giovedì 16 dicembre 2010

Scontri a Roma: liberi i 22 arrestati Tensione e spintoni fuori dal Tribunale

Corriere della sera

 

Fermati per la guerriglia del 14. Alemanno: serviva ben altra fermezza. Anm: insulti illegittimi. Spunta video con pestaggio dagli agenti. Il questore: indagine interna

 

ROMA - Tutti liberi. Tranne uno agli arresti domiciliari. Così hanno deciso le sezioni del Tribunale di Roma, dove giovedì mattina si sono tenuti i processi per direttissima nei confronti dei 23 arrestati mercoledì per gli scontri avvenuti martedì nella Capitale, dopo il voto sulla fiducia al Governo. Polemico il sindaco Gianni Alemanno: «Protesto a nome della città di Roma per questa decisione, c'è un senso profondo di ingiustizia perché quello che è successo richiedeva ben altra fermezza».

 

 

GLI ULTIMI 11 - La decisione sugli ultimi arrestati arriva nel tardo pomeriggio quando anche la X e la IV sezione del Tribunale di Roma accolgono le richieste delle difese e dispongono l’immediata scarcerazione degli ultimi undici ragazzi ancora in attesa di conoscere il loro destino. Come avevano già fatto in mattinata le altre sezioni del Tribunale dove si svolgevano i processi per direttissima degli altri arrestati. L’elenco di chi torna a casa si allunga: Michele Borromeo, Martino Reviglio Della Veneria e Anna Chiara Mazzani, Sacha Montanini, Angelo De Matteis, Nicola Corsini, Gerardo Morsella, Federico Serra, Andrea Donato, Alice Niffoi e Riccardo Li Calzi.

 

 

IL VIDEO - «Sono stati presi nel mucchio. Questi ragazzi non c’entrano niente con quello che è avvenuto», ha detto l’avvocato Francesco Romeo, difensore di Riccardo Li Calzi. Il penalista ha depositato e fatto vedere un video alla IV sezione del tribunale. Le immagini sono state anche «postate» su Youtube. «Basta cercare "La polizia si accanisce sui manifestanti" e vedere quello che è successo. Lo hanno prima picchiato e poi fermato. Preso a calci mentre cerca di spiegare che non c’entra nulla». Dopo aver visto il video, una nota della questura fa sapere che il questore di Roma Francesco Tagliente «ha già disposto un`indagine interna affidata al suo vicario per accertare l`identità» degli agenti coinvolti nel pestaggio. La nota spiega che Tagliente ha affidato al suo vicario il caso e, una volta identificati i poliziotti responsabili, verranno adottati «i successivi provvedimenti».

 

LA MOTIVAZIONE - I giudici della X sezione, nell’ordinanza di remissione in libertà, nel motivare il provvedimento, scrivono che «appare necessario approfondire» il quadro delle accuse. L’avvocato Flavio Rossi Albertini ha spiegato: «Ci sono contestazioni che non stanno in piedi. L’accusa di concorso è affibbiata a persone che vengono da Palermo, Bari, Trento e Pisa. Che non si erano mai viste prima. Nei verbali di polizia si dice che sono stati presi tutti insieme. L’esame sul banco dei testimoni ha provato che invece i fermi sono avvenuti ben lontano da dove sono state effettuate le cariche di polizia».

 

GLI ALTRI LIBERI - Scarcerazione quindi per i genovesi Dario Campagnolo, Emanuele Gatti e Fabrizio Ripoli (per loro ha stabilito il divieto di tornare a Roma), libertà senza misure per il cittadino francese Charlie Plaza, così come per Edoardo Zanetti, mentre per Patrizio D'Acunzo ha imposto l'obbligo di firma. Il processo per loro è fissato il 23 dicembre. Liberi anche i ragazzi processati davanti ai giudici della I sezione del tribunale di Roma, dopo la convalida dell’arresto: Michele Luciani, Matteo Angius e Leo Fantoni. Alessandro Zeruoli e Matteo Sordini, invece, dovranno rispettare l’obbligo di firma due volte a settimana. Per tutti e cinque il processo è stato aggiornato al 13 giugno prossimo. Un amico di Angius, fuori dall’aula, ha spiegato: «È’ un attore come me. Eravamo nel gruppo dei precari dello spettacolo, tranquilli, per manifestare con civiltà le nostre ragioni. Lui è stato preso mentre mi camminava accanto. Non stava facendo assolutamente nulla».

 

 

ARRESTI DOMICILIARI - Il tribunale ha confermato gli arresti disponendo i domiciliari invece per Mario Miliucci (secondo l'accusa trovato con due sassi addosso). Il 32enne è il figlio di Vincenzo Miliucci, leader storico dell'autonomia operaia romana negli anni '70: «Mio figlio è un ragazzo tranquillo, lo chiamano 'l'inglesè per i suoi modi: lo accusano di aver imbrattato con dello spray una filiale di una banca e, dicono, di averlo fermato con due grosse pietre addosso». Ha spiegato l'avvocato Simonetta Crisci, madre dell'arrestato che questa mattina ha difeso il figlio di fronte al collegio giudicante. «Nel provvedimento - spiega la penalista - il giudice scrive che c'è il concreto pericolo di reiterazione del reato. Mario ovviamente ha negato di avere sassi con sé: nel verbale delle forze dell'ordine si parla di tre massi da oltre due chili l'uno, una cosa che non sta né in cielo né in terra». La penalista, raccontando del figlio, spiega che «non ha mai avuto problemi con la giustizia» descrivendolo come «un ragazzo tranquillo, assolutamente

 

 

POLEMICA ALEMANNO-MAGISTRATI - «Sono costretto a protestare a nome della città di Roma contro le decisioni assunte dalle sezioni II e V del Tribunale di Roma di rimettere in libertà in attesa di giudizio quasi tutti gli imputati degli incidenti di martedì scorso», comunica Alemanno in una nota, esprimendo «una profonda sensazione di ingiustizia di fronte a queste decisioni perché i danni provocati alla città e la gravità degli scontri richiedono ben altra fermezza nel giudizio della magistratura sui presunti responsabili di questi reati». «Non è minimizzando la gravità di questi fatti che si dà il giusto segnale per contrastare il diffondersi della violenza politica nella nostra città mentre è evidente che queste persone hanno dimostrato di essere soggetti pericolosi per la collettività». Immediata la replica dei giudici per bocca di Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati: «Non possiamo che ribadire che è legittima la critica ai provvedimenti dei magistrati, ma non lo sono gli insulti nei confronti dei giudici e dell'istituzione nel suo complesso». E Alemanno ribatte: «Non mi sono mai sognato di insultare la magistratura che, al di là di decisioni criticabili di alcuni suoi componenti, ha tutto il mio rispetto sia come istituzione sia come persone che la compongono. La mia protesta contro la decisione dei giudici che hanno scarcerato i presunti responsabili degli scontri di martedì – aggiunge Alemanno - è solo una critica rispettosa della istituzione e priva di ogni volontà di offendere i magistrati».

 

LO STRISCIONE - Durante i processi, davanti all'ingresso principale del Tribunale, in piazzale Clodio, da giovedì mattina si erano radunati gruppi di ragazzi in attesa dei verdetti. Il gruppo di studenti aveva esposto uno striscione: «Reprimete e processate ciò che non potrete mai fermare la Libertà per tutti/e». E non ci fermerete vuol dire anche che le forze di polizia non erano riusciti ad evitare momenti di tensione nel tribunale stesso: cori, spintoni e qualche tafferuglio tra agenti e persone che attendevano fuori dall’aula della II sezione, al primo piano del palazzo A della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio.

 

CORDONE DI SICUREZZA - All’uscita degli indagati, dopo la decisione del giudice, polizia e carabinieri hanno formato un cordone di sicurezza per far uscire avvocati e ragazzi dall’aula. «Li potrete riportare tutti a casa tra poco», è stato spiegato. Ma dopo che il piccolo corteo di alcune decine di persone aveva iniziato a percorrere il lungo corridoio verso l’uscita dall’edificio, è partito un coro: «Tutti liberi. Tutti liberi». Subito dopo alcuni giovani hanno cercato di raggiungere i loro amici e compagni.
Una ragazza, con occhiali da vista e sciarpa verde, nel tentativo di forzare lo schieramento, ha preso a spinte alcuni agenti e ha dato poi uno schiaffo. Allora è partita l’indicazione da parte dei dirigenti di polizia: «Fermatela. Fermatela». Dopo altre spinte, urla, grida, la giovane è stata presa e portata negli uffici di polizia. La giornata di cortei e manifestazioni di martedì 14 si era conclusa con 57 feriti, danni per 15 milioni di euro e ben 41 fermati nella guerriglia urbana che aveva messo a ferro e fuoco il centro dell'Urbe.

