martedì 14 dicembre 2010

Sms dalla crisi: a Bocchino e Bersani Silvio risponde con gesti e gestacci

Il Mattino


Chi salverà il governo, un neonato, Mister X o la pipì?




di Mario Ajello


ROMA (14 dicembre)- Ore otto e trenta: l'assedio studentesco non è ancora cominciato, ma gipponi e blindati già sono schierati dall'alba in difesa di Montecitorio.

Un neonato salverà il governo? I primi arrivati a Montecitorio si chiedono: ieri notte si sono rotte le acque alla Mogherini, la democrat incinta? Se sì lei non vota e un neonato avrà salvato il governo.

Panico tra i deputati. Tutti in aula all'alba per paura dei black bloc.

La più bella. Non essendo ancora arrivata nessuna deputata, la pdl Jole Santelli - troppo modesta - dice: per ora la più bella sono io.

Mattiniero. Tremonti il ministro più mattiniero.

La vera attesa per Mister X. Chi sarà, se ci sarà, il misterioso pugnalatore che sbuca a sorpresa e, come l'imprevedibile Saro Liotta che per un voto fece cadere Prodi nel '98, buttà giù Silvio o affossa l'opposizione?

Ultimo giorno. Oggi è l'ultimo giorno del berlusconismo? Nel Pd ci si sforza di crederlo.

Si salvi chi può. Tremate tremate, stanno marciando su Montecitorio oltre agli studenti il popolo viola, i terremotati, gli alluvionati, quelli di Terzigno, la Fiom, i centri sociali. Si salvi chi può.

Gabinetto di crisi. Guzzanti è entrato in bagno, la pipì porterà consiglio? Viene raggiunto nel wc da berluscones e anti. Tutti vogliono il suo voto.

Appuntamento dei giornalisti nel wc delle signore verso le 11. La Siliquini, colomba finiana incerta su come votare, ha detto che andrà in bagno, si guarderà allo specchio e deciderà se dare fiducia o sfiducia.

Il bis. Gira ipotesi fortemente: Silvio prende la fiducia al Senato e alla Camera non viene proprio. Va al Colle e chiede il bis. Smentita subitissimo da Berlusconi.

Più sei. Scherza La Malfa: ogni partoriente dovrebbe avere il diritto di votare per due, la mamma e il nascituro. Così il fronte della sfiducia arriva a più sei.

Bongiorno prima. Arrivata alla Camera la prima partoriente, la Bongiorno.

Brindisi momentanei. La colomba finiana Siliquini verso l'astensione e Guzzanti viene dato pro Berlusconi. Silvio al momento può brindare. Al momento.

Delirio di autosufficienza. Casini: Silvio in preda a delirio di autosufficienza.

Inseparabile. Bocchino ha sempre bisogno di fare coppia. Era inseparabile dalla Carfagna, ora non lo si riesce a staccare dalla Moroni.

Traditori. Bocchino a muso duro contro Silvio: i traditori stanno nel suo campo, non nel nostro.

Il gestaccio. Silvio imbufalito. Fa un gestaccio in aula contro Bocchino che lo sta attaccando.

Arbitro venduto. Fini difende Bocchino dalle urla del Pdl. Che se la prende col presidente della Camera: arbitro venduto!

Lontani dal palazzo. Il ministro di polizia, Maroni, attraversa il Transatlantico tra i complimenti di tutti: bravo, stai tenendo lontano dal palazzo il popolo inferocito.

Ben pettinato. Silvio annuisce tutto contento al discorso del capogruppo leghista Reguzzoni, soprattutto perché è un ragazzo ben pettinato, sembra di Publitalia. Lei, presidente, è uomo di fatti, dice il leghista. E Silvio, gongolante: ben detto!

Maddeché! Bersani: signor Berlusconi, comunque vada lei è uno sconfitto. E Silvio a gesti risponde: maddeché! Anche se questa non è un'espressione brianzola.




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Mercantile di Torre del Greco attaccato da pirati: salvato dalla task force della Ue

Il Mattino





ROMA (14 dicembre) - Il mercantile italiano attaccato da pirati nel Golfo dell'Oman «è salvo». Lo ha detto all'ANSA la task force antipirateria della Ue attiva nell'area. L'attacco al mercantile Michele Bottiglieri, imbarcazione registrata a Torre del Greco, è stato effettuato questa mattina.

La nave, un mercantile lungo 225 metri, che trasporta granaglie e si trova al largo delle coste dell'Oman. Questa mattina il comandante della nave, un italiano, ha lanciato un allarme satellitare alla centrale operativa del comando generale della Guardia Costiera italiana, relativo ad un possibile attacco da parte di pirati. Ricevuto il messaggio, la Guardia Costiera ha immediatamente avvisato le forze navali che si trovano nella zona, tra cui un'unità della Marina Militare italiana per un eventuale intervento.




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Assange , la Svezia presenta ricorso: sì alla cauzione ma resta in cella

Corriere della sera

 

Il legale del fondatore di Wikileaks aveva proposto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico anti-fuga

 

Julian Assange può essere liberato su cauzione di 200 mila sterline (circa 236 mila euro), ma non prima di 48 ore in quanto la Svezia ha presentato ricorso alla decisione del giudice. Tra le condizioni imposte ad Assange per la sua liberazione ci sono anche il divieto di uscire di casa dalle 10 del mattino alle 14 e dalle 22 alle 2 del mattino dalla residenza indicata, il ritiro del passaporto, l'obbligo di firma in un commissariato ogni giorno alle 18 e l'obbligo di portare un braccialetto elettronico. La cauzione sarà garantita da fideiussioni di sostenitori, tra cui i registi Michael Moore e Ken Loach, quest'ultimo presente in aula. Assange, arrestato il 7 dicembre, però non sarà subito libero in quanto la procura - che rappresenta la Svezia - ha presentato ricorso, il quale sarà esaminato entro 48 ore.

 

CAUZIONE - Lo ha deciso un giudice di Westminster accogliendo la proposta dei difensori del fondatore di Wikileaks, mentre il procuratore si era opposto. L'aula era gremita e fuori dal tribunale stazionavano centinaia di giornalisti e fotografi di tutto il mondo in attesa del furgone della polizia con a bordo il fondatore di Wikileaks. Numerosi anche i suoi sostenitori che avevano cartelloni con le scritte «Svezia, marionetta degli Usa» e «denunciare reati non è reato». Il rappresentante della procura britannica, che parlava a nome della Svezia la quale accusa Assange di stupro nei confronti di due donne, aveva proposto di non concedere la libertà su cauzione all'australiano in quanto era stato giudicato la scorsa settimana a rischio di fuga e «nulla è cambiato da allora». Mentre era in corso l'udienza in tribunale, il ministro dell'Interno britannico, Theresa May, parlando a una commissione della Camera dei Comuni aveva reso noto di non aver ricevuto dagli Usa nessuna richiesta in merito ad Assange.

 

 

BRACCIALETTO - I difensori di Assange avevano ribattuto che il capo di Wikileaks era disposto a portare un braccialetto elettronico per essere messo in libertà su cauzione in attesa dell'udienza dell'11 gennaio in cui sarà decisa la sua eventuale estradizione in Svezia. I legali hanno detto che Assange accetta di sottoporsi a restrizioni dei viaggi ed è pronto a restare «agli arresti domiciliari» a casa di Vaughan Smith, il fondatore del Frontline Club, il club per giornalisti dove il capo di Wikileaks ha risieduto prima dell'arresto.

