domenica 19 dicembre 2010

De Corato aggredito da un ambulante

Corriere della sera


«Troppe multe» e gli dà un pugno. Bloccato dal portavoce di Pisapia. Il vicesindaco: rischi mestiere

Solidarietà dal Pd al vicesindaco


Riccardo De Corato
Riccardo De Corato
MILANO - Brutto pomeriggio per Riccardo De Corato, aggredito da un ambulante italiano in un bar in centro. Prima di dare un pugno al vicesindaco di Milano, l'aggressore si sarebbe lamentato con lui delle troppe multe ricevute. A bloccare l'ambulante, prima delle forze dell'ordine, sarebbe intervenuto Giovanni Zanchi, portavoce del candidato sindaco a Milano per il centrosinistra Giuliano Pisapia, che si trovava per caso nello stesso bar. Passato lo spavento e dopo le cure e le analisi all'ospedale, il vicesindaco di Milano ha spiegato di essere un po' «intontito». «Mi fa male il naso. I medici mi hanno dato 7 giorni di prognosi» ha aggiunto De Corato, minimizzando sull'aggressione: «Fa parte dei rischi del mestiere».


«GLI URLAVA "MAFIOSO"» - La vicenda è stata confermata dal comandante della polizia locale di Milano, Tullio Mastrangelo. De Corato, che è stato ricoverato per accertamenti nell'ospedale Fatebenefratelli, aveva inaugurato in Piazza Sant'Alessandro il mercatino di Natale. «Ero in un bar con una mia amica e bevevo un caffè - ha detto il portavoce di Pisapia - ad un certo punto è entrato il vicesindaco. Una persona che era proprio alle mie spalle lo ha chiamato per nome. Quando De Corato gli ha teso la mano per stringergliela, l'uomo gli ha urlato "mafioso di m... cinque anni fa sei venuto a promettere e a chiedere il voto ma non hai fatto niente". Poi ha preso dalla tasca una multa e ha urlato "questa la paghi tu mafioso di m..." e a quel punto gli ha mollato quattro schiaffoni al volto». Giovanni Zanchi ha quindi raccontato: «Sono intervenuto, ho bloccato l'aggressore prendendolo alle spalle ed è intervenuto anche un cameriere. Abbiamo immobilizzato l'aggressore che continuava a dare in escandescenze».


IL RICORDO DELL'AGGREDITO - Di quei pochi secondi, il vicesindaco ricorda solo la voce dell'aggressore: «Urlava come un pazzo, parlava di una multa. Poi mi ha gridato che sono un mafioso». De Corato ha annunciato che sicuramente presenterà una querela e quando ha appreso che il suo aggressore è stato bloccato dal portavoce di Giuliano Pisapia, ha assicurato che lunedì gli farà una telefonata per ringraziarlo. L'aggressore è un italiano di 61 anni di Parabiago. L'uomo, secondo quanto si è appreso, dopo essere stato identificato dai carabinieri ha accusato un malore ed è stato accompagnato al Policlinico.


PD - A De Corato ha espresso solidarietà il capogruppo del Pd al Consiglio comunale di Milano, Pierfrancesco Majorino. «L'atto di cui è stato vittima è sbagliato e inaccettabile qualunque sia il motivo che ha portato ad un simile gesto. Crediamo che sia utile capire meglio e di più le cause dell'accaduto per comprendere quale sia il contesto nel quale è maturato».


Redazione online
19 dicembre 2010



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Sanremo: gioca per tutta la notte gli stessi numeri al Casinò e sbanca la roulette

Quotidiano.net


Un signore francese sulla cinquantina ha puntato per otto ore su sei tavoli diversi. E ha portato a casa duecentomila euro


Sanremo, 18 dicembre 2010 - Ha giocato ininterrottamente per otto ore alla roulette francese, vincendo ben duecento mila euro. L’impresa è riuscita a un giocatore del Casinò di Sanremo che ieri ha giocato dalle sei alle due di notte giocando sempre gli stessi numeri: 2-33-5. Sono usciti più di una volta sui sei tavoli su cui ha puntato ininterrottamente.

Riguardo all’identità del giocatore, il casinò lascia sapere solo che è un signore francese sulla cinquantina, calmo, pacato e freddo.





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Poste inglesi, la regina potrebbe sparire dai francobolli

Quotidiano.net


Il governo Cameron sta cercando di vendere l’80 per cento della Royal Mail, e il compratore potrebbe decidere di non utilizzare più l'effigie reale, come accade dal 1840



Un francobollo inglese con l'effigie della Regina Elisabetta
Un francobollo inglese con l'effigie della Regina Elisabetta


Londra, 19 dicembre 2010 - La Regina potrebbe sparire dai francobolli del Regno Unito. A mettere seriamente a rischio l’effigie reale, che dal 1840 compare su lettere e cartoline del Regno Unito, è il progetto di privatizzazione delle poste, discusso la scorsa settimana in Parlamento e che potrebbe essere approvato molto presto, ancora prima del sessantesimo anniversario dell’ascesa al trono di Elisabetta II. La legge, infatti, non prevede alcuna clausola sull’utilizzo dell’immagine della regina e il compratore della Royal Mail potrebbe anche decidere di non riprodurla sui francobolli.


L’irritazione di Buckingham Palace, già contraria alla privatizzazione, è stata fatta trapelare alla stampa, tanto che il ministro delle Poste, Ed Davey, è dovuto correre ai ripari avviando quel che il Mail on Sunday ha definito «negoziati amichevoli e positivi» con la monarchia.


Il governo Cameron sta cercando di vendere l’80 per cento della Royal Mail a un operatore privato o sulla Borsa di Londra entro il 2012. La privatizzazione, che vede Deutsche Post in pole position per l’acquisto di un ente che vale 8 miliardi di sterline, sarà probabilmente rinviata almeno a dopo le celebrazioni dell’anniversario. La casa reale, infatti, nel caso in cui non si riuscisse a inserire la clausola, potrebbe trovarsi priva, proprio in un momento simbolicamente importante, di uno dei mezzi più tradizionali e al tempo stesso efficaci di veicolazione del proprio status.

 Il governo si è difeso affermando che il mancato inserimento del vincolo è stata una dimenticanza mentre i laburisti hanno attribuito l’omissione alla fretta «disperata» di vendere «il più presto possibile» le Poste ai compratori stranieri per fare cassa di fronte a un quadro disastroso dei conti pubblici.



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L'avventura del prof senegalese travestito da vu' cumprà a Napoli

Il Mattino



 

NAPOLI (19 dicembre) - «I napoletani sono gli africani d’Europa». Non è una boutade di Mario Borghezio e non è neanche un insulto. Anzi, un complimento. Parola di Tigo, nome di battaglia di Mbaye Wagnè, 43 anni (ma ne dimostra molti di meno), faccia da attore, professore di francese al liceo Charles De Gaulle di Saint-Louis, città di 170mila abitanti all’estremo nord del Senegal, in Italia per studiarci, vestendo gli abiti di un vu’cumprà, con tanto di collanine, anelli e bracciali.

