martedì 30 novembre 2010

Cubacel, dal saccheggio alla censura

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Notte oscura, black-out energetico nei dintorni del quartiere Buena Vista, zona di Playa. Lo sgangherato taxi collettivo sul quale sto viaggiando si ferma, emana uno sbuffo di vapore e non vuol saperne di rimettersi in moto.

Un passeggero e l’autista cercano di ripararlo, mentre ai due lati della strada si vedono persone sedute fuori dalle loro case, rassegnati all’interruzione elettrica. Cerco il telefono mobile nella borsa, voglio dire alla mia famiglia che sono in ritardo ma non devono preoccuparsi. La situazione non è delle migliori: siamo in mezzo alla penombra, in una zona dove la criminalità non è un gioco da ragazzi e inoltre il mio cellulare non funziona. Ogni volta che tento di digitare un numero appare il messaggio di “chiamata fallita”. Finalmente l’auto dà segni di vita e riusciamo a muoverci, ma la linea telefonica non si riattiva in questo oggetto inutile che ho voglia di lanciare dal finestrino. Quando giungo a casa, scopro che neppure Reinaldo può chiamare dal suo telefono e che i miei amici blogger non riescono neanche a ricevere sms.

La nostra unica compagnia telefonica mobile ci ha tagliato le linee per tutta la notte del venerdì e parte del sabato; ci ha cancellato per oltre 24 ore un servizio che paghiamo in moneta convertibile. Nonostante una pubblicità che parla di “comunicazione immediata”, Cubacel diventa complice della censura per motivi ideologici e permette alle minacce della polizia di materializzarsi in un messaggio di errore sui nostri schermi. Usa il suo potere di monopolio per punire i clienti che si discostano dal pensiero ufficiale. Parte del suo capitale imprenditoriale e dei suoi investimenti esteri viene utilizzato per incrementare un’infrastruttura di boicottaggio - momentaneo o prolungato - nei confronti di certi numeri di cellulare. Compito contraddittorio per un’impresa che dovrebbe collegarci al mondo, invece di lasciarci isolati quando più ne abbiamo bisogno.

Non è la prima volta che accade una cosa simile. Di tanto in tanto qualcuno aziona un interruttore e ci zittisce. Tra l’altro succede proprio quando ci sono notizie importanti da riferire e informazioni urgenti da portare alla luce. La cancellazione forzata del concerto del gruppo Porno para Ricardo forse è stata il motivo principale per cui l’impresa telefonica è venuta meno alla sua massima di tenerci “in contatto con il mondo”. La possibile cremazione del corpo di Orlando Zapata Tamayo e tutto quel che può accadere intorno a questo fatto potrebbe essere stata un altro motivo per toglierci la voce. Quel che è certo è che durante la notte di venerdì - tra l’oscurità e la preoccupazione - Cubacel è tornata a fare cilecca, mostrando l’uniforme militare che nasconde sotto una falsa immagine di azienda.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




Powered by ScribeFire.

Malattie create ad hoc, pressioni, truffe Inc hiesta sul business del farmaco

Corriere della sera

Dalle multinazionali alle medicine che arrivano in casa



Cosa sappiamo veramente delle medicine che prendiamo? Nulla o quasi, ma riponiamo la nostra fiducia nelle mani dei medici che ce le prescrivono, convinti che loro sappiano tutto, come se quel camice bianco fosse una sorta di garanzia inequivocabile. Ma è davvero cosi? Abbiamo indagato per Current TV sul business miliardario che gira attorno ai farmaci e sugli interessi delle case farmaceutiche che, troppo spesso, prendono il sopravvento sulla salute delle persone.

Abbiamo analizzato le strategie di marketing usate dalle multinazionali del farmaco e conosciuto le pressioni che vengono esercitate sui medici affinché prescrivano determinati medicinali. Il risultato è l'inchiestaVanguard dal titolo Il Business farmaceutico: un'indagine che vuole porre soprattutto l'attenzione su quanto i nostri dottori siano veramente informati sulle qualità dei farmaci che ci consigliano di assumere e su quali sono i soggetti che sulla nostra salute speculano in nome del guadagno.

Il Disease Moungering è l'esempio per eccellenza: è un termine inglese che vuol dire «vendere malattie», ed è la pratica più estrema del marketing farmaceutico. Non è possibile infatti pubblicizzare le medicine con obbligo di prescrizione e quindi l'ultima frontiera del marketing è fare pubblicità alle malattie, a volte inventandole.

Il caso più eclatante è quello dell'influenza H1N1 nel 2009, la suina: una semplice influenza che crea allarmismo e panico nel mondo intero. È una pratica molto utilizzata che abbiamo cercato di analizzare. L'altro aspetto che è emerso dall'inchiesta sono le truffe ai danni del Servizio sanitario nazionale, troppo spesso al centro di fatti di cronaca a causa di medici che, in combutta con informatori scientifici del farmaco e farmacisti, commettono il reato più diffuso: il comparaggio.

Un'autentica tangente che gli informatori farmaceutici pagano ai medici per far sì che prescrivano quantità notevoli dei medicinali da loro pubblicizzati. Il Sistema sanitario nazionale è l'apparato statale che richiede più soldi in assoluto: decine di miliardi di euro all'anno e controlli non sempre efficaci creano un ambiente ideale per le truffe.

Per capire come si convince un medico a prescrivere un farmaco invece che un altro (magari uguale ma di una marca diversa) siamo andati a parlare con chi si occupa proprio di marketing per conto delle case farmaceutiche: manager e informatori scientifici del farmaco hanno accettato di svelarci attraverso testimonianze anonime i trucchi del loro mestiere e le collusioni spesso illecite che si creano tra i nostri dottori e i produttori di farmaci.

Ne è emerso un quadro preoccupante. Spesso infatti, neanche i medici conoscono tutti gli effetti collaterali delle medicine che prescrivono, semplicemente perché gli emissari delle case farmaceutiche omettono di rivelarli per venderne di più.

Il Business farmaceutico è un'indagine sugli interessi nascosti che portano una pillola dalla fabbrica al palmo della nostra mano. Un percorso spesso fatto di dinamiche che di scientifico hanno poco o nulla e dove la nostra salute è un obiettivo marginale. Abbiamo indagato sugli effetti che le politiche di marketing delle case farmaceutiche hanno sulla spesa pubblica e abbiamo scoperto che troppe persone riescono quotidianamente ad approfittarne. In questo intricato mondo, però, ogni tanto qualche caso di eccellenza arriva ad addolcire la pillola: è il caso del ospedale San Camillo di Roma dove, grazie a nuove tecnologie e all'utilizzo di farmaci non coperti da brevetto, si riescono a tutelare sia le casse dello Stato che la salute dei pazienti.


Marcello Brecciaroli
Federico Schiavi
28 novembre 2010(ultima modifica: 30 novembre 2010)

Le ultime rivelazioni di Wikileaks Guantanamo, le Coree e la Kirchner

La Stampa


Mercato degli Usa sui detenuti
Pechino sarebbe favorevole alla riunificazione, il figlio della regina parla male degli Usa
e i pettegolezzi sul Sudamerica rivelano dubbi sulla follia della presidente argentina



ROMA


La Cina sarebbe favorevole alla riunificazione delle Coree, gli Usa fecero mercato dei prigionieri a Guantanamo, la diplomazia americana definiva Hugo Chavez un pazzo e aveva dubbi sulla salute mentale della Kirchner. Ce n'è per tutti, nella marea di documenti rivelati da Wikileaks. E le fughe di notizie capaci di creare imbarazzo non risparmiano neanche la famiglia reale inglese. In particolare il principe Andrea.

LO SCANDALO GUANTANAMO. Si promettevano soldi, favori, aiuti da parte del Fondo Monetario, o la possibilità di avere un incontro riservato con il Presidente. In cambio si chiedeva l'impegno ad accettare nelle proprie carceri uno o più sospetti terroristi, detenuti a Guantanamo. Un vero e proprio baratto, o 'bazar', come lo definisce il New York Times, con cui gli Stati Uniti avrebbero provato a risolvere un problema che li affligge da anni, cercando di convincere i propri alleati a dare loro una mano. C'è il caso della Slovenia, il cui presidente avrebbe assicurato la sua collaborazione in cambio di un incontro di venti minuti con il Presidente Barack Obama. Poi c'è l'esempio delle Maldive, pronte ad accogliere alcuni prigionieri in cambio di un programma d'aiuti da parte del Fondo Monetario Internazionale. Poi, sempre sul fronte delle isole sperdute, l'amministrazione Bush avrebbe offerto all'isola del Pacifico di Kiribati un fondo di 3 milioni di dollari per ospitare nelle sue carceri 17 cinesi musulmani. Soldi anche nel caso dello Yemen. Durante la discussione sulla costruzione di un centro di riabilitazione per sospetti terroristi, il presidente yemenita avrebbe più volte chiesto ai suoi interlocutori americani: «Quanti soldi siete disposti a darci?». C'è poi l'intricata vicenda degli Uiguri, alcuni sospetti terroristi musulmani cinesi, al centro di tensioni internazionali, soprattutto con la Cina.

