domenica 14 novembre 2010

Regione Campania sommersa da debiti In vendita cinema, case, castelli e boschi

Il Mattino



di Adolfo Pappalardo

NAPOLI (14 novembre) - Altro che fitti galoppanti. Altro che prezzi al rialzo. Passano gli anni ma, è un mistero, gli utili che arrivano dai fitti degli immobili e dei terreni diminuiscono invece di aumentare. Perché nel 2000 la Regione era riuscita a incassare ben 5,6 miliardi mentre nel 2009, è spiegato nell’ultima relazione patrimoniale di Santa Lucia pubblicata 4 giorni fa, poco meno di 2 milioni di euro (1.947.761 per la precisione).

«Vendere», «alienare», i verbi più usati negli ultimi anni da centrosinistra e centrodestra riferendosi all’immenso patrimonio regionale. Fonte di grattacapi tra canoni irrisori e condizioni assai vetuste. Eppure in un decennio la situazione è rimasta invariata: migliaia di vani in zone di pregio, ettari ed ettari di colture e boschi che producono entrate risibili. Un patrimonio di beni non strumentali (e quindi cedibili) che secondo vecchie valutazioni ammontano a quasi mezzo miliardo di euro: abbastanza per ripianare in un colpo più della metà dei debiti. Operazione che sta portando avanti da mesi il governo con centinaia di immobili (anche di pregio) in tutta Italia.

Per questo nei prossimi giorni il Pd farà pressing, con il consigliere regionale Umberto Del Basso de Caro, sul governatore Stefano Caldoro per muoversi in questo senso. Strategia già ventilata tanto che nella giunta di due giorni fa ne hanno discusso l’assessore al Patrimonio Ermanno Russo e quello al Bilancio Gaetano Giancane. Spiega il primo: «Appena chiusa la manovra di riequilibrio finanziario, passeremo alla cartolarizzazione di questi immobili».

Preme il piede sull’acceleratore il Pd. «In realtà - spiega Del Basso De Caro - l’alienazione è già possibile perché ci sono già tutti gli atti amministrativi propedeutici anche se non si è mai proceduto in tal senso. Ma ora data la situazione economica non si capisce perché questi immobili, non strategici e non demaniali, non vengono messi sul mercato con tutte le garanzie di legge previste in questi casi». Il valore fissato ora per i beni vendibili è comunque enorme anche se sarà necessaria una valutazione aggiornata. Parliamo di oltre 372 milioni di euro per i fabbricati, 71 per i terreni. Tutti beni non strumentali o strategici che portano nelle casse di Santa Lucia somme ridicole rispetto al suo potenziale.

Quale sarà il procedimento di vendita? Gli uffici tecnici erariali procedono a nuove valutazioni e si mettono sul mercato, concedendo la prelazione ai legittimi locatari che hanno un tempo determinato per esprimere il loro diritto.

La stesso procedimento che hanno fatto gli ultimi anni gli enti previdenziali e società come l’Enel o Trenitalia per fare cassa. Ma perché non si è proceduto prima? «Io l’avrei fatto da tempo - continua il consigliere regionale del Pd - perché è inutile gestire beni non strategici. Alberghi, appartamenti, terreni di cui non sappiamo cosa farcene. Ma oggi la necessità è maggiore perché dall’alienazione si potrebbero ricavare abbastanza quattrini per ripianare almeno il 70 per cento del deficit che ammonta a 1,2 miliardi. Non c’è nemmeno bisogno di una proposta di legge, occorre solo un provvedimento per regolare la vendita. Per questo in settimana noi del Pd presenteremo un’interrogazione per sollecitare la giunta a procedere. E fare cassa».

Più complicata la situazione della cosiddetta eredità Quintieri per il sostentamento dei non vedenti dell’istituto Colosimo. Un castello medievale nel Lazio, tenute nelle Marche e in Calabria oltre agli appartamenti ai Parioli. Nessuna vendita in questo caso perché i beni sono vincolati dal lascito testamentario. Ma anche su questi immobili ci sono dei problemi: gli eredi Quintieri hanno intrapreso una controversia giudiziaria per rientrare in possesso dei beni che, nel frattempo, reclama anche il ministero del Tesoro.

E ancora, la Regione si ritrova ora con gli allevatori difesi dalla lega: nel 2009, si precisa nella relazione patrimoniale, nella tenuta laziale sono state sforate le quote latte...





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Un pony guida per la non vedente islamica

Corriere della sera

Per i musulmani tradizionalisti i cani sono animali impuri: ecco perché la 28enne ha scelto un cavallino


a Dearborn, nello stato americano del Michigan



Mona Ramouni con il suo pony guida Cali

Cali è una minuta femmina di pony di tre anni, dagli occhioni dolci. La sua padroncina Mona Ramouni, 28 anni, cieca dalla nascita e di fede musulmana, non si sarebbe sentita a suo agio con un cane guida, per motivi religiosi. E così ha deciso per un pony, addestrato appositamente. Da un paio d'anni Cali è la compagna inseparabile della ragazza di origine siriana che vive a Dearborn, nello stato americano del Michigan. Cali naturalmente è troppo piccina per poter essere cavalcata, ma la sua funzione è ben più importante: presta gli occhi alla padrona che vive nel buio. La giovane, che ha perso la vista dopo una nascita prematura, avrebbe avuto problemi con un cane guida: la religione islamica tradizionale, infatti, considera questi animali come impuri. Anche se importanti studiosi musulmani hanno ormai sancito che i cani guida sono conformi ai dettami dell'Islam, i genitori di Mona, originari della Giordania, non sono mai stati in grado di abituarsi a questi animali. La giovane ha dunque deciso per un pony, comprato con i risparmi di tre anni di lavoro. La bestiola ora l'accompagna ovunque: sull'autobus, in ufficio, al McDonald's e nelle aule dell'università statale del Michigan.

BATTE GLI ZOCCOLI E SCANSA I PERICOLI - Cali adempie insomma a tutti quei compiti che solitamente vengono svolti dai cani guida. Per sette mesi è stata addestrata da un'esperta, Dolores Artse. Il pony mette in guardia la sua padrona dagli ostacoli semplicemente battendo con gli zoccoli per terra. E a volte riesce persino a scalciare via dalla strada gli oggetti che possono essere d'intralcio. «Ora mi sento davvero parte di questo mondo. Cali è una cavallina formidabile», dice Mona. Che sottolinea: «Quel che è certo è che ora non passo inosservata».


Mouna e Cali all'università

UNA VITA NORMALE - Generalmente ci vuole almeno un anno prima che i ciechi ed i loro assistenti a quattro zampe si abituino completamente l'uno all'altro. «Io lavoro con Cali e lei lavora con me», spiega Mona. Il vantaggio maggiore del pony guida è sicuramente che potrà vivere accanto al suo padrone molti più anni di un cane: quasi 30. Tuttavia prendersi cura di questo animale ha i suoi costi. Problemi sono sorti anche tra i vicini di casa, molti dei quali erano diffidenti verso questa insolita guida per non vedenti. Mona ha dovuto sostenere una battaglia a suon di carte bollate per poter costruire una piccola stalla vicino all'abitazione. E non è stato semplice trovare un maniscalco nella zona. Ciononostante, al suo pony non vuole più rinunciare. Ricorda le lunghe giornate trascorse barricata in casa perché le mancava il coraggio di uscire. «Il mio mondo è cambiato e ora ho molte più possibilità», sottolinea la ragazza, che ora punta a terminare presto gli studi di psicologia e ad aprire un suo ambulatorio: «Ciò che voglio è semplicemente una vita normale».


