sabato 18 dicembre 2010

Dillo al Mattino/ Vittorio Emanuele statua inutile e «non napoletana»

Il Mattino


Mi piacerebbe sapere come credo a moltissimi Napolitani , si perchè noi siamo NAPOLITANI! , cosa è passato per
la testa a chi ha deciso di far collocare la statua di Vittorio Emanuele al
centro di Piazza della Borsa ???
Personalmente avrei gradito ,come tanti, per i 150 anni di pseudo unità quella di Ferdinando IV° o Francesco II° o Maria Sofia , ma sarebbe stato troppo... sic !!

Ma chi ci governa lo sa che siamo Greci almeno dall'8 secolo A.C. ?????? Magari Partenope o meglio Virgilio o Apollo o altre divinità Greche .
E vittorio emanuele ???? cosa ha fatto per la ns. città ???? qualcuno lo
sa???? io no........

Il principe di Sansevero ha dato tanto alla scienza, ma niente !!!!

Gaetano Filangieri immenso giurista , ma niente !!!!
E si potrebbe continuare all'infinito.

A....dimenticavo Maradona , mi pare che tra i due "giganti" della storia, logicamente in campi molto diversi l'uno dall'altro ,quello che meriterebbe una statua sia proprio chi ci ha fatto almeno una volta venire i brividi per grandi emozioni e non quello che le ha fatte venire per la fame, il freddo,
assassini , stupri , deportazioni ,saccheggi ed
anche qui si potrebbe continuare all'infinito .
Speriamo che almeno i colombi facciano il loro mestiere.

Andrea




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Svezia, sul tavolo della prima autopsia il cadavere del prof di medicina

Corriere della sera


La brutta avventura di un gruppo di studenti del Karolinska Institutet di Stoccolma



I RESPONSABILI DELL'ATENEO SVEDESE: «coincidenza sfortunata»



MILANO - Gli studenti svedesi di medicina stavano affrontando la loro prima vera autopsia. Una prova ardua, per stomaci forti, ma obbligatoria nell'ambito dell'attività pratica dei corsi universitari di anatomia patologica e chirurgia. Tuttavia, sul tavolo settorio in quel momento non c'era il cadavere di uno sconosciuto, ma quello del loro docente. Una «coincidenza sfortunata», spiegano con amarezza i responsabili dell'Università.

INCIDENTE - Era la loro prima prova pratica di esame post mortem ed è finita con uno choc collettivo: gli studenti svedesi di medicina hanno trovato un volto conosciuto sul tavolo anatomico. Nell'aula universitaria del rinomato ateneo Karolinska Institutet di Stoccolma giaceva infatti il corpo di uno dei loro docenti. «Già il primo esame autoptico è molto emozionante, ma effettuare l'autopsia su qualcuno che conoscevamo è stato davvero terrificante», il commento inorridito di uno degli studenti all'agenzia di stampa svedese TT. «Purtroppo si è trattato di un incidente molto spiacevole», ha spiegato Birgitta Sundelin, direttore medico presso l'Istituto.

FORMAZIONE - Sundelin ha sottolineato che di norma gli studenti vengono informati anzitempo su quale cadavere si troveranno davanti durante l'analisi. E ciò sarebbe successo anche stavolta. Uno degli studenti ha invece spiegato che la classe ha appreso il nome solamente dal cartellino attaccato al dito del piede della salma. Dell'accaduto si è detta rammaricata anche la professoressa Tina Dalianis. Che, tuttavia, ha aggiunto: «È terribile, a volte però questo fa parte della formazione e gli studenti devono saper gestire anche queste circostanze».


Elmar Burchia
18 dicembre 2010



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Bank of America blocca i bonifici Scoppia la guerra con Wikileaks

Corriere della sera


Stop ad ogni tipo di transazione. Lo staff di Assange reagisce: boicottatela. Nuove indiscrezioni sul Guardian


MILANO - Julian Assange denuncia «una nuova forma di maccartismo finanziario negli Stati Uniti». Dopo la sospensione di Bank of America di tutte le transazioni destinate a WikiLeaks, Assange attacca l'America, questa volta senza usare il suo sito ma in carne e ossa. «C'è una nuova forma di maccartismo finanziario che prima va nostra organizzazione dei fondi di cui ha bisogno per sopravvivere», dice dalla casa nei pressi di Bungay Suffolk, a circa 200 chilometri da Londra, dove è agli arresti domiciliari, con obbligo di firma. E aggiunge: « E che priva me personalmente di fondi preziosi per i miei avvocati per proteggermi da un'estradizione negli Stati Uniti o in Svezia».

COLOSSI - Bank of America ha bloccato i bonifici e ogni tipo di transazione verso Wikileaks. Il colosso americano potrebbe essere la banca al centro degli scottanti documenti di cui il sito ha preannunciato la pubblicazione, «Bank of America si unisce alle misure annunciate da MasterCard, PayPal, Visa Europe», spiega in una nota il portavoce della banca, Scott Silvestri. «Questa decisione si basa sul fatto che abbiamo ragione di pensare che WikiLeaks potrebbe essere coninvolta in attività contrarie alla nostra politica interna di pagamenti».

BOICOTTAGGIO - E, se anche Bank of America «stacca la spina», lo staff del sito invita i sostenitori a ritirare i soldi depositati presso l'istituto. «Fate affari con Bank of America? Il nostro consiglio è quello di mettere i vostri fondi in un luogo più sicuro», ammonisce Wikileaks via Twitter. Nelle scorse settimane, Assange aveva annunciato che la prossima «mega-leak», prevista per l'inizio del 2011, metterà in luce le «pratiche immorali» di una grande banca Usa; e che il materiale svelato «darà una visione efficace e rappresentativa di come le banche si comportano a livello esecutivo, in un modo che imporrà inchieste e riforme». Mentre lo scorso anno, Assange aveva affermato in un' intervista di essere in possesso di un hard disc di un manager di Bank of America. Secondo il 39enne australiano, le decine di migliaia di documenti potrebbero «demolire una o due banche». Dal canto suo. Bank of America smentisce, precisando di non avere «alcuna prova» che Wikileaks sia in possesso dell'hard disc in questione.

SOLDI - Intanto nuove ipotesi stanno uscendo sulle motivazioni dell'arresto di Assange. Sarebbero motivazioni economiche e non la Cia dietro alle denunce presentate da due donne svedesi. Lo sottolineano i responsabili di Wikileaks a Stoccolma, citati dal britannico Guardian che pubblica stralci dell'inchiesta avviata contro l'australiano a Stoccolma. «Non è la Cia che ha mandato un agente in minigonna: questa è una normale indagine di polizia su una vicenda che riguarda Julian e due donne», ha detto uno dei responsabili di Wikileaks a Stoccolma. «Motivazioni economiche e vendetta», dietro la denuncia, assicura il legale svedese Bjorn Hurtig.

IL RACCONTO DEL PRESERVATIVO BUCATO - I dieci giorni di Assange in Svezia iniziano l'11 agosto 2010: «Miss A.» una delle due accusatrici (il Guardian non fa i nomi ma A è Anna Ardin mentre W è Sofia Wilen), organizza il viaggio per un convegno e dà le chiavi di casa al fondatore di Wikileaks, «perché sarebbe rimasta fuori per po' di tempo», si legge negli stralci «non autorizzati» pubblicati dal Guardian. Il 13 però torna a sorpresa, e i due escono insieme a cena. Al rientro, Assange inizia a spogliarla, lei prima rifiuta - ha testimoniato alla polizia Miss A. - poi però «era troppo tardi per fermarlo», quindi acconsente. Assange, dopo le ripetute richieste della donna, accetta di mettere un preservativo ma fa «qualcosa con il profilattico» che quindi risultò essere rotto. A quel punto, racconta la donna alla polizia senza lesinare dettagli, «Assange ha fatto sesso lo stesso», non curandosi del preservativo bucato. L'australiano continuerà a dormire in casa di Miss A. per altri sette giorni.

IL TEST HIV - Il 14 agosto, Assange incontra «Miss W», l'altra sua accusatriceDopo un convegno organizzato da Miss A., le due donne vanno a pranzo insieme con l'australiano e alcune persone del suo staff. Successivamente, Miss W. e Julian si separano dal gruppo e finiscono in un cinema, dove si scambiano baci appassionati. Quella sera, Miss A. organizza un party in onore di Assange in casa sua, dove l'australiano continua a dormire. Il 16 agosto, Miss W. contatta nuovamente il fondatore di Wikileaks e lo invita a casa per la sera. I due iniziano a fare sesso, ma si fermano perché Assange rifiuta di mettere un preservativo, e decide di mettersi a dormire. «Poi ci siamo svegliati, e abbiamo fatto sesso quando ha accettato a malincuore di mettersi il profilattico», dice la donna, che la mattina dopo va a comprare la colazione poi si infila di nuovo sotto le lenzuola con Assange. Si risveglia più tardi, dopo che l'australiano aveva ripreso a fare sesso: «Hai messo il preservativo?», «No» risponde Assange. Il 20 agosto, un venerdì, le due donne scoprono casualmente della doppia relazione: si incontrano e dopo ripetute richieste ad Assange di fare il test Hiv (l'australiano alla fine accetta, ma non lo fa perchè la clinica è chiusa), vanno alla polizia per denunciarlo. La sera stessa la vicenda finisce sul quotidiano svedese Expressen. Dalle carte, afferma l'avvocato svedese di Assange, Bjorn Hurtig, si comprende che «entrambe non volevano una inchiesta per stupro, ma costringerlo a fare il test Hiv». Sempre secondo l'avvocato, le motivazioni che hanno mosso Miss A. e Miss W. sono di natura economica, «pensavano di fare qualche soldo con una intervista a un quotidiano», e passionali, «si volevano vendicare».


Redazione Online
18 dicembre 2010





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Il racconto di Cristiano: «Io, tra i pacifici ferito da un ragazzo e non so perché»

Il Messaggero


di Laura Bogliolo


ROMA (18 dicembre) - Continua a guardare il video dell’aggressione. Dieci, venti volte. Seduto su un letto d’ospedale, con il computer sul tavolino della cena. Digita velocemente sulla tastiera, clicca su “avanti”, poi ferma l’immagine. «Papà vieni, guarda, è lui il ragazzo che mi ha aggredito, perché l’ha fatto?». Cristiano, lunghi riccioli neri, un livido sotto l’occhio destro, la mascella dolorante, da martedì è ricoverato all’ospedale San Giovanni. «Guarda anche tu mamma – continua a dire – quello mi ha puntato, mi guarda, poi si avvicina, prende il casco e mi colpisce con violenza sulla testa, perché? Perché l’ha fatto?».

