mercoledì 24 novembre 2010

Chi è il più intelligente tra cane e gatto?

La Stampa


Secondo gli studiosi dell'università di Oxford il cane batte il gatto: è molto più sociale
ANDREA MALAGUTI
CORRISPONDENTE DA LONDRA

Dunque i cani sono più intelligenti dei gatti. Adesso è ufficiale, certificato scientificamente. E non da inattendibili cinefili da parco di periferia, ma da un gruppo di studiosi dell’Università di Oxford, cioè il gotha della sofisticazione intellettuale del pianeta. In verità, a essere precisi, sul gradino più alto del podio ci sono le scimmie, seguite dai cavalli, dai delfini e dai cammelli. E solo a quel punto arrivano i cani. I gatti a seguire. Nettamente distanziati. Perché?

Per stilare la classifica dello sviluppo cerebrale dei mammiferi gli studiosi inglesi, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista «Proceedings of the National Academy of Scences», hanno studiato 500 specie viventi e fossili scoprendo che esiste una relazione tra la dimensione del cervello, parametrata in relazione alla taglia del corpo dell’animale, e la sua capacità di avere «relazioni sociali». Maggiori sono le interazioni con l’uomo maggiore è lo sviluppo. I cani le hanno, i gatti le evitano. «Chi ha il cervello più grande tende a vivere in gruppi sociali stabili», spiega la dottoressa Susanne Shultz, che ha guidato la ricerca. Così la tendenza individualista e le condizioni ambientali che hanno accompagnato per secoli il cammino di gatti, cervi e rinoceronti sulla terra, li hanno condannati a capacità di apprendimento e di eleaborazione più ridotte.

Apriti cielo. Il dibattito è esploso feroce sul web. Cinefili e gattofili del Regno Unito si sono sfidati come York e Lancaster a colpi di liste di intelligenza: «il mio gatto, raccolto per strada quattro anni fa, canta, mi difende dai topi, mangia a ore fisse e conosce la strada di casa. Lo lasci a Green Park e lui sa come tornare a Hackney. E senza metro», scrive Eva Lewis e Micahel Stewart, da Birmingham, le risponde piccato. «Quello lo sa fare anche un cane ubriaco. E che il tuo gatto canti proprio non ci credo. Il mio Golden Retriever cattura i pesci nel lago e quando vuole uscire mi porta il guinzaglio». Seguono segnalazioni infinite di prestazioni da guinness, dal Soriano che dipinge paesaggi di campagna, al Doberman che sa giocare a fresbee. Centinaia di messaggi, polemiche, sfottò e insulti. C’è qualcuno che crede alla scienza?

Il professor Robin Dunbar, dell’Istituto Cognitivo e di Evoluzione Antropologica dell’Università di Oxford, stira un sorriso enigmatico. E’ laureato anche in psicologia e filosofia e il dibattito da bar più che infastidirlo lo diverte. Si accarezza il pizzetto brizzolato e si sistema gli occhiali. «E’ la prima volta che viene realizzato uno studio di questo genere. Largo e profondo. La mancanza di socialità determina con chiarezza uno sviluppo cerebrale minore. I cani sono molti bravi a risolvere problemi. Il coordinamento e la collaborazione che servono per stare in mezzo agli altri sviluppano capacità specifiche. E’ un fatto».

Carloyn Menteith, allenatrice di cani, sostiene che cani e gatti hanno due modi diametralmente opposti di ragionare. Che lei spiega così. «Un gatto pensa: oggi vado a fare quello che ho voglia di fare. Il cane pensa: come posso spingere qualcuno a fare qualcosa per me». Una orgogliosa forma di inestinguibile solipsismo contrapposta a una utilitaristica furbizia gentile. Beth Skilling, la veterinaria responsabile dell’associazione Cats Protections, alza le spalle infastidita. «I gatti amano la propria indipendenza e sono in grado di affrontare il mondo senza bisogno di aiuto. E’ questa la forma più alta di intelligenza».

Dunque i cani sono più intelligenti dei gatti. Adesso è ufficiale. E per chi dovesse avere ancora dubbi meglio comprarsi un cammello.




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Vestivamo Caraceni, viaggiavamo in Ferrari. E nessuno ci poteva fermare»

Corriere della sera

Soldi, potere, politica e i misteri d’Italia. La storia della banda della Magliana raccontata dai protagonisti

Dalla fiction alla realtà. Quattro appuntamenti su History Channel




MILANO - Il Libanese ha la barba lunga e disordinata, veste sciatto e frequenta un bar di terz’ordine. Il Freddo continua a vivere in un capannone-officina, seppure arredato con mobili di design e tavolo da biliardo, e va in giro per Roma con una improbabile utilitaria. Fierolocchio, Bufalo e Scrocchiazzeppi sfoggiano qualche braccialetto d’oro e qualche giaccone di pelle, ma alla fine il loro look è sempre quello da sfigati di periferia. Solo il Dandy, soprannomen omen, fa eccezione. Ma questo nella fiction. «Perché noi vestivamo tutti da Caraceni e andavamo in giro in Ferrari». E questa è la realtà. Raccontata dagli stessi protagonisti di allora, perlomeno quelli ancora in vita.

SPIETATI- Il successo di Romanzo Criminale – prima il libro di Giancarlo De Cataldo, poi il film di Michele Placido e ora la serie tv diretta da Stefano Sollima che da quel libro hanno tratto ispirazione – riaccende i riflettori su uno dei gruppi criminali più strettamente connessi con la storia recente del nostro Paese. La banda dela Magliana. Un’organizzazione spietata, che negli anni Settanta e Ottanta aveva preso il controllo di tutti i traffici criminali della Capitale e le cui vicende si sono spesso intrecciate - con modalità e connivenze ancora tutte da chiarire -, con quelle dei tanti misteri italiani, dal rapimento Moro alla strage di Bologna e al sequestro di Emanuela Orlandi. Anche per questo la vera storia della banda, nata dalla fusione di due “batterie” di piccoli delinquenti provenienti da Trastevere e, appunto, dal quartiere alla periferia sud-ovest della città da cui poi ha preso il nome, va molto al di là di quella raccontata nel libro, che pure dalle storie reali di Franco Giuseppucci, Maurizio Abatino, Enrico De Pedis e di tutti gli altri ha tratto più che una semplice ispirazione.


DOCUMENTI INEDITI -La vera storia prova a raccontarla ora un documentario di History Channel, che da questo giovedì e per quattro settimane consecutive ripercorre attraverso documenti originali e testimonianze inedite tutte le vicende che hanno portato alla nascita e all’epilogo di quella che è diventata di fatto un pezzo, e anche dei più significativi, della storia criminale italiana. La messa in onda (canale 407 del decoder Sky) è alle 23, a seguire rispetto alla programmazione della seconda serie della fiction (sempre il giovedì alle 21 su Sky Cinema 1). Il documentario presenta materiale inedito, come le immagini del primo arresto di Giuseppucci “er Negro”, il Libanese del

libro, o quelle dell’assegno con cui la famiglia Grazioli prelevò il denaro che avrebbe dovuto servire alla liberazione del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere e che di fatto è stato il primo abbozzo di “capitale sociale” dell’organizzazione, una sorta di holding capace di reinvestire i proventi dello spaccio di droga, delle scommesse clandestine e delle estorsioni e di farli fruttare in business miliardari. E, ancora, numerose interviste ad alcuni dei protagonisti di allora, che per la prima volta, lasciato alle spalle il passato criminale, hanno deciso di raccontarsi a volto scoperto.

LADRI E GUARDIE - Ci sono ad esempio Renzo Danesi, che fino ad oggi non aveva mai parlato pubblicamente, ma anche Antonio Mancini, uno dei pentiti della banda, e Fabiola Moretti, compagna di uno dei boss. Ci sono anche le testimonianze di quelli che stavano dall’altra parte: il giudice istruttore Otello Lupacchini, il poliziotto Nicolò D’Angelo, il procuratore distrettuale antimafia Giancarlo Capaldo che sta ora cercando di ricostruire il ruolo della banda nel sequestro di Emanuela Orlandi. E Giulio Grazioli, il figlio del duca Massimilano, che racconta come lui e i suoi famigliari vissero quei momenti e come avvenne la consegna del riscatto. «Solo uno di noi poteva fregarci», spiega Renzo Danesi, che della sua appartenenza al gruppo criminale non si è mai pentito. La banda iniziò a indebolirsi nel 1983, quando un affiliato decise di pentirsi e di raccontare tutto. L’epilogo avviene però solo una decina di anni più tardi, con l’arresto a Caracas di Maurizio Abbatino, nel 1992.

LEGGENDARI - In mezzo una lunga scia di sangue e di lotte intestine per il controllo del business criminale della Capitale. Gli aspiranti nuovi re di Roma, negli anni, si sono fatti fuori l’uno con l’altro e la parentesi si è chiusa. Ma è sufficiente dare uno sguardo a certi commenti che accompagnano i filmati che su YouTube ripropongono spezzoni del film o della serie tv per rendersi conto di quanto Libano & Co abbiano comunque lasciato il segno e di come per qualcuno le loro storie siano quasi leggenda.

