giovedì 18 novembre 2010

Internet, traffico Usa dirottato in Cina per diciotto minuti

Corriere della sera


Ad aprile il 15% dei contenuti americani deviato su server cinesi. «Compromesse gravemente privacy e sicurezza»


Lo ha riferito la U.S.-China Economic and Security Review Commission



MILANO - Il giorno 8 aprile 2010, per diciotto minuti, una quota del 15 per cento dell’imponente traffico internet statunitense (che comprendeva comunicazioni da e per i siti dell’Esercito, della Marina, del corpo dei Marines, dell’Aeronautica, dell’ufficio del Segretario della Difesa, del Senato e della Nasa) potrebbe essere stato registrato e decriptato dalla Cina. Con conseguenze che potrebbero rivelarsi drammatiche per la privacy e la sicurezza.

DICIOTTO MINUTI - Lo ha reso noto qualche giorno fa il National Defense Magazine dopo la denuncia del pdf di 300 pagine della U.S.-China Economic and Security Review Commission nel rapporto annuale della Commissione Usa-Cina per la sicurezza presentato al Congresso americano. La stampa estera riprende la notizia, chiedendosi perché l’accaduto emerga solo ora, a distanza di sette mesi.

In quei diciotto lunghi minuti infatti i dati internet ad alta sensibilità statunitensi e di altri Paesi sono passati erroneamente attraverso i server cinesi, dopo che China Telecom aveva inviato informazioni di routing sbagliate: una mole di traffico impressionante, compresi i delicati dati delle agenzie governative, ha seguito il percorso errato a causa della modifica del routing su internet, approdando sui server cinesi.

Il fenomeno in questione è il cosiddetto IP hijacking e si verifica quando il router impone una rotta diversa, indicando come percorso migliore un nodo differente da quello abituale. In questo caso dunque il nodo cinese è stato opportunamente configurato per risultare agli occhi di chi inviava il pacchetto come l’algoritmo di routing da preferire. China Telecom ha categoricamente smentito, in un comunicato inviato alla France Presse, «qualsiasi deviazione di traffico internet».

ERRORE O ATTACCO - La stessa USCC non sa se i dati siano venuti in possesso di eventuali malintenzionati o se tutto sia effettivamente avvenuto a causa di un semplice sbaglio che ha stravolto il routing. Certo il traffico su internet, soprattutto quello in chiaro, è troppo vulnerabile e occorrerebbero controlli più accurati sui percorsi seguiti dai pacchetti sulle reti informatiche.

Secondo Dmitri Alperovitch, vice presidente della società McAfee, il dolo è quasi certo e si tratterebbe di «uno dei più grandi attacchi di hijacking, o forse il più grande in assoluto, che si siano mai visti», nonostante il gigante delle telecomunicazioni cinese neghi qualsiasi hijack del traffico web. «Potrebbe accadere ancora – spiega Alperovitch -, dovunque e in qualsiasi momento». E poi conclude: «Cosa è successo al traffico della rete mentre era in Cina? Nessuno lo saprà mai».

Emanuela Di Pasqua
18 novembre 2010



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Dalle accuse di scopiazzare alle amicizie imbarazzanti: tutti i ko del pugile scrittore

di Redazione

A catturare ieri Iovine è stato il capo della Mobile di Napoli che aveva negato la scorta a Saviano. In "Gomorra" non salva nessun politico tranne un ex diessino in giunta con il fratello del superboss. Il suo mito, il boxeur Pietro Aurino, è stato arrestato perché picchiava chi non pagava il pizzo


di Pier Francesco Borgia e Gian Marco Chiocci

Se il buongiorno si vede dal mat­tino, ieri Roberto Saviano non vede­va l’ora di andare a dormire. Per l’im­barazzo. Perché lo schiaffo ricevuto a metà pomeriggio dal ministro Ma­roni è di quelli che stordiscono i più accecati detrattori del governo Ber­lusconi, a cominciare dallo scrittore di Gomorra che in tv ha catechizza­to gli ascoltatori sulla connection fra la Lega e le ’ndrine del nord. Schiaf­fo bissato da un ceffone ancor più doloroso se si pensa che ad arresta­re il boss Antonio Iovine, ci ha pensa­to l’ufficio guidato da un poliziotto coraggioso nella lotta al crimine quanto impreparato a difendersi dall’accusa di«lesa maestà»:parlia­mo del capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, che per aver osato dubitare sull’urgenza di una maxi scorta allo scrittore, è stato crocifisso dai fan dello scrittore ca­sertano, già sgomenti per l’archivia­zione dell’inchiesta sul fantomatico attentato natalizio sbandierato a mezzo stampa anche se mai pensa­to dalle cosche:

«Dopo gli accerta­menti sulle minacce che Saviano as­seriva aver ricevuto - confessò lo sbirro impenitente di cui Repubbli­ca chiese l’allontanamento - dem­mo parere negativo sull’assegnazio­ne della scorta. Resto perplesso quando vedo scortare persone che hanno fatto meno di tantissimi poli­­ziotti, carabinieri, magistrati e gior­nalisti che combattono la camorra da anni». 

Il castello di carta può non scricchiolare ma basta un debole ali­to per farlo crollare. Mettere insie­me pezzi disordinati di inchieste (giornalistiche o giudiziarie poco importa), condirli con retorica dea­micisiana e azzardare teoremi sug­gestivi, è una ricetta vincente per un gourmet della cattiva informazio­ne. Partiamo dall’origine,da Gomor­ra . Nessun politico è promosso, tranne uno: Lorenzo Diana, già par­lamentare Ds, membro nella com­missione antimafia, ora dipietrista convinto.

Eppure secondo alcuni suoi lontani trascorsi ripresi in inter­pellanze parlamentari (che a politi­ci come Cosentino non sarebbero perdonati) vien fuori che alla fine de­gli anni Settanta, Diana era in giunta a San Cipriano d’Aversa con Erne­sto Bardellino (fratello del super­boss Antonio) e Franco Diana (arre­stato e ucciso in cella per un regola­mento di conti). Niente di grave, per carità. Ma se in una giunta simile ci fosse stato Cosentino? La risposta è scontata. 

 Saviano, per dire, non ha perdonato all’ex sottosegretario nemmeno certe scomode parente­le che nelle piccole comunità sono la regola: «Un fratello di Cosentino è sposato con la sorella di Giuseppe Russo, detto Peppe il Padrino, espo­nente dei casalesi e della famiglia Schiavone!» E poco importa che an­che don Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra e che Saviano celebra ogni volta che può, avesse parentele scomode come quelle di Cosentino: «Il parroco era mio parente da parte di papà - racconta a verbale Carmi­ne Schiavone, killer pentito - men­tre la sorella Maria ha sposato Zara Antonio, figlio di Schiavone Maria e di Schiavone Vincenzo».

E importa ancora meno che il prete, sempre a detta del collaborante, si fidasse del futuro sottosegretario all’Economia tanto da non far mistero di votare per lui. Quello che vale per gli altri, insomma, non vale per sé. Saviano non ha il copyright dell’anticamor­ra in Terra di Lavoro, non è l’unico cronista a battersi per la verità sco­moda ai clan. 

Dei dodici colleghi­eroi senza scorta e senza ribalta, a cui i casalesi hanno bruciato l’auto, sparato a casa, recapitato resti di ani­male in redazione, Saviano non par­la. Trova piuttosto il tempo di attac­care quei quotidiani locali per certi titoli a effetto che lo scrittore esula dal contesto (un verbale, una testi­monianza) e definisce infami. Non ha mai parlato delle rivelazioni che il Giornale mandò in stampa il 18 marzo 2009 dal titolo: «Così Saviano ha copiato Gomorra».

Interi brani ri­presi, senza citarli, da «corrispon­denze di guerra» di cronisti con l’el­metto da sempre. Nulla da dire nem­meno sulla citazione per danni da mezzo milione di euro di Simone Di Meo, segugio di Cronache di Napoli che solo dopo aver ottenuto la corre­zione e la citazione della fonte (il suo nome) a partire dall’undicesi­ma ristampa di Gomorra , ha deciso di soprassedere. Nessuna citazione per le numerose disgrazie del cen­trosinistra nel regno del nemico «Sandokan». 

Un esempio, decine di esempi. La giunta dell’ex presiden­te della provincia di Caserta, Sandro De Franciscis, è finita nei guai per i lavori affidati a ditte del boss stragi­sta Giuseppe Setola e lo stesso ex pre­sidente è stato intercettato mentre parlava di protezioni della «camor­ra di Casale». Nessuno sputtana­mento mediatico sul modello di quelli riservati ai big del centro-de­stra. È ovvio che poi Saviano non può pretendere di passare, a pre­scindere, per «credibile». 

È scontato che poi gli invidiosi ironizzino sulle improbabili confidenze liceali con Pietro Taricone nonostante i quat­tro anni di differenza. Ed è normale che il destino si accanisca anche a commento del suo annuncio di dar­si alla boxe come Pietro Aurino («il mio mito»), purtroppo per Saviano arrestato perché picchiava chi non pagava il pizzo. La verità, insomma, è più prosaica di un’informazione «spettacolare».




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Crac Banca Meridione, lady Cacciapuoti in fuga con gioielli e file segreti: indagata

Il Mattino




di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (18 novembre) - Nello zainetto del figlio aveva nascosto una pen-drive per il collegamento ad Internet, magari sperando che quell’oggetto di pochi centimetri non venisse notato. E invece la mossa si è rivelata azzardata, tanto da rendere inevitabile il suo coinvolgimento nella vicenda giudiziaria che da mesi vede sotto inchiesta il marito.