Un esperimento che diventerà un libro, finanziato, racconta Tigo-Wagnè, dal ministero dell’Istruzione del suo paese, dove gli hanno concesso un’aspettativa retribuita con la quale mantiene la sua famiglia, moglie e tre figli. A vederlo per strada, tra via Toledo e il Lungomare, è un immigrato come gli altri. E questo vuole sembrare. Fa la vita dei suoi connazionali: abborda i passanti e cerca di piazzare la merce, non per venderla dopo estenuanti trattative (anche se, quando decidete di comprare, accetta di buon grado il denaro), ma per studiare le reazioni degli italiani.

Quando non è «al lavoro», resta chiuso a casa a scrivere. Abita a piazza Garibaldi, con tre coinquilini del Burkina Faso. Il suo italiano è fluente («Mi sono pagato un corso privato»), ma parla francese (naturalmente), inglese e quattro lingue africane: «Conosco persino un po’ di latino». La sua storia, nella giornata dell’emigrazione, ribalta molti luoghi comuni sull’Africa e suoi migranti, e ne conferma altri, per fortuna positivi, su Napoli e i suoi abitanti. «Sono arrivato alla fine di agosto e sono stato prima a Roma» racconta il professor Wagné, in arte Tigo. «Poi da tre mesi sono venuto qui. Con il mio libro descriverò soprattutto come vivono i miei connazionali in Italia. Non voglio fare sociologia astratta, ma documentare storie vere, colte in presa diretta».

I senegalesi sono una comunità molto coesa. Arrivano senza l’intenzione di accasarsi definitavamente: «Si pongono un obiettivo economico preciso. Vogliono guadagnare una somma che gli consenta di intraprendere un’attività nel proprio paese. Raccolto quel denaro, tornano in Africa». Tra di loro c’è una forte solidarietà: «Chi viene in Italia, va a vivere in appartamenti con altri connazionali. Non vedrete mai un senegalese dormire per strada. Per i primi tre mesi il nuovo arrivato è esentato dal pagamento delle quote comuni per affitto, gas, acqua, luce. È una forma di solidarietà». Il rapporto con gli italiani è sempre molto cordiale.

«Siamo gente allegra e soprattutto rispettiamo le leggi del paese che ci ospita». Niente merce contraffatta? «Per nulla. Vendiamo oggetti di artigianato». Le bancarelle di prodotti pezzottati (borse, cinte, occhiali e dvd) sono per lo più di ivoriani, maliani o asiatici. Ora che la crisi economica morde tutti anche per loro gli affari vanno a rotoli. Ma nonostante le leggi restrittive non c’è molta repressione verso i clandestini che non delinquono. Le è capitato di essere fermato? «Sì, ma quando la polizia vede che non ho prodotti falsi non insiste, poi quando mostro i miei documenti e spiego il mio esperimento mi salutano e mi augurano buon lavoro». Pochi problemi anche con il razzismo. «Gli africani, tranne i nigeriani, sono in genere ben voluti» racconta.

«I sospetti si appuntano quasi sempre su arabi e rumeni, che sono accomunati ai rom. Anche gli slavi non hanno molti problemi, sebbene la gente si lamenti dei maschi che sono spesso ubriachi. In giro c’è molta ignoranza che genera intolleranza e ostilità. Una volta un ”cliente” mi chiese da dove venivo. Quando risposi che ero del Senegal, si stupì e disse: ”Ah, pensavo che venivi dall’Africa”».

Gli manca poco per finire il suo libro. «Dai tre ai sei mesi» spiega. «Ma tra poco mi toccherà tornare a casa, perché mi scade il visto. Non sono riuscito ad avere un permesso di soggiorno e non vorrei diventare un clandestino». Ma da quanto che racconta non sarebbe una scelta molto rischiosa. «Quello che sto imparando dal vostro Paese e da Napoli, in particolare, è un senso molto ampio di umanità e di rispetto. Chi si comporta bene non è molestato o infastidito e si è anche disposti a chiudere un occhio sui documenti. È una forma molto speciale di tolleranza, molto italiana. Qui, a parte il freddo di questi giorni, ci sentiamo come a casa».

Forse perché i senegalesi sono i napoletani d’Africa? Tigo ride: «Sarà per questo, certo».

Pietro Treccagnoli





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Arrestato capitano dei carabinieri accusato di collusione con la 'ndrangheta

Il Mattino


Soldi, macchine di lusso, abiti firmati e viaggi in cambio di informazioni e perizie positive. Le accuse di due pentiti



ROMA (19 dicembre) - Un capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, in servizio alla Dia di Reggio Calabria dal 2003 allo scorso giugno, è stato arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione: sarebbe stato colluso con la cosca Lo Giudice della 'ndrangheta, fornendo notizie coperte da segreto investigativo. Tracuzzi, trasferito in estate seconda Brigata mobile di Livorno, è stato arrestato ella città toscana dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria. Il capitano è accusato da due pentiti.

Ingenti somme di denaro, una Porsche in regalo e una Ferrari in prestito: questo avrebbe ricevuto il capitano in cambio della sua collaborazione con la cosca. Secondo Nino Lo Giudice, capo pentito dell'omonima cosca, avrebbe anche ottenuto il pagamento di conti alberghieri e spese di viaggio, nonché abiti firmati in regalo. Il pagamento veniva effettuato con la carta di credito di Luciano Lo Giudice

L'ufficiale sarebbe intervenuto per bloccare accertamenti nei confronti di esponenti della cosca Lo Giudice. Spadaro Tracuzzi avrebbe fornito informazioni in anticipo su una perquisizione del gennaio 2008 in una villa in cui abitava Antonio Cortese, esponente della cosca, che era in realtà nella disponibilità di Luciano Lo Giudice, fratello di Nino. L'ufficiale avrebbe anche garantito informazioni alla cosca sulle operazioni di cattura dei latitanti del gruppo.

Nell'ottobre 2009 il capitano aveva redatto una perizia di parte in favore di una persona accusata di omicidio. Spadaro Tracuzzi fu nominato consulente in quanto esperto di armi ed esplosivo avendo lavorato a lungo, all'epoca in cui era ancora maresciallo e successivamente come ufficiale, al Ris di Messina.