Alessandro Sala
24 novembre 2010

Domiciliari a figlia Vanna Marchi Bologna, concessi per motivi di salute

Il Mattino


ROMA (24 novembre) - Il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha concesso la detenzione domiciliare per motivi di salute a Stefania Nobile la figlia di Vanna Marchi. La donna, che soffre di artrite reumatoide, e sta scontando una condanna a nove anni e quattro mesi per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aveva già lasciato circa un anno fa per un breve periodo il carcere per essere ricoverata in una struttura privata.

Stefania Nobile lascia dunque il carcere della Dozza dove è rinchiusa anche la madre. Nello stesso carcere è detenuta Anna Maria Franzoni, la mamma di Cogne.




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Un altro attacco al «kapò» Martin Schulz: «Fascista antidemocratico»

Corriere della sera


L'eurodeputato inglese Bloom apostrofa con uno slogan nazista il tedesco offeso da Berlusconi 2003


Martin Schulz, socialdemocratico, guida l’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici a Strasburgo
Martin Schulz, socialdemocratico, guida l’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici a Strasburgo

BERLINO - Non è fortunato il tedesco Martin Schulz. È un socialdemocratico, è da 16 anni membro del Parlamento europeo e nel 2012 ne diventerà presidente, al momento guida l’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici a Strasburgo. Un democratico senza se e senza ma, al massimo un po’ verboso. Ciò nonostante, di tanto in tanto viene accostato a qualcosa di nazista.

ASSE MERKEL-SARKOZY- In Italia è conosciuto perché nel 2003 ebbe uno scontro con Silvio Berlusconi, anche allora presidente del Consiglio, che gli diede del kapò. Ieri è stato attaccato durante l’assemblea plenaria dei deputati europei. Stava parlando al microfono, chiedeva più coesione nell’area euro colpita dalla crisi, criticava quello che secondo lui è il «comitato franco-tedesco di gestione dell’Europa», cioè l’asse tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che tende a guidare la Ue tenendo in poco conto gli altri 25 Paesi partner. A un certo punto, Godfrey Bloom, un deputato britannico dello Uk Independence Party – estrema destra favorevole al ritiro del Regno Unito dalla Ue – lo ha apostrofato con la frase «ein Volk, ein Reich, ein Führer», cioè «un popolo, un impero, un leader», slogan piuttosto conosciuto nella Germania del periodo nazista.

Godfrey Bloom, deputato britannico dello Uk Independence Party, estrema destra favorevole al ritiro del Regno Unito dalla Ue
Godfrey Bloom, deputato britannico dello Uk Independence Party, estrema destra favorevole al ritiro del Regno Unito dalla Ue
FUORI DALL'AULA - Alla protesta di Schulz, Bloom ha rafforzato il concetto e lo ha chiamato «fascista antidemocratico». A quel punto, il presidente dell’assemblea Jerzy Buzek ha espulso dall’aula l’inglese e i gruppi parlamentari dei maggiori partiti presenti a Strasburgo hanno chiesto che contro il rappresentante dello Yorkshire siano prese sanzioni dure: «Non possiamo accettare che membri del Parlamento europeo insultino i loro colleghi in un modo che ricorda le ore peggiori della nostra storia», hanno scritto in un comunicato.

SUL CONFLITTO D'INTERESSI - Nel 2003, Schulz aveva attaccato Berlusconi, presente a Strasburgo, per il suo conflitto di interessi di governante e magnate televisivo. Irritato, il presidente del Consiglio italiano gli rispose che lo avrebbe visto bene a recitare il ruolo di un kapò in un film sui campi di concentramento nazisti. Anche allora grandi polemiche, a Strasburgo e in Germania, come, in misura certo meno eclatante, sta succedendo anche oggi.

Danilo Taino
24 novembre 2010



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Venezia, ex alpino riacquista la vista a 102 anni dopo un delicato intervento

Il Mattino



VENEZIA (24 novembre) - Gli hanno restituito la vita grazie a una delicata operazione, eseguita dalle unità operative di oculistica e di anestesia, all'ospedale di San Donà di Piave.

Per merito del lavoro di squadra Romano Lovisa, classe 1908 e uno degli ultimi alpini reduci della Seconda Guerra Mondiale, è tornato a guardare il mondo con i propri occhi.

L'ultracentenario residente a Chions (Pordenone), ma da anni convivente con la figlia a Concordia Sagittaria (Venezia), superata la soglia dei 100 anni aveva iniziato a perdere la vista perché affetto da cataratta. La patologia in seguito era peggiorata sino a portarlo quasi alla cecità e con essa alla mancanza di autonomia nella vita quotidiana. È stato dunque sottoposto ad un delicato intervento compiuto dal direttore dell'unità operativa complessa di Oculistica. «Con la perdita della vista il signor Lovisa aveva perso uno dei sensi, quindi la possibilità di vedere i propri figli, di mangiare e di muoversi in autonomia - conferma il dott. Emilio Rapizzi, primario di Oculistica -. La sua vita si era notevolmente complicata».

«Allora, con la volontà dei familiari, ci siamo assunti la responsabilità di portarlo in sala operatoria - racconta - nonostante la sua età di 102 anni potesse portare a complicanze di vario genere». Il paziente è stato sottoposto ad anestesia generale compiuta dall'equipe di Anestesia coordinata dal dott. Fabio Toffoletto. «Una collaborazione fondamentale - continua Rapizzi- per mantenere tranquillo il paziente e perché, in assenza di vista, non collaborava». A distanza di qualche giorno dall'intervento Romano Lovisa ha riacquistato la vista. Tolti i bendaggi l'ultracentenario per prima cosa ha commentato l'abbigliamento di chi lo aveva operato: «dottore - ha esclamato - ha la cravatta a pallini». Dopo una settimana il centoduenne è riuscito a leggere i titoli del suo periodico preferito: il notiziario degli Alpini.





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Nubifragio su Napoli

Il Mattino



NAPOLI (24 novembre) - Pioggia, grandine e freddo a Napoli. È oramai da ventiquattro ore che la città è sferzata dal maltempo. E le previsioni non promettono nulla di buono. Strade allagate e circolazione stradale fortemente rallentata anche a causa di una fitta grandinata che intorno alle 10 ha imbiancato alcune zone della città. Al momento, come fanno sapere i vigili del fuoco, nessuna emergenza particolare.

La neve ha fatto la sua comparsa sul Vesuvio: le piogge e il freddo di queste ore hanno favorito il formarsi di uno strato nevoso, ben visibile agli abitanti dei paesi vesuviani, sulla cima e sui lati del vulcano più famoso del mondo. In queste ore continua a piovere e la temperatura è fredda ma nella zona ad alta quota non si registrano disagi.

I disagi maggiori si registrano come sempre in provincia a causa delle forti piogge: strade allagate e decine di richieste di intervento pervenute ai Vigili del fuoco.


 Forte grandinata in mattinata (NewFotoSud - Guglielmo Esposito)
 Grandinata a Pozzuoli
 La grandine imbianca Napoli




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Ucciso armi in pugno il ranchero che non ha ceduto ai ricatti dei narcos

Corriere della sera


Spacciatori e trafficanti di clandestini si impossessano dei ranch come basi avanzate verso gli Stati Uniti

«Don» Alejo Garza Tamez, 77 anni


«Don» Alejo Garza Tamez
«Don» Alejo Garza Tamez
WASHINGTON – Quella di «Don» Alejo Garza Tamez è la storia di un uomo coraggioso. Un uomo, forse, di altri tempi. Invece di lasciare la sua fattoria nelle mani dei narcos messicani li ha aspettati all’interno del ranch trasformato in un piccolo bunker. Don Alejo, 77 anni, è morto con due fucili in mano trucidato dall’esplosione delle granate. Prima però è riuscito a far fuori quattro assalitori e a ferirne altri due. Teatro di questo episodio della narco-guerra che consuma il Messico è la località di San José, a quindici chilometri da Ciudad Victoria, Stato di Taumalipas.

BASI AVANZATE - Il 13 novembre alcuni banditi recapitano un «messaggio» ad Alejo Garza Tamez: te ne devi andare entro 24 ore, altrimenti pagherai le conseguenze. In questa zona narcos e trafficanti di clandestini si impossessano di fattorie e ranch. Li utilizzano come basi avanzate nella faida che oppone i Los Zetas al Cartello del Golfo. Oppure diventano punti di passaggio per la loro «merce». E quando i criminali lanciano gli ultimatum nessuno ha il coraggio o la forza di resistere. Inutile cercare sostegno, difficile che arrivi. L’esercito, impiegato nella lotta al crimine, si muove solo per i casi più importanti e la polizia non sai mai da che parte stia. Per questo la maggioranza sventola bandiera bianca.