 

PERSONA DELL'ANNO - Intanto i lettori del settimanale americano Time hanno eletto Assange «persona dell'anno» con oltre 382 mila voti assegnati online. Ma un altro sondaggio per il Washington Post, un giornale vicino ai repubblicani, rivela che il 59% degli americani crede che Assange debba essere incriminato e arrestato dagli Stati Uniti. Netta la differenza di voto secondo l'età al sondaggio: il 30% degli intervistati tra i 18 e i 29 anni, una percentuale doppia di quelli con più di 50 anni, ritiene che le pubblicazioni di Wikileaks siano state utili per l'interesse pubblico, e per il 46% Assange non deve essere considerato un criminale.

 

Redazione online
14 dicembre 2010

Roma, esplode la rivolta dei black bloc Scontri e feriti nel giorno della fiducia

La Stampa


La protesta si trasforma in guerra
Tra gli studenti anche anarchici, estremisti e uomini incappuciati
A Milano occupata Piazza Affari




FOTOGALLERY


ROMA

Quasi cento feriti tra manifestanti e forze dell’ordine. Quaratuno fermi. Una camionetta della Guardia di Finanza incendiata, altri blindati danneggiati, auto private date alle fiamme. È il bilancio della giornata di protesta che oggi ha incendiato Roma. Una manifestazione che era iniziata pacificamente, con due cortei di studenti partiti dalla Sapienza e da piazzale della Rebubblica, ma che nel pomeriggio - dopo il sì alla Camera alla fiducia al governo - si è trasformata in una vera guerriglia urbana.

Le violenze erano state annunciate: ieri il sindaco Alemanno aveva detto di avere «la certezza» che degli infiltrati potessero far degenerare la situazione e aveva e evocato il «livello di antagonismo» degli anni di piombo. A scatenarle sono state alcune centinaia di manifestanti, che già nella tarda mattinata al loro passaggio avevano devastato vetrine di banche, distrutto cassonetti, panchine e auto in sosta. Il grosso degli scontri si è avuto però nel pomeriggio, quando tra via del Corso e piazza del Popolo, tra alberi di Natale e addobbi festivi, manifestanti e forze dell’ordine hanno ingaggiato duri incidenti a poche centinaia di metri dai palazzi della politica.

In migliaia erano arrivati a Roma, anche da altre città, per protestare contro il governo e la riforma Gelmini. Alla vigilia gli organizzatori avevano annunciato oltre 50 mila presenze. In piazza si erano radunati universitari, studenti più giovani delle superiori, ricercatori, ma c’erano anche simpatizzanti dei gruppi antagonisti, militanti di centri sociali, attivisti di Action, metalmeccanici Fiom, sfollati aquilani, gente dei comitati contro le discariche di Terzigno. Come lo scorso 30 novembre, il centro storico della capitale si era svegliato militarizzato, con blindati delle forze dell’ordine pronti a chiudere ogni accesso alle sedi istituzionali.

La prima linea del corteo parte dall’università La Sapienza e si unisce al Colosseo con una altro ramo di manifestati. Ma già in Corso Vittorio Emanuele, a poche centinaia di metri da un Senato presidiato da un massiccio cordone di sicurezza, scoppiano le prime tensioni: dalle prime file del corteo con decine di manifestanti con caschi e volto coperto parte un lancio di grossi petardi e bombe carte, le forze dell’ordine rispondono sparando lacrimogeni.

La testa del corteo si allunga e avanza su Corso Vittorio Emanuele, dove si hanno altre avvisaglie delle future violenze: gruppetti di persone col volto coperto, mischiati nel lungo serpentone umano, si staccano dalla massa pacifica e cominciano a distruggere vetrine di banche (cinque solo su Corso Vittorio Emanuele), bancomat e telecamere, lanciando sampietrini, bastoni e pali per la segnalazioni stradali srdadicati e usati come arieti. Nessuno li ferma. Le forze dell’ordine sono attestate a difesa della zona rossa, l’area inaccessibile che comprende i Palazzi delle istituzioni.

Quindi il corteo prosegue verso il Lungotevere, cercando di aggirare i blocchi, e all’altezza dell’Ara Pacis imbocca le strade che portano al Parlamento. È qui, in via del Corso, che si verificano gli scontri più gravi. I più violenti tra i manifestanti lanciano di tutto verso le forze dell’ordine: ancora sampietrini, fumogeni, bottiglie, sassi, assi di legno, rovesciano cassonetti e motorini, divelgono fioriere, spaccano vetrine di negozi. Gli agenti caricano: si verifica una vera battaglia corpo a corpo, con manifestanti che riescono a aggredire qualche agente e a rubare loro dei manganelli. Un militare della Guardia di Finanza è immortalato dai fotografi mentre, quasi sommerso da dimostranti, impugna la pistola d’ordinanza. Poi viene soccorso.

Intervengono a sirene spiegate le camionette blindate, che riescono a respingere il corteo verso piazza del Popolo. In via del Corso rimangono i resti della battaglia, alcuni cittadini denunciano violenze spropositate da parte delle forze dell’ordine. A piazza del Popolo, però, nuovi violenti scontri: un gruppo dà fuoco a un piccolo mezzo della nettezza urbana, poi vanno in fiamme tre auto e un blindato delle Fiamme gialle in via del Babbuino. Sono delle immagini choc, con due alte colonne di fumo nero che si spandono nel cielo del centro di Roma. In terra si notano crateri con decine di sampietrini divelti. Altri cassonetti vengono bruciati vicino il Lungotevere, arrivano i vigili del fuoco.

Gli agenti sgomberano la piazza, ma gli incidenti continuano nell’attiguo piazzale Flaminio. Altri lanci di oggetti: tubi innocenti e vernici trovate in un vicino cantiere, semafori, pietre, cassonetti della spazzatura. Ancora cariche. Molti cittadini rimasti bloccati in auto sul Muro torto assistono impauriti alla scena. A quel punto i manifestanti violenti si disperdono, alcuni in viale Flaminio e verso il Lungotevere, altri verso villa Borghese.

La situazione torna calma, in via del Corso i negozianti provvedono a pulire come possibile la strada dai detriti, mentre cittadini e turisti riprendono il classico struscio per le strade dello shopping osservando sbigottiti le carcasse dei mezzi bruciati e gli effetti della guerriglia urbana.

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Ahmadinejad: l'esistenza di Israele è un grande insulto alla dignità umana

Il Messaggero



TEHERAN (14 dicembre) - L'esistenza di Israele è «un insulto alla dignità umana» e «il vero genocidiò è quello compiuto dagli Israeliani a danno dei Palestinesi. Lo ha detto il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, citato dalla televisione iraniana in inglese PressTv.

«Il metodo usato nella fondazione del regime sionista (Israele, ndr) e la continuazione della sua esistenza sono un grande insulto alla dignità umana», ha affermato il presidente iraniano. Ahmadinejad, che più volte in passato ha profetizzato l'imminente scomparsa di Israele e ha definito «una favola» l'Olocausto, ha fatto queste nuove affermazioni mentre incontrava ieri a Teheran i membri di un convoglio con membri di vari Paesi asiatici che intende raggiungere la Striscia di Gaza per portare aiuti ai Palestinesi. Dall'Iran il convoglio proseguirà per la Turchia e poi per la Siria. Il programma prevede che poi arrivi in Egitto, da dove cercherà di entrare nella Striscia di Gaza, sottoposta al blocco israeliano.