Decisione sofferta e motivata: Roberta Zicari, moglie di Raffaele Cacciapuoti, è stata iscritta nel registro degli indagati, al termine dell’analisi degli ultimi atti sequestrati dalla Guardia di Finanza. Cambia il quadro delle accuse, nuove iscrizioni nel fascicolo sulla gestazione della Banca popolare del Meridione e sulla scomparsa di sedici milioni di euro: Lady Cacciapuoti ora dovrà difendersi dall’accusa di favoreggiamento reale, per aver provato a trasferire da Napoli verso Santo Domingo - probabile «buen retiro» del marito - beni di valore, ma anche computer, telefoni e supporti informatici con tanto di dati e informazioni sensibili.

Vicenda complessa, che punta a fare luce sulla sparizione del capitale della Banca popolare del Meridione, sogno incompiuto di centinaia di risparmiatori che si erano affidati alle strategie finanziarie di Cacciapuoti. Favoreggiamento reale, dunque, per una donna che per mesi aveva provato a rimanere lontano dai riflettori e, soprattutto, dai veleni di una banca mai decollata.

Lei, Roberta Zicari, ha provato a difendere la privacy della propria famiglia, con il comprensibile obiettivo di tutelare la crescita dei tre figli minorenni. Estranea alle indagini sulla distrazione di soldi e sul giro di assegni falsi della BpM, oggi Roberta Zicari deve rispondere del materiale sequestrato in un blitz della Finanza in aeroporto.

In Procura nessuno si sbilancia, ma c’è il sospetto che il trasferimento del materiale sequestrato avrebbe potuto favorire il latitante Cacciapuoti a condizionare un’inchiesta non ancora conclusa. Il resto è storia di gioielli, borse e monili finiti sotto sequestro. Braccialetti, orologi, ciondoli, in alcuni casi tempestati di rubini, finanche un lingotto d’oro. Un elenco lunghissimo finisce agli atti, segno evidente di una scelta sofferta, quella di lasciare Napoli per Santo Domingo, di puntare a una vita nuova con la famiglia finalmente riunita. Un piano interrotto pochi atti prima del decollo. Siamo al chek-in, è quasi fatta, quando arrivano gli uomini della Finanza. Massima discrezione, una lunga perquisizione. Spunta quella pen drive dallo zainetto portato a mano da uno dei tre figli di Raffaele Cacciapuoti e Roberta Zicari, poi il resto. Indizi che rafforzano i sospetti: dati e documenti sensibili spostati da un mondo all’altro, poi tanta reticenza in famiglia e nel ristretto entourage di Cacciapuoti. L’inchiesta si allarga, si parte dallo spulcio di computer e memorie informatiche.

Ma non è tutto. L’inchiesta si allarga anche ad altri soggetti, punta ad inquadrare altre responsabilità. Indagini e perquisizioni hanno investito in queste ore anche l’abitazione paterna della Zicari e quella di un quarto soggetto, vale a dire dell’autista tuttofare di Cacciapuoti, che a metà ottobre era stato ascoltato in Procura sugli ultimi spostamenti del sedicente promoter. Inchiesta condotta dal capo del pool criminalità economica, il procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli e dal pm Francesco Raffaele, che sembra rafforzata dall’analisi di quanto sequestrato fino a questo momento dal nucleo di pg della Finanza, agli ordini del colonnello Luigi Del Vecchio.




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Denunciata la scrittrice anti-nucleare per l'offerta di sesso al presidente

Corriere della sera


Un avvocato contro Charlotte Roche, che si è "proposta"
a Wulff in cambio del veto alla legge sugli impianti




BERLINO - Potrebbe costare cara alla scrittrice Charlotte Roche l'offerta di una notte di sesso con il presidente tedesco Christian Wulff in cambio del veto alla legge che prolunga la vita degli impianti nucleari in Germania: un penalista di Passavia l'ha denunciata alla Procura di Colonia per tentata corruzione. Till Zimmermann, questo è il nome dell'avvocato, è titolare della cattedra di diritto e processo penale dell'Università di Passavia. Tuttavia, la sua iniziativa - scrive il quotidiano Passauer Neuen Presse - è stata criticata da molti esperti del settore, secondo i quali il penalista sta solo cercando di farsi pubblicità.

LA VICENDA - La Roche, 32 anni, autrice del bestseller 'Zone umide', ha lanciato la sua proposta a Wulff dalle pagine del settimanale Der Spiegel: «Offro di andare a letto con lui se non firma», ha scritto riferendosi alla legge sugli impianti nucleari. E poi: «Mio marito è d'accordo. Adesso sta alla First Lady dare il suo ok. Io sono tatuata». Ma secondo Zimmermann questa è corruzione, un reato punibile penalmente. Non la pensa così un avvocato di Duesseldorf, Udo Vetter, il quale ha pubblicato sul suo blog un articolo dal titolo 'Il carcere per Charlotte': Zimmermann, secondo il legale, è interessato solo a «15 minuti di attenzione dei media». La stessa iniziativa della Roche è stata una trovata pubblicitaria, ha proseguito l'avvocato, e quindi non può essere presa sul serio. Alla fine, ha concluso, Zimmermann potrebbe essere costretto a pagare i costi legali della sua trovata (fonte: Ansa).

18 novembre 2010




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Deputata prende a schiaffi collega

Corriere della sera

Argentina, scontro in Parlamento

L'asino Hermann congedato con disonore

Corriere della sera

Fa discutere la decisione della Bundeswehr: l'animale, dopo anni di fronte, è stato ceduto ad un mercato

Ha trasportato armi e munizioni nelle aree di guerra dell'Afghanistan. Ora non serve più


La notizia che riguarda l'asino Hermann sul sito della Bild
La notizia che riguarda l'asino Hermann sul sito della Bild
MILANO - L’asino Hermann aveva cominciato a puntare i piedi e neppure i comandi impartiti dai soldati della Bundeswehr riuscivano più a smuovere il caparbio quadrupede. E così Hermann, di stanza a Shar Darah, provincia di Kunduz, nel nord dell’Afghanistan, è stato congedato. E neppure con onore. Per la precisione - scrive il quotidiano tedesco Bild - è stato venduto per 100 dollari al mercato locale.

ABBANDONATO IN AFGHANISTAN - Nell’ultimo periodo l’asino si rifiutava di trasportare carichi pesanti di armi e munizioni attraverso i territori del pericoloso distretto sotto controllo dei tedeschi e soprattutto di scavalcare i fossati d’acqua. Inoltre, a causa del normale avvicendamento delle truppe, i soldati che abitualmente si prendevano cura di lui hanno lasciato la base in Afghanistan per rientrare in Germania. Così per lui non c'è stata più alcuna gloria. Congedato con disonore, insomma, anche se resta da vedere se il disonore è il suo o di chi lo ha lasciato laggiù.

LA STORIA DEL CANE TARGET - Nei giorni scorsi un altro animale con le stellette, reduce dal fronte afghano, ha fatto tristemente parlare di sé: il cane Target, che dopo avere contribuito a salvare vite con il suo fiuto in grado di scovare le mine antiuomo, è stato soppresso per errore con un'iniezione letale in un canile dell'Arizona.

Redazione online
18 novembre 2010




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Chi ha ucciso l'uomo di Neandertal L'anticipazione del libro di Pennacchi

Il Messaggero




di Antonio Pennacchi



ROMA (17 novembre) - Che l’uomo di Neandertal andasse e venisse avanti e indietro per tutto l’agro pontino, i monti Lepini e il Circeo fino a casa mia - coi figli, le mogli e le suocere appresso - non è che si sia sempre saputo. Io pure non è che mi sia svegliato una mattina e abbia detto: “Sai che c’è? mo’ vado in campagna a cerca’ le frecce”. Il mio povero suocero e tutti i coloni veneti come lui, quando trovavano durante l’aratura queste pietre scheggiate, pensavano sempre: “l’è stà ‘na saetta”. Il fulmine. O i denti della fresa. Che ne sapevamo noi di tutta questa roba qui?

A noi ce l’ha detta Alberto Carlo Blanc (o meglio, a me l’ha detta Marcello Zei, ma a Zei la disse Blanc). Se non era per lui, non sapevamo ancora un fico secco nessuno. È lui che quando c’è stata la bonifica negli anni Trenta s’è messo a girare per tutte le paludi pontine appresso agli operai che scavavano i canali, per vedere tante volte che cosa uscisse fuori. (...)

Alberto Carlo Blanc si mise appresso agli operai passo passo in mezzo alla fanga - dentro i canali - ed è solo così che poté fare la famosa stratigrafia della briglia di Gnif Gnaf del Canale Mussolini. È così che ha trovato l’Elephas antiquus e il mammut - sempre al Mussolini - e tutti gli altri fossili e la presenza massiccia del Musteriano in agro pontino, tanto da delinearne una nuova e specifica facies chiamata proprio “pontiniano” e divenire già, a 28 anni, un’autorità mondiale della paletnologia. Quello peraltro - altro che indiana Jones - aveva un fiuto che manco i cani da tartufo. Allora poi non era come adesso, che le ossa di neandertaliano te le tirano appresso. Allora ce ne erano poche e, di quelle poche, tra le più importanti ci sono proprio quelle che trovò lui (...)

Ma sul monte Circeo fiutava proprio come un tartufo e ancora il 15 febbraio 1939 - uno o due giorni prima di sposarsi - c’era tornato a farsi un altro sopralluogo e s’era fermato da un amico suo, il Guattari, proprietario di un alberghetto. Il Guattari stava facendo dei lavori di scavo nel terreno dietro l’albergo - proprio ai piedi del monte, fra il monte e il mare - e Blanc gli disse: “Occhio, che ci può essere qualche cosa”. Poi ripartì per Roma per andarsi a sposare.

Quelli scavarono con più circospezione e lui dieci giorni dopo - il 25 febbraio 1939, ritornando dal viaggio di nozze che aveva fatto a Napoli - quando è stato a Terracina, prima di prendere la Fettuccia per tornare a Roma ha detto alla moglie: “Fammi fare un salto a San Felice Circeo, va’”. Quella avrà pure storto il muso ma - arrivati lì - si sono trovati davanti il Guattari che strillava: “proprio ieri abbiamo trovato un teschio!”.

