sul periodo degli anni Trenta e Quaranta, la costituzione della commissione bilaterale composta di esperti incaricati di studiare la nuova documentazione, non ancora conosciuta, che sta emergendo dagli archivi vaticani".  





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Usa: è mistero su un missile balistico lanciato dalle coste della California

Corriere della sera

Il Pentagono dichiara di non sapere chi ha effettuato
il lancio, immortalato però dalle telecamere della Kcbs

 

 

MILANO - Per ora è mistero fitto. Ma c'è chi parla di un messaggio ben chiaro lanciato ad una potenza asiatica, in occasione del viaggio del presidente americano Barack Obama proprio in quella zona del mondo. Un missile è stato infatti lanciato lunedì sera dalle coste della California meridionale ma il Pentagono ne ignora l'origine. Lo riferisce la rete tv Cbs che ha mostrato le immagini della scia lasciata dal missile riprese dalla sua affiliata locale Kcbs.

 

IL LANCIO - Secondo la Kcbs il missile è stato lanciato da una posizione a 56 km a largo delle coste ad ovest di Los Angeles e a nord dell'isola di Catalina. Fonti della base dell'aeronautica di Vanderberg hanno detto che il loro ultimo lancio risale a venerdì sera quando un razzo Delta III ha portato in orbita il satellite italiano Cosmo-SkyMed. L'altra ipotesi, ma la Marina ha finora negato di saperne qualcosa, potrebbe essere il lancio di un missile Slbm da un sottomarino nucleare per esercitazione. La Cbs ha interrogato in proposito l'ex ambasciatore americano presso la Nato Robert Ellsworth che ha detto: «Potrebbe trattarsi del test di un missile intercontinentale lanciato da un sottomarino, per dimostrare principalmente alle nazioni asiatiche che noi siamo in grado di farlo». Ellsworth ha poi spiegato che all'epoca dell'Unione Sovietica test di questo tipo venivano fatti dagli Usa nell'Oceano Atlantico, ma che forse è la prima volta che questo accade nell'Oceano Pacifico.

 

Redazione online
09 novembre 2010

Nespresso a Napoli, Kimbo a Milano Storia di un caffè che non è più lo stesso

Corriere del Mezzogiorno

Cambia il modo di bere, il sistema nato per gli uffici
non sporca, ma la «tazzulella» del bar non si arrende



Eva Longoria, amante del caffè

Eva Longoria, amante del caffè


NAPOLI — Non ci sarà George Clooney. Ma è annunciata ugualmente la folla delle grandi occasioni all’inaugurazione della nuova boutique Nespresso, fissata per il pomeriggio del prossimo martedì, all’interno del negozio Coin del Vomero.

Molte le dame attese, coinvolte da una patinatissima agenzia di pr, incuriosite soprattutto dalla possibilità di esplorare la nuova frontiera dell’espresso in versione internazionale. Altro che Napoletana, altro che moka. Nespresso promette cialde — diciamolo pure, in versione molto glam — in grado di cambiare radicalmente il rito dell’espresso con miscele che chiama (senza falsa modestia) i 16 Gran Cru. Il sistema Nespresso— una voce sull’argomento è anche su Wikipedia — nasce nel 1986 per gli uffici, ma solo dal 2000 è entrato nelle case. Non sporca, i single ottimizzano i consumi, le signore e i signori pigri non fanno fatica. Qualche posizione sulla tazzina, insomma, l’ha guadagnata.

Ma in realtà è tutto il mondo del caffè che sta attraversando una profonda mutazione. Che viene assecondata con modalità diversa dalle grandi «griffe» del settore. Se Nespresso punta su Napoli, Kimbo si concentra su Milano dove per un mese con l’evento Coffee Hour Lounge ha organizzato un calendario di incontri, eventi ed attività tutte intitolate al caffè. E Kimbo, sinonimo dell’espresso casalingo napoletano, coglie un altro cambiamento del mercato. Che anche a Sud del Rubicone, o meglio anche a Sud di Roma si appassiona sempre più al caffé americano. Lungo, da sorseggiare con calma, perfetto per colazioni diverse dal solito: è questa la nuova frontiera dei fedelissimi dell’arabica. Oltre 50 gli appuntamenti milanesi proposti dall’azienda napoletana, fino al 13 novembre, ospitati dai 200 metri quadrati del Kimbo Coffee Hour Lounge di via Borgonuovo. Scrittori, attori, registi, protagonisti del gusto e dell’alimentazione discuteranno della «tazzulella». E le variazioni sul tema del caffè saranno proposte anche in chiave alcoolica, con i 40 cocktail costruiti sull’espresso dal barman Carmine Castellano.

I puristi non storcono il naso, anzi. A Napoli anche chi ha intitolato la propria azienda alla «Napoletana» è pronto a cogliere imutamenti del mercato. E li asseconda senza però rinunciare alla tradizione. Guglielmo Campajola, patron de La Caffettiera, ha inaugurato un nuovo spazio in piazza dei Martiri, adiacente a quello storico. Si chiama Pdm (acronimo dello slargo che lo ospita) e propone colazione e caffé americano, brunch e il nuovissimo appuntamento pomeridiano con lo «slunch», un aperitivo ametà fra pranzo e cena. Eppure Campajola è certo che «per i turisti del caffé la classica tazzina resterà sempre un must. Noi — racconta — a La Caffettiera siamo fra i pochi a lavorare con la macchina ’’a braccio’’, che consente all’operatore che ha una solida preparazione in materia di caratterizzare il caffé in funzione di esigenze meteorologiche, umidità, tostatura. Preparare un caffé non significa solo macinarlo e metterlo sotto la macchina: ci sono accorgimenti diversi per esprimere al meglio il caffé in tazza». Al «Caffé del professore», in piazza Trieste e Trento, la tradizione è rispettata. Ma anche qui le variazioni sul tema non mancano. Oltre al ricercatissimo caffé alla nocciola, ci sono più di 60 proposte diverse sul tema dell’espresso. Perché c’è sempre chi guarda oltre il confine della «tazzulella».

