giovedì 2 dicembre 2010

Free, il cane che si annoia in macchina e aspetta il padrone sul tetto dell'auto

Il Mattino



di Alessandra Chello

NAPOLI (2 dicembre) - U5n pomeriggio di un giorno da cani. Solito percorso per arrivare al giornale. Via Chiatamone: tra gimkane di rifiuti e auto in doppia fila. Quando ad un tratto sul tetto di una Bmw bianca parcheggiata a sinistra, un bellissimo mix di Bovaro bernese, dolce e tranquillo, se ne sta seduto immobile. Indossa una pettorina blu. Sembra una sentinella di guardia sulla cima di un merlo. La gente passa, si stupisce, sorride.

Qualcuno si ferma preoccupato: «Si sarà perso». «No, forse l'hanno abbandonato». Qualcun altro cerca di attrarne l'attenzione per rincuorarlo. E c'è chi accenna una carezza. Ma lui niente. Tutto quel tramestio che nel frattempo gli si era creato intorno, sembra non riguardarlo affatto. Fissa un punto diritto davanti a sé. E non muove un muscolo. Continua a starsene lì. Di vedetta sull'auto che divide con il suo amico umano.

Già, ma lui dove è finito?
Un fatto è certo: qui dovrà ritornare. E io l'aspetto. Ad un tratto la scena cambia. Ecco da lontano un viso famililare. Si sta avvicinando. Il cane si alza, si scrolla e scodinzola. Con un salto repentino scende giù dal tetto. Gli va incontro. E sembra mormoragli: «Però stavolta quanto ci hai messo...». Lui gli apre lo sportello. E il cane entra in macchina. E si sistema a terra.

La curiosità però è tanta. E chiedo: «Scusi, ma il suo cane fa sempre così». E il signore: «Certo, lui viene con me ovunque. E quando devo fare qualche breve commissione e naturalmente non piove, lui mi aspetta sull'auto. Dentro si annoia». La tappezzeria smangiucchiata della vettura conferma.

Della serie: fedeltà e pazienza blindate, doti esclusivamente canine. Un esempio per quanti invece pensano che il cane sia solo una cosa o peggio ancora un giocattolo di cui sbarazzarsi quando viene a noia.





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La Cassazione respinge il ricorso: lo yacht di Briatore resta sotto sequestro

Il Mattino



ROMA (2 dicembre) - Resta sotto sequestro il Force Blue, il megayacht dell'ex manager della F1, Flavio Briatore. La Terza sezione penale della Cassazione ha infatti respinto il suo ricorso contro l'ordinanza emessa nel giugno scorso dal tribunale di Genova con la quale i giudici avevano confermato il sequestro disposto a seguito di una operazione della Guardia di Finanza. Briatore è accusato di non aver pagato l'Iva sull'importazione e le accise sui carburanti, evadendo il fisco per circa cinque milioni di euro.

Il megayacht, per questo, era stato sequestrato nel maggio scorso dalla Guardia di Finanza al largo di La Spezia. Il «Force Blue» di proprietà della società Autumn Saiiling Limited, era tornato a navigare nelle acque del Mediterraneo nello scorso luglio a seguito della richiesta accolta dal gip, avanzata dalla società proprietaria per continuare a noleggiare lo yacht. Il gip di Genova aveva concesso a Briatore l'autorizzazione ad usare lo yacht, comunque sotto sequestro, a condizione di navigare in charter nelle acque del Mediterraneo con un deposito di fideiussione da parte della società di cinque milioni di euro.

Allora il megayacht aveva ospitato la scrittrice americana Danielle Steel. Il 2 novembre scorso il gip ha rinnovato l'autorizzazione alla società a utilizzare l'imbarcazione sempre solo per attività di charter e con la fideiussione. La Cassazione oggi ha respinto il ricorso di Flavio Briatore contro l'ordinanza di sequestro emessa nel giugno scorso, condannando inoltre l'ex manager della F1 a pagare le spese processuali per 500 euro. Il «Force Blue» rimane quindi sotto sequestro.





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La grande famiglia dei vigili urbani: per molti comandanti divisa tramandata di padre in figlio

Il Messaggero


ROMA (2 dicembre) - Quando si dice il fascino della divisa. Nella Municipale è talmente forte che si tramanda di padre in figlio. Una dimostrazione di “attaccamento” che in alcuni casi si estende al nucleo familiare, mogli, cognate, sorelle e giù per li rami dell’albero geneaologico fino ai nipoti.


Parentopoli? No amore per il Corpo, si affrettano a chiarire gli interessati, quasi a voler marcare una differenza con quanto sta avvenendo all’Atac Spa. La principale differenza, si fa osservare, è che da noi si entra per concorso e non per chiamata diretta.

I comandanti sono le figure di riferimento. Uomini da emulare. Sarà per questo che, ad esempio, Valerio ed Elena Casoria hanno voluto ripercorrere le orme della madre, il Comandante del 16° Gruppo Raffaella Modafferi. Il primo è istruttore di polizia municipale al XVII, la sorella al II. Altro quadretto familiare all’XI Gruppo. Il comandante Ronaldo Marinelli tutte le mattine mette sull’attenti anche la figlia Mara, 27 anni, assunta solo qualche mese fa.

«Lo so, può apparire un’anomalia - ammette candidamente Marinelli padre - ma è un caso. sono stato trasferito qui da meno un mese, prima ero al XII». Non la imbarazza? «Mia figlia si sente a disagio, certo. Pensi che da quando sono qui all’XI tutti sono venuti tutti a salutarmi nel mio ufficio tranne lei: non se l’è sentita. Non le ho consigliato di chiedere il trasferimento perché tanto questa situazione non durerà: ho 65 anni, ad aprile andrò in pensione». Deve fare un certo effetto la sera rientrare in casa. Il comandante e la figlia, stesso gruppo, stessa divisa. «Ci siamo dati una regola: non parliamo mai di lavoro. Ma non vedo proprio cosa ci sia di male, anzi se devo dire la verità mi fa piacere che lei segua la mia stessa strada».

Anche i sindacalisti hanno una tendenza a ripercorrere le carriere dei padri. E’ il caso di David D’Amico, in servizio presso il I Gruppo. Suo padre è vice comandante presso il comando generale e dirigente Uil. Sulle tracce del padre, Paolo Invenenato (dirigente Cisl), funzionario dell’XI, i figli Marco (XII) e Sara (XI).

Vigili ci si può nascere. Per vocazione, senso civico, spirito di emulazione. Comandanti ci si diventa. Angelo Moretti guida il XIII Gruppo (Ostia Lido). Sua moglie Claudia è al 20° Gruppo e sua cognata Tiziana è distaccata al comando generale. «Non vedo proprio cosa ci sia di strano - fa Moretti, che indossa la divisa da 35 anni - quando ho conosciuto mia moglie nel ’93 ero un oscuro dipendente e lei da 4 anni era già istruttrice. Che c’è di male? E se mia figlia, che ora ha 17 anni, un giorno volesse fare lo stesso lavoro e dovesse vincere il concorso, dovrei forse giustificarmi?».

Altra «famiglia pizzardona» al lX Gruppo. Il vice comandante Ciro Vito, coordinatore di sezione, presta servizio insieme alla moglie Anna Calabrese, proveniente dalla Protezione civile, neoassunta anche se non più giovanissima. Al X, per non farsi mancare gli altri affetti familiari, lavora anche il cognato Leonardo Pichini.

Figlio d’arte è anche Fabio Renzi. Suo padre Sandro guidò la Municipale in anni memorabili prima di andare in quiescenza, archiviato il Giubileo, nel 2001. «Sono felice che lui abbia fatto questa scelta - confessa l’ex comandante, che ora vive a Sacrofano - l’ho lasciato libero e lui, dopo essersi laureato in giurisprudenza, ha vinto il concorso e ora è nel XVII». Raccomandato? «Che lo pensassero pure ma per come era organizzato il concorso mi sembra molto ma molto difficile. E ora è in strada, che si occupa di viabilità».


C.Mar.




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Sconfitto alle elezioni, assunto all'Atac: era il candidato Pdl per l'XI Municipio

Il Messaggero

Menicucci: «La mia assunzione non c'entra nulla». Anche un consigliere Pdl al V Municipio ha trovato posto in via Ostiense



di Davide Desario

ROMA (2 dicembre) - «Meno male che Pietro Menicucci c’è!». E’ il titolo del gruppo di Facebook dedicato a Pietro Menicucci, classe 1974, esponente locale del Pdl. E’ un altro degli oltre 800 dipendenti dell’Atac che hanno beneficiato dell’assunzione per chiamata diretta. In quella pagina, che vanta ben 74 fans, Menicucci viene descritto così: «Un esempio di buona politica, onestà intellettuale, voglia di far crescere ed impegno continuo. Per chi lo conosce non c’è bisogno di aggiungere altro, anche se molto altro andrebbe scritto». E infatti va scritto.

Menicucci alle ultime elezioni amministrative (aprile 2008) è stato il candidato del Pdl a presidente dell'XI municipio contro Andrea Catarci di Sinistra e Libertà. Una candidatura conquistata con la sua attività come consigliere in XVII municipio e con una massiccia attività nei circoli territoriali del centrodestra. Quelle elezioni per il Pdl sono andate benissimo. Alemanno ha vinto contro Rutelli al ballottaggio. Menicucci, invece, ha perso rovinosamente ottenendo il 32.75% delle preferenze contro il 53% del candidato del centrosinistra.

Ma l’amarezza è durata poco, l’arco di qualche mese, perché un’altra poltrona l’ha trovata subito. Anzi, è la poltrona che è andata a cercarlo: a settembre 2008, appena 4 mesi dopo, ha ricevuto una chiamata diretta da Trambus spa, una delle aziende del trasporto pubblico romano poi confluita in Atac. Il posto in consiglio comunale l’ha tenuto ancora qualche mese, poi, bontà sua, a marzo del 2009 (nonostante le 27mila preferenze dei suoi elettori), si è dimesso e ha ceduto la poltrona all’ultimo dei non eletti della lista del Pdl, Alessio Scimè, che aveva ottenuto 286 voti.

