sabato 25 dicembre 2010

Nigeria, estremisti islamici uccidono sei cristiani e incendiano una chiesa

Quotidiano.net

L'aggressione è avvenuta nel nord a maggioranza musulmano della Nigeria la sera della vigilia di Natale.


Kano (Nigeria), 25 dicembre 2010 - I fondamentalisti islamici hanno ucciso sei persone e incendiato una chiesa. L'aggressione è avvenuta nel nord a maggioranza musulmano della Nigeria la sera della vigilia di Natale. Lo ha dichiarato un portavoce dell’esercito nigeriano.

Uomini armati sospettati di appartenere alla setta Boko Haram, i “talebani” nigeriani, hanno sferrato tre attacchi contro chiese, ha precisato il portavoce. “In un attacco compiuto contro una chiesa battista nella regione di Alamderi cinque fedeli tra i quali un pastore sono stati uccisi da uomini armati sospettati d’ appartenere alla setta Boko Haram”, ha dichiarato il tenente Abubakar Abdullahi, aggiungendo che questo attacco è avvenuto nella città di Maiduguri, ritenuta un feudo dei talebani.

In un’altra parte di questa città, una guardia di sicurezza è stata uccisa da altri sospetti membri della setta Boko Haram, che hanno attaccato un’altra chiesa, ha aggiunto il portavoce.

Soldati nigeriani, secondo la stessa fonte, sono riusciti ad impedire un altro attacco contro una terza chiesa a Maiduguri.








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Razzo indiano esplode in diretta

Corriere della sera

 

Dopo il decollo da una base della città di Chennai
Trasportava un satellite per le telecomunicazioni

 

 

MILANO - Un razzo indiano che trasportava un satellite per telecomunicazioni è esploso poco dopo essere stato lanciato da una base presso la città di Chennai (ex Madras), nel sud del paese. Lo hanno mostrato le immagini tv in diretta.

 

ESPLOSIONE IN CIELO - Il razzo è esploso in una nuvola di fumo e fiamme dopo il decollo dalla base di lancio di Sriharikota, a circa 80 chilometri dalla città di Chennai, nel sud del Paese. Secondo l'agenzia United News of India (UNi), il lanciatore Gslv del satellite geosincrono ha deviato dalla propria traiettoria e si è disintegrato pochi secondi dopo il decollo. Il lancio, inizialmente previsto il 20 dicembre, era stato rinviato dopo che alcuni ingegneri avevano scoperto una perdita in uno dei motori russi del razzo, ha precisato la Uni. L'Organizzazione di ricerca spaziale indiana (Indian Space Research Organisation - Isro), responsabile del programma di lancio, non era raggiungibile per commentare il fallimento dell'operazione. In luglio l'India aveva lanciato con successo cinque satelliti.

 

La sequenza dell'esplosione

Zenga: «Io cacciato? No, non mi pagano»

Papa, sfida alla Cina: «Cristiani resistete» E il governo di Pechino lo oscura

Che vergogna l’Europa: i crimini staliniani pesano meno della Shoah

di Stenio Solinas


L’Unione Europea ha risposto no alla richie­sta di sei Paesi membri usciti dal passato comunista di equi­parare il negazionismo dei crimini staliniani a quello (punito per legge) dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti



 

L’Unione Europea ha risposto negativamente alla richie­sta di sei Paesi membri usciti dal passato comunista di equi­parare il negazionismo dei crimini staliniani a quello (che è punito per legge) dello sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Bulgaria, Li­t­uania e Lettonia hanno conosciuto sulla loro pelle la bruta­lità indicibile del comunismo sovietico: ma per la Commis­sione Europea dovranno rimanere crimini di Serie B.

La storia riletta con l'occhio della legge non è mai un bell'affare e il comparativismo criminal-giuridico ancora meno. Nei giorni in cui l'Unione Europea dibatteva e poi respingeva l'equiparazione fra la Shoah e le vittime dello stalinismo, e quindi fra nazismo e  comunismo, mi sono andato a rileggere quel bel libro che si chiama Koba il Terribile (Einaudi ed.) scritto da Martin Amis qualche anno fa.