Il suo elettricista Bevilacqua, scavando scavando, si era imbattuto nell’ostruzione di una apertura che - una volta rimossa l’ostruzione stessa - immetteva in un cunicolo stretto stretto che però alla fine sbucava in una grotta. Da questa grotta principale si dipartivano poi due antri secondari ed in uno di questi - che il Blanc chiamò “Antro dell’Uomo” - c’era appunto un cranio.

Subito Blanc si infilò con il Guattari dentro la grotta - mentre la sposa impaziente aspettava di fuori - finché vide in quella cameretta secondaria il teschio umano che «giaceva quasi al centro dell’antro, verso il fondo, assieme ad ossa di Cervidi, Suidi ed Equidi, scheggiate, tra alcune pietre disposte circolarmente (...). Constatata immediatamente sul fossile la presenza di accentuati caratteri neandertaliani, decisi di asportarlo, giudicando imprudente di lasciarlo ulteriormente sul posto, tanto più che numerose persone (ragazzi, donne, dipendenti del Guattari ecc.) erano penetrate prima di me nella grotta e ne avevano asportato varie ossa. Non avevo con me il magnesio necessario ad una fotografia». Così ha preso il cranio e lo ha portato a Roma, è andato a svegliare Sergio Sergi - un mammasantissima della scienza d’epoca - a cui, dopo averlo fotografato, lo ha ufficialmente consegnato.

Era il 26 febbraio del 1939 oramai, e neanche venti giorni dopo, il 15 marzo, le truppe tedesche entravano a Praga. I nembi di guerra erano già tutti all’orizzonte (...) ma, nonostante questo, la notizia il giorno dopo fece il giro del mondo. La comunità scientifica rimase folgorata. E non per il cranio in sé, poiché di resti neandertaliani ce ne erano anche altri in mezza Europa e financo a Roma. (...)

Questo di Grotta Guattari al Circeo, infatti, anche se solo di 51 mila anni b.p., oltre ad avere la regione fronto-temporale destra fratturata presentava un allargamento artificiale del foro occipitale - il buco cioè dove la testa si attacca al collo - e soprattutto era inserito in un circolo di pietre, come mostrava il disegno a rilievo da lui fatto pubblicare. Ergo, secondo il Banc si trattava di una chiara manifestazione di antropofagismo rituale da parte di un gruppo di neandertaliani ai piedi del monte Circeo.




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Mandato d'arresto per Julian Assange

Corriere della sera


Lo ha deciso il pubblico ministro in Svezia: l'accusa è quella di violenza sessuale




STOCCOLMA - Il pubblico ministro in Svezia ha spiccato un mandato di arresto per violenza sessuale nei confronti di Julian Assange, il fondatore del sito Wikileaks che ha rivelato migliaia di documenti segreti. «Ho chiesto al tribunale di Stoccolma di arrestare Assange, sospettato di stupro, molestie sessuali e coercizione nei confronti di due donne nella scorsa estate», si legge in un comunicato del procuratore svedese Marianne Ny. «La ragione della mia richiesta è che voglio interrogarlo, e sino ad oggi non ci siamo riusciti», aggiunge. La vicenda che coinvolge Assange risale allo scorso agosto: il fondatore di Wikileaks è stato accusato di un presunto stupro che avrebbe avuto luogo a Enkoping, oltre a tre casi di molestie a Stoccolma e uno di «coercizione illegale». Una risposta della corte di Stoccolma dovrebbe arrivare entro la sera di giovedì. Un mandato di arresto nei confronti di Assange era già stato spiccato il 20 agosto, e poi ritirato ore dopo. Nel frattempo, l'australiano ha ammesso tramite il proprio legale di aver conosciuto le due donne che lo accusano, di 25 e 35 anni, «erano entrambe alla mia conferenza stampa», e ha escluso di aver fatto «sesso non consensuale» rifiutandosi di aggiungere altro, «sono fatti privati».

LA RIAPERTURA DEL CASO - All'inizio di settembre il procuratore capo svedese aveva annunciato di voler riaprire l'indagine preliminare per stupro a carico di Assange dopo un'ulteriore revisione del caso. Il mese scorso la procura aveva chiuso l'indagine per il presunto stupro, lasciando invece aperta quella per molestie. Assange aveva ribadito la correttezza del suo operato e il mese scorso ha detto che l'intelligence australiana l'aveva avvisato di piani per gettare discredito sul sito. Il mese scorso WikiLeaks ha pubblicato più di 70.000 documenti militari segreti sull'Afghanistan, in quello che le autorità americane hanno definito una delle maggiori violazioni di sicurezza nella storia dell'esercito americano.

18 novembre 2010



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Yoani scrive agli studenti di Cuneo: "Generation Y per vincere la paura"

La Stampa


La lettera della blogger cubana





YOANI SANCHEZ

L'AVANA

Yoani Sanchez è la più nota blogger cubana; ha dato vita a un movimento apolitico di intellettuali che esprimono liberamente le loro idee su Internet. Pluripremiata, ma sempre impossibilitata a ritirare i riconoscimenti per il divieto a uscire imposto dal governo cubano, non potrà essere presente a "Scrittorincittà" perchè ancora una volta non ha ottenuto il permesso di uscita. A raccontare Yoani Sanchez (e a leggere un suo testo dedicato ai ragazzi di Cuneo, venerdì 19 novembre) sarà Gordiano Lupi, traduttore italiano del suo blog e curatore dello spazio telematico della blogger cubana per LaStampa. Con lui Paolo Collo.



Appena dieci anni fa ero seduta - proprio come voi oggi – in un banco universitario. Nel mio caso si trattava della Facoltà di Arte e Letteratura dell’Avana, scuola di linguisti e fucina di scrittori, che in quel momento viveva tempi difficili per colpa di carenze materiali e dell’esodo in massa dei professori. Nelle aule, noi alunni ci immergevamo nella lettura dei classici e nello studio del latino, vera e propria via di fuga da un difficile quotidiano. È stato così che ho imparato a usare gli aggettivi più appropriati, a maneggiare bene la grammatica e a usare il linguaggio con disinvoltura.

La filologia mi ha dato la possibilità di esprimere con proprietà il mio pensiero, ma la censura dominante mi ha fatto capire subito che non mi era permesso mettere insieme le parole liberamente. Le cose che scrivo sul blog Generación Y sono il frutto della profonda contraddizione prodotta dal conflitto tra domande, interrogativi e proposte che desideravo pronunciare a voce alta e dal consenso o dalla simulazione che pretendevano. Nell’aprile del 2007 è stata proprio l’angoscia di vivere in una realtà raccontata con trionfalismo e molteplici omissioni dai mezzi di comunicazione ufficiali a convincermi ad aprire uno spazio personale di libera opinione.

Quel piccolo sito virtuale si è andato trasformando in una pubblica piazza di discussione, in un luogo dove potevo esercitare quei diritti civici che nella Cuba reale sono ancora una chimera. Dopo tre anni posso dire che il duro compito di scrollarmi di dosso conformismo e apatia mi ha procurato molti nemici e avversari che fortunatamente si compensano con la solidarietà di altre migliaia di persone in tutto il pianeta. Il blog mi ha provocato insonnia e pace, mi ha messo al centro della vigilanza poliziesca ma mi ha anche regalato la soddisfazione di far arrivare la mia voce a molti lettori.

Generación Y mi ha inserito nel mirino delle istituzioni repressive, ma mi ha lasciato con la pace interiore di chi non ha niente da nascondere. Siete ancora in tempo a scegliere tra il problematico cammino di esprimere le vostre opinioni o preferire un comodo e mansueto silenzio. Avete la possibilità di optare tra applicare la censura sugli altri o al contrario incentivare con loro il dibattito e la polemica. Qualunque sarà la vostra decisione, dovrete prenderla in piena libertà di coscienza, con la convinzione che in un caso grazie a voi scorrerà l’informazione e nell’altro si scontrerà – irrimediabilmente – contro la vostra paura. Se volete il piccolo consiglio di una persona che ha scelto il sentiero più scabroso, mi permetto di dirvi che non c’è niente di più gratificante che mettere insieme le parole liberamente e non c’è cosa migliore che dibattere senza violenza verbale su argomenti che ci interessano.

Ricordate che tra dieci anni vi troverete dall’altra parte della barricata e nei banchi ci saranno altri occhi attenti, che vi giudicheranno e vi chiederanno di rendere conto su ciò che avrete fatto.

Un abraccio forte a tutti

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi



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In chat al posto dell'amica: denunciata

La Stampa


Vercelli, 17enne su Facebook con la password della rivale per scipparle il ragazzo




ALESSANDRO NASI
VERCELLI

Scusa, come fai ad essere qui davanti a me se io sto chattando con te su Facebook?». Parte da questa frase l’indagine della polizia Postale di Vercelli che ha portato, nel giro di tre mesi, alla denuncia di una minorenne di Prato Sesia, nel Novarese, che nel social network più famoso del mondo si spacciava per un’altra ragazza, sua conoscente, per poter corteggiare con un loro coetaneo.

Un gioco, uno scherzo per flirtare, senza rendersi conto che si trattava di un reato. «Spesso succede tra i giovani - spiega l’ispettore della polizia Postale di Vercelli Rocco Pergola - vedono in Facebook un’innocente terra di nessuno, senza capire che scambiarsi l’identità con un altro è un reato e può portare a conseguenze anche pesanti. Il fenomeno purtroppo è in aumento e su Facebook è molto facile». La ragazza, 17 anni, è stata denunciata al Tribunale dei minori «per accesso abusivo a sistema informatico e per violazione di corrispondenza privata». Un’accusa per cui si rischia anche più di un anno. Tutto parte ad agosto di quest’anno. La minorenne riesce, senza grandi difficoltà, ad impossessarsi dei dati d’accesso al profilo Facebook di una ragazza di Gattinara, di 22 anni, sua conoscente.