«Che cosa c’entra la mia assunzione a Trambus con il fatto che ero candidato alla presidenza del municipio per il Pdl? - replica sorpreso Menicucci - Io sono uscito dall’attività politica da molti anni». Sarà. Eppure sul sito di Azione Giovani di Casal Bertone, alla data del 28 maggio 2009, Pietro Menicucci insieme a tal Pierluigi Sapia risulta uno tra gli intervenuti alla chiusura della campagna elettorale in favore dell’onorevole Potito Salatto. E sia Menicucci che Sapia vengono presentati «in qualità di delegati del sindaco Gianni Alemanno».

Delegati? E soprattutto chi è Pierluigi Sapia? Sapia, 35 anni, è un consigliere eletto nel V municipio (prima con An) e poi alle amministrative del 2008 con il Pdl. E il caso vuole che anche lui a marzo del 2009 decide di consegnare le dimissioni da consigliere municipale e di lasciare il posto al primo dei non eletti del Pdl (Fernando Potasso 541 voti). Solo una coincidenza? E’ probabile. Ma non è l’unica. Indovinate un po’ dove lavora Pierluigi Sapia? Anche lui a settembre del 2008 è stato assunto con chiamata diretta a Trambus Spa e adesso fa parte anche lui della grande famiglia di Atac.

Intanto sono iniziati gli accertamenti della Procura di Roma sulla parentopoli all’Atac. Martedì, infatti, i magistrati hanno aperto un fascicolo contro ignoti per fare luce sulle “assunzioni facili”. L’ipotesi di reato, per ora, è abuso d’ufficio.

davide.desario@ilmessaggero.it





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Maricica uccisa da medici negligenti» La difesa di Burtone attacca

Corriere della sera

Perizia dei legali del ragazzo che l'8 ottobre scorso diede un pugno in faccia ad un'infermiera dopo una lite


ROMA - Maricica Hahaianu non è morta per il pugno sferratole in faccia da Alessio Burtone la mattina dell'8 ottobre dopo una banale alla lite alla metro Anagnina di Roma. A determinare il decesso dell'infermiera romena è stato il comportamento negligente dei medici che l'hanno avuta in cura per una settimana al Policlinico Casilino.

LA DIFESA - Ad affermarlo è l'avvocato Fabrizio Gallo, difensore del 20enne in carcere dal 18 ottobre con l'accusa di omicidio preterintenzionale. Il penalista, forte di una consulenza tecnica firmata dal professor Alfredo Fontana Romero, neurochirurgo, e dal medico legale Gianluca Albertacci, convinti che siano state inadeguate le cure applicate alla romena, ha presentato già oggi un'istanza di scarcerazione al gip Sandro Di Lorenzo ritenendo che il suo assistito sia al massimo responsabile del reato più lieve di lesioni. «Da quando è a Regina Coeli - si è sfogato l'avvocato Gallo - Burtone è in regime di isolamento. Manco fosse un mafioso o un terrorista».


LA PERIZIA - Per i consulenti della difesa, Maricica, destinata a essere dimessa dall'ospedale nel giro di pochi giorni, come era stato fatto capire ai suoi familiari in un primo momento, si sarebbe aggravata la notte del 12 ottobre dopo essersi estubata accidentalmente. La mattina del 13, a seguito di un «abbassamento della pressione parziale di ossigeno», sarebbe emerso dalla visita neurologica un «progressivo impegno cerebrale da edema che ha portato ad un primo arresto cardiaco». Solo dopo la paziente è stata reintubata ma oramai era in atto una «compromissione edemigena» tale da provocare un danno al tronco dell'encefalo «fino al decesso», avvenuto ufficialmente la sera del 15 ottobre.


«MORTE NON CAUSATA DA PUGNO» - La consulenza afferma, infine, che «è possibile affermare con un ragionevole grado di certezza che la catena casuale tra il trauma primitivo (il colpo inferto da Burtone ndr) ed il decesso della paziente viene a interrompersi». «La perizia è chiara: la morte della donna non è stata causata dal colpo inferto da Burtone - conclude Gallo - ma dagli errori messi atto dai medici del reparto di rianimazione del policlinico Casilino. Chiederò al pm titolare dell'inchiesta di inoltrare una denuncia nei loro confronti e chiedo al presidente Polverini che si faccia una indagine sulla responsabilità dei medici, cosa che sarebbe dovuta già avvenire quando il marito della donna accusò chiaramente i medici dell'ospedale per la morte».

LA FAMIGLIA DI MARICICA - «Per noi non cambia nulla, siamo sereni e fiduciosi nella giustizia». Così i familiari di Maricica Hahaianu hanno commentato con il loro legale, l'avvocato Alessandro Di Giovanni, la perizia depositata dai legali di Burtone. «Ho parlato con il cognato della donna - spiega Di Giovanni -, la situazione processuale per noi non cambia così come per il Pm che ho contattato questa mattina». Il legale afferma, inoltre, che le altre perizie effettuate «hanno confermato che la morte di Maricica è stata causata dal trauma «massivo» al cranio dovuto alla violenta caduta dopo il colpo al volto sferrato da Burtone».

Redazione online
02 dicembre 2010

Svezia, la regina ammette: «Mio padre era un nazista»

Corriere della sera

Scandalo a corte: incastrata dai media, Silvia confessa: "L'ho saputo da grande"




La famiglia reale svedese di nuovo nella bufera dopo le rivelazioni che il padre della regina Silvia, tedesca di origine, era un membro del partito nazista che fece fortuna appropriandosi di una fabbrica di armamenti appartenuta ad ebrei. Le rivelazioni sono state fatte da un programma investigativo della tv svedese "Cold Facts" e contraddicono quando affermato in precedenza dalla sovrana che ha negato che il padre, da tempo scomparso, fosse attivo nel partito nazista mentre affermava che la fabbrica produceva treni-giocattolo e asciugacapelli e pezzi per mascherine anti-fumo. La regina Silvia ha anche negato che la fabbrica fosse stata sottratta a degli ebrei. Invece dai documenti, avverte l’Independent, scoperti dai giornalisti di "Kalla facta", a Berlino e in Sud America emerge chiaramente che Walther Sommerlath entrò nelle fila del partito nazista nel 1934, solo un anno dopo l’avvento di Hitler al potere. E che rientrò in Germania un anno prima dello scoppio della guerra e si appropriò di una fabbrica che produceva pezzi di carri armati e altri armamenti necessari allo sforzo bellico. In una nota del Palazzo reale la Regina ha ammesso e si è scusata "che il padre sia stato un membro del Partito nazista": "notizia - si legge ancora nel comunicato - che ha appreso solo nell’età adulta". Meno di un mese fa un libro-rivelazione su re Carlo XVI Gustavo, aveva fatto scoppiare uno scandalo: nel volume il sovrano è descritto tra relazioni extraconiugali e festini di dubbio gusto. E dopo la pubblicazione del volume, la popolarità della famiglia èp caduta in picchiata. (Fonte Apcom)


02 dicembre 2010



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La legge sul “fine vita”, così urgente da sparire nel nulla alla Camera

Il Messaggero




di Renato Pezzini

MILANO (2 dicembre) - Succede sempre così, in Italia: che l’onda emotiva di un evento strappa per un po’ il velo di sonnolenza burocratica che avvolge l’attività parlamentare, e allora piovono promesse e giuramenti e impegni solenni. «Presto faremo», «in pochi giorni ripareremo», «fra breve approveremo». Poi l’emozione passa, il velo si ricuce, e tutto torna come prima: immobile.

L’emozione - tragica - della vita e della morte di Eluana Englaro squarciò per qualche settimana il velo della sonnolenza intorno al tema del ”fine vita”. La donna rimasta per più di 17 anni in coma vegetativo morì il 9 febbraio del 2009 in una clinica di Udine, e nella chiassosa polemica che quella povera esistenza scatenò dividendo l’Italia in due, su una sola cosa gli inferociti contendenti si dichiararono d’accordo: la necessità di approvare al più presto una legge in grado di fare chiarezza sulle scelte da compiere (e da non compiere) quando una persona si ammala in modo irreversibile. A due anni di distanza, naturalmente, quella legge giace impolverata in qualche anfratto della Camera, resa attuale oggi dal fatto che il suicidio di Mario Monicelli - per quanto lontano dal caso Englaro - ha riproposto gli stessi interrogativi di allora.

La legge in questione porta la firma del senatore del Pdl Raffaele Calabrò, che in fretta e furia imbastì un testo suddiviso in dieci articoli che il 29 marzo del 2009 - un mese e mezzo dopo la morte di Eluana - venne portato in votazione al Senato. La legge fu approvata e poi trasmessa alla Camera per il nuovo iter, ma già nei commenti del dopo voto si capì che il suo destino era segnato: non piaceva né al centrosinistra e neppure al centrodestra, malgrado le dichiarazioni ufficiali. E così entrambi i fronti da quel momento hanno cominciato a prendere tempo. Infatti a Montecitorio il ddl Calabrò si è arenato in una interminabile discussione in Commissione Sanità, dove è arrivato nella tarda primavera del 2009 e dove tutt’ora rimane. E’ stato ampiamente emendato e trasformato rispetto al testo approvato dal Senato, ma non è ancora arrivato un aula. E probabilmente non ci arriverà mai.