RANCH - Ma non è il caso di «Don» Alejo. È cresciuto da queste parti, la fattoria è tutto. Lui non vuole cedere un centimetro ai banditi. Così convoca i suoi contadini e li manda a casa: «Non tornate neppure domani». Poi prepara le difese. Il ranchero, cacciatore e collezionista di armi, piazza fucili e «doppiette» vicino alle finestre e a un paio di porte che portano verso l’esterno, crea piccole riserve di munizioni. Quindi aspetta. È una lunga veglia.

ATTACCO - Alle 4 del mattino, i banditi arrivano alla fattoria a bordo di grossi fuoristrada e pick up. I sicari – secondo una ricostruzione delle autorità militari che non citano però alcuna testimonianza – sparano qualche raffica in aria. Poi avanzano verso la casa. Don Alejo li accoglie con un tiro preciso. Spara e si sposta da una finestra all’altra. Ha una buona mira. Forse vuol far credere di non essere da solo. La trappola funziona. Coglie di sorpresa gli invasori: cadono in sei sotto il fuoco. I banditi, probabilmente, si riparano dietro i veicoli poi rispondono sparando all’impazzata crivellando le finestre. Ma per piegare la resistenza sono costretti a usare le granate. Per i narcos non è un problema usarle in abbondanza. Le comprano a buon mercato: costano appena 7 dollari l’una sul mercato nero. L’attacco ha successo, è finita.

EROE NAZIONALE - Quando i marines arrivano nella tenuta trovano le tracce dello scontro feroce. Ovunque cartucce, fori provocati dalle pallottole, suppellettili danneggiate dalle esplosioni. In un angolo il corpo senza vita di «Don» Alejo, al fianco due armi. L’ultima trincea di un uomo coraggioso e solo. Quando si è diffusa la notizia dell’omicidio, un centinaio di persone ha inviato messaggi su Twitter esaltando la figura del ranchero e qualcuno ha composto un corrido – una ballata popolare – in onore di «un eroe nazionale».


Guido Olimpio
24 novembre 2010



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Rifiuti campani: il Nord dice no

Corriere della sera


Bossi: «Se li portano qui, la gente si incazza». Solo la Toscana ha detto sì, Lazio e Sardegna a certe condizioni


MILANO - No. Punto. Se fosse stato un telegramma, questo sarebbe stato il testo che le regioni del Nord avrebbero spedito al governo che chiedeva chi era disposto ad accogliere i rifiuti della Campania. Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte si sono dichiarati non disponibili. Tra le altre regioni le Marche hanno detto no, mentre la Sardegna ha offerto uomini e mezzi ma ha spiegato che i rifiuti non possono essere smaltiti nell'isola. Il gruppo della Lega Nord nel Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia ha chiesto che «la Regione si dichiari indisponibile». Solo la Toscana ha confermato la propria disponibilità ad accogliere una parte dei rifiuti campani. La Lombardia per esempio ha risposto spiegando che «prima si aspetta una convocazione da parte del governo per comunicare le risorse aggiuntive che intende destinare alle Regioni, dopo i tagli della finanziaria di luglio». Fino ad allora, la Regione non intende partecipare nemmeno al tavolo governativo di discussione e «si conferma non disponibile ad accogliere i rifiuti campani». «Vedo che alcune regioni del Nord, a prescindere dalla discussione, hanno detto no e questo è un fatto molto triste», ha detto il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. Il Lazio invece si è detto disponbile, ma la presidente Renata Polverini ha spiegato che la disponibilità può essere «simbolica o più consistente a seconda degli approfondimenti tecnici».

BOSSI - Senza giri di parole, il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha spiegato i motivi del no ai rifiuti: «Se li portano al Nord, la gente si incazza. Speriamo che altre Regioni dicano di sì, ma il rischio è che dovunque li porti crei "casini"». Poi ha chiesto un intervento della magistratura contro Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli: «Mi chiedo perché la magistratura non intervenga sul sindaco di Napoli. L'unico che può dire qualcosa è Berlusconi perché ha dimostrato di saperci fare».

IERVOLINO - Pronta la replica del sindaco Iervolino: «Per quanto mi riguarda, ho le mani strapulite e la coscienza stra-a-posto. Forse Bossi dovrebbe dire per la violazione di quale norma e per quale reato». Nel decreto sui rifiuti all'esame del presidente della Repubblica «per quanto riguarda l'emergenza Napoli, per quello che sappiamo noi, non c'è proprio niente», spiega Iervolino. «Ci sono cose che saranno sufficienti in futuro come la regolarizzazione del procedimento per i termovalorizzatori e il potere al presidente della Regione».

ERRANI - Per il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, la situazione è grave: «Così non si può andare avanti, siamo di fronte a un'emergenza a cui deve fare fronte l'intero Paese. Ma ci devono essere due condizioni, che abbiamo chiesto al governo: la prima è la dichiarazione dello stato d'emergenza e la seconda è che il governo, con un atto coerente e fermo, chieda un impegno e una collaborazione a tutte le Regioni».

FAMIGLIA CRISTIANA - Sul tema rifiuti è intervenuta anche Famiglia cristiana con un editoriale. «La monnezza è la spietata metafora del Paese», dice il settimanale dei Paolini. «Non serve scaricare o rinfacciarsi le colpe. Le responsabilità non possono rimbalzare da una parte all'altra. Solo una presa di coscienza collettiva potrà far uscire Napoli e l'Italia dall'emergenza. Solo un soprassalto di dignità civica potrà sanare guai ambientali e d'immagine del Paese». A Famiglia cristiana ha replicato il ministro per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, che accusa il settimanale di «uscire dal cristianesimo». «Niente è meno cristiano di accostare l'immondizia alla metafora dell'Italia».

SALUTE: FAZIO, «NESSUN RISCHIO» - Per il ministro per la Salute Ferruccio Fazio, a proposito del problema rifiuti a Napoli, martedì aveva detto che «rischi immediati per la salute non ce ne sono».

Redazione online
24 novembre 2010





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Università e licei, dilaga la protesta Studenti entrano nel portone del Senato

Corriere della sera

Lancio di uova e tafferugli a Palazzo Madama. «Assedio» a Montecitorio. Corteo con caschi e scudi a forma di libri tenta di raggiungere Palazzo Grazioli: manganellate

Università e licei, dilaga la protesta
Studenti entrano nel portone del Senato

Lancio di uova e tafferugli a Palazzo Madama. «Assedio» a Montecitorio. Corteo con caschi e scudi a forma di libri tenta di raggiungere Palazzo Grazioli: manganellate

L'assalto al Senato  degli studenti

L'assalto al Senato degli studenti

ROMA - Un gruppo di studenti che protestano contro la riforma dell’università ha superato mercoledì mattina le barriere di sicurezza e ha tentato di entrare a Palazzo Madama. I commessi e gli agenti di sicurezza sono riusciti a chiudere la porta a vetri ma non il portone di legno e i manifestanti sono rimasti fuori dal palazzo premendo nell'androne. Poco dopo è iniziato un fitto lancio di uova.
Dopo l'assalto al Senato alcune centinaia di giovani «armati» di scudi di gommapiuma a forma di grandi libri e con i caschi da moto in testa - alcuni anche con passamontagna - si è diretto al Pantheon e quindi verso via del Plebiscito, tentando di raggiungere Palazzo Grazioli, la residenza di Berlusconi. In via di San Marcello un reparto dei carabinieri ha respinto parte del corteo che tentava di aggirare il cordone delle forze dell'ordine e sono partite le prime manganellate. E di nuovo sono partiti i lanci di uova.

 

 

«DIMISSIONI, DIMISSIONI!» - Gli studenti urlano «dimissioni, dimissioni». I più vicini alla porta a vetri sono stati allontanati dalle forze dell'ordine, che hanno chiuso il portone del Senato. Durante l'invasione dell'atrio da parte degli studenti - cui ha partecipato un gruppo di circa cento sui mille manifestanti - un agente di polizia ha accusato un malore. Poi i ragazzi sono stati trascinati e respinti all'esterno. Non c'è stato un vero e proprio scontro diretto con le forze dell'ordine, solo qualche spintone nella calca. Fuori da Palazzo Madama lancio di fumogeni oltre che di uova. Le forze dell'ordine sono rimaste schierate davanti all'ingresso del Senato in tenuta

«LASCIATE PASSARE SOLO LE VELINE» - Cordone di polizia anche su piazza Venezia, all'ingresso di via del Plebiscito e nelle vie alle spalle di Palazzo Grazioli, per impedire al corteo - che aveva già imboccato via degli Astalli - di raggiungere la residenza del premier. «Quando passano le veline per Berlusconi le fate entrare, gli studenti con i loro problemi no», hanno contestato alcuni studenti rivolti alle forze dell'ordine. Un'altra parte del corteo ha aggirato il blocco ed è giunta in piazza Venezia, dove preme verso Palazzo Grazioli.
E' l'escalation di una mattinata di tensione, con cortei, occupazioni e sit-in: il mondo della scuola è in mobilitazione. Atenei e licei. Una parte degli studenti, radunatasi al centro di piazza Venezia, ha bloccato il traffico e intonato cori. «Siamo entrati a palazzo Madama dove non era mai entrato nessuno - urla al megafono un manifestante - e ora blocchiamo la piazza centrale della città». Poi però in molti hanno lasciato piazza Venezia per dirigersi ai Fori Imperiali.

