giovedì 23 dicembre 2010

Inchiesta sul doping al Palio Indagati 8 proprietari di cavalli

Corriere della sera


L'ipotesi di reato è il maltrattamento di animali




SIENA - Otto proprietari di cavalli sono indagati dalla Procura di Siena nell’ambito dell’inchiesta sul doping nel Palio. Lo rivela La Nazione. Il sostituto procuratore Nicola Marini ha chiesto al gip un incidente probatorio per compiere nuove analisi sulle provette di sangue degli otto cavalli risultati non negativi al primo controllo.

L’ipotesi di reato è di maltrattamento di animali e il procedimento era stato aperto in seguito alla non negatività delle analisi effettuate prima del Palio dello scorso 16 agosto sui cavalli Già del Menhir, Lampante, Leggenda del Menhir, Cuore Nero, Froria, Mosè de P.Ulpu, Minotauro e Bongo Bingo: in virtù dell’esito dell’analisi furono tutti esclusi dal lotto dei cavalli selezionabili per la corsa.

Successive analisi non previste dal protocollo ma disposte dal Comune di Siena presso l’UnireLab di Milano non avevano riscontrato la presenza di doping. Le prime analisi svolte dalla clinica veterinaria dell’università di Pisa, per esigenze di risultati in tempi rapidi, riscontrano solo la presenza o meno di certe sostanze nel sangue, e dunque la non negatività. Le analisi dell’UnireLab rivelano invece anche la quantità in cui le sostanze sono presenti, stabilendo se sia superiore o inferiore a quella considerata dopante. Da qui potrebbero nascere le difformità tra i risultati dei due diversi metodi di analisi su cui indaga la Procura.


23 dicembre 2010





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L'uccisione dello squalo è avvenuta solo sulla carta. E sul Web

Corriere della sera


Smontata la "leggenda" del giovane che aveva eliminato con una testata il "killer" di Sharm el Sheikh




La foto che doveva documentare la verità della vicenda
La foto che doveva documentare la verità della vicenda
MILANO - In poche ore è diventato un eroe internazionale e per il suo intrepido coraggio è stato subito ribattezzato "Shark-el-Sheikh". Peccato che l'incredibile impresa portata a termine da Dragan Stevic, giovane serbo in vacanza a Sharm el Sheikh che, con una testata, avrebbe ucciso lo squalo bianco che da diverse settimane semina il panico tra i turisti in vacanza nella località sul mar Rosso, sia una bufala ideata da qualche ingegnoso burlone su internet. Numerosi siti d'informazione e famosi tabloid tra cui il New York Post hanno ripreso la notizia come se fosse vera e hanno pubblicato senza troppe remore quest'improbabile storia diventata velocemente una hit sul web.

LA FALSA CRONACA - Tutto è iniziato lo scorso 16 dicembre quando l'agenzia macedone Mina racconta la storia di questo ragazzo serbo che in evidente stato di ubriachezza avrebbe deciso di tuffarsi in mare e si sarebbe trovato faccia a faccia con il predatore che nei giorni scorsi ha ucciso una turista tedesca e ferito 4 bagnanti russi. Senza pensarci due volte Dragan - rivela l'agenzia macedone - avrebbe dato una testata sul volto dello squalo, uccidendolo sul colpo. L'agenzia riferisce anche che, essendo troppo ubriaco, Dragan non ricorda nulla, ma Milovan Ubirapa, un'amica del giovane serbo, presente durante l'incidente, avrebbe raccontato ai media l'incredibile storia. Secondo il resoconto della ragazza, Dragan si sarebbe ferito a una caviglia durante lo scontro e più tardi sarebbe stato ricoverato in ospedale per intossicazione da alcol. A testimoniare la morte del predatore che supererebbe i due metri e mezzo, ci sarebbe anche una foto, scattata il giorno dopo l’incidente. Si vede sulla riva di una spiaggia un grosso squalo senza vita, mentre alle sue spalle passeggia un turista che lo guarda con curiosità.

LA VERITA' - Dopo che la storia è finita sui principali siti web americani, numerosi blogger, mossi dalla curiosità e dalla voglia di saperne di più, hanno cominciato a cercare notizie più approfondite. Ma a denunciare la bufala sono stati alcuni utenti del sito web "Carolinabeachtoday" che hanno dimostrato che la foto dello squalo spiaggiato è stata scattata l'anno scorso su un lido della Carolina del Nord. Inoltre secondo gli utenti del sito web locale il pesce immortalato nell'immagine non sarebbe uno squalo bianco, bensì uno squalo elefante che tra l'altro si ciba solo di plancton: «Ci dispiace Dragen - ha scritto ironicamente un blogger su "Carolinabeachtoday" - era una storia pazzesca e avremmo voluto che fosse vera. Ma non mollare, continua a tuffarti da quei pontili, in futuro, potresti realmente incontrarlo». I più dispiaciuti sembrano essere gli albergatori di Sharm el Sheikh. Sembra che, da quando lo squalo ha cominciato a imperversare nelle acque vicino alla costa, il numero dei turisti sia drasticamente diminuito.

Francesco Tortora
23 dicembre 2010



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Antitrust: «Power balance», multa di 350mila euro a chi lo ha commercializzato

Corriere della sera


Sanzionate le aziende «Power Balance Italy» e «Sport Town»: il braccialetto non incide su equilibrio e forza



Un esempio di braccialetto  «Power balance» (Archivio Corsera)
Un esempio di braccialetto «Power balance» (Archivio Corsera)
MILANO - Non si sa se chi lo comprava credesse veramente nelle sue capacità taumaturgiche o lo comprava perché gli piacesse da un punto di vista estetico. Fatto sta che l'Antitrust ha comminato una multa da 350mila euro alle società che hanno distribuito e commercializzato in Italia il braccialetto «Power balance», diventato un must nell'estate 2010.

LA SANZIONE - L'Autorità guidata da Antonio Catricalà ha deciso di sanzionare le aziende «Power Balance Italy» e «Sport Town», rispettivamente per 300mila e 50mila euro, per la mancanza di un riscontro scientifico alle millantate caratteristiche del gadget, ovvero la pretesa capacità di incidere sull'equilibrio e la forza fisica. In sostanza, i consumatori sono stati indotti all'acquisto con un messaggio scorretto. L'Antitrust ha adottato il provvedimento basandosi sul parere fornito dall'Istituto Superiore di Sanità, che ha escluso ogni evidenza scientifica delle qualità promesse con enfasi dalla martellante campagna pubblicitaria messa in campo dalle due aziende. Nessuna controindicazione, invece, è emersa per la salute e la sicurezza dei consumatori.



Redazione online
23 dicembre 2010



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Romania, si getta dal balcone del Parlamento mentre il premier parla

Quotidiano.net


Emil Boc aveva appena iniziato a parlare, quando s’è udito un urlo nell’aula: “Avete ucciso il nostro futuro” poi il tonfo tra i banchi dei deputati. L'uomo, subito soccorso, sarebbe im condizioni stabili


Bucarest, 23 dicembre 2010 -


Mentre il primo ministro Emil Boc iniziava a tenere il discorso al Parlamento romeno che introduce un voto di sfiducia nei confronti del governo, un uomo s’è buttato dalla balconata, cadendo tra i banchi dei deputati.

Boc aveva appena iniziato a parlare, secondo quanto scrivono i media romeni, quando s’è udito un urlo nell’aula. Il premier ha guardato sconvolto mentre l’uomo precipitava, poi s’è lanciato con altri parlamentari verso il punto in cui è precipitato.

Non è ancora avvenuta l’identificazione dell’uomo, che secondo i medici sarebbe in condizioni stabili. Prima di cadere, ha urlato: “Avete ucciso il nostro futuro”, in un evidente riferimento alle pesanti misure di austerità adottate dal governo, che sono al centro del voto di sfiducia, la cui discussione è iniziata con il discorso del premier.









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Addio a Luciano de Maria, il bandito gentiluomo

Libero










Luciano De Maria aveva 80 anni e una vita da film, intensa-intensissima, durante la quale aveva visto di tutto, sangue, morti, sofferenza, prigione. I suoi occhi però, pur segnati dalla sofferenza (16 anni di carcere), dall’adrenalina (è stato coinvolto in intrighi internazionali) e dal tempo, erano veri.  Trasparenti. Sinceri.

Elegante, giacca e cravatta ("Sempre, anche ad ogni rapina"), Luciano amava darsi un tono con la pipa ("Ma non l’ho mai fumata sul serio"), non si faceva mai mancare auto di lusso e belle donne. Adorava stupire, era sfrontato e andava contro ogni regola. Anzi, andava avanti con una sola grande regola: non uccidere. Mai. Diventò famoso a Milano, il 27 febbraio 1958, quando sette uomini armati, incappucciati e vestiti con tute blu, assaltarono un trasporto valori blindato. Nessuno sparo, nessun ferito e un bottino ndi 590 milioni di lire per quella che è diventò per tutti “la rapina del secolo”.

Luciano ora faceva il pensionato e si godeva la vecchiaia a Casale Monferrato dilettandosi con il giardinaggio. A chi, ottusamente, si permetteva di fargli la morale per i suoi trascorsi, rispondeva con grande semplicità:  "Ho pagato il mio debito con lo Stato, mi sento a tutti gli effetti un cittadino libero". Da applausi Luciano, clap clap. De Maria se ne andato i giorni scorsi, l’ha fregato un ictus. Ecco l’intervista ritratto che rilasciò a Libero, per la rubrica Soggetti Smarriti, il 18 novembre 2007.

di Alessandro Dell'Orto


Statue, quadri, lampadari colorati e una dependance laggiù oltre il giardino. Luciano De Maria, che casa!

«Ci vivo da sei mesi, è una cascina ristrutturata. Trecentocinquanta metri».

Ci sta solo?
«Speravo venisse la Hunziker, ma...».