Cristiano, 15 anni, studente di un liceo romano, stramazza a terra. Il volto è una maschera di sangue. «Sono svenuto – dice, mentre aggiorna il suo profilo su Facebook – mi hanno raccontato che due amici mi hanno soccorso, c’era anche Francesco Caruso dei no global, poi è arrivata l’ambulanza». «Non so chi sia quel ragazzo, so solo che era più grande, universitario forse, ma perché si è scatenato contro di me?». Papà Claudio, avvocato, mamma Anna, impiegata, non sanno ancora rispondere alle domande del figlio. «Adesso basta, smetti di guardare quel video - dice Claudio al figlio - ora devi solo risposare».

Ma Cristiano vuole sapere perché, mentre partecipava pacificamente alla manifestazione di martedì (quella degenerata nella devastazione del centro), si sia ritrovato con il cranio quasi spaccato, un ematoma cerebrale, il setto nasale rotto e una frattura all’osso temporale. «Stavo marciando, come ho fatto tante altre volte, non sono un violento, eravamo all’inizio di via Botteghe Oscure - dice Cristiano mentre mangia un formaggino con la mascella dolorante - hanno iniziato a tirare oggetti contro i blindati dei carabinieri in via degli Astalli». Sono le 12.30 circa, quello è stato il primo assedio alle forze dell’ordine. Cristiano ricorda «di aver lanciato un mandarino, solo un mandarino - ripete - verso la via, non contro il blindato, simbolicamente, perché il governo è alla frutta...».

Dopo quel gesto la tremenda botta con il casco. «Dal video si vede che uno dei ragazzi che prima aveva parlato con l’aggressore - dice il quindicenne - fa il saluto romano guardandomi mentre sono a terra». A sferrare il colpo un ragazzo (si vede chiaramente il volto) con barbetta rossiccia, giubbotto blu, jeans, maglione stretto alla vita, cappellino marrone coperto dal cappuccio di una felpa. E’ uno di quelli che dopo i primi lanci contro i blindati spinge via i ragazzi, intimando loro di allontanarsi. Chi c’era in quel momento sa che quello è stato il primo attacco improvviso, sembrava non programmato come quello successivo per assediare il Senato. Un’esplosione di violenza contro i blindati che ostruivano la via d’accesso a Palazzo Grazioli, residenza del Premier. Poi le urla e un gruppo di tre ragazzi, che facevano paura per la loro violenza, che tentano di fermare i lanci gridando «basta, fermi, state perdendo tempo, questo non è il nostro obiettivo».

Come se volessero guidare le proteste o come se volessero proteggere i blindati. I genitori di Cristiano hanno paura, «paura che quel ragazzo voglia finire l’opera - dicono - sembrava un invasato, forse drogato». Papà Claudio fa una carezza al figlio, scuote la testa e ogni tanto lancia uno sguardo severo. «Gli avevo vietato di andare alla manifestazione - racconta - quella mattina l’ho voluto accompagnare proprio dentro la scuola per assicurarmi che non seguisse gli amici». «Invece sono fuggito» sorride Cristiano, faccia pulita, occhi color ebano, sguardo innocente, vita quotidiana da studente, con il sogno di fare il giornalista e la passione per la chitarra. «Al liceo - dice - distribuivano frutta per la protesta, ho preso mele e un mandarino, le mele le ho mangiate, il mandarino l’ho lanciato simbolicamente, non ha colpito nessuno». Oggi Cristiano verrà operato al setto nasale. «Speriamo che l’ematoma si riassorba» dicono i genitori. Sono le 20, l’orario di visita finisce. Claudio e Anna abbracciano Cristiano. A casa ad aspettarli altri due figli, una bimba di 3 anni e un ragazzino di 10. «Salutatemeli - dice Cristiano - io torno presto».




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Atac, stipendio d'oro alla fedelissima di Rampelli: guadagna più del sindaco

Il Messaggero


E' Stefania Fois, compagna del deputato Pdl Marco Marsilio. Altri rampelliani assunti senza concorso, anche all'Ama




di Davide Desario


ROMA (18 dicembre) - Il direttore delle relazioni esterne dell’Atac? Guadagna di più del sindaco Gianni Alemanno. Eccola l’ennesima anomalia di questa parentopoli all’amatriciana. Perché non è solo una questione di parenti, amici e fede politica. E’ anche una questione di stipendi. Soprattutto quando l’assunzione riguarda aziende del Comune di Roma, come l’Atac appunto, che hanno bilanci disastrati e dovrebbero spendere in maniera attenta le proprie risorse.

La gabbianella e il Marco. La direzione relazioni esterne, istituzionali e comunicazione dell’Atac da meno di un anno è guidata da Stefania Fois. Il suo nome è già rimbalzato in lungo e in largo nell’inchiesta di parentopoli perché compagna del deputato del Pdl Marco Marsilio e fedelissima della corrente dei “gabbiani” di Fabio Rampelli. Un rapporto così forte che la Fois, nel suo profilo Facebook invece della fotografia pubblica, proprio come Rampelli, un gabbiano stilizzato su fondo azzurro. Quando a maggio saltò fuori per la prima volta il caso dell’assunzione, Marsilio lo liquidò così: «La nostra relazione è relativamente recente. Non capisco comunque perché i parenti o gli amici dei politici debbano essere per forza disoccupati».

Vicina al presidente. Il suo non è un incarico da poco. È alle dirette dipendenze del presidente Luigi Legnani con il quale ha lavorato a lungo alle ferrovie del Nord proprio alle relazioni esterne. E quando Legnani è passato all’Atac lei lo ha seguito, anche se qualcuno sostiene il contrario: che sia lei, una volta sicura del posto all’Atac, che lo abbia “segnalato”. Ai suoi ordini la Fois, benché non risulta iscritta all’ordine dei giornalisti, ha l’ufficio stampa (guidato dal giornalista professionista Maurizio Sgroi), l’infomobilità (col giornalista Gianluca Naso), le relazioni istituzionali (guidate da Roberta Pileri ex compagna dell’ex assessore alla Mobilità della giunta Veltroni Mauro Calamante) e il polo museale (col giornalista Massimo Bianchini).

Un contratto d’oro. La sua assunzione, neanche a dirlo, è stata fatta dall’amministratore delegato Adalberto Bertucci. È il 26 febbraio del 2010 e con il provvedimento 18 Bertucci decide, con il visto dell’assessore al Bilancio Maurizio Leo (lettera del 27 gennaio protocollo n.4/ris), di procedere «al più presto» all’assunzione a tempo indeterminato della Fois insieme ad altri due alti dirigenti. Costo complessivo dell’operazione 769.272 euro di cui 210 per oneri sociali e trattamento di fine rapporto. Insomma anche a voler pensare che la Fois guadagni meno degli altri due il suo stipendio è senza dubbio più alto di quello di Gianni Alemanno, che nel 2009 ha dichiarato un reddito lordo complessivo poco superiore ai 150mila euro.

La difesa d’ufficio. Nei giorni scorsi tre rampelliani doc, come i consiglieri comunali Andrea De Priamo, Federico Mollicone e Lavinia Mennuni, hanno fatto quadrato intorno a Marsilio e alla sua compagna. «Basta fango - hanno detto - Marco è un politico specchiato, e la sua compagna, Stefania Fois è giunta in Atac dopo 12 anni di carriera professionale nel gruppo Ferrovie Nord Milano, azienda leader nel trasporto pubblico locale dove è stata collaboratrice dell’ingegner Legnani». Come detto non è iscritta all’ordine dei giornalisti. Laureata? Non è dato saperlo. Sul suo sito internet però (www.stefaniafois.it) si dipinge, è proprio il caso di dirlo, come pittrice. Al suo attivo «20 mostre collettive e 7 mostre personali dal 1986 al 2003».

L’imbarazzo degli altri. La vicenda Parentopoli ha fatto storcere il naso a molti all’interno del Pdl in Campidoglio. I sette consiglieri del cosiddetto Laboratorio Roma hanno preso le distanze dai rampelliani chiedendo chiarezza: «Riteniamo che il problema delle assunzioni nelle municipalizzate non sia di quantità né di colore politico, ma di trasparenza nei criteri di selezione - ha detto il portavoce Antonello Aurigemma - Se fossero provate le notizie su presunte assunzioni facili, il fatto che il centrosinistra facesse lo stesso in passato non contraddice né perdona un malcostume cui non sentiamo di appartenere e dal quale decisamente prendiamo le distanze».

Gli altri gabbiani. Ma nelle municipalizzate romane oltre alla Fois sono saltati fuori anche altri gabbiani. In Ama, per esempio, l’amministratore delegato Franco Panzironi ha assunto senza concorso Fabrizio Mericone, rampelliano Doc. Sempre in Atac, invece, è approdato un altro uomo molti vicino a Fabio Rampelli, ovvero il presidente del consiglio del XIX municipio Massimiliano Pirandola.