Il comportamento di Spadaro Tracuzzi suscitò la reazione dei vertici della Dia e dell'Arma. Poco dopo, su sua richiesta, il capitano venne trasferito dalla Dia e tornò nei carabinieri, ottenendo però di restare, per motivi familiari a Reggio Calabria. L'ufficiale fu assegnato alla Scuola allievi carabinieri non ricoprendo da allora ruoli operativi. Qualche mese dopo arrivò il trasferimento alla Seconda Brigata mobile di Livorno. Tra i suoi colleghi prima della perizia favorevole all'omicida di Cosenza, il capitano non aveva mai destato sospetti. Nei suoi confronti anzi c'era una notevole considerazione, avendo una lunga esperienza maturata quando era maresciallo. Proprio sulla base di questa considerazione positiva venne accolta la sua richiesta di passare alla Dia. All'epoca in cui era sottufficiale, Spadaro Tracuzzi aveva lavorato anche nella sezione catturandi di Reggio Calabria .

I sospetti di una collusione con la cosca Lo Giudice ebbero inizio dopo l'arresto di Luciano Lo Giudice e trovarono conferma con le dichiarazioni di Nino Lo Giudice. Quest'ultimo, il boss pentito, si è autoaccusato di essere stato il mandante degli attentati e delle intimidazioni contro i magistrati della Procura generale e della Dda di Reggio Calabria. Lo Giudice ha anche riferito che esecutore degli attentati sarebbe stato uno degli esponenti di punta della sua cosca, Antonio Cortese. Gli attentati hanno avuto inizio nel gennaio scorso con la bomba fatta esplodere davanti al portone della Procura generale di Reggio Calabria. Un episodio interpretato come un messaggio intimidatorio contro il procuratore generale, Salvatore Di Landro. Nel giugno successivo persone non identificate si sono introdotte nel parcheggio del Centro direzionale di Reggio Calabria, dove ha sede la Dda, ed hanno allentato i bulloni, al fine di provocare un incidente, dell'auto di servizio di Di Landro. Un'intimidazione è stata compiuta anche contro il Procuratore della Repubblica di Palmi, Giuseppe Creazzo, sull'automobile del quale, anche questa lasciata nel parcheggio del centro direzionale, è stata lasciata una cartuccia per fucile calibro 12 caricata a pallettoni. In agosto un'altra bomba è stata fatta esplodere davanti il portone dell'abitazione del procuratore generale Di Landro, provocando gravi danni. Nel settembre scorso, infine, è stato lasciato un bazooka nei pressi della sede della Dda. Poco prima uno sconosciuto aveva telefonato al 113 avvertendo della presenza del bazooka e riferendo che si trattava di un messaggio nei confronti del Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone.

Prima di Nino Lo Giudice a Spadaro Tracuzzi aveva fatto riferimento anche il pentito Consolato Villani. Le accuse di Villani sono state poi ribadite da Nino Lo Giudice e trovato riscontro nelle indagini svolte dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria. Villani è stato anch'egli un affiliato alla cosca Lo Giudice. È stato lui, tra l'altro, a consentire il fermo il 7 ottobre scorso di Nino Lo Giudice, che ha deciso pochi giorni dopo di avviare la sua collaborazione la giustizia. Villani aveva parlato a lungo di Spadaro Tracuzzi determinando l'avvio delle indagini a carico dell'ufficiale. I pentiti nelle loro dichiarazioni, indicano Spadaro Tracuzzi come « il maresciallo», facendo riferimento al ruolo svolto dal militare come sottufficiale.





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Il cassiere del clan tira in ballo la Iervolino

di Redazione



La strana inchiesta di Napoli. Nella registrazione di un colloquio il cassiere dei clan parla di contatti col sindaco. Il documento è agli atti del processo Conte. Ma sul Pd non si è indagato. Accuse: nelle telefonate si citano finanziamenti poi effettivamente erogati dal Comune



 


Gian Marco Chiocci
e Massimo Malpica


Il tam tam dell’inchiesta napoletana sulla fantomatica P4 inserita nei gangli vitali dello Stato rilancia una questione politica sollevata da uno dei protagonisti di questa indagine, il deputato Pdl Alfonso Papa: possibile che in vent’anni di amministrazione della cosa pubblica sotto al Vesuvio le inchieste hanno puntato quasi sempre su chi stava all’opposizione, cioè a destra? «Come mai - ha detto Papa ieri al Giornale - non si è fatto nulla rispetto ad attività investigative e a brogliacci di intercettazioni che hanno come protagonisti esponenti di primo piano di ambienti camorristici e alti rappresentanti del centrosinistra»?

A cosa si riferisse il parlamentare non è dato sapere. Però quella frase è riecheggiata nella mente di chi si appresta a scatenare l’inferno su gravissime irregolarità a suo dire commesse all’interno del processo al clan Misso del rione Sanità, conclusosi con una condanna in primo grado per associazione mafiosa a Roberto Conte, ex consigliere regionale di centrosinistra, poi candidatosi - con i mal di pancia del ministro Carfagna - alle ultime regionali con una lista d’appoggio al centrodestra.

Il consigliere Conte è uno dei tanti che è saltato sulla sedia leggendo le dichiarazioni di Papa. Si è sentito tirato in ballo, personalmente, lui che ha scoperto come nel «suo» processo sono scomparse ben 2.200 intercettazioni telefoniche e migliaia di chiacchierate registrate in ambientale (nell’auto e in ufficio). La procura non le ha mai allegate agli atti del processo di primo grado, dove Conte s’è beccato due anni e quattro mesi. Intercettazioni che però, rocambolescamente, il consigliere è riuscito a rintracciare e a produrre in secondo grado con evidente imbarazzo dei giudici della corte d’Assise d’Appello che si sono visti costretti a tirarlo fuori dal processo stralciando la sua posizione a poche ore dalla sentenza. Le migliaia di trascrizioni scomparse, inutile sottolinearlo, erano favorevoli alla difesa.

Chiamato in causa dal pentito Giuseppe Misso, boss della Sanità, già ritenuto «inattendibile» dalla quinta sezione penale della corte di assise di Napoli, Conte è finito indagato a febbraio 2008 e fatto fuori dalla politica. Nel tentativo disperato di rintracciare le intercettazioni sparite, fra le migliaia di carte del processo, Conte si è ritrovato fra le mani un passaggio dell’intercettazione del «cassiere» del clan Misso, tale Gennaro Palmieri, laddove faceva riferimento al sindaco Rosa Russo Iervolino collegata a lui da rapporti politici e non solo.

Nella sbobinatura dei carabinieri della telefonata tra Palmieri e una donna, a un certo punto si legge: «Che se lui (Palmieri, ndr) vuole per quel permesso può andare dal sindaco e afferma che al massimo può fare dieci minuti di anticamera. Continua dicendo che lui deve essere per forza ricevuto dal sindaco in quanto lei è stata ricevuta nel corso della campagna elettorale. Precisa poi di averle dato una mano in campagna elettorale e che poi il sindaco si è interessata per fargli avere il finanziamento. Sostiene alla fine che il sindaco ha fatto molto per il Borgo Orefici», borgo dove esercitava il suo potere il clan Misso.

