domenica 5 dicembre 2010

Fazio sfora di due minuti e mezzo e la Rai invia una lettera di richiamo

Il Messaggero


Sospeso per 15 giorni un dirigente di Raitre



ROMA (5 dicembre) - Due minuti di sforamento rispetto all'orario previsto nell'ultima puntata di Vieni via con me, il fortunato programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano, sono costati una lettera di richiamo della Rai a Raitre e la sospensione di 15 giorni per il dirigente Loris Mazzetti. Il caso è stato reso noto con amarezza dallo stesso Fazio stasera a Che tempo che fa. In effetti si tratta di un'iniziativa insolita per Viale Mazzini, dove anzi gli sforamenti, anche di intere mezz'ore, passano solitamente sotto silenzio.

Il fatto rischia di rinfocolare le polemiche che già avevano caratterizzato la vita del programma, sia in fase di preparazione che in sede di bilancio, quando gli autori avevano sottolineato i mancati ringraziamenti dell'azienda per il successo di Vieni via con me.





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Consigliera Pdl dopo furto di borsa «I rom fanno vomitare, sono ladri»

Corriere della sera

«Sono settimane che dico che i rom fanno vomitare»: così scrive sulla sua pagina Facebook una consigliera per il Pdl della circoscrizione Est di Prato



PRATO - «Sono settimane che dico che i rom fanno vomitare e non conosco il consigliere padovano»: così scrive sulla sua pagina Facebook una consigliera per il Pdl della circoscrizione Est di Prato. Lo rivela il Nuovo Corriere di Prato il quale sottolinea che gli amici su Facebook possono testimoniare: «Lei è stata autrice di messaggi di questo tipo ben prima del consigliere padovano Vittorio Aliprandi».

L'escalation di ingiurie sarebbe iniziata il 6 ottobre, quando la signora fu derubata della borsa, portata via dalla sua auto dopo la rottura del finestrino, a opera di ignoti. Episodio commentato con uno «Zingari bastardi, ladri e da mandare a casa» che fu solo il primo di una lunga serie. Il giornale pratese fa notare anche che tra gli innumerevoli commenti favorevoli ci sono anche quelli di esponenti politici locali, da Pdl a Lega Nord. Interpellata per telefono sulla notizia apparsa sul quotidiano, la signora si è trincerata dietro a un «no comment».

Il coordinamento provinciale del Pdl di Prato si occuperà nella prossima riunione della vicenda di Clarissa Lombardi, consigliera di centrodestra nella circoscrizione di Prato Est, che sulla sua pagina di Facebook ha scritto frasi offensive contro i rom. Ad annunciarlo è il coordinatore provinciale del partito, l’onorevole Riccardo Mazzoni, che in una nota spiega che «le relative deliberazioni» del coordinamento «saranno demandate agli organi competenti, cioè ai probiviri nazionali del partito». Mazzoni ricorda che «il Pdl, nei confronti dei rom, ha sempre seguito una linea precisa: fermezza per il rispetto della legalità ma anche rispetto assoluto dei diritti umani, nella amara consapevolezza che è impossibile integrare nel nostro Paese chi non ha nessuna intenzione di integrarsi».

«La xenofobia è un male che va estirpato dalla nostra società, e a Prato lo stiamo facendo cercando di rimuovere le cause che l’hanno alimentata negli ultimi venti anni. Frasi xenofobe come quelle scritte su Facebook da un nostro consigliere di circoscrizione - spiega però il coordinatore del Pdl - non appartengono dunque nè alla nostra storia politica nè alla nostra cultura e costituiscono un gravissimo danno all’immagine del partito». «Si tratta di parole intollerabili, anche se pronunciate nella concitazione emotiva di chi aveva appena subito uno scippo e un tentato furto in casa ad opera proprio di alcuni nomadi, episodi che risalgono a metà ottobre. Anche chi ha condiviso l’elemento su Facebook - conclude Mazzoni -, e lo ha superficialmente fatto come segno di solidarietà per il furto subito, ha ovviamente sbagliato»


05 dicembre 2010






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Baita No Tav, Grillo "disubbidiente" viola i sigilli

di Redazione


Il comico, leader del movimento Cinque Stelle, alla manifestazione contro la ferrovia Torino-Lione. Il coordinatore piemontese del Pdl, Ghigo: "Violare i sigilli posti dalla magistratura è un reato. E' questa la democrazia e la cultura della legalità che vorrebbe impartire al suo popolo?"


 
 
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Torino - E' entrato nella baita costruita dal movimento No Tav, violando i sigilli posti dalla magistratura, il comico Beppe Grillo, leader del movimento Cinque Stelle. I sigilli, in realtà, erano già stati portati via dal vento, ma Grillo era stato preventivamente informato del fatto che l'immobile fosse inaccessibile dal capitano dei carabinieri della Compagnia di Susa, Stefano Mazzanti. "Facciamola questa Tav - ha scherzato Grillo rivolgendosi ai manifestanti che stavano presidiando l'immobile - così ci facciamo dare un po' di soldi e ci compriamo tutti un bilocale ad Alassio, al mare. State facendo la storia. C'é chi è andato in galera solo per non aver pagato 134 euro all'Inps". Dopo queste parole il comico è stato inviato a entrare nella baita dal leader dei No Tav, Alberto Perino e così ha fatto. "Non mi fermerà più nessuno - ha detto rivolto ai manifestanti - anche se adesso è necessario cambiare strategia: dobbiamo dire si a qualcosa e fare si che siano gli altri a dire no. Cominciamo per esempio con le piccole opere. Non siamo contro la ferrovia e contro i trasporti, soltanto che queste cose ci sono già. Dobbiamo gridare a gran voce che va potenziato quello che già esiste". Grillo si è poi avvicinato a un bambino, poco più che neonato, e gli ha sussurrato: "Lo sai che una piccola parte della Tav la stai pagando anche tu?".

Ghigo: è questa la sua legalità? "Violare i sigilli posti dalla magistratura è un reato. E' questa la democrazia e la cultura della legalità del Paese che vorrebbe impartire Beppe Grillo al suo popolo?". E' quanto afferma il coordinatore regionale del Pdl, Enzo Ghigo, commentando l'iniziativa di Grillo, che oggi a Chiomonte ha violato i sigilli alla baita del movimento No Tav. "E' necessario - sottolinea Ghigo .- che Grillo comprenda che da quando ha fondato un partito non è più un comico ma un rappresentante delle istituzioni". "E' giunta l'ora della responsabilità sulla Torino-Lione - aggiunge il senatore azzurro - lo deve capire anche il signor Grillo: il suo pensiero No-Tav è minoranza tra i cittadini della Val di Susa, del Piemonte, dell'Italia e dell'Europa. Solo su una cosa ha ragione, quando si è avvicinato ad un neonato durante la manifestazione e gli ha sussurrato che una piccola parte della Tav la sta pagando anche lui: ha detto una grande verità perché su quel bambino come su tutti gli italiani pesano gli euro in meno che sono stati trasferiti dall'Ue a causa dell'intransigenza fomentata da gente come il popolare comico".





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Qualità della vita, Trento al primo posto Napoli si conferma maglia nera

Il Messaggero


Roma al 57° posto guadagna 25 posizioni rispetto al 2009



  

ROMA (5 dicembre) - Trento torna a guidare la speciale graduatoria delle province italiane per qualità della vita, come aveva fatto del resto nel 2002, consolidando una realtà di eccellenza che dura ormai nel tempo. Ultima, ancora una volta, Napoli, preceduta da ben 22 città del Mezzogiorno, isole comprese, confermando così rispetto all'anno scorso un peggioramento complessivo della realtà del Sud. È quanto emerge dalla dodicesima indagine realizzata da Italia Oggi e dall'Università La Sapienza, secondo la quale nella top ten del buon vivere figurano anche Mantova, Belluno, Bolzano, Pordenone, Siena, Cuneo, Sondrio, Aosta e Parma.

Quest'anno la provincia autonoma di Trento conquista il podio distinguendosi per le voci ambiente, affari e lavoro, popolazione e servizi finanziari e scolastici. Ma la situazione, evidenzia il rapporto, registra un miglioramento nell'area del Nord-Ovest, rilevando più in generale una buona qualità della vita in 55 province (erano 57 l'anno scorso) e sostanzialmente nei grandi centri urbani (ad eccezione di Napoli). Di rilievo lo sprint di Pordenone, che riesce a occupare il quinto posto della classifica, guadagnando rispetto all'anno scorso ben 32 posizioni; e Aosta, nona, grazie al recupero di 34 posizioni. La fotografia del 2010 evidenzia tuttavia un altro elemento negativo per il nostro Mezzogiorno: non c'è più traccia delle buone performance evidenziate l'anno scorso da un cluster di province con caratteristiche omogenee, poste in un'area geografica compresa tra il litorale adriatico meridionale a parte dello Ionio, fino a un breve tratto del litorale tirrenico, individuate solo 12 mesi fa nelle realtà di Campobasso, Foggia, Bari, Potenza e Matera. In controtendenza appare però la performance della provincia di Palermo, che risale 15 posizioni raggiungendo l'84/ma piazza. Tra le grandi aree metropolitane spicca il balzo di Roma (al 57/mo posto, che guadagna 25 posizioni rispetto al 2009), Torino (al 51/mo, che risale di 40 posti) e Milano (49/ma, con un +5 sul 2009). Di segno diverso Bologna (al 21/mo posto ma perdendo 6 posizioni), Firenze (13/ma, -13) e Venezia (52/ma, -11). In sostanza, sintetizzano i curatori dell'indagine, la fotografia del 2010 somiglia molto alla situazione del 2004, con 48 province in cui la qualità è risultata scarsa o insufficiente. Ma tutto questo, viene sottolineato, in tempi non facili per il sistema economico italiano non risulta essere particolarmente negativo.





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Internet, la nuova frontiera della truffa: sono contraffatti otto farmaci su dieci

Il Messaggero


Da gennaio a oggi sequestrate dai Nas 350 mila compresse
Anabolizzanti, Viagra, antidepressivi: è un business miliardario



dal nostro inviato Carla Massi 


RIMINI - Trecentocinquantamila compresse sono state sequestrate da gennaio ad oggi dai carabinieri dei Nas. Compresse messe in vendita on line. Compresse contraffatte, falsi medicinali, anabolizzanti bluff. Insomma chili e chili di roba che il mercato via Internet vende, pressoché indisturbato, promettendo più vigore al sesso degli uomini, più muscoli in palestra ma anche più calma e più serenità. On line, infatti, i medicinali che vanno via a fiumi sono quelli contro la disfunzione erettile, gli anabolizzanti, gli antidepressivi e gli ansiolitici. C’è chi li compra anche tutti insieme. C’è chi, ai farmaci, sempre via Internet, aggiunge anche le ultime droghe, quelle dette “furbe” vedute come profumatori d’ambiente o concimi per le piante. Un supersballo che ti arriva a casa senza neppure spendere troppo.

Uno scenario quotidiano, uno scenario di oggi disegnato in tutti i suoi dettagli (ma anche negli effetti e nei costi) qui a Rimini al Salone della Giustizia. Droga da una parte e contraffazione dei farmaci dall’altra che, inesorabilmente, hanno un punto di incontro e di scambio. Internet, appunto. E ora spunta un nuovo mercato: quello dei cosiddetti “dispositivi medici”. Che vuol dire test per la glicemia o per il colesterolo, apparecchi per la pressione, siringhe. Tutto senza marchi di qualità ma molto, molto poco costosi. «Il 60-80% dei medicinali venduti attraverso la rete - spiega nella sua relazione il generale dei Nas Cosimo Piccinno - sono contraffatti. Vengono acquistati tranquillamente da casa senza che nessuno chieda una prescrizione. Forse solo alcuni siti Usa consigliano di inviare un fax firmato da un medico. Ci rendiamo conto? Parliamo, oltretutto, di siti che cambiano provider ogni quattro cinque giorni e spariscono dalla scena. Ma che si fanno una lista dei clienti e poi li vanno, telematicamente, a cercare. E così, il business si ingrossa e si arricchisce. Si pensi che investendo un euro nel comprare un principio attivo il guadagno è di 2500 euro. Più della droga, più degli alimenti fasulli».