Scusi?
«Mi fa impazzire, per un week-end con me le regalerei il prototipo che c’è di là in garage: sono mezzo matto, sa? Le ho scritto una lettera, nessuna risposta».

Accennava a un prototipo: che roba è?

«Aztec, design Giugiaro e meccanica Audi: ce ne sono 13 al mondo. Una ditta giapponese ne stava costruendo 30, tutti a mano. Poi si è accorta che costavano troppo, è saltata in aria e dal fallimento, con un socio, ne ho acquistati quattro».

Che fine hanno fatto?
«Uno è bruciato, un altro è stato venduto dal mio socio. Che poi è impazzito e si è suicidato - poteva anche farlo prima, no? - e non ho guadagnato nemmeno un euro. Me ne sono rimasti due».

Altre auto di lusso?
«Ho avuto Cadillac e Honda. Quando stavo con Carol facevo serate mondane, non mi mancava nulla. Nella vita ho avuto tutto, nel bene e nel male. Più nel bene. Sono un perseguitato dalla fortuna».

Chi è Carol?
«Siamo stati insieme 12 anni, ne ha 40 meno di me. Non esiste cifra al mondo con cui potrei ripagarla per l’amore che mi ha dato. Tre anni fa le ho chiesto di andarsene, tornare in Ungheria: è giovane e bella, giusto che si rifacesse una vita. Sono caduto in depressione, è stata dura. Ma ora siamo amici e felici».

De Maria, domanda antipatica ma inevitabile: casa immensa, auto fantastiche. Ma di cosa vive?
«Me l’ha appena chiesto anche la Finanza... In Svizzera avevo un mobilificio, l’ho venduto».

Si rende conto che è difficile crederci, vero? Più facile pensare a...
«Il bottino della rapina? Molti lo sospettano, ma perché la Polizia non ha mai trovato i miei soldi. In realtà nemmeno io, uscito dal carcere, li ho trovati...».

Poi approfondiamo. Intanto ci aggiorni. Ha figli?
«Fabio ha 31 anni e stravede per me, si sposerà tra una anno».

Quando gli ha raccontato di lei?
«Aveva 14 anni, ho incaricato la mia compagna di spiegargli che ero un bandito. Temevo la reazione. Mi ha guardato: “Papà, sono orgoglioso di te”».

Vi vedete spesso?
«Quando è possibile. Vive in Svizzera, ma là non posso andarci per una vecchia condanna ingiusta: spaccio di droga. Si figuri, è uno dei 4 reati che detesto».

Gli altri tre che non sopporta?
«Sfruttamento della prostituzione, pedofilia e soprattutto omicidio».

Ha mai ucciso?
«Scherza? Premetto che non bisognerebbe delinquere, è pacifico. Se ti metti a farlo, però, devi rispettare la vita degli altri. Ho un codice di comportamento rigido, valori precisi, ho rubato molti soldi, ma senza spargere sangue. Ora ti fanno fuori per 100 euro e dopo pochi anni sono già liberi. Io posso guardare negli occhi chiunque, per le mie colpe ho pagato con 16 anni di carcere. Ci sono diventato vecchio, in galera».

Già, De Maria. Facciamo un salto indietro. Lei nasce a Zurigo.
«Il 12 luglio 1930».

Settantasette anni, complimenti!
«Tre anni fa mi sono fatto un lifting, 100 punti in faccia. Sono felice, combatto contro l’invecchiamento: ho quasi 80 anni, ma se vedo una minigonna faccio scintille e mi va a posto l’aritmia cronica. Si vede che mi sono conservato bene in galera: stavo al fresco...».

Buona questa. Dicevamo dell’infanzia.
«Povertà, situazione familiare difficile. Papà muratore è un donnaiolo e picchia mamma, un giorno mi ribello e gli tiro una sedia. Soffro molto per questa situazione e fino a 16 anni farò la pipì a letto».

Nel dopoguerra si trasferisce a Milano.
«Non ci sono soldi, per sopravvivere ci si arrangia. Inizio a rubare».

L’esordio?
«Rapina a un commerciante di latticini. Ci becca la moglie, scappiamo. Il mio complice viene preso e parla. A 17 anni
finisco al Beccaria per 4 anni e 4 mesi».

Impatto con il carcere?
«Uno shock. Noia, violenza, minacce».

E lei?
«Sono un duro, tutti mi obbediscono. Un’estate recupero un rasoio, le celle sono aperte di 20 centimetri per il caldo, io chiamo quelli che stanno dentro: “Cosa hai al braccio?”. Loro me lo mostrano e io zac, li ferisco. Punizione per 13 ragazzi che non erano stati ai miei ordini».

Cattivissimo.
«Mi chiama il direttore. “Quando vai a casa?”. “Tra due mesi”. “Non vedo l’ora, sei classificato tra i più pericolosi”».

Guardi qui questa foto: lei al Beccaria. Baffetti e pipa. A proposito, ha sempre fumato?
«Mai. La pipa però dà tono, eleganza».

Uscito dal Beccaria, ci ricasca subito. E, maggiorenne, va diritto a San Vittore.
«Realtà durissima, celle minuscole per tre persone, amache per dormire».

Quando esce va in Svizzera, poi torna e la sua fidanzata è in dolce compagnia...
«É bastato un mese per dimenticarmi, sono deluso e arrabbiato. La prendo a schiaffi finchè non mi dà il telefono dell’altro uomo, ogni sberla un numero. Che stupidaggine, oggi non la rifarei».

De Maria, nel 1957 nasce la banda. E il primo colpo: una chiesa vicino a Foggia, piena zeppa d’oro.
«Il mio contatto con Dio».

Scu-si?
«Partiamo per Foggia, sei persone in due auto, tende, cric, spranghe di ferro. Andiamo in chiesa in Cadillac, uno fa l’auti sta, io il ricco industriale del nord. Otteniamo l’attenzione del parroco con un’offerta di 10mila lire. In sagrestia c’è la cripta, il parroco prova ad aprirla ma niente, la chiave si inceppa. Provo io, nulla. Va a prendere la chiave di scorta, nulla. Ci guardiamo, brivido, è la prima volta che proviamo a rubare in chiesa e forse è meglio lasciar perdere. Tiriamo su le tende e via, scappiamo. Da quel momento credo che ci sia qualcosa di supremo, se fai bene ricevi del bene, se fai male ricevi del male».

La banda si allarga. Un colpo da ricordare?
«Cinema “Cielo” di via Piave. Svegliamo il guardiano puntandogli una pistola, quegli occhi che si aprono sempre più dalla paura  non li scorderò mai. Tutta notte per far saltare la cassaforte, all’alba boom e ce ne andiamo con l’in casso. Rapina che non verrà mai scoperta, tuttora per la polizia è irrisolta».

Ed era stato lei.
«Ormai lo posso confessare: è in prescrizione».

Ops, altri reati da confessare?
«Ho pagato sette rapine, ne ho commesse più del doppio: i giornali mi soprannominavano lo stakanovista. Una volta invece  gambizziamo un certo Scalogna, pentito che ha venduto i compagni alla Questura, dunque merita una lezione: gli spariamo sette pallottole alle gambe. Mai scoperti».

Già, i pentiti. Che ne pensa?
«Io li chiamo infami: si sta di qui o di là».

Furti, assalti e molti successi. Qualche flop?
«Prepariamo la rapina al proprietario di un supermercato, va tutto liscio e al momento decisivo il nostro uomo si presenta con un sacchetto di plastica della spe sa nella mano destra e una cartella di cuoio nella sinistra. Prendiamo la cartella di cuoio, poi ci  troviamo per spartire il bottino... Sorpresa: vuota. Ci aveva fregati, i soldi erano nel sacchetto».

Giovani, affascinanti, ricchi. De Maria, se la passava bene?
«Bella vita, belle donne, belle auto. Uno sballo. Più ragazze al giorno, vacanze in montagna. Ma a Capodanno...».

Che succede?
«Mi sento vuoto, piango. Mi rendo conto che non ho obiettivi, progetti. È un segnale di Dio che non capto. E, anziché mettere la testa a posto, decido che per riempire la mia vita c’è bisogno di un colpo sensazionale, un salto di qualità».

La rapina di via Osoppo.
«Siamo due bande associate, capiamo che quel portavalori è quello giusto perché
c’è una buona via di fuga. Scegliamo il 27 gennaio 1958, giorno di paga. Siamo in sette: io, Gesmundo, Ciappina, Cesaroni,
Castiglioni, Russo e Bolognini. Ecco il piano: io guido un camioncino e faccio un frontale con il portavalori; un altro dalla strada infrange il vetro del furgone e disarma il poliziotto; un terzo, con un’auto rubata, blocca la via da cui arriva il portavalori; un quarto organizza la fuga; gli altri prendono il bottino».

Programma perfetto.
«Ma la prima volta salta, c’è una pattuglia e uno di noi va a controllare: durante la sua assenza arriva il portavalori. Tutto
da rifare».

Buona la seconda?
«Macché. Il 15 febbraio siamo pronti, faccio per tamponare il portavalori quando mi accorgo che in realtà sto per scontrarmi con il furgone del latte! Quell’imbecille che doveva segnalarmi l’arrivo del portavalori aveva sbagliato».

Urca. Meglio rimandare.
«Il 27 febbraio alle 9.15 va tutto ok».

Curiosità: la notte della vigilia riesce a dormire?
«Grande eccitazione, ma niente più. Per me è un lavoro normale».

Abbigliamento?
«Giacca e cravatta, come sempre. Tutte le rapine le ho fatte vestito così. Questa volta però indossiamo anche tute blu e  passamontagna».

Armi?
«Io, oltre alla bomba a mano, mi porto una pistola mia, ho un piano che gli altri non sanno».

Spari, nel senso buono... Dica.
«Se qualcosa va male e ci scappa il morto, mi suicido. Per una questione di principio ma anche perché l’ergastolo a quei tempi era vero, stavi dentro fino alla morte e ti seppellivano in carcere».