Domanda: sono state fatte indagini su questo punto? Nelle carte del processo non compaiono, eppure nel faldone alcuni riscontri sembrano spuntare qua e là: il primo è su carta intestata alla «Direzione centrale VIII - Sviluppo commerciale, artigianale e turistico» del Comune di Napoli. Alla «Determina numero 1 del 5 aprile 2007» si concede un finanziamento proprio a Gennaro Palmieri, quello dell’intercettazione. Cinquantacinquemila euro diretti a lui, per non dire degli altri 7 milioni e mezzo di euro destinati a più imprenditori del «Borgo Orefici» di cui Palmieri era vicepresidente.

È di questo finanziamento che si parlava nella telefonata? Sono stati chiesti chiarimenti alla Iervolino posto che il suo verbale, nel fascicolo, non c’è? Sempre in questo processo, la posizione di Gianni Alinori, ex presidente dell’Ascom, ex consigliere circoscrizionale dei Ds vicino all’area bassoliniana, indagato insieme a Conte e ad altri 31, è stata risolta con un proscioglimento in corso d’opera. Buon per lui. Michelangelo Mazza, nipote del boss Giuseppe Misso (ma a differenza del parente ritenuto attendibile) raccontò che Alinoro era in società con lo zio Misso in numerose attività di ristorazione tra cui ’O core e Napule alla cui inaugurazione partecipò il sindaco Iervolino e numerosi esponenti della sua giunta.

Secondo i pentiti, dalla cella il boss Misso volle «partecipare» all’inaugurazione - come riporta un articolo de l’Espresso - inviando una bottiglia di Dom Perignon. Dagli atti del processo si evince che il ristorante ’O core e Napule ricevette dalla Iervolino un contributo di 82mila euro mentre ad Alinori arrivarono altri 200mila euro di contributi per un negozio di abbigliamento che secondo gli inquirenti vedeva come socio occulto Misso, e a detta dei pentiti era «sede di riunioni con boss importanti come quelli del clan Moccia». Ovviamente nessuno dubita della correttezza e onestà della Iervolino e di Alinori. Ma nello stesso processo, con gli stessi boss intercettati, con le parole dei pentiti che valgono per uno e non per l’altro, come mai solo il politico di centrodestra è finito alla sbarra?




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Terrorista algerino espulso dall'Italia: progettò nave-bomba. Condannato a Napoli

Il Mattino





ROMA (19 dicembre) - Il terrorista algerino Serai Khaled è stato espulso dall'Italia e riaccompagnato in Algeria (dalla Direzione centrale dell'Immigrazione e della polizia delle frontiere) «per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato», con un volo decollato ieri sera dall'aeroporto di Roma Fiumicino e diretto ad Algeri. Lo rende noto il Viminale.

Lo straniero era stato condannato il 10 gennaio 2008 dalla Corte di Assise di Napoli a 6 anni di reclusione, per associazione con finalità di terrorismo internazionale e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, sentenza poi confermata il 27 ottobre 2009 dalla Corte d'assise d'appello di Napoli.

Secondo il ministero dell'Interno, «l'algerino espulso, particolarmente abile nel fabbricare ordigni esplosivi, aveva costituito insieme ad altri estremisti islamici una cellula terroristica attiva a Salerno, Napoli, Brescia e Vicenza, con il compito di realizzare una rete di sostegno logistico agli aderenti al Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, funzionalmente collegato ad Al Qaeda».

In particolare, sottolinea il Viminale, «i componenti della cellula avevano l'intenzione di commettere azioni violente in Italia, in danno di obiettivi riconducibili a Stati occidentali, anche mediante l'utilizzo di una nave di notevoli dimensioni che, esplodendo, avrebbe potuto causare la morte di migliaia di persone. Tali propositi criminali non sono stati perseguiti a causa dell'attività svolta dall'intelligence italiana, che ha neutralizzato i terroristi».

L'immediata espulsione dello straniero, avvenuta subito dopo la sua scarcerazione, «è l'effetto diretto - affermano al ministero dell'Interno - dei consolidati rapporti di cooperazione tra la Direzione Centrale dell'Immigrazione e della Polizia delle Frontiere e le Autorità Diplomatiche algerine in Italia».




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Se la neve è rossa il disastro non ha padri

di Alessandro Sallusti


Mezza Italia è rimasta paralizzata sotto pochi centimetri di neve. È incredibile come in questo Paese la maggior parte della gente creda a Babbo Natale, ai miracoli, alle cartomanti e alla leggenda Maya che fissa la fine nel mondo nel 2015 ma nessuno creda alle previsioni del tempo


Mezza Italia è rimasta paralizzata sotto pochi centimetri di neve. È incredibile come in questo Paese la maggior parte della gente creda a Babbo Natale, ai miracoli, alle cartomanti e alla leggenda Maya che fissa la fine nel mondo nel 2015 ma nessuno creda alle previsioni del tempo. Che sarebbe nevicato era noto da giorni, ma i più non si sono attrezzati neppure un minimo, contribuendo alla paralisi della viabilità che ovviamente ha responsabili ben precisi.

Con una variante rispetto al solito. Quando, dopo settimane di pioggia, cade un muro di Pompei la colpa è dei politici (il ministro Bondi); se invece la neve blocca strade e autostrade della rossa Toscana, i cattivi sono solo i tecnici. A nessuno viene in mente di mettere sotto processo il sindaco di Firenze, Renzi, o il governatore della Regione, Rossi. Ovvio, sono del Pd e per questo bravi ed efficienti.

Gli automobilisti rimasti in coda per ora devono ringraziare anche quei magistrati e quei giornalisti che hanno distrutto la Protezione civile modello Bertolaso, spacciando alcuni fatti di presunto malaffare per un sistema criminale, e come tale da smantellare. Purtroppo ci sono riusciti e oggi noi cittadini ne paghiamo le conseguenze. Come diceva Benedetto Croce, i politici e gli amministratori non andrebbero giudicati dalla loro moralità privata, ma in base alla loro efficienza pubblica.

È degno di governare chi sa risolvere i problemi del Paese. Quando siamo malati al chirurgo chiediamo di salvarci la vita, il fatto che paghi le tasse fino all'ultima lira o che sia marito fedele poco ci importa. È il moralismo più bigotto, per giunta applicato a senso unico, che sta rovinando il Paese. Non so se Vendola, nuovo astro della sinistra, abbia amanti o scheletri nell'armadio, certo è che la sua Puglia è tra le regioni peggio amministrate, con buchi nel bilancio da brivido. Dicono che non abbia ombre anche Rosa Russo Iervolino, ma da quando lei è sindaco Napoli è precipitata ancora di più nell'abisso dell'abbandono oltre che dell'immondizia. Ora tocca alla Toscana.