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L'ultima lettera di Benito a Claretta Petacci: "Posso ancora mediare"

di Mario Cervi




L’ultima lettera di Benito (Mondadori) raccoglie materiale edito e inedito del Fondo Petacci, approdato all’Archivio centrale dello Stato dopo molte traversie anche giudiziarie



 

«Tanto per cominciare si chiama Clara, non Claretta. Clara lei si fa chiamare. Così la chiama Mussolini nelle oltre trecento lettere che le scrive durante i circa seicento giorni di Salò». Questo l’incipit del saggio L’ultima lettera di Benito (Mondadori, pagg. 226, euro 19,50) che Pasquale Chessa e Barbara Raggi hanno dedicato all’estremo epistolario d’una coppia tragica.
Il libro raccoglie materiale edito e inedito del Fondo Petacci, approdato all’Archivio centrale dello Stato dopo molte traversie anche giudiziarie. Renzo De Felice non ebbe la possibilità, ed è un peccato, di attingere a queste carte: che sono insieme una duplice, suggestiva confessione intima e un raggio di luce sugli intrighi tessuti, nel rifugio del Garda, attorno all’ex uomo della Provvidenza. La Petacci esprime i suoi pensieri e le sue passioni in misura fluviale e con ortografia e sintassi non sempre impeccabili. Lui, il Duce, è più asciutto ma spesso non meno dolce e appassionato. L’ultima lettera cui si riferisce il titolo del volume fu scritta nella villa delle Orsoline, a Gargnano, il 18 aprile del 1945. Tutto precipitava, mancavano pochi giorni a piazzale Loreto, ma Mussolini, che pure ne era consapevole, vagheggiava vie d’uscita. Il combattere fino all’ultimo era solo un’opzione, lo spavaldo realista d’un tempo si nutriva ormai d’illusioni disperate. Svanita la speranza d’un volo in Spagna e d’un espatrio in Svizzera, riteneva di poter ancora essere mediatore, di poter promuovere una grande alleanza anticomunista cui gli angloamericani dovevano dare il loro consenso.
Dunque il 18 aprile, un mercoledì, alla vigilia della partenza per Milano da dove muoverà verso Dongo, Ben - questo il nomignolo che Claretta o Clara usava - vergò con la sua scrittura ferma le righe desolate in cui comunicava che Franco proibiva l’atterraggio in Spagna. «Questa ingratissima notizia aggiunge un altro motivo a quelli che mi sollecitano per andare a Milano per agire sul piano politico». La conclusione: «Arrivederci in qualche modo a Milano. Spero di poter tornare qui. Ti abbraccio». La relazione tra la «favorita» e il Duce - lo era in quel momento - sembrava definitivamente finita il 30 giugno 1943.
Sullo scrittoio di Mussolini si erano riversate notizie e pettegolezzi che infamavano Clara e i suoi familiari, e Mussolini - irresoluto come spesso gli accadeva - aveva deciso di estromettere Clara dalla sua vita. Le era stato perfino negato il «passi» per accedere alle segrete stanze di Palazzo Venezia, e le innumerevoli supplicanti missive di lei erano rimaste senza risposta. Il 20 luglio, cinque giorni soltanto prima della fatale seduta del Gran Consiglio, Clara - un classico delle vicende amorose - aveva minacciato il suicidio. «Fra pianti e sospiri viene sancita la pace. Troppo tardi. Proprio il 25 luglio lei gli scrive mettendolo in guardia contro i traditori. Lui le telefona la notte. Poi la catastrofe, l’arresto, le prigionie parallele». L’amante del Duce è stata arrestata durante l’interregno badogliano, e sempre rievocherà il suo «martirio».
Benito e Clara si rivedono per la prima volta il 28 ottobre 1943. Lei vuole essergli vicina, le troveranno una sistemazione non lontano dalla villa Feltrinelli dove lui finge d’essere tuttora un Capo di Stato. Le lettere sono un lungo racconto, a volte struggente, a volte patetico, a volte cupo, del soggiorno dei due nell’esilio lacustre. Lì si sono formati due clan, l’uno di Rachele, del figlio Vittorio e di altri Mussolini, l’altro di Clara e dei suoi congiunti e protettori. Sono note le incursioni di Rachele nel buen retiro della rivale. Quel simulacro di potenza che è ormai Mussolini viene conteso con accanimento. Eppure Ben confessa: «Tu dimentichi che io sono ora praticamente inesistente. Che la mia autorità è nulla. Il mio potere, zero. Tua madre ha detto l’altra sera una verità sacrosanta, e cioè che tutti sono contro. Tu dividi con me il privilegio dell’odio universale, cioè fascisti, antifascisti, indifferenti».
La più forte sembra lei, fascista fino al midollo, inguaribilmente presa dall’uomo e dalla sua «mistica», decisa a non mollare. Questa fedeltà le costerà la vita. Era, anche in quella tempesta tremenda, gelosa. Il grande amatore disilluso e stanco non si fa mancare, neppure in quell’epilogo tenebroso, qualche incontro ravvicinato con vecchie fiamme, qualche fugace sussulto d’amore mercenario. Clara esce tutto sommato nobilitata da questi documenti. Ha amato perdutamente Ben, ha amato perdutamente il fascismo. Pagherà per questo un prezzo ingiusto, che tuttavia storicamente la riabilita. Non una sciocchina infatuata, ma una vera donna.




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Ministeri sparsi e Italia sottosopra Il biglietto di auguri di Calderoli

Corriere della sera


Il «Buone feste» del ministro. E parte la polemica





MILANO - Una cartina stilizzata dell'Italia rovesciata, con il Mezzogiorno in alto e il Settentrione in basso. Sulle singole regioni, una palla natalizia con la scritta dei vari ministeri: Difesa in Sicilia, Interno in Calabria, Turismo in Sardegna, Ambiente in Campania. I dicasteri del Centro-Nord, invece, sono indicati dal Sole delle Alpi , il simbolo della Lega (anche qui a forma di palla di Natale): Istruzione, Sviluppo, Economia e Consob.

E' il biglietto di auguri mandato in giro dal ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, reso polemicamente noto dal deputato del Pd Jean Leonard Touadì. Il biglietto, spiega l'esponente del Partito Democratico, è corredato dalla scritta "Via da Roma i ministeri. Stiamo ribaltando il Paese" e dall'invocazione a Gesù Bambino: "Per Natale vorrei in regalo l'approvazione del federalismo fiscale e per l'anno nuovo vorrei vedere tanti ministeri in Padania. Grazie". «Chissà - sottolinea Touadì - se questo biglietto di augurio-auspicio per il 2011, per cui si chiama in causa addirittura Gesù Bambino, spedito dal ministro della Repubblica che risponde al nome di Roberto Calderoli, è arrivato anche a Gianni Alemanno e Renata Polverini. Magari comincerebbero a preparare un nuovo banchetto di pace in piazza Montecitorio sotto le feste. Che vergogna!».


Redazione online
18 dicembre 2010



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Russia, manca il mangime: sterminato 1 milione di pulcini

Il Mattino


MOSCA (18 dicembre) - Mancava il mangime e così un allevamento di polli a Kursk, nella Russia centrale, ha deciso di sopprimere gran parte degli animali. A cominciare dai pulcini.


Ma per farlo è ricorso a metodi brutali: oltre un milione di piccoli sono stati sterminati, affogati nell'acqua gelata o sepolti vivi. E altri 40 mila polletti rischiano di essere sopressi, subendo lo stesso destino: non hanno cibo da quattro giorni e non ci sarebbe possibilità di salavarli.

L'aggiacciante vicenda, avvenuta la scorsa settimana, è stata ripresa in un video choc rimbalzato su internet. E ha fatto scendere in campo anche rappresentanti del Senato russo con l'intervento del capo del Comitato per la politica sociale, Valentina Petrenko, che ha annunciato di aver inviato un «appello al Procuratore generale, condannando l'episodio. Un video aluucinante - ha detto, secondo quanto riportano le agenzie russe - che non riesco a togliermi dagli occhi».

«La Procura deve chiarire perché i polli sono stati eliminati così barbaramente e perché si è ricorsi ad una misura così atroce», ha aggiunto la Petrenko. Nel video si vedono le operaie dell'allevamento che, tra le lacrime, riempono barili con centinaia e centinaia di pulcini per poi ricoprirli di acqua gelata, mentre gli esemplari poco più grandi di età vengono sepolti vivi e schiacchiati da ruspe.

«Questa situazione - spiega un altro senatore, Sergei Lisovsky - è legata alla forte impennata dei prezzi dei mangimi, cresciuti di 2,5 volte e, contemporaneamente, alla caduta del prezzo all'ingrosso della carne di pollo. Tutti gli allevamenti sono in perdita», dice mentre la Russia continua a comprare i polli americani il cui prezzo negli ultimi due mesi è calato del 20%. Una spiegazione "economica" che però non giustifica i brutali metodi di soppressione mostrati nel video.









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Mia figlia è una precaria Ha 30 anni e nessun sogno»

Corriere della sera

Una mamma: l'infelicità? È non poter pensare al domani


La lettera - Da anni un lavoro «a progetto», sempre nella stessa azienda


Una mamma milanese riflette sul futuro della figlia nel giorno del trentesimo compleanno. Ripensa al giorno della nascita e ai presagi di un avvenire felice. E si interroga su un presente che sconforta. È una lettera sul futuro senza certezze dei giovani. La lettera di una «mamma arrabbiata».




Caro direttore,
ieri mia figlia ha compiuto trent'anni. Da diversi anni lavora nella stessa azienda con contratti «a progetto». Subito dopo la sua nascita, in una gelida notte di luna piena, da un finestrone del reparto maternità dell'allora già vetusto ospedale Principessa Jolanda di Milano (oggi non c'è più) ho potuto ammirare la cupola di Santa Maria delle Grazie del Bramante incorniciata da un cielo terso, luminoso e azzurro che sembrava finto, nel quale, a far da contrappunto alla luna, brillava una stella solitaria. Uno scenario di rara bellezza che mi era sembrato un ottimo auspicio per la mia bambina.

Oggi sono una madre molto arrabbiata. Non è mia figlia che mi ha deluso. E non è di lei che voglio parlare, ma dell'indifferenza di chi assiste senza scomporsi al dramma della sua generazione. Alla sua età io avevo già fatto molti sacrifici, ma avevo prospettive concrete di crescita professionale e di fare progetti per la vita. Per mia figlia e la grande maggioranza dei suoi coetanei i sacrifici non bastano: con questi giovani la realtà è stata, ed è, avara di occasioni e ladra di sogni. Possono anche dimostrare di valere, ma non hanno la libertà di inventarsi il futuro.

Abbiamo perso il valore del lavoro, la sua dignità, il suo ruolo nella crescita individuale e nella società. Non siamo stati capaci di difendere il futuro dei nostri figli. Abbiamo creduto che bastasse aver conquistato certi diritti per avere la certezza che sarebbero durati all'infinito. Complice un diffuso benessere, amplificato in principio dal «riflusso» degli anni Ottanta, abbiamo un po' dormito sugli allori. Noi, che abbiamo potuto realizzarci grazie al lavoro, li abbiamo cresciuti nella certezza che il loro futuro sarebbe stato migliore.

Responsabilità ben maggiori hanno i governi degli ultimi vent'anni senza distinzione, la classe dirigente, le parti sociali, spesso l'inadeguatezza strutturale e formativa della scuola e dell'università. Mi sembra che nessuno, tranne noi e i nostri figli, voglia la fine di questo scandalo. Sono troppi gli altri interessi in gioco. Con che cuore e testa possiamo accettare che i nostri giovani (e smettiamola con i «bamboccioni»), non abbiano futuro? Nonostante le lauree e i master all'estero, la loro vita sembra segnata irrimediabilmente dalla precarietà. Altro che meritocrazia. E non vale il discorso che sono pigri e viziati. I fannulloni non sono una scoperta del ministro Brunetta, sono sempre esistiti. Per fortuna sono eccezioni.

