mercoledì 10 novembre 2010

Il genio di Benigni? Ha copiato le battute da un sito

di Felice Manti


Nella prima parte del monologo le frasi rubate da Spinoza.it sui casi Ruby e Mills sono quattro. Gli autori delle gag lo difendono: alcune citazioni sono state scritte apposta per lui



 

Dalla fabbrica del fango al ciclostile delle battute. Non pa­re vero, ma anche Roberto Be­nigni, che ieri sera a Vieni via con me si è esibito gratis, è in­cappato nel vizietto di sac­cheggiare altri comici, come è già successo a Daniele Luttaz­zi. La musa ispiratrice del co­mico toscano è il sito di satira Spinoza.it , il cui successo è cer­t­ificato dalle migliaia di contat­ti giornalieri e dal gradimento del pubblico per il libro «seris­simo » edito nei mesi scorsi da Aliberti. I due principali autori del sito collettivo (ma chiun­que può pubblicare una fred­dura) sono stati «assoldati» per dare una mano al Roberto­ne nazionale, che se n’è anche uscito con una battuta al volo («Ringrazio i ragazzi di Spino­za »), forse per mettersi tecni­camente al riparo da qualche maligna accusa. Ma il fatto re­sta: Benigni ha perso la verve e ha fatto ricorso a un aiutino per fare bella figura. Tanto la sua presenza era a titolo gratui­to e la sua «fonte» ne era al cor­rente. Gli italiani meno, ma tant’è.

I curatori del sito, contattati dal Giornale , sono ben conten­t­i di essersi guadagnati la ribal­ta nazionale: «Eravamo tra il pubblico,da un po’ lavoriamo per lui – racconta Stefano An­dreoli –. Anzi, alcune battute sono state scritte “apposta”. Non era obbligato a citarci, non c’era nessun accordo. E quindi lo voglio ringraziare, vi­st­o che in passato Luca Barba­reschi citò una battuta su Haiti e Tiger Woods senza dire nul­la ». Ma qualche lettore del sito non l’ha presa benissimo: «Se anche Benigni inizia a rubac­chiare... », scrive regulus . «Mi sarei aspettato qualcosa in più da Benigni, saccheggia Spino­za a mani basse »,replica max­thewax , con swt che ricorda pericolosi precedenti: «Non è la prima volta, comunque mezzo repertorio è roba vo­stra, cavolo!». «Benigni sta ru­bando battute su battute! », in­siste Barnabo , mentre danny azzarda: «Essere “saccheggia­ti” da Benigni è una consacra­zione? », e via indignando. Sul forum va anche peggio: «Il rin­graziamento vale per tutte le battute o solo per la prima?», si chiede Barbauss .

Dov’è il plagio che ha fatto infuriare gli spinoziani? Le bat­tute sono almeno una decina, alcune già pubblicate sul li­bro. Ne citiamo quattro, tre sul caso Ruby e una su Mills, solo per restare alla prima par­te del monologo. La prima è «il premier coinvolto in vicende torbide con una minorenne. Per motivi di privacy non sarà reso noto il nome del pre­mier », che nella narrazione di Benigni è diventata«per ragio­ni di età non è stata data l’iden­tità del presidente del Consi­glio ». Poi c’è la battuta sulla mafia del Cavaliere («Voglio­no colpirmi con le escort») che Spinoza commenta «co­m’è noto, anche a Falcone riempirono la casa di mignot­te » e che Benigni ha manipola­to così: «La mafia ha cambiato stile. (...) Una volta ammazza­vano, adesso ti mandano due diciottenni a letto».

E ancora la dichiarazione di Ruby in un’intervista: «Il mio sogno è fare il carabiniere», seguita dalla battuta «il modo miglio­r­e per incontrare di nuovo Ber­lusconi ». Nella versione di Vie­ni via con me il comico tosca­no commenta: «Questa Ruby peraltro da grande ha detto che vuole fare il carabiniere. Si vede proprio che ci tiene a rive­dere Berlusconi...». E infine c’è la frase sull’avvocato Da­vid Mills, che Benigni ripete in modo identico: «Fu corrotto da un dipendente di Berlusco­ni, con i soldi di Berlusconi, per testimoniare il falso in un processo contro Berlusconi. Ma non si capisce chi è il man­dante». Anche la canzone fina­le è una specie di autoplagio.

La prima versione è del 1995 ed è stata «adattata» ai nuovi protagonisti della politica e ai nuovi tormentoni. La frase «Io sono il leader, il Salvatore» è di­ventata «Io sono il Cesare, lea­der mondiale» per fare rima con «Io sono il papi, l’utilizza­tor finale», da Funari, Scogna­miglio e Mastella si è passati a Santanchè, Verdini e Ghedini. Per qualche rima e una sco­piazzatura, in effetti,non c’era bisogno di pagare Benigni.




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Un video mostra Mora entrare ad Arcore senza controlli: è polemica sulla sicurezza

Corriere della sera

Un filmato del settimanale «Oggi» fa vedere l'agente delle star arrivare in auto senza essere fermato

 

MILANO - Prosegue la polemica sulla sicurezza del premier. Polemica nata dopo che il presidente del Copasir Massimo D'Alema aveva invitato proprio il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a riferire al comitato parlamentare che vigila sull'operato dei servizi segreti sulle condizioni di protezione in cui si trova ad operare.

 

 

LA VICENDA - La polemica si rinfocola dopo che sul sito del settimanale «Oggi» sono stati pubblicati due video «esclusivi e inediti» che mostrano l'auto di Lele Mora con a bordo alcune ragazze partire dal suo quartier generale di Viale Monza e arrivare ad Arcore, nella residenza del presidente del Consiglio. Nelle immagini, che sarebbero state girate nelle serate del 4 e del 12 luglio scorsi, Mora, spiega l'ufficio stampa di Rcs Periodici, «è sempre in compagnia di giovani amiche, con cui varca il cancello di Villa San Martino senza che la pattuglia di carabinieri di stanza dinanzi alla dimora la fermi per i controlli d'ordinanza. Certo - si aggiunge - la presenza a bordo di Mora, amico del premier da 30 anni, è garanzia sufficiente del fatto che quell'ingresso non costituisca un pericolo per il presidente». «Ma cosa accadrebbe - si chiede il settimanale - se Mora fosse costretto a entrare in villa sotto la minaccia di qualcuno con intenzioni meno pacifiche delle sue? È a questo che si riferisce il presidente del Copasir Massimo D'Alema quando afferma di dover discutere col presidente del Consiglio sulla sua incolumità?».

 

Redazione online
10 novembre 2010

Bagdad: nuovi attentati contro la comunità cristiana, 6 morti e 33 feriti

Corriere della sera


Attaccate sette abitazioni e una chiesa, che è rimasta danneggiata


BAGDAD - Sei morti e 33 feriti: è il bilancio fornito da una fonte del ministero della Difesa iracheno degli attacchi a sette abitazioni dei cristiani a Bagdad nelle ultime 24 ore. Gli attentati hanno preso di mira anche una «chiesa, che è rimasta danneggiata». Negli attacchi compiuti martedì contro tre abitazioni, secondo il vicario episcopale siro-cattolico monsignor Pios Kasha sono rimasti ferite tre persone, tra i quali un bimbo di quattro mesi. Una fonte del ministero dell'Interno aveva riferito invece che gli attacchi, con ordigni artigianali, non avevano provocato vittime. L'ultimo attentato è stato compiuto contro due case in cui erano tornate a vivere di recente alcune famiglie cristiane nella parte orientale di Baghdad. Due ordigni esplosivi hanno parzialmente distrutto entrambe le abitazioni nella zona di Zayouna. Pochi mimuti prima quattro case erano state prese di mira con la stessa modalità nella zona di al-Doura. Gli ordigni piazzati davanti alle porte delle abitazioni sono esplosi colpendo le persone che si trovavano all'interno.
ATTACCHI - Questa serie di attacchi contro i cristiani di Bagdad fa seguito all'attacco compiuto il 31 ottobre da un commando di Al Qaeda dieci giorni fa contro la chiesa del quartiere di al-Karrada, nel quale hano perso la vita decine di persone. Secondo l'inviato di Al Jazeera, dietro questa nuova serie di attacchi contro i cristiani ci sarebbe la cellula irachena di Al Qaeda, che nei giorni scorsi ha dichiarato che «tutti i cristiani in Iraq sono obiettivi legittimi».
Redazione online
10 novembre 2010




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Cristiana condannata a morte in Pakistan per blasfemia

Quotidiano.net


Asia Bibi, 45 anni e cinque figli, è accusata da cinque contadine con le quali nei giorni scorsi aveva avuto un violento diverbio

Islamabad, 10 novembre 2010



Una donna cristiana è stata condannata a morte in Pakistan per blasfemia. Asia Bibi, 45 anni e cinque figli, è accusata di aver insultato il profeta Maometto. La donna aveva avuto un diverbio con altre contadine durante l’orario di lavoro in una fattoria. Lei ha raccontato al tribunale Sheikhupura, vicino a Lahore, che un giorno le fu chiesto dalle compagne di andare a prendere dell’acqua da bere.

Quando è tornata al campo
, però, le stesse la respinsero dicendo che l’acqua di una cristiana è "sporca". Qualche giorno dopo, la polizia fu costretta a intervenire per sedare una rissa in cui la cristiana rischiava di essere uccisa dalla dalle compagne. Loro hanno raccontato che Asia aveva insultato Maometto, ma nessuna fonte indipendente lo ha confermato


Nonostante questo -secondo quanto racconta al Telegraph Shahzad Kamran, dell’ong protestante Sharing Life Ministry Pakistan- la polizia «è stata obbligata dalla folla e da alcuni religiosi, che chiedevano di poterla uccidere, ad accusarla di blasfemia. Nel corso del processo è emerso con chiarezza che Asia non ha mai pronunciato insulti contro Maometto».