 

Redazione online
16 dicembre 2010

Furia Scilipoti: «Mascalzoni!»

Corriere della sera

Lo show a «Un giorno da pecora»

di C.Sabelli Fioretti e G.Lauro - RadioDue – CorriereTv

 

La Fiat punta al mega risarcimento «Venti milioni da Annozero»

Corriere della sera


A tanto ammonterebbe la richiesta di risarcimento danni contro la trasmissione di Santoro


MILANO - Venti milioni: a tanto ammonterebbe la richiesta di risarcimento danni presentata dalla Fiat contro la trasmissione Annozero di Michele Santoro, per la puntata del 2 dicembre. In particolare, nel mirino del Lingotto erano finite le affermazioni contenute in un servizio su tre autovetture, tra le quali l'Alfa Romeo MiTo, ritenute «fortemente denigratorie e lesive dell'immagine e dell'onorabilità della società, dei suoi prodotti e dei suoi dipendenti».

RICAVATO IN BENEFICENZA - In particolare, la Fiat aveva spiegato che «in modo del tutto strumentale» Annozero aveva «illustrato le prestazioni di tre autovetture, fra cui una Alfa Romeo MiTo, impegnate in un test apparentemente eseguito nella stagione autunnale, per concludere, sulla sola base dei dati relativi alla velocità, che i risultati di questa "prova" avrebbero dimostrato una asserita inferiorità tecnica complessiva dell'Alfa Romeo MiTo. Si trattava di una ripresa televisiva che è stata artificialmente collegata ad una prova comparativa condotta nella stagione primaverile, non con le stesse vetture, dal mensile Quattroruote e poi pubblicata nel numero dello scorso mese di giugno di questa rivista». «Quello che, incredibilmente, la trasmissione non ha raccontato - aveva spiegato ancora il Lingotto - è che la valutazione globale di Quattroruote, risultante dalla comparazione dei dati relativi alle prestazioni tecniche, alla sicurezza e al confort ha attribuito all'Alfa Romeo MiTo in versione Quadrifoglio (1.368 cc) una votazione superiore a quella della Citroen DS3 THP (1.598 cc) e della Mini Cooper S (1.598 cc). Fiat, anche a tutela delle migliaia di lavoratori che quotidianamente danno il loro contributo alla realizzazione di prodotti sicuri e tecnologicamente avanzati, intende pertanto intraprendere un'azione di risarcimento danni (il cui ricavato sarà interamente devoluto in beneficenza) - aveva concluso l'azienda - come forma di difesa a fronte di una condotta tanto ingiustificata quanto lesiva della verità». In quella occasione Michele Santoro si era limitato a dire: «Quando arriverà la richiesta di risarcimento danni la valuteremo e ci difenderemo nelle sedi opportune come abbiamo sempre fatto». (Fonte Ansa)


16 dicembre 2010





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Soldati russi al gelo nelle uniformi griffate

Corriere della sera


«Non riparano dal freddo». Centinaia di militari all'ospedale con influenza e polmonite

LE DIVISE VOLUTE DA MEDVEDEV CRITICATE ANCHE DAI GENERALI



MILANO – Se bello vuoi apparire, un po' devi soffrire, un proverbio che i militari russi in questi mesi stanno provando, a caro prezzo, sulla loro pelle. Certamente le nuove uniformi militari disegnate da un noto stilista russo e volute dal presidente Medvedev sono griffate, impeccabili e più colorate di prima. Ma hanno un problema non di poco conto, soprattutto considerando le bassissime temperature che caratterizzano il lungo inverno nel Paese: in quella divisa si gela. Il risultato? Più di 250 soldati sono finiti all'ospedale colpiti da forte influenza o, in alcuni casi, da polmonite.

STILISTA DELLA FIRST LADY - «Quando sono all'aperto è come fossero nudi», si è lamentata una delle madri dei giovani soldati al giornale Rossijskaja Gaseta. A disegnare le eleganti divise militari è stato Valentin Yudashkin, celebrato stilista moscovita, presente spesso anche sulle passerelle della moda milanese e parigina. Yudashkin, la cui linea è caratterizzata da uno stile «molto femminile», è anche tra i designer preferiti dalla first lady russa, Svetlana.

NUOVO LOOK - Ciononostante, gli ostacoli per realizzare l'uniforme sono stati molteplici: fin da subito era chiaro che i pochi soldi arrivati tre anni fa dalle casse statali per i vestiti nuovi, non sarebbero bastati a Yudashkin. A più riprese i media russi hanno parlato di uno stilista oramai in bancarotta perché il ministero della Difesa avrebbe rescisso il contratto. E poi, quando finalmente le uniformi sono state distribuite, gli ufficiali si sono accorti che non riuscivano ad entrarci: erano troppo strette a causa del girovita (aumentato) dei militari. La passerella scelta dai soldati per sfoggiare il nuovo look è stata la Piazza Rossa il 9 maggio scorso, durante la tradizionale parata militare. In quell'occasione i politici non hanno mancato di esprimere elogi e complimenti.

RICOVERI - Solamente ora che il Paese si trova nella morsa del freddo, con temperature di decine di gradi sotto lo zero, vengono a galla tutte le pecche di quell'uniforme: almeno 250 soldati si sono ammalati nelle ultime settimane. Ricoverati all'ospedale con forte influenza e polmonite. «È un lavoro fatto male», ha ammesso il generale Nikolai Makarov. I reclami dei soldati infreddoliti non sarebbero arrivati in tempo per adattare le uniformi alle temperature in costante calo. Ora alcuni dirigenti militari propongono un ritorno alle vecchie uniformi, meno chic, ma decisamente più adatte a ripararsi dal freddo siberiano.

Elmar Burchia
16 dicembre 2010



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Compra cioccolatini e gli negano il bagno Gay Odin: «Non tenuti a quel servizio»

Corriere del Mezzogiorno

Un turista romano voleva andare alla toilette in cioccolateria. La ditta: «Toilette solo per i dipendenti»



La sede di Gay Odin nel centro storico di Napoli
La sede di Gay Odin nel centro storico di Napoli


NAPOLI - Può succedere che un turista di un'altra città d'Italia venga a Napoli durante le (pre)festività natalizie e si soffermi ad acquistare, a parte i pastori del presepe, chili di deliziosi cioccolatini «made in Partenope». E può succedere che, dopo l'acquisto, gli scappi la pipì e chieda al commerciante del negozio di cioccolatini dov'è la toilette. Può succedere ancora che il commerciante gliela neghi, dicendo che il bagno è un'utenza solo per i dipendenti.

Può succedere. Ed è successo realmente a Napoli in questi giorni. Ecco il racconto che ne fa alla nostra redazione con una mail Gaetano M., giunto da Roma all'ombra del Vesuvio lo scorso fine settimana: «Sono venuto da Roma per visitare San Gregorio Armeno - scrive - sono passato davanti al negozio Gay Odin di via Benedetto Croce sono entrato ed ho ordinato due chili e mezzo di cioccolattini. Mentre preparavano le scatole ho chiesto cortesemente se potevo usare la toilette. La risposta gelida del commesso è stata: "Non è possibile, il bagno è solo per i dipendenti". La commessa, per giustificare forse i modi del collega, ha aggiunto: "Ci scusi sa è molto sporca". La prossima volta a Napoli comprerò solo pastori".

Pronta la replica del responsabile del nogizio Gay Odin del Centro storico, Massimo Schisa: «Gentile signor M., la ringrazio sia per essere venuto a Napoli a visitare San Gregorio Armeno e sia per aver scelto di acquistare i nostri cioccolatini. Per quanto riguarda l'uso della toilette presso il nostro esercizio commerciale proverò a chiarirle la questione. I nostri negozi sono degli esercizi di vendita di prodotti artigianali, catalogati come "esercizi di vicinato", ed in quanto tali devono essere dotati esclusivamente della toilette per gli addetti e non dei servizi pubblici.