Eppure, scosso dagli interrogativi profondi che la vicenda Englaro aveva seminato, pareva che in meno di tre giorni il Parlamento fosse in grado di legiferare: «Fra pochi giorni avremo la legge», assicurò il ministro Sacconi quando ancora i funerali di Eluana dovevano svolgersi. Sembrava che argomenti controversi e complessi come il testamento biologico, il consenso informato, il rapporto medico-paziente, il confine fra dignità della vita e dignità della morte, fossero materiale così facilmente malleabile e plasmabile che la politica potesse porvi mano in un attimo. «La legge sul fine vita non è più rinviabile», dissero tutti, sull’un fronte e sull’altro. E nessuno provò a usare parole un po’ meno spudorate visto che le stesse solenni promesse erano state fatte quando a morire fu Piergiorgio Welby, nel 2006.

Giorgio Napolitano, esattamente due anni fa, etichettò con due aggettivi inequivocabili la legge sul fine vita: «Indispensabile» e «improcrastinabile». Seguì, alle sue parole, il coro unanime dei ”quanto ha ragione signor presidente”. Renato Schifani si piccò persino di aver immediatamente sollecitato la «competente commissione Sanità del Senato a occuparsi dell’argomento». Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd a palazzo Madama, definì «totalmente condivisibile» l’intervento del capo dello Stato. Ma se erano e sono tutti d’accordo sull’urgenza della legge, perché ancora non c’è?

La risposta, probabilmente, sta nelle turbolenze che quegli argomenti suscitano in entrambi gli schieramenti. Perché se da una parte nel centrosinistra la componente cattolica del Pd coltiva il timore di lasciare esclusivamente al malato la possibilità di scegliere (anche con il testamento biologico) se accettare o meno le cure e gli interventi di sopravvivenza come l’alimentazione forzata, nel centrodestra le voci della laicità sono molto forti. Non a caso proprio un anno fa venti deputati del partito berlusconiano scrissero una lettera aperta al premier invitandolo a non avallare una legge dal sapore confessionale. Molti, fra quei venti firmatari, adesso sono con Futuro e Libertà, altri sono rimasti con il Cavaliere. Il quale, come è noto, sulle ”questioni etiche” preferisce evitare lo scontro frontale.




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Lea Garofalo scrisse al Capo dello Stato: «Mi uccideranno, la prego intervenga»

Il Messaggero


Scritta alcuni mesi prima di scomparire. Il Qurinale: mai pervenuta. La collaboratrice di giustizia fu sciolta nell'acido


 


ROMA (2 dicembre) - Lea Garofalo, l'ex collaboratrice di giustizia uccisa e sciolta nell'acido, ad aprile del 2009, alcuni mesi prima di sparire nel nulla, aveva scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica temendo «una morte indegna e inesorabile». A rivelare il testo della missiva, scritta a mano e inviata ai direttori di alcuni giornali nazionali ma che non è stata mai pubblicata, è «Il Quotidiano della Calabria».

Lea Garofalo, nata in una famiglia di Petilia Policastro (Crotone) sterminata da una faida, era stata ammessa al programma di protezione nel 2002 quando aveva deciso di rendere testimonianza sullo scontro tra la sua famiglia e quella rivale dei Mirabelli. Provvedimento che le era stato revocato nel 2006 dopo l'archiviazione dell'inchiesta della Dda aperta sulla base delle sue rivelazioni. Del rapimento e dell'assassinio della donna, ormai priva di protezione, avvenuto nel milanese nel novembre dello scorso anno, è accusato l'ex convivente, Carlo Cosco (dal quale aveva avuto una figlia, Denise), che avrebbe organizzato, assieme ai suoi fratelli, una vera e propria esecuzione arrivando a sciogliere il cadavere nell'acido.

Nell'appello al Capo dello Stato, scritto un mese prima che tentassero di rapirla a Campobasso dove si trovava all'epoca, Lea Garofalo afferma: «oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia, isolata da tutto e da tutti; ho perso la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario), ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile». «La cosa peggiore - prosegue - è che conosco già il destino che mi aspetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata, indegna e inesorabile». Lea Garofalo fa appello al Capo dello Stato anche a nome di quanti si trovano nella sua situazione: «la prego signor presidente - dice - ci dia un segnale di speranza, non attendiamo che quello».

In una nota il Quirinale però fa sapere che non risulta essere mai pervenuta alcuna lettera dell'allora collaboratrice di giustizia al Presidente della Repubblica. Né il Capo dello Stato avrebbe potuto conoscere il testo di una «lettera aperta» ma - stando a quanto si «rivela» - «mai pubblicata» su una vicenda il cui tragico epilogo non può che turbare profondamente.




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Dall'Italia il farmaco per le iniezioni letali negli Stati Uniti

La Stampa


Dossier di Nessuno tocchi Caino: nel mirino lo stabilimento della Hospira, produttore di Pentotal



ROMA

Potrebbe essere prodotto solo in Italia il farmaco usato nelle esecuzioni letali negli Usa. La Hospira spa, un'azienda farmaceutica con base a Liscate (Milano), sarebbe stata incaricata dalla casa madre americana, con base in Illinois, di produrre il Sodium Thiopental, noto come Pentotal, da destinare alle esecuzioni negli Usa. Lo denuncia il dossier «Commercio letale», presentato oggi da Nessuno tocchi Caino e da Reprieve, organizzazioni che si battono contro la pena di morte. Il Pentotal - si legge nel dossier - è il barbiturico presente in tutti i protocolli di iniezione letale negli Usa: in quelli con tre farmaci costituisce il primo passaggio e nei protocolli basati su un unico farmaco è proprio quello previsto.

Nella seconda metà del 2010, a causa della penuria degli ingredienti base del farmaco, la Hospira Inc., unica casa farmaceutica a produrre il Pentotal negli Usa, ha annunciato che non sarebbe stata in grado di tornare a distribuirlo prima di gennaio-marzo 2011. Alcuni Stati sono stati così costretti, secondo il dossier, a sospendere o rinviare le esecuzioni. Da qui la necessità di approvvigionarsi all'estero: alcuni Stati americani si sono rivolti a una ditta britannica, ma dopo l'esecuzione di Jeffrey Landrigan, avvenuta il 25 ottobre scorso con Pentotal importato dal Regno Unito, Reprieve ha portato avanti un'azione legale e il 28 novembre scorso - dice il dossier - il governo di Londra ha imposto un controllo all'esportazione.

Analoghe iniziative Reprieve le ha avviate in Italia, dove la Hospira Spa sarebbe stata incaricata dalla casa madre di produrre il farmaco da destinare ai penitenziari Usa. Dopo la decisione di Londra, l'azienda italiana resta - dice il dossier - la fonte più importante se non l'unica del Pentotal per le esecuzioni. L'azienda di Liscate, precisa il dossier, ha negato qualsiasi implicazione nelle esecuzioni precisando che il Pentotal viene prodotto per interventi chirurgici (è un anestetico). Secondo le organizzazioni umanitarie, la difesa di Hospira è «ipocrita e falsa»: il Pentotal, dicono, è obsoleto e non viene più usato negli ospedali Usa ma solo per le esecuzioni.

E dopo che la casa madre ha deciso di smantellare la linea di riempimento delle fiale e di trasferire questo stadio della produzione in Italia, d'ora in poi il Pentotal si farà da noi, comprando l'ingrediente principale in Germania. Ad oggi, secondo il dossier, manca solo l'operatività dello stabilimento di Liscate per riattivare la «macchina della morte» americana.



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Basta contributi ai circhi con animali»

Corriere della sera


Mobilitazione nazionale della Lav. Il ministro Brambilla: «Non porterò mai mio figlio in un o di quei tendoni»


MILANO - Almeno duemila animali «lavorano» in un centinaio di circhi attivi sul territorio nazionale. Tra questi si contano circa 400 equidi (in prevalenza cavalli, ma ci sono anche pony, asini e una cinquantina di zebre), 160 tigri, 60 leoni, una cinquantina di elefanti, 140 tra cammelli e dromedari, 400 rettili (tra cui 250 serpenti e una cinquantina tra coccodrilli e alligatori), 60 pinguini, diverse centinaia di volatili e pesci di vario genere. I numeri li ha diffusi la Lega antivivisezione (Lav) in concomitanza con il lancio della mobilitazione nazionale per un circo «più umano». Ovvero quello in cui protagonisti siano soltanto persone.

CAMBIARE LA LEGGE - Niente più grandi felini in posa su pedane e seggioloni o costretti a saltare in cerchi di fuoco, niente più pachidermi in equilibrio su due zampe, niente foche che giocano a palla. Due, in particolare, gli obiettivi: arrivare anche in Italia al divieto delle esibizioni di animali sotto i tendoni, sul modello di quanto già avviene in diversi Paesi del mondo; e superare la legge del 1968 che ancora oggi prevede il finanziamento statale alle imprese circensi, senza alcuna distinzione tra quelle che impiegano animali e quelle basate solo sulle attività umane. In Parlamento sono stati presentati in questa legislatura diversi progetti di legge da parte di esponenti di entrambi i poli, che puntano alla progressiva eliminazione degli animali all'interno dei circhi e che raccolgono un consenso bipartisan. Ma che al momento sono ancora fermi alla fase di esame all'interno della commissione Cultura. Anche per questo la Lav ha deciso di alzare la voce.


CONTRIBUTI E VIOLAZIONI - Sabato e domenica nelle piazze di centinaia di città saranno raccolte firme a sostegno di una petizione che sollecita governo, parlamento e amministrazioni locali «a garantire la conversione dei circhi in spettacoli senza animali». L'intento, insomma, è valorizzare l'arte circense intesa come espressione dell'abilità, della destrezza e della bravura dell'uomo e non invece come esibizione e sfruttamento di animali utilizzati al di fuori del loro habitat naturale e costretti a vivere, nella loro esistenza itinerante, in condizioni di oggettivo disagio e malessere. «L'Italia - fanno notare alla Lav - detiene il record negativo del numero elevato di imprese circensi. E lo Stato italiano finanzia i circhi con animali, inclusi quelli che hanno subito condanne o denunce per maltrattamento di animali e altre violazioni».