La legge sulla blasfemia è da tempo nel mirino di Sharing Life e di altre ong c’è, in particolare, la legge sulla blasfemia. Sulla base di questa legge, qualche mese fa, Islamabad bloccò Facebook per timore che vi apparissero immagine insultanti per l’Islam. Spesso, è l’accusa delle ong, la legge è utilizzata per schiacciare le minoranze religiose: in molti sono condannati alla pena capitale, e anche se nessuna condanna è mai stata eseguita spesso la morte è arrivata durante il processo, uccisi dalla folla fondamentalista o da assassini solitari. La stessa Asia è stata in isolamento in carcere per circa un anno. Suo marito, Ashiq Masih, ha detto di non aver avuto «il coraggio» di dare ai due dei figli la notizia della sentenza: «Mi hanno chiesto tante volte della madre".




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Al Qaeda pronta a colpire Israele con kamikaze a bordo di eliambulanza

Il Messaggero



 

DUBAI (10 novembre) - Una eliambulanza con a bordo un kamikaze è pronta a partire da un ospedale egiziano per colpire un obiettivo in Israele. È quanto si evince da uno scambio di messaggi postato questa mattina su uno dei forum di al Qaeda più importanti presenti sul web, quello dei Mujahidin, intercettato da Aki- AdnKronos International. A scrivere è un utente del portale che si fa chiamare "Soldato di al-Qaeda" che sostiene di trovarsi nella striscia di Gaza.

Nell'inviare una richiesta di aiuto espone il suo piano e lancia una nuova idea, quella di usare le eliambulanze degli ospedali per eseguire attentati kamikaze. Il messaggio in questione salta subito all'occhio perchè si intitola: «ho la possibilità di sequestrare un elicottero. Chi mi può aiutare?». Il terrorista di al-Qaeda spiega che «in Egitto c'è un ospedale che si chiama Dar al-Fouad, al Cairo, dove è presente una eliambulanza. Lo so, si tratta di un elicottero non militare che si usa solo per trasportare i malati. Però un mujahid potrebbe sequestrarlo con indosso una cintura esplosiva e lanciarsi contro la vicina Israele. Si tratterebbe di un'azione facile da preparare». Ad un altro utente del forum, Abu Muslim, che gli fa notare come il velivolo verrebbe facilmente abbattuto dall'aviazione israeliana, risponde «il mio obiettivo è quello di dare un'idea ai mujahidin anche degli altri paesi arabi e stranieri. Non dimenticate che ci sono molti di noi che lavorano negli ospedali, come ad esempio quelli che si trovano in Giordania».

Non è un caso che idee e richieste di questo tipo giungano proprio dalla striscia di Gaza, dove da quando Hamas ha attuato il suo colpo di mano prendendo il controllo della striscia, sono sorti diversi gruppi armati salafiti di ispirazione qaedista. Nonostante il governo di Ismayl Haniye neghi che al-Qaeda sia presente in città, solo giovedì scorso è stato ucciso in circostanze misteriose Muhamad Jamal Nimnim . La sua auto è saltata in aria mentre si trovava al centro di Gaza. Era uno dei leader dell'Esercito dell'Islam e nel 2007 aveva fatto da mediatore con Hamas per il rilascio del giornalista britannico della Bbc, Alan Johnston, rapito dalle sue milizie. Secondo il sito web israeliano Debkafile. sarebbe stato colpito da un razzo sparato da una nave da guerra Usa in navigazione nel Mediterraneo che da la caccia ai capi di al-Qaeda.




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Urlo di dolore del Califfo: "Sono diventato povero" Ma lo salva la Polverini

di Redazione



Califano ha dichiarato di essere rimasto senza soldi: "Ho bisogno della legge Bacchelli". Ancora una volta lo salva una donna, Polverini: "Lo coinvolgeremo nei nostri eventi". E lui: "E' bellissima, le dedicherò una canzone"




Roma - Da Messeguè al presidente della Regione Lazio, hanno risposto tutti all'appello del Califfo. Franco Califano aveva lanciato un grido d'aiuto dalle colonne del Corriere. Sono rimasto senza un soldo, aveva detto, e sono pure volato giù dalla scale rompendomi delle costole e non posso più fare serate su e giù per l'Italia per raggranellare qualcosa. Poco importa che poi, nel pomeriggio, l'avvocato avesse smentito le parole del suo assistito, licenziando tutto come frutto di una brutta crisi depressiva: "Non è povero, è solo triste e preoccupato". Il declino del Califfo, l'eterno playboy, l'anarchico e irriverente aveva finito per elemosinare la legge Bacchelli, quel cavillo che prevede un vitalizio per gli artisti al verde. Non ce n'è stato bisogno, non sarà certo una leggina a salvare il Califfo ma, come nella migliore delle favole, ancora una volta una donna: Renata Polverini. E lui ricambia a modo suo, con quella ruvidità capitolina da uomo vissuto: "La presidente è grande, una vera gnocca". Poi, ridiventando serio ha aggiunto: "È bellissima, scriverò una canzone per lei. Già essere qua è un obiettivo raggiunto, vedremo cosa succederà". Fascino inossidabile.
La presidente e il Califfo Più che un aiuto economico, la possibilità di fargli esercitare il suo lavoro, che è quello di cantare, la sua vita: così la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, ha teso una mano al cantautore. Ieri la governatrice aveva detto di essere disponibile a offrire un aiuto e oggi ha incontrato Califano nella sede della giunta regionale. Circa un'ora di "confessione" come l'ha definita la presidente dal cui incontro l'artista è uscito commosso e con gli occhi lucidi. "Lui - ha aggiunto Polverini - ha fatto la storia della musica italiana. Mi ha chiesto se fossi cresciuta con le sue canzoni. Chi non lo ha fatto?". Eppure la richiesta di aiuto di Califano, che dai diritti d'autore riceve comunque 20 mila euro l'anno, ha fatto storcere più di un naso. Critiche che però Califano respinge: "A me non interessa il sussidio - ha detto con voce tremante - a me interessa una capanna dove potermi rifugiare la sera. Da mangiare me lo trovo per strada". "Per una persona con una così grande visibilità - ha aggiunto ancora la Polverini - è già una forte umiliazione dovere ammettere di essere in difficoltà. Credo che chi si rammarichi perchè un'istituzione si è mostrata disponibile debba ricordarsi che questo è un paese solidale".
Bondi apre alla Bacchelli Il ministro Sandro Bondi, infatti, come ha ricordato il senatore Pdl, Domenico Gramazio, che dal primo momento ha patrocinato la causa di Califano, ha già dato disposizione di avviare l'iter per ottenere i benefici della Bacchelli. Ma a Califano che pure ha ammesso "di avere fatto tantissimi errori" ciò che interessa di più "continuare a cantare". 




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D'Alema insiste: Berlusconi deve venire al Copasir. E spedisce un altro invito

Il Messaggero





ROMA (10 novembre) - Il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, ha inviato al termine della riunione di oggi, una lettera al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, rinnovando l'invito a presentarsi al Comitato. Il caso Ruby finisce davanti al Copasir. D'Alema, si legge in una nota del Comitato, «come già preannunciato la scorsa settimana all'autorità delegata», ossia al sottosegretario Gianni Letta, «ha inviato questa mattina al termine della riunione del Copasir una lettera al presidente del Consiglio rinnovando l'invito alla sua audizione, come previsto dall'articolo 31, comma 1, della legge 124 del 2007».

Il presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti, Massimo D'Alema, aveva chiesto proprio una settimana fa l'audizione di Silvio Berlusconi «sul tema della sua sicurezza», anche alla luce della vicenda riguardante la giovane marocchina. Una mossa che aveva alimentato polemiche. «I servizi segreti - disse D'Alema il 3 novembre - e noi riteniamo che sarebbe giusto sentire, su questo e altri temi, il presidente del Consiglio». Una richiesta, quella dell'audizione del Cavaliere, che il Copasir ha avanzato «fin dalla sua costituzione». «Fino ad ora ciò non è stato ancora possibile», per cui «abbiamo confermato questa richiesta», spiega ancora D'Alema, che esprime sentimenti di «umana solidarietà» verso i carabinieri di scorta al premier. I militari si erano lamentati perché costretti ad accompagnare gli ospiti nella villa di Arcore.




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Sul barcone ci finirà l'Italia

Il Tempo


Il gruppo dei finiani alla Camera ieri ha votato un emendamento che rimette in discussione il trattato firmato dall’Italia con la Libia in materia d’immigrazione. Ora i libici si sentiranno autorizzati a lasciar filtrare chiunque dalle loro coste verso i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.


Parlamento


Più immigrati per tutti. Mentre il Capo dello Stato nemmeno 24 ore fa invitava tutti a riflettere sulle conseguenze di una crisi di governo, il gruppo dei finiani alla Camera ieri ha votato un emendamento presentato dai Radicali che rimette in discussione il trattato firmato dall’Italia con la Libia in materia d’immigrazione. La faccenda può essere riassunta così: la politica dei respingimenti è archiviata e i libici da questo momento si sentiranno autorizzati a lasciar filtrare dalle loro coste verso i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo (Italia in testa) tutti i clandestini che vorranno. Mossa di grande saggezza, soprattutto proprio nel momento in cui Bossi dovrebbe fare il pontiere con Fini.

Il voto di Futuro e Libertà è di una disarmante irresponsabità e non mi riferisco tanto al tema politico (la maggioranza è cotta), quanto a quello molto più pratico che i seguaci di Fini hanno volutamente ignorato. Nascondendosi dietro il tema dei diritti umani, i finiani hanno fatto un cinico calcolo per mettere in pratica quello che in guerra si chiama «show of force», mostrare i muscoli. Ma mentre i futuristi si divertivano in aula ad affondare l’esecutivo per spaventare qualche parlamentare senza futuro e pilotare la crisi verso soluzioni diverse dal voto anticipato, a Ginevra il viceministro libico per gli Affari europei Abdelati Al-Obeidi, di fronte alla Consiglio dell’Onu sui diritti umani affermava: «La Libia non è la polizia di confine dell’Europa». Traduzione: attenti, la lotta all’immigrazione clandestina non possiamo farla da soli e gli oneri vanno condivisi con il Vecchio Continente che non può accogliere tutti quelli che premono alla frontiera. È un avviso ai naviganti. Avanti così, facciamoci del male. Tanto sul barcone alla fine ci sarà l’Italia.