PRESIDIO ALLA CAMERA - Molti altri studenti che, martedì 23, hanno occupato le facoltà della Sapienza – da Filosofia a Fisica, Scienze Politiche, dipartimento di Igiene fino a Ingegneria – sono in presidio a Montecitorio, insieme a ricercatori e docenti. L'«assedio» al Parlamento dove è in discussione il Ddl Gelmini è guidato dallo slogan: «Il futuro è qui e si decide adesso». Un altro corteo partito dall'Università La sapienza ha raggiunto Montecitorio. Intanto alle 9 è partito un corteo spontaneo di 300 studenti del Tacito e del Talete che ha attraversato Prati, il lungotevere ed è infine giunto al Virgilio in via Giulia, dove sono concentrati circa 500 ragazzi dei licei romani.

 

Cordone di polizia schierato all'ingresso di via del Plebiscito

Cordone di polizia schierato all'ingresso di via del Plebiscito

«SCEMPIO» - «Siamo in piazza per chiedere alle forze politiche della Camera di fermare questo scempio del sistema universitario pubblico italiano», dice in una nota l’Unione degli universitari (Udu), «se questo ddl supererà l'esame della Camera bloccheremo il Paese partendo dalle Università. Il presidio a Montecitorio, l'occupazione del tetto di architettura, le occupazioni degli atenei di questi giorni, sono solo le recenti iniziative di protesta di un lungo autunno cominciato l'anno scorso con la presentazione al Senato della riforma. In questo momento - riferisce l’Udu - ci sono più di 50 atenei in mobilitazione: continua l'occupazione dell'Ateneo di Pavia, da Torino a Palermo siamo in fermento e non abbiamo intenzione di fermarci, siamo intenzionati ad inasprire lo scontro se questo Governo continuerà ad essere sordo alle richieste che vengono mosse dall'intero mondo accademico».

Studenti a piazza Venezia

Studenti a piazza Venezia

NUOVI BLOCCHI – «Riteniamo inammissibile – spiegano dalla Rete della conoscenza (il network promosso da Unione degli Studenti e Link Coordinamento universitario, ndr) – che dopo mesi di mobilitazione, cortei, occupazioni, lezioni in piazza, il Ministro non abbia mai risposto nel merito alle critiche e alle proposte degli studenti, e che il Governo agonizzante, privo di una maggioranza possa cercare con arroganza di ottenere l’approvazione di una riforma che con l’ingresso dei privati nei CdA, la sostituzione delle borse di studio con sistemi di indebitamento degli studenti, la precarizzazione della ricerca, distrugge l’università pubblica». Non sono solo gli universitari ad annunciare nuovi blocchi in città. Giovedì 25, dalle 9,30, è in programma lo sciopero regionale della scuola, indetto dai sindacati di base: corteo da largo Leonardo da Vinci, vicino la stazione San Paolo del metrò, a piazza Oderico da Pordenone, nei pressi delle sede della Regione Lazio. E Alle 9 è partito un corteo spontaneo di 300 studenti del Tacito e del Talete che ha attraversato Prati, il Lungotevere ed è infine giunto al Virgilio in via Giulia, dove sono concentrati circa 500 studenti.

SCIOPERO REGIONALE – «Nelle scuole del Lazio si registra il rapporto più alto tra insegnanti di sostegno e alunni diversamente abili: 2.45 – fanno sapere dall’Usb – E mentre aumentano gli studenti (+ 3150), nel Lazio, dal 2008 al 2010, sono stati tagliati oltre 4 mila docenti e quasi 3 mila unità tra il personale delle segreterie, assistenti di laboratori e collaboratori scolastici». I sindacati rilanciano, inoltre, il nodo sicurezza: «Nella nostra regione sono a rischio il 40% degli edifici scolastici; nelle province di Rieti e Frosinone si sfiora il 70% (se si considerano solo le scuole medie). Come si può in queste condizioni assicurare una scuola degna di questo nome ai nostri giovani?».

DALLE AULE AI TETTI – I ricercatori della Sapienza e di Tor Vergata, insieme ad alcuni studenti, sono saliti in cima all'edificio di Fontanella Borghese della Facoltà di Architettura della Sapienza (con loro anche il segretario nazionale del Prc-Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero) e l’intenzione è di rimanerci «fino a quando non verrà accantonato l'iter parlamentare della riforma Gelmini». Oltre a Fisica ed Ingegneria, alla Sapienza sono occupate anche Medicina, Filosofia e Scienze Politiche. E intanto, cambia il quadro delle scuole occupate. La protesta si è estesa ai licei Lucrezio Caro, Platone e Malpighi, mentre è terminata l’occupazione negli istituti Manara e Tacito.

OCCUPAZIONI – «Durante i giorni di occupazione – spiegano gli Studenti Autorganizzati del Tacito - i ragazzi hanno raccolto i fondi per comperare vernice e pennelli, grazie al sostegno dei residenti del quartiere Trionfale che sono stati sensibilizzati alle problematiche che la manovra del ministro Tremonti ha creato, tramite azioni di volantinaggio in via Andrea Doria. Gli studenti si sono impegnati a ridipingere gran parte delle aule dell’istituto e a pulire e rendere accessibile lo scantinato che ospita l’archivio della scuola». E non mollano i ragazzi del Virgilio che proseguiranno l’occupazione almeno fino a sabato 27, giorno della manifestazione indetta da Flc Cgil: «Devono essere risolte anche alcune questioni interne – fanno sapere gli Autorganizzati del Virgilio – a partire dalla restituzione di uno spazio di aggregazione, sottratto dal cantiere per la costruzione del parcheggio di via Giulia». Mercoledì, gli studenti medi in mobilitazione si danno appuntamento per un (nuovo corteo) da piazza Trilussa (alle 10).

DIDATTICA ALTERNATIVA – Anche gli studenti del liceo Eugenio Montale, insieme alle altre scuole in mobilitazione, saranno a Montecitorio: mercoledì si tengono lezioni in piazza e un flash mob davanti alla Camera. E, giovedì 25 (alle 20.30), si tiene il secondo appuntamento del percorso “Notti contro le mafie, parola ai giovani" promosso dagli Studenti Viola in collaborazione con il movimento Agende Rosse, Libera, l'associazione "Antonino Caponnetto", l'associazione "daSud", Radio 100passi, Gioventù Attiva e Link Roma. Tema della serata: "Storie di 'ndrangheta”. Intervengono, tra gli altri, Francesco Forgione e Antonino Monteleone. Vengono, inoltre, raccolte le firme della petizione "Laziosenzamafia".

 

Simona De Santis
24 novembre 2010

Immondizia alla Camera

Corriere della sera

Barbato (Idv) espluso dall'Aula

 

Nasconde gli abiti rubati tra le maxi-mutande: donna arrestata

Il Mattino



WASHINGTON (24 novembre) - Una donna di Westlake, nell'Ohio, Stati Uniti, è stata incastrata dalle telecamere a circuito chiuso di un grande magazzino mentre tentava di rubare alcuni capi di abbigliamento.

La ladra ha individuato gli abiti quindi li ha nascosti fra le gambe ben protette da mutande di taglia grandissima. Il colpo è stato realizzato anche grazie a due complici, un uomo e una donna, che hanno distratto il personale. I due sono poi fuggiti a differenza della donna, arrestata. L'ammontare della refurtiva era di circa 5.000 dollari.




 Ecco la ladra in azione



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Ceccherini fa il Pinocchio. Col Fisco

Corriere fiorentino


Ha omesso di dichiarare introiti per 700 mila euro: l’attore avrebbe deciso di pagare il dovuto, senza ricorso




FIRENZE - Ricavi per 1,5 milioni di euro e Iva per un importo complessivo di 350.000 euro. Sono le somme che cinque professionisti della provincia di Firenze non hanno dichiarato al Fisco. E tra di loro spunta anche il nome di Massimo Ceccherini, l’attore fiorentino (attualmente nelle sale col cinepanettone «A Natale Mi Sposo», il film di Massimo Boldi prodotto dalla Medusa) che vive a Scandicci, dove i finanzieri del Gruppo di Firenze sono andati alla fine dello scorso giugno. Tra coloro che non hanno dichiarato nulla al Fisco un medico di Firenze che lavora all’Asl, che non ha denunciato ricavi nel 2007-2008 per oltre 180 mila euro dovuti a prestazioni ambulatoriali specialistiche; un giovane avvocato di 26 anni residente a Fiesole, che tra il 2008 e il 2009 non ha dichiarato ricavi per circa 300 mila euro grazie al suo lavoro per conto di alcune società; un consulente amministrativo di aziende, molto conosciuto nel settore, che tra il 2007 e il 2008 non ha dichiarato ricavi per oltre 180 mila euro; ed infine una ricercatrice nel campo delle scienze sociali ed umanistiche, che ha fondato una studio a Firenze, che tra il 2005 e il 2007 non ha dichiarato 190 mila euro.