Una volta scoperto l’indirizzo mail che la ventiduenne usa per fare il login ed entrare nel sito, la ragazzina risale alla password, rispondendo alla domanda di sicurezza. «E questo è uno dei punti più importanti che vanno evidenziati - commenta l’ispettore della Postale di Vercelli Rocco Pergola -: la ragazza aveva messo una domanda di controllo troppo facile. Bisogna sempre mettere risposte personali e riservate, non informazioni come la data di nascita o la città di residenza». Una volta entrata nel profilo della vittima, la giovane cambia subito la chiave d’accesso e inizia a scrivere e chattare con gli amici della 22enne. Obiettivo: conoscere e flirtare con un ragazzo che le piace. Non commette nessun altro reato e non usa le informazioni della vercellese per scopi illeciti. L’unico è quello di riuscire a scambiare qualche parola con il ragazzo dei suoi sogni.

La vittima per un po’ non si accorge della truffa: è l’incontro con un amico a farle aprire gli occhi. «Ma se tu sei qui con me come puoi essere online su Fb?». Torna a casa, prova ad entrare su Facebook e il messaggio di errore assomiglia molto ad un campanello d’allarme. La denuncia alla polizia Postale di Vercelli scatta subito e la squadra, coordinata dall’ispettore Rocco Pergola, inizia le indagini. Dopo poco meno di tre mesi gli agenti riescono a risalire all’indirizzo Ip della giovane e la raggiungono a casa di Prato Sesia dove la ragazza confessa tutto tra le lacrime.

E proprio nella settimana in cui arriva nelle sale il film su Facebook, scatta l’allarme sociale intorno all’uso del network più famoso. Tra i giovani ma non solo. Sì, perché le cronache, non meno di qualche settimana fa, riportavano il «colpo» subìto da Paola Letizia, 44 anni di Palermo, fatto da un hacker che, colpendo più l’orgoglio e i sentimenti che il portafoglio della donna, aveva svaligiato la sua casa virtuale, costruita in uno dei giochi di Facebook più noti: «Pet society». La donna non si è rassegnata, si è rivolta agli avvocati e ha presentato denuncia alla Procura di Palermo che ha aperto un’indagine.

La polizia Postale sta dando la caccia al pirata che ha violato l’account di posta elettronica della donna, un’«introduzione abusiva e aggravata» nella corrispondenza elettronica: un reato punibile con una pena da uno a cinque anni. Per evitare un compito in classe di matematica aveva mandato due e-mail firmate «killer di professione», annunciando la presenza di ben 70 bombe all’interno dell’istituto. La bravata ha fatto finire nei guai una ragazzina che frequenta una scuola media in provincia di Bologna. A scoprirla sono stati i carabinieri, che l’hanno denunciata alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni con l’accusa di procurato allarme. La studentessa si è tradita perché per spedire le mail minatorie alla scuola, aveva utilizzato il computer della madre, a sua insaputa.



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Il whisky più caro del mondo: 340 mila €

Corriere della sera


La speciale bottiglia di Macallan battuta all'asta da Sotheby's a New York. Il ricavato ad un ente benefico

Decanter ad hoc e liquore distillato tra il 1942 e il 1946


La «Lalique CIre Perdue», la bottiglia speciale creata per il whisky battuto all'asta da Sotheby's
La «Lalique CIre Perdue», la bottiglia speciale creata per il whisky battuto all'asta da Sotheby's
MILANO - Dall’unione fra la famosa distilleria Macallan e il leggendario artigiano del cristallo Lalique è nata una bottiglia assolutamente unica nel suo genere, appositamente realizzata a mano dai maestri vetrai francesi per celebrare il 150 anniversario della nascita di René Lalique e ispirata alla bellezza del paesaggio scozzese, all’interno della quale è stato racchiuso il più vecchio e raro whisky di puro malto mai prodotto dall’antica azienda nel nord-est della Scozia. E ieri il “Macallan in Lalique Cire Perdue” ((http://www.themacallan.com/home.aspx)) è stato battuto all’asta di Sotheby’s per 460mila dollari (oltre 340mila euro), finiti nelle casse della “charity water” (http://www.charitywater.org/), un’organizzazione no profit che si occupa di fornire acqua pulita alle nazioni in via di sviluppo.

COMPRATORE SCONOSCIUTO - Sconosciuta l’identità del compratore, si sa solo che l’offerta vincente è stata fatta da una donna. Negli ultimi otto mesi il prezioso decanter ha girato il mondo, in un tour che l’ha portato da Parigi a Madrid, passando per Londra, Mosca, Seul, Hong Kong, Johannesburg, Taipei, Shanghai, Singapore e Tokyo, fino all’approdo definitivo a New York, dove si è tenuta la vendita. «Abbiamo ottenuto una risposta eccezionale per questa bottiglia così rara e speciale – ha ammesso David Cox, direttore della divisione “Fine and Rare Whiskies” per Macallan – e siamo assolutamente elettrizzati dalla cifra che abbiamo raggiunto e che ha polverizzato ogni precedente record per il più caro whisky al mondo».

WHISKY ANTICO - L’eccezionalità dello scotch whisky in questione è stata data dalla lavorazione con 21 alambicchi di rame battuto a mano e dalla conservazione in tre botti di rovere di sherry spagnolo stagionate, riempite nel 1942, nel 1945 e nel 1946. In precedenza, il più vecchio Macallan prodotto dalla distilleria aveva 60 anni: distillato nel 1926 e imbottigliato nel 1986, ne esistono solo quattro bottiglie al mondo.

I PRECEDENTI - Ma questo prezioso decanter è solo l’ultima delle spese folli che si possono fare, portafoglio permettendo. E un giro in rete ci ha permesso di stilare una sorta di “classifica delle meraviglie”. Eccola:
- Il vestito da sposa creato dallo stilista Lorenzo Riva per una principessa indonesiana: tempestato con 250 carati di diamanti, costa 2 milioni di euro.
- Il collare “I Love Dogs Diamonds” che, lo si capisce già nel nome, ha una serie di brillanti incastonati e costa 1,3 milioni di euro
- La bottiglia di Cognac Grande Champagne: liquore invecchiato 100 anni e contenuto in una bottiglia rivestita in platino e oro 24 carati, decorata con 6500 brillanti, opera del gioielliere Jose Davalos. Valutazione: circa 1,1 milioni di euro
- La penna MontBlanc e Van Cleef & Arpels è composta da 840 diamanti e 20 carati di pietre preziose. Costo: circa 560mila euro
- La borsa Chanel Diamond Forever in coccodrillo, oro bianco e quasi 350 diamanti. Prezzo: oltre 200mila euro
- La tv realizzata da una ditta italiana con 20 carati di diamanti incastonati in oro bianco. Non leggerissima sia nel peso (40 kg) che nel prezzo (100mila euro)
- La scarpa-gioiello di René Caovilla, con cobra tempestato di pietre preziose per un totale di 20 carati. Prezzo: 91mila euro
- Il gatto Ashera, creato su misura in laboratorio, che costa fra i 15mila e i 19mila euro

Simona Marchetti
17 novembre 2010



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Renato Zero indagato per evasione fiscale Oltre due milioni di euro portati a Monaco

Corriere del Mezzogiorno


Il cantante convocato in procura nell'inchiesta sulla commercialista Stefania Tucci, moglie di De Michelis

Renato Zero
Renato Zero


NAPOLI - Evasione fiscale per oltre due milioni di euro, cinque indagati tra cui spunta il nome eccellente di Renato Facchini, al secolo Renato Zero. L'avviso di conclusione indagini arriva dalla procura di Napoli, dove l'autore di successi senza tempo come «Mi vendo» e «Il triangolo» è accusato di aver fatto parte di un «carrozzone», tanto per citare un'altra hit del cantante romano, capace di emettere fatturare per prestazioni fittizie e aver poi trasferito i fondi ricavati all'estero. Nell'avviso firmato dal pm Vincenzo Piscitelli e di cui dà notizia quest'oggi La Repubblica, si cita in particolare un conto corrente aperto a Monaco, una banca nel Principato. Zero dopo le verifiche dell'Agenzia delle entrate aveva già aderito a una conciliazione bonaria, mettendosi in regola con il fisco, lasciando tuttavia aperte le indagini penali sul caso.

L'INDAGINE PENALE - È il filone che riguarda l'inchiesta su modus operandi e clienti della commercialista Stefania Tucci, napoletana, moglie di Gianni De Michelis, indagata pure lei e condannata a tre anni in un caso precedente, per truffa. Secondo la procura partenopea grazie a fatturazioni per eventi esistenti solo su carta in tre anni, dal 2002 al 2005, circa 2 milioni e 311 mila euro si erano volatilizzati per riapparire sul conto creato ad hoc nel principato. Ora per Zero si mobilita la magistratura che già aveva fissato un interrogatorio saltato perché il canante romano aveva fatto sapere di volersi avvalere della facoltà di non rispondere. Prossimo appuntamento con gli indagati negli uffici della procura partenopea il 9 dicembre e chissà che Zero non cambi idea.


Redazione online

18 novembre 2010





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Airbus fuoripista, forse una lite tra i piloti

Corriere della sera


Palermo, novità nell'indagine sull'incidente di Punta Raisi. La registrazione: «Ma che fai?»

Era il 24 settembre, venti i feriti sul velivolo. Allora si diede la colpa al «wind shear»


Il velivolo di Wind Jet finito fuori pista a Punta Raisi il 24 settembre
Il velivolo di Wind Jet finito fuori pista a Punta Raisi il 24 settembre
PALERMO - «Ma che c... fai!?». Un'imprecazione del comandante all'indirizzo del copilota. Brandelli di conversazioni registrate dalla scatola nera dell'Airbus A 319 della Wind Jet finito fuori pista a Punta Raisi. Quanto basta per far emergere nuove ipotesi sulla causa dell'incidente del 24 settembre scorso nel quale rimasero feriti 20 dei 123 passeggeri. Fino ad ora si era sempre parlato di un incidente dovuto al cosiddetto wind shear, l'improvviso cambio nella direzione del vento che schiaccia l'aereo verso il basso nella fase di atterraggio. Ma quelle poche parole registrate dalla scatola nera fanno pensare che a bordo dell'aereo possa esserci stata una lite tra i piloti.