Le attuali regole del mercato del lavoro, nel tentativo di favorire l'occupazione e combattere il lavoro nero, in molti casi hanno finito paradossalmente per legalizzare la precarietà. Cos'altro si può dire quando, pur non ricorrendo le condizioni previste dalla legge, e in totale assenza di controlli, certe aziende impiegano in massa contratti «a progetto» rinnovabili all'infinito?

Perché l'Inps, che da questa tipologia contrattuale riceve contributi irrisori, non controlla che siano veritieri e non degli abusi? Meno male che c'è il welfare delle famiglie. Però anche le famiglie si stanno impoverendo e non mi riferisco solo alle risorse economiche. L'infelicità dei tuoi figli, la loro impossibilità di pensare a domani con un minimo di stabilità, la loro sfiducia, frustrazione, quando non disperazione, fa soffrire anche te, ti condiziona, ti deprime, vivi male. Si vive male tutti.

Basta con l'alibi della crisi globale che paralizza la crescita del Paese. In tempi di crisi c0è anche chi si arricchisce. Non si dica più che da noi però c'è più occupazione che in Spagna. Si dica invece che ce n'è meno che in Germania e quella che c'è comprende qualche milione di lavoratori «atipici».
Credo che abbia ragione chi dice che è finito il tempo del posto fisso perché il mercato del lavoro esige sempre più flessibilità, ma andare in questa direzione senza criterio né tutele non è un passo avanti. Il processo di trasformazione sociale in atto non dovrebbe essere solo un prezzo da pagare. I giovani hanno capacità di adattamento, ma non vogliono e non devono essere ingiustamente penalizzati.

Un lavoro dignitoso e flessibile ma con garanzie graduali, fino a raggiungere una certa stabilità, è un elemento importante per ridare fiducia e contribuire al rilancio dell'economia. Non lo dico io, che sono solo una madre arrabbiata, l'hanno detto e lo dicono ripetutamente economisti e giuslavoristi importanti. Ultimamente anche Mario Draghi, Governatore della Banca d'Italia.

Sarebbe il modo migliore per dare contenuto a due principi costituzionali: «L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro» (art. 1) e «La repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (art. 4). Effettivo.


Valentina Strada

18 dicembre 2010


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Messico, il martirio di Marisela

Corriere della sera

CACCIA AL KILLER: SOSPETTI SULL'EX COMPAGNO DELLA RAGAZZA, IL BANDITO BOCANEGRA

Messico, il martirio di Marisela
Uccisa in strada. Chiedeva giustizia per la figlia sedicenne Ruby, gettata in una discarica nel 2008



Marisela Escobedo Ruiz
Marisela Escobedo Ruiz


WASHINGTON – Marisela Escobedo Ruiz chiedeva giustizia per la figlia brutalmente assassinata nel 2008. Ieri forse lo stesso killer l'ha freddata sparandole in testa. Un agguato non in un vicolo buio, ma davanti al palazzo del governo, nello stato messicano di Chihuahua. Le autorità locali dovrebbero pagare per questo delitto: sapevano che era stata minacciata e non ha fatto nulla per proteggerla. La battaglia solitaria di Marisela inizia nel 2008, quando la figlia sedicenne, Ruby, è uccisa e bruciata. Il cadavere è poi gettato in una discarica di Ciudad Juarez. Rispetto a centinaia di delitti insoluti, la polizia individua l'omicida: è il suo compagno, Sergio Bocanegra, un bandito vicino alla narco-gang dei Los Zetas. Lo arrestano un anno dopo e lo portano in giudizio. L'uomo confessa poi ritratta. A sorpresa viene assolto «per insufficienza di prove».


Il verdetto è scandaloso e provoca molte proteste. Si celebra un nuovo processo. Questa volta i giudici condannano il killer che però è ormai latitante. Marisela non si arrende. Si batte ovunque, lancia appelli, fa il possibile per ottenere che Bocanegra torni in prigione. E si improvvisa detective, riuscendo a localizzare il ricercato a Zacatecas. Quando cercano di catturarlo Bocanegra fugge sparando e trova poi protezione nei clan dei trafficanti. Nel clima di grande impunità, dove spesso polizia ed esercito messicani sono collusi con i mafiosi, il killer non ha paura di lanciare minacce contro la donna. Marisela avverte gli investigatori, ma sa bene che è inutile. È più facile che diano una mano ai tagliatori di teste. L’ultima carta è quella di un presidio solitario davanti al palazzo del governo a Chihuahua. Spera di smuovere le autorità, ma se che la vendetta dei nemici è vicina. In una intervista, il 7 dicembre, afferma: «Se vogliono farmi fuori che lo facciano qui davanti. Sarà una vergogna per il governo». È quello che accade. Il video di una telecamera di sorveglianza mostra una persona avvicinarsi a Marisela. Lei tenta di scappare, attraversa la strada, ma il sicario la insegue e la colpisce. È la fine.

La notizia dell'esecuzione suscita commozione, proteste, sdegno. E tanta rabbia. La polizia sospetta che l’esecutore possa essere sempre Sergio Bocanegra o un suo complice. Il governatore Duarte, finalmente, si sveglia. Annuncia provvedimenti contro i tre giudici che hanno assolto il killer: toglieremo loro l’immunità. Nulla che possa riparare quanto fatto alla famiglia Escobedo. Il martirio di Marisela – tanto per aggiungere sale sulle ferite – coincide con una maxi-evasione dal carcere di Nuevo Laredo, al confine con il Texas. Se ne sono andati – quasi certamente grazie alla complicità delle guardie – 140 detenuti, tutti legati ai narcos. Secondo la ricostruzione i prigionieri sono usciti tranquillamente dall’ingresso principale senza che nessuno tentasse di fermarli. Sulla cifra esatta dei fuggiaschi però potrebbero esserci delle sorprese. I detenuti rimasti hanno impedito alla polizia di fare «la conta» nel braccio 2. E dunque non si esclude che gli evasi siano molti di più. Questo per dire che se anche Sergio Bocanegra finisse di nuovo in cella non vi sarebbe la garanzia di una lunga permanenza. Questo è il Messico.

Guido Olimpio
18 dicembre 2010

Napoli con i rifiuti alla gola e gli spazzini stanno a guardare

di Paolo Granzotto


Il capoluogo campano è ancora sommerso dall’immondizia ma gli "operatori ecologici" non trovano di meglio che scioperare





A fare il tifo per l'immondizia napoletana ora è mezza Italia una e indivisibile, della quale stiamo festeggiando, da par nostro, i centocinquant'anni dal primo vagito. A pagarne le spese non è solo Napoli, ma l'immagine del Paese alla quale a parole teniamo tanto. La notte scorsa, infatti, i 350 addetti al servizio di rimozione dei servizi urbani, una volta spazzini oggi operatori ecologici, hanno di punto in bianco incrociato le braccia, non rimuovendo qualcosa come 800 tonnellate di rifiuti che sono andati ad aggiungersi a quelli già in strada. La ragione dello sciopero ordinariamente «selvaggio» è il mancato pagamento dello stipendio di novembre, che avrebbe dovuto essere versato in concomitanza con la tredicesima.

Una giusta causa se non fossimo a ridosso delle festività di Natale e Capodanno, ad alto tasso di produzione di rifiuti, e se quello della raccolta dei medesimi non fosse un «servizio pubblico essenziale», la cui astensione è regolamentata da una legge che ne stabilisce le modalità e i tempi. In pratica, un preavviso non inferiore ai 10 giorni e l'obbligo di comunicare per iscritto la durata e le motivazioni dello sciopero. Procedura che gli «operatori ecologici» si son ben guardati di osservare. Ma tanto si sa, nella patria dei diritti i doveri restano un optional.

Per capire come si possa essere giunti a tanto, alla benzina dello sciopero gettata sul fuoco di un'annosa «emergenza» - lo scriviamo fra virgolette perché ciò che doveva emergere è emerso da qualche anno, un tempo più che bastevole per il ritorno alla normalità. Ma non sotto il Vesuvio, evidentemente - bisogna sapere che Napoli don dispone di un suo servizio di nettezza urbana. La città che ci si diceva la più felice e meglio amministrata del mondo, prima da Bassolino e ora da Iervolino, sindaci progressisti e per definizione geneticamente efficienti, dinamici e intraprendenti, non è capace di approntare e, sopra tutto, gestire la raccolta dei rifiuti. 

Che al momento ha dato in appalto all'Azienda Ambientale per l'Igiene Sociale (Asia) la quale aveva subappaltato, fino al novembre scorso, alla veneta Enerambiente per poi preferire e liguri Lavajet e Docks Lanterna. A pagare - o a dover pagare - lo stipendio di novembre ai 350 netturbini scioperanti era dunque l'Enerambiente, al tempo retribuita dall'Asia alla quale il Comune di Napoli corrisponde l'importo pattuito per la raccolta della «munnezza». Asia si è subito dichiarata estranea al pasticcio, assicurando di aver sempre versato il dovuto - e dunque anche il necessario per retribuire i dipendenti - a Enerambiente. Enerambiente tace, filandosela alla veneta e il pasticcio resta, senza che ovviamente possa essere risolto con la sperimentata pratica dello scaricabarile.

Quello che è lecito chiedersi è come mai il Comune abbia consentito che si giungesse allo sciopero. E come mai Napoli - la Napoli acculturata degli intellettuali che la piangono e la vezzeggiano, la Napoli della buona borghesia del Circolo Nautico, del palco al San Carlo e delle sfogliatelle frollose di Caflish - ancora una volta taccia, lasciando che a rappresentarla siano i netturbini in sciopero, le montagne di spazzatura, le turbe vocianti che bloccano i trasferimenti del loro pattume nelle discariche o nei bruciatori, la teppa che manda a fuoco sacchi e cassonetti: sia la piazza, insomma, becera e sguaiata che vive e si muove all'insegna del tanto peggio tanto meglio. 

Non è impressione, ma certezza ormai che la Napoli politica e quella della «società civile» agiscano in combutta per degradare ai livelli dei quinto o sesto mondo la città.
È certezza che nella «emergenza» ci sguazzino chi per isteria antiberlusconiana («Visto? Non ha mantenuto la promessa di liberarci dai sacchi della spazzatura!»), chi nella fierezza di una napoletanità che non si piega a nulla, di una guapperia che irride i Bertolaso, i simboli o i rappresentanti di un potere estraneo alla «cultura» partenopea. E per meglio irriderlo gridano: «Forza munnezza», ovvero «Abbasso Napoli».