IL PRINCIPE ANDREA Il terzogenito della regina Elisabetta fa una serie di affermazioni «al limite della volgarità» in Kirghizistan contro la Francia e gli Stati Uniti. L'episodio è illustrato dall'ambasciatrice degli Stati Uniti in Kirghizistan, Tatiana Gfoeller. Gfoeller riferisce di una colazione di uomini di affari britannici e canadesi nell'ottobre 2008 in un hotel di Bichkek, la capitale kirghiza, intorno al principe che è anche rappresentante speciale del Regno Unito per il commercio internazionale. «I sudditi della madre sua Maestà seduti intorno alla tavola sono arrossiti» all'evocazione «dell'imbecillità» degli inquirenti britannici che non sono riusciti a far andare in porto un importante affare fra le società Al Yamamama e Bae Systems, con il pretesto che un principe saudita avrebbe percepito delle commissioni». Ascoltando le testimonianze degli astanti sulla corruzione endemica in Kirghizstan, il principe Andrew esclama: «Ma è la Francia sputata». I convitati giubilano quando giustifica in maniera sorprendente la debole performance commerciale americana in Kirghizstan: «non capiscono la geografia. Non ci hanno mai capito niente. Mentre nel Regno Unito, noi abbiamo i migliori professori di geografia del mondo».

LA CINA E LA COREA. Ed ecco le rivelazioni sulla Cina. Secondo un alto esponente sudcoreano, sarebbe disposta ad accettare una Corea riunificata e alleata in modo «benigno» con gli Usa. È quanto sostiene l'ex viceministro degli Esteri di Seul Chung Yung-woo in uno dei documenti confidenziali diffusi dal sito Wikileakes. Esperti della Corea citati dalla rete televisiva Bbc hanno invitato alla prudenza, affermando che si tratta di una lettura «molto sudcoreana» dei giudizi della Cina. Secondo il documento Chung, a cena con l'ambasciatrice americana a Seul Kathleen Stephens, avrebbe affermato che la «nuova generazione» di dirigenti cinesi «non attribuisce molta importanza» al ruolo della Corea del Nord come «cuscinetto» che la protegge dagli alleati asiatici degli Usa. La cena ha avuto lungo nel febbraio scorso. In un altro documento il viceministro degli esteri cinese He Yafei afferma che, col suo secondo test nucleare del 2009, la Corea del Nord si è comportata come «un bambino viziato» che vuole «attirare l'attenzione di un adulto» (cioè gli Stati Uniti).

CHAVEZ E LA KIRCHNER. Infine, dai documenti diffusi da Wikileaks che riguardano l'America Latina, emerge il fatto che l'ambasciatore a Caracas, Jean David Levitte, ha definito il presidente Hugo Chavez «un pazzo» che vuol trasformare il Paese «in un altro Zimbawe». E, anche se per ora non si sa quando è avvenuto, il Dipartimento di stato ha chiesto lumi a Buenos Aires sullo «stato mentale» della presidente Nestor Kirchner.





Powered by ScribeFire.

Parentopoli all'Atac, c'è posto per tutti: ecco i nomi

Il Messaggero


ROMA (30 novembre) - Avanti c’è posto. Un bel posto all’Atac a tempo indeterminato. E anche se è una società pubblica non serve un gran curriculum. Perché si entra per chiamata diretta. Spesso basta conoscere il politico giusto nel momento giusto. Oggi di destra. Ieri di sinistra. Un colloquio per salvare l’apparenza ma non la faccia. Perché alla fine i nomi, i cognomi, le parentele, i flirt saltano fuori. E la fine, all’Atac, sembra arrivata. Così, mentre si insedia la commissione d’inchiesta interna, voluta dal sindaco Alemanno, per fare luce sulle oltre 800 assunzioni fatta dall’ex amministratore delegato Adalberto Bertucci, ecco spuntare fuori anche i nomi delle gestioni precedenti quando a guidare il Campidoglio c’era Francesco Rutelli prima e Walter Veltroni poi.


Conti in rosso e assunzioni a go-go.
Come denunciato dal Messaggero a giugno la fusione delle aziende del trasporto pubblico della Capitale, voluta dalla giunta Alemanno, invece di limare i costi del personale li ha fatti lievitare. I dirigenti sono cresciuti da 93 a 111, i quadri da 250 a 260, gli impiegati da 1948 a 2177, ben oltre il turn over e con una percentuale di personale non addetto alla produzione pari a circa il 12%. In totale le assunzioni sono state 824 contro 439 cessazioni dal servizio e ancora mancano gli autisti in grado di portare in giro i bus per la città. Un quadro che mandò su tutte le furie il sindaco che ad agosto, dal palcoscenico di Cortina Incontra, annunciò grandi novità ai vertici dell’Atac. E così è stato: Bertucci è stato “dimesso” e al suo posto è arrivato il capo di Gabinetto Maurizio Basile. Ma i “giochi” sotto banco ormai erano già belli e fatti. Solo che adesso il banco è saltato. Per tutti. E ne fanno le spese quelli assunti per merito e quelli per “grazia ricevuta”.

Oggi a destra. Con Bertucci amministratore delegato la gestione del personale è stata, come dire, un po’ “disinvolta”. A partire proprio da lui che, non appena insediato, fra i suoi primi atti recluta il genero: Patrizio Cristofari che in un batter d’occhio diventa responsabile del mantenimento opere civili e impianti. In questi ultimi tempi, all’Atac sono arrivate anche molte “first lady”. La più in vista è senza dubbio Stefania Fois che guida il settore la Comunicazione della società. Un’esperta massmediologa? Macchè, sul suo sito internet si presenta come pittrice e lei non fa segreto di essere la compagna del deputato, e storico consigliere comunale di An, Marco Marsilio. Come dirigente, invece, c’è Claudia Cavazzuti che all’anagrafe risulta sposata con Stefano De Lillo, parlamentare del Pdl e fratello dell’attuale assessore capitolino all’Ambiente. E la lista è lunga, purtroppo lunghissima. Compresa anche Giulia Pellegrino che è stata assunta come segretaria del direttore industriale Marco Coletti: ha un passato da cubista in discoteca che non è certo una colpa. Anzi in questo scenario forse è una delle posizioni più decorose.

Ieri a sinistra. Se Sparta piange, Atene di certo non ride. Adesso, infatti, stanno saltando fuori anche le assunzioni “particolari” avvenute quando l’Atac e il Comune di Roma erano nella mani della sinistra. un nome su tutti: Roberta Pileri, ex compagna e madre della figlia, dell’assessore alla Mobilità della Giunta Veltroni Mauro Calamante. E’ stata assunta dirittamente come dirigente proprio quando Calamante era assessore. E il caso vuole che la Pileri lavori nello stesso ufficio della Fois (andranno d’accordo?). Il consigliere comunale del Pd, Maurizio Policastro (ex segretario regionale confederale Cisl) è riuscito a far entrare entrambi i figli Stefania nel 2004 e Renato del 2006. E a proposito di figli c’è Aldo Ciani, dirigente Trambus Open, il cui papà è l’ex assessore ai Trasporti della giunta Marrazzo, Fabio Ciani.

In questo calderone ci finiscono anche gli attuali consiglieri comunali del Pd: Daniele Ozzimo è stato assunto all’Atac il 22 aprile del 2003 quando già era segretario dei Ds (democratici di sinistra) nel V municipio. Stessa cosa per Massimiliano Valeriani che è anche presidente della commissione capitolina Trasparenza. «Lo sanno tutti che sono un dipendente Atac dal 2002 - si difende Valeriani - L’ho sempre dichiarato e ne sono orgoglioso». Certo le date non lo aiutano: nel 2002, infatti, Valeriani era già un consigliere del Ds nel VI municipio. Ed è lì, che senza alcun concorso, ma anche lui per chiamata diretta (almeno è laureato) è stato assunto in Atac alla direzione affari legali e societari. C’è poi un capitolo Walter Tocci, assessore al Traffico della giunta Rutelli. Chi ha lavorato nel suo staff, quando Tocci ha lasciato l’incarico, non è certo rimasto con le mani in mano. Caterina Marrone (ex caposegreteria di Tocci e già dipendente comunale), Lorena Saccarelli (nello staff di Tocci) e Paolo Piva (anche lui nel medesimo ufficio) si sono ritrovati per caso tutti insieme appassionatamente a lavorare in Atac. All’ufficio stampa dell’azienda di trasporto è arrivato, poi, Paolo Petrucci fratello di quel Luca avvocato di Veltroni ed ex presidente dell’Ater.