Come è potuto succedere? «Alcuni professionisti si sono giustificati — spiega la Gdf— affermando di essersi dimenticati dell’adempimento ovvero di non sapere che avrebbero dovuto presentare la dichiarazione fiscale anche per i ricavi soggetti a ritenuta d’acconto». I cinque presunti evasori avrebbero omesso di presentare, per diverse annualità prese in esame dai finanzieri del Comando provinciale fiorentino, la propria dichiarazione dei redditi nella quale doveva essere inserito l’ammontare dei loro ricavi risultati complessivamente pari a 1,5 milioni ed Iva per 350.000. Da un incrocio dei dati presenti nelle banche dati tributarie in uso alle Fiamme gialle, sono emersi una serie di nominativi che, sebbene risultino aver percepito emolumenti assoggettati a ritenuta d’acconto (20%), non hanno presentato alcuna dichiarazione fiscale. Tutti i cinque professionisti mantenevano, riferisce la Guardia di finanza, un alto tenore di vita. La posizione di Massimo Ceccherini sembra essere quella più definita rispetto alle altre: l’attore non ha dichiarato all’incirca 700 mila euro tra il 2005 e il 2007. La verifica fiscale nei confronti dell’attore fiorentino è durata una trentina di giorni. Dopo gli accertamenti delle Fiamme Gialle, si è mossa l’Agenzia delle Entrate che ha mandato all’attore una contestazione fiscale. E l’attore, secondo quanto trapela dai corridoi della direzione provinciale fiorentina delle Entrate, avrebbe «aderito» a tutte le contestazioni. In pratica Ceccherini, invece di fare ricorso, avrebbe deciso di sanare la sua posizione una volta per tutte.


Simone Innocenti
24 novembre 2010



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Vieni via con me»: un po' come a messa

Corriere della sera


Non è un format, è un calco. Di una cerimonia religiosa, di una messa, di una funzione liturgica


Il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano ha generato molte discussioni, buon segno. C'è chi ha parlato di fine del modello tv berlusconiano (grazie a Endemol, che è di Berlusconi); c'è chi ha parlato di evento, alla Celentano; c'è chi ha parlato di un format capace di «usare la politica». Difficile districarsi, anche perché un programma o è evento o è format (essendo finora impossibile standardizzare il fuori norma). Più interessanti, a mio avviso, gli spunti che sono presi a circolare su Internet.

«Vieni via con me» non è un format, è un calco. Di una cerimonia religiosa, di una messa, di una funzione liturgica. La proposta degli elenchi, di ogni tipo, su ogni argomento, assomiglia molto alle litanie: più che alla vertigine della lista, lo spettatore cede volentieri al fascino della supplica accorata, alla devozione popolare, alla lamentazione come unica fonte di speranza e di conforto, al mantra. Volete una prova? A ogni voce degli elenchi provate ad aggiungere un ora pro nobis. L'officiante è facile individuarlo: ne ha tutti i modi, i comportamenti, spesso le affettazioni; è Fabio Fazio. Che ha una capacità straordinaria, tipica di alcuni celebranti: quella di trasferire sui suoi numerosi fedeli quell'aura di senso di colpa che gli trasfigura il volto. La doglianza gli dà potere, mostrarsi vulnerabile (i ricchi contratti non gli impediscono di piangere sempre miseria) è la sua garanzia di invincibilità, tra un Alleluia e una Via Crucis.

E poi c'è lui, la vittima sacrificale, il Cristo in croce. Se Roberto Saviano si mettesse una parrucca assomiglierebbe in maniera impressionante al Cristo di Pasolini. È una reincarnazione cinematografica. I suoi interventi (le sue parabole) sono incontrovertibili perché, segretamente, iniziano con una premessa: «In verità, in verità vi dico». Per non parlare di tutti i chierichetti che hanno preso parte al rito. Ok, andate in pace, la messa non è finita.

Aldo Grasso
24 novembre 2010



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Rifiuti, il provvedimento del sindaco: stop alla vendita di verdure con le foglie

Corriere del Mezzogiorno

Annuncio della Iervolino per contenere la sporcizia
Multe da 619 euro a chi abbandona cartoni fuori orario




NAPOLI— Le scuole non le chiude. Sull’ipotesi ci ha anche riflettuto, ma per il momento ha soprasseduto. Nonostante l’emergenza rifiuti rischi di sfociare in emergenza sanitaria, per ora Rosa Russo Iervolino annuncia solo «un’ordinanza o una delibera» con la quale imporrà a supermercati e fruttivendoli «la defogliazione di frutta e verdura nella vendita».

L’obiettivo del provvedimento «è quello di sottolineare e rafforzare le regole imposte dal Comune sullo smaltimento dei rifiuti da parte di cittadini e attività commerciali», quindi di intervenire a monte nella produzione dei rifiuti. Dunque, la croce si abbatte su fruttivendoli e centri commerciali, i quali saranno costretti — se le parole di Iervolino si trasformeranno in atto concreto — a vendere la verdura già pulita. L’amministrazione cittadina mette così nel mirino il commercio, con un giro di vite che si preannuncia (poi si vedrà in concreto) davvero serrato.

Il provvedimento, al quale sta lavorando l’assessore alla Trasparenza, Luigi Scotti, dovrebbe rafforzare anche l’ordinanza che prevede, da parte delle attività commerciali, il deposito di cartoni solo dopo la chiusura, stabilendo che la sanzione, già oggi prevista, sia sempre quella massima, cioè di 619,75 euro. Si tratta di idee che potrebbero concretizzarsi già in giornata, e che sono al vaglio degli uffici competenti «che stanno valutando — spiega la sindaca — le modalità giuridiche e funzionali del provvedimento che sarà adottato». «Non vogliamo annunciare miracoli bis — ha detto sempre Iervolino riferendosi alle polemiche dei giorni scorsi sugli annunci del Governo — vogliamo però fare poche ma concrete cose che possano rafforzare il concetto di riduzione dei rifiuti prodotti». Si torna a parlare anche del vuoto a rendere.

L’idea, una delle tante annunciate in questi anni dal Comune di Napoli e mai attuate, era già contenuta in un piano per incrementare la differenziata datato 4 marzo 2008, più di due anni e mezzo fa. La speranza è quella che, introducendo la politica del «reso», da un lato si recicli di più e, dall’altro, si recuperino anche i soldi di bottiglie e contenitori. In special modo, quelli di plastica. Al Comune si lavora anche per incentivare (o imporre?) il cosiddetto refill, cioè riempire nuovamente i contenitori già usati in modo da ridurre lo sversamento: la cosa riguarda principalmente i detersivi. Ieri, martedì, a Palazzo San Giacomo c’è stata una riunione tra gli assessori Giacomelli e Nasti, l’Asìa e l’Asl: sono state stabilite soluzioni per la disinfestazione dei cumuli di immondizia. Nel giorni scorsi, invece, sera stato ipotizzato il riutilizzo di siti di stoccaggio temporaneo; proprio come accadde anni fa a Bagnoli quando alcuni capannoni furono utilizzati per stipare momentaneamente i rifiuti.

La sindaca ha però escluso soluzioni simili, anche se per l’intera mattina, letti i giornali ma, soprattutto, viste le foto dei bambini che camminano tra i rifiuti per andare a scuola, ha riflettuto seriamente sull’ipotesi di chiudere le scuole. Ma la portata, anche di immagine, di una scelta simile è enorme, sebbene l’entità della crisi non faccia escludere nulla. Ogni decisione viene infatti presa di ora in ora. Anche se al Comune sono dell’idea che, eventuali decisioni di questo tipo, siano di competenza del presidente della Regione Stefano Caldoro. Scelte drastiche, che potrebbero essere intraprese però solo dopo un provvedimento del governo di stato d’emergenza. E non siamo molto lontani da questo.

Paolo Cuozzo
24 novembre 2010





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Banda vende buco a rapinatori»

Corriere del Mezzogiorno


Minatori «freelance» aprono varchi nel sottosuolo e poi li mettono all'asta per chi vuole depredare negozi



Una voragine aperta dalla banda del buco a Napoli
Una voragine aperta dalla banda del buco a Napoli



NAPOLI — Il tessuto malavitoso napoletano si è arricchito di una nuova figura professionale, quella del minatore «freelance»: professionisti che, disponendo di un know how specifico, dell’attrezzatura necessaria e delle mappe del sottosuolo, scavano tunnel per venderli al miglior offerente. Il prezzo varia a seconda dell’obiettivo. Gioiellerie, banche, uffici postali. Chi acquista il tunnel lo utilizza, poi, in prima persona, oppure — nel caso in cui si tratti di un clan— lo «subappalta» ai rapinatori che effettueranno materialmente il colpo.