Per fortuna nessun imprevisto.
«Sì, ma che ridere quando una vecchia esce dalla macelleria e ci vede armi in pugno: “Andì a laurà”, andate a lavorare! La guardo: “Signora, cosa pensa che stiamo facendo se non il nostro lavoro?”».

Ahahaha. Vero che uno di voi, per aver un alibi, era dal dentista?
«Ciappina prima del colpo accompagna la moglie da un dentista dietro via Osoppo. In sala d’attesa dice: “Cara, esco per comprare il giornale”. Tornerà un’ora dopo a rapina avvenuta».

Spettacolare. Bottino?

«590 milioni, ma dividiamo solo i contanti: 114 milioni».

Circa 15 a testa.
«A me anche un milione e mezzo in più, perché ho rubato 14 auto per i colpi».

Addirittura?
«Ai tempi era facile, bastava aprire la portiera con una lima e collegare due fili, mica come adesso. Ora non sarei in grado».

Sedici milioni di allora quanto valevano?
«Per acquistare un appartamento di sei locali in Corso Venezia ci volevano 6 milioni. Tipo 3 milioni di euro di oggi».
Torniamo agli attimi dopo la rapina. «Appuntamento alle 16 per contare i soldi. Nel frattempo io e Gesmundo torniamo in via Osoppo. Elettrizzante».

Divisione equa? Perché quella faccia?
«Qualche dubbio su Cesaroni: nello spartire il bottino per una rapina a Torino l’avevo beccato con una mazzetta di soldi sotto il letto...».

A proposito, dove nasconde la sua parte?
«Nei tubi di un bagno fatto da me in giardino, un pozzetto introvabile».

E i suoi complici?
«Qualcuno fa sparire i soldi nelle piastrelle del lavandino di casa, altri sotto lo zerbino di un palazzo di via Washington: ma vengono scoperti».

Lei, invece, no.
«Già, ma durante la galera i miei parenti spendono tutto. Lasciamo perdere...».
Parliamo ancora della rapina. La sera andate a gettare valigie, tute blu e passamontagna nell’alveo dell’Olona e il giorno dopo tutti
parlano di voi. Prime pagine dei giornali, articoli di Montanelli e Cervi, 5000 poliziotti mobilitati e una taglia di 30 milioni.
«Una goduria. Io e Arnaldo andiamo a Cortina a sciare, ce la spassiamo. Giorni memorabili».

De Maria, a febbraio saranno 50 anni.
«Sembra ieri. Mi chiedono sempre se rifarei tutto: credo di sì».

Eravate in sette. Sente ancora qualcuno?
«Cesaroni, Castiglioni e Russo sono morti. Ciappino è vivo ma sparito, di Bolognini non so nulla. Mi vedo con Gesmundo, facciamo discorsi da pensionati: il giorno dell’anniversario potrei passarlo con lui».

Restiamo al ’58. Un mese dopo il colpo...
«Ci beccano. Il lunedì seguente la rapina, il Comune di Milano devia le acque del fiume Olona per lavori d’interramento e uno straccivendolo trova i nostri sacchi. Su una tuta c’è un’etichetta con l’indirizzo del venditore, risalgono a chi ce le ha fornite e lo fanno confessare».

Che sfiga!E vi prendono.
«Cinque giorni e cinque notti in questura con le mani legate. Mi massacrano di botte, non sento nemmeno più dolore, sono gonfio, non riesco a deglutire, perdo sangue. Con la forza della disperazione mi butto contro una finestra, mi portano d’urgenza in  ospedale».

Poi il processo. Per lei chiedono 30 anni, poi ridotti a 20 e 8 mesi e infine a 18.
«Entro in carcere a 28 anni, uscirò a 44: due non li faccio per un condono. Provo a suicidarmi tagliandomi le vene, mi salvano
ma vado in depressione. Cerco di ottenere la semi infermità, niente».

Compagni di cella?
«Sono al quinto raggio, con i truffatori più abili. C’è un avvocato geniale, è riuscito a vendere un pezzo della flotta Lauro e una statua di Milano. Strepitoso».

Meglio di Totò... Altri detenuti?
«A Padova conoscerò Drago, jugoslavo che negli Anni Sessanta ha attraversato tutta l’Italia con una croce sulle spalle».

Come Gesù Cristo.
«Già, ma di notte apriva la croce, estraeva il mitra e faceva rapine».

Sedici anni di carcere tra Milano, Firenze, Lecce, Alghero e Padova. Sedici anni senza sesso. Mai tentato da...?
«L’omosessualità? Mai!Però ho visto di tutto: detenuti fare sesso davanti alle guardie, ragazzi violentati».

Per errore, intanto, le aggiungono due anni alla pena. E a Padova si inventa una protesta particolare.
«Salgo sul tetto del carcere e mi lego. Alla fine otterrò la grazia per gli anni in più».

A 44 anni è un uomo libero.
«Un trauma. Libertà vigilata, lavoro in albergo, poi mi sposo e torno in Svizzera».

Vita lontano dalle tentazioni?
«Purtroppo conosco Paul, uno che dirige una banca. E mi viene un’idea».

Oplà.
«Lo convinco a passarmi i nomi di alcuni ricconi italiani con i soldi depositati in Svizzera. Scelgo una contessa, recupero numero di conto e movimenti bancari e mi presento da lei con due amici».

Racconti.
«Fingo di essere il capitano della Finanza, mostro un tesserino falso. Lei ha 50 anni, bella donna, ci offre un the mentre spiego: “Sul suo conto ci sono 180 milioni di dollari, lei ha fatto questi movimenti. Signora, è evasione fiscale, le confisco tutti i beni e la porto dentro”. Mi alzo, chiedo di andare in bagno. Piange, è terrorizzata. I complici la tranquillizzano: “Il capitano fa il duro, ma ha il cuore tenero. Faccia un’offerta per i poverelli della Finanza, chiuderà un occhio”».

Funziona?
«Torno e offre 10 milioni di dollari, è fatta. La carichiamo in auto e andiamo in Svizzera, entra in banca e ci porta due valigette
piene. Poi ringrazia e mi bacia».

Ha mai scoperto la truffa?
«Mai. Anche questa è in prescrizione...».

Tanto p er non farsi mancare nulla, lei in Svizzera conoscerà Jürg Heer, direttore da 18 anni del settore crediti della Banca Rotschild di Zurigo indagato per aver frodato la banca tramite concessione fraudolenta di crediti. E, soprattutto, colui che confesserà: “Ho consegnato 5 milioni di dollari agli assassini di Calvi”.
«Personaggio incredibile, parlava cinque lingue, intelligente, furbo. Braccato, scappa dalla Svizzera e mi dà una delega: sono l’unico autorizzato a ritirare i suoi beni per trasferirli in un posto segreto».

Perché quella smorfia?
«Nelle sue due ville di Zurigo e Klosters trovo di tutto. Statue in bronzo, un tavolo da 500mila dollari, quadri di Handy Warhol,
sculture di Tinguereley, auto e una cantina con vini per mezzo milione di franchi».

Riesce a nasconderli?
«Mi fregherà un turco, un bastardo che si mette in affari con me e mi porta in Azerbajan. E poi fa sparire tutto».

Jürg Heer fuggirà in Turchia e in Thailandia. E morirà nel 2001 in Svizzera.
«Aids, era diventato omosessuale».

De Maria, ultime domande veloci. 1) Se la chiamano “bandito” si offende?

«Ormai, per la società, sarò un bandito fino all’ultimo giorno».

2) Il bandito più affascinante di sempre?
«Al Capone e Lucky Luciano».

3) Una cazzata che non rifarebbe?
«Mi ricoverano a Milano, fortissimo mal di testa. Non ce la faccio più, impazzisco di dolore e urlo alla suora “Va da via i ciap!”,  fanculo. Il mio vicino applaude. Mi vergogno per la mia frase e per la reazione di quell’imbecille».

4) Una follia che rifarebbe?
«La rifaccio ogni anno: durante il Festival, giro per Cannes con il prototipo e mi travesto da Batman».

5) Paura della morte?
«Noooo. Se un giorno non fossi più autosufficiente, però, mi ucciderei».

Ultimissima. Si tolga 50 anni. Che colpo inventerebbe nel 2008?
«Semplice, una rapina sempre affascinante: l’assalto alla Zecca. Ma tranquilli, ormai sono in pensione».




22/12/2010





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Ufo, la Nuova Zelanda mostra il suo archivio segreto: avvistamenti dal 1954

Il Mattino


WELLINGTON (23 dicembre) - In Nuova Zelanda sono ora disponibili i file compilati dalle autorità militari in materia di avvistamenti Ufo. I documenti, si legge sul sito della Bbc, abbracciano un periodo che va dal 1954 al 2009 e includono immagini di dischi volanti e presunti esempi di scrittura aliena. I file rilasciati dalle autorità militari e ora messi a disposizione di chi voglia consultarli contengono anche dettagli sui più famosi avvistamenti alieni, come le strane luci che vennero filmate in prossimità di Kaikokura nel 1978. Un rapporto ufficiale diramato all'epoca sostenne che il fenomeno poteva essere spiegato con cause naturali, come nuvole riflesse dalle navi o un'inusuale osservazione del pianeta Venere. I documenti sono stati resi disponibili sulla base delle leggi in tema di libertà di stampa. Tutti gli originali dei file, in tutto circa duemila pagine, saranno custoditi presso l'archivio nazionale.








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Wikileaks, denuncia all'Onu: la 'spia' di Assange in isolamento da 5 mesi

Quotidiano.net


Bradley Manning, il giovane soldato indicato come la ‘talpa' che ha fornito il materiale riservato a Wikileaks, è tenuto in isolamento per 23 ore al giorno da 5 mesi. Assange ha invitato le organizzazioni a tutela dei diritti umani a vigilare



Londra, 23 dicembre 2010 - Il relatore speciale dell’Onu sulla tortura sta valutando una denuncia presentata per conto di Bradley Manning, il giovane soldato indicato come la ‘talpa' che ha fornito il materiale riservato a Wikileaks, da cinque mesi in una prigione in Virginia.