Non solo Atac. Dopo la Panzironi’s story (Franco amministratore delegato dell’Ama, il genero nelal stessa azienda, il figlio dopo essere stato nello staff del sindaco è stato assunto all’Eur spa) adesso si vuol fare luce sul resto dell’universo societario capitolino. A farlo è il consigliere comunale del Pd Athos De Luca anche se le sue parole, non per colpa sua, questa volta risultano un po’ stonate: «Chiediamo di estendere l’inchiesta interna anche ad Ama ed Acea - afferma - Come Pd insistiamo nella necessita e urgenza di nuove regole, sulla trasparenza, assunzioni, appalti e incompatibilità, per rendere giustizia ai cittadini e porre fine a una morale della convenienza, che sembra stia prendendo il sopravvento».

D.Des.




Powered by ScribeFire.

Napoli, faida della Sanità: 21 affiliati al clan Misso arrestati dai carabinieri

Il Mattino



   

NAPOLI (30 novembre) - Ventuno persone, affiliate al clan camorristico dei Misso, ritenuto ormai in estinzione e già attivo nel quartiere Sanità, sono state arrestate dai carabinieri del Nucleo Investigativo del comando provinciale di Napoli, in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. I 21 arrestati, sono accusati, a vario titolo, di omicidi, tentativi di omicidio e di detenzione e porto illegali di armi da fuoco aggravati dal metodo mafioso.

Nel corso delle indagini sono stati acquisiti gravi indizi di colpevolezza a carico delle persone che, tra il 1999 ed il 2006, hanno dato vita ad una delle più sanguinose guerre di camorra scoppiate a Napoli causata, in un primo momento, dalla contrapposizione armata tra il clan Misso ed il cartello camorristico della Alleanza di Secondigliano e successivamente, all'interno dello stesso clan Misso, contro la frangia scissionista creata da Salvatore Torino.




Video
 Il blitz notturno dei carabinieri (YouReporter)




Powered by ScribeFire.

Michelangelo, scoperto il modello della Pietà vaticana

Il Tempo


Ritrovata la scultura in terracotta perduta di Buonarroti. Lo studioso Doliner: è la genesi dell'opera conservata a San Pietro.




Il mondo dell'arte ritrova «La Madonna della Febbre», il modello in terracotta di Michelangelo Buonarroti che ispirò la Pietà vaticana. Ne fornisce le prove lo studioso ebreo americano di storia dell'arte, Roy Doliner, che le presenterà in un evento riservatissimo giovedì a Roma, dove la scultura sarà mostrata a pochi fortunati e presentato il saggio di Doliner intitolato «Il mistero velato» (DEd'A), che racconta la storia di questa scoperta.

Poco meno di otto anni fa un collezionista italiano entra in una piccola bottega di antichità.

Il venditore d'arte gli mostra qualche pezzo. Tra questi, una bellissima e sconosciuta terracotta riposta in una scatola di cartone ammuffito. Sembra essere una sorta di Pietà del '700-'800, con un Cristo deposto sul grembo di Maria e un angioletto che reggeva la mano morta di Gesù. Quel collezionista se ne innamora. Decide di comprare la scultura e affidare alla dottoressa Loredana Di Marzio il restauro di un'opera imbrattata e guastata dal tempo. Ci vogliono tre lunghi anni per togliere, uno dopo l'altro, ben nove livelli di ridipintura. Dalla polvere emerge un capolavoro. Per ora anonimo.


È grazie agli ulteriori studi in laboratorio che la statua riesce ad avere una datazione del tardo '400: secondo la studiosa Giuliana Gardelli «La Madonna della Febbre» va attribuita allo scultore Andrea Bregno, il più grande artista a Roma nell'era che precedette l'ascesa di Michelangelo. E gli esperti concludono: Buonarroti si ispirò a Bregno nella realizzazione della Pietà vaticana. Il tempo intanto passa. Sono i primi mesi del 2010 quando dal suo studio di Roma Roy Doliner riceve un'email.


Gli scrive il proprietario de «La Madonna della Febbre» spiegando che alla base dell'opera nota due lettere ebraiche. E, avendo Doliner già scritto dei segreti dei simboli ebraici nella Cappella Sistina, lo invita a osservare la scultura. Doliner accetta. Si paga il biglietto e raggiunge il proprietario. Quando lo studioso d'arte vede la statua resta basito. Immobile. Sbalordito. È convinto di non trovarsi di fronte a una scultura di Bregno. «Per me - dice - è un Buonarroti».


Il proprietario, che già aveva avuto opinioni simili ma a cui aveva dato poco peso, per poco non sviene. E fa un patto con Doliner: se lo studioso riesce a certificare che è un Buonarroti allora avrà diritto a scrivere un libro a riguardo. Doliner si mette al lavoro. Iniziano mesi di investigazione. Applica più metodi. Quelli classici legati all'arte. E quelli del Talmud. L'obiettivo è trovare nella scultura un siman (tradotto dall'ebraico è un segno che stabilisce il proprietario di un oggetto).


Il primo dato è che Michelangelo soleva fare moltissimi modellini in terracotta, mentre Bregno no. In più, alla fine del 1400 Bregno era al massimo del successo e difficilmente avrebbe fatto un «provino» per qualcuno, mentre il ventenne Michelangelo probabilmente sì. Secondo indizio scoperto da Doliner: in quel tempo si utilizzavano tante grandezze di misura a seconda della formazione artistica. Bregno utilizzava il cubito romano (poco più di 44 cm), Buonarroti il braccio fiorentino (poco più di 58 cm): la base de «La Madonna della Febbre» è di 58,3 cm. Il terzo indizio trovato da Doliner è tutto nell'estetica dell'opera.


Nell'anatomia dei personaggi scolpiti. Michelangelo modellava i corpi, esaltando i muscoli, la plasticità dei movimenti. Bregno, invece, nascondeva con le vesti la corporatura. Per Doliner tutte le ricerche portano a Michelangelo Buonarroti. Un'ultima conferma gli arriva direttamente da Antonio Basoja, ultimo e fedelissimo assistente del Maestro. Antonio ebbe in eredità da Michelangelo

«La Madonna della Febbre». Nelle carte legali, conservate nell'archivio del Collegio dei notai capitolini, Antonio, che ebbe un contenzioso proprio su quella statua, chiamò l'opera «il Modello della Madonna della Febbre» di Michelangelo Buonarroti. Così Doliner porta i risultati all'attuale proprietario della statua, scrive il suo libro e in queste ore si prepara a presentare al mondo le sue prove. «La Madonna della Febbre» è il modellino in terracotta di Michelangelo della Pietà vaticana. Un anello mancante nella storia dell'arte giovedì tornerà a Roma dopo secoli. Per una sola notte.



Fabio Perugia
28/11/2010




Powered by ScribeFire.

La famiglia di Monicelli: "Niente funerale"

di Redazione


Il nipote di Monicelli, Niccolò, ha fatto sapere che la salma del regista sarà cremata "in forma privata alla presenza della sola famiglia, che non ritiene necessario fare un funerale", nel rispetto della volontà de cineasta scomparso



 
Clicca per ingrandire
 

Roma - Non ci sarà alcun funerale per il regista Mario Monicelli, che ieri è morto suicida nell’ospedale San Giovanni di Roma. Lo ha detto alla stampa il nipote Niccolò. Il corpo del grande cineasta "sarà portato a Monti, il rione in cui viveva, per un ultimo saluto ai monticiani. E poi sarà portato alla casa del cinema, dove riceverà il saluto di tutti quelli che vorranno rivolgergli un ultimo omaggio".

Salma sarà cremata Il nipote del regista, che stamattina è insieme al resto della famiglia alla camera mortuaria dell’ospedale San Giovanni, ha anche precisato che la salma di Monicelli sarà cremata "in forma privata alla presenza della sola famiglia. La famiglia non ritiene necessario fare un funerale" ha aggiunto, sottolineando che tutto verrà fatto "nel rispetto della volontà di Mario Monicelli e di tutta la famiglia".

Il ricordo alla Camera Anche Montecitorio ha voluto ricordare il regista. Enzo Carra (Udc) è intervenuto all’inizio della seduta di oggi. "Ha rappresentato il cinema italiano entrando nella storia", ha rimarcato poi il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, presidente di turno dell’assemblea.