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Assange libero su cauzione

Corriere della sera


Il legale del fondatore di Wikileaks aveva proposto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico anti-fuga


Julian Assange è stato liberato su cauzione di 200 mila sterline (circa 236 mila euro). Lo ha deciso un giudice di Westminster accogliendo la proposta dei difensori del fondatore di Wikileaks, mentre il procuratore si era opposto. L'aula era gremita e fuori dal tribunale stazionavano centinaia di giornalisti e fotografi di tutto il mondo in attesa del furgone della polizia con a bordo il fondatore di Wikileaks. Numerosi anche i suoi sostenitori che avevano cartelloni con le scritte «Svezia, marionetta degli Usa» e «denunciare reati non è reato». Il rappresentante della procura britannica, che parlava a nome della Svezia la quale accusa Assange di stupro nei confronti di due donne, aveva detto che all'australiano non doveva essere concessa la libertà di cauzione in quanto era stato giudicato la scorsa settimana a rischio di fuga e «nulla è cambiato da allora». Mentre era in corso l'udienza in tribunale, il ministro dell'Interno britannico, Theresa May, parlando a una commissione della Camera dei Comuni aveva reso noto di non aver ricevuto dagli Usa nessuna richiesta in merito ad Assange.

BRACCIALETTO - Jennifer Robertson, l'avvocato di Assange, aveva ribattuto che il capo di Wikileaks era disposto a portare un braccialetto elettronico per essere messo in libertà su cauzione in attesa dell'udienza dell'11 gennaio in cui sarà decisa la sua eventuale estradizione in Svezia. La Robertson ha detto che Assange accetta di sottoporsi a restrizioni dei viaggi ed è pronto a restare «agli arresti domiciliari» a casa di Vaughan Smith, il fondatore del Frontline Club, il club per giornalisti dove il capo di Wikileaks ha risieduto prima dell'arresto.


PERSONA DELL'ANNO - Intanto i lettori del settimanale americano Time hanno eletto Assange «persona dell'anno» con oltre 382 mila voti assegnati online. Ma in un altro sondaggio per il Washington Post, un giornale vicino ai repubblicani, rivela che il 59% degli americani crede che Assange debba essere incriminato e arrestato dagli Stati Uniti. Netta la differenza per età al sondaggio: il 30% degli intervistati tra i 18 e i 29 anni, una percentuale doppia di quelli over 50, ritiene infatti che le pubblicazioni di Wikileaks siano state utili per l'interesse pubblico, e per il 46% Assange non deve essere considerato un criminale.


Redazione online
14 dicembre 2010



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E' morto "Athos", il cane che non ha voluto abbandonare la nave

Corriere della sera


Si è tuffato dal rimorchiatore sul quale era stato caricato con l'equipaggio per tornare sul cargo ma è annegato

La fine della mascotte della Jolly Amaranto


Athos, a bordo della Jolly Amaranto
Athos, a bordo della Jolly Amaranto
GENOVA - Athos, evidentemente, amava la sua nave più i tutti: la cuccia in sala macchine era la sua casa; con lei aveva già fatto il giro dei porti di mezzo mondo. Era un cane "d'altura" la mascotte della Jolly Amaranto, ormai si trovava meglio in mare che a terra. E' stato lui l'unica vittima dell'incredibile vicenda del cargo italiano, scampato a tre giorni di tempesta in mare aperto, e affondato all'imboccatura del porto di Alessandria d'Egitto. Athos non ha accettato l'idea di abbandonarla e si è gettato in acqua per raggiungerla, ormai arenata sul fondale. Un marinaio si è tuffato per tentare di salvarlo ma non c'è stato nulla da fare.

IL TUFFO DAL RIMORCHIATORE - L'animale, insieme all'equipaggio, era stato sbarcato alle 3 di notte e caricato su un rimorchiatore che seguiva le manovre di soccorso. Per ultimi, come prevede la legge del mare, alle 5:25 anche il comandante ed il primo ufficiale di coperta avevano abbandonato la Jolly Amaranto, ormai inclinata su un fianco di 15 gradi e quindi condannata a restare semisommersa, visto il basso fondale del porto egiziano sul quale si era adagiata. A quel punto Athos, il cane più grosso a bordo delle navi della flotta «Ignazio Messina», cogliendo tutti di sorpresa, ha saltato la balaustra del rimorchiatore e ha iniziato a nuotare in direzione del relitto semisommerso, ma l'alta onda creata dalle eliche del rimorchiatore lo ha fatto affogare. Un marinaio si è tuffato per cercare di salvarlo, ma è stato a sua volta soccorso perché rischiava di perdere la vita anche lui.


14 dicembre 2010



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Maso, nozze segrete in chiesa E da marzo potrebbe essere libero

Corriere della sera


Il veronese che uccise entrambi i genitori si è unito in matrimonio con Stefania, milanese di buona famiglia



VERONA - Pietro Maso si è sposato in gran segreto in una chiesetta in provincia di Verona. Il giovane di Montecchia di Crosara che il 17 aprile del 1991 uccise entrambi i genitori per appropriarsi dell’eredità, secondo il settimanale «Chi» è convolato a nozze alcuni mesi fa. Il periodico mostra le foto di Maso a spasso per Milano con la neomoglie Stefania. Oggi gode della semilibertà ed è proprio nelle ore fuori dal carcere che nel 2008 ha conosciuto Stefania, una ragazza milanese di buona famiglia. La coppia ha scelto il rito del matrimonio canonico, cioè solo religioso; alla cerimonia erano presenti il parroco che ha celebrato il matrimonio, due suore e don Guido Todeschini, guida spirituale dello sposo. Maso nel marzo 2011 potrebbe ottenere la libertà totale, con alcune restrizioni: l’obbligo di firma, di residenza o il divieto di espatrio e allora potrà decidere di sposarsi in Comune e depositare ufficialmente gli atti del matrimonio. (Ansa)


14 dicembre 2010





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Studenti in corteo dalla Sapienza La polizia carica i manifestanti

Corriere della sera

 

Petardi, bombe carta e lacrimogeni davanti a Palazzo Madama. Un ragazzo ferito nella calca

 

ROMA - Book block in prima fila e uno striscione «Voi alla deriva, noi solchiamo il mare». Sono partiti intorno alle 10 da piazzale Aldo Moro in corteo diretto al centro della città nel giorno del voto di fiducia al Camera al governo Berlusconi in occasione del quale hanno progettato blitz e azioni dimostrative, una sorta di «assedio a Montecitorio». Intorno alle 12.15 il grande corteo degli studenti universitari («Siamo in 100 mila» hanno detto gli organizzatori) si è unito con quello della Fiom e dei movimenti sociali: un fiume di migliaia di persone che si dirige verso Piazza Venezia. Lo slogan, ribadiscono gli studenti, è sempre quello di «sfiduciare il Governo dal basso assediando i palazzi del potere».

 

 

PIAZZA VENEZIA BLINDATA - Il corteo trova davanti a sé una Piazza Venezia blindata, con tutti gli accessi verso Palazzo Chigi e Montecitorio presidiati dalle forze dell'ordine. Eccezionali misure di sicurezza messe in atto dal Viminale (1500 uomini impiegati dalla questura), che ha previsto la creazione di una vasta «zona rossa» intorno ai palazzi di Camera e Senato e a Palazzo Chigi. In prima fila gli studenti con i libri-scudo alzati. La folla è deviata su via Botteghe oscure, bloccata via Astalli che porterebbe a Palazzo Grazioli. I manifestanti sono incanalati verso Largo Argentina che è comunque bloccata, per cui non potrebbe proseguire. Scoppiata qualche bomba carta, e qualche fumogeno. Lanciati sacchetti della spazzatura e petardi contro via degli Astalli che conduce a Palazzo Grazioli. Molta la tensione soprattutto nella parte del corteo dove si trovano i centro sociali, i disordini sono opera di piccoli gruppi. I negozianti hanno abbassato le saracinesche.