Le ultime norme in materia risalgono, appunto, alla fine degli anni Sessanta. Ma in oltre 40 anni molte cose sono cambiate, a partire dalla sensibilità collettiva. E per questo i promotori dell'iniziativa ritengono che sia giunto in momento di intervenire. «Il contributo pubblico ai circhi in Italia si aggira tra i 5 e i 7 milioni di euro annui - sottolineano ancora quelli della Lav, che precisano che il contributo per il 2010 è stato pari a 6 milioni e 253 mila euro -. A queste notevoli cifre di denaro non corrisponde però un'azione di controllo efficace rispetto ai casi di maltrattamento o di acquisizione e impiego di animali appartenenti a specie protette ed esotiche, poiché la legge proibirebbe in tali casi l'erogazione di qualsiasi sostegno economico. Ma ciò di fatto non avviene».


«CIRCO SI', ANIMALI NO» - Secondo l' associazione animalista occorre vietare nuove acquisizioni di animali e di impegnare lo Stato a favorire, oltre che la riconversione delle imprese circensi in «circhi contemporanei», dove cioè si esibiscono solo le persone, anche la graduale ricollocazione della fauna da spettacolo in strutture e centri di accoglienza in grado di ospitarla e di garantirne il benessere. C'è poi un invito alle singole amministrazioni comunali: emanare ordinanze che pongano forti limitazioni sugli animali consentiti al seguito dei circhi, con particolare riguardo alle specie in via di estinzione. «Nessuno vuole penalizzare il mondo circense - spiega Nadia Masutti, responsabile del comparto circhi per la Lav -, né tantomeno mettere a repentaglio posti di lavoro. Quello che si vuole è rivalutare l'arte circense che potrà essere valorizzata solo attraverso l'eccellenza delle prestazioni umani e sottraendo finalmente gli animali ad un'esistenza fatta di sottomissione, prigionia, addestramento e lavoro».






IL SOSTEGNO DEL MINISTRO - L'iniziativa della Lav ha l'appoggio del ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, che in occasione del via ufficiale alla campagna - avvenuto simbolicamente al Colosseo con l'esibizione del Circus Bosh che non utilizza artisti non umani - ha fatto pervenire un messaggio semplice e chiaro: «Non porterò mai il mio bambino di 5 anni al circo con animali». L'esponente di governo ha parlato di «una certa cattiva pedagogia, ormai fuori dal tempo, che insegnava ai bambini a considerare gli animali giocattoli viventi che non meritano rispetto. Mio figlio non entrerà mai sotto il tendone di un circo che spettacolarizza lo sfruttamento degli animali. Non è questo l'insegnamento che ritengo debba essere dato. L'elefante, il leone, la tigre e tutte le altre splendide creature sono nate per essere libere nel loro habitat».


DALLA PARTE DEI CIRCENSI - Ma nella coalizione di governo c'è anche chi si schiera dalla parte dei circensi. E' ad esempio il senatore del Pdl, Valerio Carrara, secondo cui «quella del circo è una vera e propria cultura che si basa sul rispetto degli animali.L’amore per gli animali è nel Dna circense in quanto senza essi, non esisterebbero i circhi». Carrara, che è intervenuto dopo aver sentito uno spot radiofonico che promuove l'iniziativa della Lav, ha assicurato «l’impegno personale a vigilare affinché certe proposte non abbiano un seguito. Il pensiero metropolitano animalista non deve avere il sopravvento, non dobbiamo infatti dimenticare che prima come adolescenti, poi come adulti, abbiamo potuto ammirare dal vivo la bellezza di certi animali solo andando al circo con la nostra famiglia e i nostri amici».


Alessandro Sala
01 dicembre 2010(ultima modifica: 02 dicembre 2010)



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Sandokan, l'Italia lo fa Cavaliere

Il Messaggero




NEW DELHI (2 dicembre) - Sandokan diventa cavaliere. L'attore attore indiano Kabir Bedi, protagonista del famoso telefilm italiano degli anni Settanta, è stato insignito del cavalierato dell'Ordine al merito della Repubblica italiana. A conferire l'onorificenza sarà l'ambasciatore d'Italia, Giacomo Sanfelice di Monteforte, con una cerimonia che si terrà a Mumbai il prossimo 9 dicembre. Il riconoscimento era stato assegnato con decreto presidenziale lo scorso 2 giugno. «È un simbolo perfetto dell'affetto che l'Italia mi ha dimostrato per decenni, da quando ho iniziato la serie televisiva Sandokan fino a oggi» ha detto al Times of India sottlineando anche le somiglianze tra i due paesi, come «il calore della gente, i valori familiari, il ricco patrimonio culturale, la tradizione cinematografica, la buona cucina e perfino il gesticolare».

Ha inoltre ricordato il suo progetto di doppiare Sandokan in hindi e metterlo a disposizione sottoforma di Dvd al pubblico indiano. Bedi, nato nel 1946 a Lahore, nel Punjab pachistano (allora parte del dominio coloniale britannico), ha recitato in oltre 60 film di Bollywood, ma è riconosciuto a livello internazionale. In Italia ha ricevuto il Pegaso d'oro alla carriera nel 2007. Il prossimo anno tornerà a vestire i panni dell'eroe salgariano nella prima coproduzione italo-indiana, Sandokan in Sicilia, frutto di un accordo di collaborazione tra i due governi.





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No alle perquisizioni»

Corriere della sera

Donna disabile in slip e reggiseno all'aeroporto

Il regalino hard della Concia

di Redazione


La deputata del Pd, nella giornata mondiale contro l'Aids, decide di fare un dono a tutti i suoi colleghi: un condom rosa



 




In occasione della giornata mondiale anti-Aids, la deputata del Pd Paola Concia, unica omosessuale dichiarata e militante del Parla­mento italiano, ha fatto una sorpresa ai suoi 630 colleghi, inserendo in ogni loro casella postale un preservativo graziosamente incartato in rosa, con l'invito ad impegnarsi per diffonderne l’uso a scopo di prevenzione delle malattie. Grande imbarazzo tra i deputati che, aperta la posta, si son ritrovati tra le mani oggetto. I più hanno fatto finta di niente, «Forse nemmeno hanno capito cosa fosse», sospira la Concia. Le reazioni più spiritose? L’ex ministro della Difesa Arturo Parisi: «Ottima iniziativa, ma dove sono le istruzioni per l’uso?». Il prodiano Giulio Santagata: «Grazie per il grande ottimismo che di­mostri sulle mie possibilità ».La Pdl Fiamma Nierenstein:«L’ho subi­to passato alla mia assistente, ha 28 anni e saprà farne buon uso...».



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E' morto Paolo Signorelli ideologo del Msi, fondò Ordine nuovo

Il Messaggero


Si è spento nella notte dopo una lunga malattia. E' stato
protagonista di molte vicende politice e giudiziarie



ROMA (2 dicembre) - Si è spento questa notte, dopo aver lottato contro una lunga malattia Paolo Signorelli, professore e ideologo del Movimento sociale italiano e tra i fondatori di Ordine nuovo. Signorelli è stato protagonista di molte vicende politiche e giudiziarie legate alla storia politica della destra italiana. Le esequie si terranno venerdì alle 10.30, nella chiesa di Santa Chiara, a piazza dei Giochi Delfici, a Roma.

Era nato a Roma il 14 marzo 1934. E' stato un esponente ideologico di spicco della destra radicale. Inizialmente militante del Movimento Sociale, divenne poi uno dei massimi rappresentanti di Ordine Nuovo e del Fronte Sociale Nazionale, da cui poi si allontanò. Nel direttivo di Ordine Nuovo, di cui era presidente Pino Rauti, Signorelli rivestiva funzioni di coordinamento sul piano operativo.





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All'asta la bara di Oswald, presunto killer di John Kennedy

Il Messaggero


NEW YORK (1 dicembre) - In vendita all'asta la bara che ha custodito per oltre 20 anni il corpo di Lee Harvey Oswald, presunto omicida di Jonh. F. Kennedy. Due giorni dopo la morte del presidente, il 24 novembre 1963, Oswald fu ucciso a sua volta da Jack Ruby, uno squilibrato colluso con la mafia italo americana e questo è uno dei punti forti della teoria del complotto contro Kennedy.

Il prezzo di partenza per acquistare la bara di Oswald è 1000 dollari, ma è sicuro che il prezzo salirà moltissimo perché diversi musei e collezionisti sono interessati all'acquisto.





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La Norvegia accusa Yunus: "Spariti 47 milioni"

di Redazione


La Norvegia accusa il premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus di aver trasferito oltre 47 milioni donati alla sua banca, Grameen Bank, a una azienda senza chiedere l’autorizzazione. I fatti risalgono agli anni a cavallo tra il 1996 e il 1998



 

Oslo - La Norvegia accusa il premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, noto come il "banchiere dei poveri", di aver trasferito 40 milioni di sterline (oltre 47 milioni di euro) donati alla sua banca, Grameen Bank, a un’altra azienda, senza informare o chiedere l’autorizzazione di Oslo. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 1996 e il 1998, ma sono emersi negli ultimi giorni dopo la messa in onda sulla tv norvegese di un documentario sul microcredito.

Le lettere inviate a Yunus Il regista ha mostrato le lettere inviate a Yunus, in cui emerge la rabbia dell’Ambasciata di Oslo a Dacca per un’operazione che il Premio Nobel giustificò come fiscale. Sebbene non ci siano sospetti di eventuali frodi, un ministro norvegese ha definito "inaccettabile" che i soldi siano stati usati per motivi diversi da quelli per cui erano stati donati. Secondo quanto riferito oggi dal Times, Yunus restituì 17,6 milioni di sterline (circa 20 milioni di euro), mentre il resto dei fondi venne usato per sostenere diverse cause sociali, tra cui gli aiuti alle vittime dei cicloni.