I servizi pubblici si trovano ad esempio nei bar, nelle pizzerie o nei ristoranti. Ovviamente esistono le regole ed anche le eccezioni alle stesse, ma non sempre risulta possibile fare delle eccezioni. Ovviamente lei ha avvertito il nostro rifiuto come una scortesia personale, ma le assicuro che non è così: in questi giorni di grossa affluenza verso San Gregorio ogni giorno almeno venti persone (clienti e non) ci chiedono di usare la toilette e capirà bene come un servizio privato non sia attrezzato a smistare cotanta mole di "avventori". Per quanto riguarda la seconda risposta che le è stata fornita "non si può usare perchè sporca" è ovviamente una "bugia di comodità", la risposta esatta avrebbe dovuto essere: gentile signore il nostro bagno è destinato esclusivamente ad un uso interno, e pur volendo favorirla con un eccezione non è possibile perché per accedere alla toilette dovrebbe prima accedere ai locali spogliatoi, poi nell'antibagno, ma nei locali spogliatoi ci sono gli armadietti dei dipendenti che contengono tutti i nostri effetti personali, soldi documenti e quant'altro".

Mi scuso con lei per la risposta sbrigativa che le stata fornita in seconda battuta e mi permetto di giustificare per questo il nostro personale trattandosi di un periodo di grosso lavoro. Con sincera cordialità l'invito a tornare a Napoli ed in particolare al nostro negozio dove le verrà offerto un cioccolatino per sdrammatizzare l'accaduto».

Un episodio che, ad ogni modo, fa riflettere sull'atavica assenza di servizi igienici pubblici nel frequentatissimo centro storico di Napoli.



Redazione online
16 dicembre 2010






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Antitrust: multa da 81 milioni a 16 big della cosmetica, «Crearono cartello»

Corriere della sera


Tra le aziende coinvolte Unilever Italia, Colgate-Palmolive, Procter and Gamble e Johnson & Johnson



Il cartello, individuato grazie all'autodenuncia della multinazionale Henkel


MILANO - Maxi multa da oltre 81 milioni di euro per 16 aziende di cosmetica. La sanzione è stata decisa dall'Antitrust che ha imputato a un pool di società - tra le quali figurano colossi quali Unilever Italia, Colgate-Palmolive, Procter and Gamble e Johnson & Johnson - di essersi coordinate sugli aumenti dei prezzi di listino trasmessi alla grande distribuzione. Sanzionata anche l'associazione Centromarca che però nega qualsiasi tipo di cartello e annuncia un ricorso al Tar: «I prezzi sono scesi».

L'ACCUSA - L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, si legge in una nota, ha deliberato che 16 aziende di produzione di cosmetici, tra le quali tutte le principali del settore, hanno posto in essere un'intesa unica, complessa e continuata nel tempo, finalizzata al coordinamento degli aumenti dei prezzi di listino comunicati annualmente agli operatori della Grande Distribuzione Organizzata.

All'intesa ha partecipato anche l'Associazione Italiana dell'Industria di Marca - Centromarca - che, assicurando costantemente un'organizzazione di supporto, logistica e informativa ai produttori di cosmetici, ha facilitato significativamente il coordinamento delle strategie commerciali tra questi. Il cartello, individuato grazie all'autodenuncia della multinazionale Henkel, che ha così beneficiato dell'esenzione della sanzione, si è realizzato attraverso un costante e pervasivo scambio di informazioni sulle principali variabili concorrenziali: dagli aumenti dei prezzi di listino dei prodotti per la cura personale (quali saponi, detergenti, profumi, creme, dentifrici) alle condizioni di negoziazione con gli operatori della distribuzione.

Il risultato è stato un allineamento generalizzato e costante degli aumenti dei prezzi di listino comunicati agli operatori della GDO, normalmente superiore al tasso di inflazione annuale. La multa è stata inflitta a Unilever Italia Holdings, Colgate-Palmolive, Procter&Gamble, Reckitt-Benckiser Holdings (Italia), Sara Lee Household & Body Care Italy, L'Oreal Italia, Società Italo Britannica L.Manetti-H.Roberts & Co, Beiersdorf, Johnson & Johnson, Mirato, Paglieri Profumi, Ludovico Martelli, Weruska&Joel, Glaxosmithkline Consumer Healthcare, Sunstar Suisse e all'Associazione Italiana dell'Industria di Marca - Centromarca.

Inoltre per Colgate-Palmolive e Procter&Gamble la sanzione è stata ridotta, rispettivamente del 50% e del 40%, perchè le due aziende hanno aderito al programma di clemenza dopo l'autodenuncia di Henkel con autonomi contributi di prova. Il coordinamento costante tra i produttori concorrenti si è realizzato anche al di fuori del contesto associativo con contatti continui diretti. L'obiettivo concordato, e realizzato, era un aumento di listino annuale che si collocasse al di sopra del tasso di inflazione annuale e totalmente slegato da corrispondenti aumenti dei costi di produzione. L'intesa durata almeno dal 2000 al 2007 è stata messa in atto da aziende che insieme detengono, per ciascuna categoria merceologica ricompresa nel settore della cura personale, una quota aggregata oscillante tra il 58% e il 92% delle vendite in valore.


Redazione online
15 dicembre 2010(ultima modifica: 16 dicembre 2010)



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Trani, come in un film: tir giù dal ponte E i passanti assaltano il carico di pasta

Corriere del Mezzogiorno

Ghiaccio sulla strada, il camion finisce tra i palazzi
I passanti fanno la scorta per il cenone di Natale



TRANI - Pauroso incidente sulla statale 16 bis all’altezza di Trani centro, poco dopo le sei. Un autoarticolato proveniente da Foggia e diretto a Sud, è uscito fuori strada finendo sul giardino di un palazzo adiacente alla superstrada, dopo un volo di dieci metri. Il mezzo è rimasto per la parte finale sulla carreggiata, mentre la motrice è finita giù.

IL CONDUCENTE - Quasi illeso il conducente, un romano di 32 anni che ha riportato una lesione alla gamba nel tentativo di uscire dall’abitacolo del mezzo ed è ricoverato all’ospedale di Andria. Illesi anche i residenti, letteralmente svegliati da un boato e con il mezzo finito sui tetti dei loro garage.

IL SACCHEGGIO - L’autoarticolato trasportava pasta Barilla. Subito dopo è stato un vero assalto al carico, in parte recuperato anche da associazioni di volontariato. Sulle cause dell’incidente indaga la polizia stradale. E’ probabile che a portare fuori strada il mezzo sia stato il ghiaccio formatosi sulla strada, insieme alla velocità.

Carmen Carbonara
16 dicembre 2010

Amnesie democratiche

Il Tempo


L'opposizione "dura e ferma" dimentica di andare in Aula. La Camera torna a riunirsi dopo la fiducia per discutere il decreto sulla Campania. Ma alle prime votazioni Bersani non c'è.

Pierluigi Bersani




«Ora seguiremo un'opposizione fermissima e dura». Sono passate poco più di 24 ore da quando Pier Luigi Bersani ha pronunciato queste parole. Il governo aveva appena incassato una fiducia risicata e il leader del Pd, ringalluzzito, annunciava fuoco e fiamme. Meno di un giorno e l'opposizione fermissima e dura è già finita.
Il governo ha infatti passato indenne il day after, la prima giornata di votazioni a Montecitorio.

In discussione il decreto rifiuti. Non proprio una passeggiata visto quello che è successo negli ultimi mesi in Campania. E infatti la maggioranza, per evitare sorprese, aveva inizialmente pensato di spostare le votazioni alla prossima settimane. Ma la conferenza dei capigruppo ha confermato il programma dei lavori previsto da qui a Natale: prima i rifiuti e poi le mozioni di sfiducia per i ministri Roberto Calderoli e Sandro Bondi.

A questo punto è cominciata una mediazione con il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo che ha aperto ad alcune modifiche dell'Udc. Contestualmente sono stati accantonati gli emendamenti di Fli che potevano rappresentare degli ostacoli. E così, anche grazie alla presenza in Aula di una dozzina tra ministri e sottosegretari, la maggioranza ha tenuto. Ma qualche "merito" va anche all'opposizione.

Due esempi su tutti. La prima votazione si svolge alle 18.19. I deputati presenti sono 552 (sarà la punta massima dell'intero pomeriggio). In discussione c'è un emendamento del Partito Democratico (primo firmatario l'onorevole Salvatore Margiotta). In 51 si astengono (tra questi l'intero gruppo di Fli) e la modifica viene respinta con 288 no e 213 sì.

Il governo, probabilmente, ce l'avrebba fatta lo stesso. Ma scorrendo l'elenco degli assenti, spunta qualche sorpresa. Soprattutto dalle parti del Pd. Seduti regolarmente al loro posto ci sono Massimo D'Alema, Piero Fassino, Walter Veltroni e Enrico Letta. Non Pierluigi Bersani né Rosy Bindi, il segretario e il presidente del partito. In missione, invece, il capogruppo Dario Franceschini. Ma come? E l'opposizione ferma e dura?


