venerdì 10 dicembre 2010

Si fa inseminare all'estero senza dire nulla al marito: lui chiede la separazione

Il Messaggero


Protagonista una coppia romana, che a maggio ha avuto una figlia. L'uomo a luglio ha scoperto di essere impotente



  

ROMA (10 dicembre) - Una 45enne romana si è sottoposta l'anno scorso a inseminazione eterologa a Barcellona senza dire nulla al marito, motivando il viaggio con un aggiornamento di lavoro. Quest'anno i due hanno avuto una bambina ma l'uomo, dopo essersi sottoposto ad alcune analisi, ha scoperto di non poter avere figli ormai da cinque anni. Di qui la richiesta di separazione.

I protagonisti sono Bruno T., 60 anni, un garagista, e Milva I., 45 anni, hostess. Il fatto è avvenuto nell'agosto del 2009 a Barcellona dove la donna, si era recata dicendo al coniuge che era per un corso di aggiornamento. A ottobre la donna ha comunicato al marito la lieta novella: «Sono incinta», lasciando intendere che si trattava di una gravidanza naturale. A maggio di quest'anno è nata una bimba. A luglio il garagista, in vista di un'operazione alla prostata, ha scoperto, dopo una serie di analisi, di essere affetto da «impotenza generandi» da oltre cinque anni. L'uomo non ha detto nulla alla consorte, ma poi ha scoperto in un cassetto -alcune ricevute di pagamento per migliaia di euro a favore dell'Istituto De Reproduccion Cefer di Barcellona. A questo punto la hostess ha confessato di essersi sottoposta ad un'inseminazione artificiale all'insaputa del marito.

Nell'atto di separazione, presentato dagli avvocati Anna Orecchioni e Giacinto Canzona, si legge: «l'inseminazione eterologa della moglie senza il consenso del marito pur non rappresentando una violazione del dovere di fedeltà fisica rappresenta un indiscutibile venir meno a quel rapporto fiduciario morale alla base della comunione materiale e spirituale dei coniugi come consacrata dal Codice civile».




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Colpi di pistola a Capodanno, uccise uomo La pena per la Terracciano sale a 14 anni

Il Mattino



 

NAPOLI (10 dicembre) - Inasprita in appello la pena per Manuela Terracciano, la giovane dei quartieri spagnoli che due anni fa, durante i festeggiamenti della notte di San Silvestro, esplose alcuni colpi di pistola in strada, uccidendo per errore il ventiquattrenne Nicola Sarpa. La sentenza di condanna a 14 anni è stata emessa oggi dalla III corte d'assise di appello, presidente Omero Ambrogi, che ha accolto in parte la richiesta del sostituto procuratore generale Antonio Iervolino.

In primo grado, al termine del processo con rito abbreviato, Manuela Terracciano - figlia del boss Salvatore, ex collaboratore di giustizia - era stata condannata dal gup Enrico Campoli a dieci anni di reclusione.

L'omicidio avvenne in vico lungo Trinità degli Spagnoli. La giovane, per festeggiare il Capodanno, esplose alcuni colpi di pistola calibro 7.65; un proiettile raggiunse Nicola Sarpa, che era fuori al balcone, uccidendolo all'istante.




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Impazza la nuova "droga dello stupro" Primo sequestro di ecstasy liquida

La Stampa


E' un nuovo tipo di stupefacente A Parma in manette un uomo che ne aveva 2 litri e mezzo,
utile a preparare 5 mila dosi
Chi beve la sostanza perde i freni inibitori e rischia di morire





PARMA

Primo, ingente sequestro di un nuovo stupefacente. La chiamano "droga dello stupro", è una specie di ecstasy liquida, che si assume bevendo. Toglie ogni freno inibitore, e chi la prende, passato l'effetto, non ricorda più niente. E' facilissimo finire in overdose, perché è molto difficile dosarla e bisogna assumerne dosi minime per non morire. E, manco a dirlo, pure a queste dosi piccolissime, la sostanza distrugge il cervello.

La Polizia l'ha sequestrata a Parma, dove ha arrestato un quarantenne italiano con l’accusa di detenzione a fine di spaccio di «ecstasy liquida». Da una perquisizione l'uomo è risultato avere circa 2 litri e mezzo della sostanza stupefacente chiamata Gbl (acido «Gamma Butirro Lattone»), nota come "ecstasy liquida" e precursore chimico per ottenere il Gbh, meglio conosciuto come «droga dello stupro».

Le indagini sono iniziate dalla segnalazione del ricovero in stato di incoscienza di una persona che aveva assunto una dose della sostanza.

Si tratta del primo ingente sequestro in Italia di questa nuova sostanza stupefacente, sostanza pericolosa visti i suoi effetti sull’organismo. Oltre alla gran facilità di finire in overdose il Gbl ed il Gbh sono chiamate «droga dello stupro» perché l’utilizzatore oltre a perdere contatto con la realtà ed a perdere ogni freno inibitore, quando cessano gli effetti non ricorda più nulla di quanto accadutogli.

Dal Gbl sequestrato, che dalle analisi è risultato essere di purezza pari al 99,9 %, sarebbe stato possibile ricavare circa 5000 dosi, destinate al mercato dell’Emilia Romagna. Ulteriori dettagli saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 11 in Questura.



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Donne scomparse, indagato lo «zio» Si uccide un parente di Remorini

Corriere della sera

Sono riprese le ricerche nel campo a Torre del Lago dove per diversi mesi hanno vissuto Claudia Velia Carmazzi e la madre Maddalena Semeraro. Indagato lo «zio»


TORRE DEL LAGO - Sono riprese stamani le ricerche nel campo di via dei Lecci a Torre del Lago dove per diversi mesi hanno vissuto, all’interno di due roulotte, Claudia Velia Carmazzi, 59 anni, e la madre Maddalena Semeraro, 80, scomparse alla fine del settembre scorso. I carabinieri, insieme a personale del Ris e con l’ausilio di cani specializzati nelle ricerche ematiche, stanno cercando possibili indizi. All’interno del campo è presente anche Massimo Remorini, l’uomo che il figlio della Carmazzi, David Paolini 22 anni, definisce lo «zio» e che accudiva e curava gli interessi delle due donne. Remorini ha ricevuto un avviso di garanzia per sequestro di persona e circonvenzione di incapace. È lui che ha pilotato la vendita di due appartamenti di madre e figlia, ma nonostante questa operazione immobiliare Carmazzi e Semeraro vivevano in indigenza. Remorini è anche comproprietario dell’area dove si scava.

Ma si aggiunge un giallo nel giallo: è stato trovato impiccato nella sua abitazione, lo zio di Massimo Remorini che al momento è l’unico indagato nella vicenda delle due donne. L’impiccato, 66 anni, aveva una corda stretta intorno al collo ed allacciata, all’altro capo, al corrimano della scala. Secondo quanto appreso il cadavere era in ginocchio, una circostanza per la quale il medico legale Alessandro Grazzini, durante il sopralluogo, avrebbe parlato di suicidio incompleto confermando così, come ipotesi iniziale, che si è trattato di un gesto volontario. Il suicidio risalirebbe alle prime ore di stamani. Il sessantaseienne era in pigiama. Vedovo, viveva da solo. È stata la figlia a trovarlo morto recandosi da lui per fargli visita. Dato l’allarme, sul posto è arrivato anche il nipote Remorini, accompagnato dal suo legale, l’avvocato Giorgio Paolini: entrambi provenivano dal terreno dove da ieri è in corso una ricerca accurata delle donne scomparse. Altri parenti sono arrivati alla casa oltre a carabinieri e personale del 118. Uno di loro avrebbe urlato a Remorini: «Assassino. Questo gesto è colpa tua». Ci sono stati attimi di tensione, poi la situazione è tornata relativamente calma anche grazie all’intervento dei carabinieri.


La storia della scomparsa delle donne inizia con un bancomat che non viene più usato da almeno tre mesi. Appartiene a Maddalena Semeraro. Quel bancomat, secondo gli accertamenti dei carabinieri, veniva usato da Massimo Remorini, 53 anni, originario di Camaiore, sposato e padre di due figlie, figura chiave di un’inchiesta che ha registrato un balzo in avanti. Lui, che il figlio di Velia, David Paolini, chiama «zio», ha ricevuto un avviso di garanzia per sequestro di persona e circonvenzione di incapace dopo che ieri mattina i carabinieri hanno sequestrato il campo di via dei Lecci, a Torre del Lago, dove le due donne — prima di essere inghiottite nel nulla — vivevano in condizioni a dir poco precarie all’interno di due roulotte. Ed è lì che ieri i carabinieri e gli specialisti del Ris di Roma hanno cominciato a cercare le tracce delle scomparse. Con loro, due tecnici dell’Università La Sapienza di Roma, che hanno ispezionato il terreno con un georadar usato a scandagliare porzioni di terra considerate sospette sulla base della segnalazione di un cane del gruppo Hbdd di Rosignano, impiegato per la ricerca di tracce ematiche. Drata, un bracco tedesco, ha lavorato anche alla ricerca di Yara Gambirasio, nel Bergamasco. «Assicuriamo agli inquirenti la massima collaborazione», ripete l’avvocato Giorgio Paolini, che difende Massimo Remorini da 4 giorni. Da quando, cioè, i carabinieri hanno perquisito l’abitazione dell’uomo alla ricerca di armi, senza portare via nulla.



