venerdì 24 dicembre 2010

La Madonna apparve in Wisconsin"

La Stampa


Il Vaticano certifica l'apparizione avvenuta nel 1859: "E' autentica"





NEW YORK

Adesso è ufficiale: l'apparizione della Madonna in una piccola cappella del Wisconsin è reale. Un'inchiesta del Vaticano, durata oltre due anni e terminata lo scorso 8 dicembre, ha decretato che la visione della Vergine da parte della suora belga Adele Brise fu un'autentica apparizione mariana. La suora sosteneva di essere stata visitata tre volte dalla Madonna nel 1859.

In occasione delle apparizioni,la bionda Vergine aleggiava sospesa in aria tra due alberi. Come da istruzioni, Brise dedicò la sua vita a educare i bambini alle credenze religionse. Il vescovo della diocesi di Green Bay - dove si trova la cappella - David Ricken ha constatato «con certezza morale» che Brise ha effettivamente avuto degli incontri «soprannaturali meritevoli di fede». Dal 1978 la Chiesa cattolica affida ai vescovi locali il compito di verificare la veridicità delle apparizione. L'apparizione mariana è la prima negli Stati Uniti e solo l'undicesima nel mondo dal 1900. La cappella del Wisconsin si va ad aggiungere alla lista di luoghi sacri per la Chiesa cattolica come Lourdes in Francia e Fatima in Portogallo.



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Tornano le festività

Le 20 cose e idee più obsolete del decennio

Corriere della sera


Vhs, agenzie di viaggio, cd, mappe, fax, enciclopedie: ci ricordano quanto le nostre abitudini sono cambiate




Il videoregistratore (a sinistra) e il fax
Il videoregistratore (a sinistra) e il fax
MILANO – Come cambia velocemente il mondo in questa società effimera, nella quale tutto sembra bruciare istantaneamente per essere rimpiazzato da qualcosa di migliore, di più bello, di più rapido ed efficiente. Il giorno della vigilia di Natale la celebre testata fondata da Arianna Huffington propone una sorta di necrologio per ogni prodotto, invenzione o idea che nell’ultima decade è passato a miglior vita, ricordandone anche brevemente la data alla quale si può ricondurre la dipartita ufficiale. Nella lista troviamo non solo oggetti ormai relegati al passato, ma anche concetti che, travolti da cambiamenti epocali, stanno sparendo persino dall’immaginario delle persone.


AI PRIMI POSTI – Il primo funerale va celebrato per il Vhs e le sue videocassette, capaci ormai di far quasi sorridere al cospetto del ben più autorevole Dvd. Il Washington Post scriveva della sua morte già nel 2005: «Il Vhs è morto, a soli 29 anni di vita». A seguire troviamo nella classifica delle cose obsolete le agenzie di viaggio, ormai spazzate via dai siti e dalle applicazioni per viaggiatori digitali, capaci di offrire soluzioni ben più capillari e originali. Al terzo posto Huffington Post cita il tramonto della separazione tra vita lavorativa e privata, definitivamente annientata dopo anni di assottigliamento di un confine sempre più labile, complici il multitasking e le connessioni senza fili. Ma nella lista nera si possono trovare, come ricordato, anche concetti astratti: ne è un esempio l’oblio che, in una rete con una memoria da elefante che conserva una copia digitale di ogni pensiero e di ogni azione dei suoi utenti, semplicemente non ha più ragione di esistere.

La fine del diritto di dimenticare viene sancita dall’autorevole New York Times nel luglio di questo anno con un articolo dal titolo The Web Means the End of Forgetting (Il web significa la fine dell’oblio). Gli ultimi dieci anni hanno significato anche la lenta agonia delle librerie e dei loro frequentatori, i topi da biblioteca. L’anno che verrà sarà l’anno della fine delle librerie brick and mortar (calce e mattoni) secondo le previsioni dell’editore Mike Shatzkin che nel suo blog profetizza il fallimento di molti colossi del settore, oscurati da Amazon e simili e dall’ebook. Anche l’orologio da polso è destinato a sparire, sorpassato da cellulari, laptop e gadget tutto fare che offrono un servizio molto più completo della semplice indicazione dell’orario. Uno studio del Beloit College sulle abitudini studentesche della generazione imminente concludeva pochi mesi fa: la generazione a venire non saprà più scrivere in corsivo e non conoscerà l’orologio, inteso come oggetto utile. Sopraviveranno gli orologi particolari, di lusso, capaci di regalare un valore aggiunto rispetto alla semplice indicazione pratica dell’ora.