Lutto cittadino a Viareggio Il Comune di Viareggio ha proclamato il lutto cittadino per la morte del suo illustre cittadino. Il sindaco Luca Lunardini, ha disposto le bandiere a mezz’asta in tutti gli edifici pubblici in segno di omaggio al regista nato a Viareggio il 16 maggio 1915. "Perdiamo un illustre concittadino, piangiamo la sua scomparsa", ha detto Lunardini.





Powered by ScribeFire.

Posizione dominante, inchiesta dell'Antitrust Ue: "Su Google ipotesi di abusi nei motori di ricerca"

di Redazione



Il sito più cliccato del mondo nel mirino dell'autorità europea per la concorrenza sui mercati. Aperta un'inchiesta formale per sospetta violazione delle norme Ue: accuse da altri motori di ricerca per abuso di posizione dominante



Bruxelles - Google finisce nel mirino dell’Antitrust della Ue, che ha deciso di aprire un’inchiesta formale per verificare se il sito internet più cliccato del mondo abbia violato le regole europee sulla concorrenza. La decisione è stata presa in base ad alcune denunce presentate a Bruxelles, in cui il gruppo di Mountain View viene accusato dai concorrenti di abuso di posizione dominante nel settore dei motori di ricerca.




Powered by ScribeFire.

Tv, digitale e guai: disagi e "schermo nero"

Corriere della sera


«Spariti» La7, Sportitalia, Boing. I consigli: cambiare impostazioni al decoder e togliere i filtri alle antenne

Il 26 novembre il segnale della tivù analogica si è spento in Lombardia e in Piemonte



MILANO - Si fa presto a dire switch off. Da quando, lo scorso 26 novembre, il segnale della tivù analogica si è spento in Lombardia e in Piemonte, dando inizio all'era del digitale terrestre, gli utenti non fanno che lottare con il decoder e il televisore. Alcuni canali sembrano proprio essersi volatilizzati: da La7 a Sportitalia, dai principali canali Rai a Boing. I rivenditori di prodotti tecnologici e gli antennisti sono sommersi dalle telefonate, soprattutto di persone anziane, per le quali anche solo risintonizzare il decoder – il primo passo per poter ritrovare i canali smarriti - è un'impresa.

E spesso i problemi non si risolvono al primo colpo. In molti lamentano di dover ripetere l'operazione ad ogni accensione, proprio perché le frequenze in questa fase sono parecchio «ballerine». «Il consiglio è di aspettare una decina di giorni, continuando a risintonizzare, perché è un momento di assestamento, molte tv locali non hanno ancora aggiornato il segnale e sono possibili interferenze», spiegano da Altroconsumo. Al numero verde dell'associazione in una mattina qualunque di questi giorni di «rodaggio», sono arrivate oltre 400 chiamate in cui gli utenti lamentavano disservizi; tra questi, molti clienti di Mediaset Premium e Gallery che hanno segnalato di non esser riusciti a fruire della visione dei servizi in abbonamento.

IL DECODER - Per quanto riguarda le reti Rai, se molti tecnici parlano di «intermittenza del segnale», spesso l'intoppo sta nel decoder: quelli di prima generazione non sono impostati per captare i canali europei, tra cui cui sono inseriti proprio le reti Rai. In questo caso, bisogna cambiare le impostazioni generali, deselezionando «Italia» e spuntando «Europa» o «Germania» nel menù.

FILTRI ALLE ANTENNE - Le segnalazioni dei canali svaniti si moltiplicano sui forum e sui socialnetwork. Qualcuno scrive di vedere solo televendite, qualcun altro, dopo l'ennesimo tentativo di risintonizzazione, racconta di aver definitivamente rinunciato alla tv, altri si arrangiano con lo streaming sul web. C'è anche chi arriva a teorizzare l'esistenza di un complotto per oscurare La7, la rete del tg diretto da Enrico Mentana. Il canale di Telecom Italia Media sembra essere scomparso da Milano, come si legge sul forum del Corriere Casi Metropolitani.

Da La7 fanno sapere che «i livelli di emissione misurati in città e nell'hinterland nelle ultime 24 ore sono adeguati per essere ricevuti dagli apparati dei telespettatori» e che i problemi riscontrati derivano in buona parte dai filtri degli impianti condominiali. Installati negli anni passati per proteggere da interferenze i canali principali, i filtri bloccano le frequenze limitrofe e di fatto impediscono la ricezione di alcuni canali ora posizionati proprio su quelle frequenze «bloccate», ridistribuite ai vari operatori con il passaggio al digitale.

Una pista che potrebbe spiegare la sparizione anche di altre reti, come Sportitalia, Boing, Iris, Rai4 e Raisport. In questo caso chiamare l'antennista per rimuovere il filtro è inevitabile e i tempi non sono brevi. A Milano si parte da una settimana di attesa per un appuntamento, ma si può arrivare anche fino a gennaio.

Elvira Pollina
29 novembre 2010(ultima modifica: 30 novembre 2010)



Powered by ScribeFire.

Di Pietro, applausi a Terzigno I manifestanti: sei «Sant'Antonio»

Corriere del Mezzogiorno



Il leader Idv al presidio antidiscarica: «Adesso qui non c’è alcuna garanzia di tutela della salute»



Antonio Di Pietro
Antonio Di Pietro


NAPOLI - Applausi per Antonio Di Pietro a Terzigno, anche se non manca chi gli urla contro «basta passerelle». Il leader dell'Idv, antiberlusconiano di ferro, è stato acclamato dalla folla di manifestanti che protesta contro la discarica Sari. Qualcuno l’ha addirittura chiamato «Sant’Antonio», e molti hanno gridato «vogliamo il magistrato, vogliamo il magistrato».

L'ex pm ha dichiarato: «In questo momento a Terzigno non c’è alcuna garanzia di tutela della salute». Di rimando, i cittadini hanno ribadito: «Riteniamo che debba essere data subito la possibilità alla gente di poter fare analisi, attraverso tecnici ed esperti. Questa discarica va chiusa, qui ci stanno ammazzando. Antonio, sei venuto tu e hanno fatto scomparire pure la puzza, ma qui ogni giorno non si respira». Di Pietro, a capo di un minicorteo con i manifestanti, si è poi diretto verso l’ingresso della Cava Sari. «Fateci vedere cosa c’è lì dentro» hanno chiesto i cittadini. E Di Pietro, nonostante l’accesso a lui e ai parlamentari fosse consentito, non è entrato, forse anche per evitare problemi di ordine pubblico.

29 novembre 2010





Powered by ScribeFire.

Prodi e Fassino a fianco di Turchia e Islam

Il Tempo


L'ex premier citato in un cablo diplomatico da Ankara. Le opinioni dell'esponente Pd in un briefing in ambasciata.


Romano Prodi

«10Rome87». «Confidential». Dispaccio dall'ambasciata di Roma. Il report affronta molti argomenti: dalle questioni economiche alla posizione del centrosinistra sulle questioni internazionali. E spunta il nome di Piero Fassino e le sue opinioni in politica estera riferite in un briefing con lo staff dell'ambasciata. Il cablogramma è del 22 gennaio di quest'anno. L'esponente del Pd appoggia l'iniziativa di Obama di aprire al mondo islamico ma è preoccupato dello stallo nei negoziati per il Medio Oriente e la «nuova ondata di terrore» in Afghanistan.

Il responsabile della politica estera del partito di Bersani dichiara che «il Pd appoggia il governo sul rafforzamento del dispositivo militare» in Afghanistan, ma ha sottolineato, si legge nel cablo, che è necessario un uguale rafforzamento delle istituzioni civili e dello sviluppo economico del Paese. Ci sono tutti. Senza esclusione. E senza partigianeria. I funzionari delle ambasciate lavorano così. Raccolgono più informazioni possibili. Spunta un Prodi presidente della Commissione europea da un cablo «confidential» della sede diplomatica di Ankara.

Inviato al dipartimento di Stato il 20 gennaio 2004 alle 12,12, il report che si dilunga sulle trattative per l'ingresso della Turchia nell'Ue, sottolinea come il premier Erdogan, prima del suo viaggio a Washington, sia rimasto soddisfatto dall'incontro con Romano Prodi e con il tedesco Fisher. L'ex presidente del Consiglio veniva citato ampiamente nei logs segreti diffusi da Wikileaks sulla guerra in Iraq e Afghanistan. Si parlava delle difficoltà di Prodi sulle questioni che riguardavano l'invio di truppe a Kabul – «non di deve dare pubblicità» - e le trattative per liberare gli ostaggi.