Anna Paola Merone
09 novembre 2010





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In Israele sistema antimissile via sms: «Sta arrivano proprio dove sei tu»

Corriere della sera


L'avviso dovrebbe arrivare in tempo utile per poter raggiungere i rifugi prima delle esplosione


DAL NOSTRO INVIATO  Francesco Battistini


TEL AVIV – «Messaggio gratuito: attenzione, un missile ti sta cadendo sulla testa!». Il testo non sarà esattamente questo, ma il senso sì: dal prossimo giugno, in caso d’attacco missilistico


dall’Iran, dal Libano, dalla Siria o da Gaza, su tutti i cellulari israeliani sarà possibile ricevere l’allarme “in tempo utile”. Dove per utilità, assicura il ministero della Difesa che sta mettendo a punto l’applicazione, s’intende il minuto necessario (e sufficiente?) per raggiungere i rifugi antiatomici che ogni abitazione possiede. Il nuovo Sistema centralizzato d’allarme, piazzato in un bunker segreto nel deserto del Negev, utilizza sensori molto sofisticati che calcolano con esattezza la traiettoria d’un missile e ne prevedono l’area d’impatto. In una frazione di secondo, tramite sms, vibrazione, avviso audio e illuminazione del display, il programma invierà un allarme (nelle lingue maggiormente parlate in Israele: ebraico, arabo, inglese, russo e amarico) a tutti i telefonini presenti in quella zona. Un sos che arriverà in contemporanea a stazioni radio e tv, siti web, tabelloni luminosi, sirene e altoparlanti stradali. «E’ un sistema di difesa preventiva e collettiva unico al mondo», spiegano i militari. Messo a punto da una società di Tel Aviv e dall’Ericsson, multinazionale d’un Paese (la Svezia) che è da sempre in problematici rapporti coi governi israeliani, non è nemmeno costato molto: 7 milioni di dollari.

PIOGGIA MORTALE - Ogni settimana, su Israele piovono minacce di far piovere missili. Da qualche tempo, sono ricominciati gli sporadici lanci di Qassam da Gaza. «Sionisti, state per scomparire dalla faccia della terra», ha tuonato solo venerdì scorso Mahmud a-Zahar, un leader di Hamas. Lunedì, è stato ufficialmente invitato nella Striscia il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, lo stesso che ha promesso decine di volte di cancellare Israele, l’ultima un mese fa al confine del Libano degli Hezbollah. Resta sempre aperto, poi, il dossier sui misteriosi razzi che i satelliti avrebbero fotografato tempo fa in una base siriana. Tutto questo per dire che la fabbrica dell’allarme non chiude mai, in Israele. E si prepara anche al peggio. Secondo un rapporto appena preparato dal Comando militare delle retrovie, in caso di un conflitto regionale il bersaglio più a rischio sarebbe Tel Aviv.


SCENE DA DAY AFTER - Lo scenario è prefigurato: nonostante la prevenzione e i rifugi, i morti sarebbero comunque decine, i feriti centinaia, gli sfolgoranti grattacieli della metropoli diverrebbero un cumulo di macerie. I primi a essere colpiti sarebbero i punti militari, assieme alla centrale elettrica della periferia nord, a Reading. Acqua, gas e luce salterebbero subito. E’ anche per questo che la moderna Tel Aviv non s’estende solo verso il cielo, ma scava pure sottoterra. Nei recenti lavori di rifacimento della centralissima piazza del Teatro Habima, s’è deciso di costruire quattro piani sotterranei con grandi ingressi da ogni lato: serviranno come parcheggio per mille auto – perché quando non si parla di sicurezza, in questa città, il problema più dibattuto resta comunque il traffico -, ma nell’emergenza diventeranno un gigantesco rifugio pubblico.


SQUADRE DI SOCCORSO - Sempre secondo i militari, in caso d’attacco missilistico altre città bersaglio sarebbero Haifa e Beer Sheba. Dando per scontato il caos dei municipi, il piano d’emergenza prevede che in ogni quartiere di queste città siano attivate squadre di soccorso, ben addestrate e pronte a intervenire. Uno scenario in parte già sperimentato durante le guerre del Libano (2006) e di Gaza (2008-9), quando le retrovie israeliane furono bersagliate dagli Hezbollah e da Hamas. La semplice e ovvia precauzione di restare in un edificio, durante gli attacchi, ridusse allora in maniera significativa il numero delle vittime: quattromila razzi Hezbollah fecero 42 vittime, mentre quelli di Hamas si rivelarono mortali solo per chi fu sorpreso in mezzo a una strada. E Gerusalemme? Il piano d’emergenza, curiosamente, non parla della contesa capitale d’Israele. Perché la città santa è considerata un capitolo a parte, nella politica della Difesa. Tutti potrebbero centrarla, sia dal Nord che dal Sud. Ma quanti oserebbero farlo sul serio, colpendo al cuore le tre grandi religioni monoteiste?


Francesco Battistini
09 novembre 2010



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Caso Maricica, spuntano due testimoni: «Alessio fu aggredito con due schiaffi»

Il Messaggero


ROMA (9 novembre) - Due testimoni possono confermare che Alessio Burtone, in carcere per la morte dell'infermiera romena Maricica Hahaianu, fu aggredito dalla donna con due schiaffi mentre si trovavano all'interno del bar della stazione dove cominciò la lite. La stessa, secondo quanto sostiene il difensore Fabrizio Gallo, durante l'aggressione apostrofò Burtone chiamandolo 'porco italianò. La circostanza è stata rivelata oggi da Gallo, in occasione dell'udienza davanti al Tribunale del Riesame che deve decidere se scarcerare Burtone o concedergli quantomeno gli arresti domiciliari. Gallo ha già chiesto al Gip che uno dei testimoni venga ascoltato in incidente probatorio. Il penalista poi è tornato sui fatti accaduti l'8 ottobre scorso, ricordando che l'infermiera rimase a terra per 40 minuti senza essere soccorsa. Neppure alcuni uomini delle forze dell'ordine, secondo Gallo, intervennero a prestare soccorso.