Elmar Burchia






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Io, pestato perché romeno e i carabinieri non intervenivano»

Corriere della sera

Nel video choc il pestaggio di un 62enne, che ha riportato fratture al volto. Denunciato l'aggressore, autista di carroattrezzi. «Frutto di un clima avvelenato»


ROMA - Fabrica di Roma, paesino a 55 chilometri dalla capitale, in provincia di Viterbo. Un carroattrezzi sta portando via una Volkswagen parcheggiata in divieto di sosta e il proprietario accorre trafelato. Una scena frequente, ordinaria. «Mi scusi, porto subito via la macchina!». «No, è tardi, ormai noi siamo qui: deve pagare». Ma da questo momento una banale discussione – come ne avvengono ogni giorno a decine in qualunque città d’Italia - diventa qualcos’altro: un pestaggio sotto gli occhi dei carabinieri. Sull’asfalto rimane Mihai M., 62 anni, manovale romeno. Colpito al volto da un pugno fortissimo, l’uomo ha riportato fratture multiple facciali, alla mascella e allo zigomo destro, con una prognosi di 35 giorni, dopo i 4 giorni iniziali di ricovero in ospedale.

IL FILMATO CHOC - Adesso, dopo essersi parzialmente ripreso, un mese dopo il fattaccio, Mihai M. ha deciso di denunciare alla Procura di Viterbo per lesioni colpose e omissione di soccorso Luigi Crescenzi, il titolare della ditta di carroattrezzi che l’ha aggredito. Ma non solo: nella stessa querela si chiede di identificare «tutti i responsabili» presenti al momento del fatto, facendo esplicito riferimento «al comportamento adottato dai carabinieri che hanno discriminato il sottoscritto perché romeno, favorendo l’aggressore solo perché italiano». L’ipotesi è che ci sia stata omissione di atti d’ufficio. E ancora, allegato alla denuncia, ecco il documento choc: un video girato dallo stesso Mihai M. con il suo telefonino nei primi 40 secondi e, dopo il pugno che gli ha fatto perdere conoscenza, dal figlio Daniel, riuscito nella concitazione a impossessarsi del cellulare.

IL SEQUESTRO DI MOGLIE E FIGLIO – E’ la sera dello scorso 10 ottobre: i 4 minuti e 53 secondi di videoregistrazione, ora al vaglio della magistratura, documentano istante per istante l’aggressione. Il filmato inizia quando il carroattrezzi, chiamato dai carabinieri, è già arrivato in via Roma, nel centro del paese, sotto casa di Mihai M. La Volkwagen non è sua ma di un amico, Iulian S., che è ospite a cena da lui assieme alla moglie, la sorella e il figlio di 2 mesi. E’ Mihai ad accorgersi, dalla finestra, che alcuni carabinieri stanno controllando l’auto dell’amico, parcheggiata in uno spazio riservato ai disabili con strisce gialle quasi cancellate. Iulian si precipita in strada, con la moglie, la sorella e il neonato spaventato, in lacrime.

Li fa salire in macchina con l’intenzione di andarsene, per evitare la multa. Ed ecco che il clima si accende. Il carro attrezzi, infatti, sta già agganciando l’auto, davanti a un carabiniere che fa cenno con il braccio di procedere: bene così, tiratela su. Nonostante le persone a bordo. Nei primi secondi del video si sente Mihai gridare «Guarda, guarda! Questo è sequestro di persona dentro la macchina!». Il romeno, jeans e camicia bianca, è indignato per il trattamento e continua a filmare la scena. Poco prima (come riferirà nella denuncia), quando dalla finestra aveva avvertito i carabinieri che il suo amico stava scendendo, uno dei militari gli aveva detto “«Scende ‘sto c…!». E a Iulian, appena giunto sul marciapiede: «Ci avete rotto il c… Dovete tornare al paese vostro. La legge la facciamo noi».

L’AGGRESSIONE – Ma torniamo in diretta. E’ al 39° secondo del video che l’autista del carro attrezzi, stazza imponente e giubbetto sportivo scuro, si stufa delle grida di Mihai. «Senti, non mi devi riprendere a me perché…», lo si vede urlargli in faccia mentre si avvicina all’obiettivo e poi, non più visto perché il telefonino vola in aria, parte il pugno. Un diretto in pieno volto, di cui si sente distintamente lo schiocco, che provoca al malcapitato fratture multiple. In via Roma è il caos: la piccola videocamera continua a riprendere scene capovolte, rotolando sull’asfalto, voci di donna, invocazioni a «chiamare l’ambulanza», finché è il figlio di Mihai a prendere il telefonino e a proseguire la ripresa, inseguito adesso dal figlio di Crescenzi, Ivan, anche lui citato nella querela.

«DOCUMENTI O TI ARRESTO» - Daniel non si arrende. Vuole documentare tutto. Un carabiniere gli si avvicina gesticolando: «Può posare questa cosa per cortesia?». Lui ribatte: «Per quale motivo?». Zoom su Mihai, soccorso prima da una delle donne e, un paio di minuti dopo, da un infermiere che gli disinfetta il viso. «C’è sangue!», dice una voce fuori campo. E a questo punto il militare in divisa diventa perentorio. «Fornisca un documento». «Un minuto, un minuto…». No, subito: «Tre secondi e poi ti metto le manette!». Daniel ribatte: «Non potete farlo». Risposta: «Non sto scherzando. Io ci metto tre secondi e ti arresto, ok?». Nuova ripresa sul ferito, seduto in mezzo alla strada. «Stanno curando mio padre, le ferite le ha procurate il signore di poco fa che abbiamo filmato!», continua a urlare Daniel, con voce strozzata. E qui sfumano le immagini.

LA VERSIONE CAPOVOLTA - La disputa proseguirà nella stazione dei carabinieri di Fabrica di Roma, «dove accade un altro fatto incredibile – attacca l’avvocato Giancarlo Germani, che difende Mihai M. – In base al racconto non veritiero del Crescenzi, e nonostante la presenza dei militari sul posto, viene infatti accreditata e diffusa una versione completamente capovolta, secondo cui sarebbe stato il mio assistito ad aggredire l’autista del carro attrezzi«. Il che trova riscontro anche in un’altra circostanza: il giorno dopo, su un quotidiano di Viterbo, al fatto è dedicata mezza pagina con il titolo «Prende a pugni l’autista del carro attrezzi». E, come sottotitolo, «Rumeno aveva parcheggiato in sosta vietata e gli stavano rimuovendo la vettura».

«I ROMENI PARTE CIVILE» – Giancarlo Germani, oltreché avvocato di Mihai M., è un personaggio noto nella capitale: sposato con una donna romena, da anni si batte per l’integrazione tra i due popoli ed è presidente del Pir, il Partito dell’Identità Romena. «Questo gravissimo episodio, con la vittima che diventa aggressore, non è purtroppo l'eccezione ma la regola – commenta Germani - solo che stavolta esiste un video che impedisce il solito giochetto mediatico che vuol fare credere che i romeni sono tutti cattivi e gli italiani tutti buoni». L’avvocato annuncia che «andremo sino in fondo: la vittima si costituirà parte civile e se ci sarà il rinvio a giudizio dei carabinieri, ai quali chiediamo fin d’ora pubbliche scuse, si costituirà parte civile anche il Pir. Questa non è una questione personale ma riguarda la dignità e il rispetto di tutti i romeni che vivono in Italia».

Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it
14 novembre 2010

Tutti i bocciati del Guinness

La Stampa


Migliaia i record respinti ogni anno dalla giuria di Londra: «Un campionario della follia umana»






FEDERICO TADDIA

MILANO


Il maggior numero di colpi di clacson ricevuti in un'ora di viaggio: 100. L'uomo più pulito sul pianeta: 125 bagni al giorno, con shampoo e asciugatura completa ogni volta. La donna che ha guardato per più tempo «Sex and the City»: 70 ore consecutive. Ma c'è anche chi si propone dichiarando di avere il cane più gay al mondo, di aver mangiato 11mila panini in 8 anni o chi, alla faccia della privacy, vorrebbe firmare con nome e cognome il proprio intimo record: 70 orgasmi in un giorno.