GLI ALTRI DEFUNTI – Ma nell’ultimo decennio si sono dissolte, impercettibilmente e lentamente, tante altre cose. Nella lista c’è un posto per le linee erotiche, decisamente demodé, le cartine geografiche (impallidite rispetto alle mappa online e al Gps), la chiamata telefonica, gli annunci sui giornali, le connessioni dial-up, l’enciclopedia, il Cd, la linea fissa, le pellicole, le pagine gialle, i cataloghi, il fax. Infine, grazie al wireless sono diventati obsoleti i fili. «Nonostante per ora i fili siano ancora con noi», scrive l’Huffngton Post, «si stanno avviando a diventare una cosa del passato».


Emanuela Di Pasqua
24 dicembre 2010



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Adrian, l'elettricista della tv di Stato si butta dal balcone del parlamento

Il Mattino


BUCAREST (23 dicembre) - Adrian Sobaru è un tecnico elettricista della televisione di Stato. In aula sta per cominciare la seduta dei lavori del parlamento rumeno che deve discutere su una serie di tagli. All'improvviso l'uomo si lancia dal balcone dell'aula. . Fortunatamente l'uomo ha riportato solo qualche frattura, ma non è in pericolo di vita.









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Fanno scherzo in strada e provocano ribaltamento bus

Il Mattino

 

LIONE (24 dicembre) - Dove può arrivare la stupidità umana: Ebbene, se avte una risposta, aspettate prima di vedere questo filmato amatoriale che arriva dalla Francia ed è stato postato qualche settimana fa su Liveleaks. Due ragazzi, uno "armato" di videocamerina", si improvvisano clown per qualche istante: si piazzano all'improvviso sulle stisce pedonali proprio mentra sta transitando un bus. L'autista perde il controllo del mezzo con risultati drammatici.

 

Cusano Mutri, folla e commozione ai funerali della mamma e dei quattro figli

Treviso, sbaglia l'Ici di 99 centesimi: gli arriva una multa di 2.000 euro

Il Mattino


L'impresa di Pieve di Soligo aveva dimenticato di comunicare
il frazionamento del capannone. La Cna: «Sanzione assurda»








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Spunta la Sanitopoli della Basilicata rossa: appalti truccati, nei guai i vertici del Pd

di Emanuela Fontana


Nuova offensiva giudiziaria. Indagati governatore lucano e presidente del Consiglio regionale con l’accusa di turbativa d’asta Secondo i pm avrebbero pilotato i servizi di pulizie, facchinaggio e pasti all’ospedale di Potenza. Si indaga sulla gara da 25 milioni di euro



 

Roma


Un’indagine su appalti per pulizia e facchinaggio all’ospedale di Potenza punta al cuore della presidenza della regione Basilicata. Il governatore, Vito De Filippo (Pd), e il presidente del consiglio regionale, Vincenzo Folino (sempre Pd), sono iscritti nel registro degli indagati nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla procura di Potenza sugli appalti all’ospedale San Carlo. Il reato: turbativa d’asta. L’iscrizione è recentissima e sinora la notizia è stata tenuta sotto silenzio negli ambienti giudiziario-giornalistici lucani.
Il presidente e l’ex assessore, nomi di spicco del Pd meridionale e uomini simbolo della piccola roccaforte del centrosinistra al sud, sono sospettati dai magistrati di essere intervenuti sulla commissione aggiudicatrice dei servizi all’ospedale San Carlo.

Un appalto molto ricco: 25 milioni di euro. Sono sotto inchiesta i componenti della commissione, i vertici de «La Cascina» (il gruppo che ha vinto la gara) e, con Folino e De Filippo, un collaboratore del governatore. Secondo i pm gli indagati «turbavano con metodi fraudolenti il regolare svolgimento della gara pubblica di appalto del servizio di pulizia e dei servizi secondari», ovvero il «facchinaggio» e il «trasporto dei pasti ai malati». L’importo totale della torta era appunto di 25 milioni di euro. La gara era stata bandita dall’ospedale San Carlo diretto da Giovanni De Costanzo (non indagato) ed era stata vinta nell’ottobre dal 2008 da Ati Naer servizi srl. e Vivenda spa, società del gruppo La Cascina.

Secondo la tesi dell’accusa, i vertici della «Cascina» e delle controllate «effettuavano pressioni sul presidente della regione Basilicata De Filippo Vito e l’assessore regionale Folino - come si legge nell’avviso di comparizione per quattro dei sei indagati - così determinando l’intervento di questi ultimi presso Spera Giuseppe», ovvero il presidente della commissione che aveva il compito di assegnare l’appalto. I pm contestano il fatto che dopo le presunte pressioni e poi le «attivazioni» di De Filippo e Folino, l’appalto fosse stato assegnato alle controllate del gruppo La Cascina con un punteggio pari a 5 del capitolato di gara «servizio pulizia e igiene ambientale», contro i 2 punti assegnati al concorrente (Ati Dm Smi), sebbene «entrambe le Ati avessero avuto lo stesso giudizio con riferimento a tale punto».