Mario Sechi
10/11/2010




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E viva, si lamenta. Mamma, che devo fare?"

La Stampa


Il figlio dell'assassina era il carceriere della vittima, narcotizzata nel garage di Sant'Ambrogio





ANTONIO GIAIMO, MASSIMILIANO PEGGIO
TORINO

Il viso nascosto dal colletto del giubbotto. Passo veloce, sguardo basso. Dei quattro arrestati per il rapimento e l’uccisione della mamma di Bruino, Alessandro Marella, 20 anni, figlio di Maria Teresa Crivellari, è stato l’unico a non parlare. Si è avvalso della facoltà di non rispondere. A tutti e quattro la procura di Pinerolo contesta la premeditazione nel sequestro e omicidio di Marina Patriti: scomparsa il 18 febbraio da casa e ritrovata cadavere domenica scorsa, sepolta nel retro della casa dell’ex amante del marito sotto un massetto di cemento.

Ma l’udienza di ieri, di fronte al gip Marco Battiglia, non è stata breve. Iniziata alle 16, è durata quasi due ore. Per Alessandro Marella hanno parlato i suoi legali, contestando l’efficacia del fermo eseguito domenica sera dagli investigatori nella casa degli orrori, a Sant’Ambrogio, Comune di competenza del tribunale di Torino. Questioni di procedura. «Il provvedimento è illegittimo - affermano i legali del giovane, Fabio Arcangeli e Erica Del Giudice, in sostituzione dell’avvocato Giampaolo Mussano - perché quella zona è nella giurisdizione di Torino». Il gip s’è riservato di decidere sulla convalida del fermo. La procura ha chiesto l’applicazione della misura cautelare in carcere.

Tutti i verbali degli interrogatori di garanzia sono secretati. Al momento si possono fare solo ipotesi sui ruoli dei quattro, ricavati dalle indagini dei carabinieri del comando provinciale. Alessandro avrebbe avuto la funzione di custode. La donna - rapita vicino alla sua abitazione di Bruino, narcotizzata subito con una iniezione o una garza di cloroformio, e poi tenuta prigioniera nel garage di via Mazzini 14 - sarebbe stata affidata alla sua «sorveglianza». Quel giorno lui era a casa, collegato al computer, quando sentì i lamenti di Marina provenire dal garage. Probabilmente la donna si risvegliò e lui chiese aiuto. Preoccupato, chiamò al cellulare la madre: «Guarda che si lamenta».

Questa sarebbe la ricostruzione degli eventi fornita da Chiappetta. Perché lui, forse, era in compagnia di Maria Teresa, alias Antonella, quando arrivò la chiamata del figlio. Da qui le accuse dalla procura sul suo coinvolgimento nell’uccisione di Marina Patriti, 44 anni, mamma di tre figli. Conclusioni contestate con forza dai legali: perché le accuse non sarebbero «univoche» e si presterebbero a tracciare altri scenari. Allo stesso modo ipotizzano altri profili di responsabilità: ad esempio favoreggiamento e non «partecipazione» nel reato. Il giovane poteva conoscere il piano della madre contro la rivale, ma non opporsi.

Alessandro, al momento del fermo, dopo il recupero del corpo di Marina Patriti, aveva fatto dichiarazioni spontanee. Su queste sono in corso accertamenti. Oggi, intanto, è il giorno dell’autopsia, affidata dai pm a Lorenzo Varetto, medico di grande fama. Il legale della famiglia Patriti, Diogene Franzoso, ha nominato l’anatomopatologo Armando Andreozzi. L’inchiesta, al di là delle questioni procedurali legate al fermo, sarà trasferita a Torino. L’omicidio è avvenuto nella casa di Sant’Ambrogio.






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Trento, “terrone di m.”: operaio reagisce all'insulto con un pugno, licenziato

Il Mattino


Al centro della discussione fra l'uomo e il caporeparto un
ritardo dopo una pausa. Il giudice ha dato ragione all'azienda





TRENTO (10 novembre) - Il caporeparto dell'azienda trentina per la quale lavorava lo ha appellato "terrone di m." e lui, un operaio di origini meridionali, ha reagito all'insulto con un pugno. Per questo è stato licenziato.

Al centro della discussione c'era il presunto ritardo dell'operaio dopo una pausa. Al termine dell'accesa discussione, il caporeparto avrebbe mandato via l'operaio dicendo "terrone di m ... ". L'operaio avrebbe così reagito sferrando un cazzotto contro il collega, raggiungendolo di striscio.

Dopo dieci giorni è arrivato il licenziamento in tronco. Da qui la causa intentata dall'operaio. La sentenza di primo grado del giudice del lavoro di Trento ha dato ragione al caporeparto in quanto «non è possibile affermare anche nei rapporti di lavoro la violenza fisica come strumento di affermazione di sé, anche quando si tratti della mal compresa affermazione del proprio onore». Un concetto ribadito dalla sentenza d'appello che ribadisce come «la violenza fisica non può mai essere giustificata da una provocazione rimasta sul piano verbale».




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No alla targa per Gabriele Sandri, bufera su Autostrade per l'Italia

Libero





Le 25 mila firme raccolte non sono bastate, Autostrade per l'Italia S.p.A. ha detto no alla targa per Gabriele Sandri nella stazione di servizio Badia Al Pino Est. Il comitato "Mai più 11 novembre", promotore di una petizione popolare dal titolo "Una firma per Gabriele", ha annunciato la fumata nera dell'azienda. La stazione di servizio Badia Al Pino Est, sulla A1 nei pressi di Arezzo, è quella dove perse la vita il tifoso laziale la mattina di domenica 11 novembre 2007. Gabriele Sandri, insieme ad alcuni amici, si stava recando a Milano per assistere al match Inter-Lazio.

Giorgio Sandri, padre del tifoso laziale ucciso da un colpo di pistola partito dall'arma del poliziotto Luigi Spaccarotella, ha affermato: "Vogliono cancellare la verità. Ho avuta la sensazione di un grande imbarazzo da parte dei dirigenti di Autostrade per l’Italia perchè le scuse addotte, e cioè che non si può ricordare tutti i morti per incidenti, è assurda. Gabriele è stato ucciso - ha proseguito - non è stato un incidente stradale. E’ mancato rispetto per tutti coloro che hanno firmato la petizione per la targa. Noi da 3 anni a questa parte abbiamo ricevuto solo pacche sulle spalle, nessuno ha fatto un reale passo in avanti".

L'Anas, secondo papà Giorgio, si era espressa favorevolmente, mentre la società delle autostrade ha optato per il no. "Io spero che Autostrade per l'Italia faccia un passo indietro, chieda scusa, e permetta l'affissione della targa", ha concluso l'uomo, che ha poi lanciato un appello ai politici e alle istituzioni. Appello che è stato raccolto immediatamente dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ha deciso di scrivere una lettera alla società, e dalla presidente di Regione Renata Polverini, secondo cui quella di Autostrade per l'Italia S.p.A. è una decisione "sbagliata".
10/11/2010




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La tribù che non si lascia scoprire

La Stampa


In Paraguay rivolta contro una spedizione del museo di Londra: "Le loro malattie ci uccideranno"



ANDREA MALAGUTI
CORRISPONDENTE DA LONDRA

Gli indiani Ayoero dicono che non importa se questa è una spedizione scientifica. Tanto finirà come sempre. Finirà che molti di loro moriranno. Ma anche molti bianchi ci rimetteranno la pelle. Perciò proprio non ce la fanno a capire il senso di questa partita. Il nemico stavolta non è un proprietario terriero brasiliano e neppure qualche milionario di Asuncion. A costringerli a scrivere al presidente Fernando Lugo è il Museo di Storia Naturale di Londra che spinto dal sacro fuoco della conoscenza ha deciso di mandare una spedizione a esplorare le foreste sconosciute del Gran Chaco, nel nord del Paraguay, ai confini con la Bolivia e con l’Argentina. Cento uomini, un investimento da trecentomila sterline per un viaggio di un mese. L’obiettivo: catalogare centina di specie di piante e di insetti. Un mondo mai visto e mai registrato. «Servirà a difendere questo habitat così fragile», spiegano dalle stanze eleganti di Cromwell road. «Sarà un genocidio», replicano i capi tribù. E saranno le malattie a fare una strage. Forse sono vere entrambe le cose.

Benno Glauser, responsabile di Iniciativa Amotocoide, associazione che difende gli indigeni, intervistato dal Guardian sostiene che «esiste una evidente minaccia per la vita degli scienziati e di ogni singolo uomo che partecipierà all’impresa». Un folto gruppo di antropologi si è schierato al suo fianco. Il Gran Chaco è un posto diverso da tutti gli altri. Straordinariamente bello e pericoloso. Fino a pochi anni fa gli indiani che ci vivevano erano cinquemila. Adesso la maggior parte di loro è stata costretta ad andarsene, a radunarsi in una riserva vicino alla città di Filadelfia. Bulldozer, missionari fondamentalisti decisi a convertirli e cacciatori di legno e di terra li hanno messi in fuga, finché nel 2005 l’Unesco ha dichiarato la zona riserva di biosfera. Non è bastato per fermare lo scempio, ma in qualche modo l’ha circoscritto. Tra le pieghe di questo massacro circa centocinquanta persone, divise in sei tribù, sono riuscite a nascondere il proprio mondo all’interno della foresta. Ayoero anche loro. Esseri umani che non hanno mai avuto un contatto con gli occidentali. E che non lo vogliono avere. Vivono mangiando maiale selvatico e grandi tartarughe.

I leader tribali rifugiati a Filadelfia dicono che queste regioni appartengono a chi le abita. E nella lettera al presidente Lugo hanno scritto che con la spedizione «si corrono troppi rischi. Le persone della foresta muoiono frequentemente per avere contratto malattie per le quali non hanno gli anticorpi. I bianchi lasciano vestiti, spazzatura, tracce di ogni tipo. E’ una questione molto seria. La possibilità di un genocidio è assolutamente reale».