Ecco il libro del Guinness che non leggerete mai: migliaia di tentativi di record rifiutati e respinti. Un campionario della follia umana che va a cozzare con il regolamento ufficiale del «Guinness World Records» che prevede che ogni primato sia misurabile, comprovabile, avere un'unica variabile ed essere interessante a livello internazionale. Nel database ufficiale del Guinness ci sono circa 40mila record omologati, ma ogni anno arrivano oltre 60mila richieste che vengono valutate da un team di 19 giudici, diretto da Marco Frigatti, 40 anni di Mestre, una laurea da interprete in tasca, da pochi giorni rientrato a Londra (dove è il suo ufficio) dal Nepal dove è andato a misurare al centimetro l'altezza di Khagendra Thapa Magar, l'uomo più basso del mondo.

«Il 30% delle proposte che arrivano al nostro sito Internet non possiedono le caratteristiche minime per essere prese in considerazione», spiega Frigatti. «Una signora, per esempio, sosteneva di essere la prima persona al mondo a parlare coi delfini, e per supportare la cosa ha portato con sé la dichiarazione di un notaio. Ed è ovvio che se una persona si propone per il maggior numero di autoschiaffi che si può dare in un'ora, specificando che il rumore dello schiaffo si deve sentire da 20 metri, non mi rimane che farmi una risata e cestinare».

Tre milioni di copie vendute in 80 paesi, il book del Guinness viene tradotto in 22 lingue, e una colonna fatta con tutte le copie pubblicabili, a proposito di stranezze, sarebbe alta 75 km. Dei 4 mila record che ogni anno vengono approvati quasi 700 sono verificati personalmente dai giudici, che nel 2010 hanno toccato 27 nazioni. Le proposte sono arrivate da 180 nazioni, con una classifica che vede al primo posto gli Stati Uniti, seguiti da Inghilterra, Canada, India e Australia. Gli italiani che lo scorso anno ci hanno provato sono stati 1123, e il più assurdo arriva forse da Novara: un 27enne si è presentato con, a suo dire, il piatto di spaghetti conservato più a lungo in frigo: poco meno di quattro mesi.

Ma l'archivio dei «No Guinness» non mette limiti alla fantasia: un canadese descrive la sua collezione di patatine fritte a forma di lumaca, un tedesco ammette di essersi conficcato 121 puntine nei piedi, un americano è sicuro di spegnere 10 candele con emissioni intestinali.
«Non è facile tratteggiare l'identikit di chi vuole battere un record», commenta Frigatti. «Sono persone che vogliono distinguersi dalla massa e dimostrare di essere i “numeri uno” in un campo. Persone con grande energia, fuori dagli schemi, disposti a enormi sacrifici e a ore e ore di allenamento. Ci sono davvero abilità straordinarie che abbiamo la fortuna di vedere e certificare. 


L'idea di vedere il proprio nome inserito nel “Guinness World Records” scatena fantasie di tutti i tipi. Pochi giorni fa ho ricevuto la richiesta da parte di una famiglia che pensa di essere quella con più inventori al mondo: il padre dice che ha già brevettato due invenzioni dei figli di 2 e 10 anni, mentre la moglie avrebbe ideato un elettrodomestico utile in cucina e lui avrebbe realizzato un nuovo tipo di spazzolino. Ovviamente è una proposta respinta, però la tentazione di vedere queste cose che lui chiama invenzioni ammetto che ci sia tutta». E c'è anche chi ambisce a finire nel libro dei record sfruttando le proprie pene d'amore, come una ragazza di 26 anni che dagli Usa si è candidata per inaugurare la categoria «Matrimonio più breve». Racconta via mail: «È durato meno di 30 minuti, da quando abbiamo lasciato la Chiesa fino al ristorante. Anzi, al parcheggio era già finita. Abbiamo litigato e non l'ho mai più voluto vedere. Il giorno dopo ho fatto richiesta di divorzio. Credo sia un primato». Già, peccato he alle nozze non fosse stato invitato nessun giudice del Guinness.





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Non ancora nati e già in lista d'attesa

Il Tempo


Sanità:Per prenotare una visita al bebè bisogna chiamare durante la gravidanza. Impossibile rispettare le prescrizioni del pediatra.



Le lunghe liste d'attesa negli ospedali sono uno dei mali della sanità. E questo, purtroppo, lo sanno tutti quelli che cercano di prenotare una visita presso le strutture sanitarie pubbliche. Mesi e mesi di attesa prima di poter avere un appuntamento, anche quando le patologie sono molto gravi. Ma il cronico problema dei tempi lunghi non travolge soltanto i pazienti adulti, ma anche chi al mondo non è ancora arrivato. Chi si trova nella pancia della mamma, infatti, già dovrebbe «preoccuparsi» di prenotare una visita medica in ospedale, sempre nella speranza di trovare posto. Come è possibile? Semplice. Una ecografia alle anche, ad esempio, esame che si deve eseguire sul neonato tra il secondo e il terzo mese di vita, è praticamente impossibile riuscire a prenotarla nei tempi necessari a causa delle lunghe liste d'attesa.
Quindi addio prevenzione, l'esame sarà effettuato quando il bimbo sarà già grande. Per evitare il problema, e dunque dover ricorrere a strutture private, i genitori del neonato dovrebbero prenotare la visita quando mancano ancora diversi mesi alla nascita. Ad affrontare questo disagio sono soprattutto mamme e papà di piccoli venuti al mondo in una struttura privata. Chi ha partorito in un ospedale pubblico, infatti, ha diritto alla prima visita da effettuarsi nello stesso presidio, e inoltre ha la priorità sugli esami prenotati al centralino regionale. I "privati" invece per rispettare le prescrizioni del pediatria sono obbligati a rivolgersi a un centro a pagamento. Ma non finisce qui. Anche se una mamma ha partorito in un ospedale, per fissare un appuntamento deve sperare di avere fortuna. Sì, perché nella maggior parte dei casi gli orari per la prenotazione vanno dalle 8 alle 10 del mattino. E riuscire a sentire una voce che risponda al centralino del Cup è difficile tanto quanto fissare in tempo una visita per il figlio.



Augusto Parboni
14/11/2010




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Regione, i benefit di lusso: i consiglieri rinunciano all'iPad o al pc portatile

Il Mattino



  
di Gerardo Ausiello

NAPOLI (14 novembre) - Niente Apple iPad per i consiglieri regionali del Pdl. Dopo l’inchiesta del Mattino sul kit di lusso dei consiglieri regionali, il capogruppo del Pdl Fulvio Martusciello si affretta a chiarire: «Abbiamo già deciso di rinunciare all’iPad o al computer portatile, che molti di noi hanno acquistato a proprie spese. Penso che anche gli altri colleghi possano fare lo stesso».

«No comment» dal presidente dell’assemblea campana Paolo Romano. Ma da più parti ci sono reazioni e polemiche. Il capogruppo del Pd Giuseppe Russo invoca una modifica del provvedimento, che considera «indispensabile». Nicola Marrazzo, esponente dell’Idv: «Siamo contro gli sprechi, ma se il ricorso alla tecnologia significa non sprecare carta e razionalizzazione, allora il benefit si trasforma in vantaggio».





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E' il leader delle città intelligenti: "Il cervello è nei lampioni"

di Stefano Lorenzetto


Gianluca Moretti, in Italia 11 milioni di punti luce, nel mondo oltre un miliardo. Ha già portato le onde convogliate alla Mecca, sul Corcovado e in tutta Andorra





Povero palo della luce! Al pari dell’umile paracarro sei diventato, chissà perché, sinonimo della fissità degli ebeti. Eppure eri stato Il Lampione, la testata con cui Carlo Collodi, padre di Pinocchio, si prefiggeva di «far lume a chi brancolava nelle tenebre». Eppure facevi piangere i soldati al fronte sulle note di Lili Marleen: «Tutte le sere / sotto quel lampion / presso la caserma / ti stavo ad aspettar. / Anche stasera aspetterò / e tutto il mondo scorderò. / Con te Lili Marleen, / con te Lili Marleen». Eppure hai emozionato almeno due generazioni con Sounds of silence di Simon & Garfunkel: «Nei sogni agitati io camminavo solo / attraverso strade strette e ciottolose / nell’alone della luce dei lampioni».