L’ufficio di Manfred Mowak, relatore speciale sulla tortura con sede a Ginevra, ha ricevuto la denuncia di un sostenitore di Manning e ha confermato, scrive il Guardian, che la sta esaminando. Gli amici del soldato 22enne, considerato la ‘spia' di Wikileaks, sostengono che il giovane è tenuto in isolamento per 23 ore al giorno, il che potrebbe essere assimilato a una forma di tortura.

Nelle ultime settimane le persone che lo hanno visitato hanno riferito che il suo stato fisico e mentale si sta rapidamente deteriorando. Il Pentagono nega le accuse, sostenendo che l’ex analista di intelligence è trattato esattamente come gli altri prigionieri a Quantico, in Virginia: può fare sport e ha accesso ai giornali e visitatori.

Manning è stato incriminato a luglio di aver messo in circolazione materiale riservato, tra cui il video postato da Wikileaks con l’attacco di un elicottero Apache, nel 2007, in cui morirono un fotografo della Reuters e il suo autista; ed è sospettato di essere anche l’uomo che ha fornito i 250mila cablogrammi della diplomazia Usa, che Wikileaks sta diffondendo da settimane.

In un'intervista a Msnbc, Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, ha descritto Manning come un prigioniero politico e ha invitato le organizzazioni a tutela dei diritti umani a vigilare.




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Brescia, uomo trovato morto impalato nel suo garage

Quotidiano.net


Un piccolo artigiano edile di Orzinuovi di 50 anni è stato ucciso nel garage della sua casa. Sul brutale omicidio stanno indagando i carabinieri. L’uomo è morto per le lesioni interne provocate da un palo di ferro


Brescia, 23 dicembre 2010 - Il cadavere di un uomo di 50 anni, italiano, e stato rinvenuto in serata all’interno di un garage di Orzinuovi, nella Bassa bresciana.
Sia chiamava Giovanni Albertanza ed era un piccolo artigiano edile di Orzinuovi, in provincia di Brescia, l’uomo trovato morto nella notte nel garage della sua casa.
Sul brutale omicidio stanno indagando i carabinieri del comando provinciale di Brescia. L’uomo è morto per le lesioni interne provocate da un palo di ferro.
E’ stata la moglie a trovare il corpo e lanciare l’allarme. Gli investigatori ritengono si tratti di una vendetta organizzata nei dettagli.




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Principato di Salerno: pronto referendum per lasciare la Campania

Il Mattino




di Gianni Colucci


SALERNO (23 dicembre) - Retti da sindaci di destra o di sinistra, non fa differenza. Almeno 59 Comuni della provincia di Salerno (che in tutto sono 158) hanno votato una delibera per ottenere che si vada al referendum per la costituzione di una nuova Regione.

Hanno detto sì da Scafati a Nocera Inferiore, da Atena Lucana a Cava de’ Tirreni, da Pagani a Paestum. Un numero di delibere sufficiente, secondo la legge, per avviare l’iter davanti alla Corte di Cassazione, che potrebbe portare, in qualche mese, all’indizione del referendum popolare consultivo. Promotore Edmondo Cirielli, parlamentare del Pdl famoso la prima legge che porta il suo nome in materia di prescrizioni, ma soprattutto per aver antipatizzato di recente con il ministro delle Pari opportunità a sua conterranea Mara Carfagna.

La nuova Regione dovrebbe coincidere con l’attuale territorio compreso nella Provincia di Salerno e sarebbe la prima in Italia senza altre unità amministrative che comuni e comunità montane, dato che i promotori puntano all’abolizione dell’amministrazione provinciale. Secondo Cirielli, che intende intitolare la nuova Regione allo storico principe Arechi (che fondò lo spettacolare castello che domina il capoluogo) già nella primavera 2011 si potrebbe tenere il referendum per la Regione del Principato. E nel 2015 si svolgerebbe il voto per l'elezione del primo Consiglio regionale post secessione dalla Campania.

L'obiettivo è alla portata, secondo i promotori. In Cassazione sono state presentate le 59 delibere consiliari comunali (i consigli rappresentano 429.734 abitanti, più di un terzo della popolazione residente nella provincia di Salerno). La Corte potrebbe esprimersi entro l'estate o anche molto prima, consentendo già nel mese di settembre 2011 (Cirielli si augura a primavera) di indire i referendum. Successivamente, nel 2012 partirebbe l'attività parlamentare dato che sarà il Parlamento a dover votare nei due rami le modifiche alla Costituzione (in particolare dell’articolo che indica il numero di Regioni italiane).

La campagna referendaria in provincia di Salerno è già partita: «Se portiamo a votare il 75% degli aventi diritto e il 90% vota a favore, allora sarà forte l'indicazione e il Parlamento potrà procedere rapidamente», dicono i promotori. A sostenere l’iniziativa anche altri gruppi che da anni puntano a modelli alternativi di secessione dalla Campania (dal Molisannio alla Grande Lucania e alla Nuova Silenia).

Tutti i gruppi di opinione che intendono staccarsi da Napoli guardano con favore all’iniziativa di Salerno, dato che un’eventuale accoglimento del progetto (che va avanti perché concentrato in un’unica provincia e su un numero limitato di comuni) consentirebbe rapidi ampliamenti verso Sud e verso Nordest della nuova Regione del Principato di Arechi. «Un territorio vasto che ha tutte le potenzialità per avere un’autonomia gestionale», dicono i promotori. «Con il federalismo possiamo avere un controllo sulle tasse sennò continuerà la spoliazione.

La riforma del titolo V e l’articolo 132 della Costituzione ci spalancano le porte. La nostra nuova Regione sarà la prima che nasce dal popolo. Come avevano già detto i padri fondatori della Nazione. Non come è accaduto con le altre Regioni italiane, decise a tavolino, nei salotti buoni della politica».








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L'audace colpo dei soliti ignoti al San Paolo Rubato l'incasso di Napoli-Lecce

La sorella rifiutò il trapianto, muore dottoressa malata di leucemia

Corriere della sera


Paola Favaretti è deceduta in Nuova Zelanda. L'annuncio è stato dato dagli «amici» di Facebook. Nel comune dove abitava la sorella erano apparsi striscioni: «Così la uccidi»



Paola Favaretti  (archivio)
Paola Favaretti (archivio)

PADOVA - E' morta in Nuova Zelanda Paola Favaretti, la donna malata di leucemia la cui sorella aveva negato il trapianto di midollo osseo. La notizia è stata data su Facebook dall'amica Maya Loredan che ha postato la notizia nella pagina «Salviamo Paola Favaretti» che contava oltre 3.700 amici. «buon giorno a tutti ,- aveva scritto Maya - sono cosi triste ma devo assolutamente dirvi PAOLA E MANCATA IL 21/12/2010 ALLE 5:30 ,so per certo che vi ringrazia tanto delle manifestazioni di affeto e la compagnia che gli abbiamo tenuto in questi mesi. So anche che dal celo ci guarda e ci sorride .......vi voglio bene a tutti grazie di cuore».

I COMMENTI - Dopo il post che annunciava la notizia della morte, la pagina del social network dedicata alla storia dell'insegnante padovana, trasferita da tempo in Nuova Zelanda, è stata inondata di commenti e messaggi.   «non ho parole , - scrive l'amica Loredana Casiraghi - la tua forza il tuo coraggio..la tua determinazione ...un forte insegnamento per tutti.....ho sperato che tu ce la potessi fare....adesso lascerai un grande vuoto nel cuore di tutti! avevamo brindato come volevi tu...con la birra tedesca ....in tutti i modi che dio protegga questo donatore ,almeno lui un ..».

TV E STRISCIONI - Della storia di Paola Favaretti si era occupata anche la trasmissione «La vita in diretta» su Raiuno dopo che a Salboro, un comune a sud di Padova, erano apparsi striscioni con la scritta «Così la uccidi» che invitavano la sorella a donare il midollo. La sorella di Paola, spiega un’amica della malata, riteneva «troppo pericoloso per se stessa donare» il materiale biologico necessario al trapianto e finora ha «rifiutato qualsiasi tentativo di convincerla». «Avevamo creato delle pagine in Facebook - prosegue l'amica - sperando che arrivassero donatori per dire la propria esperienza, in modo da spingere la sorella a rivedere la propria decisione».


23 dicembre 2010




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Dopo la sconfitta un generale lascia

Il Tempo


Quando incassi una cocente sconfitta e non ne trai le conseguenze politiche, la tua credibilità e autorevolezza sono sempre più deboli, entrano in una parabola calante che un leader di partito non può permettersi. Non si può vivere in eterna contraddizione e sperare che nessuno se ne accorga.


La Lega chiede un dibattito parlamentare sul ruolo di Fini e ha tutto il diritto di farlo. È bene scriverlo fin dalla prima riga perché in queste ore c’è chi avanza l’idea che la sortita del Carroccio sia contro le istituzioni. Semmai è esattamente il contrario. Quando il partito di Bossi invoca la chiarezza sul ruolo della terza carica dello Stato non fa nulla di sbagliato. Rientra tra i diritti e i doveri di una formazione politica che siede a Montecitorio quello di affrontare con tutti i crismi - in Parlamento, davanti alla pubblica opinione, dentro le istituzioni - una questione che è sotto gli occhi di tutti. Non mi era sembrato opportuno l’estate scorsa che fosse il presidente del Consiglio a chiedere le dimissioni di Fini, le condizioni per una richiesta simile erano sbagliate nel contesto (durante la direzione del partito), nella forma (la quarta carica dello Stato che chiede alla terza di farsi da parte) e nei tempi perché ancora doveva chiarirsi lo scenario politico. Ma dopo il voto di fiducia del 14 dicembre scorso, quello scenario è cristallino: Berlusconi ha vinto, Fini ha perso. E chi ha sostenuto - dallo scranno più alto di Montecitorio - la mozione di sfiducia contro il capo del governo, dopo aver incassato la sconfitta dovrebbe trarne le logiche conseguenze politiche e lasciare la presidenza della Camera. Così finora non è stato.