Proprio per l’ipotizzato «intervento» sulla commissione, il governatore lucano è stato raggiunto da avviso di garanzia. In prima battuta i magistrati hanno sentito, alla fine di novembre, i membri della commissione aggiudicatrice, ma l’inchiesta è in pieno svolgimento.
All’epoca dei fatti, De Filippo era al suo primo mandato da governatore, a tre anni dall’elezione nel 2005, a 42 anni, con il record del 67% dei consensi. Riconfermato nel 2010 con quasi il 61% dei voti, l’ora quarantasettenne governatore del Pd è stato collocato al quarto posto nella classifica estiva del sito Affaritaliani tra i presidenti di Regione più amati, dopo Formigoni, Zaia e Scopelliti. Con un consenso però sceso al 57%.

Da quest’autunno una serie di notizie di stampa hanno innescato feroci dibattiti in rete, soprattutto su Facebook, in merito alla gestione della cosa pubblica in Basilicata. Un episodio recente che ha creato sdegno sui network riguarda l’assessore provinciale al Bilancio Vito Di Lascio. Dai documenti pubblicati sui quotidiani locali, l’assessore risulta incredibilmente vincitore del concorso pubblico in Regione per due posti a tempo indeterminato di «funzionario in materie economiche, finanziarie e statistiche». Il primo posto è stato il suo. L’assessore-funzionario è stato bersagliato su Facebook da commenti spietati. Nel concorso ha totalizzato il massimo dei punti: 90 su 90.
E il Quotidiano della Basilicata ha pubblicato ieri la notizia di un buco di bilancio di 4 milioni di euro nelle casse dell’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arpab) con il dettaglio delle spese pazze per affitti e posti auto.



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Contro i leader Fli, tre testi e una denuncia: "Un milione di euro a Fini e Bocchino"

di Redazione


Ai pm di Napoli il memoriale di un assessore comunale: così l’imprenditore Romeo finanziava i politici per garantirsi gli appalti. La fonte: un assessore morto suicida. Repliche: Il manager: "Tutto falso". E il capogruppo del Fli: "Mai avuto soldi da Romeo". L'ex consigliere della Margherita Scarpitti: "Nugnes mi parlò di quei soldi e altri possono confermarlo"



di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica


Politici, appalti, voci di misteriosi fi­nanziamenti: un milione di euro, per l’esat­tezza. L’ultima novità giudiziaria dal fronte partenopeo si ricollega all’inchiesta Romeo, quella sull’appalto «Global service» per la manutenzione delle strade del comune di Napoli. Un terremoto giudiziario che vide il suicidio di uno degli assessori del sindaco partenopeo Rosa Russo Iervolino, Giorgio Nugnes, e l’arresto di altri quattro, due dei quali mentre erano ancora in carica.

E che coinvolse anche il livello politico nazionale, con il figlio di Antonio Di Pietro intercettato e con due parlamentari indagati per i quali fu invano chiesto l’arresto:Renzo Lusetti prima Pd e ora Udc, e Italo Bocchino, all’epoca an­cora in An. Del figlio di Di Pietro non s’è più saputo nulla. La posizione dei due politici è stata invece stralciata e poi archiviata, il pro­cesso per gli altri si è chiuso con l’assoluzione degli assessori e dello stesso Romeo, condan­nato però a due anni per corruzione, insieme all’ex provveditore alle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone.

Ed è proprio sui rapporti tra Bocchino e l’imprenditore Alfredo Romeo che si incen­tra, oggi, un nuovo documento presentato al­la procura di Napoli da un ex consigliere co­munale napoletano della Margherita, Mau­r­o Scarpitti, molto vicino a Nugnes.Per capi­re di co­sa si tratta occorre rifarsi all’inchiesta­madre dove Bocchino fu coinvolto per una serie di intercettazioni in cui il politico, secondo i ma­­gistrati, sembrava spender­si con l’amico imprendito­re per agevolare il ritiro dal consiglio comunale di una serie di emendamenti ostruzionistici per la deli­bera Global service. Per esempio, il 27 marzo del 2007, gli inquirenti registra­no una telefonata tra l’espo­nente di Fli e l’imprendito­re.