Attenzione, ricordano i Nas, alle farmacie on line. Una truffa garantita. Prendono i soldi e non mandano la merce. Se si viaggia un po’ tra i siti si scopre che dietro la facciata di integratori alimentari si nascondono vere bombe sintetiche. Per rinforzare la potenza sessuale, per esempio. Veri e propri mix in grado di stendere anche chi è in buona salute. In alcune pasticche sequestrate qualche giorno fa (80mila nelle macchinette come fossero noccioline) sono state trovati 5 principi attivi diversi. «Eppure - aggiunge il generale - sulle confezioni c’era scritto prodotto erboristico. Due pasticche vendute a venti euro quando, ognuna, al fabbricante non sarà costata più di 50 centesimi. Un truffa colossale. Per questo va evitato di acquistare pasticche, pillole, misture eccetera via Internet». Ma, agli italiani, l’acquisto con pc deve piacere tanto. Ogni anno sempre di più. Proprio per questo i Nas hanno formato, con gli specialisti statunitensi, 19 marescialli che saranno destinati proprio al controllo di questi siti “farmaceutici”.

Anche la droga ormai spopola tra i navigatori. Roba apparentemente non pericolosa (smart drugs nascoste dentro degli incensi o in miscele fertilizzanti) ma, in realtà, capace di regalare allucinazioni, stordimento a e sballo come le pasticche più toste che offrono gli spacciatori dei rave. «In grado comunque - fa sapere Giulio Maria, ordinario di Neurochirurgia all’Università Cattolica di Roma - di danneggiare il cervello anche in modo irreversibile. Lo vediamo quando operiamo i pazienti tossicodipendenti, il loro organo presenta buchi e zone non irrorate come fosse un anziano. Eppure, si tratta di persone che hanno da poco festeggiato i trent’anni». Lo stesso Dipartimento antidroga di Palazzo Chigi sta organizzando i suoi “segugi” per individuare le nuove droghe mimetizzate. «E noi - aggiunge il sottosegretario Carlo Giovanardi - stiamo lavorando per la chiusura dei siti e dei negozi che vendono smart drugs. Dobbiamo superare la capacità di mimetismo degli spacciatori virtuali. Nonostante questo mercato in crescita che ci preoccupa, negli ultimi due anni, il consumo di droghe da noi ha subito un flessione, circa il 25%.





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L'Atac “imbarca” parenti e lascia a terra i passeggeri: lo scandalo bus nei depositi

Il Messaggero



 
di Claudio Marincola

ROMA (5 dicembre) - La nuova Atac imbarca cugini nuore e cognati fino al 2° grado, segretarie di assessori e figli del caposcorta ma lascia a terra i passeggeri. Dai brogliacci custoditi nei depositi spunta una verità ancora più scomoda delle raccomandazioni a raffica: ogni giorno non escono da Grottarossa e Magliana, due dei 9 stabilimenti più grandi, per mancanza di personale o per un guasto tecnico circa 300 autobus.

Considerando che ogni bus effettua in media 15 corse al giorno, fanno oltre 4000 viaggi da capolinea a capolinea in meno. Tradotto in attesa alle fermate, il disagio dei cittadini raggiunge vette da capogiro. Trecento bus su una flotta di circa 2200 mezzi, di cui circolanti circa 1700, è una bella fetta di trasporto in meno.

Mancano i pezzi di ricambio e la manutenzione delle vetture, una voce strategica per valutare la capacità gestionale, si trasforma nell’anello debole della catena.

Qualcuno fa risalire i problemi attuali alla scelta di sostituire gli ingegneri che prima gestivano gli stabilimenti con figure di secondo piano, ex addetti al servizio di controllo dei biglietti in possesso di un titolo di licenzia media, periti industriali, ragionieri o laureati in sociologia.

Va avanti intanto l’indagine interna (ed esterna) sulla parentopoli. Esaurito o quasi il primo grado di parentela, la rete a strascico porta a galla il cugino di un consigliere municipale (Filini) e un altro pesce piccolo: Giulio Perdirosa, assessore di Sant’Angelo Romano del pd. Appena assunto in Atac ha pensato bene di adeguarsi e mettersi a fare la campagna elettorale per il Pdl. Da qui l’espulsione dal partito di Bersani e il successivo ricorso dell’interessato. Le filiere per entrare erano quella politica e quella sindacale, più una appendice per così dire secondaria, una concessione al territorio (Guidonia Montecelio) dell’ex ad Bertucci e del figlio Marco .
I riflettori si accedono così sulla Praxi, la società torinese, esperta in risorse umane. Ha selezionato il personale e vanta tra i suoi clienti Rcs, Telecom, Università cattolica e Nuovo Pignone. Pagata dall’Atac per assumere “raccomandati”?

Bertucci precisa: «La Praxi ha vinto una gara per selezionare il personale. Per gli autisti sono state esaminate oltre 3 mila domande. E ha operato in collaborazione con il nostro direttore del personale».
L’ex ad, per 10 anni consigliere comunale, non sembra particolarmente scosso per la bufera in cui è finito. «Sono sereno, il tempo è galantuomo». «Le segnalazioni? Ci sono e ci saranno sempre. Pranzavo a mensa con gli operai e questo chiunque può testimoniarlo. Ho rapporti cordiali con tutti, anche con uomini e donne del centrosinistra, ma raccomandazioni non me ne ha mai chieste nessuno».

Ha fatto discutere la vicenda degli ex stagisti ultraquarantenni, formati (anche dalla nuora di Bertucci), pagati 350 euro al mese e poi rispediti a casa. «Era un corso finanziato dal ministero, mia nuora era uno dei 400 docenti. Mi dispiace per loro, ad altri però è andata bene».

E gli appalti sospesi dal collegio dei sindaci per l’acquisto dei disco-freni della Metro B che sarebbero costati 4 volte più del prezzo di mercato? «Voglio ricordare che sono arrivato il 19 gennaio e portai quel contratto in Cda su richiesta della direzione competente. Mi dissero che sul mercato era l’unica società, mi fidai. Io non faccio il carabiniere. In seguito non ho fatto nessun blitz, potete controllare i verbali. Il settore acquisti mi disse che senza quei disco-freni avremmo avuto seri problemi. Se non lo avessi fatto sarei stato passibile di omissione di atti d’ufficio».

A bloccare tutto fu Massimo Tizzon, chiamato dal sindaco Alemanno a presiedere il collegio sindacale. «Tutto quello che è apparso in questi giorni non fa bene all’azienda - evita altre polemiche Tizzon, 64 anni, ex direttore generale della Consob - che si trova in un momento di difficoltà rilevante. Quello dei disco-freni è solo un episodio - liquida la questione - il nuovo ad Basile sta facendo un ottimo lavoro per verificare lo stato dell’arte».





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Monsignore» e la beffa dei cassonetti

Corriere della sera


Come in un film di Totò, presunto vescovo ottiene nulla osta e piazza 60 box abusivi per la raccolta dei vestiti


ROMA - È una delle gag più esilaranti del principe de Curtis. «Brondo, è casa Bubu?». All’altro capo del filo qualcuno risponde: «Chi parla?». «Mobutu». «Devo buttare qualcosa?». «No, no, non buttare niente! É peccato», replica Totò, il volto pittato di nero, vestito da ambasciatore dello stato africano del Katonga. Eccolo, mezzo secolo dopo, il «Totò truffa» riadattato in salsa romanesca. Ventesimo municipio, 150 mila abitanti, da ponte Milvio a Prima Porta: una città italiana di medie dimensioni. E' qui che da 5 mesi, all’ombra dell’amministrazione Alemanno che non ha ancora posto fine alla palese situazione di irregolarità, va in scena la «saga del cassonetto».

La beffa dei cassonetti

Tutto inizia lo scorso luglio: tal monsignor Lucas Rocco Massimo Giacalone, 60 anni, sedicente «vescovo vicario della Chiesa ortodossa bielorussa e slava di rito bizantino», ex insegnante di musica siciliano con velleità di «talent scout» (su Facebook pullulano le proteste di mamme «bidonate» a qualche concorso canoro per i figli), chiede al presidente del Municipio, Gianni Giacomini (Pdl), il nulla osta per l’occupazione di suolo pubblico. Ohibò, il monsignore vuol costruire una chiesa? Macché.

Il suo desiderio è «collocare alcuni contenitori per la raccolta di vestiti usati, biancheria, lenzuola e scarpe a scopo di beneficenza», da affiancare a quelli già esistenti dell’Ama. «Non si butta niente», come diceva l’ambasciatore del Katonga. Però quello era un film. Qui siamo a Roma, Italia, 2010. Esistono delle regole. Non è che uno si alza e piazza sulle strade cittadine quello che vuole. Non si può. Non tutti possono, perlomeno. Perché lui, il vice-vescovo che si autoincensa in decine di interviste su Internet («Mi definirei un umile curato di campagna: Francesco d’Assisi è per me la guida spirituale verso il Signore»), in verità può.

Nel giro di due settimane, il XX Municipio (determina dirigenziale n. 1053) rilascia infatti l’autorizzazione. E così, guarda caso nel deserto d’agosto, l’intera fascia nord della capitale si riempie di cassonetti gialli, molto simili a quelli «ufficiali» dell’Ama: non 17, come da richiesta, «ma almeno 60», come hanno conteggiato i segugi di un attivissimo blog di quartiere (vignaclarablog.it), primi a segnalare il giallo dei bidoni gialli.

La raccolta va avanti, la gente riempie i contenitori sui quali è stata apposta la targa della «Chiesa ortodossa cristiana cattolica» (sic) finché, una decina di giorni fa, arriva l’ennesima dimostrazione che il diavolo («Ci perdoni monsignore», scrivono perfidi quelli del blog) «fa le pentole ma non i coperchi»: una macchina in via Cassia va a sbattere ad alta velocità contro uno dei cassonetti fuorilegge. L’auto è distrutta, due giovani peruviani vengono ricoverati in ospedale. Il caso esplode. Da corso Francia alla Giustiniana la gente si interroga.



Di chi sono quei bidoni? Chi li manda? E soprattutto: non è che
i nostri vestiti dismessi, invece che alle popolazioni povere del mondo, finiscono in «business» poco limpidi? «Lucas Giacalone? Mai sentito, eppure noi che abbiamo ottenuto il riconoscimento canonico ci conosciamo tutti», si stupisce padre Basilio, diacono della chiesa ortodossa in Italia con rito ucraino. «Forse questo signore - aggiunge - si è autoproclamato: di sicuro l’unica chiesa bielorussa riconosciuta fa capo al patriarcato di Mosca ed è guidata dal metropolita Filarete».

Chiariti i dubbi religiosi, restano quelli politici. Monsignor Giacalone lo scorso 5 agosto fu avvistato alla manifestazione «Orgoglio azzurro» al Tempio di Adriano, con i ministri Alfano, Brambilla, Brunetta e Carfagna. In quei giorni lo scontro tra il premier e Fini era alle stelle. E lui, facendo sfoggio del tipico copricapo ortodosso e di una lunga catena con croce al collo, si aggirava in platea lanciando profezie: «Berlusconi vincerà, ha la mia benedizione!». Inevitabile che molti, vista la concessione-lampo in Municipio, si siano chiesti: «Non è che il vice-patriarca ha qualche santo in paradiso?».