Fini ha dichiarato più volte di non volersi dimettere, di voler continuare a guidare l’Assemblea e di voler sfidare chiunque a trovare un solo errore o partigianeria nella conduzione dell’aula. Le sue considerazioni potrebbero essere valide se il suo ruolo si esaurisse nei comportamenti in aula, ma non è così. Nessuno vieta a Fini di far politica, ma nella veste di istituzione terza, ogni sua parola assume un significato preciso e ogni sua mossa politica - anche quelle che possono apparirgli innocue - hanno un effetto sul sistema politico.

Il suo ruolo dopo la fiducia è stato ridimensionato, il suo peso specifico riportato alla realtà, la sua aspirazione a costruire un nuovo centrodestra più che immaginario ricondotta a dimensioni terrestri, la sua audience s’è ridotta e la sua credibilità è intaccata enormemente. Detto questo, la sua azione da Presidente della Camera non per questo può essere considerata ininfluente, non va sottovalutata. Da quella posizione Fini può continuare a tenere accesa la candelina della manovra di Palazzo, del cambio di regime e può concedersi il lusso di pesare più della sua reale sostanza. La Lega tecnicamente non può andare al di là del semplice dibattito parlamentare, nessuno obbliga Fini a lasciare. Ma ci sono valide ragioni politiche non solo per discutere in Parlamento, ma per lo stesso Fini di valutare con attenzione le sue dimissioni. Egli può restare al suo posto, continuare a fare come se niente fosse successo, ma continuare ad occupare quella casella in realtà non solo è un problema per l’istituzione ma anche per il leader di Futuro e Libertà.

Quando incassi una cocente sconfitta e non ne trai le conseguenze politiche, la tua credibilità e autorevolezza sono sempre più deboli, entrano in una parabola calante che un leader di partito non può permettersi. Se Fini davvero pensa di dover costruire un altro partito e un altro centrodestra, dovrebbe impegnarsi in quel progetto e lasciare la casella istituzionale libera. Ha chiesto ai suoi fedelissimi che occupavano un posto nel governo di farsi da parte. E ha ottenuto le loro dimissioni e il loro impegno in Futuro e Libertà. Per lui hanno rinunciato al posto e all’indennità. Hanno dimostrato quella che si chiama fedeltà. Solo che dopo il voto di fiducia il loro impegno rischia di essere tradito proprio da Fini, il quale chiede ai suoi il massimo sacrificio e per se stesso invece non immagina uno scenario parallelo e anzi lo nega decisamente. Questo ha un paio di scenari possibili: 1. il suo impegno come Presidente della Camera resta e Fini corregge la deriva futurista; 2. in questo caso la carica non gli consente di seguire il partito come ha promesso ai suoi alleati di Fli in quell’avventura; 3. conserva la carica di presidente della Camera ma si occupa prevalentemente del partito; 4. in quest’ultimo caso sottrae non energie all’istituzione della Camera dei deputati ma ne mina la terzietà necessaria.

Come vedete, cari lettori, siamo di fronte a un orizzonte che non contempla le mezze misure. L’arte di arrangiarsi con le istituzioni di garanzia (e quella di Fini lo è all’ennesima potenza) finisce per rivoltarsi contro chi prova a far convivere due anime. Gianfranco non è Silvio. Fini non è nella stessa posizione di Berlusconi. Il presidente della Camera non è il Presidente del Consiglio. Hanno doveri, limiti e potenzialità d’azione incomparabili. Uno è il capo dell’esecutivo, guida la politica nazionale e lo fa in base a un programma votato dagli elettori, l’altro garantisce il corretto funzionamento di un ramo del Parlamento, ne determina l’agenda, media tra i partiti, applica il regolamento e le leggi Costituzionali. Il problema è che Fini ad ogni mossa avrà sempre il fantasma della sua convenienza politica alle spalle, anche quando questa fosse lontanissima (e non lo è affatto) dai suoi pensieri.

Per questo Fini è a un bivio e non può gingillarsi troppo con le parole né sperare che un partito come la Lega torni sui suoi passi. Il significato vero del voto del 14 dicembre sta emergendo giorno dopo giorno e solo ora anche gli aedi più convinti del finismo si stanno rendendo conto di cosa significhi presentarsi davanti all’opinione pubblica con il segno della sconfitta parlamentare. La fiducia incassata da Berlusconi ha un valore enorme, un peso specifico destinato a crescere nel momento in cui tutta l’Europa chiede all’Italia stabilità e lo stesso Quirinale esclude la possibilità di elezioni anticipate. È su questo scenario politico che Fini dovrebbe riflettere. Soprattutto quando in maniera del tutto incredibile auspica che il governo vada avanti, dopo averne chiesto la rovinosa caduta. Non si può vivere in eterna contraddizione e sperare che nessuno se ne accorga. Dopo la sconfitta, un generale si arrende e lascia. I giochi sono fatti, rien ne va plus, monsieur Fini.


Mario Sechi

23/12/2010



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Studenti da Napolitano «Non firmi». «Non posso»

di Francesca Angeli


Roma


E sulla battaglia politica e gli ideali vince il cenone di Natale libero per tutti pure a Palazzo Madama. In cambio di una dichiarazione di voto finale in diretta tv oggi intorno alle 16 l’opposizione scende dalle barricate giusto in tempo per tornare a casa a festeggiare la vigilia in famiglia. Intanto però grazie al rallentamento imposto al cammino della riforma universitaria, che avrebbe potuto essere approvata già martedì scorso, in molti atenei rettori e professori si sono affrettati a sistemare parenti, affini e collaterali in cattedra visto che poi le norme contenute nella riforma renderanno impossibile l’assunzione di figli e nipoti dove insegnano padri. Insomma il ritardo ha probabilmente favorito l’ultimo colpo di coda della parentopoli universitaria.

Anche ieri è stata un’altra lunga giornata caldissima per l’aula del Senato. Nonostante l’auspicio espresso al mattino dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, per una rapida conclusione entro la giornata le cose si mettono subito malissimo. L’opposizione parte con l’ostruzionismo a oltranza, contestando il verbale della seduta precedente. Quella durante la quale la presidente di turno, la leghista Rosi Mauro, aveva perso il controllo e dato per approvati quattro emendamenti dell’opposizione. La votazione è stata quindi ripetuta ma l’opposizione contesta il resoconto e poi va avanti con l’ostruzionismo. Una maratona estenuante per i senatori. Nonostante l’impegno del presidente del Senato, Renato Schifani, i lavori procedono a singhiozzo e più di una volta devono essere interrotti a causa della bagarre in aula. Schifani impone il contingentamento dei tempi ma la decisione viene contestata.

È chiaro che il voto finale slitterà e sull’assemblea pesa la terribile minaccia lanciata dal presidente dei senatori dell’Italia dei Valori, Felice Belisario, al presidente del senatori Pdl, Maurizio Gasparri: «Metteremo insieme il bambinello nel presepio», come a dire passeremo la vigilia di Natale a votare la riforma. Gasparri accetta la sfida e annuncia: «Andremo avanti tutta la notte. E si profila la possibilità di arrivare a votare il 24 dicembre».

Ma la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, ha già la soluzione in tasca. Intanto ha già chiesto l’annullamento della rognosissima direzione di partito convocata per questa mattina, rinviata per l’appunto perché i senatori Pd sono impegnati con la votazione della riforma. Poi propone la salomonica soluzione. «Se volessimo impantanare questa riforma saremmo in grado di farlo, ma i miei senatori hanno senso di responsabilità» afferma munifica la Finocchiaro che propone la diretta tv con un tempo adeguato per le dichiarazioni di voto. «Così noi avremo tutto il tempo di spiegare agli italiani le nostre ragioni», dice la Finocchiaro. E si potrebbe aggiungere che così tutti i senatori avranno il tempo di tornare a casa per la vigilia. La proposta viene accolta da tutti. E Buon Natale.



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La sinistra sta coi baroni che assumono i familiari E il sì slitta ancora a oggi

di Massimiliano Scafi


Roma


Salgono in dodici e trovano uno zio affettuoso e burbero, un po’ come Sandro Pertini, che li accoglie nei salotti buoni, li ascolta, li elogia pure, e «si congratula» perché la manifestazione stavolta, almeno a Roma, è stata talmente tranquilla da ricevere i complimenti persino dal Viminale. Ma poi quello zio, senza troppi giri di parole, improvvisamente li mette spalle al muro: «Tutto bene, però in futuro dovete stare più attenti. Protestare è un diritto, ma se non riuscite a prendere fermamente le distanze dai gruppi violenti, la vostra battaglia sarà comunque perdente».

E anche sulla legge contesta, inutile insistere, «sapete quali sono le mie prerogative, non posso non firmarla».
Bastone dunque, non solo carota. Ma stare lì sul Colle, per gli studenti in lotta contro la riforma Gelmini, è comunque un successo, una legittimazione. «Il presidente della Repubblica è l’unico nostro interlocutore istituzionale, l’unico che in qualche modo ha preso atto delle nostre istanze», dichiara la Rete della conoscenza nel primo pomeriggio, al momento dell’invito. E alla fine dell’incontro, i dodici universitari si dichiarano molto soddisfatti: «Il capo dello Stato ha compiuto un gesto importante, ha riconosciuto che esiste un movimento. Lo ringraziamo, è stato il solo a volerci ascoltare e a trattarci da adulti».