Io non credo alla criminalizzazione della politica, disprezzo gli studi psicanalitici travestiti da saggi storici e, così come non mi ha mai convinto una lettura psichiatrica del nazionalsocialismo, mi lascia indifferente un'analisi del leninismo e dello stalinismo condotta con i medesimi criteri. Ma questo libro è così particolare da meritare un cambiamento di vedute. Amis non è uno storico, è un romanziere inglese, figlio di quel Kingsley Amis che fu un acceso comunista negli anni Trenta-Quaranta e un fervido anticomunista nei due decenni successivi, un comunismo e un anticomunismo i suoi tipicamente anglosassoni, ovvero squisitamente intellettuale nel primo caso, assolutamente empirico e pratico nel secondo.

Nato nel 1949, Martin Amis è stato in qualche modo vaccinato dall'esempio paterno, ma l'avere la sua giovinezza coinciso con la contestazione e l'effimero rifiorire del marxismo come movimento libertario e terzomondista, ne fa un testimone attendibile della sua epoca e del fascino che questa dottrina ancora esercitò in quegli anni.
Cosa c'è di nuovo in Koba il Terribile che giustifica il parlarne a chi, come i lettori di questo giornale, non ha certo aspettato la caduta del Muro di Berlino per fare i conti con questa utopia negativa del XX secolo?

C'è che Amis coglie un elemento fondamentale per spiegare il successo e l'appeal che per quasi sessant'anni accompagnò il comunismo in Russia e fuori: l'esperimento in corpore vili di un'avanguardia intellettuale, una setta di rivoluzionari di professione, in guerra contro un'intera società. Quando per giustificare la superiorità «morale» del comunismo nei confronti del nazionalsocialismo si dice che, a differenza di quest'ultimo, non ci fu l'eliminazione, razzialmente sistematica, di un'etnia, ci si dimentica di aggiungere che fu qualcosa di peggio: l'eliminazione forzosa di tutto ciò che non era in sintonia con l'ideologia professata.

Il comunismo in Russia non eliminò gli ebrei in quanto tali, eliminò l'intera Russia: gli intellettuali, cioè in realtà i professionisti, ingegneri, professori, imprenditori, i proprietari terrieri e i contadini, i commercianti, tutti quelli che, indipendentemente dalla loro estrazione sociale, potevano essere considerati, o si rivelavano, ostili e/o estranei al nuovo corso. Fu un'eliminazione ottenuta con la violenza, la delazione, l'inganno e resa altresì possibile dalla più assoluta mancanza di pietà: non c'erano legami familiari, amicali, di ceto o di costume a cui potersi richiamare, c'era la sottomissione totale a un sistema di pensiero e di potere, alla instaurazione della società comunista in terra.

Alla solita, stupida obiezione del fine che giustifica i mezzi, oppure del fine buono tradito dal mezzo cattivo, Amis risponde lucidamente: «Non è affatto chiaro come l'idea del paradiso-via-inferno abbia potuto sopravvivere a un solo istante di riflessione. Proviamo a immaginare che il “paradiso” promesso da Trockij sorgesse improvvisamente dal mucchio di macerie del 1921. Sapendo che per crearlo erano state sacrificate milioni di vite, chi avrebbe voluto abitarlo? Un paradiso a quel prezzo non è un paradiso. I mezzi determinano i fini, è stato detto, ma in Urss i mezzi sono stati l'unica cosa che si sia stati in grado di raggiungere. Esiste una contraddizione dentro la contraddizione: l'utopista militante, il perfettibilizzatore, nutre già in partenza una risentita rabbia verso l'evidenza della imperfettibilità umana. Nadezda Mandel'stam parla della “satanica” arroganza dei bolscevichi. La loro è anche un'infernale insicurezza e ostilità, un'infernale disperazione».

Questo spiega anche l'altro elemento che caratterizza il totalitarismo marxista-leninista. Il fascismo e il nazionalsocialismo furono spietati nei confronti dei loro avversari, ma la loro spietatezza coincideva con l'annientamento fisico. Qui, invece, sempre, comunque e prima dell'eliminazione fisica c'è l'eliminazione psicologica. Non ci si accontenta del corpo, si vuole l'anima. Le «confessioni», i «processi» miravano a questo, al riconoscimento dell'errore, alla espiazione e alla riaffermazione della giustezza della causa: non solo io sono colpevole, ma mi faccio schifo in quanto tale ed esigo il castigo che la mia colpevolezza comporta...