Alla prima votazione utile non c'è. La scena si ripete uguale qualche minuto più tardi. Sono le 18.27. Il numero dei presenti scende (539). Si vota l'emendamento presentato dall'Idv sulla discarica di «Cava Sari» a Terzigno. Quella che ha scatenato la rabbia degli abitanti. La proposta del partito di Antonio Di Pietro è chiara: «Dalla entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto è vietato qualsiasi conferimento di rifiuti presso la discarica».

Si chiude, punto e basta. Stavolta i sì sono appena 20. Cioè il gruppo dell'Italia dei valori senza Antonio Di Pietro (che però aveva partecipato alla precedente votazione) e Anita Di Giuseppe. Il Pd sceglie di astenersi in massa perché, spiega il deputato Fulvio Bonaviticola, «pur condividendo l'intento lodevole di tutelare la zona della cinta vesuviana, d'altro canto però coglie i possibili effetti negativi che deriverebbero dalla sua approvazione».

Bersani e Bindi sono ancora assenti. Franceschini è, ovviamente, ancora in missione. Certo, la percentuale di presenza del Pd è superiore al 90%, che comunque rappresenta un ottimo risultato. Ma il dato rimane: alle prime votazioni dopo la fiducia risicata conquistata dal governo, l'opposizione dura e ferma dei Democratici è scesa in campo senza i suoi leader.



Nicola Imberti
16/12/2010




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Sono i soliti compagni che sbagliano

Il Tempo


Dopo dichiarazioni roboanti, invocazioni di commissioni d’inchiesta, articoloni dei Giornaloni del Progresso, ecco la verità-beffa sul sabotatore de noantri: è un estremista di sinistra, un ricercato, un minorenne


Il giovane con la pala scambiato per infiltrato


Cosa c’è oltre la feccia che ha devastato Roma l’altro ieri? La malafede e il pregiudizio. Mentre le forze dell’ordine difendevano la Capitale dall’assalto di delinquenti matricolati, mentre venivano spaccate vetrine, incendiate auto, feriti uomini in divisa, provocati danni per 20 milioni di euro, la sinistra intelligente, illuminata, quella sempre avanti, rivoluzionaria e democratica, quella che la sa lunga e mangia con le posate, quella sinistra scopriva il Complotto dei Complotti, la trama nascosta del Cavaliere, il filo della strategia della tensione di stampo governativo: l’infiltrato, parola magica per identificare lo sbirro travestito inviato dal Viminale a fomentare, incendiare, sobillare. Il generatore del caos che provoca paura e consenso, la materia prima del «governo delle destre», l’uomo nero nel corteo dei bravi ragazzi, il famigerato uomo con la pala in mano.

Ebbene, dopo dichiarazioni roboanti, invocazioni di commissioni d’inchiesta, articoloni dei Giornaloni del Progresso, ecco la verità-beffa sul sabotatore de noantri: è un estremista di sinistra, un ricercato, un minorenne che ha già un bel curriculum e promette di arricchirlo con altre epiche imprese in futuro.

«Chi li ha mandati? Chi li paga?» tuonava in Parlamento la senatrice Anna Finocchiaro. Madame, nessuno li ha mandati né pagati, et c’est la vie. Perché semplicemente e irrimediabilmente gli infiltrati non esistono. Così il Pd, la sinistra tutta, ha preso una cantonata colossale. Si sono presi a palate in faccia. Restano compagni che sbagliano.



Mario Sechi
16/12/2010




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Scontri a Roma, parla il finanziere con la pistola: "Mi era caduta, pensavo solo a recuperarla" Manganelli: "Volevano arrivare a Montecitorio"

Quotidiano.net


Il drammatico racconto dell'uomo: "Ero in ginocchio senza più casco, né scudo, mentre mi bastonavano. "Lo scudo me l’hanno sfasciato quasi subito, il mio giaccone ha preso fuoco..."



Un finanziere con la pistola coinvolto negli scontri di Roma
Un finanziere con la pistola coinvolto negli scontri di Roma


Roma, 16 dicembre 2010 - Sono stati affidati a cinque diverse sezioni del Tribunale penale i processi per direttissima contro 23 dei 26 manifestanti arrestati martedì scorso durante gli incidenti a Roma e ora accusati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Per altri 3 manifestanti finiti in carcere la Procura sta ancora valutando la loro posizione.
Il giudizio, in particolare, è affidato alle Sezioni I, II, IV, V e X. È imminente la comparizione dei 23 arrestati tra le quali due ragazze davanti ai giudici dell’udienza di convalida. Poi i difensori una volta completata la procedura potranno chiedere i termini a difesa per poter studiare la situazione e preparare i loro interventi.

PARLA IL FINANZIERE AGGREDITO-  "Ero in ginocchio senza più casco, né scudo, mentre mi bastonavano. Ma non sentivo nulla. Pensavo solo a recuperare la mia pistola caduta per terra. L’ho afferrata con la destra tra una selva di gambe e l’ho rimessa nella fondina": è quanto ha raccontato ai colleghi l’appuntato scelto della Guardia di Finanza che compariva nelle foto degli scontri con in mano una pistola, secondo quanto riporta oggi "Il Secolo XIX".

"Lo scudo me l’hanno sfasciato quasi subito - continua il finanziere - Poi mi è arrivato un petardo o qualcosa del genere addosso. Il mio giaccone ha preso fuoco nella parte anteriore sinistra, all’altezza del tascone basso. Mentre infuriava la battaglia a bastonate, un collega mi ha praticamente spento il giaccone a scudate e ci sono venuti sopra. Tra le botte e il fumo, non vedevo più un tubo".
"Da dietro ho preso una sprangata pazzesca sulla testa - sottolinea il finanziere - Mi sono piegato in due e il casco mi è caduto per terra mentre mi accasciavo. Mi sono ritrovato tutti addosso. Ero in ginocchio, senza più casco, nè scudo, mentre continuavano a bastonarmi. A un certo punto mi cade la pistola d’ordinanza per terra. Continuo a prendere colpi, ma improvvisamente non sento più nulla. Penso solo a recuperarla: ce l’ho a meno di mezzo metro dalla mano». «Mi ha salvato quel laccetto che non si è rotto - conclude - l’ho afferrata prima con la destra, avevo la sicura inserita, poi sono riuscito a sollevarmi, ho protetto il carrello con la mano sinistra e sono riuscito a rimettere l’arma nella fondina".

IL CAPO DELLA POLIZIA MANGANELLI -  "Rifiuti, Fiat, aziende che chiudono, tanti sono i focolai di tensione. Perché i rifiuti di Napoli devono diventare un problema di polizia? Semmai di pulizia. Madrid, Londra, Atene, le grandi capitali s’incendiano. È chiaro che c’è un problema che va al di là del quadro politico italiano. Ma è altrettanto chiaro che tensioni ed instabilità politica ed economica costringono le forze dell’ordine a svolgere una sempre più difficile attività di supplenza. Un superlavoro richiesto a chi, tra l’altro, è pagato sempre meno", è la riflessione del Capo della Polizia, Antonio Manganelli, nel corso di un’intervista pubblicata oggi sull’Unità, all’indomani degli scontri a Roma.
"Volevano sfondare e sfasciare - ricostruisce Manganelli -, abbiamo visto momenti di violenza inaudita e gratuita. Autentica rabbia". E sull’ipotesi della presenza di infiltrati? "C’era, semmai, personale in borghese lungo il corteo per monitorare" la piazza. "La foto del finanziere che sta stringendo la pistola - prosegue il Capo della Polizia - è il fotogramma di una lunga e drammatica sequenza che purtroppo abbiamo visto in diretta e con l’audio acceso qui in ufficio sui video al plasma che rinviavano le immagini dai punti più critici della città. Quel finanziere era stato aggredito da un gruppo di manifestanti che gli avevano strappato manette, casco, giubbotto, manganello. Lui temeva che potessero prendere l’arma. Ecco perché l’ha impugnata per difenderla".
 Per quanto riguarda le responsabilità dei disordini, Manganelli parla di "anarchici, studenti, molti arrivati da fuori, dalle città del nord, più o meno organizzati. Dobbiamo ancora capire quali effettivamente le categorie in piazza. C’erano decine di migliaia di persone, molti volevano assaltare Montecitorio e noi dovevano impedirlo. C’è stato un collegamento temporale evidente tra il voto di fiducia e l’inizio dei disordini. Tutto era già programmato. Poi all’improvviso nel corteo si sono staccati gruppetti di 50-100 persone, si sono travisate...".