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Tokyo si riarma: la Cina spaventa

di Gian Micalessin



La Costituzione giapponese imponeva forti limiti alle spese per la sicurezza nazionale, ma un nuovo Piano di difesa segna la svolta: necessari nuovi investimenti per opporsi all’espansionismo di un vicino sempre più "muscoloso"




Prima la guerra era solo nell’aria, adesso è anche sulla carta. Dopo 50 anni di buon vicinato solo apparente Cina e Giappone sono di nuovo cane e gatto, di nuovo nemici millenari, di nuovo rivali ed avversari pronti a contendersi il controllo del Pacifico a suon di fregate, aerei ed incrociatori. Il primo a dar un calcio al traballante e decrepito castello di una cinquantennale ipocrisia è l’esecutivo del premier giapponese Nato Kan approvando un “Piano di Difesa Nazionale” in cui si enuncia una vera rivoluzione strategica.

Il piano, varato a poco più di un anno dalla salita al potere dei democratici, fa carne di porco della vecchia Costituzione pacifista e ammette l’urgente necessità di contrapporsi concretamente all’espansionismo cinese e all’aggressività fuori controllo della Corea del Nord. «Abbiamo messo a punto una politica di difesa più appropriata per la nuova era e per il difficile ambiente in cui gravita la sicurezza nazionale», spiega senza troppi giri di parole il ministro della difesa Toshimi Kitazawa.

Il piano butta all’aria quel che mezzo secolo di governi liberali non aveva mai osato mettere in dubbio e affronta la nuova situazione geopolitica. Ma la verità, si sa, fa male. E così basta quel documento per dar fuoco alle polveri di una malcelata aggressività cinese. «Nessun Paese ha il diritto di proporsi come il rappresentante della comunità internazionale» tuona immediatamente il portavoce del ministero degli esteri di Pechino liquidando come irresponsabile la nuova strategia giapponese.

In verità le linee guida della nuova politica difensiva varata da Tokio si limitano a mettere nero su bianco quel che tutti sanno, quel che anche una formazione di centrosinistra come il partito democratico, alleata con alcuni gruppuscoli pacifisti deve ammettere “obtorto collo”. Negare il pericolo cinese significherebbe turarsi gli occhi, rinnegare le decisioni assunte a settembre quando l’esecutivo di Nato Kan non esitò a bloccare e sequestrare un peschereccio di Pechino entrato in collisione con due motovedette giapponesi intorno a quell’arcipelago conteso chiamato isole di Senkaku nella terra del Sol Levante e isole Diaoyu nell’Impero Giallo. Dopo quel braccio di ferro nulla è più lo stesso.

Neanche per i “pacifici” democratici. Le linee guida del nuovo Programma di Difesa nazionale sembranoC la riproposizione dell’antico detto “Si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra.
«La Cina – annuncia il documento - sta rapidamente ammodernando le sue forze militari e ampliando le sue attività nelle acque circostanti, queste tendenze rappresentano una grave preoccupazione per la regione e per la comunità internazionale soprattutto se alla questione della sicurezza s’aggiunge la mancanza di trasparenza dell’apparato militare cinese». La Corea del Nord, da cui già sono partiti in passato missili diretti verso le coste del Giappone, viene invece descritta come un «fattore grave ed immediato d’instabilità». La nuova strategia sottolinea poi l’urgente necessità di trasformare interamente la politica di difesa. Per farlo bisognerà rottamare un terzo degli inutili carri armati progettati in chiave antisovietica ai tempi della guerra fredda e investire in sottomarini, cacciabombardieri e navi di marina dotate di missili Aegis.

Bisogna, insomma, affrontare l’espansionismo cinese e il processo di ammodernamento militare avviato da Pechino. Ma la parte più rivoluzionaria del nuovo piano – la più contraddittoria rispetto al tradizionale “pacifismo” dei democratici - è quella in cui si annuncia l’imminente fine del decennale tabù che vieta le esportazione d’armi e impedisce alle industrie nazionali d’investire adeguatamente nel settore degli armamenti. «Ormai la regola per tutti i Paesi sviluppati - spiega il ministro della difesa Kitazawa - è quella di ridurre i costi e migliorare le capacità dei sistemi di difesa partecipando a piani di sviluppo e produzione congiunti». Una svolta innescata forse anche dai dati economici degli ultimi due quadrimestri, quando il prodotto nazionale lordo cinese ha superato quello giapponese infliggendo a Tokio un’umiliazione storica. Cancellabile solo grazie agli introiti garantiti dal sempre più fruttuoso mercato mondiale degli armamenti.




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Morte (e sepoltura) a Venezia Spargere le ceneri ora si può

Corriere della sera


Delibera del Comune: chiunque potrà gettarle in laguna o in mare. E nei cimiteri nascono i «giardini del ricordo»



Il cimitero di San Michele a Venezia (archivio)
Il cimitero di San Michele a Venezia (archivio)


VENEZIA — Ci aveva provato nel 2004 una signora francese facendo gettare in laguna l’urna con le proprie ceneri. L’aveva trovata in Canal Grande, tra il ponte di Rialto e la Ca’ d’Oro, il pilota di una barca, incuriosito dall’oggetto galleggiante che aveva urtato. Perché si sa, riposare a Venezia è il sogno di molti. Anche le ceneri di un ateo convinto come l’argentino allenatore della grande Inter Helenio Herrera hanno trovato accoglienza nella Serenissima. Al cimitero di San Michele gli appassionati di poesia, musica e danza non mancano di lasciare versi e fiori sulle tombe di Ezra Pound e Iosif Brodskij (che ha regalato a Venezia il suo libro più bello), di Sergei Diaghilev e di Igor Stravinsky. Un privilegio di pochi, perché non tutti — soprattutto i «foresti» — possono rimanere per sempre a Venezia. Adesso chi vorrà potrà far gettare le proprie ceneri in laguna, o anche in mare. Il Comune ha infatti recepito la legge regionale del marzo scorso e redatto il regolamento per la conservazione e le dispersioni delle ceneri.

Da gennaio, rigorosamente alla presenza di un cerimoniere, chiunque potrà salire sul pontiletto, percorrere una decina di metri, e abbandonare le ceneri del proprio caro in acqua, nella laguna nord, dal cimitero di San Michele. O salire in barca e liberare l’urna, in mare aperto a 700 metri dalla costa, grazie ad un servizio speciale organizzato dall’amministrazione. E’ la delibera che la giunta veneziana ha approvato ieri e che dovrà ricevere il via libera anche dal consiglio comunale. E’ lo stesso documento che istituisce all’interno dei tre camponsanti del Comune — a Venezia, Mestre e Marghera—i giardini del ricordo: apposite aree opportunamente curate dove poter liberare le ceneri dei cari cremati. Chi vorrà potrà tenerle anche a casa, sopra il camino o sul mobile del soggiorno, o ancora liberarle in giardino (a patto che si trovi al di fuori dei centri abitati). Ma questa è un’altra storia. Il regolamento va così incontro a quanti, anche negli anni scorsi, hanno chiesto di veder gettate le proprie ceneri in laguna dove hanno vissuto per tutta la vita, o dove hanno sognato di vivere. Ca’ Farsetti però è andata oltre, introducendo una bara in materiale leggero, ecocompatibile e biodegradabile, che permette di rendere la cremazione economica riducendo il costo della cassa.

Dice l’assessore comunale all’Ambiente Gianfranco Bettin: «Abbiamo elaborato il regolamento in accordo con le associazioni che si occupano di cremazioni e aperto un tavolo di discussione con chi di questo ci lavora: Veritas (che gestisce i servizi cimiteriali, ndr) e le imprese funebri, perché questa è una nuova opportunità». Ci sarà anche un registro di chi ha voluto veder dispersi i propri resti, nei «giardini», in laguna e in mare, ben visibile all’interno dei cimiteri, in modo che si conservi il ricordo. Così come per i matrimoni le tariffe non saranno tutte uguali. Per i veneziani il costo sarà limitato («Per permettere a tutti di scegliere dove riposare», dice Bettin), per tutti gli altri più alto. Ma rimanere per sempre a Venezia non ha prezzo. E’ sufficiente visitare l’isola di San Michele che come a Parigi il Père Lachaise è diventata meta di turismo culturale con i suoi 63 monumenti funebri di veneziani che hanno legato il loro nome a quello della città o di «foresti» che hanno eletto la Serenissima patria del cuore. C’è anche Emilio Vedova e l’ambasciatore inglese in Italia Brodsky. E che dire delle ceneri del «Mago» Herrera raccolte in un’urna che ricorda una delle coppe vinte sui campi da calcio. Forse avrebbe voluto anche lui farle gettare nell’acqua della «sua» laguna, come ha cercato di fare quella turista francese.




Francesco Bottazzo
18 dicembre 2010



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Roma, 15enne colpito con un casco È ricoverato in gravi condizioni

Corriere della sera

 

Roma, 15enne colpito con un casco
È ricoverato in gravi condizioni

 

Il ragazzo ha lanciato un oggetto contro i poliziotti, poi è stato ferito. Un aggressore avrebbe fatto il saluto romano

 

MILANO - Un ragazzo di 15 anni aggredito e colpito violentemente alla testa con un casco. Un altro ragazzo, subito dopo, fa un gesto che somiglia a un saluto romano. Scene dalla manifestazione studentesca di Roma del 14 dicembre (guarda il video). Il giovane aggredito, Cristiano, è ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Giovanni di Roma. La vicenda è riportata da alcuni quotidiani è testimoniata dal video pubblicato su Youreporter.it.

 

 

Sono le 12.30 di martedì - scrive Il Fatto Quotidiano - e il corteo sta sfilando per le vie della città. Tre ragazzi cercano di fermare l'assalto dei manifestanti a un blindato dei carabinieri tra via delle Botteghe Oscure e piazza Venezia. Cristiano raccoglie da terra un oggetto e lo lancia verso il cordone di polizia. Dopo un breve conciliabolo, uno dei tre ragazzi a guardia dei blindati dei militari si stacca dal gruppo e colpisce il 15enne in pieno volto con un casco integrale: Cristiano cade a terra. L'aggressore si allontana uscendo dall'inquadratura e un altro dei tre si avvicina alla vittima; quindi si copre il volto con una sciarpa e fa il presunto saluto romano, quindi si allontana. «Cristiano ha riportato un ematoma cerebrale di otto millimetri, ha una frattura scomposta al setto nasale, una lieve frattura al lobo temporale, un occhio visibilmente pesto» ha detto il padre al Fatto Quotidiano. Il ragazzo ha poi spiegato di aver lanciato ai poliziotti una mela, perché con i compagni di scuola aveva deciso di dare un segnale a un "governo ormai alla frutta". Alcuni manifestanti che hanno visto la scena riferiscono che gli amici dell'aggressore hanno cominciato a urlare contro Cristiano, a terra con il volto tumefatto e ricoperto di sangue, con "frasi fasciste". I tre non sono stati ancora identificati, ma un fotografo avrebbe consegnato alla famiglia del 15enne una foto del presunto aggressore. (Fonte: Apcom)

 

18 dicembre 2010

Sul Web Quei rivoltosi a volto coperto che scappano dalla piazza di Facebook

di Redazione


I «coraggiosi» incappucciati ora scappano anche da Facebook. Sì per evitare speculazioni, come molti avvocati consigliano in questi casi, ma soprattutto per sottrarsi al giudizio dell’arena virtuale: dei 23 ragazzi fermati per gli scontri di martedì a Roma, solo in tre hanno ancora il profilo attivo, uno non è aggiornato da mesi, un altro ha la bacheca non visibile.