Il presunto monsignore
Il presunto monsignore
Il presidente Giacomini, da parte sua, prima ha tentato un’ardita autodifesa
: «L'autorizzazione? Non l’ho rilasciata io, ma gli organi amministrativi preposti». Poi ha rimesso la questione al sindaco Alemanno «tramite nota scritta» (risposta non pervenuta). E infine, preso atto che in base al decreto Ronchi i municipi non hanno competenze in materia di rifiuti urbani, nell’ultimo consiglio ha fatto indietro tutta, votando anche lui una mozione del Pd che auspica l’immediata «rimozione dei contenitori non autorizzati».

I 60 cassonetti di «monsignore» - che è divorziato, ha due figli ed è stato avvistato in una villa in zona Labaro, dove hanno sede sia la «chiesa bielorussa» sia una fantomatica società per «concorsi canori» - dovrebbero presto sparire dalla circolazione, insomma. «Ma in che tempi e a spese di chi saranno rimossi?», incalza Claudio Cafasso, fondatore del quotidiano on line più cliccato a Roma nord. Al numero di cellulare riportato sulle targhette attaccate ai bidoni, tuttavia, ieri una voce maschile soavemente rispondeva: «Vuol sapere dove finiscono i suoi vestiti? In questo momento in Albania, signore. É tutta beneficenza, stia certo...». «Brondo? Mobutu!» «No, no, non buttare niente...».


Fabrizio Peronaci
fperonaci@rcs.it
05 dicembre 2010








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Lamezia, morti 7 ciclisti travolti da pirata drogato e senza patente: arrestato

Il Messaggero

Alla guida della Mercedes c'era una marocchino, anche lui rimasto ferito. I soccorsi: scena agghiacciante



ROMA (5 dicembre) - Era sotto effetto della droga l'automobilista che ha ucciso sette ciclisti, tutti appartenenti ad un gruppo amatoriale della domenica, a Lamezia Terme travolgendoli con l'auto. Nell'incidente sono rimaste ferite diverse persone, tre in modo grave. La vita di uno di questi - trasportato all'ospedale di Catanzaro con l'elisoccorso - è appesa a un filo. I feriti gravi sono ricoverati all'ospedale di Lamezia Terme. Sul posto è intervenuta la polizia stadale. L'incidente è avvenuto questa mattina in via Marinella sulla Ss 18 a Lamezia Terme. Il gruppo di ciclisti stava trascorrendo una giornata di relax quando l'auto è piombata loro addosso.

Alla giuda c'era un marocchino sotto effetto della droga e con la patente ritirata da sette mesi: ora è piantonato in ospedale in stato di arresto. E' accusato di omicidio colposo plurimo aggravato dalla guida in stato di alterazione da sostanze stupefacenti. L'uomo è risultato positivo al test della cannabis. L'arresto - disposto dalla Procura della Repubblica di Lamezia Terme - è stato eseguito dai vigili urbani insieme ai carabinieri dopo che l'uomo è stato sottoposto alle cure prime cure nell'ospedale della città.

Si chiama Chafik Elketani, ha 21 anni ed è un immigrato regolare. Elketani, che è residente a Gizzeria (Catanzaro), dopo essere stato arrestato con l'accusa di omicidio colposo plurimo e dopo avere ricevuto le prime cure nell'ospedale di Lamezia Terme, è stato trasferito nel centro clinico del carcere di Catanzaro.

L'incidente dopo un sorpasso. L'extracomunitario, dopo avere investito i ciclisti, ha perso il controllo della vettura (una Mercedes) ed è finito fuori strada, rimanendo ferito. Stava effettuando una manovra di sorpasso e viaggiava a velocità elevata: durante la manovra ha incrociato frontalmente il gruppo di ciclisti che viaggiavain direzione opposta e non ha avuto il tempo di frenare. Le conseguenze dell'impatto sono state devastanti.

I sette ciclisti morti sulla strada
sono Rosario Perri, di 55 anni; Francesco Stranges (51); Vinicio Pottin (47); Giovanni Cannizzaro (58); Pasquale De Luca (35) e Domenico Palazzo, del quale non si conosce l'età. I feriti sono Gennaro Perri, Fabio Davoli e Domenico Strangis. Le vittime ed i feriti sono tutti di Lamezia Terme. La settima vittima dell'incidente è Fortunato Bernardi, di 58 anni, titolare della palestra. Bernardi, tra l'altro, era il padre di un calciatore del Cosenza, Alessandro e zio del giocatore dell'Inter Felice Natalino, di 18 anni.

C'è anche il nipote del marocchino tra i feriti.
Il piccolo ha otto anni, è stato portato in ospedale - al reparto di pediatria - per accertamenti, ma le sue condizioni non sono gravi.

Scene di disperazione e di dolore sul luogo dell'incidente. Parenti e amici delle vittime si trovano sul posto in attesa di notizie. Davanti ai corpi coperti da teli bianchi, ci sono grida di disperazione e tante lacrime. Una giovane, sorella di una delle vittime, si è avvicinata gridando. Voleva vedere il fratello, ma non glielo hanno permesso.

«Quello che abbiamo trovato arrivando qui stamattina è stato uno scenario impressionante. Indescrivibile. Nemmeno una bomba avrebbe potuto provocare qualcosa del genere». A parlare è Silvio Rocca, uno dei primi soccorritori della Croce bianca accorsi sul luogo dell'incidente. «Ci avevano allertato - ha aggiunto Rocca - per un incidente in cui, secondo le prime notizie, era coinvolto un solo ciclista. Giunti sul posto, però, abbiamo visto che si trattava di una strage. Tutte persone che conoscevamo personalmente e quindi il colpo è stato ancora più doloroso. Abbiamo allertato gli altri soccorsi e l'elicottero. Qualcosa di veramente sconvolgente».

Lutto cittadino. «È una tragedia immensa». Così il sindaco di Lamezia Terme, Gianni Speranza, commenta il grave incidente. Speranza si è recato sul posto. «Uno spettacolo terribile», ha soltanto detto con la voce rotta dall'emozione. L'amministrazione comunale dichiarerà il lutto cittadino.

Giovanardi: «Basta dare spazio agli imbecilli». «Dopo il tragico episodio di Lamezia Terme c'e da sperare che nessuno dia più spazio a quegli imbecilli che straparlano di differenza tra droghe leggere e pesanti»: è quanto dice Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche antidroga. «Per quanto ci riguarda - aggiunge - continueremo in una azione determinata di prevenzione e repressione della diffusione di ogni tipo di sostanza, dando pieno sostegno anche ad interventi efficaci come quello del Questore di Roma che con la collaborazione dei cittadini ha stroncato sul nascere lo svolgimento di un rave party, così come è avvenuto in altre parti di Italia negli ultimi trenta giorni quando rave party illegali sono stati impediti da segnalazioni effettuate dal sistema di allerta rapido del Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio».

In conseguenza del drammatico incidente, l'Anas ha chiuso al traffico la strada statale 18 Tirrena inferiore, in località Marinella a Lamezia Terme (Cz). Solo dopo le 17 il traffico è tronato regolare. Sul posto sono intervenuti subito i soccorsi sanitari del 118 oltre alle squadre di pronto intervento Anas, polizia stradale, carabinieri e vigili del fuoco. Sono in corso tutte le attività di accertamento della dinamica e di gestione della viabilità. Al momento il traffico viene deviato in entrambe le direzioni sulla viabilità comunale dalle squadre Anas.





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Dozier, dalle Br ai corsi di sopravvivenza

La Stampa





Il generale Usa rapito nel 1981 tiene corsi per le truppe speciali in Iraq e Afghanistan. Oltre all'impegno militare, promuove minibus per disabili: «Aiutiamo il prossimo, come in divisa»
INVIATO A FORT MYERS FLORIDA

A quasi trent’anni dalla cattura da parte delle Brigate Rosse il generale James Dozier fa corsi di sopravvivenza alle truppe speciali, promuove l’uso di minibus per disabili, è un sostenitore di Jeb Bush e quando torna in Italia cede alla tentazione andare a Verona, dove fu rapito il 17 dicembre 1981.

 Quel sequestro, il primo di un generale degli Stati Uniti, si è trasformato in un patrimonio di conoscenza che le forze armate continuano a considerare utile. Ogni sei settimane Dozier tiene un corso sull’«esperienza di essere rapito» a una classe di 150 allievi della Joint Special Forces University frequentata da militari e civili che studiano «dinamica del terrorismo internazionale» per poi essere dislocati in giro per il mondo a «difendere l’America». In tale veste l’ex ostaggio che il commando Br di Antonio Savasta tenne prigioniero per 42 giorni sotto una tenda in una casa di Padova ha tenuto lezioni a Fort Bragg in North Carolina, la base della Delta Force, e ovunque gli «studenti» si trovano: da Stoccarda a Napoli, dal Giappone alla Corea del Sud. Il generale fa parte di un team di insegnati di «pratica» che include un ex agente dell’Fbi sopravvissuto al crollo delle Torri Gemelle, un ex ostaggio delle Farc in Colombia e «persone con esperienze di valore» dice parlando dalla scrivania dell’ufficio della «Good Wheels» (Buone Ruote) che vende pulmini per disabili a bordo dei quali si muovono oltre mille handicappati nella Florida del sud-ovest dove vive. «E’ una missione nella quale credo, aiutiamo il prossimo, proprio come si fa in divisa» sottolinea. Sul colletto ha la spilletta con le Torri Gemelle avuta dal collega docente dell’Fbi «che mi ha detto di tenerla fino a quando non prendiamo Bin Laden e così farò».

Il ricordo del rapimento è immanente perché Dozier continua a riviverlo nelle lezioni con «i nostri ragazzi che andando in Iraq, Afghanistan e altrove sanno di correre il rischio di cadere in mani nemiche». Ecco dunque come l’ex vicecapo di stato maggiore delle forze Nato nell’Europa del Sud ricorda e racconta «ciò che ho appreso grazie ai rapitori». Anzitutto il fatto che «quando si è in mano al nemico l’unica cosa che controlla sono gesti e parole». I gesti furono quelli della «prevedibilità per evitare che mi considerassero una minaccia» e le parole furono «sincere» nel senso che «quando Savasta mi processò dissi che non avrei mentito ma non avrei rivelato segreti». Pensò di fuggire? «Certo, ma con una catena ai piedi era difficile». D’altra parte non subì la «Sindrome di Stoccolma» - che spinge i rapiti a simpatizzare con i rapitori - «perché mi tennero sotto una tenda, isolato dal resto dell’appartamento, impossibilitato a interagire». Ma ciò che più conta è «aver imparato gli errori commessi» ovvero «come ridurre il rischio di essere rapiti». Di cosa si tratta? «Prima del sequestro le Br erano venute a fare un sopralluogo a casa, si presentarono in due dicendo a mia moglie che erano idraulici, in realtà nel quartiere tutti sapevano che c’era un solo idraulico a faceva i controlli con un calendario prestabilito. Se lo avessimo saputo avremmo capito che c’era qualcosa di strano». L’errore fu «carente conoscenza del territorio dove si opera» e questo è il tasto sul quale Dozier insiste per spiegare che «quando si è in territorio nemico bisogna bilanciare prudenza e paranoia, essere visibili ma non stupidi, guardarsi attorno e conoscere l’habitat perché mettere la testa sottoterra non aiuta».