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Vajassa» arriva al Parlamento europeo: nuova lite in diretta

Il Mattino



BRUXELLES (16 dicembre) - Ormai non conosce confini: il termine "vajassa" sbarca anche al Parlamento europeo nel bel mezzo di una nuova lite tutta in salsa italiana. A fronteggiarsi ieri pomeriggio nell'emiciclo di Strasburgo due pasionarie: le europarlamentari dell'Idv Sonia Alfano e la Pdl Licia Ronzulli. La prima dà della «vajassa» alla seconda e quest'ultima promette di «querelarla».

La scintilla scatta al momento della dichiarazione di voto sulla relazione sulla Carta dei diritti fondamentali della Ue. È il turno di Alfano, che condanna «le costanti violazioni della Carta da parte del governo italiano», riferendosi «all'accordo Italia-Libia», alla «legge bavaglio», ai «processi che hanno visto implicato il premier» fino «all'acquisto di deputati». «Il 9 dicembre - insiste Alfano - il Parlamento europeo festeggiava la giornata contro la corruzione, ieri il Parlamento italiano ha lanciato la prima giornata per la corruzione dei deputati».

Ronzulli non ci sta, urla «non è vero, non è vero», interrompendo la collega. «Stai zitta», risponde Alfano alla rivale che continua fino a beccarsi un'ammonizione da parte del presidente di turno dell'emiciclo, il greco Stavros Lambrinidis. Ma non solo. «Le vajasse sono arrivate anche al Parlamento europeo», apostrofa Alfano rivolta alla rivale. «Mi ha dato della vajassa e la querelo», ribatte la Ronzulli.







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L'arbitro è colpito da una pallonata e perde il parrucchino

Il Mattino

NEW YORK (16 dicembre) - Esilarante show nel corso di una partita di calcio universitaria. iLdirettore di gara perde il parrucchino colpito in pieno volto da una pallonata. I giocatori che si avvicinano per aiutarlo non riescono a non ridere.

Cribbio, che botta per i Tullianos La pacchia è finita anche per loro

di Luigi Mascheroni



Il clan dell'ex An vede ridimensionate le ambizioni e il business tv di Giancarlo e della madre



 

A chi le case di lusso? A noi! A chi i macchinoni fuoriserie? A noi! A chi le società di produzione televisiva? A noi! Tulli, tulli, Alalà!
Ieri a noi, ma da domani agli altri. Cosa faranno adesso i Tulliani? Appreso ieri, con sorpresa e disappunto, che la mozione di sfiducia a Berlusconi è stata respinta, la famiglia del presidente della Camera rischia ora di dover fare i conti, come il resto degli italiani, più che con la crisi di governo con quella della quarta settimana. Sarà dura, adesso, per il cognatino del compagno Fini, pasteggiare al panoramico Beef Bar affacciato sul porticciolo di Fontvieille, sotto la fortezza del Principe, a Montecarlo.

E sarà dura per la consuocera signora Frau, determinata casalinga che ha visto molta televisione, dover rinunciare alle entrature istituzionali per piazzare in Rai propri programmi da un milione e mezzo di euro. E sarà dura, soprattutto, per la compagna del compagno Fini, ridimensionare le peraltro già illegittime ambizioni di First Ely.

Se non fossimo certi dalla straordinaria capacità dei Tulliani di trovare un nuovo protettore quando il precedente è in difficoltà, dovremmo essere preoccupati per loro. Ma è gente che sa sempre come cavarsela. Dove passano i Tulliano’s - come ha detto chi li conosce bene - non cresce più l’erba. Ma intanto loro hanno riempito un fienile.
È la famiglia che traccia il solco, ma è il Presidente che lo difende. Diventato indifendibile il Presidente, il quale ha fatto della Camera sorda e grigia un bivacco di manipoli futuristi, per los Tullianos, una famiglia di arrampicatori più tenace di una bougainvillea, il futuro rischia di essere tutt’altro che roseo. Del cui colore rimarranno, ahinoi, solo le cravatte di Gianfranco.

Credere, obbedire, combattere. Gianfranco Fini ai Tulliano’s ha creduto, anche quando gli dicevano che l’appartamento in boulevard Princesse Charlotte era sfitto. Gli ha obbedito, anche quando Elisabetta lo costringeva a indossare quelli impresentabili bermuda per le passeggiate agostane ad Ansedonia, che poi lui le spiagge radical-chic della Maremma le ha sempre detestate, ci è andato solo per non dispiacere la famiglia.

E addirittura ha combattuto, per difenderli, anche dopo aver visto il video imbarazzante di Elisabetta e Gaucci che recitano la parte degli amanti disinteressati nel castello medievale di Torre Alfina, nel viterbese, tra scaloni, armature e arazzi. ’Sti cazzi. Un filmato, che per la legge del contrappasso nei confronti di chi ha ridicolizzato la terza carica dello Stato, dovrebbe essere trasmesso tutti i giorni, in prima serata, a rete unificate. Così gli italiani capirebbero almeno due cose: uno, chi è davvero Elisabetta Tulliani; due, come mai in questi ultimi anni Fini è cambiato così tanto.

Nella rappresentazione post-moderna del presepe napoletano, quest’anno la Sacra Famiglia Tulliani appare in versione pastorale: in primo piano Elisabetta, in minigonna e sorriso cavallino; in secondo Giancarlo con la T-shirt I love Montecarlo e un cartello in mano con scritto «Professione cognato»; e sullo sfondo, raffinata metafora di un tramonto umano oltreché politico, Gianfranco Fini, vestito - memoria di un tempo ormai dimenticato - di nero. Le statuine, in terracotta, alte 30 centimetri e dipinte a mano, costano 65 euro. Una cifra umiliante rispetto a quanto valeva fino a ieri il marchio di fabbrica Tulliano’s. Il destino di chi è solito svendersi.

Ne hanno fatta di strada e di carriera i Tulliani, da quando avevano solo una casa in zona Boccea e d’estate affittavano un bungalow a Baja Sardinia. Oggi godono di un patrimonio immobiliare sorprendente, di un tesoretto economico improvviso, di usufrutti monegaschi, di patinate Ferrari e Mercedes istituzionali. Sapranno mantenerlo?
Come si dice in casi simili, Fini sembrava davvero un buon partito, solido e affidabile. Ma anche Futuro e libertà, fino a ieri mattina, lo era. Ely Ely Alalà!



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E Bondi rispolvera il «Cari compagni...»

Corriere della sera


Lettera al Pd: «Vi spiego perché non dovete sfiduciarmi». Al «Giornale»: Bocchino mi ha chiesto aiuti per la moglie


il ministro dei beni culturali: «il polo della nazione è una mostruosità politica»



Sandro Bondi ai tempi della militanza nel Pci: qui è ad una manifestazione a Roma
Sandro Bondi ai tempi della militanza nel Pci: qui è ad una manifestazione a Roma
MILANO - «Cari compagni...». Avrà sicuramente esordito in questo modo un sacco di volte, Sandro Bondi, iniziando i suoi interventi negli anni in cui aderiva al Pci ed era sindaco del comune di Fivizzano. Difficile immaginare che quella locuzione sarebbe stata rispolverata ancora, adesso che è coordinatore del Pdl e ministro del governo Berlusconi. Lo ha fatto, invece, in una lettera aperta al Pd in vista del voto di sfiducia individuale nei suoi confronti, nato dalla mozione presentata dopo i crolli di Pompei.

«UN'ONTA PER VOI» - «Cari compagni vi spiego perchè non dovreste sfiduciarmi» scrive Bondi. «Per un residuo di concezione seria della politica e di rispetto nei confronti degli avversari politici vi chiedo di fermarvi, di riflettere prima di presentare contro di me un atto parlamentare così spropositato, pretestuoso e dirompente sul piano umano, che rappresenterebbe un’onta non per me che lo subisco ma per voi che lo promuovete». Il ministro parla tra l'altro di un «clima pregiudizialmente ostile alla mia persona». E ricorda anche i motivi che lo portarono a suo tempo a passare dal fronte comunista al centrodestra, ovvero «la consapevolezza dell’impossibilità di una evoluzione socialdemocratica del Pci», spiegando con questa sua scelta un sovrappiù di acredine della sinistra nei suoi confronti. Per questo Bondi ritiene la mozione del tutto ingiustificata e immotivata. «I crolli avvenuti a Pompei? Non posso crederci. Sapete bene che altri crolli sono avvenuti nel passato, e probabilmente avverranno anche nel futuro, senza che a nessuno passi per la testa di chiedere le dimissioni del ministro pro tempore alla cultura».