La spiegazione della Grameen Bank In un comunicato, la Grameen Bank ha fatto sapere che fornirà una spiegazione esauriente "il prima possibile". Da parte sua, il Presidente del Comitato per il Nobel per la pace, Geir Lundestad, non ha voluto commentare, affermando che "il Comitato ha esaminato a fondo la Grameen Bank e Yunus prima di assegnargli il Nobel per la pace nel 2006, e abbiamo usato molti analisti internazionali e norvegesi per avere il maggior numero di informazioni possibili".



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Di Matteo, Spatuzza chiede perdono per la morte No della madre del bimbo: "Resta un assassino"

di Redazione




Il mafioso collaboratore di giustizia, deponendo al processo per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe, sciolto nell'acido, si è rivolto ai familiari del bambino e alla Corte d’assise: "Siamo moralmente responsabili". Ma la madre del piccolo: "Nessun perdono"



 
Palermo - "Chiedo perdono alla famiglia del piccolo Giuseppe Di Matteo e a tutta la società civile che abbiamo violentato e oltraggiato". Così il mafioso collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, deponendo al processo per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, si è rivolto ai familiari del bambino e alla Corte d’assise di Palermo. "Noi siamo moralmente responsabili - ha aggiunto - della fine di quel bellissimo angelo a cui abbiamo stroncato la vita. Anche se non l’abbiamo ucciso io e i miei coimputati siamo colpevoli del sequestro, ma anche della morte del ragazzino e ne daremo conto, non solo in questa vita, ma anche domani dove troveremo qualcuno ad aspettarci".

La mamma di Giuseppe: nessun perdono "Non sono disposta a perdonare nessuno degli assassini di mio figlio, un bambino innocente che è stato sequestrato, torturato, oltraggiato anche dopo la sua morte. Come posso perdonare?". Franca Castellese, la mamma del piccolo Giuseppe, risponde così all’appello lanciato in aula dal pentito. "Mi auguro - aggiunge - che tutti coloro i quali hanno partecipato al sequestro e all’uccisione di mio figlio restino per sempre in carcere, a cominciare da quel mostro di Giovanni Brusca". 

La sentenza della mamma La mamma del piccolo Di Matteo piange, mentre pronuncia la sua "sentenza", che sembra essere senza appello: "Devono marcire tutti in galeria, a cominciare da quel mostro di Giovanni Brusca. Gli auguro di provare lo stesso dolore che ho provato io". Poi aggiunge, lasciando quasi intravedere uno spiraglio per Spatuzza: "Al momento non posso perdonare. Voglio capire. Perché non ha aiutato mio figlio? Cosa gli aveva fatto? Perché non se la sono presa con mio marito? Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli". E commentando le parole accorate pronunciate in aula dal pentito, Franca Castellese conclude: "Non so se è davvero sincero, non ero presente al processo. Forse lo fa per ottenere dei benefici: per questo motivo chiedo che gli assassini di mio figlio non escano mai dal carcere, poi se la vedranno con la loro coscienza. Di sicuro io non posso perdonarli". 

Il processo Imputati con l’accusa di sequestro di persona e omicidio, oltre a Spatuzza, il capomafia di Brancaccio Giuseppe Graviano, il boss trapanese latitante Matteo Messina denaro e i mafiosi Francesco Giuliano, Luigi Giacalone e Salvatore Benigno. Il dibattimento si svolge davanti alla corte d’assise presieduta da Alfredo Montalto.
Il rapimento nel 1993 Spatuzza, mai indagato per il rapimento, che avvenne ad Altofonte a novembre del 1993, si è autoaccusato di aver partecipato alle prime fasi del sequestro e ha coinvolto Graviano e gli altri imputati consentendo l’apertura del nuovo processo per la vicenda del piccolo Di Matteo. Altri due dibattimenti sono stati celebrati a carico di capimafia e carcerieri. Giuseppe Di Matteo venne rapito per indurre il padre Santino, pentito, a ritrattare le sue accuse. Dopo circa 3 anni di prigionia venne strangolato e sciolto nell’acido. Un omicidio che, sia per l'efferatezza sia per la giovane età della vittima, sconvolse tutto il Paese.

"Così il bimbo fu portato via" "Nel 1993 Giuseppe Graviano, che era ancora latitante, mi disse che dovevamo rapire il figlio di un pentito e di contattare Cristoforo Cannella per organizzarci". Comincia così, dopo un accenno alla sua appartenenza all’organizzazione "terroristico-mafiosa Cosa nostra", l’esame di Spatuzza, il collaboratore di giustizia racconta le prime fasi del sequestro del, figlio del pentito Santino, rapito il 23 novembre del 1993 e ucciso a gennaio del 1996. Spatuzza dice che Graviano gli fornì le parrucche per travestirsi da poliziotti e che su una "Croma" e una Fiat "Uno" rubate, con le casacche delle forze dell’ ordine, si presentarono al maneggio di Altofonte dove la vittima si trovava. Il sequestro fu seguito da giorni di pedinamento. Il gruppo di fuoco entrò al maneggio e prelevò il bambino fingendo di doverlo portare dal padre. Il piccolo fu fatto salire sulla Croma, accanto a Spatuzza e Salvatore Grigoli, killer di padre Puglisi. Guidava il boss Cristoforo Cannella. Dietro, i mafiosi Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone erano sulla Uno che scortava la Croma. I rapitori arrivarono a Misilmeri dove Di Matteo venne caricato su un Fiorino. Un disguido nella consegna della vittima ai carcerieri costrinse Spatuzza e gli altri ad arrivare a Lascari. A dare indicazioni su luogo preciso in cui lasciare il piccolo, per strada, fu il capomafia Benedetto Capizzi. Arrivati ad un magazzino di Lascari, il bambino fu legato e lasciato nel "Fiorino", parcheggiato nell’immobile. La vittima rimase lì in attesa dei carcerieri. Spatuzza non vide più Giuseppe Di Matteo. Solo anni dopo, nel 1995, il boss Giovanni Brusca gli fece capire che era ancora vivo. "Mi disse che avevamo ancora 'la carta' nelle mani". Ma a gennaio del 1996 il figlio del pentito fu strangolato e sciolto nell’acido. 




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Assange è in Inghilterra La polizia pronta al blitz Svezia: ricorso respinto

di Redazione

Il fondatore di Wikileaks si troverebbe in Inghilterra da ottobre. La polizia attende alcuni chiarimenti sulla richiesta di arresto prima di procedere al fermo. Intanto l’Alta corte svedese ha respinto la richiesta di appello presentata da Assange contro il mandato di arresto per accuse di stupro





Londra - E' ricercato in tutto il mondo Julian Assange. Con le rivelazioni dei file segreti della diplomazia americana sul suo sito, Wikileaks, ha creato enorme scalpore. Eppure potrebbe finire in carcere per un'accusa di stupro in Svezia, per la quale è stato spiccato un mandato di cattura internazionale. Ma dov'è finito l'uomo più ricercato del mondo? Con molta probabilità si trova nel Regno Unito. Ed è stato lui stesso a fornire i dati alla polizia - quando è entrato nel Paese - per poter essere contattato.

In Gran Bretagna da ottobre Assange è entrato nel Regno Unito nel mese di ottobre ed al suo arrivo ha fornito alla Metropolitan Police i dati necessari per poterlo contattare. A scriverlo è il sito del britannico "The Independent", secondo il quale Scotland Yard è in contatto con il team legale del fondatore di Wikileaks da più di un mese e sta aspettando ulteriori informazioni per procedere al suo arresto. Fonti della polizia citate dal quotidiano britannico rivelano ancora di avere un numero di telefono al quale poter contattare Assange e di essere a conoscenza del luogo in cui si nasconde. L’agenzia britannica "Serious Organised Crime Agency" ha ricevuto, secondo quanto si legge nello stesso articolo, un mandato di arresto internazionale ma finora non ha autorizzato l’arresto di Assange, che si troverebbe nel sudest dell’Inghilterra.

Polizia: chiarimenti su mandato di arresto Fino a quando l’autorizzazione non sarà stata data, le forze di polizia non possono agire. Il ritardo sarebbe di ordine tecnico: secondo le fonti citate l’agenzia britannica avrebbe bisogno di chiarimenti sul mandato di cattura europeo spiccato dai procuratori svedesi per Assange.

Assange: pronto a smascherare Cina e Russia Il fondatore di Wikileaks si dice pronto a smascherare anche i segreti di Cina e Russia, respingendo l’accusa di concentrare la propria attenzione, in modo ossessivo, sugli Stati Uniti. Nell’intervista rilasciata alla rivista Time, Assange sottolinea come proprio "nelle società più chiuse ci sia più spazio per le riforme. Il caso cinese è molto interessante - sottolinea - alcuni organi del governo cinese, così come i servizi di pubblica sicurezza sembrano terrorizzati dalla libertà di parola, e se per qualcuno questo vuol dire che nel Paese accade qualcosa di terribile, io penso invece che si tratta di un segnale di grande ottimismo, perché significa che la parola può ancora dare il via alle riforme. Il giornalismo e la scrittura sono ancora motori di cambiamento - conclude - per questo le autorità cinesi li temono".

Svezia, respinta richiesta di appello L’alta corte svedese ha respinto la richiesta di appello presentata da Assange contro il mandato di arresto per accuse di stupro, al quale è seguito un mandato d’arresto dell’Interpol. Assange aveva respinto le accuse di stupro di due donne. Molti paesi, secondo il suo legale, si sono offerti di dargli asilo politico ma lui per ora non si muove. "La polizia e gli inquirenti - conclude - hanno avuto contatti con lui e numerosi paesi sanno dove si trova". 