Secondo i pm, poi smen­titi dall’evoluzione del pro­cedimento, era indicativa di una trattativa per «am­morbidire » l’opposizione di centrodestra, anzi il gruppo di Alleanza nazio­nale, che aveva presentato «un’ottantina di emenda­menti » per rallentare il via libera al Global service. Bocchino, che non ha mai negato l’amicizia con Romeo, da subito smentì sdegnato il ruolo che i pub­blici ministeri gli avevano cucito su misura. Sostenen­do con i magistrati napole­tani che lo interrogarono che all’epoca dei fatti lui, nel gruppo partenopeo di An, non contava politica­mente nulla.

Quanto ai so­spetti sull’appalto Global service, il giudizio di primo grado ha provveduto a fu­garli. M a la questione solle­vata adesso da Scarpitti è ben diversa. L’ex consiglie­re h a consegnato al p m par­tenopeo Giancarlo Novelli, titolare di un’inchiesta «pa­rallela » su Nugnes e l’im­prenditore Vincenzo Cotu­gno, una memoria relativa a un incontro che si tenne all’hotel Vesuvio nella pri­mavera del 2005. Oltre a Scarpitti, c’erano Nugnes, un altro consigliere comu­nale e Cotugno. Nugnes, racconta Scarpitti, «si sof­fermò sulla gara del Global service (...) sui suoi rappor­ti con Romeo, sui rapporti stretti da quest’ultimo con Francesco Rutelli, Ciriaco De Mita, Rosa Russo Iervoli­no, sul delicato equilibrio che Romeo cercava di rag­giungere anche con il cen­trodestra ».

E quest’ultimo tema venne «ripreso suc­cessivamente - prosegue la memoria - durante una ce­na tra simpatizzanti della Margherita». A tavola Nu­gnes, appena nominato as­sessore ai Lavori pubblici, raccontò «che oramai era pronta la gara del Global service, grazie anche alla copertura politica garanti­ta dal centrodestra, e in par­ticolare dai buoni uffici rag­giunti da Romeo con Fini, tramite Italo Bocchino». Fin qui, la sostanza è la stessa del teorema dei pm nell’inchiesta del 2008. Ma Scarpitti aggiunge qualco­sa. Dice che Nugnes preci­sò «che un cospicuo finan­ziamento era stato dato a Fi­ni per il tramite di Bocchi­no, contributo stabilito nel corso di una gita sulla bar­ca di Romeo».

E l’assessore morto suicida «aggiunse che proprio questo finan­ziamento era stato fonda­mentale per il riavvicina­mento di Bocchino al suo presidente». Ed è ancora Scarpitti (intervistato qui a fianco, ndr ) a mettere i n re­lazione il presunto finan­ziamento, e il conseguente riavvicinamento Bocchino-Fini, con il ritiro degli «emendamenti pregiudi­zievoli alla delibera sul Glo­bal service». Accuse, ovvia­mente, tutte da dimostra­re. Uno dei partecipanti a quella cena, al Giornale , conferma le parole di Scar­pitti riservandosi di farsi avanti qualora il pm inten­da approfondire.

Ma l’im­prenditore e il politico tira­ti in ballo dalla memoria, contattati dal Giornale , smentiscono tutto. «Scar­pitti? No, non lo conosco. Quanto al resto, sono ovvia­mente strabiliato da tutte queste chiacchiere. Finan­ziamenti a partiti? Se n’è parlato solo per la Marghe­rita, ma era una vicenda che con questa non c’entra nulla. Soldi a Bocchino as­solutamente non li ho dati, non dovreste nemmeno chiedermelo, anche se ap­prezzo la correttezza di avermi telefonato. Direi che s i tratta d i fantasie, non s o d a chi inventate, fatte di­re da un poveretto che non c’è più». Lapidario il com­mento di Bocchino: «Cazza­te. Soldi da Romeo? Mai avuti. Peraltro lo conosco d a anni e non credo che ab­bia una barca. Scarpitti, in­vece, non l’ho mai nemme­no sentito nominare. E N u­gnes è morto. Sono cazzate che vi servono per fare un po’ d’ammuina ».





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Il capo dell'aeroporto sconfitto dai gabbiani

Corriere della sera


«Ho provato con falchi-robot, cannoni. Inutile»

Genova - Mercoledì l'ultimo impatto con un aereo. «Dovremmo sparargli»


Il direttore generale dell'Aeroporto di Genova, Paolo Sirigu
Il direttore generale dell'Aeroporto di Genova, Paolo Sirigu
GENOVA - Alla fine lo ammette, qualche fucilata ci starebbe bene. «Forse - dice - così risolviamo qualcosa». Il direttore generale dell'Aeroporto di Genova, Paolo Sirigu, 54 anni, in azienda dal 2000 come responsabile commerciale e marketing, conduce una battaglia senza tregua contro i gabbiani. «Una lotta quotidiana» sospira. L'ultimo scontro - letteralmente - è stato mercoledì alle otto e mezza di una serataccia piovosa: i gabbiani sono finiti contro l'aereo diretto a Catania e il velivolo, in fase di decollo, ha dovuto riatterrare per sicurezza. I passeggeri del volo 1717 (già inqueti per quel numero poco beneaugurante) sono scesi spaventatissimi chiedendo: «Ma non potete sparare a quegli uccelli? Meglio morti loro che noi».