Agli Ayoero mancano gli anticorpi dei bianchi e ai bianchi mancano gli anticorpi degli Ayoero. La contaminazione è potenzialmente esplosiva. «Se questa spedizione andasse avanti qualcuno ci dovrebbe spiegare perché gli scienziati inglesi solo per studiare nuove piante e nuovi animali sono disposti a perdere delle vite umane».

Jonathan Mazower, portavoce di Survival International, aggiunge che «i contatti con i gruppi isolati sono invariabilmente violenti. Qualche volta fatali e spesso disastrosi». Poi chiama il suo amico Esoi, che un tempo viveva nella foresta. Gli fa raccontare una storia. «Era la fine degli Anni Novanta, ho sentito gli alberi cadere e ho visto un mostro che mangiava tutto. Ho chiamato i miei. Lo abbiamo attaccato con le lance. Ma la sua pelle era troppo dura. Siamo scappati. Adesso sappiamo che si chiamava bulldozer». Vive a Filadelfia, dove ha preso uno strano acne che gli rovina la pelle. Si aggiusta in continuazione i pantaloni. Si sente a disagio con questi vestiti.




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Governo battuto alla Camera Giovedì incontro Bossi-Fini

Corriere della sera

Bersani: «La maggioranza formalizzi la crisi». Bocchino (Fli): «Il governo deve fare un accordo con noi»


MILANO - Il governo scricchiola, ma non cade. Per conoscere il suo futuro c'è addirittura chi - come fa il ministro Sacconi - suggerisce di «chiederlo alla zingara...». Nel frattempo la maggioranza è stata battuta tre volte alla Camera su emendamenti sui rapporti Italia-Libia.

EMENDAMENTI - Sì della Camera alle mozioni dell'Udc e a quella fatta propria da Fli dopo che il governo l'aveva ritirata (in seguito all'approvazione di un emendamento dei radicali) sui rapporti tra Italia e Libia. I testi approvati impegnano il governo «a proseguire nell'attuazione degli impegni sanciti dal Trattato italo-libico di amicizia, in vista della creazione di un forte e ampio partenariato bilaterale in tutti i settori; a svolgere un ruolo di stimolo sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali; nell'ambito di controllo e regolamentazione dei flussi migratori, a proseguire nella collaborazione con Tripoli in materia di lotta all'immigrazione clandestina e di contrasto alle attività delle organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani, lungo le linee direttrici delineate in questi ultimi mesi che hanno consentito un radicale ridimensionamento nell'afflusso di clandestini sulle coste italiane». In base all'emendamento dei radicali, passato con il voto determinante di Fli, il governo viene quindi impegnato «a sollecitare con forza le autorità di Tripoli affinché ratifichino la Convenzione Onu sui rifugiati e riaprano l'ufficio dell'Unhcr a Tripoli quale premessa per continuare le politiche dei respingimenti dei migranti in Libia».

La Russa: così si faranno tornare i barconi - Audio

POLEMICHE - «Che Fli voti con l'opposizione non fa più notizia, ma votando un emendamento come quello che è passato ci si dovrà assumere la responsabilità di rivedere i barconi di disperati sulle coste italiane». Questo il commento del ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa. «Noi insisteremo per la politica dei respingimenti - ha aggiunto - è quello di Fli mi sembra un boomerang per una formazione che dice comunque di essere di centrodestra». Ai giornalisti che hanno chiesto se il voto di Montecitorio possa condizionare le prove di intesa nella maggioranza che Umberto Bossi porterà avanti in queste ore con Fini, La Russa ha risposto: «Non credo che un singolo voto possa cambiare qualcosa da quel punto di vista». Secondo il finiano Italo Bocchino quanto avvenuto dimostra che «il governo non ha una maggioranza se non fa un accordo preventivo con Fini». Quanto all'influenza potrà avere sulla mediazione affidata a Bossi, il capogruppo dei futuristi a Montecitorio risponde: «Noi facciamo di testa nostra, votiamo secondo la nostra coscienza».


SACCONI - «Non è sulla Libia che cade il governo, ovviamente» ha commentato a caldo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. «Futuro e libertà - ha aggiunto Sacconi - conferma la vicinanza ai radicali». A chi gli chiedeva se ormai sia inevitabile una rottura, Sacconi ha risposto: «Niente è inevitabile tranne la morte».

PD - «Penso che ormai la crisi sia conclamata e che questo sia dovuto anche all’opposizione che sta facendo bene il suo mestiere. Non c'è più spazio per i traccheggiamenti: la maggioranza deve rendere formale la crisi», ha detto il segretario Pd Pier Luigi Bersani. «Dimostriamo di essere in grado di incidere, da adesso in poi, in tutti i principali passaggi parlamentari». «Non è stato mai negoziato con la Libia un accordo sui respingimenti», sottolinea Massimo D'Alema. «La decisione di operare i respingimenti è una decisione autonoma del governo italiano e nulla di questo tipo fa parte del trattato di amicizia con la Libia». Quanto all'emendamento approvato, l'ex premier spiega: «Vincola il governo italiano, non quello libico, a rispettare le convenzioni internazionali, ciò che il governo italiano non ha fatto».

GIOVEDÌ INCONTRO BOSSI-FINI - È stato fissato per giovedì l'incontro tra Umberto Bossi Gianfranco Fini, dopo lo strappo del presidente della Camera a Bastia Umbra e l'incontro ad Arcore tra il premier Silvio Berlusconi e il leader del Carroccio. Lo si apprende da fonti parlamentari della maggioranza.

Redazione online
09 novembre 2010(ultima modifica: 10 novembre 2010)

Ali Agca accusa: "L'attentato al Papa fu deciso dal Vaticano Feci anche le prove"

Quotidiano.net


In un'intervista alla tv turca Trt l'ex lupo grigio dichiara: "L'attentato lo aveva deciso il cardinale Agostino Casaroli, ho fatto le prove assieme a padre Michele e a un altro agente del Vaticano"


Roma, 10 novembre 2010



Mehmet Ali Agca, l’autore dell’attentato contro papa Giovanni Paolo II il 13 maggio del 1981, ha accusato lo stesso Vaticano di aver orchestrato l’agguato. In un’intervista esclusiva alla televisione pubblica turca Trt, Agca ha accusato l’allora Segretario di Stato vaticano, Agustino Casaroli, di essere stato il cervello dell’attentato contro il pontefice polacco. “Sicuramente il governo del Vaticano stava dietro al tentativo di assassinio del Papa. Lo aveva deciso il cardinale Agostino Casaroli, numero due del Vaticano”, ha dichiarato Agca.
Durante l’intervista - spiega il quotidiano spagnolo El Pais - Agca ha insistito più volte sul fatto che l’incarico di uccidere il Papa provenisse dal cardinale Casaroli, che avrebbe utilizzato un suo agente, “padre Michele”, per far pervenire l’ordine agli esecutori. “Ho fatto delle prove per l’attentato assieme a padre Michele e a un altro agente del Vaticano. Mi sono riunito con lui diverse volte e siamo anche stati in Piazza San Pietro per pianificare l’attentato”, ha raccontato Agca.

Il terrorista turco ha assicurato che nell’attentato non erano implicate né la Cia americana, né il Kgb sovietico, né altri servizi segreti: la pista bulgara venne creata appositamente per far affondare l’Unione sovietica.
Quando nel dicembre 1983 papa Giovanni Paolo II lo visitò in cella, racconta ancora Agca, non gli chiese nulla sui mandanti dell’attentato, perché “sapeva molto bene che dietro c’era il Vaticano”.

Agca, che oggi ha 52 anni, ha scontato 19 anni di carcere in Italia. Poi è stato trasferito in Turchia, dove avrebbe dovuto scontare una condanna all’ergastolo per altri crimini compiuti quanto era membro di un gruppo estremista di destra turco. E’ stato liberato invece il 18 gennaio scorso.






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Così la mia Sabrina ha ucciso Sarah"

La Stampa



Ecco il verbale dell'ultimo interrogatorio di Misseri: mi disse che era caduta giocando




MARIA CORBI
INVIATA A TARANTO


Dimagrita di 9 chili, con gli occhi persi, come accecati dalla luce, i jeans, la felpa di pile grigio, eccola la nuova Sabrina che si presenta al tribunale del riesame di Taranto. Passa il cellula della polizia penitenziaria e la folla le urla «assassina». Sa che difficilmente i giudici le concederanno la libertà e comunque dovrà aspettare fino a venerdì, forse sabato, quando ci sarà la decisione. I suoi difensori hanno chiesto i termini a difesa per studiare le nuove carte depositate dalla Procura. Soprattutto la nuova versione di Michele Misseri.

Un interrogatorio dove ha partecipato attivamente anche la criminologa Roberta Bruzzone con continui incitamenti: «Dai Michè», «E’ il momento di parlare Michè». E lui ubbidisce. Ecco il suo racconto, contraddittorio, a tratti surreale: «Dopo che ho finito di mangiare mi ha chiamato Sabrina, ha detto papà vieni in garage che è successa una cosa. Quindi sono sceso, c’era Sarah che stava a terra, stava con le mani verso il portone e aveva la corda attorcigliata al collo».

Il pm chiede: Ma era una corda o un altro oggetto? «No, una corda era, era troppo stretta perché non poteva respirare… solo che al togliere che ho fatto io. ..perchè aveva tanti nodi, a toglierla le ho fatto qualche cicatrice al collo, poi prima che venisse qualcuno l’ho presa e l’ho portata via dove l’abbiamo trovata». Sabrina, ricorda Misseri, gli avrebbe detto: «Papà è successa una cosa che stavamo giocando ed è scivolata ed è caduta Sarah». «Secondo me - spiega Misseri - per far vedere che è stato un suicidio gli ha messo la corda».