I tecnici avrebbero infatti riscontrato che l'angolo di atterraggio dell'Airbus quella sera era troppo basso. Quanto alle poche battute trapelate dei dialoghi tra pilota e copilota è invece presto per capire in quale fase collocarle e se svelano realmente qualcosa sulle cause dell'incidente. Per questo i magistrati invitano alla cautela, anche perché attendono i risultati delle perizie tecniche.
«I consulenti incaricati di esaminare le scatole nere dell'Airbus Wind Jet non hanno ancora depositato la loro relazione ed è quindi assolutamente prematuro trarre conclusioni sulle cause dell'incidente dalle conversazioni tra il pilota e il copilota finora ascoltate» afferma il procuratore aggiunto a Palermo Maurizio Scalia.

E tiene a precisare che in questa fase «parlare di lite è una esagerazione. Tra l'altro quella discussione sarebbe avvenuta quando il velivolo era ancora ad alta quota». Una circostanza che farebbe dunque escludere che questa sia stata la causa del fuoripista anche perché la procedura prevede che nella fase di atterraggio ai comandi dell'aereo debba stare il comandante. Resta il fatto che quelle voci sono state registrate mentre la prima ipotesi legata al wind shear sembra non trovare riscontro. Molti passeggeri hanno raccontato di non avere avvertito improvvisi cambi di vento ma soprattutto la strumentazione a terra, nonostante il temporale di quella sera, ha registrato condizioni di vento tali da consentire un atterraggio in sicurezza.

L'incidente resta dunque un giallo spiegabile solo ipotizzando un errore umano o un guasto alla strumentazione di bordo. Da parte sua la compagnia Wind Jet respinge qualunque conclusione affrettata. «Per il dovuto rispetto delle indagini - comunica -, ci asteniamo da qualsivoglia commento ma siamo pronti a ricorrere legalmente a tutela della nostra immagine e in relazione alle possibili violazioni della segretezza delle indagini». Qualunque sia la causa del fuoripista quello del wind shear a Palermo è un problema reale come lo sono le polemiche che da anni impediscono l'installazione di un'antenna che possa segnalare il pericolo. A bloccare tutto è il piccolo comune di Isola delle Femmine che teme conseguenze per la salute dei cittadini. Ma ieri il presidente dell'Enac Vito Riggio è stato categorico: «Aspettiamo alcune certificazioni quindi l'installazione verrà ordinata in base alla legge vigente e a pena di commissione del reato di attentato alla sicurezza nei trasporti».


Alfio Sciacca
18 novembre 2010



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L'Aidaa festeggia il 5° "Gatto nero day" in difesa degli animali

Quotidiano.net


Lo scopo è di “denunciare e superare le superstizioni che circolano ancora oggi attorno ai gatti neri”. Verrà anche eletta 'Miss Gatto nero' le cui fotografie saranno pubblicate in un calendario


Gatto nero
Gatto nero


Roma, 17 novembre 2010

Giunge alla quinta edizione del ‘Gatto nero day’ che si svolge oggi. Col motto: “Tutti insieme contro le superstizioni” la manifestazione e’ istituita dall’Aidaa, l’Associazione italiana difesa animali ed ambiente, con lo scopo di “denunciare e superare le superstizioni che circolano ancora oggi attorno ai gatti neri”.

Superstizioni che risalgono al Medio Evo, “quando milioni di gatti neri furono arsi insieme alle donne accusate di stregoneria. Secondo l’inquisizione questi animali erano considerati lo specchio dell’anima del diavolo. Dopo quel periodo hanno attirato su di loro la fama di ‘portatori di iella’”.

Oggi verra’ anche eletta ‘Miss Gatto Nero’, le cui fotografie serviranno alla realizzazione del calendario del gatto nero 2012. I fondi raccolti “andranno a favore dei gattili italiani, dove sono presenti oltre 4.000 gatti neri pronti per essere adottati”.

Le iniziative a favore di questi animali partiranno domenica 21 novembre e dureranno fino alla fine del mese. Tra gli eventi principali la conferenza ‘Il gatto nero tra la legge e leggende’ che si svolgera’ a Milano, e la giornata del gatto nero in programma al gattile Azalea di Roma.




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Chiatti, prove di libertà. Permesso premio dopo 17 anni in carcere

La Stampa


Il "mostro di Foligno" fuori per la prima volta. Appello su Facebook: è un pericolo, fermatelo




ALESSANDRA CRISTOFANI
FOLIGNO (Perugia)


Permesso premio per Luigi Chiatti, che nel 1992 uccise Simone Allegretti, 4 anni, e nel ‘93 Lorenzo Paolucci, 13 anni. Il «mostro di Foligno», come era stato ribattezzato, ha ottenuto dal giudici del Tribunale di sorveglianza il permesso di uscire dal carcere di Firenze. È successo lo scorso giugno, ma la notizia è filtrata solo ieri dall’istituto penitenziario dove Chiatti, ora 42enne, sconta una pena a 30 anni. Dice «radio carcere» che i suoi avvocati hanno pure intenzione di ripresentare istanza per ottenere la semi-libertà. Non è facile. Bisogna innanzitutto trovare un datore di lavoro disposto ad assumerlo, un giudice che certifica la non pericolosità una volta fuori e, soprattutto, convincere l’intera comunità di Foligno che è giusto così.

Già due volte il serial killer aveva richiesto la concessione di permessi premio, sempre puntualmente negati. Così come era stata respinta dalla prima sezione penale della Cassazione anche la richiesta, avanzata personalmente sempre nel 2006, della concessione della semilibertà. L’indulto no. L’indulto, grazie al quale la pena è stata ridotta da trenta a ventisette anni, è stato invece concesso, con buona pace dell’ex Guardasigilli Roberto Castelli, che si era detto sconcertato degli effetti di quel provvedimento.

Intanto la città di Foligno, sessantamila anime nella pianura al centro dell’Umbria, non dimentica. Su Facebook si è costituito un gruppo, che si chiama «Il Mostro di Foligno deve rimanere in carcere», che conta quasi tremila iscritti e una serie di post che si susseguono a ritmo incalzante. La comunità sfoga la sua rabbia chiedendo che per lui «non ci sia nessuna pietà», che venga piuttosto «condannato a morte»: troppo grave quello che ha fatto.

Ora i permessi premio sembrano qualcosa di troppo difficile da mandare giù. Dei permessi a lui, Luigi Chiatti, omicida mai pentito di due bambini, l’uomo che il criminologo americano George Palermo, uno dei maggiori esperti mondiali di assassini seriali, non esitò a definire «killer abortivo», proprio perché, come del resto ammesso dallo stesso imputato, se non fosse stato catturato avrebbe inevitabilmente continuato a uccidere.

Scrisse di lui Vittorino Andreoli, lo psichiatra che studiò anche la personalità di Pietro Maso e al quale il pm, nel processo di primo grado, affidò la perizia tecnica d’ufficio: «La sua personalità lo porta a comportarsi come un prigioniero modello ma, concessagli l’opportunità di uscire, egli ucciderà di nuovo e questo lui lo sa perfettamente».

Un ritratto che coincide, fino nei dettagli, con quello delineato dal criminologo americano scelto dai difensori dell’imputato, secondo il quale il «mostro di Foligno non dovrebbe tornare in libertà, altrimenti commetterebbe nuovi delitti». Eppure. Eppure Luigi Chiatti, due ergastoli in primo grado, trent’anni in Appello, ha diritto alla legge Gozzini che, nel caso di prigionieri esemplari, permette una riduzione della pena di 45 giorni ogni sei mesi, moltiplicati per il numero di anni di reclusione.

Detenuto modello, a parte la manifestata intenzione di uccidere ancora, Chiatti, lo è sempre stato. Motivo sufficiente, sembrerebbe, per gratificarlo con qualche ora di permesso e il miraggio, a fine pena, a cinquant’anni scarsi d’età, di un reinserimento nella società.



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Finto gesuita regala finti quadri d'autore E da 20 anni i musei americani ci cascano

Corriere della sera


Si presenta dai direttori offrendo opere d'arte moderna in memoria dei genitori. Ma non chiede denaro in cambio

Probabilmente è un artista che vuole far emergere il suo genio. Ma ora è stato segnalato


Uno dei finti acquerelli «d'autore» donati dal finto padre gesuita
Uno dei finti acquerelli «d'autore» donati dal finto padre gesuita
MILANO - Da oltre venti anni si presenta nei musei americani travestito da prete gesuita e dona agli istituti capolavori d'arte moderna. Peccato che i dipinti siano tutti dei perfetti falsi d'autore e queste riproduzioni, che di solito replicano famosi quadri di Picasso, Signac e Daumier, sono talmente simili agli originali che riescono a ingannare anche i più navigati esperti del settore. Sta suscitando grande scalpore negli Usa la storia di questo bizzarro personaggio che si presenta ai curatori dei musei come padre Arthur Scott. A differenza dei più comuni falsari non chiede denaro in cambio delle sue "opere d'arte". Secondo gli analisti che da qualche tempo studiano il suo caso, il contraffattore vorrebbe che il suo genio artistico fosse riconosciuto e perciò gode nell'ingannare coloro che si considerano intenditori d'arte moderna.