Ma no, non si può sparare ai gabbiani o meglio, si potrebbe ma non si fa. «I nostri volatili residenti», come li definisce Sirigu con un misto di burocratese e confidenza, ovvero i gabbiani reali, sono «grossi e cattivissimi». E il direttore elenca tattiche e armi della sua guerra. I cannoncini a gas in aeroporto sono nove, il rumore simile a uno sparo dovrebbe spaventare gli uccelli, ma l'effetto è sempre meno potente: «Si abituano - spiega l'uomo che combatte i gabbiani - perché sono molto intelligenti. I cannoncini sono regolati in modo elettronico e variano la distanza di tempo fra uno sparo e l'altro per disorientare gli uccelli. Ma non basta». Fra gli esperimenti tentati da Sirigu quello del falco-robot: «Il falco è un predatore - racconta - e so che in altri scali vengono utilizzati esemplari vivi. Ma il falco è pigro, quando piove non caccia, quando è buio nemmeno. Abbiamo tentato con un falco-robot il primo volo è andato benino. Il secondo è durato neanche quaranta minuti. I gabbiani lo hanno attaccato in stormo».

L'Enac controlla l'andamento dei bird-strike, gli impatti fra uccelli e velivoli, in tutti gli aeroporti italiani. Nel report Bird Strike Committee Italy del 2009 si registra un totale di 423 impatti nei soli scali costieri. Genova è in alto nella classifica che considera il rapporto tra impatti e passeggeri trasportati ma c'è chi sta peggio. Quest'anno gli impatti con gabbiani a Genova sono stati 18, contro i 16 del 2009. «Ci vorrebbe una task-force per affrontare la questione e prendere decisioni che toccano zone del territorio che non dipendono dall'aeroporto» chiede il direttore. E continua nel suo elenco di dissuasori: «Usiamo i bio-sound, altoparlanti che trasmettono suoni fastidiosi per gli uccelli. Abbiamo registrato il lamento del gabbiano moribondo. Le assicuro che è veramente straziante. Per noi. I gabbiani lo sopportano».

C'è anche uno strumento che emette ultrasuoni ma la portata è limitata. Alla fine non resta che mandare in pista prima di decolli e atterraggi una Panda bianca 4x4 che suona un clacson bitonale. «Mercoledì sera l'auto era regolarmente andata in pista ma era buio e pioveva» dice il direttore. L'aeroporto è in attesa dell'autorizzazione della questura per usare pistole lanciarazzi: «Fanno una bella fiammata e i gabbiani potrebbero cascarci prendendola per un colpo di fucile». L'ideale però, dice Sirigu, sarebbe abbattere davvero qualche esemplare. «Abbattere i gabbiani quando c'è pericolo per l'uomo è legittimo - dice Franco Orsi, senatore Pdl -. L'episodio di Genova è l'ultimo di una serie. È il momento di fare qualcosa».


Erika Dellacasa
24 dicembre 2010



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Fini rifiuta di farsi giudicare

Il Tempo


Lettera del presidente della Camera che replica alla Lega: "Richiesta inammissibile che condizionerebbe il mio ruolo super partes".


Gianfranco Fini


Non mi dimetto e non accetto di essere messo in discussione. Gianfranco Fini interpreta così, in maniera molto personale, il suo ruolo super partes. E alla Lega che aveva presentato la richiesta di un confronto in aula sul ruolo troppo politicamente disinvolto con cui riveste la carica di presidente della Camera risponde piccato che è «inammissibile». Davanti al documento degli uomini di Bossi il leader di Futuro e Libertà ha scelto la strada dello scontro a muso duro. Non vuole essere giudicato, non ammette che la Camera possa discutere del suo comportamento.


E non vuole abbandonare la sua poltrona, pur avendo chiesto invece ai suoi uomini di dimettersi da tutte le cariche di governo. Comportamento che farà nascere qualche malumore anche dentro Futuro e Libertà. Intanto ieri, in una lettera inviata al capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni, ha respinto la richiesta del Carroccio richiamandosi alla «inammissibilità di strumenti volti ad esprimere la sfiducia nei confronti del presidente d'Assemblea o a chiederne comunque le dimissioni».