Cosima era a letto e Misseri dice che le due cugine giocavano in garage. Allora il magistrato gli fa notare: «Quello che stai dicendo purtroppo contrasta con tutto quello che noi abbiamo. Se tu non vuoi parlare non succede niente». Interviene la Bruzzone: «Adesso, Michele, lo devi fare è il momento giusto». Ed è qui che la corda diventa una cinta: «C’era un cinta… E’ stato con la cinta». Il pm è soddifatto: «Liberati, finalmente». Michele si libera: «Nel garage l’ho trovata. Se poi è successo da un’altra parte, se l’hanno trascinata, non lo so. Però l’ho trovata in garage».

E ancora: «Se l’è tirata Sabrina in garage …». Quando scende in garage Michele esclama: «Ma che hai combinato»? Sabrina risponderebbe: «Già, comunque mi stava dando pure fastidio». Michele continua: «E ho detto, e mo la responsabilità me la prendo tutta io… Allora ho messo un cartone sopra , ho tolto la cinta che aveva al collo… ho messo un cartone sopra pure per la gente che passava e in quel momento è andata con Mariangela.

Allora mi sono dato da fare per metterla nel cofano della macchina, l’ho coperta bene, ho messo una zappa sopra, se serviva». Il pm chiede: «Dopo quanto esce Sabrina perché sta arrivando Mariangela?» Michele: «Una decina di minuti è rimasta nel garage». Pm: «Dieci minuti sono tanti». Perchè i tempi sono importanti nell’ipotesi di Sabrina colpevole. Per la difesa ha solo 6 minuti per ucciderla, per l’accusa 14 minuti.

Misseri spiega anche perchè ha fatto ritrovare il telefonino: «Mi sentivo in colpa, è vero che la colpa me la stavo prendendo tutta io, però io stavo morendo, allora il telefono l’ho messo davanti alla caserma dei carabinieri, se trovavano il telefono, dicevo io, perché non avevo il coraggio di costituirmi… dicevo io, tutte le impronte mie stavano lì sopra, tutte stavano. Io ho pensato così». E il movente torna alla gelosia di Sabrina per Sarah a causa di Ivano, anche se Michele dice di non ricordare ed è la Bruzzone a spiegare meglio quello che dice: «Invidia di Sabrina verso Sarah».

Prima di Ferragosto, racconta Ivano, lui e Sabrina si erano appartati: «Sabrina - dice il giovane ai pm - ha cominciato a spogliarsi ma io non convinto della cosa le chiesi vestirsi». Venerdì 19 ci sarà l’incidente probatorio in cui verrà ascoltato di nuovo Misseri. Un interrogatorio concesso dal gip «tenuto presente le differenti ricostruzioni fin qui offerte dal Misseri», «i rischi di condizionamenti» dalla famiglia e «la ricaduta mediatica». E avremo la ottava versione.


VIDEO

Sarah, tracce di sangue nell'auto di Misseri



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Saviano come i camorristi: fuoco sul Giornale

di Salvatore Tramontano


L'autore di Gomorra usa la tv come un plotone di esecuzione e chiede la nostra condanna a morte. Ma la vera macchina del fango è quella andata in onda su Raitre. L'omertà di Vieni via con me: coperto chi ostacolò Falcone. I veri vincitori: il Cavaliere e la sua Endemol



Giù la maschera: allora è questo Saviano. È un predicatore che va sulla tv di Stato a condannare, infangare, insultare, mettere all’indice i giornalisti di un quotidiano. Lo fa utilizzando la televisione come un plotone di esecuzione e chiede la morte morale di chi gli sta antipatico. Così, senza contraddittorio, senza permettere agli altri di difendersi, senza appello. Lo scrittore di Casal del Principe regola così i suoi conti e quelli dei mandanti di questa esecuzione pubblica. È il burattino con il sorriso bonario di uno spettacolo scritto, diretto e montato da altri: Loris Mazzetti, il dirigente Rai con mansioni di commissario politico (inquadrato mentre applaudiva soddisfatto l’ennesima battuta contro il suo direttore generale), i furbissimi autori del furbetto Fazio, la cricca di Repubblica. Saviano di suo ci mette appunto la maschera, il personaggio, la santità, l’arroganza di uno che sfoga la sua rabbia con una mitragliata di fango. Questo ormai è Roberto Saviano.
Si apre la scena e lui indica al popolo chi sono i miserabili, i maledetti, i cattivi, i bastardi. Questa volta però non se la prende con i camorristi, con i Sandokan, con i malavitosi. No, stavolta mette al muro un giornale e un centinaio di giornalisti colpevoli solo di non essere allineati con lui. Immaginate se fosse successo con altre vittime. Immaginate un signore che va in prima serata su mamma Rai a declamare che i giornalisti di Repubblica e dell’Unità sono tutti servi, sono dei killer, sono come i mafiosi (perché questo è il messaggio che Saviano e i suoi complici vogliono far passare).
Quelli del Giornale sono come gli untori che hanno lasciato solo davanti alla morte Falcone (e non importa che a tradire il giudice furono magistrati democratici e soloni della sinistra) Immaginate cosa sarebbe successo se a subire questa infamia pubblica fossero stati altri, quelli con il pedigree giusto. L’Onu e Amnesty avrebbero gridato in tutte le lingue contro l’attentato alla libertà di stampa, contro i giornalisti lapidati e messi al muro. Ma siccome i giornalisti sono quelli del Giornale allora non è reato. E Garimberti, presidente della Rai, dichiara anche: «Grande esercizio di libertà».
Bisogna ammetterlo, siamo davvero masochisti: paghiamo il canone per essere diffamati. Paghiamo la prima serata a Fazio e Saviano perché gettino fango su di noi. Noi paghiamo il canone e Benigni piange tutto il tempo che sta lì gratis. Questa è l’Italia dei monaci dell’antiberlusconismo, con la lista degli uomini da odiare diffusa in diretta tv davanti a sette milioni di telespettatori. Se c’è qualcuno che usa la macchina del fango sono proprio questi «probiviri». Sparate al giornalista del Giornale. Firmato Fazio e Saviano.
Non vi inventate che ora questa è libera informazione. Il monologo di Saviano serve solo a sputtanare degli individui. Non ci credete? Basta leggere quello che scrive su Repubblica Francesco Merlo, uno che considera Saviano un’autorità. «Nessuno in tv aveva mai detto, così compostamente, che in Italia ci sono giornali che, per servire meglio il potere, vivono di veline avvelenate, sempre lesti ad attingere in quella cultura del sospetto che è nel sangue del Paese. Il giornalismo come l’olio di ricino...».
Vedete? Merlo come Saviano ci ha già condannato. Noi siamo l’olio di ricino, loro giornalismo libero. Noi siamo la feccia, Repubblica che da tre lustri usa il retrobottega delle procure e il sospetto come anticamera della verità è la bibbia. L’importante è affermarlo urbi et orbi, con aria solenne e il vestito della santità, davanti a milioni di persone. Ai giornalisti di questo giornale, infamati e insultati, è negato ogni elementare diritto di difesa. Possono solo confessare, pentirsi e pagare il canone.



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L’omertà di «Vieni via con me»: «coperto» chi ostacolò Falcone

di Gian Marco Chiocci


Pier Francesco BorgiaGian Marco Chiocci


La macchina del fango è stata smontata pezzo per pezzo dal duo Fazio-Saviano. Il monologo dell’autore di Gomorra ha avuto il merito di spiegare la differenza tra inchiesta e diffamazione: «L’inchiesta si regge su un bagaglio fornitissimo di informazioni, mentre la diffamazione usa per lo più un elemento soltanto». Lo scopo dei diffamatori è servirsi della macchina del fango per poter dimostrare che «in fondo siamo tutti uguali». Un esempio? La tragica parabola di Giovanni Falcone. Tra le vittime della melma c’è infatti il magistrato ucciso nel ’92 dalla mafia ma prima ancora crocifisso in vita dai suoi «nemici» politici.

Saviano snocciola con perizia da leguleio un lungo elenco di fatti. Mostra la sua libertà intellettuale dicendo che le critiche al giudice arrivarono da tutte le parti, omettendo però riferimenti puntuali. Soltanto alla fine pronuncia un nome, quello di Alfredo Galasso, avvocato di molti pentiti: «Galasso è però una degnissima persona». Un colpo al cerchio e uno alla botte, evitando di ricordare che Galasso è stato parlamentare della Rete, il partito pensato da quel Leoluca Orlando (oggi parlamentare Idv) che più volte - insieme a colleghi di partito tipo Carmine Mancuso - puntò l’indice contro Falcone colpevole di non ascoltare abbastanza le «voci» dei pentiti e di fidarsi solo di dati oggettivi e prove certe.

Memorabile una puntata di Samarcanda durante la quale Orlando arrivò a sostenere che Falcone teneva nei cassetti documenti importanti sui delitti eccellenti. Indimenticabile quell’articolo di Repubblica nel quale ci si interrogava su «come mai Falcone non abbandoni la magistratura», poiché «s’avverte l’eruzione di una vanità, di una spinta a descriversi, a celebrarsi come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». E che dire di quel doppio affondo su l’Unità a due mesi dalla strage di Capaci, dove si spiegava che «Falcone preferì insabbiare tutto» replicato il 12 marzo successivo con la bocciatura di Falcone a superprocuratore antimafia: «Non può farlo, e vi dico perché», firmato da Alessandro Pizzorusso, membro del Csm area Pds.

L’imperdonabile peccato dell’inquirente era di aver accettato l’incarico di consulente del ministro Martelli per meglio combattere l’offensiva di Cosa Nostra. I nemici più duri li trovò a sinistra, anche in toga, e per costoro Cossiga «vomitò» vedendoli sfilare accanto alla bara. Paolo Borsellino arrivò a dire che «Giovanni iniziò a morire» nell’88 quando il Csm gli negò la carica di procuratore capo a Palermo. Sempre a palazzo dei Marescialli, il 15 ottobre ’91, Falcone finì sotto processo perché altre toghe avallarono le farneticanti accuse di Orlando, cavalcate dal pidiessino Violante che chiese personalmente al guardasigilli di mollare Falcone («non insistere che il tuo cavallo non passa»). Il giudice, attaccato da corvi e sciacalli, perse il controllo: «La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità ma del khomeinismo». Il comunista Chiaromonte, garantista capo dell’Antimafia, provò vergogna: «L’idea che Falcone agiva al servizio di Martelli suscitò in me sdegno. Da questa campagna non fu estraneo il Pds o suoi importanti esponenti». E Mario Patrono, membro del Csm, nelle sue memorie sul pentito Pellegritti rincarò la dose affrontando di petto il ruolo del Pci e dei professionisti dell’Antimafia.