FALSI D'AUTORE PERFETTI - Come racconta il Guardian di Londra «i suoi falsi sono considerati così perfetti che molti possono essere riconosciuti solo sottoponendo il dipinto alle più moderne tecniche d’ingrandimento». Il gesuita-falsario usa sempre gli stessi metodi per ingannare i curatori dei musei. Si presenta negli istituti e dichiara di voler donare un dipinto di valore perché sua madre, da poco scomparsa, era originaria della città in cui si trova il museo. Egli ripete più volte che non può tenere per sé la preziosa opera a causa del suo ministero.

Altre volte invece dichiara di voler donare l'opera in memoria di suo padre, descritto come un valoroso ex ufficiale militare. Il falsario fa credere ai curatori di possedere anche altre importanti opere d'arte e che è pronto a donarle proprio ai loro musei. Per ingannare ulteriormente il suo interlocutore, il contraffattore mostra falsi documenti che attestano l'autenticità dell'opera tra cui copie di ricevute e di cataloghi ottenuti da famose case d'asta. Grazie a questi stratagemmi il falso gesuita è anche invitato a eventi di beneficenza dove mangia e beve gratuitamente ed è presentato come un autentico mecenate.

IL DOSSIER - Su quest’anomalo personaggio è stato creato un dossier da Matthew Leininger, direttore del Cincinnati Art Museum, una delle tante istituzioni rimaste vittime del "falsario-gesuita". Nel rapporto il direttore descrive tutte le sue mosse e abitudini: l'impostore paga il biglietto e l'hotel quando viaggia, ma mangia e beve gratuitamente perché i musei sono attratti dal fatto che lui abbia altre opere d'arte e si dichiara pronto a donarle. Di solito afferma che la sua salute è cagionevole e che ha problemi al cuore... Dichiara sempre che ritornerà con le nuove opere dopo essersi sottoposto a un'operazione cardiaca. E' trattato come un re perché la gente pensa che sia una persona ricca e piena di capolavori».

Secondo il direttore del Cincinnati Art Museum il truffatore ha compiuto il suo primo colpo nel lontano 1987 quando ha donato un falso acquerello di Paul Signac all'Oklahoma City Museum of Art. Ultima vittima dei suoi raggiri invece è stato l'Hilliard University Art Museum dell'Università della Louisiana. Solo quando il direttore del museo, Mark Tullos Jr, ha guardato più da vicino il dipinto che era stato presentato come un'opera dell'artista impressionista americano Charles Courtney Curran i primi dubbi sono emersi. «Abbiamo avvertito subito le autorità» ha dichiarato Tullos al Guardian. Il direttore teme che il truffatore abbia potuto ingannare così tanti musei anche perché i curatori degli istituti preferiscono tenere nascosta la vicenda e non rendere pubblica la notizia che sono stati imbrogliati così facilmente: «Molti esperti provano imbarazzo ad ammettere di essere vittime di storie del genere».


Francesco Tortora
17 novembre 2010



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Via Poma, investigatori: delitto anomalo, tante stranezze, Busco non fu sospettato

Il Messaggero



ROMA (17 novembre) - Nelle fasi immediatamente successive al ritrovamento del corpo di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, l'ex fidanzato oggi sotto processo per omicidio volontario, non era nella lista dei primi sospettati; tant'è che non gli fu chiesto se avesse un alibi, né verbalizzato quello che forse "a voce" indicò. È emerso questo dall'udienza di oggi di un processo che ormai si avvia alla sua conclusione. Sul banco dei testimoni, i due principali investigatori dell'epoca: il prefetto Nicola Cavaliere, ex capo della Squadra mobile di Roma e oggi ai vertici dell'Aisi, e il questore Antonino Del Greco, al tempo capo della sezione omicidi della Squadra mobile e oggi dirigente della Polaria. Entrambi furono tra i primi ad arrivare negli uffici degli Ostelli della gioventù, in via Poma a Roma, dove la ragazza il 7 agosto 1990 fu trovata accoltellata; entrambi sono stati citati e sentiti come testimoni della difesa.

Subito la prima stranezza di quella notte. «In quella casa c'era una ragazza con numerose ferite da taglio, che certamente aveva perso molto sangue, ma tutt'intorno era abbastanza pulito, insolitamente tutto in ordine negli uffici e nella stanza dove fu trovato il cadavere» ha detto Cavaliere prima di specificare i primi passi dell'inchiesta. «Inizialmente decidemmo di verificare se quel giorno qualcuno avesse visto transitare in quel condominio persone diverse da quelle usuali. La coppia di portieri ci escluse la presenza di estranei; tranne quando qualche giorno dopo il portiere disse al pm e la moglie confermò di aver visto un geometra che lavorava al primo piano uscire con un fagotto sottobraccio. Ma quel geometra verificammo che era in Turchia. La sensazione fu che i due si fossero accordati». E dopo, l'esito dei primi accertamenti. «Busco non era la persona su cui quella notte sospettammo. Doveva farci capire qualcosa sulla vita di quella ragazza. Certo, sarebbe stato meglio che nel verbale si fosse dato riscontro di ciò, ma ricordo che a voce mi dissero che l'alibi era stato riscontrato».

Sulla questione alibi, Del Greco ha sostenuto che il giorno dopo l'omicidio non fu chiesto a Busco per una precisa strategia investigativa: «Ci aspettavamo da lui solo collaborazione; se glielo avessi chiesto, avrei avuto una chiusura». Tutte situazioni, queste, che hanno portato l'avvocato Paolo Loria, difensore di Busco, a definire l'udienza «importante e molto positiva. Abbiamo avuto il capo della Mobile che ha detto che non si ebbero sospetti su Busco». Il 29 novembre, prossima udienza per sentire gli ultimi due testimoni. Poi la fase conclusiva.




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Usa, il primo processo civile a un detenuto di Guantanamo smonta le certezze Usa

Corriere della sera

Condannato per cospirazione è stato però giudicato estraneo al piano per uccidere cittadini statunitensi


Ritenute non valide Le confessioni strappate durante le detenzioni extragiudiziarie 


I due attentati contro le ambasciate statunitensi a Nairobi e Dar Es Salam
I due attentati contro le ambasciate statunitensi a Nairobi e Dar Es Salam
WASHINGTON – Ahmed Khalfan Gailani, il primo terrorista detenuto a Guantanamo ad essere processato in un tribunale civile, è stato condannato a 20 anni: una giuria di New York lo ha riconosciuto colpevole di aver cospirato per distruggere proprietà americane. Ma lo ha assolto per le altre gravi accuse, a cominciare da quella di aver partecipato ad un piano per uccidere cittadini statunitensi.

LA DIFFICILE STRADA DEI PROCESSI - La sentenza rischia di seppellire, definitivamente, l’idea della Casa Bianca di giudicare i prigionieri di Guantanamo in tribunali civili e non davanti a corti militari. Il presidente Obama e il segretario alla Giustizia Eric Holder avevano ipotizzato di portare alla sbarra, proprio a Manhattan, anche Khaled Sheikh Mohammed, presunta mente dell’11 settembre. Un modo per chiudere la pagina nera di Guantanamo. Ma i buoni propositi si sono infranti contro questioni legami, problemi di sicurezza e resistenze politiche. Gailani, 36 anni, non è certo un angioletto. E’ un pericoloso terrorista che ha avuto un ruolo importante nel duplice attentato contro le ambasciate statunitensi a Nairobi e Dar Es Salam, nell’agosto del 1998 (oltre 200 le vittime). Catturato nel 2004 in Pakistan, è stato trasferito nei famosi “black sites” – siti neri -, le prigioni segrete della Cia e quindi a Guantanamo.





TESTIMONIANZE NON RITENUTE VALIDE - Una lunga detenzione dove avrebbe subito pressioni psicologiche e fisiche. Un mese fa, il giudice non ha ammesso la testimonianza – importante – di Hussein Abebe: l’uomo aveva rivelato di aver venduto al terrorista l’esplosivo impiegato nell’attentato in Kenya. Per il magistrato gli investigatori Usa hanno ottenuto l’informazione da Gailani quando era nelle mani della Cia. E il suo avvocato ha sostenuto che Gailani è stato torturato. Un nodo legale che era emerso già in passato. Molti esperti e funzionari federali erano consapevoli che le confessioni strappate durante le detenzioni extragiudiziarie o segrete sarebbero state inutili in caso di un processo civile.

Nel 2001, un altro tribunale ha giudicato e condannato quattro terroristi coinvolti nell’attacco di Nairobi. Ma in quell’occasione le prove sono state raccolte dall’Fbi in modo tradizionale attraverso una normale quanto complessa indagine. Quando Eric Holder, mesi fa, ha prospettato un giudizio a New York per Khaled Sheikh Mohammed e altri dirigenti di Al Qaeda, diversi analisti hanno sollevato diversi interrogativi. Un giudice accetterà le confessioni di prigionieri che hanno subito torture? E siete sicuri di un verdetto di colpevolezza piena? Non troveranno attenuanti? E’ quello che è successo con Gailani.

Guido Olimpio
18 novembre 2010



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Ampolla "magica", mercurio e bismuto: così Sansevero riproduceva il «miracolo»

Corriere del Mezzogiorno

In due documenti una dettagliata descrizione di come il principe creò «in vitro» la «maraviglia» di San Gennaro




NAPOLI - Sansevero, principe-mago e perché no, taumaturgo. «L’ampolla sembrava mezza piena di una solida massa o impasto di color grigio […] Variamente inclinato e agitato per circa mezzo minuto, l’impasto diveniva liquido e si scioglieva, talora solo in parte; in altri momenti diveniva nuovamente solido, e agitato ancora una volta, impiegava più o meno tempo a liquefarsi […] Questo è quanto ho potuto vedere con i miei occhi». È ciò che scrive un matematico e geografo francese, Charles Marie de la Condamine, a Napoli per il suo Grand Tour nel 1754, sul Journal of a Tour to Italy (London 1763). Ciò a cui ha assistito, però, non è, come a prima vista potrebbe sembrare, il miracolo di San Gennaro, bensì una riproduzione dello stesso realizzata da Raimondo di Sangro.