I pubblici ministeri Aldo Cicala e Sara Polino non parlano. Se ancora non si sa quante persone siano iscritte formalmente sul registro degli indagati, è certo che Remorini ha ricevuto un avviso di garanzia, come si desume dal sequestro probatorio del campo che lui gestisce, così come la società che ne detiene la proprietà e che vede fra i soci anche David Paolini. In queste ore, gli inquirenti rileggono gli interrogatori e scandagliano la pista dei soldi. È dagli accertamenti bancari che si spera di avere una risposta. Gli inquirenti sanno che il bancomat dell’anziana Maddalena veniva usato da Remorini. Ma dall’inizio di settembre, nel momento in cui la donna sparisce, quel bancomat non viene più utilizzato. «L’ho restituito a lei», ha messo a verbale l’uomo. Gli inquirenti stanno cercando di delineare la figura dello «zio», che avrebbe gestito gli interessi delle due donne e che è stato indicato da David, come la persona incaricata di vendere le due case di proprietà delle donne scomparse, senza che loro, a detta del figlio, abbiano incassato i soldi. Il proprietario delle due case è l’avvocato viareggino Giunio Massa, professionista noto e stimato in città, che adesso ha intestato quegli immobili alla moglie e a uno dei suoi fratelli. Dice il legale: «Le case le ha acquistate mio fratello tra il 2006 e il 2008. I contratti e i bonifici bancari li ho consegnati personalmente ai carabinieri. È stato Remorini a contattarmi proponendomi l’acquisto: lo conosco, in passato si è rivolto al mio studio legale per un processo civile». L’avvocato Massa ricorda che dal notaio «c’erano i proprietari delle case. La proprietà era così divisa: 50% era della Semeraro, l’altro 50% era diviso tra i due nipoti, mentre Velia era l’usufruttuaria. Le due donne, ricordo, erano perfettamente in grado di intendere. Sinceramente sono addolorato da questa scomparsa, dato che la stessa Velia si è rivolta a me a gennaio chiedendomi di istruirle una pratica di risarcimento danni: è cugina di Maria Luisa Carmazzi, morta durante la strage del treno a Viareggio. Ma Velia non aveva i requisiti e così non se ne è fatto di nulla».

Quelle proprietà sono costate all’avvocato fra i 240 e i 300 mila euro. Remorini ha raccontato che, per quella compravendita, «Maddalena mi dette una cifra che si aggirava intorno ai 10mila euro». Che fine hanno fatto le due donne? Le versioni sono discordanti, come ha raccontato mercoledì sera Chi l’ha visto? David teme che le parenti siano morte, ma c’è chi giura di averle viste. E Francesco Tureddi, torrelaghese di 56 anni, che specifica di essere «amico di Massimo Remorini», spiega: «Era il 10 o l’11 settembre, poco dopo le 10 di mattina. Tornavo dal chiosco ‘‘Da bosco e da riviera’’ dove lavora Massimo e stavo andando in via dei Lecci. Ricordo di aver visto salire su una Mercedes nera, vecchio tipo, targata Milano, la signora Velia che mi salutava con la mano». Nei giorni scorsi, invece, Remorini ha sostenuto che «Velia e un uomo che non conosco sono venuti qua a settembre, fra il 7 e il 12. Ricordo che quella mattina feci la colazione a Maddalena e con noi c’era anche David. Fu caricata a bordo di un’auto, mi pare una Bmw, e poi partirono. Velia mi disse che si sarebbero fatte vive loro».

Simone Innocenti
10 dicembre 2010

Assaliti Carlo e Camilla Polizia nella bufera ma Cameron la difende

Quotidiano.net


I membri della Royal Family: "Siamo grati agli agenti per il lavoro che svolgono". Il primo ministro: "La colpa è stata di chi ha attaccato quell'auto"

Londra, 10 dicembre 2010



Gli incidenti avvenuti ieri a Londra nel corso della manifestazione degli studenti contro l’aumento delle tariffe universitarie - approvata dalla Camera dei Comuni con appena 21 voti di scarto - hanno messo in luce alcune mancanze nel dispositivo di sicurezza, illustrate dal fatto che persino la macchina di Carlo e Camilla è stata attaccata dai dimostranti.

Come spiega il quotidiano britannico The Daily Telegraph, il responsabile della Polizia Metropolitana, Paul Stephenson, e il ministro degli Interni Theresa May sono finiti nell'occhio del ciclone, sia per la gestione delle dimostrazioni in generale che per i singoli episodi, primo fra tutti l'attacco alla Rolls Royce del principe di Galles.
Ci si chiede infatti come sia stato possibile che la polizia - che per ovvi motivi conosce tutti gli spostamenti dei membri della Royal Family - abbia permesso alla macchina di Carlo e Camilla di attraversare una zona di Londra in cui i dimostranti controllavano ormai il terreno.




Inoltre, la decisione di isolare completamente Westminster ha lasciato libere le frange più violente di concentrare i loro attacchi altrove, soprattutto contro l’edificio che ospita il Ministero del Tesoro.
Scotland Yard da parte sua ha elogiato il comportamento degli agenti, mentre May non ha voluto indicare se vi sarà un'inchiesta ufficiale sull’accaduto, limitandosi ad affermare che dovrà essere Scotland Yard a decidere quali misure intraprendere.

Certamente i reali non gettano benzina sul fuoco. "Capiamo perfettamente le difficoltà della polizia e siamo sempre grati alla polizia per il lavoro che svolge", hanno detto attraverso un portavoce.

Anche il primo ministro britannico 'assolve' le forze dell'ordine: "Non era colpa della polizia. La colpa è stata di chi ha attaccato quell'auto". Cameron ha detto che dopo l'incidente ha telefonato al segretario personale del Principe e con Sir Paul Stephenson, il capo di Scotland Yard e aggiunto che sui responsabili "cadrà tutto il peso della legge di questo paese".


FOTO Studenti in rivolta: il precedente



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Fini: "E' calciomercato".

Libero




I numeri, alla Camera, sonon ancora complicati. Il bilancino ufficialmente dice che, ad oggi, i voti di fiducia a favore del governo Berlusconi sarebbero 312 mentre quelli contro 315. Ma da qui al 14 dicembre la strada è lunga. E l'impressione è che il Cavaliere potrebbe guadagnare terreno. A perdere, più la faccia che gli uomini, sarebbero Fini e i futuristi. Incassate le defezioni sul fronte della sfiducia di Razzi (da Idv a Noi Sud, voterà sì), i misti Scilipoti, Cesario e Calearo (confluiti nel Movimento di Responsabilità Nazionale e rispettivamente per la sfiducia, il sì e l'astensione, in attesa di posizione comune) e Grassano (dai Liberaldemocratici a Pionati: sì), il Fli si aggrappa alla sfiducia dichiarata dei Radicali pannelliani. Ma la terra, intorno al presidente della Camera, sa sempre più di bruciato. E lui non la prende bene: "Da adesso comincia il calciomercato", avrebbe detto Fini a due insegnanti del liceo scientifico "Majorana" di Isernia che gli rivolgevano un "in bocca al lupo" in vista del voto del 14 dicembre.

Per il direttore di Libero Maurizio Belpietro, però, è inutile lamentarsi dei cambi di casacca. Il modo per eliminarli ci sarebbe, ed è modificare la Costituzione. Ma nessuno ci ha mai provato, forse perché conviene a tutti.




"I pasdaran finiani più accesi hanno sbagliato tutte le valutazioni, in questi sei mesi - attacca Daniele Capezzone, portavoce del Pdl -. Prima la scelta delle fibrillazioni e del controcanto continuo, poi la spaccatura, poi i toni astiosi usati a Bastia Umbra da molti dirigenti finiani, fino all'errore più clamoroso, quello della mozione di sfiducia, che li ha allineati a Bersani e Di Pietro". "E' naturale - prosegue Capezzone -, che non solo gli elettori, ma anche numerosi eletti, non si riconoscano in quel tipo di approccio. E oggi il Fli è isolato".
L'attacco alla nomenklatura finiana arriva anche da destra. Francesco Storace se la prende con Bocchino: "Si è lamentato di uno sputtanamento perché si è saputo del suo colloquio con Berlusconi. Di grazia, perché gli italiani non dovevano sapere che il campione della trasparenza era andato alla corte del suo principale nemico?".

A proposito di cambi di casacca. Bruno Cesario, ex deputato Api, accusa il centro-sinistra: "I veri trasformisti sono quelli del Pd. Che oggi a Roma spalleggiano gli ex fascisti del Movimento sociale mentre in Sicilia stanno con quelli che prima consideravano dei mafiosi", ha sottolineato al Riformista. Sul voto del 14 dicembre è chiaro: "Sosterrò il governo votando contro la mozione di sfiducia, come ho già fatto a settembr. Il paese non può infilarsi in una contrapposizione cieca".




10/12/2010




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Rapinatore “steso” dalle chiacchiere della sua vittima: si sente male e rinuncia al colpo

Il Messaggero


TORINO - Un libraio 40enne di Torino ieri mattina ha steso con le sue chiacchiere il rapinatore che aveva deciso di portargli via l'incasso, convincendolo a rinunciare al colpo. Non solo: il rapinatore, cappuccio regolamentare in testa, si è sentito male e ha chiesto al libraio di chiamargli un'ambulanza.

Intorno alle 12 di ieri un italiano di 37 anni, armato di coltello e di una pistola giocattolo, è entrato in una libreria del centro intimando al titolare di consegnargli l'incasso. Il titolare però ha iniziato a chiacchierare. «Periodaccio questo - ha detto al bandito - si fanno pochi affari». «Va male anche a me» ha risposto l'altro che dopo un po', stordito dalle parole, non soltanto ha desistito ma si è sentito male e ha chiesto che venisse chiamata un'ambulanza. I carabinieri lo hanno denunciato a piede libero.

«Non ti hanno insegnato a chiedere le cose per favore? Adesso esci di qui e, se vuoi qualcosa, me la chiedi in modo cortese», ha detto il libraio al rapinatore. «Tu non hai capito: io voglio i tuoi soldi», ha replicato quello, subito zittito dal libraio. «Se prima avrei voluto aiutarti - gli ha detto - adesso non lo faccio proprio più. Anche per me si tratta di un periodo duro: devo ancora pagare tutto e certamente non navigo nell'oro». I due hanno chiacchierato per circa 25 minuti e alla fine il rapinatore ha detto di sentirsi male per uno stato di ansia: «Potresti chiamarmi un'ambulanza?». Dopo l'arrivo dei soccorsi e la denuncia, l'uomo è stato trattenuto in ospedale in osservazione.