E’ la genesi della sua teoria dell’odierna guerra al terrorismo, ricalcata su come venne sconfitto in Europa negli Anni Ottanta: «Deve essere aggredito da più direzioni, usando la forza contro le cellule e i mandanti così come operando sul territorio per far venir meno le cause che gli consentono di reclutare». In Europa negli Anni Sessanta e Settanta «gruppi come la Raf tedesca, i francesi di Action Directe e gli italiani della Br erano sostenuti dal Kgb sovietico attraverso intermediari in Germania Est e Bulgaria e per sconfiggerli bisognò sostenere i sistemi democratici, combattere i militanti sul campo e sconfiggere l’Urss grazie a Reagan». Nella stessa maniera «prevalere contro Al Qaeda, che è un franchising per jihadisti» si può con «una strategia che affianca impegno militare, azioni contro i Paesi che li sostengono e interventi civili per sanare i problemi che generano kamikaze».


A volte gli «alunni» gli chiedono di leggere gli scenari internazionali e lui risponde: «La Cina cresce in fretta ma ha bisogno di materie prime, l’unica strada per ottenerle passa sui mari e punterà sulla Marina militare per controllare le rotte internazionali con il risultato di entrare in attrito con l’America e i nostri alleati in Estremo Oriente, fino al punto che credo sarà questa la ragione del prossimo grande conflitto». L’altro pericolo sono le «cyberguerre» perché «un attacco informatico al sistema elettrico, finanziario o del trasporto aereo civile può mettere in ginocchio qualsiasi nazione» e per lanciarlo «basta una persona con un laptop».


La missione di «ricordare per insegnare» lo porta a girare il mondo assieme alla seconda moglie Sharlene - sposata dopo la morte di Judy che venne legata dai rapitori ad una sedia quando lo portarono via - con la quale appena può si rifugia fra i colli toscani a Montalcino oppure fa tappa sulla piazzetta delle Erbe a Verona anche se il legame italiano più forte è con i famigliari del defunto commissario Umberto Improta, già titolare delle indagini sul sequestro, la cui associazione lo ha invitato a Roma per premiare i migliori agenti. «Lo faccio con piacere, rinnovando la gratitudine» assicura, visto che «il blitz della liberazione fu dei Nocs e un generale dei carabinieri si scusò con me perché non erano arrivati prima».

Il fatto che Savasta e altri tre membri del commando «ora possono uscire da prigione per andare a lavorare» non lo disturba perché «hanno collaborato aiutando a smantellare le Br e su di me non usarono violenza» mentre sul quinto terrorista, Cesare di Leonardo, non si mostra sorpreso che sia un irriducibile ancora in cella: «Era il più duro».


Ciò che più tiene a ricordare è la cena con Reagan e Sandro Pertini alla Casa Bianca, avvenuta poco dopo il sequestro, perché «Reagan mi volle al loro tavolo e Pertini gli disse che "perfino i francesi che a volte si vantano di aver creato Dio" avevano plaudito all’Italia per la mia liberazione». Dozier, discendente da una famiglia ugonotta, gradì l’espressione.


Quando il caldo estivo rende irrespirabile l’aria della Florida i Dozier si trasferiscono sui monti della North Carolina anche perché il generale ama avere un rapporto diretto con la natura, come conferma che fino a quattro anni fa coltivava arance. Dall’agricoltura alla politica il passo è breve: «Amo il mio Paese e non mi piace Obama, incapace di esercitare leadership, sono repubblicano, ho fatto campagna per Jeb Bush e mi rendo conto che entrambi i partiti hanno carenze. Forse la strada seguire è quella del Tea Party». Parola di un generale che di ottantenne ha solo la dieta: pranza con té e insalata.






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Così siamo riusciti a far tornare il traghetto in porto»

Il Mattino



ROMA (5 dicembre) - Le delicate e complesse operazioni marittime per aiutare i carabinieri a fermare il tunisino sospettato di essere coinvolto nella scomparsa di Yara, imbarcato su un traghetto a Genova, sono state condotte con successo dalla direzione marittima del capoluogo ligure, sotto il comando del contrammiraglio Felicio Angrisano, grazie ai rapporti stretti con il comandante dell nave, che ha avuto di recente problemi meccanici e di sicurezza a bordo ed era stato obbligato dalla capitaneria a eseguire lavori di riparazione.

Solo da poche settimane, il traghetto Berkane della compagnia Comanav, che fa la spola tra Genova e Tangeri in Marocco, era infatti stato riammesso all'attracco al porto di Genova dopo una serie di lavori di riparazione e manutenzione straordinaria fatti a Tangeri su richiesta della Direzione Marittima di Genova. L'aspetto più delicato della operazione di ieri pomeriggio è stato il rientro del traghetto dalle acque internazionali a quelle italiane. «Si trovava a venti miglia dalla costa, tra Alassio e Ventimiglia, perciò in acque internazionali, e noi non eravamo legittimati a disporre o a ordinare che la nave rientrasse - ha spiegato all'Ansa il contrammiraglio Angrisano -. Siamo riusciti ad ottenere dal comandante tutta la collaborazione necessaria anche grazie ai rapporti instaurati di recente per i problemi avuti dalla nave. Il comandante ha subito accolto la mia richiesta di dirottare vero l'Italia e ha invertito la rotta».

Il secondo aspetto delicato consisteva nella necessità di non fare insospettire la persona cercata dai carabinieri. «A quel punto abbiamo organizzato, al minuto, l'incontro tra il traghetto e le nostre motovedette, partite da Imperia e da Sanremo - ha aggiunto il contrammiraglio - sulle quali erano saliti a bordo i carabinieri. Si doveva fare in modo di non insospettire quella persona, perciò abbiamo deciso che la nave non si sarebbe dovuta fermare per alcun motivo». L'abbordaggio, secondo quanto riferito da altre fonti, è avvenuto intorno alle 20 davanti a Caponero, a quattro miglia circa dalla costa: «l'operazione è durata circa 45 minuti - ha detto Angrisano - senza alcun inconveniente, tanto che una nostra terza motovedetta pronta a intervenire in caso di necessità è rimasta a terra». «Siamo molto soddisfatti - ha concluso il contrammiraglio Angrisano - della ottima collaborazione che c'è stata tra il nostro corpo e l'Arma dei Carabinieri».




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La piccola Yara è stata uccisa» Immigrato fermato per omicidio

Corriere della sera

L'uomo è stato bloccato mentre tentava di lasciare l'Italia su un traghetto. Si cerca il corpo della tredicenne


Cattura


MILANO - Drammatica svolta nelle indagini sulla piccola Yara: la tredicenne scomparsa nove giorni fa da Brembate Sopra (Bergamo) sarebbe stata uccisa ed il suo corpicino nascosto da qualche parte. E' stato fermato domenica mattina, con l'accusa di omicidio, sequestro di persona e cccultamento di cadavere l'immigrato - a quanto si apprende, sarebbe un marocchino 23enne - bloccato sabato sera dai carabinieri mentre cercava di lasciare l'Italia a bordo del traghetto Berkane, diretto a Tangeri, in Marocco. L'immigrato è arrivato nella caserma del Comando provinciale dei carabinieri di Bergamo, in via delle Valli, intorno alle 23 di sabato. E' in corso il suo interrogatorio, pare nel carcere di Bergamo di via Gleno, da parte dei carabinieri e del pm Letizia Ruggeri. In un primo tempo si era parlato anche del fermo di un italiano, ma la circostanza è stata poi smentita dagli inquirenti.

L'INTERCETTAZIONE - «Che Allah mi perdoni, ma non l'ho uccisa io». Secondo indiscrezioni, sarebbe stata questa frase, intercettata al telefono, a convincere i Carabinieri che investigavano sulla scomparsa di Yara Gambirasio della responsabilità del marocchino. Pare che i sospetti fossero indirizzati nei suoi confronti quando l'uomo si è assentato dal lavoro nei giorni successivi alla scomparsa di Yara. L'uomo lavorava proprio nel cantiere del centro commerciale di Mapello dove i cani avevano più volte condotto gli investigatori. Sul marocchino si sarebbe indirizzata l'attenzione degli inquirenti quando l'uomo ha lasciato il suo luogo di lavoro e residenza abituale ed è partito per Genova, con l'intenzione di imbarcarsi sul traghetto diretto in Marocco. A quel punto è scattato il blitz per impedire la fuga. Accertamenti sono tuttora in corso sull'eventuale presenza di complici.


LA TRAGICA NOTIZIA - Intorno alle 12 di domenica, subito dopo che è stata diffusa la notizia del fermo per omicidio, il comandante provinciale dei carabinieri colonnello Roberto Tortorella si è recato nell'abitazione dei genitori di Yara per comunicare loro gli ultimi sviluppi. Il comandante si è fermato a casa Gambirasio per una trentina di minuti e uscendo non ha voluto dire nulla. In mattinata la strada di accesso alla famiglia di Yara è stata sbarrata all'accesso anche per i giornalisti. Le ricerche, purtroppo, a questo punto sono rivolte a trovare il corpicino della piccola. In mattinata le operazioni si sono spostate nella zona di Barzana, a nord di Brembate Sopra (ascolta l'audio di Claudio Del Frate).

LE REAZIONI - Primi segni di intolleranza a Brembate Sopra quando si è sparsa la notizia del fermo: nel primo pomeriggio di domenica, davanti alla casa della ragazza si è fermato un suv Audi dal quale è sceso un uomo che ha esposto un cartello con la scritta «Occhio per occhio, dente per dente». Un uomo con un giubbotto verde è passata più volte urlando «Fuori marocchini e albanesi dalla Padania». Un altro compaesano ha detto: «Io non ce l'ho con lui perché è uno straniero, non mi interessa di che razza sia, voglio però che sia fatta giustizia, vorrei che facessero a lui quello che ha fatto alla ragazzina».

«Qui non siamo razzisti - ha aggiunto un'altra signora di passaggio - ma ci piace l'ordine e la tranquillità e qui non era mai successa una cosa come questa». «La nostra comunità non reagirà mai con una caccia all’uomo, siamo uniti, solidali, abbiamo speranza: non c’è alcun timore. Questo è un episodio ma non è nella nostra natura né in quella della nostra terra. Non c’è una preoccupazione generalizzata ma solo episodica», ha detto in una breve intervista telefonica con Sky Tg 24 Diego Locatelli, sindaco di Brembate di Sopra. Il Paese è amministrato da una giunta leghista.



Il traghetto Berkane

Il traghetto Berkane


L'OPERAZIONE SUL TRAGHETTO
- La complessa operazione congiunta delle forze dell'ordine è avvenuta nel massimo riserbo al largo del porto di Sanremo (Imperia); insieme ai carabinieri, è intervenuta anche un'imbarcazione della locale Guardia Costiera. Intorno alle 17 di sabato un ufficiale dei carabinieri di Bergamo ha contattato la direzione marittima di Genova, chiedendo di fermare la partenza del traghetto Berkane, della compagnia marocchina Comarit, partito nel primo pomeriggio da Genova e diretto a Tangeri, in Marocco. In quel momento, tuttavia, il traghetto era già partito e si trovava a 17 miglia dalla costa, in acque territoriali internazionali, dove non era possibile alcun intervento.

A quel punto, il direttore marittimo della Liguria ha personalmente contattato il comandante del traghetto, spiegandogli la situazione. Quest'ultimo ha allora invertito la rotta ed è rientrato in acque italiane, dove la nave è stata raggiunta da un'imbarcazione dalla Guardia costiera, a bordo della quale vi erano anche alcuni carabinieri. I militari sono saliti sulla nave ed hanno fermato l'uomo, che è stato fatto salire a bordo dell'imbarcazione militare e portato al Comando dei carabinieri. L'operazione è stata effettuata anche grazie alla collaborazione fornita dalla Procura della Repubblica di Sanremo, che si è coordinata on quella di Bergamo.