Il giovane sindaco Renzi passa ore in televisione a spiegare come sia giunto il momento di rottamare Bersani e D'Alema. Il successo mediatico lo ha distratto, è scivolato sul ghiaccio. Per molto meno, due anni fa Letizia Moratti fu messa in croce da giornali e sinistra. Lui se la caverà con qualche rimbrotto, non finirà certo nel tritacarne di Annozero o dell'Infedele. Se piove, insomma, il governo è ladro ma solo se è di centrodestra. E mai come questa volta la neve non ha colore.




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E' morto Tommaso Padoa-Schioppa

Corriere della sera


Un malore improvviso a Roma. Aveva 70 anni


L'EX MINISTRO DELL'ECONOMIA


Tommaso Padoa-Schioppa
Tommaso Padoa-Schioppa

MILANO - E' morto improvvisamente a Roma Tommaso Pado-a-Schioppa. L'ex ministro dell'Economia, 70 anni, è stato colpito da un arresto cardiaco mentre stava partecipando ad una cena organizzata a Palazzo Sacchetti, in via Giulia, dove aveva riunito un centinaio di amici. Verso le 21, durante la cena, mentre salutava gli ospiti, un malore. Poche parole: «Scusate, non mi sento bene». Si è accasciato. Subito assistito da due medici e poi la corsa, inutile, all’ospedale Santo Spirito in Sassi. Padoa-Schioppa, nato a Belluno 70 anni fa, ministro dell' Economia nel 2006 del secondo Governo Prodi, economista, studioso di fama internazionale, ex banchiere centrale, era editorialista del Corriere della Sera.

FIGLIO D'ARTE - Tommaso Padoa-Schioppa era figlio di Fabio Padoa-Schioppa, amministratore delegato delle Assicurazioni Generali di Trieste. Dopo la laurea in Economia all'Università Bocconi di Milano e un master in Economia al Massachusetts Institute of Technology di Boston, nel 1968 entra alla Banca d'Italia dove diventa prima responsabile della divisione mercati monetari del Dipartimento di ricerca e poi, dal 1984 al 1997, vice direttore generale dell'Istituto di emissione. Dopo un'esperienza come presidente della Consob (1997-1998), passa alla Banca centrale europea.

PADRE DELL'EURO - Dal 1998 al 2006 ha fatto parte del Comitato esecutivo della Banca centrale europea. In questo ruolo è ha giocato una parte importante nella nascita dell'euro, la moneta unica continentale di cui egli stesso aveva propugnato la creazione nel 1982, una raccomandazione fatta propria dal Rapporto Delors del 1989. Per questo era stato anche definito «l'impeto intellettuale» dietro l'adozione della nuova moneta (Fonte Wikipedia)

MINISTRO - Ma gli italiani lo ricordano, probabilmente, soprattutto per l'incarico di ministro dell'Economia che Padoa-Schioppa ricoprì tra il maggio del 2006 e il 2008, nel secondo governo Prodi. In questa veste fu responsabile del varo della Finanziaria 2007 da 33,8 miliardi. Famoso il termine «tesoretto» da lui coniato per identificare l'extra-gettito nelle casse pubbliche dovuto alle entrate fiscali non previste e al successo della lotta all'evasione. Ancor più famosa, e fonte di infinite polemiche, la qualifica di «bamboccioni» che il ministro affibbiò ai ragazzi che restavano con i genitori: in un'audizione nel 2007 disse: «Incentiviamoli a lasciare la casa dei genitori, non si sposano e non diventano autonomi».

Redazione online
19 dicembre 2010



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Perdoniamo il bandito Billy the Kid, collaborò con la legge"

La Stampa



Il New Mexico vuole riabilitarlo: «Fu ucciso a tradimento»

Billy the Kid potrebbe essere perdonato entro la notte di Capodanno. Il leggendario bandito del Far West venne probabilmente ucciso il 14 aprile del 1881 dallo sceriffo Pat Garrett nelle vicinanze di Fort Sumner, in New Mexico, ma quella che fu salutata come la liberazione collettiva da un pericolo pubblico potrebbe essere stato un atto di ingiustizia sul quale sta per pronunciarsi l’attuale governatore, il democratico Bill Richardson.

Il ballo c’è la riscrittura di uno dei capitoli più discussi della storia del selvaggio West, sostenuta da uno degli avvocati più agguerriti e popolari del New Mexico, Randi McGinn. In una lettera di sei pagine consegnata a mano all’ufficio legale del governatore, McGinn ricostruisce la parabola del bandito Henry McCarty, poi noto come William Bonney e infine divenuto Billy the Kid, affermando non avrebbe dovuto essere ucciso in quanto si era guadagnato sin da allora il «perdono per gli atti compiuti» siglando e mantenendo un patto con il governatore Lew Wallace, che invece venne meno a quanto concordato.

La vicenda riporta l’America a discutere ciò che avvenne durante le «guerre nella contea di Lincoln», ovvero lo spietato conflitto fra allevatori di bestiame che si svolse in New Mexico nelle seconda metà del XIX secolo. Billy the Kid ne fu protagonista perché, assoldato da uno dei contendenti contro l’altro, fu spinto a commettere numerosi delitti - fra gli storici c’è chi arriva ad attribuirgli 21 omicidi - incluso l’assassinio dello sceriffo William Brady, sospettato di essere al soldo della fazione avversaria.

La tesi di McGinn è che il governatore Wallace promise la grazia al bandito se avesse deciso di testimoniare contro tre banditi sotto processo per delitti ancor più gravi e Billy the Kid raccolse l’offerta, collaborando con la giustizia del New Mexico contribuendo a far condannare gli imputati. Ma a cose fatte Wallace non mantenne l’impegno preso di far cadere «tutte le imputazioni» a carico di Billy the Kid, che rimase così «wanted» in New Mexico fino allo scontro a fuoco avvenuto in prossimità di Fort Sumner.

Da qui la richiesta a Richardson di «rimediare alla promessa non mantenuta» riabilitando la memoria di un fuorilegge circondato dal mito non solo per le imprese criminali e l’eleganza nel vestire, ma anche per il giallo sulla morte che, secondo testimonianze locali, in realtà non sarebbe mai avvenuta perché l’ennesima rocambolesca fuga gli avrebbe consentito di continuare a vivere ancora per molti anni sotto la nuova identità di Brushy Bill Roberts, riuscendo a morire di morte naturale.