«Ascoltare» appunto, questa è l’intenzione di Giorgio Napolitano, che non intende sostituirsi al governo ma che, come ha detto lunedì sera durante gli auguri di Natale con le alte cariche della Repubblica, vuole «aprire nuovi canali di comunicazione con i ragazzi». C’è in Italia «un malessere concreto, per la disoccupazione, l’incertezza del futuro e l’inadeguata formazione, guai a sottovalutarlo», ed è così che «dobbiamo leggere anche le recenti contestazioni, non riferibili a un singolo provvedimento».

Ma ascoltare non significa per forza condivisione, infatti Napolitano si guarda bene dallo sbilanciarsi sui contenuti della riforma. Dice soltanto che, visto che solo protestare non basta, «leggerà volentieri, quando ci saranno» le proposte del movimento e ripete, come concetto generale, che «la cultura e la formazione hanno risorse palesemente insufficienti».

Nel merito della legge invece, niente da fare. Gli studenti chiedono al capo dello Stato di non controfirmarla, lui risponde ricordando i suoi poteri e citando la Costituzione. «La cosa più importante - queste le parole di Napolitano - è mantenere aperto il dialogo». Da qui l’impegno a sensibilizzare il mondo politico e la richiesta di mettere nero su bianco un progetto alternativo di riforma».

Finisce dopo un’ora e con la promessa di rivedersi. Il presidente infatti vuole «essere messo al corrente direttamente» degli sviluppi. «Adesso è il governo che deve aprire al dialogo», dice Luca Cafagna, 26 anni, iscritto a Scienze politiche. E mentre i ragazzi anti-Gelmini lasciando il palazzo si fanno le foto con i corazzieri, ecco gli studenti del centrodestra che chiedono pure loro di essere ricevuti da Napolitano: «Vogliamo far sentire la nostra voce, il presidente dovrebbe ascoltare anche chi è a favore della riforma».



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In piazza tra infiltrati, fascisti e cani sciolti Dagli studenti lo stesso codice degli anni '70

di Stefano Filippi



I manifestanti rievocano il vocabolario del terrorismo rosso e nero e giustificano le aggressioni dei violenti con la vecchia formula: "Compagni che sbagliano".



 
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È il destino che attende chiunque esclami che «il re è nudo»: finire spernacchiati. Maurizio Gasparri non ha fatto eccezione, con il suo richiamo all’inchiesta «7 aprile» (1979) e alle misure preventive da prendere contro i contestatori dell’anno 2010. L’ex missino Gasparri evoca gli Anni di piombo e tutti gli danno addosso. Sprangate virtuali, manganellate verbali. Il delitto di lesa maestà è aver osato accostare i pacifici e creativi universitari cui è stato «rubato il futuro» (e solo incidentalmente nelle scorse settimane hanno devastato Roma e paralizzato i trasporti in mezza Italia) ai terroristi che uccidevano e gambizzavano.

Gasparri avrà esagerato, ma gli Anni Settanta sono il convitato di pietra di queste giornate. Le immagini di quella stagione di tensioni scorrono in bianco e nero sugli schermi della memoria collettiva. Impossibile evitare i paragoni, inevitabile fare i confronti. E i primi a farlo sono proprio i reduci di quegli anni formidabili, gli intellettuali di destra e di sinistra prigionieri della nostalgia canaglia.

«La ressa ricorda certe immagini di trent’anni fa», ha scritto il Messaggero raccontando le riunioni nelle aule universitarie della capitale prima delle manifestazioni. Vittorio Emiliani, editorialista dell’Unità, l’altro giorno ha iniziato così il suo articolo sul giornale del Pd: «Ogni volta che si verificano manifestazioni e scontri di piazza la memoria di noi vecchi cronisti torna agli anni vicini e lontani di ben altre manifestazioni, a quelli, in specie, del lungo periodo segnato dal sangue quotidiano degli attentati».

Salvo poi rimproverare al governo in carica di «non saper far altro che schierare le forze dell’ordine, non aprire alcuno spiraglio di confronto»: esattamente la linea dura che sconfisse il terrorismo e ha ridotto al minimo i problemi ieri. Ma anche il finiano Fabio Granata sul suo blog accarezza con rimpianto i «ricordi giovanili e antagonisti» e le piazzate che «hanno rappresentato un tassello di memoria indelebile e bellissimo» con «le bandiere alzate al sole e i canti lanciati al vento». Poesia pura, altro che Anni di piombo.

Gli Anni 70 sono balzati prepotentemente di attualità nel linguaggio che domina queste giornate cariche di apprensione. Da un lontano passato che sembrava non dovesse più tornare a galla si è nuovamente materializzato il vocabolario dell’eversione. I collettivi. Gli infiltrati. I cattivi maestri. I blitz creativi. I cani sciolti. I servizi d’ordine dei cortei. Sono ridiventati di stringente attualità perfino i «compagni che sbagliano», anzi, con una doverosa volgarizzazione semantica, «i compagni che hanno fatto una cazzata» come ha detto Andrea Alzetta, militante del progetto antagonista Roma in Action, a proposito del giovane che ha spaccato la faccia di un quindicenne a colpi di casco durante gli scontri del 14 dicembre a Roma.

«Compagni che sbagliano»: si diceva così nel periodo buio del terrorismo rosso e nero. Una sorta di attenuante generica che copre le responsabilità, quando non le cancella. Nei blog dell’estrema sinistra per giorni si è scritto che l’aggressore del quindicenne era un fascista infiltrato, e allora dàgli al fascista. Invece Manuel de Santis è un attivista dei centri sociali, pizzaiolo precario di famiglia medio-borghese. Uno dei loro. Non un picchiatore, dunque, ma un «compagno che ha fatto una cazzata» perché voleva «difenderlo dagli agenti». Un pentito. Spaccare una testa per impedire di essere violenti è un peccato veniale, agitare il manganello per mantenere l’ordine è una provocazione reazionaria. 

E dove si è rivolto de Santis per reclutare l’avvocato cui affidare il proprio pentimento? Dove ingaggiare un penalista con la dovuta esperienza nel settore? Risposta facile: nel profondo degli Anni 70. Il feritore ha scelto di farsi assistere da Tommaso Mancini, principe del foro di Roma ma soprattutto storico legale della sinistra extraparlamentare: fu lui il difensore dei primi terroristi dissociati delle Brigate rosse, cioè Valerio Morucci e Adriana Faranda, oltre che di Toni Negri, di Achille Lollo (esponente di Potere operaio che partecipò al rogo di Primavalle), di Francesca Mambro (condannata per la strage di Bologna), di numerosi militanti delle Unità comuniste combattenti e di altri imputati nel processo «7 aprile».

Riemerge anche il «collettivo di via dei Volsci» cui apparteneva Vincenzo Miliucci, ex leader dell’autonomia romana, il cui figlio risulta tra i giovani denunciati per i disordini della scorsa settimana. «Rifiutiamo il clima da Anni 70 che ci vogliono attribuire», protestano gli studenti dei collettivi e dei centri sociali che occupano le piazze italiane. Ma le proteste creative dei primi giorni, i libri di gommapiuma usati come scudo anti-Gelmini e le scalate sui tetti per farsi rincorrere da Vendola e Bersani sembrano già uno sbiadito ricordo.




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Abbey Road diventa patrimonio della Gb

Corriere della sera

La strada dei Beatles  nella lista dei monumenti

 

L'uomo invisibile travolto sulla A1 Una tragedia in carne e ossa

Corriere della sera

di Paolo Di Stefano

Un autista albanese ucciso da un Tir


Pensavamo che l'Uomo invisibile fosse una paurosa creatura fantascientifica, come racconta il celebre film eponimo degli anni Trenta tratto da un romanzo ottocentesco di G.H. Wells. Invece no, c'è un Uomo invisibile in carne e ossa che fino all'altro ieri è vissuto come tante persone in carne e ossa, lavorando, probabilmente faticando, amando, sognando, soffrendo come tutti: faceva il trasportatore di vini nei pressi di Frosinone, forse aveva una moglie e dei figli, forse no. È vissuto da invisibile, e allo stesso modo è morto. Non visto. Ecco la dinamica ricostruita dagli investigatori. Martedì, nei pressi di Colleferro, l'Uomo invisibile era fermo sulla corsia d'emergenza dell'autostrada A1, per verificare il guasto era sceso dal suo furgone: probabilmente invisibile pure quello, poiché un Tir carico di frutta l'ha urtato con violenza, facendo volare l'Uomo invisibile sulla carreggiata, dove sopraggiungeva un camion-bisarca, uno di quei mostri a due piani che trasportano auto.


L'Uomo invisibile - essendo invisibile - è stato travolto e trascinato per ben 90 chilometri, perdendo pezzi ad ogni metro di strada, e lasciando sull'asfalto una scia di frammenti organici misti a brandelli dei vestiti che indossava. L'Uomo invisibile, infatti, non era l'entità inconsistente o evanescente raccontata da Wells, non era la pura assenza prodotta dagli effetti speciali cinematografici, ma era un uomo in carne e ossa con l'unica differenza, rispetto al resto del genere umano, di non essere visto da nessuno come a volte capita alla gente comune o meno che comune.


Così probabilmente ha vissuto. E così è morto e tale è rimasto dopo la morte. Fatto (fato) sta che il suo destino di invisibilità, come la striscia di materia che ha lasciato sulla strada, si è protratto persino in morte. Al punto che la notizia della sua fine atroce - che se fosse accaduta a un rappresentante del Mondo visibile avrebbe avuto lo spazio e l'eco che meritava - nei quotidiani è stata coerentemente ridotta al minimo, quattro-cinque righe, in colonnini non più che marginali. C'è un altro romanzo intitolato Invisible Man: fu scritto nel '53 da Ralph W. Ellison. Era un libro sul razzismo americano di quegli anni. Raccontava di un nero emarginato dalla società, privato della sua identità pubblica: non era invisibile in sé, semplicemente gli altri si rifiutavano di vederlo. Era un Uomo invisibile, ma in carne e ossa, esattamente come il trasportatore albanese travolto due volte sull'autostrada e dimenticato dai giornali.