L’unica pagina che dà conto di quanto accaduto è quella di uno studente di Bologna, che i giudici romani hanno mandato a casa: nessun commento sugli scontri, se non un «Riccardo tieni duro», accompagnato dal link a un video di Youtube postato da un suo amico: «La polizia si accanisce sui manifestanti». Ecco l’ultimo «post» lasciato da Riccardo: «Si parte!». «Vai a Roma?», chiede un amico. Niente risposta. Gli altri hanno fatto in tempo a disattivare i profili. E così quella che era stata la vetrina della protesta nelle ultime settimane, ora rimane deserta: spariti i protagonisti della guerriglia. Più attivi nel lanciare messaggi di solidarietà i collettivi e i movimenti dietro le manifestazioni: «Uniriot abbraccia tutti gli studenti che hanno passato due giorni in carcere, liberi tutti», si festeggia.



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Bank of America blocca i bonifici Wikileaks insorge: "Boicottatela"

La Stampa


Il sito di Julian Assange protesta
"Chi ama libertà chiuda il conto"





NEW YORK
Anche Bank of America "stacca la spina", bloccando i bonifici a Wikileaks, e lo staff del sito invita i sostenitori a ritirare i soldi eventualmente depositati presso l’istituto.

«Bank of America si unisce alle azioni annunciate da MasterCard, PayPal, Visa Europa e altri, e non eseguirà qualsiasi transazione diretta a Wikileaks», si legge in un comunicato della banca pubblicato dal Kansas City Star: «Le attività di Wikileaks sono in contraddizione con le nostre politiche».

Immediata la replica del sito, che via Twitter ha invitato «tutti coloro che amano la libertà a chiudere i propri conti in Bank of America». «Fate affari con Bank of America? Il nostro consiglio è quello di mettere i vostri fondi in un luogo più sicuro», ammonisce ancora Wikileaks via Twitter. L’istituto americano potrebbe essere tra i prossimi bersagli di Assange: «Ho i file riservati di una grande banca americana, li pubblico all’inizio dell’anno», ha detto l’australiano qualche settimana fa a Forbes. Lo scorso anno, sempre Assange aveva affermato in un’altra intervista di essere in possesso di un hard disc di un manager di Bank of America. La Banca ha già smentito, precisando di non avere «alcuna prova» che Wikileaks sia in possesso dell’hard disc in questione.



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Ronzulli: "Hanno minacciato di morte mia figlia"

Il Tempo


L'eurodeputata del Pdl denuncia le intimidazioni subite su internet. Gli avvertimenti arrivati dopo la polemica in Aula con Sonia Alfano (Idv).

La deputata Licia Ronzulli con la figlia in braccio


«Ho difeso il mio Paese dagli insulti di Sonia Alfano. E solo per aver fatto questo hanno minacciato di morte mia figlia». L’eurodeputata del Popolo delle libertà Licia Ronzulli è un fiume in piena.

Onorevole, dopo lo scontro con Sonia Alfano che l'ha apostrofata come "vajassa" arrivano le minacce.
 
«Ho ricevuto insulti e minacce di tutti i generi. Mi hanno definita con paroloe che faccio fatica a ripetere».

Attraverso quale mezzo?
 «Ho ricevuto molte e-mail di minacce alla casella di posta elettronica del Parlamento europeo, su Facebook e sulla casella di posta elettronica del Pdl. Gli insulti più comuni erano "Troia infame", "Puttana di merda", "Devi morire, tu e quella lurida figlia di puttana di tuo figlia che voglio vedere morta", "Stai attenta che ti veniamo a prendere"».

Le persone che l'hanno minacciata sul social network, lo hanno fatto con un'identità di comodo?
 «Questo non saprei dirlo. Oggi, fare un account fittizio su Facebook è semplicissimo. Su questo social network mi hanno definita come la "serva di un nano" da una persona che si è firmata. Inoltre, mi hanno scritto: "La Alfano ti ha sputtanata" oppure la "prostituzione è un mestiere antico"; "Come sappiamo, lei è una puttana". Altri hanno scritto: "Grazie al Fatto quotidiano abbiamo visto il suo modus operandi. Tutte le minacce erano riconducibili all'area dei simpatizzanti dell'Idv. Infatti, molti si sono firmati come "elettore dell'Italia dei Valori". Devo aggiungere che i messaggi di solidarietà sono stati molti di più rispetto agli insulti. Le persone che mi hanno offesa e minacciata combattono con i cannoni caricati dall'odio, con la rabbia. Non posso accettare che mi dicano "Voglio vedere tua figlia morta"».

È la prima volta che riceve delle minacce del genere?
«Non sono mai stata minacciata prima d'ora. È la prima volta in assoluto. Mi sono permessa di interrompere Sonia Alfano perché stava insultando l'Italia e il mio presidente del Consiglio e ho ricevuto questa valanga di insulti e di infamie».

Non esattamente quello che vi aveva chiesto il presidente della Repubblica Napolitano quando vi aveva ricevuto all'inizio della legislatura.
 «Il Capo dello Stato ci aveva detto che il Parlamento europeo non doveva diventare il teatro delle polemiche nazionali e che le istituzioni europee non erano la cassa di risonanza della politica interna. Sonia Alfano utilizza sistematicamente le dichiarazioni di voto al Parlamento europeo per fare quello che Napolitano ci ha sempre chiesto di evitare».

La presidenza non ha detto nulla sull'insulto dell'Alfano nei suoi confronti?
 «Il termine "vajassa" non è stato tradotto. Quindi il Presidente di turno dell'assemblea, il socialista Stavros Lambrinidis, non ha compreso la parola».

Lei è finita sulle prime pagine dei quotidiano europei perché ha votato in aula con sua figlia in braccio. Cosa pensa delle parlamentari del Pd che hanno votato nella fase terminale della maternità?
«Sono d'accordo con Giulia Bongiorno, che ritiene la maternità non comparabile con una malattia. Ci vuole un congedo di maternità per i deputati. Questa possibilità non esiste nemmeno al Parlamento europeo. Però ritengo che ci siano delle priorità. Se avessi una gravidanza a rischio non l'avrei fatto ma è una decisione personale e insindacabile che non mi permetto di giudicarea».



Lanfranco Palazzolo
18/12/2010




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Chi sta con Silvio deve morire

Il Tempo


Nel mirino i deputati non Pdl che hanno detto no alla sfiducia al governo. Impaurite le ex finiane Polidori e Siliquini. Contro Cesario parolacce sui muri. A Scilipoti una lettera con tanto di foto intimidatoria e insulti telefonici.

 
Chi sta con Silvio deve morire. Siamo arrivati a questo. I deputati che hanno deciso - pur non facendo parte del Pdl - di dire no alla sfiducia, salvando di fatto il governo Berlusconi, adesso pagano le conseguenze. Per loro - anche se i più ironici sostenitori della tesi della «compravendita» parlavano di ministeri, sottosegretariati e incarichi di governo in arrivo - è tempo di intimidazioni, insulti, aggressioni. Le due ex deputate di Futuro e libertà che non hanno sfiduciato il Cav hanno ricevuto «minacce gravi». Catia Polidori, dal giorno successivo al voto a Montecitorio va in giro con due agenti armati e un'auto blindata. Sotto scorta anche i genitori e il fratello. Mentre per Maria Grazia Siliquini all'attivo un'auto rovinata (di un collaboratore) e «pesanti intimidazioni che si commentano da sole e che dimostrano la delusione di chi voleva andare al potere percorrendo la via più breve, scavalcando il confronto con i cittadini».

Tra i più gettonati da chi sceglie accuse e insulti per commentare un voto politico i componenti del neonato Movimento di Responsabilità nazionale. Le scritte offensive comparse qualche giorno fa a San Giorgio a Cremano contro Bruno Cesario sono state cancellate. «Ma le invettive e le parolacce per strada e al telefono continuano. La libera espressione della propria volontà è diventata impossibile», spiega il deputato ex Api. A Domenico Scilipoti il premio per numero e varietà di insulti ricevuti. Mentre il suo ex leader Antonio Di Pietro chiedeva l'intervento di Napolitano sulla presunta «compravendita» dei parlamentari da parte di Berlusconi, a Scilipotiveniva recapitata una letterina niente male: «Sei un buffone, una vacca venduta al mercato. A livello mondiale, sarai mandato in onda dopo la tua performance di ieri (giovedì a «Un giorno da pecora», ndr) alla radio. Sei un nulla», recitano le prime righe.

«E questo è niente», spiega. La missiva continua: «Aspettiamo di vedere cosa riscuoterai da testa di pece, fai schifo, FAI SCHIFO! Cos'è la dignità Scillipoti? Cosa racconterai ai tuoi figli Scillipoti?». «Neanche sanno come mi chiamo», commenta lui, piuttosto amareggiato. «Di avere immobili pignorati - è la risposta ironica di chi scrive la lettera - e di aver sperato che il nano malato di mente ti salvasse il culo che gli hai venduto? Che vita infame la tua». La missiva è firmata «Francesco, un soldato italiano» e in allegato c'è una fotografia scattata ai cadaveri insanguinati di Mussolini e della Petacci. «Nella foto, un traditore d'Italia», precisa Francesco. Scilipoti commenta: «È impubblicabile per quant'è brutta. Ma ve la mando così capite qual'è il clima che io e i miei familiari stiamo vivendo. Vogliono farmi fare la stessa fine?», si domanda. «Mi hanno telefonato pure a casa per insultarmi. Ha risposto mia moglie e le hanno detto che avevano visto il numero sul filmato mandato in onda da Annozero. Almeno il numero di telefono potevano nasconderlo!», conclude. La fotografia ci arriva via mail. Aveva ragione Scilipoti. È impubblicabile.