Ci voleva Gianluca Moretti, un perito agrario che fino a tre anni fa vendeva mangimi destinati a lepri, fagiani, anatre e pernici da ripopolamento, per restituirti ciò che nessuno ti ha mai riconosciuto: la tua intelligenza. Ora arrivano da tutto il mondo qui, alla periferia di Cattolica, per vedere il piccolo Davide che alla guida di appena 50 dipendenti, e con un fatturato di 10 milioni di euro l’anno, è riuscito a piegare Golia della possanza di General Electric, Philips, Enel, Telecom, fino a costringerli in molti casi ad allearsi con lui.

Il miracolo è stato reso possibile dalle onde convogliate (in inglese power line communication o Plc), una tecnologia per la trasmissione di voce e dati sulla rete di alimentazione elettrica. Ovviamente anche Ibm o Cisco disporrebbero di silicio, conduttori e cavi per provarci, però un processore per le Plc così affidabile lo sanno costruire solo nei laboratori di Cattolica. Questione di ricette e di lavorazioni. Un po’ come per il grana: ogni tanto tentano di farlo anche a Brighton, con l’aiuto di un somalo laureato in agraria a Piacenza, ma latte crudo, caglio di vitello e sale marino non danno mai in Inghilterra gli stessi risultati che si conseguono da otto secoli fra Parma e Reggio Emilia.

Grazie ai lampioni, Moretti è diventato il pioniere e il leader mondiale delle «città intelligenti». È il più grande business dopo l’era di Internet: 3,4 miliardi di dollari già stanziati da Barack Obama, 50 miliardi di euro previsti nel Set plan (Strategic energy technology) dell’Unione europea, 2,6 milioni di posti di lavoro nel mondo. Il progetto made in Italy si chiama Minos, ma negli Stati Uniti lo chiamano già Màinos. Un omaggio a Minosse, il mitologico re di Creta che fece costruire il Labirinto di Cnosso. Per capire di che labirinto sto parlando, dovete solo guardarvi attorno: a Roma ci sono 290.000 lampioni, a Milano 132.000, a Firenze 55.000, a Venezia 54.000, a Reggio Calabria 30.000, a Caltanissetta 7.500. Complessivamente l’Italia ha 11 milioni di punti luce, l’Europa 120 milioni, gli Stati Uniti 52 milioni.

Ecco, il merito di Moretti è tutto qui, banale e al tempo stesso formidabile: s’è accorto per primo che l’umanità aveva sotto il naso, già bell’e fatta, la più colossale e meno utilizzata rete di comunicazione del pianeta, qualcosa come 1.145 milioni, insomma oltre un miliardo, di lampioni. Solo lui riesce a dotarli del cervello che li rende intelligenti; si chiama Syra, come l’isola greca delle Cicladi, ed è una scatoletta blu, lunga appena 98 millimetri, in grado di trasformare il palo della luce in una specie di coltellino svizzero dalle innumerevoli funzioni: videosorveglianza, connettività wifi, punto Sos di soccorso, centralina meteo, sensore di rilevamento per dissesti ambientali e idrogeologici, stazione di ricarica per moto e bici elettriche, accertatore di sosta, informatore turistico, addirittura distributore di brani musicali e filmati. Più molte altre applicazioni impensabili di cui Moretti, comprensibilmente, non vuole al momento parlare. Ma l’aspetto più incredibile dell’invenzione è che questo prodigio informatico non costa nulla: si paga da solo con i risparmi energetici che genera nell’arco di 5-6 anni.

Fantascienza? Mica tanto. L’azienda di cui Moretti è amministratore delegato - l’Umpi, acronimo scaturito dai nomi di battesimo di Umberto Olivieri e Piero Cecchini, un ex albergatore di Rimini che la fondò nel 1982 e ne è oggi l’azionista di maggioranza insieme con Alberto Grossi, ex preside dell’istituto tecnico della città romagnola - ha già piazzato mezzo milione di lampioni intelligenti. Non solo in Italia (a Roma, Genova, Venezia, Bologna, Enna, all’aeroporto di Punta Raisi a Palermo e in una miriade di Comuni minori, come Manfredonia), ma anche su 5.000 chilometri di autostrade di Regno Unito, Belgio e Austria, a Kuala Lumpur in Malaysia, a Puebla in Messico, a Colonia in Germania, a Salonicco in Grecia, a Ostrava nella Repubblica Ceca, a Fréjus e Gilette in Francia, a Balaguer in Spagna. L’intero Principato di Andorra è diventato intelligente con 7.000 punti luce. Vengono dalla Romagna anche i lampioni che illuminano la statua del Cristo Redentore e tutta la zona del Corcovado a Rio de Janeiro in Brasile nonché La Mecca e Medina, città sante dell’Islam, e Gedda, in Arabia Saudita.

Cattolica in soccorso dei musulmani. Bel paradosso.

«Ci siamo studiati il Corano, nel quale la luce è citata 30 volte. Abbiamo in ballo una commessa anche per il nuovo aeroporto di Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti. È stata dura far digerire ai sauditi un’area manager donna, Elisa Ruggeri. Non la volevano, hanno protestato. Alla fine sono venuti loro a trattare qui da noi. Gli abbiamo risolto un problemino non da poco: i furti del rame».

Cioè?
«In quei Paesi costruiscono le città in un modo opposto a quello occidentale: prima posano le reti elettrica, idrica, fognaria e le tubature del gas, poi tirano su le case. Nell’intervallo fra le opere di urbanizzazione e l’apertura dei cantieri edili, i ladri rubano i cavi di rame dell’alta tensione. Ma i sensori dei nostri lampioni intelligenti segnalano subito alla centrale l’interruzione conseguente al tentativo di furto. Senza contare che le telecamere a 360 gradi immortalano chiunque s’avvicini».

L’Arabia Saudita è grande: come fa la polizia ad accorrere nel posto giusto?
«Tutti i nostri lampioni sono georeferenziati. E infatti possono essere impiegati anche per il telesoccorso: una persona si sente male, non sa nemmeno dove si trova, preme il pulsante rosso di chiamata sul palo e il lampione la localizza. Il che in una città come Bologna, per fare un esempio, è indispensabile, visto che si contano cinque via Modena e tre via Marconi. Non solo: il lampione legge anche il microchip della tessera sanitaria, che in molti Paesi già reca registrate le patologie del titolare».

Non ho capito come fa il suo lampione a risparmiare.
«Molto semplice. Primo: la rete di illuminazione pubblica non si accende più tutta insieme, ma a seconda delle effettive esigenze nei vari luoghi, grazie anche al collegamento con un orologio astronomico. Secondo: Syra riconosce da solo i guasti, mentre oggi per individuare e sostituire una lampadina bruciata le squadre di manutenzione devono illuminare un’intera città. Terzo: si possono dosare i lux in particolari aree, come parchi pubblici o cimiteri, dopo una certa ora. Quarto: non occorre più scavare. Il Comune di Roma sta installando 600 telecamere per la sicurezza. I cavi per collegarle vanno posati sotto terra. Lei lo sa che uno scavo incide per non meno del 30% sul costo finale dell’opera? Ci aggiunga disagi per il traffico, rumori e inquinamento durante i lavori. Invece con le onde convogliate del sistema Minos il piccone non serve più».