Al Tribunale del riesame l'avvocato Gallo ha presentato un video dal quale emerge, secondo quanto sostiene, che c'è l'intera sequenza dell'aggressione da parte della romena a Burtone. E il secondo testimone citato dal penalista è in grado di confermare le circostanze rivelate oggi. Quanto alla scarcerazione o concessione degli arresti domiciliari il pubblico ministero ha espresso parere negativo. Una decisione sarà presa in settimana.






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L'Italia che respinge le moschee

Corriere della sera

Da Colle Val d'Elsa a Genova: «Non li vogliamo qui» Viaggio nei luoghi di culto negati ai musulmani

 

 

MILANO - «Scusi, lei li vorrebbe sotto casa sua? E allora lo dica, lo scriva: 'non siamo razzisti, vogliamo solo stare in pace» . È sempre così. Ogni volta che sindaci e amministratori comunali annunciano la costruzione di una moschea, tra gli abitanti del quartiere scelto per accoglierla si scatenano le polemiche. E' una conseguenza automatica: moschea uguale comitato cittadino. Moschea uguale lista civica. Moschea uguale presidio permanente. Lo abbiamo visto a Genova e Milano, la stessa cosa è successa a Ravenna e a Bologna durante la lavorazione del reportage Vanguard «Moschee d'Italia» che abbiamo realizzato per Current.

 

IN TOSCANA - A Colle Val D'Elsa, antico borgo in provincia di Siena, i cittadini che hanno le case con vista minareto si augurano che qualcuno raccolga il testimone di Oriana Fallaci. «La faccio saltare», dichiarò nel 2006 la scrittrice in un'intervista al New Yorker, «è vicino casa mia, prendo l'esplosivo e la faccio saltare». Era un paese di partigiani Colle Val D'Elsa, con una sinistra dal consenso bulgaro e il Partito a gestire sagre e riunioni fumose. Oggi c'è una lista civica nata proprio a sottolineare il disagio di avere una comunità musulmana che cresce di anno in anno, un gruppo di cittadini che strizza l'occhio alla Lega Nord, unico blocco politico in grado di ascoltare quel disagio, gestendolo sapientemente.

 

GENOVA - La stessa cosa capita a Genova, nel quartiere Lagaccio, dove le strade si chiamano via Bari e Via Napoli per le ondate migratorie dal meridione negli anni '60, un quartiere operaio che però oggi non vuole una moschea “per problemi di viabilità e sicurezza”. E così capita che la Lega Nord intercetti il malcontento e si presenti alle ultime Regionali con un giovane e bravo candidato fabbricando lo spot elettorale che porterà una valanga di consensi. «No alla Moschea: aiutiamo i liguri, non i clandestini», la popolazione vota e il Carroccio nel quartiere raggiunge il 13 per cento. Quando abbiamo avuto davanti agli occhi l'intera stesura del reportage la prima riflessione è stata proprio questa: l'Islam continua a fare paura e la strada per l'integrazione appare più che mai tortuosa. Il reportage che abbiamo realizzato per Current è l'affresco di un Paese che impara a stento ad accettare la presenza musulmana, faticando ancora a condividerne gli spazi. La frase più ricorrente che i nostri microfoni hanno registrato è stata «se vogliono pregare va bene, ma non lo facciano qui». Dove «qui» significa nel mio parco, nella mia strada, sotto le mie finestre.

 

IL RAMADAN - Per le riprese abbiamo scelto il periodo del Ramadan, quando il presidente Barak Obama ipotizzava la nascita di una moschea a Ground Zero e il Cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, scriveva ai «cari amici musulmani». Un momento caldissimo, che ha contribuito a riscaldare anche alcune sequenze dell'inchiesta. Il resto è un'altra parte d'Italia, quella fatta di seconde generazioni che condividono le tradizioni con i loro coetanei cattolici perché «i datteri piacciono un sacco in classe» e di Imam che tentano di non alzare i toni dello scontro sociale rinunciando, come nel caso di Genova, a costruire una moschea in attesa di tempi migliori. Un Paese dal voto politico che si sposta improvvisamente da sinistra a destra, dove destra sta per Lega Nord e alla sinistra è imputato il “non ascoltare le esigenze dei cittadini in nome dell'accoglienza». Accade sempre più spesso, perché sempre più urgente è la necessità dei musulmani di avere luoghi dignitosi dove pregare. In Italia ad oggi esistono soltanto tre moschee, oltre a quella di Roma c'è la piccola moschea di Segrate e l'ultima nata a Colle Val D'Elsa, ancora da inaugurare. Il resto sono seminterrati e palestre che a chiamarli moschee si rischia anche di essere blasfemi. Siamo un caso limite in Europa, diversi dalle vicine Francia e Germania, insoliti anche quando c'è da organizzare gli spazi: a Milano per esempio capita che i musulmani festeggino le ricorrenze tra le bancarelle della festa del Partito Democratico, a Genova invece che si decida addirittura di costruire una moschea di fronte ad un centro sociale.

 

Silvia Luzi
Luca Bellino
(Vanguard Italia)
06 novembre 2010(ultima modifica: 09 novembre 2010)

Adesso sono povero» E la Polverini riceve il Califfo

Corriere della sera


Martedì la presidente del Lazio incontra Franco Califano che ha chiesto il contributo della Legge Bacchelli «Se è necessario intervenire, lo faremo»



ROMA - Il Califfo e la governatrice. Sarà una donna a salvare colui che (anche) per le donne si è rovinato? Chissà. Intanto Renata Polverini, presidente della Regione Lazio martedì pomeriggio incontrerà Franco Califano che lunedì attraverso il Corriere della Sera chiedeva di poter accedere ai benefici della Legge Bacchelli perché in grave difficoltà economica (certo, pur introitando 20mila euro l'anno grazie ai diritti d'autore).

L'INCONTRO - «Ho gettato via miliardi, adesso sono povero» (ascolta l'audio), si è lamentata la voce di «Tutto il resto è noia». E subito si sono scatenate le polemiche di associazioni di consumatori e non solo. Invece la governatrice del Lazio aveva detto: «Califano sicuramente è un cittadino che fa parte del nostro contesto territoriale, e quindi se ci sarà bisogno di intervenire lo faremo: la Regione ha delle forme per intervenire per le persone in difficoltà». Detto fatto: alle 17 di martedì il Califfo arriverà alla sede della Giunta regionale del Lazio dove ad aspettarlo troverà la presidente Polverini. La Legge Bacchelli prevede un assegno da parte dello Stato per artisti in grave difficoltà economica.