Dopo le prime rivelazione si è scatenata la caccia a nuovi files. Wikileaks ha incassato il +112% di contatti unici come si evince dai dati forniti da Alexa.com, azienda Usa sussidiaria di Amazon specializzata nel monitoraggio del traffico su internet. Il sito ha fatto registrare, negli ultimi sette giorni, un boom pari al +335% che ha invertito la parabola discendente seguita alla pubblicazione dei file sull'Iraq. Interessante anche l'identikit di navigatori: la gran parte proviene dall'Europa, con Svezia, Italia, Olanda ai primi tre posti, mentre il Pakistan e il primo dei non-Ue al sesto posto.

Internauti a bocca asciutta visto che Wikileaks non pubblica nulla sul suo sito senza un previo accordo con i cinque giornali partner dell'impresa (New York Times, Der Spiegel, The Guardian, El Pais e Le Monde). Giornali che hanno mobilitato oltre 120 giornalisti per analizzare i dati ottenuti da Assange. Per questo motivo, probabilmente, sul sito attualmente sono consultabili solo 243 documenti su oltre 250.000. Secondo Le Monde per ottenere le informazioni da Assange i giornali partner non hanno pagato nulla: il sito ha fornito tutte «le informazioni gratuitamente».

La pubblicazione dei cablogrammi di Wikileaks andrà avanti per diversi giorni e progressivamente vista l'enorme mole di informazioni. Nel nostro Paese hanno fatto scalpore i giudizi taglienti su Berlusconi usati dall'opposizione per scatenare la bagarre. Tutto quanto fa brodo, in mancanza di idee, per attaccare il premier. Così si assiste al festival dell'ignoranza chiamando in causa i nostri servizi segreti ed enfatizzando informazioni ben note. Massimo D'Alema, con senso della realpolitik, ieri ha sottolineato: «Ciò che è trapelato sul presidente del consiglio, Silvio Berlusconi si sapeva già».

Dal punto di vista della sua opinione sul premier, ha aggiunto, il dossier «non toglie né aggiunge alcunché». Veltroni, dimentico del passato comunista e della Grande Madre Russia si straccia le vesti. «Eravamo un paese che aveva un legame con l'Europa e gli Stati Uniti, oggi siamo un paese che ha un legame con Putin e con Gheddafi. Penso che siamo su una strada sbagliata - ha sottolineato l'ex segretario del Pd - e che di questa strada il presidente del Consiglio porti una grandissima responsabilità». Poi ricordandosi che la vera vittima è il suo «idolo» Obama ricorda come «queste rivelazioni sono molto pericolose per gli equilibri mondiali e sembrano colpire solo una direzione, gli Stati Uniti di Obama».

Ma ieri si è registrato un violento scambio di battute tra Mantovano e il Pd. Il sottosegretario all'Interno, riferendosi alle dichiarazioni di Bersani sulla vicenda Wikileaks ha sostenuto: «Perché non ci siano equivoci: con la posizione assunta su Wikileaks il Pd non si mostra degno di governare l'Italia. Seguendo la logica di Bersani e dei suoi, si dovrebbero dimettere, oltre a Berlusconi, gran parte dei governi del globo, a causa dei giudizi e delle valutazioni soggettive, sottolineo soggettive, di funzionari delle ambasciate americane nel mondo».

Maurizio Piccirilli
30/11/2010





Powered by ScribeFire.

Repubblica e Unità: ecco le fonti top secret dei rapporti americani

di Gian Maria De Francesco



Da Putin alle feste notturne, nei dispacci che la diplomatica inviava a Washington stessi argomenti e linguaggio degli articoli anti Cav dei quotidiani di sinistra

 

Roma - Nelle scuole di giornalismo è la lezione numero due dopo le «cinque w». Gli archivi dei servizi di intelli­gence sono composti da un gran numero di articoli di giornali, motivo per il quale bisogna essere scrupolosi nella selezione delle fonti. I 3.012 cablogrammi inviati a Washington dall’amba­sciata Usa di Roma non fanno eccezione. Tranne i reso­conti diplomatici, gli excerpta di Wikileaks sono un ve­ro e proprio collage di articoli ed editoriali. Le informati­ve di Elizabeth Dibble hanno un corrispondente nelle articolesse antiberlusconiane di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica dove il Cavaliere è paragonato all’egoar­ca della Compagnia dei Celestini di Stefano Benni.

«Berlusconi è fisicamente e politicamente debole a causa delle frequenti lunghe nottate», gli accenni ai «party selvaggi» contenuti nei telegrammi romani sem­brano ripresi pari pari dalle elucubrazioni di D’Avanzo che accompagnarono le dieci domande dell’estate 2009.Scriveva l’inviato napoletano che«una vita disor­dinata e sconveniente lo ha reso fragile, ricattabile», ac­cennava alla sexual addiction e vi ricamava sopra. Fian­cheggiato da Concita De Gregorio sull’ Unità che nel giugno dell’anno scorso sottolineava come«l’ossessio­ne di Berlusconi per le ragazze è da anni la prima occu­pazione di chi lo circonda».

A fare massa critica anche la biografia-scandalo della escort Patrizia D’Addario e il libro sul Cavaliere vergato da Paolo Guzzanti, entram­bi ripresi con enfasi dal Fatto Quotidiano . Analogamente,l’amicizia con il premier russo nei re­port viene costellata di «lucrosi contratti» e «generosi regali» e la confidenza tra i due leader vede Berlusconi paragonato a «portavoce di Putin». 

 Anche qui si com­prende come non sia farina del sacco della Dibble per­ché tanto l’ Unità quanto Repubblica non hanno mai perso occasione per connotare negativamente i rappor­ti Italia-Russia facendo leva sulla diffidenza Usa nei confronti di Mosca. Il gioco del passaparola dei quoti­diani italiani di sinistra, che solitamente si traduce con invettive dell’ Economist o del Financial Times , questa volta è salito di grado finendo nei dossier di Via Veneto.

«La leggenda palatina ha certificato l’intensità del­l’amicizia nel dono del celebre letto a baldacchino», scriveva Filippo Ceccarelli su Repubblica nel settem­bre 2009 aggiungendo che «il Cavaliere si definisce “l’avvocato” di Putin che in risposta lo proclama “me­diatore ideale”». Parole chiave utilizzate nel report. Le perplessità Usa sugli accordi strategici tra imprese italiane e russe, soprattutto la partecipazione di Eni al gasdotto South Stream, sono state sviscerate in nume­rosi articoli. «Un do ut des in cambio di contratti miliar­dari », ha chiosato Umberto De Giovannanageli sul­l’ Unità nell’agosto 2009, mentre Affari e Finanza della Repubblica sempre l’anno scorso aveva anche indivi­duato l’ «oscuro mediatore».

C’è «l’intenzione compro­vata da anni di episodi di estendere gli affari personali alle attività russe» e «negli ultimi tempi è stato spesso avvistato Valentino Valentini (deputato vicino al Cav; ndr ) come brasseur d’affaires di Berlusconi in Russia». Insomma, se il trend sarà confermato, è evidente che il materiale è costruito con ritagli stampa inviati da Roma a Washington perché Foggy Bottom li analizzasse. Ma se l’antiberlusconismo non fosse diventato antiitaliani­tà, la situazione sarebbe meno grave.



Powered by ScribeFire.

Assange rischia grosso, ora può perdere il passaporto

di Redazione



L'Australia pronta a revocargli il documento. Svizzera, Cuba e Islanda restano gli unici Paesi ancora "amici"



Si fa sempre più irrespirabile l’aria intorno a Julian Assange, «scomparso» dal 18 novembre, e ora tornato nel mirino dei principali governi e agenzie di intelligence mondiali, Usa in testa. L’australiano rischia grosso anche in patria: il ministro della Giustizia australiana Robert McClelland ha detto oggi di non aver ricevuto una richiesta specifica da Washington per ritirargli il passaporto e limitarne i movimenti, ma non ha escluso un simile provvedimento. «Potenzialmente vi è un certo numero di leggi penali che potrebbero essere state violate», ha detto il ministro.

Il ministro della Difesa Usa, Eric Holder, ha intanto annunciato l’avvio di indagini penali. «Ma io vado avanti», ha assicurato ieri Assange in un video collegamento con Amman. Assange è ufficialmente «missing» da quando il 18 novembre scorso, la magistratura svedese ha spiccato nei suoi confronti un mandato d’arresto internazionale per stupro e molestie sessuali, dopo l’accusa di due donne.

Gli episodi denunciati risalgono all’agosto scorso, quando l’australiano si trovava in Svezia per tessere i suoi rapporti con i pirati svedesi, e pensava di costruirsi una base operativa nel Paese, che ha leggi molto stringenti a tutela della libertà di stampa. Altrettanto severe però quelle sulle molestie sessuali: il mandato di arresto «per essere interrogato», recepito dall’Interpol, gli ha chiuso le porte di Stoccolma, con le autorità che gli avevano già negato un permesso di residenza. 