La convenienza è tutta qui?
«Dopo personale, territorio, assistenza sociale e trasporti, la spesa per l’illuminazione è la voce di bilancio più pesante degli enti locali. Gli esempi che le ho elencato valgono risparmi dal 20 al 40%. Tant’è che i Comuni, notoriamente senza soldi, ricevono i finanziamenti a 10 anni dalle banche e non sborsano un solo euro per installare i lampioni intelligenti. E non è finita qui».

Che altro ha in mente?
«L’Italia vanta il primato dei siti che l’Unesco ha dichiarato “patrimonio dell’umanità”: ben 40. Inoltre conta 100.000 chiese, oltre 50.000 dimore storiche, 20.000 castelli e più di 3.000 musei. Si stima che il numero complessivo delle nostre opere d’arte ammonti a 30 milioni, di cui soltanto 300.000 catalogate. Ebbene, un sensorino da 10 euro posto sulla Domus dei Gladiatori di Pompei avrebbe segnalato al punto luce più vicino l’inizio del cedimento che ha preceduto il crollo. Sarebbe bastato mandare subito quattro muratori a puntellarla. Ha tempo per sentire qualche altra applicazione del Syra?».

Prego.
«Lei colloca il sensore dentro un cassonetto e il lampione rileva quand’è pieno: risparmio del 25% sull’uscita degli automezzi della nettezza urbana, che oggi battono a tappeto ogni strada. Allo stesso modo un sensore affogato nell’asfalto individua l’auto che si ferma lì, dialoga col lampione e con la telecamera, invia il numero di targa alla centrale dei vigili urbani e alla banca: si paga solo il tempo effettivo di occupazione del suolo pubblico e viene sanzionato chi sfora. Fine dei parcometri e degli accertatori di sosta».

Manca solo che Syra faccia il caffè.
«Ci siamo vicini. Un display antisfondamento, a prova di vandali, mette a disposizione canzoni, filmati o altri contenuti. Una sorta di jukebox del terzo millennio. Lei si avvicina con un telefonino, si collega col Bluetooth al lampione e scarica quello che desidera, pagando con una Sim di prossimità».

Sarebbe?
«Un Bancomat che funziona a scalare. Si potrà usare per qualsiasi cosa, inclusi i distributori di caffè. Il possessore verrà riconosciuto automaticamente dall’erogatore di servizi e pagherà con la Sim di prossimità. Il prototipo Telecom è già pronto».

Come ha fatto un perito agrario a inventarsi questo business telematico?
«Chissà, magari è l’aria della mia Rimini, città natale anche di Enzo Biagini, amministratore delegato di Apple Italia, e di Massimiliano Magrini, fondatore di Google Italia. Quando sono approdato all’Umpi, il mio unico scopo era di avvicinarmi alla famiglia, che abita appunto a Rimini. L’azienda operava nel campo della domotica e del risparmio energetico, che però non interessava a nessuno. Allora ho capito qual era il nostro asso nella manica: la più estesa rete di comunicazione via cavo. Quando sono andato a spiegarlo ai boss della Telecom, mi hanno riso in faccia. Adesso siamo partner. E ci sono cinque multinazionali interessate, inclusa Edf, l’Enel francese, che è fra i maggiori produttori di elettricità al mondo».

Vabbè che si occupava di mangime per la selvaggina, ma perché le multinazionali avrebbero lasciato proprio a lei quest’immensa riserva di caccia?
«Non è che non abbiano provato a utilizzare le onde convogliate. Ma hanno dovuto arrendersi perché non riuscivano a distribuirle in modo uniforme. Noi siamo sul marciapiede da 28 anni, conosciamo i lampioni e la situazionalità, come si dice in gergo, degli impianti. Le Plc viaggiano in un modo a Brescia e in un altro a Napoli. Il segreto per farle arrivare ovunque è racchiuso nel Syra, il microprocessore che governa ogni singolo lampione».

Si guasterà anche il Syra come tutto a questo mondo, o no?
«No. I reclami sono nell’ordine dello 0,02 per mille. In pratica non abbiamo mai lagnanze. Tant’è che non disponiamo neppure del modulo per i guasti».

Com’è possibile?
«Le centraline nascono qui a Cattolica. Non le facciamo produrre né in Cina né in India, perché nessun Paese straniero ci offrirebbe le necessarie garanzie di sicurezza. Basterebbe un solo lampione che salta in una galleria autostradale per mandare a pallino tutti i risparmi sulla manodopera derivanti da un’ipotetica delocalizzazione. I Syra sono testati a uno a uno. Non possiamo permetterci controlli di qualità a campione o a lotti».

Ma se Internet può camminare sulle linee elettriche, perché mai si portano i doppini dell’Adsl in tutte le case?
«Perché fino a tre anni fa nessuno conosceva a fondo le potenzialità delle onde convogliate. È un mercato ancora pionieristico. Ma già ora Telecom usa il sistema Minos dove non può arrivare col cavo».

Che cosa pensa della liberalizzazione della rete wireless decisa dal governo?
«Una grande opportunità. Ogni lampione può essere abilitato».
E come mai il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso si oppone, sostenendo che così sarà favorita la criminalità?
«Nessuno dentro questa sede saprebbe rispondere alla sua domanda».

Una telecamera su ogni lampione: siamo al Grande Fratello, quello vero, di Orwell.
«È così. Ma per la sicurezza delle città si fa questo e altro. Il lampione riprende nel raggio di 300 metri e può zoomare fino a ingrandire una carta di caramella sul marciapiede».

Com’è arrivato a costruire tutto questo?
«Intanto bisogna ringraziare il fondatore Piero Cecchini. Da albergatore aveva notato che molti turisti in villeggiatura sulla riviera romagnola morivano nei bagni degli hotel. Come installare i sistemi d’allarme senza spaccare i muri in migliaia di alberghi e pensioni? L’Umpi nacque per questo. Ma lo scatto in avanti è venuto con l’installazione dei monitor per far seguire le lezioni scolastiche a distanza ai bimbi ricoverati nei reparti di oncologia pediatrica degli ospedali Sant’Orsola di Bologna, Meyer di Firenze e Bambino Gesù di Roma. Siccome non si poteva esporli a radiazioni di alcun tipo, è nata l’idea di servirci delle linee elettriche».

E colossi come Microsoft e Apple non potevano arrivarci prima di lei?
«Loro, a differenza di me, non avevano bisogno di cercar fortuna».

Qui si continua a inventare nuova tecnologia per comunicare, ma la verità è che nessuno trova più un minuto da dedicare agli altri per un dialogo faccia a faccia.
«Ha ragione. Oggi una famiglia spende cinque volte più che in passato per comunicare. Il mondo vuol parlare. Ma non di persona».

(519. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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Ruby insultata dalle coetanee in discoteca

Corriere della sera


La 18enne marocchina per un'ora sul «trono». Epiteti anche pesanti dalle coetanee e cori «osé»



MILANO
- Ruby, la diciottenne marocchina che ha dichiarato di essere stata a una festa nella residenza di Arcore del presidente del Silvio Berlusconi, sabato sera è stata ospite della discoteca Karma, in zona Corvetto a Milano, per un«ospitata» durata circa un'ora, durante la quale è stata anche insultata da alcune coetanee. Tubino nero, scarpe leopardate, vistosi bracciali d'oro ai polsi, Ruby (vero nome Kharima El Mahrough) si è limitata ad azzardare qualche passo di danza sul palco, a mandare baci e bere qualche flute di champagne. Si è poi seduta su un «trono», circondata da numerose guardie del corpo. Un gruppo di sue coetanee (l'età media dei presenti era intorno ai 20 anni) le ha rivolto anche dei pesanti epiteti. Scurrile pure qualche coro dei ragazzi. (fonte: Ansa)


14 novembre 2010





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D’Alema vuole il dossier con i suoi segreti

di Redazione


Il presidente del Copasir ha chiesto al sottosegretario Letta i documenti riservati dell’inchiesta dei servizi sul caso Telecom-Pirelli e sul misterioso fondo "«Oak fund". Ma in quella vicenda erano coinvolti proprio Baffino e i Ds. La risposta: "Richiesta non coerente" 



 

di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica


La lettera porta la data del 5 ottobre, ed è indirizzata a Gian­ni Letta. A scriverla è il presi­dente del Copasir, Massimo D’Alema.Che domanda al sot­tose­gretario con delega ai Servi­zi di voler «trasmettere con cor­tese sollecitudine » alcuni docu­menti riservati. Si tratta del «testo integrale», spiega D’Alema nella missi­va, «delle relazioni conclusi­ve » di due inchieste interne alla nostra intelligence . Una relativa alla denuncia presen­tata da Italo Bocchino, che ri­teneva di essere pedinato da uomini dei servizi. L’altra, mette nero su bianco l’ex mi­nistro degli Esteri, riguarda «il coinvolgimento di perso­nale dell’Aise nel processo Telecom-Pirelli».