LA MAPPA - Il fenomeno è venuto fuori grazie all’attività dei carabinieri del nucleo investigativo di Napoli e a quelli delle singole compagnie, i quali, operando numerosi arresti per furti e rapine effettuate con la tecnica del buco (nella mappa quelli commessi nel solo territorio cittadino) sono venuti a contatto con diverse fonti confindenziali. Quello del «minatore», come osservano gli stessi militari dell’Arma, è un lavoro altamente specialistico: occorre un’ottima conoscenza del sistema fognario, e il bagaglio tecnico necessario per non farsi crollare addosso il tunnel appena scavato. Competenze particolari, che non tutte le organizzazioni criminali posseggono.

BANDE ORGANIZZATE - Perché «formare» persone proprie quando ci si può avvalere dell’opera di professionisti fatti e finiti? Le bande più organizzate, quelle sì, possono lavorare basandosi sul concetto che meno persone sanno, e meglio è. Tuttavia, è molto più probabile che a percorrere il tunnel— scavato da sé, oppure acquistato dai freelance — per sbucare in banca siano organizzazioni indipendenti che versano una quota del bottino al clan della zona. Una sorta di «tassa», pagata per ottenere il permesso ad operare in un’area controllata da una determinata famiglia malavitosa. Da un rapporto dei carabinieri del comando provinciale di Napoli, guidato dal colonnello Mario Cinque, emerge come nel capoluogo campano la zona più interessata dal fenomeno dei colpi «con buco» sia quella del corso Umberto. Qui, nel solo mese di aprile 2009, la banda del buco è entrata in una caffetteria e in un negozio di abbigliamento. A maggio, invece, vittima dei rapinatori è stata una ricevitoria del lotto, mentre nel marzo scorso, sempre al corso Umberto, la banda del buco ha rapinato una gioielleria.

«I Soliti ignoti», la scena cult del buco nella casa privata scambiata per banco dei pegni
«I Soliti ignoti», la scena cult del buco nella casa privata scambiata per banco dei pegni

IL COLPO A CHIAIA - Il colpo più fruttuoso degli ultimi tempi è quello messo a segno, nel luglio 2009, all’interno della gioielleria Damiani di via Filangieri, a Chiaia. In quell’occasione, i ladri riuscirono a portar via merce preziosa per un valore complessivo di 500mila euro. A Cercola, in provincia di Napoli, i carabinieri arrestarono il 2 ottobre scorso due rapinatori che, entrati nell’ufficio postale al corso Domenico Riccardi, avevano rubato 180mila euro. Una brutta sorpresa la trovarono, invece, cinque rapinatori che erano entrati nella filiale Monte dei Paschi di Siena attraverso un tunnel scavato al corso Novara: all’uscita del condotto fognario, ad attenderli c’erano i militari del comando provinciale.

Ma i minatori partenopei si spingono anche al Nord. Nel dicembre 2008, i carabinieri del nucleo investigativo arrestarono sei napoletani che avevano messo a segno un colpo con buco in un ufficio postale milanese, dopo averli seguiti fin dentro lo stadio San Siro (i rapinatori si erano concessi un match domenicale Milan-Napoli). Ma torniamo ai freelance del tunnel. E’ ipotizzabile, semplicemente facendo uno più uno, che i «minatori autonomi» abbiano ( o abbiano avuto, perlomeno) la complicità di qualcuno interno al servizio fognature. In una città che si presta più di molte altre alle rapine con la tecnica del buco — il sottosuolo napoletano è un rincorrersi di cavità e condotte a vario titolo— ai carabinieri del nucleo sommozzatori, vista la richiesta, è toccato specializzarsi anche in questo specifico settore.




Stefano Piedimonte
24 novembre 2010



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L'Idv Barbato a Montecitorio con un sacchetto dell'immondizia

Corriere della sera

l deputato dipietrista espulso dall'Aula da Fini dopo due richiami

Bagarre ALLA CAMERA


Franco Barbato con la spazzatura in Aula
Franco Barbato con la spazzatura in Aula
ROMA - Franco Barbato dell'Idv porta nell'Aula della Camera un sacchetto di immondizia. Il presidente Gianfranco Fini lo richiama all'ordine due volte e lo espelle dall'Aula di Montecitorio sospendendo la seduta e invitando i deputati questori a far eseguire la sua disposizione. Dai banchi di maggioranza verso il deputato dipietrista è stato urlato «Buffone, buffone».

«AGGRESSIONE CONTRO DI ME» - La protesta del deputato dipietrista alla Camera voleva sensibilizzare l'opinione pubblica per «l’indifferenza del governo di fronte all’emergenza rifiuti a Napoli». Barbato ha lasciato un sacchetto di immondizia sul banco dell’esecutivo a Montecitorio. «Uscendo dopo l'espulsione - si è lamentato il deputato dipietrista - sono stato aggredito da alcuni parlamentari, credo del Pdl. Uno di loro mi ha dato diversi schiaffi, colpendomi all’occhio sinistro».

EMERGENZA - «A Napoli e provincia c’è un’emergenza vera, di fronte alla quale il governo è assente - ha dichiarato Barbato - anzi chi ne parla viene considerato un mistificatore, come è accaduto martedì sera a Ballarò. Porterò uno, dieci, mille sacchetti alla volta sul tavolo del governo che non può essere assente di fronte a tutto questo». «Governo e Parlamento - gli ha fatto eco Antonio Di Pietro - devono affrontare al più presto il problema spiegando in modo trasparente come stanno i fatti, non con le aggressioni, rifiutando il dialogo e con le menzogne di Berlusconi. Ci sono 20 anni di responsabilità che coinvolgono tutta la classe politica». Di Pietro ha anticipato anche che lunedì i parlamentari di Idv saranno a Chiaiano e Terzigno per portare «la loro solidarietà e denunciare la pubblica indifferenza».


24 novembre 2010






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156 mila euro per il primo computer Apple

Una seconda esplosione uccide la speranza

La Stampa




Non si è ripetuto il miracolo cileno. Una seconda esplosione ha definitivamente sepolto le speranze – sempre più flebili – di riuscire ad estrarre i 29 minatori rimasti prigionieri nella miniera di carbone di Pike River a Greymouth, nell’isola meridionale della Nuova Zelanda. Le minime speranze che qualcuno dei 29 fosse ancora in vita sono così svanite. A parzialissimo conforto delle famiglie, David Feickerm, esperto  in sicurezza mineraria ha dichiarato che quasi certamente nessuno dei 29 si è accorto di nulla per quello che riguarda la seconda esplosione: “Dopo 5 giorni, quelli che non erano già deceduti, sarebbero stati quantomeno privi di coscienza a causa dell’accumulo del monossido di carbonio".
I soccorritori non erano finora potuti entrare nella miniera per paura di quanto poi è effettivamente accaduto: un’altra esplosione innescata dall’accumulo di metano per la mancanza di ventilazione accoppiato all’alta temperatura dovuta ai detriti che bruciavano ancora dalla prima esplosione.
Nella tragedia una sola consolazione: la seconda esplosione è avvenuta proprio mentre le autorità stavano per “forzare” la decisione di mandare comunque un team di soccorso, consapevoli che ormai il tempo trascorso dalla prima esplosione stava diventando troppo. Se non altro, si è evitato un secondo dramma: che restassero intrappolati mortalmente anche i soccorritori.





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Il finto talebano che beffò la Nato

La Stampa


S'era offerto di mediare tra Karzai e gli insorti: ha preso i soldi e via






GIORDANO STABILE

Per l'incontro più importante, quello con il presidente Hamid Karzai, la Nato non aveva badato a spese. Lo scorso ottobre un aereo militare era andato a prendere l'ospite in una località segreta del Pakistan, probabilmente Quetta, e lo aveva depositato alla base di Bagram, a 40 chilometri da Kabul. Poi un convoglio blindato lo aveva condotto nel palazzo presidenziale, saltando decine di check-point. Dell'esito dell'incontro non si era saputo molto, a parte la singolare scorta Nato a un taleban, ma era comunque un tassello importante nel dialogo con gli uomini del mullah Omar.

L'uomo così prezioso da meritare la massima attenzione da parte dei militari che da nove anni combattono gli studenti coranici in Afghanistan era, o meglio diceva di essere, il mullah Akhtar Muhammad Mansour. Uno della seconda cerchia della shura di Quetta, in contatto quasi quotidiano con il grande capo. La prima, vera, importante mediazione tra Karzai e Omar.