Nadia Pietrafitta
18/12/2010



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Il metodo Scilipoti (e quello Woodcock)

di Alessandro Sallusti


È una questione di metodo, hanno rinfacciato a questo Giornale quando abbiamo pubblicato la condanna di Dino Boffo per molestie telefoniche a sfondo sessuale o svelato il pasticcio brutto di Gianfranco Fini e della casa di Montecarlo. I paladini del moralismo ritenevano che il nostro giornalismo fosse un metodo disdicevole perché attaccava la persona nella sua vita privata. A parte che non c'è nulla di più pubblico di una condanna o della vendita di una casa intestata a un partito, gli stessi signori, giornali e trasmissioni televisive hanno messo nel loro personale tritacarne Domenico Scilipoti, il parlamentare di Di Pietro che ha lasciato l'Idv e ha votato la fiducia al governo Berlusconi. Insulti, pesanti sberleffi, agguati a parenti (compresa la madre novantenne), la sua vita privata messa in piazza con spregiudicatezza, accuse pesanti messe nero su bianco senza il ben che minimo riscontro.

Ma il «metodo Scilipoti» non fa scandalo, anzi diverte intellettuali, professorini del giornalismo, noti conduttori bacchettoni. Sparare a caso su Scilipoti non provoca l'intervento dell'Ordine dei giornalisti. E tutto questo perché chi decide di stare con Berlusconi, addirittura di contribuire a non fare cadere il suo governo, non merita nessun rispetto e tutela da parte di quegli stessi intellettuali e politici che sul «metodo Boffo» hanno costruito una stagione di grandi successi.

Funziona così questo Paese, in tutti i campi, compreso quello della giustizia dove vige impunito il «metodo Woodcock», il pm napoletano che, insieme ad altri colleghi, ha raccolto intercettazioni telefoniche, verbali di pedinamento (con tanto di foto allegate) che coinvolgono ministri, sottosegretari, deputati e senatori. Mezzo governo e un pezzo di Parlamento è stato spiato senza una precisa ipotesi di reato. Così, a strascico si dice: una telefonata tira l'altra e via. Tutele e leggi per i pm non contano. In cinque mangiano al ristorante?

Indaghiamo, può essere la prova che fanno parte di una associazione segreta. Così dopo la P2 e la P3, sta per irrompere sulla scena la P4. Questo è il metodo che piace a Di Pietro e ora anche a Bocchino e Fini. Quintali di spazzatura raccolta a Napoli stanno per invadere di nuovo l'Italia. Ma non sono quelli lasciati dai cittadini per strada. Prepariamoci a una nuova stagione di veleni.




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Avevano picconi e accette Noi i bersagli per 1.200 euro»

Corriere della sera


Il poliziotto: mi chiamano Drago, se arrestassero mio figlio lo picchierei

Il colloquio - «Per noi è una vocazione, abbiamo difeso Roma da un'orda di barbari»




ROMA - «Dio non voglia che questi, un giorno, raggiungano il loro scopo: uccidere uno di noi. Come gli ultrà hanno fatto con Raciti. Perché allora non so proprio come andrebbe a finire. I politici, gli onorevoli come li chiamo io, devono capire che bisogna cambiare strada. Subito». «Drago» è una montagna. Lo è nell'aspetto, ma anche dentro. Due lauree brevi, una famiglia da mantenere. Gianluca Salvatori («Ma se non dite Luca Drago nessuno mi riconosce», ci tiene a sottolineare) ha 43 anni, è un assistente capo della polizia. E un punto di riferimento per gli agenti del Reparto mobile di Roma. Un celerino, insomma. Di quelli che martedì scorso si sono ritrovati a fronteggiare centinaia di teppisti scatenati.

«Da soli, in 25, abbiamo respinto 5 mila energumeni armati di "male e peggio", picconi, accette: ma quando ci daranno qualcosa di meglio di uno scudo e un manganello? Dove sono gli idranti e i "capsulum" (un potente lancia-peperoncino)?», chiede «Drago», che a piazza del Popolo ha preso colpi al petto e a una spalla, ed è finito in ospedale.


Luca è un giellista (dal Gl40, piccolo fucile usato per sparare lacrimogeni) e guida i blindati. È anche impegnato nei sindacati, come segretario provinciale della Consap. Ma la sua casa è la caserma di Ponte Galeria. Sulla carta oltre 500 uomini, «ma alla fine siamo 250. Un gruppo unito, legato da affetto fraterno, una squadra più simile a una famiglia». Con una vita in prima linea. «Per 1.200 euro al mese, più 13 di indennità nei giorni di ordine pubblico - svela l'agente -. Quanto guadagniamo all'ora nemmeno ve lo dico perché è ridicolo. I nostri colleghi spagnoli prendono quasi il triplo, gli altri anche di più. Ce la battiamo solo con i greci, ma lì è un'altra storia».

Quasi tutti i giorni con casco, scudo e mimetica imbottita. Nelle manifestazioni e allo stadio. Gli insulti nemmeno li sente più: «Di quelli non mi preoccupo - aggiunge il poliziotto - non mi offendo, anzi non ci offendiamo, noi del Reparto: li guardi in faccia, questi ragazzini, anche loro con i caschi e gli scudi. A qualcuno gliel'ho anche detto: "Ma lo capisci che con un arresto ti rovino il futuro?" C'è chi ti sta a sentire, chi ti ringrazia, come uno di Pisa che ho incontrato in ospedale. Ma tanti se ne fregano. E magari un giorno te li ritrovi a fare politica».


«Drago» c'era anche a largo Goldoni, durante l'aggressione al finanziere. Con i suoi («Compagni, camerati, colleghi? Come li devo chiamare per non essere etichettato?») è fra coloro che sono corsi in aiuto del militare. «C'erano tutte le condizioni perché usasse la pistola che volevano portargli via - spiega l'assistente capo - ma lui non l'ha fatto. Immaginate cosa sarebbe successo se un manifestante fosse riuscito a prenderla? Nell'ordine pubblico non si può sbagliare, non è come fare le indagini, dove c'è il tempo di fare correzioni. Da noi no. Quello che si prevede non è mai quello che accade. E in piazza non siamo solo poliziotti: siamo i supplenti di un governo, come anche ha detto il capo della polizia, di destra o di sinistra che sia, che invece non ci tutela come dovrebbe. I politici promettono aiuti che non arrivano mai e noi sacrifichiamo le nostre vite, privato compreso».

Essere un celerino vuol dire anche questo: «Certo, crediamo in quello che facciamo, per me è una vocazione. Martedì, come le altre volte, siamo stati i difensori di Roma contro un'orda di barbari. Ma anche noi abbiamo il diritto di tornare a casa tutti interi. Abbiamo madri, mogli e figli che ci aspettano. Proprio come i teppisti che fermiamo. Invece ci lapidano e ci ordinano di stare fermi, immobili. A subire di tutto. Non dico che le "teste calde" che ci sono fra noi facciano bene a sfogarsi. È chiaro che sbagliano, ma dopo 12 ore di questa storia...».


Alcuni fra i 53 feriti delle forze dell'ordine vogliono costituirsi parte civile contro chi li ha fatti finire in ospedale negli scontri a via del Corso e piazza del Popolo. Finora per tutti loro l'unica soddisfazione di una giornata drammatica è stato l'sms di ringraziamento inviato dal questore Francesco Tagliente. «Un onore, un conforto, non era mai successo prima», spiega «Drago», che però protesta: «Se un agente sbaglia paga tre volte rispetto a un cittadino normale, ma i danni fatti da questi teppisti a chi li chiediamo? Ai genitori? Tanto nemmeno loro capiscono: sempre martedì, in commissariato, ne ho incontrati alcuni - racconta l'agente -. Volevano notizie dei figli fermati. Per loro era come se fosse stato normale.

"Dobbiamo aspettare che ste' m.... decidono se carcerarlo oppure no", diceva uno. Ma che scherziamo? Se succedesse a mio figlio il primo a picchiarlo sarei io». L'ultimo affronto poi è arrivato con la scarcerazione dei 22 arrestati di martedì. E su questo «Drago» chiude il discorso: «Ormai si sentono legittimati a fare tutto. Legittimati dalla giustizia che li mette fuori dopo tutto quel casino. E a ripresentarsi in piazza la settimana prossima. Ma ci saremo anche noi, come sempre».


Rinaldo Frignani
18 dicembre 2010



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Il falsi teoremi della sinistra per coprire i violenti

di Gian Marco Chiocci


Il Grande bluff del Pd, ripiombato negli anni Settanta: agenti «infiltrati», sbirri pronti a sparare, professionisti d’incidenti istruiti in questura. Prove? Nessuna. Indizi? Nemmeno. Sospetti? Tanti, sbirciando foto o spezzoni di video su internet che si riveleranno un boomerang per chi li ha incautamente utilizzati. Dopo le pietre alle forze dell’ordine, a lanciare il sasso in politica ci ha pensato la senatrice Anna Finocchiaro: «C’erano evidentemente degli infiltrati che hanno messo a rischio i manifestanti e le forze dell’ordine. Chi li ha mandati? Chi li paga? Cosa devono causare?». Purtroppo per la Finocchiaro, e per chi l’ha pensa come lei, questa storia degli infiltrati è una bufala commovente.


1) Lo «sbirro» smascherato

Per ore sul web, in tv e persino in Parlamento, si è fantasticato sull’infiltrato della polizia col giaccone beige, sciarpa bianca, viso incappucciato, guanto rosso, che - giurano i fan della Finocchiaro - finge di accanirsi sul corpo di un finanziere. In altre immagini lo «sbirro smascherato» viene ridicolizzato dai commenti postati in serie mentre lancia un bidone o mulina una pala: «Un vero attore» ridacchia il web. Attore consumato, visto le urla lanciate ai poliziotti e riprese da un cameraman studentesco: «Sono minorenne». Tutta scena. L’asserito poliziotto travestito spunta sempre nei punti più infuocati della città. E questa cosa, ohibò, ai più è sembrata sospetta al pari delle manette e del manganello trovati in suo possesso: ecco, è uno sbirro infiltrato. E invece quel finto manifestante in realtà è un teppista vero, che le manette e il manganello aveva personalmente fregato al finanziere tramortito a terra. Un minorenne per giunta, S.M., studente del liceo romano Caetani, catalogato nel collettivo Senza Tregua, figlio di un esponente dell’estremismo rosso degli Anni ’70, con precedenti per rissa e resistenza a pubblico ufficiale. Altro che Actor Studios: verrà arrestato per rapina aggravata. Pure il mistero sul suo primo fermo, e successivo rilascio, è stato chiarito: il ragazzo era stato bloccato per un episodio diverso rispetto a quello dell’aggressione al finanziere, fotosegnalato e poi rilasciato, in attesa del riscontro della documentazione acquisita durante gli scontri.