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Eni, i segreti di South Stream nella scatola svizzera di Zug

Corriere della sera


La galassia delle società miste di Gazprom e i bilanci «flessibili»



nel cantone elvetico le società dei gasdotti russi verso l'Europa e con la Serbia



Alexander Medvedev, Gazprom export
Alexander Medvedev, Gazprom export
L'agenzia del turismo del Cantone di Zug raccomanda soprattutto il tramonto sul lago, «un'esperienza da non mancare». Oppure la vista dei giochi di luce sulla facciata della stazione ferroviaria, opera del californiano James Turrell. Difficile però che qualche centinaio di grandi «corporation» di tutto il mondo e di ricchi contribuenti siano confluiti verso la campagna, i laghi e i monti della Svizzera centrale solo per le attrazioni locali. Diciamola subito: a Zug si va perché si pagano poche tasse, e le aliquote fiscali per le aziende sono tra le più basse della Svizzera, e quindi d'Europa. Tra il 9 e il 15%. Ma non solo: il «tax ruling» locale dà alle società che decidono di installarsi nel Cantone la possibilità (teorica ovviamente) di confezionare bilanci che sarebbe un eufemismo definire incompleti e poco trasparenti. Qualche esempio di illustri «clienti fiscali»? A Zug, e nei suoi dintorni, hanno deciso di spostare la propria sede mondiale o europea grandi multinazionali americane. Così nel giro di pochi chilometri quadrati si ritrovano Foster Wheeler, Noble, Amgen. Il colosso del trading Glencore. Persino la Transocean, la società petrolifera responsabile del disastro del Golfo del Messico nell'estate scorsa, ha sede a Zug. Le grandi corporation sfruttano le agevolazioni cantonali, e così anche i loro manager.

I gasdotti
L'attrazione esercitata dalla Svizzera e da Zug non ha effetto solo sulle aziende occidentali. Gli oligarchi russi spuntati dopo la dissoluzione della vecchia Urss hanno ampiamente sfruttato le «opportunità» concesse dalle leggi e dal tax system elvetico. Le società intermediarie al 50% tra Gazprom e l'Ucraina nel corso del conflitto del gas dell'inverno 2005-06 (come la Centragas Holding) avevano sede in Svizzera, e ora sono da tempo liquidate. Per il colosso moscovita del gas, tuttavia, l'abitudine di servirsi dello Stato alpino per i propri affari è diventata un'usanza consolidata. Come nel caso del progetto South Stream, oggetto dei preoccupati «cable» delle ambasciate americane rivelati da Wikileaks. Il memorandum tra l'Eni di Paolo Scaroni e i russi viene siglato il 23 giugno 2007.


Il 18 gennaio 2008 viene costituita la South Stream Ag, posseduta al 50% ciascuno da Gazprom e da Eni International Bv. Dove? A Zug naturalmente. Nello stesso luogo dove, dal dicembre 2005, si trova anche il veicolo societario per il gasdotto «Nord Stream», il fratello gemello sul fondale del mar Baltico che dovrà bypassare la Polonia, e che vede tra i soci la tedesca E.On e come presidente l'ex cancelliere Gerhard Schröder. Ancora: quando all'incirca un anno fa i russi chiudono il negoziato con la Serbia per il transito del South Stream si comportano nello stesso modo. Creano al 50% con Srbijagas la South Stream Serbia Ag, infilano in consiglio il capo di Gazpromexport Alexander Medvedev (solo omonimo del presidente Dmitri), quello di Srbijagas Dusan Bajatovic, e dove la piazzano? A Zug naturalmente. Curioso: in Serbia l'aliquota sui profitti «corporate» è già al 10%, e di meno in Europa non si trova, se si fa eccezione per il Montenegro (9%). Per i russi, evidentemente, in queste scelte giocano altri fattori, primo fra tutti la riservatezza, se si vuole utilizzare anche in questo caso un eufemismo. In Svizzera, dettaglio non da poco, le società non quotate in Borsa non hanno alcuno obbligo di deposito del loro bilancio, che rimane a disposizione esclusivamente dell'amministrazione finanziaria.



Costi a forfait
Focus su Zug, dunque. Dove ci si può immaginare che su mandato di Gazprom e Eni un esperto professionista locale abbia costituito la joint-venture in tre-quattro giorni e con una spesa di 7-8 mila franchi. «Diciamo che le autorità cantonali - commenta Tommaso di Tanno, docente di diritto tributario a Siena - hanno una "capacità dialettica" assai elevata nel negoziato con aziende e contribuenti facoltosi». Con vantaggi fiscali di tutto rilievo: una tassa federale dell'8,5% sugli utili alla quale se ne aggiunge una cantonale del 6,5%, che tuttavia le holding non pagano, visto che a Zug possono godere di regimi «privilegiati». Il tutto grazie alla «concorrenza fiscale» interna alla Svizzera, che fa sì che tra i quaranta luoghi migliori in Europa per non pagare le tasse una ventina siano cantoni elvetici. Ma, soprattutto, a far premio c'è la «flessibilità» sulla redazione dei bilanci, che per quanto riguarda attivi e profitti devono semplicemente soddisfare dei «principi di ordinata presentazione».


Senza l'obbligo, quindi, di uniformarsi a standard internazionali riconosciuti, come quelli Ias o quelli americani Gaap. E in particolare - nel caso di aziende che operano «estero su estero» come è e sarà il caso di South Stream - è possibile trattare direttamente con l'amministrazione fiscale un forfait sui costi da riconoscere in bilancio. Una quota percentuale prefissata sui ricavi, detratta la quale resta l'imponibile su cui pagare le tasse. Un sistema che come si può facilmente immaginare lascerebbe un'autostrada davanti a chi volesse mettere in atto pratiche poco trasparenti o addirittura al di là della legge, come consulenze facili, o addirittura la costituzione di fondi. Questione delicata, e all'Eni comunque percepita, visto che nei bilanci la quota del 50% in South Stream Ag (che non è consolidata) compare con una sintetica noterella a margine: la società, si precisa, come altre partecipate svizzere del gruppo risulta ricadere nella «black list» stilata dal ministro Giulio Tremonti nel 2001. Tuttavia essa dichiara che «non si avvale di regimi fiscali privilegiati». Corretto, ma se alla fine South Stream Ag pagherà sugli utili l'aliquota svizzera «senza privilegi» (15%), o quella italiana, pare tutto sommato una questione secondaria rispetto alle domande che pone l'adozione di un sistema, diciamo così, «flessibile» di redazione dei bilanci.



Arriva Gazprombank
Sul versante Nord delle Alpi, però, negli ultimi tempi la partita Gazprom non si è giocata solo sulle joint-venture per i gasdotti. Da un anno e mezzo a questa parte, infatti, in Svizzera ha fatto la sua comparsa anche il braccio finanziario del monopolista di Mosca: Gazprombank, terzo istituto di credito della Russia, dove la casa madre energetica conta per il 41% del capitale e controlla sostanzialmente il board, presieduto da Andrey Akimov. Nel giro di pochi mesi Gazprombank ha messo a segno un paio di manovre che si intersecano con i vecchi scenari noti anche in Italia (caso Mentasti) e lasciano il sospetto che, forse per volontà del Cremlino, si siano ormai regolati diversi affari del passato. A metà 2009 Gazprombank ha acquistato da Vtb, la seconda banca russa, il controllo della Russian Commercial Bank, uno storico crocevia degli interessi russi in Europa occidentale.


Ma meglio sarebbe dire che Gazprombank ha provveduto a un vero e proprio salvataggio della Rcb, visto che in pochi mesi ha dovuto sborsare tra garanzie e fondi supplementari 160 milioni di dollari. Rcb, dal 2006, era la controllante del fondo del Liechtenstein Idf, a sua volta controllante della Centrex austriaca ai tempi dello sfumato affare Mentasti. L'uno-due di Gazprombank, che sostiene di aver approfittato dell'occasione per accaparrarsi una banca che ha piena licenza operativa in Europa, ha di fatto azzerato anche i conti sospesi degli anni precedenti. Tra i fondi dei clienti della Rcb si è assistito nel corso del 2009 a una migrazione particolare: 600 milioni di dollari che risultavano attivi su Cipro, dove opera una Russian Commercial Bank Cyprus, sono improvvisamente rientrati verso Mosca. E in questi movimenti non sembrano essere coinvolti interessi esclusivamente russi.


Stefano Agnoli
10 dicembre 2010





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Le appassionate, illogiche utopie del Signor G

di Roberta Pasero


Tre settimane di incontri, concerti e spettacoli per ricordare l’opera di Giorgio Gaber 



 

C'è ancora la Milano descritta e cantata da Giorgio Gaber? C'è an­cora la città del Cerutti Gino, di «sono qui in via Pacini mamma mia» e del «mi fa male anche la Lombardia»? Chissà. Sicuramen­te c'è sempre la città che rimpian­ge e ricorda Gaber con affetto. E che per il quarto anno dedica al «Signor G» il tributo «Milano per Giorgio Gaber», in calendario da domani all’1 gennaio 2011, ottavo anniversario della sua morte. «Cerchiamo di coltivare i semi che mio padre nella vita non si è mai stancato di piantare: ci spinge la consapevolezza che quello che ha scritto e cantato è attuale anco­ra oggi», dice Dalia Gaberscik, fi­glia del cantautore e di Ombretta Colli che mantiene viva l'immagi­ne e il ricordo del padre anche con la fondazione che porta il suo no­me.

Il primo appuntamento della rassegna, che cade nel quarantesi­mo anniversario della nascita del teatro canzone, sarà dunque do­mani (ore 17) all'Auditorium Ga­ber al Pirellone: Enzo Iacchetti ter­rà a battesimo il suo dvd Chiedo scusa al signor Gaber , dove inter­preta a modo suo una raccolta dei brani più celebri del cantautore. Sarà anche l’occasione per presen­tare il libro Gaber. L'illogica uto­pia a cura del fotografo Guido Ha­rari: «Si tratta di una raccolta di ol­tre 400 fotografie, copertine rare, manoscritti, testi e documenti in gran parte inediti che ricostruisco­no il Gaber-pensiero e tutta la sua biografia», spiega Harari.