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Arresti per droga, in manette colonnello dei carabinieri

Corriere della sera


Nella sua abitazione a Bolzano sono state trovate armi da guerra ed esplosivo



'Ndrangheta

MILANO - C'è un colonnello dei carabinieri tra le persone fermate giovedì mattina da guardia di finanza e carabinieri per l'esecuzione di una ottantina di provvedimenti disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. Si tratta di Luigi Verde, di 57 anni, in servizio a Bolzano. A confermare la notizia il comando generale dell’arma dei carabinieri. Le accuse per tutti i fermati, a vario titolo, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, all’estorsione, traffico di droga e altro. Sono in corso sequestri di beni, per la maggior parte concentrati nel Lazio, del valore di 200 milioni di euro.

ARMI ED ESPLOSIVO - Nell'abitazione a Bolzano del colonnello Verde sono state trovate, secondo quanto hanno riferito investigatori e inquirenti, armi da guerra ed esplosivo. L'ufficiale, secondo quanto è emerso dalle indagini, avrebbe svolto un ruolo, in particolare, nei trasporti di droga. L'organizzazione criminale faceva capo alle cosche Muto e Chirillo della 'ndrangheta ed aveva la sua base operativa a Cetraro (Cosenza), il paese della costa tirrenica base operativa di Muto, definito «il re del pesce». Alle persone contro le quali sono stati emessi i provvedimenti di fermo viene contestata l'associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico di droga ed armi. L'operazione è stata condotta, oltre che in Calabria ed in Trentino Alto Adige, in Emilia e Veneto.

(fonte: Ansa)

02 dicembre 2010



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Quanti figli hai?». Arriva il test d'italiano per stranieri

Corriere della sera


Via alle prove per chi chiede soggiorno di lungo periodo Chi è bocciato si potrà ripresentare. Interessati 80 mila



ROMA - Entrate in una bottega da barbiere, se vi capita. In una di quelle gestite oggi da immigrati, spesso bengalesi. Se ne trovano, ad esempio, nei quartieri popolari di Roma. Ebbene, là dentro scoprirete che il «figaro» di Dacca comunica coi suoi clienti, non solo romani e connazionali ma anche cinesi e arabi, usando l'italiano. Il fenomeno meriterebbe l'attenzione di un linguista: l'italiano come esperanto. Chissà quale sarà l'evoluzione di questa nuova lingua «in progress», frutto di così tante e recenti contaminazioni. Di sicuro, il processo d'integrazione passa anche attraverso la comprensione reciproca ed è per questo che dal prossimo 9 dicembre diverrà operativo il decreto del 4 giugno scorso del ministero dell'Interno, che introduce il test obbligatorio di lingua italiana per gli stranieri.




Attenzione, però. La novità riguarderà per ora «solo» gli stranieri «regolarmente» presenti in Italia «da almeno 5 anni», che abbiano compiuto i 14 anni di età e che vogliano richiedere il rilascio del cosiddetto «permesso CE per soggiornanti di lungo periodo», il documento cioè che rispetto al normale permesso di soggiorno è invece «a tempo indeterminato» e rappresenta, perciò, una specie di anticamera per arrivare, dopo 10 anni di legale residenza in Italia, ad acquisire il sospirato status di cittadini. Sono esclusi comunque dal test gli immigrati che dimostrino con titoli di studio o professionali di avere già una buona conoscenza della lingua italiana. E le persone affette da gravi patologie o handicap.

Però niente panico, raccomanda il ministero, che negli ultimi giorni sta registrando un cospicuo aumento delle domande tra quelli - in Italia sono circa 60-80 mila - che, avendo i requisiti per richiedere il permesso in questone, stanno cercando di presentare la documentazione prima della data fatidica, con l'obiettivo di sfuggire all'esame. E invece «niente paura e nessuna fretta», ripete ancora il viceprefetto Daniela Parisi, del Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione del Viminale. Innanzitutto, perché il 9 dicembre si parte - è vero - ma non occorre precipitarsi.

Chi già tra una settimana, infatti, vorrà presentare la sua domanda di partecipazione al test, verrà poi convocato dalla Prefettura entro 60 giorni due mesi!, perciò i primi esami d'italiano si terranno solo a gennaio-febbraio 2011 e, in caso di esito negativo, lo straniero potrà comunque ripetere la prova effettuando una nuova richiesta. Insomma, la «bocciatura» non comporterà alcunché di drammatico. Inoltre, il test non è di quelli insuperabili. Si basa sulla «comprensione di brevi testi, frasi ed espressioni di uso frequente» un po' come nella bottega del barbiere di Dacca... con un livello di difficoltà pari a quello «A2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento», terminologia burocratica che però dal ministero dell'Istruzione partner dell'iniziativa decriptano agevolmente: «Lo straniero dovrà dimostrare di essere in grado di capire e farsi capire, a voce e per iscritto, su temi che riguardano la vita di tutti i giorni». E fanno esempi rassicuranti.

A gennaio poi uscirà una vera e propria «Guida al Test», con gli indirizzi standard forniti dagli «enti certificatori» Università di Roma Tre, Università di Perugia, Università di Siena e Dante Alighieri. Un vademecum, però, è già disponibile oggi. La richiesta di partecipazione va fatta via web ma lo straniero a digiuno di internet potrà sempre rivolgersi ai vari patronati. L'immigrato si registrerà all'indirizzo previsto http://testitaliano.interno.it ed entro 60 giorni riceverà «per posta» la convocazione della Prefettura. «Il test sarà gratuito - assicura il viceprefetto Parisi - e si svolgerà nelle scuole. Ognuno verrà convocato nell'istituto più vicino a casa, secondo il Cap indicato nella domanda». Sostenuta la prova, collegandosi dopo pochi giorni allo stesso indirizzo web l'immigrato ne potrà conoscere l'esito. E se l'avrà superata ottenendo almeno l'80 per cento del punteggio complessivo non riceverà un diploma ma potrà, a quel punto, presentare la sua domanda per avere il permesso per soggiornanti alla Questura, che vaglierà la sussistenza degli altri requisiti: reddito e alloggio idoneo, certificato del casellario giudiziale...

Fabrizio Caccia
02 dicembre 2010




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Canale Italia, canzoni truffa

Il Mattino di Padova


Telefonate salasso da 350.000 euro. Trasmissioni sotto inchiesta: non erano in diretta e invitano a chiamare numeri 899



di Carlo Bellotto





PADOVA. Due indagati, ipotesi di reato truffa. L'emittente televisiva Canale Italia è nel mirino della procura di Padova. Il pm Sergio Dini ha sequestrato alcuni cd e dvd in seguito ad una decina di denunce sporte da telespettatori. Nel mirino del pubblico ministero c'è il quiz «Indovina la canzone» che andava in onda in diversi orari del giorno accalappiando l'attenzione di molti.

Facendo un po' di zapping fra i canali televisivi, è facile incontrare delle trasmissioni in diretta che propongono dei quiz con i quali è possibile vincere premi in denaro o cellulari. Per vincere il premio, basta chiamare un numero telefonico a pagamento, pare anche 15 euro a chiamata e dare la risposta solitamente molto, ma molto facile. Durante la trasmissione, si assiste a molte chiamate di persone che stranamente danno sempre una risposta sbagliata. Quindi l'ignaro telespettatore si sorprende di quelli che sbagliano e chiama per vincere.

Ma di sicuro, pare, c'è solo la bolletta salata. In un solo mese fino a 350.000 euro di spese telefoniche per il quiz. Ora la procura sta verificando chi incassava questo fiume di denaro. Canale Italia si difende, dicendo di ospitare la trasmissione e di non incassare i soldi del quiz. A chi finivano i soldi, con quale forma di spartizione? Pure la Telecom ha presentato un esposto in quanto si ritiene danneggiata dall'incasso delle telefonate. Le indagini sono affidate alla Guardia di Finanza. I fatti contestati si riferiscono all'estate scorsa, per trasmissioni andate in onda negli orari più diversi.

Tra le canzoni da scoprire è andata in onda pure «Una lacrima sul viso». E la conduttrice invita a chiamare chi la conosce, in palio ventimila euro. «Spendendone uno solo» assicura per invitare chi l'ascolta a digitare il numero sul telefono, chiamando. Nella televisione passa in sovrimpressione talvolta il messaggio: «Abbi il coraggio di vincere, chiama». Se qualcuno abbia vinto lo si ignora, ma i truffati quelli ci sono, eccome. Una decina di denunce che potrebbero essere molte di più.