Redazione online
09 novembre 2010




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Le 27 definizioni di gay lette da Vendola

Corriere della sera

Il governatore pugliese a «Vieni via con me»

 

La Cina cerca di oscurare il Nobel a Xiaobo

Corriere della sera

Al suo avvocato e ad altre persone è stato impedito di lasciare il Paese affinché nessuno ritiri il premio a Oslo


PECHINO - Pechino non ha proprio gradito l'assegnazione del Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobo e l'avvicinarsi della cerimonia di conferimento, prevista per il prossimo 10 novembre, è segnato da una serie di passi da cui si evince persistente irritazione. L'ultimo di questi è il divieto di lasciare il paese opposto al legale di Liu, Mo Shaoping. NESSUNO RITIRI IL PREMIO - L'avvocato aveva intenzione di recarsi a Londra per un forum legale, ma è stato bloccato nell'aeroporto della capitale cinese. «Mi hanno detto che avrei potuto fare qualcosa di dannoso per gli interessi nazionali», ha spiegato Mo, che ha indicato altri casi di persone legate a Liu alle quali è stato impedito di lasciare il Paese. Il timore del regime è che uno di loro potesse recarsi a Oslo per ritirare il premio per a nome del dissidente.

Una vita contro

PRESSIONI SULLE AMBASCIATE - Pechino, da tempo, ha avviato una serie di pressioni, più o meno formali, su diversi Paesi le cui ambasciate sono presenti nella capitale norvegese affinchè non partecipino alla cerimonia di conferimento del Nobel. Alle rappresentanze diplomatiche europee la Cina si è limitata a chiedere di «non partecipare a manifestazioni ostili» e di non «alimentare l'attenzione» sulla cerimonia. (Fonte: Agi)


09 novembre 2010



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Esami antidroga per autisti Ctp

Corriere del Mezzogiorno

Scattano da lunedì i test antidroga per i conducenti delle linee provinciali. Analisi fatte a sorpresa




NAPOLI - Al via i test antidroga per gli autisti della Ctp. Da lunedì prossimo l'azienda metterà in atto indagini a campione. I conducenti saranno avvisati 24 ore prima tramite comunicazione aziendale. Le analisi si faranno tramite esame urine e puntura del dito.

A prevedere test antidroga obbligatori per i conducenti di autobus, taxi, treni e veicoli a noleggio, piloti e controllori di volo, personale navigante e trasportatori in genere era stato un'intesa Governo-Regioni trasmessa al ministero del Lavoro, dopo aver incassato l'assenso degli assessori regionali alla Sanità. Lo schema dispone che il datore di lavoro prima di adibire il dipendente alle mansioni elencate debba richiedere l'intervento del medico competente per l'esecuzione della visita e degli accertamenti necessari a verificare l'assunzione anche occasionale di stupefacenti.

Il test dovrà essere ripetuto con cadenza almeno annuale: in caso di esito positivo il lavoratore dovrà essere giudicato temporaneamente inidoneo al servizio, essere sospeso dall'attività a rischio per essere affidato al Sert (servizio per le tossicodipendenze) della Asl competente.

Redazione online
09 novembre 2010





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Moschea al Polo Nord? La Norvegia dice di no a finanziamenti sauditi

Quotidiano.net

Il ministero degli esteri: "Paradossale approvare un finanziamento che arriva da un paese dove non esiste la libertà religiosa". Per lo stesso motivo, a inizio 2010 era stata bloccata la costruzione di una moschea a Oslo


Oslo, 9 novembre 2010


È stato sospeso il piano per la costruzione di una moschea oltre il circolo polare artico in seguito al rifiuto della Norvegia di accettare finanziamenti da un donatore saudita accusando il regno ultra-conservatore di negare la libertà religiosa. «Sarebbe paradossale e contro natura approvare un finanziamento che arriva da un paese dove non esiste la libertà religiosa» afferma Ragnhild Imerslund, portavoce del ministero degli Esteri norvegese.


La moschea di Tromso nel Circolo Polare Artico, è stata finanziata in parte grazie alla donazione di Hamad al-Gamas, ricco uomo d’affari saudita che ha stanziato 2,5 milioni di euro per il progetto. «Il donatore ha posto la condizione che le autorità norvegesi diano autorizzazione scritta al finanziamento» ha spiegato il portavoce della società edilizia che dovrebbe costruire il luogo di culto, aggiungendo che «il assenza di tale approvazione, il progetto viene sospeso».


All’inizio del 2010, per la stessa ragione, il governo ha respinto anche il via libera alla costruzione di una moschea ad Oslo.




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Fisco, l’esercito dei napoletani fantasma Trucco per non pagare multe e tasse

Il Mattino



NAPOLI (9 novembre) - Il trucco per non pagare multe e tasse è in apparenza semplicissimo: si va all’anagrafe a dichiarare una residenza (valida per tutti i documenti ufficiali) ma in quella abitazione si resta appena il tempo perchè le verifiche vadano a buon fine.

Poi si trasloca a un altro indirizzo ma all’anagrafe non si dichiara nulla: così resta valido il vecchio indirizzo che consente di dribblare cartelle esattoriali e notifiche giudiziarie. A Napoli sono 5mila i cittadini fantasma.

L’allarme viene lanciato dalla polizia municipale che manda poi i vigili a indagare. E alla fine scatta la sospensione anagrafica: il cittadino fantasma è costretto ad autodenunciare la nuova residenza.





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Ora anche la Bibbia è made in China: 80 milioni di copie, e costa pure meno

di Redazione

Anche la Bibbia arriva da Oriente. Una su quattro viene infatti prodotta in Cina dove vengono stampate 80 milioni di copie





Pechino - Chi si avventurerà nella sacra lettura della Bibbia non si stupisca se sulla terza di copertina troverà scritto: "Made in China". La globalizzazione ha colpito anche il sacro testo. Una Bibbia su quattro infatti è stata prodotta in Cina. Secondo l'Agenzia Nuova Cina, sarebbero state stampate 80 milioni di copie, facendo salire la Cina tra i primi posti nella classifica dei paesi stampatori di testi sacri.