Due so­no gli spettacoli in cartellone al Piccolo Teatro Strehler: Io quella volta lì avevo 25 anni , l'ultimo mo­nologo cui Gaber stava lavorando con Sandro Luporini prima di mo­­rire, interpretato da Claudio Bisio con musiche dal vivo di Carlo Boc­cadoro (dal 14 al 18 dicembre), e Eretici e corsari , una lettura incro­ciata delle riflessioni di Gaber e delle disincantate intuizioni di Pier Paolo Pasolini, secondo Neri Marcorè e Claudio Gioè (20 e 21 dicembre). «Nel primo allestimen­to Bisio sarà un eterno venticin­quenne che rievocherà i fatti più importanti accaduti in sei decen­ni di storia italiana, dagli anni Qua­ranta al Duemila, tra speranze e disillusioni», spiega Giorgio Gal­lione, regista dei due spettacoli.

«La lettura incrociata sarà invece l'occasione per scoprire le simme­trie etiche e culturali tra il pensie­ro del cantautore e le lucide intui­zioni di Pasolini». Un tutto Gaber (con l'unica eccezione di un in­contro tra lo show-man Paolo Bo­nolis e il mondo studentesco, te­ma la televisione di ieri e di oggi, previsto all'Università Statale il 16 dicembre alle ore 17), che si concluderà il giorno di Capodan­no con il «Concerto per il Signor G», al Teatro Menotti (ore 17): non si tratterà del consueto omag­gio dei colleghi cantautori, ma del repertorio di Gaber reinterpre­tato dal Coro dei Piccoli Cantori di Milano, diretto da Laura Marco­ra, e dal gruppo Soul Nrg, diretto da Giacinto Livia: «I bambini dai tre ai tredici anni canteranno il Gaber più scherzoso degli anni Sessanta, mentre i ragazzi più grandi, dai quindici anni in su, quello più impegnato, degli anni successivi - spiega Laura Marcora -. La sorpresa per noi è stata accor­gerci di quanto piacciono tutte le canzoni e le ballate di Gaber ai pic­coli cantori. In particolare per Go­ganga , la storia dell'uomo col fi­schio e del dottore, sono letteral­mente impazziti ». Per informazio­ni e dettagli sul programma della rassegna: www.giorgiogaber.it.




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Le mie ore in cella da innocente Adesso l'Italia mi ridia l'onore»

Corriere della sera


Parla Fikri, accusato per la scomparsa di Yara e poi scarcerato: vivo nascosto, sotto choc


Dal nostro inviato  ALESSIO RIBAUDO


MONTEBELLUNA (Treviso) - «Mi chiamo Mohammed Fikri, sono un ragazzo di 23 anni che vive e lavora onestamente, in Italia, da tempo. Con la scomparsa di Yara Gambirasio non c'entravo proprio nulla. Ho vissuto un incubo. Spero tanto che la ritrovino immediatamente. Sana e salva». Inizia così il racconto del ragazzo marocchino, residente in Veneto, che è stato scarcerato il 7 dicembre. Dopo l'uscita dalla casa circondariale nessuno sa dove va. Molti pensano nel Trevigiano, a casa di parenti. Ma nessuno lo vede.

Poi, è lui a decidere di parlare. Il messaggio arriva tramite i suoi familiari. «Concederà l'intervista ma a patto di non chiedere in quale città si andrà». Si parte. Imboccata l'autostrada, si percorrono centinaia di chilometri. A tarda sera, viene chiesto di uscire ad un casello vicino. Pochi chilometri ed ecco Mohammed. Siamo vicini al mare. Lui è in strada accompagnato da alcune persone. Il volto è scarno, pallido e anche il fisico è molto asciutto. Parla e per la prima volta si fa fotografare.

«Quando ti accade una cosa del genere è difficile anche solo mangiare o prendere sonno perché, purtroppo, ti cambia la vita». Il ragazzo è teso. Fissa, dritto negli occhi, il suo interlocutore. Poi si apre. «Se non ho parlato sino ad ora l'ho fatto perché ero molto provato da questa brutta esperienza. Non c'era nessun altro motivo in questa mia decisione». Per questo motivo, ha scelto lui il luogo e l'ora dove incontrarsi. «Cercate di capirmi, credo che sia umano dopo tutto quello che mi è successo». Durante l'incontro controlla sempre l'esattezza delle sue parole fissarsi nel bloc notes. Anche i parenti, comunque, gli stanno accanto. Vigilano sulle sue parole. È una famiglia numerosa e molto unita. Ognuno cerca di fare qualcosa per aiutarlo. Ad esempio, era stato il cugino Abderrazaq il primo a capire che forse le sue parole, nell'intercettazione che sembrava inchiodarlo, potevano essere state, invece, fraintese.

Che cos'è successo il 4 dicembre scorso?
«Mi ero imbarcato sul traghetto che mi avrebbe finalmente riportato in Marocco. A casa. Come avevo concordato con il mio datore di lavoro stavo ritornando dalla mia famiglia per un periodo di riposo».

Sulla data della sua partenza si erano creati equivoci?
«Non c'era nessun equivoco per me. Inizialmente dovevo andare via il 18 dicembre ma poi, visto che con il maltempo il nostro lavoro si ferma, avevo deciso di chiedere l'aspettativa e imbarcarmi il 4 dicembre».
Una visita alla famiglia, la voglia di chiacchierare con gli amici d'infanzia e magari raccontare di come si era integrato bene in Italia. Perché Mohammed, in fin dei conti, con impegno e fatica aveva conquistato ciò che, magari, molti suoi coetanei italiani non hanno saputo fare: un posto, forse l'amore e soprattutto il rispetto e la stima del suo «principale». Come lui stesso ha raccontato nei giorni scorsi. Il ritratto di Mohammed è quello di «uno preciso e con tanta voglia di imparare». Una vacanza, al caldo, sarebbe stata ideale dopo mesi trascorsi a lavorare su e giù lungo tutto il Nord Italia.

Torniamo a quella partenza.
«Ero molto felice dopo essermi imbarcato a Genova. Sapevo che avrei rivisto la mia famiglia alla quale sono molto legato. Ero andato a cena e stavo parlando con dei miei connazionali. Tutto tranquillo. Poi, all'improvviso, si sono avvicinati due ufficiali della nave e mi hanno chiesto i documenti. Glieli ho dati senza batter ciglio. Mi hanno chiesto di seguirli nella cabina di comando. Ho trovato dei militari italiani che mi hanno fatto delle domande. Non avevo mai sentito neanche il nome di Yara. Poi mi hanno pure mostrato la foto. Niente. Non l'avevo mai vista. Mi hanno detto che avrei dovuto seguirli. Siamo rientrati in porto. Mi sono ritrovato in cella, a Bergamo, e da quel momento è iniziato il mio incubo. Mi è crollato il mondo addosso. Sono passato dalla gioia di pensare a riabbracciare i miei genitori alla paura delle ore trascorse da solo in una cella».

A Bergamo, in carcere, cosa le è passato per la testa?
«Milioni di cose. Ma volevo dimostrare subito la verità e cioè che io non c'entravo nulla. Più passava il tempo e più volevo urlarlo al mondo. Ad un certo punto, però, ho avuto anche paura di non essere creduto. L'idea di trascorrere tanti anni da innocente in cella mi toglieva il respiro. Ho pensato al peggio. Ho sperato anche che la notizia non fosse arrivata ai miei genitori».

Come li ha convinti a liberarla?
«Con la forza della verità. Ho risposto a tutte le domande. Mi dovevano credere. Poi meno male che hanno riascoltato la telefonata ed hanno capito bene le parole che avevo pronunciato nel mio dialetto». Man mano che procede con il racconto i tratti del viso si rilassano. La maschera di tensione si allenta.

Serba rancore nei confronti di qualcuno?
«No. Io sono musulmano e la mia religione m'impone di chiedere perdono anche per chi ha sbagliato. Io ho già perdonato».

Cosa la conforta oggi?
«I miei familiari. Non so davvero come ringraziarli per l'aiuto che mi hanno dato. Poi Roberto, il mio "principale" che ha fatto tanto per me in questi anni. Presto voglio tornare a lavorare e magari il tempo mi aiuterà a superare questi brutti giorni».

Se potesse esprimere un desiderio, cosa vorrebbe ora?
«Vorrei che l'Italia mi restituisse la dignità».


Alessio Ribaudo
10 dicembre 2010



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Parentopoli Ama, assunzioni bipartisan: le liste delle assunzioni eccellenti

Il Messaggero


Sotto tiro anche l'Atac dove lavora il figlio dell'allora caposcorta dell'ex sindaco Veltroni.

Stabilizzati altri 350 lavoratori



di Davide Desario

ROMA (10 dicembre) - Al deposito dell’Atac di Grottarossa ci sono 400 autobus e 1.200 dipendenti. Tra loro c’è anche un ragazzo di 26 anni. Si chiama Luca Rotini ed è figlio di Luciano Rotini, ex caposcorta di Walter Veltroni. Il papà oggi è in pensione. Ma il figlio è stato assunto (anche lui senza concorso) a suo tempo quando papà Luciano era il più alto in grado dei poliziotti assegnati al primo cittadino della Capitale. Venne assunto alla Sta, la società che si occupava delle gestione dei parcheggi a pagamento sulle strisce blu. Poi, anche lui, quando c’è stata la fusione, è diventato un dipendente dell’Atac.

Eccola qui l’ultima rivelazione di questa Parentopoli all’amatriciana che sta facendo tremare la Capitale molto più di quanto la Wikileaks di Assange abbia fatto tremare i potenti del mondo.

Perché in questi giorni i computer delle aziende della holding Campidoglio stanno sfornando nomi su nomi, incrociando date di assunzioni e magari stati di famiglia: Così oltre ai nomi dei figli del caposcorta di Alemanno (assunti in Atac e Ama) e a quello del caposcorta di Veltroni stanno venendo a galla parentele, fidanzate e amanti di deputati e senatori del Pdl, mogli e mariti e soprattutto tanti sponsor sindacali e politici di centrodestra come di centrosinistra.