LO SCONTRO CON FLI - Ma Bondi nelle ultime 24 ore si è trovato impegnato in una guerra aperta con gli esponenti di Futuro e Libertà. Mercoledì ha scritto al capo dello Stato per lamentare quella che giudica una mancanza di imparzialità da parte del presidente della Camera, Gianfranco Fini, proprio in relazione alla annunciata mozione di sfiducia. Oggi nel suo mirino è finito il capogruppo dei futuristi, Italo Bocchino. «Mi ha più volte chiamato nel corso di questi due anni di governo - spiega Bondi in un'intervista al Giornale - , con tono arrogante e minaccioso, per chiedere che il ministero dei Beni culturali finanziasse soggetti cinematografici, alcuni dei quali prodotti da società appartenenti alla sua famiglia e riguardanti sua moglie. Intervenne anche per alcune nomine».

L'AFFONDO SUL TERZO POLO - Nell'intervista Bondi dice che «il ruolo di Bocchino è stato nefasto nel Pdl e ritengo che lo sia anche all'interno del gruppo di Fli. Credo che il discorso sguaiato e volgare che ha pronunciato abbia convinto molti a non seguire le indicazioni del suo gruppo. Credo perciò che renda anche un pessimo servizio a Fini». E quanto al nascente Polo della nazione, «trovo che sia quasi una mostruosità politica. Sarà interessante vedere che esiti avrà questo esperimento artificiale, come verrà composto il sì alla riforma dell'università di Fli al no di Casini, e come risolveranno tutte le altre differenze».



Al. S.
16 dicembre 2010



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La banda dell'idromassaggio

Corriere della sera


I ladri rubano nelle case dei ricchi, ma prima di allontanarsi con il bottino si concedono un bel bagno



CURIOSI CASI NEL LANCASHIRE INGLESE




MILANO - Sono ancora tutti impuniti, e senz’altro belli puliti e profumati. Soni i componenti della gang dell’idromassaggio, un gruppo di ladri d'appartamento inglesi che sta facendo parlare di sé e mettendo alla prova i poliziotti impegnati a capire come si organizzano per poterli sorprendere con le mani nel sacco, o meglio, con le gambe a mollo. Perché questi ladri accompagnano il duro lavoro del furto al piacere: non resistono alle vasche e piscine posizionate nei giardini dei derubati, ancor meglio se si tratta di idromassaggi con acqua calda.

LA TECNICA - Tutti i casi sono stati registrati nella campagna intorno a Oswaldtwistle, nel Lancashire, Gran Bretagna. I ladri agiscono di notte, scelgono le villette di chi in giardino ha installato una vasca idromassaggio. Tolgono il telone, riempiono la spa, si tuffano dentro e si godono il bagno caldo. Finita l’operazione, si denudano e lasciano sul prato la biancheria bagnata, forse un segnale per i colleghi che arriveranno dopo, forse la loro particolare "firma", o semplicemente un’esigenza tecnica: col freddo gli slip bagnati danno molto fastidio. È solo allora che si dedicano ai furti - hanno portato via soldi, tv al plasma, console per videogiochi, telefoni cellulari, ori - per poi sparire impuniti.

LA BEFFA - Attoniti, i poliziotti del Lancashire non hanno ancora colto in fallo la banda dell’idromassaggio, il cui comportamento goliardico sembra voler beffare abitanti e forze dell’ordine. Anzi, il sergente della polizia locale Simon Holderness dichiara sgomento al Telegraph: «C’è un lato serio in tutta questa storia, anche se molti trovano queste azioni divertenti. I furti nella nostra zona sono al livello più basso degli ultimi 13 anni. Sono molto, molto rari». Ma la banda dell’idromassaggio sta sconvolgendo sia le statistiche della polizia, sia i proprietari di belle vasche riscaldate d’Inghilterra.

Eva Perasso
16 dicembre 2010



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Wikileaks, la vera malattia di Castro "Rischiò di morire su un aereo"

La Stampa


Il "Lìder maximo" è condannato da una diverticolite del colon





ROMA


L’emorragia iniziale all’intestino, la lunga degenza, i «capricci» del "lìder maximo", la sostituzione del suo medico personale, «esiliato» con un incarico «di basso livello» in un luogo sconosciuto. Ecco, con le rivelazioni di Wikileaks, i particolari della misteriosa malattia che quattro anni fa ha colpito Fidel Castro e che, in alcuni dispacci americani anticipati dal quotidiano El Pais, viene «smascherata». Una malattia che, secondo un cable del 2007, avrebbe dovuto portare e porterà il leader maximo a perdere tutte le sue facoltà, fino alla morte.

Fidel castro «non morirà immediatamente, ma perderà progressivamente le sue facoltà e diventerà man mano più debole fino alla morte». È quanto si legge in un dispaccio del 16 marzo 2007 intitolato «Quanto è credibile il ritorno di Fidel Castro?» e inviato dalla «Sezione degli Interessi degli Stati Uniti all’Avana». Nel dispaccio viene riportato un documento medico consegnato alla sede diplomatica due giorni prima da una fonte il cui nome è celato. Nel testo sono contenuti alcuni particolari sull’aggravamento delle condizioni del leader cubano che, «su un aereo partito da Holguin e diretto all’Avana, ebbe la sua prima emorragia intestinale».

Il 16 marzo 2007 - si legge in un cablogramma firmato Michael Parmly - la sede statunitense riceve un documento stilato da «un rispettabile medico cubano in pensione» secondo il quale Castro «non morirà immediatamente, ma perderà progressivamente le sue facoltà e diventerà man mano più debole fino alla morte».

Una prima emorragia - racconta il dispaccio - colpisce Castro su un volo interno Holguin-L’Avana che, «non essendoci medici a bordo», è costretto ad «un atterraggio d’emergenza». Al leader viene diagnosticata una «diverticolite del colon con emorragia e una perforazione dell’intestino crasso». Lo staff medico propende per un intervento di «colostomia» ma Castro, «capricciosamente», rifiuta.

Le sue condizioni però peggiorano. Un primo intervento fallisce, un secondo individua «una fistola» nell’addome che impedisce una digestione regolare al leader il quale per mesi «viene alimentato con siero». Intanto, il capo del suo staff medico, Eugenio Selman, è sostituito dallo spagnolo Luis Garcia Sabrido, e declassato «a un incarico di basso livello».

La fistola viene trattata con «apparecchi coreani, senza grande successo». Per i diplomatici Usa «nessuno, neanche Castro, può dire con certezza» quanto resta al leader. Ma la sua sopravvivenza «ha un effetto raffreddante e ritardante sulla società cubana», scrive Parmly che qualche giorno dopo, in un dispaccio del 19 giugno, si sofferma anche su Raul Castro, attuale presidente cubano e fratello di Fidel. Il giorno prima, muore la moglie Vilma Espin. Raul, benchè «insieme al fratello sia un omicida di massa e un leader crudele, ha sempre avuto la fama dell’uomo di famiglia». E con le disgrazie subite, «è depresso», conclude il dispaccio dall’Avana.



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Quei due incappucciati e il giallo del doppio fermo

Corriere della sera

Usano transenne, manette e manganelli. Studenti o provocatori?


ROMA - Il sospetto è nato esaminando foto e filmati degli scontri avvenuti ieri a Roma. E si è concentrato sull'atteggiamento di due giovani, entrambi con il cappuccio in testa e la sciarpa a coprire il volto, che si confondono tra i manifestanti ma si comportano come se appartenessero alle Forze dell'ordine. «Infiltrati in piazza», denuncia il Partito democratico. In realtà i politici del centrosinistra guidati da Anna Finocchiaro sembra vogliano alludere alla presenza nel corteo di veri e propri agenti provocatori. In serata la questura respinge in maniera netta l'accusa con una nota ufficiale e dichiara che uno dei due è stato in realtà «identificato, è minorenne ed è attualmente ricercato». Dopo un'ora arriva la notizia che la polizia lo ha arrestato. Rimane il mistero del doppio fermo, perché sono proprio le immagini a dimostrare come il ragazzo fosse già stato portato via durante gli scontri.