"La produzione di 80 milioni di copie - ha detto Qiu Zhonghui, presidente della Commissione della Amity Printing Co, l’unica azienda cinese autorizzata a effettuare questa stampa - può essere attribuita all’impegno dei cristiani della Cina ma, cosa ancor più importante, al processo di riforme e all’apertura del paese".


La Amity Printing Co produce la Bibbia sin dalla sua fondazione, nel 1988, e attualmente ne stampa 1 milione di copie al mese in 50 edizioni in diverse lingue tra cui cinese, inglese, francese, spagnolo, e  addirittura un' edizione in braille per i non vedenti.
E i vantaggi di queste produzioni riguardano soprattutto i costi.

"In termini di prezzo - ha spiegato Jiang Jianyong, vice direttore dell’Amministrazione Statale per gli Affari Religiosi per Bibbie della stessa qualità, quelle prodotte in Cina costano un quinto di meno". Jiang ha poi aggiunto che il governo ha concesso alla Amity Printing delle condizioni
favorevoli, esentandola dal pagamento di alcune tasse.

I numeri La Cina conta oltre 16 milioni di cristiani, 55.000 chiese o luoghi di culto, 36.000 missionari e 100.000 volontari.
Il prossimo obiettivo che si prefigge la Amity Printing è ora quello di arrivare a stampare 20 milioni di copie della Bibbia
ogni anno, circa il doppio del numero attuale.





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A Monaco Un milione e 650mila euro per 40 metri

di Redazione


Un appartamentino in centro a Montecarlo? E per di più molto più piccolo, 40 metri quadrati contro i circa 70 di quello di Tulliani? Un milione e 650mila euro, magari un po’ trattabili, ma certamente lontanissimi dai 300mila euro a cui, nel 2008, è stato svenduto da An alla Printemps ltd. La foto a sinistra ci è stata inviata da un lettore. È stata scattata giusto qualche settimana fa, presso un’agenzia immobiliare di Montecarlo. La proposta riguarda uno studio di 40 metri quadrati in zona centro. Si precisa che si tratta di un piano alto, che l’appartamento è ristrutturato e dotato di un bel balcone con vista sul porto di Montecarlo, e che il palazzo è dotato di portineria. Richiesta, appunto, un milione e 650mila euro: oltre cinque volte di più dei 70 metri quadrati svenduti da An a 300mila euro nel 2008. Misteri del mercato immobiliare...



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Benigni: gag sul premier, Ruby e la Bindi

Corriere della sera

Il comico: «Silvio non ti dimettere, ci rovini»



MILANO - Una battuta dopo l'altra e come filo conduttore Berlusconi e il caso Ruby. La comicità di Roberto Benigni ha fatto irruzione (con successo, a giudicare dagli applausi in studio) a Vieni via con me, il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano lunedì sera alla prima puntata su Raitre. «Premetto che i gossip sessuali sono spazzatura. Sono qui per parlare di politica», è stato l'incipit del lungo monologo del premio Oscar. «Se queste notizie venissero confermate, ma io non credo, figurati se è vero, dice che c'è un premier che è stato con una minorenne marocchina, ma per ragioni d'età non è stata resa nota l'identità del premier».

Vieni via con me

«SILVIO DIMETTITI» - Rivolgendosi direttamente al presidente del Consiglio, Benigni ha affondato a più riprese il dito nella piaga della sempre più vicina crisi di governo. «Silvio, non ti dimettere, non dare retta a Fini, perché altrimenti ci rovini, non si lavora più. Santoro, Fazio, l'Unità, Repubblica non lavorano più. E poi Ghedini che fa, torna a fare il solito film horror? Silvio, tieni duro, dai retta a me». Quindi il dietrofront, appena accennato: «Silvio dimettiti... Non ne possiamo più». E di nuovo Ruby: «Torniamo a parlare di politica. Dunque, Ruby... Berlusconi ha detto che la vicenda è stata una vendetta dalla mafia. La mafia una volta ti ammazzava, ora invece ti manda due escort in bagno... Io ho il terrore di questo». Per poi incalzare: «Voi mafiosi siete delle bestie, fate schifo. Vi fornisco l'indirizzo del mio albergo a Milano: vendicatevi di me».

MESSAGGIO ALLA BINDI - Quindi la frecciatina al Pd: «Berlusconi dice che i giudici sono di sinistra, la Corte costituzionale è di sinistra, i giornali sono di sinistra... Se pure il Pd fosse di sinistra sai che rabbia gli farebbe». Quindi l'appello lanciato direttamente alla Bindi. «Rosy, dai, tu gli garbi, sacrificati per il partito», dice sempre parlando di Berlusconi e delle feste di Arcore. «Rosy tu gli piaci, si vede, ti nomina sempre... Fa continui riferimenti a te. Fai così: dai una foto a Fede e così ti intrufoli ad Arcore. Vai là e digli che sei maggiorenne - urla il comico toscano - tutto regolare mi raccomando. E quando resti sola con lui... Digli chi sei! Rosy non devi temere niente perché se ti arrestano basta che dici che sei la suocera di Zapatero. O la nonna di Fidel Castro».

GAG SUL COMPENSO - Nel suo lungo monologo, il comico toscano non ha lesinato ironie sulle polemiche legate al compenso inizialmente indicato per la sua partecipazione al programma di Fazio e Saviano (ma il regista e attore toscano ha poi deciso di andare in tv a titolo gratuito): «Sono d'accordo a venir gratis, la Rai ha bisogno di soldi, però Masi non fare scherzi. A un semaforo quando ho abbassato il vetro un polacco mi ha riconosciuto e mi ha dato un euro...» ha detto. «Ringrazio la Rai, e anche Saviano e Fazio che mi hanno invitato: a voi do il 70 per cento del mio cachet di questa sera. Meglio gratis. Io ho portato lo champagne, Masi i bicchieri, i suoi personali, abbiamo brindato. Direttore generale siamo qua, ma chi c'è dietro, chi manovra?. Che fai mi cacci? Sarebbe il colmo».