Dopo l’Atac (oltre 850 assunzioni senza concorso delle quali solo 400 per autisti) la valanga Parentopoli ha raggiunto via Calderon de la Barca dove ha sede l’Ama, l’azienda municipalizzata ambiente del Comune di Roma. Anche qui posti di lavoro senza concorso (75 “impiegati” e olte 800 netturbini). Al massimo una selezione di un’agenzia interinale. La più utilizzata è Obiettivo Lavoro, la stessa dove è confluita la ”Lavoro Temporaneo” che aveva come direttore generale quel Franco Panzironi che oggi è proprio l’amministratore delegato dell’Ama.

Bilancio da brivido. Eppure, secondo il bilancio del 2009 i conti dell’Ama sono tutt’altro che rosei. Nel 2008 l’Ama aveva un indebitamento bancario di 550 milioni di euro: 73 milioni (13% del totale) con scadenza a lungo termine e 477 (87%) con scadenza a breve termine. A dicembre del 2009 l’Ama ha effettuato una ristrutturazione del debito, spalmandolo fino al 2021, grazie a un pool di otto banche guidato da Bnl gruppo Bnp Paribas. Ora l’indebitamento si è impennato di altri 58 milioni di euro raggiungendo la cifra record di 608. La suddivisione però è cambiata: 432 milioni (pari al 71% del totale) hanno scadenza a lungo termine e 176 (29%) a breve termine.

New entry. Come se niente fosse proprio ieri l’Ama ha dato inizio ad una nuova infornata si tratta di oltre 350 nuove assunzioni di lavoratori interinali che saranno stabilizzati e andranno a far compagnia a Ilaria Marinelli (figlia dell’ormai ex caposcorta del sindaco Alemanno), Stefano Andrini (l’ex estremista di destra implicato anche nell’inchiesta Mockbel che Panzironi aveva promosso amministratore delegato di Ama Servizi), Armando Appetito (che subito dopo l’assunzione in Ama ha sposato la figlia di Panzironi), Fabio Magrone (assistente dell’europarlamentare del Pdl Roberta Angelilli) e Laura Rebescini (che dalla redazione di Unire tv è diventata una delle due segretarie dell’amministratore delegato).

Tra quelli selezionati da Obiettivo lavoro ci sono, per esempio, Francesca Giannotta sorella di quel Mirko (responsabile decoro urbano), Alesandro Cantarini figlio di Stefano Cantarini segretario provinciale UGL Ambiente e Alessio Palmacci figlio del vicesegretario Ugl Luigi Palmacci.

Quando l’Ama si tingeva di rosso. Dopo la lunga lista degli amici e parenti “targati” Pdl, adesso giorno dopo giorno arrivano i nomi delle assunzioni avvenute durante le giunte Rutelli e Veltroni. Pina Pescosolido, moglie di Antonio Rugghia attualmente deputato del Pd ed ex sindaco di Ciampino, è stata assunta prima in All Clean (una società partecipata Ama) e poi nel 2006 passa direttamente in Ama. Analogo percorso per Mario Di Silvestro che ai più non dirà nulla ma risulta essere il marito di Maria Coscia che è stata assessore capitolino alla Scuola con la Giunta Veltroni e oggi è deputata del Pd. E ancora Marzia Smeriglio, sorella di Massimiliano (Sinistra e Libertà) assessore al Lavoro della giunta Provinciale di Nicola Zingaretti. Nel 2006 arriva in Ama anche Maria Giuseppina Giordano che negli anni passati era stata consigliera comunale del Partito Comunista. E dopo tante mogli spunta anche un marito. Si chiama Alberto Agostini ed è sposato con Caterina Marrone, segretaria del vicesindaco Walter Tocci ai tempi del sindaco Francesco Rutelli. Simonetta Ruina è la moglie di Antonio Calicchia (ex vicecapo di Gabinetto del sindaco Rutelli e attuale direttore generale della Provincia di Roma guidata da Zingaretti). Era una dipendente del Comune di Roma ma in quegli anni è prima passata in Ama Servizi Ambientali e poi, nel 2007, è finita anche lei in Ama spa.

E in questa valanga di nomi potevano mancare, oltre alle assunzioni, anche le consulenze? Luigi Manconi, portavoce nazionale dei Verdi, per esempio ha un contratto di consulenza con Ecomed (società partecipata da Ama) con un compenso di circa 100mila euro annui.

Prossima fermata? Il sindaco di Roma ha annunciato verifiche e inchieste su tutte le aziende municipalizzate. Quale sarà la prossima società ed essere travolta è difficile saperlo. Già tremano, però, all’Ater, a Sviluppo Lazio e a Lazio service. 



davide.desario@ilmessaggero.it




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Interruzione di pubblico servizio», autista bus aggredito per aver fatto pipì

Corriere della sera


L'uomo insultato per essere andato alla toilette prima di prendere servizio sul bus elettrico 116


AL CAPOLINEA 116

ROMA - Aggredito per essere andato in bagno. «Interruzione di pubblico servizio», gli hanno gridato. E pensare che lui era pure arrivato in anticipo. È successo a Roma, venerdì intorno alle 13.50. Protagonista un autista della linea 116 dell`Atac di Roma aggredito verbalmente da alcuni passeggeri in attesa al capolinea di Porta Pinciana.

AL CAPOLINEA - L'autista, di 28 anni e con 3 anni di servizio, arrivato sul posto per iniziare il suo turno con alcuni minuti di anticipo, si era recato alla toilette. Al suo ritorno è stato accusato da alcuni passeggeri di «interruzione di pubblico servizio». Sul posto è intervenuto il personale ispettivo dell'Atac che ha sedato l’aggressione. I passeggeri che hanno insultato l'autista non sono voluti salire nemmeno sul bus giunto dopo circa 15 minuti, ma hanno atteso un terzo veicolo. Lo rende noto Roma Servizi per la Mobilità.

IL PRECEDENTE - Proprio martedì, un altro autista sempre del piccolo bus elettrico 116, era stato al centro dell'attenzione per aver fatto scendere i viaggiatori e essere andato a prendere la fidanzata con il mezzo pubblico.

Redazione online
10 dicembre 2010



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Terremoto, il pm: «Ci sono le prove che molti ragazzi potevano salvarsi»

Il Messaggero


Via all'udienza preliminare sulla commissione grandi rischi
Scontro fra i legali e i familiari delle vittime





L'AQUILA (10 dicembre) - «Quando c'è il terremoto, la gente prende la valigia e se ne va da casa, in un prato, in un campo, insomma si allontana. Lo sanno, che questa è una zona sismica. Questi ragazzi se ne sarebbero andati, ne abbiamo le prove specifiche e le porteremo al processo, e non sarebbero morti». Lo ha detto il procuratore capo dell'Aquila, Alfredo Rossini, al termine della prima udienza preliminare sulla commissione Grandi rischi, il filone più importante della maxi inchiesta sul terremoto. Per questo caso la procura ha indagato sette persone, tra cui i vertici dell'Ingv e della protezione civile nazionale, con l'ipotesi di reato di disastro colposo.

«Quello che invece sembra sia avvenuto - ha aggiunto parlando della Grandi rischi - è che questi professori che hanno fatto questi studi hanno detto no, no, potete tornare a casa. Queste persone singolarmente sono testimoni nel processo: non è una cosa teorica, abbiamo la prova che sarebbero andati via e non sarebbero morti. Per questo noi procediamo - ha continuato - non perché diciamo che i terremoti sono prevedibili o non prevedibili. Ci sono testimoni, genitori e altri, che deporranno in questo processo, ed è su questa base che li abbiamo rinviati a giudizio».

Nonostante non si sia entrati nel merito, l'udienza preliminare sulla commissione Grandi rischi, ha vissuto momenti di tensione in quanto mentre il giudice per l'udienza preliminare, Giuseppe Grieco, invitava alla serenità i familiari delle vittime hanno contestato il comportamento dei legali degli indagati accusandoli di voler fare «melina». Gli stessi legali si sono poi scontrati con il pubblico ministero Fabio Picuti, sulla data della prossima udienza che
alla fine è stata decisa per il 26 febbraio. Il rinvio è stato deciso per la mancata notifica a uno dei sette indagati, Claudio Eva.

Paventato anche l'accorpamento dei diversi mini procedimenti a quello principale. In tal senso, Biondi, ha sottolineato che «il processo è già una pena», citando il giurista Francesco Carnelutti. Ma a quel punto uno dei familiari delle vittime ha sbottato: «Anche per chi è morto, e voi dovete avere rispetto». A quel punto l'avvocato di Enzo Boschi, Marcello Melandri, ha affermato: «Ancora non cominciamo e già ci contestano», mentre il pm Picuti invitava a fare silenzio. L'intervento del Gup Grieco ha riportato la calma.

«Abbiamo sempre detto che entro un anno avremmo portato le persone davanti ai loro processi. In questo dicembre completiamo sostanzialmente l'inchiesta della procura della Repubblica e la portiamo davanti ai giudici e sentiremo le loro decisioni, non è che possiamo condannare noi qualcuno», ha detto ancora il procuratore, nel fare il punto sulla maxi inchiesta sul terremoto.




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Feltri: «Vorrei Saviano al Giornale è una gallina dalle uova d'oro»

Corriere del Mezzogiorno


Il direttore "sospeso": «Roberto? Un fenomeno mediatico importante, ha dimostrato un notevole talento d’attore»



Vittorio Feltri
Vittorio Feltri

NAPOLI – Appena qualche settimana fa aveva promosso una raccolta di firme contro Saviano reo a suo dire di aver dato dei mafiosi ai settentrionali durante il programma «Vieni via con me». Oggi Vittorio Feltri lo vorrebbe addirittura in forze al suo quotidiano. Il direttore editoriale de “il Giornale” rompe il silenzio deciso dall’Ordine dei giornalisti in seguito al caso Boffo e, in una lunga intervista al mensile free press Pocket, dichiara: «Saviano è un fenomeno mediatico importante, ha dimostrato anche un notevole talento d’attore. Tra libri, film e tv è diventato la gallina dalle uova d’oro. Se ci fosse la possibilità lo farei scrivere sul mio quotidiano. Mi piacciono tutti quelli bravi che portano lettori. Faccio un prodotto: se c’è chi me lo fa vendere meglio, ben venga».