Già nel 1950 la necessità di un perdono postumo venne sollevata, ma lo Stato del New Mexico non la prese in considerazione. Mentre Bill Richardson ha firmato un comunicato nel quale s’impegna a pronunciarsi «dopo Natale ma prima della fine di quest’anno». Richardson, che in questi giorni di trova in Corea del Nord per una missione diplomatica informale su mandato della Casa Bianca, ha voluto precisare il criterio che ispirerà la scelta finale: «Deciderò sulla base della preoccupazione che uno dei miei predecessori abbia impegnato lo Stato del New Mexico a commettere uno specifico atto senza poi mantenerlo. Ciò è importante non solo perché le parole date si mantengono ma anche per la memoria del Vecchio West nel quale il New Mexico ha un ruolo unico». Richardson, richiamandosi a una delle eredità del West, ha chiesto ai cittadini di far sapere come la pensano anche se questa volta lo faranno non con petizioni su carta ma per email. I fan di Billy the Kid possono sperare.






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Intervista a Enrico Mentana: "La verità su Berlusconi, Dell'Utri e Montanelli"

di Stefano Lorenzetto



"Sul Cavaliere politico non ci azzecca mai nessuno: il primo a sbagliarsi fu proprio Indro. Il senatore non è un mafioso, l’ho detto a Ingroia. Al Tg5 ho lavorato in piena libertà per 12 anni. In diretta da 111 giorni? Non mi stresso". Poi: "Dal 1994 sono andato a votare una sola volta. Per il centrosinistra. Mi sono subito pentito. Se fossi il Cavaliere mi godrei ancor di più la vita e le bellezze del mondo. Stare tutto il giorno con Cicchitto e Gasparri significa farsi del male da solo"



La sera del 3 dicembre En­rico Mentana era al teatro Nuovo di Verona a ritirare il premio 12 Apostoli. Fol­to pubblico. Sindaco Fla­vio Tosi in prima fila. Sul palco, col direttore del Tg La7 , anche l’altro premia­to, Milo Manara, e alcuni dei 12 giurati, fra cui Etto­re Mo, Luca Goldoni, Mar­zio Breda e Alfredo Meoc­ci, l’ex direttore generale della Rai che trent’anni or­sono fu suo compagno di banco al Tg1 . Posso rac­contare la scenetta per­ché ero accanto a loro. Al­l’improvviso Mentana ha sbirciato l’orologio.
«Scu­sate, ma adesso sono le 7 e devo correre a fare il tele­giornale », ha interrotto il dibattito. Da oltre tre me­si, le 7 e La7 per lui si equi­valgono. A quell’ora, ca­scasse il mondo, deve pre­pararsi ad andare in onda, ovunque si trovi. Così s’è infilato il cappotto ed è cor­so all’hotel Ramada, dove aveva fatto allestire (in ca­mera? nello scantinato?) un ministudio televi­sivo. E da lì ha condotto la 95ª edizio­ne consecu­tiva del tele­giornale del­le 20. Dopo­diché, fre­sco come un branzino di paranza, alle 21 è ri­comparso al ristorante 12 Apostoli per la cena in suo onore. Oggi, domenica, dovrebbe esse­re l’edizione numero 111.
«Sarà: non voglio rovinarle il pezzo». Solo il 112, il 113 e il 118, nel senso di carabinieri, polizia ed emergenza sanitaria, potrebbero fermarlo. A muoverlo è sempre la Passionac­cia . Quella per il giornalismo che ha dato il titolo al libro ristampato poche settimane fa da Rizzoli per i Saggi della Bur. Quella che da stu­dente gli faceva vendere A , rivista anarchica, davanti all’istituto per geometri Carlo Cattaneo di Mila­no, la sua città natale. Quella che nel 1973, a soli 18 anni, lo fece di­ventare correttore di bozze alla Gazzetta dello Sport , dove suo pa­dre Franco era inviato per il calcio. Quella che nel 1980 lo portò al Tg1 e nel 1989 al Tg2 come vicediretto­re. Quella che gli ha cucito addos­so la divisa da pioniere: direttore del primo Tg5 (13 gennaio 1992), conduttore del primo Matrix ( 6 set­tembre 2005), direttore del primo Tg La7 (30 agosto 2010).

Ma come fa a stare in video ogni sera da più di 100 giorni?
«Non soffro di stress. Arrivo in stu­dio un minuto prima, mi allaccio il colletto della camicia button­down e comincio. È questione di carattere. Sono ansioso solo per le persone che amo. Di me stesso mi sento sicuro. Mi conosco da tem­po ».

Perché uno studio così spoglio? Quello di Vremja , il telegiornale brezneviano, al confronto sem­brava progettato a Las Vegas.
«Quando gli spettacoli hanno trop­po arredo, significa che non c'è so­stanza ».

E perché si fa rischiarare il viso dai neon nascosti sotto il vetro della scrivania? Circonfuso di luce bianca come il Direttore dei direttori nei film di Fantoz­zi.
«Scelte degli scenografi. Io guardo la telecamera. Siccome non uso né fogli scritti né gobbo elettronico, devo pensare a quello che dico».

Conduce a braccio?
«Certo, che c'è di strano? Ho ben presente quali sono le notizie. È co­me imparare i numeri di telefono: se li scrivi, non li ricordi a memo­ria ».

So che il verde nel fondale dello studio l'ha voluto lei.
«Mi piace. È un colore snobbato».

Non in Parlamento.

«Ho notizie certe che il verde esi­stesse già prima della Lega».

Preferisce Chicco o Mitragliet­ta?

«Chicco. Mi chiamava così la mia mamma».

Angelo Guido Lombardi, figlio del leggendario «amico degli animali», mi ha confidato che sua suocera la chiama Andalù, come l'ascaro del programma trasmesso dalla Rai in bianco e nero.L'ha saputo da Giorgio Fo­rattini.
«Frequento mia suocera più di Fo­rattini. Mai sentito un sopranno­me del genere».

Com'è che un recordman degli ascolti finisce ad accontentarsi di un 6-9% contro il 20-25% dei concorrenti Tg1 e Tg5 ?
«È tanto. Siamo partiti dal 2%, con 90 giornalisti. Che non sono pochi, ma finora hanno lavorato con con­­tratti di solidarietà: quattro giorni a settimana e niente straordinari. Neppure l'osservatore più benevo­lo ci pronosticava oltre il 5%».

Da parecchie edizioni non pro­nuncia la parola «Avetrana». Merita un premio.
«Siamo onesti:i servizi sull'uccisio­ne di Sarah Scazzi, basati sul nulla, si fanno solo per lucrare ascolti fra telespettatori in crisi d'astinenza».

Premio Saulo, consegna a Da­masco: il suo Matrix s'è ingras­sato con le puntate sulla strage di Erba. La Procura di Roma l'ha persino indagata per le nuo­ve rivelazioni sul delitto di via Poma.
«Amo la cronaca, la più democrati­ca delle discipline. Ma l'accani­mento è orripilan­te. Ho avuto discus­sioni con colleghi stimabili come Bru­no Vespa: a che ser­vivano tutte quelle puntate su Co­gne? ».