Una replica tutta giocata sul filo del galateo istituzionale ma che non fa altro che alimentare la polemica con la maggioranza. Le funzioni del presidente della Camera – spiega ancora Fini – «rendono del pari inammissibile lo svolgimento di dibattiti in sede parlamentare aventi ad oggetto l'esercizio delle funzioni presidenziali: è evidente infatti come da ciò deriverebbe un condizionamento nello svolgimento dei compiti attribuiti al Presidente d'Assemblea, con conseguente inevitabile affievolimento del suo ruolo di terzietà. Non ritengo di poter derogare a tali consolidati principi, anche nella considerazione che essi sono posti a garanzia, non già di chi "pro tempore" ricopre la carica, ma dell'istituzione nel suo complesso e del suo ruolo che, in tale ambito, è chiamato ad assolvere il presidente».


«Peraltro – scrive ancora Fini – ove si intenda promuovere un dibattito in termini generali sul ruolo e sulle funzioni del presidente di Assemblea parlamentare nel nostro ordinamento, anche al fine di intervenire sui richiamati principi in ordine costituzionale e regolamentare, ciò può senz'altro aver luogo, attivando gli specifici strumenti previsti a tale scopo: in particolare attraverso la presentazione di apposite iniziative di riforma costituzionale o di modifica al Regolamento, il cui esame è rimesso alla sedi competenti». «Per tutte queste considerazioni – conclude – non posso accedere alla Sua richiesta».

La richiesta della Lega aveva anche lo scopo di mettere il leader di Fli con le spalle al muro: accettandola si sarebbe esposto a un dibattito in aula dal quale difficilmente sarebbe uscito vincitore, rifiutandola – come ha fatto – ha dimostrato di essere «allergico» a qualsiasi critica. E contro di lui ieri sono arrivate le proteste di tutta la maggioranza. Fabrizio Cicchitto ha giocato la carta del sarcasmo: «Da molti anni è lecito discutere di tutto, anche dell'esistenza di Dio – commenta il capogruppo alla Camera del Pdl – figurarsi se non si può porre il problema e discutere di questa contraddizione istituzionale».


Duro invece Marco Reguzzoni, capogruppo della Lega alla Camera «Purtroppo il presidente Fini sembra aver fatto un altro autogol: la fretta con cui si è precipitato a negare, senza alcun riscontro documentale, la possibilità di svolgere un dibattito in Aula, dimostra che sulla vicenda il suo ruolo è tutt'altro che neutrale. E, al contempo firmando una lettera in cui nega la possibilità al Parlamento di discutere sembra eccedere i poteri che gli sono conferiti in merito all'organizzazione dei lavori, esercitando le prerogative che appartengono alla conferenza dei capigruppo e all'Aula, che sempre è sovrana». Il ministro dell'interno Roberto Maroni ha sintetizzato così tutta la vicenda: «Non abbiamo alcun interesse a indebolire Fini, che è già indebolito dalla sfida che il 14 dicembre ha lanciato e ha perso».



Paolo Zappitelli
24/12/2010




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Un milione dai Monopoli per la morte dell'uomo che assaggiava tabacco

La Stampa


Ucciso da un cancro ai polmoni: condannato l'ente di Stato




MARCO NEIROTTI
Nuoce gravemente alla salute, uccide. E’ scritto su ogni pacchetto di sigarette. Prima è disagio fisico, poi enfisema, alla fine tumore al polmone. Nel 2001 muore così Glauco Mancini, classe 1931, «assaggiatore di tabacchi», dipendente con stipendio dei Monopoli di Stato dal 1954, quando aveva 23 anni. La consapevolezza del danno da fumo ha dettato la sentenza del Tribunale di Roma che condanna il Ministero dell’Economia e Finanze, Amministrazione dei Monopoli, a risarcimenti che arrivano al milione di euro.

Mancini giovanotto è assunto e destinato, nel ‘54, alla «saletta esportazione». Negli atti si descrive un luogo «estremamente umido e freddo, con finestre aperte con ogni clima per far entrar la luce». Poi ci sono le trasferte nei magazzini e il giovane, per mestiere e forse con piacer suo, assaggia sigarette, sigari e tabacco da pipa. Nel ‘78 si ritrova una «bronchite cronica enfisematosa ed artrosi», ma prosegue il lavoro» e nell’84 Pertini gli conferisce l’onorificenza di Cavaliere.

Il Cavaliere Mancini continua a fumare «in ufficio» fino al 1997, quando va in pensione. Nel 2000 gli è diagnosticato un tumore al polmone che se lo porta via in un anno. La famiglia cita in giudizio il Monopolio e ottiene il riconoscimento di «morte per causa di servizio». E su questo punto si apre la battaglia tra famiglia e Monopoli. Causa di servizio vuol dire consapevolezza del datore di lavoro dei rischi cui va esponendosi il dipendente? Parte il ricorso dell’avvocato Romolo Reboa con il collega Simone Trivelli, che puntano - per l’accertata «causa di servizio» e la consapevolezza del datore di lavoro - a condanna civile e risarcimento per «omicidio colposo». Quello che ha confermato il giudice Flavio Baroschi.