Poi parla del suo rapporto con il premier Berlusconi la cui famiglia è anche editore del suo quotidiano. «Berlusconi non lo sento quasi mai giusto un paio di volte all’anno», dice. E sul rapporto del premier con le ragazze aggiunge: «Data la mia età, con le ragazze non ci vado più. Ma stai certo che, se lo facessi, non mi porterei dietro la claque. Il problema di Berlusconi è che non si trattiene, non si nasconde: così offre il fianco alle critiche». Mentre sul presidente della Camera, a lungo protagonista sul suo giornale per la faccenda della casa di Montecarlo, dice: «Mi domando, oggi, chi possa votare Fini. A destra credo possa raccogliere ben poco, visto che si è messo su posizioni progressiste, per certi aspetti coincidenti con la sinistra. Ma, allo stesso tempo, è logico che gli elettori di sinistra continuino a votare per i partiti di sinistra. Poi tutto può succedere: da un eventuale terremoto politico i rapporti di forza potrebbero anche essere stravolti», conclude.



Fr. Par.
10 dicembre 2010





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Nobel per la pace: Obama, «Liu Xiaobo lo merita più di me. Sia subito libero»

Corriere della sera


«Sedia vuota» e «Oslo»: parole censurate sui siti web cinesi. Oltre a Cina, 17 non vanno alla cerimonia di Oslo





Liu Xiaobo merita il Nobel della pace molto più di me. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, e vincitore del Nobel lo scorso anno, in un messaggio inviato alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace a Oslo. Il capo della Casa Bianca ha detto che il dissidente «incarna valori universali» e ha chiesto alla autorità cinesi di liberarlo al più presto. Obama ha affermato di ammirare i grandi sforzi fatti da Pechino per far uscire i propri cittadini dalla povertà, ma che anche i diritti umani sono un tema importante. Il presidente Usa si è detto dispiaciuto che Xiaobo e sua moglie non abbiano avuto la possibilità di partecipare alla cerimonia del Nobel, «alla quale io e Michelle abbiamo preso parte lo scorso anno. Liu ci ricorda che la dignità umana dipende anche dai progressi in democrazia, la società aperta e lo Stato di diritto. I valori di Liu sono universali, la sua lotta è pacifica, e deve essere scarcerato appena possibile».


SEDIA VUOTA - Nella sala delle feste al palazzo del Municipio di Oslo alle 13 all'inizio della cerimonia, che si è svolta nella giornata mondiale Onu dei diritti dell'uomo, c'era una sedia vuota. È quella dove si sarebbe dovuto sedere il dissidente insignito del premio Nobel per la pace e che invece non era in Norvegia in quanto rinchiuso in un carcere dove sconta una pena di undici anni di reclusione per «incitamento alla sovversione». Il presidente del comitato Nobel, Thosbjorn Jagland, aveva fatto sapere che, a causa della mancata presenza di Liu o di un suo familiare, non ci sarebbe stata la consegna formale del premio e dell’assegno da 1,5 milioni di dollari. L’organizzazione ha previsto un discorso dello stesso Jagland, la lettura di un messaggio di Liu da parte dell’attrice Liv Ullmann, e l’esibizione di un coro di voci bianche.


PAROLE VIETATE - Ma proprio l'espressione «sedia vuota», insieme alla parola «Oslo», è stata vietata sui siti internet cinesi dopo che i blogger locali hanno iniziato a mettere in rete foto di sedie vuote, con evidente riferimento a Liu Xiaobo. Come riporta la France Presse, sul sito Renren, un equivalente cinese di Facebook, se si digitano queste parole compare la scritta «contenuto proibito». Su Netease, l'equivalente locale di Twitter, compare invece l'avviso «sito sotto ispezione». Inoltre sono stati bloccati televisioni e siti internet stranieri che potrebbero parlare della cerimonia di consegna del Nobel.


CONTROLLO - Il regime di Pechino ha messo sotto stretta sorveglianza la casa di Liu Xia, moglie di Xiaobo, e le abitazioni di altri dissidenti per evitare qualsiasi contatto con la stampa estera. Secondo il gruppo Chinese Human Rights Defenders, l'attivista e amico del premio Nobel, Zhang Zuhua, gli avvocati democratici Li Fangping e Teng Biao, il giornalista Gao Yu e altre decine di personaggi «pericolosi» sono stati costretti a lasciare la capitale e vengono sorvegliati a vista.


MANIFESTAZIONE - Oltre cento persone hanno manifestato davanti alla sede delle Nazioni Unite a Pechino in occasione della giornata mondiale dedicata ai diritti dell’uomo e a poche ore dalla consegna del Nobel della pace. Lo ha riferito una fonte dell’Onu. «C’era un nutrito gruppo di persone davanti alla nostra sede», ha dichiarato un responsabile dell’Onu che ha chiesto l’anonimato, sottolineando che erano «molti di più rispetto agli anni passati, in occasione della giornata mondiale dei diritti dell’uomo». Sul posto sono intervenuti diversi veicoli della polizia cinese.


STAMPA CINESE - Per la stampa cinese la cerimonia della consegna del premio Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobo è «una farsa per mettere sotto processo la Cina». Lo scrive il Global Times, quotidiano in inglese vicino al Partito comunista cinese. Ma ci sono voci critiche, come il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post: «La Cina può incolpare solo se stessa per il fiasco del Nobel. La maggior parte delle nazioni con rappresentanza diplomatica a Oslo ignoreranno l'invito al boicottaggio di Pechino. La pesante reazione cinese è controproduttiva per la sua immagine e per il rispetto che chiede come superpotenza pacifica».


SERBIA PARTECIPA - Dopo le aspre critiche giunte sia interne che internazionali, in particolare da parte dell'Unione europea e dell'Europarlamento, la Serbia ha deciso di partecipare alla cerimonia di Oslo ma con una delegazione di basso livello. Non l'ambasciatore serbo in Norvegia, ma il difensore dei diritti dei cittadini. Oltre alla Cina, scendono quindi a 17 i Paesi che non saranno presenti alla cerimonia: Russia, Arabia Saudita, Egitto, Venezuela, Filippine, Kazakistan, Tunisia, Pakistan, Iraq, Iran, Vietnam, Afghanistan, Sudan, Cuba, Marocco, Algeria e Autorità nazionale palestinese.


PRECEDENTI - Xiaobo, 55 anni il prossimo 28 dicembre, è il terzo a essere insignito del Nobel per la pace mentre si trova in detenzione. Prima di lui ci sono stati la birmana Aung San Suu Kyi e il giornalista e pacifista tedesco Carl von Ossietzky nel 1935, detenuto dalle autorità naziste che si rifiutarono di rilasciarlo dopo l'assegnazione del premio. Morì un anno dopo in ospedale per tubercolosi, guardato a vista dalla polizia.


Redazione online
10 dicembre 2010



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Wikileaks, Australia da dietrofront: "L'attività di Assange è illegale" Contro di lui anche l'ex portavoce

Quotidiano.net


Il premier Gillard: è illegale ottenere o distribuire documenti 'classificati'. Aumentano le iniziative di sostegno a Assange ed a Wikileaks. Daniel Domsheit-Berg contro l'australiano: apre un sito rivale, si chiamerà Openleaks


Sydney, 10 dicembre 2010 - Marcia indietro del governo australiano sulle accuse a Julian Assange: quel che ha fatto lui e il suo sito WikiLeaks è illegale. Nonostante le crescenti critiche, il premier Julia Gillard ribadisce la sua posizione verso la diffusione di documenti diplomatici Usa da parte del sito Wikileaks, dichiarando che è illegale in Australia ottenere o distribuire documenti ‘classificati’.


Di fronte all’ondata di proteste suscitate dalla dichiarazione della Gillard, accusata di pregiudicare un equo processo al fondatore di WikiLeaks, il ministro della Giustizia Robert McClelland ha richiesto una consulenza legale e ha dichiarato oggi che è proibito dalla legge australiana ottenere informazioni classificate senza autorizzazione. Tuttavia ha precisato che starà alla polizia federale australiana indicare se sono stati commessi reati.

 

L'EX PORTAVOCE APRE SITO RIVALE

Si chiamerà Openleaks il sito rivale di WikiLeaks: a guidarlo un ex dipendente di Julian Assange, l'ex portavoce di WikiLeaks Daniel Domscheit-Berg, più noto come Daniel Schmitt, secondo il quale a farne parte saranno anche altri ex collaboratori del giornalista australiano. In un'intervista concessa alla televisione svedese Svt , in onda domenica, Domscheit-Berg ha criticato Assange per la mancanza di trasparenza nei processi decisionali dell'organizzazione. 

 

INIZIATIVE DI SOSTEGNO


Si moltiplicano intanto in Australia le inziative a sostegno a Assange. Il gruppo attivista online GetUp ha raccolto l’equivalente di 115 mila euro per finanziare annunci sulla stampa che criticano gli attacchi rivolti ad Assange, mentre 28 mila australiani hanno firmato una lettera da inoltrare al presidente Usa Barack Obama. Centinaia di persone si sono raccolte davanti ad uffici governativi nelle maggiori città del Paese, in coincidenza con la giornata internazionale dei diritti umani, e hanno presentato una petizione comune al governo federale. A Sydney si sono riversati in 500. I manifestanti hanno scandito slogan contro il premier Julia Jillard, che aveva descritto il suo connazionale come «un criminale» per aver diffuso i cablogrammi diplomatici Usa. «Che legge ha violato Assange?», e «Buon Natale e un felice anno di... rivelazioni», alcuni degli cartelli esibiti dai manifestanti davanti al municipio di Sydney. 
 

E la lettera di protesta, firmata tra gli altri dal linguista Noam Chomsky, dall’ex presidente del tribunale di famiglia d’Australia Alastiar Nicholson e dall’ex ufficiale di intelligence Lance Collins, ha superato le 5000 firme. La lettera fa appello alla premier Gillard perché difenda Assange alla luce delle minacce di morte ricevute, specie dagli Usa, e perché assicuri che «ogni procedura legale a suo carico aderisca pienamente ai principi della legge e dell’equità».