Pensa davvero che la televisione di Telecom decol­lerà? Non sono tempi per terzi po­li, questi. Né in po­litica né nell'ete­re.
«Non mi pare il peri­odo più fausto per certi paragoni. Ma quando un telegiornale nato da nulla è visto mediamente tutti i giorni da più di 2 milioni di perso­ne, direi che è un mezzo miracolo. Nell'anno solare 2010 i primi 50 ascolti di La7 sono 50 edizioni del Tg La7 ».

«Fatti fama, poi siedi all'ombra della palma e riposa», come mi consigliò anni fa Albino Lon­ghi, che fu suo direttore al
Tg1 .
«Io ritengo che il nostro lavoro sia già parecchio riposante. Se penso a chi fatica in fonderia o nei campi, per di più senza alcuna gratificazio­ne... Mi sento come un cuoco che non ha nemmeno il dovere d'in­ventarsi gli ingredienti: mi arriva­no sul tavolo tutti i giorni».

Fosse Gianfranco Fini, che fa­rebbe?
«Non lo so. Non sono mai stato Gianfranco Fini».

La fortuna le arride.
«Nel nostro mestiere bisogna met­t­ersi dal punto di vista del cacciato­re ma anche della lepre. Fossi Fini, me la giocherei fino in fondo. Quando il dado è tratto, non si può tornare indietro».

E se fosse Pier Ferdinando Ca­sini?

«Sarei in brodo di giuggiole. Berlu­sconi e Fini hanno lavorato soltan­to per Casini negli ultimi sei mesi».

E se fosse Silvio Berlusconi?
«Le direi: Lorenzetto, mi rispetti, sono sempre il fratello del suo edi­tore ».

Nient'altro?
«Mi godrei di più, anzi mi godrei ancora di più, la vita. Chi ha la pos­sibilità di guardare le bellezze del mondo, non solo quelle che inte­ressano maggiormente al Cavalie­re, e invece passa le giornate con Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gaspar­ri, si fa del male da solo».

Profezia su Berlu­sconi espressa da Indro Monta­nelli nel 1993: «Si è convinto che la politica ha bisogno di lui e che lui ha biso­gno della politi­ca, non c'è forza umana o richia­mo alla ragione­volezza che val­gano a trattener­lo: si butterà nel­la fornace e vi si brucerà». Non molto azzeccata.
«Nessuno di noi ci ha mai azzecca­to su Berlusconi. Se Montanelli fos­se vivo direbbe: "Non so se avevo sottovalutato Berlusconi o soprav­valutato i suoi avversari". Il proble­ma di questo Paese è la clamorosa mancanza di alternativa a un uo­mo che, piaccia o no, dal punto di vista politico ha compiuto un'im­presa straordinaria, compattando un centrodestra che persino in que­sto momento è comunque più coe­so del centrosinistra. Come disse Indro a Ferruccio de Bortoli nel 1994, di ritorno dal pranzo in cui annunciò a Berlusconi che lascia­va Il Giornale , il Cavaliere s'è mes­so in politica per disperazione, ma è anche vero che si crede un incro­cio tra Churchill e De Gaulle. Giudi­zio perfetto. Il premier è così bravo nella retorica di sé che un giorno leggeremo sui libri di storia questa frase: "Churchill si credeva una via di mezzo fra De Gaulle e Berlusco­ni" ».

Quando scese in politica, lei ri­mase direttore del Tg5 . Non mi vorrà far credere che aveva più coglioni di Montanelli, per dirla con Oriana Fallaci, tanto da po­ter resistere alla forza d'urto del suo editore.
«Toccare un telegiornale di massa avrebbe comportato ricadute eco­nomiche pesanti. E poi avevo dalla mia un signore che si chiama Fede­le Confalonieri, il quale sa che co­s'è l'equilibrio».

Tornerebbe a Mediaset? So che Berlusconi e Confalonieri glie­l'hanno offerto.
«Ho trovato un'altra strada. Loro non hanno bisogno di me, io non ho bisogno di loro.
Ho fatto il Tg5 per 12 anni e nessuno mi ha mai ordinato o anche solo consi­gliato che cosa do­vessi o non dovessi mandare in onda. So che farò infuria­re gli avversari di Berlusconi, ma que­sta è la pura verità».

Si sentiva circon­dato da astio per il fatto di lavora­re in un'emitten­te di proprietà del Cavaliere?
«Nella logica del ri­flesso condizionato potresti essere Walter Cronkite (l'anchorman morto nel 2009 che per vent'anni condusse il telegiornale della Cbs, ndr) ma, se lavori a Mediaset, vieni percepito in un altro modo. Come se un hitleriano lavorasse a Raitre: passerebbe sempre per comuni­sta ».

Lei crede che Mediaset sia stata creata con i soldi di Cosa nostra e che Marcello Dell'Utri sia un mafioso?
«Se lo avessi creduto, non ci sarei andato a lavorare. Anzi, come testi­moniai al processo davanti al pub­blico ministero Antonio Ingroia, fu proprio Dell'Utri ad autorizzarmi a produrre nel 1993, poco prima che fondasse Forza Italia con Berlu­sconi, Cinque delitti imperfetti, un ciclo di storie di mafia che ripercor­reva le vite di Peppino Impastato, Boris Giuliano, Giuseppe Insala­co,
[Emblema]
Mauro Rostagno e Giovanni Falcone».

In
Passionaccia lei chiama il Pm «l'amico Ingroia».
«La vuol sapere una cosa? Conser­vo una foto, scattata a Madrid nel maggio scorso, in cui si vedono In­groia e il sottoscritto con Maurizio Belpietro».

Non posso crederci.
«E Ingroia ha una copia di Libero
sotto il braccio. Tutti e tre tifosi del­­l'Inter ».

Un'aggravante specifica.

«Eravamo lì per la finale di Cham­pions League».

Di che male soffre il giornali­smo?

«Del fatto che si rivolge solo a letto­ri e telespettatori che non vogliono essere informati bensì confermati nei loro pregiudizi».

Ma lei, Mentana, da che parte sta?
«Mi spiace, deludo tutti. Non sto da nes­suna parte. Ho smesso di votare nel 1994».

Perché aveva vin­to Berlusconi?
«Se il problema fos­se stato Berlusconi, tutto avrei fatto tran­ne che smettere di votare, le pare? No, è che nell'era del maggioritario la po­litica è diventata una cosa strana, di­versa. Con qualcu­no che ha sempre ragione e qualcu­no che ha sempre torto. Sono tor­nato alle urne solo nel 2006 e ho po­sto una croce sul simbolo della Ro­sa del pugno. Dopo pochi mesi, ve­dendo all'opera il centrosinistra, m'ero già pentito».