I DOCUMENTI - Il principe-scienziato non viene citato direttamente nel passo, ma la conferma del fatto che l’autore dell’esperimento sia proprio lui arriva dal raffronto con un’altra testimonianza, quella dell’astronomo francese Joseph-Jérôme de Lalande, il quale nel 1769 scrive che «uno scienziato, illustre sia per i natali che per le sue cognizioni, ha fatto fare un ostensorio o teca simile a quella di S. Gennaro, con due ampolle della stessa forma, piene di un amalgama di oro e mercurio misto a cinabro». Qualche anno dopo, ormai morto di Sangro, de Lalande farà esplicitamente il nome del principe in una nuova edizione del suo Voyage en Italie.

Le due testimonianze, la seconda – meno precisa – già nota agli specialisti, la prima – molto più dettagliata – sconosciuta alla critica disangriana, sono state illustrate nel corso di una delle relazioni conclusive della tre giorni di studi organizzata dall’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dal Museo Cappella Sansevero e dal Comitato per le celebrazioni del tricentenario della nascita di Raimondo di Sangro, con il patrocinio della Società Italiana di Studi sul Secolo XVIII.

Circa venti relatori, tra storici, architetti, iconologi, linguisti e studiosi di filologia musicale, in un percorso itinerante tra Palazzo Corigliano, Cappella Sansevero e Palazzo Du Mesnil, hanno approfondito tematiche già oggetto di attenzione scientifica – evidenziandone però aspetti poco o per nulla conosciuti – e altre del tutto inesplorate.

IL DISCENDENTE (E STUDIOSO) DEL PRINCIPE - Autore della relazione sull’appartenenza del principe al Real Ordine di San Gennaro e sui suoi tentativi di riproduzione del miracolo (che mai di Sangro, nella sua Lettera Apologetica, chiama così, preferendo un termine come “maraviglia”), è Fabrizio Masucci, giovane studioso, nonché discendente del principe di Sansevero. Ed ecco svelato, a 300 anni dalla sua nascita, il meccanismo preciso con il quale il principe, messo all’Indice per le sue opere, riprodusse il fenomeno della liquefazione: «Vidi sotto l’ampolla due piccoli coni […] con le punte rivolte l’una contro l’altra, che, come mi disse il custode, presentavano una piccola apertura», continua de la Condamine, «…il cono inferiore era mobile, per cui l’orifizio a volte veniva a combaciare con quello del cono superiore; tutto ciò era puramente accidentale e, in conseguenza del movimento impresso all’ampolla, poteva accadere che gli assi dei due coni collimassero.

Per quanto riguarda la polvere nell’ampolla, mi fu detto che si trattava di un amalgama di mercurio, stagno e bismuto […] infine, che in un canale circolare, nascosto nella montatura, era contenuto dell’argento liquido; quando si scuoteva l’ampolla saltuariamente, e gli orifizi dei due coni venivano a coincidere, il mercurio penetrava in maggior o minore quantità e liquefaceva l’amalgama; che talora accadeva che in conseguenza dei vari movimenti impressi alla macchina, il mercurio, che s’era così introdotto, ritornava per la stessa apertura e che quindi l’amalgama cessava di essere liquido».

LE MACCHINE ANATOMICHE - Tra le altre interessanti novità emerse nel corso del convegno, quelle esposte dal chirurgo Gennaro Rispoli, degli Ospedali Ascalesi e Incurabili, nella sua relazione sulle macchine anatomiche del principe, ancora oggi custodite nella Cappella Sansevero, e in parte nel mistero. Veri esseri umani o semplici riproduzioni artigianali? Da secoli osservatori e studiosi si arrovellano su questa domanda. Un po' l’una un po’ l’altra cosa, spiega Rispoli, documentando come le due “statue” fossero arrivate a Napoli da Palermo. Un’impalcatura di ossa vere sulla quale abili mani di artigiano hanno ricostruito un sistema artero-venoso a immagine e somiglianza di quello umano. Ci furono iniezioni di liquido per riempire le vene e le arterie? Probabilmente sì, risponde l’esperto, ma piuttosto che di mercurio o altre sostanze, come si è spesso detto, si trattò di liquido colorante. La creazione del principe fu, in ogni caso, spiega Rispoli, un mirabile esempio di ricostruzione tridimensionale del corpo umano in un’epoca di gran lunga antecedente a quella nella quale tali “macchine” sarebbero servite ai chirurghi per gli studi finalizzati ai propri interventi.

Redazione online
17 novembre 2010









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Preso «'o ninno», la primula rossa dei Casalesi. Era nascosto a Casal di Principe

Corriere del Mezzogiorno


Cattura

Antonio Iovine, 46 anni, era ricercato da 15 anni
Arrestato dalla polizia: ha tentato di scappare dai tetti


NAPOLI - La Squadra Mobile di Napoli alla fine l'ha preso. Dopo 15 anni di latitanza, Antonio Iovine, 46 anni, detto «'o ninno», è stato catturato dalla Squadra Mobile in «trasferta» a Caserta. Iovine era nascosto a Casal di Principe, la sua roccaforte. «'O ninno bello» era tra i tre latitanti più ricercati, insieme a Matteo Messina Denaro e Michele Zagaria, l'altro boss della «cupola» casalese.

A CASALE - Non ha opposto resistenza Antonio Iovine quando i poliziotti della squadra mobile di Napoli, insieme ai colleghi di Caserta e del Servizio centrale operativo, lo hanno immobilizzato. Il boss del clan dei Casalesi - al vertice assieme a Michele Zagaria - è stato arrestato in un’abitazione di Casal di Principe appartenente ad una persona che lui frequentava. All’abitazione gli investigatori sono arrivati grazie ad un complesso lavoro fatto di intercettazioni, pedinamenti e accertamenti sulle persone più vicine al boss. La casa, una villetta, era nel centro del paese: a poche centinaia di metri dalla caserma dei carabinieri e dal Comune.

IL NASCONDIGLIO - Il boss si nascondeva in una intercapedine ricavata nella villetta appartenente alla famiglia di Marco Borrata, 43 anni, nella quinta traversa di via Cavour. All’arrivo degli agenti ha tentato di fuggire attraverso il terrazzo, ma è stato bloccato. Il superlatitante era disarmato; nella villetta invece la polizia ha trovato una pistola, regolarmente denunciata, appartenente a Borrata, incensurato, arrestato per favoreggiamento.

«UCCIDETELO» - Grande ressa fuori la questura per l'arrivo del boss, con i poliziotti che salvatano dalla gioia e si abbracciavano. Appena Iovine è uscito dall'auto della polizia (ha viaggiato insieme al capo della Mobile, Vittorio Pisani), si è scatenato il putiferio con molti che inveivano contro il capoclan: «Uccidetelo, uccidetelo», ha gridato uno dalla folla, mentre in manette varcava la soglia degli uffici di via Medina.

MARONI - «Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia, tra pochi minuti vedrete...». È quanto ha affermato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, conversando con i giornalisti a Montecitorio appena pochi minuti prima che arrivasse l’annuncio dell’arresto del boss.

SAVIANO - «Aspettavo questo giorno da quattordici anni. L’arresto di Antonio Iovine "'o Ninno", rappresenta un passo fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata». Lo dice lo scrittore Roberto Saviano in una dichiarazione all’Ansa. «Iovine è un boss imprenditore, in grado di gestire centinaia di milioni di euro. Ora - continua Saviano - spero che si possa fare pulizia a 360 gradi. Come dimostrato dalla relazione della Dia di oggi, bisogna aggredire il cuore dell’economia criminale, la Lombardia, dove le mafie fanno affari e influenzano la vita economica, sociale e politica».

IL SODALIZIO CON ZAGARIA - Iovine e Zagaria sono nati entrambi a San Cipriano, il centro nel quale nel 1988 venne assaltata la caserma dei carabinieri perchè i militari avevano avuto l’ardire di arrestare, durante la festa patronale, un ragazzo. San Cipriano è collegato a Casal di Principe e a Casapesenna. Sono attaccati questi tre centri tanto che negli anni Trenta ne si fece un solo Comune: Albanova. A San Cipriano ha la sua origine anche la famiglia Bardellino che ha avuto in Antonio il suo «leader maximo» e proprio da lui e dal suo amico Mario Jovine i due hanno imparato come scalare i vertici della malavita e a non farsi prendere anche se a volte — per dimostrare la propria potenza — si facevano vedere a spasso per le strade del paese. Zagaria proviene da una famiglia di imprenditori edili, uno dei fratelli è il titolare di una ditta affermata ancor prima della sua entrata nei clan. E proprio il cemento è stata la leva del suo successo: Tav, controllo della vendita del calcestruzzo, e, ma solo all’inizio, traffico di rifiuti tossici e pericolosi.

CON BARDELLINO - Jovine e Bardellino avevano aperto la strada del Sud America per il traffico della cocaina, Zagaria e Iovine l’hanno fatta diventare un’autostrada. Bardellino e Jovine avevano inventato una «cupola» che ha fatto definire la camorra casalese «cosa nostra napoletana»; Zagaria e Iovine hanno fatto diventare l’organizzazione una grande multinazionale. Tutti e due legati a Francesco Schiavone che per anni è stato il parafulmine delle inchieste proprio perché ha sempre amato partecipare direttamente alle azioni. Così sono riusciti a mimetizzarsi, e al massimo della discrezione hanno evitato vendette, attentati, omicidi nel territorio di residenza.