Per ricostruire quanto accaduto si torna dunque in via del Corso, nei momenti concitati di quella guerriglia urbana andata avanti per oltre tre ore. Si nota un uomo con i jeans, le scarpe da ginnastica e un giubbotto beige che in altre immagini compare con una pala in mano mentre colpisce un blindato della Guardia di finanza che fa marcia indietro per sfuggire alla furia dei dimostranti. Accanto a lui c'è sempre un altro uomo, più corpulento che indossa jeans, felpa grigia e giubbotto blu. Le telecamere li inquadrano mentre sono vicinissimi al finanziere che, dopo essere stato aggredito, ha impugnato la pistola. Quello vestito di blu gli cinge il collo quasi a sorreggerlo, come se volesse proteggerlo e aiutarlo a risollevarsi; l'altro osserva la scena dal marciapiede. Nelle mani ha un paio di manette e un manganello. I video lo inquadrano mentre lo agita senza però colpire nessuno. In un'altra sequenza si accanisce su un finanziere mentre è a terra


Ci sono poi le immagini scattate davanti all'hotel Plaza. I due giovani trasportano insieme una transenna al fianco di un uomo che si protegge con lo scudo della Guardia di finanza. Chi è? Sembra un agente in borghese, però non si preoccupa di quei due che stanno alzando un muro di protezione contro le "cariche" e li lascia fare in indisturbati. Si tratta dunque di un manifestante che ha rubato lo scudo?
A questo punto bisogna andare avanti con il film della giornata e giungere fino al momento del fermo. È un video girato da "Youreporter" visibile sul sito internet del Corriere della Sera a mostrare quanto accade. Il giovane viene portato via da due poliziotti e mentre un terzo si avvicina comincia a gridare: «Sono minorenne». Non se ne sa più nulla fino a ieri, quando si scopre che è ricercato per l'aggressione al finanziere.
Perché non è stato trattenuto subito? Per quale motivo, nonostante gli scontri così violenti, si è deciso di lasciarlo andare. In questura spiegano che in realtà inizialmente non c'erano accuse specifiche e soltanto la visione delle immagini ha consentito di accertare il suo coinvolgimento nell'aggressione al finanziere. E poi fanno sapere che «ha 16 anni, una militanza nell'estrema sinistra e alcuni precedenti». Dettagli resi pubblici per smentire con decisione che possa trattarsi di un «infiltrato». Nulla si sa invece dell'uomo con il giubbotto blu che ha prestato soccorso al finanziere prima che i suoi colleghi in divisa lo portassero via con la testa sanguinante e lo sguardo perso, visibilmente sotto choc.


Durante i cortei è prevista la presenza in piazza di poliziotti e carabinieri in borghese che hanno il compito di «monitorare» per quanto possibile i manifestanti cercando di scongiurare pericolose degenerazioni. Si tratta di un'attività che viene affidata agli specialisti della Digos e del Ros proprio per le loro capacità particolari di gestire anche le situazioni di massima criticità. In questo caso i sospetti rilanciati dal Partito democratico riguardano la possibilità che tra quei giovani ci fossero veri e propri provocatori, appartenenti alle Forze dell'ordine travestiti da contestatori per «agitare» il clima e far salire la tensione. Ma è una circostanza che gli stessi promotori della protesta si affrettano a negare. Lo dice senza mezzi termini Andrea Alzetta, di Action che ammette come «la situazione sia sfuggita di mano anche a noi organizzatori perché in piazza c'erano ragazzini tra i 20 e i 25 anni e addirittura molto più piccoli, che hanno colto l'occasione per scatenare la propria rabbia. Ma se il Pd si inventa la presenza degli infiltrati vuol dire che non ha capito che cosa sta accadendo e soprattutto non conosce questa realtà giovanile, è distante dalle loro dinamiche e sta cercando un capro espiatorio».
 
Nicola Tanzi, segretario del sindacato di polizia Sap, chiarisce che «queste tecniche non sono più usate in ordine pubblico da almeno trent'anni e dunque ritengo si stia cercando di strumentalizzare la situazione, mentre sarebbe opportuno ricercare le radici di questo disagio e condannare con fermezza l'azione dei violenti». Ancor più chiaro è Claudio Giardullo del Silp-Cgil, secondo il quale «l'arresto del manifestante vestito di beige dovrebbe mettere fine alle illazioni. Non c'è alcun elemento per parlare di infiltrati e credo che in casi come questi ci voglia estrema prudenza».

Fiorenza Sarzanini
16 dicembre 2010

Bradley Manning, la fonte dei "war logs" su WikiLeaks, è sotto tortura

La Stampa


Detenuto da cinque mesi in condizioni dickensiane senza nemmeno ancora essere stato riconosciuto colpevole. L'accusa? Aver messo in imbarazzo il Pentagono per i crimini di guerra Usa in Iraq e Afghanistan
Finora nella saga di WikiLeaks tutta l'attenzione si è concentrata attorno al suo fondatore Julian Assange, che resta in custodia cautelare dopo il ricorso in appello della Svezia in attesa della decisione del giudice a Londra sulla libertà condizionata (che dovrebbe arrivare domani pomeriggio), ma pochissimi si sono chiesti che fine abbia fatto Bradley Manning, il militare di 22 anni che ha messo in imbarazzo il Pentagono divulgando i "war logs" sui crimini di guerra americani in Afghanistan e in Iraq (ha fatto il giro del mondo su YouTube il video - intitolato "Collateral Murder" - dell'assassinio di civili tra cui alcuni giornalisti Reuters a Baghdad da parte di un caccia Usa). Non si sa se sia lui la fonte anche del "cablegate" diplomatico (Assange rispondendo a una domanda in una chat al Guardian settimana scorsa ha detto "se una delle fonti dei cable fosse Manning, allora sarebbe doppiamente un eroe"). Nonostante WikiLeaks abbia protetto Manning mantenendo il suo anonimato, il giovane analista militare esperto di computer si è fatto beccare dal Pentagono attraverso una chat (di cui la rivista Wired ha i testi completi, ma secondo Salon non li sta colpevolmente pubblicando) ed è stato arrestato. Da allora, silenzio stampa.

Ma abbiamo finalmente sue notizie oggi: Glenn Greenwald sul webmagazine Salon ha scritto un lungo reportage sul carcere militare dei marines americani a Quantico, in Virginia, dove Manning è rinchiuso in isolamento da cinque mesi senza essere stato ancora nemmeno incriminato.  Secondo una fonte di Greenwald, Manning, che ha già scontato due mesi di prigione militare in Kuwait prima di essere trasferito a Quantico, è un "detenuto speciale" sotto stretta sorveglianza, nonostante si comporti da prigioniero modello. Per 23 ore al giorno, Manning è tenuto in isolamento, senza un cuscino nè lenzuola nè accesso alle notizie e non gli viene concesso di fare ginnastica, condizioni che "probabilmente creano danni psicologici di lunga durata".

Commenta il New York Magazine: "Aspettate un attimo, volete dire che secondo Greenwald il governo Usa è disposto ad andare contro la legge e a fare giochini psicologici con chi considera una minaccia alla sicurezza nazionale?" e linka a un dossier online su tutte le torture perpetrate dal governo americano negli anni.

Nel resoconto di Salon, emerge un pensiero candido del ragazzo-hacker Manning e del perchè ha deciso di spedire i documenti di quelli che a lui sono sembrati orribili crimini di guerra a WikiLeaks. Alla domanda su come mai non ha venduto le informazioni a qualche Paese nemico degli Usa, ha risposto: "Credo che l'informazione debba essere libera e gratuita, appartiene al pubblico dominio, un altro Stato si sarebbe approfittato di quelle informazioni per averne un vantaggio, ma se le informazioni sono aperte...a disposizioni di tutti... diventano un bene pubblico".

Daniel Ellsberg (quello che tutti considerano oggi l'eroe dei Pentagon Papers) scrive su Democracy Now che Manning è un eroe. Ma, indipendentemente dal giudizio sul suo operato, una cosa è certa: non è degno di una democrazia che sia torturato.










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Guerriglia a Roma: preso uomo con la pala Estremista sedicenne

di Redazione

Smentite le insinuazioni sulla presenza di un agente infiltrato tra i black bloc impegnati negli scontri contro la polizia. In manette un estremista rosso di 16 anni. Studente liceale già noto alle forze dell'ordine




Roma - Il mistero è finito: il giovane ritratto in alcune foto mentre martedi, durante gli scontri di Roma, impugnava una pala, un manganello e un paio di manette in diversi momenti della manifestazione, è stato fermato ieri sera dalla polizia. Sedici anni, studente liceali, ha alcuni precedenti penali.

Le accuse Era diventato "l'uomo della pala" perché nelle foto diffuse sul web e in possesso anche dei giornali, compariva più volte e in posizioni e contesti diversi. Una volta con un paio di manette, un'altra mentre mulina un manganello, un'altra ancora mentre viene fermato e, appunto, mentre brandisce una pala. Per tutta la giornata le foto e le notizie rimbalzano e si fanno spazio diverse ipotesi: un infiltrato oppure un black bloc o ancora, un semplice manifestante trovatosi nella giostra degli scontri, ai quali ha finito per partecipare. A fine serata, la notizia della Questura: è un minorenne, liceale romano di 16 anni, noto alle forze dell'ordine perché si tratta di un estremista di sinistra. Passa ancora qualche ora e il cerchio si chiude: lo abbiamo fermato, dice la polizia.