23 dicembre 2010



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Vorrei guardare in faccia Manuel ma per il perdono è troppo presto»

Corriere della sera

Parla Cristiano, il ragazzo colpito con il casco a Roma  «Per ora basta con le manifestazioni, ho paura»



Cristiano Ciarrocchi subito dopo l'aggressione
ROMA - «Sono molto colpito, scioccato da quello che mi è successo».

Tornerai in piazza?
«Aspetterò un lungo lasso di tempo prima di partecipare a una manifestazione. Adesso ho paura, ho bisogno di riflettere. Continuerò a essere attivo nel sociale, ma mi muoverò con più cautela. Ora voglio solo studiare e riprendermi da questa brutta vicenda». Cristiano Ciarrocchi è il ragazzo del casco in faccia, lo studente romano di 15 anni ferito seriamente durante gli scontri nella Capitale, il 14 dicembre. L’ematoma al cervello si sta lentamente riassorbendo, ha uno zigomo fratturato e martedì è stato operato al naso per ricomporre un’altra frattura.
 
Manuel De Santis, il ventenne che ti ha colpito in via degli Astalli, ha detto che vorrebbe incontrarti. E tu?
«Vorrei guardarlo in faccia, capire perché lo ha fatto. Ho saputo dai giornali che ha cercato di contattare la mia famiglia, ma ancora non si è fatto vivo. Mi piacerebbe molto avere un confronto con questa persona, parlare fa sempre bene».

Roma, l'aggressione a Cristiano

Lo hai perdonato?
«Nelle condizioni fisiche in cui mi trovo non è facile, sono molto colpito anche psicologicamente. A un eventuale perdono ci penserò dopo, quando starò meglio».
 
Pensi che debba pagare per quello che ha fatto?
«La punizione non mi interessa, però un po’ ci penso, è chiaro. Ora non mi importa molto sapere chi è, la domanda è perché mi avrebbe lanciato un casco in faccia. Se davvero non è un esterno, perché mi ha colpito sapendo che avrebbe danneggiato il movimento? Mi ha fatto male sapere che non è un picchiatore o un teppista, ma un esponente del movimento, come me».

Pensi che al corteo ci fossero infiltrati?
«C’erano tanti gruppi organizzati, ma non credo a una regia occulta».
 
Il video dell’aggressione rimbalza da un sito all’altro ed è un po’ il simbolo degli scontri. Lo hai visto?
«La reazione del web è stata straordinaria e ci ha permesso di identificare l’aggressore. Sono rimasto impressionato, non pensavo di aver preso una botta così forte. Ho capito cosa è successo solo dopo aver visto il video».
 
Cosa ricordi?
«Dopo aver lanciato il mandarino mi sono girato, poi sono stato colpito e non ricordo nulla».

Manuel De Santis

Perché tu?
«Perché lanciavo la frutta. Se lui, come sembra, lo ha fatto per mantenere l’ordine, vuol dire che l’organizzazione del corteo era sbagliata. Ma questa spiegazione mi lascia perplesso. Se invece era un esterno, significa che ha colpito di sua spontanea volontà. Voglio capire, perché non si ripeta».
 
Lanciando oggetti non si fomenta la violenza?
«Non volevo fare male a nessuno. Non pensavo che tirando un mandarino avrei preso un casco in faccia da un manifestante».
 
Frequenti i centri sociali?
«No, ma conosco persone che li frequentano. Eravamo tutti molto arrabbiati e quello che non capisco è perché nessuno si chieda il perché di tutta quella rabbia. Anche se ci fosse stata una minoranza che voleva portare violenza, bisognerebbe domandarsi il perché».
 
La riforma della scuola?
«E’ sconcertante e scandalosa, otto miliardi di tagli... Ma in quel corteo non c’erano solo studenti, c’erano precari, terremotati, lavoratori ed erano tutti molto incazzati».
 
Per te è importante far parte del movimento?
«Sì, abbastanza importante. Mi sento in dovere di cambiare le cose in meglio, non solo per me, ma per tutta la comunità».

Monica Guerzoni
23 dicembre 2010

Wikileaks, ora indaga la Cia

La Stampa

Maurizio Molinari


Rivincita degli 007 di Langley che non volevano condividere i loro rapporti in rete
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Tocca alla Cia il compito di verificare i danni causati dalla fuga di documenti segreti attraverso Wikileaks e per Langley si tratta di un vittoria di non poco conto nel mondo dell’intelligence Usa, perché era stata l’unica agenzia a opporsi alla decisione di condividere in un’apposita rete di Internet le informazioni classificate. Ad alzare il velo sulla rivincita della Cia nei confronti della Casa Bianca e delle altre 15 agenzie di intelligence sono le indiscrezioni affidate al Washington Post, che consentono di ricostruire quanto avvenne dopo l’ultimo blitz di Wikileaks, che era riuscito a mettere le mani su oltre 250 mila dispacci del Dipartimento di Stato.

Il presidente Obama e il nuovo direttore nazionale dell’intelligence James Clapper hanno concordato di affidare a Leon Panetta, capo della Cia, il compito di creare nel quartier generale di Lanlgey una «Wikileaks Task Force», costituita da almeno due dozzine di agenti della sezione controterrorismo. La task force ha il compito di «esaminare i documenti segreti rivelati» e il «loro impatto» al fine di valutare i «danni subiti dagli Stati Uniti». In concreto ciò significa non solo comprendere le conseguenze politiche nei rapporti con Paesi alleati o partner investiti dalle rivelazioni ma anche appurare quali singoli individui - in Paesi come la Cina, la Birmania, la Russia o le monarchie del Golfo - possano trovarsi in situazione di rischio a seguito della pubblicazione dei loro nomi come interlocutori dei diplomatici americani.

Il risultato è che gli agenti di Leon Panetta sono chiamati a rimettere ordine nelle molteplici conseguenze della fuga di documenti e ciò costituisce per Langley una sensibile vittoria perché, dall’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001, la Cia era stata l’unica delle 16 agenzie di intelligence a rifiutarsi di condividere le proprie informazioni top secret. I «niet» sono arrivati in due occasioni: nel 2002, quando l’Amministrazione Bush per la prima volta propose di «abbattere ogni muro nelle comunicazioni di intelligence», e nel 2008, allorché, durante la transizione fra i presidente Bush e Obama, il Pentagono attivò la rete internet segreta «Sipranet» come strumento di consultazione comune delle informazioni top secret. «Ci siamo rifiutati di far condividere agli esterni le nostre informazioni perché non le condividiamo neanche con gli interni», spiega un’anonima fonte al Washington Post.

In attesa delle prime iniziativa della «Wikileaks Task Force», come anche della possibile incriminazione di Assange da parte del Ministero della Giustizia Usa, c’è da registrare la decisione di Apple di depennare l’application di Wikileaks dall’offerta del proprio negozio online (ma sul sistema rivale Android, di Google, le applicazioni si possono ancora scaricare) seguendo l’esempio di altre aziende americane - a cominciare da Amazon . Sul fronte delle rivelazioni invece la notizia arriva da Oslo, dove il quotidiano Atfenposten sostiene di essere il primo giornale a entrare in possesso dell’intero archivio di dispacci del Dipartimento di Stato nelle mani di Wikileaks. Ole Erik Almind, capo cronista del quotidiano, si è trincerato dietro un «no comment».




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Figuraccia democratica in aula E D’Alema guida l’ultima fronda

di Laura Cesaretti


Roma


«Ma che è questa cavolata? Sapete che c’è? Io mica la voto, me ne vado», ha annunciato ai suoi vicini di banco alla Camera. Detto fatto: Massimo D’Alema è uscito dall’aula, e durante il voto della mozione dipietrista (ma appoggiata dal Pd) contro il ministro leghista Roberto Calderoli è risultato assente.

D’Alema non è stato l’unico del Pd a tirarsi indietro, e neppure il più autorevole: tra i trentacinque deputati che sono mancati a quell’appello ci sono anche il segretario Pier Luigi Bersani, e poi Fioroni, Gentiloni, Enrico Letta, Grassi, Giovanna Melandri, Bressa. Mentre la pattuglia radicale, che del gruppo Pd fa parte, ha scelto di astenersi. Tant’è che il ministro Calderoli, dopo aver annunciato soddisfatto di aver ottenuto un margine di voti «maggiore di quello di Berlusconi nell’ultima fiducia» (293 voti a suo favore e 188 contro), ci ha tenuto a ringraziare pubblicamente «l’astensione del terzo polo e le molte assenze del Pd». Assenze per lo più volontarie, dettate dalla contrarietà a una iniziativa «poco sensata e a rimorchio di Di Pietro», come si sfogavano ieri in molti.

La mozione presentata dall’Idv chiedeva al governo il ritiro delle deleghe al ministro Calderoli per aver «mentito al Parlamento» a proposito della cancellazione della norma del codice militare che prevedeva il reato di «associazione militare di stampo politico» (al fine, secondo l’Idv, di evitare il processo a 36 «Camice verdi» leghiste che ne erano accusate), e aveva avuto il sostegno del capogruppo Pd Dario Franceschini. Ma il dissenso tra i parlamentari è cresciuto, e la riunione dell’ufficio di presidenza del gruppo Pd, due sere fa, era stata burrascosa.

A capo della dissidenza il segretario d’aula Roberto Giachetti: «La mozione di Idv parte dall’assunto che il ministro abbia mentito al Parlamento - ha spiegato ai compagni di gruppo, invitandoli a ripensare la decisione di votare a favore - un’accusa gravissima, ma non corroborata da alcuna prova: anzi, gli atti che Calderoli ha portato in aula dimostrano che è andata come dice il ministro. Sarebbe insensato, oltre che un grave precedente, chiederne le dimissioni». Obiezione respinta: «Ormai abbiamo detto che la voteremo, e tanto comunque verrà bocciata: evitiamo di farne un caso», è stato il ragionamento del capogruppo.