Persone sciolte nell’acido, traditori fatti sparire nei pilastri di cemento, avversari liquidati a suon di mitraglietta, ci sono stati, ma tutti lontano da casa. Appalti pubblici e speculazione hanno fatto guadagnare cifre da capogiro. Solo per i Regi Lagni sono stati spesi mille miliardi delle vecchie lire (arrivati dai fondi del terremoto). Con tanti soldi l’orizzonte si è allargato alla Spagna, alla Francia e poi all’est Europeo dove prima in Cechia e Slovacchia, poi in Romania, Bulgaria, Romania. Qui i casalesi hanno riciclato masse ingenti di denaro. Hanno tanti soldi le organizzazioni di Iovine e Zagaria da non costituire un problema se qualcuno chiedeva loro 20 milioni di euro per comprare la Lazio. Loro

Luca Melillo
17 novembre 2010

Le foto ricordo sulla tomba di Harry Potter, soldato ucciso nel '39

Corriere della sera


Il militare, omonimo del celebre maghetto, è sepolto a Ramla, non lontano da Tel Aviv

Sono anche sorte leggende sul fatto che fosse un parente della Rowling


La lapide nel cimitero di Ramla
La lapide nel cimitero di Ramla
GERUSALEMME – Vanno sulla tomba d’un omonimo. E perdipiù, l’omonimo d’un personaggio che non è mai esistito. C’era una volta il turismo intelligente: per risollevare le sorti di Ramla, la biblica Arimatea, 70mila abitanti non lontani da Tel Aviv e non esattamente i più visitati d’Israele, si sono inventati il turismo demenziale. Quello che ogni settimana scarica davanti al cimitero della cittadina un paio di pullman, gitanti del sabato e pure qualche pellegrino europeo. Che al seguito di guide con microfono e bandierina passeggiano per le tombe, fino a trovare l’ambito sito: la lapide che commemora Harry Potter. Ma che ci fa in Israele il maghetto?

UCCISO A HEBRON NEL 1939 - Che è accaduto all’inesistente personaggio, nato solo nella testa della fantasiosa J. K. Rowling e qui sepolto? Nulla. Perché Harry Potter è ormai quasi adulto e in questi giorni è tornato nei cinema. Mentre la tomba di Ramla accoglie solo i resti del soldato matricola 5251351, 1° Battaglione del reggimento Worcestershire, ucciso a Hebron il 22 luglio 1939. Un oscuro Harry Potter venuto da Birmingham al servizio di Sua Maestà, caduto a 19 anni in un agguato durante il mandato britannico in Palestina, dimenticato dalla storia e ripescato dalla fiction: «Lo sappiamo benissimo e lo diciamo, che questo Harry Potter non c’entra nulla con quello dei libri – spiega candido Ron Peled, guida israeliana -, ma alla gente non importa: basta il nome, per venderlo. Ci chiedono di vedere la tomba. E noi li portiamo».

TURISMO DELL’ERRORE - Il tamtam è cominciato cinque anni fa. Qualche foto su Internet, il passaparola, i primi turisti dell’errore. Ragazzini e genitori che si mettevano in posa vicino alla lapide. Poi, sono cominciate a fiorire le leggende internautiche: che la Rowling avesse preso il nome del suo eroe da questo ragazzo degli anni Trenta; che la scrittrice fosse una sua lontana parente; che prima o poi il finto Harry Potter dei libri incontrerà il fantasma di quello vero, sepolto in Israele…

Tutte favole, naturalmente. Ma che hanno fatto gioco a Ramla, dove già si fregiano del titolo di “capitale” degli animali misteriosi: nel 2006, la comunità scientifica mondiale fu messa a rumore dalla scoperta, in una grotta dei dintorni, d’otto specie “sconosciute”. Scorpioni ciechi e biancastri, strani crostacei albini, serpenti e creature che starebbero bene fra i gufi e gl’ippogrifi della Rowling: spuntarono da un lago sotterraneo, trovato per caso dagli operai d’una cava, e furono classificati come il risultato di specie segregate dal mondo esterno per milioni d’anni, mutazioni di animali già conosciuti perché sopravvissute al buio totale.

«Siamo solo felici che queste vicende, casuali e misteriose, attraggano turisti dalle nostre parti», dice il sindaco di Ramla. Lui non ha perso tempo: sul sito web che elenca le bellezze della cittadina, fra il Minareto dei 40 Martiri e la Piscina di Sant’Elena, da quest’anno c’è pure la Tomba del Maghetto. Potrebbe corredarla con celebre una frase di Albus Silente, il preside della scuola di Harry Potter: «In fin dei conti, per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura».

Francesco Battistini
17 novembre 2010



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La bufala del predicatore star sbugiardato dal pm di Trento

di Stefano Zurlo


Aveva distrutto il presepe trentino con poche parole. Affilato come sempre, Roberto Saviano era venuto a giugno a portare scompiglio a Trento: «Le famiglie aspromontine hanno tentato di inserirsi nella gestione e nella distribuzione delle mele trentine». Peccato che quella notizia, data al Festival dell’economia davanti ad un pubblico straripante, fosse una bufala. Inventata di sana pianta. Priva di riscontri, di un qualche appiglio nella realtà. Il procuratore di Trento Stefano Dragone con il Giornale è categorico: «Non gli abbiamo creduto. O, se preferisce, abbiamo creduto alla sua ritrattazione».

Forse, se le parole hanno un senso, più che di allarme si dovrebbe parlare di allarmismo. E di una predica spacciata come analisi. Roberto Saviano, quando parla, viene ascoltato da centinaia di migliaia di fedeli che assorbono le sue frasi come dogmi di fede. Ma i concetti vanno pesati e la verifica, a volte, dà risultati sorprendenti. Tutto il contrario di quel che il celebrato scrittore - autore di un libro cult come Gomorra - aveva spiegato rivelando la sua verità ai profani. A Trento come in tv.

Il ministro Roberto Maroni vorrebbe rispondere alle bordate sparate da Saviano sulla penetrazione della ’ndrangheta nella Lega. «Solo fatti, sono allarmato», replica lo scrittore che dipinge un quadro cupo: «La ’ndrangheta, al Nord come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega». Gli esempi? Uno, uno di numero. Un episodio fra l’altro controverso che riguarda un consigliere regionale. Non è un po’ poco per puntare il dito contro il partito di Bossi?
Attenzione: qualche volta quelli raccontati da Saviano sembrano fatti ma non sono fatti. Sono impressioni, punti di vista, altro ancora. Sono preoccupazioni, impressioni, sensazioni, tutto fuorché la realtà. Come a Trento.

Qui Saviano sbarca ai primi di giugno per il Festival dell’economia. In un auditorium, il Santa Chiara, riempito fino all’inverosimile, lo scrittore va dritto al punto dopo aver zigzagato fra le illegalità del nostro Paese: «Le mele trentine. Come, direte voi, pure le mele trentine? Sì c’è stata un’inchiesta, che potete studiare, partita dalla Calabria». Quale inchiesta? Lo scrittore è sicuro di sé: «Le famiglie aspromontine hanno tentato di inserirsi nella gestione e nella distribuzione delle mele trentine». Boom, il botto è fatto, il tappo è saltato. La platea ammutolisce. Serpeggiano brividi di inquietudine. Possibile? Pure in Trentino? Il messaggio è uno sfregio alle speranze di molti. Un colpo durissimo al paese-cartolina. Il presepe è in frantumi.

I giornali locali rilanciano la notizia, lo scandalo monta. E la Procura di Trento apre un’inchiesta. Tocca ai carabinieri del Ros sentire l’autore della denuncia. Sorpresa. Al secondo giro le certezze non ci sono più, sono diventate opinioni, moniti, espedienti retorici. Lo scrittore viene ascoltato dal Ros dei carabinieri ma non è in grado di illuminare le zone d’ombra. Anzi, fa garbatamente retromarcia: «Le mie affermazioni volevano essere un monito, avere un effetto di sensibilizzazione e allarme rispetto al significato prettamente documentale e giornalistico offerto l’indomani dalla stampa locale che, fra l’altro, titolava “i mafiosi sono pure qui fa le mele del Trentino”».

Sì, lontano dalle telecamere e dai taccuini di centinaia di fan, Saviano aggiusta il tiro. E annacqua il vino della sua denuncia, consegnata agli smarriti trentini, fino a farlo sparire. Del resto, chi lavora nel settore era già uscito allo scoperto contestando il dogma dello scrittore. Michele Odorizzi, presidente di Melinda, aveva spiegato di non aver mai avuto «neppure un sentore di un pericolo di questo genere in Trentino». E Luigi Ortolina, rappresentante del Gruppo degli agenti ortofrutticoli della provincia di Trento, in una lettera aperta allo scrittore chiedeva di sapere chi fossero le «mele marce».

La soluzione è semplice. Non ci sono mele marce. Non ci sono infiltrazioni della criminalità organizzata. Non ci sono capitali sporchi in azione fra le valli trentine. Non c’è nulla. E il presepe può essere ricomposto. L’inchiesta, aperta a tambur battente dalla procura di Trento, si chiude nel nulla. Il vuoto assoluto. «Abbiamo svolto le nostre indagini - spiega ora Dragone al Giornale - ho consultato il Ros e ho capito che non era così. Saviano ha fatto una sua valutazione politica, ma, e lo dico senza alcuna presunzione, certe infiltrazioni o certi tentativi di infiltrazione qui da noi balzano agli occhi. E invece non c’è alcun segnale che dia ragione allo scrittore». Conclusione? «Non gli abbiamo creduto o, se preferisce, abbiamo creduto alla sua ritrattazione».

Finirà allo stesso modo con la Lega? È la conclusione cui sembra arrivare in un’interrogazione il senatore della Lega Sergio Divina. Divina cuce i due episodi. Parla delle mele di Trento e di come Saviano innestò la retromarcia sconfessando «le sue spregiudicate affermazioni» estive e se la prende con il Saviano dispensatore di un «facile allarmismo», a Trento come a Milano, e capace di spacciare le «proprie convinzioni come fossero notizie appurate». Un giudizio severo che, senza voler generalizzare e cancellare i meriti di Saviano, trova conferma nelle parole del procuratore di Trento: un freno alla retorica e agli schematismi manichei che riempiono il Paese.



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