Poche settimane prima del mandato di cattura, Assange aveva annunciato all’emittente elvetica Tsr di voler chiedere asilo politico in Svizzera. Lo staff del sito, aveva spiegato, «è costantemente sotto minaccia» e questo costringe l’organizzazione a spendere il 70% del proprio budget per assicurare la sicurezza. Gli unici Paesi in cui Assange e soci viaggiano in assoluta tranquillità sono «Svizzera, Cuba e Islanda».

Nella «terra del ghiaccio» l’australiano ha registrato la Sunshine Press Production, prima entità giuridica collegata a Wikileaks. E sempre in Islanda c’è la base di Kristinn Hrafnsson, portavoce del sito, e di fatto numero due di Assange. Ieri, collegandosi in video con una conferenza di giornalisti ad Amman, in Giordania, alla domanda se avesse ricevuto ulteriori minacce ha risposto con calma olimpica che «tutte le buone cose portano sempre scompiglio: e tutta l’organizzazione è sotto attacco».

La vicenda svedese intanto va avanti: uno dei suoi legali ha annunciato che ricorrerà alla Corte suprema di Stoccolma dopo la conferma in appello del mandato di arresto. «Ci sono cose su questo episodio - ha detto ieri Assange -, così come su altri aspetti della società svedese, che verranno presto fuori. Ma mi è stato detto che è meglio ne parli il mio avvocato».




Powered by ScribeFire.

A chi giovano le rivelazioni di Wikileaks? Ecco tre ipotesi

di Marcello Foa



Chi può ave­re avuto interesse a scatenare il terremoto Wikileaks. Vi proponiamo tre ipotesi: gli Stati Uniti, Israele e la Cina



Chi ci guadagna veramente dal terremoto scate­nato da Wikileaks? In altre parole: chi può ave­re avuto interesse a scatenarlo? È la classica do­manda da un milione di dollari e non è detto che la risposta giusta possa essere solo una. Propo­niamo qui tre ipotesi.

La prima è che gli Stati Uniti, che a una prima e superficiale osservazio­ne dei fatti possono sembrare i principali dan­neggiati, abbiano in realtà tratto dei vantaggi da questa vicenda che è ancora in divenire: so­prattutto la Cia, che avrebbe abilmente rispo­sto agli avversari cinesi che sarebbero dietro As­sange. 

La seconda ipotesi è che ad avvantaggiar­s­i sia Israele: è un dato di fatto che i file di Wikile­aks dimostrano che i Paesi arabi concordano in segreto con lo Stato ebraico soprattutto sul­l’Iran. L’ultima è che a fregarsi le mani sia la Cina, che accresce la sua credibilità nel mondo ai danni degli americani che con questa fuga di notizie hanno fatto una pessima figura.


- A Israele /           Gerusalemme più forte in chiave anti-iraniana
- Alla Cina /          La figuraccia americana è un regalo per Pechino




Powered by ScribeFire.

Mario Monicelli morto suicida a Roma

Corriere della sera


MILANO - Un volo dal quinto piano dell'ospedale San Giovanni di Roma. Scompare così Mario Monicelli, ultimo grande maestro del cinema italiano. Il regista si è ucciso lanciandosi, intorno alle 21 di lunedì sera, dal quinto piano del reparto di urologia dell'ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato da domenica. Il cineasta aveva 95 anni e soffriva di un tumore alla prostata. Il corpo di Monicelli è stato trovato dal personale sanitario dell'ospedale a terra, disteso nei viali vicino alle aiuole, a pochi metri dal pronto soccorso. Monicelli non ha lasciato nessun biglietto a spiegazione del suo gesto. Sul posto sono arrivati amici e familiari. Al San Giovanni sono giunti anche gli agenti del commissariato Celio per ricostruire quanto accaduto e la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. «La tragica morte di Mario Monicelli ci lascia sgomenti e ci addolora profondamente» ha detto la governatrice. La notizia del suicidio in pochi secondi ha fatto il giro del web: commenti, foto, ricordi, riflessioni sono postati velocemente su Facebook e Twitter, mentre su YouTube i video del maestro hanno raccolto numerosissimi clic.


STANCHEZZA E INSOFFERENZA - Prima il giro per la terapia poi, una volta rimasto da solo nella stanza doppia occupata da lui soltanto, Monicelli ha raggiunto la finestra e si è gettato nel vuoto: questa a quanto si apprende, la dinamica del suicidio del grande cineasta. La tragedia si è consumata nella palazzina principale dell'ospedale. Stando ad alcune testimonianze, il regista aveva mostrato stanchezza e insofferenza per la malattia che lo aveva colpito a 95 anni. «Era stanco di vivere» ha riferito un sanitario. La moglie del cineasta, in giacca nera e pantaloni grigi, è uscita con il volto sofferente e visibilmente provato dalle lacrime, ma con lo sguardo alto, senza dire nulla. Anche il padre del regista, il noto scrittore e giornalista Tomaso Monicelli, morì suicida nel 1946.

Fotogallery

MAESTRO CAUSTICO - Viareggino, classe 1915, Monicelli è considerato uno dei padri della commedia all'italiana. Negli ultimi anni di vita gli è toccato l'ingrato compito di commentare la morte di numerosi e cari colleghi. Lo ha fatto con arguzia e cinismo e senza sentimentalismi. La vena caustica e amarognola delle sue opere, l'aveva di recente riservata alle sue uscite pubbliche. Aveva preso parte al Viola Day di febbraio e al primo no B day nel dicembre scorso a Piazza San Giovanni. E aveva incitato i giovani a tenere duro: «Viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro.

Dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà». Era stato anche a Montecitorio con i colleghi nel luglio 2009 per protestare contro i tagli al Fus. L'Italia era per lui «una penisola alla deriva». Il suo quartiere «d'adozione» a Roma era Monti, l'antica Suburra, con ancora gli artigiani a lavorare sull'uscio, al quale il cineasta aveva dedicato una delle sue ultime opere. Abitava al 29 di Via dei Serpenti, proprio sopra un noto gelataio. Viveva in un piccolo loft, un bilocale dai colori sgargianti che poteva essere quello di uno studente fuori sede.

«POSSO CAPIRE QUESTO GESTO» - La notizia della scomparsa del regista ha colto di sorpresa il mondo del cinema e non solo. «Quello che è successo mi ha lasciato estremamente basito» ha commentato il produttore Aurelio De Laurentiis. «Io che lo conoscevo profondamente e sapevo della sua grande dignità e del suo desiderio di essere sempre indipendente e autonomo, posso capire questo gesto. Ultimamente aveva perso anche la vista ma fino all'ultimo era stato capace di una deambulazione perfetta. Insomma una persona sana che non tollerava l'idea di poter dipendere da qualcuno». «Sono attonito» ha detto Carlo Verdone, accogliendo con grande sgomento la notizia della morte tragica di Mario Monicelli.

«Era probabilmente una persona stanca di vivere, che non sosteneva più la vecchiaia. L'ho apprezzato molto come grande osservatore e narratore - ha aggiunto l'attore romano - anche se a volte con condividevo il suo cinismo. Era gentile, cordiale, ma di poche parole. Un anno fa - ha ricordato Verdone - mi capitò di fargli gli auguri a Natale. Rimase sorpreso: gli auguri, mi disse, non li fa più nessuno». «Non posso andare avanti: devo dirvi che è morto Mario Monicelli. Lo avremmo tanto voluto qui, ma era malato e adesso non c'è più» ha detto Fabio Fazio durante la diretta di Vieni via con me, il programma condotto con Roberto Saviano su Raitre.

Il pubblico in studio ha accolto la notizia con un lungo applauso. «Non so che cosa si dirà domani di quello che è successo - ha commentato Giovanni Veronesi -, ma una cosa va detta: non ho mai sentito nessuno che si suicida a novantacinque anni. Era davvero speciale». Veronesi si è detto «scombussolato»: «L'avevo sentito poco tempo fa - ha spiegato - e pur sapendo che era all'ospedale, non lo sono mai andato a trovare. Peccato». «Provo un grande dolore» ha scritto in una nota il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti.