SAVIANO E IL FANGO - La puntata di Vieni via con me si è aperta con l'editoriale di Roberto Saviano. «Da un po' di tempo - ha detto lo scrittore - vivo come una sorta di ossessione, che riguarda la macchina del fango, il meccanismo che arriva a diffamare una persona»: per questo «la democrazia è letteralmente in pericolo. Ed è a rischio - ha aggiunto l'autore di Gomorra - nella misura in cui se tu ti poni contro certo poteri, contro questo governo, quello che ti aspetta è un attacco della macchina del fango, che parte da fatti minuscoli della tua vita privata». «C'è differenza - ha detto ancora Saviano - tra inchiesta e diffamazione», perché «la diffamazione usa un solo elemento e lo costruisce contro la persona che decide di diffamare». Lo scopo del meccanismo è «poter dire: siamo tutti uguali» e invece «dobbiamo sottolineare le differenze». Lo scrittore ha poi citato «la storia della casa di Montecarlo di Fini, che è stato intimidito», poi la vicenda di Boffo, «direttore cattolico che inizia a criticare governo da un giornale cattolico (Avvenire, ndr). E la macchina del fango lo presenta come una specie di criminale perché omosessuale: impensabile, incredibile». E ancora la vicenda della «presunta omosessualità di Caldoro (governatore della Campania, ndr)» diventata «l'arma usata da un suo collega di partito, Cosentino». Lo scrittore si è poi rivolto direttamente ai giovani: «Mi piacerebbe raccontarvi di una persona che è riuscita a resistere a una macchina del fango gigantesca, Giovanni Falcone». Di qui un lungo excursus, scandito da brani di articoli di quotidiani - in parte letti anche dall'attrice Angela Finocchiaro - sulle accuse e sui tentativi di delegittimazione del giudice e dell'intero pool antimafia siciliano.

VENDOLA, SAVIANO E I GAY - Sul palco di Vieni via con me è salito anche il governatore pugliese Nichi Vendola. Da «invertito» a «buzzarone», da «pederasta» a «cripto-checca»: Vendola ha elencato tutti i modi per definire gli omosessuali. Subito gli ha fatto eco Saviano che ha messo in fila i comportamenti che «dalle sue parti» individuano i gay: dalla «birra con le fette di limone» alle «unghie pulite» alle «scarpette sugli scogli» al «fare la puntura da sdraiati». Commento ironico di Vendola: «Non so più qual è la mia natura sessuale». Poi però il tono si è fatto serio e Vendola ha letto l'elenco delle possibili espiazioni dell'omosessualità: da «evirato» a «deportato nei lager e nei gulag», da «confinato» a «ricoverato in manicomio» e «stuprato per punizione». E ancora le classificazioni dell'omosessualità nella vita pubblica: «crimine», «disordine», «pulsione di morte», «sporcizia», «peccato». Allora, ha concluso Fazio citando una recente battuta del premier Berlusconi, «si dice che è molto meglio guardare le belle ragazze che essere gay?». «È molto meglio essere felici», ha chiosato Vendola.


Redazione online
08 novembre 2010(ultima modifica: 09 novembre 2010)

Caccia al ladro. L'identikit l'ha fatto l'occhio di Google

Corriere della sera

Le auto di Street View fotografarono una persona accanto al camper rubato. Ora la polizia diffonde la foto





MILANO - L'uomo è calvo, o quasi. È accanto a un Suv mentre si sistema sguaiatamente i pantaloni. Dietro di lui si intravede un caravan. Niente di strano se quel caravan non fosse stato rubato e quest'immagine non fosse stata "scovata" sulle tanto discusse mappe di Google che permettono di esplorare il mondo a livello stradale. E ora è caccia al ladro, grazie all''immagine di Street View. La polizia del Derbyshire, convinta che si tratti di una persona legata al furto, ha diffuso la foto con l'uomo accanto al camper da 12.000 sterline rubato poco dopo che gli occhi di Street View scattarono la foto.
PRIVACY - Il camper era stato rubato nel giugno 2009, ma l'immagine dello sconosciuto che scende da una 4x4 nera parcheggiata accanto al mezzo rubato è stata scoperta solo quest'anno in marzo, quando Reuben Soanes, il figlio della famiglia proprietaria del mezzo, ha cercato casa sua su Street View. Purtroppo, siccome il sito, per proteggere la privacy, è obbligato a rendere illeggibili le targhe delle auto, la polizia non è riuscita finora ad identificare la 4x4 ed il suo proprietario. «È stato molto frustrante sapere che il numero di targa non poteva essere ottenuto, perché avrebbe giocato un ruolo enorme», ha detto Rebecca Soanes, proprietaria del camper insieme al marito David. «È incredibile avere un'immagine così chiara di un uomo che riteniamo in grado di darci informazioni utili all'inchiesta. È una coincidenza pazzesca che l'automobile di Google Street View passasse proprio in quel momento. Ho fatto approfondite ricerche da quando abbiamo scoperto l'immagine ma siccome la targa della 4x4 è stata cancellata non siamo stati in grado di rintracciare l'uomo. Per questo ci stiamo rivolgendo appellando alla gente» ha detto Adrian Mason, il poliziotto che si sta occupando dell'inchiesta. Per una volta gli "impiccioni" di Mountain View sotto è stato utilizzato anche dalle autorità per scovare un crimine(ANSA).

08 novembre 2010



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Pontone ha mentito ai pm non è mai entrato in casa»

di Redazione


L’ex tesoriere di An Pontone? Per la Destra andrebbe incriminato per false dichiarazioni al pm. Alla domanda del pm («può descrivere l’appartamento e indicare le sue caratteristiche e condizioni al momento dell’acquisizione?») il senatore Pontone ha risposto ricordando di esserci andato con il senatore Caruso: «Era costituito da due vani, un cucinino, un vano gabinetto, un terrazzino.