L’avvocato Reboa commenta il coraggio del giudice nel dare un valore congruo alla vita umana e affermare che la tutela della salute del lavoratore deve essere una priorità in una Nazione che vuole dirsi civile». Ma, fuori aula, il commento investe altri aspetti sociali: «Emerge che gli Stati lucrano sul fumo e commerciano il tabacco in concorrenza con le multinazionali, poi si lavano la coscienza facendo scrivere sui pacchetti che fumare fa male». La conclusione è raffinata disfida. Accusa: è vero che il dipendente è consapevole, ma tu datore di lavoro sai e fai scrivere che fa male, però paghi uno, seppur cosciente, per far professione di ciò che «nuoce gravemente alla salute», «uccide». I legali del Monopolio proprio sulla coscienza di Mancini impostano la difesa: «In quanto fumatore, la partecipazione alla Commissione per l’esame merceologico presupponeva il consenso dell’interessato. Se avesse richiesto avrebbe potuto non svolgere quella mansione». E poi - a parte mettere in dubbio il nesso professione-danno - si afferma che «è difficile asserire che un qualsiasi fumatore abbia fatto uso di sigarette senza essere sufficientemente consapevole e senza avvertire direttamente la dannosità del fumo». Il che, su queste basi, potrebbe candidare l’Avvocatura dello Stato a difensore del suicidio assistito.

L’avvocato Reboa considera la sentenza, più che una vittoria economica, una vittoria di principio sulle distorsioni di un sistema economico. L’Avvocatura dello Stato insiste sì sulla vittima consenziente ma ribadisce che il danno da fumo è ormai noto a tutti. Diventa difficile, allora, dopo questa condanna, spiegare la liceità del produrre, vendere, commerciare incassando colossali proventi una merce dichiarata dannosa dal distributore stesso. Il problema lo riapre una causa vinta per un fumatore abituale pagato dallo Stato «per «provare una merce dannosa alla salute», una merce venduta legalmente, che rende miliardi di euro e porta scritto: «Uccide». O, come nel caso di Mancini, dilatando i tempi: «Provoca cancro mortale ai polmoni».




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La triste parabola di Gianfranco zar del Parlamento

Il Tempo

Ieri abbiamo appreso che in Italia esiste una carica istituzionale sulla quale il Parlamento non può aprire una libera discussione: il presidente della Camera Gianfranco Fini.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini


I titoli di coda del 2010 stanno cominciando a scorrere, ma il film continua e i colpi di scena nella nostra commedia nazionale non finiscono di stupire. Ieri abbiamo appreso che in Italia esiste una carica istituzionale sulla quale il Parlamento non può aprire una libera discussione: il presidente della Camera Gianfranco Fini. Si può sindacare su tutto, dire che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è il dittatore Noriega e deve andare in galera (Di Pietro dixit), si può discettare sulla vita e i suoi misteri, sulla fede e l’ateismo, ma su Fini no, il dibattito non si può fare e a dirlo è lo stesso Gianfranco con una lettera dal tono zarista. Invece di fare la mossa democratica e illuminata, invece di dire alla Lega «prego, si apra una discussione, decida il Parlamento sovrano», Fini si trincera dietro una terzietà che ha perso da tempo. Il presidente della Camera e leader di Fli ha buttato un’altra occasione per recuperare un po’ di coerenza. Ma qualsiasi richiamo al bon ton istituzionale sembra cadere nel vuoto.

Siamo di fronte a un caso da manuale, un dottor Jekyll e Mister Hyde in chiave politica che si presenta così: 1. la mattina si sveglia e tuona contro il cesarismo e il partito proprietario; 2. la sera esce da casa e fonda un partitino che si chiama come il titolo di un suo libro e ha il suo nome in primo piano; 3. la mattina vota una legge elettorale che gli consente di scegliere i suoi parlamentari e vincolarli ai suoi piani; 4. la sera va in giro a dire che quella legge fa schifo e ora bisogna cambiarla; 5. la mattina ordina ai suoi ministri di dimettersi dall’incarico di governo; 6. la sera dichiara che per la sua poltrona la parola dimissioni non esiste; 7. la mattina dice che non può fare campagna elettorale per le elezioni regionali del Lazio perché lui è super partes; 8. la sera prende la macchina va a Bastia Umbra e da leader di partito chiede le dimissioni del premier; 9. la mattina s’affaccia alla finestra e dice: sono presidenzialista; 10. la sera chiude la finestra e proclama: sono parlamentarista. Mi fermo qui, sono giorni di festa e mi sento più buono anch’io. Cari lettori, Buon Natale.