2) Stesse scarpe per agenti e Black bloc

Altra foto, ennesimo bidone. La didascalia non inganna: finanzieri aggrediscono manifestanti, ma c’è un giallo. Quale? A ben guardare l’immagine, un manifestante sembra un infiltrato. Nel groviglio c’è un dettaglio che cattura l'attenzione dei reporter: gli stivali delle forze dell’ordine e quelli degli studenti sono identici. Tali e quali anche nel marchio ovale, colorato di giallo, sotto il carrarmato gommato della suola. È la prova delle prove. Così, almeno, viene spacciata online. Ma è una comica patacca: l’immagine si riferisce a scontri avvenuti a giugno dall’altra parte del mondo. Non si tratta di picchiatori finanzieri ma di agenti antisommossa canadesi...
3) La pistola impugnata dal finanziere...
A chi s’è scandalizzato per la foto del finanziere con la pistola in mano, sopraffatto da sprangate e bombe carta, bisognerebbe chiedere cosa sarebbe successo se quello stesso finanziere, per salvare la pelle, avesse sparato in aria oppure alla cieca come il carabiniere Placanica sotto attacco di Carlo Giuliani e di altri non global nel 2001 a Genova. Miracolosamente è rimasto calmo. Ha impugnato la rivoltella solo perché nel pestaggio era scivolata fuori dalla fondina e grazie alla cordicella attaccata al calcio l’ha sottratta ai teppisti che s’erano fregati manette e manganello. Nelle foto l’arma è sempre rivolta verso il basso, mai ad altezza d’uomo. L’altra mano, poi, è spesso sopra la pistola: se avesse fatto fuoco l’appuntato avrebbe perso tutte e cinque le dita.


4) La rivoltella in mano al carabiniere

Altro capolavoro lo fa il quotidiano il Manifesto. Fotografie ritraggono un maresciallo dei carabinieri del «Battaglione Campania» con una pistola nella mano destra, non impugnata. Nell’articolo, e nella didascalia, si evita di raccontare la storia per intero: e cioè che il sottufficiale ritratto aveva appena recuperato l’arma di un collega di nome Paolo portato via con l’ambulanza perché ferito a una gamba da un palo della segnaletica divelto dai Black bloc all’angolo tra via del Plebiscito e via Astalli, vicino la residenza del premier. Il maresciallo non faceva altro che mettere in sicurezza l’arma del collega finito all’ospedale. Al Manifesto, dove lavorano gli ex terroristi rossi Francesco Piccioni e Geraldina Colotti, se ne sono fregati pensando al doppio senso di un titolo a effetto: «Fiducia nell’Arma».
5) Il carretto delle munizioni di Stato
Altro argomento surreale quello del camioncino pieno di pietre lasciato di proposito a disposizione dei manifestanti vicino Palazzo Madama. Lo scrive il Fatto, riprendendo il tam tam del pomeriggio che imputava al governo la sciagurata decisione di non togliere dal centro storico il furgone con gli attrezzi dei lavori in corso Rinascimento. Testuale: «Resta però da capire, per esempio, cosa ci facesse un camion pieno di mattonelle “a disposizione” dei manifestanti sotto il Senato. Lo stesso tipo di camion che due anni fa riuscì ad entrare in piazza Navona, durante altri scontri, pieno di mazze e bastoni». Stesso tipo di camion, stessa zona, stessa situazione. La solita idiozia.




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Premiati i devastatori di Roma

di Massimo De Manzoni


Tutti liberi. E senza alcuna restrizione: da ieri i 23 manife­stanti fermati nel corso dei violentissimi scontri che martedì han­no devastato il centro di Roma possono tornare a girare per le strade della Capitale. E, all’occorren­za, metterle di nuovo a fer­ro e fuoco. I giudici si dico­no certi che non lo faran­no: scrivono che nei con­fronti dei giovanotti ci so­no «gravi indizi di colpe­volezza », ma ritengono che il paio di notti trascor­se in carcere siano suffi­cienti a «dissuaderli dalla reiterazione di analoghe condotte delittuose».

Ci sarebbe quasi da con­gratularsi per lo straordi­nario sussulto garantista di magistrati che, nel re­cente passato, questo Giornale aveva aspra­mente criticato per ragio­ni opposte. Il tribunale di Piazzale Clodio, infatti, è lo stesso che ha lasciato per tre mesi in cella il fon­datore di Fastweb, Silvio Scaglia, malgrado non sussistesse alcuna delle tre condizioni (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazio­ne del reato) previste dal­la legge per la carcerazio­ne preventiva. E quando poi l’ha tirato fuori di gale­ra, l’ha spedito agli arre­sti domiciliari, dove tutto­ra si trova da ormai sette mesi.

Ed è sempre quel tri­bunale che nel maggio scorso aveva tenuto in guardina per otto giorni un ragazzo accusato di violenza nei confronti di alcuni poliziotti malgra­do un video dimostrasse al di là di ogni ragionevo­le dubbio che le violenze era stato lui a subirle. In questo caso, invece, mano di velluto in guan­to di velluto. Troppo. E le congratulazioni rimango­no nella penna. Perché questo, più che garanti­smo, sembra eccesso di garantismo: le ferite infer­te alla città di Roma san­guinano ancora ed è intol­lerabile pensare che chi le ha provocate ci possa ri­provare subito.

Stavolta, infatti, il rischio di reitera­zione del reato è concre­to, concretissimo. Già mercoledì prossimo i guerriglieri tornano al­l’assalto del Parlamento: al Senato si approva la ri­forma Gelmini e i colletti­vi universitari, ispiratori dell’ultima manifestazio­ne, della quale rivendica­no con un comunicato ogni singolo atto di vio­lenza (altro che la favola dei black bloc venuti dal­­l’estero), informano che porteranno ancora in piazza la loro «rabbia dif­fusa ». Ora, per molti dei teppi­sti messi in libertà ieri il processo è fissato per il 23 dicembre, vale a dire il giorno dopo l’annuncia­ta nuova ondata di tumul­ti.

Era proprio scandalo­so trattenere i fermati in custodia cautelare fino a quel momento? Chi si è dimenticato in cella Sca­glia e tanti altri come lui avrebbe davvero perso il sonno a causa dei rimorsi di coscienza? E i signori magistrati non sono stati neppure sfiorati dal so­spetto che tanto buoni­smo sarà interpretato da­gli hooligan degli atenei come un sostanziale via li­bera per le loro prossime prodezze? Nessuno, sia chiaro, vuole giustizia somma­ria. Ma tanta disparità nei trattamenti (persecutori per qualcuno, arrendevo­li per altri) lascia sbalordi­ti. Tanto da indurre il so­spetto che la matrice ideo­logica della protesta, quelle bandiere rosse che garrivano nel corteo, il patrocinio del Pd («infil­trati, infiltrati») e il fatto che il bersaglio alla fine sia il governo Berlusconi, abbia avuto il suo peso. Ma non fateci caso: sia­mo noi cattivoni del Gior­nale che pensiamo sem­pre male.




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Di Pietro ora invoca il Colle: «La Russa ministro fascista»

di Massimo Malpica


Roma

Il primo round è a favore di telecamere, ad Annozero, il secondo in piazza Montecitorio. Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro attacca il ministro della Difesa al grido di «fascista», e Ignazio La Russa gli risponde urlandogli in faccia «analfabeta».


Come detto, la polemica si accende due sere fa nel salotto tv di Michele Santoro, dove poco prima proprio La Russa aveva polemizzato con uno studente che aveva giustificato le violenze di piazza, arrivando a minacciare di lasciare lo studio televisivo, prima di tornare a sedersi. Giusto in tempo per finire nel mirino di uno scatenato Di Pietro, che prima critica la reazione del ministro della Difesa al discorso dello studente, e poi dice, testualmente: «Ecco, io non ho mai capito finora, lo dico col cuore in mano, quando dicevano, finito il fascismo, “ma che vuol dire essere fascista?”, ecco, essere La Russa. Questa è l’essenza del fascismo più be’ (sic), non lasciar parlare, non ascoltare».

Tonino è un fiume in piena, e nessuno lo argina. La Russa ridacchia e scuote la testa, «siamo arrivati al fascismo di Di Pietro», esclama, e Tonino a quel punto perde ancor di più le staffe, «La Russa è un fascista, e usava pure lui il manganello a suo tempo, quando faceva il fascista in mezzo alla strada». Alla fine, il ministro della Difesa si alza, ridendo, prende Santoro per un braccio e lo «trascina» davanti a Di Pietro, chiedendogli di domare il leader politico. Insomma, finisce in farsa, e solo quando la verve dialettica dell’ex pm si esaurisce, improvvisamente, insieme al fiato.

Il seguito, ieri mattina. Quando i due «duellanti» si incontrano ancora, di fronte all’ingresso della Camera dei Deputati. Stavolta, secondo la cronaca dei giornalisti parlamentari presenti alla scena, il faccia a faccia è rapidissimo e lapidario: «Ciao fascistone», sibila Di Pietro, «ciao comunista del cazzo», replica La Russa. Il bello è che Di Pietro si scomoda a dettare una precisazione alle agenzie, per spiegare che sì, è vero che ha chiamato La Russa «fascistone», ma non è vero che si sia fermato per salutarlo,ma che semmai «è stato lui che ha cercato di salutarmi».

Insomma Di Pietro accusa in più «tempi» La Russa di essere fascista, e anche se le «ammissioni» di rimando del ministro sono palesemente ironiche, per Tonino sembra ci sia roba a sufficienza per evocare un clima da golpe nero: «Può un ministro della Repubblica, il ministro della Difesa, fare apologia di fascismo, avendo a disposizione le Forze Armate?», sostiene ancora il leader Idv. Parole contenute in un videomessaggio diretto al Quirinale, e postato sul blog di Antonio Di Pietro ieri nel primissimo pomeriggio. Messaggio nel quale Tonino invita il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a «guardare il video della puntata di Annozero». Motivo? «Il ministro della Difesa della Repubblica italiana La Russa ha fatto apologia del fascismo. Cosa dobbiamo aspettare per reagire? Che torni un nuovo fascismo?».



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