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Vendola, ultima follia: paragonare l’Italia al Cile

di Vittorio Macioce



Il leader di Sinistra ecologia e libertà trasforma i cordoni della polizia che bloccano l'assalto degli studenti a Montecitorio in cariche degne di Pinochet. La lente dell'antiberlusconismo ribalta la realtà e riesuma gli spettri del passato. Reazionari: i ragazzi dovrebbero chiedere al ministro altri cambiamenti



 

La colpa non è della Gelmini, ma di quel vecchio bastardo di Holden e di gente come lui. I ventenni che si arrampicano sui tetti e fermano i treni forse ancora non l’hanno capito. La storia è questa. A quella che chiamano generazione Facebook probabilmente stanno rubando il futuro. Non è del tutto vero, ma a vederlo da lontano sembra molto oscuro. Questo crea incertezza. Ti senti naufrago. Non sai dove andare. Non hai punti di riferimento e devi ogni giorno improvvisare.
Ti tocca vivere nell’incertezza. Non è sempre un male, ma se scopri che quelli che sono venuti prima di te si sono mangiati tutto e ora chiedono tagli e sacrifici un po’ ti girano. La rabbia è più  che giustificata. Solo che dovreste andare davanti a Montecitorio a chiedere una batteria di riforme, senza perdere tempo: università, fisco, lavoro, previdenza, welfare. Stavolta davvero la parola d’ordine dovrebbe essere tutto e subito. I ventenni di vent’anni fa, per esempio, sono invecchiati aspettando le riforme. È la fine che farete anche voi se non vi date una mossa. L’Italia purtroppo è ancora tarata sulla società del posto fisso. L’esempio più classico è questo: se si va in banca per un mutuo vi chiedono un contratto a tempo indeterminato. Qualcosa che non funziona evidentemente c’è.
L’università non fa eccezione. È un sistema che anno dopo anno si è incancrenito, svalutato, recluso.
Questo lo sanno gli studenti, i professori e i genitori. Tempo fa Pier Luigi Celli, amministratore delegato della Luiss, scrisse una lettera aperta al figlio Mattia. Il senso era: vattene all’estero. È il segno di una resa e di un fallimento. L’unica ribellione possibile a questo punto è ribaltare gli atenei. Pretendere che i professori facciano sul serio il loro lavoro. Buttare giù gli esamifici del tre più due. Non cadere nella logica dei quiz e delle risposte multiple. Non lasciare fuori dalla porta le aziende. Non chiudersi in una torre d’avorio. Non dannarsi per parlare con un ordinario affaccendato e latitante. Non chiedere la luna, ma qualcosa di concreto. Magari scendere in piazza contro la Gelmini, ma per dire: caro ministro, quello che ha fatto non basta, è solo un antipasto. La risposta degli studenti è stata purtroppo reazionaria. Sono scesi in piazza per dire: non si tocca nulla. È qui che entra in ballo il maledetto Holden.
Questi ragazzi sono costretti a vedere il mondo con gli stessi occhi degli studenti di quarantadue anni fa. Seguono un copione già scritto, ma non da loro. È un remake, un anniversario, una commemorazione di quel ’68 che si ripete ogni anno, come fosse il 2 novembre o San Valentino. E da lì non riescono a deviare. Non hanno nulla in comune con quei fantasmi di allora. Non sono in bianco e nero. Ma appena scendono in piazza scoloriscono, vengono inghiottiti dal passato. Questo è un Paese ingabbiato in una camicia vecchia. Le parole della politica sono vecchie e invecchiando diventano esagerate. Si parla di regime, fascismo, Cln, resistenza.
È un’ossessione. L’antiberlusconismo per sconfiggere Berlusconi sa solo ramazzare nel passato. Il guaio è che questi studenti persi nelle piazze si fidano di loro. Si fanno guidare dalla loro ossessione. La vera rivoluzione sarebbe non parlare solo di Berlusconi. Allora davvero si potrebbe inventare un’alternativa. E invece nulla. Il vecchio trasfigura la realtà. La deforma. Come fa Nichi Vendola. La polizia che fa un cordone davanti a Montecitorio e controlla senza degenerare, senza sangue e senza feriti, diventa una tenaglia militare. Roma - dice il nuovo leader della sinistra - blindata e sequestrata come Santiago del Cile. Ecco il maledetto trucco. Vendola con questi paragoni non fa male a Berlusconi ma alle vittime di Pinochet. Chi glielo spiega ora agli studenti che a Santiago si moriva davvero?
È questo il delitto peggiore. Non solo gli stanno rubando il futuro, ma stanno plagiando anche i loro vent’anni, perché i sessanta-settantenni di oggi (e i Vendola di sempre) hanno sequestrato il monopolio della gioventù. Se vuoi essere giovane devi essere come sono stati loro. E chi si ribella al loro modello è un reazionario e un fascista. Loro hanno letto Holden? Tutti i giovani devono leggere Holden. Non fa nulla se perfino Salinger un giorno ha guardato in faccia il suo personaggio e lo ha visto vecchio, vergognandosi per quelle rughe. Non c’è via d’uscita. Per ritrovare il futuro bisogna ammazzare Holden e i suoi fratelli.




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I preti con la busta paga dei metalmeccanici

Il Mattino di Padova

Presentati i conti dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, illustrato da monsignor Giuseppe Benvegnù Pasini


di Aldo Comello




PADOVA. Oggi un prete ha una retribuzione netta che equivale al salario di un operaio metalmeccanico: 880 euro al mese. Qualcosa di più man mano che matura l'anzianità e tuttavia ciò gli consente una vita accettabile perché non ha famiglia a carico né deve pagare l'affitto: abita in canonica. Giustamente chi risponde alla vocazione non arricchisce, ma dispone del necessario per vivere con dignità. Ieri nella sala incontri della Fondazione Bortignon, è stato presentato il bilancio sociale di mandato (2006-2010) dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero di Padova.

Il documento è stato illustrato dal presidente monsignor Giuseppe Benvegnù Pasini e dal vice presidente Massimo Malaguti. Un passo indietro, una volta si chiamava «congrua»: era una sorta di indennizzo destinato al clero che dai benefici delle proprietà ecclesiastiche (campi oppure case provenienti da donazioni) non riceveva risorse sufficienti per campare. Provvedeva lo Stato secondo le disposizioni del Concordato dei Patti Lateranensi datati 1929. Con la revisione del Concordato del 1984 la congrua viene cancellata e nasce l'Istituto centrale per il sostentamento del clero che si declina negli istituti diocesani.

La fonte a cui si attinge è ora il sistema dell'8 per mille dell'Irpef. Così non è più lo Stato che paga i sacerdoti, ma sono i cittadini che decidono di destinare una parte del reddito alla Chiesa cattolica. Il nuovo sistema libera la Chiesa da un rischio di sudditanza che poteva produrre condizionamenti. Le rendite provenienti dai patrimoni gestiti dagli istituti diocesani coprono solo in piccola parte (10-13%) l'assegno fornito dall'Istituto Centrale ai sacerdoti, il resto proviene dal gettito dell'8 per mille. Lo scopo sociale è il sostentamento del clero, che garantisce libertà ai cittadini-preti secondo il dettato costituzionale, per cui donazioni o concessioni in comodato risultano illegittime.


Dati nazionali: in Italia, con 61 milioni e 410 mila abitanti, ci sono 25.688 parrocchie. Nel 2009 le diocesi italiane hanno ricevuto dalla Cei 776 milioni e 732 mila euro dei fondi dell'8 per mille. Sono stati sostenuti 35.797 sacerdoti diocesani, uno ogni 1.716 abitanti. Della cifra originaria, il 20 per cento è andato in opere di culto e pastorali, l'11,6 in carità, il 13,5 in edilizia di culto, il 9 per cento in beni culturali e la fetta più grossa (il 46 per cento, equivalente a 357 milioni e 260 mila euro) è stata destinata al sostentamento del clero. La cifra è stata arricchita da altre risorse quali le remunerazioni dalle parrocchie, i redditi dei patrimoni diocesani e altro per un totale di 578 milioni e 205 mila euro.

I sacerdoti della Diocesi di Padova sono circa 800: quantità e ripartizione stanno dentro la media. Altre osservazioni: il 2009 e il 2010 hanno sofferto di qualche «tosatura» provocata dalla crisi. Il patrimonio edilizio di proprietà dell'Istituto diocesano è gestito secondo criteri di risparmio energetico: installazione di pannelli fotovoltaici e riqualificazione con abbattimento delle barriere architettoniche (di pregio la Fattoria La Castigliola, l'impianto fotovoltaico in zona industriale, splendida la ristrutturazione della sala medievale del palazzo San Fermo). Il clero, dunque, si veste di verde: punta al sociale con canoni popolari, ma anche al rispetto dell'ambiente. Il quadro dà l'impressione che il sistema adottato per il clero abbia già tagliato il traguardo del federalismo. Un bel modello per il governo.




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Caccia al prof dissidente

Il Tempo


Rappresaglie contro i docenti che hanno aderito all’appello di Magna Carta per sostenere le ragioni della riforma Gelmini. I professori di sinistra contro chi firma.

Il ministro Mariastella Gelmini



Non ci sono solo quelli che protestano. L’università è piena anche di professori e studenti che si trovano dalla stessa parte del ministro Gelmini. Però sono più silenziosi. E quindi vengono ascoltati di meno. Per questo in molti nei giorni scorsi hanno firmato l’appello lanciato da «Magna Carta», la fondazione del vicepresidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello per sostenere il disegno di legge approvato martedì alla Camera. Un sostegno che è stato chiesto a tutto il mondo universitario ma che, secondo i responsabili di Magna Carta, qualche professore sta provando a boicottare.

Dando la propria adesione per poi ritirarla subito dopo. Oppure usando toni che, denuncia ancora «Magna Carta», sanno tanto di velata minaccia. Come nel caso, raccontano, di Giovanni Figà Talamanca, ordinario di diritto commerciale alla facoltà di ingegneria di Tor Vergata a Roma. «Personalmente – scrive il professore - non aderisco all'appello e mi stupisco sinceramente che colleghi alcuni dei quali altrimenti stimabili possano appoggiare questo progetto di devastazione dell'Università italiana frutto di un patto scellerato tra l'oligarchia dei rettori e il mondo politico e sindacale». «La "riforma" – prosegue – accentua la gerarchizzazione degli atenei e lo strapotere dei rettori; sottrae alla comunità scientifica i meccanismi del reclutamento, rimettendo tutto alle oligarchie locali; nasconde dietro il polverone della valutazione della ricerca scelte arbitrarie e clientelari; distrugge l'autonomia didattica e scientifica dei giovani studiosi riducendoli ad un precariato senza sbocco; dulcis in fundo, ripropone la promozione ope legis per persone che, in quanto scientificamente validissime, non meriterebbero un trattamento così infamante».