La richie­sta - deliberata all’unanimità dal Copasir la settimana pre­cedente - suona però curio­sa. Perché la vicenda «Tele­com- Pirelli», e in particolare il coinvolgimento di barbe finte, riguarda molto da vici­no proprio una questione nel­la quale D’Alema e il disciol­to partito del quale «Baffino» era presidente erano, loro malgrado, coinvolti. Ossia il dossier «Oak fund». La storia è nota. Il dossier voluto dal capo della security di Pirelli e poi di Telecom, Giuliano Tavaroli, e redatto dall’investigatore privato Emanuele Cipriani, per sco­prire i nomi dietro l’«Oak fund» (che in italiano vuol di­re «fondo quercia»), che con­trollava una quota della fi­nanziaria lussemburghese Bell.

Quest’ultima possede­va la quota di controllo di Oli­vetti, che all’epoca (luglio 2001) controllava il 54 per cento della Telecom. E il dos­sier venne realizzato in quel periodo, quando Pirelli stava per dare la scalata al colosso italiano delle telecomunica­zioni. Tavaroli ai magistrati spiega che si voleva capire chi fossero gli azionisti dell’« Oak fund», nel timore che vi fosse qualcuno del manage­m­ent Telecom che volesse lu­crare sull’operazione. E, mi­se a verbale Tavaroli, quando venne fuori che i nomi erano invece quelli di «esponenti di un partito dell’attuale mag­gioranza »arriva l’ordine a Ci­priani di fermarsi lì. Tutto fini­to? Macché.

Quando il boss della sicurezza di Telecom esce dal processo, patteggian­do 4 anni e mezzo, il suo rac­conto cambia non poco. Ta­varoli, a Repubblica , indica in Tronchetti Provera l’auto­re dell’input che ha dato vita al dossier. E, soprattutto, cambia il movente: Tronchet­ti, spiega Tavaroli, avrebbe ordinato quel dossier sui Ds proprio per cercare eventua­li tangenti nell’acquisizione di Telecom da parte di Cola­ninno. Tavaroli aggiunge al­tri dettagli, tra cui la presunta esistenza di depositi di soldi all’estero,finiti dopo un caro­sello di società nel conto lon­dinese dell’«Oak fund» «cui erano interessati i fratelli Ma­gnoni e dove avevano la fir­ma Nicola Rossi e Piero Fassi­no » (dichiarazioni che solle­varono una raffica di smenti­te e di annunci di querele).

Nomi che Tavaroli spiega al quotidiano di aver fatto in­vano ai magistrati che gli avrebbero risposto: «Non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo “esponenti politi­ci” ». Una versione, quella del­la ricerca mirata dei Ds dietro al «fondo quercia», concor­dante con quanto dichiarato ai magistrati il 28 marzo 2007 dall’autore del dossier, Ci­priani: «Tavaroli mi invitò a svolgere investigazioni sul­l’Oak fund dicendo che avrei dovuto verificare se dietro c’era un partito politico».Pro­prio in quell’interrogatorio, Cipriani, di fronte ai docu­menti che gli inquirenti gli mostrano, mette a verbale che non trova «un documen­to che indicava un noto sog­getto politico», che identifica proprio in D’Alema.

E ancora Cipriani aggiunge di aver par­lato degli esiti delle sue inda­gini sia a Tavaroli che a Mar­co Mancini, lo 007 all’epoca numero uno del controspio­naggio del Sismi, considera­to dai magistrati «stabile col­laboratore » di Cipriani e Ta­varoli. Proprio Mancini rap­presenta il «coinvolgimento di personale dell’Aise nel pro­cesso Telecom-Pirelli» a cui D’Alema fa riferimento. Ma se la storia è già conosciuta, appare curioso che sia pro­prio D’Alema, nella sua quali­tà di presidente del Copasir, a firmare la richiesta a Letta per ottenere il «testo integra­le » dell’inchiesta interna su quell’ affaire che, in un modo o nell’altro, ha visto emerge­re anche il suo nome.

Ma la «sollecitudine» cal­deggiata da «Baffino» non è servita a far arrivare le carte al Comitato parlamentare di controllo sui servizi: pochi giorni fa, il 4 novembre, Gian­ni Letta ha risposto picche a quella richiesta. Spiegando che il Copasir ha già ottenu­to, sia per la questione Tele­com- Pirelli che per la denun­cia di Bocchino, «sintesi del lavoro svolto e dei relativi esi­ti ». Scelta dettata dal bisogno di tutelare «gli aspetti di se­gretezza » e gli « interna corpo­ris » dei servizi interessati. L’invio di«copia delle relazio­ni conclusive», spiega Letta a D’Alema, non avverrà: la ri­chiesta è «non coerente con il quadro ordinamentale vigen­te ». Il numero uno del Copa­sir si rassegnerà o vorrà insi­stere? Una strada c’è, è Letta a indicarla nella lettera: il Co­pasir può con voto unanime disporre indagini sulla «ri­spondenza dei comporta­menti di appartenenti ai ser­vizi ai compiti istituzionali previsti dalla legge». In que­sto caso il segreto di Stato non può essere opposto. Che farà Baffino?





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Scalfari lo smemorato fa l'avvoltoio con Feltri Costretto al silenzio: "Censurata voce libera"

di Giancarlo Perna

Il decano di Repubblica voleva la radiazione del nostro direttore. Ma dimentica che lui l’avrebbe meritata più di altri Per il manifesto su Calabresi "torturatore", per le false accuse scagliate contro Leone e per quel sodalizio con Sindona...



 


Il decano della nostra categoria-l’ottanta­seienne Eugenio Scalfari - ha fatto l’altra sera uno scivolone. Si è forse rotto il femore? Peg­gio: ha scritto una brutta pagina di giornali­smo. Scritto si fa per dire, perché il vanitosone ha voluto pavoneggiarsi in tv con la barba sa­piente, i capelli color neve, le proverbiali gote rosa. Ha impettito il busto davanti alla teleca­mera e se n’è uscito, all’incirca, così: «Che Vit­torio Feltri non sia stato radiato, mi ha stupi­to ». Ha omesso di aggiungere, «dolorosamen­te », preferendo esprimere il risentimento con l’indignazione del viso, l’aggrottare delle so­pracciglia e gli altri accorgimenti che nefanno da decenni la coscienza della Nazione. Per lui, dunque, il collega imputato del caso Boffo avrebbe dovu­to dare l’eterno addio alla professione.