 

RAPPRESAGLIA HACKER E WIKILEAKS

«Non abbiamo alcun legame con il gruppo hacker ’Anonymus’». Lo rende noto WikiLeaks ha reso noto con un comunicato di non aver alcun legame con i recenti attacchi informatici lanciati contro società internazionali considerate nemiche del sito, quali Mastercarcard, Visa, Paypal e PostFinance, e di non sostenerli né condannarli. Gli attacchi, ha detto il portavoce di WikiLeaks ha detto sono «un riflesso della pubblica opinione sulle azioni degli obiettivi» e ha notato che sono simili a quelli che il sito dell’organizzazione ha subito da quando ha cominciato a pubblicare i dispacci riservati delle ambasciate americane.


«Questi attacchi di ‘rifiuto di servizio’ si ritiene provengano da una comunità internettiana conosciuta come 'Anonymous' - si legge nella nota -. Questo gruppo non è affiliato a WikiLeaks. Non c’è stato alcun contatto fra membri degli staff di WikiLeaks e di Anonymous. WikiLeaks non ha ricevuto alcuna notizia preventiva di qualunque delle azioni di Anonymous».





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Spunta il primo video del Titanic Un anno prima della tragedia

Il Mattino



 

NAPOLI (10 dicembre) - Dal web spuntano le immagini, ritenute le uniche immagini video del Titanic, risalenti al 1911 si vede la nave in fase di costruzione attraccata nel porto di Belfast, Irlanda del Nord. Poco meno di un anno dopo, la nave il 15 aprile 1912 naufragò al largo di Terranova dopo la collisione con un iceberg.














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Bongiorno: "Gravidanza politica? E' offensivo"

di Redazione


La deputata del Fli non sarà a Montecitorio a votare la fiducia per ragioni legate alla sua gravidanza. Alle accuse replica: "E' gravemente offensiva e avulsa dalla realtà l’ipotesi che qualcuno avrebbe avanzato in merito ad una scelta 'dolosa' da parte mia"



 

Roma - "E' gravemente offensiva e avulsa dalla realtà l’ipotesi che qualcuno avrebbe avanzato in merito ad una scelta 'dolosa' da parte mia di stare lontano da Montecitorio il 14 non per ragioni legate alla mia gravidanza ma per ragioni politiche". La deputata di Fli e presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno respinge tutte le accuse mosse in questi giorni per la sua assenza al voto di fiducia di settimana prossima.

Smontata la polemica "Per sgretolare questa farneticante ipotesi di un commodus discessus - spiega la deputata del Fli - basterebbe guardare alle posizioni da me apertamente assunte in questa legislatura in materia di giustizia a partire dal provvedimento sulle intercettazioni (peraltro quando ancora stava solo nascendo il Pdl) fino alla prescrizione breve, al processo breve e, da ultimo, alla riforma della giustizia". Secondo la Bongiorno, "definire 'politica' una gravidanza evidentemente non esente da qualche problema non è solo una manifestazione di grande disprezzo nei miei riguardi ma esprime - ed è ancora più grave - una percezione maschilista della gravidanza, declassata a strumento di falsificazione del reale e di fuga dai propri doveri e dalle proprie responsabilità". Poi conclude: "Simili insinuazioni non possono che provenire da chi non si rende conto che una donna, nemmeno la più menzognera e vigliacca, non userebbe mai la gravidanza come un alibi".





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Napoli, una mattonella al posto dell'Ipad Forcella, ecco il pacco-regalo del 2010

Il Mattino



di Luisa Maradei

NAPOLI (10 dicembre) - Duecento euro per un iPad, la tavoletta in grado di riprodurre contenuti multimediali e navigare su Internet, ultima nata in casa Apple, presentata dal fondatore Steve Jobs a gennaio dello scorso anno in America e subito lanciata anche sul mercato europeo con enorme successo di pubblico. E' la novità del «pacco made in Forcella» che, in questi giorni sta mietendo numerose vittime, all'angolo tra piazza Nicola Amore (nota come i Quattro Palazzi) e via Duomo tra i turisti diretti a san Gregorio Armeno. Il prezzo eccezionalmente basso fa intravedere l'affare che poi svanisce in una bolla di sapone quando, una volta aperto il pacco, si scopre una piastrella maiolicata. Una truffa in perfetto stile, diventata tradizione a Napoli, tramandata nei vicoli del rione Forcella da padre in figlio, ma che sa rinnovarsi e stare al passo con il mercato. Accanto ai cellulari, macchine fotografiche, telecamere digitali ora ci sono anche l'iPad e l'iPhone. La tavoletta di Steve Jobs nei centri commerciali e nei negozi di elettronica costa dai 499 euro (modello base da 16 gigabyte) fino a 829 euro (modello da 64 gigabyte), mentre per l'iPhone si spendono dai 499 euro ai 569, o dai 99 ai 159 sottoscrivendo però abbonamenti biennali con alcuni operatori di telefonia.

A Forcella l'iPad si offre a 200-250 euro «trattabili», l'iPhone 100-170 euro. Un bel risparmio per il turista, ingenuo, che crede ancora nell'affare border-line per portarsi a casa un oggetto di dubbia provenienza. E così si ripete la solita scena descritta nel film di Nanni Loy «Pacco, doppiopacco e contropaccotto»: il turista viene avvicinato da giovani pronti a prospettargli l'affare del secolo che gli mostrano l'ultimo ritrovato della tecnologia, glielo fanno provare e giurano sulle loro madri (e qualcuno anche sulla testa dei propri figli) che mai vorrebbero ingannarlo fino a stringergli la mano e, ad affare concluso, chiamarlo “fratello” con una bella pacca sulla spalla. Il seguito è altrettanto noto: il cosciente malcapitato apre il pacco e, al posto dell'iPad, trova una bella mattonella maiolicata, ricordo di Forcella che porterà a casa insieme alle statuine del presepe.

E quando il turista torna sul luogo dell'affare per protestare non trova più nessuno nel raggio di chilometri, né l'improvvisato commerciante né eventuali complici. Episodi quotidiani che difficilmente si traducono in denunce: chi compra a queste condizioni sa bene che non avrà nessuno scontrino da poter esibire o altra prova dell'avvenuta vendita ma anche la certezza d'inciampare in un reato. C'è una precisa mappa e toponomastica delle truffe: piazza Garibaldi, corso Umberto, via Pietro Colletta, via dei Tribunali, Porta Capuana, zone di transito per la stazione ferroviaria. Con gli autobus turistici in sosta lungo via Marina i professionisti del «pacco» si sono spostati anche verso il molo Beverello e, in flotta, ai Quattro Palazzi: è qui che aspettano i turisti, li studiano e scelgono quelli che possono abboccare all'amo. Consumata la truffa scompaiono nel dedalo di viuzzie all'ombra della chiesa di Sant'Egiziaca a Forcella.





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Napoli, il boss Prestieri torna in carcere e la Corte di Strasburgo lo difende

Il Mattino



di Rosaria Capacchione

NAPOLI 819 dicembre) - La Corte di giustizia chiede spiegazioni al Guardasigilli, la Corte di Assise di Napoli risponde rincarando la dose e ordinando il trasferimento in carcere dell’imputato Tommaso Prestieri, camorrista e trafficante di droga, cardiopatico grave e paziente trapiantato. Una sfida a distanza, giocata sul filo delle prerogative del giudice italiano contrapposte a quelle del giudice europeo; magistrati che, dal punto di vista formale, non si parlano e che ignorano le rispettive decisioni. Il risultato è che Prestieri fa ritorno nel penitenziario di Secondigliano.


È stato dichiarato guarito non da un medico specialista ma da un’ordinanza della Corte d’assise di Napoli (IV sezione) proprio mentre la II sezione della Corte di Strasburgo, con nota datata 25 novembre 2010, informa il difensore di Prestieri, l’avvocato Vittorio Giaquinto, di aver preso in esame il ricorso, di avere necessità di informazioni dettagliate sullo stato di salute del ricorrente e di averle chieste al ministero della Giustizia, il quale «è stato invitato a informare la Corte delle ragioni per le quali il ricorrente non è stato trasferito in un centro medico specializzato, al fine di seguire una riabilitazione cardiaca».

Perché il punto in contestazione è proprio questo: Tommaso Prestieri, sottoposto a trapianto cardiaco nel maggio scorso, dopo l’intervento avrebbe dovuto effettuare obbligatoriamente una terapia riabilitativa, così come evidenziato anche dai consulenti d’ufficio. Cura che non c’è stata perché nessuno dei centri specializzati indicati anche dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha fornito la sua disponibilità a ospitare un paziente piantonato. Il risultato è stato che il boss di Secondigliano è stato ricoverato fino all’altro giorno, agli arresti domiciliari, al Cardarelli, che non è in grado di fornire l’assistenza specialistica richiesta.

Il 6 dicembre, la notifica dell’ordinanza della Corte di Assise di Napoli, presso la quale è in corso il processo per l’omicidio di Alfredo Negri, ucciso il 27 luglio del 1992 e per il quale sono imputati, tra gli altri, anche Paolo Di Lauro e Antonio Amato. Scrive la Corte: «Avendo il Prestieri superato senza alcuna complicanza tale periodo (sei mesi dalla data del trapianto, ndr), la situazione di incompatibilità deve considerarsi cessata e va ripristinata, perdurando le eccezionali esigenze cautelari poste originariamente a fondamento della misura restrittiva, la custodia cautelare in carcere». Prestieri, che ha interamente scontato le condanne per fatti contestati negli anni passati, è detenuto solo sulla scorta di titoli provvisori: uno, per il quale il gip aveva concesso gli arresti domiciliari, per traffico di droga; l’altro, quello per il quale è processo dinanzi alla Corte di Assise, nel quale è stato accusato da alcuni collaboratori di giustizia ma ”salvato” dal fratello Maurizio, che pure lo ha indicato quale responsabile di altri gravissimi episodi.

Secondo l’accusa, Negri era stato tra gli ideatori della strage del Rione Monterosa. L’ordinanza, contestata dalla difesa di Prestieri, è basata sulla relazione del reparto detenuti del Cardarelli il quale, il 9 ottobre, aveva certificato che le condizioni del paziente detenuto erano «stabili sia dal punto di vista emodinamico che metabolico» e che quindi «il paziente può essere trasferito presso il centro clinico della casa circondariale di appartenenza qualora sia disponibile un ambiente idoneo in stanza singola per prevenire eventuali complicazioni infettive».