A sostenere una posizione completamente diversa, a sostegno della riforma Gelmini, sul sito di Magna Carta ci sono centinaia di adesioni di professori e studenti. Anche se non sono mancate le polemiche. Un fisico, Carlo Cosmelli, ha denunciato di essere stato inserito nella lista a sua insaputa. E ha raccontato che, dopo essere andato a verificare le firme, ha scoperto che sono effettivamente docenti universitari solo 23 dei 44 primi 44 firmatari dell'appello. Immediata la risposta di Magna Carta. «Dispiace dover far notare al professor Carlo Cosmelli che in data 27 novembre, alle ore 20:39, da un account corrispondente a quello indicato sulla sua pagina sul sito de La Sapienza, è stata inviata una email a sua firma a uno degli indirizzi dei promotori dell'appello a sostegno della riforma Gelmini, con scritto «aderisco al commento». Il professore converrà che il testo dell'email, oltre all'oggetto «adesione», ben si prestava ad essere interpretato come volontà di sottoscrivere l'appello. Come pure il professor Cosmelli ammetterà che una sua successiva email con la richiesta di cancellazione dall'elenco dei firmatari ha avuto immediato seguito e riscontro».

Ma per Magna carta le parole del fisico Carlo Cosmelli sono anche il tentativo di influenzare coloro che, nel mondo accademico, vogliono sostenere la riforma universitaria del governo. «Chiarito questo punto – spiegano dalla Fondazione – sottolineiamo che le numerose richieste di adesione pervenute ai promotori e alla Fondazione Magna Carta provengono da persone che operano all'interno delle università italiane, ivi compresi giovani ai primi passi della carriera accademica, ai quali evidentemente un riflesso tipico dell'arroganza baronale vorrebbe impedire di manifestare il proprio pensiero». «Questo – conclude Magna Carta – al fine di impedire che una campagna di volgari insinuazioni delegittimi una mobilitazione spontanea evidentemente sgradita ai maestri del privilegio e del pensiero unico, incapaci di rispondere se non con eloquenti insulti di cui sono piene le nostre caselle di posta elettronica e che siamo disponibili a far conoscere al professor Cosmelli e a chiunque altro».



Paolo Zappitelli
02/12/2010


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Busi: "Fazio e Saviano? Noiosi e pavidi"

di Laura Rio



Lo scrittore torna in tv dopo mesi di "esilio". Sarà da Paragone: "Non mi importa se è di destra"



 

L’ultima parola ad Aldo Busi. Lo scrittore, dopo mesi di ostracismo, torna in tv. Lo farà domani ospite nella trasmissione di Gianluigi Paragone, in seconda serata su Raidue. Tema della puntata: la politica e la televisione. Ma lo scrittore è ben lungi da farsi incasellare in un canovaccio e chi lo invita sa che deve prepararsi a tutto: a peregrinare per qualsiasi argomento e ad ascoltare un uomo che non ha nessuna sudditanza verso niente e nessuno. Infatti Paragone, per averlo in studio, ha dovuto convincere il direttore di Raidue Massimo Liofredi e il direttore generale della Rai Mauro Masi.
Gli stessi che lo bandirono dalla Tv di Stato dopo che definì «omofobo» il Papa nell’ultima puntata dell’Isola dei famosi prima di abbandonare il reality. Era marzo: per contratto non potè partecipare a nessuna trasmissione per ben due mesi. Lo si rivide in una puntata di Otto e mezzo. E ora ha accettato di partecipare a un talk etichettato come espressione del centro destra, lui che tutto si può definire tranne che reazionario.
«Ma che vuole che mi importi del contesto - spiega lo scrittore -. Io faccio conto solo su me stesso, posso andare anche in un ritrovo di neo-nazi per portare la mia parola, preferirei mi lanciassero i loro cocci di bottiglia di birra che non scrosci di applausi. È il mio testo che conta, del contesto me ne faccio un baffo, se così non fosse sarei o sul trono pontificio o addirittura al posto di Masi. Essere richiamato in Rai, guardi, mi fa più piacere per lui che per me, e certo ne gioirà la signora Ventura, che s'è vista affossare un programma che stava andando a vele gonfissime per due sciocchezzuole da me dette condivise però da sette milioni di italiani, per volta. Non dimentichiamo che in italia i laici o agnostici o atei o anticlericali che dir si voglia non sono meno di dieci milioni, avremo pure il diritto di essere rappresentati».

Ma cosa le ha detto Paragone per convincerla?
«Lui e Borgonovo sono stati molto gentili e spiritosi e, se posso permettermi, con controcoglioni da vendere. Soprattutto l’autore Francesco Borgonovo, mio unico punto di riferimento: lavora a Libero che non toccherei neanche con un dito per tema di beccarmi un'influenza non stagionale, ma si è mostrato così ironico e intelligente che mi ha convinto».

Tratterà di qualche argomento particolare?
«Non ho in mente niente. Ci porto i 62 anni di Aldo Busi più i cinque minuti del momento. Tutti i temi mi stanno a cuore, tranne la questione dei fondi neri della Finmeccanica di cui non mi interesso per mancanza di competenza fianziario-mefistofelica e i rifiuti di Napoli, perché ho altre pattumiere qui al Nord a cui pensare, una caterva di bambini, per esempio, che a dodici anni spacciano cocaina nelle medie locali o un territorio come Montichiari dove impera una cementificazione selvaggia, come in tutti i comuni retti da giunte di destra o leghiste».
Le hanno messo qualche paletto come volevano fare all’«Isola» quando le avevano chiesto, senza che lei accettasse, di non parlare contro la religione?
«Figuriamoci. Non ci hanno neppure provato. Dal contratto per il reality feci togliere quella clausola e, infatti, poi si è visto come ho sconvolto il programma e l’Italia. E poi non è un parlare contro la religione, è un ricordare che la religione è il braccio subliminalmente armato della cattiva politica e che a forza di brandire fini superiori i fini umani, “inferiori”, se lo prendono sempre in quel posto».

Comunque, visto che Paragone vorrebbe parlare di tv, le è piaciuta la trasmissione del momento, «Vieni via con me»?
«L’altra sera ne ho visti dieci minuti e mi sono addormentato. Sembra una messa cantata in sordina. Fazio è come un chierichetto, monocorde, non ha senso dell’ironia, toglie continuamente la parola agli ospiti per non dire mai niente di congruo. Lui e la Littizzetto sono senza nerbo, sono la brutta copia dei stracchini spampanati della cosiddetta sinistra. Una trasmissione inequivocabilmente clericale, quindi di centro destra come tutte».

Però, stracchini o meno, hanno conquistato dieci milioni di spettatori.
«E io sono molto contento del loro successo, come provo grande ammirazione per Saviano e per il suo impegno civile, anche se non accetto la demagogia che un giornalista venga fatto passare per scrittore. Se lui è uno scrittore, io chi sono, Lorella Cuccarini con la barba di tre giorni, l'alopecia e l'anca sbilenca? E, comunque, è troppo facile fare successo con la tv del dolore oratoriale, della denuncia editata in redazione dove ognuno arriva e legge o ha imparato a memoria il suo bel testo perbenino. Invece mi è spiaciuto non assistere all’intervento di Piero Grasso, mi è stato riferito che si è trattato di un momento di alto spessore. Certo, il problema più drammatico oggi è il seguente: che su cento mele istituzionali, trenta sono marce. Polizia, carabinieri, giudici, onorevoli, notai, sindaci, assessori, imprenditori e giornalisti, che sono pur sempre figure paraistituzionali. Quanti anni e quanti martiri serviranno per snidarle e bonificare l'Italia? E su quanti procuratori come Grasso potremo contare?».

Ma lo show ha mostrato la forza della parola per cui lei ha sempre lottato.
«Però non è il modo giusto per diffonderla, la retorica dei buoni sentimenti esclude che questa parola sia di qualità. Il concetto di mafia va esteso ormai a non finire, si figuri che per me è mafioso già chi si fa fare una fattura falsa, è mafioso nel piccolo solo perché non è abbastanza bravo di fare il salto nel grosso, sta nel piccolo cabotaggio del malaffare in attesa di un malaffare più sostanzioso. Saviano, poi, non si mette mai in gioco, non sappiamo nulla della sua solitudine, della mancanza d’amore, della frustrazione sessuale, dei suoi soldi, di come li investe, per esempi, nulla delle sue piccole e meschine ma meravigliose mezze verità insiste in ognuno di noi e che io non ho fato che denunciare di me stesso per primo: uno scrittore rivela attraverso la propria umanità quella degli altri, non fa l’elenco delle magagne altrui senza partire dalle proprie. Altrimenti resta un giornalista, ma il coraggio di un giornalista è la metà della metà della metà del coraggio di uno scrittore, punto».

Forse è quello che lui si sente, uno scrittore.
«Mi scusi, ma allora perché non si sente Speedy Gonzales che farebbe anche prima? Il vero coraggio è buttarsi, dire quello che si pensa e si prova con il rischio anche di sbagliare, e ogni tanto cambiare prospettiva, vedere, per esempio, anche le ragioni, per quanto ripugnanti, dei propri nemici, altrimenti l'effetto puntina che si è inceppata su un disco rotto è in agguato. Io oggi il coraggio giornalistico lo riscontro in certi servizi di Report o di Annozero. Non sopporto invece trasmissioni come Ballarò, dove mostrano statistiche e dati talmente complicati che neppure uno dotato di una cultura media come me riesce a capire. Annozero lo guardo poco: non sopporto Travaglio, anche se lo stimo, perché non ha controtempo comico, si ride addosso e non improvvisa, sa solo leggere. Vauro, poi, è di una tale banalità che alla seconda vignetta mi viene la mastite alle ginocchia».

Ma lei sarebbe andato a «Vieni via con me»?
«Il fatto che non mi abbiano invitato mostra che non hanno coraggio delle azioni loro solo tanto per dire, sono come il convitato di pietra ma in carta e inchiostro: hanno fatto una trasmissione su di me in assenza, senza chiamarmi e saccheggiandomi senza neppure dire, grazie Maestro, Le dobbiamo tutto e anche di più, ma sa, non si può dire, tanto Lei ha l'eternità davanti a sè, noi un dimenticatoio incorporato».



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