Quando Falcone arrivò a Roma per lavorare a fianco di Martelli più toghe (tra cui Roberto Aiello, Laura Bertolè e Armando Spataro) firmarono una lettera dove gli si rimproverava di apparire «pubblicamente a fianco del ministro» l’opera del quale «rende credibili con parole e prese di posizione». Altri magistrati, ben sessanta, capitanati da quell’Antonio Caponnetto giustamente lodato in tv da Saviano, si rivolsero a Martelli affinché bloccasse il varo della Superprocura contro la quale l’Associazione magistrati arrivò a scioperare. Il giudice Elena Paciotti, futura presidente dell’Anm e parlamentare Ds, si vantò di aver votato contro Falcone giudice istruttore a Palermo «perché non si può votare solo in omaggio a criteri premiali o a logiche di salute pubblica». E giù applausi. Unica brillante eccezione, Ilda Bocassini, che ai colleghi che spargevano lacrime di coccodrillo, urlò. «Avete fatto morire Giovanni con le vostre critiche e la vostra diffidenza». Redarguì poi, fra gli altri, anche Gherardo Colombo: «Con che coraggio vai ai suoi funerali, tu che diffidavi di lui». E anni dopo, in un’intervista a Peppe D’Avanzo, attaccò esponenti di Md e dei Verdi che illo tempo attaccarono Falcone.

A dirla tutta sull’Unità un editoriale perbene ci fu. Lo firmò Piero Sansonetti, dal titolo «Falcone era un uomo libero. Siamo stati faziosi». Saviano non ha ricordato nemmeno questa voce fuori dal coro. Ha voluto restare fedele all’impostazione data alla sua «lista»: niente nomi, stavolta. Alla faccia di quella messe di informazioni che sola fa la differenza tra inchiesta e macchina del fango.



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Fini vota con la sinistra a favore dei clandestini

di Alessandro Sallusti


Il governo sotto tre volte alla Camera: d’ora in poi stop ai respingimenti grazie al Fli che approva un emendamento sul trattato Italia-Libia. Pdl e Lega: "Vogliono l’invasione"

 
Almeno su un paio di cose, Fini è di parola. La prima: il Fli voterà con­tro il governo e con la sinistra ogni volta che lo vorrà.La seconda:l’Ita­lia deve abbandonare la linea dura sugli sbarchi dei clandestini e il loro rimpatrio. Lo aveva detto tre giorni fa e lo ha fatto, ieri, ostacolandola maggioranzasulla leg­ge che deve regolare i trattati con la Libia per arginare l’immigrazione via mare. Il Fli esulta, i cittadini, le forze di polizia che rischiano la vita per fermare questi dispe­rati, un po’ meno.
Ma pazienza, la guerriglia contro Berlu­sconi e Bossi scende dai palazzi e si sposta sulla pelle della gente che ha votato que­sta maggioranza ( Fini e Bocchino compre­si) per vedere risolta una volta per tutte la questione dei clandestini, fidandosi an­che di una dichiarazione dello stesso Fini che aveva giurato: «Non possiamo acco­gliere tutti coloro che vogliono venire qui». Ci si può fidare di gente così? Berlusconi ha molti dubbi e anche ieri non li ha nasco­sti. Aprire una crisi pilotata contando sul­la lealtà di Fini è come puntarsi una pisto­la alla tempia e giocare alla roulette russa ma con l’arma caricata con cinque pallot­tole su sei.
Ci sono sicuramente meno ri­schi afarsi sfiduciare e sperare che Napoli­tano non preferisca la via del ribaltone a quella maestra delle elezioni anticipate. Non lo dice ma ne è convinto anche Um­b­erto Bossi che domani inizia il suo perso­nale tentativo di mediazione tra il presi­dente del Consiglio e quello della Came­ra. La cautela dellaLega sullo schiaffo alla legge anti clandestini, un affronto politico ma anche personale al Senatùr, indica che il Carroccio ha subodorato il trappolo­ne del Fli di voler far saltare all’ultimo an­che questi incontri. Che invece ci saranno ma che, salvo colpi di scena oggi impreve­dibili, non sortiranno alcun effetto.
I cocci, insomma, non sono più ricom­ponibili. Il mese che manca all’approva­zione della legge finanziaria (su questa Napolitano ha detto a tutti che non accet­terà giochini) sarà un calvario. Tempo but­tato e che andrà messo sul conto dell’uo­mo, Fini, che denuncia la lentezza del­l’azione di governo. Il quale resta comun­que più veloce di quanto sia lui a lasciare la poltrona di arbitro della Camera sulla quale siede ormai da abusivo. Anzi, da clandestino.



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I veri vincitori: il Cavaliere e la sua Endemol

di Laura Rio


Lo show di Fazio e il "Grande fratello", entrambi prodotti dalla società Mediaset, hanno totalizzato il 45% di share

Lunedì ha superato un altro dei suoi record: guadagnare soldi grazie ai nemici più insidiosi. Sì, perché l’altra sera lo show di Saviano-Benigni-Fazio in gran parte imbastito contro di lui, alla fine dei conti gli ha riempito le casse già ben piene. Nel culmine dei paradossi italiani, infatti, Berlusconi è il «produttore finale» del programma Vieni via con me che, nel gioco degli elenchi, ha ironizzato proprio sulle sue vaste proprietà.
E non è finita: lunedì sera in un sol colpo il premier-produttore ha messo insieme il 45 per cento di share. Si perché le aziende Mediaset (della famiglia Berlusconi) detengono il 33 per cento della Endemol international, la cui filiale italiana è la casa produttrice sia di Vieni via con me (e di tutti i programmi di Fabio Fazio) sia del Grande Fratello. E lunedì lo show con Saviano ha realizzato un risultato storico: il 25,48 per cento di share con 7 milioni 623mila spettatori, assurgendo a programma più visto di Raitre negli ultimi dieci anni. Se si somma questa cifra a quella portata a casa dal Gieffe (il 19,9 per cento con 4 milioni 862mila spettatori, un po’ di più del lunedì precedente), si arriva appunto a metà della platea televisiva. Tutto in conto a Endemol. Anche se, a dirla tutta, gli incassi da parte della casa produttrice per il programma di Fazio sono parecchio contenuti rispetto ad altri grandi show (meno di 200mila euro a puntata), però vanno sempre nelle casse Mediaset. Mentre la Sipra (la concessionaria Rai) ha guadagnato con Vieni via con me circa un milione di euro a serata in spot pubblicitari (tariffe da listino, che non tengono conto degli sconti). Il reality di Canale 5, tanto per capire, fa arrivare a Publitalia circa 5 milioni di euro a puntata (sempre da listino).
E, se si vuol allargare il discorso, ci sarebbe anche da considerare il premier-editore nel complesso: aggiungendo le altri reti (Italia Uno, Rete4 e i canali in digitale), lunedì il totale tra programmi prodotti e mandati in onda da Mediaset supera abbondantemente il 60 per cento di share. Nonostante tutte le reti - tranne Canale 5 - abbiano lasciato strada spianata all’evento di Raitre: Raiuno ha mandato la replica di una fiction con Terence Hill, il secondo e terzo canale Mediaset film visti decine di volte.
In ogni caso, gli alti ascolti di Vieni via con me si devono in gran parte a Benigni, in forma come non mai. Il suo monologo - onestamente spassoso e anche coraggioso nella parte in cui ha abbracciato Saviano e inveito contro la mafia che lo perseguita - ha catturato più pubblico rispetto alle parti con gli altri ospiti del programma, compresi gli spazi dello scrittore (e ora impazza sul web). Il comico ha superato il trenta per cento di share con punte di più di nove milioni di spettatori come quando ha intonato il brano di Paolo Conte che dà il titolo al programma. Insomma, non c’è verso: ovunque appaia, l’attore regala ascolti e soldi a palate. Ma i vertici Rai sono divisi tra la necessità di incassare e quella di mantenere l’equilibrio politico. Per cui stanno nicchiando sull’altro progetto: riportare Benigni sul primo canale a dicembre intorno a Natale con un’altra delle sue stupende serate dantesche, giocate a metà tra la Divina Commedia e l’attualità. Per Benigni anche un modo per rifarsi della prestazione gratuita offerta lunedì (mica è un grullo!). Però sembra che il direttore generale Mauro Masi abbia già messo il veto accampando questioni di costi.

Comunque sia, dopo questa potente risposta del pubblico, la strada per le altre tre puntate del programma sembra in discesa. Ora l’obiettivo è convincere Celentano a partecipare, magari già lunedì o per la chiusura «in bellezza». «La sua partecipazione - commenta Loris Mazzetti, capostruttura Rai delegato al programma - sarebbe una risposta a quelli che non gli permettono di fare televisione come vuole». Per la parte avversa, il Molleggiato è invece un altro acerrimo nemico di Berlusconi, come del resto tutti gli ospiti chiamati da Fazio (si vedranno anche Paolo Rossi, Ilda Boccassini, Dario Fo). Tanto poi, alla fine, gli «sghei» li incassa lui...