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Secondo D'Alema la magistratura è una minaccia allo Stato italiano"

Quotidiano.net


Un nuovo cable del 2008, targato Wikileaks e pubblicato da El Pais, riporta le parole dell'ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli. Su Berlusconi: "Potere di governare a rischio a causa delle inchieste"


Londra, 23 dicembre 2010

-Emerge un nuovo cable del 2008 targato Wikileaks e pubblicato da El Pais. "Sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha detto lo scorso anno all’ambasciatore (Usa, ndr) che la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano". Lo scrive l’ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli.

Nel dispaccio pubblicato da El Pais e intitolato "Berlusconi incontra forti turbolenze", nel paragrafo "La magistratura in Italia: per molti un sistema ‘rotto’", l’ambasciatore americano spiega che la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche relative alle inchieste giudiziarie da parte della stampa creano "imbarazzo a coloro che si battono per una riforma del sistema giudiziario e per la fine della pratica delle intercettazioni". I responsabili delle fughe di notizie "raramente vengono" individuati. "Nonostante 15 anni di dibattiti sulla necessità di una riforma del sistema - commenta il diplomatico Usa -, non sono stati fatti progressi significativi. Gli italiani considerato il loro sistema ‘rotto’ e hanno veramente poca fiducia sul fatto che garantisca giustizia".

Ce n'è anche per Silvio Berlusconi, che "affronta turbolenze" a causa di "almeno tre inchieste giudiziarie", e nelle prossime settimane, "ha detto Gianni Letta che potrebbero essere pubblicate altre imbarazzanti intercettazioni": così l’ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, in un dispaccio del 3 luglio 2008.

Dopo la "luna di miele" nella prima fase del governo, il premier "è finito nelle turbolenze e non è chiaro se abbiano girato a suo vantaggio. Nel caso estremo (‘in the extreme’), è possibile immaginare uno scenario nel quale Berlusconi potrebbe perdere considerevole popolarità e la sua abilità di portare aventi le riforme, o anche il suo potere di governare".

I TIMORI DI ASSANGE - Juliann Assange prevede che se fosse estradato negli Usa ci sarebbero "molte chance" di essere fatto fuori nello stesso modo in cui 'Jack Ruby' ammazzò nel 1963 Lee Harwey Oswald (l’assassino di John F. Kennedy) con un colpo di pistola fuori dal quartier generale della polizia di Dallas. Così il fondatore di WikiLeaks, in un’intervista al Guardian, fa appello al premier britannico perchè scongiuri questa eventualità: "Il mio destino è nella mani di Cameron". Assange si dice convinto che per il Regno Unito sarebbe "politicamente impossibile" estradarlo negli Usa perché è fortemente sostenuto dai cittadini britannici.

LA "SPIA" DI ASSANGE ISOLATA DA 5 MESI - Il relatore speciale dell’Onu sulla tortura sta valutando una denuncia presentata per conto di Bradley Manning, il giovane soldato indicato come la ‘talpa' che ha fornito il materiale riservato a Wikileaks, da cinque mesi in una prigione in Virginia.

L’ufficio di Manfred Mowak, relatore speciale sulla tortura con sede a Ginevra, ha ricevuto la denuncia di un sostenitore di Manning e ha confermato, scrive il Guardian, che la sta esaminando. Gli amici del soldato 22enne, considerato la ‘spia' di Wikileaks, sostengono che il giovane è tenuto in isolamento per 23 ore al giorno, il che potrebbe essere assimilato a una forma di tortura.

Nelle ultime settimane le persone che lo hanno visitato hanno riferito che il suo stato fisico e mentale si sta rapidamente deteriorando. Il Pentagono nega le accuse, sostenendo che l’ex analista di intelligence è trattato esattamente come gli altri prigionieri a Quantico, in Virginia: può fare sport e ha accesso ai giornali e visitatori.

Manning è stato incriminato a luglio di aver messo in circolazione materiale riservato, tra cui il video postato da Wikileaks con l’attacco di un elicottero Apache, nel 2007, in cui morirono un fotografo della Reuters e il suo autista; ed è sospettato di essere anche l’uomo che ha fornito i 250mila cablogrammi della diplomazia Usa, che Wikileaks sta diffondendo da settimane.

In un'intervista a Msnbc, Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, ha descritto Manning come un prigioniero politico e ha invitato le organizzazioni a tutela dei diritti umani a vigilare.





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