 

STUDENTE FERITO - Nel corso delle schermaglie fra polizia e manifestanti in via delle Botteghe Oscure, uno dei giovani che protestano sarebbe rimasto ferito al volto. Secondo le prime informazioni il ragazzo, portato via sanguinante dagli amici, si sarebbe ferito nella calca degli scontri, e dunque la ferita non sarebbe stata riportata durante una scaramuccia con forze dell’ordine. Due carabinieri rimasti feriti sono stati soccorsi da un'ambulanza del 118

 

SENATO: BOMBE CARTA E CARICHE - Le forze dell’ordine hanno effettuato una carica di alleggerimento, lanciando anche lacrimogeni, contro gli studenti in corso Rinascimento, nei pressi del Senato, dopo che i manifestanti hanno iniziato a lanciare contro le camionette poste a bloccare le vie di accesso e i poliziotti petardi, fumogeni, palloncini pieni di vernice ma anche sedie e tavolini prelevati dai bar nella zona circostante. Sembrerebbe che uno studente sia stato fermato: è uno di quelli che portavano il libri scudo, sul suo «Uno nessuno centomila». Il corteo sta arretrando verso corso Rinascimento, pare che una parte di manifestanti stia arrivando verso la zona Pantheon. Scontri anche vicino alla Camera dove alcuni manifestanti hanno esploso tre bombe carta in via degli Uffici del Vicario. Le forze dell'ordine hanno tentato di respingere un gruppo di manifestanti che avevano lanciato vernice ed uova.

 

GLI SLOGAN - Sono arrivati circa 80 pullmann da tutta Italia: Lecce, Bologna, Milano, Modena, Siena. «No alla riforma Gelmini», «I bravi studenti manifestano», «Ve la diamo noi la nuova economia, Tremonti in miniera e Gelmini in fonderia» sono alcuni degli striscioni mostrati dagli studenti che protestano contro la riforma Gelmini e sostengono la sfiducia al governo Berlusconi. Oltre agli studenti romani sono presenti diversi studenti del nord Italia. Delegazioni di studenti da Bergamo, da Firenze, da Urbino e alcuni comitati del Veneto presenti con bandiere del Leone di San Marco. Numerosi gli striscioni sarcastici su Berlusconi come «Sono il nipote di Mubarak» e «Berlusoni bis? Si se 41». Gli studenti hanno lanciato alcuni fumogeni. Migliaia di studenti sono in movimento da tutta Roma per unirsi al due cortei principali, quello che si è mosso dalla Sapienza e quello dei Fori Imperiali. Studenti si sono mossi da Piazza della Repubblica, Piazza Sempione e Roma Tre. Proprio all'Università Roma tre, alcuni studenti, prima di muoversi in corteo, hanno lanciato uova e vernice davanti al Rettorato. Agli studenti partiti in corteo dall’università La Sapienza, si è aggiunto intorno alle 11.10 un migliaio di ragazzi appartenenti alla Rete della conoscenza e all’Uds con cartelli «Noi non ci fidiamo».

FIOM E PRECARI - Si erano radunati al Colosseo i manifestanti del cartello «Uniti contro la crisi» a cui partecipano anche la Fiom, i centri sociali, Action, l'Unione Inquilini, esponenti di Rifondazione Comunista e del partito Comunista dei lavoratori. «Sarà una manifestazione pacifica - spiega Maurizio Landini della Fiom - che si congiungerà alle manifestazioni degli studenti, perchè la difesa del lavoro e del sapere contro questo Governo vanno di pari passo». Fra i manifestanti, alcune migliaia, anche i movimenti aquilani, con striscioni «Aquila non si fida»: «Siamo una realtà simbolica - spiega Mattia Lolli del comitato '3 e 32' - uno specchio dell'Italia, vittime dell'inganno di un grande miracolo, una ricostruzione che non è mai partita, e della gestione delle emergenze da parte della Protezione Civile che nasconde le speculazioni». In piazza anche i comitati campani e in particolari quelli provenienti da Terzigno e il Forum italiano dei movimenti per l'acqua. «Assedieremo i palazzi del potere - scandiscono tuttavia i manifestanti - e faremo azioni a sorpresa».

 

DISAGI IN CENTRO - Grandi i disagi in città. A mezzogiorno lo stato della viabilità intorno al Centro: è aperta al transito dei bus la riva destra dei lungotevere, il Muro Torto, corso d'Italia e Porta Pia, viale del Castro Pretorio mentre al momento i cortei, l’uno dentro l’altro, sono fermi tra via Nazionale, piazza dell’Esquilino, via Cavour, largo Corrado Ricci. Il corteo partito da piazzale Ostiense ha già raggiunto piazza della Bocca della Verità. Sono state riaperte al transito dei bus sia piazzale Ostiense sia via Marmorata; linee molto rallentate, anche se in transito, sul lungotevere Aventino. Chiuse al traffico e al passaggio dei bus sia piazza della Bocca della Verità sia via Petroselli. Da via dei Fori Imperiali sta sfilando un altro corteo, diretto sempre a piazza Venezia. Deviate tutte le linee in transito. Ancora chiuso viale dei Fori Imperiali, piazza Venezia via del Corso; aperta al transito dei bus la riva destra dei lungotevere, il Muro Torto, corso d'Italia e Porta Pia, viale del Castro Pretorio. Aperta anche via Nazionale sino a via Milano, via di San Gregorio e il lungotevere, riva sinistra, a partire da Ponte Sublicio. Servizio regolare e stazioni aperte, invece, sulla metropolitana e sulle ferrovie Termini-Giardinetti, Roma-Lido e Roma-Viterbo.

 

Simona De Santis
14 dicembre 2010

India, le folli gare dei risciò a motore

Corriere della sera

Sono i taxi comuni in Asia: derivano dal modello Ape Calessino, creato nel 1948 dalla Piaggio


CHENNAI - Sono le tre di notte a Chennai, capitale dello Stato indiano del Tamil Nadu. Nella città addormentata cani rognosi e ratti si muovono furtivi tra le famiglie di pariah, gli intoccabili, che vivono e dormono per strada. Il silenzio surreale è squarciato dal rumore scoppiettante di una marmitta: un risciò (rickshaw) giallo limone arriva veloce attraversando il quartiere di Triplicane.

TUK-TUK - È domenica, la giornata delle gare: pericolose e illegali, ma dannatamente divertenti. Alla guida c'è Suresh, 28 anni, sposato e con due figlie: il suo mestiere è fare il driver, l'autista di risciò. Per questa notte l'appuntamento è sulla statale 46 che da Chennai porta a Bangalore, dove arriveranno driver da tutta la città per partecipare una delle più bizzarre competizioni a cui si possa assistere.

Colorati e decorati con adesivi appariscenti, i risciò o tuk-tuk sono i taxi più comuni in Asia. Dall'India al Vietnam, dalle megalopoli congestionate dal traffico alle sperdute risaie tra filari di palmeti, il risciò non conosce ostacoli. Semplice, funzionale e facile da riparare questo pittoresco mezzo di trasporto è nato in Italia. Il modello prodotto in tutto l'Oriente è quello dell'Ape Calessino, creato nel 1948 dalla Piaggio. In India questo «miracolo italiano», prodotto su licenza dalla Bajaji già dagli anni Cinquanta, fa muovere tutto il continente creando un indotto economico immenso, tanto che uno dei sindacati indiani più potenti è il Citu, quello dei driver dei risciò. La versione base costa 3 mila euro, più altri 500 per le modifiche che permettono il trasporto dei clienti. La maggior parte dei driver, non potendoli comprare, li noleggia da un «boss» che gestisce un parco mezzi e che di solito è anche un membro importante del sindacato.