Fotogallery

I SUCCESSI - Monicelli esordì nel cinema giovanissimo con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore. Padre della commedia all'italiana, con i colleghi come Dino Risi, Luigi Comencini e Steno, è stato regista di oltre 60 film e autore di più di 80 sceneggiature. Quella di Monicelli è stata una vita dedicata interamente al cinema, al ritmo di quasi un film all'anno. Una produzione ininterrotta da I ragazzi della via Paal (1934) fino a Le rose del deserto (2006) e la sua ultima opera, il corto della sua carriera Vicino al Colosseo...c'è Monti, in programma fuori concorso alla 65esima Mostra del Cinema di Venezia. Fra i suoi grandi successi, Guardie e ladri (due premi a Cannes nel '51), nel pieno del suo sodalizio con Totò, I soliti ignoti (nomination all'Oscar), La Grande guerra (1959) trionfatore a Venezia con il Leone d'oro, L'armata Brancaleone (1965). Sono gli anni dell'amicizia con Risi, degli scontri con Antonioni, del controverso rapporto con Comencini, del trionfo della commedia all'italiana e dei "colonnelli della risata".

Inventa Monica Vitti attrice comica in La ragazza con la pistola (1968); nel 1975 raccoglie l'ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei. Nel 1977 recupera la dimensione tragica con Un borghese piccolo piccolo. Seguono fra gli altri Speriamo che sia femmina (1985) e il feroce Parenti serpenti (1993) con cui dimostra di saper leggere le trasformazioni della società italiana con l'acume e la cattiveria di sempre. È del 2006 il tanto desiderato ritorno sul set di un film, rallentato da ritardi e difficoltà produttive, con Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco.


OPERA A NEW YORK - Proprio in questi giorni a New York è stato presentato in chiave retrospettiva un dei film del neorealismo di Mario Monicelli, Risate di Gioia, con Anna Magnani. Il film rientra nell'ambito della retrospettiva che il Linclon Center dedica alla figura di Suso Cecchi D'Amico, che lavorò con Monicelli alla sceneggiatura del film. «Risate di gioia» è stato presentato insieme a una serie di altri sei film del neorealismo italiano.

Redazione online
29 novembre 2010(ultima modifica: 30 novembre 2010)

E' guerra di "soffiate" tra Assange e i giornali

La Stampa



Patti scomodi tra il sito e i media. Lo sgarro del NYTimes
Il Pentagono e il Dipartimento di Stato saranno pieni di falle, ma anche il re delle soffiate Julian Assange ha scoperto di non esserne immune. Il suo Wikileaks è rimasto vittima di una fuga di notizie indesiderata: con una mossa che sa di trucchi del mestiere da giornalismo del XX secolo, il «New York Times» è riuscito a mettere le mani sulla valanga di documenti della diplomazia Usa, nonostante il misterioso hacker australiano avesse deciso stavolta di tagliare fuori il quotidiano americano. L’ammissione è arrivata ieri da Bill Keller, il direttore del giornale di New York, ed è solo l’ultimo tassello dell’intrigo che vede ancora una volta in campo l’inedita alleanza tra alcuni media «tradizionali» e il controverso sito Internet dedicato a rendere pubblici i segreti di Washington. «I documenti ce li hanno passati i colleghi del Guardian, Assange non voleva darceli perché si sentiva offeso dai nostri articoli», ha detto Keller.

Il «leak», la falla che ha permesso al quotidiano newyorchese di restare nel gruppo delle cinque testate internazionali che dispongono dell’intero pacchetto di cablogrammi riservati, rientra nel retroscena mediatico di quello che negli Usa è già stato battezzato «Cable-gate». Wikileaks è diventata l’icona globale di un «giornalismo delle chiavette Usb», dove a passare di mano dalle fonti alle redazioni non sono più pacchi di documenti cartacei, ma piccole schede di memoria capaci di contenere in un paio di centimetri anni di corrispondenze tra ambasciate e Dipartimento di Stato. Assange stavolta aveva fatto consegnare le preziose chiavette a quattro testate: il britannico «Guardian», il francese «Le Monde», il tedesco «Der Spiegel» e lo spagnolo «El País». A guidare il gruppo sono stati gli inglesi: il responsabile del team investigativo del «Guardian», David Leigh, ha messo le mani sui 250 mila documenti già lo scorso agosto, ed è stato lui a passarli ai colleghi di Manhattan. Ieri l’esperto di media Michael Calderone ha svelato la vicenda e Keller non ha potuto che ammetterlo.

Ancora una volta, come già era accaduto con i documenti militari diffusi nei mesi scorsi da Wikileaks, ai giornali è toccato il compito di confrontarsi con interrogativi deontologici e logistici di vario genere. E come già in passato, è cominciata la raffica di attacchi alle cinque testate da parte di chi le accusa di essere nelle mani di un hacker senza scrupoli, che diffonde documenti in modo illegale «mettendo a rischio innumerevoli vite umane», come ribadiscono Casa Bianca e Dipartimento di Stato.

Sui cinque giornali sono comparsi editoriali per spiegare la decisione di pubblicare e il metodo seguito. Il patto fra i partner e Wikileaks prevede di decidere insieme i tempi e i contenuti della pubblicazione, che andrà avanti per giorni. Sylvie Kauffmann, direttrice di «Le Monde», ha rassicurato i francesi sul fatto che le informazioni non sono state pagate e ha garantito che per settimane le redazioni coinvolte si sono consultate per trovare «un accordo sul modo in cui scegliamo di pubblicare le notizie: quando cancelliamo nomi o dati, è per ragioni di sicurezza e a questo criterio ci conformiamo tutti». Keller ha offerto ai lettori spiegazioni analoghe, dilungandosi nel raccontare come il «NYTimes» abbia scelto di pubblicare solo 100 cablogrammi integrali su 250 mila, informando in anticipo il Dipartimento di Stato e accogliendo le richieste dei collaboratori di Hillary Clinton di cancellare alcuni nomi. Tutte precauzioni da manuale di una qualsiasi facoltà di giornalismo Usa, che però si scontrano con la realtà dell’informazione nell’era digitale: Wikileaks sta pubblicando a disposizione di tutti gli stessi documenti ma in forma integrale, senza alcuna forma di autocensura.

Il «Cable-gate» fa così venire al pettine molti nodi dell’informazione «versione 2.0». Wikileaks si è rivolta a istituzioni del giornalismo per ottenere visibilità e far sì che la mole di documenti potesse passare al vaglio di reporter esperti, capaci di dare un senso al loro contenuto. Ma le regole del gioco delle redazioni non sono quelle delle crociate digitali di Assange, ed entrambe le parti coinvolte sono ora sotto attacco.

Il fondatore di Wikileaks viene criticato sulla Rete per essersi alleato con i media e il suo sito è aggredito da hackers come il fantomatico «The Jester», che accusa Assange di terrorismo.

I giornali, da parte loro, devono rispondere a governi e lettori indignati. Le ragioni di fondo delle scelte fatte dai quotidiani le ha sintetizzate Bill Keller, evocando la tradizione del «NYTimes» in materia. «Abbiamo ricevuto accuse simili quando negli Anni 70 un ex funzionario del governo, Daniel Ellsberg, ci consegnò i Pentagon Papers», i documenti che svelavano la storia segreta della guerra in Vietnam.

«I governi - afferma Keller - spesso scrivono la parola “segreto” sui documenti per coprire malefatte e imbarazzi. Ma l’America ha una sua “maledizione” chiamata libera stampa, che talvolta può creare situazioni caotiche. Del resto uno dei nostri padri fondatori, Thomas Jefferson, ripeteva di preferire giornali senza un governo, piuttosto che un governo senza giornali».






Powered by ScribeFire.

Fazio-Saviano, addio arrogante: la Rai è cosa loro

di Stefano Filippi



Ieri nell'ultima puntata di Vieni via con me il saluto arrogante: "Chi non si è sentito rappresentatao da questa trasmissione può farne un'altra". E lo scrittore abbandona le inchieste giudiziarie per sceneggiare il terremoto dell'Aquila. Arruolato anche Fo



Roberto Saviano e Fabio Fazio si sono giocati tutto nelle prime tre puntate di Vieni via con me. Ieri sera era l’ultima, volevano tirare fino a mezzanotte, ma la Rai li ha limitati entro il solito orario, e gli ha fatto un grosso piacere. Esaurite le frecce contro Berlusconi, la Lega e il Nord, alla nuova coppia d’oro di Raitre non sono rimaste che le spente guitterie di Dario Fo alle prese con Machiavelli e un dolente monologo dell’autore di Gomorra sui terremoti che hanno devastato il Meridione, dall’Irpinia all’Aquila. Le ultime energie erano state spese nelle interviste della vigilia. «Ora mi fermo un po’ per cercare di ricostruirmi una vita», ha detto Saviano. La vena creativa è un po’ esaurita.

Ne ha approfittato Fazio. Il quale era stato messo un po’ in ombra dall’astro nascente della «gauche tv». Ieri si è preso la rivincita recitando l’elenco delle cose che ha «imparato facendo questa trasmissione». Un bilancio delle fortunate polemiche che hanno decretato il successo di Vieni via con me, un catalogo piuttosto sorprendente per uno come Fazio, che nella tv di Stato ha esordito e per la quale lavora da anni. 