E così Giachetti si è alzato in aula ieri, annunciando il proprio sì per disciplina di gruppo, ma spiegando le ragioni del suo dissenso: «Voglio che rimanga agli atti per quel che vale che sto facendo una cosa che penso nasca da una scelta sbagliata. Penso che questa mozione nasca da una motivazione sbagliata, quindi ogni tanto, al fine di tutelare le nostre istituzioni bisognerebbe pensare prima a quello che si fa, e se si è fatto qualche cosa di sbagliato, avere il coraggio di riconoscerlo e porvi rimedio». Silenzio di tomba, poi applausi e molte strette di mano bipartisan. E uscita in massa dell’ala Pd che vive con disagio la forzata convivenza col giustizialismo dipietrista. Calderoli ringrazia: «Giachetti ha detto la sacrosanta verità».

La mozione, come previsto, viene respinta. Ma resta il segnale, l’ennesimo, delle difficoltà del maggior partito di opposizione, in cui convivono linee e strategie diverse, e che non sa ancora bene come affrontare i prossimi mesi, dopo lo smacco della mancata sfiducia a Berlusconi. Ieri è tornato in campo anche Veltroni, preconizzando che a breve «il Pd non esisterà più», se invece di decidersi a lanciare un proprio progetto continuerà a inseguire Casini al centro o Vendola a sinistra. Una bocciatura della linea «Casini premier» sostenuta da D’Alema e sposata ultimamente anche da Bersani. E molti nel Pd ieri benedicevano la Gelmini e la sua riforma: lo slittamento dell’approvazione in Senato ha fornito il pretesto per rinviare a gennaio una direzione che minacciava di diventare uno sfogatoio di malumori.



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Automobilisti in trappola

Il Tempo


Un fiume di gente, proveniente da Porta Maggiore e incurante dei binari del tram, simpossessa della Tangenziale. La rabbia dei romani: "Vogliono diritti e li negano a noi".


La protesta degli studenti sulla Tangenziale a Roma


Gli abitanti di via Prenestina non vogliono credere ai loro occhi: un fiume di gente, proveniente da Porta Maggiore e incurante dei binari del tram, si prepara a impossessarsi del quartiere. È una scena che non hanno mai visto. «E che mai avrei voluto vedere», assicura il benzinaio di zona, rimasto «a secco» di clienti per almeno quattro ore. «Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città»: è lo slogan che gli studenti ripetono. I residenti della periferia non sono certo abituati ad ospitare nelle loro zone i cortei di protesta.


Il traffico va subito in tilt. Il tram numero 3 che parte dalla Prenestina e fa il giro di tutta Roma, viene bloccato in deposito nelle prime ore della mattina. Alle fermate i cittadini capiscono di aspettare invano: «Lo sapevo io» esclama Nino, un signore sulla sessantina in attesa del tram a Porta Maggiore. «Io abito in centro e ogni volta rimango bloccato lì. Oggi che dovevo venire da queste parti, si sono spostati anche loro. Se non è sfortuna questa!», spiega. I vigili urbani fanno quello che possono, ma quando gli studenti decidono di salire sulla rampa della Tangenziale Est la situazione precipita.


«Ci scusiamo per il disagio, ci scusiamo per il disagio», continuano a ripetere, ma gli automobilisti bloccati sono sempre di più e cominciano a perdere la pazienza. Molti di loro sono in servizio: «Devo consegnare questi cesti di Natale all'Eur, ma se continua così ci arrivo per la Befana», racconta Massimo. Andrea, invece, deve trasportare delle slot machine in zona Palmiro Togliatti: «Non è molto lontano da qui, ma di questo passo...», spiega sbadigliando al finestrino.

Magda, trentanni, sudamericana, è decisamente arrabbiata: «Sarà anche la prima volta che vengono a protestare da queste parti, ma io devo andare a lavorare». Vende oggetti di pelletteria in un negozio a Monteverde, ma anche l'autobus che prende di solito è imbottigliato nel traffico.

Sulla Tangenziale, intanto, si forma una coda chilometrica: «Spegnete i motori, che c'è da aspettà - urlano gli studenti - Semo tantissimi». Agli automobilisti non resta che rassegnarsi. Il corteo nel primo pomeriggio si dirige verso lo svincolo dell'autostrada Roma-L'Aquila.

 Nel tunnel la circolazione viene bloccata in entrambi i sensi di marcia. I manifestanti sbattono i pugni contro le pareti per fare sempre più rumore: «La prossima volta votate meglio», urlano a chi in segno di disappunto suona il clacson. Ilaria guarda l'orologio di continuo, poi all'improvviso esce dalla macchina:

«Devo andare a prendere mia figlia all'asilo io», dice ai ragazzi. Loro le spiegano i motivi della protesta: «Io capisco le vostre ragioni - ammette - ma fare un corteo senza dire dove vai significa manifestare per dei diritti tuoi e toglierli agli altri». Il corteo prosegue per la sua strada. Ilaria si risiede in macchina. «Ci scusiamo per il disagio. Ci scusiamo per il disagio», si sente dalla fine del tunnel. Lei, alla fine, non si trattiene: «Ecco, ci prendono pure in giro, fammi chiamare la maestra, va!».


Nadia Pietrafitta

23/12/2010



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Teheran, legge islamica: uomo frustato in piazza "Ha bevuto degli alcolici"

di Redazione


Un uomo è stato frustato in pubblico in Iran per avere consumato bevande alcoliche. La punizione corporale è stata eseguita su una piazza della città di Ramshir, nella provincia sud-occidentale del Khuzistan



 

Teheran - Un uomo è stato frustato in pubblico in Iran per avere consumato bevande alcoliche, secondo quanto scrive oggi l’agenzia Isna. La punizione corporale è stata eseguita su una piazza della città di Ramshir, nella provincia sud-occidentale del Khuzistan. L’uomo, di cui non è stata resa nota l’identità, ha ricevuto 80 colpi di frusta. In base alla legge islamica in vigore fin dalla rivoluzione del 1979, il consumo di alcol è vietato in Iran. Chi viola la legge può essere condannato alle frustate, a forti multe o a pene detentive. Le esecuzioni corporali in pubblico sono tuttavia molto rare.




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Le case negate ai rom: il partito dei giudici contro sindaco e prefetto

di Redazione


La storia dell'assegnazione delle case popolari (dell’Aler di Milano) sembra non finire più. Come se non bastasse ora ci si è infilata anche la Procura di Milano. Il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, ha aperto un fascicolo, senza indagati né ipotesi di reato ma sulla base della sentenza del Tribunale civile di Milano che ha assegnato ai rom le case che il Comune aveva deciso di non assegnare. Sulla base di questa sentenza Spataro ha deciso di intervenire perché nella sentenza si parla di possibili comportamenti omissivi del Comune e della Prefettura di Milano per motivi di discriminazione razziale.

Che in questa storia un po' di confusione tra Comune di Milano e ministero degli Interni ci sia stata non c'è dubbio. Ad un certo punto, almeno a livello di opinione pubblica, anche con tutta la buona volontà e senza pregiudizi, non ci si è capito più nulla. Passi in una direzione, retromarce e cambi radicali di direzione su temi così delicati andrebbero evitati come la morte, perché il dibattito non è sereno a cose normali, figuriamoci di fronte a fatti come questi.

Detto questo, c'era proprio bisogno che non richiesto da nessuno, senza un'idea del colpevole e del reato, se ne occupasse, con tutto quello che ha da fare, la giustizia penale? La giustizia civile ha già fatto il suo corso in tempi inusualmente rapidi (almeno per i cittadini comuni), occorreva proprio che intervenisse anche la giustizia penale?
Certo, quello che è scritto nella sentenza civile, elementi omissivi per discriminazione razziale, è rilevante essendo tale discriminazione una delle fattispecie ricordate dalla Costituzione e rappresentando una lesione grave dei diritti fondamentali della persona stessa. Ma non sarebbe stato meglio lasciare questa parte della vicenda nelle mani della politica non dando l'impressione di voler fare opera di supplenza?

La materia dell'immigrazione, dell'accoglienza degli immigrati, della loro integrazione possibile, delle sanzioni e delle pene in caso di irregolarità sono tra i temi più caldi del dibattito politico in tutta Europa. In Italia non parliamone. Non sarebbe opportuno lasciare il tema in questo ambito? Lasciare che sia la politica a fare proposte, a fare progetti, a metterli in pratica e a sottomettere il tutto al giudizio degli elettori. Non è il giudizio politico più che quello penale il giudizio più appropriato in questa materia e in particolare in questo caso dei rom a Milano?

Il Tribunale civile ha riconosciuto ai dieci rom il diritto di entrare nelle case popolari. E ci entreranno salvo ricorsi e ammennicoli vari. Non bastava? Se le decisioni politiche nell'ambito dell'immigrazione cominciano ad essere oggetto della giustizia stiamo freschi. Ad esempio bisognerebbe cominciare ad aprire un fascicolo contro tutti quelli che in Italia hanno operato in aperto contrasto con la Direttiva europea che lega la possibilità di accogliere un immigrato al fatto che abbia un lavoro, uno stipendio sufficiente a mantenere sé e i propri cari, un'abitazione. Quanti fascicoli dobbiamo aprire? Contro chi? Forze dell'ordine, responsabili di enti locali, prefetture, questure, curie, associazioni, uomini di buona volontà, preti, suore, forse financo qualche magistrato e politico.

Non porta buona che chiunque da qualsiasi parte alimenti il sospetto di non agire strettamente in riferimento alle proprie competenze. Magari con i migliori intenti ma al di fuori dei propri confini. Secondo noi in questo caso era meglio lasciare tutto in ambito politico. A Milano il prossimo anno il prossimo anno ci saranno le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale e del sindaco. Saranno oltre un milione gli Spataro che decideranno se sia discriminatoria o no la politica sull'immigrazione del Comune di Milano.



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