E questo, fran­camente, non fa onore al pa­ladino di tutte le libertà qua­le da mezzo secolo è il Mae­stro. Da una personalità co­sì ci saremmo attesi la stes­sa benevolenza per gli erro­ri altrui che Egli ha genero­samente dimostrato per i propri. Si dice che, con l’accumu­larsi delle primavere, si in­debolisca la memoria del presente ma si rafforzino i ri­cordi del passato. Se Scalfa­ri fa eccezione, può volere dire due cose: o che non ha mai avuto coscienza delle proprie porcherie o che or­mai si è bevuto il cervello. O le due cose insieme. Chi è Gegè, come lo chia­mavano in gioventù gli ami­ci per le sue arie da gagà? Ri­sposta: uno che - se avessi­mo un Ordine dei giornali­sti con la schiena dritta - sa­rebbe già stato fermato da lustri e la lista delle sue ca­stronerie, giornalistiche e umane, sarebbe meno lun­ga.

Scalfari è tra coloro che hanno indicato agli assassi­ni di Lotta Continua il bersa­glio di Luigi Calabresi, falsa­mente accusato dell’omici­dio dell’anarchico Pinelli. Il commissario fu ucciso dai terroristi di Adriano Sofri nell’aprile del 1972. I man­danti morali furono i giorna­li di sinistra - tra i quali si di­stinse il settimanale L’Espresso , creatura del Ma­estro - che nei mesi prece­denti si erano scatenati con­tro di lui. Gegè volle però da­re un’impronta più persona­le all’infamia. Promosse una sottoscrizione, alla qua­le aderirono ottocento «in­tellettuali » - tra cui lui e la sua redazione - di un mani­festo che definiva Calabresi «commissario torturatore» e il «responsabile della fine di Pinelli». Benedì, inoltre, un’altra iniziativa con cui si intimidiva la magistratura che aveva denunciato i mili­tanti di Lc per istigazione a delinquere.

Una lettera aperta al procuratore di To­rino, autore della denuncia, firmata da diversi redattori di Scalfari, tra i quali l’attua­le moglie del Maestro, Sere­na Rossetti. I sottoscrittori si schieravano in difesa di Sofri & co., affermando orgo­gliosi di condividerne l’illu­minata visione. Ecco un sag­gio della prosa: «Quando i cittadini da lei imputati af­fermano che in questa socie­tà “l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di re­pressione della lotta di clas­se”, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni so­no ladri, è giusto andarci a riprendere quello che han­no rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, armiamo le masse”, lo gridiamo con lo­ro. Quando essi si impegna­no a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfrutta­mento”, ci impegniamo con loro».

Questo erano Gegè e la sua cerchia. Pensare che qualche anno dopo, da di­rettore di Repubblica , il Ve­nerando si scaglierà come un nume babilonese contro Bossi per l’iperbole da scola­retto degli «otto milioni di baionette padane». Tipica indignazione farlocca di un consumato ipocrita che rin­faccia la pagliuzza nell’oc­chio altrui e glissa sul tron­co piantato nel suo cervello. Eugenio - nell’indifferen­za dell’Ordine che oggi bac­chetta per non avere radia­to Feltri - ha usato il mestie­re per calpestare la verità e farsi i propri interessi. Negli anni Sessanta, ha falsamen­te accusato il generale dei carabinieri, De Lorenzo, di tentato golpe. Per mettersi al riparo della condanna pe­nale che la bugia gli aveva fruttato, grazie all’immuni­tà che ora esecra, si è fatto eleggere in Parlamento col Psi di Pietro Nenni.

Così ­pur essendo ricco come l’Aga Khan- si gode oggi an­che la pensione frutto della menzogna che ha rovinato la vita di De Lorenzo. Che fosse una bidonata, è ormai assodato per ammissione di Lino Jannuzzi, il giornalista che fece con lui il finto sco­op. Una ventina di anni do­po, Lino, rinsavito, rivelò in­fatti che avevano montato la panna sulla base di una documentazione manipola­ta del Kgb sovietico. Queste le fonti del disinvolto Mae­stro. Ritroviamo lo zampone dell’illustre decano anche nelle false accuse che co­strinsero il presidente Leo­ne a dimettersi dal Quirina­le nel 1978. Furono i giorna­listi dell’ Espresso , Melega e Camilla Cederna, a sparge­re i veleni. Gegè, dalle colon­ne di Repubblica , aggiunse batteri alla stricnina e, sem­pre con l’aria di portare puli­zia nel Paese, distrusse un innocente.

Con l’arma del giornalismo malandrino, perseguiva un fine politico: eliminare un ostacolo all’av­vento del compromesso sto­rico col Pci, a lui gradito e avversato da Leone. Il Vene­rato sperava così di plasma­re a sua immagine l’Italia, scolpire il suo nome sulla pietra e passare - alla faccia del rivale Montanelli - per il superfico del bigoncio gior­nalistico. Vi sembra che abbia ono­rato la professione uno che è stato pappa e ciccia col te­soriere della mafia, Michele Sindona, prima di voltargli le spalle e affossarlo? Men­tre era deputato, a Gegè ven­ne l’uzzolo di fondare un quotidiano, la futura Repub­blica . Si mise alla ricerca di finanziatori. Ci provò con Eugenio Cefis, ci riuscì con Carlo De Benedetti, Nell’in­termezzo, cercò l’aiuto di don Michele che stava sca­lando con un’Opa la Basto­gi. Una notoria truffa. Ma Scalfari, per sedurlo, ne di­venne complice.

Presentò, a nome del Psi, un’interro­gazione di totale appoggio all’Opa. In un soffietto di quarantatré righe, il deputa­to affermò che «la serietà dell’offerta era comprova­ta » e che essa «favoriva una massa di oltre tremila picco­lo azionisti». In sostanza, una meraviglia. Appena se ne accorse, Riccardo Lom­bardi, responsabile Psi per l’economia, lo convocò invi­perito. «Scalfari, ricordi che prima di impegnare il parti­to deve chiedere l’autorizza­zione. Il Psi non condivide il suo appoggio a Sindona». Messo alle strette, Gegè far­fugliò: «Ne avevo parlato con Giacomo Mancini». Non era vero, ma Mancini ­che era il suo protettore - lo coprì.

Don Michele si profu­se in ringraziamenti e pro­mise i soldi per Repubblica . Due anni dopo, però, fece fallimento. Il Maestro, per cancellare le impronte, co­minciò ad attaccarlo furio­samente. Per l’eccelsa pen­na, l’ex amico in disgrazia di­venne «il bancarottiere». Immemore delle untuose sviolinate di poco prima, ac­cusò questo e quello - con particolare lena, Andreotti ­di complicità col finanziere sul lastrico. Ne chiese la ga­lera e la ottenne. Si carezzò la barba e prese la posa del salvatore della patria. Le imprese del Nostro non finiscono qui, ma lo spa­zio a disposizione, sì. Vi chiedo: può un simile esem­plare giornalistico fare la predica a chicchessia?





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14 novembre 1940: 70 anni fa la prima città rasa al suolo da un bombardamento

Il Mattino





NAPOLI - Coventry è una cittadina inglese situata a metà strada tra Londra e Manchester. E' famosa per due ragioni: primo, la Jaguar ha qui la sua sede. Secondo: per lo spaventoso raid della seconda guerra mondiale con cui l'aviazione del Terzo Reich la ridusse in briciole, facendo coniare un nuovo sinonimo di bombardamento a tappeto, "coventrizzare". Era la notte del 14 novembre del 1940 quando la cittadina fu bombardata dalla Luftwaffe, l'aviazione tedesca. con un accanimento tale da restare completamente distrutta. I tedeschi avevano fatto le prove generali a Guernica, durante la guerra civile spagnola.
Fu uno dei più tragici eventi della seconda guerra mondiale ed il nome della città diede immediatamente origine al neologismo "coventrizzare", per indicare appunto l'idea della distruzione totale, del radere al suolo.





Il nuovo verbo fu adottato dalle principali lingue: in inglese "to coventrate" ed in tedesco "koventrieren", con il medesimo, inequivocabile significato.