IL «GIALLO» SULL'OMONIMO - In un primo tempo gli inquirenti, ingannati da una omonimia, avevano pensato che l'immigrato si fosse imbarcato sulla motonave Excellent, della compagnia Grandi Navi Veloci. I carabinieri del comando provinciale di Genova, a supporto dei colleghi di Bergamo, sabato pomeriggio hanno effettuato un sopralluogo sulla nave in partenza alle 18.45 per Tangeri, con scalo a Barcellona. Cercavano un marocchino di nome Mohamed, che viaggiava in cabina con altre due persone. I militari sono saliti a bordo, hanno raggiunto i passeggeri nella cabina, identificato e fermato l'uomo; poi però sono stati avvisati che si trattava di un omonimo, mentre il ricercato si trovava sulla Berkane, salpata da Genova alle 13. Secondo quanto appreso a Genova, pochi minuti prima dell'ora prevista di partenza è stato dato l'ok alla partenza della Excellent, con tutti i passeggeri a bordo. Intanto il blitz sulla Berkane era già stato organizzato.

Redazione online
05 dicembre 2010

Wikileaks, infuriano i "siti specchio" «Volete colpirci? Saremo più forti»

Il Messaggero


Il legale di Assange: la caccia al fondatore di Wikileaks
è stata scatenata a scopi politici





ROMA (5 dicembre) - Infuria sul web la corsa al sostegno a Wikileaks, con decine di "siti mirror" (specchio) di quello fondato da Julian Assange che garantiscono accesso ai file della diplomazia Usa al centro di un caso internazionale. «Wikileaks colpisce ancora. Spegneteci e più forti diventiamo» si legge in un twit di Wikileaks che rimanda a una chiave di ricerca #imwikileaks per trovare gli "specchi", e che chiaramente evoca la terminologia cara ai Jedi di "Guerre Stellari", la celebre saga di Steven Spielberg e George Lucas. Il "codice Jedi" ha ispirato anche decine di comunità hacker, i cosiddetti "buoni", che rivendicano di rivelare buchi nei sistemi di sicurezza informatici perché questi siano riparati, e non per trarne vantaggi personali.

I "mirror" (specchi) del sito diffondono l'accesso ai file di Wikileaks a livello mondiale, con una propagazione tale da rendere molto difficili gli attacchi di tipo informatico tesi a «oscurare» il sito, almeno di quelli conosciuti fino a ora.

Legale: caccia ad Assange ha motivi politici. Intanto Mark Stephens, l'avvocato del fondatore di Wikileaks, Julian Assange, teme che il suo assistito possa essere estradato negli Stati Uniti, una volta arrestato dalle autorità svedesi. L'Interpol ha emesso per Assange un mandato d'arresto internazionale su richiesta della polizia svedese in seguito alle accuse di stupro di cui il fondatore di Wikileaks deve rispondere alla giustizia di Stoccolma. Per l'avvocato, la caccia ad Assange «sembra avere motivazioni politiche». Stephens si è detto «preoccupato per le motivazioni politiche che sembrano esserci dietro» questa vicenda.




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Attenti al ghiacchio: strade di pedoni in Inghilterra

Il Mattino





LONDRA (5 dicembre) - In Inghilterra le temperature polari segnate nei giorni scorsi hanno finito col ricoprire di ghiaccio le strade. Un pericolo per i pedoni, che rischiano di cadere. È quanto dimostra questo video, dove alcune persone cadono all'angolo di una strada, mentre un "cinico" osservatore riprende l'accaduto con il telefonino.


Video
 Strage di pedoni




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L'Fbi lancia l'allarme sulla Barbie con telecamera: "Rischio pedofilia"

La Stampa


La bambola può girare e trasmettere i filmati





L'Fbi ha lanciato un allarme "pedofilia" sulla nuova Barbie 'Video Girl', una delle ultime versioni della popolarissima bambola, da luglio in vendita nei negozi di giocattoli americani. Questa Barbie, in realtà è una piccola video-camera, il cui obiettivo è posto all'altezza del torace.

La bambola bionda è quindi in grado di filmare, trasmettere video, lunghi anche 30 minuti, e scaricarli su un computer. L'Fbi teme che qualcuno possa usare questo incredibile giocattolo per filmare qualche minore e poi distribuire online odioso materiale pedo-pornografico.

Finora comunque, sottolinea l'Fbi, non ci sono stati casi di pedofilia. La Mattel, l'azienda che produce la Barbie, s'è limitata a dire che «l'Fbi non ha riportato alcun caso» e che il loro interesse «è produrre giochi per i bambini e per il loro bene. La loro sicurezza è la prima tra le nostre priorità». Ma un nonno dello stato di Washington, intervistato dalla Cnn, ha espresso la preoccupazione di tanti genitori americani: «Anche se sinora non c'è stata alcuna segnalazione di reati, francamente, tra tanti giochi disponibili sul mercato, non regalerei mai questa Barbie alla mia nipote di sei anni».



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Sharm El Sheik, turista uccisa da squalo

Il Mattino



 

IL CAIRO (5 dicembre) - Tragedia nelle acque di Sharm El Sheik, dove una turista è stata uccisa da uno squalo. La donna tedesca. 70 anni, stava nuotando nei pressi della spiaggia privata di un grande albergo.

Lo squalo l'ha attaccata da destra e per lei non c'è stato nulla da fare, riferiscono fonti locali. Subito dopo l'attacco, raccontano ancora le fonti, le autorità locali hanno iniziato a richiamare a riva tutti i turisti e i villeggianti per fare in modo che nessuno rimanesse in acqua.

La scorsa settimana alcuni turisti russi erano stati attaccati da uno squalo, che li aveva feriti in maniera grave, ma questo è il primo attacco mortale. Il ministero dell'Ambiente egiziano, la scorsa settimana aveva annunciato la cattura di un grosso esemplare di squalo che sarebbe stato l'autore dell'attacco contro i turisti russi.

Da quell'incidente sono al lavoro team di scienziati per spiegare questo fenomeno inusuale di squali che attaccano l'uomo abbastanza vicino a riva.




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Wikileaks: al Qaida voleva colpire Bush in Cina Gates a Frattini: i pericoli della bomba iraniana

di Redazione



L'avvocato di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks: 2se lo prendono temo possa essere estradato negli Usa". Proseguono le rivelazioni. Bin Laden voleva colpire il presidente Bush durante le Olimpiadi in Cina. E ancora, Zapatero avrebbe favorito la General Electric a discapito di Rolls Royce



 
Londra - La caccia a Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, "sembra avere motivazioni politiche". Lo ha detto alla Bbc l'avvocato di Assange, Mark Stephens, che ieri ha smentito trattavice con la polizia britannicain merito alla volontà di di costituirsi da parte di Assange, ormai braccato. L'avvocatoteme che il suo assistito possa essere estradato negli Stati Uniti una volta arrestato dalle autorità svedesi. Lo ha affermato alla Bbc. L'Interpol ha emesso per Assange un mandato d'arresto internazionale su richiesta della polizia svedese in seguito alle accuse di stupro di cui il fondatore di Wikileaks deve rispondere alla giustizia di Stoccolma. E alla domanda se temesse per Assange l'estradizione negli Usa da parte della Svezia, l'avvocato Mark Stephens ha risposto: "Certamente".

Intanto infuria sul web la corsa al sostegno a Wikileaks, con decine di siti 'mirror' (specchio) di quello fondato da Julian Assange che garantiscono accesso ai file della diplomazia Usa al centro di un caso internazionale. "Wikileaks 'colpisce ancora'. Spegneteci e più forti diventiamo", si legge in un twit di Wikileaks che rimanda a una chiave di ricerca #imwikileaks per trovare gli 'specchi', e che chiaramente evoca la terminologia cara ai Jedi di "Guerre Stellari", la celebre saga di Steven Spielberg e George Lucas. Il "codice Jedi" ha ispirato anche decine di comunità hacker, i cosiddetti "buoni", che rivendicano di rivelare buchi nei sistemi di sicurezza informatici perché questi siano riparati, e non per trarne vantaggi personali. "L'Impero Colpisce Ancora" (The Empire strikes back, il twit del sito di Assange è: "Wikileaks strikes back") è uno tra i più popolari tra i sei film della serie Guerre Stellari. La pellicola è la seconda della serie di sei film, uscita nel 1980. In un sondaggio del 2005, realizzato da Zogby, risultò essere il più amato della saga. Al secondo posto il primo film della serie ("Una Nuova Speranza"), poi la "La Vendetta dei Sith", "Il Ritorno dello Jedi", "La Minaccia Fantasma" e "L'Attacco dei Cloni". I 'mirror' (specchi) del sito diffondono l'accesso ai file di Wikileaks a livello mondiale, con una propagazione tale da rendere molto difficili gli attacchi di tipo informatico tesi a "oscurare" il sito, almeno di quelli conosciuti fino a ora.

A Qaeda voleva colpire Bush alle Olimpiadi di Pechino L'intelligence cinese mise in guardia gli Usa da un possibile attentato contro George W. Bush ordinato dal numero due di al Qaida Ayman al-Zawahiri durante le Olimpiadi di Pechino del 2008. Lo si legge in un cable dall'ambasciata Usa a Pechino siglato dall'allora incaricato d'affari Dan Piccuta. Uno 007 cinese avvertì Washington che al-Zawahiri, nel luglio 2008, aveva dato ordine a un gruppo di terroristi dell'Est Turkestan (come i nazionalisti uighuri chiamano la regione cinese dello Xinjiang) di compiere attentati in Cina durante le Olimpiadi. "I potenziali bersagli includono: il presidente e il segretario di Stato Usa, il premier e il ministro degli esteri Gb, le cerimonie di apertura e chiusura, i turisti VIP, il presidente afghano", si legge nel dispaccio. I terroristi erano "esperti con gli esplosivi" e potevano portare micro-bombe in molti modi. "Secondo l'intelligence cinese, i piani sono due: un gruppo è deputato a compiere attentati sul territorio e non avrà come bersagli gli americani o la sede dell'ambasciata". Nel corso del 2008, Pechino affermò di aver sventato diversi piani di attentato, sugli aerei piuttosto che contro gli atleti delle Olimpiadi, che portarono in un anno all'arresto di circa 1.300 persone per reati "relativi alla sicurezza" nello Xinjiang, dove si verificarono comunque numerosi attentati terroristici nel corso del mese olimpico. Una ventina uighuri, la minoranza musulmana della regione cinese, catturati lungo il confine afgano-pakistano ai primi Anni 2000 sono invece finiti a Guantanamo accusati di avere legami con al Qaida. Successivamente sono stati espulsi verso altri Paesi. 

Gates, l'Iran e Frattini Il segretario della Difesa americano Robert Gates enfatizzò con il ministro degli esteri Franco Frattini il rischio di "una proliferazione nucleare in Medio Oriente, di una guerra scatenata da un attacco israeliano, o di entrambe" se non fossero stati compiuti "progressi sul dossier nucleare iraniano nei mesi a venire". E sottolineò la necessità di "un'azione urgente". Lo si legge in un file dall'ambasciata americana in Italia al Dipartimento di Stato Usa del 12 febbraio del 2010, qualche giorno dopo la visita a Roma, l'8 febbraio, del segretario Usa alla Difesa. "Sarà un mondo diverso" tra 4-5 anni se l'Iran si doterà di armi nucleari. E' quello che ha previsto Gates in un incontro con il ministro degli Esteri italiano. "Il segretario alla Difesa disse di aver dato lo stesso avvertimento al primo ministro turco Erdogan", aggiunge il documento mandato dall'ambasciata Usa a Roma al Dipartimento di Stato.