Oltre a quello con il presidente, Mansour partecipa ad altri due incontri con il governo afghano. Detta le condizioni per l'accordo, sorprendentemente moderate: amnistia per chi depone le armi, possibilità per i guerriglieri di essere riciclati nell'esercito afghano, salvacondotti per i leader, compreso il mullah Omar.

Su quest'ultimo punto gli americani storcono il naso, ma per il resto sembra più facile del previsto. Mansour è invece esigentissimo per quanto riguarda la parcella, i dollari da incassare per la rischiosa mediazione. «Un'ingente somma di denaro», secondo il New York Times che ha raccolto le confidenze di un diplomatico occidentale a Kabul e rivelato la beffa. Perché Mansour «non era quel Mansour», la trattativa era «una farsa», e l'impostore se l'è data a gambe, sparito in qualche valle pakistana o forse più lontano a godersi il bottino. I primi dubbi erano venuti a un ufficiale afghano, che aveva conosciuto Mansour anni prima. Al terzo colloquio, a Kandahar, è seduto davanti a lui. «Non lo riconosco», sussurra agli altri esponenti governativi. Subito dopo partono le verifiche, racconta al New York Times un politico afghano che non ha voluto essere citato: l'impostore «è stato immediatamente escluso», ma il problema è che aveva già incassato l'anticipo della sua parcella, migliaia di dollari. Tempo e soldi persi.

Un capitolo da spy-story nelle complicate trattative con i taleban, che non portano divise né distintivi, meno che mai documenti. È una «catena di contatti personali», che se va bene arriva fino all'uomo giusto, ma spesso si interrompe prima. I contatti migliori ce l'hanno, non c'è bisogno di dirlo, i servizi segreti pachistani (Isi) che hanno «inventato» i taleban ma vogliono incanalare la trattativa dove fa comodo a loro. Con cortocircuiti pericolosi.

Come nel caso di Abdul Ghani Baradar, il vice del mullah Omar, arrestato il 16 febbraio in un blitz congiunto Cia-Isi, a Karachi. Un colpo alla leadership taleban che però si è rivelato anche un colpo alle trattative, vere, tra Karzai e Omar. Perché Baradar, secondo fonti pachistane, era stato incaricato di contattare il presidente afghano, ma si era mosso senza chiedere il permesso all'Isi. Che l'ha dato in pasto agli americani e ha mandato all'aria il secondo, importante, approccio dopo gli incontri in Arabia Saudita, alla Mecca, nel 2009.

Ora, secondo il New York Times , si ricomincia da capo. La Nato, dopo che il generale David Petraeus nelle settimane scorse si era detto «fiducioso» sulle trattative, non commenta. E l'ex comandante taleban Sayed Amir Muhammad, uno dei «collegamenti» tra governo e guerriglieri, punta il dito contro l'aleatorietà dei colloqui: «Uno può venire da me e dirmi che è un importante capo talib , ma chi controlla?».

Muhammad nutre dubbi anche sulla effettiva buona volontà degli studenti coranici: «Ho parlato con molti, nessuno accetta la pace, non sembrano stanchi di combattere». Chi invece giudica negativamente in toto i colloqui è il rivale di Karzai Abdullah Abdullah, che per bocca del suo portavoce Fazel Sancharaki bolla come «inutile e pericoloso» insistere. Dietro di lui la potente minoranza tagika che vede il ritorno al potere, anche parziale, dei pashtun integralisti come una disgrazia peggiore della guerra.





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Gli infallibili smemorati

Il Tempo


Per amore della libertà di critica e della verità pubblichiamo su Il Tempo una controinchiesta sul Saviano pensiero irradiato in tv. La versione dello scrittore ha delle voragini che noi umilmente colmiamo ricordando come vanno le cose all’ombra del Vesuvio.


Roberto Saviano


Nove milioni e fischia incollati al video. Fazio e Saviano confermano i loro numeri (complimenti) ma questo non significa che la coppia possa anche dare i numeri e pretendere che tutti stiano sull’attenti di fronte allo show a senso unico. Per amore della libertà di critica e della verità pubblichiamo su Il Tempo una controinchiesta sul Saviano pensiero irradiato in tv. La penna è quella di Simone di Meo, un cronista napoletano con i controfiocchi, uno che Saviano conosce bene, visto che anche dal lavoro sul marciapiede del Di Meo - e di tanti altri bravi colleghi - il bestsellerista ha attinto a piene mani per scrivere Gomorra.


Il quadro che ne viene fuori è davanti ai vostri occhi, cari lettori. La versione di Saviano ha delle voragini che noi umilmente colmiamo ricordando come vanno le cose all’ombra del Vesuvio. Non è carino che l’autore della Mondadori (casa editrice di Silvio Berlusconi) abbia dei vuoti di memoria così ampi. Tralasciare il Bidone dei Progressisti campani non fa onore al servizio pubblico televisivo. Si possono fare puntate a tesi, sostenere idee bislacche, ma omettere che la "monnezza" è intestata in gran parte alla gestione del centrosinistra del "miracolo napoletano" e far apparire la faccenda come un ping pong tra industrie del Nord, camorra e qualche leghista non va bene. Dedicare un impercettibile passaggio a Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino e poi lanciarsi in un elenco di frasi di Berlusconi per farlo apparire come l’abominevole uomo della spazzatura perenne è un’impresa da Faziosi.

 
Fazio e Saviano hanno illimitata libertà - e sono pronto a difenderla - ma devono ricordare che hanno anche dei piccoli doveri, come quello di essere completi nell’esposizione dei fatti (pur restando della propria legittima opinione) e dare la possibilità di replica a chi si sente messo nel cono d’ombra delle allusioni e delle complicità.


Il successo di pubblico di «Vieni via con me» non è il lasciapassare per qualsiasi invettiva o scenario complottista. Credersi migliori, aver fondato il partito dei Giusti a Prescindere non dà né a Saviano né tantomeno a Fazio la chiave per aprire le porte della Verità Divina. Non sono infallibili, hanno passioni, emozioni e soprattutto sono colmi di pregiudizi politici con i quali fanno il loro programma. Quando vanno in onda, i loro sguardi e sorrisetti trasudano la sicumera di chi si sente infallibile e baciato da una missione soprannaturale. E invece no. Possono sbagliare. Sono terreni. Sono uomini. E noi - Totò docet - non siamo caporali.



Mario Sechi

24/11/2010





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Pure Travaglio deluso "Roberto? scontato"

Il Tempo


Il giornalista critica l’autore di Gomorra: "Da uno come lui continuo ad aspettarmi qualcosa di più". Il primo a "scaricarlo" era stato Beppe Grillo: "Non fa i nomi dei politici collusi".


Marco Travaglio


«I monologhi di Saviano sono bellissimi. Ma qualunque giornalista si sia occupato negli ultimi anni di rifiuti avrebbe potuto ripetere le cose che ha detto ieri a Vieni via con me. Da uno come lui continuo ad aspettarmi qualcosa di più». Anche Marco Travaglio entra a far parte del club dei "delusi" da Saviano. Certo, la sua adesione non è dirompente come quella di Beppe Grillo che nei giorni scorsi aveva duramente criticato l'autore di Gomorra («Signori! Italiani! Aprite gli occhi: Vieni via con me lo produce Endemol, e chi è Endemol? È Berlusconi. Il programma fa ascolti altissimi: quindi Berlusconi guadagna un sacco di soldi. Se aggiungiamo che Saviano non fa i nomi dei politici collusi, né in Lombardia né in Parlamento, è chiaro che poi il nano gode come un riccio»), ma anche il vicedirettore del Fatto quotidiano non è entusiasta.

Ed è indubbio che le sue parole scateneranno il dibattito tra coloro che considerano lo scrittore come una sorta di "reliquia" intoccabile. Un popolo che, a giudicare dai dati degli ascolti, cresce con il passare delle settimane. Lunedì sera, infatti, Vieni via con me ha fatto registrare una media di 9 milioni e 671mila spettatori (31.6% di share) con una crescita di 2 milioni rispetto alla prima puntata. Un vero e proprio "evento" che, tra i programmi più visti dell'anno, è secondo solo al festival di Sanremo.

Il monologo di Saviano parte con 9 milioni e 500mila spettatori e arriva fino a 11 milioni e 393 mila. E anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni può celebrare il suo piccolo "record": parla davanti ad una platea di circa 10 milioni e 500mila e supera sia Gianfranco Fini (10 milioni 238mila) che Pier Luigi Bersani (10 milioni 175mila) ospiti una settimana fa dello stesso programma. E se Travaglio accusa l'esponente leghista di aver fatto «un comizio», il vicedirettore generale della Rai Antonio Marano non ha dubbi: «È stato perfetto.