Le sue condizioni erano fatiscenti, le strutture erano in stato di abbandono. Ricordo che erano in situazione di dissesto interno». Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte nella loro «opposizione» chiedono al gip di vagliare bene le «bugie» dell’ex tesoriere di An finalizzate a favorire Fini. Perché tutti i testimoni, ascoltati negano che Pontone abbia mai messo piede nella casa. L’obiettivo del tesoriere era quello di sostenere l’idea, cavalcata dagli altri finiani, che la casa valeva poco perché cadeva a pezzi?

Chi lo sa. Il senatore Caruso, comunque, lo smentisce: «Abbiamo visto la casa solo dall’esterno, non mi risulta che il senatore Pontone sia andato un’altra volta a Montecarlo (...).Non visitammo l’appartamento, ostava il fatto che non fosse stato ancora acquisito e che non avevamo le chiavi». Idem la segretaria di Pontone, Anna Lucia Molino: «Che io sappia il senatore Pontone non mi ha riferito di aver visto in quella circostanza l’appartamento». Rita Marino, segretaria di Fini: «Che io sappia nessun altro ha visto l’appartamento, almeno fino a quando non l’ho visitato con Lamorte».

E lo stesso Fini, nella sua prima dichiarazione: «Chi ebbe modo di visitare l’appartamento, Lamorte e la signora Marino, riferirono che era (...)». In una corrispondenza col Principato è riscontrato pure che Caruso e Pontone non entrarono mai in quella casa. «Risulta più che provato - chiosano Buonasorte e Di Andrea - che il senatore Pontone non ha mai visto l’appartamento né poteva vederlo per mancanza delle chiavi. È evidente la falsità della dichiarazione resa ai pm».GMC-MMO



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Teorema-Saviano: il Giornale come la mafia

di Stefano Filippi


L’autore di Gomorra al debutto di «"Vieni via con me" su Raitre: "Democrazia letteralmente in pericolo". Spiega perché mentre scorrono i nostri titoli, da Boffo a Fini: "Se ti poni contro questo governo la macchina del fango ti attacca". Monologo anti Berlusconi di Benigni



 
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Fabio Fazio, l’intervista­tore più morbido di Gigi Mar­zullo, ha trovato un nuovo mestiere: il barman. Il suo Vieni via con me , program­ma costosissimo e strombaz­zato come la grande novità della tv italiana, è un gigante­sco e cos­tosissimo shaker do­ve viene frullato di tutto, dal­la suora- banchiera favorevo­le alla nuova moschea di To­rino al cantante che riesuma i pezzi di Giorgio Gaber, dal­le lettere dei telespettatori al nuovo guru della politica ita­liana, Roberto Saviano. Un cocktail agitato, non mesco­­lato, e scodellato in prima se­rata con un solo obiettivo: screditare Berlusconi e il Giornale.
Saviano è un Celentano meno sconclusionato e più ideologizzato, un telepredi­catore più lungo e infinita­mente più monotono, ma più feroce. Fazio vuol fare il brillante, con il solito sorrisi­no sfottente cita un vasto campionario di luoghi co­muni sull’Italia, definizioni di Churchill, Prezzolini, Mussolini. Ma subito dopo fa l’elenco delle prostitute che esercitavano a Pompei prima dell’eruzione, dalle «tope» di bettola fino a quel­le «colte, più raffinate, che si prostituivano per influenza­re la politica. Poi Pompei crollò e il crollo continua an­cora oggi». È l’aperitivo di benvenuto del più ricco bari­sta Rai. L’«elenco»dovrebbe essere uno degli elementi ca­­ratterizzanti il programma, tra i cui autori ci sono Miche­le Serra (firma di Repubbli­ca ) e Francesco Piccolo (del­l’ Unità ). Ma è soltanto una noia. Compreso il catalogo delle definizioni di omoses­suale letto dal governatore pugliese Nichi Vendola, gay dichiarato ma non proprio un fine dicitore cui è stata re­galata la passerella.
Il pezzo forte è lo show di Saviano. Lo scrittore di Go­morra entra sulla scena tri­colore, ma in realtà domina­ta dal rosso, alle 21.17 e parla per oltre mezz’ora. Come ha ampiamente spiegato su Re­pubblica , si dedica a smonta­re la «macchina del fango», la sua «ossessione». «Sento che la democrazia è letteral­mente in pericolo, se ti poni contro questo governo ti aspetta l’attacco della mac­china del fango», sentenzia come un oracolo. Riconosce che «non siamo né in Cina né in una dittatura fascista», bontà sua. Spiega che «una cosa è fare un errore, un’al­tra farsi corrompere»: viva la banalità. «La privacy è sacra, un pilastro della democra­zia: nessuno ha il diritto di fo­tografarti in bagno perché perdi credibilità»: sembra di sentire Berlusconi. Invece no: «Un conto è la riservatezza, un conto è sce­gliere le amiche da candida­re ». Ed ecco che nel frullato­re finisce anche il Giornale, le cui prime pagine su Mon­tecarlo e Boffo giganteggia­no sullo sfondo ( come aveva­mo rivelato giorni fa). Così il fango ha nome e cognome, senza possibilità di contrad­dittorio, senza difesa, senza appello.
Per tenere fede alla sua fama di bastonatore del­la malavita organizzata, Sa­viano rispolvera farraginosa­mente la tragedia di Giovan­ni Falcone. Come dire: que­sto è il destino di chi è bersa­gliato dalle macchine del fango. E l’equazione del teo­rema- Saviano è facile da fa­re: il governo Berlusconi è co­me la mafia. Ecco dunque il program­ma partorito da Rai3 dopo il lungo braccio di ferro con i vertici aziendali che stenta­vano a firmare i contratti. Avevano ragione, non foss’altro che per la quantità di sbadigli. Trasmissione an­nunciata da Fazio, cancella­t­a da Masi perché troppo co­stosa, poi tornata in auge con partecipazioni gratis, in­fine riammessa perché ­sembrava- i problemi di sol­di erano spariti.
Alla fine l’unico ad appari­re senza gettone è stato Ro­berto Benigni, e nel suo mo­nologo l’ha ricordato a ogni pie’ sospinto. E anche lui si è occupato di prostitute, «fur­ti con spasso», martellando ossessivamente su Berlusco­ni. Da Ruby alla P3, da Ghedi­ni al figlio Pier Silvio, fine al­la prole di La Russa e ai diret­tori del Giornale , Feltri e Sal­lusti, «che hanno dossier e informazioni certe che la Co­stituzione è gay, frocia, omo­sessuale »: un guitto senza freni. E per fortuna non vole­va parlare di gossip ma sol­tanto di politica. In realtà, quanto ai soldi, i curatori avevano proposto alla Rai un budget di 2.816.000 euro per quattro puntate, di cui 2.400.000 per i conduttori. Settecentomila euro a settimana. «Un’invenzione» si scan­dalizzò Saviano ad Annoze­ro e l’ha ripetuto ieri su Re­pubblica . Le prenotazioni pubblicitarie però non sono state all’altezza: 810mila eu­ro. Con una perdita prevista di due milioncini. Il numero di Tv sorrisi e canzoni in edi­cola rivela che soltanto la scenografia di Vieni via con me negli studi milanesi di via Mecenate è costata 500mila euro mentre i micro­foni, telecomandati e di ulti­ma generazione, sono costa­ti 50mila euro ciascuno.