Zapatero favorì General Electric Rolls-Royce ha visto andare in fumo nel 2007 il contratto di fornitura dei motori per elicotteri all'esercito spagnolo a causa del personale intervento del premier iberico, José Luis Zapatero ("un opportunista"), in scia al vigoroso lavoro di lobby da parte dei diplomatici Usa. E' il contenuto di un cablogramma segreto dall'ambasciata americana a Madrid diffuso da Wikileaks e disponibile sul sito del Guardian, in cui l'ambasciatore Eduardo Aguirre racconta le macchinazioni diplomatiche dietro le quinte che hanno aiutato il colosso General Electric a strappare l'affare a Rolls-Royce del controvalore stimato in oltre 200 milioni di sterline. I dettagli dell'operazione gettano un'ombra sul cosiddetto 'rapporto speciale' tra Regno Unito e Usa, proprio all'indomani della diffusione di un cablo Wikileaks sul divertimento dei diplomatici americani per la 'paranoia' britannica relativa a questo tipo di legame privilegiato. Aguirre, in particolare, definisce il leader socialista spagnolo come un "opportunista", descrivendolo come "un politico scaltro, con una strana capacità - come un gatto in una giungla - sul senso di opportunità o pericolo". Il ministero della Difesa iberico era propenso a chiudere l'accordo con Rolls-Royce, ma l'intervento di Zapatero cambiò lo scenario.




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Napoli, call center ruba le carte di credito L'inchiesta: centinaia di truffe in Italia

Il Mattino


   

NAPOLI (5 dicembre) - Si scrive «dumping» ma si legge truffa. Truffa informatica. Passa anche per Napoli l’ultima frontiera della pirateria informatica: centinaia di persone e numerose aziende si sono rivolte negli ultimi due mesi alla polizia postale per denunciare di essere rimaste vittime di raggiri consumati in Rete.

Tutti con le stesse modalità, inquietanti perché dimostrano che il livello di aggressività dei pirati informatici si è ulteriormente affinata rispetto alle ultime esperienze. Falsi funzionari Visa e Mastercard chiamano a casa e chiedono i codici segreti: centinaia di denunce. Caccia al call center fantasma.





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Il ladro più onesto d'Italia

di Stefano Lorenzetto


Vincenzo Pipino: "Rubavo i Canaletto per il piacere di restituirli". Anche Picasso, Magritte, De Chirico, Kandinskij, Klee, Braque, Balla, Malevich. "Ho passato in galera 25 dei miei 67 anni. Giovani, non imitatemi"



 

Aveva appe­na 6 anni, Vincenzo Pipino, detto En­cio, quando il resto del mondo decise di chiuderlo fuori per sempre, mettendo fra sé e lui porte blin­date a cinque manda­te, impianti d’allarme, telecamere di sorve­glianza, fotocellule, vetri antisfondamento, grate. Il fattaccio accadde nella scuola ele­mentare Armando Diaz, durante la ricrea­zione. «Noi, figli dei poveri, denutriti, bra­ghe corte e geloni sulle mani, eravamo in ulti­ma fila, perché il maestro riservava i primi banchi ai figli dei sióri che lo riempivano di regalini», e a Venezia, per antonomasia la cit­tà dei «gran signori», ce n’erano tanti anche allora di sióri , oh se ce n’erano. «Il capoclas­se, rampollo di un farmacista del sestiere Ca­stello, veniva in aula col cestino della meren­da pieno d’ogni bendidio. Quel giorno ad­dentò per ultima una mela. Io avevo un buco nello stomaco grande così. Gli chiesi: vànze­me almeno el rosegòto, avanzami il torsolo da rosicchiare. “Toh, se lo vuoi, raccoglilo”, rispose con disprezzo, e lo gettò sul pavimen­to. Non ci vidi più. Gli saltai addosso. Finen­do a terra, si morsicò la lingua. Il sangue gli zampillava dalla bocca. Mi espulsero a vita dalle scuole di ogni ordine e grado».
In realtà stavano per rinchiuderlo all’Istitu­to medico psicopedagogico, «un nome che ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca», ma sua madre Cesira tanto brigò per sottrarlo a quella sorte infelice che alla fine riuscì a tro­vargli un lavoro ancora più infelice: aiutante in un’agenzia di pompe funebri nei pressi di Santa Maria Formosa. «A 8 anni tutto il gior­no tra morti da vestire e bare da spolverare. Dica un po’,lei avrebbe resistito?».Poi garzo­ne di pasticceria: «Dal banco il titolare mi or­dinò: “Fischia!”. E io non ci riuscii, perché avevo la bocca piena. Dovevo pur sfamarmi. Piombò in laboratorio, mi massacrò di botte e mi cacciò». Poi apprendista fotografo. Poi... Poi la strada diventò la sua scuola. Dicia­mo pure l’università: 3.000 furti tra musei e abitazioni private; 50 gioiellerie svaligiate; una media di 30 quintali d’oro (che lui chia­ma polenta per via del colore) rubati ogni set­timana in giro per l’Eu­ropa, «a quel tempo va­leva 370 lire il grammo, ne avevo talmente tan­to che ero costretto a darlo in conto vendita». E una quindicina di ar­resti, di cui tre in flagran­za di reato («mai in Ita­lia, due volte a Losanna e una a Düsseldorf»), 300 denunce, 15 con­danne, un’evasione spettacolare da un peni­tenziario svizzero del Cantone di Vaud.
La sua specialità era­no le collezioni d’arte. Non c’è dimora storica affacciata sul Canal Grande o su piazza San Marco che sia stata in grado di resistergli. Non c’è santuario del bello che non sia riusci­to a violare, a comincia­re dal Palazzo Ducale, primo e unico ladro nel­la storia a espugnarlo, per finire col museo Correr. Sulla galleria privata di Peggy Gug­genheim mise le mani addirittura due volte nello stesso anno, il 1971, prima a febbraio e poi a dicembre, sempre assistito dalla batteria, come la chiama lui;i set­te uomini d’oro, come li chiamavano allora i cro­nisti di nera suggestio­nati dal­film di Marco Vi­cario con Rossana Pode­stà. Perché servono dei complici - Gino, Pòpe, Cippo le Tabarin, Marcian, My Bob e Antoine de la Rose - quando devi trafugare 15 dipinti al primo giro e 17 al secondo, «lei non ha idea di che cosa significhi portarsi via sotto il braccio un Picasso, un Magritte, un Balla, un Kandinskij, un Braque, due De Chi­rico, due Klee, due Malevich, due Ernst, due Moore...».
Eppure nessun capolavoro è mai uscito da Venezia. Al massimo è finito sepolto per po­chi mesi in un campo a Chirignago, 15 chilo­metri, lungo la strada Miranese. «Ho sempre restituito tutto, e perfettamente integro, ma­gari in cambio di un piccolo contributo», vol­garmente detto riscatto. «La questura ci face­va la sua bella figura e noi mangiavamo. L’im­portante è che i tesori della città non andasse­ro perduti. Se il patrimonio artistico della Se­renissima è ancora al suo posto, ruberie di Napoleone a parte, lo si deve all’amorevole vigilanza che il qui presente Pipino Vincen­zo esercita da sempre. Finché avrò respiro, malavitosi foresti qui non ne arriveranno».
Il ladro più onesto d’Italia sintetizza la sua vita così: «Sono rimasto in prima elementare per mezzo secolo». Destino segnato quando ti capita di nascere in calle Malatin, sinoni­mo toponomastico di pellagra, rachitismo, pediculosi. Ha imparato a leggere e scrivere in galera. Il tempo non gli è mancato: su 67 anni di vita, 25 li ha passati dietro le sbarre, avendo come compagni di detenzione gli Strangio, i Graviano, Francis Turatello, Mi­chele Zaza, Valentino Gionta e Vincenzo Sca­rantino, il pentito della strage di via D’Ame­lio in cui morì il giudice Paolo Borsellino, ma anche il professor Toni Negri, che è rimasto suo grande amico, e Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse. E quelli che non ha conosciuto dentro, li ha frequen­tati fuori: Enrico De Pe­dis, detto Renatino, il ca­po della banda della Ma­gliana oggi sepolto in una chiesa di via della Conciliazione; la sua amante Sabrina Minar­di; il suo braccio destro Danilo Abbrucciati; An­tonio Spavone, detto ’O Malommo, che guidava la camorra prima di Raf­faele Cutolo. Ma senza mai possedere un’ar­ma, senza mai non dico torcere un capello ma anche solo farsi vedere dalle sue vittime. Pipino è sposato dal 1968 con Carla. «Pur­troppo mia moglie non poteva avere figli. Però abbiamo cresciuto tanti nipoti perbene: uno vice­direttore di banca, uno laureato in scienze poli­tiche, una proprietaria di un’agenzia di viaggi».
Suor Pierina,l’angelo cu­stode dei reclusi nel car­cere veneziano di Santa Maria Maggiore, gli fece conseguire il diploma di terza media con un esa­me cumulativo, senza bi­sogno di frequentare le lezioni. Adesso Encio, autodidatta coltissimo e un po’ filosofo,è diventa­to scrittore. Ha pubblica­to Rubare ai ricchi non è peccato ( Edizioni Biblio­teca dell’Immagine) e dalle pagine di Face­book dispensa trucchi del mestiere e consigli di vita. Quello che gli sta più a cuore è rivolto ai giovani e vuole dettarlo qui: «Allontanate­vi. Non imitatemi. Non fate la mia vita: quan­do starà per finire, come ora succede a me, vi accorgerete di stringere fra le mani un affet­tuoso e intimo nulla».

Che cosa vuol dire nascere a Venezia?
«È un privilegio. Abito alla Giudecca. Se mi dicessero di traslocare altrove, morirei. Ol­tre il ponte della Libertà c’è solo campagna. Compresa Parigi».

Come si diventa ladri?
«Per necessità. Strada facendo si trasforma in virtù. La mia generazione ha sempre ruba­to onestamente. Non ho mai tenuto in tasca neppure un temperino. Una volta andai a ri­pulire la casa di una nobildonna veronese, Bianca Bevilacqua mi pare che si chiamas­se. Nella cassaforte trovai un plico con scrit­to sopra: “ Da aprire solo dopo la mia morte”. Un malvivente qualsiasi l’avrebbe aperto su­bito, chissà che cosa poteva contenere. Io in­vece lo lasciai intatto. Da ciò la contessa de­dusse che fossi un ladro gentiluomo e fece pubblicare un’inserzione a pagamento su tutti i giornali d’Italia,offrendomi 15 milioni di lire in cambio della refurtiva. Purtroppo i gioielli erano già stati venduti, altrimenti glieli avrei restituiti volentieri. In particolare due grossi orecchini con diamanti e smeral­di li vedo indossare da una famosissima attri­ce italiana ormai avanti con gli anni».

Ricorda la prima cosa che ha rubato?
«Un bidone del latte da 50 litri. Non era faci­le, a 8 anni, farlo rotolare fino in calle Mala­tin. Ad attendermi c’erano tutte le mamme, compresa la mia. Da quel giorno assicurai il rifornimento gratuito ai poveri del sestiere. Il bidone d’alluminio lo schiacciavo e lo ven­devo a un robivecchi di calle de la Pegola. Finché quattro poliziot­ti non mi aspettarono al varco. Fui portato in questura e bastonato. Allora funzionava così: ti pestavano. Ormai ero segnato a vita».