TRUCCATI - Ci vuole un'ora e mezza perché i palazzi che di giorno traboccano di umanità, cedano il passo ai grandi viali in costruzione della periferia. Sulla statale 46 il traffico è composto anche da grossi camion che sfrecciano a pochi centimetri dal risciò facendolo sobbalzare in maniera impressionante. A un tratto appare una fila di risciò ai bordi della strada. Suresh rallenta e parcheggia. E appare Zakker, 30 anni, che da venti lavora come meccanico e da quindici partecipa alle gare. È uno dei più famosi meccanici della città, anche se la sua officina non è più grossa di due metri per due. «Quando ho iniziato a preparare i risciò avevo 10 anni. La mia “scuderia”, la 5R5, è la migliore di tutta la città», racconta con il sorriso. Questo indiano dai folti mustacchi possiede due risciò, ma è anche il meccanico di molti dei partecipanti alla gara. «Ho vinto più di 50 corse: i miei risciò, i fulmini, come li chiamo io, arrivano anche a 100 chilometri all'ora (quelli regolari a 75). Faccio tutto io, anche le marmitte, le saldo in officina». E se lo spazio non basta, si lavora in strada con i meccanici sporchi di grasso che mettono mano ai motori tra vacche sonnolenti e bambini chiassosi.
SOLDI - «Preparare un risciò costa. Non tutti se lo possono permettere e così a volte per partecipare a una gara ci si aiuta. Le vincite fanno gola a tutti». I soldi in palio sono tanti. Ogni automezzo iscritto paga 50 euro – che a Chennai equivalgono alla quota media per l'affitto mensile di un bilocale – partecipano venti veicoli, e il vincitore si porta a casa tutto. Oltre ai soldi della gara ci sono quelli delle scommesse. «A me quelle non interessano», spiega Zakker. «Io ho già il mio business». Suresh invece è un grosso scommettitore, arriva a puntare il guadagno di due o tre giorni di lavoro con il rischio di farsi ritirare il mezzo dal boss: «Tolto il noleggio del mezzo e le spese, non riuscirei a fare mangiare la famiglia se non giocassi», spiega.

GARA - La gara inizia all'alba, in mezzo al traffico. “«Si corre tra i camion e le macchine, fa parte del rischio», spiega Murugan, un pilota. «Faccio da pilota a Zakker perché sono senza soldi e la mia famiglia da mesi vive per strada. È pericoloso, ma se vinciamo mi pagherà bene». È tutto pronto. A un segnale convenuto i risciò si posizionano lungo le due carreggiate della strada e partono, zigzagando tra i camion e le motociclette, superandosi, e suonando il clacson in continuazione. Il percorso è di circa 20 chilometri, il pubblico se ne sta in disparte sui bordi della statale, urlando per fare il tifo. Incredibilmente in quindici anni di corse illegali ci sono stati pochi gravi incidenti, di cui solo un paio mortali. Dopo una ventina di minuti la gara è finita, Zakker è trionfante perché uno dei suoi è arrivato primo, Suresh l'ha spuntata con le scommesse e Murugan oggi non avrà problemi a far mangiare la famiglia. Ormai è giorno e il caldo inizia a farsi sentire. La città si e svegliata e bisogna rientrare in fretta per accaparrarsi i clienti e lungo la strada del ritorno non si vede più la moltitudine di miserabili: «Corrono via di giorno», dice Suresh. «Via dove?», chiediamo. «Chi lo sa? In giro».

Mario Catania e Mattia Coletto
13 dicembre 2010(ultima modifica: 14 dicembre 2010)

YouTube, stretta sui video terroristi che incitano alla Jihad "Li cancelleremo"

Quotidiano.net



Si è deciso di introdurre un meccanismo di segnalazione da parte degli utenti: a quel punto interverrà lo staff di YouTube, che deciderà se cancellare i filmati



You Tube
You Tube



Roma, 14 dicembre 2010


Niente più video che incitano al terrorismo su YouTube. È la stretta dei gestori del più noto sito di video-sharing, che hanno deciso di introdurre un meccanismo di segnalazione da parte degli utenti dei video i cui contenuti incitano al jihad o ad altre forme di terrorismo. Come scrive il Los Angeles Times, gli utenti potranno ‘taggarè con un simbolo i video sospetti.

A quel punto interverrà lo staff di YouTube, che deciderà se cancellare i filmati. Finora l’intervento del sito sui contenuti di tipo terroristico era stato più blando. In nome della libertà d’espressione, infatti, YouTube cancellava solo i video che contenevano espliciti inviti a commettere violenze. Questo ha portato molti, soprattutto tra i personaggi politici americani, a chiedere un cambiamento di rotta e un controllo più rigoroso sui contenuti del popolare sito.

Nelle scorse settimane aveva fatto discutere la serie di video postati su YouTube che ritraeva Anwar al-Awlaki, imam musulmano con doppia cittadinanza, americana e yemenita, accusato di essere uno dei reclutatori di al-Qaeda. Il sito, alla fine, ha deciso di rimuoverli, dopo che l’amministrazione Usa ha inserito il latitante al-Awlaki nella lista dei "terroristi globali".




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Pavia propone il gemellaggio a Canterbury in Inghilterra

Il Giorno


Una delegazione pavese si trova nella cittadina britannica per proporre il gemellaggio. L'antico cammino di Sigerico è alla base della proposta


Sentiero
Sentiero



Pavia, 13 dicembre 2010 -


Delegazione pavese oggi a Canterbury, per proporre il gemellaggio con la cittadina inglese. Una proposta che nasce dalla Provincia di Pavia ed è condivisa dal Comune. «È una proposta - spiega Renata Crotti, assessore provinciale al Turismo - che nasce in virtù di molti elementi storici. Innanzitutto per il rapporto delle due città grazie alla Via Francigena: Canterbury al chilometro zero, Pavia crocevia di cammini a metà del percorso e XL tappa del cammino di Sigerico».

«Il Comune condivide la proposta di gemellaggio - aggiunge l’assessore comunale con delega ai rapporti internazionali, Marco Galandra - per recuperare la storia in chiave turistico-promozionale». L’assessore provinciale Crotti, che è anche membro dell’ufficio di presidenza dell’Associazione europea delle Vie Francigene, è oggi a Canterbury in occasione dell’evento “Ritorno al km 0”, quando avverrà la presentazione del 12° numero della rivista “Via Francigena”.

Ma l’antico cammino di Sigerico non è l’unico elemento alla base della proposta di gemellaggio tra Pavia e Canterbury. «Le due città - conferma l’assessore Crotti - sono legate grazie anche alla presenza di due prestigiose università e alla figura di Lanfranco di Pavia, primo Arcivescovo di Canterbury, figura europea di primo piano».
di Stefano Zanette




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Morto Holbrooke, le sue ultime parole "Fermate la guerra in Afghanistan"

La Stampa


Il gigante della diplomazia Usa stroncato da una crisi al cuore
Cordoglio di Obama e Clinton




ROMA

È morto questa notte a 69 anni Richard Holbrooke, gigante della diplomazia americana, il grande artefice della pace di Dayton, protagonista degli accordi che misero fine alla guerra nei Balcani, e fino a ieri l’inviato speciale di Barack Obama per il Pakistan e l’Afghanistan. «Richard Holbrooke ha servito il Paese che amava per quasi mezzo secolo», ha detto Hillary Clinton nel confermare ai giornalisti la notizia del suo decesso. Gli Stati Uniti «hanno perso uno dei loro difensori più accaniti e uno dei servitori più devoti. Sabato scorso era stato ricoverato d’urgenza per una lacerazione all’aorta che aveva spinto i medici a tentare un intervento chirurgico. Le sue ultime parole, secondo quanto riferito dalla famiglia al Post, sono state: «Fermate la guerra in Afghanistan».