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Ma che c’entra il ministro se crolla un muro antico

di Vittorio Sgarbi


Dunque, cade la torre del castello di Macchiagodena (in Molise), e Bondi si deve dimettere. Chi si è dimesso quando è caduta la Torre di Pavia? E chi si è dimesso quando le frane hanno travolto una casa a Massa e sono morte una madre e la figlia? Arriva il maltempo, tutto il Veneto è allagato, sono stati danneggiati duemila case e capannoni, annegati 300mila capi di bestiame. Si è dimesso qualcuno? Non il ministro per lo Sviluppo economico nominato sotto la pioggia, non Galan che già aveva minacciato di andarsene (...)

(...) per le quote latte. Ognuno sta al suo posto. La politica, anche cattiva, non può rispondere della violenza della natura. Ma, invece, crolla la Casa dei Gladiatori a Pompei e le opposizioni chiedono le dimissioni di Bondi.

A me non pare strano che una rovina vada in rovina. È accaduto anche alla Domus Aurea, dopo fortissime piogge. Ma nessuno si è dimesso. Ieri mattina, in diretta radiofonica dalla Falcetti, una indignata presidente di Italia Nostra ha chiesto le dimissioni di Bondi, sostenuta da altre anime belle insistenti nel richiamare l’articolo 9 della Costituzione: la Repubblica... tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione. Belle parole. E forse proprio pensando a quell’articolo Napolitano ha dichiarato, dopo il crollo di Pompei: «Una vergogna per l’Italia.
Subito spiegazioni senza ipocrisie».

D’accordo, ma Bondi cosa c’entra? Non mi sembra che possa essere attribuito a un ministro un danno al patrimonio alla tutela del quale è preposto un sopraintendente che ha responsabilità esclusiva indicata nelle sue funzioni e nel suo ruolo, e che, nel caso di una intervenuta e prevista o prevedibile difficoltà, non ha segnalato l’emergenza, neanche con l’allarme del cattivo tempo. Mi chiedo: se un magistrato sbaglia una sentenza, si dimette il ministro? O il sopraintendente è un irresponsabile?

Nominato per inaugurare mostre e andare in giro per il mondo? Ma in questo caso neanche il sopraintendente è colpevole, in una situazione in cui lo stesso grande archeologo Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, dichiara l’inadeguatezza dello studioso a una realtà complessa come quella di Pompei e invoca una sorta di sindaco al di là delle competenze di un uomo di cultura (tanto che oltre al sopraintendente Pompei ha avuto due commissari, un prefetto e un dirigente della Protezione civile).

Le cause del crollo sono da far risalire a eventi naturali che possono determinare situazioni come quella di Pompei in edifici storici come in edifici moderni. Il ministro può essere responsabile di errori a lui riconducibili, non di calamità naturali. E allora, accogliendo, dopo le straordinarie prese di posizione dell’allora presidente Carlo Ripa di Meana, l’appello dell’attuale presidente di Italia Nostra per la tutela di un sito non meno importante di Pompei come Altilia, nel comune di Sepino, occorre chiedere non le dimissioni, ma l’intervento del ministro.

Il quale, diversamente da competenze non sue sul piano tecnico, può, in questo caso deve, avere l’autorità e la volontà politica di impedire un irreparabile scempio non determinato da maltempo, abbandono o incuria, ma dagli interessi locali dalla deriva criminale della politica locale e dalla insensibilità culturale che hanno consentito con l’incredibile avallo formale del Consiglio di Stato l’installazione di un parco eolico con torri alte 150 metri in prossimità dell’inviolato sito archeologico molisano. Si sono mobilitate con Italia Nostra associazioni e migliaia di cittadini per impedire l’incredibile saccheggio di un’area incontaminata.

Il caso di Sepino è molto più drammatico del caso di Pompei perché dipende soltanto dalla volontà degli uomini. Ed oggi dunque occorre invocare l’intervento diretto del ministro dei Beni culturali che, a garanzia dell’articolo 9 della Costituzione, deve dare un segnale chiaro di contrasto all’inaudito sfregio per stimolare la reazione delle autorità locali, anche in contrasto con l’incomprensibile decisione del Consiglio di Stato che limita le potestà del ministero dei Beni culturali, vanificando il vincolo del direttore regionale.

Questa volta il ministro deve intervenire per rivendicare la propria esclusiva competenza e per sollecitare il presidente della Regione a una concorde soluzione legislativa rispettosa dei principi costituzionali. Ma a Pompei come a Sepino stupisce il silenzio del sindacato rispetto alle competenze di custodi e funzionari, mentre si attende che coerentemente, come ha fatto per Pompei, il presidente della Repubblica si pronunci in difesa di Sepino richiamando i principi della Costituzione. O essi valgono soltanto per i luoghi noti come Pompei, di cui parla tutto il mondo; e, invece, i luoghi «minori» o meno noti devono essere violati, stuprati, sfregiati in nome della legge?



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