Avrebbe potuto cam­biare vita.
«Che cosa fa il procio­ne? Si gratta e ruba. Lo arrestano il procione? No. E allora che colpa ne ho io se provo questo continuo prurito alle mani? Da fornaio porta­vo il pane all’Arsenale. Vidi la cambusa aperta e mi caricai un sacco di zucchero nella gerla, sa­ranno stati 30 chili. La guerra era finita da po­co, lo zucchero si vende­va a grammi, come la droga. “Semo sióri!”, esclamò mia mamma, una veneziana molto pratica, vedendomi ar­rivare. Alla sera rincasò mio padre Antonio, pu­gliese tutto d’un pezzo di San Nicandro Garga­nico. Mi chiese: “Chi te l’ha dato?”. L’ho trova­to, risposi. Immaginar­si se potevo farla a lui, un nocchiere. Sul sacco c’era stampigliato “Ma­rina militare”, ma io non me n’ero accorto, perché non sapevo né leggere né scrivere. “Adesso lo riporti dove l’hai rubato”, mi ordi­nò. Mia nonna Nene si sedette sul sacco: “Eh no, el zùcaro no’ va fora de qua!”».

Il primo colpo grosso a che età?
«A 14 anni. D’estate ci infilavamo sotto i ca­panni del Lido e bucavamo col trapano le as­si del pavimento per sbirciare Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Marisa Allasio che si spo­gliavano. Uscivamo da lì sotto alle 8 di sera con gli occhi fuori dalle orbite. D’inverno mi venne un’idea: svitare le assi in modo da po­­terle sollevare nella bella stagione mentre i bagnanti erano stesi al sole. Dai portafogli ri­gonfi portavo via solo un po’ di soldi, quanto bastava per comprarmi i primi jeans da Vitta­dello. Un’estate adocchio un americano che esce dall’hotel Des Bains con la famiglia. Ave­va un rotolone di dollari nel taschino della camicia.

Corro alla Standa, acquisto un paio di bermuda e raggiungo a nuoto la spiaggia dei miliardari, per non dare nell’occhio. At­tacco bottone con John, il figlio scemo del­l’americano, lo invito a giocare a calcio, do­po un po’ un tiro finisce dritto nel capanno. Con la scusa di recuperare il pallone, mi fion­do dentro, rubo dalla camicia tutti i dollari, m’infilo il malloppo nelle mutande, poi fin­go un attacco di cacarella e me la svigno. Sa­ranno stati 200.000 euro di oggi. Il capo della Mobile, Angelo Sciuto, andò a colpo sicuro. Sospettava da tempo che il predone del Lido fossi io. Mi ritrovai a passare la notte nel car­cere minorile delle Zattere. L’indomani ven­nero tre poliziotti a interrogarmi. Uno di loro cominciò a spegnere il suo sigaro sul mio cor­po, ho ancora i segni delle bruciature sulla pancia e sull’inguine, vuole vederli?».

Lasci perdere. Continui.
«Io urlavo per il dolore, ma non confessavo. Non volevo arrecare questo dispiacere a mio padre. Sette mesi di galera».

E una volta scarcerato?
«Una trentina di colpi in giro per l’Europa. La banda del buco l’ho in­ventata io, insieme con i miei complici, altro che Peppe er Pantera, Tiberio, Ferribotte e Ca­pannelle dei Soliti igno­ti di Mario Monicelli. Si sceglieva un apparta­mento momentanea­mente disabitato sopra una gioielleria, si toglie­vano le mattonelle aven­do cura di non far cade­re i calcinacci giù di sot­to e poi si aspettava la pausa pranzo, quando i preziosi non vengono chiusi in cassaforte. Con questa tecnica demmo l’assalto all’ore­f­iceria Poncini in boule­vard Saint Germain, a Parigi, passando attra­verso l’atelier di Pierre Cardin. Purtroppo ci fu una soffiata da Vene­zia».

Di chi?
«Di un tizio che, per ave­re campo libero con la moglie di uno di noi set­te, doveva far finire in carcere il rivale in amo­re».

Era più semplice sva­ligiare la casa dello stilista Cardin in cal­le dei Muti o Baglio­ni, vicino al ponte di Rialto.
«Nel campo della moda feci visita all’abitazione di Luciano Benetton, a Ponzano Veneto, ma non trovai niente da portar via, perché non era ancora famoso. Quanto alle dimore pa­trizie sul Canal Grande, le ho visitate tutte, dai Brandolini d’Adda ai Persico, fino ai di­scendenti di Azzo degli Azzoni. I Donà delle Rose li gò rovinà: cinque o sei residenze. Fa­cevo fessa la giusta (nome della polizia nel gergo della malavita veneziana, da giustizia, ndr) usando la gondola. I poliziotti teneva­no d’occhio solo i motoscafi. S’è mai visto un ladro che scappa remando?».

Non si curava dello shock che provocava nelle famiglie profanando l’intimitàdel­le loro abitazioni?
«Semmai lo shock lo provavo io nel vedere com’erano tenute. Da quella di un grande industriale, in piazza San Marco, uscii con i calzini da buttare, tanto era sporca. Che di­sordine! Un brillante grosso così abbando­nato sul bidè, pellicce per terra, orologi di gran marca sparsi qua e là».

Con quale criterio sceglieva gli obiettivi?
«Che domande! L’assenza del proprietario. Un giorno del 1998 esco dall’Harry’s Dolci della Giudecca - sono golosissimo di pastic­cini - e mi scappa l’occhio su un palazzo con le imposte chiuse, dall’altra parte del Baci­no San Marco, alle Zattere. Vado. Leggo i tre cognomi sui campanelli: Collalto-Castillo, Giustinian, Donà delle Rose. Il primo mi è nuovo. Corro alla biblioteca Marciana a far ricerche e trovo un indizio: contessa Cecilia Collalto Giustinian in Falck. È come una fru­stata alle mie sinapsi: acciaierie Falck ugua­­le Alberto Falck, collezione Falck uguale Gio­vanni Antonio Canal, Canaletto uguale Fon­tegheto de la farina . La tela dei miei sogni».

Perché?
«Raffigura il piccolo magazzino che sorgeva sul molo di San Marco. In primo piano si ve­de un ponte che fu distrutto da quelle caro­gne degli austriaci. Sullo sfondo la Punta del­la Dogana. Un dipinto di vivace puntigliosi­tà, immerso in quella luce dorata tipica di alcune giornate settembrine veneziane che solo il Canaletto riusciva a rendere con tanta abilità. Decido di andarmelo a prendere. En­tro e mi ritrovo in una pinacoteca: Masac­cio, Tintoretto, Mantegna, Sebastiano del Piombo, Simone Martini. Bisogna fare una cernita, rispettare la storia. Mentre son lì che ragiono con i miei complici, alle 3 di not­te arriva Alberto Falck. Oh, casso! Invece di scappare,aspetto che siritiri nell’ala più lon­tana del palazzo. Guardo dal buco della ser­ratura e lo vedo seduto davanti alla ribalta di un secrétaire del ’700, intento a scrivere con una Montblanc. Via libera. Un colpo da 20 miliardi di lire».

Non è assurdo rubare una tela notificata, valutata allora 4 miliardi e giudicata in­vendibile dai critici d’arte?
«Ha mai provato a tenersi un Canaletto in ca­sa per un mese? El sorideva. Xera parfìn più lucido. Un cuore che pulsava. Qualche tem­po dopo telefonai all’ufficio di Milano dell’in­dustriale dell’acciaio: sono quello che ha ru­bato il Canaletto a Venezia, vorrei parlare con Alberto Falck. Alla centralinista tremava la voce: “Rimanga in linea”. Me lo passò. “Che cosa vuole? Parli pure”, mi disse con tono seccato. So che lei ha fatto molte opere di bene, l’ho vista insieme con Papa Wojtyla nella foto in cornice: perché non dona il Fon­­tegheto allacittà di Venezia? “Il dipinto è mio e ne faccio ciò che voglio”, rispose.

A dire il vero adesso il dipinto è mio e potrei anche ridurlo in pezzettini, replicai. Tacque per un istante: “Certo, potrebbe distruggerlo. Ma da quel poco che ho potuto capire di lei, so­no sicuro che non lo farà”. E riattaccò. Glielo feci ritrovare a Roma e finii in galera per sette mesi. Il capo della Mobile, Vittorio Rizzi, e il sostituto procuratore, Maria Bianca Cotro­nei, ebbero la loro bella targa. A me Falck in­viò alcune casse di vini dei Collalto. Tre anni dopo dimostrò d’avermi dato retta: fece esporre la tela in occasione della strepitosa mostra sul Canaletto alla Fondazione Cini. Ero confuso tra la folla all’inaugurazione. Falck mi riconobbe. Lo salutai e lui ricambiò con un cortese cenno del capo. Ogni tanto continuo a sentire il Fontegheto che mi chia­ma. Mi dice: “Portami via da questo oblio”».

Mai sognato di rubare La Gioconda , co­me fece l’imbianchino Vincenzo Perug­gia nel 1911 al Louvre di Parigi?
«Compii un sopralluogo: le opere venete che m’interessavano erano di dimensioni troppo grandi. Però alle Gallerie dell’Acca­demia ho avuto fra le mani La tempesta del Giorgione. È l’unica che Napoleone non è riuscito a fregarci».

Ma che senso ha assaltare per due volte nel giro di dieci mesi la Peggy Guggenhe­im Collection?
«Ma alora no’ ti g’ha capìo un casso! Era un gioco delle parti che giovava a tutti. I funzio­nari di polizia recuperavano la refurtiva, fini­vano sui giornali, ricevevano encomi solen­ni e facevano carriera. Io mi prendevo un pic­colo contributo sulla riconsegna, le spese di trasporto merce, diciamo. Il codice non scrit­to era: mai portar via la roba da Venezia, mai arrecare danni alle opere d’arte. Rispettato quello, ciascuno dei protagonisti aveva la sua bella convenienza. E poi c’erano anche furti su commissione che non potevi rifiutar­ti di eseguire».

Sia più chiaro.
«Nel 1991 ero alla Marciana a compulsare i miei amati librid’arte.Mi avvicina un luogo­tenente di Felice Maniero: “Il presidente vuole vederti”. Ma ci elo ’sto presidente? El còtola? Io il boss della mala del Brenta lo chiamo così, perché da piccolo stava sem­pre attaccato alla sottana della madre. Il suo scherano mi spiega che Maniero ha bisogno di rubare un pezzo importante a Ca’ Rezzo­nico per poi fare uno scambio con lo Stato e ottenere il rilascio di un cugino finito in chè­ba ( gabbia , metonimia per carcere, ndr) . Po­tevo dirgli di no? Però ho preferito scegliere il Palazzo Ducale. Una sfida con me stesso, visto che non aveva mai subìto furti. Nella Sala dei Censori ho notato una Madonna col Bambino del XV secolo, un olio su tavola uscito dalla bottega di Alvise Vivarini.

Mi so­no nascosto nelle prigioni. Casa mia. E du­rante la notte ho fatto al contrario il percorso del detenuto Giacomo Casanova: dai Piom­bi a Palazzo Ducale attraversando il Ponte dei Sospiri. Sono uscito per calle degli Alba­nesi con la Madonna. L’ho consegnata a Ma­niero senza averne in cambio neppure una lira.Avanzai un’unica pretesa: che la restitu­isse intatta. Si vede che ancora non bastava a far scarcerare il cugino arrestato per traffi­co di droga, perché in quello stesso anno El còtola fece rubare il mento di Sant’Antonio custodito nella basilica di Padova».