Il presidente americano, Barack Obama, si è detto addolorato per la morte del suo inviato speciale per l’Afghanistan e il Pakistan, definendolo una «figura unica» e un «vero gigante della politica estera americana». Holbrooke - scrive Obama in un comunicato - lascia il ricordo «della sua diplomazia instancabile, del suo amore per il Paese e della sua ricerca della pace». «Quando sono diventato presidente - ha affermato - sono stato felice che Richard abbia accettato di servire» di nuovo.

Abile, diretto e fin troppo frontale per essere un diplomatico, Richard Holbrooke fu il protagonista dell’ultima maratona diplomatica con il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic per disinnescare la crisi del Kosovo. Nato a New York il 24 aprile 1941, figlio di ebrei tedeschi sfuggiti alle persecuzioni in Germania negli anni Trenta, Holbrooke aveva una lunga carriera diplomatica alle spalle.

Nel maggio 1968 partecipò ai suoi primi negoziati, sul Vietnam, come assistente ai colloqui di pace di Parigi. Con la presidenza Carter divenne il più giovane sottosegretario Usa, incaricato degli affari del Pacifico e dell’Asia orientale. Fu Bill Clinton a richiamarlo in politica, nominandolo prima ambasciatore in Germania e, nel 1994, sottosegretario di Stato per gli affari europei e canadesi. In questo ruolo, nel 1995, gli venne affidata la mediazione in Bosnia. Paragonato al cardinale Mazarino e definito ’una forza della naturà, Holbrooke costrinse il presidente Milosevic, a farsi garante della pace negli accordi di Dayton del dicembre 1995.

Nel 1996, dopo una parentesi nel mondo degli affari, Hoolbrooke tornò a fare il supermediatore, prima nella crisi cipriota e poi nella ex Jugoslavia, per il Kosovo. Dal 1999 al 2001 è stato ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu. Nel 2004 partecipò come consigliere alla campagna elettorale del Senatore John Kerry. Considerato uno dei candidati alla carica di segretario di stato dopo la vittoria di Barack




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Il ciclismo piange Aldo Sassi

La Stampa


Direttore del Centro Mapei e preparatore di molti big, si è arreso ad un tumore al cervello. Aveva 51 anni




ROMA

Lutto nel mondo del ciclismo. È morto nella notte Aldo Sassi, direttore del Centro Mapei e preparatore di alcuni fra i migliori corridori del mondo. Sassi aveva rivelato lo scorso aprile di avere un tumore al cervello. Si è spento all'età di 51 anni.

Sassi, nato a Valmorea nel 1959, ha fatto parte dell'equipe che ha preparato Francesco Moser al record dell'ora di Messico '84. Da preparatore atletico ha seguito fra gli altri Ivan Basso e Cadel Evans. Dal 1996 al 2002 è stato responsabile dell'allenamento del professional cycling team Mapei e attualmente dirigeva il Centro Studi Mapei di Castellanza. In prima linea da sempre nella lotta al doping, la sua ultima sfida era legata al pieno recupero di Riccardo Riccò. Lascia la moglie Marina e tre figli. «Il presidente della Fci, Renato Di Rocco, esprime anche al nome del Consiglio Federale e di tutto il movimento ciclistico italiano il cordoglio e la vicinanza ai famigliari e al Team Mapei per la grande perdita», si legge in una nota sul sito ufficiale della Federciclismo.

Moser: "Uomo semplice e di grande coraggio"
«Sassi era un uomo semplice e di grande coraggio. Voleva sconfiggere anche questa brutta malattia, purtroppo non ce l'ha fatta». Francesco Moser ricorda così Aldo Sassi con cui costruì l'impresa del record dell'ora di Città del Messico nel 1984. «Faceva parte del team Enervit, andammo in Messico un mese prima per prepararci a quel record. Fu lui il primo a introdurre le ripetute di potenziamento nel ciclicmo», racconta Moser. «Ultimamente stava seguendo anche mio figlio, lui lo vedeva spesso quando andava a fare i test al Centro Mapei. Io non lo vedevo da un pò di tempo, ma della sua malattia ne avevamo parlato. L'aveva presa con il solito coraggio, voleva sconfiggere questo male», aggiunge. «Era un ragazzo semplice e appassionato del suo lavoro, aveva una grande passione. Il mondo del ciclismo sentirà la sua mancanza», conclude Moser.



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Milano, studenti irrompono in Borsa «Affaristi razzisti, dateci i soldi»

Il Messaggero


Cortei e manifestazioni in tutta Italia. Blindati a Roma i palazzi del potere. Bloccata la stazione a Palermo




 

ROMA (14 dicembre) - Studenti in piazza, cortei e manifestazioni in tutta Italia nel giorno della fiducia al governo. Previste pesanti ripercussioni su traffico e viabilità. A Roma centro storico e palazzi del potere blindati.

Roma.
Centro storico blindato. L'area intorno a Palazzo Madama e a Montecitorio è off limits dalle prime ore del mattino, presidiata da un massiccio spiegamento di forze dell'ordine. Presidiato anche Palazzo Grazioli. Da tutta Italia sono in arrivo decine di migliaia di manifestanti. I cortei principali partono dll'università La Sapienza, piazza del Colosseo, piazza della Repubblica e piazzale dei Partigiani. I manifestanti dovrebbero poi convergere in via dei Fori Imperiali per tentare di raggiungere Montecitorio. Non sono solo gli studenti a scendere in Piazza, ci saranno anche i centri sociali, i No tav, i terremotati aquilani e i campani esasperati dall'emergenza rifiuti. La Polizia municipale è impegnata con tutti i suoi uomini per garantire la gestione della viabilità cittadina in quello che rischia di diventare un martedì nero per i romani. È possibile infatti che, a parte i cortei previsti, si creino manifestazioni e sit-in spontanei. A rischio di deviazioni e limitazioni le linee di autobus nella zona interessata dai cortei.

Milano. Una cinquantina di studenti ha fatto irruzione in piazza Affari, all'interno della sede della borsa, dove hanno esposto uno striscione con scritto: «Siete un'accozzaglia di affaristi razzisti, dovete darci il denaro». Ricacciati fuori dall'edificio, gli studenti sono rimasti in piazza lanciando numerosi petardi contro gli ingressi della borsa e scandendo slogan.

Torino. Alcune migliaia di studenti delle scuole superiori e delle università stanno sfilando per le vie del centro di Torino per protestare contro la riforma scolastica Gelmini. Stessa situazione a Cagliari.

Palermo. Un centinaio di studenti degli istituti medi superiori e della facoltà di Scienze dell'università sta bloccando il traffico nella stazione ferroviaria di Palermo, occupando i binari. I manifestanti partecipano a uno dei tre cortei indetti a Palermo per protestare contro la riforma Gelmini e contro il Governo, in concomitanza con il voto di fiducia. Gli studenti che hanno proclamato per oggi il «Blocchiamo tutto day» minacciano anche di paralizzare il traffico cittadino e i collegamenti con le autostrade.