La Germania, alla fine della guerra, pagò lo stesso drammatico prezzo in termini di distruzioni delle città: nelle notti tra il 24 luglio e il 3 agosto 1943, in tre raid successivi, 2.630 aerei alleati scaricarono su Amburgo 8.641 tonnellate di bombe. I morti furono 48 mila, i feriti 37 mila. Dresda fu colpita il 13 e il 14 febbraio 1945. Non c' era difesa contraerea e la città rigurgitava di profughi dall'Est: 640 mila abitanti e 200 mila profughi. Nessun obiettivo militare. Per molti fu la risposta all'attacco a Coventry e ai bombardenti su Londra. Nello stesso periodo furono distrutte Monaco, Lubecca, Colonia, Dortmund, Düsseldorf, Norimberga, Hannover.

pino taormina




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Promessa sposa a 4 stranieri: il sì e 7mila euro per la carta di soggiorno

Il Messaggero


Scoperto il business dei matrimoni con gli extracomunitari:
25enne di Santa Giustina "fidanzata ufficiale" degli irregolari





BELLUNO (13 novembre) - Quattro promessi sposi per 7 mila euro ciascuno. Tanto costava il "sì" per diventare italiani. Un buon affare per la 25enne di Santa Giustina che aveva messo in piedi il business dei matrimoni.

La sposa sarebbe stata sempre lei, diversi invece i consorti, ma a condizione che fossero extracomunitari, anzi marocchini e senza permesso di soggiorno. La sanatoria sarebbe venuta con le nozze. Come la ragazza avesse potuto coronare il "sogno" non è dato di capire perchè tutto il castello è stato infranto dalla polizia e dai carabinieri.

La giovane aveva elaborato il suo tariffario di matrimonio: ogni "fidanzato" doveva versare 4 mila euro alla stipula del contratto e altri 3 mila a nozze avvenute. Poi, tanti saluti senza baci e ognuno per la propria strada. Il progetto matrimoniale aveva parvenza di regolarità. La ragazza si presentava al Comune e chiedeva documentazione per potersi sposare con la tal persona straniera. Questa prassi era stata ripetuta per ben quattro volte, cioè tante quante erano le persone da maritare. La giovane aveva dilazionato la sua domanda nel tempo e si era rivolta a impiegati ogni volta diversi.

Ma non solo, nell’affare "extracomunitari" operava tutta la famiglia, il padre e la madre della giovane, tutti di Santa Giustina seppur originari di altra regione. Lui, operaio di 55 anni, già noto alle forze dell’ordine e lei, un po’ più giovane, dichiarata invalida al 90 per cento (risultata poi in grado di muoversi ed operare con disinvoltura). In base alla legge sulla sanatoria delle badanti avevano richiesto due di queste e una colf ottenendo l’accettazione della domanda. La stranezza che ha fatto saltare la pulce nell’orecchio alle forze di polizia stava nel fatto che si volevano tutti maschi marocchini. In realtà questi non avevano nessuna intenzione di svolgere attività assistenziale ma, come poi è emerso, una volta regolarizzati si sarebbero dedicati a traffici illeciti. Intanto ognuno aveva pagato 1.200 euro al falso datore di lavoro.

Le indagini congiunte tra la Compagnia di Feltre dei carabinieri e della Questura di Belluno, in particolare della stazione di Santa Giustina e dell’Ufficio immigrazione, hanno avuto inizio nel luglio scorso e hanno preso spunto prima di tutto da indiscrezioni, con i relativi riscontri, raccolte dagli investigatori. Va detto che fondamentale è stata la collaborazione dell’ufficio anagrafe del Comune di Santa Giustina, grazie al quale è stato possibile tracciare l’intero mosaico del sodalizio e mandarlo in frantumi. La posizione dei cittadini estracomunitari sarà riesaminata e nei loro confronti potrebbe scattare il provvedimento di espulsione.




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Come sono «à la page» certe (in)coscienze ecologicamente corrette

di Paolo Granzotto


Enel Green Power sta diffondendo una vasta campagna per la vendita di azioni nel campo dell’energia da fonti rinnovabili, con rappresentazioni fotografiche e televisive di impianti eolici installati su dorsali di monti e aree boschive. L’ostentazione del progetto commerciale della società in questione rispecchia la provocatoria sicumera di chi opera nell’industria dell’eolico - considerato fonte di energia pulita e, come tale, oggetto di elevati incentivi che si traducono in colossali affari - sprezzante verso chi si batte, invece, per la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico di regioni che le fonti rinnovabili selvagge (eolico e fotovoltaico in prima linea) stanno minacciando, come avviene in Molise dove, nel suo territorio di appena 4.438 Km. quadri, pendono progetti per l’installazione di circa 5mila pale eoliche oltre alle centinaia già impiantate. In nome della cosiddetta energia pulita (che tale non può definirsi in assoluto, per quanto recentemente emerso da autorevoli studi internazionali sugli effetti negativi delle centrali eoliche sulla salute umana) si stanno commettendo intollerabili soprusi in danno di ambiente, agricoltura, avifauna. Gli articoli 9 e 32 della Costituzione e le norme della Convenzione Europea del Paesaggio vengono disattese e soppiantate da interessi economici camuffati da ipotetici e non dimostrati vantaggi ambientali.
Comitato Nazionale del Paesaggio
Sezione Molise

Sono con lei, caro Ciamarra, l’eolico è una costosa panacea per curare i malanni energetici (l’unico farmaco adeguato, so che dicendolo la farò arrabbiare, è il nucleare), una costosa panacea, dicevo, non si sa quanto pulita ma si sa, purtroppo, quanto devastante il paesaggio. Sono convinto che l’opinione pubblica - salvo la parte che si ritrova le pale davanti alle finestre - creda che l’eolico sia quello poi mostrato nella pubblicità: una specie di smilza girandola, una cosuccia da niente da mettere in giardino e però in grado di fornire energia a tutta la villetta. Mentre l’eolico vero e invasivo è costituito da torrioni alti centocinquanta metri, con pale di venti-quaranta metri e il peso di oltre 200 tonnellate.

Piazzate ovviamente in vista perché devono prendere il vento, che siano singole o a «parco», non è un bel vedere. Ne sapete qualcosa voi molisani, che di quei torrioni detenete il record. Però, scusi, sa, caro Ciamarra, del proliferare di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici non può farne colpa all’Enel. Che fa il suo mestiere: l’ambientalismo tira (in Italia) la green economy. Guardi la pubblicità: oggi non c’è aggeggio, dal tostapane alla berlina di lusso, che non reclamizzi il «tasso di emissioni». Un astratto, perché cosa ne sa il consumatore se 9 o 11 g/Km è un valore alto o basso? Però è sufficiente tirarle in ballo, le «emissioni», per mettere a posto le coscienze ecologicamente corrette.

Quanto all’energia pulita, tira perché ricorrervi è considerato un titolo di merito oggi fra i più à la page. E perché, essendo largamente sovvenzionata (cioè pagata dalla comunità), lì per lì sembra conveniente. L’orgoglio di sentirsi benemerito per virtù ambientaliste e i vantaggi economici rappresentano un potente euforizzante, tale da distrarre l’utente dalle brighe accessorie (manutenzione, vento che non sempre soffia, sole che non sempre brilla...). Là dove è stata «inventata», in America, la green economy è già finita in archivio ed è stato lo stesso presidente Obama, che ne fu il più entusiasta sponsor, a impartirle l’estrema unzione (atto doveroso: i 35 deputati democratici che nelle recenti elezioni hanno dovuto cedere il posto a altrettanti colleghi repubblicani avevano tutti sottoscritto il piano di Obama per riconvertire in green l’economia americana. Vaste programme, oltre tutto). Il risparmiatore italiano, però, ancora ci crede e il buon esito dell’offerta Enel è lì a confermarlo. È ovvio che non possiamo che augurargli d’aver visto giusto e di aver fatto bene i conti, ma proprio bene.



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