Lei ha «visitato» a modo suo anche il mu­seo Correr.
«Nel 1992 un certo Valerio mi aveva offerto l’equivalente di 200 milioni di lire in marchi per portar via tutti i quadri di Giovanni Belli­ni. Io pensavo che si trattasse del solito furto con richiesta di riscatto. Ma durante il colpo chiesi: per chi stiamo lavorando? Quello mi rispose: “Penso che tu l’abbia sentito nomi­nare. Si chiama Arkan. L’ho conosciuto anni fa in galera. Oggi è presidente di una squa­dra di calcio a Belgrado”. Arkan? Serbia?Ma certo! Era il soprannome di Zeljko Raznato­vic, inseguito dall’Onu per crimini contro l’umanità commessi durante la guerra nel­l’ex Jugoslavia. Figurarsi se un macellaio del genere avrebbe riconsegnato i Bellini a Ve­nezia! Dissi al mio complice: vieni con me, devo fare una telefonata urgente. Entrai in una cabina e chiamai il 113».

Dei sette uomini d’oro, che fine hanno fatto gli altri sei?
«Tre sono passati a miglior vita, uno di mor­te violenta, ucciso dalla mala. Il quarto è diven­tato un antiquario one­stissimo. Il quinto fa il pensionato. Il sesto è un cameriere e un lette­rato ammodo».

Il suo periodo di de­tenzione più lungo?
«Sei anni, per cumulo di condanne».

Qual è stata la prigio­ne peggiore?
«Viterbo. Massacrava­no i detenuti. Vidi sei­ sette guardie carcerarie ammazzare a calci e pu­gni un indiano che ave­va rifiutato il cibo get­tandolo sul pavimento. Approfittai della chia­mata di correo in un pro­cesso contro Maniero per denunciare il fatto a un pubblico ministero di Venezia. Quattro pa­gine di verbale in cui, per la non dispersione degli elementi probato­ri­e per la certezza del fat­to, chiedevo un imme­diato intervento. Non accadde nulla di nulla».

Come riuscì a scappa­re ­dalla Maison de sé­curité élevée de la Plaine de l’Orbe, in Svizzera?
«È un penitenziario per detenuti pericolosi, co­struito verso la fine del­l’Ottocento dagli stessi reclusi. Il direttore mi disse: “Signor Pipino, se lei ha intenzione di evadere, le consiglio di farsi crescere un paio d’ali come questo uccellino”, e mi indicò un canarino che tene­va in una gabbietta. Da quel momento diven­ne il mio pensiero fisso. Schiacciando il cap­puccio di una penna pubblicitaria dell’hotel Ermitage di Montecarlo, riuscii a ricavare una chiave. Nelle suole delle scarpe custodi­vo un seghetto. Scrissi al mio aguzzino: “Co­me ha visto, monsieur le directeur, io sono rientrato a Venezia passando per i suoi cop­pi e senza le ali del suo canarino”».

Per la legge adesso lei che cos’è?
«Un delinquente abituale. Quindi di primo grado. Dopo di me vengono i delinquenti professionali, secondo grado, e i delinquen­ti per tendenza, terzo grado. Anche quando non faccio niente, la polizia si chiede: “Dove xelo e cossa sarà drìo far?”. Insomma, so che sono destinato a morire in carcere. Sicura­mente. Me lo sento nell’anima».

A sua moglie che ha passato la vita da so­la, ad aspettarla a casa, non ci pensa?
«Mia moglie è una santa monogama. Ha sempre lavorato, prima come vetraia a Mu­rano, dove fece anche un lampadario per la principessa Grace di Monaco, e oggi come cameriera».

Quand’è uscito di prigione l’ultima vol­ta?
«Due anni fa. A lei parrà strano, ma in galera so­no stato una persona mi­gliore. A Rebibbia mi chiamavano il sindacali­sta delle carceri. Ero l’av­vocato dei detenuti. Ne ho fatti uscire più io che gli indulti. Sono diventa­to un super esperto in esecuzione della pena».

Cioè?
«Deve sapere che l’8% dei detenuti è dentro in­giustamente per cumu­li giuridici in eccesso. Lì intervenivo io. In otto mesi ho fatto togliere 750 anni di carcere. Sa quanto costa allo Stato un detenuto? Circa 350 euro al giorno. Faccia un po’ lei i conti».

Sono 273.750 giorni di detenzione cancel­lati.
«Appunto. Che moltipli­cati per 350 euro al gior­no fanno quasi 100 mi­lioni. Sono venuti gli ispettori di via Arenula a complimentarsi: “Lei ha fatto risparmiare al ministero della Giusti­zia un sacco di soldi”. Che poi bisognerebbe anche chiedersi perché un detenuto costa 350 euro se le imprese che forniscono il vitto si ac­contentano di appena 1,40 euro al giorno».

Chiediamocelo.
«Ma è ovvio! Per quella cifra il cibo è scarso e scadente. Quindi il detenuto è costretto a pro­curarsi il sopravvitto a sue spese. S’è mai chie­sto chi sono quelli che lucrano sugli spacci interni dei penitenziari? S’è mai chiesto per­ché la costruzione di una cella di 3 metri qua­drati viene a costare al contribuente 175.000 euro, quanto un miniappartamento?».

Ho letto che il suo assistente nella predi­sposizione dei ricorsi era Mario Piergros­si, condannato per aver ucciso la nonna a forbiciate.
«L’ho fatto scarcerare, ora è un uomo libero. Fosse dipeso da lui, non avrebbe neppure presentato l’appello.Un nichilista che legge­va e rileggeva Delitto e castigo . Tutto il contra­rio di me. L’ho convinto ad aprirsi,a parlare».

Una decina d’anni fa domandai a Lucia­no Lutring, il solista del mitra: che cos’è per lei l’onestà? Mi rispose: «Eh, l’one­stà! Una roba astratta, non la vedi, nem­meno nelle persone cosiddette perbene. Rapinavamo 100 milioni e la radio parla­va di 300. Capito i signori banchieri? Truffavano le assicurazioni. A modo mio credo d’essere stato onesto: spartivo fi­no all’ultima lira. Ho mai ciulaa i amis. Perché se mi fossi messo a fare il ladro anche con i ladri, che razza di uomo sa­rei stato?».
«Tutto quello che di­chiara il derubato di­venta ipso facto fonte di verità. Ma non è mica così, sa? Durante un processo dal quale uscii assolto chiesi a una mia vittima, una di­scendente del doge Francesco Foscari: mi scusi, ma lei il quadro che le ho rubato dove l’ha preso? Cominciò a farfugliare. Tutto il con­trario della Svizzera, do­ve la polizia per prima cosa vuol vedere le fattu­re dei beni asportati. Da una gioielleria di Losan­na, in avenue de la Ga­re, uscimmo con 50 chi­li di oro. Nella denuncia erano diventati 3».

Oggi di che vive?
«Faccio consulenze per i benestanti, gli inse­gno come proteggere le loro ville dai malviven­ti. Mi pagano fino a 2.000 euro».

Che genere di consi­gli offre?
«Evitare le mandate di numero pari alla serra­tura della porta blinda­ta: o una, o tre, o cin­que, e lasciare la chiave nella toppa. Guardarsi dal personale di servi­zio, dalle badanti, da chi ti viene per casa per qualche lavoro: dietro ogni colpo in 9 casi su 10 c’è la soffiata di un collaboratore infede­le. Osservare la presenza di estranei all’ester­no dell’edificio: un ladro compie non meno di tre-quattro sopralluoghi prima di agire. E altri trucchi che non posso svelare, per non insegnare il mestiere ai balordi».

È pericoloso avere una cassaforte in ca­sa?
«Più misure di sicurezza adotti e più attiri i mariuoli. Meglio un cartello all’ingresso: “Si avvisano i signori ladri che questa abitazione è già stata visitata tre volte e all’interno non resta più nulla da rubare”. Davanti a un an­nuncio così, me ne sarei andato persino io».

Qual è il momento più difficile durante un colpo?
«Il furto più pericoloso è quello che ti sem­bra perfetto sulla carta. Perché non prevede la rinuncia. Io ho avuto spesso il buonsenso di rinunciare.Rubare è un’opera d’arte, il la­voro più difficile al mondo... Se non lo sai fare. Ci sono due categorie di ladri: i distrutti­vi e i conservatori. I veneziani appartengo­no alla seconda, purtroppo sono in via d’estinzione. In giro per musei avevo un de­coratore d’interni che dopo il buco provve­deva a un restauro ambientale. Mai lasciato macerie, noi».

Che rapporto ha con i poliziotti?
«Ottimo. Di rispetto reciproco. Ma se mi bec­cano, non c’è grazia per me».

Pensa che tornerà a rubare?
«Mai dire mai».

Il suo ultimo furto?
«Quello di domani».

Che differenza c’è fra un ladro e un politi­co?
«Il ladro si dichiara. Il politico dice la verità solo se gli presti una maschera».

Come vuole che la definisca nel titolo del­­l’intervista? Arsenio Lupin della lagu­na? Fantomas della Giudecca? Il Gatto che s’arrampicava sui tetti in Caccia al ladro di Alfred Hitchcock?
«Cary Grant l’ho conosciuto di persona. Si­curamente ero un gatto anch’io. Una sera d’estate una signora si svegliò di soprassalto sentendo i nostri passi sulle tegole e s’affac­ciò da un abbaino: “Mariavergine, ci sio voialtri?”. E noi: non si preoccupi, signora, siamo ladri. “Ah, benón. Bona note”».

Solidarietà fra veneziani.
«Però mi sento più vicino a Robin Hood. Su un ponte c’era un povero mutilato, privo di un braccio, che chiedeva l’elemosina. Men­tre stavo per lasciargli un obolo, passa una carampana con una pelliccia lunga fino a pie­di, lo squadra e gli dice: “Ma va’ a lavorare!”. L’ho seguita per tutta Venezia,tra calli e cam­pielli, fino a quando la vecchiaccia non è en­­trata in un portone e ho visto accendersi una luce. Per un mese, sera dopo sera, sono anda­to lì a farle la posta. Al momento buono sono entrato e ho razziato tutto. Tornato a casa mia,ho scoperto che tra la refurtiva c’era l’ur­na contenente le ceneri del marito. Vede, io ho sempre trovato il modo di restituire ogget­ti affettivi rubati per sbaglio, tipo la fede nu­ziale o la catenina d’oro di un figlio defunto. Ma il liofilizzato di quel poveretto mi stringeva il cuore. Sono andato su un ponte del Canal Grande, ho aperto il sac­chetto delle ceneri e gli ho detto: va’, caro, starai meglio libero in acqua che accanto a quella me­gera di tua moglie».

Non s’è fermato da­vanti a nulla?
«Non ho mai portato via orologi e oggetti prezio­si in riparazione, per non togliere all’orefice anche il lavoro. E non ho mai rubato capitelli o saccheggiato chiese. Da bambino andavo al­l’oratorio della parroc­chia di San Francesco della Vigna. A maggio il prete chiudeva le porte del tempio per non farci scappare e dopo il fioret­to serale ci dava il pane imbottito con la mar­mellata regalatagli dai soldati americani, quel­l­a solida che si poteva af­fettare. Alla fine qualco­sa, dentro, ti resta. La possibilità di finire al­l’inferno, per esempio».

E non teme di finirci?
«Chiesi a suor Pierina: madre, ma è tanto diffici­le andare in paradiso? Lei mi rispose: “Noooo, Encio. Vieni con me”. Mi portò nella cappella del carcere e mi indicò la finestrella con le sbarre. “Vedi quelle nuvole?Là dietro c’è una banca. Un’altra banca è qui in terra. Alla fine, il diret­tore tirerà le somme. Se hai depositato tanto sul conto in terra, sei fritto. Ma sei hai messo da parte qualcosa sul conto lassù, sei salvo».

E come la mettiamo col settimo coman­damento?
«Non rubare? L’ho sempre rispettato. Ho so­lo svuotato le tasche di chi aveva rubato pri­ma di me».


(522. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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