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Il Divino Otelma, il mago della tv, diventa il segretario ligure dei Radicali

Il Mattino


NAPOLI (9 dicembre) - Primo Teurgo della Chiesa dei Viventi, Gran Maestro dell’Ordine Teurgico di Elios, Presidente Europeo dell’Ordre des Occultistes d’Europe Fonte di Vita e di Salvezza e chi più ne ha ne metta. Gli epiteti per definire il Divino Otelma sono pressoché infiniti ma da oggi se ne aggiunge uno che finora non si era ancora sentito: segretario.

E non un segretario qualsiasi. Il Divino Otelma è il segretario del Partito Radicale in Liguria. Al secolo Marco Belelli, Otelma non è nuovo al Partito Radicale.









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Wikileaks, attacco hacker a Senato Usa L'Eni avrebbe corrotto ministri ugandesi

Il Mattino


Governo australiano scarica Assange, procuratore generale
più cauto mentre nel Paese si moltiplicano le proteste





ROMA (10 dicembre) - Australiani in strada per sostenere il loro connazionale Julian Assange ma governo intransigente. Nonostante le crescenti critiche, il governo australiano di Julia Gillard ribadisce la sua posizione verso la diffusione di documenti diplomatici Usa da parte del sito Wikileaks, dichiarando che è illegale in Australia ottenere o distribuire documenti "classificati". Mentre si moltiplicano frattanto nel Paese le manifestazioni in sostegno di Assange.

Il procuratore generale: un anno di indagini. Oggi il procuratore generale Robert McClelland ha affermato che ci vorrà più di anno d'indagini perchè la polizia possa determinare se diffondere documenti riservati americani sia un reato in Australia. «Non è il mio lavoro fare speculazioni o commenti sul fatto che una persona sia o meno coinvolta in un comportamento criminale», ha detto. Assange è di nazionalità australiana e la settimana scorsa McClelland aveva detto che il suo passaporto avrebbe potuto essere ritirato. Oggi questa minaccia non è stata ripetuta.

La parziale marcia indietro della autorità australiane giunge mentre nel Paese cresce il sostegno per Assange e in tre città si sono svolte manifestazioni per la sua liberazione. Il fondatore di Wikileaks si trova in carcere in Gran Bretagna sulla base di un mandato d'arresto svedese per stupro. I Verdi, partner nel governo di minoranza della laburista Gillard, affermano che ad Assange va offerta protezione in Australia. In manifestazioni a Brisbane, Sydney e Canberra, assange è stato esaltato come eroe nazionale, mentre la Gillard è stata contestata.

Il gruppo attivista online GetUp ha già raccolto l'equivalente di 115mila euro per finanziare annunci sulla stampa che criticano gli attacchi rivolti ad Assange, mentre 28mila australiani hanno firmato una lettera da inoltrare al presidente Usa Barack Obama. Centinaia di persone si sono raccolte davanti ad uffici governativi nelle maggiori città del Paese, in coincidenza con la giornata internazionale dei diritti umani, e hanno presentato una petizione comune al governo federale. Intanto ha superato le 5000 firme una lettera di protesta avviata da personalità di spicco, fra cui lo scrittore Noam Chomsky, l'ex presidente del tribunale di famiglia d'Australia Alastair Nicholson e l'ex ufficiale di intelligence Lance Collins, che fa appello alla premier Gillard perchè difenda Assange alla luce delle minacce di morte ricevute, specie dagli Usa, e perchè assicuri che «ogni procedura legale a suo carico aderisca pienamente ai principi della legge e dell'equità».

Operation Payback, il progetto lanciato da Anonymous, celebre gruppo hacker, ha lanciato nella notte nuovi attacchi ai siti «contro» Julian Assange, in particolare PayPal, mentre fonti vicine alla comunità dei pirati assicurano che il prossimo obiettivo sarebbe «il sito del Senato Usa». Lo riferisce lo stesso gruppo attraverso numerosi nuovi profili Twitter spuntati dopo il blocco di quelli «ufficiali». Ieri, in un incontro in chat tra i sostenitori delle iniziative a favore di Wikileaks si sarebbero contati «10.609» aderenti. In una votazione sul «prossimo bersaglio», il Senato Usa avrebbe prevalso rispetto a nuovi attacchi a Visa o al sito di Sarah Palin.

«L'accordo tra Heritage e Eni è frutto apparentemente di corruzione»: così il vicepresidente per l'Africa della compagnia petrolifera britannica Tullow, Tim ÒHanlon, «identificando in due ministri ugandesi» coloro che avevano ricevuto i «benefici dall'intesa» in un incontro con l'ambasciatore americano a Kampala, Jerry P. Lanier, del 14 dicembre 2009, incentrato su una maxi intesa che l'Eni si apprestava ad annunciare in Uganda. Lo rende noto Wikileaks. «La Tullow afferma che alti responsabili del governo dell'Uganda sono stati "compensati" per sostenere la vendita alla rivale compagnia italiana Eni. ÒHanlon ha 'identificatò nel ministro della sicurezza, Amama Mbabazi, e quello dell'energia, Hilary Onek, come quelli che hanno beneficiato dall'acquisto dei diritti della Heritage a Eni», si legge nel cable pubblicato da Wikileaks. «Se le accuse della Tullow sono vere - e noi crediamo lo siano - allora questo è un momento critico per il nascente settore petrolifero dell'Uganda», scrive il diplomatico americano.

Il 18 dicembre, Eni annunciò l'acquisto dalla britannica Heritage del 50% ed il controllo dei blocchi 1 e 3A in Uganda, per un ammontare complessivo da 1,35 miliardi di dollari. Una vicenda poi protrattasi per lungo tempo, con la «chiusura della partita Uganda» nel febbraio 2010. «La compravendita Heritage-ENI probabilmente 'deraglierà ogni potenziale partnership tra la Tullow e la Exxon Mobil, e avrà profonde conseguente per la trasparenza nella futura gestione dell'industria», si legge nel cable siglato dall'ambasciatore Usa a Kampala, che preannuncia dure misure, «fino al ritiro del visto a Mbabazi, già conivolto in diversi scandali», e pressioni sul presidente Museveni su «questi preoccupanti segnali di corruzione crescente». In un altro cable pubblicato da Wikileaks, si fa riferimento alle attività dell'Eni in Venezuela, e in un dispaccio del febbraio 2010 in cui l'ambasciatore Usa a Caracas racconta l'incontro con l'ambasciatore italiano, Luigi Maccotta, incentrato sugli accordi siglati dall'Eni con il governo di Chavez. «O accettate o prendo un aereo», sarebbe stato l'ultimatum di un responsabile Eni al governo sul contratto.




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Una sedia vuota per Liu Xiaobo

Corriere della sera

Alla cerimonia a Oslo della consegna del Nobel per la pace al dissidente cinese


Nella sala delle feste al palazzo del Municipio di Oslo ci sarà una sedia vuota. È quella dove si sarebbe dovuto sedere Liu Xiaobo, il dissidente cinese incarcerato in patria che è stato insignito del premio Nobel per la pace, che sarà consegnato in serata, e che invece non sarà in Norvegia in quanto rinchiuso in un carcere dove sconta una pena di undici anni di reclusione per «incitamento alla sovversione». Il presidente del comitato Nobel, Thosbjorn Jagland, ha fatto sapere che, a causa della mancata presenza di Liu e di un suo familiare, non ci sarà la consegna formale del premio e dell’assegno da 1,5 milioni di dollari. L’organizzazione ha previsto un discorso dello stesso Jagland, la lettura di un messaggio di Liu da parte dell’attrice Liv Ullmann, e l’esibizione di un coro di voci bianche.



CONTROLLO - Il regime di Pechino ha messo sotto stretta sorveglianza la casa di Liu Xia, moglie di Xiaobo, e le abitazioni di altri dissidenti per evitare qualsiasi contatto con la stampa estera. Inoltre sono stati bloccati televisioni e siti internet stranieri che potrebbero parlare della cerimonia di consegna del Nobel. Secondo il gruppo Chinese Human Rights Defenders, l'attivista e amico del premio Nobel, Zhang Zuhua, gli avvocati democratici Li Fangping e Teng Biao, il giornalista Gao Yu e altre decine di personaggi «pericolosi» sono stati costretti a lasciare la capitale e vengono sorvegliati a vista.

STAMPA CINESE - Per la stampa cinese la cerimonia della consegna del premio Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobo è «una farsa per mettere sotto processo la Cina». Lo scrive il Global Times, quotidiano in inglese vicino al Partito comunista cinese. Ma ci sono voci critiche, come il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post: «La Cina può incolpare solo se stessa per il fiasco del Nobel. La maggior parte delle nazioni con rappresentanza diplomatica a Oslo ignoreranno l'invito al boicottaggio di Pechino. La pesante reazione cinese è controproduttiva per la sua immagine e per il rispetto che chiede come superpotenza pacifica».

SERBIA PARTECIPA - Dopo le aspre critiche giunte sia interne che internazionali, in particolare da parte dell'Unione europea e dell'Europarlamento, la Serbia ha deciso di partecipare alla cerimonia di Oslo ma con una delegazione di basso livello. Non l'ambasciatore serbo in Norvegia, ma il difensore dei diritti dei cittadini. Oltre alla Cina, scendono quindi a 17 i Paesi che non saranno presenti alla cerimonia: Russia, Arabia Saudita, Egitto, Venezuela, Filippine, Kazakistan, Colombia, Tunisia, Pakistan, Iraq, Iran, Vietnam, Afghanistan, Sudan, Cuba, Marocco e Algeria.

OBAMA - Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, ha detto che «sia il presidente Barack Obama che l’ambasciatore statunitense a Oslo pensano che avrebbero dovuto assistere a una cerimonia con Liu Xiaobo in persona». Obama ha vinto il Nobel per la pace lo scorso anno.

Redazione online
10 dicembre 2010