Le foto Sull'individuo, che indossava un giubbotto color beige, si erano addensati i misteri: se ieri era stato portato via dagli agenti in servizio in piazza del Popolo, come risulta evidente dalle foto, perché gli organi inquirenti e giudiziari sostengono che non risulta tra gli arrestati o i denunciati? Eppure, vista la sua presenza in ogni punto caldo degli scontri, di ragioni per fermarlo ce ne sarebbero state molte, sempre a giudicare dalle foto. La procura, al riguardo, sosteneva di aver disposto le "opportune verifiche" per stabilirne - comunque - l'identità. Il procuratore aggiunto Pietro Saviotti e il sostituto Silvia Santucci, che indagano sui disordini, non stavano con le mani in mano, tutt'altro: sono impegnati nello studio delle posizioni dei 26 indagati in vista dell'udienza del processo per direttissima che si terrà domani mattina a piazzale Clodio. Dopo il fermo il minorenne è stato portato in Questura, dove é stato sentito dagli uomini della Digos. Numerose le accuse nei suoi confronti: una delle quali è rapina di manette e manganello ai danni di un finanziere, sarebbero quelli con i quali compare in varie fotografie scattate durante gli scontri.

Collettivo studentesco Il sedicenne è un attivista politico del collettivo studentesco di estrema sinistra "Senza tregua". Alcuni suoi amici riferiscono che ha già partecipato a diversi blitz e manifestazioni a Roma. "Lui è un compagno, uno di noi, ma qualsiasi cosa detta su di lui non può fare altro che aggravare la sua attuale situazione - dice un amico del collettivo "Senza tregua" -. Era stato fermato dalla polizia durante il corteo, poi ha detto di essere minorenne ed è stato rilasciato. Ora la sua posizione si è aggravata. Di certo se le foto che lo ritraggono non avessero avuto questa eco mediatica ora non sarebbe in Questura. Ma lui di certo non è un infiltrato". "Il nostro disgusto per questa società, per questo governo è senza tregua - spiega un altro amico del giovane, riferendosi allo slogan del collettivo -. Così come è senza tregua la nostra lotta. E' per questo che ci chiamiamo così".




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Usa, trovato il decimo piede mozzato

Corriere della sera


Otto casi si sono verificati in Canada, due negli Usa




trovato da un uomo su una spiaggia dello stato di Washington


L'ultima scarpa da tennis ritrovata
L'ultima scarpa da tennis ritrovata
WASHINGTON – Lo hanno trovato il 5 dicembre su una spiaggia dello stato di Washington: è il decimo piede mozzato dell’infinito mistero che ha per teatro le coste della British Columbia e quelle statunitensi tra Tacoma e Seattle. Otto casi si sono verificati in Canada, due negli Usa. L’ultimo episodio è simile agli altri. Un uomo che camminava su una spiaggia si è imbattuto in una scarpa da ginnastica destra contenente i resti di un arto. Per la polizia si tratta di un modello di calzatura venduto nei grandi magazzini Wal-Mart nel 2004 e nel 2005. In base ai primi rilievi il piede apparterebbe ad un bimbo o a un teen-ager.

IL PRECEDENTE - Dal primo ritrovamento – nell’agosto 2007 a nord di Vancouver – gli investigatori sono riusciti a collegare i piedi recuperati con due persone che, probabilmente, si sono tolte la vita. Ma per gli altri non ci sono risposte. Come abbiamo raccontato più volte su Corriere.it circolano molte ipotesi su chi siano le vittime. Si è parlato di persone morte in un naufragio – forse dei clandestini – o in un incidente aereo. O ancora si è pensato alle feroci esecuzioni del crimine organizzato o al gesto di un sadico. Se i dubbi sono tanti, le certezze sono poche: le scarpe sono tutte da ginnastica (di modelli diversi), ci sono piedi destri e sinistri, di entrambi i sessi. I periti, infine, sostengono che gli arti non sono stati tagliati ma si sono staccati dal corpo per effetto della decomposizione.



Guido Olimpio
16 dicembre 2010



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Dal tentato ribaltone alla nascita del centrino

di Alessandro Sallusti


Ribaltare la realtà è ormai il segno distintivo di Gianfranco Fini e dei suoi compagni di strada, da Casini a Bersani. La verità è che i ribaltonisti sono usciti dal voto a pezzi. Tanto che a poche ore dalla sconfitta, Fini, Casini e Rutelli hanno annunciato di voler unire i cocci





Dal tentato, e fallito, ribaltone parlamentare a quello mediatico. Ribaltare la realtà è ormai il segno distintivo di Gianfranco Fini e dei suoi compagni di strada, da Casini a Bersani. A leggere la maggior parte dei commenti apparsi sui giornali di ieri sembrava che Berlusconi e la maggioranza avessero di fatto perso e che a vincere fossero stati loro. «Governo Scilipoti», hanno definito in molti l'esecutivo uscito indenne dalla conta ironizzando sul deputato transfuga dell'Idv che sarebbe stato decisivo nella votazione. Ovviamente non è vero. Semmai, decisiva è stata la crisi di coscienza di tre deputati finiani che non se la sono sentita di tradire elettori e ideali (da soli hanno spostato sei voti). Decisiva è stata la compattezza dell'asse Pdl-Lega. La verità viene ribaltata anche sul ruolo e sulla forza del Fli, partito che si è dimostrato inutile alla maggioranza quanto all'opposizione che aveva scommesso di abbattere Berlusconi usando Fini come Cavallo di Troia.

La verità è che i ribaltonisti sono usciti dal voto a pezzi (ieri, per la prima volta dall'inizio crisi, un emendamento del Fli non è passato in aula). Tanto che a poche ore dalla sconfitta, Fini, Casini e Rutelli hanno annunciato di voler unire i cocci. Costituiranno un unico gruppo parlamentare, prova generale di una coalizione da mettere in campo in caso di elezione. Un gruppo di centro che non guarda a sinistra, giurano. E mentono. Tutti e tre (Fli,Udc e Api) sono già alleati del Pd nel governo della Sicilia. Un gruppo unito come un sol uomo, giurano. E ri-mentono. La prova è che martedì, uno tra Fini e Casini dovrà rimangiarsi al Senato il voto già dato sulla riforma universitaria.

Alla Camera, infatti, il Fli votò a favore e l'Udc contro. Prima prova, quindi, e primo rospo che uno dei centristi dovrà ingoiare. Ne seguiranno altri, perché i cattolici di Casini e i laicisti di Fini non saranno d'accordo (...)
(...) su nessun tema etico, su come e dove indirizzare le poche risorse economiche che ci sono, su dove tagliare. Per la verità, e siamo alle comiche, non c'è accordo neppure sul nome da dare a questo schieramento: Alleanza per la Nazione, propongono dal Fli evocando An; Unione dei Centristi, ribattono dall'Udc cercando di sdoganare la propria sigla.
Insomma, la grande novità della politica italiana nasce sotto i peggiori auspici e secondo i vecchi riti.

Nasce per salvare il soldato Fini dalla sconfitta totale, dargli un po' di ossigeno perché possa illudere i suoi, molti dei quali propensi al ritorno in casa Pdl, che ci sia un futuro politico dopo la batosta di martedì. In sostanza è Casini che sta cercando di inghiottire i traditori di Berlusconi per traghettarli, insieme all'ex candidato premier dell'Ulivo Rutelli, nella pancia della sinistra, senza la quale, fuori dal Pdl, è impossibile pensare di vincere non dico le elezioni politiche ma neppure quelle di un consiglio comunale.

Questa descritta non è un’ipotesi di fantapolitica ma il progetto neppure tanto segreto di Massimo D'Alema, l'eterno sconfitto che non sia rassegna a uscire di scena. Proprio D'Alema vede in Casini il nuovo Prodi, cioè il prestanome ideale per riportare gli ex comunisti alla vittoria elettorale e quindi a palazzo Chigi. Il centrino dovrebbe quindi essere l'embrione di un centrone fascio-catto-comunista da contrapporre all'asse Pdl-Lega. Che facciano. Quattro leader sconfitti non ne fanno uno vincente. Quattro idee sommate non ne fanno una buona. Lo si è visto in tutte le elezioni, così come nella votazione sulla sfiducia. Un’operazione di questo genere non farà che accelerare la fuga dei loro parlamentari (ed elettori) verso schieramenti con idee chiare e univoche. Berlusconi e Bossi aspettano a braccia aperte.





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