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Ivano e quel «no» a Sabrina «In auto le dissi: rivestiti»

Corriere della sera


Lui le fece capire di preferire Sarah.
E lei meditò la vendetta


Avetrana Pressioni su Misseri, la settimana prossima l'incidente probatorio



TARANTO - Qualcuno ha urlato «assassina» mentre il furgone la riportava in carcere. Ma Sabrina Misseri non teme le urla, ieri ha voluto esserci davanti ai giudici del Riesame che dovevano stabilire se farla tornare a casa oppure no. L'udienza è stata rinviata a domani, dopo il deposito di nuovi atti: c'è anche l'ultimo interrogatorio del 5 novembre di Michele, padre di Sabrina, e l'ultima deposizione (il 20 ottobre) di Ivano Russo, il ragazzo conteso a causa del quale sarebbe successo tutto. Ivano spiega l'episodio dal quale (per gli inquirenti) montò l'ira di Sabrina verso Sarah: il rifiuto di un approccio. In più ci sarebbero alcuni testimoni (anche le loro versioni sono depositate da ieri) che parlano del rapporto di affetto fra Ivano e Sarah e raccontano come Ivano avesse fatto capire, con quel rifiuto, di preferire ormai Sarah a Sabrina.

PRESSIONE PSICOLOGICA - C'è tra i nuovi atti, poi, un'informativa del pm Mariano Buccoliero e del procuratore aggiunto Pietro Argentino che rivede, in parte, dinamica e tempi del delitto. Commesso non in 7 ma in 14 minuti. E poi l'occultamento del cadavere: fra le 15 e le 15.45, mentre Sabrina e Mariangela facevano il terzo giro in cerca della ragazzina scomparsa. Il gip Rosati ha fissato ieri l'incidente probatorio per sentire Misseri: venerdì 19. Lo ha concesso per «gli elevatissimi rischi di condizionamenti che vi possono derivare dalla pressione psicologica su di lui dal contesto familiare in cui la vicenda delittuosa è maturata».

Giusi Fasano
10 novembre 2010



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Gli insopportabili: i falsi moralisti e i censori strabici

di Luigi Mascheroni


Quelli che soffrono della vertigine della lista.
Già da prima che partisse la nuova trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano, e tanto più ora che è iniziata, l’Italia è in preda al furore dell’elenco, del catalogo, dell’inventario. Liste stese per il gusto stesso dell’enumerazione, per la cantabilità dell’elenco o, ancora, per il piacere vertiginoso di riunire tra loro elementi privi di rapporto specifico, come accade nelle enumerazioni caotiche. Stendere liste è un’arte. Anche quando la rappresentazione è severamente limitata dalla cornice del quadro, come insegna Umberto Eco.
Solo nella prima puntata di Vieni via con me - mentre il sito internet della trasmissione continua a raccoglierne decine e decine ogni giorno - sono stati una quindicina gli elenchi letti da Fazio e Saviano o dai loro ospiti: dalle definizioni illustri del popolo italiano ai diversi modi per indicare un omosessuale fino ai motivi per andarsene via dall’Italia, o per restarvi.
Quella della lista è una vertigine, ma pure un diritto - ci auguriamo bipartisan. Ecco perché ci permettiamo di stilarne una anche noi, di lista. La lista di tutti quelli che non sopportiamo più. Ad esempio.
Quelli che non riescono a fare a meno di essere risucchiati dal moralismo televisivo.
Quelli che continuano a ripetere di voler andarsene dall’Italia e poi continuano a rimanerci.
Quelli che, qualsiasi tempo faccia, fanno interviste senza fare le domande.
Quelli che da Berlusconi pretendono sempre risposte, anche se non si capisce bene quale sia la domanda.
Quelli che vogliono parlare a tutti gli italiani, ma finiscono per farlo solo a quegli italiani che sono anti-berlusconiani.
Quello che dentro, in fondo, sono berlusconiani, ma preferiscono dire che sono «anti», e comunque alla fine non gliene frega niente, né di Berlusconi né degli anti-berlusconiani.
Quelli che hanno scritto per anni sui giornali berlusconiani e adesso scrivono sui giornali anti-berlusconiani per dire «Che schifo quei giornalisti che scrivono pagati da Berlusconi».
Quelli che «destra», «sinistra», «centro» pari sono, ma i berlusconiani sono impresentabili a prescindere.
Quelli che quando per la pioggia crolla una casa a Pompei chiedono le dimissioni di Bondi, ma quando nel 2001 per un’infiltrazione crollò un pezzo delle Mura Aureliane si dimenticarono di chiedere quelle della Melandri.
Quelli che «loro» sono sempre ecumenici e imparziali, mentre «gli altri», chissà come mai, sono sempre faziosi e di parte.
Quelli che si indignano perché la stampa «di destra» delegittima gli avversari «di sinistra». E intanto, dando del killer e del bastonatore e dell’infangatore a tutti i giornalisti della stampa «di destra», indiscriminatamente non si accorgono di delegittimare qualche centinaio di giornalisti che con la macchina del fango non c’entrano nulla, pur non essendo «di sinistra».
Quelli che «la macchina del fango» è solo quella che lo getta da destra verso sinistra, mentre quella che lo getta da sinistra verso destra produce un vero giornalismo imparziale e indipendente.
Quelli che credono davvero al giornalismo imparziale e indipendente.
Quelli che sostengono che «destra» e «sinistra» non significano più nulla, che sono solo scatole vuote dove chiunque ci mette dentro quello che gli conviene in quel momento. E però gli stronzi sono sempre a destra, mentre gli intelligenti sempre a sinistra.
Quelli che continuano a dire che in Italia la democrazia è in pericolo. E poi fanno sempre il cazzo che gli pare, dove gli pare, come gli pare, quando gli pare.
Quelli che pubblicano per la maggior casa editrice del Paese, scrivono sul quotidiano più diffuso del Paese, presenziano a tutti i festival letterari del Paese, fanno una trasmissione in prima serata che fa più audience di tutte le trasmissioni in onda sulle tv di tutto il Paese, e però secondo loro in questo Paese forse la vera censura come in Birmania non c’è, però insomma...
Quelli che io ce li vedrei un mesetto - non tanto: giusto un mesetto - in Birmania.
Quelli che i fascisti gli fanno schifo, li hanno combattuti per una vita, li hanno presi a bastonate e cacciati nelle fogne per 60 anni, e adesso però anche Fini va benissimo: «Sarà anche fascista, ma è un vero democratico, laico, liberale».
Quelli che vedono al lunedì Fazio, al martedì Floris, al giovedì Santoro, alla domenica la Gabanelli, quattro sere alla settimana la Dandini, e al mattino dopo, ogni giorno, dicono che in Italia tutta l’informazione è controllata da Berlusconi: «Ecco perché poi vince le elezioni».
Quelli che per strappare l’applauso hanno bisogno di citare Giovanni Falcone.
Quelli che chiamano Falcone solo «Giovanni».
Quelli che si chiamano solo Roberto, e credono di essere Falcone.




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Grillo fa il rivoluzionario Ma poi difende la casta e la nomenklatura del Pd

di Stefano Zurlo



Il guru del popolo viola stronca Renzi e il suo neonato movimento interno ai democratici: "È un finto giovane che dovrebbe rottamare se stesso, con lui non c’è futuro". Da che pulpito... 



 

I rottamatori sono dei riciclati. Sorpresa: Beppe Grillo si schiera dalla parte della nomenklatura che da decenni governa l’apparato di quel partito che ha cambiato il nome ma non la faccia. Anzi, le facce dei suoi dirigenti. Il Pci-Pds-Ds-Pd. Il comico, naturalmente, si guarda bene dall’abbracciare i D’Alema, i Bersani, i Fassino e i Violante che da tempo immemorabile calcano il palcoscenico della «cosa rossa». No, fa di peggio, scagliandosi contro Matteo Renzi e soci. Per lui i rottamatori sono dei riciclati. Sì, proprio così, i giovani che si sono appena riuniti a Firenze alla Stazione Leopolda e assemblea dopo assemblea stanno prendendo il largo e assumendo una fisionomia più precisa, per Grillo rappresentano il vecchio. 

La muffa.

È un assist davvero insospettato quello che la classe dirigente del Pd riceve su un piatto d’argento dal fondatore del Movimento Cinque Stelle. Eppure Grillo è durissimo con Renzi e sul suo blog pubblica un perfido profilo del primo cittadino del capoluogo toscano: «Matteo Renzi vuole rottamare la vecchia politica, o forse sé (sic) stesso? Leggiamo il suo curriculum - prosegue implacabile il comico - nel 1996 si iscrive al Ppi di cui diventa nel 1997 il segretario giovanile. 

Nel dicembre ’99 è eletto segretario al III congresso provinciale del Ppi. Nel 2001 è eletto alla carica di coordinatore. Nel 2003 viene rieletto. Dal 2004 al 2009 diventa presidente della Provincia di Firenze, aderisce al Pdmenoelle, dal 2009 è eletto sindaco di Firenze. Cosa rottama allora Renzi? - è la conclusione - sé (ri-sic) stesso?»

Insomma, Grillo scarica la sua furia iconoclasta su un giovane, andando a rovistare nel suo breve passato. Renzi ha avuto il coraggio di trasformare in uno slogan e in un movimento - quello dei Rottamatori in cui è affiancato dal consigliere regionale lombardo Pippo Civati - il disagio dei tanti che considerano fallito il progetto del Pd e ritengono che il fallimento abbia anche una spiegazione anagrafica: non si può immaginare un partito capace di unire culture diverse se a condurre le danze sono sempre gli stessi personaggi che guidavano il Pci nell’epoca sovietica. Un ragionamento che, più o meno, è quello di un filosofo del calibro di Massimo Cacciari: «Il Pd non è mai nato. 

Forse per farlo nascere ci vuole una generazione che si sia formata dopo il crollo del muro». Appunto la generazione dei Renzi e dei Civati, tutti e due venuti al mondo nel 1975: una generazione che ha cominciato a fare politica dieci anni fa o poco più e che nel 1989 portava i calzoni corti.