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La seconda fuga della "Oliver Twist" schiava dell’elemosina

La Stampa


Ritrovata la rom di 12 anni: si era ribellata alla mamma




PIERANGELO SAPEGNO
ROMA

Anche questa volta Daniela A. era scappata in una stazione, dentro a un treno che portava al sole, senza un biglietto per arrivare e senza una valigia da riempire. L’hanno trovata così, dieci giorni dopo, perché ricordavano la sua faccia spaurita che scendeva da un vagone fermo a Piedimonte Matese. Daniela ha 12 anni, e nell’Italia sconosciuta dei bambini senza infanzia e senza Natale, la sua storia è quella di un Oliver Twist del Duemila, la storia silenziosa di una vita rubata, uguale a quella di più di 50 mila bambini come lei. L’ultima volta che l’avevano vista, alcuni testimoni avevano raccontato che stava bisticciando con la mamma davanti all’Ipercoop di Casalnuovo, vicino a Napoli, «perché non voleva chiedere l’elemosina». Era il 3 dicembre. Non era tornata a casa, una catapecchia di legno e di lamiere affogata nel fango in mezzo alle altre baracche dei rom, vicino a una rotonda al confine con Acerra. Era fuggita alla stazione e aveva preso il treno che andava verso Caserta.

Quand’era scesa, così piccola e spaventata, alcuni viaggiatori l’avevano portata in una casa famiglia, dove era stata ripulita, rifocillata e accudita. I genitori avevano denunciato la scomparsa due giorni dopo e solo domenica i carabinieri avevano diffuso una sua foto.

Daniela era già scappata un’altra volta, quando aveva appena 7 anni. Anche allora s’era rifiutata di chiedere la carità per strada, e aveva detto che si vergognava di vendere quei piccoli oggetti che le davano per raccattare qualche moneta in cambio. L’avevano ritrovata quattro giorno dopo, in provincia di Avellino, su un treno come questo di Piedimonte Matese. L’avevano presa ed erano bastati due sorrisi per riportarla dai genitori nel campo. Non aveva fatto altro che viaggiare, in quel breve tempo della sua fuga, dormendo sulle panchine e nelle sale d’attesa delle piccole stazioni o sulle poltrone sfondate dei vagoni, assieme a barboni e derelitti. Il giorno che l’avevano ritrovata per portarla a casa, lei aveva detto che in fondo c’era una cosa che le piaceva, come per farsi accettare l’idea: «Quando piove giochiamo a nascondino». Quelle baracche immerse nel fango, sullo spiazzo di via Siviglia, vicino alla rotonda di Casalnuovo «sono piene di angoli dove puoi ficcarti senza essere visto». L’aveva sussurrato come se fosse una cosa bella. Questa volta, però, i carabinieri che l’hanno ritrovata stanno pensando di lasciarla nella casa famiglia, in attesa di chiarire con le indagini il suo rapporto con la famiglia rom: conta di più il diritto della natura o quello della cultura? Daniela ce l’avrebbe una sua risposta. Anche adesso che fa così freddo e il cielo è così basso, è riuscita a dire che sognava di veder la neve, fiocchi grossi come batuffoli di cotone che danzano nel cono di luce gialla di un lampione, che in fondo sarebbe un sogno così banale se non fosse quello di una bambina senza infanzia, e senza i disegni delle favole.

La cosa più tragica è che fenomeni così ce ne sono più di quello che possiamo pensare, come assicura Carlotta Bellini, responsabile italiana di Save the Children: «Lo sfruttamento fino alla riduzione in schiavitù è un fenomeno molto diffuso che coinvolge tantissimi minori». Nel mondo, le vittime sono addirittura stimate in 2,7 milioni. Secondo i dati ufficiali, in Italia sono 54.559. Quelli che hanno aderito a un progetto di protezione sono 13.517. Secondo il dossier di Save the Children, però «questi numeri sarebbero sottostimati, perché moltissimi minori rimangono invisibili».

Dentro a questa schiavitù da angiporti dickensiani, c’è di tutto, dal sesso all’accattonaggio allo sfruttamento del lavoro, come succede molto spesso nei campi di pomodoro e negli aranceti del meridione, dove i caporali della 'ndrangheta e della camorra costringono dei minorenni africani a turni massacranti per pochi spiccioli. Bambini dell’India e del Bangladesh e altri ragazzi di colore sono impiegati invece nell’allevamento di bestiame. Adolescenti nigeriane e dell’Europa dell’Est vengono fatte prostituire, mentre la Procura di Roma aveva avviato delle indagini su un traffico di minori dall’Albania verso la Grecia e l’Italia per espianti illegali.

Tra i Rom, infine, il fenomeno dell’accattonaggio è molto diffuso ed è quasi accettato. Una indagine congiunta della polizia italiana e francese ha sgominato proprio poco tempo fa una banda di bosniaci e croati che sfruttava dei bambini spostandoli da Roma a Parigi come pacchi postali. Cinque persone sono state arrestate. In testa alla piramide c’era il patriarca, Fehim Hamidovic detto Feo, di 58 anni, al quale erano destinati tutti i proventi dei reati commessi dai piccoli nelle stazioni delle metropolitane, rubando qualche portafoglio e chiedendo l’elemosina inginocchiati per terra sopra un sudicio cartone, se avevano meno di 3 anni. Non è che facessero cifre straordinarie: 500 euro al giorno, come risulterebbe dalle confessioni sui verbali, ma per Fehim e la sua famiglia era un ottimo stipendio. E a dire il vero, lo faceva quasi tutto lei, una ragazzina di 12 anni, che gli inquirenti non hanno mai saputo come si chiamasse veramente, perché aveva un mucchio di nomi falsi e tutte le volte che la fermavano, lei ne dava uno nuovo. Fehim ha detto, con terribile cinismo, che «era una fuoriclasse», rendendo a Madeline o a Uana, o a chiunque lei fosse nella realtà, una statura quasi assurda nella sua iperbole, come se la sua schiavitù potesse appartenere a una categoria superiore. «La sua specialità era lo scippo», avevano confessato gli altri della banda. Ma la cosa più crudele alla fine è che lei e Daniela, proprio come in un romanzo di Dickens, sono le due facce della stessa medaglia, come se fossero quasi la stessa persona o come se avessero la stessa vita, tutt’e due bambine sconfitte, senza un Natale e senza una favola da poter ascoltare.




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Nel delitto dell'ex playmate spunta la pistola di Polanski

Corriere della sera


Spara al marito con l'arma che il regista le «prestò» nel '69

La storia Angela Dorian in carcere per tentato omicidio. L'ex reginetta amica di Tate

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


Angela Dorian sulla copertina di Playboy: fu playmate dell'anno nel 1968
Angela Dorian sulla copertina di Playboy: fu playmate dell'anno nel 1968
NEW YORK - Quando l'incubo sembrava archiviato per sempre nella memoria collettiva del Paese, il gossip americano torna a riesumare la terrificante notte del 9 agosto 1969, quando, a sole due settimane dal parto, Sharon Tate fu trucidata dai seguaci di Charles Manson nella sua villa di Los Angeles, mentre il marito Roman Polanski era a Londra per lavoro.

Il regista, ricercato fin dal 1978 dagli Stati Uniti per aver abusato di una tredicenne a Hollywood l'anno prima, non ha mai più rimesso piede in America e solo nel luglio scorso ha «scampato» l'estradizione negli Usa dopo essere stato bloccato per mesi in Svizzera. Ma il suo nome torna improvvisamente alla ribalta della cronaca nera californiana a causa di un tentato uxoricidio. Il 16 ottobre scorso l'ex coniglietta italo-americana di Playboy Angela Dorian, 66 anni - Victoria Vetri all'anagrafe, figlia di emigrati a San Francisco - è stata arrestata per tentato omicidio dopo aver sparato al marito Bruce Rathgeb. E ora si è scoperto che la donna ha sparato al marito con una pistola che proprio Polanski le aveva prestato 41 anni fa.