«Ho imparato che la Rai è ancora un pezzo importante di questo Paese, anche se spesso dimentica di esserlo; ho imparato che per molti televisione pubblica vuol dire che siccome è di tutti, allora non si può dire niente; ho imparato che per molti altri televisione di Stato vuol dire televisione dei partiti». Ma questo, il presentatore di Che tempo che fa lo conosce da tempo.

«Ho imparato che qualcuno si definisce pro-vita, come se qualcun altro potesse definirsi pro-morte». E poi la sferzata più arrogante, pronunciata con il sorrisino beffardo delle grandi occasioni e la sicumera di chi è consapevole che il servizio pubblico è «cosa sua»: «Chi non si è sentito rappresentato da questa trasmissione può farne un’altra: e noi la guarderemo volentieri». 

Frecciate anche ai commentatori che in questo mese non gli hanno risparmiato critiche: «Ho imparato che tutti quelli che vogliono spiegarti che cosa piace al pubblico per fortuna non lo sanno». Infine i riferimenti alle polemiche più accese: «Ho imparato che tutti sapevano che al Nord c’è la ’ndrangheta, ma se lo erano dimenticati; ho imparato che nessuno sapeva che la spazzatura del Sud arriva anche dal Nord; ho imparato che le facce della gente comune e le facce della gente famosa spesso sono le facce della stessa medaglia».

Saviano invece abbandona la strada di mettere in scena le inchieste giudiziarie per scegliere una via più drammaturgica: sceneggiare le piccole storie degli otto ragazzi sepolti dalle macerie della Casa dello studente dell’Aquila nel terremoto del 2009. Un altro racconto del Sud, dopo quelli sulla malavita e i rifiuti, mescolato alle memorie dell’Irpinia nel 1980: «Avevo un anno, fu mia mamma a raccontarmi le nottate passate in macchina a mangiare frullati». È l’epopea di una città medievale diventata la risposta ai campus anglosassoni, in cui il crollo dell’ostello universitario simboleggia la perdita di ogni speranza.

Vengono evocate le avvisaglie, i timori, l’incredulità degli studenti e la leggerezza di tanti fatalisti per i quali «L’Aquila trema sempre ma non crolla mai». E poi le denunce contenute nelle perizie ordinate dalla procura, un elenco letto dalla sorella dell'universitario più giovane morto nel disastro. «La Casa dello studente era una bomba a orologeria - dice Saviano -, costruita male, con carenze nella progettazione, nell’esecuzione dei lavori e nei successivi adeguamenti. 

Nell’ala crollata mancava un pilastro; l'edificio era fabbricato con sabbia e calcestruzzo scadente per dirottare altrove i soldi». «È una tragedia di tutti - sentenzia lo scrittore -. A trent'anni dall'Irpinia sembra di vedere sempre la stessa tragedia, di vedere le stesse cose, di sentire la stessa disperazione, le tangenti, la ricostruzione, le cose che non funzionano». Viva l’Italia, come ha cantato - più tristemente del solito - Francesco De Gregori.




Powered by ScribeFire.

Macché 11 settembre, è il 1° aprile della diplomazia

di Marcello Veneziani



E venne il giorno del Giudizio Universale, il mondo fu giudicato da un dio imbecille. Un mondo guidato da cretini e presieduto dal principe dei cretini: non ho altre parole per riassumere il senso della bufala cosmica delle rivelazioni di Wikileaks. Scusate ma non capisco l’allarme mondiale. Frattini dice che è stato l’11 settembre della diplomazia mondiale, a me è parso il Primo Aprile. Certo, un furbo circondato da furbetti ci ha guadagnato. Ma vi rendete conto di quale Cazzata Planetaria ci stiamo occupando? Sono giudizi sommari e stupidi espressi da qualche funzionario che deve redigere le sue note informative per la Casa Bianca e copia dai giornali e dalle tv; mica sono le pagelle del Signore (...) (...) sulle convocazioni in paradiso e sulle dannazioni all’inferno.

Riflettete un attimo, per favore, su quei rapporti. E ripassate in rassegna quei giudizi, la fonte e il tenore. Nella migliore delle ipotesi sono aria fritta, cose risapute, traduzioni in forma di gossip di giudizi che già s’intuivano. Nella peggiore sono chiacchiere da saloon, tra un whisky e l’altro, che sembrano ispirate più dalla lavandaia - con tutto il rispetto per le lavandaie - piuttosto che dalla diplomazia più importante del mondo.

Se questa è la diplomazia americana, allora Dagospia for president, via Obama dalla Casa Bianca e dentro Roberto D’Agostino che almeno è spiritoso e non pretende con i suoi giudizi di guidare la superpotenza mondiale. Ma che senso ha riferire in mondovisione giudizi scemi su Putin macho e capobranco, la Merkel di scarsa fantasia, Sarkozy l’imperatore nudo e autoritario, Ahmadinejad il nuovo Hitler pazzo, Gheddafi un ipocondriaco che si è fatto il botulino ed ha un’amante ucraina, Karzai il paranoico, Kim Jong Il, leader della Corea del Nord, un vecchio ciccione con l’ictus...

A proposito di ciccioni, una obesa signora americana, come purtroppo ce ne sono tanti negli States, Elizabeth Dibble, trincia un giudizio su Berlusconi dandogli dell’incapace e del vanitoso, e poi riferisce di feste selvagge, probabilmente traducendo alla lettera e senza un filo d’ironia il mitico bunga bunga. Ma i festini dei Kennedy e di Clinton erano da prima comunione? I giudizi della signora in sovrappeso (disturbi ormonali e ghiandolari?, dovremmo chiederci stando ai criteri usati per redigere questi compitini) sembrano solo il frutto di una sommaria lettura dei titoli dei giornali italiani all’attacco del premier; e la cosa perfida e grottesca è che ieri gli stessi giornali hanno riferito con grande solennità quei giudizi di cui essi stessi sono la fonte...

Ma pensate che il compitino di una grassa patatona americana, per restare alle categorie usate in questo rapporto, sia così sconvolgente per gli equilibri mondiali e così determinante per influenzare l’azione politica di Obama? Su, sono chiacchiere da dopocena, tra il caffè e l’ammazzacaffè, mica altro. Penso cos’era stata per secoli la diplomazia europea, vaticana, orientale, cinese (a proposito, e della Cina non si dice niente negli States; paura?). Giudizi acuti e valutazioni prudenti, informazioni vere e stile di espressione... Tremila anni di diplomazia e di civiltà finiti nel cesso. Pensieri sparsi attaccati col chewing gum. Naturalmente non escludo affatto che ci siano fascicoli seri, e perfino minacciosi, oltre la giostra per idioti globali che è stata pubblicata ieri. Allora lasciamo da parte la buffonata e pensiamo alle cose serie.

Il ciclone Wiki esplicita molte cose che erano implicite, e porta alla luce quel che tutti gli informati probabilmente già sapevano, regolandosi di conseguenza: la preoccupazione per l’Iran, le pressioni arabe per dichiarargli guerra, i rapporti difficili con Israele, la debolezza internazionale dell’Europa, e via dicendo. Per quel che ci riguarda, viene esplicitata una cosa che pensavamo e scrivevamo da tempo: all’Italia di Berlusconi, al di là del fumo dei pettegolezzi e delle campagne per delegittimarlo, alcuni ambienti internazionali, alcune lobbies e alcune diplomazie, a cominciare da quella americana, non perdonano i nostri rapporti economici con la Russia di Putin, la Libia di Gheddafi, la Cina e l’Iran. Non è il lettone di Putin o le amanti bionde di Gheddafi la loro preoccupazione, semmai è la propaganda; ma il fatto che l’Italia abbia vantaggiosi rapporti con quei Paesi, sia un loro partner significativo.

Se vogliamo, è un copione già visto, ai tempi di Craxi e di Andreotti, forse anche di Moro. E non c’è da indignarsi e gridare al complotto ma c’è da capire e agire con realismo di conseguenza. Quella è la partita più delicata, da lì vengono i suggeritori internazionali che si servono magari di toghe avvelenate, ma anche di scatole vuote nostrane per riempirle di tritolo e far esplodere il governo in carica. Quello è il pericolo reale, oltre la bufala. Vedrete, non si fermeranno lì, le loro feste selvagge proseguiranno in varie direzioni per inguaiare il governo. Non so quanto Obama condivida questa linea. Per il resto, l’effetto immediato di questo gossip cosmico dovrebbe essere solo uno: chiudete le ambasciate e aprite le sale da parrucchiera. È la sede più consona per questi pettegolezzi.



Powered by ScribeFire.