La costruzione di un sistema del genere può reggersi solo se il grado di spietatezza è totale e se tutti ne sono consapevoli. Ed è questa militarizzazione della vita pubblica, questa trasformazione di ciascuno dei suoi membri in combattente e custode dell'ortodossia, e quindi spia, delatore, tutti traditori di tutti, che permette negli anni la durata del regime. Una volta che essa comincia a venir meno, via via che la tensione si allenta, perché inumana, non in grado di mantenersi per più di una generazione, il risultato è la crisi e poi la dissoluzione del regime stesso. Come ha scritto Solzhenitsyn, alla base della lunga sopravvivenza del regime c'è «la sua forza disumana, inimmaginabile nell'Occidente». Lo storico Robert Conquest ha spiegato che «la realtà dell'attività di Stalin spesso non veniva creduta proprio perché appariva incredibile. Il suo stile si fondava sul fare ciò che in precedenza era stato considerato moralmente o fisicamente inconcepibile».

Il libro di Amis racconta proprio questo: la creazione intellettuale di un «uomo nuovo» inumano, privo cioè di quegli elementi del vivere civile comunemente intesi, una macchina programmata per una società ferrea, subordinata in tutto e per tutto all'affermazione di un'idea, la società degli eguali militarmente intesa, ovvero un gigantesco, lugubre cimitero.
È l'incredibilità dell'esperimento che aiuta a spiegare, non a scusare, il plauso, anch'esso intellettuale, che in Occidente lo accompagnò. Il 7 aprile 1935 un decreto, pubblicato sulla prima pagina della Pravda, stabilì che sopra i dodici anni si era passibili «di tutte le misure della giustizia penale», inclusa la pena di morte.

Era una legge che aveva due obiettivi, nota Amis: «Uno era sociale, accelerare l'eliminazione della moltitudine di orfani inselvatichiti e allo sbando creati dal regime. L'altro era politico: applicare una barbara forma di pressione sui vecchi oppositori, Kamenev, Zinov'ev, che avevano figli di età idonea; presto questi uomini sarebbero caduti e con loro anche le loro famiglie. La legge del 7 aprile 1935 era la cristallizzazione dello stalinismo “maturo”. Cercate di immaginare la massa del guantone con cui Stalin vi colpiva in faccia, immaginate la massa». Bene, il Partito comunista francese dell'epoca, dovendo commentare quella legge, sostenne che era giusta. Sotto il socialismo, infatti, i bambini crescevano molto più in fretta... È un sublime umorismo involontario, e strappa una risata: ma dietro questa risata vi sono, come ricorda il sottotitolo di Koba il Terribile, «venti milioni di morti»... Se siano o no comparabili non ce lo faremo dire dalla Ue.



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La Svizzera si regala due centrali nucleari. L'Italia sta a guardare

di Franco Battaglia



La corsa all'energia. I Paesi confinanti credono sempre più nell’atomo Noi "ringraziamo" i terroristi dell’ecologismo



 

Notizia fresca di giornata: gli svizzeri progettano due nuove centrali nucleari. Ne hanno già cinque ma, lungimiranti come sono, ne vogliono una ogni milione di abitanti, per garantirsi maggiore sicurezza di approvvigionamento energetico. Che è il vero problema del prossimo futuro.

E da noi che si fa? In politica energetica questo governo sta facendo bene, ma non è facile: bisogna recuperare un quarto di secolo di letargo, durante il quale non solo si è dormito, ma si è permesso anche che popolo ed opinione pubblica cadessero nello stato ipnotico indotto dall'illusionismo ambientalista del popolo della sinistra.
Il quale a cadenza fissa non fa mancare proposte fantasiose e bizzarre, spesso condensate in uno slogan, molto sexy e non meno bizzarro. Non so se rammentate, ma otto anni fa erano tutti eccitati per l'idrogeno, col Corsera che andò addirittura in orgasmo titolando in prima pagina: «Energia dall'acqua!».

Né potete aver dimenticato quando Prodi sentenziò che «la prima fonte d'energia è il risparmio». Già: come la dieta è la prima fonte di nutrimento. Per altri ancora, il massimo della goduria si raggiunge quando «si coniuga (sic) - risparmio con efficienza», con ciò manifestando piacere nel coltivare anche stravaganze lessicali. L'efficienza energetica è un'ottima cosa, ma inevitabilmente comporta aumenti dei consumi d'energia, cioè aggrava il problema della necessità di approvvigionarsi d'energia.