A quell'epoca Angela era molto amica della coetanea Sharon e di Roman, che l'aveva scritturata per un piccolo ruolo in Rosemary's Baby: era una sorta di alter ego bruno della biondissima Tate. Una nascente star dal futuro assicurato, dopo essere stata scelta da Hugh Hefner prima come «coniglietta del mese» nel settembre del 1967 e poi, l'anno dopo, come «Playmate of the Year». Tate aveva già girato Barabba a Verona quando Angela rifiutò di prestare a Natalie Wood la propria splendida voce per le parti canore di West Side Story perché, spiegò allora «non voglio essere ricordata come una comparsa». E se Sharon Tate veniva acclamata come «una delle novità più promettenti di Hollywood», l'amica - che perse per un soffio il ruolo di protagonista in Lolita di Stanley Kubrick - fu nominata «nuovo sex symbol dell'orizzonte hollywoodiano» dal columnist Hy Gardner.

Uno strano gioco del destino volle che Angela e Tate fossero insieme anche alla vigilia della strage di Los Angeles. Roman lo sapeva e dopo l'omicidio della moglie, fu lui a prestarle la sua pistola Walther PPK 380, identica a quella di James Bond, proprio per difendersi. La brutalità senza senso di quell'atroce delitto (furono uccisi anche quattro amici della coppia) l'aveva spinto a credere che tutti, inclusa l'amica, fossero in pericolo.

Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che, 41 anni dopo, l'ex playmate avrebbe usato quell'arma per sparare al marito al termine di una violenta lite nel loro appartamento di Hollywood. Oggi nessuno si è fatto avanti per pagare la cauzione da un milione di dollari di Angela che, se condannata, rischia l'ergastolo.


Alessandra Farkas
14 dicembre 2010



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Wikileaks, ambasciata Usa a Roma «Romani favorisce Mediaset»

Corriere della sera

«La legge italiana sul web sembra scritta per censurare Internet, un precedente per nazioni come la Cina


MILANO - Nuove rivelazioni nei file di Wikileaks sui rapporti che l'ambasciata americana di Roma inviava a Washington in merito alle attività del governo italiano. Stavolta si tratta di presunte azioni di Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico dal 4 ottobre di quest'anno ma in quel momento (inizio 2010) vice ministro con delega alle comunicazioni, per favorire Mediaset ai danni di Sky. «Funzionari di Sky ci hanno detto che il viceministro Romani sta guidando gli sforzi all'interno del governo italiano per aiutare Mediaset di Berlusconi e per mettere Sky in svantaggio - si legge in un file di Wikileaks diffuso dal quotidiano spagnolo El Pais -. Questo è uno schema familiare: Berlusconi e Mediaset hanno usato il potere di governo in questo modo sin dai tempi di Bettino Craxi». Il dispaccio che contiene queste valutazioni è siglato dall'ambasciatore Usa David Thorne e porta la data del 3 febbraio 2010.

«CENSURA PER IL WEB» - Nel dispaccio diffuso da El Pais si legge anche che la legge sul web voluta dal governo italiano (la cosiddetta legge Romani, ndr) «sembra essere scritta per dare all'esecutivo margine di manovra per bloccare o censurare i contenuti internet. Questa legge rappresenterebbe un precedente per nazioni come la Cina che copierebbero o citerebbero questa "giustificazione" per il giro di vite sulla libertà di parola», si legge nel documento pubblicato dal quotidiano spagnolo.

14 dicembre 2010



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L’eredità di Rutelli e Veltroni: amici Pd assunti nelle aziende

di Andrea Cuomo


Roma

Nella «parentopoli» romana la più grave accusa che si può rivolgere al sindaco capitolino Gianni Alemanno è quella di non avere mantenuto la promessa fatta al suo insediamento: la discontinuità con le precedenti amministrazioni di centrosinistra. Se, come la Procura di Roma dovrà dimostrare, decine delle centinaia di assunzioni fatte negli ultimi anni da Atac e da Ama, aziende municipali che rispetto al Campidoglio possono ricorrere alla chiamata diretta, hanno favorito mogli, figli, segretarie e amanti di assessori e superdirigenti, ciò non costituirebbe certamente una novità nel sistema politico capitolino.

Anche i due predecessori di Alemanno, Francesco Rutelli e Walter Veltroni, avevano questo vizietto. Ma la stampa che li portava in palmo di mano, non si occupava di simili inezie. Forse anche perché mancava una donna copertina avvenente e scarsamente abbigliata: in questo caso Giulia Pellegrino, angelica venticinquenne assunta nella segreteria del direttore industriale di Atac e subito etichettata dalla stampa di sinistra sempre in foia, come la «cubista» raccomandata dalla destra.

Insomma, giusto che la Procura faccia luce sulla parentopoli di Alemanno: a piazzale Clodio contano di poter fare presto un primo punto sull’inchiesta dopo che i carabinieri avranno acquisito la documentazione relativa alle assunzioni avvenute con chiamata diretta, pari a 850 assunzioni all’Atac e 1400 all’Ama (ma quelle sospette sarebbero meno di cento). Ma l’inchiesta potrebbe presto allargare il raggio d’azione alle precedenti gestioni capitoline.

Tuttora infatti nelle piante organiche delle aziende municipali figurano nomi assunti per chiamata diretta quando sindaci erano Rutelli e Veltroni e a loro legati. Curioso per attinenza il caso di Luca Rotini, dipendente Atac attualmente in servizio al deposito di Grottarossa, assunto (senza concorso) quando sulla poltrona più comoda del Campidoglio sedeva Walter Veltroni. Il quale, casualmente, era anche in qualche modo datore di lavoro del padre, Luciano Rotini, il più alto in grado dei poliziotti comandati alla tutela dell’allora primo cittadino.

Insomma, il caposcorta di Veltroni. Proprio come caposcorta di Alemanno era, fino a qualche giorno fa, Giancarlo Marinelli, dimessosi dall’incarico e tornato in polizia dopo che è stato reso noto che due suoi figli sono stati assunti uno all’Atac e l’altra all’Ama. Dov’è la differenza tra i due casi? Certo, il numero di assunzioni: due per Marinelli, una per Rotini. Ma anche il numero di pagine dedicate alla vicenda: zero per Rotini, decine per Marinelli. Fate voi i conti.

Non finisce qui, però. Le giunte rosse hanno qualche altro scheletro nei capienti armadi delle accoglienti aziende municipalizzate. In Ama lavora infatti Mario Di Silvestro, marito dell’attuale deputata Pd Maria Coscia, all’epoca dell’assunzione assessore veltroniano. E sempre a busta paga nell’azienda che si occupa di tener pulita Roma ecco Pina Pescosolido, moglie di Antonio Rugghia, anche lui in Parlamento nei banchi democratici.

Spulciando tra i nomi, è in particolare l’Ama a rivelarsi un vero e proprio feudo democratico, alla faccia della presunta infornata alemanniana: all’epoca Veltroni risalgono infatti le assunzioni di Maurizio Campagnani, già distaccato nella segreteria di Uòlter; di Marzia Smeriglio, sorella di Massimiliano, che per cinque anni governò il municipio XI passando alla storia per aver tolto le lattine di Coca-Cola dai distributori degli uffici municipali per protesta contro la scarsa attenzione ai diritti umani del colosso di Atlanta; di Massimo Miglio, che per conto di Veltroni si occupava di abusivismo edilizio e che dal 2001 è dirigente dell’Ama. Quanto ad Alberto Agostini, fu assunto in Ama nel 2000, ultimi mesi dell’amministrazione Rutelli. Di cui Walter Tocci era vicesindaco. E chi era la segretaria di Tocci? Caterina Marrone, moglie dello stesso Agostini. Toh, i miracoli non riescono mica solo ad Alemanno.



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