L'intervento del ministro ha ricevuto all'interno del programma quel giusto equilibrio». Il diretto interessato, da Milano, si limita a sottolineare: «In questi giorni ci sono state polemiche mediatico-televisive ma noi conosciamo bene la situazione abbiamo messo in atto iniziative per impedire le infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici». Poi, nel pomeriggio, ospite di Bruno Vespa per presentare il suo ultimo libro, torna a parlare direttamente dell'autore di Gomorra: «Sui rifiuti alcuni dati citati da Saviano sono incontestabili ma generalizzare che dalla Lombardia vadano a Napoli e in Campania... In Lombardia abbiamo l'autosufficienza Provincia per Provincia». Maroni ricorda «di essersela presa molto con Saviano» nella puntata di lunedì 15 novembre, «ma non perché io neghi che la mafia e la 'ndrangheta esistano al Nord, ma perché non è vero che al Nord la Lega faccia affari con la 'ndrangheta. È vero il contrario: negli ultimi tre anni sono stati arrestati sindaci di altri partiti».

E se la polemica leghista sembra ormai definitivamente chiusa, resta aperto il fronte "bioetico". Il riferimento è sempre alla puntata di Vieni via con me del 15 novembre quando, tra gli altri, si trattò anche il tema dell'eutanasia. Stamattina l'Udc ha organizzato un sit-in a Viale Mazzini per chiedere che si conceda spazio, all'interno della trasmissione, «alle ragioni di coloro che si battono per il diritto alla vita dei malati e dei disabili gravissimi». Contemporaneamente il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella ha inviato a Fabio Fazio e Saviano una copia del documento del ministero sugli Stati Vegetativi e una copia del libro Bianco «scritto in prima persona dalle associazioni dei familiari di questi disabili gravi». «Cari Fazio e Saviano - è l'invito - leggete questi documenti». In attesa di sapere se lo faranno Fazio annuncia che lunedì, ultima puntata della trasmissione, Vieni via con me andrà in onda fino a mezzanotte. Nel frattempo incassa i complimenti di Endemol Italia evidentemente soddisfatta per quello che definisce «un programma innovativo e di successo». Chissà cosa ne pensa Grillo.



Nicola Imberti

24/11/2010





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Georgofili, via al processo Lo Stato non è parte civile

La Nazione


E' iniziato il secondo processo fiorentino per le stragi mafiose del '93 di Firenze, Roma e Milano. L'imputato Francesco Tagliavia è accusato di essere coinvolto nell'organizzazione e esecuzione degli attentati


Firenze, 23 novembre 2010 - Si è aperto stamani a Firenze il processo per le stragi mafiose del 93' che vede imputato Francesco Tagliavia. Lo stato non si è ancora costituito parte civile. Lo hanno fatto invece Regione Toscana e Comune.

 

Tagliavia, che è già all'ergastolo per l'omicidio di Salvatore Borsellino, è accusato di essere coinvolto nell'organizzazione e nell'esecuzione delle stragi. A lui gli investigatori sono arrivati grazie alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza.
 

Secondo l'accusa, Tagliavia, in concorso con altre persone, tra le quali Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Filippo Graviano, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Vittorio Tutino, in esecuzione di un disegno criminoso attuato per finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine costituzionale, e per agevolare l'attività di 'cosa nostra', avrebbe contribuito alla realizzazione degli attentati commessi a Roma in via Fauro (14 maggio 1993), Firenze in via dei Georgofili (27 maggio1993), Milano in via Palestro (27 luglio 1993), Roma a San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro (28 luglio 1993), Roma allo Stadio Olimpico (23 gennaio 1994) e al Formello (14 aprile 1994).


In particolare, Tagliavia si sarebbe attivato per l'organizzazione dei fatti di strage e nella gestione della fase attuativa dei delitti, mettendo a disposizione alcuni esecutori e finanziandone le relative trasferte. Francesco Tagliavia venne arrestato il 22 maggio del 1993, cinque giorni prima dell'attentato di Firenze. Per quell'attentato, però, secondo l'accusa, avrebbe messo a disposizione tre suoi uomini come esplosivisti.






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Rubata la colletta per la famiglia del tassista ucciso a Milano

Quotidiano.net


Scomparsi dalla sede del Satam, il sindacato tassisti, i 15mila euro raccolti per aiutare la famiglia di Luca Massari, morto dopo un mese di coma seguito al pestaggio subito per aver investito un cane



Milano, 24 novembre 2010 - Rubati dalla sede del Satam, il sindacato dei tassisti artigiani i quindicimila euro raccolti con una colletta per aiutare la famiglia di Luca Massari, il tassista morto nei giorni scorsi dopo un mese di coma seguito al pestaggio subito a Milano il 10 ottobre per aver investito un cane.

Il furto, come riferisce il Corriere della Sera, è stato denunciato ieri ad un commissariato di zona. I soldi, grazie ad una copertura assicurativa, dovrebbero comunque arrivare alla famiglia di Massari.





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Non solo Bassolino e Iervolino Quanti amministratori Pd sotto accusa per la monnezza

di Gian Marco Chiocci


La più bella battuta di «Vieni via con me» non appartiene a Corrado Guzzanti ma a Roberto Saviano: «Vado via perché quelli di sinistra dicono che sono di destra e quelli di destra che sono di sinistra». Per l’ennesima volta, infatti, l’autore di Gomorra s’è dimostrato per quello che è: dichiaratamente di parte, Fazio-so, omertoso sulle malefatte del Pd.

Dopo aver parlato dei nemici di Falcone (evitando di dire che erano a sinistra), e dopo aver detto che la ‘ndrangheta flirta con la Lega (scordandosi delle inchieste sulle cosche calabresi in Lombardia con esponenti del Pd coinvolti), nel concedere il tris in tv Saviano non s’è smentito parlando di rifiuti e di inchieste politiche: gli unici riferimenti sono stati per il centrodestra, con l’immancabile Cosentino. E sul centrosinistra?

Niente. Solo un vago, vaghissimo accenno, riferito però all’incapacità politica delle istituzioni napoletane di risolvere l’emergenza rifiuti. Le cose, però, ancora una volta non stanno come ce le racconta il TelePredicatore casalese. L’8 novembre scorso l’ex governatore della Campania del Pd, Antonio Bassolino, finisce sotto inchiesta, insieme al sindaco collega di partito Rosa Russo Iervolino (più 36 persone) per epidemia colposa e omissione d’atti d’ufficio.

Secondo gli esperti epidemiologi nominati dal pm, fra il novembre 2007 e il gennaio 2008, quando i rifiuti impedivano l’accesso in strada, le malattie gastrointestinali e della pelle si sono infatti moltiplicate. Bassolino, nella veste di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, è poi sotto processo dal 2008 per truffa aggravata ai danni dello Stato e frodi in pubbliche forniture insieme ad altre 27 persone.

Dal marzo scorso sempre l’ex governatore è alla sbarra anche per peculato perché, secondo i pm partenopei, i vertici del commissariato ai rifiuti da lui presieduto avrebbero erogato indebitamente somme di denaro a un avvocato. Sul punto Giuseppe Fusco, legale di Bassolino, precisa al Giornale che «in realtà il rinvio a giudizio è stato annullato dal tribunale per un vizio di forma e ora siamo in attesa della nuova decisione del gip (...)».

Saviano dovrebbe sapere che anche il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, Pd, è indagato per roba di monnezza: quale docente e membro della commissione collaudo viene arrestato (e posto ai domiciliari) il 3 giungo con alcuni collaudatori degli impianti di stoccaggio. Secondo l’accusa fu attestata sia l’idoneità degli impianti quando questi erano sotto sequestro, che la conformità del prodotto del combustibile da rifiuti a un contratto che in realtà non esisteva.

C’è poi l’inchiesta «Normandia 1» dove spunta il consigliere regionale Pd Enrico Fabozzi, ex sindaco di Villa Literno. Il suo nome lo fa ai magistrati il pentito casalese Emilio Di Caterino, nome che a Saviano dovrebbe dire qualcosa. È stato il collaborante a spedire a Fabozzi una testa di maiale mozzata «perché il clan Bidognetti – ha riferito - voleva incontrare il sindaco per alcuni appalti (...). Il sindaco però fece sapere di essere disponibile per le richieste ma di non voler incontrare nessuno (...).

Questa risposta dette fastidio al clan che decise (...) di spedire la testa di suino al sindaco (...). Dopo l’avvertimento Fabozzi immediatamente si mobilitò (...) e fece sapere che anche in relazione ai successivi appalti sarebbe stato a disposizione del clan Bidognetti». Fabozzi nega tutto e si autosospende. Nel luglio scorso, invece, in una maxi inchiesta sulla sanità pugliese i pm ammanettano dirigenti Asl e imprenditori. Punto centrale dell’indagine sono tre appalti sui rifiuti presumibilmente pilotati: tutto ruota intorno alla figura di Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla Sanità già indagato eppoi promosso senatore del Pd. La procura di Bari aveva chiesto l’arresto anche di Elio Rubino e Mario Malcangi, genero e braccio destro di Tedesco. Rifiuti, politica, inchieste. Perché una persona che a sinistra dicono essere di destra (e viceversa) si è dedicato solo ed esclusivamente a Nicola Cosentino?



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