La bomba sexy di questi tempi pare sia la parola mix. L'idea fissa è questa: ogni tecnologia disponibile deve contribuire alla produzione elettrica. La parola suona anche democratica e ciò forse spiega com'è che, ancorché piccola e innocente, o forse proprio per questo, vadano tutti matti per essa. Siccome penso che sia cruciale raffreddare gli animi, mi appresto a farlo, anche se qualcuno dovesse rimanerne deluso.

Bisogna comprendere che nella produzione elettrica alcune tecnologie devono essere ignorate, per la semplice doppia ragione che sono un fallimento tecnico ed economico. Principe di queste è il fotovoltaico: dimostrarne il fallimento economico è un gioco da ragazzi. Vorremmo, dunque, che esso partecipi al mix energetico. Quanto? Manteniamoci bassi: 1%. Il che significa che dei 40 GW (gigawatt) elettrici che consumiamo, 0.4 vorremmo produrli col fotovoltaico. Allo scopo, dovremmo installare 4 GW di pannelli e impegnare 25 miliardi. Ma con questa cifra si installano 12 GW nucleari, che producono 10 GW elettrici, pari al 25% del nostro fabbisogno. Vedete bene che un contributo del fotovoltaico anche del solo 1% al mix energetico sarebbe per l'economia un tale crollo da risultare arduo poi ricomporla.

Dimostrare il fallimento della tecnologia è invece un gioco da bambini: 100 GW fotovoltaici consentirebbero la chiusura di anche 1 solo gigawatt, che so, a carbone? Oppure, eviterebbero l'installazione di 1 GW nucleare? No, perché gli impianti fotovoltaici è come se non ci fossero quando non sono baciati dal sole, cosa che accade dal tramonto all'alba, sempre, e dall'alba al tramonto se è nuvolo o se i pannelli sono sommersi dalla neve. Insomma, installare impianti fotovoltaici è assolutamente ininfluente. Il che spiega perché gli svizzeri installano reattori nucleari e non tetti fotovoltaici.

Nel mix vanno allora incluse solo le tecnologie che funzionano: idroelettrico, nucleare, carbone e gas, con porzioni che dipendono da diversi fattori e che variano da Paese a Paese. In generale, però, tre sono i criteri consolidati cui attenersi. Primo, proibire fotovoltaico ed eolico. Secondo, compatibilmente con l'orografia locale, massimizzare la quota di idroelettrico. Terzo, ripartire il restante fabbisogno tra nucleare per soddisfare la richiesta di base, carbone per soddisfare la richiesta superiore a quella di base ma pur sempre nella norma, e gas per aiutare l'idroelettrico a soddisfare la richiesta di picco.

Noi dovremmo allora soddisfare il 50% col nucleare, il 30% col carbone, il 10-15% con l'idroelettrico, il 5-10% col gas. Dovremmo insomma avere 30 reattori nucleari, raddoppiare gli impianti a carbone e chiudere molti di quelli a gas. Insomma, bisognerebbe fare esattamente il contrario di quel che abbiamo fatto finora grazie ai Prodi Verdi. Non a caso la bolletta elettrica italiana è, con tasse o senza tasse, la più alta al mondo.



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Se il panettone classico diventa una perversione

di Cristiano Gatti




Tradizioni in pericolo. Nei supermercati lo nascondono dietro le torri cartonate delle cento versioni "special". E nelle case tutti lo snobbano. La ricetta. Il "derby" col pandoro dura da 100 anni



 

Già doverlo chiamare panettone classico mi urta il sistema nervoso. Il panettone è panettone. Senza bisogno di aggettivi e di specificazioni. Saranno poi gli altri, i surrogati che hanno invaso il mercato e rovinato una bella storia, a doversi qualificare. Purtroppo, un Natale dopo l’altro, questa campagna a difesa dell’ortodossia e della tradizione si sta rivelando sempre più ardua. Attaccano da tutte le parti. Caramellati, ricoperti, rivestiti, farciti, imbastarditi e che il diavolo se li porti.

A questo disgraziato panettone hanno inflitto di tutto. Non gli hanno risparmiato le sevizie più turpi. Prima, sull’onda emotiva sollevata dal solito nipotino carogna, hanno cominciato a mutilarlo orrendamente dei canditi. Poi le zie zitelle hanno cominciato a loro volta la battaglia contro l’uvetta: e via anche l’uvetta. Da lì in poi, uno sfregio dopo l’altro. Gli hanno messo in testa il cioccolato e la glassa, l’hanno deformato nelle forme geometriche più strane, gli hanno siringato gli intrugli più inverosimili, dalla crema alla marmellata, dalle scaglie di cacao ai pezzetti di torrone. E alla fine l’umiliazione più beffarda: lo chiamano pure panettone.