Sulla Nazione Grillo va anche oltre e mette Renzi alla berlina: «L’ho visto ballare in una trasmissione televisiva. E non lo definirei uno che mi ha usurpato il titolo di rottamatore. Se l’espressione della nuova politica sono Renzi e la Serracchiani, finti giovani che vorrebbero rottamare un partito mai nato, non andiamo da nessuna parte».
Sarà un caso, ma Grillo, da comico si rivela un’ottima spalla per Bersani che, guarda la combinazione, sabato scorso s’è inventato un’assemblea nazionale dei circoli del Pd proprio mentre a Firenze iniziava la kermesse dei cinquemila di Renzi. E nell’intervista concessa a Lucia Annunziata per il programma In mezz’ora non ha speso nemmeno una citazione per Renzi & co, come ha notato Italia oggi. Li ha semplicemente ignorati.

Grillo invece va giù pesante. E prova a strangolare nella culla la nuova generazione che cerca di mandare in pensione le eterne facce della sinistra italiana: coloro che hanno imbalsamato il passato. Grillo ha già annunciato nuovi monologhi anti rottamatori. Bersani naturalmente ringrazierà. E con lui tutto l’apparato del partito.



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Pompei, nel crollo della Domus va giù anche la Casa del moralista

Il Mattino



POMPEI (10 novembre) - Pompei senza pace. Il crollo di sabato non ha interessato solo la Schola Armatorum. Ma è venuto giù anche una parte delle botteghe della Casa del moralista: il soffitto e soprattutto il muro laterale che dà sul vicolo di Ifigenia. In graffito c’era anche una propaganda elettorale con l’invito a votare per il candidato Helvio Sabino. In un’intervista Salvatore Settis, archeologo di fama internazionale, denuncia: «Più che di un crollo annunciato parlerei di un crollo seriale. Quella dei gladiatori non è la prima casa che cade nel giro di poco tempo». Sotto accusa la drastica riduzione dei finanziamenti e il blocco delle assunzioni presso le sovrintendenze. Intanto, Gigi D’Alessio, lancia l’idea di un «Live Aid» per salvare gli scavi.





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Maricica non morì subito»

Corriere della sera

Nuovo video dell'aggressione all'infermiera

Buglione, dietro il sequestro "mercenari" sardi pagati dalla Camorra

Quotidiano.net


E' quanto emerge dalle ultime indagini dei carabinieri sul rapimento avvenuto a settembre dell'imprenditore di Saviano in provincia di Napoli


Napoli, 10 novembre 2010



A rapire l'imprenditore Antonio Buglione sarebbe stato un gruppo di “mercenari” sardi pagati dalla criminalità organizzata campana. Questo è quello che emerge dalle ultime indagini dei carabinieri del nucleo investigativo del gruppo di Castello di Cisterna. Quello che sembrava un 'classico' caso di rapimento a scopo di estorsione, si è trasformato in una vicenda dai contorni sfumati e inquietanti che vede l'unione di gruppi eversivi sardi con la Camorra. Ma facciamo un passo indietro.


Saviano, Nola, è la sera di domenica 12 settembre, Antonio Buglione, 54 anni, “re” degli istituti di vigilanza privata, viene rapito sotto casa sua da un commando armato. L'uomo, insieme al fratello, dirige la International Security Service e qualche anno fa fu coinvolto in una inchiesta che vedeva tra i maggiori protagonisti il clan Alfieri. Da quella vicenda, Buglione ne uscì pulito, fu assolto “per non aver commesso il fatto”. La notte stessa, il fratello Carlo riceve una chiamata in cui si chiedeva come riscatto sei milioni di euro. Scattano le indagini dei carabinieri, viene ritrovata la Panda dell'imprenditore nell'agro di Saviano, a pochi chilometri di distanza da via San Liberatore, la strada in cui Buglione abita.


Passano le ore e le indagini si fanno sempre più complicate e si concentrano sulla vita dell'ostaggio. Buglione è infatti a giudizio con l'accusa di concorso in corruzione per lo scandalo degli “affitti d'oro” della Regione ed è indagato nell'inchiesta sulla bancarotta della “Gazzella”, l'istituto di vigilanza del senatore del Pdl e sindaco di Afragola Vincenzo Nespoli. Dopo 48 ore l'ostaggio si presenta in una casa nel comune di Marigliano, sostenendo di essere stato tenuto sequestrato nelle campagne vicine ed essersi liberato da solo. Durante le indagini – da quanto si è venuto a sapere – si pensa a contatti dei rapitori con la malavita locale. L'imprenditore dichiara agli inquirenti che è riuscito a liberarsi, grazie al fatto che i malviventi lo hanno lasciato solo quando si sono sentiti accerchiati dai carabinieri.

Una volta libero, è lo stesso imprenditore a tirare in ballo la criminalità organizzata dichiarando: “La Camorra c'entra, nessuno si muove su questo territorio senza la Camorra”. L'ipotesi più accreditata è che la camorra l'abbia rapito a scopo d'estorsione. Due mesi dopo arriva la svolta, frutto della pazienza e delle intercettazioni telefoniche dei carabinieri del Nucleo investigativo. Vengono scandagliate le diverse telefonate in cui venivano chiesti soldi minacciando un nuovo sequestro. “Grazie alle attività tecnica, monitorando l’utenza del fratello del sequestrato, accertando che la chiamata del riscatto veniva effettuato da un numero di telefono intestato ad una persona inesistente” gli inquirenti scoprono che le richieste di denaro erano fatte da telefoni pubblici in tre città: Cagliari, Roma e Lucano.Gli investigatori si orientano sull’ipotesi investigativa che i sequestratori si “spostassero per effettuare tali telefonate”, usando soprattutto la linea “A” della metropolitana di Roma.


Passano giorni fatti di lunghi “servizi di osservazione a distanza”. Gli uomini del nucleo investigativo, gli stessi che hanno operato la cattura di uno dei maggiori latitanti (tra i primi 10) d'Italia Pasquale Russo e suo fratello Carmine (tra i primi 100), si accorgono che i gli spostamenti dei presunti rapitori finivano sempre nella stazione metro Anagnina. Seguendo un ordine di fermo emesso dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e dopo aver avuto la certezza “del riconoscimento visivo” gli uomini dei carabinieri sono intervenuti arrestando i tre, un quarto è riuscito a fuggire tra la confusione. In manette finiscono Pasquale Scanu, 34 anni, originario di Siniscola, Domenico Porcu, 41 anni, di Silanus, e Giuseppe Boccoli, 29 anni, di Nuoro, residente a Rimini.

Le vite degli arrestati vengono scandagliate, la domanda più frequente che ci si pone è perché tre sardi, tutti con vecchi precedenti penali poco significativi, siano arrivati a rapire un imprenditore di Nola. Porcu e Scanu frequentavano già da tempo Saviano e i dintorni di Nola, e che forse Buglione gli dovesse dei soldi. Il rapimento, quindi, sarebbe frutto di una vendetta. Gli avvocati dell'imprenditore, però, smentiscono questa ipotesi, negando che il loro assistito abbia mai conosciuto i tre rapitori.


A noi, infatti, è stata raccontata un'altra storia. I tre sardi arrestati sarebbero inseriti in ambiti criminali pericolosi, “dediti allo stragismo e al terrorismo di tipo eversivo, legato al mondo anarchico”. Probabilmente, quindi, sono un gruppo di “mercenari” al soldo della camorra. Per verificare tale ipotesi continuano le indagini. Da fonti interne ai carabinieri sappiamo che il quarto rapitore è stato identificato, e il covo romano della banda è stato localizzato e perquisito.




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Berlusconi pianse come un bimbo dopo l'attacco alle Torri Gemelle"

La Stampa


L'ex presidente Usa racconta nei suoi scritti della telefonata di solidarietà del premier italiano



FRANCESCO SEMPRINI
NEW YORK


Silvio Berlusconi pianse come un bambino per tutta la notte successiva all'11 settembre 2001. La sofferenza del presidente del Consiglio in quei tragici momenti degli attacchi all'America è una delle rivelazioni che emergono dal libro di George W. Bush, "Decision Point".

"Sono andato nell'Ufficio ovale quella mattina del 12 settembre intorno alle sette, come al solito", racconta l'ex presidente americano. "Il primo ordine del giorno fu quello di rispondere alle telefonate dei leader di tutto il mondo che mi avevano chiamato per esprimermi la loro solidarietà", prosegue Bush spiegando che la prima telefonata fu per Tony Blair. Tra gli altri c'è stata la volta di Berlusconi il quale ha raccontato "di aver pianto come un bambino senza potersi fermare", poi gli ha offerto la sua "collaborazione".

L'altro riferimento contenuto in "Decision Point" è quello dedicato, quasi alla fine del libro, a Romano Prodi. I fatti si riferiscono alla primavera del 2002 quando con l'escalation delle tensioni in Medio Oriente, in un discorso dal Giardino delle rose della Casa Bianca Bush lancia la proposta di uno Stato Palestinese indipendente, ma con una nuova leadership, senza a Arafat. "Il mio supporto per uno stato palestinese è stato sommerso dalla mia richiesta di una nuova leadership", racconta l'ex presidente. Prodi, allora presidente della Commmissione europea era tra i leader "contrari" assieme a Jacques Chirac, e al premier canadese Jean Chretien. "Rigettando Arafat detentore fra l'altro del premio Nobel per la pace - racconta Bush - avevo capovolto la loro visione del mondo".

Chi invece gli aveva dato appoggio immediato era il premier britannico Tony Blair che glielo riferì nel corso di un incontro mattutino nella palestra dell'albergo dove risiedevano a Kananaskis in Canada in occasione del vertice G8. "Certo hai creato una bella tempesta", disse Blair a Bush mentre i due si allenavano. Anche all'interno della sua stessa amministrazione Bush si è dovuto confrontare con voci contrarie non tanto sulla nuova leadership, ma proprio sull'appoggio alla creazione di uno Stato palestinese. "All'interno della Casa Bianca i contrari erano "Dick Cheney, Don Rumsfeld e colin Powell i quali mi dissero che non avrei dovuto fare quel discorso appoggiare uno Stato palestinese nel bel mezzo dell'Intifada era per loro come ricompensare il terrorismo". Tra i favorevoli invece c'erano i responsabili per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Condoleezza Rice e Steve Hadley. E' da lì che partirono le "prime controversie" tra Bush e una parte della sua amministrazione.




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