Al
Tg1 ha avuto come direttori Emilio Rossi, Franco Colombo, Emilio Fede, Albino Longhi, Nuccio Fava. Il migliore?
«Emilio Rossi. E non perché mi as­sunse in quota al Psi su suggeri­mento di un mio amico socialista, Pasquale Guadagnolo, che lascia­va il Tg1 ».

Allora perché?

«Perché nessun telespettatore lo vi­de mai in faccia se non nelle foto dell'attentato, quando le Brigate rosse lo gambizzarono. I terroristi lo aspettavano alla fermata del bus. Ha mai sentito di un direttore che va al lavoro con i mezzi pubbli­ci?
Rossi non era una primadonna. Apparteneva a una schiera di catto­lici che esercitavano il potere per spirito di servizio. Un civil servant
dell'informazione, ecco».

Del
Tg1 di Augusto Minzolini che cosa pensa?
«Sono un avversario del Tg1 di Min­zolini, non sarebbe elegante».

Suvvia, Minzolini ha le spalle larghe.

«Ha fatto una scelta che da un lato è chiarificatrice e dall'altrolo espo­ne. Il Tg1 è sempre stato filogover­nativo. Lui lo ha dichiarato e teoriz­zato nei suoi editoriali».

Arriva una notizia sgradevole che riguarda il suo amico Diego Della Valle. Che fa? La dà nuda e cruda oppure gli telefona?
«La do nuda e cruda e gli telefono per sentire la sua reazione. Come feci con Giovanni Consorte, Stefa­no Ricucci, Gianpiero Fiorani, Lu­ciano Moggi, Fabrizio Corona. Co­me farei con chiunque. Il punto di vista di chi diventa protagonista suo malgrado è sempre interessan­te ».

Roberto D'Agostino mi ha con­fessato che una notizia sgrade­vole sui suoi amici Barbara Pa­lombelli e Renzo Arbore non la darebbe mai.
«Il bello eventuale di Dagospia è che lo dice e lo sa, non pretende d'essere il New York Times . Maun telegiornale è un'altra cosa.So qua­li sono i miei compiti».

Che rapporto ha con la religio­ne di sua madre?
«Lo stesso che ho con quella di mio padre. Mi sento a un tempo ebreo e cattolico».

Battezzato dal futuro Paolo VI.
«Non fui testimone diretto, però sì, ero presente. Sono legato cultural­mente a entrambe le religioni. Le considero il fondamento di gran parte delle cose che diciamo e che pensiamo. Le nostre radici sono davvero giudaico-cristiane, non è una frase fatta».

Hanno mai usato questo argo­mento contro di lei?
«No. Dico di più: ho dedicato un ca­p­itolo di Passionaccia al caso di Lu­is Marsiglia, il professore di origini ebraiche che s'inventò d'essere sta­to aggredito a Verona da un com­mando neonazista, proprio per smontare questo riflesso condizio­nato di tipo religioso per cui se uno dà a un altro del cattolico di merda si offende al massimo il diretto inte­ressato mentre se gli dà dell'ebreo di merda scatta tutta la trafila: la Shoah, Auschwitz, il razzismo... Non avverto antisemitismo in Ita­lia e, se sussiste, è ampiamente al di sotto del livello di guardia. Dai miei genitori ho imparato ad ama­re tanto gli israeliti quanto i cristia­ni. Ho capito che Dio non può esse­re così sadico da farci nascere ebrei in un luogo e cattolici in un altro luogo, da darci una religione giusta e una sbagliata. O Dio esiste o non esiste. E per me esiste».

Il suo matrimonio con Michela Rocco di Torrepadula, miss Ita­lia 1987, resiste da oltre otto an­ni. Un record nel mondo delle miss. E anche dei giornalisti, vi­sto che lei aveva già avuto due compagne.
«I matrimoni non sono maratone. Talvolta gli amori purtroppo fini­scono ».

Ho letto che sua moglie condur­rà pr­esto un programma di cuci­na su La7.



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La verità su Berlusconi Dell’utri e Montanelli»

di Redazione



Mezza Italia è rimasta paralizzata sotto pochi centimetri di neve. È incredibile come in questo Paese la maggior parte della gente creda a Babbo Natale, ai miracoli, alle cartomanti e alla leggenda Maya che fissa la fine nel mondo nel 2015 ma nessuno creda alle previsioni del tempo. Che sarebbe nevicato era noto da giorni, ma i più non si sono attrezzati neppure un minimo, contribuendo alla paralisi della viabilità che ovviamente ha responsabili ben precisi. Con una variante rispetto al solito.

Quando, dopo settimane di pioggia, cade un muro di Pompei la colpa è dei politici (il ministro Bondi); se invece la neve blocca strade e autostrade della rossa Toscana, i cattivi sono solo i tecnici. A nessuno viene in mente di mettere sotto processo il sindaco di Firenze, Renzi, o il governatore della Regione, Rossi. Ovvio, sono del Pd e per questo bravi ed efficienti.

Gli automobilisti rimasti in coda per ora devono ringraziare anche quei magistrati e quei giornalisti che hanno distrutto la Protezione civile modello Bertolaso, spacciando alcuni fatti di presunto malaffare per un sistema criminale, e come tale da smantellare. Purtroppo ci sono riusciti e oggi noi cittadini ne paghiamo le conseguenze. Come diceva Benedetto Croce, i politici e gli amministratori non andrebbero giudicati dalla loro moralità privata, ma in base alla loro efficienza pubblica.

È degno di governare chi sa risolvere i problemi del Paese. Quando siamo malati al chirurgo chiediamo di salvarci la vita, il fatto che paghi le tasse fino all'ultima lira o che sia marito fedele poco ci importa. È il moralismo più bigotto, per giunta applicato a senso unico, che sta rovinando il Paese. Non so se Vendola, nuovo astro della sinistra, abbia amanti o scheletri nell'armadio, certo è che la sua Puglia è tra le regioni peggio amministrate, con buchi nel bilancio da brivido. Dicono che non abbia ombre anche Rosa Russo Iervolino, ma da quando lei è sindaco Napoli è precipitata ancora di più nell'abisso dell'abbandono oltre che dell'immondizia. Ora tocca alla Toscana.

Il giovane sindaco Renzi passa ore in televisione a spiegare come sia giunto il momento di rottamare Bersani e D'Alema. Il successo mediatico lo ha distratto, è scivolato sul ghiaccio. Per molto meno, due anni fa Letizia Moratti fu messa in croce da giornali e sinistra. Lui se la caverà con qualche rimbrotto, non finirà certo nel tritacarne di Annozero o dell'Infedele. Se piove, insomma, il governo è ladro ma solo se è di centrodestra. E mai come questa volta la neve non ha colore.



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