È il momento di dire basta. Bisogna reagire, prima che succeda l’irreparabile: l’estinzione della specie. Lanciamola subito, questa doverosa campagna di civiltà: salviamo il panettone. Cortei, raccolte di firme, appelli televisivi: serve tutto. Io sono pronto a incatenarmi davanti ai cancelli della Motta, ultimo e glorioso baluardo che non ha mai abdicato ai suoi valori supremi e alle sue ricette storiche.

Però dobbiamo saperlo: combattiamo una causa disperata. Là dentro, tra le torri cartonate dei supermercati, il panettone è sopraffatto. Si fatica a trovarlo. Lo nascondono con vergogna. La povera creatura è sovrastata da tutte le mutazioni genetiche che i diversi laboratori si sono inventati nel corso degli anni. Ciascuno di noi deve sapere cosa l’aspetta: entrare e chiedere un semplice panettone sta diventando rischioso. L’umanità, lì attorno, reagisce con gli sguardi più sinistri. Clienti e commessi: hanno tutti l’aria di farci sentire dei depravati.

È questo il destino delle cause estreme. Oggigiorno, stare dalla parte del panettone diventa maledettamente più scomodo. Si va incontro all’emarginazione. Alla persecuzione. Chi ancora osi affrontare il parentado con un panettone si espone al disprezzo sicuro: guardalo, si presenta con un panettone e nemmeno si vergogna, non è neppure mandorlato. Ci sono cognate che arrivano al punto di vantarsi del crimine più efferato, per umiliarci: quest’anno proverai, ho comprato un panettone speciale, è come mangiare la colomba.

Una volta non era così dura. Bastava prendere posizione in un preciso dualismo, schierandosi senza se e senza ma tra panettone e pandoro, come tra mare e montagna, zoccoli e infradito, collant e autoreggenti, Beatles e Rolling Stones, Vespa e Lambretta, spumante e champagne. Era battaglia anche allora, perché i due partiti non si risparmiavano i colpi sotto la cintura: il panettone è una mattonata, il pandoro è snob, il panettone è per gente rude, il pandoro è per gente invertebrata. Il panettone è per i poveri, il pandoro è per i ricchi. Il panettone è roba da uomini, il pandoro è articolo per signorine. E via degenerando.

Ma adesso. Adesso festeggiare il Natale con una semplicissima fetta di panettone, con i suoi bravi canditi e la sua bella uvetta, magari dopo una mezz’ora sul calorifero per restituirgli un po’ di vita, ecco, questo semplicissimo rito dell’antichità sta diventando imbarazzante e proibito. A me fa peso, a me i canditi fanno schifo, io preferisco il pandoro: ed è così che si perviene alla scoperta più triste, nessuno ha pensato di portare il panettone.

C’è tutto, dal dattero post-moderno con il cuore di tartufo al torrone ricoperto di pistacchio, dal pandoro che sa di veneneziana alla veneziana che sa di melanzana: ma il panettone no, non c’è più verso di trovarne una fetta in giro.

Allora diamoci una mossa. Fossimo anche rimasti in quattro gatti (uno sono io, ne mancano tre), dobbiamo alzare la voce. Giù le mani dal panettone. Diciamo forte e chiaro che per noialtri il panettone è una conquista dell’umanità, e non si capisce perché l’Unesco, tra le tante cretinate messe sotto tutela (ormai mancano solo le natiche di Lady Gaga), non senta il dovere di rendere giustizia al nostro impareggiabile dolce natalizio.

Comunque, non importa. Siamo superiori. Facciamo da soli. Per questi giorni di battaglie feroci, militanza dura e senza paura. Non ci presentiamo a nessuna tavolata senza il panettone. No panettone, no party. Party chiari, amicizia lunga. E perché sia chiaro a tutti il nostro orgoglio, propongo da ora in poi di chiamarlo alla Mourinho, senza offesa: si scrive Panett-one, si pronuncia Panett-uan.



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Pakistan, uccisi mentre erano in coda per il cibo: almeno 45 morti